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sabato 27 maggio 2017

s. Paolo e i dubia

San Paolo risponde ai dubia e mette in chiaro la fonte: «Agli sposati ordino, non io, ma il Signore ... »


Quesito

Caro Padre Angelo,
ti scrivo perché ogni tanto non capisco come mai la traduzione del Vangelo cambi. La ratio sarebbe per facilitare la lettura ed avvicinarla alla lingua parlata corrente, ma così non mi pare. Il Vangelo di questa sera parla del ripudio della moglie, che non deve essere esercitato per non esporre la moglie ad adulterio. A parte che si parla sempre dell’indissolubilità del matrimonio e si omette il caso di porneia, che evidentemente richiederebbe il ripudio, giustificato da Gesù stesso. In questo caso porneia è traducibile con fornicazione, per intendersi tradimento, atti sessuali con altro uomo o donna, che non sia il legittimo consorte. Tutto ciò viene sempre sorvolato e non ne ho mai sentito trattare da nessun sacerdote durante l’omelia. Capisco che si intenda glissare, perché altrimenti tutti i matrimoni decadrebbero all’istante, ma non mi sembra corretto alterare la Scrittura in modo così marcato. Nel  foglietto che ho trovato in Chiesa questa sera si è tradotto porneia con unione illegale!!!!!! Ma questa è una corbelleria bella e buona, notare che subito dopo Gesù dice: dite si al si e no al no, tutto il resto viene dal maligno!
 
Perché non si dicono le cose come stanno?
 
Perché non si dice la verità e la si nasconde con giravolte linguistiche?
Tutto ciò altro non fa che alimentare la tesi che la Chiesa abbia manipolato nei secoli la Parola di Gesù a suo uso e consumo. Che ne dici?
 
“Io invece vi dico che chiunque ripudia la propria donna (= moglie), ad eccezione del caso di fornicazione (in greco: porneia), fa sì che essa sia adultera e chi sposa una donna ripudiata, commette adulterio” (Mt 5,32). 

Eugenio

Risposta del sacerdote


Caro Eugenio,
1. secondo il Vangelo di Matteo Gesù viene interrogato da alcuni Farisei sull'argomento del matrimonio. I moralisti di quel tempo si dividevano in due scuole riguardo al divorzio.

Alcuni, che appartenevano alla scuola di Hillel, lo consideravano possibile per numerosi e svariati motivi... A questi liberali si opponevano i discepoli di Shammai che lo permettevano soltanto in caso di condotta immorale o di adulterio della moglie.
I Farisei che interrogano Gesù sembrano essere della scuola più rigorosa, quella di Shammai. Essi si scandalizzavano per il fatto che Gesù mangiasse con i pubblicani e i peccatori e anche perché nel suo insegnamento presentava una concezione meno rigorista della loro sul riposo del sabato. Proprio per questo erano portati a pensare che Gesù si schierasse da parte dell’altra scuola.

2. Lo interrogarono dunque chiedendo: “È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?” (Mt 19,3).
Gesù non si lascia prendere nel tranello facendo proprie le opinioni degli uni o degli altri, ma dà una risposta che esclude il divorzio: “Ora io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie - salvo il caso di porneia - e ne sposa un'altra, commette adulterio” (Mt 19,9).

3. L'inciso di Matteo - salvo il caso di porneia - ha fatto pensare ad  alcuni che Gesù concedesse il divorzio in caso di adulterio e la possibilità per il coniuge leso di risposarsi. Ma se questo fosse stato il pensiero di Gesù, si sarebbe schierato dalla parte della scuola di Shammai, mentre chiaramente Gesù si pone al di sopra delle parti.
Inoltre i discepoli con la loro reazione: “Se tale è la condizione dell'uomo verso la donna, non conviene sposarsi” (Mt 19,10), fanno intendere che hanno capito in senso assoluto l'insegnamento di Gesù, e non nel senso di Shammai perché altrimenti non si sarebbero stupiti.

4. Ma che cos’è questa porneia?
Certamente non si tratta di adulterio, perché in greco l’adulterio o il tradimento coniugale vengono indicato con un termine proprio: moicheia.
La traduzione della CEI del 1974 aveva tradotto: “eccetto in caso di concubinato”. L’attuale (del 2008) traduce: “in caso di unione illegittima”. L’attuale “in caso di unione illegittima” rende meglio l’idea e fa capire che si tratta di un falso matrimonio.
La traduzione precedente diceva “concubinato” e il concubinato non è un vero matrimonio, ma un falso matrimonio. In sostanza dunque non cambia nulla. L’espressione “unione illegittima” è più intelligibile di quella di concubinato.

5. Per comprendere bene questo inciso è opportuno notare anche che né Marco né Luca ne fanno menzione e non danno alcuna possibilità di divorzio: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 19,11-12); oppure ancora: “Chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio; chi sposa una donna ripudiata dal marito, commette adulterio” (Lc 16,18).

6. Va ricordato anche che sempre nel Vangelo di Matteo, nel contesto del discorso della montagna, Gesù esclude in ogni caso un secondo matrimonio per i divorziati: “Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di porneia (unione illegittima), la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio” (Mt 5, 32).
Questa dottrina è ripresa da san Paolo quando dice: “La donna sposata, infatti, per legge è legata al marito finché egli vive; ma se il marito muore, è liberata dalla legge che la lega al marito. Ella sarà dunque considerata adultera se passa a un altro uomo mentre il marito vive; ma se il marito muore ella è libera dalla legge, tanto che non è più adultera se passa a un altro uomo” (Rm 7,2-3) e “Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito - e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito - e il marito non ripudi la moglie” (1 Cor 7,10-11).

7. Da questi diversi testi emerge la seguente dottrina:
- il matrimonio è indissolubile;
- chi ripudia la moglie la espone a diventare adultera, e di ciò diviene colpevole;
- e se ne sposa un'altra commette adulterio;
- in caso di infedeltà della moglie, l'uomo dandole il libello del ripudio non l'esporrà all'adulterio, e quindi non ne sarà colpevole, poiché l'adulterio è già stato commesso, ma egli non potrà risposarsi, come neanche la moglie ripudiata, senza commettere
adulterio.

8. Tu dici: “porneia è traducibile con fornicazione, per intendersi tradimento, atti sessuali con altro uomo o donna, che non sia il legittimo consorte”.
Dici bene, ma solo in parte. Si può tradurre, sì, con fornicazione. Ma che cos’è la fornicazione? Per fornicazione s’intende il rapporto sessuale tra due persone che non sono sposate. Il concubinato è uno stato di fornicazione permanente. È un’unione, sì, ma è un’unione illegittima perché le persone non sono sposate.

9. Tu non commetti un errore quando scrivi: “porneia è traducibile con fornicazione”, ma lo commetti quando scrivi: “per intendersi tradimento”. No, la fornicazione non è la stessa cosa che un tradimento. Il tradimento è nel genere dell’adulterio, è un venir meno alla fedeltà coniugale.

10. Allora se vuoi tradurre “fornicazione”, puoi farlo. Ma devi intendere per fornicazione quello che questa parola significa, senza confonderla con l’adulterio. La CEI avrebbe potuto tradurre “fornicazione”, ma subito tanti sarebbero caduti nell’errore in cui involontariamente sei caduto anche tu: di intenderla per adulterio. “Fornicazione”, “unione illegittima”, “falso matrimonio”, “concubinato” si equivalgono.

Ecco, come vedi la Chiesa non manipola i testi sacri. Sa che sono parola di Dio. Come potrebbe permetterselo?
Ti ringrazio comunque del quesito che sarà servito per chiarire a molti le idee.

Ti ricordo al Signore e ti benedico.

Padre Angelo

lunedì 3 aprile 2017

papa Francesco dice: NO!

Spagna, linee guida su Amoris Laetitia del vescovo Reig: Scrittura e Magistero di sempre sono vincolanti





Mons. Juan Antonio Reig Pla, vescovo della diocesi di Alcalà di Henares (Spagna), ha deciso di pubblicare criteri e disposizioni per l’accompagnamento delle persone divorziate risposate. La pubblicazione avviene in seguito ad un incontro intitolato “La famiglia cristiana e la scuola cattolica, minoranze creative per il rinnovamento della società”, tenutosi al palazzo vescovile nei giorni 10, 11 e 12 di marzo.

Riportiamo di seguito il passaggio riferito al possibile accesso ai sacramenti per i divorziati risposati (i grassetti sono nostri).

