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domenica 9 luglio 2017

quanto è bella la Messa

Ti dimostriamo in 15 punti quanto è bella (e più autenticamente cattolica) la Messa cosiddetta “Tridentina”

 

  1. Nella Messa del Vecchio Rito il sacerdote celebra ai piedi di un altare che è rialzato rispetto al piano dei fedeli perché esso deve rappresentare la collina del Calvario. Dunque, già questo fa chiaramente capire ciò che è davvero la Messa.
  2. Il sacerdote è rivolto verso Dio, con le spalle al popolo, perché agisce come altro-Cristo (in persona Christi) offrendo il Sacrificio all’Eterno Padre.
  3. I fedeli sono più in basso in quanto impersonano (in un certo senso) Maria e san Giovanni ai piedi della Croce.
  4. Tutta la celebrazione si rivolge dunque in maniera verticale, dal basso verso l’alto, dall’uomo a Dio; tutto è orientato verso l’Eterno Padre, tanto i fedeli quanto il sacerdote.
  5. Veniamo alla Consacrazione. Il testo della consacrazione sottolinea senza equivoci l’attualita dell’azione sacrificale e il ruolo di altro-Cristo del sacerdote. Per esempio: il carattere tipografico (tramite il grassetto) e la punteggiatura (tramite il punto fermo) fanno capire –nella preghiera eucaristica- che la narrazione è distinta dalla consacrazione come azione attuale e realizzazione presente del Mistero. Anche la posizione (“Chinato sopra”) e il tono della voce (“segretamente”) del sacerdote mutano dal momento in cui questi riproduce le mosse di Gesù, realizzando in tal modo il miracolo della transustanziazione (la trasformazione del pane e del vino in Corpo e Sangue di Cristo). Dunque, c’è differenza rispetto ad un tono uniforme che potrebbe dare invece l’impressione di una semplice narrazione di un evento e non della sua ri-attualizzazione.
  6. Nella Consacrazione la frase “Ogni volta che farete ciò, lo farete in memoria di me” è certamente più chiara rispetto all’espressione “Fate questo in memoria di me”, che più facilmente può essere interpretata come semplice ricordo. L’espressione “questo calice” rispetto al semplice “il calice” è anch’essa indicativa. L’aggettivo dimostrativo “questo” vuole infatti significare che il calice sul quale il sacerdote proferisce la formula consacratoria, non è un calice qualsiasi, ma è misticamente quello stesso calice impugnato da Gesù consacrante, così come l’azione consacratoria del sacerdote è misticamente una sola e medesima con quella di Gesù consacrante.
  7. La genuflessione del sacerdote immediatamente dopo la Consacrazione di ciascuna delle due Specie, esprime la fede nell’avvenuta transustanziazione a motivo delle parole consacratorie appena pronunciate. Nel Nuovo Rito il sacerdote s’inginocchia una sola volta e non immediatamente dopo la consacrazione, bensì solo dopo aver elevato ciascuna delle due Specie per mostrarle ai fedeli presenti. La genuflessione immediatamente dopo la Consacrazione sta a significare che l’Eucaristia non è tale solo se (come affermano i protestanti) vi è la partecipazione dei fedeli, ma già unicamente nel potere ministeriale del sacerdote.
  8. Il sacerdote, pur non trovando possibilità di inutile protagonismo, compare per quel che è: ministro di Dio avente ontologicamente una qualità che i semplici fedeli non hanno. In questo rito non c’è spazio per una confusione tra il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale e gerarchico del celebrante. Per esempio: il Confiteor iniziale è detto prima dal prete, e poi dall’accolito in nome del popolo. Questa distinzione segna chiaramente la differenza esistente tra il celebrante e i fedeli.
  9. Passiamo alla Comunione. Il fedele si prepara con il Confiteor e proclamando non una sola volta, me per ben tre volte la propria indegnità, precisamente con queste parole “O Signore, non sono degno che tu entri nella mia casa, ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato” L’espressione nella mia casa rispetto a partecipare alla tua mensa è sicuramente più chiara per far capire che l’Eucaristia non è semplicemente una mensa (in senso protestante) ma l’entrata di Gesù vero e vivo nel fedele.
  10. La Comunione si riceve in ginocchio, direttamente in bocca, in posizione di adorazione sottolineando in tal modo il rispetto e la venerazione nei confronti dell’Eucaristia e facendo più facilmente capire le verità della Presenza Reale e del Sacerdozio ministeriale. Da una parte, pertanto, si capisce la grandezza incommensurabile di un Dio che viene a trovare dimora nella propria piccolezza; dall’altra, non vi è la possibilità di equivocare pensando che l’Eucaristia sia solo un simbolo, un “pane che deve far ricordare” e basta.
  11. La Messa non termina immediatamente dopo la Comunione. In questo modo si fa capire che il Ringraziamento non è a discrezione del fedele, bensì è un atto doveroso e fondamentale per rendere fruttuosa la Comunione stessa.
  12. Dopo la Comunione il sacerdote non si siede, gesto (questo) non “educativo” perché potrebbe spingere i fedeli che hanno ricevuto l’Eucaristia a fare altrettanto.
  13. La liturgia della Parola non dura di più rispetto alla liturgia eucaristica, centro e apice della Messa; e la Comunione non è relegata all’ultimissima fase del Rito.
  14. A proposito del latino. Esso ha la funzione di lingua sacra e solenne e aiuta il fedele a comprendere la grandezza del Mistero che si sta realizzando: la straordinarietà di ciò che accade sull’altare-Calvario è sottolineato appunto dall’uso di un linguaggio straordinario (fuori dall’ordinario), non quotidiano. Scrive Pio XII nella Mediator Dei: “L’uso della lingua latina è un chiaro e nobile segno di unità (fra i cattolici di tutto il mondo, siano essi italiani o tedeschi, bianchi o neri) e un efficace antidoto ad ogni corruttela della pura dottrina”. Ed è ciò che Benedetto XVI ha ribadito come superamente dello “spazio” e del “tempo”. Superamento dello spazio, perché indipendentemente da dove ci si trovi, la lingua è sempre la stessa. Superamento del tempo, perché essendo il latino una lingua non in evoluzione, meglio può esprimere la stabilità del dogma. Inoltre bisogna chiedersi: la Messa va capita o vissuta? Oggi abbiamo un paradosso: tutti capiscono le parole della Messa, ma nessuno sa più cos’è la Messa.Un tempo non si capivano le parole della Messa, ma molti di più sapevano cosa fosse la Messa.
  15. Sui silenzi. I silenzi del Rito Antico fanno adeguatamente capire che il compito del fedele che partecipa alla Messa non è tanto quello di “vocalmente” partecipare quanto quello di “aderire”. Il modello per eccellenza è la Vergine Maria che ai piedi della Croce non parlava, ma contemplava ed offriva. Chi più di Lei ha fatto fruttificare quell’Avvenimento? Insomma, per rendere fruttuoso il Mistero della Messa bisogna condividere e nascondersi piuttosto che apparire.  http://itresentieri.it/ti-dimostriamo-in-15-punti-quanto-e-bella-e-piu-autenticamente-cattolica-la-messa-cosiddetta-tridentina/

