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mercoledì 26 aprile 2017

la crisi che sconvolge la Chiesa

UN RARO TESTO INEDITO DI BENEDETTO XVI, DOPO LA RINUNCIA….”La causa più profonda della crisi che ha sconvolto la Chiesa risiede nell’oscuramento della priorità di Dio nella liturgia”

 

Nihil Operi Dei praeponatur — Nulla si anteponga al Culto divino. Con queste parole San Benedetto, nella sua Regola (43,3), ha stabilito la priorità assoluta del Culto divino rispetto a ogni altro compito della vita monastica. Questo, anche nella vita monastica, non risultava immediatamente scontato perché per i monaci era compito essenziale anche il lavoro nell’agricoltura e nella scienza.
 
Sia nell’agricoltura come anche nell’artigianato e nel lavoro di formazione potevano certo esserci delle urgenze temporali che potevano apparire più importanti della liturgia. Di fronte a tutto questo Benedetto, con la priorità assegnata alla liturgia, mette inequivocabilmente in rilievo la priorità di Dio stesso nella nostra vita: «All’ora dell’Ufficio divino, appena si sente il segnale, lasciato tutto quello che si ha tra le mani, si accorra con la massima sollecitudine» (43,1).
 
Nella coscienza degli uomini di oggi le cose di Dio e con ciò la liturgia non appaiono affatto urgenti. C’è urgenza per ogni cosa possibile. La cosa di Dio non sembra mai essere urgente. Ora, si potrebbe affermare che la vita monastica è in ogni caso qualcosa di diverso dalla vita degli uomini nel mondo, e questo è senz’altro giusto. E tuttavia la priorità di Dio che abbiamo dimenticato vale per tutti. Se Dio non è più importante, si spostano i criteri per stabilire quel che è importante. L’uomo, nell’accantonare Dio, sottomette se stesso a delle costrizioni che lo rendono schiavo di forze materiali e che così sono opposte alla sua dignità.
 
Negli anni successivi al Concilio Vaticano II sono nuovamente divenuto consapevole della priorità di Dio e della liturgia divina. Il malinteso della riforma liturgica che si è ampiamente diffuso nella Chiesa cattolica portò al mettere sempre più in primo piano l’aspetto dell’istruzione e della propria attività e creatività. Il fare degli uomini fece quasi dimenticare la presenza di Dio. In una tale situazione divenne sempre più chiaro che l’esistenza della Chiesa vive della giusta celebrazione della liturgia e che la Chiesa è in pericolo quando il primato di Dio non appare più nella liturgia e così nella vita. 
 
La causa più profonda della crisi che ha sconvolto la Chiesa risiede nell’oscuramento della priorità di Dio nella liturgia. Tutto questo mi portò a dedicarmi al tema della liturgia più ampiamente che in passato perché sapevo che il vero rinnovamento della liturgia è una condizione fondamentale per il rinnovamento della Chiesa. Sulla base di questa convinzione sono nati gli studi che sono raccolti nel presente volume 11 della Opera omnia. Ma al fondo, pur con tutte le differenze, l’essenza della liturgia in Oriente e Occidente è unica e la medesima. E così spero che questo libro possa aiutare anche i cristiani di Russia a comprendere in modo nuovo e meglio il grande regalo che ci è donato nella Santa Liturgia.
 
Benedetto XVI
Città del Vaticano, nella Festa di San Benedetto,
11 luglio 2015
 
Il testo che pubblichiamo è stato scritto dal papa emerito Benedetto XVI nel monastero Mater Ecclesiae. E questo è già di per sé un evento eccezionale, come l’ occasione che lo ha motivato. Joseph Ratzinger compie novant’ anni, proprio nel giorno di Pasqua.
 
Per una combinazione assai rara, quest’ anno la data della Pasqua è la stessa per cattolici e ortodossi. Come regalo speciale, al Papa emerito sarà donata una copia del volume XI della sua opera omnia, Teologia della liturgia, tradotto e pubblicato in russo a cura del Patriarcato di Mosca. Un’ iniziativa preparata da tempo – per la traduzione, curata da Olga Aspisova, ci sono voluti quasi tre anni – che proseguirà con la pubblicazione in russo della trilogia su Gesù di Nazaret. Il tutto grazie alla cooperazione scientifica ed editoriale tra la casa editrice del Patriarcato di Mosca, la Libreria editrice vaticana, la Fondazione Ratzinger e l’ Accademia internazionale «Sapientia et Scientia», fondata e presieduta dalla professoressa Giuseppina Cardillo Azzaro e che riunisce personalità della cultura e della scienza «dell’ Oriente e dell’ Occidente d’ Europa» ed esponenti della Chiesa cattolica e di quella ortodossa. Il valore ecumenico dell’ iniziativa è evidente. Un’ occasione così importante da convincere il Papa emerito a scrivere la prefazione all’ edizione russa.
 
Il testo porta, non a caso, la data dell’ 11 luglio 2015: il giorno di San Benedetto, patrono d’ Europa. In uno degli interventi centrali del suo pontificato, il discorso memorabile al Collège des Bernardins di Parigi, il 12 settembre 2008, Joseph Ratzinger aveva spiegato come il monachesimo di San Benedetto avesse salvato il patrimonio del pensiero antico e formato la cultura europea grazie a quei monaci che avevano come obiettivo « quaerere Deum », cercare Dio. In uno dei suoi libri più celebri, l’ Introduzione al cristianesimo ( Einführung in das Christentum , 1967), riportava l’ apologo del clown e del villaggio in fiamme narrato da Søren Kierkegaard: il circo che s’ incendia, il clown mandato a chiamare aiuto al villaggio vicino, la gente che «ride fino alle lacrime» davanti alle sue grida, villaggio e circo distrutti dal fuoco. Così, nel testo scritto dal Papa emerito per l’ edizione russa del volume sulla liturgia, si vede la coerenza profonda del suo pensiero: la preoccupazione per un mondo nel quale «la cosa di Dio non sembra mai essere urgente», per la Chiesa che «è in pericolo quando il primato di Dio non appare più nella liturgia e così nella vita». Per questo si comincia dal volume sulla liturgia. «Ho fatto leggere questa prefazione ad amici ortodossi: “È fortissima”, mi hanno detto quasi commossi, “si vede che siamo in profonda sintonia”» racconta il professor Pierluca Azzaro, curatore e traduttore dell’ edizione italiana dell’ Opera omnia e presidente vicario della Accademia «Sapientia et Scientia»: «Il preziosissimo ponte che Joseph Ratzinger getta tra Oriente e Occidente riguarda la liturgia: e indica la strada non vaga e utopica, ma concreta e viva per un vero cammino di rinascita che veda mano nella mano cattolici e ortodossi».

https://benedettoxviblog.wordpress.com/2017/04/20/un-raro-testo-inedito-di-benedetto-xvi-dopo-la-rinuncia-la-causa-piu-profonda-della-crisi-che-ha-sconvolto-la-chiesa-risiede-nelloscuramento-della-priorita-di-dio-nella-liturgia/?iframe=true&theme_preview=true

giovedì 6 ottobre 2016

La vuole anche il papa Francesco

La riforma della riforma "si farà". La vuole anche il papa


È ciò che Francesco ha detto in privato al cardinale Sarah, salvo poi sconfessare tutto con un comunicato. Ma il prefetto della liturgia la promette di nuovo, in un suo libro da oggi in vendita, dal titolo: "La forza del silenzio"

di Sandro Magister





ROMA, 6 ottobre 2016 – Con il cardinale Robert Sarah papa Francesco intrattiene un rapporto bifronte. Benevolo da vicino, ostile a distanza.