«La meta di questo cammino [di accompagnamento, ndr] sarà che questi battezzati possano vivere in accordo con la parola di Gesù. Solo quando essi sono disposti a fare questo passo potranno ricevere l’assoluzione sacramentale e la santa Eucaristia.

Rimangono in vigore, pertanto, le condizioni oggettive richieste dal Magistero della Chiesa per poter accedere alla recezione dei sacramenti. Queste condizioni oggettive furono espresse dal Papa san Giovanni Paolo II nella esortazione Familiaris consortio n°84, ratificate da Benedetto XVI (Sacramentum caritatis n°29) e contenute nel Catechismo della Chiesa Cattolica al n°1650. Inoltre, il Pontificio consiglio per i Testi legislativi ha pubblicato la Dichiarazione circa l’ammissibilità alla Santa Comunione dei divorziati risposati (24/06/2000). Seguendo questi principi siamo a ricevere il magistero di Papa Francesco esposto nel capitolo VIII dell’esortazione Amoris laetitia. Questa si situa in continuità con il magistero precedente (cfr. AL, capitolo III). La sua proposta consiste nel promuovere una maggior vicinanza a tutte le persone che vivono un “amore ferito e smarrito” (cfr. AL 291), e nel promuovere cammini che permettano a coloro che sono in situazione irregolari di tornare a una vita secondo la parola di Gesù. (…)

Quindi si deve tenere in considerazione, in concreto, che la Chiesa, basandosi sulla Sacra Scrittura e la Tradizione, «ribadisce la sua prassi di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. (…) La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, “assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi”» (cfr. Familiaris consortio n°84). Questo è il requisito oggettivo che non ammette eccezioni e il cui adempimento deve essere oggetto di attento discernimento nel foro interno; nessun sacerdote può essere considerato con l’autorità di dispensare questa esigenza».

da «La Nuova Bussola Quotidiana»

mercoledì 16 novembre 2016

alle soglie di uno scisma???

Pericolosa polarizzazione 

 



 
Lunedí scorso, 14 novembre, è stata resa nota la lettera con cui quattro Cardinali (Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner) chiedono a Papa Francesco di dirimere le incertezze sorte dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris laetitia, dando risposta a cinque dubia allegati. In un paio di giorni sono stati versati fiumi di inchiostro sull’iniziativa dei quattro Porporati; inutile, quindi, ripetere cose che sono state già dette. Volevo solo evidenziare un aspetto che mi sembra sfuggito ai piú.
 
 
Ho avuto l’impressione che, in genere, i commentatori abbiano presentato gli estensori della lettera come ancora in attesa di una risposta del Papa (e quindi, si potrebbe supporre, abbiano pubblicato la lettera, in qualche modo, per “costringere” il Papa a dare una risposta). Lo stesso Magister, nell’inquietante post di ieri sul suo blog, si esprime nei seguenti termini:
I quattro cardinali … hanno aspettato invano per quasi due mesi che il papa rispondesse all’appello. E c’è chi prevede che nemmeno da qui in avanti Francesco romperà il suo silenzio.
Anch’io, in un primo momento, avevo interpretato l’iniziativa in questo senso; ma poi, rileggendo il testo della lettera, ho capito che forse le cose sono andate diversamente. I Cardinali non stanno ancora aspettando una risposta del Papa alla loro lettera (se cosí fosse, molto probabilmente non l’avrebbero pubblicata); una risposta — non saprei dire in quale forma — devono averla già ricevuta; ed essa consiste nel fatto che il Papa non risponderà ai loro quesiti. Solo questo possono significare le seguenti parole, contenute nella “premessa” alla lettera:
Il Santo Padre ha deciso di non rispondere. Abbiamo interpretato questa sua sovrana decisione come un invito a continuare la riflessione e la discussione, pacata e rispettosa.
“Il Santo Padre ha deciso di non rispondere”. Una decisione — giustamente definita “sovrana” dai Porporati — dunque c’è stata: il Papa non risponderà ai dubia. Inutile quindi continuare ad attendere una risposta che non verrà. Di qui la decisione di pubblicare la lettera.

Tale decisione di Papa Francesco non meraviglia. Non solo perché finora si è sempre comportato allo stesso modo in situazioni analoghe; ma perché rifiuta, per principio, questo modo di procedere. Accettare di rispondere ai dubia proposti dai Cardinali significherebbe accettare una visione della Chiesa e del ministero papale, che non è sua. Lo ha già espresso chiaramente piú volte. Nella intervista rilasciata a Padre Spadaro all’inizio del pontificato, affermava:
Se il cristiano è restaurazionista, legalista, se vuole tutto chiaro e sicuro, allora non trova niente. La tradizione e la memoria del passato devono aiutarci ad avere il coraggio di aprire nuovi spazi a Dio. Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla “sicurezza” dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa una ideologia tra le tante (La Civiltà Cattolica, n. 3918, 19 settembre 2013, pp. 469-470)
Un concetto ripreso nell’esortazione apostolica Amoris laetitia: 
Comprendo coloro che preferiscono una pastorale piú rigida che non dia luogo ad alcuna confusione. Ma credo sinceramente che Gesú vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una Madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, «non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada» [Evangelii gaudium, n. 45] (n. 308).
Come si può vedere, ci troviamo di fronte a due concezioni di Chiesa e di pastorale antitetiche: da una parte c’è chi ritiene che la Chiesa sia tenuta a “fare chiarezza”, a mostrare ai fedeli quale sia la verità da seguire; dall’altra, chi invece ritiene che la Chiesa debba essere un “ospedale da campo”, dove si curano le ferite dei fedeli, mostrando loro la propria vicinanza, senza preoccupazioni di carattere legalistico; da una parte c’è chi considera dovere pastorale della Chiesa insegnare, cosí com’è, la dottrina rivelata; dall’altra, chi propugna come unici atteggiamenti pastorali accettabili l’accoglienza, l’accompagnamento, il discernimento e l’integrazione. Che nella Chiesa ci siano sempre state sensibilità diverse, è un dato di fatto e non meraviglia; ma ho l’impressione che ci troviamo di fronte a una polarizzazione di posizioni non solo diverse, ma alternative e tra loro inconciliabili.
Papa Bergoglio, nella conversazione con Padre Spadaro introduttiva al volume Nei tuoi occhi è la mia parola, sembrerebbe giustificare l’esistenza di “opposizioni” nella Chiesa (e non potrebbe essere altrimenti per chi si è formato alla scuola di Romano Guardini):
Le opposizioni aiutano. La vita umana è strutturata in forma oppositiva. Ed è quello che succede adesso anche nella Chiesa. Le tensioni non vanno necessariamente risolte ed omologate, non sono come le contraddizioni.
Nella citata intervista alla Civiltà Cattolica, troviamo diverse espressioni, che fanno da supporto spirituale a questa visione di Papa Francesco:
Solamente nella narrazione si può fare discernimento, non nella esplicazione filosofica o teologica, nelle quali invece si può discutere (p. 455); Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia (p. 468); Dio lo si incontra camminando, nel cammino … Dio è sempre una sorpresa, e dunque non sai mai dove e come lo trovi, non sei tu a fissare i tempi e i luoghi dell’incontro con lui (p. 469); Dio si è rivelato come storia, non come un compendio di verità astratte (p. 474).
Personalmente, mi trovo abbastanza d’accordo con Papa Bergoglio sull’utilità — e l’inevitabilità — delle opposizioni (semmai ci sarebbe da conciliare questa posizione, autenticamente guardiniana, con il secondo postulato esposto in Evangelii gaudium, nn. 226-230: “l’unità prevale sul conflitto”). Sono d’accordo che “le tensioni non vanno necessariamente risolte ed omologate”; sono convinto che le differenze non debbano essere cancellate, ma semmai valorizzate; ma sono altrettanto convinto che le opposizioni — e, a maggior ragione, la loro polarizzazione — non vadano favorite né, tanto meno, alimentate, quanto piuttosto “gestite” e “composte” in una superiore (“superiore” in senso spirituale, non in  senso hegeliano) unità. Come ricordavo in un recente post, scopo dell’autorità è la salvaguardia della pace e dell’unità: essa non dovrebbe mai schierarsi apertamente con una delle parti in gioco, e dovrebbe piuttosto svolgere un ruolo di mediazione; in caso contrario, le conseguenze potrebbero rivelarsi devastanti.
Qualcuno è convinto che siamo alle soglie di uno scisma. In effetti, alcuni segnali potrebbero indurre a pensarlo. Speriamo e preghiamo perché ciò non avvenga. In ogni caso, ritengo che anche la sola ipotesi che possa avvenire solleva qualche dubbio sulla validità della “riforma” della Chiesa in corso.
Q

lunedì 7 novembre 2016

Credo in un SOLO DIO



Dichiarazione di fedeltà all’insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio e alla sua ininterrotta disciplina


Lo scorso 27 settembre un nutrito gruppo di autorevoli personalità cattoliche ha diffuso un'importante Dichiarazione di fedeltà all’insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio e alla sua ininterrotta disciplina, invitando, tramite il sito supplicafiliale.org, tutti i fedeli a sottoscriverla.