mercoledì 24 maggio 2017

Roma ti aspetta

14-17 settembre 2017





Il programma completo delle cerimonie previste a Roma per il decimo anniversario del motu proprio Summorum Pontificum verrà comunicato il 31 maggio.
 
Rammentiamo che il pellegrinaggio comincerà giovedì 14 settembre con una giornata di conferenze presso l'università Angelicum e avrà il suo culmine nella processione solenne di sabato 16 settembre che condurrà i pellegrini verso la basilica di San Pietro dove verrà celebrata una messa pontificale a mezzogiorno.
Nel video che vi proponiamo, S.E.R. Mons. Sample, arcivescovo di Portland, spiega l'importanza di questo avvenimento che riporta lo splendore della liturgia tradizionale nel cuore della Chiesa.


Le iscrizioni si possono fare qui.



venerdì 19 maggio 2017

Esiliare Ratzinger per sempre

GrilloShock. "Esiliare Ratzinger per sempre". E vuole chiudere i conti con il Summorum Pontificum 
 


di Francesco Filipazzi
 
Generalmente quando parliamo di certa gente non facciamo nomi, ma questa volta l'entità delle affermazioni urlate da Andrea Grillo in un'intervista è tale, che è obbligatorio citarlo. Il "teologo" di fama ha infatti rilasciato dichiarazioni sconcertanti riguardo Benedetto XVI, reo di aver semplicemente scritto una postfazione al prossimo libro di Sarah.


Grillo auspica la "morte istituzionale" di Ratzinger

E' chiaro che l'intervista è stata rilasciata in modo concitato, perché il limite della decenza è ampiamente superato. Secondo Grillo l'uscita pubblica di Benedetto è uno sconfinamento inaccettabile, una scelta di campo ben precisa per disconoscere il successore Francesco. Opinione legittima? Forse, però condita con una selva di insulti vomitata contro il nostro novantenne preferito, che fanno presagire solo una grande isteria. "Come è evidente che la veste bianca e la loquacità, oltre alla residenza, debbono essere dettagliatamente normate. Il Vescovo emerito deve allontanarsi dal Vaticano e tacere per sempre." Inoltre "si dovranno prevedere, in futuro, norme che regolamentino in modo più netto e sicuro la “morte istituzionale” del predecessore e la piena autorità del successore, in caso di dimissioni". Dunque la libertà personale del Papa Emerito dovrà essere limitata in qualche modo? Lo mandiamo a Sant'Elena?
Ebbene, secondo Grillo Benedetto è ipocrita, poco umile, troppo loquace. E il cardinal Sarah sarebbe uno che ha "creato continui imbarazzi alla Chiesa" e a Papa Francesco. Quali imbarazzi? Difendere la liturgia è imbarazzante? Secondo Grillo si.

Chiudere i conti con la San Pio X e abolire il Summorum Pontificum

Grillo è un fiume in piena. Il palesarsi sulla scena di Ratzinger, teologo che accademicamente Grillo non vede neanche con il binocolo, lo ha fatto andare fuori dalla grazia divina. Purtroppo però non ha gli strumenti culturali per parlare di liturgia e si lascia andare ad un'inveterata che però spiega molte cose. "La fissazione sul “rito antico” è, precisamente, il segno preoccupante che accomuna il Vescovo emerito di Roma e il Prefetto della Congregazione del culto. E su questo papa Francesco ha preso posizione con giusta fermezza". Posto che Sarah recentemente ha parlato molto di più del rito di Paolo VI, ci chiediamo quale posizione avrebbe preso Francesco, perché a noi non risulta che ci siano state comunicazioni pubbliche o ai vescovi al riguardo.

Poi arriva l'affondo. L'intervistatore chiede a Grillo cosa ne pensi dell'accordo con la San Pio X. Ebbene, la risposta è molto semplice. I lefebvriani avranno una funzione molto importante, nell'economia grilliana. "Mi riferisco, in particolare, all’uso del “rito antico”, che con un accordo di comunione con i lefebvriani – subordinato a specifiche garanzie – sarebbe sottratto all’”uso straordinario” ed entrerebbe nelle caratteristiche rituali di un settore specifico della esperienza ecclesiale, che per questo risulterebbe accuratamente circoscritto e controllato". Rileggete bene.

Sarebbe sottratto all'uso straordinario.  Ciò vuol dire che, stando così le cose, il Summorum Pontificum verrebbe abolito e si rinchiuderebbe praticamente nel recinto della San Pio X, circoscritto e controllato accuratamente, il rito antico.

