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giovedì 2 febbraio 2017

smantellare wojtylia

Ritorno al passato



 
Circa un anno fa, precisamente il 23 febbraio 2016, scrissi un post su quella che mi sembrava una tendenza serpeggiante nella Chiesa d’oggi: la nostalgia degli anni immediatamente successivi alla conclusione del Concilio Vaticano II (“Formidabili quegli anni”). Mi sono tornate in mente quelle riflessioni nei giorni scorsi per due o tre circostanze. La prima è stata la lettura di un articolo del Timone sull’esortazione apostolica Amoris laetitia, la quale non sarebbe altro che la riproposizione delle tesi sostenute negli anni Ottanta dal Padre Bernhard Häring. La seconda circostanza è stata l’attacco del Prof. Andrea Grillo al Card. Carlo Caffarra sulla rivista Munera, nel quale si rievoca la protesta di un gruppo di teologi italiani alla fine degli anni Ottanta (capeggiata, anche questa, da Padre Häring). In questi giorni, infine, la notizia, data da SandroMagister e confermata dalla rivista dei gesuiti America, della costituzione di una commissione deputata alla revisione dell’istruzione Liturgiam authenticam (28 marzo 2001). Potrebbero sembrare — e senz’altro sono — fatti slegati fra loro; c’è però un filo rosso che li accomuna: lo sguardo rivolto al passato.

Il Prof. Grillo potrebbe assentire, confermando che con l’attuale pontificato la Chiesa sta riallacciando i legami con la “grande tradizione cattolica”, legami interrotti dalla “teologia intollerante e sorprendentemente semplificatrice” che era stata fatta propria dal magistero della Chiesa negli ultimi trent’anni. Per quanto anch’io condivida, in linea di principio, la distinzione fra una pseudo-tradizione dell’immediato passato e la “grande tradizione” della Chiesa (si veda il post del 7 marzo 2009), nel caso specifico, ritengo che lo sguardo, di cui sopra, non abbia nulla a che fare con la “grande tradizione cattolica”, ma sia rivolto appunto all’immediato passato, agli anni giovanili di quelli che, con l’attuale pontificato, sono riusciti a raggiungere il potere nella Chiesa e intendono finalmente dare attuazione ai loro antichi progetti, rimasti finora nel cassetto.

In questi quattro anni ci è stato fatto il lavaggio del cervello per farci credere che finalmente la Chiesa ha ripreso il cammino che aveva iniziato con il Vaticano II e che era stato poi ingiustificatamente interrotto; il rinnovamento conciliare, dopo cinquant’anni, può finalmente vedere la luce; la Curia sarà una buona volta riformata; si può cominciare a respirare dopo anni di rinchiuso e di oscurità. Significative alcune espressioni del Prof. Grillo: “La fine di un mondo. Forse la fine di un incubo. Sicuramente la fine di un delirio”.

Se devo essere sincero, di nuovo io finora ho visto ben poco. Tutte quelle che vengono contrabbandate come novità sono in realtà la riproposizione di tesi sostenute nell’immediato postconcilio e che erano state giustamente accantonate, perché ritenute erronee o quantomeno inopportune dal magistero della Chiesa. L’esempio piú eclatante è, appunto, Amoris laetitia, che sdogana, dopo trent’anni, le posizioni, allora condannate, di Padre Häring.

Si trattasse solo della nostalgia di qualche teologo, si potrebbe pure sorridere e chiudere un occhio. Quel che è grave è che qui si tratta invece di interventi di governo che rimettono in discussione il cammino che la Chiesa ha compiuto negli ultimi cinquant’anni. Sembrerebbe che cinquant’anni siano trascorsi invano: si ha l’impressione che tutto ciò che è stato fatto — in campo dottrinale, morale, liturgico, canonico, disciplinare, ecc. — dalla fine del Concilio fino a quattro anni fa debba essere cancellato e si debba tornare all’anno zero, all’8 dicembre 1965, per riprendere il cammino in una direzione opposta a quella che allora fu intrapresa.

Mi sembra molto significativa la decisione (sulla quale mi riservo di tornare in maniera specifica, perché la ritengo estremamente preoccupante) di rimettere in discussione l’istruzione Liturgiam authenticam. Finora, in campo liturgico, la Chiesa aveva percorso una certa strada, caratterizzata da uno sviluppo forse un po’ altalenante, ma comunque abbastanza coerente. La tappa successiva, nella stessa direzione, sembrava dover essere la tanto attesa e discussa “riforma della riforma”. E invece ora si fa dietro front: “Scusate, abbiamo sbagliato strada; solo ora ci siamo accorti che al bivio dovevamo imboccare l’altra strada. Siamo costretti a tornare indietro. Vogliate scusare i disagi”.

Qualcuno interpreta questo “ritorno al passato” come una specie di “rivincita” sul pontificato immediatamente precedente, quello di Benedetto XVI. Io invece vado sempre piú convincendomi che il vero nemico da abbattere non sia tanto Papa Benedetto, quanto piuttosto il suo predecessore, San Giovanni Paolo II. Ratzinger viene considerato un nemico solo in quanto prima, come Cardinale, fu stretto collaboratore di Papa Wojtyla (benché di orientamento teologico diverso, si dimostrò sempre leale) e poi, come Pontefice, proseguí sulla stessa linea. Il pontificato di Giovanni Paolo II — durato, non dimentichiamolo, ventisette anni! — deve essere stato, per lo schieramento attualmente al potere, una interminabile tortura: tutti i loro progetti venivano sistematicamente accantonati, in favore di un rinnovamento della Chiesa nel solco della tradizione. Ora che gli oppositori di Papa Wojtyla sono usciti allo scoperto e hanno raggiunto i vertici della Chiesa, è ovvio che il loro desiderio sia quello di cancellare quel pontificato e di smantellare tutto ciò che esso aveva realizzato.

Io stesso mi sono trovato spesso in disaccordo con Giovanni Paolo II su alcune sue scelte pastorali; non mi è mai piaciuto il “culto della personalità” che era stato creato intorno a lui (anche se ora comincio a comprenderne l’utilità); ho criticato l’insolita celerità con cui si sono svolti i processi di beatificazione e canonizzazione (ma, anche in questo caso, penso di capire solo ora il motivo di tanta fretta). Ma non posso non riconoscere la grandezza di Papa Wojtyla e il contributo determinante che egli ha dato alla Chiesa dei nostri giorni: quando assunse il pontificato, la Chiesa era ridotta in condizioni pietose; alla sua morte, ha lasciato una Chiesa che aveva ritrovato una sua identità, una certa sicurezza e, diciamo pure, una certa fierezza. La Chiesa di oggi, quella reale che soffre in silenzio, non quella virtuale presentata dai media, è figlia di Giovanni Paolo II, da lui è stata plasmata, e proprio per questo rimane disorientata di fronte a certe decisioni che dànno l’impressione di voler rimettere in discussione ciò che egli fece.