È Sarah uno di quegli uomini di Chiesa dal presunto "cuore di pietra" contro cui il papa spesso si scaglia, senza far nomi, ad esempio nel risentito discorso di fine sinodo dello scorso 24 ottobre:

> "I cuori chiusi che si nascondono dietro gli insegnamenti della Chiesa…"

Ed è stato Sarah, questa volta con nome e cognome, nella sua qualità di prefetto della congregazione per il culto divino, il bersaglio di un inaudito, umiliante comunicato della sala stampa della Santa Sede di questa estate, contro i suoi propositi di "riforma della riforma" della liturgia:

> Gesù tornerà da Oriente. Ma in Vaticano hanno perso la bussola (14.7.2016)

"Ma chi lo può cacciare? È africano e gode di grande popolarità", mormorano nella corte di papa Francesco.

In effetti, il cardinale Sarah, 71 anni, africano della Guinea, è una figura di prima grandezza nella Chiesa d'oggi, assurto a straordinaria notorietà e a universale ammirazione grazie a un suo libro dello scorso anno che è insieme autobiografia e meditazione spirituale, nello stile delle "Confessioni", dal titolo "Dieu ou rien", Dio o niente: 335 mila copie vendute in tredici lingue:

> Un papa dall'Africa nera (10.4.2015)

E ora Sarah torna in campo con un nuovo grande libro: "La force du silence", la forza del silenzio. È curato come già il precedente da Nicolas Diat e si conclude con un toccante colloquio tra il cardinale e il priore della Grande Chartreuse sulle Alpi francesi, dom Dysmas de Lassus.

Il libro è in vendita da oggi, festa di san Bruno, il fondatore del monachesimo certosino, per ora soltanto in lingua francese per i tipi di Fayard, ma presto anche in italiano, in inglese e in spagnolo, edito rispettivamente da Cantagalli, Ignatius Press e Palabra.

"Contre la dictature du bruit", contro la dittatura del rumore, dice il sottotitolo. E in effetti il rumore assordante della moderna società, penetrato anche nella Chiesa, è la colonna sonora di quel "niente" che è la dimenticanza di Dio, messo a fuoco nel libro precedente.

Mentre viceversa solo il silenzio consente di "sentire la musica di Dio".

La meditazione di Sarah tocca in profondità la vita della Chiesa. Sono frequenti i riferimenti alla liturgia e alle forme spesso disordinate con cui oggi è celebrata, cioè a quel "culto divino" di cui il cardinale ha la cura come prefetto.

Alcuni di questi passaggi – sia critici, sia propositivi – sono riprodotti qui di seguito.

E ce n'è uno in particolare – l'ultimo qui riportato – che mostra come il cardinale Sarah non sia affatto remissivo di fronte ai continui ostacoli che gli sono frapposti da ogni parte.

È là dove il cardinale torna ad assicurare fermamente che "si farà" ciò che il comunicato della scorsa estate aveva preteso di bloccare: cioè quella "riforma della riforma" in campo liturgico senza la quale "ne va dell'avvenire della Chiesa".

A tu per tu papa Francesco aveva raccomandato a Sarah di procedere con questa "riforma della riforma", nell'udienza come sempre calorosa che gli aveva dato lo scorso aprile, come lo stesso cardinale aveva in seguito riferito.

Poi invece, a distanza – e due giorni dopo una seconda udienza amichevole –, era scattato il veto, in quel proditorio comunicato di luglio, di fonte anonima ma comunque approvato a Santa Marta.

Da uomo di fede, Sarah professa obbedienza al papa. O almeno al primo dei due Francesco che si trova di fronte.

__________



"La riforma della riforma si farà, ne va dell'avvenire della Chiesa"

di Robert Sarah

Da "La force du silence", Fayard, 2016



"IL CORPO DI GESÙ DATO A TUTTI, SENZA DISCERNIMENTO" (par. 205)

Oggi, certi preti trattano l'eucaristia con sovrano disprezzo. Vedono la messa come un rumoroso banchetto nel quale i cristiani fedeli all'insegnamento di Gesù, i divorziati risposati, gli uomini e le donne in situazione di adulterio, i turisti non battezzati che partecipano alle celebrazioni eucaristiche delle grandi folle anonime possono avere accesso al corpo e al sangue del Cristo, senza distinzioni.

La Chiesa deve esaminare con urgenza l'opportunità ecclesiale e pastorale di queste immense celebrazioni eucaristiche composte da migliaia e migliaia di partecipanti. C'è un grande pericolo di trasformare l'eucaristia, "il grande mistero della fede", in una banale kermesse e di profanare il corpo e il sangue prezioso del Cristo. I preti che distribuiscono le sacre specie e non conoscono nessuno e danno il corpo di Gesù a tutti, senza discernimento tra i cristiani e i non cristiani, partecipano alla profanazione del santo sacrificio eucaristico. Coloro che esercitano l'autorità nella Chiesa diventano colpevoli, per una forma di complicità volontaria, lasciando che si compia il sacrilegio e la profanazione del corpo del Cristo in queste gigantesche e ridicole autocelebrazioni, in cui davvero pochi percepiscono che ""voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga" (1 Cor 11, 26).

Dei preti infedeli alla "memoria" di Gesù insistono più sull'aspetto festivo e sulla dimensione fraterna della messa che sul sacrificio di sangue del Cristo sulla croce. L'importanza delle disposizioni interiori e la necessità di riconciliarci con Dio accettando di lasciarci purificare dal sacramento della confessione non sono più di moda oggi. Ogni giorno di più occultiano il monito di san Paolo ai Corinti: "Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi" (cf. 1 Cor 11, 27-30).


"TANTI PRETI CHE ENTRANO TRIONFALMENTE…" (par. 237)

All'inizio delle nostre celebrazioni eucaristiche, come è possibile eliminare il Cristo che porta la sua croce e cammina con sofferenza sotto il peso dei nostri peccati verso il luogo del sacrificio? Ci sono tanti preti che entrano trionfalmente e salgono verso l'altare, salutando a destra e a sinistra, per apparire simpatici. Osservate il triste spettacolo di certe celebrazioni eucaristiche… Perché tanta leggerezza e mondanità nel momento del santo sacrificio? Perché tanta profanazione e superficialità davanti alla straordinaria grazia sacerdotale che ci rende capaci di rendere realmente presente il corpo e il sangue del Cristo con l'invocazione dello Spirito? Perché alcuni si credono in dovere di improvvisare o inventare delle preghiere eucaristiche che nascondono le frasi divine in un bagno di piccolo fervore umano? Le parole del Cristo sono insufficienti, per moltiplicare le parole puramente umane? In un sacrificio così unico ed essenziale, c'è bisogno di queste fantasie e di queste creatività soggettive? "Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole", ci ammonisce Gesù (Mt 6, 7).


