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venerdì 21 aprile 2017

Il mix letale per Benedetto XVI

Il mix letale per l'Europa secondo Benedetto XVI

Ratzinger a un convegno in suo onore: "Il confronto fra concezioni radicalmente atee dello stato e il sorgere di uno stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici conducono il nostro tempo in una situazione esplosiva"



Il titolo del simposio organizzato dalla Conferenza episcopale polacca per i novant’anni del Papa Benedetto aveva per titolo “Il concetto di stato nella prospettiva dell’insegnamento del Cardinal Joseph Ratzinger-Benedetto XVI”, e quest’ultimo, dal buen retiro dei Giardini vaticani, ha spedito un messaggio che riassume in una manciata di righe il suo pensiero in proposito. Non solo, perché quella di Benedetto è una fotografia lucida sullo stato presente dell’Europa. “Il tema scelto – ha scritto Ratzinger – porta autorità statali ed ecclesiali a dialogare insieme su una questione essenziale per il futuro del nostro continente. Il confronto fra concezioni radicalmente atee dello stato e il sorgere di uno stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici conducono il nostro tempo in una situazione esplosiva, le cui conseguenze sperimentiamo ogni giorno. Questi radicalismi esigono urgentemente  che noi sviluppiamo una concezione convincente dello stato, che sostenga il confronto con queste sfide e possa superarle”.

Il Pontefice ha voluto sottolineare che il futuro dell’Europa passa solo dalla comprensione che un mix esplosivo la sta portando alla distruzione: l’ateismo (secolarismo spinto alle estreme conseguenze, dove del quaerere Deum che segnò la fortuna dell’occidente non v’è più traccia) e l’emergere sempre più prepotente del radicalismo religioso insito nei movimenti islamistici. Cioè della deriva politica di una precisa religione. Parole non troppo frequenti, oggi, nell’occidente alla ricerca dell’identità perduta.

http://www.ilfoglio.it/chiesa/2017/04/20/news/benedetto-xvi-pericoli-occidente-131094/#.WPpqZiAWgP8.facebook

mercoledì 19 aprile 2017

x una chiesa tutta in uscita

Quando la celebrazione della messa diventa una questione di contabilità

Il parroco del Veneziano che ha sospeso la celebrazione per mancanza di fedeli e le parole di Gesù: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”
 


Matteo Matzuzzi 

Roma. Magari il patriarca Francesco Moraglia quel cartello non l’avrebbe appeso sul portale della chiesa, ma tutto sommato la decisione di don Mario Sgorlon, il parroco che ha deciso di sospendere le messe nella chiesa delle Vignole per mancanza di fedeli, è ritenuta “comprensibile”. Dal patriarcato di Venezia spiegano al Foglio che “la situazione è originalissima”, essendo il luogo in questione periferico e abitato da poche decine di persone per lo più in età avanzata. E infatti, nella motivazione che ha portato già dallo scorso inverno il sacerdote a decidere di celebrare solo su richiesta di un congruo numero di fedeli (da quantificare, a quanto pare) c’è l’esiguo numero di partecipanti al rito. “Diciamo che riesco a officiare il rito circa una volta al mese. D’inverno, soprattutto, non viene nessuno perché fa freddo ed è umido, la gente si ammala e non esce di casa: una volta ci siamo trovati in tre. Insomma, celebrare così non ha senso”. E’ questo, semmai, il passaggio che stona: il senso di celebrare la messa con “poco” pubblico, quasi fosse una mera questione contabile. E poi, “tre” significa che qualcuno, volenteroso anche se anziano o ammalato, in chiesa c’era. E tanto basta, anche perché dopotutto, “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20), diceva Gesù, se può servire al caso di specie.





Troppe parrocchie e messe poco frequentate. Sacerdoti chiamati a guidare fino a 15 comunità, messe "non garantite". Un cambiamento sociale e culturale che affonda le radici negli scorsi decenni. Un'inchiesta 

Don Mario dice di non capire il clamore suscitato dalla vicenda, anche perché quel cartello è affisso da mesi e i residenti concordano con la scelta di ridurre al minimo la frequenza delle liturgie domenicali date le condizioni particolari (“originalissime”, appunto) della parrocchia. “A richiesta”, si fa sapere poi, le celebrazioni saranno ripristinate, magari in estate, quando le orde di turisti che calano su Venezia potrebbero rimpinguare le presenze sui banchi dei luoghi di culto cattolici, benché i precedenti – a detta di don Sgorlon – non inducano a essere ottimisti. “Sono qui a fare il parroco da oltre quindici anni e non era mai successo che fossi costretto a chiudere, ma così vanno i tempi. Non ci si può fare niente. Quando i fedeli torneranno, io sarò qui ad aspettarli”, ha sottolineato. 

Non è neanche un problema di troppe parrocchie da amministrare e di messe da far saltare per carenza di clero, come pure da tante altre parti d’Italia accade da tempo. Qui manca la folla. “Non ci vedo niente di strano, è il destino di tutte le piccole località”, sospira in tono un po’ inquietate don Mario, che dà l’idea di considerare ormai perso il recinto, con le pecore scappate e non più raggiungibili. 

Una resa, insomma, davanti a “questi tempi” in cui le folle non bussano alle porte delle chiese e quel senso religioso così vivo nell’Italia di qualche decennio fa è assai sbiadito. Non è valso neppure il laicissimo esempio di Giovanni Mongiano, l’attore sessantacinquenne che qualche settimana fa decise di andare in scena al Teatro del Popolo di Gallarate nonostante in sala non ci fosse nessuno. Glielo avevano detto, con imbarazzo, e alla fine l’unico spettatore era la cassiera del teatro. Un’ora e venti di monologo, senza saltare neppure una battuta. E non è valsa neanche la lezione di vita di padre Ernest Simoni, il prete albanese creato cardinale da Francesco che ha passato gran parte della vita in carcere e ai lavori forzati durante la dittatura di Hoxa: “Celebravo la messa tutti i giorni, a memoria, in latino, sfruttando ciò che avevo a disposizione. L’ostia la cuocevo di nascosto su piccoli fornelli a petrolio che servivano per il lavoro. Se non potevo utilizzare il fornello, mettevo da parte un po’ di legna secca e accendevo il fuoco. Il vino lo sostituivo con il succo dei chicchi d’uva che spremevo”.

domenica 3 luglio 2016

san Tommaso



Come Tommaso, anche noi dobbiamo toccare il costato di Gesù per consolidare la nostra poca fede. Questi piaghe le tocchiamo ora con il nostro spirito nel silenzio del nostro cuore grazie ai Sacramenti ancorati nella Scrittura e nella Tradizione.

mercoledì 11 maggio 2016

chiesa simpatica

«Non fate della Casa del Padre mio un luogo di mercato!»

        
 
«Non sta forse scritto: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti”? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!» (Mt 21,13; Mc 11,17; Lc 19,46).
«Portate via queste cose e non fate della Casa del Padre mio un luogo di mercato!» (Gv 2, 16).

Siamo all’aperitivo prima e dopo la messa!
 
