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venerdì 26 maggio 2017

Gouverner Par le Chaos

IL CAOS? E’ IL METODO DI GOVERNO DEL GLOBALISMO.


A Teheran, fra i partecipanti alla conferenza  internazionale New Horizon, ho potuto conosce finalmente il Comitato Invisibile di Tarnac, autore  collettivo, nel 2008,  del breve, ma epocale saggio “Gouverner Par le Chaos”.  Governare attraverso il caos.

Rievoco in breve la storia, ovviamente ignota ai lettori. Nel novembre 2008, la polizia francese arrestò in modo estremamente vistoso, brutale e mediatico una decina di giovani abitanti a Tarnac, un paesino del Corrèze, con l’accusa di progettare atti terroristici e di averne già messi in atto altri, come danneggiamenti alle linee ad alta velocità (TGV). In inchieste durate anni, s’è scoperto che: terroristi anarchici di Tarnac erano controllati giorno e notte (è il caso di dirlo) da un poliziotto britannico che si era infiltrato, e aveva messo incinte alcune signorine del gruppo terroristico; che i servizi francesi ne sapevano ogni mossa; che i danneggiamenti al TGV erano stati perpetrati da ecologisti tedeschi. Alla fin fine, si intuisce cha la sola cosa per cui il potere ha considerato pericoloso e da smantellare il gruppo di Tarnac, la vera bomba da esso confezionata, era proprio il libretto – una novantina di pagine – concepito nel loro ambiente:


Gouverner par le  Chaos – Ingénierie Sociale et Mondialisation.
https://www.amazon.fr/GOUVERNER-PAR-CHAOS-Collectif/dp/235341074X#reader_B007V5AQ4W

Eccone le tesi principali:
Le classi  dirigenti hanno adottato il caos come metodo di governo più efficace per mantenersi al potere. Quel caos che fingono di combattere, è la loro strategia privilegiata di controllo. Jacques Attali, il futurologo ebreo che ha creato artificialmente Macron, lo ha detto perfino chiaro nei suoi scritti e nelle conferenze. I dirigenti d’oggi non perseguono che due scopi; il primo, realizzare un governo mondiale; l’altro, proteggere il governo mondiale da  ogni rovesciamento e nemico, attraverso un sistema di sorveglianza  generalizzato fondato sulla tracciabilità totale delle persone e delle cose.


Come si diventa padroni del mondo? “Centralizzando l’ordine e il potere attorno a una minoranza e spargendoo il caos nel popolo, ridotto al livello di burattini nel panico”.

Molto più comodo che farsi obbedire dal popolo migliorandone le condizioni, risolverne i problemi sociali (dalla disoccupazione al disordine pubblico, dalle disparità crescenti ed inique alla droga). Le elites, governando col caos, non si assumono più alcuna responsabilità verso i cittadini delle crisi che provoca il capitalismo terminale. Anzi il caos finanziario permette di giustificare la concentrazione del potere delle grandi banche d’affari; l’11 Settembre giustifica il  potere insindacabile dello Stato Profondo; la strage al Bataclàn, il mantenimento delle leggi speciali che Hollande aveva varato per la strage di Charlie Hebdo (aveva già sul tavolo il decreto da firmare).

“Abolire tutte le frontiere”, anche interiori, è la loro tecnica

Attenzione: sono cose che sapete, adesso nel 2017, e solo da lettori avvertiti. Le masse non ne sono affatto consapevoli. Ma il Comitato Invisibile ne ha scritto nel 2008 – quando ancora il caos concentrico (finanziario, bellico, terroristico eccetera) non era ancora dispiegato pienamente. E nel testo si trovano profetizzati precisi caratteri del caos ingegnerizzato che, nel 2008, erano ancora invisibili: la “lotta alle discriminazioni” non aveva ancora all’insegnamento alle elementari della teorie del genere, ai diritti omosessuali, le nozze gay, alle “Piazze” (Maidan, Tahrir) a cui si riducono le  rivoluzioni colorate..

Premessa: Ciò che importa al potere più di tutto – mi ha spiegato il Comitato a Teheran – “è distruggere il legame tra il reale e la ragione [Tommaso d’Aquino approverebbe: la verità è l’adeguarsi dell’intelletto al reale]. Fare in modo che il ritorno al reale sia indefinitamente differito, sicché il discorso del potere diventa il paradigma del pensiero; discorso pronunciato in quella lingua mediatica, la neo-lingua”.

E come si ottiene questo? Dicevano gli anarchici di Tarnac nel 2008: “La distruzione delle capacità di autonomia dei dominati – è la risposta – passa per l’abolizione delle frontiere del loro essere: individuale e collettivo. Finché esistono frontiere, è possibile opporre  un sistema di valori  a un altro, un tipo di diritto all’altro, distinguere uomo da donna, madre da padre  [distinguere in Niki Vendola lo schiavista, non mamma], cittadino da straniero, insomma vero da falso, giusto dall’ingiusto, normale da anormale …

Risultato: finchè resiste un solo confine, il potere non può ancora chiudere la sua matrice, la costruzione di “uno ‘spazio di vita’ puramente virtuale in cui la massa potrà fare le sue evoluzioni senza mai toccare  il reale – a cui il sistema ha dedicato tutte le tecniche del comportamentismo, dello spettacolo, della programmazione neuro-linguistica, delle tecniche pubblicitarie, dell’ingegneria sociale”.

La distinzione primordiale fra uomo e donna, ma anche fra figlio e madre e padre, è potentemente esemplificata nel mito di Edipo, coi suoi sacri tabù (al figlio non lecito andare a letto con mamma), che sono “l’organigramma originario  di un gruppo, la sua capacità di costituirsi in organizzazione”.




“Fare la promozione dell’ indistinzione dei ruoli e dei cambiamenti di luogo, far passare le voglie personali avanti al rispetto dell’organigramma del gruppo”, ha lo scopo di “ridurre quel gruppo a individui giustapposti, incapaci di comunicare e di cooperare” – all’essenziale compito politico di rovesciare i Signori del Caos.  “Facilitare l’espressione dell’individualismo fallico è parte della strategia della disorganizzazione. A livello comportamentale, si traduce in una cultura dello spontaneo, dell’impulsivo del viscerale, del flessibile e della ricerca del risultato immediato, con la conseguente incapacità di concentrazione, di pianificazione e di elaborazione di strategia di lungo termine.


Uniti nella lotta

Lo stesso vale anche per le grandi immigrazioni con le ONG che vanno a raccogliere a centinaia di migliaia i profughi che hanno pagato somme che in Africa bastano ad aprire un’attività  utile? Ovvio, è la risposta: “Il mondialismo distrugge le frontiere nazionali” come le frontiere mentali, mentre “il consumismo regressivo cancella le frontiere dell’essere individuale”. Naturalmente tutto ciò secondo le esigenze del capitalismo terminale, “dove i ricchi si possono arricchire ancora solo impoverendo i poveri e seminando il caos nel loro modo di vita – E per far meglio accettare il caos e la destabilizzazione alle popolazioni, si è chiamato tutto ciò “progressismo”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: oggi non c’è più differenza tra la Sinistra e le Spice Girls. Cohn-Bendit e Lady Gaga, même combat !”.
Grazie a questa suggestione, anch’io povero italiota mi faccio domande: Boldrini e Bello Figo “No pago affitto” uniti nella lotta?

