«Il centurione, che si trovava di fronte a
lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: "Davvero quest'uomo era
Figlio di Dio!”» (Mc 15, 39)
Quelle parole sanno di genuflessione.
Un uomo in ginocchio quel centurione. Non colpito da una divinità
potente. Non terrorizzato da un castigo imminente. Non sconfitto da un
avversario tremendo. Rapito, piuttosto. E consegnato a un nuovo Signore della sua vita.
Perché ci si mette in ginocchio col corpo, ma sono le genuflessioni del cuore a fare la differenza.
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Inginòcchiati. Oggi, per dieci minuti.
Siamo fatti per affidarci. Ogni azione è la consegna di noi ad altro:
un’idea, un progetto, una relazione, un rapporto lavorativo, un impulso,
una suggestione, un sogno, un desiderio, un modello culturale.
Ci genuflettiamo. Volenti o nolenti, ci mettiamo “sotto padrone”,
destinando la nostra vita a qualcuno, se va bene, o a qualcosa, se va
male. E non può, non deve essere a caso.
Inginòcchiati davanti a Lui, col corpo e nel cuore.
Per dieci minuti, ma perché sia per tutto il tuo tempo.
Nei
Vangeli sentiamo spesso parlare dello Sposo che sta per venire. Lo Sposo
viene nella notte. Le vergini lo aspettano con ansia. Giunge nel cuore della
notte … E così è per noi! Il Crocifisso è lo Sposo della Chiesa, di noi,
che siamo il suo corpo! Con la sua morte Egli ci è stato sottratto. Non
c’è più! Ma ci ha annunciato che sarebbe tornato… Ed eccolo! Ora è
qui! Immaginiamo come
dovrebbe essere il cuore di una sposa che vede morire lo sposo. E poi, però,
scopre che non è così, ma lo vede arrivare da lei nella notte! Quando l’amato
sembra ormai perduto … e, poi, invece, lo ritroviamo! Immaginiamo come
dev’essere … Ecco! Così dev’esser la nostra gioia! Così dev’essere questa
notte … Un’esplosione di autentica gioia perché lo Sposo è qui! Era morto
ed è tornato in vita! Era perduto ed è stato ritrovato! La
parabola delle dieci vergini, però, ci racconta di come alcune sono sagge e
alcune stolte! E ci racconta come dovremmo essere noi… Pronti! Con la
lampada della fede accesa per incontrare lo Sposo nella notte Con l’olio del
desiderio di Lui che arde nel cuore e nella mente Con la prontezza di una
vita dedicata a liberarci dai pesi che possono ostacolare la corsa verso di
Lui! Dobbiamo correre nella notte verso lo Sposo che vuole introdurci nella
festa! E non possiamo farlo se non ci prepariamo Se non alimentiamo la
fede, il desiderio di Dio, la leggerezza di una vita senza peccato! Ma il Vangelo
oggi ci parla di altre donne che corrono… Non sono la Sposa che va incontro
allo Sposo Ma sono le donne che portano l’annuncio del Risorto! E, però,
sono proprio come quelle vergini! Sono piene di fede Sono colme di
desiderio Sono libere dal peccato e capaci di andare lontano Hanno
scoperto che per incontrare lo Sposo devono annunciarlo Devono gridare la
bellezza della sua Risurrezione, della sua vita nuova! Eccoci,
dunque, chiamati a essere la Sposa gloriosa del Signore Gesù Eccoci chiamati
a correre verso di Lui nella notte di questo mondo di tenebra con la lampada
accesa Eccoci chiamati a essere annunciatori coraggiosi della sua
Risurrezione a tutti Ed ora ecco… affrettiamoci! Lo Sposo nel pane e nel
vino viene a introdurci nelle feste di nozze E noi andiamogli incontro con le
lampade accese! http://www.bonifacius.it/lo-sposo-giunge-nel-cuore-della-notte/
Il frate-cortigiano si tenga Lutero, noi la Regina del Cielo
e della terra.
Il 2015 è agli sgoccioli e in
Vaticano non potevano che concluderlo con una bestemmia di stampo
sincretista. Il cappuccino Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa
Pontificia, nonché membro autorevole della corte dei giullari di Casa Santa
Marta, nell’ultima predica dell’Avvento di quest’anno, ha affermato che,
secondo lui, una via per favorire il dialogo ecumenico con le comunità
protestanti sarebbe il «riconoscimento da parte di noi cattolici del fatto
che spesso, specialmente negli ultimi secoli, abbiamo contribuito a rendere
Maria inaccettabile ai fratelli protestanti, onorandola in modo talvolta
esagerato e sconsiderato». Non poteva mancare un accenno al super-dogma, il
Vaticano II, che raccomanderebbe ai «fedeli una devozione “priva di sentimentalismi
e di vana credulità”».
La vera devozione
sentimentalista, piena di vana credulità, la vediamo chiaramente non nella
venerazione alla B.V. Maria, ma in quei raduni ecumenisti a cui
Cantalamessa partecipa molto volentieri. Buffonate in cui non si prega Dio
con la Chiesa per l’unità della Chiesa, ma ove si celebrano solamente eresie e
ideologie, con gesti blasfemi che ha avuto come protagonista anche lo stesso
frate: si è messo in ginocchio e si è fatto “imporre le mani” da un pastore
protestante.
Siamo su candid-camera?
Un gesto blasfemo che
Cantalamessa ripete volentieri in ambito (sedicente?) cattolico: ai raduni
del Rinnovamento dello Spirito, movimento di cui è membro, s’inginocchia mentre
dei laici gli “impongono le mani”.
Siamo a Scherzi a parte?
Cerchiamo di capire. Se la devozione mariana sarebbe
esagerata e sconsiderata, un sacerdote che si mette in ginocchio e si
fa imporre le mani da eretici e laici, che cosa sarebbe?