D'altronde si sa, il Motu Proprio Summorum Pontificum non è mai andato giù a questi signori, soprattutto perché hanno avuto la plastica rappresentazione del loro fallimento. Il movimento collegato alla Messa di San Pio V è ormai talmente numeroso e capillarmente diffuso, che ha fatto saltare tutte le elucubrazioni di chi lo avversa.

Alcune domande

Poniamo alcune domande, sperando che prima o poi qualcuno risponda.
1 - Grillo si presenta spesso come interprete di Bergoglio. Ebbene, è davvero l'interprete di Bergoglio? Ciò che pensa il teologo assieme alla sua compagnia di giro, è condiviso dal vertice?
2 - L'intento recondito dell'operazione "San Pio X" è questo? Nel caso, mons. Fellay ne è a conoscenza? In caso contrario, qualcuno potrebbe per favore smentire?


Chi vuole farsi due risate, legga pure l'intervista completa.

mercoledì 8 febbraio 2017

testimone del MIRACOLO

La persuasione dopo la rettorica. Un sacerdote testimone delle grazie del Summorum Pontificum di Benedetto XVI




Quasi come conferma di quanto recentemente annotato nella chiosa alla Lettera ai conservatori perplessi di Radio Spada riprendiamo da Chiesa e poa preziosa testimonianza di un sacerdote cattolico, uno tra i molti in tutto il mondo, giunto al vetus Ordo grazie al Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Di fronte a queste parole viene da ripetere con Sant'Agostino di Ippona: "Securus judicat orbis terrarum".

Alla Pontificia Università Gregoriana il prof di liturgia ha sempre insegnato che il "prima della chiesa era qualcosa di incomprensibile e inutile. Qualcosa da cambiare". Tutto questo sdegno mi ha spinto a cercare cosa c'era... Tante cose è stato un bene lasciarle, altre un grosso male. Oggi ricorre il mio primo anniversario che, seguendo le indicazioni del Sommo Pontefice Benedetto XVI nel Summorum Pontificum, mi sono accostato all'altare del Dio della mia giovinezza.



Ho trovato una ricchezza incommensurabile nel Rito Romano ante riforma; ho letto e scoperto il vero senso del sacerdozio che, come insegna il Concilio Vaticano II, è differente dal sacerdozio battesimale per gradi ed essenza (LG 10), e si pone come un ponte che dona agli uomini la grazia di Dio e a Dio porta le preghiere del popolo. Ho scoperto il senso del sacro e la potenza della Messa come ripresentazione viva ed efficace della Croce di Cristo Signore. Che meraviglia e che gran dono!


Non ho trovato ostacoli tra la gente comune, quelli che a Messa vanno per fede, ma tra i sacerdoti, che mi hanno visto come uno da eliminare, come uno che "gioca alla messa". Ebbene, riprendendo la sapienza degli Atti degli Apostoli, chiedo: se questo rito è considerato come vecchio e noioso, incomprensibile... Perché lo temete? Perché odiate chi lo celebra? Perché gli spezzate le gambe in segreto? Se è volontà di Dio che questo venga celebrato, lasciate fare... Se è volontà umana, prima o poi passerà come tutti i capricci umani. Non fate che vi troviate a combattere contro Dio! 


domenica 8 gennaio 2017

altari della discordia

La Civilità cattolica va alla guerra degli altari: "La Riforma della riforma è un errore"





di Stefano Fontana

«La “riforma della riforma” è un errore». Il numero 3995 de “La Civiltà Cattolica”, con un articolo di Padre Cesare Giraudo, mette la parola fine a quanto Joseph Ratzinger, e più di recente, il Cardinale Robert Sarah, avevano auspicato. La frase che dà il titolo all’articolo è dello spesso Papa Francesco ed è contenuta in una conversazione con Padre Antonio Spadaro, direttore della rivista dei gesuiti, ora pubblicata nel volume “Nei tuoi occhi la mia Parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires (1999-2013)” (Rizzoli). Queste le parole del Papa: «Il Vaticano II e la Sacrosanctum concilium si devono portare avanti come sono. Parlare di “riforma della riforma” è un errore».

In una conferenza tenuta a Londa il 5 luglio 2016, il Cardinale Sarah, che poco prima disse di essere stato incaricato da Papa Francesco di prendere in mano il dossier sulla liturgia, espresse il proprio parere su un importante punto di una eventuale riforma, ossia l’orientamento dell’altare ad est in modo che tutti, celebrante e fedeli, si rivolgessero a Cristo Salvatore e non a guardarsi negli occhi reciprocamente. La cosa avrebbe richiesto di tornare ai “vecchi” altari. Il Cardinale aveva anche detto che si sarebbe potuto procedere poco a poco.

Ci si chiede: un simile ritorno al celebrante con le spalle rivolte al popolo vorrebbe dire una messa in questione della Sacrosanctum Concilium e del Vaticano II? Il Papa, nella frase sopra riportata dalla conversazione con Padre Spadaro, ha detto che bisogna portare avanti il Vaticano II e la Sacrosanctum concilium. Ora, il celebrante rivolto ad est è cosa che contrasta con questo impegno? Evidentemente no, perché nessuno al Concilio parlò di smantellare i vecchi altari e di costruirne di nuovi rivolti al popolo, nemmeno lo dice il testo della Costituzione sulla divina liturgia. Né il Cardinale Sarah, con la sua proposta, voleva certamente mettere in discussione il Concilio. In altre parole, si potrebbe chiedere, nel pieno rispetto dello spirito e della lettera del Concilio, che questa riforma della riforma fosse intrapresa. La riforma della riforma, secondo le parole del Papa, sarebbe un errore se mettesse in questione il Concilio, ma si deve considerare possibile una riforma della riforma in continuità con la costituzione conciliare sulla liturgia.