Peggio. Esiste ancora una differenza tra la chiesa e le Spice Girls?

Vi lascio con questa domanda, ma non è che una prima puntata sui metodi di “governare col caos”. E’ che non ho voluto mettere nello stesso articolo informazioni di grande rilievo fornitemi dal Comitato Invisibile– avendo scoperto che i miei lettori (i migliori) spesso non sono capaci di cogliere e ricordare le informazioni che non siano già enunciate nel titolo, o subito sotto; sicché spesso mi segnalano notizie che ho già dato.

Dick Cheney: “Ecco, adesso siete perfettamente al sicuro  dagli attentati del terrorismo”.
 
Le prossime notizie saranno: la parte di Israele in questo governare col caos, e perché non ci si può aspettare un collasso economico-finanziario-politico tale, che  distrugga le elites mondialiste. Si sono preparate, mi ha spiegato il Comitato.
Solo un’ultima riga su tale Comitato Invisibile. Come alcuni lettori hanno intuito, si  tratta sostanzialmente di una persona. Di nome Lucien Cerise. Un trentenne lievemente sovrappeso, occhialuto, timido, coltissimo, non abbastanza immodesto da postare un proprio profilo biografico su Wikipedia (dove molti lo cercano). Ha scritto Ritorno a Maidan, sul trucco fondamental-mediatico delle primavere colorate, Neuropirati –quelli dell’ingegneria sociale – la guerra ibrida della NATO, eccetera. Fa il bibliotecario in non so quale angolo della Francia. Apparentemente, la persona più inoffensiva della Terra. Spero che non lo sia.

mercoledì 17 maggio 2017

Fatima o Medjugorie???

Gotti Tedeschi: "Fatima oggi sta significando irriconoscenza. Maria ci avverte dei rischi"


Le parole usate da Papa Bergoglio durante il suo pellegrinaggio a Fatima non hanno convinto tutti. Tra i tanti commentatori critici c'è chi ha parlato di una “piccola svista”: è Adriano Celentano che sul suo blog, non ha polemizzato sulle dichiarazioni rilasciate su Medjugorie. Infatti Francesco ha mostrato alcune aperture solo verso le apparizioni dei primi anni. Ma sono tanto i dubbi e le perplessità via web, per Socci addirittura il Papa in visita al Santuario per i 100 anni dalle apparizioni ha liquidato anche "Fatima e il messaggio della Madre di Dio". IntelligoNews ha intercettato Ettore Gotti Tedeschi, ex banchiere dello Ior, che anche in qualità di pellegrino ha espresso la sua opinione.
 
 
Ettore Gotti Tedeschi, cosa è stata Fatima e cosa rappresenta oggi? 

"Fatima è il luogo dove vado frequentemente a passare, con mia moglie, la fine dell'anno e il primo giorno dell’anno nuovo, per dare loro un significato speciale. Ci son stato anche a fine 2016 e ho iniziato il 2017 così. Fatima, oltre ai messaggi per l’umanità che tutti conosciamo, significa in sintesi due cose distinte nel tempo. Riguardo a Ieri ha significato: disobbedienza, indifferenza alla Madonna che chiese soprattutto la consacrazione della Russia al Suo cuore immacolato. Oggi sta significando irriconoscenza alla misericordia concessaci dalla Vergine, non corrisposta, con   tentativo “autoconsolazione”".
 
La Madonna postina, al telegrafo, non convince il Papa (il riferimento è a Medjugorje). Ma anche a Fatima la Vergine Maria  "fissava appuntamenti" e consegnava messaggi. Ci sono tuttora misteri, a lei cosa la sconvolge e la interroga tuttora su quanto trasferito dalla Madonna ai tre pastorelli? 
 
"La domanda che ci si può porre è se questa è stata una dimostrazione di diffidenza verso le apparizioni mariane. Perché non dovrebbe essere interpretabile come misericordia di Dio il fatto che Maria ci avverta dei rischi che corriamo, anche con frequenza? A chi ricorreremo “noi esuli figli di Eva” se ci  privano della convinzione che Maria intercede per noi, che Maria è "corredentrice"? Ho pensato a Gesù Cristo sul monte delle beatitudini. Magari un giorno qualcuno considererà che anche Nostro Signore non poteva che esser un conferenziere che si metteva sulla cima di un monte per esporre le sue tesi…".
 
La misericordia come messaggio principale, o il giudizio? I Pastorelli videro l'inferno. Ma se ne è parlato poco questi giorni secondo il web.
"Mi pare evidente che non si voglia più parlare di inferno, di diavolo (ma neppure di morte), si ha forse paura di perdere i fedeli senza pensare che si rischia che i fedeli cosi si perdano realmente. Basta veder i  risultati  del non insegnamento dei novissimi cosa ha portato. Si deve riscoprire il “timor di Dio", la natura del demonio, la realtà del castigo eterno. E naturalmente la dolcissima misericordia di Dio verso i nostri pentimenti e le nostre lotte contro il peccato. Timor di Dio non è “terror di Dio”. Timor di Dio è uno dei sette doni  dello Spirito Santo all’uomo che pensa di farsi Dio, è rispetto verso il Creatore. Che significa questa confusione?".
 
C'è chi non ha gradito a Fatima altare e candelabri scuri, il Cristo moderno dietro al Papa. Perchè tanta voglia di tradizione nel popolo? 
 
"Secondo me più che Tradizione, il cosiddetto popolo vuole “verità” vere, valori forti di riferimento in questo mondo malglobalizzato e malevangelizzato. I problemi che oggi riconosciamo son dovuti al fatto che in passato non si è evangelizzato come si doveva. Ma chi ci ascolta? Chi ci legge? Ma soprattutto, chi ha inteso cosa realmente sta succedendo nella Chiesa ? Chi si sentirebbe di dire e spiegare quale strategia è in corso di attuazione e se è corretta o no, guidata o no dallo Spirito Santo?".
 
Ci dà la sua opinione in proposito?

"In questo Pontificato sembrerebbe prevalere una considerazione di massima che ne ispira alcuni tratti chiave. Sembrerebbe dire: "Riferiamoci alla realtà, non agli ideali della tradizione, E’ insostenibile confermare un magistero rigido, non recepibile ed attuabile secondo i segni di  questi tempi. Per convertire bisogna esser ascoltati, perciò è necessario farsi apprezzare. Per farsi apprezzare è utile avvicinare il mondo reale, lasciandogli immaginare che possa aver ragione, che lo comprendiamo. Comunque si deve smettere di respingere i peccatori e  minacciare punizioni. Si deve piuttosto adattare la prassi dottrinaria alla realtà. Così si potrà prendere tempo e sanare gli errori fatti in passato manifestando una egemonia morale che non dialogava, ma giudicava. Poi, senza esser percepiti come evangelizzatori, potremo convertire ed integrare…". ( Ndr, Ettore Gotti Tedeschi ha approfondito questi concetti in un libro che uscirà nei prossimi giorni: “Dio è meritocratico” –Edizioni Giubilei Regnani) .
 