La notizia si è diffusa rapidamente, ed è ormai quasi superfluo sottolineare la grande rilevanza di questa iniziativa, alla quale aderiamo con fede. Riportiamo qui di seguito una sintesi della dichiarazione, ricordando a tutti che la sottoscrizione si esegue compilando il format che trovate qui.

i 4 peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio

Errori circa il vero matrimonio e la famiglia sono stati molto diffusi in ambito cattolico.
Di fronte a questa realtà, questa Dichiarazione esprime la volontà dei firmatari di restare fedeli agli insegnamenti immutabili della Chiesa sulla morale e sui sacramenti del matrimonio, della Riconciliazione e dell'Eucaristia, e alla sua perenne disciplina per quanto riguarda quei Sacramenti.

In particolare, la Dichiarazione di Fedeltà ribadisce fermamente che:

I. Per quanto riguarda la castità, il matrimonio e i diritti dei genitori

Tutte le forme di convivenza more uxorio al di fuori di un matrimonio valido sono gravemente contrarie alla volontà di Dio;
Il matrimonio e l'atto coniugale hanno scopi di procreazione e d’unione, ed ogni atto coniugale deve essere aperto al dono della vita;
La cosiddetta educazione sessuale è un diritto fondamentale e primario dei genitori, che deve essere sempre eseguito sotto la loro attenta guida;
La consacrazione definitiva di una persona a Dio attraverso una vita di castità perfetta è oggettivamente più eccellente del matrimonio.

II. Per quanto riguarda la convivenza, le unioni omosessuali e un nuovo matrimonio civile dopo il divorzio

Unioni irregolari non possono mai essere equiparate al matrimonio, ritenute moralmente lecite, o legalmente riconosciute;

Unioni irregolari contraddicono radicalmente il matrimonio cristiano e non possono esprimerlo, né parzialmente né per analogia, e devono essere viste come un modo peccaminoso di vivere;
Unioni irregolari non possono essere consigliate come un prudente e graduale adempimento della Legge Divina

III. Per quanto riguarda la Legge Naturale e la coscienza individuale

Una coscienza ben formata non potrà mai giungere alla conclusione che, date le limitazioni della persona, la sua rimanenza in una situazione oggettivamente peccaminosa può essere la sua migliore risposta al Vangelo, né che questo è ciò che Dio sta chiedendo da lui;
Non si può guardare il sesto comandamento e l'indissolubilità del matrimonio come semplici ideali da perseguire;
Il discernimento personale e pastorale non potrà mai portare i divorziati civilmente "risposati" a concludere che la loro unione adulterina può essere moralmente giustificata dalla "fedeltà" per il loro nuovo partner, che sciogliere l'unione adulterina è impossibile, o che, così facendo, si espongono a nuovi peccati;
I divorziati civilmente “risposati” che non riescono a soddisfare l'obbligo grave di separarsi, sono moralmente obbligati a vivere come "fratello e sorella", e ad evitare lo scandalo, in particolare qualsiasi espressione d’intimità adeguata alle coppie sposate.

IV. Per quanto riguarda il discernimento, la responsabilità, stato di grazia e stato di peccato

I divorziati civilmente “risposati” che scelgono la loro situazione con piena conoscenza e consenso della volontà non sono membri vivi della Chiesa in quanto sono in stato di peccato grave che loro impedisce di possedere e crescere nella carità;
Non vi è alcun punto a metà strada tra l'essere in grazia di Dio o privati di essa dal peccato mortale. La crescita spirituale per qualcuno che vive in uno stato obiettivo di peccato consiste nell'abbandonare quella situazione;
Dal momento che Dio è onnisciente, la legge naturale e rivelata prevede tutte le situazioni particolari, soprattutto quando si proibiscono azioni specifiche "intrinsecamente cattive";
La complessità delle situazioni e dei diversi gradi di responsabilità tra i casi non impedisce i pastori di concludere che quelle unioni irregolari sono in uno stato obiettivo di peccato grave manifesto, e di presumere, nel foro esterno, che si sono privati della grazia santificante;
Dal momento che l'uomo è dotato di libero arbitrio, atti morali volontari devono essere imputati al suo autore, e tale imputabilità si deve presumere;

V. Per quanto riguarda i sacramenti della Riconciliazione e dell'Eucaristia

Il confessore è tenuto ad ammonire i penitenti in materia di trasgressioni della legge di Dio, e di garantire che desiderano veramente l'assoluzione e il perdono di Dio e hanno deciso di rivedere e correggere il loro comportamento;
I divorziati civilmente “risposati” che rimangono nel loro stato oggettivo di adulterio non possono mai essere considerati dai confessori come se stiano vivendo in uno stato obiettivo di grazia e col diritto a ricevere l'assoluzione o ad essere ammessi alla Santa Eucaristia, a meno che esprimano contrizione e decidano con fermezza di abbandonare il loro stato di vita;
Nessun discernimento responsabile può sostenere che l'ammissione all'Eucaristia sia permessa ai divorziati civilmente "risposati" che vivono apertamente more uxorio, sotto l'affermazione che non esiste alcuna colpa cosi grave, perché il loro stato esteriore di vita contraddice oggettivamente il carattere indissolubile del matrimonio cristiano;
La certezza soggettiva in coscienza circa la nullità di un precedente matrimonio non è mai sufficiente, di per sé, a giustificare divorziati civilmente "risposati" dal peccato materiale di adulterio, o per loro consentire di ignorare le conseguenze sacramentali di vivere come pubblici peccatori;
Coloro che ricevono l'Eucaristia devono essere degni di farlo essendo in stato di grazia e, di conseguenza, i divorziati civilmente "risposati" che condurranno uno stile di vita di peccatori pubblici rischiano di commettere un sacrilegio ricevendo la Santa Comunione;
Secondo la logica del Vangelo, gli uomini che muoiono in stato di peccato mortale, non riconciliato con Dio, sono condannati all'inferno per sempre;

VI. Per quanto riguarda l'atteggiamento materno e pastorale della Chiesa

Il chiaro insegnamento della verità è un’eminente opera di misericordia e di carità;
L'impossibilità di dare l'assoluzione e la Santa Comunione ai cattolici che vivono manifestamente in uno stato obiettivo di peccato grave deriva dalla cura materna della Chiesa, dal momento che non è la proprietaria dei Sacramenti, ma un amministratore fedele;

VII. Per quanto riguarda la validità universale del costante Magistero della Chiesa

Le questioni dottrinali, morali e pastorali riguardanti i sacramenti dell'Eucaristia, della Penitenza e Il Matrimonio potranno essere risolti da interventi del Magistero e, per loro stessa natura precludono interpretazioni contraddittorie o conseguenze pratiche sostanzialmente diverse da esso;
Mentre le piaghe del divorzio e la depravazione sessuale sono diffuse ovunque, anche all'interno della Chiesa, è dovere dei vescovi, sacerdoti e fedeli cattolici di dichiarare, con una sola voce, la loro fedeltà agli insegnamenti immutabili della Chiesa sul matrimonio e alla sua ininterrotta disciplina, ricevuta dagli Apostoli.

sabato 24 settembre 2016

Grasse risate in Vaticano

Grasse risate nei sacri Palazzi 
 

di Francesco Filipazzi 

Ogni tanto a tutti capita di voler essere simpatici. Certo a volte non si riesce ad esserlo. Troviamo un esempio di un fallimento in questo senso sul blog di Andrea Tornielli, Sacri Palazzi. Il Nostro, cercando di prendere in giro (credo) Antonio Socci, in un post dal titolo "Parole del Papa sui Musulmani", riporta una frase (facendo intendere che l'abbia detta Papa Francesco) di Giovanni Paolo II, pronunciata in un incontro con i Giovani Musulmani a Casablanca nel 1985. In essa il Papa dice "Noi crediamo nello stesso Dio, l'unico Dio vivente" ecc. Dunque il colpo di scena. Dopo aver fatto il verso a Socci, il nostrissimo rivela l'arcano "la frase l'ha detta Giovanni Paolo II, Papa e pure Santo. Soprattutto dimenticato".

