sabato 28 maggio 2016

corpus Domini: il Sacramento d'amore,

noi cattolici...

Noi cattolici, fedeli adoratori del Sacramento d'amore, "con quale gaudio", esclama l'eloquente p. Faber, "dobbiamo contemplare quella splendente e immensa nube di gloria che la Chiesa in questa occasione fa salire verso Dio! Sì, sembrerebbe che il mondo sia ancora nel suo stato di fervore e d'innocenza primitiva! Guardate quelle gloriose processioni che, con i loro stendardi scintillanti al sole, si snodano attraverso le strade ornate di fiori dei villaggi cristiani, sotto le volte venerabili delle antiche basiliche e lungo i cortili dei seminari, asili della pietà. In quel concorso di folle, il colore del volto e la diversità delle lingue non sono che rinnovate prove dell'unità di quella fede che tutti sono lieti di professare con la voce del magnifico rituale di Roma. Su quanti altari di forma diversa, tutti ornati dei fiori più soavi e risplendenti di luce, tra nuvole d'incenso, al suono dei sacri cantici e davanti a una moltitudine prostrata e raccolta, il Santissimo Sacramento viene sollevato per ricevere le adorazioni dei fedeli, e abbassato per benedirli! E quanti atti ineffabili di fede e d'amore, di trionfo e di riparazione non ci rappresenta ognuna di queste cose! Il mondo intero e l'aria della primavera sono ripieni di canti di letizia. I giardini sono spogli dei loro più bei fiori, che mani devote gettano sul cammino del Dio che passa velato nel Sacramento. Le campane fanno risuonare lontano i loro giocondi concerti. Il Papa sul suo trono e la giovinetta nel suo villaggio, le religiose di clausura e gli eremiti solitari, i vescovi, i dignitari e i predicatori, gli imperatori, i re e i principi, tutti sono oggi ripieni del pensiero del Santissimo Sacramento. Le città sono illuminate, le abitazioni degli uomini sono animate dai trasporti della gioia. È tale la letizia universale che gli uomini vi si abbandonano senza sapere perché, e rinasce su tutti i cuori dove regna la tristezza, sui poveri, su tutti quelli che rimpiangono la libertà, la famiglia o la patria. Tutti questi milioni di anime che appartengono alla regale famiglia e al linguaggio spirituale di san Pietro sono oggi più o meno prese dal Santissimo Sacramento, sì che tutta la Chiesa militante trasalisce d'una gioia e d'una emozione simile al fremito dei flutti del mare agitato. Il peccato sembra dimenticato; le lacrime stesse sembrano piuttosto strappate dall'eccesso della felicità che dalla penitenza. È un'ebbrezza simile a quella che trasporta l'anima che fa il suo ingresso in cielo; o meglio si direbbe che la terra stessa passa nel cielo, come potrebbe accadere appunto per la gioia di cui l'inonda il Santissimo Sacramento" (Il Santissimo Sacramento, I, p. 4).

sono un peccatore? Sì, ma anche no.

La Chiesa e la logica del “ma anche”

   
Noi cristiani lo sappiamo, o dovremmo saperlo: la nostra fede è all’insegna dell’et et, non dell’aut aut. Non siamo esclusivisti. Dio è uno e trino. È Padre e Figlio e Spirito Santo. Gesù è Dio e uomo, vero Dio e vero uomo. Per il cristiano, l’uomo è carne e spirito, corpo e anima. Al cristiano piace integrare, includere, non ergere barriere. Con l’incarnazione Dio si è fatto uomo. La Chiesa stessa vive all’insegna dell’et et. È Chiesa di preghiera e di azione, di grandi asceti e grandi lavoratori, di contemplazione e di missione. Ora et labora, non ora aut labora. La Chiesa ha i predicatori e i confessori, i monaci e le monache di clausura e i preti di strada. La Chiesa accoglie tutti: poveri e ricchi, colti e incolti, giovani e vecchi.

Da qualche tempo però sembra di notare che alla logica dell’et et si stia sostituendo nella nostra Chiesa una logica diversa: quella del non solum, sed etiam, cioè del «non solo, ma anche». Potrebbe sembrare che, tutto sommato, non vi siano differenze, ma non è così.

Pensiamo ad Amoris laetitia, nella quale la logica del «ma anche» si trova un po’ ovunque. Dando vita spesso ad affermazioni singolari. Prendiamo per esempio il punto 308, dove si dice: «I Pastori che propongono ai fedeli l’ideale pieno del Vangelo e la dottrina della Chiesa devono aiutarli anche ad assumere la logica della compassione verso le persone fragili e ad evitare persecuzioni o giudizi troppo duri e impazienti». Dobbiamo dedurne che il modo più efficace per essere compassionevoli non è esattamente quello di proporre l’ideale pieno del Vangelo? Quanto poi alla vexata quaestio circa la comunione ai divorziati risposati, qual è la conclusione? Dopo aver letto e riletto il testo più e più volte, la risposta è: comunione sì, ma anche no. Oppure: comunione no, ma anche sì. Nel documento, in effetti, entrambe le conclusioni sono legittimate. A ciò conduce la logica del caso per caso, a sua volta figlia dell’etica della situazione. Mi devo considerare un peccatore? Sì, ma anche no. No, ma anche sì. Dipende.
I sintomi della logica del «ma anche» emergono qua e là, in occasioni diverse, ma sono sempre più frequenti.

Vado in ordine sparso.
Primo esempio. Quando papa Francesco si è recato in visita alla chiesa luterana di Roma e gli è stato chiesto se un cattolico e un luterano possono partecipare alla comunione, Bergoglio, attraverso una lunga risposta a braccio, ha detto in sostanza: no, ma anche sì, bisogna vedere caso per caso, perché «è un problema a cui ognuno deve rispondere».

Secondo esempio. Quando, nella sala stampa vaticana, il cardinale Schönborn, commentando Amoris laetitia, ha detto che il divieto di fare la comunione, per i divorziati risposati, non è stato revocato, ma, attraverso la via caritatis indicata da Francesco, «si può dare anche l’aiuto dei sacramenti in certi casi», in pratica ha detto:  no, ma anche sì; sì, ma anche no.

Terzo esempio. Quando Francesco, prendendo parte a un video sul dialogo interreligioso (nel quale appaiono un musulmano, un buddista, un ebreo e un prete cattolico) ha detto che le persone «trovano Dio in modi diversi» e «in questa moltitudine c’è una sola certezza per noi: siamo tutti figli di Dio», chi eventualmente volesse avere un’altra certezza di un certo spessore (qual è la vera fede?) potrebbe arrivare alla conclusione che è la nostra, ma anche quella degli altri.

Quarto esempio. Quando eminenti esponenti della curia romana ci dicono che la Chiesa, dopo la rinuncia di Benedetto XVI, ha sì un unico papa legittimo, però ha in effetti due successori di Pietro, entrambi viventi ed entrambi pienamente papi, si vede anche lì all’opera la logica del «ma anche»: abbiamo un papa, ma anche due. E se qualcuno, inopportunamente, sostenesse che non possono essere entrambi pienamente papi, la risposta sarebbe assicurata: perché no? Lo è l’uno, ma anche l’altro.

Mi fermo con gli esempi e vengo al dunque.
Attenzione: i cattolici sono pluralisti e non amano l’uniformità. Fin dall’inizio le comunità cristiane nascono all’insegna dell’inculturazione della fede e dunque sono multiformi. Tanto è vero che ancora oggi abbiamo riti diversi. La Chiesa si incultura in Occidente e in Oriente, al Nord e al Sud, in ogni contesto. In quanto cattolica, è opportuno ripeterlo, si rivolge a tutti e tutti accoglie: non seleziona a priori su base di censo o di conoscenza. Altrimenti sarebbe settaria, non cattolica. E fin qui siamo in pieno nella logica dell’et et.

La logica del «ma anche» però è un’altra cosa. È la pretesa di tenere uniti gli opposti o comunque qualcosa che insieme non ci può stare, o ci può stare solo a prezzo di forzature. C’è una differenza profonda  tra la logica dell’et et e quella del «ma anche». Se l’et et unisce, il «ma anche» più che altro giustifica. Se l’et et rispetta la complessità e la riporta a unità, il «ma anche» cerca di superare la complessità attraverso qualche scorciatoia logica ed etica. Laddove l’et et unisce, il «ma anche» banalizza. Mentre l’et et punta alla verità, il «ma anche» si mette al servizio dell’utilità.

Qualcuno dirà: scusa tanto, ma che c’è poi di male nella Chiesa del «ma anche»? È così bello poter dire sì ma anche no, no ma anche sì. È umano. Noi siamo creature complesse, dunque perché andare alla ricerca di impossibili risposte nette e univoche? È tanto bello e buono non giudicare e prendere la realtà per quella che è, cioè complicata e contraddittoria. Perché dobbiamo sottoporre le persone a dure prove? Non è meglio smussare gli angoli e giustificare?

Ecco che cosa c’è di male: che la Chiesa del «ma anche» sposa esattamente la logica del mondo, non quella del Vangelo di Gesù. E infatti riceve gli applausi del mondo. Ma noi sappiamo che questo non è un buon segno. Il cristiano, quando è coerente, è perseguitato dal mondo, non applaudito.

D’altra parte, mentre suscita gli entusiasmi degli atei e dei laicisti, che vi trovano conferme e giustificazioni, la logica del «ma anche» lascia perplessi coloro che sono in cerca della fede. Chi cerca la Verità con la V maiuscola non vuole scorciatoie e parole ambivalenti. Ha desiderio di indicazioni di senso.