In specifico riferendomi a Fatima, mi pare evidente che il messaggio riportato da suor Lucia è dirompente. Così come sembra divergente dal messaggio questa supposta percepita strategia. Il mondo, secondo questa visione apparente del ruolo della Chiesa, è in fiamme, in guerra potenziale. Per far cessare questi rischi e spegnere le fiamme si deve riconciliarlo dialogando. Per riuscire a dialogare si “devono lavare i piedi” di coloro con i quali si vuole e si deve dialogare. Ne consegue che diventano intollerabili le opposizioni tradizionaliste. Chissà, potrebbe esser corretto, anche se noi poveri testoni non lo capiamo. Forse il ragionamento illuminato dallo Spirito Santo potrebbe essere che per salvare il mondo da devastazioni (come proprio a Fatima era stato annunciato) possa esser necessario porre basi di riconciliazione fra tutti, che possano oscurare la Verità solo temporaneamente, e confidando che la misericordia di Dio apprezzi il fine più che i mezzi. Ma perché ciò si realizzi, forse potrebbe essere utile confidare nello Spirito Santo e nel necessario suo dono di “timor di Dio".

sabato 6 maggio 2017

L’inviato dell’Anticristo

Cronache dell’Anticristo: “L’inviato” di Michael D. O’Brien

di Luca Fumagalli

L'inviato


Con il suo ultimo romanzo, L’inviato, uscito nelle librerie nel novembre 2016, Michael D. O’Brien (Ottawa, 1948) chiude la trilogia dedicata all’Anticristo, iniziata nel 2008 con Il librario e proseguita nel medesimo anno con il Il nemico.

Scrittore cattolico, O’Brien è riuscito col tempo a ritagliarsi una piccola nicchia di ammiratori anche in Italia grazie soprattutto alle pregevoli traduzioni curate dalle Edizioni San Paolo. Proprio a partire da L’inviato il testimone è passato alla casa editrice veronese Fede & Cultura che continua l’opera di pubblicazione nella Penisola dei romanzi dell’autore canadese.

La trilogia, che ha come obiettivo quello di riscrivere una sorta di versione moderna del Padrone del mondo, racconta la storia dell’anziano vescovo Elia, ebreo scampato alle stragi del ghetto di Varsavia e quindi divenuto cattolico. In un mondo distopico avverso alla religione, dove il cristianesimo è affare di una manciata di dissidenti, il Papa affida a Elia il compito di combattere quello che si sospetta essere l’Anticristo in persona: il presidente degli Stati Uniti d’Europa, nuovo astro nascente della politica mondiale, colui che in nome di un umanesimo antropocentrico sta coalizzando il mondo contro la Chiesa. L’impresa a cui è chiamato Elia sembra impossibile, un disperato tentativo di arginare l’inevitabile. Per fortuna, però, può almeno contare sull’aiuto di frate Enoch, compagno inseparabile, e su quello di numerosi benefattori, testimonianza visibile della Provvidenza divina.

La penna di O’Brien, felice nella lineare semplicità del fraseggio, offre una narrazione generalmente robusta che riesce godibile anche nella traduzione italiana. Quello che manca è forse un pretesto narrativo un po’ più solido dal momento che, ne L’inviato, il duello tra Elia e l’Anticristo si riduce a una tenue cornice che raccoglie una serie di incontri/scontri tra il protagonista e curiosi personaggi secondari, ciascuno con una storia da raccontare (il medico cattolico convertito dall’islam, la miliardaria ex terrorista comunista, il produttore di film a luci rosse ecc.). Questi passaggi sono tra i più riusciti del libro, in particolare quando l’autore mostra l’intrinseca fragilità di uomini votati al male, tristi e apatici, ma la cui anima non è ancora perduta.

Non mancano altre ingenuità a livello di trama. Il presidente degli Stati Uniti d’Europa, per esempio, convince poco nel ruolo del Nemico. Poco ispirato è anche il modo con cui O’Brien descrive visioni, miracoli e rituali blasfemi di cui Elia è testimone; tutto è sfuggente, a tratti assurdo, più magico che mistico, da far storcere il naso al lettore più smaliziato.

Al netto dei limiti, però, L’inviato è un libro che merita di essere letto almeno per un motivo: rivela con grande lucidità – cosa piuttosto rara nella letteratura moderna, anche di stampo cattolico – qual è la vera essenza del male, che non ha origine nella violenza, quanto nel non serviam luciferino. Si tratta, in altre parole, dell’autodeterminazione assoluta di chi non vuole riconoscere altra autorità al di sopra di sé. Quando l’egocentrismo diventa l’unico criterio esistenziale, il mondo è pronto a partorire nuovi e terribili mostri.
L’inviato non fa dunque apologetica spicciola, a buon mercato. È anzi una mappa utile per aprire gli occhi sulla cupa attualità, dove i nemici si contano purtroppo anche tra le fila di quelli che dovrebbero essere gli amici.

Il libro: Michael D. O’Brien, L’inviato, Verona, Fede & Cultura, 2016, p. 315, Euro 18.

lunedì 9 gennaio 2017

il grande peccato

La superbia è rinnegamento di Dio, invenzione dei demoni, disprezzo degli uomini, madre del giudizio del prossimo, figlia delle lodi, indizio di sterilità, ripudio dell’aiuto di Dio, sorgente della collera, porta dell’ipocrisia, sostegno dei demoni, custode dei peccati, artefice di crudeltà, ignoranza della compassione, esattrice inflessibile, giudice crudele, avversaria di Dio, radice della bestemmia. Il suo culmine è il rifiuto dell’aiuto di Dio e l’esaltazione dei propri sforzi, che è un comportamento diabolico.
(san Giovanni Climaco)

domenica 20 novembre 2016

l'Anticristo e Mons. Fulton Sheen

l'ingannatore assume sembianze benevole,
rimane il grande Ingannatore... e non è facile riconoscerlo.

 

"Nostro Signore disse che alla fine dei tempi quando Satana sarà assiso sul suo trono (Ap 2, 13), apparirà tanto simile a Lui sì da ingannare, se fosse possibile anche gli eletti ( Mt 24,24). Ma se Satana opera prodigi, se pone delicatamente le mani sul capo dei bimbi, se appare benigno e benevolo con il povero, come faremo a distinguerlo dal Cristo? Ebbene Satana non porterà le stigmate sulle mani e sui piedi o sul costato. Egli apparirà come sacerdote ma non come vittima." Servo di Dio Mons. Fulton Sheen



 

Cancellata la beatificazione di Fulton Sheen

L'arcidiocesi di New York ferma l'iter canonico del vescovo


Il vescovo Fulton Sheen è stato un uomo adatto a tutte le età e a tutti i luoghi. Nato nel XIX secolo a El Paso (Illinois, Stati Uniti), ha studiato e insegnato sia negli Stati Uniti che in Europa ed è stato nominato vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di New York e arcivescovo della sede titolare di Newport, nel Galles.