Sono convinto che il tentativo di smantellamento del pontificato wojtyliano sia destinato al fallimento. Nel post del 23 febbraio 2016 spiegavo i motivi per cui non è possibile spostare indietro le lancette della storia. Il contributo che San Giovanni Paolo II ha dato alla Chiesa è un’acquisizione irreversibile. Non che ci si debba fermare a lui: la Chiesa deve ovviamente continuare il suo cammino nella storia, purché lo faccia nella direzione che lui, Santo, le ha indicato.
Q

lunedì 9 gennaio 2017

il grande peccato

La superbia è rinnegamento di Dio, invenzione dei demoni, disprezzo degli uomini, madre del giudizio del prossimo, figlia delle lodi, indizio di sterilità, ripudio dell’aiuto di Dio, sorgente della collera, porta dell’ipocrisia, sostegno dei demoni, custode dei peccati, artefice di crudeltà, ignoranza della compassione, esattrice inflessibile, giudice crudele, avversaria di Dio, radice della bestemmia. Il suo culmine è il rifiuto dell’aiuto di Dio e l’esaltazione dei propri sforzi, che è un comportamento diabolico.
(san Giovanni Climaco)

venerdì 16 dicembre 2016

Non vedono i segni dei tempi.

Francia: Cattolici ringiovaniti. In rito antico.



“Aiuto, torna Gesù!”, titolava  giorni fa Libération, il quotidiano della gauche (ed. Rotschild, naturalmente), sentinella sempre attenta ai possibili disturbi dello status quo. Nessun pericolo in realtà: in Francia i cattolici sono, come sempre, il 5 per cento della popolazione, una minoranza assoluta. La novità è che hanno abbandonato i socialisti e la sinistra, di cui erano i satelliti obbedienti, ed hanno determinato la vittoria alle primarie di François Fillon. 
Il candidato di centro destra, filorusso, ha dichiarato che “la famiglia deve essere al centro delle politiche pubbliche”; Hollande ha deliberatamente e sistematicamente smantellato le notevoli (ed efficaci) misure di sostegno alla natalità e alla famiglia: ridotta di un terzo  la durata del  congedo maternità,  sostanziale cancellazione di una maggiorazione di pensione per  le donne che hanno allevato tre figli o più, rincaro delle mense scolastiche per famiglie numerose, tagli al sostegno all’affitto per tali famiglie, abbassamento del  tetto per  il quoziente familiare…”Risultato: 19 mila nascite in meno nel 2015”,  denuncia Ludovine de la Rochère.

http://www.lefigaro.fr/vox/societe/2016/12/02/31003-20161202ARTFIG00346-ludovine-de-la-rochere-mettons-un-coup-d-arret-aux-derives-societales-il-y-a-urgence.php
Contro il “mariage pour tous”
ludovine-de-la-rochereInsegnante, di famiglia nobile, Ludovine è la presidente della “Manif pour Tous”, l’organizzazione che è riuscita a  portare in piazza fino a 300 mila persone in varie manifestazioni contro la legge sui “diritti civili” LGBT, e adozioni gay, opponendosi alla Legge Taubira (la progressista ministra della giustizia, la loro Cirinnà): una opposizione più forte e organizzata contro tali “leggi” rispetto al resto d’Europa, a cui hanno partecipato non-cattolici e laici: dai dirigenti musulmani ad intellettuali d‘alto bordo, come Jean D’Ormesson, Jean-Francois Mattéi, l’umorista Frigide Barjot … e si sa quanto contino in Francia gli intellettuali e quanto la gauche ci tenga ad averli dalla sua.

Il punto è che la protesta, lungi dall’appellarsi a temi moralistico-confessionali, ha lanciato l’allarme sulla disgregazione della società che producono le ultime “conquiste” del progressismo della dissoluzione: un tema politico e nazionale, anzi di sopravvivenza nazionale, sentito da qualunque francese un po’ colto, specie di fronte alla realtà della minoranza islamica demograficamente esplosiva, sempre più radicalmente identitaria, e ostile alla République e ai suoi “valori” massonico-giacobini. “Bisogna imperativamente cessare di lasciar passare l’una dopo l’altra le tappe della destrutturazione della società francese col pretesto che non ci si può fare niente”, ha detto al Figaro Ludovine: “E’ urgente, il parlamento europeo, per esempio, si appresta a votare uno statuto giuridico autonomo per i robot!”  

Lancia un allarme che suscita un’eco molto più vasta del 5%.
Ciò ha dato inizio ad una disputa intellettuale (poteva mancare?) di qualche interesse. Jacques Julliard, un intellettuale socialista non anti-clericale,   ha accusato “l’intelligentsia bobo” (borghese-bohemien, i ricchi che in gioventù sono stati sessantottardi, progressisti nei costumi e conservatori dei loro interessi: tipico figuro, Bernard Henry Lévy) di aver allontanato i cattolici dalla sinistra con il loro “ritorno all’anticlericalismo diciannovesimo secolo”.
Bernard Cazeneuve, primo ministro socialista, ha asserito che le radici cristiane “rendono la Francia un po’ nauseata”. Vincent Peillon, già ministro dell’Istruzione, ha dichiarato “il cattolicesimo incompatibile con la laicità, ben più che l’Islam” (un vero genio).

Julliard, da socialista, riconosce che  queste creature di Hollande, col partito socialista, hanno alienato il “cattolicesimo culturalmente vivace che sopravvive alla scomparsa delle pratiche tradizionali”, e che Emmanuel Todd  ha chiamato “cattolicesimo-zombie”. Perché zombie, se è vivace? Perché “per mancanza di dirigenti” un “elettorato cattolico importante”  ha seguito il PS  come uno zombi, raccontando a se stesso “la storia santa di una minoranza avanzata e incompresa, penetrata di spirito evangelico, che riesce a far numero e imporsi, in una Chiesa da molto tempo ripiegata su se stessa e chiusa al mondo moderno”. Insomma il modernismo: “i cattolici sociali che, a forza di essere sociali, han finito per tralasciare di esser cattolici”. Una perdita reciproca, anzitutto per il PS “non per ragioni puramente elettorali, ma perché, in questo paese intellettualmente esausto, accade che le credenze antiche facciano sbocciare le idee nuove”.