Lo scivolamento dalla logica dell’et et a quella del non solum, sed etiam avviene ogni giorno, in modo magari impercettibile, ma inesorabile. E coinvolge persone degnissime e buonissime, convinte in cuor loro di essere al servizio del Vangelo. Più che colpevoli, sono vittime. Perché la logica del «ma anche» è nell’aria che respiriamo.

Essere uomini e donne dell’et et significa non essere ambigui e non lasciare spazio alla confusione.  La logica dell’et et sfocia nell’inclusione, non nella confusione. Gesù, campione dell’et et e non dell’aut aut, ha raccomandato che il nostro parlare sia «sì sì, no no». La confusione e la doppiezza sono specialità del diavolo, che in questo modo persegue il suo obiettivo: separare.

Personalmente, proprio perché so che, come tutti, respiro ogni giorno aria impregnata dalla logica del «ma anche», per cercare di stare in guardia uso un semplice espediente: ogni volta che in un’argomentazione trovo sintomi di «ma anche», lascio che un campanello squilli nella testa e nel cuore. Lì, mi dico, c’è qualcosa che non va. Lì il soggettivismo è in agguato. E quando poi il soggettivismo, come il lupo della favola, si traveste e indossa l’abito della coscienza morale e, per giustificarsi, dice con voce suadente «ma io, in coscienza…», il campanello suona ancora più forte. E mi viene in mente il cardinale Newman, per il quale la coscienza non era la scorciatoia verso l’etica della situazione, ma l’originario vicario di Cristo.

Sentiamo in proposito le cristalline parole di Benedetto XVI (20 dicembre 2010): «Nel pensiero moderno, la parola “coscienza” significa che, in materia di morale e di religione, la dimensione soggettiva, l’individuo, costituisce l’ultima istanza della decisione. La concezione che Newman ha della coscienza è diametralmente opposta. Per lui “coscienza” significa la capacità di verità dell’uomo: la capacità di riconoscere proprio negli ambiti decisivi della sua esistenza — religione e morale — una verità, “la” verità. La coscienza, la capacità dell’uomo di riconoscere la verità, gli impone con ciò, al tempo stesso, il dovere di incamminarsi verso la verità, di cercarla e di sottomettersi ad essa laddove la incontra. Coscienza è capacità di verità, e obbedienza nei confronti della verità, che si mostra all’uomo che cerca col cuore aperto. Il cammino delle conversioni di Newman è un cammino della coscienza, un cammino non della soggettività che si afferma, ma, proprio al contrario, dell’obbedienza verso la verità che, a passo a passo, si apriva a lui».

Il che spiega perché, nella famosa Lettera al Duca di Norfolk, Newman scrisse che, nel caso avesse dovuto portare la religione in un brindisi, certamente avrebbe brindato per il papa, ma prima per la coscienza e poi per il papa. Ovvero: prima per la ricerca della verità, poi per l’autorità.

Ecco: coscienza è capacità di verità. Quando la coscienza del cristiano abbandona il sentiero stretto e impervio di questa ricerca e si incammina lungo i boulevard del «ma anche» (illuminati dai mass media e gratificanti, ma senza uscita), ho l’impressione che rischi fortemente di perdersi. E di finire dritta dritta nella tana del lupo.

Aldo Maria Valli

mercoledì 25 maggio 2016

Corpus Domini: l' Emmanuele

DIO con noi

«Nessuno mangi il Corpo eucaristico se prima non l’ha adorato. Peccheremmo se non l’adorassimo» (Sant'Agostino, Enarrationes in Psalmos, 98,9).
 

 

«Gesù sapeva benissimo che sarebbe stato conservato nei Tabernacoli anche solitari, senza contorno nella notte, all'infuori di una fiammella che le leggi della Chiesa esigono. Sapeva benissimo che anche nel giorno, secondo il variare della densità di fede nei tempi, cristiani sarebbero andati e non andati a rendere adorazione alla sua ineffabile Presenza, lo sapeva.

  Forse qualcheduno di noi avrebbe potuto obbiettargli: "Signore, f...
a' in modo di essere presente quando c'è gente che Ti adora, altrimenti è inutile". Inutile? No. Le Chiese possono essere vuote, ma Cristo nel tabernacolo non è inutile, perché l'Eucarestia, sia attraverso il Sacrificio, sia attraverso il Sacramento permanente, è una fonte di forza, di grazia, di benedizione, di salvezza incessante.

  Ricordiamoci che è di lì che si germinano i vergini e le vergini, è di lì che sorgono i fondatori, è di lì che resistono i combattenti, è di lì forse che attraverso una vita apparentemente lontana da Dio si prepara la finale di salvezza nella sua misericordia, ma la si prepara attraverso questa Presenza, che appare a noi silenziosa e inerte, e non è né silenziosa né inerte.

Non dobbiamo compiangere la solitudine che spesso è intorno ai Tabernacoli e che è sempre da condannarsi. Dobbiamo rimpiangere, dico rimpiangere e a piena ragione, coloro che si dimenticano che Gesù Cristo sta lì ad attenderli, come Egli, narrando la parabola del figliol prodigo, pone per tanto tempo immobile sulla soglia di casa il padre che non si stanca di aspettare il figlio, il quale alla fine ritorna ed è accolto come figlio, non come servo.»


(Card. Giuseppe Siri)

sul papa: parole fuori misura

«Gänswein fuori misura: il Papa è uno»



di Lorenzo Bertocchi

Quello che molti pensano in Vaticano, ma non dicono a microfoni aperti, è che le parole di Mons. Georg Gänswein, prefetto della Casa Pontificia e segretario particolare del Papa emerito, hanno aperto una voragine. Il riferimento è a un preciso passaggio del suo recente discorso tenuto in occasione della presentazione di un libro di don Regoli sul pontificato di Benedetto XVI.

«La rinuncia di papa Ratzinger ha fatto sì - dice Gänswein - che il ministero papale non sia più quello di prima». Ma il passaggio che lascia di stucco tanti uditori è quello riferito ad un imprecisato «ministero [petrino, NdA] allargato, con un membro attivo ed uno contemplativo». Cosa può voler significare che «non ci sono due papi», mentre, nello stesso tempo, vi è un «munus petrino allargato» con due modi di esercitarlo? E' questa la domanda più pericolosa che solleva il discorso di Mons. Gänswein.

Il problema, prima ancora che giuridico, è di carattere teologico. Di certo ci si trova di fronte ad una novità assoluta, per cui non esistono facili criteri di lettura. Ad onor del vero la questione era già emersa in tutta la sua portata al momento della rinuncia di Benedetto XVI nel febbraio 2013, con un dibattito che fece intervenire diversi studiosi.

«Che la rinuncia di papa Benedetto XVI sia legittima», dice alla Nuova BQ il teologo barnabita Padre Giovanni Scalese, «direi che è fuori di ogni dubbio. La possibilità di rinuncia è prevista dal can. 332 § 2. Le uniche condizioni previste per la validità della rinuncia sono la sua piena libertà e la sua debita manifestazione. Per quanto riguarda, invece, il titolo di “papa emerito”, di cui parla chiaramente Mons. Gänswein, anche in questo caso direi che si potrebbero trovare delle ragioni per cui nulla osta. Però si dovrebbe chiaramente indicare che il “papa emerito” non è più Papa».
A questo proposito anche un altro canonista contattato dalla Bussola, sostiene che in sé si potrebbero trovare ragioni per il titolo di “papa emerito”, purché si sottolinei, appunto, che non ci sono due papi. «Sono d'accordo - dice Scalese - si dovrebbe dire che non ci sono due Papi, come non ci sono due Vescovi in una diocesi, quando uno va in pensione. Non ci sono due Papi: il Papa è uno solo; l'altro è "emerito", cioè è stato Papa, ma non lo è più. Che poi continui a pregare e a far penitenza per la Chiesa, mi sembra non solo possibile, ma doveroso: lo fa, penso, qualsiasi Vescovo emerito per la propria diocesi; così come lo fa qualsiasi religioso in pensione nei confronti del proprio istituto (i gesuiti, ad esempio, nel loro annuario, accanto al nome dei religiosi quiescenti scrivono: "Prega per la Compagnia")».

Rimane però la questione di cui accennavamo all'inizio. Non ci sono due papi, ma, secondo Ganswein, c'è un “ministero [petrino] allargato”. Quindi?

«Le espressioni usate da Mons. Gänswein mi sembrano sinceramente eccessive. Parlare di una "dimensione collegiale e sinodale" del munus petrinum; parlare di un "ministero in comune" o di un "ministero allargato" con un membro attivo e uno contemplativo, mi sembra davvero troppo. Non so se ci si renda conto della portata di certe affermazioni: non mi meraviglia che poi qualcuno possa giungere a conclusioni estreme. Così come mi sembra del tutto fuori luogo parlare di "una nuova tappa nella storia del papato" o affermare che “con un atto di straordinaria audacia [Benedetto XVI] ha rinnovato quest'ufficio ... e con un ultimo sforzo lo ha potenziato”. Che la rinuncia al supremo pontificato sia una eventualità prevista dall'ordinamento canonico, d'accordo; ma fare di essa un rinnovamento e un potenziamento del ministero petrino, mi sembra semplicemente una sciocchezza. Anche la citazione di Scoto, «Decuit, potuit, fecit», mi sembra fuori luogo: non c'è dubbio che poteva farlo (e lo ha fatto); ma che fosse conveniente, si potrebbe discuterne a lungo».