A farlo veramente conoscere a tutti è stata però la sua opera nei media. Definito spesso il primo “televangelista”, ha utilizzato con entusiasmo il potere della tecnologia e dei media per condividere il Vangelo con il mondo. I suoi sforzi instancabili hanno rafforzato i fedeli e hanno portato altre anime a Dio, anche di noti agnostici, comunisti e celebrità.

L’apertura della causa di beatificazione di un personaggio con il cuore così grande sia per Dio che per gli uomini non ha stupito nessuno. Ciò che invece stupisce è la svolta recente, inaspettata e scioccante, che ha preso la sua causa.

Chi conosce un po’ la causa di beatificazione di Sheen può ricordare che un un grande ostacolo è stato superato all’inizio di quest’anno, quando il presunto miracolo che coinvolgeva un bambino nato morto a Peoria, nell’Illinois, è stato riconosciuto da una commissione medica di sette membri istituita dalla Congregazione delle Cause dei Santi. Si è trattato di un evento fondamentale, che lasciava presumere che la beatificazione del vescovo sarebbe avvenuta quest’anno. Ciò che mancava erano un voto da parte dei cardinali e l’approvazione del Santo Padre, e la gente era ottimista sulla possibilità di ottenere entrambi.

http://it.aleteia.org/2014/09/08/cancellata-la-beatificazione-di-fulton-sheen/

lunedì 31 ottobre 2016

SANTIFICARE ANCHE IL DIAVOLO!!!!

lunga storia d’amore tra protestantesimo e modernismo


di Luca Fumagalli

Qualcuno ha scritto di recente che la Riforma luterana ricorda molto da vicino il rinnovamento che si sta cercando di portare avanti all’interno della Chiesa.

Non si sta facendo altro che portare al suo tragico epilogo la surreale teologia pastorale inaugurata negli ultimi decenni. Si tratta di qualcosa di così abnorme che farebbe sorridere il cattolico più smaliziato, se dietro non si nascondesse una volontà quasi stalinista di riscrivere la storia.

Far passare Lutero per un pio riformatore è qualcosa di intrinsecamente perverso. Nella gloriosa storia della Chiesa, infatti, tanti veri riformatori hanno saputo coniugare le istanze di rinnovamento con il rispetto dall’autorità legittima, un’autorità non stabilita da un’assemblea democratica, ma voluta da Cristo stesso. L’ubbidienza, come dimostra il caso di San Francesco, è una virtù preziosa, l’unica che ha permesso a lui e ai suoi fraticelli di distinguersi da tutta quella marmaglia ereticale che appestava l’Europa medievale.

Lutero, al contrario, più che un riformatore fu un rivoluzionario, un uomo che spaccò in due un continente, tanto dal punto di vista religioso che politico. Poco importano, dunque, le sue intenzioni: come ricorda il Vangelo – quello che il monaco agostiniano ritradusse e mutilò per ingannare se stesso e gli altri – un albero lo si giudica dai frutti. E quali furono i frutti del protestantesimo? Non solo le guerre, la violenza e centinaia di martiri, ma anche e soprattutto germi morali quali l’individualismo, l’anarchia dottrinale e il rifiuto di ogni autorità. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: nei paesi del nord Europa, quelli a più lunga tradizione protestante, l’unica religione che oggi sopravvive è l’agnosticismo e le cifre di coloro che frequentano regolarmente una funzione religiosa sono sempre più vicine allo zero.

Cosa ci sia di meritorio in tutto questo rimane un mistero. Ma la vera insidia che si nasconde dietro la riabilitazione di Lutero, dietro il dialogo a tutti i costi, dietro l’ecumenismo più estremo, è quella che denunciava oltre un secolo fa don Davide Albertario. Secondo il sacerdote lombardo voler cercare nell’altro il bene sempre e comunque porterà un giorno i cattolici a parlare in toni elogiativi persino di Satana: del resto, si dirà, era pur sempre un angelo.

http://www.radiospada.org/2016/10/bergoglio-in-svezia-la-lunga-storia-damore-tra-protestantesimo-e-modernismo/?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork

lunedì 10 ottobre 2016

cosa deve fare il papa




Non chiedeteci qual è il "nemico", né quali vesti indossi. 
Esso si trova dappertutto e in mezzo a tutti; 
sa essere violento e subdolo. 
In questi ultimi secoli ha tentato di operare 
la disgregazione intellettuale, morale, sociale 
dell'unità nell'organismo misterioso di Cristo. 

Ha voluto la natura senza la grazia; 
la ragione senza la fede; 
la libertà senza la autorità; 
talvolta l'autorità senza la libertà. 

È un "nemico" divenuto sempre più concreto, 
con una spregiudicatezza che lascia ancora attoniti: 
Cristo sì, Chiesa no. 

Poi: Dio sì, Cristo no. 

Finalmente il grido empio: Dio è morto; 
anzi: Dio non è mai stato. 

Ed ecco il tentativo di edificare la struttura del mondo 
sopra fondamenti che Noi non esitiamo ad additare 
come principali responsabili della minaccia 
che incombe sulla umanità: un'economia senza Dio, 
un diritto senza Dio, una politica senza Dio... 

Il Papa deve, al suo posto, incessantemente vigilare e pregare 
e prodigarsi, affinché il lupo non finisca col penetrare 
nell'ovile per rapire e disperdere il gregge.
S.S. Pio XII - Dal "Discorso agli uomini dell'Azione Cattolica" del 12 ottobre 1952



Le masse saranno sempre al di sotto della media. 
La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, 
e la democrazia arriverà all'assurdo rimettendo la decisione 
intorno alle cose più grandi ai più incapaci. 

Sarà la punizione del suo principio astratto dell' uguaglianza, 
che dispensa l'ignorante di istruirsi, l'imbecille di giudicarsi, 
il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. 

Il diritto pubblico fondato sull'uguaglianza andrà in pezzi 
a causa delle sue conseguenze. 
Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, 
di esperienza, cioè la fatica individuale: 
culminerà nel trionfo della feccia e dell'appiattimento.
(Henri-Frédéric Amiel da Frammenti di diario intimo)

sabato 8 ottobre 2016

satanismo in aumento


L’esorcista Macchioni: “Il satanismo è in aumento perché si prega poco”

 

” Il satanismo è in aumento. La ragione? Abbiamo abbandonato la fede , si prega poco e a volte  male.” Lo dice in questa intervista a La Fede Quotidiana il noto esorcista don Ermes Macchioni della diocesi di Reggio Emilia, che lancia l’allarme.

Don Ermes, il cardinal Burke prima dell’ Assunta, ha chiesto una preghiera penitenziale per un raduno satanista negli Usa. Possiamo parlare di un aumento  del ricorso al satanismo?
” Il satanismo, con le brutte conseguenze che questo comporta, effettivamente è in incremento, bisogna riconoscerlo e questo dovrebbe portarci ad un  esame di coscienza”.