Cantalamessa vada a farsi disintossicare dal fumo dell' avversario e dopo a lezione di cristianesimo dai 33 minatori cileni che nel
2010 rimasero intrappolati sottoterra per 69 giorni in condizioni
avverse. Giorni che scorrevano al buio, allo sporco, con pochissimi viveri, ma
anche pieni di luce e speranza, perché non smisero mai di recitare il Santo
Rosario. Il giorno che furono salvati, prima di abbracciare le loro famiglie,
si misero in ginocchio, si fecero il Segno della Croce, e ringraziarono Cristo
e sua Madre. Era il 13 ottobre, anniversario dell’ultima apparizione della
Vergine a Fatima. Alla faccia della devozione sentimentalista!
Papa Francesco non
vuole essere un principe rinascimentale, eppure è circondato da tantissimi
cortigiani che fanno di tutto per compiacerlo — “caricature” che hanno
superato di gran lunga il maestro nel dare il peggio di se stessi — tra cui
spicca il predicatore della Casa Pontificia, il cappuccino Raniero
Cantalamessa, secondo il quale i cattolici hanno “contribuito a rendere
Maria inaccettabile ai fratelli protestanti, onorandola in modo talvolta
esagerato e sconsiderato”, dunque sfavorendo il dialogo ecumenista. Bel modo di
chiudere il 2015!
Riportiamo – quale coronamento delle
“cavolate” dell’anno 2015, partite purtroppo da dentro la Chiesa – una
riflessione del Mastino che non potevamo lasciare cadere nell’oblio:
TUTTA
COLPA DELLA MADONNA!
«Tale via passa per un sincero riconoscimento da parte di noi
cattolici del fatto che spesso, specialmente negli ultimi secoli, abbiamo
contribuito a rendere Maria inaccettabile ai fratelli protestanti, onorandola
in modo talvolta esagerato e sconsiderato e soprattutto non collocando tale
devozione dentro un quadro biblico ben chiaro che ne facesse vedere il ruolo
subordinato rispetto alla Parola di Dio, allo Spirito Santo e a Gesù
stesso. Lo stesso Concilio Vaticano II raccomanda ai fedeli una devozione
“priva di sentimentalismi e di vana credulità”» (P. Raniero Cantalamessa,
cortigiano di Santa Marta).
Ma io – confida Mastino blogger, vedi
qui – gli rispondo che FRATELLI che non riconoscono la comune
MADRE sono, ai miei occhi, dei (perdonate il termine, lo uso in senso tecnico)
bastardi. E sono io a non riconoscerli come fratelli, preferisco avere una
madre che non dei fratelli, a dover scegliere. Senza Maria non vale la pena
essere cattolici. Chi li obbliga questi protestanti a ignorare Maria?
Prendessero anche loro il rosario, quei quattro gatti rimasti, e si accodassero
a noi a pregarla.
VIVA
MARIA!
PRIMA
DI TUTTO.
IL
RESTO È DEL DEMONIO!
E
DEI LECCHINI DI SANTA MARTA
Ma
questo cortigiano, quale si è dimostrato essere Cantalamessa in diverse
occasioni, non può ignorare che quel padrone di casa santa Marta per certi
versi la pensa così tanto diversamente da lui che ci conferma, come detto in
diversi articoli da noi, che gli allievi hanno superato di gran lunga il
maestro nel dare il peggio di se stessi.
“SENZA MARIA, UN CRISTIANO, È ORFANO”, parola di Papa Francesco.
Ma bando alle ciance veniamo alle
parole dirette del Papa Francesco, lasciando rispondere a lui direttamente a
questa ulteriore cavolata di fine d’anno:
Fratelli
e sorelle, vi lascio. Grazie tante dell’accoglienza.
Pregate
per me e a presto! Ci vediamo presto: domani voglio andare a pregare la
Madonna, alla Salus Populi Romani, perché custodisca tutta Roma. (Primo
Discorso Urbi et Orbi 13.3.2013)
Ottobre
è anche il mese del Rosario, e in questa prima domenica è tradizione recitare
la Supplica alla Madonna di Pompei, la Beata Vergine Maria del Santo Rosario.
Ci uniamo spiritualmente a questo atto di fiducia nella nostra Madre, e
riceviamo dalle sue mani la corona del Rosario: il Rosario è una scuola di
preghiera, il Rosario è una scuola di fede! (Angelus 6.10.2013)
Una
bellissima espressione popolare della fede è la preghiera dell’Angelus [in
Brasile, l’Ora di Maria]. E’ una preghiera semplice da recitarsi in tre momenti
caratteristici della giornata che segnano il ritmo delle nostre attività
quotidiane: al mattino, a mezzogiorno e al tramonto. Ma è una preghiera
importante; invito tutti a recitarla con l’Ave Maria. Ci ricorda un evento
luminoso che ha trasformato la storia: l’Incarnazione, il Figlio di Dio si è
fatto uomo in Gesù di Nazaret. (Angelus da Rio de Janeiro per la GmG
26.7.2013)
Cari
fratelli e sorelle, al termine di questa celebrazione, invochiamo
l’intercessione della Vergine Maria affinché ci accompagni nella Settimana
Santa. Lei, che seguì con fede il suo Figlio fino al Calvario, ci aiuti a camminare
dietro a Lui, portando con serenità e amore la sua Croce, per giungere alla
gioia della Pasqua. La Vergine Addolorata sostenga specialmente chi sta vivendo
situazioni più difficili. (Domenica delle Palme – Angelus 24.3.2013)
Prima
di concludere questa celebrazione, vorrei affidare alla Madonna i cresimati e
tutti voi. Questo lo dico in modo particolare a voi, che oggi avete ricevuto la
Cresima: Maria vi aiuti ad essere attenti a quello che il Signore vi chiede, e
a vivere e camminare sempre secondo lo Spirito Santo! (Messa per i
Cresimandi Regina Coeli 28.4.2013)
La
Madonna ci aiuta anche a capire bene Dio, Gesù, a capire bene la vita di Gesù,
la vita di Dio, a capire bene che cosa è il Signore, com’è il Signore, chi è
Dio.(..) Ecco, pensiamo a questo, tutti: il Padre ci ha dato la vita;
Gesù ci ha dato la salvezza, ci accompagna, ci guida, ci sostiene, ci insegna;
e lo Spirito Santo? Che cosa ci dà lo Spirito Santo? Ci ama! Ci dà l’amore.