Naturalmente hanno già messo le mani davanti contro chi, come noi, non poteva tacere, e così il presidente dell'assemblea "liturgica" ha voluto puntualizzare: “A chi si è confuso chiariamo che l’aperimessa è stata chiamata così per questioni di ‘simpatia’. Immaginavo che questa iniziativa non sarebbe passata inosservata. Non passiamo durante la messa con lo spumante e le tartine. Invece celebriamo la funzione in modo più che dignitoso, e poi lo stesso luogo eucaristico di condivisione, diventa luogo di festa. A chi non sta bene diciamo ‘arrivederci e grazie’, il cancello è aperto”.
 
Eh sì, con questa spiegazione ora stiamo tutti più tranquilli, la confusione si è diradata e grazie a queste parole, splende il sole, anche perché non avremo altra scelta, l’invito ad andarsene è categorico, altro che dialogo: “se non accetti la mia imposizione, la mia nuova aperimessa, te ne puoi andare!”
 
La Messa del Sacrificio perfetto di Cristo è diventata così “la messa simpatia”. Qualcosa ci sfugge, perché nel famoso “memoriale” della notte in cui Cristo fu tradito, non solo ci sembra molto diverso, ma sottolinea i momenti più drammatici di Gesù Cristo che nulla hanno a che vedere con “la simpatia”.
La Messa non è una questione di simpatia o antipatia. Le feste si fanno negli oratori parrocchiali — sono stati inventati apposta –, nel Tempio santo si prega e si adora Dio. Altrimenti, da «casa di preghiera», ne viene fatta «una spelonca di ladri» e un «luogo di mercato».
 
Non si tratta della messa, ma prima e dopo la messa celebrata “in modo più che dignitoso”; e ce lo vediamo sì, Gesù, mandare un biglietto al sacerdote con su scritto:
 
«La Vittima di quell’altare ti ringrazia per quel “modo più che dignitoso” con il quale celebri il suo memoriale. Una fatica, per il più che dignitoso, che deve esserti costato molto! Un grazie dunque per le briciole che mi dai e per lo sforzo. Ma per festeggiare prima e dopo il “mio sacrificio” (poiché non è affatto il tuo visto che ti diverti tanto nel celebrarlo), non ti conviene attendere la tua di morte e l’eventuale tua, forse, resurrezione? Ti ricordo anche che “prima e dopo la messa”, Io non ho festeggiato une bel nulla, Io mi sono semmai preparato al sacrificio prima della messa. Io ho sofferto, prima della mia Messa, nel Getsemani ho sudato sangue per te, mentre tu ora festeggi con un l'aperitivo. Dopo la messa ci sarebbe semmai il ringraziamento, non il festeggiamento, c’è l’andare in missione con la gioia della Pasqua, la mia risurrezione, ma che dovresti pagare con la tua offerta e il tuo martirio. Intendiamoci, a Me non dispiace la gioia, ma è la gioia che ho insegnato nel mio vangelo????? Non stai rubando la Mia Messa per vivere la tua messa? Se tu non sei d’accordo con la Mia Messa, e con il prima e il dopo, puoi andartene, tu, dalla Mia Chiesa che non è tua. Per ora ti benedico, perché sei sempre un mio sacerdote, ma stai attento perché, su questa strada, finirai per maledire te stesso».
 
Stiamo attenti: quando il Signore riprenderà in mano la sferza,
avranno poco da festeggiare.
 

mercoledì 20 aprile 2016

difficile essere cristiani quando dove ciò che conta è il fare

DIO NON E' UN BANCOMAT!




31.03.2016
 
Una considerazione sull’affermazione di che Pietro fa all’ingresso del tempio di Gerusalemme , in compagnia di Giovanni, rivolgendosi ad uno storpio dalla nascita che si trovava presso una porta di ingresso del tempio a chiedere l’elemosina. Pietro esclama: “ Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo Nazareno, alzati e cammina! “. Ora ciò che Pietro dice impegna l’intera comunità cristiana, dunque anche noi siamo impegnati dalla sua affermazione, dalla sua catechesi, proprio perché comunità cristiana, l’elemosina non consiste nel dare oro o argento cioè ciò che si possiede ma significa dare ciò che non si possiede o meglio ciò che possiede il Signore, la sua forza, la sua volontà, è la nostra dipendenza a Lui, noi diamo ciò che non ci appartiene ma che ci è dato perché possiamo invocare il suo nome.
 
 L’elemosina che aveva sino allora lucrato quello storpio non l’aveva mai portato a camminare, è il nome di Gesù, è nel nome di Gesù che l’elemosina porta profitto, il vero profitto, ciò che risolve ... e potremmo dire che è la fede di Pietro quella determinazione, quella preghiera cioè la certezza di essere esaudito, l’affidamento alla Provvidenza di Dio che compie l’atto, che materializza l’atto di fede, lo rende visibile, palpabile.
 
La Chiesa dunque, la comunità cristiana, ci dicono gli Atti degli Apostoli, non deve possedere né oro, nè argento meglio sarebbe dire che non deve possedere nulla, questo non vuol dire nel senso letterario del termine, la Chiesa non deve fare dei beni il suo unico scopo, beni dunque come mezzi mai come fini, come spesso, molto spesso accade.
 
La Chiesa, e Pietro la rappresenta tutta, deve produrre segni, certezze, che l’oro e l’argento e i beni in generale non producono, caso mai illudono, portano all’illusione che le certezze sono date dal patrimonio. Il cieco che raccoglie l’elemosina ( che è di per sé una insufficiente somma di denaro ) ma anche avesse raccolto oro e argento in quantità smisurata non gli avrebbe consentito l’uso delle gambe. Tra l’altro Atti mette in evidenza che lo storpio prega l’uomo per avere l’elemosina, cioè si rivolge all’uomo per avere il minimo, mentre non si rivolge a Dio per avere il massimo. Il gioco è sempre a ribasso, l’uomo non vuole puntare in alto, si accontenta di sguazzare nella melma, non è l’uomo che può portare conforto, questo lo sappiano bene, i Monsignori che si sentono realizzati perché si occupano di questioni sociali o peggio ancora quelli che si mettono la coscienza a posto infilandosi le mani in tasca sappiano che non è quello che chiede il Signore.
 
Il Signore fissa lo sguardo su chi è nella necessità come fa Pietro e chiama per avere una risposta, ciò che vuole è incrociare lo sguardo, quello è la risoluzione, non è certamente l’elemosina, non è l’aspettarsi il minimo, ma l’essere sicuri di ricevere il massimo, ciò che è fatto per me, ciò che devo ricevere, lo storpio non ha bisogno né di oro né di argento ma di camminare perché quello solo quello porterà eventualmente nelle sue tasche l’oro e l’argento.
 
Il Signore non è un dispensatore di servizi sociali, non è un bancomat o un self service, non è nulla di questo, il Signore è quello che fissa lo sguardo e attende di essere ricambiato con lo stesso gesto per incontrarci, perché quel nostro gesto di rimando, di risposta genera in noi la potenzialità quindi la potenza da cui l’atto.
 