Un’ammissione quasi inaudita. Vecchie credenze che generano idee nuove.  Che adesso, esauriti i cattolici sociali (“ormai allo stato di tracce” a sinistra) vanno, diciamo, a vivificare la “destra”.

Già. Sono pochi, ma senza complessi d’inferiorità né timori di fronte alla derisione giacobina. Lo storico Gerard Leclerc, saggista cattolico, non esita a rivalutare anche la Chiesa “passatista” di Pio IX. “La Chiesa del secolo decimonono”, scrive in risposta al progressista Julliard che l’aveva criticata, “non è stata l’istituzione ottusa che si vuol raccontare. E’ stata all’origine di uno slancio missionario che ha assicurato alla Chiesa d’oggi la sua dimensione mondiale”.

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La Francia potenza missionaria. Da Dehon a Lefèvre.


Già. Piaccia o no ai modernisti (che la Chiesa l’hanno afflosciata), la Chiesa “reazionaria” quella del Sillabo e della condannna al modernismo, ebbe uno slancio missionario che i catto-progressisti nemmeno si sognano. E questo è vero soprattutto il Francia: dai Padri Bianchi del cardinal Lavigerie al monaco (ed esploratore del Sahara) padre Foucauld (detto Fratel Carlo di Gesù), dal grande Leone Dehon fondatore dei dehoniani, dai martiri domenicani del Tonkino al padre Vénard decapitato ad Hanoi e venerato da Teresa di Lisieux,  sono stati migliaia i francesi che hanno cristianizzato Africa, Oceania, Madagascar, il Sud Est Asiatico, versando con entusiasmo il loro sangue –e  esplorando, imparando le lingue, traducendo i testi dei paesi e delle culture per le quali hanno dato la vita: un fenomeno francamente impressionante, a studiarlo. E la fede che li infiammava era quella “reazionaria” e  pretesamente “chiusa al mondo moderno”, durata fino a Pio XII.  E insegnavano la dottrina di quella Chiesa, di Pio IX e san Pio X, esplicitamente antagonista della “Modernità” liberale, una missionaria severa e perfino militaresca.

Mons. M. Lefevre, quello che ha rotto a causa del Vaticano II, è l’esponente tipico ed ultimo di questo slancio missionario: direttore del seminario di Libreville, poi vescovo di Dakar e vicario apostolico del Senegal, ha formato generazioni di preti tali, che fra il ’33 e il 47 hanno triplicato il numero dei cattolici nel Ghana, ha cristianizzato centinaia di migliaia di africani. Lo scisma antimodernista non poteva nascere che  da quella cultura francese, e da un simile personaggio, missionario –  e  patriota.

Da lì anche il “cattolicesimo d’affermazione” che oggi, secondo Leclerc, rinasce e si oppone alla devastazione dei costumi perché è una devastazione della nazione. Marion Le Pen, la figlia di Marine, professa il suo cattolicesimo nei talk show senza complessi; rivendica l’origine della sua fede da “san Luigi [re di Francia] e la cavalleria”, e ovviamente da Giovanna d’Arco, e non viene schernita da chi l’ascolta; perché, dopotutto, quella è la storia di Francia, monarchia cattolica per 1200 anni, in qualche modo il più antico stato nazionale in Europa: e stato nazional-cristiano.

Marrion LePen
Marion LePen
Ma “il cattolicesimo d’affermazione che oggi rinasce non è un ripiegamento sul passato”, avverte Leclerc.
“La generazione 68, tutta occupata dal proprio godimento egoistico senza ‘ostacoli’ morali, ha imposto per quarant’anni una egemonia del pensiero unico esistenzialista, dell’uomo-dio”, scrive al Figaro un militante: “i suoi figli si ribellano … Tra l’essere spirituali o il non-essere, il secolo XXI sta per scegliere la vita: sarà!”, ha scritto un militante al Figaro. Certo molto enfatico e ottimista.

Perché certo, i praticanti sono a malapena il 5%. E per trovare una Messa la domenica, devono mettersi in auto e andare in parrocchie lontane, perché nelle prime cinque che incontrano la chiesa è chiusa per mancanza di preti.  Però il piccolo gruppo è il solo in Europa, per quanto ne so, a produrre  la mappa che mostro qui:

Chi va a Messa, va a quella antica


La mappa indica le località dove si tengono Messe in latino secondo il rito antico. I punti rossi indicano le Messe  genericamente “lefevriane”, potenzialmente scismatiche; ma i punti verdi, assai più numerosi, mostrano le località dove si celebrano le Messe del tutto ortodosse, secondo il Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Evidentemente, la mappa risponde ad una esigenza  pratica. Il parigino in viaggio ha bisogno di sapere se c’è una messa in latino a Besançon o ad Amiens, e in quale chiesa.
Detto altrimenti: i cattolici in Francia sono pochi; ma quei pochi che vanno ancora a Messa, cercano la Messa in latino e secondo l’antico rito pre-conciliare.

La singolarità è ancora più evidente se si guarda la mappa interattiva che i cattolici francesi hanno messo a punto per l’Europa intera: la “densità” delle Messe antiche in Francia rispetto alla loro rarità in Italia, Spagna, Portogallo.

https://www.google.com/maps/d/viewer?hl=fr&mid=17uFqmlu34b50_lR0i75L3gizEa4&ll=49.16482725304388%2C1.9464216394308096&z=6


messe-europa


L’Inghilterra ha molte più messe vetus ordo dell’Italia; anche lì con l’eccezione della “cattolica” Scozia. Si noti anche la densità nella Germania Occidentale –  in vivo contrasto con il “progressismo  permissivo”dei cardinali Kasper e Marx,  suggeritori a Bergoglio della manica larga per quanto riguarda le Comunioni ai risposati, i LGBT, gli immigrati musulmani.

La ricerca dell’antica liturgia è tipica di neoconvertiti. Lo conferma p. Rougé, parroco a Parigi della chiesa Saint-Ferdinand-des-Ternes, a Le Monde: “La nuova generazione [di praticanti]  è libera di credere o no. Dunque, quando lo fa, esplode…”. E vuole  il latino, il celebrante volto al Tabernacolo, la Comunione in bocca inginocchiati alla balaustra, non le chitarrine e canzonette. E’ superfluo dire come questo fenomeno dal basso sia in controtendenza assoluta con la gerarchia clericale, a cominciare dal Vaticano: legati alle ‘novità’ progressiste di sessant’anni fa, col consueto ritardo culturale, si perdono questa novità culturalmente interessante.
Non vedono  i segni dei tempi.

http://www.maurizioblondet.it/francia-cattolici-ringiovaniti-rito-antico/

lunedì 26 settembre 2016

Lutero e i matrimoni gay

Lutero, un Machiavelli della fede 

di Francesco Agnoli


In occasione del cinquecentesimo anniversario della rivoluzione di Martin Lutero lo scontro tra cardinali tedeschi è già da tempo in atto: da una parte i cardinali Kasper e Marx, che di Lutero si dichiarano apertamente ammiratori, dall’altra i porporati Mueller, Brandmuller e Cordes, che si collocano invece nel solco del pensiero cattolico, vedendo in Lutero l’uomo che deformò il Vangelo e spezzò la Chiesa, dividendo così la Cristianità e l’Europa.