Pensiamo a Dio così e chiediamo alla Madonna, la Madonna nostra Madre, in
fretta sempre per aiutarci, che ci insegni a capire bene com’è Dio: com’è il
Padre, com’è il Figlio e com’è lo Spirito Santo. Così sia. (Omelia ai
bambini di Prima Comunione 26.5.2013)
Affidiamo
la nostra lode alle mani della Vergine Maria. Lei, la più umile tra le
creature, grazie a Cristo è già arrivata alla meta del pellegrinaggio terreno:
è già nella gloria della Trinità. Per questo Maria nostra Madre, la Madonna,
risplende per noi come segno di sicura speranza. E’ la Madre della speranza;
nel nostro cammino, nella nostra strada, Lei è la Madre della speranza. E’ la
Madre anche che ci consola, la Madre della consolazione e la Madre che ci
accompagna nel cammino. Adesso preghiamo la Madonna tutti insieme, a nostra
Madre che ci accompagna nel cammino. (Angelus 26.5.2013)
Il
grido della pace si levi alto perché giunga al cuore di tutti e tutti depongano
le armi e si lascino guidare dall’anelito di pace. Per questo, fratelli e
sorelle, ho deciso di indire per tutta la Chiesa, il 7 settembre prossimo,
vigilia della ricorrenza della Natività di Maria, Regina della Pace, una
giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente, e
nel mondo intero. A Maria chiediamo di aiutarci a rispondere alla violenza, al
conflitto e alla guerra, con la forza del dialogo, della riconciliazione e
dell’amore. Lei è madre: che Lei ci aiuti a trovare la pace; tutti noi siamo i
suoi figli! Aiutaci, Maria, a superare questo difficile momento e ad impegnarci
a costruire ogni giorno e in ogni ambiente un’autentica cultura dell’incontro e
della pace. [Recita dell’Angelus] Maria, Regina della Pace, prega per noi!
Maria, Regina della Pace, prega per noi! (Angelus 1.9.2013)
Cari
fratelli, oggi ricordiamo anche la Natività della Vergine Maria, festa
particolarmente cara alle Chiese Orientali. (..) Gesù è il sole, Maria è
l’aurora che preannuncia il suo sorgere. Ieri sera abbiamo vegliato affidando
alla sua intercessione la nostra preghiera per la pace nel mondo, specialmente
in Siria e in tutto il Medio Oriente. La invochiamo ora come Regina della Pace.
Regina della Pace prega per noi! Regina della Pace prega per noi! (Angelus
8.9.2013)
Qui,
ai piedi della Madonna, vorrei ringraziare tutti e ciascuno di voi, cari
fedeli, i sacerdoti, i religiosi e le religiose,(…) voglio affidarvi a Maria,
Nostra Signora di Bonaria. (..) penso a tutti i numerosi santuari mariani della
Sardegna: la vostra terra ha un legame forte con Maria, un legame che esprimete
nella vostra devozione e nella vostra cultura. Siate sempre veri figli di Maria
e della Chiesa, e dimostratelo con la vostra vita, seguendo l’esempio dei
santi! (Angelus da Cagliari 22.9.2013)
La
Vergine Maria è nostro modello. Le chiediamo che ci insegni a incontrarci ogni
giorno con Gesù. E quando facciamo finta di niente, perché abbiamo molte cose
da fare e il tabernacolo rimane abbandonato, che ci prenda per mano.
Chiediamoglielo! Guarda, Madre, quando sono disorientato, conducimi per mano.
(Omelia Messa con i Vescovi per la XXVIII GMG 27.7.2013)
La
Madre di Cristo e della Chiesa è sempre con noi. Sempre, cammina con noi, è con
noi. Maria ci accompagna, lotta con noi, sostiene i cristiani nel combattimento
contro le forze del male. La preghiera con Maria, in particolare il Rosario –
ma sentite bene: il Rosario. Voi pregate il Rosario tutti i giorni? Ma, non so
… [la gente grida: Sì!] Sicuro? Ecco, la preghiera con Maria, in particolare il
Rosario ha anche questa dimensione “agonistica”, cioè di lotta, una preghiera
che sostiene nella battaglia contro il maligno e i suoi complici. Anche il
Rosario ci sostiene nella battaglia. (Omelia Solennità Assunta
15.8.2013) Questo ti chiediamo questa sera, O Maria, Salus Populi Romani,
per il popolo di Roma, per tutti noi: donaci la salute che solo tu puoi
donarci, per essere sempre segni e strumenti di vita. Amen.
Vivala Salus Populi
Romani. Viva la Madonna. E’ la nostra Madre. Affidiamoci
a lei, perché lei ci custodisce come una buona mamma. Io prego per voi, ma vi
chiedo di pregare per me, perché ne ho bisogno. Tre “Ave” per me. (Rosario
a Santa Maria Maggiore 4.5.2013)
Chiediamo
alla Vergine Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa, di sanare le ferite del
peccato che ognuno di noi porta nel suo cuore e di sostenere la Chiesa e la
Curia affinché siano sane e risanatrici; sante e santificatrici, a gloria del
suo Figlio e per la salvezza nostra e del mondo intero. Chiediamo a Lei di
farci amare la Chiesa come l’ha amata Cristo, suo figlio e nostro Signore, e di
avere il coraggio di riconoscerci peccatori e bisognosi della sua Misericordia
e di non aver paura di abbandonare la nostra mano tra le sue mani materne.