Eppure ci danniamo l’anima in corse sfrenate per dare l’elemosina, lo facciamo perché incapaci di dare il Signore perché il Signore non lo possediamo più , ciò che risolve i problemi per la nostra mentalità sono l’oro e l’argento, ma questo non è cristianesimo è umanesimo. Cristianesimo sta nel non dare né oro né argento, ma il Signore, ciò che non ci appartiene, è dunque dare altro, l’Altro, il diverso da me, diverso perché non è consuetudine …. chiedete e vi sarà dato …. ma non secondo la mia … ma la tua volontà Padre. E’ difficile essere cristiani in questa diocesi dove ciò che conta è il fare per il fare, il produrre per appagarsi e sentirsi appagati dagli altri, dove il denaro è la risoluzione di tutti i problemi infatti la sua ricerca è sistematica e maniacale, ebbene è di grande conforto la riflessione di don Ferraris vicario di spessore, da non confondersi e paragonare con l’attuale che non gira certamente in bicicletta o in vespa ma è ben carrozzato, ebbene don Ferraris scriveva: “ se possiederete la carità manifesterete il Signore “, ma la carità è il Signore stesso, dunque ecco spiegato perché danno oro e argento perché non hanno altro da dare, perché non hanno più il Signore da dare perchè non è più in loro, lo hanno venduto per trenta denari, per una vita dispendiosa, comoda, da impiegato o da dirigente di una spa, non certo da prete.
 
 

martedì 12 gennaio 2016

il pentimento non basta

I divorziati e la Chiesa 
«Il sacerdote non è un notaio 
e il pentimento non basta»





BARI - Qualcosa è cambiato, nei rapporti tra i fedeli e la Chiesa Cattolica. La vicenda di un uomo divorziato e risposato, recatosi per la confessione a San Nicola alla vigilia di Natale, riaccende il dibattito su un concetto che con il Giubileo è diventato mediatico. In una lettera, che la Gazzetta ha pubblicato mercoledì 30 dicembre, l’interessato ha raccontato la propria delusione per l’assoluzione negatagli. E ha rivendicato la misericordia di Papa Francesco.
«Ma il sacerdote non è il notaio che ratifica una decisione già presa dal penitente» commenta don Nicola Bux, teologo, consultore in Vaticano, autore tra i più citati a livello internazionale. Il suo ultimo libro, “Come andare a messa e non perdere la fede”, è stato già tradotto in cinque lingue.
Ma l’assoluzione, ci ha scritto il nostro lettore, «va data a tutti quelli che si confessano».
«È un’affermazione assurda. Qui si confonde il perdono con il condono. Nella confessione, il sacerdote è allo stesso tempo giudice e medico dell’anima. Assolvere vuol dire “sciogliere”, ossia slegare il penitente dal legame con il peccato. È il sacerdote, non il fedele, che valuta se ci sono le condizione per assolvere o meno».
Il pentimento non basta?
«Il pentimento vero implica la disponibilità del fedele a sciogliere quel legame. Nel Vangelo Gesù Cristo dice: Va', e non peccare più. Mica va' e continua a fare di testa tua».
Il sacerdote ha ritenuto che non vi fossero le condizioni di cui parla?
«Certamente. Non si può pretendere l’assoluzione senza il fermo proposito di non peccare più».
E qui entra in gioco il Giubileo della misericordia.
«Concetto parecchio frainteso, negli ultimi tempi. Le regole non sono cambiate e i sacerdoti si attengono alla solita dottrina, tutti allo stesso modo, esattamente come tutti i giudici si attengono alla legge, senza eccezioni. Perché questo concetto è dato per scontato in tribunale e vorremmo sovvertirlo nelle chiese?».
È chiaro da che parte stia don Bux.
«Dalle parte di Gesù Cristo, ovviamente. Nessuno, su questa terra, ha l’autorità di cambiare le regole della sua Chiesa. Tant’è vero che dal sinodo è uscito un documento che non cambia assolutamente nulla, in materia di disciplina dell’eucaristia ai divorziati risposati».
Però, papa Francesco, a molti sembra intenzionato a cambiare rotta.
«Un altro enorme fraintendimento. Lo ha spiegato molto chiaramente il cardinale Muller, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, ossia il custode della fede cattolica, il quale afferma: “La dottrina non è una teoria costruita dagli uomini. Il magistero del Papa e dei vescovi non è superiore alla Parola di Dio”».
A giudizio del sacerdote il nostro lettore sarebbe ancor più peccatore in quanto faceva la comunione, nonostante avesse divorziato e si fosse poi risposato.
«E vorremmo fare una colpa al sacerdote? È Gesù Cristo che, nel Vangelo, decreta l’indissolubilità del matrimonio. E San Paolo mette in guardia dal ricevere il sacramento indegnamente. Come si può pretendere di accedere all’eucaristia, se non si è più in comunione con la propria moglie? È una contraddizione in termini. Ed altre ne emergono, da quella lettera».
A cosa si riferisce?
«Innanzitutto il dato di partenza. Il lettore si definisce “cattolico credente”, ma anche divorziato e risposato, il che tradisce l’indissolubilità del vincolo coniugale. Poi parla, testualmente, di uno “schiribizzo”, che lo avrebbe spinto a confessarsi dopo dodici anni di assenza dal confessionale. Ma almeno una volta all’anno, i cattolici hanno l’obbligo di confessarsi e di comunicarsi. È un tipico esempio di “cristianesimo fai da te”, che dovrebbe adattarsi alla nostre esigenze. Un fenomeno dal quale ci aveva messi in guardia il papa Benedetto XVI».
Ultima questione. La porta santa aperta nella Basilica, non rappresenta un percorso penitenziale speciale?
«Anche su questo bisogna fare chiarezza. Il peccato, un po’ come il reato, comporta la colpa ed una pena. La confessione assolve dal peccato, non dalla pena che sarà scontata nell’aldilà a livello soprannaturale. È a questo punto che entra in gioco il Giubileo che, in via straordinaria, serve ad assolvere anche dalla pena. Le porte della misericordia, nella Chiesa, erano, sono e saranno sempre aperte. Ma alle consuete condizioni. E i sacerdoti sanno che non devono cedere, non devono lasciarsi intimorire dalle opinioni dominanti».
http://ww2.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/home/1764/I-divorziati-e-la-Chiesa-.html

mercoledì 16 dicembre 2015

la situazione peggiorerà

Per risalire bisogna toccare il fondo


È mia impressione che la situazione peggiorerà. A volte le cose devono arrivare fino in fondo e allora vedrete il collasso di questo sistema clericale antropocentrico, sistema clericale, che abusa del potere amministrativo della Chiesa, abusa della liturgia, abusa della Parola di Dio, abusa della fede e della devozione dei piccoli in seno alla Chiesa. Poi vedremo l’ascesa di una Chiesa rinnovata. Questo si sta già preparando. Poi questo edificio clericale liberale crollerà perché non ha né radici né frutti.
S. E. Mons. Vescovo Athanasius Schneider

domenica 15 novembre 2015

“Don Camillo e don Chichì”

d. Camillo,  prete pre-conciliare alle prese col prete post-conciliare


Sapete qual è lo scrittore italiano più letto e tradotto nel mondo? Calvino? Moravia? No, sbagliato. È Giovanni Guareschi – insieme ad Oriana Fallacci -, il “padre” di Don Camillo.
Ovviamente nelle scuole pubbliche, così come nelle scuole cattoliche paritarie gestite da progressisti, Guareschi non è nel piano di studi scolastico. Troppo “cattolicamente corretto” per essere letto nelle scuole? Sicuramente sì. La Strega non fa mistero di aver letto tutti i libri di Guareschi dedicati a Don Camillo, di aver visto tutti i film e di collezionare i fumetti che stanno uscendo regolarmente dallo scorso anno.

