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martedì 3 maggio 2016

Prendere sul serio la Croce di Cristo


di Marco Mancini 

La domenica di Pasqua Canale5 ha trasmesso in prima serata The Passion of the Christ, il discusso film di Mel Gibson sulla passione e la morte di Gesù: è necessario chiedersi il motivo per cui tale pellicola continua ancora a impressionare gli spettatori, come mi hanno confermato amici e conoscenti che ne hanno descritto la visione come sconvolgente, tale da far loro addirittura riconsiderare il proprio rapporto con la fede.

Cosa c’è di tanto speciale nel film di Gibson? La risposta è semplice: c’è una Passione raffigurata in tutta la sua crudeltà e la sua concreta “materialità”, di cui spesso tendiamo a dimenticarci o che, comunque, tendiamo a dare per scontata. Noi tutti, che abbiamo assorbito il cattolicesimo con il latte delle nostre madri, che siamo cattolici “sociologicamente” prima ancora che nella professione di fede, spesso non riusciamo ad avere fino in fondo la consapevolezza della vicenda storica della Passione e della Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, tanto siamo abituati a sentirne parlare fin da bambini quasi fosse una “favola” per l’infanzia, o un racconto mitologico.
“The Passion of the Christ” ha ricordato a molti, anche in maniera brutale, che dietro il mistero della nostra Redenzione c’è un Sacrificio che non rimane sulla carta, che non è frutto di elucubrazioni teologiche o oggetto di teorizzazioni filantropiche, ma che è fatto di carne e sangue. È San Giovanni, non a caso testimone della crocifissione, a ricordarci nella sua prima lettera che Cristo è venuto “non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue” (1Gv 5,6). Senza l’esperienza della Croce, ha scritto Benedetto XVI, “quel che resta del cristianesimo è «acqua» - la parola senza la corporeità di Gesù perde la sua forza. Il cristianesimo diventa puro moralismo e questione di intelletto, ma gli mancano la carne e il sangue” (J. Ratzinger, Gesù di Nazaret, Rizzoli, 2007, p. 284).

Questo è lo scandaloso “materialismo” cristiano: bisognerebbe spiegarlo, ad esempio, al “filosofo” Galimberti, che dall’alto della sua abissale ignoranza ha accusato di incoerenza i cattolici che difendono la famiglia naturale e la natura procreativa del matrimonio, dal momento che – a suo giudizio – essi dovrebbero avere una visione “spirituale” e non “materialista”. Il Cristianesimo si distingue da tutte le altre fedi perché non è semplicemente una dottrina religiosa, o un insieme di precetti morali: esso è un fatto, che pretende di collocarsi all’interno della storia umana. Per citare il compianto Cardinale Giacomo Biffi, “il Cristianesimo è un fatto. E i fatti non si scelgono, i fatti sono”. L’atto di fede del cristiano, e del cattolico in particolare, si gioca anzitutto sulla credibilità storica di quanto raccontato dai Vangeli, dalla nascita di Gesù alla sua resurrezione.

La storicità del sacrificio salvifico di Cristo, del resto, non impedisce di coglierne la portata metafisica, cosmica e, per così dire, simbolica. René Guénon scriveva, nell’introduzione alla sua opera “Il simbolismo della croce”, che “si è troppo indotti a pensare che l'ammissione di un senso simbolico implichi l'esclusione del senso letterale o storico”: è senz’altro possibile sottoscrivere questa considerazione, facendo però i dovuti distinguo. Se per Guénon il fatto storico non è altro che il corrispondente simbolico, nell’ordine inferiore, di un principio superiore e metafisico, nell’ottica cattolica esso ne rappresenta invece la realizzazione, il pieno compimento. Non colgono dunque nel segno, risultando anzi risibili, tutti gli argomenti che vorrebbero ridurre i dogmi della fede cristiana a pallide imitazioni di altri culti ad essa precedenti o contemporanei, dalla religione egizia al mitraismo. Non c’è da stupirsi che elementi “archetipici” fondamentali della storia delle religioni (il problema dell’espiazione, la nascita verginale della figura messianica, il ciclo cosmico vita-morte-rinascita) ricorrano nell’epoca che precede la nascita di Cristo: ciò che conta è che tutto ciò trovi un compimento reale, concreto e storicamente documentato nella vicenda terrena del Dio incarnato in Gesù, che presenta peraltro notevoli elementi di originalità.