"PROCESSIONI FATTE DI DANZE INTERMINABILI"
(par. 266)

Abbiamo perso il senso più profondo dell'offertorio. Eppure è il momento in cui, come dice il suo nome, tutto il popolo cristiano si offre, non a lato del Cristo, ma in lui, tramite il suo sacrificio che sarà compiuto nella consacrazione. Il Concilio Vaticano II ha mirabilmente sottolineato questo aspetto insistendo sul sacerdozio battesimale dei laici che consiste essenzialmente nell'offrire noi stessi col Cristo in sacrifico al Padre. […]

Se l'offertorio non è più visto che come una preparazione dei doni, come un gesto pratico e prosaico, allora sarà grande la tentazione di aggiungere e d'inventare dei riti per colmare ciò che è percepito come un vuoto. In certe regioni dell'Africa deploro le processioni di offerta, lunghe e rumorose, fatte di danze interminabili. Dei fedeli portano ogni sorta di prodotti e di oggetti che non hanno niente a che vedere con il sacrificio eucaristico. Queste processioni danno l'impressione di esibizioni folcloristiche, che snaturano il sacrificio di sangue del Cristo sulla croce e ci allontanano dal mistero eucaristico, che invece dev'essere celebrato nella sobrietà e nel raccoglimento, poiché anche noi siamo immersi nella sua morte e nella sua offerta al Padre. I vescovi del mio continente dovrebbero prendere delle misure perché la celebrazione della messa non diventi un'autocelebrazione culturale. La morte di Dio per amore per noi è al di là di ogni cultura.


"RIVOLTI AD ORIENTE" (par. 254)

Non basta semplicemente prescrivere più silenzio. Perché ciascuno comprenda che la liturgia ci volge interiormente verso il Signore, sarebbe bene che durante le celebrazioni, tutti insieme, preti e fedeli, siamo corporalmente rivolti verso l'oriente, simbolizzato dall'abside.

Questo modo di fare resta assolutamente legittimo. È conforme alla lettera e allo spirito del Concilio. Le testimonianze dei primi secoli della Chiesa non mancano. "Quando ci alziamo in piedi per pregare, ci rivolgiamo verso l'oriente", precisa sant'Agostino, facendosi eco di una tradizione che risale, secondo san Basilio, agli stessi apostoli. Essendo state concepite le chiese per la preghiera delle prime comunità cristiane, le costituzioni apostoliche preconizzavano nel IV secolo che esse fossero rivolte verso l'oriente. E quando l'altare è rivolto ad occidente, come in San Pietro a Roma, il celebrante deve volgersi verso levante, faccia a faccia con il popolo.

Questo orientamento corporeo della preghiera non è che il segno di un orientamento interiore. […] Il prete non invita il popolo di Dio a seguirlo all'inizio della preghiera eucaristica quando dice: "In alto i cuori", al che il popolo gli risponde: "Sono rivolti al Signore"?

Come prefetto della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramento, mi preme ancora una volta ricordare che la celebrazione "versus orientem" è autorizzata dalle rubriche del messale poiché essa è di tradizione apostolica. E non c'è bisogno di un'autorizzazione particolare per celebrare così, popolo e prete, rivolti verso il Signore. Se materialmente non è possibile celebrare "ad orientem", bisogna necessariamente porre una croce sull'altare, ben in vista, come punto di riferimento per tutti. Il Cristo in croce è l'Oriente cristiano.


"SE DIO LO VUOLE, LA RIFORMA DELLA RIFORMA SI FARÀ" (par. 257)

Io rifiuto che si occupi il nostro tempo contrapponendo una liturgia a un'altra, o il rito di san Pio V a quello del beato Paolo VI. Ciò che conta è entrare nel grande silenzio della liturgia; bisogna lasciarsi arricchire da tutte le forme liturgiche latine od orientali che privilegiano il silenzio. Senza questo spirito contemplativo, la liturgia rimarrà un'occasione di lacerazioni piene d'odio e di scontri ideologici, invece di essere il luogo della nostra unità e della nostra comunione nel Signore. È questa l'ora grande di entrare in questo silenzio liturgico, rivolto verso il Signore, che il Concilio ha voluto restaurare.

Ciò che voglio dire ora non entra in contraddizione con la mia sottomissione e la mia obbedienza all'autorità suprema della Chiesa. Desidero profondamente e umilmente servire Dio, la Chiesa e il Santo Padre, con devozione, sincerità e attaccamento filiale. Ma ecco la mia speranza: se Dio lo vuole, quando lo vorrà e come lo vorrà, in liturgia, la riforma della riforma si farà. Nonostante lo stridore di denti, essa verrà, perché ne va dell'avvenire della Chiesa.

Rovinare la liturgia è rovinare il nostro rapporto con Dio e l'espressione concreta della nostra vita cristiana. La Parola di Dio e l'insegnamento dottrinale della Chiesa sono ancora ascoltati, ma le anime che desiderano volgersi verso Dio, offrirgli il vero sacrificio di lode e adorarlo, non sono più afferrate da liturgie troppo orizzontali, antropocentriche e festose, spesso simili ad eventi culturali rumorosi e banali. I media hanno totalmente invaso e trasformato in spettacolo il santo sacrifico della messa, memoriale della morte di Gesù sulla croce per la salvezza delle nostre anime. Il senso del mistero scompare sotto i cambiamenti, gli adattamenti permanenti, decisi in modo autonomo e individuale per sedurre le nostre mentalità moderne profanatrici, segnate da peccato, secolarismo, relativismo e rifiuto di Dio.

In molti paesi occidentali, vediamo i poveri abbandonare la Chiesa cattolica, poiché questa è stata presa d'assalto da persone male intenzionate che si atteggiano da intellettuali e che disprezzano i piccoli e i poveri. Ecco che cosa il Santo Padre deve denunciare con voce alta e forte. Perché una Chiesa senza i poveri non è più la Chiesa, ma un semplice "club". Oggi, in Occidente, quante chiese vuote, chiuse, demolite o trasformate in strutture profane nel disprezzo della loro sacralità e della loro destinazione originale. Tuttavia, so anche quanto sono numerosi i preti e i fedeli che vivono con una zelo straordinario la loro fede e si battono quotidianamente per preservare e abbellire le case di Dio.

domenica 18 settembre 2016

Soli Deo Honor et Gloria






Come si celebrava la Messa nel XV secolo?

Vi proponiamo un video con una ricostruzione storica della liturgia nel 1400

 

 Un video condiviso su Youtube da UCatholic mostra una ricostruzione storica di come veniva celebrata la Santa Messa un centinaio di anni prima del Concilio di Trento. Ad ogni modo si tratta proprio di questo: una ricostruzione storica – e non una celebrazione liturgica – di come sarebbe stata la Messa della XVIII domenica dopo Pentecoste nel 4 ottobre del 1450.

http://it.aleteia.org/2016/09/16/video-celebrazione-messa-xv-secolo/

domenica 3 luglio 2016

san Tommaso



Come Tommaso, anche noi dobbiamo toccare il costato di Gesù per consolidare la nostra poca fede. Questi piaghe le tocchiamo ora con il nostro spirito nel silenzio del nostro cuore grazie ai Sacramenti ancorati nella Scrittura e nella Tradizione.

sabato 2 luglio 2016

pregare col corpo

Perché inginocchiarsi alla consacrazione eucaristica non è un optional. Anche senza inginocchiatoio
 
Perché è importante inginocchiarsi durante la celebrazione eucaristica?
Ho notato, andando alla Messa, una tendenza. Può darsi che mi sbagli, ma mi sembra che l’abitudine di inginocchiarsi in alcuni momenti della Messa sia sempre meno usata. È una cosa che mi è capitato di vedere in diverse chiese: al momento della consacrazione molti rimangono in piedi, qualcuno a sedere, pochi si inginocchiano. Lo stesso dopo la Comunione. È solo una mia impressione? Ed è una cosa accettabile? Oppure il gesto di inginocchiarsi ha un valore liturgico e andrebbe rispettato (a meno che ovviamente una persona non abbia impedimenti reali)?