Non si può né si deve identificare tale Costituzione con la riforma postconciliare. Non si sovrappongono completamente, la Sacrosanctum Concilium ne sporge. Lo aveva detto, tra gli altri, il cardinale Koch: «Occorre distinguere tra la Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium e la riforma liturgica attuata dopo il Concilio; e non deve essere oggetto di tabù la relazione che esiste tra esse» (nel libro “Il mistero del granello di senape”).

L’idea di cambiare posto all’altare e di mutare l’orientamento del celebrante fu non del Concilio ma della Commissione che fece la riforma. Una eventuale “riforma della riforma” non sarebbe una revisione del Concilio e della sua Costituzione sulla liturgia, ma solo della riforma voluta dalla Commissione e promulgata da Paolo VI. Quindi, se si desse il via a questa riforma della riforma non si contraddirebbe l’espressione di Papa Francesco riportata dalla rivista dei gesuiti.

Colpisce che nell’articolo di Padre Giraudo manchi qualsiasi riferimento a quanto detto sulla “riforma della riforma” dal Cardinale e poi Pontefice Joseph Ratzinger a più riprese, oggi consultabile nel volume dell’Opera Omnia dedicato alla teologia della liturgia. In un articolo che intende bocciare la riforma della riforma, il silenzio sull’autore dell’espressione stessa e delle maggiori argomentazioni a suo sostegno è quantomeno strano. Trattandosi, tra l’altro, del “Papa emerito”.

In sintesi si potrebbero riassumere così le posizioni di Ratzinger-Benedetto XVI: la riforma non doveva avere un intento primariamente pastorale come invece ha avuto; la riforma non doveva essere pensata a tavolino da esperti e professori ma nascere dalla vita della Chiesa; la riforma avrebbe avuto bisogno di molto più tempo. E questo senza nulla togliere né al Vaticano II né alla sua Costituzione apostolica, anzi richiamandosi proprio ad essi.

Il punto principale, in ordine all’articolo di Giraudo, è che per Ratzinger-Benedetto XVI la riforma della riforma non avrebbe dovuto imporsi dall’alto, ma nascere da un “nuovo movimento liturgico”. Come è sconveniente imporre dall’alto la sua realizzazione è anche sconveniente vietarla dall’alto. In questo senso è positivo che La Civiltà Cattolica inviti a non contrapporre tra loro Pio V e Paolo VI, ma forse il modo migliore per contrapporli è proprio porre la parola fine sulla prospettiva della riforma della riforma. Il motu proprio di Benedetto XVI Summorum Pontificum che ha nuovamente permesso la celebrazione secondo il vetus ordo non era una concessione ai nostalgici, ma la spinta ad una riforma della riforma tendente – se e quando Dio vorrà – ad una nuova unificazione liturgica. 

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-la-civilita-cattolica-va-alla-guerra-degli-altarila-riforma-della-riforma-e-un-errore-18581.htm

giovedì 27 ottobre 2016

la bellezza salverà il mondo





The country of the Czech Republic and the city of Prague was much blessed by the visit last week of His Eminence Raymond Leo Cardinal Burke. His Eminence visited several places, giving public lectures in defense of Catholic doctrine on marriage and the family and celebrating pontifical liturgies in the usus antiquior. In this post, I will simply share photos from the Mass on Saturday, October 15, at Strahov Abbey, a house founded in 1143 as part of the Premonstratensian order and well known for housing the relics of St. Norbert himself.

This Mass was one of the most splendid I have ever had the privilege of attending. The capacious Baroque church was packed with faithful of all ages, including quite a few little children, which was heartening to see. A large number of clergy, including the abbot, the prior, and many of the Norbertine canons, assisted in choro. Ministers were provided by the Institute of Christ the King, whose founder and head, Msgr. Gilles Wach, was also present. The liturgy, for the feast of St. Teresa of Jesus, was conducted with the utmost beauty and reverence. The choir sang with great finesse Palestrina's Missa Papae Marcelli and a number of other Renaissance motets; the organist, for his part, was simply outstanding as an improviser. The final 10-minute improvisation on the popular hymn tune that had just been sung by the congregation was positively Brucknerian in scope.

His Eminence has graciously given NLM permission to publish his sermon for the feast of St. Teresa. It is a most beautiful meditation on this great Carmelite saint. A gallery of photos may be found at the end.



SERMON


Feast of Saint Teresa of Avila, Virgin
Basilica of the Assumption of the Blessed Virgin Mary
Premonstratensian Abbey of Strahov
Prague
15 October 2016

2 Cor 10, 17-18; 11, 1-2
Mt 25, 1-13

Praised be Jesus Christ! Now and for ever.

It brings me profound joy to offer the Pontifical Mass in this most beautiful church dedicated to Our Savior and to His Immaculate Mother under her title of the Assumption. I am grateful to almighty God Who has granted me to make pilgrimage to the historic Premonstratensian Abbey of Strahov and to pray at the tomb of Saint Norbert. I thank Father Abbot and all of the canons of the Abbey for their most warm hospitality, and I thank all who have prepared so well the celebration of the Pontifical Mass. In a particular way, I thank the Institute of Christ the King Sovereign Priest for providing the assistance for the Pontifical Mass, even as I am deeply grateful for the presence of Monsignor Gilles Wach, the Founder of the Institute. With deepest esteem and gratitude, I acknowledge the presence of Knights and Dames of the Grand Priory of Bohemia of the Sovereign Military Order of Malta, of which I am privileged to be the Cardinal Patron. I take the occasion to express once again my gratitude to Lucie Cekotova and to all who have worked with her to organize my visit to your beloved homeland, the Czech Republic. In deepest gratitude, I offer the Holy Mass for the intentions of the Church in the Czech Republic and the intentions of Strahov Abbey.