In effetti da tempo che alcuni teologi stanno tentando di trovare una giustificazione ad un duplice modo di esercizio del munus petrino: uno sarebbe esclusivamente spirituale e l'altro, invece, amministrativo-esecutivo. Per cui Ratzinger avrebbe rinunciato al secondo modo, rimanendo, invece, partecipe del “munus” per quanto riguarda il primo. Ma, secondo altri, ciò non risolve il problema, anzi, semmai lo aggrava. Infatti, sono molte le domande che vengono a galla. Dopo l'abdicazione, il Papa che lascia rimane in qualche modo Papa? Se il Papa è colui che governa la Chiesa, come può rimanere tale rinunciando al governo? Da cosa è dato, allora, il carattere pontificale, cioè: perchè è ancora Papa dopo l'abdicazione?

A questo proposito nei sacri palazzi non mancano coloro che criticano le parole di Mons. Gänswein. Parole che aprono fronti molto caldi, e per cui sarebbe auspicabile arrivasse un qualche chiarimento. Perchè, dicono i critici, il ministero petrino è uno, il Papa è uno. E Benedetto XVI non è Papa, perchè non esiste un munus petrino che possa essere in qualche modo allargato.

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-i-teologi-si-arrovellano-sulle-parole-di-gnsewin-16280.htm

lunedì 23 maggio 2016

papa Francesco e i mussulmani

Francesco, Europa, Islam
Nell’intervista che papa Francesco ha concesso al giornale francese La Croix, e che l’Osservatore romano ha riportato integralmente, ci sono alcuni passaggi altamente problematici.
 
Partiamo dalle affermazioni di Bergoglio circa le radici cristiane dell’Europa. «Bisogna parlare – sostiene Francesco – di radici al plurale, perché ce ne sono tante. In tal senso, quando sento parlare delle radici cristiane d’Europa a volte temo il tono, che può essere trionfalista e vendicativo. Allora diventa colonialismo. Giovanni Paolo II ne parlava con tono tranquillo».
 
Ora, che le radici dell’Europa siano tante è fuori discussione. Ma nessuno può negare che, fra le tante, ci sia una radice più decisiva e profonda: è quella giudaico-cristiana. Dopo di che, riconosciuto che il tono di qualcuno, nel rivendicare il ruolo di tale radice, possa essere a volte trionfalista o vendicativo, si può davvero dire che san Giovanni Paolo II ne parlasse con «tono tranquillo»?
Certo, formalmente papa Wojtyła non era mai sopra le righe, ma i contenuti erano forti, eccome!
 
Tra le decine e decine di sue prese di posizione in proposito, sentite questa: «La fede cristiana ha plasmato la cultura dell’Europa facendo un tutt’uno con la sua storia e, nonostante la dolorosa divisione tra Oriente ed Occidente, il cristianesimo è diventato “la religione degli Europei stessi” […]. Questo patrimonio non può essere disperso. Anzi, la nuova Europa va aiutata “a costruire se stessa rivitalizzando le radici cristiane che l’hanno originata”» (Angelus, 20 luglio 2003). E questa: «Come soddisfare il profondo anelito di speranza dell’Europa? Occorre ritornare a Cristo e ripartire da Lui» (Angelus, 13 luglio 2003). E questa: «Le radici cristiane non sono una memoria di esclusivismo religioso, ma un fondamento di libertà, perché rendono l’Europa un crogiolo di culture e di esperienze differenti […]. Dimenticarle, non è salutare. Presupporle semplicemente, non basta ad accendere gli animi. Tacerle, inaridisce i cuori  (messaggio in occasione del XVII Incontro di preghiera per la pace promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, 5 settembre 2003).
Insomma, il tono di san Giovanni Paolo II più che «tranquillo» mi sembra appassionato, addirittura accorato. E le sue parole molto ma molto precise nel ricordare che non si tratta di rivendicare un «esclusivismo religioso», ma di sapere qual è il fondamento della nostra libertà.
 
Ma andiamo avanti. Nell’intervista a La Croix, a un certo punto, Francesco sostiene che «l’apporto del cristianesimo a una cultura è quello di Cristo con la lavanda dei piedi, ossia il servizio e il dono della vita. Non deve essere un apporto colonialista».
 
Ora, precisato che ogni forma di colonialismo va condannata, siamo sicuri che l’apporto del cristianesimo sia precisamente quello della lavanda dei piedi? L’immagine è molto bella, non c’è che dire, ma non sarebbe forse il caso di evocare il discorso della montagna e le beatitudini? Non sono forse lì le basi della filosofia cristiana che ha forgiato la cultura europea e occidentale? La dignità della persona, di ogni persona, e di conseguenza i suoi diritti fondamentali, che nessuno può violare,   nascono con il Vangelo delle beatitudini, del quale la lavanda dei piedi è una conseguenza. «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati…». Le beatitudini aprono alla dimensione trascendente, aprono a Dio e al suo Regno, ed è così che riscattano la persona. Limitarsi a sottolineare l’importanza della lavanda dei piedi, gesto senz’altro nobilissimo e profondamente evangelico, non rischia di ridurre tutto alla sola esperienza terrena e la Chiesa a un’agenzia di assistenza?
 
E veniamo all’Islam. Il fatto che il papa ne parli è di per sé rilevante, perché in genere non lo nomina mai. Il problema però è che a un certo punto dice: «Non credo che oggi ci sia una paura dell’Islam in quanto tale, ma di Daesh e della sua guerra di conquista, tratta in parte dall’Islam. L’idea di conquista è inerente all’anima dell’Islam, è vero. Ma si potrebbe interpretare, con la stessa idea di conquista, la fine del Vangelo di Matteo, dove Gesù invia i suoi discepoli in tutte le nazioni».
 
Sorvoliamo sul fatto che oggi ci sia più paura di Daesh  (cioè lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante o della Grande Siria) che dell’Islam in quanto tale: se ne può discutere. Le vere parole problematiche sono quelle con cui Francesco dice che, con lo stesso metro di giudizio, si può interpretare come attività di conquista anche la missione affidata da Gesù ai discepoli.
 
Qui il papa riprende un’idea già espressa in Evangelii gaudium,  quando, affermando che i fondamentalismi ci sono da entrambe le parti, sia fra i cristiani sia fra i musulmani, li mette sostanzialmente sullo stesso piano. Ma è un’affermazione che non sta in piedi. E per spiegarlo ci rifacciamo a quanto scrive un esperto di Islam come il padre Samir Khalil Samir, anche lui gesuita, che a proposito di Evangelii gaudium, e del parallelo fatto dal papa, afferma (Asianews, 19 dicembre 2013): «Personalmente, non metterei i due fondamentalismi sullo stesso piano: i fondamentalisti cristiani non portano le armi; il fondamentalismo islamico è criticato, anzitutto proprio dai musulmani, perché questo fondamentalismo armato cerca di riprodurre il modello maomettano. Nella sua vita, Maometto ha fatto più di sessanta guerre; ora se Maometto è il modello eccellente (come dice il Corano, 33:21), non sorprende che certi musulmani usino anche loro la violenza ad imitazione del Fondatore dell’Islam».
 
E a questo punto occorre parlare della violenza nel Corano e nella vita di Maometto. Sentiamo ancora il padre Samir: «Infine, il papa accenna alla violenza nell’Islam. Nel paragrafo 253 [di Evangelii gaudium, ndr] si legge: “Il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza”. Questa frase è bellissima, ed esprime un atteggiamento molto benevolo del papa verso l’Islam. Mi sembra però che essa esprima più un desiderio che una realtà. Che la maggioranza dei musulmani possa essere contraria alla violenza, può anche darsi. Ma dire che “il vero Islam è contrario ad ogni violenza” non mi sembra vero: la violenza è nel Corano. Dire poi che “un’adeguata interpretazione del Corano si oppone ad ogni violenza” ha bisogno di molte spiegazioni.  Se l’Islam vuole rimanere oggi in questa visione legata al tempo di Maometto, allora ci sarà sempre violenza. Ma se l’Islam – e vi sono parecchi mistici che l’hanno fatto – vuole ritrovare una spiritualità profonda, allora la violenza non è accettabile. L’Islam si trova davanti a un bivio: o la religione è una strada verso la politica e verso una società politicamente organizzata, oppure la religione è un’ispirazione a vivere con più pienezza e amore. Chi critica l’Islam a proposito della violenza non fa una generalizzazione ingiusta e odiosa: mostra delle questioni presenti, vive e sanguinanti nel mondo musulmano. In Oriente si comprende molto bene che il terrorismo islamico è motivato religiosamente, con citazioni, preghiere e fatwa da parte di imam che spingono alla violenza. Il fatto è che nell’Islam non vi è un’autorità centrale, che corregga le manipolazioni. Ciò fa sì che ogni imam si creda un muftì, un’autorità nazionale, che può emettere giudizi ispirati dal Corano fino a ordinare di uccidere».
 
Ho citato a lungo le parole del padre Samir perché sono chiare e pongono il problema nella giusta prospettiva. L’Islam ha un problema con la violenza di matrice religiosa, come aveva segnalato Benedetto XVI a Ratisbona nel 2006. Negarlo vuol dire prima di tutto non aiutare l’Islam a fare i conti con se stesso.
Certo, ogni religione, in misura più o meno accentuata, può avere un problema con la violenza, perché ogni religione, compresa quella cristiana, può essere usata in modo fanatico e violento. Ma sostenere che il cristianesimo e l’Islam siano, in questo senso, speculari, non è corretto, perché il Nuovo testamento e il Corano non sono la stessa cosa.  Un cristiano fanatico, che interpreti come un mandato di conquista il compito assegnato da Gesù agli apostoli, snatura completamente il Vangelo. Un islamico fanatico, che interpreti come mandato di conquista alcuni messaggi di Maometto, può trovare nel Corano parole che sostengono la sua tesi.
 