Non si tratta, però, solo di un dibattito teologico “alto”; vi sono implicazioni anche riguardo al diritto naturale ed al modo di concepire il matrimonio cristiano. Kasper e Marx stanno cercando da alcuni anni, dopo l’abdicazione di Benedetto, di limitare la condanna dell’adulterio e di legittimare, più o meno apertamente, le seconde nozze, con aperture graduali anche al matrimonio gay. Cosa c’entra in tutto ciò Lutero?


Forse ben più di quanto si creda. Anzitutto, riguardo alla dottrina, perchè egli nega il carattere di sacramento al matrimonio, e lo sottopone alla giurisdizione secolare, cioè al potere dei sovrani, degli Stati. Questa concezione desacralizza il matrimonio e lo priva del suo tradizionale significato soprannaturale.

Sul piano dei fatti, la prima cosa da ricordare è il matrimonio di Lutero con una ex suora cistercense, Caterina von Bora, da cui avrà 6 figli. I due vanno ad abitare nell’ex convento agostiniano di Wittenberg, donato loro dal principe elettore di Sassonia (il quale deve a sua volta a Lutero il fatto di essere diventato proprietario dei beni della Chiesa cattolica nelle sue terre).

Lutero e Caterina divengono così un modello tanto che, sul loro esempio, i riformati “si adoperarono parecchie volte, spesso in intere comitive, per strappare le religiose dai loro chiostri, per farne le loro spose“.

Dopo un ratto di religiose che ha luogo la notte del sabato santo 1523, Lutero definisce l’organizzatore dell’impresa “felice ladro” e si congratula con lui per aver “liberato queste povere anime dalla prigionia” (vedi Jacques Maritain, I tre riformatori. Lutero. Cartesio. Rousseau, Morcelliana, Brescia, 1990, p. 215). Sono gli anni in cui molte religiose tedesche vengono costrette a lasciare i monasteri, spesso controvoglia, e a tornare alle proprie case, oppure a sposarsi.

Il secondo fatto da ricordare è il seguente: Lutero, per non perdere l’appoggio del langravio Filippo d’Assia, “uno dei due pilastri politici sui quali si reggeva il luteranesimo”, gli concede di sposare in seconde nozze la damigella diciassettenne Margarete von Saale.

Filippo ha già una moglie, Cristina di Sassonia, dalla quale ha avuto sette figli. Siamo nel 1539. Lutero non vuole scandali rumorosi, non vuole giustificare pubblicamente una bigamia, ma deve acconsentire alle richieste di Filippo, libertino incallito, malato di sifilide, ma “necessario per conservare integra la forza militare della riforma”.

Per questo decide di agire con furbizia: sperando che nessuno lo venga a sapere, comunica segretamente a Filippo che il matrimonio supplementare può essere determinato da una “necessità di coscienza”.

In altre parole: la bigamia va bene, ma basta che non diventi pubblica. Scrivono Lutero e Melantone: “Se dunque vostra Altezza è definitivamente decisa a prendere una seconda moglie, il nostro parere è che ciò deve rimanere segreto”.

A nozze avvenute, Filippo invia a Lutero, ormai da tempo dedito a mangiate e bevute imponenti, “una botte di vino, che giunse a Wittenberg quando ormai il segreto della bigamia era trapelato ad opera della sorella del langravio”.

Sentendosi nei guai, Lutero, che meriterà da Tommaso Campanella il titolo di “Machiavelli della fede”, consiglia a Filippo di dichiarare pubblicamente che Margarete non è la sua moglie legittima, “sostituendo l’atto di matrimonio con un altro atto notarile che dichiarasse che Margarete era solo la sua concubina”. Filippo rifiuta, ed anzi chiede a Lutero di confermare pubblicamente di aver concesso lui stesso la dispensa.

Ma Lutero, che in altre occasioni non esiterà a proporre traduzioni fasulle di passi biblici, pur di avere ragione, risponde che il suo consiglio era segreto, “e ora diventava nullo perchè era stato reso pubblico” (Federico A. Rossi di Marignano, Martin Lutero e Caterina von Bora, Ancora, Milano, 2013, p. 343-347; Angela Pellicciari, Martin Lutero, Cantagalli, Siena, 2013, p. 109-113).

Pochi anni prima di questi fatti, nel 1531, Lutero, in una delle sue tante lettere alla ricerca del  favore dei potenti, ha scritto ad Enrico VIII re d’Inghilterra che sì, il matrimonio è indissolubile, però… con il permesso della regina si può sposare una seconda moglie, come nell’Antico Testamento.

Come sappiamo, Enrico chiederà la dispensa non a Lutero, ma al papa di Roma, ma non ottenendola, coglierà la palla al balzo: proclamerà la scisma con Roma, e alla fine, di ripudio in ripudio, “in coscienza”, arriverrà alla ragguardevole cifra di 6 mogli (alcune delle quali fatte uccidere senza scrupoli).

Se l’effetto evidente della rivoluzione di Lutero riguardo al matrimonio, è dunque il pretesto fornito a se stesso per gettare la tonaca e il pretesto fornito ai principi per permettere loro di ripudiare le legittime consorti e vivere in poligamia, anche sul piano della dottrina tutto è destinato gradualmente a cambiare.

Bisogna sempre tener conto di un fatto: Lutero guarda costantemente alla nobiltà germanica come al suo principale interlocutore, di cui ha bisogno per vincere la sua lotta con Roma.

E la nobiltà germanica, come quella di altri paesi, è in lotta con la Chiesa non solo per questioni politiche e di potere, ma anche sulla dottrina del matrimonio: spesso i nobili non accettano l’indissolubilità, nè i vincoli al matrimonio imposti da Roma (divieto di matrimoni combinati, di matrimoni tra consanguinei…).

Inoltre, per motivi legati alle loro condizioni sociali o ereditarie i nobili reclamano più degli altri il diritto dei genitori di concedere o negare il consenso ai nubendi, mentre la Chiesa romana, al contrario, riconosce solo ai nubendi, in quanto unici ministri dello stesso, il diritto di decidere del loro matrimonio. Cosa rispondono Lutero e i riformati a queste “esigenze” nobiliari, e non solo. Anzitutto criticando l’indissolubilità assoluta.