Today, we celebrate the feast of Saint Teresa of Avila, Virgin and Doctor of the Church. We recall the heroic sanctity of her life and its many fruits, including the reform of the Carmelite Order, which she carried out together with Saint John of the Cross, and her spiritual writings which continue to inspire and strengthen many souls to seek more perfect union with God. The life and death of Saint Teresa open our eyes to contemplate the mystery of Christ’s love, which is daily at work in our souls. Dom Prosper Guéranger, commenting on today’s feast, extolled the great gift of her spiritual writings:
Having arrived at the mountain of God, she described the road by which she had come, without any pretension but to obey him who commanded her in the name of the Lord. With exquisite simplicity and unconsciousness of self, she related the works accomplished for her Spouse; made over to her daughters the lessons of her own experience; and described the many mansions of that castle of the human soul, in the centre of which, he that can reach it will find the holy Trinity residing as in an anticipated heaven. No more was needed: withdrawn from speculative abstractions and restored to its sublime simplicity, Christian mysticism again attracted every mind; light reawakened love; the virtues flourished in the Church; and the baneful effects of heresy and its pretended reform were counteracted.[1]
Christ called Saint Teresa to give herself totally – in every fiber of her being – to Him, in order that she might bring His light and love to her brothers and sisters. From His glorious pierced Heart, Christ poured forth the sevenfold gift of the Holy Spirit into the heart of Saint Teresa, so that, she, as His bride through religious profession, could be the effective sign and instrument of His pure and selfless love.

Reflecting upon her life in Christ, we come to understand the words of Saint Paul in his Second Letter to the Corinthians. Addressing the members of the Church at Corinth, who had come to life in Christ through Saint Paul’s sacred ministry, Saint Paul declares: “[F]or I am jealous of you with the jealousy of God. For I have espoused you to one husband, that I may present you as a chaste virgin to Christ” (2 Cor 11, 2). The grace of the Holy Spirit, which came into the life of Saint Teresa of Avila and comes into our lives through the Apostolic ministry, espouses the Church as His Bride to Christ, her one and only Bridegroom. The jealousy of Saint Paul for the members of the Church is the jealousy of Christ Who does not want anyone who has become one with Him through faith and baptism to stray from Him and, thus, lose the gift of eternal salvation in Him.

The Parable of the Ten Virgins helps us to understand the mystery of Christ’s life at work in the life of Saint Teresa and in each of our lives, producing a rich harvest of holiness of life (cf Mt 15, 1-13). At the same time, it makes clear that Christ’s life in us depends upon our free response, our response of love to His immeasurable and ceaseless love of us in the Church. The wise virgins treasure, most of all, their consecration to the bridegroom and, therefore, they take care that their lamps always burn brightly to receive the bridegroom at his coming. So, too, we who belong totally to Christ, by the works of His love, keep ourselves ready to meet Christ at His Coming, both in the circumstances of our daily Christian life but also on the Last Day, when He will return in glory to restore all creation to the Father. Like the wise virgins, we know that there is nothing more important than to be vigilant, at all times, in waiting for Christ and in welcoming Him into our lives. Our Lord speaks to us at the conclusion of the Parable of the Virgins: “Watch therefore, for you know neither the day nor the hour” (Mt 25, 13).

The foolish virgins grow careless about the gift of their bond with the bridegroom. His coming, therefore, takes them by surprise, and they are not ready to welcome him. So, too, we are tempted to lose the sense of wonder at the great mystery of God’s love which rescues us from the snares of Satan and fills us with divine love. In little and big ways, we are tempted to be inattentive to daily communion with Christ through prayer, devotion, participation in the Holy Eucharist, the daily examination of conscience and act of contrition, and the regular meeting with Christ in the Sacrament of Penance. Instead of giving our hearts totally to Christ, as we are called to do, we begin to live more and more for ourselves and for certain earthly goods and pleasures which, at any given moment, can distract us from the true source of our freedom and joy, Christ, our one and only Bridegroom.

Saint Teresa is a powerful example of the heroic virginal love of Christ, to which we are all called. From her first intimation of Christ’s call to the religious life, she responded with all her heart. No matter how much resistance she encountered on the way of following Christ in the religious life, especially in the reform of the Carmelite Order, whether it came from her family, from her fellow religious in the Order, or from the society in which she was living, Christ was always first in her life. In a most wonderful way, her joy in spending hours in prayer, especially before the Most Blessed Sacrament, was a sign of her wisdom and fidelity as a bride of her Eucharistic Lord. As a wise virgin, she, through prayer and the life of the Sacraments, kept an abundance of oil for the lamp of her daily Christian living, so that she was always ready to meet our Lord, at His coming.

May Saint Teresa of Jesus teach us to persevere in trust, as she did in the face of much opposition and many trials. May she assist us in accepting with joy our suffering with Christ, so that we may enjoy with Him the unending joy of His Resurrection. Referring to Saint Teresa’s motto, “To suffer or to die,”[2] Dom Prosper Guéranger, citing the great preacher Jacques-Bénigne Bossuet, reminds us of the timeliness of the spiritual doctrine of Saint Teresa, embodied in her life and death:
If we are true Christians, we must desire to be ever with Jesus Christ. Now, where are we to find this loving Saviour of our souls? In what place may we embrace Him? He is found in two places: in His glory and in His sufferings; on His throne and on His cross. We must, then, in order to be with Him, either embrace Him on His throne, which death enables us to do; or else share in His cross, and this we do by suffering; hence we must either suffer or die, if we would never be separated from our Lord. Let us suffer then, O Christians; let us suffer what it pleases God to send us: afflictions, sicknesses, the miseries of poverty, injuries, calumnies; let us try to carry, with steadfast courage, that portion of His cross, with which He is pleased to honour us.[3]
With Saint Teresa, we are certain that, if only we give our hearts to Christ, our one and only Bridegroom, the evils we encounter in our personal lives and in society will be overcome by the immeasurable and enduring truth, goodness and beauty of Christ, which is made visible to us in the Sacred Liturgy, above all, in the offering of the Holy Sacrifice of the Mass. May Saint Teresa teach us to imitate her in fidelity to prayer and devotion, and to the life of the Sacraments, above all the Holy Eucharist and Penance, so that Christ may transform us and our world, in accord with His unceasing desire that all men be one with Him, that all men be saved for eternal life.