Un’ultima annotazione riguarda la parola «colonialismo» che il papa utilizza nell’intervista per  descrivere il comportamento, a suo giudizio sbagliato, di chi rivendica con tono «trionfalistico» l’importanza delle radici cristiane dell’Europa. A un cittadino europeo, nell’affrontare la questione, difficilmente verrebbe alle labbra la parola «colonialismo». Perché noi europei siamo tutti, chi più chi meno, un po’ eurocentrici. Diverso è il punto di vista di un sudamericano come Bergoglio. Ma colonialismo significa dominio e sfruttamento e ha in sé una connotazione razziale. Dunque non è un termine quanto meno esagerato, e non è avventato usarlo così, a proposito di chi ha a cuore le radici cristiane dell’Europa? Francesco aiuta noi europei a considerare i problemi da una prospettiva diversa dalla nostra, e va bene. Meno bene va quando le analisi sono sviluppate in modo superficiale o addirittura fuorviante.

Aldo Maria Valli

p. Lombardi e Pannella

3 riflessioni sulla morte di Marco Pannella


di Corrado Gnerre
            
Prima riflessione: La storia riserverà sorprese all’intellighenzia

Ci siamo mai chiesti perché quando si studiano i fatti storici, è facile conoscerli, anche analizzarli, sicuramente non è difficile poterli categorizzare, cioè collocarli all’interno di una visione più ampia della storia, ma è sempre estremamente difficile poter conoscere tutte le loro cause? Il che non vuol dire che non se ne possa conoscere nessuna, né tantomeno non si possa conoscere quella che può essere identificata come la causa principale.


Ebbene, questa difficoltà è il segno manifesto che la storia ha un mistero in sé; è fondata sul mistero e in un certo qual modo strutturata su di esso. Ma perché questo? Perché al centro della storia ci sono le scelte individuali che sono prerogative di ognuno e non solo dei potenti, dei famosi, di coloro che gestiscono situazioni importanti. E così la Storia, che è in sé mistero, riserverà anche grandi sorprese.

La dottrina cattolica ci dice che oltre al giudizio particolare, che toccherà ad ognuno subito dopo la morte, ci sarà anche quello universale. Quest’ultimo però non sarà una sorta di giudizio nuovo, nel senso che potrebbe avere un esito diverso da quello particolare, no: si tratterà di una conferma del primo. Se l’anima è stata condannata alla dannazione dell’Inferno, continuerà a restare all’Inferno per l’eternità. Se l’anima è stata premiata alla beatitudine del Paradiso, continuerà per l’eternità a godere del Paradiso. Ma allora – verrebbe da chiedersi - perché c’è il giudizio universale? La risposta è molto semplice: perché Dio esige che vengano messi “i puntini sulle i”, cioè che la Giustizia trionfi …e trionfi dinanzi a tutti; ecco perché quel giudizio sarà “universale”, cioè riguarderà tutti, dinanzi a tutti. Il santo, anche se nascosto, anche se semplice, dovrà essere dinanzi a tutti glorificato; così il reprobo, anche se famoso, lodato e osannato dal mondo, dovrà essere, dinanzi a tutti, riprovato.

E così con il giudizio universale si vedranno crollare stazioni ferroviarie, aeroporti … e anche corsi, viali, piazze … nel senso che si capirà quanti di quei personaggi a cui sono stati intitolate stazioni, aeroporti, piazze e strade hanno completamente fallito la loro esistenza. Mentre tanti uomini sconosciuti, povere madri che si sono sacrificate nel loro nascosto lavoro quotidiano, poveri padri che hanno fatto il loro dovere per amore di Dio e della famiglia, bambini innocenti la cui sofferenza è stata preziosa per compensare i peccati contro Dio, sconosciuti a cui il mondo non ha tributato nessun onore, verranno glorificati perché hanno completamente realizzato la loro esistenza.

Perché queste considerazioni? Perché la morte di Marco Pannella ci porta di suo a farle. Fermo restando che non siamo certo noi a dover giudicare la sua anima (anzi, a noi resta l’obbligo di affidarla alla misericordia di Dio) … fermo restando questo, la morte del leader radicale ci conduce a queste riflessioni. La società italiana e la sua intellighenzia si sta prostrando dinanzi alla fresca memoria del defunto, eppure si tratta di colui, che politicamente, più di ogni altro, ha contribuito affinché l’Italia smarrisse la sua reale identità per disgregarsi nella dissoluzione morale e giuridica più tragiche.


Seconda riflessione: La gravissima responsabilità della Chiesa Ma non solo a questa riflessione ci conduce la morte di Pannella. Purtroppo c’è anche dell’altro. Quello che è stato detto da p. Lombardi in una sorta di dichiarazione ufficiale della Sala Stampa vaticana è scandaloso, nel senso letterale del termine, cioè nel senso di dare “scandalo”.

Non mi riferisco tanto all’affermazione secondo la quale nelle varie azioni politiche di Pannella ci sia stato anche qualcosa di buono. Non si tratta di questo, anche perché – si sa - il male assoluto non esiste; anzi, la pericolosità del male sta proprio nel fatto che ha in sé anche qualcosa che male non è; ovviamente ciò non basta: se in un  bicchiere di cianuro gettiamo una goccia di acqua limpida di montagna, certamente nel bicchiere non c’è più solo il cianuro, ma non per questo il cianuro non è più letale… ma dicevo: il problema non sta tanto in quella affermazione, quanto nell’aver completamente taciuto la responsabilità morale del personaggio, le sue gravissime azioni politiche contro la famiglia, contro la vita, contro i giovani, contro la Civiltà.

Io non amo il linguaggio irrispettoso, figuriamoci nei confronti di chi è stato investito da Dio di un’autorità importante. Ma questo non solo non mi impedisce, anzi mi rafforza nell’idea che le persone vadano messe dinanzi alle loro responsabilità, le quali, più aumenta l’autorità, più diventano gravi. Nel caso di uomini di chiesa aver parlato in questi termini di Pannella, tacendo ciò che egli ha fatto, significa assumersi una responsabilità gravissima dinanzi a Dio. La Verità non va mai taciuta, e non solo perché ha i suoi diritti, ma anche per la salvezza delle anime. Quante persone, sentendo le parole di p. Lombardi, potrebbero facilmente pensare che tutto sommato le politiche di Pannella siano state in un certo qual modo compatibili con la Legge Naturale e quindi con la Legge di Dio? Chi si è cronicizzato nell’errore, potrebbe facilmente trovare conferma per non cambiare opinione; e chi pensa tendenzialmente in maniera corretta potrebbe essere indotto a convincersi che tutto sommato certe questioni (divorzio, aborto, eutanasia, liberalizzazione di alcune pratiche pedofile, liberalizzazione delle droghe …) non sono poi tanto importanti.
Insomma, non riconoscere e mettere in pratica le opere di misericordia (in questo caso spirituale), soprattutto da parte di chi di dovere, è grave mancanza di cui si dovrà rendere conto a Dio.


Terza riflessione: Pannella “icona” dell’errore liberale Un’ultima riflessione. Se proprio a Pannella si vuole riconoscere un “merito” storico, questo è ovviamente nel male. Egli amava definirsi. “liberale, libertario e liberista”. Ebbene, egli ci ha fatto capire quanto non sia possibile arrestarsi ad una posizione “liberale” senza sfociare in quelle “libertaria” e “liberista”.
Se, come si fa con l’ideologia liberale, si nega il valore vincolante della Verità che giudica tutto, anche la libertà; anzi si pretende affermare che è questa (la libertà) a dover giudicare ciò che è vero e ciò che è falso, riducendo tutto ad opinione personale; allora la libertà diventa anche criterio della prassi e quindi oltre a ciò che è vero e ciò che è falso potrà giudicare anche ciò che è giusto e non ciò che non è giusto, riducendo tutto al desiderio individuale e agli istinti più sfrenati. Ed ecco l’essere libertario. Da qui il passaggio al liberismo economico è facile: se non c’è una verità né una morale oggettive, ma esiste solo l’opinione e il desiderio personale, allora l’unico criterio diventa l’utilitarismo che in chiave economica non può che sostanziarsi nella deriva liberista.


Insomma possiamo dire che Pannella sta al nostro tempo come già de Sade stette all’Illuminismo. Come il riprovevole marchese francese seppe visibilmente e intellettualmente portare alle estreme conseguenze le istanze illuministiche, così il leader radicale ha saputo, altrettanto visibilmente e intellettualmente, portare a compimento le radici del pensiero liberale.

Dio è verità, Bontà e Bellezza

domenica 22 maggio 2016

Marco Pannella santo subito

La sgradevole litania della conversione di Pannella

 

di Francesco Agnoli

Caro direttore,
la lettera di Pannella a papa Francesco ha fatto molto rumore. Purtroppo, per nulla. Presentare quella lettera come una sorta di conversione è una ingiustizia, anzitutto nei suoi confronti. Trovo questo tenativo di arruolare nella Chiesa chi la ha sempre combattuta, un po' sgradevole.  Si manca di rispetto, verso la libertà del defunto. 

Nessuno può sapere se Pannella si sia convertito o meno. Certamente però, possiamo dire che l'uomo che ha lottato tutta la vita per legalizzare aborto, divorzio, eutanasia e droga, non ha mai detto, nell'ultimo periodo della sua vita, di aver cambiato idea. Non lo ha scritto neppure nella famosa lettera al papa, che non è stata certo l'unica (domanda: ma chi la ha passata ai giornali, e perchè?).