Una volta qualcuno mi disse che gli scrittori sanno vedere lontano, qualche volta riescono a prevedere il futuro. Guareschi morì nel 1968 – il mitico ’68, l’anno che ritengo il più nefasto della storia dell’umanità – tre anni dopo la chiusura del Vaticano II. Prima di morire si dedicò alla stesura del quarto libro della saga, che fu pubblicato l’anno seguente, il 1969, in cui Guareschi racconta gli immediati anni del post-concilio e riesce a descrivere con sorprendente lucidità che tipo di sacerdoti sarebbe usciti fuori dai seminari in cui sarebbe stata applicata quella che Benedetto XVI ha definito “l’ermeneutica della rottura”.

Il libro fu intitolato “Don Camillo e i giovani d’oggi” ed è stato ripubblicato nel 1996 col titolo più appropriato “Don Camillo e don Chichì”. In questo libro, infatti, l’antagonista di Don Camillo non è Peppone, ma il suo vice-parroco, il giovane don Francesco,  soprannominato dai parrocchiani don Chichì.

Il vescovo manda don Chichì per “aggiornare” don Camillo sui cambiamenti liturgici. Il giorno che il giovane prete arrivò a Brescello, l’anziano parroco lo scambiò per un venditore di enciclopedie, perché si presentò “in borghese”: non indossava la talare. Per don Camillo, fiero e orgoglioso della sua “divisa”, questo è inconcepibile. Così gli impone di indossare l’abito, ma don Chichì – ecco la disobbedienza – “rimedia” indossando il clergy.

Don Chichì, però, non vuole un cattivo rapporto col suo parroco e gli dice di non essere venuto ad “insegnargli il mestiere”, ma semplicemente a fargli notare che il Medioevo è finito è che c’è stato un concilio. Per Don Camillo invece ciò che conta – pur rispettando tutti gli eventi della Chiesa e obbedendo senza sé e senza alla Chiesa – è che c’è stata, c’è e ci sarà la Redenzione di Cristo.



Già da questo emerge la gigantesca distanza fra d. Camillo e d. Chichì. Il primo completamente dedito a Dio e alla anime, il secondo ossessionato dai cambiamenti, dalle novità, dal voler a tutti i costi apparire come un “prete nuovo”. Ma, fra i due, il vero anticonformista è don Camillo: le mode non gli interessano.
Don Chichì si preoccupa di piacere a tutti, la preoccupazione più grande di don Camillo è che il Signore non smetta di aver misericordia con lui. Don Chichì dialoga col mondo, Don Camillo scherza e ride con Gesù.

Don Chichì insiste sui diritti dell’uomo, don Camillo insiste sul fatto che Dio non ci deve nulla e che abbiamo solo doveri nei suoi confronti. Don Chichì vorrebbe un mondo migliore, Don Camillo vorrebbe che in questo mondo ci guadagnassimo il paradiso.
Viene da ridere durante il momento dell’adeguamento liturgico. Don Chichì si compiace del nuovo “altare”: un semplice tavolo. “Don Camillo, non le fa pensare – chiede il pretino – alla Chiesa del primo millennio?”. Sapete, i “riformatori” sono ossessionati dai primi mille anni della storia della Chiesa. Chiamano “retrogradi” chi vuole usare il messale del 1962, ma loro, invece, tornando indietro di mille anni, pensano di essere all’avanguardia. Tipica contraddizione in termini e nei fatti dei neomodernisti. Infatti, a don Camillo il tavolo non fa pensare al millennio dei primi gloriosi martiri, ma ad una “tavola calda”.
Quando don Chichì vuole togliere la balaustra, don Camillo gli fa notare che non è il muro di Berlino, ma un grandissimo segno di rispetto, ma il pretino post-conciliare non vuol sentire storie: Dio non sa che farsene del nostro rispetto, vuole il nostro amore. Voi non rispettate coloro che amate?
Si capisce che don Camillo e don Chichì hanno due concetti diversi di cosa sia la liturgia cattolica: per il primo è adorazione, il ponte fra il cielo e la terra, per il secondo intrattenimento comunitario di stampo religioso.
Le buone intenzione – sono forse quelle che lastricano la strada per l’inferno? – di don Chichì non ottengono i risultati sperati: non solo i lontani non si avvicinano, ma addirittura i vicini si allontanano. È vero che don Chichì suscita curiosità e simpatia tra i giovani, ma nulla di più. Nessuno s’interessa a Cristo e alla Chiesa. Il “prete nuovo del post-concilio” infatti è solo la novità del momento, che presto perderà ogni interesse e sarà sostituita da altre novità. Quando qualcuno vuole riconciliarsi con Dio, vecchio o giovane, non va da don Chichì, ma corre da don Camillo, il quale resta affezionato al “vecchio arnese” del confessionale.

Don Chichì nonostante l’evidenza del fallimento della “rottura dal passato prossimo per tornare al passato remoto”, continua a non voler vedere – forse in seminario ha respirato più fumo di Satana che incenso – e sostiene che la barca della Chiesa sta affondando e lui ha preso la solenne decisione di salvarla. Don Camillo, invece, sa bene che sarà la Chiesa – questa “barchetta” che effettivamente sta perdendo acqua, forse in futuro ne perderà di più, ma che comunque continua e continuerà a rimane a galla – a salvare noi. Per don Camillo la Chiesa non è nata nel 1962, ma neppure è morta nel 1965.
http://www.papalepapale.com/strega/don-camillo-e-guareschi-prete-pre-conciliare-alle-prese-col-prete-post-conciliare/