Lutero riconosce così almeno 4 cause per il divorzio: l’adulterio, l’impotenza sopraggiunta durante il matrimonio (mentre quella antecedente è causa di nullità, come per la Chiesa), la “diserzione maliziosa” e l’ostinazione tenace del coniuge nel rifiutare l’amplesso maritale (riguardo a quest’ultima causa, arriva a scrivere: “Se la moglie trascura il suo dovere, l’autorità temporale la deve costringere, oppure metterla a morte”).

Inevitabile che le aperture di Lutero ne generino di ulteriori, come quelle degli anabattisti, favorevoli alla poligamia, o quelle del suo discepolo M. Butzer, per il quale Cristo non avrebbe mai abolito il ripudio, e spetterebbe alle autorità politiche legiferare, senza limiti nè condizioni, riguardo al divorzio.

Inoltre Lutero e i riformati insistono, con accenti diversi, sull’opportunità del consenso dei genitori, rimproverando la Chiesa di ridurne l’importanza, e si battono per ridurre gli impedimenti di consanguineità (Jean Gaudemet, Il matrimonio in Occidente, Sei, Torino, 1996, p. 207-2012).

La Chiesa cattolica, dal canto suo, con il Concilio di Trento, prenderà in esame la posizione di Lutero, ribadendo una volta per sempre il carattere sacramentale del matrimonio e la sua indissolubilità, negando la liceità del divorzio luterano, ribadendo, nonostante le pressioni della nobiltà francese, che il consenso dei genitori, pur opportuno, non è vincolante e condannando l’assunto luterano secondo cui vivere in castità è impossibile.

La posizione espressa dal Concilio di Trento verrà ribadita dalla Chiesa e dai pontefici per 500 anni, senza mutamenti.

mercoledì 14 settembre 2016

Il resto sono chiacchiere.

Amoris Laetitia, il dibattito non è finito

 
di Riccardo Cascioli
 
In questi giorni ha creato un certo scalpore e perplessità la notizia di una lettera privata di papa Francesco che approva incondizionatamente le linee guida di Amoris Laetitia diffuse dai vescovi della regione di Buenos Aires per l’interpretazione del famoso capitolo VIII dell’esortazione apostolica. La notizia sta nel fatto che, di fronte a indicazioni che alla fine prevedono – in alcuni casi e a certe condizioni – che coppie di divorziati risposati possano accedere all’Eucarestia, il Papa dice che «non c’è altra interpretazione possibile» (clicca qui).

Finora infatti, di fronte a passaggi ambigui del capitolo VIII di Amoris Laetitia, si sono avute interpretazioni diverse, anzi diametralmente opposte, da parte di teologi e vescovi, e diversi cardinali e vescovi hanno anche chiesto chiarimenti al Papa su alcuni specifici punti controversi. Finora da parte di Francesco nessuna risposta ufficiale, ora però ecco una lettera privata che sarebbe stata destinata a rimanere tale se qualcuno non l’avesse passata alla stampa. Subito dai soliti ambienti progressisti si sono levare urla di giubilo e sberleffi a quegli irriducibili conservatori che si ostinavano a non capire. 

Se dovessimo dare retta a quanti affermano che con questo «il dibattito è chiuso», avremmo questa situazione:
  1. Un cambiamento oggettivo di dottrina: laddove Familiaris Consortio (no. 84) ribadiva «la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati», con Amoris Laetitia l’ammissione diventerebbe possibile, anche se solo in alcuni casi. Chi sostiene che si tratterebbe soltanto di cambiamento di approccio pastorale e non di dottrina, deve avere evidentemente qualche problema con il principio di non contraddizione;
  2. Tale cambiamento di dottrina avverrebbe non per dichiarazione esplicita ma grazie a una possibile interpretazione delle note (ripeto: note) 329, 336 e 351 della Amoris Laetitia;
  3. L’interpretazione autentica – e definitiva - sarebbe affidata a una lettera privata del Papa ad alcuni vescovi. Vale a dire che, senza qualche manina che la passasse a un giornale, forse i cattolici sparsi nel mondo non l’avrebbero mai conosciuta.
Si tratta di un quadro francamente surreale, che prescinde da ciò che oggettivamente è Magistero, e funzionale a chi vuole il cambiamento dottrinale della Chiesa in una certa direzione e usa di qualsiasi mezzo per arrivarci, puntando a creare una mentalità favorevole a tale cambiamento. In tutto questo i pronunciamenti magisteriali diventano un optional: si ripete ancora una volta lo schema dello "spirito del Concilio" che prescinde totalmente da ciò che i documenti effettivi del Concilio affermano.

In aggiunta però ci sono alcuni elementi che fanno ritenere la vicenda un po’ più complessa di come appaia a prima vista. Anzitutto le date: il documento dei vescovi argentini porta la data del 5 settembre, e del 5 settembre è anche la risposta di papa Francesco, una rapidità davvero insolita per la risposta di un Papa che deve riflettere su questioni e procedure piuttosto complesse. 

Inoltre dopo la pubblicazione dei documenti sul sito Infocatolica, ci deve essere stata una reazione di almeno parte dell’episcopato argentino, perché successivamente è stato affermato che le linee guida dei vescovi non sono ancora definitive, si tratta di una bozza ancora da rivedere. Ma se questo è vero, chi ha coinvolto il Papa nell’approvazione di linee guida non ancora adottate? 

Domande a cui forse nei prossimi giorni si potrà avere risposta, ma tornando alla vicenda principale c’è da chiedersi cosa potrà accadere prossimamente, quali reazioni potranno avere vescovi e cardinali che hanno già chiesto chiarimenti ufficiali al Papa o che nelle loro linee guida hanno dato ben altra interpretazione al capitolo VIII dell’Amoris Laetitia. 

Di sicuro però, anche se la lettera firmata da Francesco rispecchiasse il suo vero pensiero in materia, questo non significa che essa possa essere considerata la fine del dibattito. Per il semplice fatto che cambiamenti dottrinali o indicazioni pastorali devono essere “insegnate” (magistero vuol dire insegnamento) nelle modalità richieste e in modo chiaro, inequivoco (altrimenti che insegnamento è?). In altre parole: se papa Francesco – come chiunque altro Papa - desiderasse davvero cambiare le condizioni per l’accesso all’Eucarestia, sarebbe necessario che lo dicesse esplicitamente rivolgendosi a tutti i cristiani: una lettera privata destinata ad essere letta da pochi intimi non è un atto di magistero, né lo possono essere frasi - o addirittura note - poco chiare. Il resto sono chiacchiere.