In effetti ci duole ammettere che Giovanni Paolo II è dimenticato, soprattutto da chi lo cita parzialmente. Tornielli si è dimenticato di citare il paragrafo 10 di quel discorso: "Credo che noi, cristiani e musulmani, dobbiamo riconoscere con gioia i valori religiosi che abbiamo in comune e renderne grazie a Dio. Gli uni e gli altri crediamo in un Dio, il Dio unico, che è pienezza di giustizia e pienezza di misericordia; noi crediamo all’importanza della preghiera, del digiuno e dell’elemosina, della penitenza e del perdono; noi crediamo che Dio ci sarà giudice misericordioso alla fine dei tempi e noi speriamo che dopo la risurrezione egli sarà soddisfatto di noi e noi sappiamo che saremo soddisfatti di lui. La lealtà esige pure che riconosciamo e rispettiamo le nostre differenze. 

 
Evidentemente, quella più fondamentale è lo sguardo che posiamo sulla persona e sull’opera di Gesù di Nazaret. Voi sapete che, per i cristiani, questo Gesù li fa entrare in un’intima conoscenza del mistero di Dio e in una comunione filiale con i suoi doni, sebbene lo riconoscano e lo proclamino Signore e Salvatore. Queste sono differenze importanti, che noi possiamo accettare con umiltà e rispetto, in una mutua tolleranza; in ciò vi è un mistero sul quale Dio ci illuminerà un giorno, ne sono certo".

Sostanzialmente il Papa disse ai Giovani Musulmani che c'è una differenza fra le due religioni che si chiama Gesù Cristo. E' evidente che il buon Tornielli si è dimenticato questa parte.


Così come in questo periodo molti hanno dimenticato un'altra parte del magistero dell'epoca. Ad esempio nella Familiaris Consortio leggiamo: "La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. C'è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all'Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio". Dunque, ci chiediamo, perché citare Giovanni Paolo II solo per le liti con i giornalisti rivali, per far volare qualche straccio via web, mentre invece non citarlo, che so, per commentare Amoris Laetitia?


http://www.campariedemaistre.com/2016/09/grasse-risate-nei-sacri-palazzi.html

mercoledì 14 settembre 2016

Il resto sono chiacchiere.

Amoris Laetitia, il dibattito non è finito

 
di Riccardo Cascioli
 
In questi giorni ha creato un certo scalpore e perplessità la notizia di una lettera privata di papa Francesco che approva incondizionatamente le linee guida di Amoris Laetitia diffuse dai vescovi della regione di Buenos Aires per l’interpretazione del famoso capitolo VIII dell’esortazione apostolica. La notizia sta nel fatto che, di fronte a indicazioni che alla fine prevedono – in alcuni casi e a certe condizioni – che coppie di divorziati risposati possano accedere all’Eucarestia, il Papa dice che «non c’è altra interpretazione possibile» (clicca qui).

Finora infatti, di fronte a passaggi ambigui del capitolo VIII di Amoris Laetitia, si sono avute interpretazioni diverse, anzi diametralmente opposte, da parte di teologi e vescovi, e diversi cardinali e vescovi hanno anche chiesto chiarimenti al Papa su alcuni specifici punti controversi. Finora da parte di Francesco nessuna risposta ufficiale, ora però ecco una lettera privata che sarebbe stata destinata a rimanere tale se qualcuno non l’avesse passata alla stampa. Subito dai soliti ambienti progressisti si sono levare urla di giubilo e sberleffi a quegli irriducibili conservatori che si ostinavano a non capire. 

Se dovessimo dare retta a quanti affermano che con questo «il dibattito è chiuso», avremmo questa situazione:
  1. Un cambiamento oggettivo di dottrina: laddove Familiaris Consortio (no. 84) ribadiva «la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati», con Amoris Laetitia l’ammissione diventerebbe possibile, anche se solo in alcuni casi. Chi sostiene che si tratterebbe soltanto di cambiamento di approccio pastorale e non di dottrina, deve avere evidentemente qualche problema con il principio di non contraddizione;
  2. Tale cambiamento di dottrina avverrebbe non per dichiarazione esplicita ma grazie a una possibile interpretazione delle note (ripeto: note) 329, 336 e 351 della Amoris Laetitia;
  3. L’interpretazione autentica – e definitiva - sarebbe affidata a una lettera privata del Papa ad alcuni vescovi. Vale a dire che, senza qualche manina che la passasse a un giornale, forse i cattolici sparsi nel mondo non l’avrebbero mai conosciuta.
Si tratta di un quadro francamente surreale, che prescinde da ciò che oggettivamente è Magistero, e funzionale a chi vuole il cambiamento dottrinale della Chiesa in una certa direzione e usa di qualsiasi mezzo per arrivarci, puntando a creare una mentalità favorevole a tale cambiamento. In tutto questo i pronunciamenti magisteriali diventano un optional: si ripete ancora una volta lo schema dello "spirito del Concilio" che prescinde totalmente da ciò che i documenti effettivi del Concilio affermano.

In aggiunta però ci sono alcuni elementi che fanno ritenere la vicenda un po’ più complessa di come appaia a prima vista. Anzitutto le date: il documento dei vescovi argentini porta la data del 5 settembre, e del 5 settembre è anche la risposta di papa Francesco, una rapidità davvero insolita per la risposta di un Papa che deve riflettere su questioni e procedure piuttosto complesse. 

Inoltre dopo la pubblicazione dei documenti sul sito Infocatolica, ci deve essere stata una reazione di almeno parte dell’episcopato argentino, perché successivamente è stato affermato che le linee guida dei vescovi non sono ancora definitive, si tratta di una bozza ancora da rivedere. Ma se questo è vero, chi ha coinvolto il Papa nell’approvazione di linee guida non ancora adottate? 

Domande a cui forse nei prossimi giorni si potrà avere risposta, ma tornando alla vicenda principale c’è da chiedersi cosa potrà accadere prossimamente, quali reazioni potranno avere vescovi e cardinali che hanno già chiesto chiarimenti ufficiali al Papa o che nelle loro linee guida hanno dato ben altra interpretazione al capitolo VIII dell’Amoris Laetitia. 

Di sicuro però, anche se la lettera firmata da Francesco rispecchiasse il suo vero pensiero in materia, questo non significa che essa possa essere considerata la fine del dibattito. Per il semplice fatto che cambiamenti dottrinali o indicazioni pastorali devono essere “insegnate” (magistero vuol dire insegnamento) nelle modalità richieste e in modo chiaro, inequivoco (altrimenti che insegnamento è?). In altre parole: se papa Francesco – come chiunque altro Papa - desiderasse davvero cambiare le condizioni per l’accesso all’Eucarestia, sarebbe necessario che lo dicesse esplicitamente rivolgendosi a tutti i cristiani: una lettera privata destinata ad essere letta da pochi intimi non è un atto di magistero, né lo possono essere frasi - o addirittura note - poco chiare. Il resto sono chiacchiere.

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sabato 27 agosto 2016

processi virtuosi???

"Che si tratti di processi virtuosi 

nessuno per ora può dirlo"









di Giulio Meiattini OSB

Si ha l’impressione che l’affermazione della superiorità del tempo sullo spazio obbedisca a un interesse: quello di avviare processi. […] Ma pur apprezzando lo stimolo di papa Francesco, davvero l’avviare processi è così vitale oggi, tanto da diventare una priorità? Davvero puntare a questo obiettivo e richiamarlo in modo pressante è ciò di cui hanno più bisogno l’uomo o la società attuali, in specie i cattolici? È questo ciò che serve maggiormente in questa congiuntura globale della vita della Chiesa?