Si può dunque comprendere il fascino che il Cristianesimo nascente esercitò su una parte del mondo romano, da tempo ammaliato dalle suggestioni dei culti misterici orientali, fondati proprio sul ciclo vita-morte-rinascita e sulla “liberazione” offerta agli adepti dal rito iniziatico. A tale riguardo, è bene specificare che, con buona pace di una certa vulgata di stampo pauperistico, il Cristianesimo si diffuse anzitutto nelle classi agiate, tra l’aristocrazia di rango senatorio e anche negli ambienti della corte imperiale (vedi, tra le altre, l’opera di Marta Sordi “I cristiani e l’Impero Romano”). Cristo crocifisso, definito da San Paolo “scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani”, era pur tuttavia il Dio-uomo in cui quel ciclo cosmico aveva trovato la sua realizzazione, non solo simbolica ma concretissima. E ai suoi “adepti” era dato addirittura di cibarsi del suo Corpo e del suo Sangue, realmente presenti sotto le specie eucaristiche e offerti in sacrificio sulla Croce per la redenzione del genere umano.

Questo è, infatti, il significato principale della Passione di Cristo. L’umanità ha da sempre riconosciuto la necessità di purificarsi dal male, di espiare i propri peccati e reintegrare il mondo nella sua purezza originaria. Nella storia delle religioni è stato tradizionalmente utilizzato lo strumento del “sacrificio vicario”: animale, persino umano. Nell’Ebraismo antico, ad esempio, nel giorno dello Yom Kippur il coperchio dell’Arca dell’Alleanza veniva asperso con il sangue di un giovenco immolato in sacrificio di espiazione. Secondo le parole di Joseph Raztinger, “l’idea di fondo è che il sangue del sacrificio, nel quale sono stati assorbiti tutti i peccati degli uomini, toccando la divinità stessa viene purificato e così, mediante il contatto con Dio, anche gli uomini rappresentati da questo sangue vengono resi mondi”. Si tratta di un pensiero, prosegue Ratzinger, “che nella sua grandezza e, insieme, nella sua insufficienza è commovente, un pensiero che non poteva rimanere l’ultima parola della storia delle religioni”.
 
L’ultima parola, infatti, è Cristo, che pone termine all’età dei sacrifici trasformando se stesso in sacrificio unico e definitivo di espiazione, “per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati” (Rm, 3,25), secondo quanto predetto da Isaia attraverso la figura del “servo sofferente” (Is 53). Egli è l’Agnello di Dio, che prende su di sé (tollit) i peccati del mondo e si immola per la redenzione di tutto il genere umano. “In Lui Dio e uomo, Dio e il mondo sono in contatto. In Lui si realizza ciò che il rito del giorno dell’Espiazione intendeva esprimere: nella donazione di sé sulla croce, Gesù depone, per così dire, tutto il peccato del mondo nell’amore di Dio e lo scioglie in esso. Accostarsi alla croce, entrare in comunione con Cristo significa entrare nell’ambito della trasformazione e dell’espiazione”.