(Discorso alla Curia 22.12.2014)
Già
oggi, adesso, il Signore vi chiama: volete rispondergli? Non abbiate paura. Non
siamo soli! Siamo sempre con il Padre celeste, con Gesù nostro Fratello e
Signore, con lo Spirito Santo; e abbiamo la Chiesa e Maria per madre. La
Madonna vi protegga e vi dia sempre la gioia e il coraggio di testimoniare il
Vangelo. (ai giovani 6.6.2015)
E,
per concludere, ma ci sarebbe tanto altro da riportare, riferiamo di altre due
battute del Papa fatte a braccio; durante la meditazione svolta in lingua
spagnola nella basilica di San Giovanni in Laterano al raduno mondiale
dei sacerdoti:
«Non
è femminismo osservare che Maria è molto più importante degli apostoli».
E ai giovani: «SENZA MARIA, UN CRISTIANO, È ORFANO. Un cristiano senza la Madonna è orfano. Un cristiano senza Chiesa è anche un orfano. Un cristiano ha bisogno di queste due donne, due donne Madri, due donne Vergini: la Chiesa e la Madonna».
I furbetti del Sinodino
«Negli ultimi due secoli
la chiesa delle condanne aveva rinunciato alla via dell’annuncio per condannare
tutto — la modernità borghese, il liberalismo, il capitalismo, il comunismo, la
cultura dei diritti, eccetera». È un passaggio esemplare del pensiero di
Alberto Melloni messo nero su bianco sul Corriere della Sera del 28 dicembre.
Esemplare perché è solo l’ultimo degli interventi di intellettuali, teologi,
vescovi che intendono dimostrare come nella Chiesa sia in atto una rivoluzione
che taglia drasticamente con il passato: il pontificato di Francesco come la
“nuova Chiesa” che finalmente si afferma pur tra mille resistenze. Da qui anche
la necessità di inventarsi cospirazioni e nemici, così da poter legittimare
qualsiasi balzo in avanti. Melloni stesso – vera guida della progressista
“Scuola di Bologna” - è stato ai tempi del Sinodo fra i più attivi cacciatori
di cospiratori.
Proprio il
Sinodo è stata l’occasione per intensificare questa lettura della Chiesa che non ha nulla a che vedere con quanto la
Chiesa invece ha sempre creduto: ogni Papa ha certamente una sua sensibilità,
una sua spiritualità, le sue priorità pastorali ma al fondo c’è una continuità
che non può essere interrotta dal momento in cui Cristo stesso ha istituito la
Chiesa e fino a quando essa «avrà il suo compimento» al ritorno di Gesù. Né il
magistero di un Papa può negare il patrimonio di fede che la Chiesa tramanda da
duemila anni.
Nella
narrativa di Melloni e soci invece c’è un passato da cancellare e i due secoli “condannati” corrispondono
più o meno al periodo che inizia con l’affermarsi della Rivoluzione francese;
periodo di tempo non casuale se anche il cardinale Carlo Maria Martini nel suo
testamento spirituale aveva parlato di una Chiesa in ritardo di due secoli.
Insomma a sentire costoro, fino a poco meno di tre anni fa la Chiesa avrebbe
vissuto arroccata, costruendo muri, condannando, chiudendo le porte, negando la
misericordia. C’è stata sì la stagione del Concilio Vaticano II che ha
finalmente cambiato il corso della storia della Chiesa, ma purtroppo i
pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno richiuso quelle porte
che ora finalmente Francesco sta riaprendo (da notare che coloro che oggi
brandiscono l’obbedienza cieca al Papa contro chiunque si azzardi a fare anche
delle semplici domande, sono gli stessi che fino a ieri teorizzavano e organizzavano
la disobbedienza).
Inutile
ricordare che Giovanni Paolo II è stato il Papa “missionario” per eccellenza, che ovunque è andato ha invitato ad
«aprire, anzi spalancare le porte a Cristo», che ha dato un contributo
rilevante all’abbattimento del vero muro che esisteva tra Oriente e Occidente,
che ha istituito la festa liturgica della Divina Misericordia a cui ha dedicato
anche un’enciclica, che ha “inventato” le Giornale mondiali della Gioventù e
gli Incontri mondiali delle famiglie; altrettanto inutile ricordare che a
proposito di Concilio Vaticano II, avendovi partecipato Benedetto XVI ha
qualche titolo in più di Melloni per spiegarlo, che lo stesso Benedetto ha
posto in modo chiaro i termini del dialogo con il mondo islamico. È inutile
ricordarlo a chi lo sa bene ma non aspettava che l'occasione di seppellire la
memoria per affermare un progetto ideologico di Chiesa.
È però
stupefacente notare come tanti uomini di Chiesa, tanti vescovi che pure fino a poco tempo fa
parlavano in altro modo vadano dietro – in maniera più o meno esplicita – a
questa lettura che nega la continuità. Da questo punto di vista il doppio
Sinodo sulla famiglia è stato una palestra e il direttore della Civiltà
Cattolica, padre Antonio Spadaro, autonominatosi interprete ufficiale del
pensiero di papa Francesco, con il suo continuo inno alla rivoluzione in corso
è certamente un caposcuola. Non per niente di tutti i temi che riguardano la
situazione della famiglia, l’unico che per costoro è davvero importante è
l’accesso alla comunione dei divorziati risposati, e se non fosse bastato il
Sinodo ce lo hanno fatto abbondantemente capire nel dopo-Sinodo, quando si sono
sprecate le interpretazioni da veri “dottori della legge”. Vale a dire: deciso
che si vuole ottenere una cosa, si cercano cavilli giuridici, appigli storici,
usanze pastorali per giustificarla. Ovviamente scegliendo dei particolari e
omettendone altri.