Let us now lift up our hearts, one with the Immaculate Heart of Mary, to the glorious pierced Heart of Jesus through His Eucharistic Sacrifice. Resting our hearts in His Most Sacred Heart, we will find the healing of our sins and the strength of divine love, in order to do God’s will in all things. Let us, with Mary Immaculate and Saint Teresa of Jesus, be confident that, from His Sacred Heart, there flows unceasingly and without measure the grace of the Holy Spirit, which overcomes sin in our lives and in the world, and prepares us and the world to welcome our Lord, at all times and at His Final Coming, with our lamps burning brightly.

Heart of Jesus, King and center of all hearts, have mercy on us.
O Blessed Virgin Mary, Queen assumed into heaven, pray for us.
Saint Joseph, Foster-Father of Jesus and true Husband of the Virgin Mary, pray for us.
Saint Norbert, pray for us.
Saint Teresa of Jesus, pray for us.

In the name of the Father, and of the Son, and of the Holy Spirit.

+ Raymond Leo Cardinal BURKE

NOTES
[1] “Arrivée donc à la montagne de Dieu, elle fit le relevé des étapes de la route qu’elle avait parcourue, sans autre prétention que d’obéir à qui lui commandait au nom du Seigneur ; d’une plume exquise de limpidité, d’abandon, elle raconta les œuvres accomplies pour l’Époux ; avec non moins de charmes, elle consigna pour ses filles les leçons de son expérience, décrivit les multiples demeures de ce château de l’âme humaine au centre duquel, pour qui sait l’y trouver, réside en un ciel anticipé la Trinité sainte. Il n’en fallait pas plus ; soustraite aux abstractions spéculatives, rendue à sa sublime simplicité, la Mystique chrétienne attirait de nouveau toute intelligence ; la lumière réveillait l’amour ; et les plus suaves parfums s’exhalaient de toutes parts au jardin de la sainte Église, assainissant la terre, refoulant les miasmes souls lesquels l’hérésie d’alors et sa réforme prétendue menaçaient d’étouffer le monde.” Prosper Guéranger, L’année liturgique, Le temps après la Pentecôte, Tome V, 12ème éd. (Tours: Maison Alfred Mame et Fils, 1925), p. 457. [Guéranger]. English translation: Prosper Guéranger, The Liturgical Year, Time after Pentecost, Book V (Fitzwilliam, NH: Loreto Publications, 2000), pp. 396-397. [GuérangerEng].
[2] “Souffrir ou mourir!” Guéranger, p. 462. English translation : GuérangerEng, p. 401.
[3] “Si nous sommes de vrais chrétiens, nous devons désirer d’être toujours avec Jésus-Christ. Or, où le trouve-t-on, cet aimable Sauveur de nos âmes ? En quel lieu peut-on l’embrasser ? On ne le trouve qu’en ces deux lieux : dans sa gloire ou dans ses supplices, sur son trône ou bien sur sa croix. Nous devons donc, pour être avec lui, ou bien l’embrasser dans son trône, et c’est ce que nous donne la mort, ou bien nous unir à sa croix, et c’est ce que nous avons par les souffrances ; tellement qu’il faut souffrir ou mourir, afin de ne quitter jamais le Sauveur. Souffrons donc, souffrons, chrétiens, ce qu’il plaît à Dieu de nous envoyer : les afflictions et les maladies, les misères et la pauvreté, les injures et les calomnies ; tâchons de porter d’un courage ferme telle partie de sa croix dont il lui plaira de nous honorer.” Guéranger, pp. 468-469; GuérangerEng, pp. 406-407.


























 
http://www.newliturgicalmovement.org/2016/10/photos-and-sermon-from-cardinal-burkes.html#.WA59ZTXOC1u

domenica 9 ottobre 2016

la forza del silenzio

Sarah: la liturgia oggi è malata di parole e rumore. Un segno? L'onnipresenza del microfono

 

Da La force du silence. Contre la dictature du bruit, intervista di Nicolas Diat al cardinale Robert Sarah (Fayard)
D. Non è un po’ paradossale richiamare l’importanza del silenzio nella liturgia, riconoscendo contemporaneamente che le liturgie orientali non hanno momenti di silenzio e sono particolarmente belle, sacre, ricche di un atmosfera orante?
R. Il suo commento è saggio e mostra che non è sufficiente prescrivere momenti di silenzio perché la liturgia sia permeata da un sacro silenzio. Il silenzio è un'attitudine dell'anima. Non è una pausa tra due rituali, è esso stesso un rituale. Certamente i riti orientali non prevedono tempi di silenzio nel corso della Divina Liturgia. Tuttavia, essi sono fortemente caratterizzati da una dimensione apofatica della preghiera di fronte a un Dio che è ineffabile, incomprensibile, impercettibile. La Divina Liturgia è immersa nel mistero. Viene celebrata dietro l'iconostasi, che per i cristiani orientali è il velo che protegge il mistero. Per noi latini il silenzio è una iconostasi sonora. Il silenzio è una forma di mistagogia, ci permette di entrare nel mistero senza deflorarlo. Nella liturgia linguaggio dei misteri è silenzioso: il silenzio non nasconde, ma rivela in profondità.