Marco Filippi

Risponde don Roberto Gulino, docente di liturgia

Purtroppo non è solo un impressione del nostro amico lettore: non di rado si assiste, durante le nostre liturgie eucaristiche, ad una varietà di comportamenti che indicano la scarsa consapevolezza di ciò che facciamo piuttosto che la celebrazione di una azione sacramentale comunitaria; c’è chi durante il canto rimane in silenzio (pur conoscendo il testo e la melodia), chi preferisce recitare il Gloria, il Credo o il Padre nostro sottovoce - «Per pregare meglio, interiormente…», così mi è stato detto - o chi decide personalmente quali atteggiamenti seguire e quali evitare («Sa, padre, io dopo la comunione non mi alzo mai, resto sempre seduta, mi sembra più bello rimanere in intimità con Gesù finché poi non esco di chiesa…»).

Così facendo però ci dimentichiamo - o tante volte neppure sappiamo - che la natura profonda e più intima della liturgia è proprio di essere preghiera della Chiesa, ossia del corpo mistico di Cristo che nello Spirito Santo è costantemente rivolto al Padre.

Questa essenza «ecclesiale» della liturgia ci chiede di partecipare alla celebrazione con un’attenzione comunitaria, pregando insieme con le stesse parole e con gli stessi gesti, inserendoci completamente nella preghiera di tutta la comunità che, con un cuore solo e un’anima sola, celebra il suo Signore. Ecco perché in una celebrazione liturgica come la Messa, o nelle altre azioni sacramentali - battesimo, cresima, matrimonio, esequie… - «l’atteggiamento comune del corpo, da osservarsi da tutti i partecipanti, è segno dell’unità dei membri della comunità cristiana riuniti per la sacra liturgia: manifesta infatti e favorisce l’intenzione e i sentimenti dell’animo di coloro che partecipano» (Ordinamento Generale del Messale Romano, n° 42).

È necessario quindi pregare insieme e compiere comunitariamente gli stessi gesti come segno di comunione e per vivere la dimensione ecclesiale della preghiera liturgica (diversa dalla preghiera personale).

Quanto detto finora vale anche, e soprattutto, per la posizione in ginocchio: la Chiesa ci chiede, attraverso le indicazioni contenute nell’Ogmr al n° 43, di inginocchiarci al momento della consacrazione. Siamo nel cuore della preghiera eucaristica: pane e vino diventano - attraverso l’invocazione dello Spirito Santo e le parole dell’istituzione - il Corpo ed il Sangue del Signore Gesù; in questo momento anche il nostro corpo è invitato ad esprimere nella preghiera tutta l’adorazione, il rispetto e la riverenza per la grandezza dell’amore di Dio che si rinnova nel dono totale di Cristo sulla croce e nel suo farsi cibo per noi nel suo Corpo e nel Sangue. E di fronte a tanta grandezza, in ginocchio, vogliamo esprimere anche la nostra piccolezza, la nostra umiltà, il nostro bisogno di accogliere il Suo Dono per la nostra salvezza.

Chiaramente non sempre è possibile che tutti si mettano in ginocchio: basti pensare a motivi legati all’età, a problemi di salute o a circostanze legate al luogo della celebrazione (troppo piccolo o troppo affollato). In tal caso, si dice sempre nell’Ogmr al n° 43, coloro che non possono inginocchiarsi «facciano un profondo inchino mentre il sacerdote genuflette dopo la consacrazione».

È importante comprendere bene che i gesti e gli atteggiamenti del nostro corpo nella preghiera liturgica «devono tendere a far sì che tutta la celebrazione risplenda per decoro e per nobile semplicità, che si colga il vero e pieno significato delle sue diverse parti e si favorisca la partecipazione di tutti» (Ogmr n° 42).
[...]

E se queste cose ce le diciamo - o anche «ri-diciamo» - un po’ tutti (a cominciare da noi sacerdoti, ma anche tutti coloro che hanno avuto il coraggio di leggere fin qui!), con quella carità fraterna che dovrebbe contraddistinguere la natura dei cristiani, nessuno dovrebbe mai sentirsi offeso, ma anzi aiutato a vivere meglio l’aspetto comunitario della liturgia.

domenica 19 giugno 2016

cuore con gelato

Il cuore gelido del protestantesimo
 
 
 
lucaLa giovane Isabel, una dei protagonisti di “Con quale autorità?”, romanzo storico di Robert Hugh Benson ambientato all’epoca delle persecuzioni elisabettiane, è a Northampton per apprendere la dottrina calvinista. La ragazza vive però con disagio l’iniziazione a una religione che pare lontana dal cuore dell’uomo. In un ambiente freddo, disumano, dove il rigetto del cattolicesimo ha prodotto solo confusione e inutili discorsi, Isabel sfiora il baratro dell’aridità spirituale. L’analogia tra il rituale di allora e l' odierno, tanto nelle forme quanto negli effetti – è a dir poco impressionante.
 
Con meraviglia di Isabel, il predicatore, invece che scendere dal pulpito dopo finito la predica, si mise a sfogliare la gran Bibbia posata su un cuscino davanti a lui; intanto gli altri tre ministri continuavano il servizio divino. Allorché essa incominciò a sentir leggere le preghiere della Consacrazione, cercò, com’era sua abitudine, di concentrarsi maggiormente ritenendo che questa fosse la parte più importante del servizio divino, ma ecco di nuovo farsi udire la voce del predicatore: «E disse loro Gesù: Tutti voi patirete scandalo per me questa notte. Infatti sta scritto: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecorelle del gregge: ma resuscitato ch’io sia, vi precederò in Galilea».
 
Ah! ma perché non faceva silenzio? Isabel adesso non voleva il Salvatore del passato, ma del presente; non un ricordo della sua vita, ma Lui vivente e soprattutto non il ministro, ma il Gran Sacerdote in persona.
 
«Cominciò ad attristarsi e sgomentarsi. Allora disse loro: L’anima mia è addolorata a morte: restate qui e vegliate con me».
 
I tre ministri si erano comunicati e Isabel udì il fruscio dei passi di coloro che andavano a ricevere la comunione. Il predicatore intanto continuava a leggere la storia della Passione.
 
«Così non avete potuto vegliare un’ora con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione: lo spirito veramente è pronto; ma la carne è debole.»
 
Anche i Carrington[1] si erano alzati e dopo qualche minuto li seguì Isabel la quale, nel prender posto nella panca parata di bianco, non poté fare a meno di notare il disordine che regnava in chiesa; alcuni per ricevere le sacre specie s’inginocchiavano devotamente, altri rimanevano seduti e altri invece le ricevevano in piedi; e intanto, sempre più forte, soffocando lo stropiccio dei piedi e il bisbiglio dei ministri, risuonava in tono ora alto ora basso la narrazione evangelica.
 
Era giunta la volta di Isabel, che s’inginocchiò tenendo le palme aperte e gli occhi chiusi. Ah! quel predicatore non avrebbe mai fatto silenzio? Non poteva la realtà parlare di per sé e il suo interprete tacere? Certo il Dio dell’amore non aveva bisogno di un araldo quando Egli era lì presente.
«E subito la mattina i gran sacerdoti con gli anziani, gli scribi e tutto il Sinedrio, fatto insieme consiglio, legato Gesù lo condussero…»
 
Isabel si era comunicata: adesso avrebbe voluto pregare e al tempo stesso fare attenzione tanto a ciò che leggeva il predicatore, quanto alla voce del suo Salvatore, col quale credeva di essere in intima comunione, ma invece non provava che aridità e distrazione; che lettura interminabile era quella! Alzò il capo e ciò che vide la riempì di stupore: alcuni erano seduti e discorrevano fra di loro, altri guardavano in giro come se fossero stati a un pubblico divertimento; ma specialmente la colpì la vista di un uomo dall’aspetto brutale, con viso rosso, guance cadenti, occhi piccoli e privi di espressione. Come pareva seccato e stanco da quella lunga, obbligatoria cerimonia!
 