Quanti di noi percepiscono fino in fondo questo grande mistero? Quanti intendono realmente che nella Santa Messa l’unico sacrificio di Cristo si rinnova in maniera incruenta? Quanti hanno la consapevolezza di trovarsi sotto il Calvario, ogni volta che assistono alla consacrazione delle specie eucaristiche? Più semplicemente, quanti pensano davvero alla Croce di Cristo come a un evento storico che ci interpella qui ed ora e non può lasciarci indifferenti, e non a uno dei tanti simboli religiosi da ostentare o nascondere a seconda delle circostanze? Ben venga, allora, la Passione di Mel Gibson, se serve a scuotere le nostre coscienze e a darci la consapevolezza che, come recita l’Apocalisse e come il Crocifisso del regista australiano confida alla Madre lungo la sua ascesa al Golgota, Egli ha fatto nuove tutte le cose.
 

venerdì 1 aprile 2016

preghiera “people friendly”

Ripristinare l’elemento verticale e divino nella Chiesa del post - Vaticano II

La nostra adorazione deve riflettere la croce, con un'estensione orizzontale verso gli altri e un'estensione verticale verso il cielo




Non molto tempo fa guidavo una missione in una parrocchia dei sobborghi con un edificio ecclesiale moderno a forma di ventaglio. L’accoglienza che ho ricevuto è stata gentile e amichevole, e la gente era ansiosa di conoscere meglio la propria fede. L’adorazione era semplice e informale, ma calorosa e centrata sulla gente. Il fine settimana successivo ho guidato una missione in una delle nostre cattedrali storiche. Le due esperienze di adorazione e i due edifici ecclesiali non avrebbero potuto essere più diversi.

La cattedrale era piena di splendide opere d’arte. La musica era edificante e solenne. L’architettura era imponente e il soffitto a volta faceva elevare gli occhi e il cuore. Il modo migliore di descrivere l’esperienza della cattedrale è dire che era verticale, mentre la chiesa dei sobborghi era orizzontale. Tutto nell’adorazione nella cattedrale mi elevava verso il cielo, mentre tutto nella chiesa dei sobborghi faceva concentrare la mia mente e il mio cuore sulle persone presenti. Questo scontro tra verticale e orizzontale nel cattolicesimo americano riguarda più dei diversi tipi di edifici.

Dopo il Concilio Vaticano II, c’è stato un reale tentativo da parte dei teologi e dei liturgisti di democratizzare la fede cattolica e renderla più
Oltre al fatto che la liturgia veniva celebrata in lingua volgare, il sacerdote guardava i fedeli e l’assemblea sedeva in modo circolare o semicircolare intorno all’altare. L’edificio ecclesiale e la liturgia sono stati considerati molto più come il pasto condiviso della famiglia di Dio che come il santo sacrificio della Messa – offerto dal sacerdote a nome dei fedeli. La musica moderna che si è sviluppata nelle comunità cattoliche era spesso più concentrata sulla famiglia di Dio e sulla sua missione di cambiare il mondo che sull’adorazione e la lode offerte a Dio.

L’esperienza cattolica è diventata orizzontale, e troppo spesso l’elemento verticale è stato non solo dimenticato, ma intenzionalmente assente.
Ora, a cinquant’anni dalla rivoluzione del Concilio Vaticano II, molte comunità cattoliche stanno ristabilendo un po’ di equilibrio e rivalutando le priorità, scoprendo che perché la vita cattolica sia in equilibrio servono sia l’elemento verticale che quello orizzontale. Oltre a questo, verticale e orizzontale sono intrinsecamente collegati quando sono ordinati nel modo giusto.

Il modo migliore di capirlo è ripensare ai due grandi comandamenti di amare Dio e amare il prossimo. Quando è stato interpellato sui comandamenti, Gesù ha detto: “’Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente’. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’” (Matteo 22, 37-39). Insegnando questo, Gesù ha stabilito non solo che il rapporto verticale con Dio e quello orizzontale con il prossimo sono entrambi necessari, ma anche che c’è una priorità.

Amare Dio è la prima cosa. L’elemento verticale è quindi il più importante. Adorare Dio e imparare ad amarlo è il nostro primo compito. Da quell’amore divino impariamo poi ad amare il nostro prossimo. I due comandamenti sono legati come le due assi della croce. L’asse verticale va dalla terra al cielo e ci ricorda il primo comandamento, quella orizzontale si poggia su quella verticale e ci ricorda la necessità di proiettarci verso gli altri.