L’ultimo
esempio lo troviamo nel saggio del vescovo di Albano Marcello Semeraro («Il
Sinodo della famiglia raccontato alla mia Chiesa») così come presentato da Vatican Insider. Cosa
racconta dunque Semeraro ai suoi fedeli riguardo a coloro che si trovano in
situazioni irregolari? Sostanzialmente, spiega Vatican Insider, fino all’avvento di
Giovanni Paolo II nella Chiesa si procedeva già caso per caso, ammettendo
quindi ai sacramenti anche i divorziati risposati nell’applicazione della
«approvata prassi della Chiesa in foro interno», richiamata anche nell’ultimo
Sinodo. Per foro interno si intende un processo che vede coinvolto un fedele
(la sua coscienza) con un sacerdote nel sacramento della riconciliazione e
della penitenza.
A conferma di questa
tesi il vescovo Semeraro cita un documento del 1973 della
Congregazione per la Dottrina della Fede, approvato da Paolo VI, che dice: «Per
quanto riguarda l’ammissione ai sacramenti gli ordinari del luogo vogliano, da
una parte, invitare all’osservanza della disciplina vigente nella Chiesa, e,
dall’altra, fare in modo che i pastori delle anime abbiano una particolare
sollecitudine verso coloro che vivono in una unione irregolare, applicando nella
soluzione di tali casi, oltre ad altri giusti mezzi, l’approvata prassi della
Chiesa in foro interno». Specifica Vatican Insider che si parla chiaramente di
ammissione ai sacramenti di quanti sono in unioni irregolari: «Senza però
l’aggiunta di ulteriori specificazioni o restrizioni. Chi ritenne di aggiungere
la clausola dell’impegno a vivere «in piena astinenza», fino a quel momento
assente, fu Giovanni Paolo II, nell’omelia per la chiusura del VI Sinodo dei
vescovi (25 ottobre 1980)».
Il messaggio è
chiaro: fino a
Paolo VI la Chiesa già ammetteva alla comunione – a certe condizioni e caso per
caso – i divorziati risposati. Il problema, il muro, è stato creato da Giovanni
Paolo II e confermato da Benedetto XVI.
Fosse davvero
così sarebbe uno scoop, neanche i padri sinodali si erano accorti che già c’era una prassi
del genere approvata dal Papa fino al 1980. E infatti nessuno ha finora
impugnato questo argomento. Il motivo forse sta nel fatto che nel racconto del
vescovo Semeraro manca una parte della storia. Infatti alla domanda di
chiarimenti da parte di alcuni vescovi sul significato della “pratica approvata
in foro interno”, l'arcivescovo Jean Hamer, segretario della Congregazione per
la Dottrina della Fede, rispose il 21 marzo del 1975 chiarendo così: «Vorrei
affermare ora che questa frase [probata praxis Ecclesiae] dev’essere intesa nel
contesto della tradizionale teologia morale. Queste coppie [cattolici che vivono
in unioni coniugali irregolari] possono essere autorizzate a ricevere i
sacramenti a due condizioni: che cerchino di vivere secondo le esigenze dei
principi morali cristiani e che ricevano i sacramenti in chiese in cui non sono
conosciute in modo da non creare alcun scandalo».
Dunque Giovanni Paolo II
non ha introdotto nulla, nella
fattispecie ha solo ribadito con chiarezza ciò che era già magistero
della Chiesa.
Card. De Paolis: momento grave anche all'interno della Chiesa
Convegno dellaFondazione Lepantoe dell’Associazione
Famiglia Domanisul tema
“Matrimonio e famiglia/ Tra dogma e prassi della Chiesa” – Intervento di grande
spessore del cardinale Velasio De Paolis:
“Non
bisogna confondere la misericordia con l’amore, che per essere autentico ha
bisogno di verità” e “Chi siamo
noi per mettere in discussione la sacralità del matrimonio?” - In
apertura le considerazioni sull’argomento da parte di Roberto de Mattei, Giovanni
Turco, mons. Antonio Livi.
“Le famiglie oggi sono in difficoltà sia
nella società civile che anche dentro la Chiesa”, ha constatato ilCard.
Velasio De Paolis: E’ evidente che tra ‘società civile’ e ‘Chiesa’
l’influsso è reciproco, poiché, “quando è in
crisi l’una, anche l’altra ne risente”. Che fare? Prima di tutto occorre
evidenziare il “patrimonio ricchissimo”
di testi ecclesiali esistenti in materia di famiglia. Purtroppo i nostri tempi
valorizzano la liquidità e, come osservava sarcasticamente e nel contempo
amaramente il card. Biffi, “Oggi le idee
sono come le uova. Se non sono di giornata, non valgono più”. Ciò non
meraviglia, poiché è la verità che non viene più perseguita. Eppure “ne abbiamo tanto bisogno”. Nel nostro mondo
“si
parla tanto di compassione, carità, amore”, ma “senza verità siamo fuori strada”.
Lo ricordava anche Benedetto XVI: “La
carità, se non è illuminata dalla verità, è sentimentalismo”.
Ha proseguito il cardinale: “Non
bisogna confondere la misericordia con l’amore, che per essere autentico ha
bisogno di verità”. E può esigere fermezza, come sa chi ha un
figlio neghittoso nello studio.
L’ottantenne porporato ha poi ricordato che per un cattolico sacramentalità e
naturalità sono inseparabili. “Chi siamo noi
per mettere in discussione tutto questo?” . Forse che per ogni
difficoltà incontrata nella vita quotidiana dobbiamo ridiscutere ogni certezza?
Purtroppo oggi è abituale “parlare in modo
sconclusionato” anche dentro la Chiesa. C’è chi vuole “rifondare” la Chiesa. Ma dimentica che essa
è stata fondata da Gesù Cristo.
Il tema dei divorziati risposati non è nuovo ed è già emerso negli Anni Ottanta
del secolo scorso. Oggi riemerge con forza. Si dice: dobbiamo adattarci ai
cambiamenti della società, dobbiamo conciliarci con la cultura dominante,
rischiamo altrimenti di perdere le nuove generazioni. Insomma: l’adattamento è
considerato necessario, considerati i tempi “tristi
e difficili sia all’esterno che all’interno della Chiesa”. Ma, se vogliamo
cambiare, che cosa e come? “Se non hai
capito le cause della malattia e vuoi cambiare medicina, rischi di far morire
il malato”.