Essa richiuse gli occhi rimproverandosi di lasciarsi così facilmente distrarre mentre le sue labbra erano ancora profumate dal vino di Dio e sentiva tuttora l’amplesso del suo Diletto. Allorché li riaprì, gli ultimi comunicati ritornavano ai loro posti, i ministri riponevano le coppe, e dal pulpito il predicatore leggeva la narrazione della Resurrezione come promessa di un giorno migliore: «E dicevano fra di loro: Chi ci ribalterà la pietra dalla bocca del sepolcro? Ma riguardando videro rimossa la pietra ch’era molto grande».
Il ministro chiuse il gran libro; il servizio divino era terminato.
 
***
Quella sera all’ora del crepuscolo Isabel, in preda a una specie di disperazione, andò a passeggiare da sola lungo il fiume. Di nuovo fece uno sforzo per avere coscienza della grazia ricevuta in quel Sacramento così unico e prezioso, ma persino nell’aria pareva che ci fosse qualche cosa di opprimente: nuvoloni plumbei e grevi si addensavano sulla città; il sentiero dove camminava esalava un forte odore di foglie morte e gli alberi e l’erba erano impregnati di umidità. Invano cercò di rincuorare l’anima sua, che lottava e si dibatteva senza poter risorgere; non riusciva a provare né amarezza nei rimproveri che si rivolgeva, né gioia nelle sue aspirazioni: la mano di Calvino poggiava con tutto il suo peso sulla delicata, languida creatura.
 
citazione a cura di Luca Fumagalli
 
[1] È la famiglia che ospita Isabel. Il dr Carrington è un vecchio amico del padre della ragazza.
 

mercoledì 11 maggio 2016

2 uomini uniti in fratellanza

L'affratellamento nella tarda antichità e nel periodo bizantino



È da poco uscito un interessante libro che propongo in questo spazio ai miei lettori. 
CLAUDIA RAPP, Brother-Making in the Late Antiquity and Byzantium Monks, Laymen, and Christian Ritual, Oxford University Press, 2016.
Sul tema da esso trattato, ne avevo già parlato qui, riportando in traduzione italiana uno dei "riti di affratellamento" utilizzati nel periodo bizantino. Per comodità del lettore, sintetizzo quanto detto in quella sede.

Il concetto di "coppia omosessuale" dove per "omosessuale" s'intende l'individuo con attrazione congenita verso il proprio sesso, è un concetto attuale, ulteriormente potenziato dai dibattiti contemporanei a tutti noti e di cui questo blog non si occupa. Il mondo a noi precedente vedeva diversamente questi temi.

Nella bassa antichità si concepiva una certa bisessualità in cui il maschio, nel caso in cui esercitasse la propria sessualità verso una persona del proprio sesso, indicava con ciò una paradossale "maggior virilità" rispetto a chi se ne asteneva. Di qui la diffusa bisessualità del mondo antico, verso la quale la Chiesa si è sempre opposta, valutandola come dissipazione e disordine (i riferimenti paolini in tal senso sono più che eloquenti).

Nel caso della coppia dello stesso sesso, unita con rito di affratellamento o di adelphopoiesis gli storici fino ad oggi, invece, vi hanno ravvisato una sorta di "adozione" per dirla in termini neutri o di "amore spirituale" per dirla in termini più chiari che si desumono, d'altronde, dai testi liturgici impiegati per celebrare tale unione. Il contraente più anziano prendeva sotto la sua ala protettiva la persona più giovane e la univa a sé stipulando un patto di affetto e di solidarietà. Si trattava, in ogni caso, di una forma alternativa a quella familiare completamente accettata.
Questo permetteva, ad esempio, ad una persona sola di condividere le sue risorse con un'altra, soprattutto in un tempo in cui chi rimaneva solo poteva facilmente soccombere. 
La società nella quale si facevano queste unioni tra contraenti dello stesso sesso non sentiva assolutamente la cosa in termini di scandalo, come alcuni tra noi potrebbero erroneamente ritenere. È praticamente certo per gli studi storici recenti che l'unione non comportasse un esercizio sessuale, come nel caso di marito e moglie, nonostante il rito di affratellamento abbia elementi di impressionante vicinanza con quello nuziale e parli chiaramente di "amore" tra le persone che si uniscono.
Un'unione di tal genere la fece pure un imperatore bizantino.

Il fatto che due persone dello stesso sesso potessero unirsi con la benedizione della Chiesa in una casta unione, è indice di una capacità di adattamento e di comprensione che le società medioevali avevano, a differenza di quelle del periodo moderno che, non solo da questo punto di vista, mostrano un certo rigidismo e un'arretratezza rispetto alla mentalità bizantina.

In questo rito notiamo che l'amore umano può realmente esercitarsi anche in questa forma e la benedizione ecclesiastica non fa che prenderne atto chiamando in causa lo stesso Cristo.

La ricerca storica su tale tema si è ulteriormente approfondita con la presente pubblicazione segnalatami da una docente che, ben volentieri,  a mia volta indico.

In questo libro:
- si descrive forse per la prima volta in forma esaustiva la storia dell'affratellamento, che caratterizzava pure la vita bizantina;
- sono offerti molti riferimenti per mostrare che l'affratellamento era una specie di terzo tipo di vita monastica, oltre a quella eremitica e cenobitica più conosciute;- sono presentati in modo dettagliato e analitico i 66 manoscritti che contengono il rito, assieme alla traduzione delle 16 preghiere rituali.

Tra le società cristiane medievali, quella bizantina è l'unica ad aver conservato un rituale ecclesiastico di adelphopoiesis, con il quale si dichiara che due uomini, tra loro non parenti, vengono legati come fratelli per la vita. Tale rito ha la sua origine come benedizione spirituale nel mondo monastico tardo antico e si trasforma in una popolare strategia di sopravvivenza sociale tra i laici a partire dal IX secolo, trovando pure applicazione in tempi recenti. L'affratellamento, che si colloca in un ambito tra il religioso e il sociale, mostra come tale pratica possa essere ritualizzata e, alla fine, sottoposta ad un tentativo di controllo ecclesiastico e legale. 
L' adelphopoiesis è stata al centro di un dibattito moderno circa l'esistenza di unioni dello stesso sesso nell'Europa medievale. Questo libro, la prima storia completa di tale unica caratteristica della vita bizantina, sostiene in modo persuasivo che il rituale ecclesiastico per benedire una relazione tra due uomini non ha alcuna somiglianza con il matrimonio. È stato fatto un ampio utilizzo di fonti e un censimento completo dei manoscritti contenenti il ​​rituale dell' adelphopoiesis appoggiandosi alla letteratura e archeologia del primo monachesimo, alle opere di agiografi, storiografi e agli esperti legali bizantini, utilizzando pure del materiale comparativo dell'Occidente latino e del mondo slavo. Sono, così, state esaminate le affascinanti caratteristiche religiose e sociali del rituale mettendo in luce aspetti poco noti della società bizantina.
 

venerdì 29 aprile 2016

lo sposo ... di notte ...