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-amoris-laetitiail-dibattito-non-e-finito-17388.htm#.V9e7PHpNjgE.facebook

domenica 3 luglio 2016

san Tommaso



Come Tommaso, anche noi dobbiamo toccare il costato di Gesù per consolidare la nostra poca fede. Questi piaghe le tocchiamo ora con il nostro spirito nel silenzio del nostro cuore grazie ai Sacramenti ancorati nella Scrittura e nella Tradizione.

martedì 21 giugno 2016

preparazione

ANTE ORATIONEM
PRAEPARA ANIMAM TUAM
 
"Ante orationem, diceva S. Agostino, para animama tuam, et noli esse quasi homo qui tentat Deum", "Prima di pregare, prepara la tua anima, per non essere quasi come chi vuol tentare Dio!".
 
 

 
La preparazione alla Santa Messa deve essere tutta orientata alla grande offerta in attesa amorosa dell’imminente mistero; un umiliarsi intimo dell’anima, un pentirsi amaro, una coscienza viva e pungente della propria indegnità, ma consolata e rasserenata sempre dalla confidenza che la mia offerta sarà accettata, che il Padre mi vede avvolto nel Sangue preziosissimo del suo Unigenito.
 
Mons. Canovai

sabato 7 maggio 2016

parole dall' eremo

E Gesù rimproverò Pietro: mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio
ma secondo gli uomini
 
 
di p. Basilio Martin
 
[...] nel brano evangelico di Matteo (16,21-27) si narra del rimprovero che l’apostolo Pietro fece a Gesù, a causa della sua decisione di voler “andare a Gerusalemme e lì soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso per poi risorgere il terzo giorno”. “Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai”. Nello stesso tempo l’Evangelista descrive la reazione di Gesù nei confronti di Pietro e di quanti nel corso dei secoli si comportano in egual maniera, cercando di deviare e mistificare le scelte per gli uomini. “Pietro, va' dietro a me”; cammina dietro di me. Non sei tu che devi indicarmi la strada che devo percorrere per realizzare la volontà del Padre mio. Cerca piuttosto tu di metterti in sintonia con i pensieri di Dio che non sempre corrispondono a quelli degli uomini.
 
A questo punto è lecito chiedersi: i cristiani hanno sempre tenuto in considerazione questo rimprovero di Gesù a Pietro, cioè di seguire i suoi passi e non di ostacolare il percorso previsto da Dio? Di osservare i suoi insegnamenti e non di stravolgerli per accondiscendere alle mode del tempo?
 
1) Gesù ci ha insegnato che esiste il paradiso, quello che ha promesso al buon ladrone: “Oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23,43), luogo dove le anime vivranno beate alla presenza di Dio; ma ci ha insegnato anche che esiste l’inferno, luogo creato “per il diavolo e i suoi seguaci” (Mt 25,41). Come mai oggi nella predicazione non si parla mai della possibilità per gli uomini che rifiutano consapevolmente Dio e le sue direttive, di divenire dannati per l’eternità ed espiare le pene dell’inferno? A cosa serve addolcire gli ammonimenti del Vangelo se non per ingannare e illudere quanti potrebbero invece prendere sul serio gli insegnamenti di Gesù?
 
2) Oggi nella predicazione si parla, con molta enfasi, solo della Misericordia di Dio, ignorando quasi volutamente la Giustizia con cui renderà a ciascuno il premio o il castigo secondo le proprie opere: “Il Figlio dell’uomo, verrà nella gloria del Padre suo con i suoi araldi e allora renderà a ciascuno secondo le sue opere” (Mt 16,27; Rom. 2,6; 2Tm 4,14; Ap 22,12). Nella parabola del figlio prodigo (Lc. 15,11-24), non risulta che il padre sia uscito di casa a rincorrere il figlio ridotto in miseria per trascinarlo con la forza verso la casa paterna, ma che si mise in paziente attesa affinché il figlio si decidesse di ritornarvi. Non si capisce perché Dio debba obbligare gli uomini ad andare a vivere da Lui, dato che sono stati creati liberi di decidere il loro destino eterno. Tutti siamo chiamati alla vita eterna, ma tocca ad ognuno di noi aderirvi.
 
3) Gesù è venuto al mondo per indicarci, attraverso i suoi insegnamenti e la sua testimonianza, la strada da percorrere per riavere quell’immagine di Dio deturpata dalle scelte errate dei nostri progenitori all’origine dell’umanità. Il suo invito è: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48); “E siccome Colui che vi ha chiamati è santo - esorta san Pietro nella sua prima lettera - voi pure dovete essere santi in tutta la vostra condotta, come sta scritto: Sarete santi, perché io, il Signore, sono santo (1Pt 1,15). Non si capisce perché, oggi, nei confronti di una cultura omosessuale imperante e ossessionante la predicazione non solo tace, ma sembra quasi, che con quel “chi sono io per giudicare un gay…”, la giustifichi, quando invece san Paolo, di fronte a tale problema presente nella sua società non lascia spazio ad ambiguità: “Quelle donne che hanno cambiato il rapporto naturale in quello che è contro natura… e gli uomini pure che hanno abbandonato l’uso naturale della donna, commettendo turpitudini maschi con maschi, ricevendo in se stessi la mercede meritata del loro pervertimento, Dio li ha abbandonati.” (Rom 2,26-27). Il cardinale G. Biffi si domanda a proposito: Questa lettera di san Paolo “è una pagina del libro ispirato, che nessuna autorità terrena può costringere a censurare. E neppure ci è consentita, se vogliamo essere fedeli alla parola di Dio, la pusillanimità di passarla sotto silenzio per la preoccupazione di apparire non “politicamente corretti”. Domando in particolare ai teologi, ai biblisti e ai pastoralisti. Perché mai in questo clima di esaltazione quasi ossessiva della Sacra Scrittura il passo paolino Rom 1,21-32 non è mai citato da nessuno?
 
Come mai non ci si preoccupa un po’ di più di farlo conoscere e ai credenti e ai non credenti, nonostante la sua evidente attualità? (“Memorie e disgressioni di un italiano cardinale”, di Giacomo Biffi Ed. Cantagalli p.610-612). Che sia chiaro. Gesù non ha giudicato la peccatrice adultera, però l’ha ammonita: “Va', e d’ora in poi non peccare più” (Giov 8,11). È vero che nessuno di noi ha il diritto di giudicare un fratello gay, ma ha il dovere di ricordargli che è tenuto anche lui ad adeguarsi alla statura di Cristo, se intende vivere la fede cristiana (Ef 4,13). Se non lo si fa, gli si manca di carità.
 