Sappiamo bene che Pannella cercava di arruolare nelle sue battaglie, tutti. Ci provò anche con Giovanni Paolo II, sia dalla radio, sia per iscritto; ci ha provato, sin dall'inizio del pontificato, con Francesco. Per invitarlo a "convertire" la Chiesa. Era un' idea che ha sempre avuto. Vorrei notare un fatto. Nella lettera Pannella ribadisce un concetto a lui caro: di essere più vicino lui, a Cristo, della Chiesa.

Quante volte lo ha detto e ribadito! Pannella è sempre stato interessato alla fede, alla Chiesa, a Cristo, ma per combatterla, e per "convertirla". Per ascoltare il Dies irae gregoriano, bisognava aprire radio radicale! Come ribadisce il concetto? Scrivendo: "questo è il Vangelo che io amo e che voglio continuare a vivere". 

Scrivendo "questo è il Vangelo", Pannella ribadisce: "Questo, non quello che la Chiesa predica da duemila anni". Quando afferma "voglio continuare", dichiara apertamente di non aver mai cambiato strada. Continuare è un verbo che non lascia spazio ad interpretazioni. Io, ha scritto Pannella, ho sempre servito gli ultimi, e continuerò a farlo. Con il divorzio, l'aborto ecc., Pannella si è sempre dichiarato dalla parte degli ultimi. In questa lettera, lo ha ribadito. 

Senza dunque voler leggere nel cuore di nessuno, ma limitando a leggere la lettera, ribadisco che trovo sgradevoli e disonesti (forse, talora, ingenui) i tentativi di convertire Pannella in punto di morte. Dio ci ha dato la libertà di rifiutarlo, arruolare tutti tra i suoi discepoli è negare la libertà stessa che Dio ci ha dato, di dirgli di no. Come Pannella ha fatto per tutta la vita pubblica.

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-la-sgradevole-litania-della-sua-conversione-16247.htm

uno arricchisce tutti

 
 
"... un nuovo membro di santità arricchisce con il suo esempio e con la sua intercessione tutto il popolo cristiano. Egli può farci capire, in un mondo affascinato per il comfort e la ricchezza, il grande valore della povertà, della penitenza e dell'ascetismo, per liberare l'anima nella sua ascensione a Dio”.
 
Paolo VI

sabato 21 maggio 2016

p. Fr. Patton, nuovo Custode di Terra Santa


p. Francesco Patton, nuovo Custode di Terra Santa: «A Gerusalemme per imparare, ascoltare, servire»
 
 
«Ho detto sì perché non avevo ragioni serie per rifiutare il servizio che mi veniva chiesto». Padre Francesco Patton spiega con l’obbedienza la nuova missione alla guida della Custodia di Terra Santa, considerata la perla delle province francescane. Un frate stimato e conosciuto. 53 anni a dicembre, ministro provinciale del Trentino, già visitatore generale e presidente della Conferenza dei ministri provinciali d’Italia e Albania, qualcuno scommeteva sul suo nome come nuovo arcivescovo di Trento.

Eppure la sua nomina a Custode di Terra Santa spiazza tutti i pronostici per l’atteso (e forse temuto) “dopo Pizzaballa”. Il governo custodiale di padre Pierbattista Pizzaballa è durato 12 anni (6 anni più una inconsueta doppia proroga di 3 anni), un periodo segnato da una miriade di interventi, riforme, relazioni diplomatiche tra palestinesi, israeliani e Vaticano, che hanno valso a Pizzaballa unanimi apprezzamenti. «Conosco Pierbattista da oltre 30 anni, c’è un rapporto fraterno. Ho sempre ammirato la capacità di essere molto chiaro, equilibrato e soprattutto la sua profonda spiritualità», ci confida padre Francesco che attingerà all’esperienza di Pizzaballa: «Per me sarà un aiuto prezioso ma questo è naturale perché chi viene dopo ha sempre bisogno di avvantaggiarsi dell’esperienza e del servizio di chi lo ha preceduto».

Tutti si aspettavano un Custode polacco, palestinese, spagnolo o latino-americano, e invece il Papa e padre Michael Anthony Perry, lo statunitense Ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, hanno indicato ancora una volta un italiano, rispettando l’antica tradizione. «Non sta a me fare interpretazioni su questa scelta. So solo che in obbedienza ho detto sì al mio Ministro generale», sorride frate Francesco che conferma che la Terra Santa non fosse nei suoi programmi: «Sicuramente nella mia vita è una nomina inaspettata, stavo terminando il mandato di provinciale di Trento. Mi avevano chiesto la disponibilità a trasferirmi a Gerusalemme per le mie esperienze internazionali. Poi è arrivata la conferma».

Italiano e soprattutto trentino, come il compianto professore e archeologo francescano padre Pietro Kaswalder, che nel 2014 è stato stroncato da un infarto a 62 anni. «Per me il contatto con la Terra Santa era soprattutto lui. Mi parlava della sue ricerche e spesso ci sentivamo via Skype. Con Pietro dalla provincia di Trento c’erano altri 2 frati: Virginio Ravanelli (morto 2 anni fa) che insegnava a Gerusalemme e si occupava di escursioni bibliche, e padre Casimiro Frapporti che ora è ritornato in Italia dopo aver vissuto tra Cana e il Tabor. Con loro ho conosciuto per la prima volta la Terra Santa, nel 1997», ricorda. Padre Francesco aveva 33 anni. Poi il legame con la Terra Santa è stato rafforzato dall’amicizia con Kaswalder. «Mi sono sempre interessato da lontano. Però è un luogo che ora devo imparare a conoscere. Appena sarò lì, mi metterò in ascolto, dovrò imparare molto. In Egitto ad esempio non sono mai stato. La Terra Santa mi affascina e mi emoziona perché per me francescano è mettere i piedi sulla terra che Gesù ha calcato».

Parla inglese e spagnolo, ma non l’ebraico e l’arabo. L’impressione è che il nuovo Custode sia un “forestiero catapultato a Gerusalemme”. «È una definizione che interpreto in modo positivo e in cui in parte mi riconosco, ma non sono un incosciente. Vado con fiducia per dedicarmi a questo importante servizio per l’Ordine francescano, per la Chiesa e per quella porzione di mondo che è il centro dell’umanità», conferma.
Il distacco dalle questioni mediorientali può paradossalmente essere stato il fattore che lo ha favorito. Potrà prendere decisioni con occhio più imparziale e sereno in un contesto che è sempre stato complesso, con frati provenienti da tutto il mondo, in un contesto segnato da conflitti, come il dramma della guerra civile in Siria che impatta su Egitto, Palestina, Israele, Libano e Giordania, tutti territori dove vivono i frati della Custodia. «Cercherò di essere il più possibile vicino alla gente che vive lì. Dovrò capire come aiutarli concretamente perché là c’è la vita, il sangue e la morte. Ora è difficile dire a tavolino cosa farò per sostenere i nostri frati che resistono a servizio della comunità cristiana rimasta in Siria».
Non passa inosservato il nome del nuovo Custode. P. Francesco da frate al Santo Sepolcro, a 8 secoli di distanza dal 1217, quando san Francesco d’Assisi fondò la provincia di Terra Santa. Sarà il Custode Francesco a celebrare l’ottavo centenario della fondazione e dell’incontro tra Francesco e il sultano al-Malik al-Kamil che dal 1219 a oggi continua ad essere il punto di riferimento del dialogo tra musulmani e cristiani. «Direi che le fonti esterne all’Ordine diano l’immagine più credibile dell’incontro tra Francesco e il sultano. Un incontro molto profondo, di ascolto reciproco, stima e amicizia.  Non credo che quel ritratto sia oleografico. Anzi, credo che rappresenti molto bene l’utopia di Francesco: il dialogo fino in fondo. Penso che il viaggio aiutò Francesco a capire cosa voglia dire andare in un ambiente con una religione e cultura diversa dalla nostra. E questo lo troviamo in un passaggio della Regola non bollata dove Francesco invita i frati a evitare liti e dispute, ad avere un atteggiamento pacifico e servizievole e a confessare di essere cristiani».

Padre Francesco è giornalista. Laureato in Scienze della comunicazione all’Università pontificia salesiana a Roma, collaboratore di TelePace Trento e della radio e del settimanale diocesani, ora dovrà confrontarsi con i giornalisti di tutto il mondo, per tenere aperte le porte di una terra che ha sempre bisogno di ponti, relazioni o più semplicente di sostegno economico. «In Terra Santa si fa un grosso sforzo comunicativo, ma la comunicazione è rischiosa e sappiamo se è riuscita sempre e solo da quello che capiscono le persone che abbiamo di fronte. Dobbiamo essere prudenti, perché la prudenza ci aiuta a capire le ragioni degli uni e degli altri, a sostenere un percorso pacifico e dialogante. Questo non è facile, perché la nostra comunicazione è spesso gridata. Noi invece dobbiamo andare oltre il gridare e oltre l’emozionare anche temporaneamente. Perché sappiamo che le emozioni così come nascono così muoiono. Abbiamo invece bisogno di riflessioni profonde che possano anche generare scelte nella nostra vita», spiega frate Francesco.

Tre cerimonie segnano l’entrata in funzione del nuovo Custode: ingresso a Gerusalemme, con i tutti i frati che giureranno obbedienza, ingresso al Santo Sepolcro e ingresso a Betlemme. Tutto avverrà entro poche settimane. «Lunedì incontrerò il ministro generale Perry che mi darà le coordinate del servizio che andrò a svolgere», e qui padre Patton sembra persino un astronauta pronto ad essere lanciato nello spazio.