Mi sia lecito esprimere un forte dubbio in proposito. Oggi è già in atto un grandissimo numero di processi, per giunta addirittura travolgenti e di proporzioni spesso gigantesche. La tanto citata “liquidità” della nostra società e delle nostre culture, le migrazioni dal sud al nord del mondo, lo spostamento degli equilibri geopolitici, i mutamenti valoriali e le trasformazioni apportate dalla tecnica nella sfera dell’etica, giustificano appieno la felice espressione dello stesso pontefice: “Non stiamo vivendo un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca”.

I mutamenti sono già in atto, sono numerosi, di portata enorme e dall’estensione planetaria. […] Tanto che mi sembra di poter dire che il problema principale dell’uomo odierno non è quello dell’immobilismo, quanto il non aver più dei marcatori e dei misuratori dei processi in atto. I movimenti in corso sono altamente autoreferenziali: cioè non hanno delle esternalità relativamente stabili che li possano in qualche modo misurare od orientare. Non hanno delle finalità o un senso. […]. Se tutto si muove, e se il “cambiamento” fine a se stesso sembra essere l’unica cosa che rimane, tutto è reso equipollente. […] La parola stessa “processo”, che il papa usa, appare così neutra che di per sé qualunque cambiamento è definibile come processo. Anche il degrado è un processo. Ma se l’importante è processualizzare e cambiare, e non mi si dice il dove e il come a cui deve portare il processo-cambiamento né il suo perché, allora, nella moltiplicazione dei cambiamenti, tutto si equivale. […]

La mia opinione è che oggi, da parte della Chiesa, la parola che ci si aspetterebbe non è: avviare processi. Questi, come ho detto, già sono in atto a dismisura, sia positivi sia negativi, e non aspettano noi cristiani per continuare la loro corsa o per autoalimentarsi.

I processi avviati al tempo della caduta dell’impero romano e delle invasioni dei nuovi popoli euroasiatici, non furono avviati dal cristianesimo: ma questo seppe renderli meno devastanti e gradualmente incanalarli grazie a una visione orientata del mondo.

Anche oggi ci si aspetterebbe che nella labilità e provvisorietà delle configurazioni sociali e culturali, economiche, politiche ed etiche, si offrissero dei criteri di valutazione e discernimento, dei riferimenti, delle topografie che servissero per comprendere all’incirca dove siamo e dove forse andiamo. Insomma, delle bussole e delle carte per orientare i fedeli e gli uomini del nostro tempo.

L’umanità attuale, soprattutto nei paesi riconducibili alla cultura occidentale e al suo influsso, non soffre di immobilismo, ma di disorientamento per eccessiva mobilità. Si tratta di guidare e governare, per quanto possibile, le energie già in moto, perché non confluiscano in un pericoloso caos, ma diventino costruttive di nuovi assetti vivibili. Anche le grandi lobby di potere, non di rado, si servono della strategia della destabilizzazione – avviando processi, guarda un po’! – per ottenere determinate reazioni a loro favorevoli. Avviare processi non è per principio innocente, farlo può essere anche nell’interesse del potere da cui il papa giustamente ci mette in guardia. […]

La conclusione alla quale personalmente approdo è che dai pronunciamenti magisteriali sarebbe da attendersi un linguaggio più sorvegliato e una maggiore lucidità di pensiero. Per il bene di tutti, dal momento che un esercizio corretto della ragione è un buon servizio non solo per la teologia e la vita della Chiesa, ma anche per una comunicazione virtuosa col mondo della cultura. Perché più che una maggiore importanza della realtà sull’idea, andrebbe ricordato che l’idea fa parte della realtà, essendo il pensiero un modo dell’essere e il "medium" attraverso cui l’essere per noi è conoscibile e diventa "verum".

Non curare l’idea e il processo di ideazione (anch’essa un processo!), cioè il pensiero, rischierebbe di estraniarci dall’essere che viene all’idea. L’imprecisione nell’uso dei concetti e nell’esercizio del pensiero non crea intesa, ma equivoci e confusione. La costituzione conciliare "Dei Verbum", espressione di una ricca teologia della storia della salvezza e in piena conformità alla natura sacramentale della Chiesa, ci ricorda l’inseparabilità dei gesti e delle parole, dei fatti e del linguaggio. Non esiste una superiorità dei gesti sulle parole né viceversa.

Mi preoccupa constatare che del principio-postulato qui esaminato viene fatto un uso enigmatico anche nel contesto di un documento come "Amoris laetitia":

“Ricordando che il tempo è superiore allo spazio, desidero ribadire che non tutte le discussioni dottrinali, morali e pastorali devono essere risolte con interventi del magistero” (n. 3).

Mi chiedo: quale nesso c’è fra il principio richiamato e la conseguenza tratta? Forse si intende dire che i pronunciamenti del magistero (anche di "Amoris laetitia"?) sono un sintomo di fissazione immobilista o conservazione di “spazi di potere”? L’implicito sinceramente mi sfugge.

In ogni caso possiamo dire che, all’insegna di questo principio, l’effetto c’è stato: si è avviata, a seguito dell’esortazione postsinodale sulla famiglia, una serie di “processi”: dibattiti, controversie, interpretazioni diametralmente opposte, polarizzazioni, perplessità di fedeli e sacerdoti, incertezze nelle conferenze episcopali. 

Che si tratti di processi virtuosi questo nessuno per ora può dirlo. Personalmente oso dire che forse non è questo che sul tema della famiglia oggi maggiormente serviva. 

Perché, dopo ben due sinodi, neanche una pagina è stata spesa in questa esortazione sulla preparazione e formazione al matrimonio cristiano? E dire che la "relatio finalis" del secondo sinodo vi aveva dedicato un’attenzione significativa, anche se ancora non del tutto sufficiente, a mio parere. Siamo proprio sicuri che oggi i sacramenti vengano dati a dei “cristiani”?

Sono convinto che questo sia il vero processo che la Chiesa ha urgente bisogno di avviare: generare alla fede e alla vita cristiana degli autentici credenti attraverso il battesimo e l’iniziazione cristiana. Poi viene il resto, anche il matrimonio, anche la costruzione della pace sociale e del bene comune.

Ma al battesimo e al catecumenato c’è ancora qualcuno che pensa sul serio? Il battesimo non è un postulato, né un’idea astratta. Battezzare e rendere discepoli i popoli è il cuore della missione della Chiesa, è il mandato di Gesù.

https://apostatisidiventa.blogspot.it/2016/08/capitan-uncini.html


mercoledì 13 luglio 2016

BURKE: “rapporti sessuali con una persona che non è il coniuge è o fornicazione o adulterio”

 
 
Nicola Bux
        
Il Sacerdote barese monsignor Nicola Bux nei suoi incontri, come nei suoi scritti, non ha peli sulla lingua. Quello che davvero non gli fa difetto è la chiarezza ed il coraggio (ed una grande conoscenza teologica, soprattutto sulla Sacra Liturgia). Ha detto testuale “non è un peccato criticare il Papa” . Per chiarezza ed intrepida fede brilla anche il Cardinale americano Raymond Leo Burke. Dopo la pubblicazione dell’esortazione post-sinodale Amoris laetitia il cardinale  Burke aveva espressamente detto che il documento, a suo parere, ha “una natura personale cioè non magisteriale”.
 
 
A questa sua affermazione sono seguite una serie di risposte, più o meno dirette. L’ultima in ordine di tempo è quella di don Vitali, teologo dell’Università Gregoriana di Roma, che all’agenzia Sir ha dichiarato: “Appare del tutto specioso l’argomento di chi, dopo aver intimato a Francesco di non toccare la dottrina, ora pretende di derubricare la sua esortazione a opinione personale. Per essere magistero autentico, non è detto che un documento debba sempre contenere dichiarazioni dottrinali e norme imperative”.
 
Ma il cardinale Burke rilancia dalle colonne del seguitissimo portale americano Lifesitenews.
“Qualcuno”, ha detto il porporato, “mi ha criticato per aver detto che il documento non è magistero; costoro hanno affermato che si tratta di una Esortazione post-sinodale e, perciò, deve essere parte del magistero; ma non è il titolo del documento che gli conferisce la qualifica di magistero. Bisogna leggere i contenuti e, se lo si fa, si vede che questo documento va letto criticamente, alla luce del Catechismo, alla luce del magistero della Chiesa. Quelle parti che sostengono e danno piena espressione al magistero della Chiesa vanno bene, ma ci possono essere altre cose che sono riflessioni del Santo Padre ma non sono magistero”.
 