Lo Sposo giunge nel cuore della notte



26 marzo 2016
Veglia di Pasqua
 

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B. Schedoni, Le Marie al sepolcro

Nei Vangeli sentiamo spesso parlare dello Sposo che sta per venire.
Lo Sposo viene nella notte. Le vergini lo aspettano con ansia.
Giunge nel cuore della notte …
E così è per noi!
Il Crocifisso è lo Sposo della Chiesa, di noi, che siamo il suo corpo!
Con la sua morte Egli ci è stato sottratto.
Non c’è più! Ma ci ha annunciato che sarebbe tornato…
Ed eccolo! Ora è qui!


Immaginiamo come dovrebbe essere il cuore di una sposa che vede morire lo sposo.
E poi, però, scopre che non è così, ma lo vede arrivare da lei nella notte!
Quando l’amato sembra ormai perduto … e, poi, invece, lo ritroviamo!
Immaginiamo come dev’essere …
Ecco! Così dev’esser la nostra gioia!
Così dev’essere questa notte …
Un’esplosione di autentica gioia perché lo Sposo è qui!
Era morto ed è tornato in vita!
Era perduto ed è stato ritrovato!

La parabola delle dieci vergini, però, ci racconta di come alcune sono sagge e alcune stolte!
E ci racconta come dovremmo essere noi…
Pronti! Con la lampada della fede accesa per incontrare lo Sposo nella notte
Con l’olio del desiderio di Lui che arde nel cuore e nella mente
Con la prontezza di una vita dedicata a liberarci dai pesi che possono ostacolare la corsa verso di Lui!
Dobbiamo correre nella notte verso lo Sposo che vuole introdurci nella festa!
E non possiamo farlo se non ci prepariamo
Se non alimentiamo la fede, il desiderio di Dio, la leggerezza di una vita senza peccato!

Ma il Vangelo oggi ci parla di altre donne che corrono…
Non sono la Sposa che va incontro allo Sposo
Ma sono le donne che portano l’annuncio del Risorto!
E, però, sono proprio come quelle vergini!
Sono piene di fede
Sono colme di desiderio
Sono libere dal peccato e capaci di andare lontano
Hanno scoperto che per incontrare lo Sposo devono annunciarlo
Devono gridare la bellezza della sua Risurrezione, della sua vita nuova!

Eccoci, dunque, chiamati a essere la Sposa gloriosa del Signore Gesù
Eccoci chiamati a correre verso di Lui nella notte di questo mondo di tenebra con la lampada accesa
Eccoci chiamati a essere annunciatori coraggiosi della sua Risurrezione a tutti
Ed ora ecco… affrettiamoci!
Lo Sposo nel pane e nel vino viene a introdurci nelle feste di nozze
E noi andiamogli incontro con le lampade accese!


http://www.bonifacius.it/lo-sposo-giunge-nel-cuore-della-notte/

lunedì 25 aprile 2016

il Signore non ci abbandona

Nascantur in Admiratione

Per grazia di Dio, la Chiesa ha ancora i suoi tesori.

L’Abbazia di Nostra Signora di Clear Creek è una comunità benedettina appartenente alla Congregazione Solesmense. Fondata nel 1999 dall’Abbazia di Nostra Signora di Fontgombault, che si trova in Francia, ha sede nella diocesi di Tulsa, nell’Oklahoma, USA. Nel 2000 è stata eretta a priorato e nel 2010 è diventata un’abbazia. Attualmente la comunità conta 50 monaci. Il motto dell’abbazia è Ecce, fiat. La comunità segue la forma extraordinaria del rito romano e l’ufficio e la Messa sono cantati in gregoriano.

Particolarmente interessante è la storia della comunità, che ha origine in un corso universitario avviato negli anni 1970 da tre professori dell’Università del Kansas. Fu inaugurato un programma di studi umanistici completamente basato sui grandi classici del pensiero occidentale, a partire da quelli greci, latini e medievali. Numerosi studenti che si erano impegnati in questo corso di studi sulla civilizzazione occidentale (potremmo dire chiamarlo il “canone occidentale” che dà il titolo a questo blog) finirono con l’interessarsi alla vita monastica e si recarono in Francia presso l’Abbazia di Nostra Signora di Fontgombault. Alcuni di loro entrarono in quel monastero come novizi, sperando di potere un giorno far parte di una fondazione monastica negli Stati Uniti. Ci volle del tempo perché i novizi ricevessero una solida formazione, ma nel 1998 i tempi erano maturi e fu individuato un luogo adatto per una fondazione in località Clear Creek. A settembre del 1999 arrivò il primo gruppo di fondatori dalla Francia. Iniziò un periodo di lavori per realizzare i locali del monastero e per avviare le attività di sostentamento per i monaci. Nel frattempo iniziarono a fiorire le vocazioni. Fu iniziata la costruzione di un ambizioso edificio romanico, progettato da Thomas Gordon Smith, della Notre Dame University.
 

lunedì 18 aprile 2016

come muore un giovane canonico

Il segreto di fr. Vincent (omelia del card. Sarah)
[Domenica 10 aprile 2016 si è addormentato nella pace del Signore – all’età di 39 anni, di cui 12 nella vita religiosa – fr. Vincent-Marie de la Résurrection (Benoît Carbonell), canonico regolare della Madre di Dio presso l’abbazia Sainte-Marie de Lagrasse, una comunità legata alla forma extraordinaria del Rito romano. Da qualche anno fr. Vincent era affetto da sclerosi multipla, che un poco alla volta lo ha
completamente immobilizzato. Invitiamo a leggere la bella e toccante testimonianza sulla sua vita resa dai suoi fratelli canonici. La Messa di esequie, celebrata in rito romano antico, è stata celebrata sabato 16 aprile dal R.P. Emmanuel-Marie, Abate di Lagrasse, alla presenza di Sua Eminenza il cardinale Robert Sarah, che ha tenuto l’omelia e in seguito benedetto la salma. Da qualche anno si era stretto un forte legame di amicizia e intimità spirituale fra il card. Sarah e fr. Vincent, che portava dentro di sé con un senso di missione di preghiera e di silenzio le intenzioni per la Chiesa che il porporato veniva ad affidargli regolarmente; ha scritto di lui il cardinale africano: “Ho dedicato a fr. Vincent il mio libro Dio o niente perché ho compreso dal nostro primo incontro che Cristo aveva poggiato il suo cuore contro il suo”. Trascriviamo qui di seguito una nostra traduzione dell’omelia del card. Sarah pronunciata nel corso delle esequie, delle quali due reportage fotografici sono visionabili a partire da questa pagina.]


Carissimi Fratelli e Sorelle,
Sono emozionato e alquanto felice di essere con voi in questo momento per accompagnare con l’affetto e le preghiere alla sua ultima dimora il nostro fratello Vincent-Marie de la Résurrection. Egli sul suo letto di malato, come Gesù, nei giorni della sua vita carnale, ha trascorso giorni e notti a offrire preghiere e suppliche, con un potente grido di fede, per ottenerci da Dio l’aiuto e le grazie di cui abbiamo bisogno. Oggi siamo noi che preghiamo per lui, onde attirare su di lui la misericordia e il perdono di Dio. Poiché siamo tutti peccatori. Il bambino è simbolo di una purezza che non dobbiamo mai smettere di volere, ma che sappiamo, anche nell’agonia, che non raggiungeremo mai.
 