venerdì 16 ottobre 2015

la Messa: il bene più prezioso

“Sulle memorie dal sottosuolo delle isole Solowki”.  In quel luogo alcuni sacerdoti a costo della vita celebravano il sacrificio della Messa con ardore e devozione. La loro testimonianza è per la Chiesa di oggi un grande monito. Come trattiamo le cose di Dio? Amiamo l’Eucarestia? Come celebriamo i santi misteri? Leggiamo la loro testimonianza: «Nel Mar Bianco, dove le notti sono bianche per sei mesi all’anno, l’Isola grande delle Solowki sorge dall’acqua con le sue candide chiese contornate dalle mura del Cremlino. In quel chiarore sembra non esservi peccato. È come se la natura, là, non l’abbia ancora raggiunto nel suo sviluppo: in questo modo Prisvim sentì le isole Solowki. Mezzo secolo dopo la battaglia di Kulikovo e mezzo millennio prima della Gpu [la polizia segreta] i monaci Savvataj e German attraversarono il mare di madreperla su una fragile barchetta e ritennero santa l’isola priva di animali rapaci. Con essi ebbe inizio il monastero di Solowki. Sorsero le cattedrali della Dormizione della Vergine e della Trasfigurazione, la chiesa della Decapitazione di san Giovanni Battista. La terra di Solowki risultò non solo santa ma ricca, capace di nutrire molte migliaia di abitanti (…) L’idea della guerra. Non è davvero possibile, in fin dei conti, che irragionevoli monaci vivano semplicemente, su una semplice isola. Mentalità carceraria. Ci si possono rinchiudere criminali importanti e c’è già chi farà da guardia. Non gli impediremo di occuparsi della salvezza della loro anima, ma intanto possono sorvegliare i nostri prigionieri. Pensò forse a tanto Savvatij quando approdò all’isola santa?». Così Alexander Solženicyn, in Arcipelago Gulag, descrive la nascita del sistema concentrazionario sovietico alle Isole Solowki (Arcipelago Gulag 1918-1956. Saggio di inchiesta narrativa III-IV, Milano, 1995, pp. 27-31).