Alla domanda circa il turbamento che abiterebbe nell’animo di molti fedeli, soprattutto perché l’autore del testo è il Papa, il cardinale risponde dicendo che “non siamo stati abituati a questo tipo di scrittura da parte del Santo Padre. In passato il Santo Padre parlava molto di rado, o scriveva molto raramente, e lo faceva sempre con una grande attenzione al fatto che egli è il Vicario di Cristo in terra e, quindi, che ogni espressione della Fede deve essere aderente alla verità del magistero della Fede […] Papa Francesco ha scelto di scrivere e parlare in un modo tale per cui vi è una sorta di commistione tra l’esposizione dell’insegnamento della Chiesa e l’espressione dei propri pensieri personali, e molte volte lo fa in un linguaggio molto colloquiale, nel quale a volte non è così facile capire esattamente che cosa vuole dire.
 
E quindi penso che dobbiamo renderci conto che qui abbiamo un diverso modo di scrivere del Papa, e noi possediamo tutti gli strumenti nella nostra fede per comprendere correttamente questo modo di scrivere, ma non ci è familiare. Tuttavia è semplicemente non vero sostenere che questo documento sia parte del magistero come lo erano, per esempio, la Lettera Enciclica Evangelium vitae, o Familiaris consortio – che era anch’essa una Esortazione Apostolica post-sinodale -, giacché questo documento non è scritto nello stesso modo di quelli. E’ scritto in un modo molto differente.
 
A tal proposito, inoltre, credo che la cosa importante sia che quando si legge in modo critico il documento, si sia sempre rispettosi della persona del Papa. Indulgere a mancanza di carità rispetto a qualsiasi compagno di fede, e in modo particolare verso il Romano Pontefice, è del tutto inappropriato e sbagliato”.
Interessante è anche la risposta che il cardinale Burke ha dato a proposito della questione delle circostanze attenuanti nel caso dell’accesso all’eucaristia per le coppie di divorziati risposati. “Le circostanze attenuanti”, ha detto, “si applicano a singoli atti, e rimane vero che per un atto individuale ci può essere qualche circostanza che diminuisce il grado di colpevolezza. Ma per quanto riguarda il vivere pubblicamente in stato di peccato, dato che nostro Signore provvede ad ogni persona che è sposata la grazia per vivere nella fedeltà a quel matrimonio, si può dire che, sì, possono vivere in fedeltà nel matrimonio perché hanno la grazia per farlo. Malgrado ci possa essere ogni tipo di  obbligo grave – bambini da educare e ai quali fornire una casa ecc. -, tutti questi obblighi possono essere rispettati rimanendo fedeli all’unione matrimoniale”.
 
Per questo, dice Burke, “se costoro [divorziati risposati] vivono in quello che appare essere uno stato di peccato, ma in effetti non stanno peccando – in altre parole: se costoro vivono come fratello e sorella -, allora è vero [possono accedere all’eucaristia, NdR]. Ma se costoro sono impegnati in relazioni more uxorio, ciò è oggettivamente peccaminoso e non può essere diversamente. Non può essere non peccato e peccato allo stesso tempo. Oggettivamente, avere rapporti sessuali con una persona che non è il coniuge è o fornicazione o adulterio”.
 

giovedì 23 giugno 2016

Tommaso Moro: un uomo

S. Tommaso Moro:
morire per l'obiezione di coscienza
 
 
 
di Alfredo Incollingo

Thomas More era il Lord Cancelliere del re inglese Enrico VIII
. Ricopriva un ruolo di degno rispetto nella corte reale ed era probabilmente il notabile più invidiato e “quotato” nel regno e in Europa. La sua fama lo precedeva dovunque e, prima di divenire un alto dignitario, svolse con successo le numerose missioni diplomatiche nel continente che gli valsero la stima e il rispetto del monarca. Thomas era anche un noto e apprezzato umanista, amico di Erasmo da Rotterdam e un autore raffinato. “Utopia”, l'opera più conosciuta del More, divenne un testo letto nei principali circoli umanisti dell'epoca e ancora oggi conserva la sua positività, nonostante si parli di un mondo utopico, inarrivabile. 

 More aveva le “carte in regola” per assicurarsi una vita di successo e di ricchezza per sé e per i suoi discendenti, ma preferì morire piuttosto che andare contro la sua coscienza e la sua fedeltà alla Chiesa Cattolica.

Thomas More, come i primi martiri della Chiesa, è un obiettore di coscienza. Anche oggi esistono e per fortuna aumentano di numero tra le tante invettive dei media e dell'intellighenzia libertina e progressista. Con tenacia si resiste alle polemiche e alle parole blasfeme, ma, lo possiamo dire, oggi siamo fortunati, non siamo ancora arrivati alla condanna a morte, sebbene vi siano già delle avvisaglie di persecuzione. Il “caso More” è un monito a non cedere, anche di fronte alle ripercussioni più dure: portare avanti la propria battaglia contro l'aborto e l'eutanasia, per esempio, costa in visibilità e nei rapporti personali, ma il premio sarà enorme e non c'è dubbio che il nostro “sacrificio” darà adito ad altri obiettori. La prassi è più forte delle parole e, chi non ha coraggio di mostrare in pubblico le proprie idee, avrà la sicurezza necessaria per farlo con determinazione.

Thomas More ne aveva molto di coraggio, un atteggiamento che nasce da una fede salda e mai cedevole. Questo è il cristiano: un uomo o una donna capaci di testimoniare il Vangelo senza paura.

 More aveva tutto, ma decise di lasciare ogni cosa pur di non recare torto alla propria coscienza e vivere di rimorsi.

Nel 1532 Enrico VIII impose ai propri sudditi un giuramento di supremazia del re inglese quale nuovo “capo”  politico e teologico della chiesa anglicana in risposta al rifiuto di Papa Clemente VII di sancire il suo divorzio da Caterina d'Aragona. Il clero fu costretto a sottomettersi alle volontà reali, ma Thomas More, pur essendo laico, protestò e criticò la scelta del re, lasciando il 16 maggio 1532 il suo incarico di Cancelliere. La riforma di Enrico VIII era chiaramente anti-papale e il Lord, fedele cattolico, non poteva prestar giuramento ad un atto “contro coscienza”. La sua fede era più forte delle beghe politiche ma queste finirono per travolgerlo. Thomas fu invitato (non senza minacce) a giurare fedeltà al monarca nell'aprile del 1535. Rifiutò categoricamente e venne imprigionato nella Torre di Londra: nella prigionia More stoicamente continuò il suo lavoro intellettuale, scrivendo senza sosta con il costante conforto dalla figlia Margaret. Non palesò mai il rimpianto di aver perso tutto per restare fedele alla propria “causa” e men che meno dimostrò sofferenza per la sua condizione. Fu allestito un processo che si risolse con una condanna a morte che fu eseguita il 6 luglio 1535. Le testimonianze ricordano la compostezza di Moro nell'accettare da buon funzionario la decisione del re e da buon cristiano la difesa del Vangelo e della Chiesa di Cristo.

Venne canonizzato da Papa Pio XI nel 1935 e riconosciuto “patrono” degli avvocati e degli statisti da San Giovanni Paolo II nel 2000. Fu un atto importante per tutto il mondo cattolico perché si riconobbe la rilevanza della vita e del gesto ultimo del More.  I “principi del foro” cattolici e i politici (veramente cristiani) ogni giorno affrontano la missione di difendere Cristo dai veleni del mondo, come tanti More vessati dalla pubblica società.

lunedì 20 giugno 2016

rinnovata ebbrezza dello “spirito”

L’èra dello “spirito”




don Elia.
La visione gnostica della storia la pensa come un inarrestabile progresso interno, come un processo mosso dal di dentro e articolato in fasi successive delle quali ognuna rappresenta il superamento delle precedenti ed è destinata ad essere a sua volta superata da qualcosa di ancora migliore. Tale, per esempio, era la tesi dell’abate cistercense Gioacchino da Fiore († 1202), che parlava di tre età, una del Padre, una del Figlio e una dello Spirito Santo. Inutile dire che l’ultima, la più perfetta, doveva coincidere proprio con la diffusione delle sue teorie, purtroppo condannate – come sempre per l’opposizione dei potenti, attaccati allo statu quo! – dal Concilio Lateranense IV (1215). A parte il crasso errore in materia di teologia trinitaria (le tre Persone non agiscono mai indipendentemente e come in concorrenza, poiché condividono la stessa natura e compiono sempre, insieme, un’unica e medesima operazione), è ovvio che chiunque potrebbe svegliarsi un mattino e pretendere che le sue folgoranti intuizioni diano inizio a un’èra nuova…

Ma provate un po’ a porre sullo sfondo di questi antichi vaneggiamenti (peraltro seguiti, a suo tempo e non solo, da ampie fasce del francescanesimo) l’attuale morbosa insistenza sulle sorprese dello spirito, le novità dello spirito, la libertà dello spirito … senza ulteriori specificazioni, visto che il termine santo potrebbe urtare la suscettibilità di atei e diversamente credenti. Che stia finalmente cominciando l’èra nuova tanto attesa? Una volta relegati nell’oblio i Comandamenti del Padre e aggiornato il Vangelo del Figlio, ci stiamo avvicinando a larghi passi alla perfezione. Vangelo e Comandamenti non erano altro che espressioni imperfette appartenenti a fasi provvisorie della storia di salvezza, la quale – sia ben chiaro – è ancora incompiuta e non ha affatto raggiunto il culmine con la morte e risurrezione di Gesù, ma ci riserva ben altro, in una “sinfonia” di religioni e credenze contraddittorie che convivano armonicamente e collaborino per salvare il pianeta.
 