Mio carissimo Vincent, ringrazio Dio e la comunità dei Canonici Regolari di sant’Agostino, che ci hanno permesso di conoscerci e di camminare assieme durante un piccolo tratto della nostra esistenza. Ti eri impegnato, e avevi preso la decisione di sostenermi e accompagnare il mio ministero con le tue preghiere e i tuoi sacrifici. Tutti i nostri incontri si sono svolti nel silenzio e nella preghiera. Ogni volta che Dio mi ha permesso di venirti a trovare, abbiamo pregato intensamente il Rosario, sotto lo sguardo della Vergine Maria. E siamo rimasti durante lunghi momenti in silenzio. Tu perché Dio ti chiedeva di essere un’offerta silenziosa per la salvezza del mondo. Io perché diventassi tuo allievo, per apprendere il mistero della sofferenza.
 
Osservandoti in silenzio, ho sempre considerato che il tuo volto splendeva. Il tuo corpo portava la sofferenza e il dolore. Ma sul tuo viso si poteva vedere una grande gioia, un’immensa pace e un abbandono totale a Dio. Pregando con te e ascoltando il mistero della vita, mi hai insegnato che le sofferenze e le gioie esistono insieme. Mi hai insegnato che la preghiera non asciuga le lacrime. E il silenzio ha insegnato a entrambi che l’unità della sofferenza e della beatitudine, è il segreto di Dio che dobbiamo accogliere nella fede e con una grande serenità. Quando, qualche volta, ti ho telefonato da Roma, la sola parola che tu volevi scolpire nel mio cuore, era: Sì, sì, sì! Eri diventato un Fiat continuo. Eri diventato interamente olocausto per un amore per Dio. Qualche volta non eri più capace di dire Sì, ma sentivo un respiro forte e doloroso. E mi hai rivelato così che l’espressione la più sublime dell’amore, è la sofferenza.
 
Ciò che Dio mi dava da percepire intuitivamente, tu stesso me ne dai conferma nel momento in cui ci lasci. In effetti, questa notte ho letto nel tuo diario personale questi pensieri di una densità spirituale eccezionale che hanno nutrito la tua vita interiore. Ti cito: “Credo che la sofferenza è stata accordata da Dio all’uomo in un grande pensiero di amore e di misericordia. Credo che la sofferenza è per l’anima la grande operaia della redenzione e della santificazione”.
 
Sì, la sofferenza è uno stato di felicità e di santificazione delle anime. Ad ascoltarti, sembra di sentire santa Teresa del Bambino Gesù, che scriveva: “Ho trovato la felicità e la gioia sulla terra, ma unicamente nella sofferenza, perché quaggiù ho molto sofferto”.
 
Ma per arrivare ad assumere in tal modo la sofferenza e per trovare la gioia nella sofferenza, oggi tu ci consegni il tuo segreto. Questo segreto io l’ho trovato nel tuo quaderno:
“Ogni giorno, mi rinchiudo in un triplice castello:
Il primo è il Cuore purissimo di Maria,
contro tutti gli attacchi dello spirito maligno.
Il secondo è il Cuore di Gesù, contro tutti gli attacchi della carne.
Il terzo è il Santo Sepolcro, dove mi nascondo vicino a Gesù contro il mondo”.
Questa mattina, la tua camera è vuota come il sepolcro, perché tu sei vivente.
Ti dico nuovamente il mio immenso grazie, Vincent, per ciò che sei stato per me e per noi.
 
Continua a pregare per i tuoi fratelli, i Canonici Regolari di sant’Agostino, per la Chiesa, per la tua famiglia e per noi. Anche noi preghiamo per te. Dio ci ha separati per un momento, ma restiamo uniti.
 
Tu sei di più in più profondamente nel cuore di Dio, ma rimani nel più profondo del nostro cuore. Ora che contempli il volto di Dio, prega per noi, per i tuoi fratelli i Canonici Regolari di sant’Agostino. Tu ci hai preceduto presso il Padre per essere nostro protettore. E imploriamo la misericordia di Dio su di te. Ti affido alla Vergine nostra Madre. Lei che invocheremo nell’ora della nostra morte.
Amen!






venerdì 1 aprile 2016

liturgia a buon mercato

NEANCHE FOSSIMO A TEATRO!

29.03.2016
 
 
Ricordo anni fa, il venerdì Santo la liturgia della adorazione della Croce, l’austero ingresso del sacerdote sul presbiterio, omettendo il segno della Croce, in una Chiesa nuda, disadorna, priva di ogni addobbo, con l’altare spoglio della tovaglia ed il tabernacolo aperto e vuoto il celebrante si prostrava a terra e lì, in quella posizione sostava alcuni istanti. Quando si è in quella posizione, che il sacerdote ha già vissuto prima nell’ordinazione diaconale e poi in quella presbiterale ( ed è parte anche del rito dell’ordinazione episcopale ) si sperimenta la sensazione del corpo che aderisce al pavimento, si sentono i bottoni della talare ( per chi la porta ancora ) premere sulla carne del petto, si percepisce il freddo del pavimento solitamente di marmo del presbiterio, che “aspira, succhia“ letteralmente il calore delle mani messe a protezione della fronte. Distesi in quella posizione nel più assoluto silenzio, rotto solo dallo scricchiolio dei banchi sotto il peso delle ginocchia e dei gomiti dei fedeli, si ascolta il proprio respiro e il battito del cuore riflessi e trasmessi dalla cassa toracica aderente al pavimento e compressa dal peso del corpo.
 
Oggi, di questi tempi, non sempre è usata la prostrazione, spesso i sacerdoti scelgono lo stare in ginocchio posizione più comoda. Così come al bacio della Croce ricordo che privi delle scarpe, ci si indirizzava verso il sacro legno in una processione fatta di piccoli passi e tre genuflessioni sino a giungere alla croce per consegnarsi ad essa attraverso un bacio, questa che assomigliava più ad una danza che ad una processione, non l’ho mai più vista fare così con il passare degli anni molti dei segni non sono più stati ripetuti e proposti, la liturgia è stata associata all’orologio, relegata nel tempo, mentre essa è fuori dal tempo, è evasione dal tempo, non ha tempo, malgrado si svolga nel tempo. Non ha tempo perché ogni atto liturgico è perenne, si …. la liturgia è perenne, continua, è gesto che propone l’Assoluto che non ha tempo, che è oltre il tempo dunque non può essere prigioniera del tempo.
 
Nella veglia pasquale le letture previste dalla sacra liturgia sarebbero sette , ma spesso e volentieri si riducono perché ciò che si attende è il potere consumare , come gesto comunitario, la fetta di colomba precedentemente preparata o in sacrestia o nella attigua piazza della chiesa o nei locali parrocchiali.
 
Se la liturgia è nel tempo è perchè è legata al precetto o peggio ancora al risvolto economico o perché è vissuta come professione allora i segni divengono gesti dunque non più segni. Nella santa Quaresima, non ci si prepara più alla Pasqua, preparando i fedeli ai segni, i fedeli non più catechizzati non sanno più leggere i segni che si compiono nella liturgia e tutto diviene parte del tempo cioè piatto, senza forma. La forma al tempo è data dal sentire, dal percepire, è data dal rendere segno il sentire, il percepire, il sacerdote è lì per trasmettere il sentire di Dio per l’uomo attraverso i segni, la liturgia, guai se riduce i segni, se non valorizza i segni o peggio ancora se li lega al tempo dunque a gesti slegati dal contesto. Non è questione di leggere velocemente o lentamente è il linguaggio del corpo che parla, come un dipinto, l’affresco del Giudizio di Michelangelo nella cappella Sistina non è una natura morta, e chi osserva è lì per percepire, attraverso quei corpi, attraverso quello statico movimento, il divino, che è quella parte di noi che ci è stata conferita con il battesimo.
 