Alessandro Giuseppe Porcari
@paceinterra_it

venerdì 20 maggio 2016

Marco Pannella è all' inferno?

I FRUTTI DELLA "PASTORALE"
 


di Giovanni Pecora
 
Marco Pannella aveva scritto a Papa Francesco il 22 aprile scorso: "Ti voglio bene davvero ... Ho preso in mano la croce che portava mons. Romero, e non riesco a staccarmene". La lettera fu consegnata, per essere recapitata al Papa, ad un altro prelato "amico" di Pannella, mons. Paglia. Quindi le premesse per un pentimento ed una conversione 'in articulo mortis' (o in 'periculo mortis', come vuole il nuovo diritto canonico) dell'ateo e blasfemo anticristiano Pannella c'erano tutte. Bastava poco, una parola sussurrata all'orecchio del moribondo e tremebondo Pannella: "Non devi volere bene a me, devi volere bene a quel Gesù crocifisso che stai stringendo!", e forse l'anima del nemico di Dio si sarebbe squarciata per lasciar passare la Sua misericordia con il sacramento della penitenza.
 
Il buon ladrone, che dopo una vita da ladro è riuscito a "rubare" persino il Paradiso, sta lì sul Calvario a ricordarcelo tutti i giorni. Invece no. Ci racconta mons. Paglia che nei giorni successivi Pannella gli disse che lo voleva vedere. "A marzo ero alla Casa del Divin Maestro di Ariccia con il Papa e gli altri prelati della Curia durante gli esercizi spirituali di Quaresima", ha raccontato Paglia a Famiglia Cristiana, "quando ho ricevuto una telefonata di Pannella. Voleva vedermi. Ho informato il papa e lui mi ha detto. "Vai di corsa". Prendo la macchina e lo raggiungo. Lui stava a letto un po' rattristato, ci siamo abbracciati e poi abbiamo cominciato una delle nostre lunghe chiacchierate". Ecco, questo è "IL" problema: solo lunghe chiacchierate, come due amici al bar.
 
Ma possibile che un vescovo di esperienza come mons. Paglia non si sia accorto del grido di aiuto che arrivava dall'anima di Pannella? Possibile che abbia pensato avesse solo bisogno di "chiacchiere" e compagnia? Ovviamente non stiamo qui a parlare di dannazione o salvezza dell'anima, che non è cosa per noi. Dio solo sa cosa si nasconde nel cuore dell'uomo.
 
Rimaniamo ai semplici "fatti", e cioè che domani per Marco Pannella non ci sarà un funerale religioso, con una messa di suffragio, ma una "cerimonia laica". E' normale che sia così per uno che pochi giorni prima di morire aveva ricevuto la telefonata di auguri del Papa e diverse visite di un vescovo? E' normale che una persona che ha la fortuna di essere amico personale del Papa, e che gli scrive quelle parole struggenti poco prima di morire, non se lo sia visto arrivare in casa a fare il buon prete, a chiudersi in camera con lui per confessarlo e portargli i sacramenti, e domani ad accompagnarlo con la preghiera in chiesa per l'ultimo viaggio?
 
E' una cosa così brutta questa "cerimonia laica" per una persona che aveva urlato in silenzio il suo desiderio di Dio, che mi verrebbe da illudermi che mons. Paglia, abbia fatto tutto quello che un buon prete doveva fare, e che questa "cerimonia laica" sia uno sgarbo dei sopravvissuti alla reale volontà del defunto. E così, uno dopo l'altro, gli "atei devoti" al papa continuano a restare lontani da Dio. Lo continua a fare la Emma Bonino, lo continua a fare l' amico Eugenio Scalfari ...
 
Perché ora la chiesa piace un sacco a questa gente? Perché piace ai radical-chic?
 
Ma gli piace soprattutto perchè si accontenta di piacer loro, di essere lei la protagonista del loro compiacimento. Senza il "fastidio" di quel Gesù così ingombrante, così esigente, così poco "politicamente corretto" come invece è la nuova chiesa. Sarebbe piaciuto lo stesso così tanto a Marco Pannella se gli si fosse detto: "Pentiti dei tuoi peccati, Marco, perchè tu puoi essere mio amico, mi puoi volere 'tanto bene', ma se prima non sei amico di Gesù, se non vorrai più bene a Lui che a me, io a che ti servo? Per una carezza di consolazione? Lui ti può salvare per l'eternità! La capisci la differenza, Marco? Io sono solo il Suo strumento, e l'amicizia che è nata tra noi è solo il mezzo che Lui vuole usare per donarti la Sua misericordia".
 
Questo è successo? C'è stata altrettanta carità nei confronti di Scalfari, o della Bonino? O anche per loro ci saranno gli attestati di grande amicizia per la persona di Papa Francesco, ignorando la persona più importante, molto più importante di qualsiasi Papa, che è Gesù?
 
Io, come la quasi totalità dei cattolici, sono molto più fortunato di Pannella, di Scalfari e della Bonino, perchè nella vita ho incontrato sacerdoti "trasparenti", nel senso che intendeva metaforicamente uno dei sacerdoti più grandi della storia, il piccolo ed umile Santo Curato d'Ars. Lui diceva ai sacerdoti che devono impegnarsi ad essere "trasparenti", perchè i fedeli guardando a loro non devono vedere grandi teologi, forti personalità, fini intellettuali, allegri compagni di bisboccia: devono essere talmente santi che guardando a loro si possa vedere "in trasparenza" Gesù, ed abbracciando loro i fedeli devono sentire concretamente l'abbraccio di Gesù e con Gesù.
 
Sì, certamente, nella mia vita ho conosciuto anche sacerdoti molto carismatici, molto "piacioni", come si dice a Roma, che riuscivano in pochi anni a riempire di "fedeli" le chiese e le associazioni cattoliche. Ma quanti di questi erano "fedeli" a loro anzichè a Gesù? Quante chiese ho visto svuotarsi dopo la partenza, per un motivo o per un altro, del parroco ... Quante associazioni, che nascevano parrocchiali, trasformarsi in circoli politici o peggio ...
 
Ci racconta l'evangelista Giovanni, nel cap. 21: "Si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla" (Gv 21, 2-3). NULLA. Erano pescatori esperti, eppure non presero nulla con le loro reti. E sapete perchè? Perchè Pietro disse: «"IO" vado a pescare». Presuntuoso. E Gesù sfruttò la sua presunzione per impartirgli un grande insegnamento. "Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci" (Gv 21, 5-6).
 
Tu puoi sentirti il re dei pescatori, ma per la tua capacità non pescheresti nulla. NULLA. Solo se diventi strumento della volontà di Dio le tue reti scoppieranno di pesci. E per finire la lezione, Giovanni sempre nel capitolo 21 del suo Vangelo ci racconta: " Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle". (Gv 21, 15-17).
 
Dopo aver fatto capire a Pietro che Lui non si era scordato del fatto che lo aveva rinnegato per tre volte, ponendogli per tre volte la domanda se lo amasse più di ogni altro uomo sulla terra, nonostante la sua umana debolezza Gesù gli affida le "sue" pecorelle, i "suoi" agnelli. Non tutte le pecorelle del mondo, ma le "sue", quelle che per Suo merito sono nel gregge, che Pietro deve solo "pascere", cioè fornir loro il cibo e l'acqua. Il resto non è compito di Pietro, ma del Buon Pastore. Ho come l'impressione che questo capitolo 21 del Vangelo di Giovanni sia di un'attualità incredibile. Vero?

giovedì 19 maggio 2016

opto, finché possibile, per il sogno


L’eutanasia della stampa cattolica


  

pretiFino a non molti anni fa l’anomalia era “Famiglia Cristiana”, le cui oscillazioni su molti temi sapevano di clamorose sbandate, ma oggi è l’intera stampa cattolica, almeno in Italia, ad essere irriconoscibile: l’”Osservatore Romano” da poco ha inaugurato un magazine dedicato alle donne imbarcando firme, da Daria Bignardi a Melania Gaia Mazzucco, che stanno all’ortodossia come Fedez alla lirica, “Avvenire” – testata con redattori e collaboratori che pure, tutt’ora, stimo – ha fatto contro le nozze gay («L’unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di realpolitik»: I. Scalfarotto, “Repubblica”, 16.10.2014) una opposizione tutto fuorché pugnace ed ora, dulcis in fundo, “Civiltà Cattolica” si schiera per il sì al referendum di ottobre. Mai avrei immaginato, per restare cattolico, di rivalutare l’anticlericalismo.

Che succede? Cosa porta fior di testate e giornali d’ispirazione cattolica ad una coordinata e sempre più lampante genuflessione culturale nei confronti del potere e del Pensiero Unico? Da lettore, anzi da estimatore di ognuno di questi giornali ho il dovere di chiedermelo anche perché immagino la mia incredulità ampiamente condivisa. Posso sbagliarmi, ma la sensazione – benché ogni redazione sia per molti versi un mondo a sé – è che la stampa cattolica rifletta oggi la crisi di un cattolicesimo mondanizzato fino al punto di essere, oramai, la parodia di se stesso. E’ un problema che non nasce affatto oggi e che già il grandissimo Augusto Del Noce (1910–1989) fotografava alla perfezione allorquando sosteneva che «la prima condizione perché l’eclissi abbia termine e il cattolicesimo esca dalla sua crisi è che la Chiesa riprenda la sua funzione: che non è di adeguarsi al mondo, ma, al contrario, di contestarlo».