Nel 1920 il monastero divenne l’archetipo dei lager di Lenin e con Stalin, nel 1929, una prigione. Sul suo modello se ne apriranno altri in Russia e in Europa. Vi furono internati i “nemici della rivoluzione”, tra questi il clero ortodosso, quello cattolico e gli intellettuali. Il freddo, la fame, i lavori forzati, le malattie, le fucilazioni, tra il 1923 e il 1939 condussero a morte quasi un milione di persone. Verbali, resoconti, per decenni coperti dal segreto, affiorano raccontando di «quest’epoca tremenda. Tanto tremenda che ciascuno deve rispondere di sé stesso» (Pavel Florenskij). I Fondi Russia e Pontificia Commissione Pro-Russia dell’Archivio Storico della Segreteria di Stato brulicano di “memorie dal sottosuolo”, memoriali di dolore e morte, ma anche di redenzione, riscatto e speranza. Il memoriale Mosca e Solowki, riassunto e florilegio dei ricordi di padre Donato Nowicki circa la persecuzione dei cattolici russi di rito orientale a Mosca e circa la deportazione di un certo numero di essi alle isole Solowki, narra la sofferenza sopportata con fede, coraggio e dignità, da un gruppo di sacerdoti, religiose e laici cattolici tra il 1922 e il 1938.
L’autore, arrestato il 12 novembre del 1923, fu ordinato sacerdote clandestinamente proprio sull’isola centrale dal beato Boleslaw Sloskan e morì in Polonia il 17 agosto 1971. Nelle chiese c’è corrispondenza fra esterno e interno: «Tramite l’ardore visibile dall’esterno il cielo discende sulla terra, viene introdotto nel tempio e ne diventa quel coronamento dove ogni cosa terrena viene coperta dalla mano dell’Altissimo, benedicente dalla volta azzurro-cupo del cielo» (Evgenij Nikolaevîc Trubeckoj, Contemplazione nel colore, Milano 1977, p. 8-9). Anche all’epoca tremenda del delitto e della barbarie alle Solowki, le cupole d’oro delle cattedrali della Dormizione della Vergine e della Trasfigurazione splendevano ogni giorno di Bellezza alla luce del sole. Come enormi ceri accesi, i campanili rifulgevano fra le distese nevose continuando a rimanere un remoto richiamo della città di Dio benché il loro interno fosse divenuto un “tritacarne” di destini. Forse alludeva a questo Evdokimov quando scriveva che «la Bellezza è un enigma, e se è vero che la bellezza salverà il mondo, Ippolit — un personaggio dell’Idiota di Dostoevskij — chiede di precisare “quale bellezza”. La bellezza, nel mondo ha il suo doppio. Anche i nichilisti amano la bellezza… come pure l’assassino Pëtr Verchovenskij» (Pavel Evdokimov, Dostoevskij e il problema del male, Roma 1985, p. 81). In quelle isole molti uomini non si accontentarono della propria integrità e indipendenza, a loro non bastò puntare a salvare l’umano nell’uomo, ma salvarono il senso stesso della vita contro il caos montante e l’assurdo: i monaci che riuscirono a creare nella dura natura del Mar Bianco un paradiso, i martiri che resero presente Cristo e umana e divina la vita nell’inferno del lager.
Al centro del memoriale padre Nowicki pone, quasi come atto fondativo della solidarietà spirituale che strinse i martiri e confessori della fede nell’arcipelago, una circostanza precisa: «Ci riunimmo per la prima volta alla cappella di San Germano il giorno di Natale del 1925; e da allora ogni domenica e ogni giorno di festa noi siamo tornati con grande gioia e riconoscenza verso la Provvidenza Divina». Pensare al Natale del 1925 può far bene anche a quello di oggi. «La persecuzione dei cattolici russi cominciò nel 1922 e il primo gruppo arrivò a Solowki nel giugno del 1924. Nell’isola di Kondo furono trattati relativamente bene, come prigionieri politici». Qui «padre Nikolas Alexandrov, che era molto attaccato alla Santa Eucaristia, cominciò a pensare al modo per celebrare la Santa Messa, ma siccome mancava l’antimension [specie di corporale contenente le reliquie per il Rito orientale] non saliva l’altare». Dieci mesi dopo da Kondo furono trasferiti nel campo di concentramento dell’isola centrale, non più come prigionieri politici ma come controrivoluzionari puniti per delitti di religione (Tzerkowniki) e assegnati ai lavori forzati. Con grandi restrizioni, fu concesso l’uso della cappella di San Germano. La inaugurarono, appunto, il giorno di Natale del 1925, solo con la preghiera, giacché mancava l’antimension.
Alla fine di maggio del 1925 giunse la notizia che la Santa Sede aveva concesso il privilegio dell’uso del corporale latino in caso di assenza dell’antimension «purché il celebrante della prima Messa si unisse col pensiero alle reliquie dei Santi della chiesa più vicina. Allora [padre Nicolas] cominciò a celebrare. Pieno di zelo verso il Mistero dell’Eucaristia egli si alzava, malgrado le fatiche della giornata tutta occupata dai lavori forzati, verso le cinque del mattino e andava alla cappella distante due chilometri e mezzo. In inverno era buio e la strada completamente coperta di neve. La nostra cappella mancava di tutto, ma abbiamo messo tutto lo zelo per ornarla di ciò che era necessario al culto e per abbellirla. Si costruì un altare, si fece restaurare l’icona della Santa Vergine. Il lavoro fu fatto da uno dei nostri parrocchiani che conosceva la pittura. Le suore confezionarono tutti i paramenti per il culto. All’inizio avevamo un solo parato rosso, ma due anni dopo ne avevamo quattro completi di colore diverso».
Nel campo fiorì la preghiera, sbocciarono le vocazioni e si operarono conversioni. «Nell’estate del 1925 arrivò il primo prete di rito latino padre Leonard Baranowski; anche lui non poté celebrare la Santa Messa dato che era impossibile soddisfare esattamente tutte le esigenze della liturgia e delle rubriche». Le suore confezionarono allora i paramenti per il rito latino e un cattolico tedesco costruì la macchina per fare le ostie. Non fu trascurato nulla di ciò che il rito prescriveva: quando tutto fu pronto, allora cominciò. Per tali sacerdoti martiri e confessori della fede la Messa era il bene più prezioso al mondo: era il luogo dove Dio assumendo la carne dell’uomo nasceva di nuovo, saliva il Calvario per offrirsi in sacrificio e risorgere. Lì dove l’uomo in carne e ossa non valeva nulla, lì dove di diritti dell’uomo nessuno parlava, questi uomini avevano piena coscienza che la Liturgia è diritto di Dio. I sacerdoti difendevano in tutto e per tutto questo diritto anche a costo di essere scoperti e fucilati all’istante. Il Messale, che codificava il diritto di Dio che avevano ricevuto in dono, lo applicavano con grande amore in quei luoghi di odio, di orrore, di ghiaccio e di morte. Un bell’esempio per noi che non abbiamo questo genere di costrizioni e abbiamo tutta la possibilità di celebrare la Santa Messa con tutta la solennità e la ricchezza del culto richiesta dalla Santità di Dio. La vita era difficile, ma «l’idea di abbandonare una lotta che appariva ineguale la respingemmo. Sapevamo che non avremmo resistito alla depressione morale che invase dopo qualche tempo molti deportati a Solowki, se non ricorrevamo alla Santa Eucaristia, che sola poteva assicurare le forze necessarie per resistere. A quella situazione di depressione opponemmo la fede nella Provvidenza, confidando nelle forze che venivano dal Santo Sacrificio e dallo spirito di carità che ci univa in una sola famiglia».
Nell’estate del 1927 aumentò il numero dei sacerdoti cattolici deportati, orientali e latini. La gran parte dei sacerdoti celebrava ogni giorno, organizzati in turni, nella cappella o nelle camere. Annota padre Nowicki: «Ringrazio Dio, d’essere stato alle Solowki. Molte volte ho sentito in quel luogo di sofferenza come un soffio del cielo, e veramente ho vissuto momenti di profondissima gioia. Noi seguivamo il principio domenicano: vedere tutto con gli occhi della fede, essere sempre nella gioia, servire la verità e gioire di essa in ogni momento». In questa situazione padre Nowicki ricevette il suddiaconato dall’Esarca Leonid Feodorov, anche lui deportato. Per l’ordinazione diaconale e sacerdotale si attese l’arrivo di monsignor Boleslaw Sloskan: «Desidero così ardentemente di tenere il mio Salvatore nelle mie mani e di offrirlo per la salvezza delle anime in questi tempi terribili». L’ordinazione avvenne il 5 settembre del 1928 alle 5 del mattino. «Arrivai con l’abito laico, solo in cappella indossai la talare. Il vescovo non aveva né mitra né pastorale; tutto si svolse nella più grande semplicità e povertà che ricordava le catacombe; avevamo la percezione che la Grazia riempiva la nostra povera cappella e comprendemmo bene le parole del Salvatore: “Io sono con voi fino alla fine dei tempi”. Alle Solowki, il Signore è stato con la sua Chiesa. Il 7 settembre la solennità fu ancora più commovente. Non ho potuto trattenere le lacrime di gioia quando monsignor Boleslaw mise le sue mani sul mio capo pronunciando le parole Accipe Spiritum Sanctum e quando dopo di lui gli altri preti, che avevano sofferto per la fede, fecero lo stesso. Fui intimamente convinto che la grande forza, grazie alla quale io potevo servire Dio in prigione, era la Messa».La Gpu si rese conto che non riusciva a deprimere il morale e che i cattolici prendevano le loro forze dalla liturgia. Vietarono, allora l’uso della cappella di San Germano. Le celebrazioni continuarono nella clandestinità delle stanze, ma il 19 gennaio del 1929 una retata tolse ciò che serviva al culto. Si salvò quel che era nascosto.
«Allora chiesero l’uno all’altro se dovevano continuare a dir messa sotto il costante pericolo di rappresaglie — continua padre Nowicki — l’Esarca disse: “Ricordatevi che le Messe che noi diciamo a Solowki potrebbero essere le sole che dei preti cattolici dicono in Russia e per la Russia”». Continuarono a celebrare nonostante la vita fosse durissima: di notte sottoposti a rumore continuo, di giorno ai lavori forzati che consistevano nel trainare, come cavalli, dei carri per 7-10 chilometri. Dopo la Pasqua del 1929 furono trasportati nell’isola di Anzer. Si ritrovarono con grande gioia ancora insieme a Froitzhaia e iniziarono da capo a dir Messa; dapprima nella foresta, poi nel sottotetto di una delle baracche dove abitavano.
«L’inconveniente era che in essa non si poteva stare in piedi, tanto era bassa. Dicemmo Messa sempre in ginocchio, tre per volta, dando la possibilità così a un gran numero di celebrare ogni giorno». Ad Anzer celebravano «con l’intenzione di riparare davanti a Dio tutto il male che si faceva in Russia. Gli agenti bolscevichi si resero conto di questa determinazione; uno di loro un giorno disse che era inutile la lotta con noi perché “Dove c’è un prete cattolico, c’è una Messa”». Continuavano le perquisizioni e gli interrogatori. «Nei primi giorni di luglio del 1932, dopo aver sotterrato gli oggetti di culto che non potevamo portare, fummo inviati a Leningrado per essere da qui trasferiti in Polonia». I trasferimenti erano delle espulsioni, attraverso salvacondotti, ottenuti come scambio di prigionieri. In silenzio operava la Pontificia Missione di Soccorso voluta da Pio XI, fin dal 1921, per alleviare le sofferenze delle popolazioni della Russia e dell’Ucraina sotto il giogo comunista e colpite dalla fame. Nei mesi di ottobre e novembre del 1937 la maggior parte del clero cattolico russo e i fedeli che erano rimasti alle Solowki insieme agli ortodossi e agli altri furono giustiziati in una grande esecuzione di massa. Commenta padre Nowicki: «Oserei affermare che dal 1924 al 1932 in tutti i nostri sforzi di celebrare il Santo Sacrificio per farne il centro della vita religiosa, noi abbiamo agito con spirito di fede. Perché tutta la forza della fede cattolica consiste nel non sottomettersi allo spirito dei nostri tempi, nel non piegarsi davanti ai forti di questo mondo, ma cercare d’essere obbedienti alla volontà di Dio e di servirlo come lui desidera. È consolante riconoscere che ovunque, sempre e in tutte le circostanze della vita, il cristiano può con l’aiuto della Grazia, che non manca mai, cantare la lode di Dio anche in queste terribili Isole di Solowki».
Al sacrificio redentore della Pasqua si mescolava ogni giorno il sangue dei martiri e dei confessori; Natale e Pasqua, Incarnazione e Redenzione, vita e morte e di nuovo vita nella liturgia si fondono. Nella terra bella delle Solowki, che la santità dei monaci aveva reso simile al paradiso, e che l’arroganza dell’ideologia aveva trasformato nel più brutto dei mondi possibili, si attuava la discesa della Bellezza che salva il mondo e lo riscatta. Questa discesa appariva umiliata e sconfitta, invece era germe di rinascita, era Il seme sotto la neve (cfr. Ignazio Silone). Molti dei prigionieri ne avevano piena coscienza. Perciò alla messa non rinunciarono mai: era riscatto anche per chi non lo sapeva, era espiazione per chi non lo immaginava, era la Redenzione del mondo intero. Tutto ciò indissolubilmente congiunto alla gioia che viene dalla bellezza della vittoria definitiva del Dio-uomo sull’uomo fiera, gioia cui diamo spazio col nostro personale sacrificio”.
M. Agostini pubblicato dall’Osservatore Romano il 28 Dicembre 2013 