La maggior parte dei problemi nella religione cattolica per come viene vissuta attualmente deriva da una mancanza di equilibrio tra l’aspetto verticale e quello orizzontale. Quando i cattolici si coinvolgono talmente nelle questioni relative a pace e giustizia che finiscono per identificarsi in primo luogo con la propria convinzione politica piuttosto che con la propria fede, hanno sottolineato l’amore orizzontale per il prossimo fino ad escludere o a sminuire l’amore verticale di Dio.

Allo stesso modo, quando un cattolico si concentra talmente su adorazione, liturgia e preghiera da trascurare le opere di misericordia corporale può trascurare il bene terreno.

Bisogna ripristinare l’equilibrio. L’amore verticale di Dio viene realizzato dall’amore orizzontale del prossimo, e quest’ultimo è ispirato e rafforzato dal giusto amore verticale di Dio.

Quando condurrò una missione parrocchiale richiamerò ai fedeli queste verità ricordando loro che siamo chiamati a prendere su di noi la nostra croce e a seguire Cristo. Quando ci facciamo il segno della croce entrando in una chiesa, dovremmo ricordare come la croce stessa ci insegni l’importanza dell’elemento verticale e di quello orizzontale. Mentre ci facciamo il segno della croce, possiamo ricordarci di guardare prima in alto come segno d’amore per Dio e poi a destra e a sinistra a indicare l’amore pieno di Dio per il nostro prossimo.

Padre Dwight Longenecker è stato evangelico, poi anglicano e ora è sacerdote cattolico. Il suo sito è dwightlongenecker.com.
[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

domenica 21 febbraio 2016

Lettera ad un Vegetariano

Riflessione sul Vegetarianesimo (ma anche sulla Legge del Sacrificio e sul senso profondo dell’esistenza)





Sollecitato più volte, provo a fare qualche riflessione riguardo alla questione del Vegetarianesimo (e,  prendendo spunto da essa, anche su questioni un tantino più profonde, come la Legge del Sacrificio che pervade ogni aspetto di questa realtà) e persino sul senso dell’esistenza dell’uomo in questo mondo.

Personalmente, conosco molti  vegetariani e questo non mi crea problemi, almeno nella misura in cui tale atteggiamento non sfocia in un fanatismo sentimentali stico e aggressivo. Del resto, si può essere vegetariani per vari motivi. Anche i monaci cristiano-ortodossi, mi dicono, lo sono (ma dietro tale scelta non c’è alcuna motivazione “emotiva”, ma una ragione “tecnica”: certi cibi, la carne su tutti, hanno effetti “sottili” che possono ostacolare un certo cammino di contemplazione). 



Trovo invece discutibile e un po’ stucchevole il moralismo che punta l’indice contro “l’assassinio” degli animali e il fatto che essi vengano “sacrificati” per il nostro piacere. Ecco: in questi casi, credo che bisogna chiarire alcuni termini della questione.

Caro Vegetariano,
fermo restando che non andrebbe mai inflitta una sofferenza immotivata a qualsivoglia essere, qui secondo me ti sfugge un aspetto della Realtà in quanto tale. Ci piaccia o meno, infatti, esistere vuol dire già di per se immolare altri esseri al sacrificio.

La realtà stessa di questo mondo è dominata dall’occulta Legge del Sacrificio, che si traduce necessariamente in una forma di “violenza” e nell’immancabile “sofferenza” che essa provoca.
Nascere vuol dire infliggere sofferenza e dolore a nostra madre e immolare il suo sangue; coltivare una pianta e poi estirparla dal terreno è già un atto di “violenza”; camminare vuol dire calpestare e colpire la terra; consumare qualsiasi cosa vuol dire, già di per se, sottrarla ad un altro essere.
Ogni atto che compiamo in questo mondo proietta dietro di se un’ombra.