La
società è in crisi, “perché sono in crisi i
valori morali, i valori religiosi e siamo tutti secolarizzati”. E così, “se io non conosco la verità delle cose e dunque
non ho nessun riferimento morale, chi mi può convincere a non abortire o a
negare l’eutanasia?”. Qui il cardinale De Paolis si è rivolto ai presenti:
“Sapete che si pratica l’aborto ‘per
misericordia’? L’eutanasia ‘per bontà’ “? Ormai, ha chiosato amaramente, “le
parole non significano più niente”.
Il
porporato ha poi ricordato che “l’Eucaristia
non è una cosa, ma una persona”, proseguendo con il monito di San Paolo a “non mangiare la propria condanna”. Per
poter ricevere l’Eucaristia è necessario avere la coscienza pulita. Per avere
la coscienza pulita occorre avere ricevuto il perdono. Per ricevere il perdono,
bisogna essere disposti ad accoglierlo. Si è disposti ad accoglierlo se si
vuole convertirsi, guarire dal peccato.Allora: “Se
ho un motivo per non guarire, non posso godere dell’efficacia della
misericordia di Dio. Ovvero: non accetto di essere perdonato, perché preferisco
restare nella mia situazione”.Qui
ha detto il card. De Paolis: “Ammettere ai
sacramenti senza un rinnovamento interiore significa che tali sacramenti non sono
cristiani. Si riducono a riti esterni che non valgono nulla”.
La norma della Chiesa è che non si deve
permettere l’accesso ai sacramenti a chi è conscio di essere in peccato
mortale, come è il caso di chi vive coniugalmente un secondo matrimonio, essendo
valido il primo. Perciò “non possiamo
immaginare una pastorale che vada contro la dottrina. Oltre che un’aberrazione,
sarebbe una presa in giro e un’illogicità clamorosa”.Dev’essere
chiaro che “una pastorale che non si regge
sulla dottrina, non è una pastorale cattolica”. Si sente ogni tanto l’idea
che “l’Eucaristia perdona i peccati”: anche questa è un’affermazione ‘aberrante”.
Altra proposta quella del ‘cammino penitenziale’ prima di una possibile
riammissione dei divorziati risposati alla Comunione: “E’
una proposta piena di equivoci. Che significa penitenza? Non può essere come il
castigo imposto allo scolaro disobbediente. No, dev’essere molto di più,
dev’essere un cambiare vita”. Nell’intervento del card. De Paolis è stato
citato a tale proposito il confratello Kasper, le cui tesi in materia “sembrano un’enormità”.
Come detto il Convegno è incominciato con le considerazioni diRoberto
de Mattei(presidente della
Fondazione Lepanto e direttore della rivista mensile “Radici cristiane”, oltre
che dell’agenzia “Corrispondenza romana”).Lo storico ha subito evidenziato lo sconcerto di
molti cattolici, confrontati con il fatto che “un’istituzione
centrale e fondamentale come la famiglia sia minacciata dal di fuori ma anche
dal di dentro della Chiesa”.E’ una novità che sbigottisce, dato che tale
istituzione “non era mai stata messa in
discussione” all’interno della Chiesa: “Oggi
invece tra i vescovi si discute di matrimonio, come se fosse qualcosa di
opinabile”.
E’
in pieno sviluppo “un progetto di
ribaltamento della morale cattolica”. Eppure si dovrebbe guardare alla
storia - maestra di verità e di vita – per capire che la Chiesa non è mai
venuta meno al suo dovere di difendere l’indissolubilità del matrimonio. Basti
pensare a Clemente VII, che ha preferito “perdere
un regno” piuttosto che “dichiarare la
nullità del matrimonio di Enrico VIII con Caterina d’Aragona”, così che il
re, che era insignito del titolo di defensor fidei, potesse sposare
l’irlandese Anna Bolena. Ha evidenziato qui de Mattei che “neppure i successori di Clemente VII
modificarono la sua decisione: essi infatti non vollero scegliere il ‘male
minore’ . Il perché è semplice: “La legge divina non è flessibile, non tollera
eccezioni”. C’è poi un’altra osservazione interessante: “Quando Enrico VIII si staccò da Roma creando la
Chiesa d’Inghilterra, modificò la prassi e la modifica si estese subito al
piano dottrinale”.
Qualcosa di analogo nelle conseguenze capitò anche alla Chiesa ortodossa, che
nel VI secolo e seguenti fu molto remissiva nei confronti degli imperatori che,
a partire da Giustiniano, avevano introdotto la possibilità del divorzio. A
tale tolleranza nella prassi seguì inevitabilmente con lo scorrere del tempo un
cambiamento anche di dottrina.
In campo cattolico il prof. de Mattei ha
evidenziato la forte reazione dopo il Mille di Gregorio VII, Cluny, san Pier
Damiani contro il concubinato dei preti e gli atti contro natura: “Meglio che la comunità resti senza sacerdoti e
vescovi che guidata da sodomiti”. Ha commentato il relatore, con chiara
attinenza all’odierna realtà di teologi, moralisti, prelati ‘progressisti’: “San Pier Damiani non si fece intimidire dal
mondo, non moderò il linguaggio, non invocò la legge della gradualità, non
invitò a cogliere gli elementi positivi nelle unioni, non auspicò che la Chiesa
cambiasse il suo approccio in materia”. Non fece cioè quello che per
taluni è considerato ormai necessario e urgente: “conformare
la verità alla vita.”
La parola è passata al prof.Giovanni Turco, docente di Filosofia del
diritto pubblico presso l’Università di Udine e socio corrispondente della
Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino. Per Turco non può essere (“Sarebbe sbagliato già alla radice”) che la
teologia e la pastorale si ispirino alla sociologia. E non può essere nemmeno
che venga negato il principio di non contraddizione: “Il
matrimonio è indissolubile o non lo è”. La pastorale non può inventarsi
vie mediane in materia. Anche la verità o è o non è: non c’è via di mezzo.