Da che cosa dipende?
” Sempre più spesso sembra che abbiamo smarrito la fede, la società vive in modo  pagano e possiamo dire che è in atto un tentativo, anche diffuso, di eliminare Dio dalla vita pubblica per sostituirlo con l’ io. Oggi l’ uomo si sente autoreferenziale, pensa di non aver bisogno di Dio. Tutto questo porta a forme di idolatria, del denaro, del successo, del potere costi quel che costa, del sesso smodato e contro il progetto di Dio, della pornografia.  Inoltre si prega poco e anche male”.

Perché male?
” In tanti che si dicono cristiani manca la preghiera che è fondamentale medicina dell’ anima contro Satana . Penso alla recitazione del Rosario che è un’ arma potente e benefica. In quanto al male non posso non  notare adattamenti personali alla preghiera,  ciascuno aggiunge, toglie, mette qualcosa senza tenere nella dovuta considerazione il ricco bagaglio della Chiesa e della sua  tradizione”.

Un vescovo polacco monsignor Pieronek ha sostenuto che se l’islam avanza in Europa molto dipende da un continente che vive una fede a  dir poco tiepida..
” Ha perfettamente ragione. Oggi la fede cristiana in molti luoghi risulta tiepida, anche se per quanto riguarda la mia parrocchia non posso lamentarmi. Il problema grande è il secolarismo dilagante associato al relativismo etico e culturale, tutto questo i musulmani lo hanno capito”.

Possiamo definire l’Isis satanico?
” Tutto quello che va contro il progetto di Dio viene dal demonio e da lui ispirato. L ‘Isis uccide nel nome di un dio, questo è folle e va contro il vero Dio. Sapete bene che ogni cosa che urta contro Dio proviene da Satana”.

E Maria?
” Un deterrente formidabile contro le insidie del demonio, lo mette in fuga specie meditando e recitando il rosario. Bisognerebbe ricorrere di più a questa bella preghiera”.

Quali sono i santi maggiormente… temuti da Satana?
” Oltre alla Madonna,  Padre Pio e Santa Gelma Galgani, oltre a San Benedetto”.
Bruno Volpe


martedì 4 ottobre 2016

eravamo cristiani e cattolici


per la Comunione spirituale

Gesù mio, credo che voi state nel SS. Sacramento. V'amo sopra ogni cosa e vi desidero nell'anima mia. Giacché ora non posso ricevervi sacramentalmente, venite almeno spiritualmente al cuore mio. Come già venuto io v'abbraccio, e tutto mi unisco a voi. Non permettete ch'io m'abbia mai a separare da voi.
E più breve
Vi credo, Gesù, nel SS. Sacramento, v'amo e vi desidero. Venite al cuore mio. Io v'abbraccio, non vi partite più da me.

PREGHIERA A GESÙ DA RECITARE IN PRINCIPIO D'OGNI VISITA

Signor mio Gesù Cristo, che per l'amore che portate agli uomini ve ne state notte e giorno in questo Sacramento tutto pieno di pietà e d'amore, aspettando, chiamando ed accogliendo tutti coloro che vengono a visitarvi; io vi credo presente nel Sacramento dell'altare; vi adoro dall'abisso del mio niente, e vi ringrazio di quante grazie mi avete fatte, specialmente di avermi donato voi stesso in questo Sacramento, d'avermi data per avvocata la vostra santissima Madre Maria e d'avermi chiamato a visitarvi in questa chiesa. Io saluto oggi il vostro amantissimo cuore, ed intendo salutarlo per tre fini: prima in ringraziamento di questo gran dono. Secondo per compensarvi tutte le ingiurie che avete ricevute da tutti i vostri nemici in questo Sacramento. Terzo intendo con questa visita adorarvi in tutt'i luoghi della terra, dove voi sacramentato ve ne state meno riverito e più abbandonato. Gesù mio, io v'amo con tutto il cuore. Mi pento d'avere per lo passato tante volte disgustata la vostra bontà infinita. Propongo colla grazia vostra di più non offendervi per l'avvenire; ed al presente miserabile qual sono io mi consacro tutto a voi, vi dono e rinunzio tutta la mia volontà, gli affetti, i desideri e tutte le cose mie. Da oggi avanti fate voi di me e delle mie cose tutto quello che vi piace. Solo vi cerco e voglio il vostro santo amore, la perseveranza finale e l'adempimento perfetto della vostra volontà. Vi raccomando le anime del purgatorio, specialmente le più divote del SS. Sacramento e di Maria santissima. Vi raccomando ancora tutti i poveri peccatori. Unisco infine, Salvatore mio caro, tutti gli affetti miei cogli affetti del vostro amorosissimo Cuore e così uniti gli offerisco al vostro Eterno Padre e lo prego in nome vostro che per vostro amore gli accetti e gli esaudisca.

lunedì 26 settembre 2016

Lutero e i matrimoni gay

Lutero, un Machiavelli della fede 

di Francesco Agnoli


In occasione del cinquecentesimo anniversario della rivoluzione di Martin Lutero lo scontro tra cardinali tedeschi è già da tempo in atto: da una parte i cardinali Kasper e Marx, che di Lutero si dichiarano apertamente ammiratori, dall’altra i porporati Mueller, Brandmuller e Cordes, che si collocano invece nel solco del pensiero cattolico, vedendo in Lutero l’uomo che deformò il Vangelo e spezzò la Chiesa, dividendo così la Cristianità e l’Europa.

Non si tratta, però, solo di un dibattito teologico “alto”; vi sono implicazioni anche riguardo al diritto naturale ed al modo di concepire il matrimonio cristiano. Kasper e Marx stanno cercando da alcuni anni, dopo l’abdicazione di Benedetto, di limitare la condanna dell’adulterio e di legittimare, più o meno apertamente, le seconde nozze, con aperture graduali anche al matrimonio gay. Cosa c’entra in tutto ciò Lutero?


Forse ben più di quanto si creda. Anzitutto, riguardo alla dottrina, perchè egli nega il carattere di sacramento al matrimonio, e lo sottopone alla giurisdizione secolare, cioè al potere dei sovrani, degli Stati. Questa concezione desacralizza il matrimonio e lo priva del suo tradizionale significato soprannaturale.

Sul piano dei fatti, la prima cosa da ricordare è il matrimonio di Lutero con una ex suora cistercense, Caterina von Bora, da cui avrà 6 figli. I due vanno ad abitare nell’ex convento agostiniano di Wittenberg, donato loro dal principe elettore di Sassonia (il quale deve a sua volta a Lutero il fatto di essere diventato proprietario dei beni della Chiesa cattolica nelle sue terre).

Lutero e Caterina divengono così un modello tanto che, sul loro esempio, i riformati “si adoperarono parecchie volte, spesso in intere comitive, per strappare le religiose dai loro chiostri, per farne le loro spose“.