4) Nel vangelo di Matteo si viene a conoscenza della disputa avvenuta tra Gesù e i farisei. Quest’ultimi sostenevano la validità del divorzio concesso da Mosè su richiesta del popolo, mentre Gesù ribadiva con forza che quella concessione fatta da Mosè fu semplicemente un abuso, concesso senza il volere divino. “Perciò io vi dico - ribadì -: chi rimanda la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio, e chi sposa la ripudiata commette adulterio. L’uomo non può dividere ciò che Dio ha unito” (Mt 19,1-9). Va fatto presente che Gesù si rivolgeva a una società che aveva legalizzato da tempo il divorzio, ritenuto quasi una concessione divina. Si rimane perplessi sentire ai nostri giorni un alto prelato dichiarare a un giornale tedesco che “È vero che Gesù ha dichiarato il dovere di non dividere quel che Dio ha unito, però è sempre possibile interpretare” (cfr. “Questo papa piace troppo” di Gnocchi & Palmaro,  Piemme. pag. 27). Cioè, secondo questo prelato, ai nostri giorni è possibile correggere una direttiva divina solo perché la gente manifesta con i fatti l’incapacità di osservarla. Lui, come Pietro ieri, si sente autorizzato a consigliare al Maestro divino quale strada si debba percorrere. Va ricordato a questo prelato che purtroppo, oggi, forse a causa della scarsa testimonianza data dai discepoli di Cristo, molti fedeli hanno preferito adeguarsi alla mentalità del mondo piuttosto che a quella di Dio. Pietro, forse per eccesso di amore, cercò di dissuadere il Signore dal compiere la sua vocazione, ma Gesù non tenne conto di questo sentimento e lo ammonì severamente, ordinandogli di mettersi dietro di Lui, cioè di attenersi alla volontà divina, a pensare secondo la mente di Dio e non secondo quella degli uomini.
 
A Dio non interessano le piazze ripiene di gente esaltata che grida unanime: “Osanna al figlio di David!” (cfr Mt 21,9). A Lui interessano dei figli che lo riconoscano come loro Padre divino e si rendano disponibili a compiere la sua volontà: “Non chi mi dice: “Signore, Signore!” entrerà nel regno dei cieli; ma solo colui che compirà la volontà del Padre mio, che è nei cieli” (Mt 7,21). Dopo aver rimproverato Pietro, Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. La dottrina di Cristo non la si interpreta, caro prelato, ma la si carica sulle proprie spalle e, con essa, ci si incammina dietro a Cristo, nostro Signore.

domenica 3 gennaio 2016

un accidente per la CHIESA

L'ISCHEMIA FINALE DELLA CHIESA SESSANTOTTINA



"Siamo tornati alla chiesa anni '70, di netto ci siamo ripiombati in quel clericalismo allucinato e mortale: chi l'avrebbe detto!"


   Dico stamattina al monsignore che un tempo mi battezzò, e ancora se ne ricorda perché fui battezzato in un garage adibito a chiesa, e per tutto il rito, io che non piangevo mai, piansi disperatamente tant'è che più volte il giovane prete dovette fermarsi nella celebrazione, confuso dalle mie grida tanto da sbagliare le parole della liturgia. 

   "Era il 5 maggio, data della morte di Napoleone: peccato era stato tolto il rito dell'esorcismo, altrimenti te l'avrei praticato".

   E a proposito degli anni '70, mi dice, lui che certo non è un "conservatore":
“Non m'impressiono sai, sono diventato prete allora. Una chiesa così era destinata a morire, a viste umane. Paolo VI sembrava quasi un ultimo papa. Poi venne il papa polacco: tutto si rimise in moto, nonostante lo scoppio di qualche ruota in seguito, con pericolosi sbandamenti. Non mi sono nemmeno illuso che fosse finita lì, perché i seminaristi sessantottini sarebbero stati i vescovi di domani, dunque non poteva finire così facilmente. E infatti vedi questo revival di retoriche anni '70, questo ideologico disarmo generale ad opera delle stesse gerarchie. Avevo dimenticato che se ci fossero stati vescovi sessantottini, prima o poi ci sarebbe anche stato un papa sessantottino. Eccolo, per quanto anomalo, migliore spiritualmente e moralmente degli altri sessantottini, poco istruito e facilone al pari loro.

   Ma credimi, se ti dico una cosa, da prete che ha assistito molti moribondi. Mi è capitato di notare una cosa: anziani colpiti da una qualche ischemia, dalla quale soprendentemente si riprendevano senza apparente danno. Le prime volte, inesperto, non mi preoccupavo e dopo il perfetto recupero, se non richiesto, gli risparmiavo gli estremi sacramenti: erano tornati più in forze di prima. Grande illusione. Infatti poi, invariabilmente, dopo 3 o 6 mesi erano fulminati dalla seconda fatale ischermia. Era soltanto una "miglioria della morte", non un ritorno alla vita. Da allora li convinco "per sicurezza" a prendere tutti i sacramenti subito dopo il primo colpo, perché so che ci sarà il secondo, finale.


   Ecco, è questa la situazione ecclesiale odierna: è la seconda ischemia della vecchia chiesa sessantottina. Quella fatale. Non una reviviscenza. Dopo o ci saranno cuori nuovi e pastori nuovi o saranno cieli nuovi e terre nuove. E' contro la fine del mondo, non della chiesa, che si combatte”.

Antonio Margheriti Mastino

venerdì 18 dicembre 2015

le preghiera ti trasfigura

Il dono del carisma e lo stile liturgico

papa benedetto

Pensa agli ultimi grandi Pontefici. Sono figure molto diverse tra di loro, eppure hanno un tratto comune.
Quale? Il carisma.
Giovanni Paolo II, Benedetto XVI pur nelle loro diversità, sono unanimemente riconosciute come personalità carismatiche.
E oggi è proprio di questo che ti voglio parlare: del carisma, dell’autorevolezza e di come questi doni si intreccino con lo stile liturgico.

Il carisma, il dono e San Paolo

Partiamo dall’inizio, torniamo alle origini: è proprio il caso di dirlo.
La parola carisma, infatti, deriva dal greco antico carisma e cháris, ovvero grazia, cioè dono. La parola carisma è una parola essenzialmente cristiana, dal momento che viene usata da San Paolo per indicare il dono di una vita spesa al servizio dei fratelli. Per San Paolo, ciascuno deve mettere al servizio degli altri il dono che ha ricevuto, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio. Non intendo entrare nella discussione parlando dei carismi in senso strettamente teologico, però ritengo importante iniziare ricordando come la parola carisma abbia un’origine cristiana e come il suo significato attuale, anche in senso comune, sia ancora profondamente radicato a questa origine.