San Giovanni Paolo II ci insegna che «il mistero vela continuamente se stesso, copre se stesso con il silenzio, per impedire che si costruisca un idolo al posto di Dio». Oggi mi sento di dire che il rischio che i cristiani divengano idolatri è grande. Prigionieri del rumore di un parlare umano senza fine, non siamo lontani dal costruirci un culto a nostra misura, un Dio a nostra immagine. Come il cardinale Daneels ha rimarcato, «il principale difetto della liturgia occidentale oggi, per come è celebrata concretamente, è di essere troppo parlata». Il padre Faustino Nyombayré, sacerdote del Ruanda, dice che in Africa «la superficialità non risparmia la liturgia o appuntamenti religiosi, dai quali le persone tornano senza respiro, più che riposate e piene di ciò che hanno celebrato, così da poter vivere e testimoniare meglio». Le celebrazioni alle volte sono rumorose e defatiganti. La liturgia è malata. Il simbolo più chiaro di questa malattia è l’onnipresenza del microfono. È diventato così indispensabile che la gente sì chiede come sia stato possibile celebrare prima della sua invenzione.
 
da «La Nef»


mercoledì 22 giugno 2016

il vecchio bianco Pontefice

Oscar Wilde: Fortuna per lui non essere vissuto
in questi tempi ...
 

«Quando vidi il vecchio bianco Pontefice, successore degli Apostoli e padre della Cristianità, portato in alto sopra la folla, passarmi vicino e benedirmi dove ero inginocchiato, io sentii la mia fragilità di corpo e di anima scivolare via da me come un abito consunto, e ne provai piena consapevolezza».

Oscar Wilde

Tre settimane prima di morire, dichiarò a un corrispondente del "Daily Chronicle": «Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L'aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni. Ho intenzione di esservi accolto al più presto».

Wilde, che non riusciva più a parlare, alzando due volte la mano in risposta fece capire a Ross che voleva vedere un prete per convertirsi. Robert Ross condusse presso di lui il reverendo cattolico irlandese Cuthbert Dunne. Non essendo Wilde in grado di parlare, Ross gli chiese se voleva vedere il sacerdote dicendogli di sollevare la mano per rispondere affermativamente. Wilde la sollevò. Il sacerdote gli domandò, con la stessa modalità, se voleva convertirsi, e Wilde sollevò nuovamente la mano. Quindi padre Dunne gli somministrò il battesimo condizionale, lo assolse dai suoi peccati e gli diede l'estrema unzione. Così teneva fede a una sua solita allocuzione in cui affermava: «Il cattolicesimo è la sola religione in cui valga la pena di morire».

martedì 21 giugno 2016

preparazione

ANTE ORATIONEM
PRAEPARA ANIMAM TUAM
 
"Ante orationem, diceva S. Agostino, para animama tuam, et noli esse quasi homo qui tentat Deum", "Prima di pregare, prepara la tua anima, per non essere quasi come chi vuol tentare Dio!".
 
 

 
La preparazione alla Santa Messa deve essere tutta orientata alla grande offerta in attesa amorosa dell’imminente mistero; un umiliarsi intimo dell’anima, un pentirsi amaro, una coscienza viva e pungente della propria indegnità, ma consolata e rasserenata sempre dalla confidenza che la mia offerta sarà accettata, che il Padre mi vede avvolto nel Sangue preziosissimo del suo Unigenito.
 
Mons. Canovai

lunedì 25 aprile 2016

il Signore non ci abbandona

Nascantur in Admiratione

Per grazia di Dio, la Chiesa ha ancora i suoi tesori.

L’Abbazia di Nostra Signora di Clear Creek è una comunità benedettina appartenente alla Congregazione Solesmense. Fondata nel 1999 dall’Abbazia di Nostra Signora di Fontgombault, che si trova in Francia, ha sede nella diocesi di Tulsa, nell’Oklahoma, USA. Nel 2000 è stata eretta a priorato e nel 2010 è diventata un’abbazia. Attualmente la comunità conta 50 monaci. Il motto dell’abbazia è Ecce, fiat. La comunità segue la forma extraordinaria del rito romano e l’ufficio e la Messa sono cantati in gregoriano.

Particolarmente interessante è la storia della comunità, che ha origine in un corso universitario avviato negli anni 1970 da tre professori dell’Università del Kansas. Fu inaugurato un programma di studi umanistici completamente basato sui grandi classici del pensiero occidentale, a partire da quelli greci, latini e medievali. Numerosi studenti che si erano impegnati in questo corso di studi sulla civilizzazione occidentale (potremmo dire chiamarlo il “canone occidentale” che dà il titolo a questo blog) finirono con l’interessarsi alla vita monastica e si recarono in Francia presso l’Abbazia di Nostra Signora di Fontgombault. Alcuni di loro entrarono in quel monastero come novizi, sperando di potere un giorno far parte di una fondazione monastica negli Stati Uniti. Ci volle del tempo perché i novizi ricevessero una solida formazione, ma nel 1998 i tempi erano maturi e fu individuato un luogo adatto per una fondazione in località Clear Creek. A settembre del 1999 arrivò il primo gruppo di fondatori dalla Francia. Iniziò un periodo di lavori per realizzare i locali del monastero e per avviare le attività di sostentamento per i monaci. Nel frattempo iniziarono a fiorire le vocazioni. Fu iniziata la costruzione di un ambizioso edificio romanico, progettato da Thomas Gordon Smith, della Notre Dame University.
 