Nella liturgia si percepisce la grazia di Dio cioè la vita divina che ci è stata conferita e che noi, Dio in Dio, viviamo. Il sacerdote ha questo impegno, ma ormai tutto è un decadimento totale, i segni sono l’orologio e il dopo funzione o il rifugiato o il carcerato a cui vengono lavati i piedi, non viene più letto il gesto, ma come in un teatro si assiste dalla platea o in galleria ad uno spettacolo che spesso non piace o nelle peggiori delle ipotesi non dice nulla. Anche le Chiese non hanno più lo splendore di un tempo, i fregi dorati hanno perso la loro splendore, i candelabri d’argento sono ormai neri ossidati, il cero pasquale in plastica nell’Exultet è presentato come il frutto del lavoro delle api, l’acqua lustrale spesso è contenuta in bacinelle di plastica tutto è ridotto, il divino è ridotto, perde il suo primario posto agli occhi e nel sentire dell’uomo.
 
Dobbiamo risollevare il capo e fare quadrato, magari meno gite e pellegrinaggi sicuramente più formazione e lectio divina, ciò vale per i preti ma anche per la comunità cristiana. Si deve ricominciare dal basso, dal catechismo, dall’uso del linguaggio e dei segni liturgici, dobbiamo dunque all’evangelicamente tornare bambini, basta con quelle conferenze dove tra il conferenziere, pagato profumatamente e l’assemblea vi sia lo spazio per qualche domanda, magari preparata, per poi chiudere entri tempo stabilito perché il conferenziere ha già riempito il portafoglio e non fa straordinari e poi deve incontrare in separata sede i borghesucci amici del prete che magari hanno finanziato la serata mentre gli altri esclusi devono andare a nanna.
 
Il prete deve fare ricrescere i suoi fedeli, pochi per volta, divisi in più gruppi, deve rievangelizzare, spiegare l’abc del nostro credo così può anch’egli crescere in ciò che è decresciuto, in un continuo ed estenuante lavoro che non permette certamente le pazze notti a Lisbona tra un “moiito“ e l’altro postato su face book in un falso pellegrinaggio …. E pensare che mentre sono qui a vagheggiare, tra pochi giorni il gruppo vacanze del clero della mia diocesi sotto la regia dell’agente dei viaggi (il V.), se la spasseranno dopo le fatiche d’Ercole della liturgia a buon mercato, tra l’altro parzialmente rimborsati, lasciandoci intendere il rigore del pellegrinaggio perché anche di questo si è perso il segno ed il significato della parola.
 

preghiera “people friendly”

Ripristinare l’elemento verticale e divino nella Chiesa del post - Vaticano II

La nostra adorazione deve riflettere la croce, con un'estensione orizzontale verso gli altri e un'estensione verticale verso il cielo




Non molto tempo fa guidavo una missione in una parrocchia dei sobborghi con un edificio ecclesiale moderno a forma di ventaglio. L’accoglienza che ho ricevuto è stata gentile e amichevole, e la gente era ansiosa di conoscere meglio la propria fede. L’adorazione era semplice e informale, ma calorosa e centrata sulla gente. Il fine settimana successivo ho guidato una missione in una delle nostre cattedrali storiche. Le due esperienze di adorazione e i due edifici ecclesiali non avrebbero potuto essere più diversi.

La cattedrale era piena di splendide opere d’arte. La musica era edificante e solenne. L’architettura era imponente e il soffitto a volta faceva elevare gli occhi e il cuore. Il modo migliore di descrivere l’esperienza della cattedrale è dire che era verticale, mentre la chiesa dei sobborghi era orizzontale. Tutto nell’adorazione nella cattedrale mi elevava verso il cielo, mentre tutto nella chiesa dei sobborghi faceva concentrare la mia mente e il mio cuore sulle persone presenti. Questo scontro tra verticale e orizzontale nel cattolicesimo americano riguarda più dei diversi tipi di edifici.

Dopo il Concilio Vaticano II, c’è stato un reale tentativo da parte dei teologi e dei liturgisti di democratizzare la fede cattolica e renderla più
Oltre al fatto che la liturgia veniva celebrata in lingua volgare, il sacerdote guardava i fedeli e l’assemblea sedeva in modo circolare o semicircolare intorno all’altare. L’edificio ecclesiale e la liturgia sono stati considerati molto più come il pasto condiviso della famiglia di Dio che come il santo sacrificio della Messa – offerto dal sacerdote a nome dei fedeli. La musica moderna che si è sviluppata nelle comunità cattoliche era spesso più concentrata sulla famiglia di Dio e sulla sua missione di cambiare il mondo che sull’adorazione e la lode offerte a Dio.

L’esperienza cattolica è diventata orizzontale, e troppo spesso l’elemento verticale è stato non solo dimenticato, ma intenzionalmente assente.
Ora, a cinquant’anni dalla rivoluzione del Concilio Vaticano II, molte comunità cattoliche stanno ristabilendo un po’ di equilibrio e rivalutando le priorità, scoprendo che perché la vita cattolica sia in equilibrio servono sia l’elemento verticale che quello orizzontale. Oltre a questo, verticale e orizzontale sono intrinsecamente collegati quando sono ordinati nel modo giusto.

Il modo migliore di capirlo è ripensare ai due grandi comandamenti di amare Dio e amare il prossimo. Quando è stato interpellato sui comandamenti, Gesù ha detto: “’Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente’. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’” (Matteo 22, 37-39). Insegnando questo, Gesù ha stabilito non solo che il rapporto verticale con Dio e quello orizzontale con il prossimo sono entrambi necessari, ma anche che c’è una priorità.

Amare Dio è la prima cosa. L’elemento verticale è quindi il più importante. Adorare Dio e imparare ad amarlo è il nostro primo compito. Da quell’amore divino impariamo poi ad amare il nostro prossimo. I due comandamenti sono legati come le due assi della croce. L’asse verticale va dalla terra al cielo e ci ricorda il primo comandamento, quella orizzontale si poggia su quella verticale e ci ricorda la necessità di proiettarci verso gli altri.

La maggior parte dei problemi nella religione cattolica per come viene vissuta attualmente deriva da una mancanza di equilibrio tra l’aspetto verticale e quello orizzontale. Quando i cattolici si coinvolgono talmente nelle questioni relative a pace e giustizia che finiscono per identificarsi in primo luogo con la propria convinzione politica piuttosto che con la propria fede, hanno sottolineato l’amore orizzontale per il prossimo fino ad escludere o a sminuire l’amore verticale di Dio.

Allo stesso modo, quando un cattolico si concentra talmente su adorazione, liturgia e preghiera da trascurare le opere di misericordia corporale può trascurare il bene terreno.

Bisogna ripristinare l’equilibrio. L’amore verticale di Dio viene realizzato dall’amore orizzontale del prossimo, e quest’ultimo è ispirato e rafforzato dal giusto amore verticale di Dio.

Quando condurrò una missione parrocchiale richiamerò ai fedeli queste verità ricordando loro che siamo chiamati a prendere su di noi la nostra croce e a seguire Cristo. Quando ci facciamo il segno della croce entrando in una chiesa, dovremmo ricordare come la croce stessa ci insegni l’importanza dell’elemento verticale e di quello orizzontale. Mentre ci facciamo il segno della croce, possiamo ricordarci di guardare prima in alto come segno d’amore per Dio e poi a destra e a sinistra a indicare l’amore pieno di Dio per il nostro prossimo.

Padre Dwight Longenecker è stato evangelico, poi anglicano e ora è sacerdote cattolico. Il suo sito è dwightlongenecker.com.
[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]