Dopo un ratto di religiose che ha luogo la notte del sabato santo 1523, Lutero definisce l’organizzatore dell’impresa “felice ladro” e si congratula con lui per aver “liberato queste povere anime dalla prigionia” (vedi Jacques Maritain, I tre riformatori. Lutero. Cartesio. Rousseau, Morcelliana, Brescia, 1990, p. 215). Sono gli anni in cui molte religiose tedesche vengono costrette a lasciare i monasteri, spesso controvoglia, e a tornare alle proprie case, oppure a sposarsi.

Il secondo fatto da ricordare è il seguente: Lutero, per non perdere l’appoggio del langravio Filippo d’Assia, “uno dei due pilastri politici sui quali si reggeva il luteranesimo”, gli concede di sposare in seconde nozze la damigella diciassettenne Margarete von Saale.

Filippo ha già una moglie, Cristina di Sassonia, dalla quale ha avuto sette figli. Siamo nel 1539. Lutero non vuole scandali rumorosi, non vuole giustificare pubblicamente una bigamia, ma deve acconsentire alle richieste di Filippo, libertino incallito, malato di sifilide, ma “necessario per conservare integra la forza militare della riforma”.

Per questo decide di agire con furbizia: sperando che nessuno lo venga a sapere, comunica segretamente a Filippo che il matrimonio supplementare può essere determinato da una “necessità di coscienza”.

In altre parole: la bigamia va bene, ma basta che non diventi pubblica. Scrivono Lutero e Melantone: “Se dunque vostra Altezza è definitivamente decisa a prendere una seconda moglie, il nostro parere è che ciò deve rimanere segreto”.

A nozze avvenute, Filippo invia a Lutero, ormai da tempo dedito a mangiate e bevute imponenti, “una botte di vino, che giunse a Wittenberg quando ormai il segreto della bigamia era trapelato ad opera della sorella del langravio”.

Sentendosi nei guai, Lutero, che meriterà da Tommaso Campanella il titolo di “Machiavelli della fede”, consiglia a Filippo di dichiarare pubblicamente che Margarete non è la sua moglie legittima, “sostituendo l’atto di matrimonio con un altro atto notarile che dichiarasse che Margarete era solo la sua concubina”. Filippo rifiuta, ed anzi chiede a Lutero di confermare pubblicamente di aver concesso lui stesso la dispensa.

Ma Lutero, che in altre occasioni non esiterà a proporre traduzioni fasulle di passi biblici, pur di avere ragione, risponde che il suo consiglio era segreto, “e ora diventava nullo perchè era stato reso pubblico” (Federico A. Rossi di Marignano, Martin Lutero e Caterina von Bora, Ancora, Milano, 2013, p. 343-347; Angela Pellicciari, Martin Lutero, Cantagalli, Siena, 2013, p. 109-113).

Pochi anni prima di questi fatti, nel 1531, Lutero, in una delle sue tante lettere alla ricerca del  favore dei potenti, ha scritto ad Enrico VIII re d’Inghilterra che sì, il matrimonio è indissolubile, però… con il permesso della regina si può sposare una seconda moglie, come nell’Antico Testamento.

Come sappiamo, Enrico chiederà la dispensa non a Lutero, ma al papa di Roma, ma non ottenendola, coglierà la palla al balzo: proclamerà la scisma con Roma, e alla fine, di ripudio in ripudio, “in coscienza”, arriverrà alla ragguardevole cifra di 6 mogli (alcune delle quali fatte uccidere senza scrupoli).

Se l’effetto evidente della rivoluzione di Lutero riguardo al matrimonio, è dunque il pretesto fornito a se stesso per gettare la tonaca e il pretesto fornito ai principi per permettere loro di ripudiare le legittime consorti e vivere in poligamia, anche sul piano della dottrina tutto è destinato gradualmente a cambiare.

Bisogna sempre tener conto di un fatto: Lutero guarda costantemente alla nobiltà germanica come al suo principale interlocutore, di cui ha bisogno per vincere la sua lotta con Roma.

E la nobiltà germanica, come quella di altri paesi, è in lotta con la Chiesa non solo per questioni politiche e di potere, ma anche sulla dottrina del matrimonio: spesso i nobili non accettano l’indissolubilità, nè i vincoli al matrimonio imposti da Roma (divieto di matrimoni combinati, di matrimoni tra consanguinei…).

Inoltre, per motivi legati alle loro condizioni sociali o ereditarie i nobili reclamano più degli altri il diritto dei genitori di concedere o negare il consenso ai nubendi, mentre la Chiesa romana, al contrario, riconosce solo ai nubendi, in quanto unici ministri dello stesso, il diritto di decidere del loro matrimonio. Cosa rispondono Lutero e i riformati a queste “esigenze” nobiliari, e non solo. Anzitutto criticando l’indissolubilità assoluta.

Lutero riconosce così almeno 4 cause per il divorzio: l’adulterio, l’impotenza sopraggiunta durante il matrimonio (mentre quella antecedente è causa di nullità, come per la Chiesa), la “diserzione maliziosa” e l’ostinazione tenace del coniuge nel rifiutare l’amplesso maritale (riguardo a quest’ultima causa, arriva a scrivere: “Se la moglie trascura il suo dovere, l’autorità temporale la deve costringere, oppure metterla a morte”).

Inevitabile che le aperture di Lutero ne generino di ulteriori, come quelle degli anabattisti, favorevoli alla poligamia, o quelle del suo discepolo M. Butzer, per il quale Cristo non avrebbe mai abolito il ripudio, e spetterebbe alle autorità politiche legiferare, senza limiti nè condizioni, riguardo al divorzio.

Inoltre Lutero e i riformati insistono, con accenti diversi, sull’opportunità del consenso dei genitori, rimproverando la Chiesa di ridurne l’importanza, e si battono per ridurre gli impedimenti di consanguineità (Jean Gaudemet, Il matrimonio in Occidente, Sei, Torino, 1996, p. 207-2012).

La Chiesa cattolica, dal canto suo, con il Concilio di Trento, prenderà in esame la posizione di Lutero, ribadendo una volta per sempre il carattere sacramentale del matrimonio e la sua indissolubilità, negando la liceità del divorzio luterano, ribadendo, nonostante le pressioni della nobiltà francese, che il consenso dei genitori, pur opportuno, non è vincolante e condannando l’assunto luterano secondo cui vivere in castità è impossibile.

La posizione espressa dal Concilio di Trento verrà ribadita dalla Chiesa e dai pontefici per 500 anni, senza mutamenti.

mercoledì 21 settembre 2016

gay e prete



di Luca Fumagalli

libIn Wilde, film del 1997 diretto da Brian Gilbert, vi è una scena fugace, solo pochi secondi, che però descrive con brillante intuizione il momento della definitiva separazione tra John Gray, giovane approdato al mondo letterario dopo una dura gavetta, e Oscar Wilde, suo amico e amante. Il loro rapporto era stato idilliaco, almeno fino a quando nell’orbita del vate irlandese aveva iniziato a gravitare l’egocentrico quanto affascinante Lord Alfred Douglas, soprannominato Bosie. Il disastroso esito della loro relazione fu il noto processo del 1895 che trascinò nel fango la reputazione del campione dell’estetismo inglese, confinandolo negli angusti spazi di una cella.
Quando Gray vede Oscar allontanarsi con Douglas, l’autocommiserazione si fa largo in lui: «Io sono solo il figlio di un falegname, mentre Bosie…». Robbie Ross, da poco diventato cattolico, non può far altro se non consolare l’amico con parole che, col senno di poi, suonano singolarmente profetiche: «Qualcun altro era figlio di un falegname».