lunedì 18 aprile 2016

come muore un giovane canonico

Il segreto di fr. Vincent (omelia del card. Sarah)
[Domenica 10 aprile 2016 si è addormentato nella pace del Signore – all’età di 39 anni, di cui 12 nella vita religiosa – fr. Vincent-Marie de la Résurrection (Benoît Carbonell), canonico regolare della Madre di Dio presso l’abbazia Sainte-Marie de Lagrasse, una comunità legata alla forma extraordinaria del Rito romano. Da qualche anno fr. Vincent era affetto da sclerosi multipla, che un poco alla volta lo ha
completamente immobilizzato. Invitiamo a leggere la bella e toccante testimonianza sulla sua vita resa dai suoi fratelli canonici. La Messa di esequie, celebrata in rito romano antico, è stata celebrata sabato 16 aprile dal R.P. Emmanuel-Marie, Abate di Lagrasse, alla presenza di Sua Eminenza il cardinale Robert Sarah, che ha tenuto l’omelia e in seguito benedetto la salma. Da qualche anno si era stretto un forte legame di amicizia e intimità spirituale fra il card. Sarah e fr. Vincent, che portava dentro di sé con un senso di missione di preghiera e di silenzio le intenzioni per la Chiesa che il porporato veniva ad affidargli regolarmente; ha scritto di lui il cardinale africano: “Ho dedicato a fr. Vincent il mio libro Dio o niente perché ho compreso dal nostro primo incontro che Cristo aveva poggiato il suo cuore contro il suo”. Trascriviamo qui di seguito una nostra traduzione dell’omelia del card. Sarah pronunciata nel corso delle esequie, delle quali due reportage fotografici sono visionabili a partire da questa pagina.]


Carissimi Fratelli e Sorelle,
Sono emozionato e alquanto felice di essere con voi in questo momento per accompagnare con l’affetto e le preghiere alla sua ultima dimora il nostro fratello Vincent-Marie de la Résurrection. Egli sul suo letto di malato, come Gesù, nei giorni della sua vita carnale, ha trascorso giorni e notti a offrire preghiere e suppliche, con un potente grido di fede, per ottenerci da Dio l’aiuto e le grazie di cui abbiamo bisogno. Oggi siamo noi che preghiamo per lui, onde attirare su di lui la misericordia e il perdono di Dio. Poiché siamo tutti peccatori. Il bambino è simbolo di una purezza che non dobbiamo mai smettere di volere, ma che sappiamo, anche nell’agonia, che non raggiungeremo mai.
 
Mio carissimo Vincent, ringrazio Dio e la comunità dei Canonici Regolari di sant’Agostino, che ci hanno permesso di conoscerci e di camminare assieme durante un piccolo tratto della nostra esistenza. Ti eri impegnato, e avevi preso la decisione di sostenermi e accompagnare il mio ministero con le tue preghiere e i tuoi sacrifici. Tutti i nostri incontri si sono svolti nel silenzio e nella preghiera. Ogni volta che Dio mi ha permesso di venirti a trovare, abbiamo pregato intensamente il Rosario, sotto lo sguardo della Vergine Maria. E siamo rimasti durante lunghi momenti in silenzio. Tu perché Dio ti chiedeva di essere un’offerta silenziosa per la salvezza del mondo. Io perché diventassi tuo allievo, per apprendere il mistero della sofferenza.
 
Osservandoti in silenzio, ho sempre considerato che il tuo volto splendeva. Il tuo corpo portava la sofferenza e il dolore. Ma sul tuo viso si poteva vedere una grande gioia, un’immensa pace e un abbandono totale a Dio. Pregando con te e ascoltando il mistero della vita, mi hai insegnato che le sofferenze e le gioie esistono insieme. Mi hai insegnato che la preghiera non asciuga le lacrime. E il silenzio ha insegnato a entrambi che l’unità della sofferenza e della beatitudine, è il segreto di Dio che dobbiamo accogliere nella fede e con una grande serenità. Quando, qualche volta, ti ho telefonato da Roma, la sola parola che tu volevi scolpire nel mio cuore, era: Sì, sì, sì! Eri diventato un Fiat continuo. Eri diventato interamente olocausto per un amore per Dio. Qualche volta non eri più capace di dire Sì, ma sentivo un respiro forte e doloroso. E mi hai rivelato così che l’espressione la più sublime dell’amore, è la sofferenza.
 
Ciò che Dio mi dava da percepire intuitivamente, tu stesso me ne dai conferma nel momento in cui ci lasci. In effetti, questa notte ho letto nel tuo diario personale questi pensieri di una densità spirituale eccezionale che hanno nutrito la tua vita interiore. Ti cito: “Credo che la sofferenza è stata accordata da Dio all’uomo in un grande pensiero di amore e di misericordia. Credo che la sofferenza è per l’anima la grande operaia della redenzione e della santificazione”.
 
Sì, la sofferenza è uno stato di felicità e di santificazione delle anime. Ad ascoltarti, sembra di sentire santa Teresa del Bambino Gesù, che scriveva: “Ho trovato la felicità e la gioia sulla terra, ma unicamente nella sofferenza, perché quaggiù ho molto sofferto”.
 
Ma per arrivare ad assumere in tal modo la sofferenza e per trovare la gioia nella sofferenza, oggi tu ci consegni il tuo segreto. Questo segreto io l’ho trovato nel tuo quaderno:
“Ogni giorno, mi rinchiudo in un triplice castello:
Il primo è il Cuore purissimo di Maria,
contro tutti gli attacchi dello spirito maligno.
Il secondo è il Cuore di Gesù, contro tutti gli attacchi della carne.
Il terzo è il Santo Sepolcro, dove mi nascondo vicino a Gesù contro il mondo”.
Questa mattina, la tua camera è vuota come il sepolcro, perché tu sei vivente.
Ti dico nuovamente il mio immenso grazie, Vincent, per ciò che sei stato per me e per noi.
 
Continua a pregare per i tuoi fratelli, i Canonici Regolari di sant’Agostino, per la Chiesa, per la tua famiglia e per noi. Anche noi preghiamo per te. Dio ci ha separati per un momento, ma restiamo uniti.
 
Tu sei di più in più profondamente nel cuore di Dio, ma rimani nel più profondo del nostro cuore. Ora che contempli il volto di Dio, prega per noi, per i tuoi fratelli i Canonici Regolari di sant’Agostino. Tu ci hai preceduto presso il Padre per essere nostro protettore. E imploriamo la misericordia di Dio su di te. Ti affido alla Vergine nostra Madre. Lei che invocheremo nell’ora della nostra morte.
Amen!