Ecco: sembra proprio che la stampa d’ispirazione cattolica – riflettendo così sulle proprie pagine l’eclissi di un cattolicesimo cronicamente intimidito – anziché contestarlo, proponendo con costanza un punto di vista diverso, abbia preso «ad adeguarsi al mondo», a replicarne le istanze in una sorta di duplicazione culturale, se così si può dire, suicida sotto ogni punto di vista; da quello strettamente editoriale – perché dovrei comprare Avvenire o abbonarmi a Civiltà Cattolica quando posso già leggermi caute interviste a qualche prelato anche sul Corriere, sulle cui colonne scrive lo scrittore cattolico forse più letto al mondo, Messori, e quando su Repubblica posso trovarmi, di tanto in tanto, editoriali firmati dal teologo Vito Mancuso o Joaquín Navarro-Valls, già direttore della Sala Stampa della Santa Sede? – a quello religioso: che ne è di una fede ben mimetizzata o perfino insonorizzata? Cui prodest? Al quieto vivere, forse: sai che gran premio.

Ora, non intendo certo generalizzare né discutere la professionalità di giornalisti alcuni dei quali conosco e stimo, ma ammetto che non solo è difficile farsi passare il timore che sia in corso una sorta di eutanasia della stampa cattolica, ma questo timore assume sempre più il gusto amaro della certezza. Non posso quindi che augurarmi un’inversione di tendenza editoriale volta alla riscoperta di una sana contestazione cattolica del mondo, che nulla – meglio precisarlo – abbia a vedere con qualsivoglia forma di aggressività contro le persone ma che, tuttavia, sappia riproporre verità morali scomode e prendersi gioco del politicamente corretto, se possibile, con ironia. Sogno troppo grande? Qualcuno penserà lo sia. Ma siccome, confesso, una stampa cattolica del tutto omologata a quella laicista, per me che tengo alla lettura mattutina dei quotidiani – la preghiera del mattino del laico, la chiamava Hegel (1770-1831) -, sarebbe un incubo, opto, finché possibile, per il sogno.

Giuliano Guzzo

mercoledì 18 maggio 2016

moda per predicatrici e “diaconesse”

Sfilata di abiti liturgici per «diaconesse». Quando il declino di una Chiesa finisce in farsa
 

 
 
 
Una sfilata di abiti per chierichette, ministre straordinarie dell’Eucaristia, ma anche predicatrici e “diaconesse” de facto. 
E’ quella che è stata organizzata la settimana scorsa nel centro conferenze St. Clemens di Hannover all’insegna del maggior coinvolgimento delle donne nella liturgia e nel servizio all’altare. «E’ naturale che vogliamo abiti in cui ci sentiamo bene e che ci stanno bene» ha commentato tale Ewa Karolchak, referente pastorale del decanato della capitale della Bassa Sassonia (diocesi di Hildesheim). «Spero che da qui parta un impulso che vada oltre Hannover» ha detto invece il responsabile ultimo del decanato, il prevosto Martin Tenge. Già 10 anni fa l’istituto liturgico della diocesi di Treviri aveva organizzato un concorso di design di abiti liturgici femminili.
 

martedì 17 maggio 2016

Liturgia “immagine delle realtà celesti”

L'importanza e il senso del simbolismo
nella Liturgia


 
 
 
Quest’articolo, tradotto da un recente libro, è di fondamentale importanza e mostra che il simbolo, nell’ambito della liturgia cristiana, si è progressivamente oscurato in Occidente creando danni enormi. Tale oscuramento inizia a prodursi pure nell’Oriente cristiano. Tuttavia, senza una precisa conoscenza e coscienza di cosa sia il simbolo nella liturgia è impossibile vivere e comprendere le antiche liturgie cristiane e si finirà per crearne di nuove, in totale rottura con le antiche.

La Liturgia, lo abbiamo mostrato, è un’anamnesi che attualizza l’unico sacrificio di Cristo, compiuto nel tempo attraverso la Sua economia salvifica tra noi e, allo stesso tempo, una realtà e un valore eterno, un significato e un’efficacia per ogni istante e per ogni tempo (cfr. Ebr 10, 12-14), ciò che viene manifestato ogni volta dalla Liturgia stessa.
 
Il sacrificio di Cristo nella Liturgia è, ciononostante, un sacrificio incruento, come dice la prima parte della Liturgia dei fedeli [di san Giovanni Crisostomo] e la preghiera collegata all’inno dei cherubini. San Germano di Costantinopoli parla di un “sacrificio razionale” e “mistico” (1) e san Nicolas Cabasilas d’un sacrificio “spirituale” (2).
 
Ciò significa che non si compie allo stesso modo realistico del sacrificio originale di Cristo, alla fine della sua vita terrena a Gerusalemme. Fosse così, non si sarebbe compiuto “una volta per tutte” ma sarebbe reiterato e non ci sarebbe stato un sacrificio unico, di portata universale, ma una moltitudine di sacrifici, di portata particolare.
 
Ecco perché il sacrificio avvenuto lungo la Liturgia pur essendo reale ed essendo, come abbiamo detto, un’anamnesi, ossia un’attualizzazione dell’unico sacrificio di Cristo, prende una forma simbolica e si compie dietro le apparenze del pane e del vino e attraverso una moltitudine di altri simboli. Certi Padri, come Dionigi l’Areopagita o Massimo il Confessore, hanno parlato di simboli per la stessa eucarestia, non per negare che il pane e il vino divengono realmente il corpo e il sangue di Cristo, ma per notare che il corpo e il sangue di Cristo non assumono la forma di una carne insanguinata, ma conservano l’apparenza esterna del pane e del vino, essendo “misticamente” corpo e sangue di Cristo, ossia in modo nascosto.
 
Teodoro dice che il sacrificio liturgico è “ad immagine delle realtà celesti” che la fede ci permette di vedere spiritualmente attraverso diversi simboli:

I sacerdoti della Nuova Alleanza ripetono continuamente, in ogni luogo e tempo, lo stesso sacrificio. Effettivamente il sacrificio che nostro Signore ci ha offerto accettando la morte è unico. […] Tutti noi, dunque, in ogni luogo, in ogni tempo e continuamente, celebriamo l’anamnesi di questo stesso sacrificio: “Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo da questo calice, commemoriamo la morte del Signore affinché egli venga” (1 Cor 11, 26). La celebrazione di questo terribile sacrificio è dunque immagine delle realtà celesti. […] La fede ci permette di vedere nel nostro spirito le realtà celesti e di considerare che Cristo, morto per noi, risuscitato e salito al cielo, è oggi ancora immolato attraverso questi simboli. Poiché noi consideriamo, con i nostri occhi, con fede, questa anamnesi ora celebrata, siamo condotti a vedere ancora che Cristo muore, risuscita e sale al cielo come lo fece un tempo per noi (3).




La Liturgia, dunque, esprime l’unico sacrificio di Cristo contemporaneamente temporale e atemporale, attraverso diversi mezzi simbolici, particolarmente delle parole e diversi segni sensibili che costituiscono il suo rituale.
Dopo aver affermato che la Liturgia è “un’anamnesi della vera immolazione”, Teodoro di Mopsuestia spiega:
Il pontefice, effettivamente, compie realtà celesti attraverso dei segni e delle figure e il sacrificio da lui celebrato è una manifestazione di tali realtà. I suoi atti sono come un’immagine della Liturgia celeste (4).

Una ragione collegata all’utilizzo permanente del simbolismo nella Liturgia è che il celebrante (vescovo o prete) non è propriamente il prete ma un’immagine del Gran Sacerdote, Cristo, al quale un’espressione liturgica dice: “Sei Tu che offri e Tu che sei offerto, Tu che ricevi e Tu che sei distribuito”. Teodoro di Mopsuestia dice a tal proposito:

Poiché nostro Signore si è offerto in sacrificio ed è così divenuto per noi Gran Sacerdote, “colui che sta presso l’altare è immagine lui stesso del Gran Sacerdote”. Non offre il proprio sacrificio ed egli non ne è neppure il vero Gran Sacerdote. La Liturgia di quest’ineffabile sacrificio viene da lui compiuta attraverso dei simboli che rappresentano, attraverso dei segni, le realtà celesti (5).

Abbiamo pure visto ugualmente che la Liturgia è un anticipo del Regno dei cieli di cui essa ci dona la caparra, di cui essa ci permette di gustare le primizie ma non ancora pienamente e che ci sarà data nell’al-di là, dopo la resurrezione e l’ultimo giudizio. È quanto spiega san Massimo nel suo commento alla Liturgia:

Attraverso la grazia della fede, crediamo di partecipare proprio qui, nella presente vita, a questi doni dello Spirito santo; nel tempo futuro [crediamo di avervi parte], nella verità, in modo sostanziale, nella realtà stessa, secondo la speranza indefettibile della nostra fede e la promessa sicura e infallibile di Colui che l’ha fatta. Se abbiamo osservato i comandamenti meglio possibile, crediamo che vi parteciperemo quando passeremo dalla grazia nella fede alla grazia nella visione, ossia quando nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo ci trasformerà in Lui stesso levandoci le stimmate della corruzione che ci segnano e ci farà dono dei misteri che ci sono stati prefigurati attraverso i simboli percepibili da quaggiù (6).