In fin dei conti, la Croce separa in quanto simbolo di insensati conflitti religiosi, l’Immacolata con la mezzaluna sotto i piedi è troppo politicamente scorretta, l’idea stessa di peccato è terribilmente ingiusta nei confronti di tutto il bene che si trova nell’uomo, che va sempre e comunque rispettato, ammirato e sostenuto – anche nel male e nell’errore – con affetto e simpatia. Tutte queste cose – compresi i princìpi della logica – sono soltanto immagini e rappresentazioni di valori appartenenti a fasi storiche ormai superate, esaurite, scadute, che vanno inevitabilmente sostituiti dai nuovi valori dell’inclusione, della tolleranza, dell’armonia … senza pretendere di definire chiaramente alcunché, naturalmente, perché questo provocherebbe divisione, esclusione e ottuso arroccamento sulla difesa della “propria verità”. Gli unici esclusi da codesta tolleranza universale, ovviamente, sono quei pochi che si permettono di far notare la palese assurdità di siffatto discorso.

È il discorso, d’altra parte, che gran parte della gente non aspettava altro di sentire, onde liberarsi la coscienza dall’opprimente peso della tremenda responsabilità di aver rinnegato la fede e respinto l’incommensurabile grazia di essere stati scelti come membri della Chiesa. Quanti attendevano il fatidico “tana-libera-tutti”, come se la vita fosse un’interminabile gioco infantile! Beninteso: nel senso del fanciullino del Pascoli o dell’infanzia spirituale di santa Teresa di Lisieux, ben venga; ma non sembra che l’andazzo attuale abbia molto in comune. Bisognerebbe riprendere in mano il Vangelo, ma non c’è tempo; troppo occupati a navigare nei pettegolezzi e nella pornografia. Ma chi siete voi per giudicarmi? Tutto è lecito per chi è entrato nella nuova èra; chi ancora si attarda a distinguere tra comportamenti buoni e cattivi non è altro che un odioso fariseo.

Mentre l’Occidente affoga nel pus della sua cancrena morale, i singoli individui si ubriacano di un’apparente libertà senza confini che li degrada a un livello subumano, incapaci di riflettere e di riconoscere la mano tesa a tirarli fuori. Nei rari casi in cui se ne accosti una, molti preferiscono azzannarla piuttosto che aggrapparsi ad essa: la seconda scelta sarebbe sì la più ragionevole, ma richiederebbe troppo sforzo; meglio insultare chi porge la mano e continuare a sprofondare. E poi, ci sono tanti altri ministri di Dio, ben più moderni, da cui si può ottenere rassicurante conferma senza cambiare una virgola della propria condotta; essi stessi, anzi, sembrano supplicare i fedeli di considerarli in tutto come loro e fanno ogni sforzo per diventarlo effettivamente. La deprecabile ascesi di un tempo – quello ormai superato, appunto – forgiava sacerdoti e religiosi che si distinguessero dagli altri per rigore, pietà e disciplina, così da poter esser loro di esempio. Ora il discorso è semplicemente invertito: si apprezzano i consacrati – uomini e donne – che facciano esattamente le cose che fanno tutti. Visto il livello della moralità generale…

In questa rinnovata ebbrezza dello “spirito” o “nuova pentecoste”, essere come gli altri è somma virtù; con giovani e adolescenti il successo è assicurato. Il problema è stabilire fino a che punto si può essere e agire come gli altri; ma anche questa, in fondo, è una preoccupazione tipicamente farisaica. In questa nuova èra, infatti, tutto è buono; gli eventuali comportamenti socialmente inadeguati hanno sempre una spiegazione di natura socio-psicologica che li rende comunque non condannabili. Qualsiasi condotta o situazione esige di essere capita, rispettata, accompagnata, come inculcato dai mantra del neo-magistero; dal non giudicare il peccatore (che, se ostinato o ribelle, va alla fine giudicato e corretto) si è passati al non giudicare il peccato. Ma no, il peccato non c’è più! È finito con la vecchia èra della legge e della grazia; non c’è più nemmeno bisogno del perdono. Anche la religione si evolve, come autorevolmente insegnato da Erich Fromm in quell’Arte di amare che, negli anni Settanta, fece furore in seminari e conventi; è citata perfino nell’A.l. A nuovi tempi, nuovi maestri: non più teologi e santi, ma psicanalisti.
«Mai il male ha assunto caratteristiche tanto vaste e apocalittiche, mai abbiam conosciuto altrettanto pericolo. Da un’ora all’altra noi possiamo perdere non la vita soltanto, ma tutta la civiltà e ogni speranza. Sembra che anche a noi il Signore dica “non è ancor giunta la mia ora”, ma l’Immacolata, la Madre di Dio, la Vergine che è l’immagine e la tutela della Chiesa, Essa ci ha dato, già a Cana, la prova di saper e poter ottenere l’anticipo dell’ora di Dio. E noi abbiamo bisogno che quest’ora venga presto, venga anticipata, venga resa immediata, poiché quasi potremmo dire: “O Madre, noi non ne possiamo più!”. [...] Dica Maria, come a Cana: “Non hanno più vino”; e lo dica con la stessa potenza d’intercessione e, se Egli esita, se si nega, vinca le sue esitazioni come vince, per materna pietà, le nostre indegnità. Sia Madre pietosa a noi, Madre imperiosa a Lui. Acceleri l’ora sua, che è l’ora nostra. Non ne possiamo più, o Maria. L’umana generazione perisce, se tu non ti muovi. Parla per noi, o silenziosa, parla per noi, o Maria!» (Cardinale Alfredo Ottaviani, Il baluardo, Roma 1961, 279-283). 

sabato 28 maggio 2016

sono un peccatore? Sì, ma anche no.

La Chiesa e la logica del “ma anche”

   
Noi cristiani lo sappiamo, o dovremmo saperlo: la nostra fede è all’insegna dell’et et, non dell’aut aut. Non siamo esclusivisti. Dio è uno e trino. È Padre e Figlio e Spirito Santo. Gesù è Dio e uomo, vero Dio e vero uomo. Per il cristiano, l’uomo è carne e spirito, corpo e anima. Al cristiano piace integrare, includere, non ergere barriere. Con l’incarnazione Dio si è fatto uomo. La Chiesa stessa vive all’insegna dell’et et. È Chiesa di preghiera e di azione, di grandi asceti e grandi lavoratori, di contemplazione e di missione. Ora et labora, non ora aut labora. La Chiesa ha i predicatori e i confessori, i monaci e le monache di clausura e i preti di strada. La Chiesa accoglie tutti: poveri e ricchi, colti e incolti, giovani e vecchi.

Da qualche tempo però sembra di notare che alla logica dell’et et si stia sostituendo nella nostra Chiesa una logica diversa: quella del non solum, sed etiam, cioè del «non solo, ma anche». Potrebbe sembrare che, tutto sommato, non vi siano differenze, ma non è così.