martedì 25 agosto 2015

una bellissima chiesa moderna

Una bellissima chiesa moderna, nella più pura tradizione francescana: la nuova chiesa della St. Anthony's High School




Chi ha detto che non c'è più speranza e che tutte le chiese nuove ormai sono mostruose costruzioni di cemento armato deforme?
Dall'America spira un'aria nuova. Come al solito qui in Europa, fra cinque o sei anni, imiteremo l'ultimo trend che già oggi si impone oltreoceano. Date un'occhiata, per esempio, a questa splendida chiesa francescana costruita come cappella di una scuola superiore gestita dai frati a South Huntington (New York). Iniziata nel 2007 è stata portata c compimento il mese scorso.
Una chiesa che rappresenta al meglio il movimento dell'altro moderno che si sta profilando nell'architettura religiosa di miglior specie. Un esempio di nobile semplicità (richiesta dal gusto contemporaneo e dalle direttive di Sacrosanctum Concilium), ma in perfetta sintonia con la tradizione cattolica. L'uso di materiali quali pietra, legno e marmo (e non l'orrido cemento-faccia-a-vista), insieme alle proporzioni, desunte da una cappella spagnola del XII secolo (Fuentidena chapel), smontata e ricostruita presso il museo Cloisters di New York, ci pongono nella scia dell'ermeneutica della continuità in ambito costruttivo.

Ecco le foto, tutte prese dal sito New Liturgical Movement (cliccate per ingrandire). Se volete approfondire, qui c'è un articolo del 2008 al frate amministratore responsabile del progetto della nuova chiesa scolastica.





tetto in capriate di semplicissimo legno e la statua di Sant'Antonio, vecchia di cent'anni (che per l'America non è cosa da poco!)


Il bassorilievo dell'altare proviene da una chiesa italiana, ormai chiusa, del XV secolo. Peccato la scelta americana delle candele per terra... Il tabernacolo è centrale, in una nicchia in apex presbyterii. Rappresenta la Porziuncola di San Francesco ridotta a dimensioni di tabernacolo. Fattura pregevole, tuttavia non una scelta delle più felici: ma sapete che il feticismo francescano non ha confini.



Il crocifisso grande e sospeso è invece in pieno stile medieval-francescano. Si impone per la sua centralità e dimensione. E' stato scelto un crocifisso di San Damiano scolpito in Trentino. Il nostro gusto italico prediligerebbe una copia a mano dell'icona dipinta; ma per i ragazzi della St. Anthony un po' di 3D non guasta.


L'affresco sulla volta dell'abside merita qualche parola in più. Nella mandorla la Madonna in trono con il Figlio è copiata dalla cappellina spagnola già citata. In purissima continuità con lo stile francescano abbiamo ai lati della Vergine, Francesco (a destra, posto d'onore per il Fondatore) e Antonio (speculare a Francesco, suo più perfetto imitatore e secondo santo dell'Ordine). Poi abbiamo Chiara, la Madre accanto al Padre. Dall'altra parte san Bonaventura, vestito da cardinale, dottore della Chiesa accanto al dottore evangelico.
Infine San Pio da Pietrelcina, ultimo canonizzato tra i grandi santi francescani, e dall'altra parte santa Elisabetta d'Ungheria, patrona dei Laici francescani.
Dietro i santi vediamo dipinti, con una certa audacia, ragazzi e ragazze in preghiera, vestiti con la divisa scolastica della St. Anthony's School. Una scelta moderna ma in linea con il modo antico di rappresentare i viventi, soprattutto i committenti dell'opera, inginocchiati a pregare i santi a cui hanno dedicato il luogo di culto.
L'autrice è la professoressa d'arte della scuola Jennifer Baldwin-Schafer, che è stata assistita nella realizzazione da 70 apprendisti, tutti studenti della medesima scuola.

La cappellina originale da cui è venuta l'ispirazione:


Alcune fasi della costruzione prese dal blog Roman Catholic Vocations





Testo preso da: Una bellissima chiesa moderna, nella più pura tradizione francescana: la nuova chiesa della St. Anthony's High School http://www.cantualeantonianum.com/2010/07/una-bellissima-chiesa-moderna-nella-piu.html#ixzz3hkICh7ET
http://www.cantualeantonianum.com 

venerdì 27 marzo 2015

“semplici” e “piccoli” con papa Francesco

Essere “semplici” e “piccoli” 