Attenti dunque a impostare in modo corretto i problemi sul tappeto del Sinodo,
per non addivenire a “false conclusioni”.
Mons. Antonio Livi, decano emerito
della facoltà di Filosofia della Lateranense e socio ordinario della Pontificia
Accademia di San Tommaso d’Aquino, ha evidenziato come le tesi del card. Kasper
a proposito di divorziati risposati dimenticano che la pastorale è
l’applicazione del dogma alla comunità e ai singoli. “Il card. Kasper non può far finta di non saperlo.
Le sue affermazioni sono talmente incoerenti che è impossibile le possa pensare
veramente. Fa dunque puro esercizio di retorica. E la retorica è falsità”.
Più volte ci siamo chiesti chi c’è dietro Maurizio Crozza, uomo di spettacolo e comico di grande talento, perché ciò che sino a ieri era un nostro sospetto oggi si sta mutando in una certezza: dietro i suoi testi, ci sono forse alcune menti ecclesiastiche e teologiche raffinate? Perché le cose stanno in questi termini: o Maurizio Crozza è un profondo conoscitore della storia, della tradizione e della teologia cattolica, oppure qualcuno gli fornisce dei testi molto intelligenti e mirati, al punto da spingerci a dire: mentre preti e vescovi stanno trascinando giorno dietro giorno la Chiesa nel baratro tra omissioni e silenzi omertosi, i comici, per paradosso, forse la salveranno? Questo sketch di Maurizio Crozza merita veramente attenta analisi e riflessione, perché quando un comico, tra un sorriso e una risata, pone in risalto ed a suo modo difende gli eterni e immutabili valori della fede, è giunto proprio il momento di riflettere molto seriamente …
Laici che «armeggiano» nel Tabernacolo: un altro diffuso abuso. Solo il Sacerdote lo può fare Istruzione Cattolica
Pensiamo in primo luogo
all'essenza dell'Eucaristia. Nostro Signore Gesù Cristo ci ha lasciato il
tesoro dell'Eucaristia nell'Ultima Cena, il Giovedì Santo. La Chiesa custodisce
con somma cura questo tesoro, ma la Chiesa non è un'astrazione, un'idea; la
Chiesa siamo tutti noi battezzati. E noi vescovi e sacerdoti siamo qui per
santificare, reggere, insegnare e curare con zelo il tesoro dell'Eucaristia;
sono queste le nostre principali responsabilità. I fedeli sono quindi chiamati
alla corresponsabilità nella vita ecclesiale e a svolgere un servizio, anche
liturgico.
Svolgere
un officio nella liturgia non è però necessario perché un fedele possa
partecipare in modo attivo e fruttuoso alla Messa. Dobbiamo rispettare la
dignità dei laici, evitando ogni “clericalizzazione”. Nessuno deve pensare che
le persone che svolgono offici liturgici siano cristiani migliori.
Detto
questo, va detto che il ministro ordinato, che è il ministro ordinario della
Comunione, è l'unico che normalmente può e deve aprire il tabernacolo per
prendere le Ostie sacre, per prendere o portare la riserva, fare l'esposizione
del Santissimo, ecc.
Al
termine del rito della Comunione durante la Messa, “le ostie consacrate
avanzate vengano o immediatamente consumate all’altare dal Sacerdote o portate
in un luogo appositamente destinato a conservare l’Eucaristia” (Redemptionis
Sacramentum, 107). Gli accoliti istituiti e/o i cosiddetti ministri
straordinari della Comunione non devono quindi accedere al tabernacolo, e meno
che meno alla presenza del sacerdote e nel pieno della celebrazione eucaristica.
Se questo
accade, è un abuso che purtroppo viene concesso da alcuni sacerdoti.
“L’accolito è istituito per il servizio all’altare e per aiutare il sacerdote e
il diacono. A lui spetta in modo particolare preparare l’altare e i vasi sacri,
e, se necessario, distribuire l’Eucaristia ai fedeli di cui è ministro
straordinario” (Ordinamento Generale del Messale Romano, 98).
Deve
essere quindi chiaro che in genere gli accoliti e/o i ministri straordinari
della Comunione aiutano a distribuire in casi eccezionali l'Eucaristia, ma non
possono, quando c'è un sacerdote che celebra, aprire o chiudere il tabernacolo,
né andare a cercare o riporre al termine della Comunione le ostie.
“Se
tuttavia il bisogno della Chiesa lo richiede, in mancanza dei ministri sacri, i
fedeli laici possono, a norma del diritto, supplirlo in alcune mansioni
liturgiche” (Redemptionis Sacramentum, 147). Solo in
casi del tutto straordinari ed estremamente necessari, quindi, un accolito –
che è un ministro straordinario della Comunione – può accedere al tabernacolo,
ad esempio quando un sacerdote molto anziano non riesce a camminare e non ci
sono altri ministri ordinati, o anche, in terra di missione, quando non c'è un
sacerdote nella comunità e si richiede di portare la Comunione a qualche
malato, fare l'esposizione del Santissimo, ma con la pisside e senza dare la
benedizione, ecc.
“Ministro
dell'esposizione del santissimo Sacramento e della benedizione eucaristica è il
sacerdote o il diacono; in speciali circostanze sono ministri della sola
esposizione e riposizione, ma non della benedizione, l'accolito, il ministro
straordinario della sacra comunione o altra persona designata dall'Ordinario
del luogo, osservando le disposizioni del Vescovo diocesano” (Codice di Diritto
Canonico, 943); quanto detto implica che in quelle circostanze speciali una
persona che non sia ministro ordinato possa aprire o chiudere il tabernacolo.