Miseria e grandezza sono i due limiti entro cui si snodò la vita di uno dei protagonisti più discussi della Londra fin de siècle. Di umili origini, John Gray (1866-1934) dovette faticare non poco per affermarsi. Dalla sua parte vi erano la grande vivacità intellettuale e la serietà con cui si dedicava agli studi. Poeta di rara delicatezza, aperto alle influenze letterarie d’oltremanica, presto entrò a far parte del circolo decadente, legandosi tra gli altri a Ernest Dowson e a Aubrey Beardsley (di cui curò la pubblicazione postuma delle epistole).

Il suo nome iniziò a circolare sulla stampa britannica quando venne associato al protagonista de Il ritratto di Dorian Gray, chiaramente ispirato a lui. La ridda di polemiche che investì Wilde, accusato di aver scritto un romanzo immorale e impudico, fu mitigata dalla stampa cattolica, l’unica impegnata nella difesa di un testo che raccontava con precisione la progressiva discesa di un’anima negli abissi del peccato.

Vincenza Lagioia con il suo La vera storia di Dorian Gray compie un’operazione biografica singolare, soprattutto per quanto riguarda lo stile, costruendo una narrazione fatta di piccoli quadri, di tanti spiragli che si aprono senza soluzione di continuità sulla corrotta maestosità della letteratura britannica alle soglie del XX secolo. Il saggio, quasi un edificio felliniano, ripercorre con la passione di un avventuriero la biografia di John Gray, per troppo tempo rimasta celata dietro la maschera di Dorian.

In pochi, infatti, conoscono il secondo tempo della vita del giovane poeta, il cui inizio coincise proprio con l’abbandono di Wilde. La crisi che ne scaturì guidò provvidenzialmente Gray verso i sicuri lidi della Chiesa di Roma, una strada che percorse in compagnia di un nuovo amico, Andrè Raffalovich, un ebreo russo che divenne cattolico e che gli fu compagno fedele per il resto della vita.

Se è pur vero che il mondo dell’estetismo poté vantare numerose conversioni al cattolicesimo, per la maggior parte si trattò di infatuazioni passeggere, gesti provocatori che durarono lo spazio di un mattino. Quella fin de siècle, come ha scritto Griffith in un recente saggio, fu una “falsa partenza” per il revival cattolico britannico che sbocciò solamente qualche anno dopo, a ‘900 ormai avviato.

Raffalovich e Gray, al contrario, furono due sopravvissuti di quella tragica generazione. Quest’ultimo, tra l’altro, dopo gli studi presso il Collegio Scozzese di Roma – lo stesso seminario che aveva ospitato l’irrequieto Frederick Rolfe “Baron Corvo” – venne ordinato sacerdote. Entrambi divennero terziari domenicani e grazie ai loro sforzi congiunti fu costruita a Edimburgo una nuova chiesa parrocchiale.

Il poeta aveva ceduto il passo al sacerdote, un uomo pio e devoto che prendeva sul serio la sua vocazione. Lontano dagli eccessi giovanili, Gray trascorreva le giornate aiutando i bisognosi e trattenendosi per ore al confessionale. Nutriva un affetto particolare per la liturgia cattolica; ogni giorno, mentre Raffalovich occupava puntuale il suo posto in prima fila, celebrava la messa con dignità, attento a scandire le parole, rispettando il ritmo e le pause.

Negli ultimi anni di vita Gray fu in contatto anche con il domenicano McNabb, amico di Chesterton e Belloc, che tentò inutilmente di coinvolgerlo nel progetto distributista, finalizzato ad applicare i principi del cattolicesimo sociale espressi da Leone XIII nell’enciclica Rerum Novarum.

Attraverso gli studi di esegesi biblica conobbe inoltre il gesuita irlandese George Tyrrel, uno dei campioni del modernismo. Sebbene non condividessero una virgola delle sue idee, lui e Raffalovich gli furono vicini nei difficili momenti della scomunica, offrendogli anche un cospicuo aiuto economico (che Tyrrel rifiutò garbatamente).

La vera storia di Dorian Gray, al di là dei molti altri aneddoti che si potrebbero citare, è dunque un saggio audace, che smitizza attraverso il particolare punto di vista di John Gray, il poeta che divenne sacerdote, un’epoca sovente ridotta a trita collezione di cliché. Il volume è sopratutto la storia di una conversione, di un cuore che cambia, che riorienta il suo desiderio di bellezza passando dall’arte a Dio: «La poesia perfetta che questo sacerdote-poeta ha fatto è stato il poema finito della sua vita a Lui dedicata».

Il libro: Vincenzo Lagioia, La vera storia di Dorian Gray, Bologna, Minerva Edizioni, 2012, pagine 318, euro 19.
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sabato 10 settembre 2016

Ecco a voi la nuova chiesa!!!!

La crisi della chiesa italiana? "Ragiona secondo il mondo". Parla mons. Negri




di Matteo Matzuzzi
 
Roma. “Mi rendo conto che quello che sto per dire non è in linea con l’ottimismo imperante, ma la società italiana è contraria alla chiesa”. Mons. Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, è preoccupato. Guarda fuori l’arcivescovado, riflette e “senza scadere nei purtroppo consueti toni da bar”, fa la diagnosi dello stato di salute della chiesa nella nostra società. “Noto una certa coesione, dentro il mondo ecclesiastico e dei movimenti, sul fatto che non bisogna mettere in crisi l’unità della società. Ma questi non comprendono che l’unità di questa società è l’unità contro la chiesa, e non mettersi contro un’unità che è contro la chiesa, vuol dire di fatto favorire l’attacco alla chiesa”. E questa, dice “è la prima esperienza intellettuale e morale che si prova quando si accosta il variegato mondo della cristianità italiana”. La situazione, spiega, “è paradossale”: “L’attacco è frontale, e investe le radici stesse non tanto – o soltanto – della fede, ma della società”. Gli esempi sono quelli di cui tanto si discute: “Penso alla questione del gender, della sacralità della vita. Di fronte a questi attacchi è come se il mondo cattolico non dico che guardi da un’altra parte ma peggio: rischia di non accorgersi affatto della pervasività di questo attacco, non vedendo cose che normalmente si vedono a occhio nudo”. C’è anche la responsabilità della chiesa o, almeno, di qualche suo settore, facciamo notare.