Il carisma nel senso comune

stile liturgico

Il carisma anche nel linguaggio corrente, indica una dote dall'aura religiosa, una capacità personale di attrarre, convincere e affascinare. Il carisma, dunque, è fondato sulla devozione all'eccezionale santità o al carattere esemplare di una singola persona.
Questa è sicuramente una buona definizione iniziale: e molto spesso ci accontentiamo e ci fermiamo qui, senza andare oltre. Quella del carisma può sembrarti, infatti, una qualità misteriosa, una qualità addirittura innata, ma fortunatamente non è così.
Il carisma non è solo qualcosa di impalpabile e di vago. Seguimi e ti mostrerò come il carisma si intreccia e si costruisce anche attraverso uno stile liturgico adeguato.

Gli elementi fondamentali del carisma

Lungi dall'essere un tratto inspiegabile e quasi magico, il carisma è una qualità che ognuno di noi può sviluppare e che si compone di diversi elementi. I principali fattori che determinano il carisma di una persona e quindi anche il tuo carisma come sacerdote sono sostanzialmente tre:
-      atteggiamento verso gli altri
-      personalità 
-      presenza

L’atteggiamento verso gli altri: carisma e stile liturgico

Chi è una persona carismatica? Una persona carismatica è una persona che comunica in maniera efficace: una personalità carismatica è una personalità che trasmette rispetto, disponibilità, apertura, fiducia e credibilità, ma soprattutto è una personalità che è capace di gestire la complessità delle relazioni.
Se vuoi essere un sacerdote carismatico devi imparare a comunicare con tutti, adattandoti in maniera flessibile ai diversi interlocutori senza perdere la tua posizione e la tua personalità.
Vuoi diventare un sacerdote carismatico? Devi diventare una persona autorevole e rispettata: il carisma è autorevolezza.

La tua personalità: il tuo carisma e il tuo stile liturgico

E’ vero che le competenze per una comunicazione efficace possono essere apprese e migliorate, ma per migliorare il tuo carisma non basta imparare le tecniche di comunicazione verbale e non verbale. Occorre prima di tutto che tu possieda personalità.
Ti starai chiedendo: cosa significa avere una propria personalità?
Possedere una propria personalità significa essenzialmente una cosa: avere un proprio stile.
Vuol dire che tu, come sacerdote, devi possedere un senso profondo e radicato della tua missione, sentire la responsabilità del tuo ruolo di guida di fronte alla comunità dei fedeli.
Avere uno stile liturgico significa avere una visione precisa e definita di sé, del mondo e del ruolo  evangelico della Chiesa: un sacerdote carismatico è un sacerdote che possiede un suo stile liturgico, come ci insegna anche l’esempio luminoso degli ultimi Pontefici.
Un sacerdote carismatico, infine, è un sacerdote che, contemporaneamente, non ha paura o timore di difendere la vera fede, ma allo stesso tempo possiede la capacità di porre il fedele al centro della relazione, per guidarlo nei momenti di dubbio o di smarrimento.
Ricorda sempre, infatti, che la buona comunicazione non è mai sopraffazione o prepotenza. E non è mai ostentazione. Quando sei sicuro del tuo ruolo e della tua missione e comunichi in maniera efficace non ostenti virtù, intelligenza, sensibilità, disponibilità. Non ostenti nulla, perché tutte queste tue caratteristiche si mostrano naturalmente davanti ai fedeli.

La personalità: presenza e stile liturgico

Questo è l’ultimo elemento che compone una personalità carismatica: la presenza.
La tua presenza è il modo in cui ti poni di fronte agli altri: in altri termini, possiamo anche dire che è il modo in cui ti vedono gli altri.
Per questo, le persone carismatiche sono persone che curano ogni dettaglio nel modo di presentarsi: dalla comunicazione verbale a quella non verbale - fatta di gesti e posture - per arrivare al proprio abbigliamento. E tu hai mai fatto caso a quanta attenzione poni nel presentarti ai tuoi fedeli?
Gli altri, infatti, ci percepiscono e si fanno un’opinione su di noi non solo per quello che diciamo, ma anche per come ci presentiamo.
Per questo, se sei un sacerdote che vuole essere degno testimone del messaggio di Cristo e della Chiesa devi prenderti cura anche del suo stile liturgico e delle vesti liturgiche che indossa.
Hai uno stile sciatto, trasandato, poco curato? Darai l’impressione di una personalità non sicura, non affidabile, non autorevole.
Al contrario, se hai uno stile liturgico solenne e adeguato, il tuo stile colpirà l’attenzione degli altri: perché indossare paramenti sacri solenni e rispettosi della bellezza di Dio e della Chiesa comunicherà autorevolezza, sicurezza e senso di fascinazione e bellezza. Usare e indossare paramenti sacri solenni, possedere un proprio stile liturgico ti distingue, come sacerdote, di fronte agli occhi dei fedeli: ti farà percepire come una vera e propria guida, un esempio a cui guardare e a cui ispirarsi.

Lo stile liturgico e il carisma: 

diventa la guida gioiosa della tua comunità



Oltre a influenzare come gli altri ti percepiscono, possedere uno stile liturgico personale e vestirti  con paramenti sacri e vesti religiose adeguate può effettivamente farti sentire più sicuro di te e del tuo ruolo. E sentendoti più sicuro, potrai agire con più forza e convincimento, il che a sua volta ti renderà più convincente e più persuasivo agli occhi dei fedeli: questo è il circolo virtuoso della personalità carismatica.
Riassumiamo, allora: una personalità carismatica non è qualcosa di misterioso e di insondabile. Il  carisma non è qualcosa con cui si nasce: carismatici si può diventare. Carismatico puoi diventarlo. E puoi coltivare una personalità carismatica curando il tuo modo di porti nei confronti degli altri, curando il modo in cui comunichi sia a livello verbale che a livello non verbale.
Coltivare un proprio stile liturgico personale è un modo per coltivare il proprio carisma. E questo carisma può e deve essere messo al servizio di un compito più alto: il carisma deve servire la missione della Chiesa.
Perchè un sacerdote che possiede una personalità carismatica, un sacerdote che possiede un proprio stile liturgico è un sacerdote che può portare la parola di Dio nel mondo in maniera più convincente.
E' questo il dono di sé più grande che, come sacerdote, puoi fare alla Chiesa: offrire uno stile liturgico carismatico al servizio dell’annuncio del Vangelo, recuperando il soffio potente dello Spirito Santo per il bene e la grandezza messaggio di Dio.
http://www.paramentisacri-caliciargento.it/2015/12/stile-liturgico.html