In ogni
caso, bisogna fare grande attenzione perché ci sono molte situazioni che si
prestano ad abusi e si giustificano con presunte “necessità pastorali”. È
dunque importante vigilare, perché bisogna recuperare il rispetto, la solennità
e tutto ciò che è adeguato alla liturgia. “Ove lo suggerisca la necessità della
Chiesa, in mancanza di ministri, anche i laici, pur senza essere lettori o
accoliti, possono supplire alcuni dei loro uffici, cioè esercitare il ministero
della parola, presiedere alle preghiere liturgiche, amministrare il battesimo e
distribuire la sacra Comunione, secondo le disposizioni del diritto” (Codice di
Diritto Canonico, 230, 3).
È chiaro
che questi ministri straordinari o laici devono rispettare certi requisiti, a
cominciare dal fatto che devono essere nominati dall'ordinario del luogo.
Un anno prima dell’apparizione
della Santa Vergine nel 1917 ai pastorelli di Fatima, l’angelo del Portogallo
diede la prima comunione a Giacinta (7 anni) e Francesco (9 anni). Lucia (12
anni) l’aveva già fatta. La Santissima Vergine li inviterà ad “offrirsi a Dio,
accettando le sofferenze che Dio vorrà mandare loro in riparazione per i
peccati”, a consacrarsi al Suo Cuore Immacolato e a “recitare ogni giorno il
Rosario per la conversione dei peccatori”. I tre bimbi risponderanno con un
“Sì” generoso. Grazie ai tre piccoli e alle loro penitenze, il
Portogallo fu preservato da due guerre mondiali e Maria promise che questa
nazione non avrebbe mai perso il dono della Fede.
San Pio X, col Decreto “Quam
Singulari” (1910) abbassò a 7 anni l’età della prima comunione dei bambini.
Voleva che “si portassero i piccoli all’Altare”, dall’età di discrezione,
“quando si arriva a discernere il bene dal male”. “L’età della discrezione
tanto per la Confessione quanto per la Comunione è quella in cui il fanciullo
comincia a ragionare, cioè verso il settimo anno… anche al di sotto”. –
Congregazione disciplina dei Sacramenti, 1910. / “L’obbligo della Confessione e
della Comunione comincia non appena un certo uso della ragione rende capaci di
peccare” – IV Concilio Lateranense.
Benedetto XV (1922).
L’onnipotenza della preghiera dei bambini sul cuore di Dio è legata alla
presenza in loro della Grazia – l’innocenza -. “L’onnipotenza mediatrice
delle vostre preghiere è figlia della vostra innocenza. Perché la voce di un
cuore rimasto puro è molto più efficace della voce di un cuore pentito e
nuovamente purificato”. Che ricevano Gesù prima del primo peccato! “Presto!”
(Pio XI).
Oggi, più che mai. I bambini sono molto
più precoci che 100 anni fa. Bombardati dal peccato ben prima dell’uso della
ragione. Tv e media sollecitano molto presto, e male.Mai come oggi, il Maligno
si è cosi accanito nei confronti dei piccoli per strappare loro l’innocenza il
più presto possibile. Egli teme il primo bacio di Gesù ad un’anima innocente e
fa del tutto per farla cadere nel peccato mortale prima. Oggi, i bimbi di tre
anni sanno già distinguere fra bene e male.
Padre Piodava la comunione a bimbi
di 5 anni. Accertava la loro fede infantile e li confessava. Diceva: “Quanti
bambini ricevono la Prima Comunione in stato di peccato mortale”.
Corruzione dei media. Tranquilli, ragazzi! Satana non aspetta quell’età per
passare con Pokemon, Witch, Wings, Teletubbies, Film “per bambini”, scuole,
pubblicità perverse, nell’anima dei piccoli. E come resisteranno senza la forza
della Santa Comunione? La prima comunione in tenera età è l’arma più potente
contro il male. Senza di lei, l’infanzia “perde l’innocenza e si arrende al
vizio ancor prima di poter gustare i santi Misteri”. – S.Pio X
San Giovanni Bosco: “E’ da rifuggire come
la peste l’opinione di chi desidera rimandare la prima comunione ad un’età
troppo avanzata, quando il diavolo ha già per lo più preso possesso del cuore
giovanile, con danno incalcolabile per la sua innocenza. Non appena il
fanciullo sa distinguere pane e Pane, si prescinda dalla sua età; venga il Re
celeste per regnare in questo cuore”. “Fino all’ XI secolo, la mamma Chiesa ha desiderato che lattanti e
bambini di tenera età ricevessero la Santa Comunione. S.Pio X capì che già i
bimbi piccoli hanno bisogno di questo cibo eucaristico…l’anima del bim bo è
come la cera che cede ad ogni pressione”. “La perdita della prima innocenza è
una perdita molto grave che si sarebbe potuto evitare se si fosse ricevuta in
tenera età l’Eucaristia”. –Quam singulari.
Festa? Che sia celebrata
nell’intimità, in un clima di preghiera e quiete. E’ la prima grazia di
famiglia. Pochi doni, di valore sacro. Pranzi e regali lussuosi dissacrano.
Farete il tradizionale raduno di parenti più in là. Dopo, vegliate a che si
confessino e comunichino, possibilmente quotidianamente”. (Pio X) La Prima
comunione non è’ un regalo di fine anno e poi buone vacanze! E’ un punto di
partenza. “Fate gruppi di preghiera di piccoli. Il Rosario. Solo loro possono
ancora salvare le anime.” -Padre Pio.
San Pio X ricevette un giorno una giovane
coppia con una bimba di 4 anni. “Santo Padre, lei vorrebbe tanto ricevere Gesù, ma è troppo
piccola”. Il santo si chinò verso la piccola: “Figliola, chi ricevi nella Prima
Comunione?” -“Gesù Cristo”, rispose. -“E chi è Gesù Cristo?”
-“Gesù Cristo è Dio”. Allora, abbracciandola: “Portatemela domani
mattina. Gli daremmo Noi stessi la comunione”.