Pensiamo ad Amoris laetitia, nella quale la logica del «ma anche» si trova un po’ ovunque. Dando vita spesso ad affermazioni singolari. Prendiamo per esempio il punto 308, dove si dice: «I Pastori che propongono ai fedeli l’ideale pieno del Vangelo e la dottrina della Chiesa devono aiutarli anche ad assumere la logica della compassione verso le persone fragili e ad evitare persecuzioni o giudizi troppo duri e impazienti». Dobbiamo dedurne che il modo più efficace per essere compassionevoli non è esattamente quello di proporre l’ideale pieno del Vangelo? Quanto poi alla vexata quaestio circa la comunione ai divorziati risposati, qual è la conclusione? Dopo aver letto e riletto il testo più e più volte, la risposta è: comunione sì, ma anche no. Oppure: comunione no, ma anche sì. Nel documento, in effetti, entrambe le conclusioni sono legittimate. A ciò conduce la logica del caso per caso, a sua volta figlia dell’etica della situazione. Mi devo considerare un peccatore? Sì, ma anche no. No, ma anche sì. Dipende.
I sintomi della logica del «ma anche» emergono qua e là, in occasioni diverse, ma sono sempre più frequenti.

Vado in ordine sparso.
Primo esempio. Quando papa Francesco si è recato in visita alla chiesa luterana di Roma e gli è stato chiesto se un cattolico e un luterano possono partecipare alla comunione, Bergoglio, attraverso una lunga risposta a braccio, ha detto in sostanza: no, ma anche sì, bisogna vedere caso per caso, perché «è un problema a cui ognuno deve rispondere».

Secondo esempio. Quando, nella sala stampa vaticana, il cardinale Schönborn, commentando Amoris laetitia, ha detto che il divieto di fare la comunione, per i divorziati risposati, non è stato revocato, ma, attraverso la via caritatis indicata da Francesco, «si può dare anche l’aiuto dei sacramenti in certi casi», in pratica ha detto:  no, ma anche sì; sì, ma anche no.

Terzo esempio. Quando Francesco, prendendo parte a un video sul dialogo interreligioso (nel quale appaiono un musulmano, un buddista, un ebreo e un prete cattolico) ha detto che le persone «trovano Dio in modi diversi» e «in questa moltitudine c’è una sola certezza per noi: siamo tutti figli di Dio», chi eventualmente volesse avere un’altra certezza di un certo spessore (qual è la vera fede?) potrebbe arrivare alla conclusione che è la nostra, ma anche quella degli altri.

Quarto esempio. Quando eminenti esponenti della curia romana ci dicono che la Chiesa, dopo la rinuncia di Benedetto XVI, ha sì un unico papa legittimo, però ha in effetti due successori di Pietro, entrambi viventi ed entrambi pienamente papi, si vede anche lì all’opera la logica del «ma anche»: abbiamo un papa, ma anche due. E se qualcuno, inopportunamente, sostenesse che non possono essere entrambi pienamente papi, la risposta sarebbe assicurata: perché no? Lo è l’uno, ma anche l’altro.

Mi fermo con gli esempi e vengo al dunque.
Attenzione: i cattolici sono pluralisti e non amano l’uniformità. Fin dall’inizio le comunità cristiane nascono all’insegna dell’inculturazione della fede e dunque sono multiformi. Tanto è vero che ancora oggi abbiamo riti diversi. La Chiesa si incultura in Occidente e in Oriente, al Nord e al Sud, in ogni contesto. In quanto cattolica, è opportuno ripeterlo, si rivolge a tutti e tutti accoglie: non seleziona a priori su base di censo o di conoscenza. Altrimenti sarebbe settaria, non cattolica. E fin qui siamo in pieno nella logica dell’et et.

La logica del «ma anche» però è un’altra cosa. È la pretesa di tenere uniti gli opposti o comunque qualcosa che insieme non ci può stare, o ci può stare solo a prezzo di forzature. C’è una differenza profonda  tra la logica dell’et et e quella del «ma anche». Se l’et et unisce, il «ma anche» più che altro giustifica. Se l’et et rispetta la complessità e la riporta a unità, il «ma anche» cerca di superare la complessità attraverso qualche scorciatoia logica ed etica. Laddove l’et et unisce, il «ma anche» banalizza. Mentre l’et et punta alla verità, il «ma anche» si mette al servizio dell’utilità.

Qualcuno dirà: scusa tanto, ma che c’è poi di male nella Chiesa del «ma anche»? È così bello poter dire sì ma anche no, no ma anche sì. È umano. Noi siamo creature complesse, dunque perché andare alla ricerca di impossibili risposte nette e univoche? È tanto bello e buono non giudicare e prendere la realtà per quella che è, cioè complicata e contraddittoria. Perché dobbiamo sottoporre le persone a dure prove? Non è meglio smussare gli angoli e giustificare?

Ecco che cosa c’è di male: che la Chiesa del «ma anche» sposa esattamente la logica del mondo, non quella del Vangelo di Gesù. E infatti riceve gli applausi del mondo. Ma noi sappiamo che questo non è un buon segno. Il cristiano, quando è coerente, è perseguitato dal mondo, non applaudito.

D’altra parte, mentre suscita gli entusiasmi degli atei e dei laicisti, che vi trovano conferme e giustificazioni, la logica del «ma anche» lascia perplessi coloro che sono in cerca della fede. Chi cerca la Verità con la V maiuscola non vuole scorciatoie e parole ambivalenti. Ha desiderio di indicazioni di senso.

Lo scivolamento dalla logica dell’et et a quella del non solum, sed etiam avviene ogni giorno, in modo magari impercettibile, ma inesorabile. E coinvolge persone degnissime e buonissime, convinte in cuor loro di essere al servizio del Vangelo. Più che colpevoli, sono vittime. Perché la logica del «ma anche» è nell’aria che respiriamo.

Essere uomini e donne dell’et et significa non essere ambigui e non lasciare spazio alla confusione.  La logica dell’et et sfocia nell’inclusione, non nella confusione. Gesù, campione dell’et et e non dell’aut aut, ha raccomandato che il nostro parlare sia «sì sì, no no». La confusione e la doppiezza sono specialità del diavolo, che in questo modo persegue il suo obiettivo: separare.

Personalmente, proprio perché so che, come tutti, respiro ogni giorno aria impregnata dalla logica del «ma anche», per cercare di stare in guardia uso un semplice espediente: ogni volta che in un’argomentazione trovo sintomi di «ma anche», lascio che un campanello squilli nella testa e nel cuore. Lì, mi dico, c’è qualcosa che non va. Lì il soggettivismo è in agguato. E quando poi il soggettivismo, come il lupo della favola, si traveste e indossa l’abito della coscienza morale e, per giustificarsi, dice con voce suadente «ma io, in coscienza…», il campanello suona ancora più forte. E mi viene in mente il cardinale Newman, per il quale la coscienza non era la scorciatoia verso l’etica della situazione, ma l’originario vicario di Cristo.

Sentiamo in proposito le cristalline parole di Benedetto XVI (20 dicembre 2010): «Nel pensiero moderno, la parola “coscienza” significa che, in materia di morale e di religione, la dimensione soggettiva, l’individuo, costituisce l’ultima istanza della decisione. La concezione che Newman ha della coscienza è diametralmente opposta. Per lui “coscienza” significa la capacità di verità dell’uomo: la capacità di riconoscere proprio negli ambiti decisivi della sua esistenza — religione e morale — una verità, “la” verità. La coscienza, la capacità dell’uomo di riconoscere la verità, gli impone con ciò, al tempo stesso, il dovere di incamminarsi verso la verità, di cercarla e di sottomettersi ad essa laddove la incontra. Coscienza è capacità di verità, e obbedienza nei confronti della verità, che si mostra all’uomo che cerca col cuore aperto. Il cammino delle conversioni di Newman è un cammino della coscienza, un cammino non della soggettività che si afferma, ma, proprio al contrario, dell’obbedienza verso la verità che, a passo a passo, si apriva a lui».

Il che spiega perché, nella famosa Lettera al Duca di Norfolk, Newman scrisse che, nel caso avesse dovuto portare la religione in un brindisi, certamente avrebbe brindato per il papa, ma prima per la coscienza e poi per il papa. Ovvero: prima per la ricerca della verità, poi per l’autorità.

Ecco: coscienza è capacità di verità. Quando la coscienza del cristiano abbandona il sentiero stretto e impervio di questa ricerca e si incammina lungo i boulevard del «ma anche» (illuminati dai mass media e gratificanti, ma senza uscita), ho l’impressione che rischi fortemente di perdersi. E di finire dritta dritta nella tana del lupo.

Aldo Maria Valli