Chi mai ha pensato, portando all’altare la propria moglie, che in quel momento, forse, sta letteralmente “spezzando il cuore” (sta conducendo al sacrificio) altri uomini che vorrebbero stare al proprio posto e che quella stessa donna desiderano e forse amano esattamente come lui?
Ed elevandoci ad un piano superiore: forse che il Cristo all’atto di andare in croce non è cosciente di sacrificare, oltre che se stesso, anche le anime di coloro che umanamente lo amano, quelle dei suoi discepoli sgomenti, dei suoi fedeli scandalizzati, di sua madre piangente?
Questo avviene necessariamente perché il mondo in cui viviamo –la dimensione temporale dominata dal tempo, dalle nascite e dalle morti- NON è il Paradiso, ma tutt’al più  solo una sua ombra fugace. Nella dimensione edenica e paradisiaca, gli esseri manifestano ed espandono la loro natura in tutte le sue modalità e in armonia perfetta con gli altri esseri (essendo ogni essere nient’altro che una manifestazione particolare dell’Uno), ma in questo mondo della “divisione” e del polemos, del divenire e del conflitto permanente, questo non può avvenire.

Le immagini dell’orca che fa a pezzi un cucciolo di foca, del lupo che divora l’agnellino indifeso, potranno anche apparire crudeli ai nostri occhi, ma rispondono in realtà ad una spinta necessaria che ha lo scopo di innalzare gli esseri per ricondurli al loro Principio.

“La creazione geme” scrive San Paolo, perché ogni aspetto di questo mondo (o meglio, di questo piano della realtà) implica combattimento e sacrificio; e tutti i sacrifici – letteralmente il “diventare sacro” - hanno come scopo di riportare all’Uno ciò che qui appare “sparso”.
Questo non deve “scandalizzare” e non deve confondere.
Come i chicchi dell’uva devono essere schiacciati e spremuti per dare vita ad un buon vino, così è degli esseri che popolano il mondo.
Per l’uomo, che è Immagine divina, questo può avvenire direttamente, conformandosi ad una Legge Sacra e così giungendo alla salvezza e poi alla realizzazione spirituale; per gli altri esseri, al contrario, esso avviene attraverso il passaggio ad altri stati dell’essere o attraverso la partecipazione e la vicinanza all’uomo (credete forse che solo “per caso”, molti animali ricerchino la vicinanza di uomini santi, come dimostrano innumerevoli aneddoti riguardo alla vita di San Francesco, Sant’Antonio o San Serafino di Sarov?).


Il ruolo dell’uomo, da questo punto di vista, dovrebbe  essere (purtroppo non sempre lo è!) proprio quello di “riunire in se”, come Immagine di Dio, ogni aspetto della creazione: diventare pontifex, riportare il creato al suo Principio.
Non è forse questa, tra l’altro, l’occulta ragione dei sacrifici di sangue che tutte le Tradizioni antiche celebravano?
Ma per compiere tale gesto – che è poi il Sacrificio Supremo - l’uomo dev’essere davvero Immagine del Creatore e cioè santo.
“Tutta la creazione attende la rivelazione dei figli di Dio” scrive sempre San Paolo.

Un sapiente sacerdote, mi disse una volta:
“all’atto della resurrezione del santo, risorgono con lui anche gli esseri di cui si è nutrito”.
Cosa vi ispira questa immagine? Vi fa cogliere un certo aspetto “sottile” della realtà, indipendentemente dal fatto che la vogliate intendere in senso letterale o come “metafora” o come simbolo?
Pertanto, caro vegetariano e anche voi cari carnivori,
il vero nocciolo della questione non sta tanto nel consumare bistecche o tofu, kebab o riso in bianco. Come mi disse tempo fa un caro e sapiente fratello, la vera domanda da porsi dovrebbe essere:

“tu che stai mangiando costolette d’agnello o pane di segale: cosa stai facendo affinché questi sacrifici che compi nutrendoti non siano vani? La tua vita è abbastanza umana (e di riflesso santa e divina) da meritare questo sacrificio?”.


http://www.gianlucamarletta.it/wordpress/2016/02/vegetarianesimo/

venerdì 23 gennaio 2015

Fuori della Chiesa non c'è salvezza

Extra Ecclesiam nulla salus




"Fuori della Chiesa non c'è salvezza" recita un'antica formula. 
Una formula di quella Chiesa che, nel Credo, proclamiamo una, santa, cattolica, apostolica, romana. 
Seguendo l'insegnamento di S. Paolo Apostolo la Chiesa professa esservi un solo "Mediatore tra Dio e gli uomini" (1 Tim. 2,5): N.S. Gesù Cristo il quale, assumendo l'opera della nostra redenzione con la sua incarnazione passione morte e resurrezione, ha ristabilito tra gli uomini e il Creatore l'ordine turbato dal peccato di Adamo, riconducendo a Dio l'umanità traviata. 
Professa la Chiesa di essere stata istituita da N.S. Gesù Cristo, che riconosce per suo capo, e di protrarne e attualizzarne l'opera dispensando i sacramenti da Lui stesso istituiti, come strumenti di grazia e santificazione, ed offrendo al Padre celeste l'oblazione monda, continuando l'ufficio sacerdotale di Gesù Cristo, Sommo Sacerdote. 
Questo professa la Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica, romana. 
C'è chi ambiguamente insinua altri insegnamenti; c'è chi afferma che "la Croce, innalzata per la salvezza dell'umanità, è il punto 'omega' della storia e tutti gli uomini di ogni religione camminano verso questo, misterioso punto anche se lo designano con formule diverse". (*)
Di qui la convinzione che le religioni, tutte le religioni, devono essere "fasci di luce che disperdono le nebbie che avvolgono la terra", che esse sono "una straordinaria potenza di pace: in forme e modi diversi sono accomunate dallo stesso anelito verso l'assoluto, verso la verità, la bontà e la giustizia".(*) 
Eppure Gesù Cristo solo è la luce che squarcia le tenebre del peccato nelle quali l'umanità è ravvolta. 
È infatti scritto: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno va al Padre se non attraverso me" ( Gv. 14,6). 
E ancora: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come il mondo la dà, io la do a voi" (Gv. 14,27). 
Tutto il resto è inganno. ... 
Nell'ipotesi migliore; in quella peggiore è l'insegnamento di una chiesa 'altra': non più una, santa, cattolica, apostolica, romana. 

Fonte : Una Voce Italia - Notiziario N.106-107- Ottobre Dicembre 1993
Nota (*) : Dall'Omelia del Card. Carlo M. Martini per la Festa dell’Esaltazione della Croce, Duomo di Milano 14 9 1993.  

sabato 27 ottobre 2012

santa croce

A.D. 312 – A.D. 2012:

“In hoc signo vinces”

L’episodio che si ricorda in questi giorni è uno dei più celebri della storia. Accade esattamente 1700 anni fa e coinvolse quello che, all’epoca, era uno dei più potenti uomini di tutto l’Impero Romano e del mondo intero: Costantino. Il racconto è noto (1): il figlio di Costanzo Cloro, mentre combatteva per conquistare il potere, era colpito da dubbi religiosi e non riusciva a capire quale fosse la Verità, quale fosse il vero Dio. Iniziò allora a pregare con forza che l’Onnipotente lo illuminasse e, mentre lo faceva (erano oramai pomeriggio inoltrato, verso le tre), vide in cielo, sopra il disco solare, una croce luminosa, recante la scritta “εν τούτῳ νίκα” (“in questo [segno] vincerai”, universalmente nota nella sua versione latina “In hoc signo vinces”). Nonostante l’evento incredibile, ancora non riusciva ad interpretare bene cosa l’apparizione volesse significare. Giunta la notte, decise di andare a dormire e, mentre riposava, gli apparve Cristo con lo stesso segno che aveva visto in cielo, ordinandogli di farne una copia e di usarla come protezione dai nemici.
In seguito (2), nei pressi di ponte Milvio a Roma, sconfisse le armate di Massenzio e divenne il più importante uomo politico dell’epoca: era il 28 ottobre dell’anno 312.