“Certo, il fatto che molta chiesa italiana sul gender non abbia detto niente, o quasi, costituisce uno scandalo per i credenti”. Il Papa, però, le parole sul gender le ha dette. Ci sono intere catechesi del mercoledì sul tema. “Mi domando se la cosiddetta teoria del gender non sia espressione di una frustrazione che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa”, diceva lo scorso aprile, ad esempio. “E’ vero”, dice l’arcivescovo di Ferrara: “Il Santo Padre è ripetutamente intervenuto sulla questione del gender, ed è stato non soltanto inequivocabile ma ha spinto a una azione sociale. Ora – dice Negri – dobbiamo riconoscere che gli inviti del Santo Padre non dico che siano stati disattesi ma certamente non sono stati un punto di promozione, tranne che per un gruppo di ecclesiastici italiani che parlando alle loro diocesi, e io mi metto fra questi, hanno reso possibile la partecipazione di tanto mondo cattolico a una manifestazione (il 20 giugno) che, anche dal punto di vista sociale, ha avuto il rilievo che conosciamo. Si tratta di chiarire dunque dove sta la ragione di questa grande debolezza”. Domanda che si è posto anche il cardinale Rylko, a giudizio del quale “la manifestazione di Roma non è stata una manifestazione contro qualcuno, ma ha voluto essere un umile servizio alla grande causa dell’uomo, oggi minacciata da più parti”. Dove stia, la ragione della debolezza, Negri lo dice subito dopo: “Come dice san Giacomo, la religione pura consiste nel soccorrere i bisognosi ma soprattutto nel non uniformarsi alla mentalità di questo mondo”.  Il problema è che “oggi ci troviamo di fronte una cristianità che ragiona secondo il mondo e che non ha la forza di opporre al mondo un’alternativa sul piano della verità della vita. In tal senso ci troviamo di fronte a una crisi culturale della cristianità italiana”.

Il problema è che ormai “i criteri fondamentali di giudizio della realtà sono presi dalla mentalità mondana e ci si rassegna a occupare solo gli spazi che questa società consente, ovvero spazi di spiritualità individuale e di iniziative caritative depotenziate, come ci ricorda Benedetto XVI all’inizio della Caritas in Veritate, quando scrive che “senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo”. Un quadro allarmante, una diagnosi che necessiterebbe di una terapia forte: “Credo davvero che occorra, a tutti i livelli e ciascuno nel suo campo, riproporre il cristianesimo nella sua oggettiva radicalità, per renderlo attuale ovvero un’esperienza pienamente corrispondente alle esigenze dell’uomo d’oggi”. Si potrebbe obiettare a mons. Negri che – considerato il livello di secolarizzazione che ormai ha permeato anche la società italiana – la terapia delineata appare di non così facile applicazione. Soprattutto, non si vede chi potrebbe metterla in pratica: “Devo dire che a questo livello la delusione più cocente – non solo mia ma di molti ecclesiastici veramente preoccupati per la presenza significativa del cristianesimo nella nostra società – è la sostanziale vanificazione del mondo associativo e laicale: è come se non ci fossero più i movimenti e le associazioni a sostenere il necessario e continuo confronto col mondo. La speciosa giustificazione è che non è più il tempo delle proposte forti che, quando ci sono, vengono additate come crociate. Senza considerare poi il fatto che un minimo di sensibilità storica dovrebbe far vergognare del modo con cui tanto mondo cattolico parla di crociate, fenomeno che non si conosce assolutamente e che viene criminalizzato sulla base di un laicismo insopportabile”.

A ogni modo, dal torpore qualcuno s’è svegliato, andando oltre il caos calmo in cui versa la disorientata Cei di questo ultimo biennio: “Penso in particolare a quando alcuni vescovi hanno parlato con chiarezza, ad esempio nel caso della manifestazione del 20 giugno scorso, e la maggior parte del popolo cattolico ha risposto, totalmente incurante dei dissidi interni alla Conferenza episcopale italiana. Questo ci dice che forse l’aspetto determinante, e l’ho anche scritto più volte, è che l’episcopato di base ha ripreso la sua funzione di guida”. Sull’associazionismo, l’arcivescovo di Ferrara è drastico: “La sua crisi è gravissima, e per questo la possibilità d’incidenza della chiesa in Italia è compromessa da una sostanziale inerzia di tante realtà cattoliche che fino ad ora erano risultate decisive”.

La conversazione si sposta poi sul dramma dei cristiani perseguitati in vicino e medio oriente. “La terribile esperienza di violenze rende chiaro che l’Isis ha dichiarato esplicitamente guerra al mondo e non conosce regole, quelle regole che sono nate dalla grande civiltà del diritto, soprattutto occidentale. Lì, infatti, si ammazzano donne, bambini, anziani, si stupra, si violenta, si distruggono i grandi monumenti della cultura e dell’arte mondiale”. E per fermare lo sterminio, bisogna agire. Non ha dubbi, mons. Negri: “La nostra cristianità, a certi livelli di responsabilità culturale e istituzionale, non si è ancora resa conto che forse è il momento di riprendere, con gli opportuni aggiornamenti e con le necessarie articolazioni, quell’idea fondamentale di san Tommaso d’Aquino – fatta propria dalla tradizione della dottrina sociale della chiesa – per cui è tollerabile che esista una forte azione di legittima difesa e di protezione, anche armata se necessario”. Agire così, però, presuppone una profonda riflessione, “perché per ipotizzare l’idea di una esperienza come questa, comunque eccezionale, bisognerebbe avere dei valori per cui si vive, per cui si lotta e per cui si è disposti a morire. Questo occidente ha tali valori?”, si domanda il presule, prima di toccare la questione che più d’ogni altra sta coinvolgendo l’Europa, con le migliaia di profughi che bussano alle porte dell’Unione: “E’ un fenomeno di migrazione epocale, certamente già accaduto ma in modo meno marcato in altri momenti della storia dell’occidente, che non si può affrontare senza una cultura adeguata. Non si può ridurre il problema a un banale ‘tutti dentro o tutti fuori’, insopportabile semplificazione di un razzismo incondivisibile, ma neanche a un buonismo che, alla lunga, non è certamente una soluzione. Occorre che l’occidente si renda conto di quello che è in gioco in tutti i suoi aspetti fino alle possibili conseguenze”. Ma la cultura che domina oggi l’occidente, qual è? “E’ ciò che rimane dell’orrenda crisi delle ideologie moderne contemporanee con la loro presunzione ateistica? E’ una cultura di tipo individualistico, consumistico, che vede la tecnoscienza come la soluzione di tutti i problemi? Questa – dice Negri – non è affatto  cultura. E non si può stare di fronte a una massiccia migrazione, come quella che sta avvenendo, se non si hanno ragioni adeguate per vivere e per affrontare correttamente la realtà”. Questo occidente, invece, “è disposto a vendere tutto, anima compresa; anche perché nella maggior parte dei casi l’occidente non sa neanche più di avere un’anima. Il che significa, a mio parere di pastore, che oggi la grande responsabilità ecclesiale è quella di una nuova radicale evangelizzazione, ovvero di un cammino educativo che riformi il popolo cristiano e che lo metta in grado di assumersi tutte le conseguenti responsabilità culturali, sociali, politiche e caritative”.