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Ogni giorno vedi che si vorrebbe inibire il ragionare dentro la Chiesa con la solita mappazza del “per non scandalizzare i semplici”, i “piccoli”. Ma guardate eh, questa è una cosa che mi indigna proprio. Stavo leggendo La Croce quotidiano di oggi, si parlava, e in termini giusti, di “quel certo pregiudizio verso la cultura cattolica”. Il che va bene se ci riferiamo a qualcosa che risale ad almeno due secoli fa, perché salvo le voci polemiche nate nell’Ottocento, comunque sporadiche (e in Italia solo in risposta ai risorgimentalismi: pensiamo ad Albertario, alla Civiltà Cattolica … di un tempo), dalla “cultura cattolica”, essiccata, disadorna, ripetitiva, ripiegata su se stessa non è più venuto niente.
È ‘na vita che non produce più nulla, nulla di decente almeno, che non faccia arrossire uno che è abituato a studiare sui testi sacri dei gotha laici e che in effetti hanno condotto e conducono, e spesso in gran stile, battaglie culturali. Degne di questo nome. Il cattolicesimo si è lasciato scoraggiare invece dalla sindrome del minoritario, sino ad accettarne l’irrilevanza, ignorando invece una costante: sono proprio i gruppi “minoritari” ad essere creativi, lievito, a fare la storia … ma tant’è!
La domanda allora è: al di là del pregiudizio degli altri, esiste una Cultura cattolica? Del resto chi ne avrebbe gli strumenti, all’interno della Chiesa, per fare cultura cattolica non solo non lo fa, ma pateticamente si mette a rimorchio delle, spesso, più triviali vulgate e modazze secolariste del momento. A parte questo, c’è dell’altro.
Io non sono del tutto convinto che vi sia un “pregiudizio” altrui verso la cultura cattolica, e quando c’è non sempre è del tutto ingiustificato, anche perché il livello di certi cattolici è talmente infimo da far vergogna talune volte, in presenza di estranei (e la cosa più grave di tutte è la mancanza di fantasia, in genere rimpiazzata con le carnevalate). Esiste un complesso cattolico rispetto alla cultura secolare, ed è vero: ma questo pure è ben lungi dall’essere del tutto ingiustificato. Se complesso c’è è perché, alla base, si avverte o constata una deficienza. Che diventa tanto lacerante se si pensa che mai nella sua storia la Cattolica andò a rimorchio delle correnti di pensiero, artistiche, tecniche, delle novità nel loro complesso: le anticipò. E le dominò magnificamente: era il mondo ad andare al rimorchio dell’intelligenza vulcanica della Chiesa.
Per questo mi indigno spesso. Ma perché ogni giorno mi trovo dinanzi a un mondo cattolico che è misero, misero proprio umanamente: nessun’aquila, nessun animale delle cime, sembra piuttosto una sotto-fauna che non concepisce, non tollera, non comprende che dentro la Chiesa si possa e si debba discutere, che anche le idee nella Chiesa hanno un loro luogo naturale, una ragione, un senso; che il confronto tra i fedeli sulle cose, gli uomini e gli assoluti, è possibile oltre che doveroso. Che in questo senso la prima famiglia cristiana, quella che si riunì sino all’ultima cena intorno al Messia, dette esempio di capacità di critica audace, virulenta in certi momenti: ci fu mai dialettica più franca di quella tra Gesù e apostoli? tra apostoli e apostoli? tra discepoli e farisei? Tutta la storia della Chiesa è una sontuosa, magnifica, altisonante diatriba tra vescovi e preti, teologi e cardinali, santi e papi, eretici e inquisitori.
Ma no, oggi non è possibile, né in Chiesa, né sui giornali cattolici, nemmanco su facebook, perché immancabile arriva tracotante e velenosa la donna dei rosari perennemente “scandalizzata” da tutto e tutti che s’intromette per dire papalepapale «non bisogna scandalizzare i semplici».
Allora, dico io, i semplici non ascoltino e se ne stiano a pregare e non rompano i ..... alla gente con un cervello, anzitutto! Primo. Secondo: io ho la nettissima impressione che questa gente che si sente “semplice”, spaventata dallo “scandalo” dato ai fantomatici “piccoli” dai famigerati “critici” … questa gente qui mi dà l’impressione che non sia semplicemente … semplice: ma che sia proprio in stato di minorità, mentale. E che per preservazione del semplice in realtà intendano una sorta di diritto all’idiozia, o meglio: al mantenimento della cattolicità a un livello molto down, in un limaccioso e asfittico stato medio di permanente minorità. Una palude biascicante pietismi e boccheggiante sentimentalismi, con gli occhi sbarrati e saturi di terrore nel vedere aleggiare nell’aria qualcosa che vagamente somigli a un pensiero sulla Chiesa: orrore degli orrori! Minorità appunto. Mentale, culturale, morale, che alla fine diventa difetto di fede. È l’antica tentazione di uno spiritualismo mondato da ogni logos, scisso dalla ragione, e che presto si scinde anche dal mondo. Paradossalmente precipitando, infine, nella mondanità: disabituati a pensare, finiscono per pensarla, volta per volta adeguandosi, come il mondo, facendosi sbatacchiare da tutte le sue ventate ideologiche di grido. I “semplici” dice, sempre pronti a essere “scandalizzati”… mentre invece dovrebbero loro stessi essere scandalo, per il mondo.
Ma signori miei, essere “semplici”, per come l’intende davvero la Chiesa, non significa essere dei beoti. Nella Chiesa il primato ce l’ha la fede, certo, ma dopo la fede viene l’intelligenza, anzi: fede e intelletto stanno sullo stesso podio, condividono il medesimo primato. “Dopo”, al secondo o al terzo posto, non viene affatto l’idiozia: semplicemente perché l’idiozia, scambiata in un equivoco pazzesco con la “semplicità”, non ha alcun posto, questa sì, dentro la Chiesa: ne è fuori, a prescindere. Ma non lo dico solo io, lo diceva pure Ratzinger: «Se una cosa è stupida, semplicemente non può essere cattolica».
Se essere “piccoli” non significa essere grandi grossi e giuggioloni, non significa essere infantili, ma saggi e senza pregiudizi, sono questi i piccoli di Dio, lucidi saggi e critici come tutti i bambini, spietati nel giudicare, a maggior ragione la “semplicità” è altra cosa. Non è scandalizzarsi perché qualcuno col cervello dentro la Chiesa usa la lingua e ragiona di cose alte, di ecclesiologie e teologie e magari in modo vivace. La semplicità è accettare pacificamente che dentro la Chiesa possano e debbano esserci persone più intelligenti di te. La semplicità sta nel non lamentarsene, riconoscendo la propria inadeguatezza intellettuale. E invece no: certe volte a vedere in giro nelle sacrestie vedi che i “piccoli” altro non sono che bamboccioni (mentre stare nella Chiesa è atto di virilità ), hai impressione che stai in un asilo, in greggi schitarranti di minorati mentali, tra gente che, lo vedi a colpo d’occhio, ha gravi difetti prima ancora che formativi umani, una vera diseducazione sentimentale e all’amor proprio, ma che ciò nonostante pretendono di abbassare tutta la Chiesa al loro livello. Perché non sono dei “semplici”: sono semplicemente ignobili. Essere e farsi “come bambini” non significa essere infantili! Essere “semplici” non significa essere ottusi e presuntuosi.
Quindi, per piacere, non piagnucoliamo in continuo per una presunta altezzosità della cultura laica verso la “cultura” cattolica. Perché molto spesso non c’è alcuna “cultura” cattolica, né da guardare negli occhi né dall’alto in basso. C’è tanto infantilismo invece, troppi bigottismi e di conseguenza eccessivi fanatismi. Poco logos e molti locos… minchioni cioè. Idioti ma non in senso biblico.
Ma l’unica “idiozia” tollerabile dentro la Chiesa, è quella della quale parla Paolo: la stultitia, la stultitia crucis. Letteralmente: l’idiozia della croce. Che non è essere psicopatici, minorati, ignoranti: è fare una scommessa scandalosa contro il mondo e la ragione del mondo. Non essere eterni scandalizzati ma essere fonte di scandalo. Proprio quello che non vogliono fare in nome dell’ovvietà e della mediocritas coloro che si reputano “semplici” dentro la Chiesa, tanto da voler zittire i cervelli funzionanti per non esserne – ipocriti come nessuno – “scandalizzati”. “Semplici” che semplici non sono: sono semplicemente idioti. E in quanto tali, come tutti gli idioti: arroganti, presuntuosi e orgogliosi. Sterco del demonio!

Mastino

http://www.papalepapale.com/cucciamastino/mastinate-quotidiane/essere-semplici-e-piccoli-non-significa-essere-idioti-e-infantili/