La battaglia di Ponte Milvio, di Giulio Romano (1499-1546)

Questo racconto ha dato adito a diverse polemiche: si va da coloro che lo ritengono praticamente del tutto veritiero a chi lo ritiene un falso. In merito il beato Giovanni Paolo II ebbe a dire che “non possiamo constatare con certezza storica la verità di queste parole” (3), ma questo non comporta che sia necessario essere del tutto scettici. Come ha detto la studiosa Marta Sordi “Lo storico non è obbligato ovviamente a credere alla realtà della visione di Costantino, ma ben difficilmente, se non è prevenuto, può negare che l’uomo non abbia avuto un’esperienza religiosa eccezionale” (4).
Inoltre, ci sembra giusto rispettare una lunga tradizione che ha ritenuto l’episodio come vero, evitando quindi di accantonarla subito come “fantasia” o “invenzione”. In merito, oltretutto, abbiamo la testimonianza di Eusebio di Cesarea, il quale – raccontando l’evento nella Vita Constantini – afferma esplicitamente che la presunta apparizione è difficile da credersi, ma che lo stesso Costantino l’aveva raccontata in prima persona e aveva giurato si trattasse della verità (5). Tutto ciò, ci sembra, non è facilmente liquidabile, anche da un punto di vista storiografico.


Visione della Croce, della scuola di Raffaello (XVI sec.)

Anche il contesto è favorevole a riconoscere che qualcosa di importante era avvenuto: sull’arco che il Senato decretò fosse eretto al vincitore della battaglia di Ponte Milvio, non è riportato il nome di una divinità solare o di una divinità pagana, ma si parla dell’ispirazione di un Dio non definito (“instinctu divinitatis”). E Costantino, entrando a Roma, stupì molti quando decise di non salire in Campidoglio per offrire un sacrificio a Giove in ringraziamento della vittoria ottenuta. Evitiamo, qui, di approfondire questi aspetti; se qualcuno fosse interessato, potrebbe trovare utili i testi citati nella bibliografia in calce a quest’articolo.
Un altro elemento da prendere in considerazione, pensiamo, è il fatto che alcuni nostri fratelli nella fede cattolica, ma di rito orientale, venerano Costantino quale santo. Ora, non si tratta d’atto infallibile, né questo garantisce in maniera certa la veridicità dell’evento; tuttavia, ci sembra un’elementare forma di rispetto verso questi amici (ed anche, in chiave ecumenica, verso i fratelli separati ortodossi) il trattare la materia con delicatezza e senza disprezzo.
In ogni caso, se è vero che prove assolutamente certe non ne sono, nondimeno riteniamo esistano elementi che ci conducono a pensare come la visione della croce e il successivo sogno presentino, nella loro sostanza, elementi di veridicità.
Ci sia consentito comunque concludere, con il beato Giovanni Paolo II, che il significato della visione è certamente grande: “In hoc signo vincis, perché il segno della Croce è veramente il segno della vittoria.” (6); e con Benedetto XVI parlare dell’ “apparizione che gli [a Costantino, ndr] fece vedere, nella notte simbolica della sua incredulità, il monogramma di Cristo sfavillante” (7).

Note:
(1) Cfr. Eusebio di Cesarea, Vita Constantini, liber I, cap. XXVIII-XXIX.
(2) Cfr. Eusebio di Cesarea, Vita Constantini, liber I, cap. XXXVIII.
(3) Cfr. Giovanni Paolo II, dal Discorso del 17 gennaio 1993.
(4) Cfr. Marta Sordi, Ci vorrebbe un nuovo Costantino, Tempi n. 30, 21/07/2005, pp. 74s.
(5) Cfr. Eusebio di Cesarea, Vita Constantini, liber I, cap. XXVIII.
(6) Cfr. Giovanni Paolo II, dal Discorso del 17 gennaio 1993.
(7) Cfr. Benedetto XVI, dal Discorso del 14 settembre 2012.


Bibliografia generale:
Eusebio di Cesarea, Vita Constantini;
Marta Sordi, Ci vorrebbe un nuovo Costantino, in Tempi n. 30, 21/07/2005, pp. 74s;
Marta Sordi, Costantino e la “libertas Ecclesiae”, in Tracce. Litterae Communionis, febbraio 2005, pp. 24-26;
Marta Sordi, La svolta di Costantino, in Il Timone, luglio/agosto 2002, pp. 24-25;
Giorgio Falco, La Santa Romana Repubblica, Milano-Napoli, Ricciardi Editore, 1986, pp. 24-29;
John Henry Newman, Two essays on Scripture miracles and on ecclesiastical, Londra, Basil Montagu Pickering, 1870, pp. 271-286.

venerdì 6 aprile 2012

Le due Croci. Popule meus, quid feci tibi?

Le due croci




Soffrire non basta. Ci sono dei dolori sterili, ci sono dolori che diminuiscono. Il fuoco purifica, può anche disseccare e indurire
(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, p. 67).

Vi sono due tipi di sofferenza: la sofferenza che non va perduta e la sofferenza che va perduta.
(Charles Péguy, Un uomo libero, La Locusta, Vicenza 1964, p. 89)

Cristo ci addita il suo cammino che finisce a una croce; l’Anticristo ci spinge sul cammino opposto che finisce, anch’esso, a una croce. Sono due croci, l’una di fronte a!l’altra, nemiche. Oppure: all’Imitazione di Cristo corrisponde l’Imitazione dell’Anticristo. Sono due itinerari che hanno per comune mèta la croce, e dunque il dolore, e dunque il dolore e la morte. (Il male come il bene è incoronato di spine). Ma delle due croci l’una è splendente, l’altra tenebrosa. Tanto sull’una che sull’altra si soffre e si muore; tuttavia la morte sulla croce di Cristo, è, sappiamo, introduzione alla Vita Eterna; la morte sulla croce dell’Anticristo è assoluta morte: un corpo freddo, una fossa, il cadavere che si disfà, bachi e buio.
(Domenico Giuliotti, Nuovi pensieri d’un malpensante, Logos, Roma 1985, p. 30)



Popule meus, quid feci tibi? Aut in quo contristavi te? Responde mihi.
Quia eduxi te de terra Aegypti: parasti Crucem Salvatori tuo.

Hagios o Theos. Sanctus Deus.
Hagios Ischyros. Sanctus Fortis.
Hagios Athanatos, eleison hymas. Sanctus Immortalis, miserere nobis.

Quia eduxi te per desertum quadraginta annis, et manna cibavi te, et introduxi in terram satis optimam: parasti Crucem Salvatori tuo.

Hagios o Theos. Sanctus Deus.
Hagios Ischyros. Sanctus Fortis.
Hagios Athanatos, eleison hymas. Sanctus Immortalis, miserere nobis.

Quid ultra debui facere tibi, et non feci? Ego quidem plantavi te vineam meam speciosissimam: et tu facta es mihi nimis amara: aceto namque sitim meam potasti: et lancea perforasti latus Salvatori tuo.

Hagios o Theos. Sanctus Deus.
Hagios Ischyros. Sanctus Fortis.
Hagios Athanatos, eleison hymas. Sanctus Immortalis, miserere nobis.