Questi concetti raggiungono le spiegazioni di Teodoro di Mopsuestia:

Per il momento, benché, secondo la parola dell’apostolo Paolo, saremo chiamati da Cristo ad entrare nella Nuova Alleanza, non abbiamo ancora ricevuto la salvezza e la vita se non nella speranza di esse. Infatti non possediamo ancora le vere realtà, poiché attendiamo pazientemente “di lasciare questo corpo per dimorare presso il Signore, è nella fede e non nella chiara visione che camminiamo” (2 Cor 5, 8). Non avendo ancora ricevuto i beni celesti, viviamo per la fede fino al giorno in cui raggiungeremo nostro Signore in cielo per vederLo non più come attraverso uno specchio, in modo confuso, ma faccia a faccia. Oggi noi avanziamo nella fede verso Cristo, nostro Gran Sacerdote, primizia dei beni che ci sono destinati. Attendendo di ricevere, nel tempo fissato, attraverso la resurrezione, tutti questi beni, abbiamo ordine di celebrarli quaggiù per mezzo di simboli e di figure (7).

Nella Liturgia, come in tutti i misteri o sacramenti nella Chiesa ortodossa, i simboli sono onnipresenti, nei gesti negli oggetti e nelle parole del rituale (8).
Una prima questione che si pone su questi simboli è quella del loro ruolo e del loro senso.
 
Nel suo libro L’Eucarestia, sacramento del Regno, nel quale si sostiene un’importante dimensione critica verso la comprensione e la pratica tradizionale e dove si intende rivoluzionare l’approccio verso l’Eucarestia, p. Alessandro Schmemann si schiera contro l’approccio “esplicativo” dei simboli liturgici. Secondo lui, il simbolo non dev’essere spiegato come se rinviasse a qualcos’altro che c’inserisce immediatamente nel mistero (9).
Siamo d’accordo se si tratta di rifiutare una comprensione intellettualista del simbolismo, poiché precisamente i simboli (in generale) son sempre utilizzati relativamente a delle realtà astratte, o a delle realtà inaccessibili alla ragione, difficili da comprendere e inconcettualizzabili e che, dunque, devono essere avvicinate e afferrate con un altro mezzo. Più spesso il simbolo si fa percepire dai sensi e vuole esprimere in modo sensibile una realtà sovrasensibile, metafisica e spirituale.
È pure vero che i simboli hanno una capacità di integrarci alla Liturgia attraverso un mezzo che non è solo quello, limitato, del pensiero ma anche del nostro corpo (attraverso i sensi che percepiscono i simboli nella loro dimensione sensibile) e delle disposizioni che i simboli producono nell’anima manifestando così il loro valore operativo e non solamente speculativo. Perciò san Nicolas Cabasilas spiega:

Ciascuno [dei gesti che si compiono nel corso della Divina Liturgia] si fa per l’utilità presente ma, allo stesso tempo, simbolizza qualcosa delle opere di Cristo, delle sue azioni e delle sue sofferenze. Ne abbiamo un esempio nel trasferimento del santo Vangelo all’altare e in seguito nel trasferimento delle oblate. L’uno e l’altro hanno la loro opportunità: il primo per leggere il Vangelo; il secondo perché si compia il sacrificio. Entrambi significano l’apparizione e la manifestazione del Salvatore: dapprima la manifestazione ancora oscura e imperfetta, all’inizio della sua vita; in seguito la suprema e perfetta manifestazione. Vi sono certi riti che non hanno alcuna utilità pratica; non sono compiuti se non per un simbolismo, ad esempio il fatto di forare il pane e di tracciarvi il segno d’una croce […]. Per quanto riguarda i riti compiuti nella liturgia delle oblate, hanno tutti rapporto con l’economia dell’opera del Salvatore. Il loro fine è quello di porre sotto i nostri occhi lo spettacolo di questa divina economia per santificare le nostre anime e, attraverso ciò, abilitarci a ricevere questi sacri doni. […] Le disposizioni con le quali bisogna avvicinarsi ai santi misteri e senza le quali sarebbe assolutamente empio gettare su di essi anche un semplice sguardo, [sono] il rispetto, la fede e l’amore pieno di fervore per Dio.
Bisognava pure che una contemplazione capace di inculcarci questi affetti fosse significata nell’ordinamento della sacra Liturgia. Bisognava che non considerassimo solo con il pensiero, ma pure che vedessimo in qualche maniera con i nostri occhi l’estrema povertà del Ricco per eccellenza, la venuta quaggiù di Colui che abita in tutti i luoghi, gli obbrobri del Benedetto, le sofferenze dell’Impassibile; di quale odio è stato oggetto e quanto ha amato, fin dove si è umiliato l’infinitamente Grande, quali sofferenze ha sopportato, quali azioni ha compiuto per prepararci questa tavola dinnanzi a noi. Ammirando così la novità dell’opera salvifica, meravigliati dall’abbondanza della misericordia, siamo portati a venerare Colui che si è preso pietà di noi fino a questo punto, Colui che ci ha salvati a questo prezzo, a confidargli le nostre anime, a rimettergli la nostra vita, a infiammare i nostri cuori nel fuoco del suo amore.
Disposti in tal modo, possiamo in maniera sicura e semplice avvicinarci al braciere degli augusti misteri.
Di fatto, per porsi ora in tali disposizioni, non è sufficiente avere appreso una volta le cose di Cristo e conservarne la conoscenza; bisogna pure attualmente avere lo sguardo del pensiero fisso su tali verità e contemplarle, sforzandoci di allontanare ogni idea estranea ad esse se veramente vogliamo, in vista di questa santificazione, far divenire l’anima adatta a quanto ho detto. Effettivamente, se teniamo conto delle esigenze della pietà, […] e se nel momento della celebrazione dei misteri non consideriamo con cura tutte le cose attaccando, al contrario, il nostro spirito ad altri oggetti, non traiamo alcun profitto da tale conoscenza: non può inculcarci nulla degli affetti precedentemente evocati. Poiché le nostre disposizioni corrispondono ai pensieri che ci occupano e i sentimenti da noi provati sono quelli che tali pensieri producono in noi.
Ecco perché è stato immaginato il simbolismo di cui ho parlato che non si limita solo a significare tutto ciò con delle parole ma le pone interamente sotto i nostri occhi e tutto ciò visibilmente attraverso l’intero corso della Liturgia: da una parte ciò avviene per agire più facilmente sulle nostre anime, non per offrirci una semplice visione, ma ancora per disporre in noi un sentimento, poiché una rappresentazione visuale può produrre in noi un’impressione più profonda (10). D’altra parte è pure per non favorire l’oblio e per non lasciare il pensiero volgersi verso un altro oggetto fino al momento in cui siamo condotti alla sacra tavola. Ripieni, dunque, di tali pensieri e con la memoria nel suo pieno vigore, partecipiamo ai divini misteri, aggiungendo in questo modo una santificazione ad un’altra, quella del rito a quella delle contemplazioni (11).

È per tanto falso credere, come fa p. Alessandro Shmemann, che il simbolo abbia un valore per se stesso e non rinvii a un’altra cosa o non abbia rapporto con la cosa alla quale egli rinvia. Ogni simbolo è fondato su un rapporto analogico con quanto simbolizza, questo rapporto è a volte convenzionale ma più sovente naturale. Così i veli utilizzati lungo la liturgia per coprire il diskos e il calice possono simbolizzare la collocazione nella tomba attraverso la loro analogia con il lenzuolo funebre e la loro caratteristica avvolgente. Il grande velo (o aìr) può pure simbolizzare gli angeli per la sua ampiezza, la sua flessibilità e la sua capacità di muovere l’aria quando lo si agita nel momento del Credo, analogamente con le ali degli angeli.
 
Ciononostante, analogia non vuol dire identità e dunque il simbolo crea una prossimità con quanto simbolizza, ma testimonia allo stesso tempo una distanza, il che gli permette di non essere confuso con la realtà stessa e di manifestare attraverso i suoi limiti il carattere trascendente di tale realtà.
Per quanto utilizzati per indicare delle cose difficilmente comprensibili o inesplicabili, e date alla contemplazione piuttosto che alla speculazione intellettuale, i simboli devono essere interpretati e spiegati nella misura del possibile, altrimenti danno l’impressione d’essere degli atti o degli oggetti privi di senso, favorendo un approccio sia oscurantista che formalista, finendo così per essere rifiutati o abbandonati. È ciò che è successo nel quadro del cattolicesimo romano in Occidente che, in occasione della riforma liturgica ispirata dal concilio Vaticano II, ha seguito il protestantesimo nella via dello spogliamento, svuotando la messa e i rituali sacramentali da una grande parte dei loro simboli con il pretesto che i fedeli (e spesso i preti) non li comprendevano più. Come abbiamo mostrato altrove (12), la Chiesa ortodossa è minacciata dallo stesso fenomeno attraverso alcuni vescovi e preti, ispirati per lo più dai riformisti della Scuola di Parigi (Nicolas Afanassieff, Paul Evdokimov, Alexandre Schmemann), per cui tralasciano nelle loro diocesi o parrocchie un certo numero di simboli liturgici, sia perché questi si oppongono alle loro concezioni (ad esempio le porte sante restano aperte o l’iconostasi è smantellata – o non edificata – per la ragione che tutto ciò si oppone a una concezione dell’assemblea come insieme indifferenziato), sia perché tali simboli non sono più correttamente compresi.
 
Padre Alessandro Shmemann si oppose molto chiaramente, in più sue opere (e in particolare nel suo Journal) a tutta la tradizione mistagogica bizantina (rappresentata particolarmente da Dionigi l’Areopagita, san Massimo il Confessore, san Germano di Costantinopoli, san Nicola Cabasilas o san Simeone di Tessalonica) che si è, al contrario, sforzata di rivelare la ricchezza di significato dei simboli liturgici. L’ermeneutica (ossia l’interpretazione dei simboli) è inerente all’esegesi che tutti i Padri hanno praticato nelle loro omelie o nei loro scritti e che è uno degli impegni della predicazione nella Chiesa.
Noi riteniamo che tale tradizione ermeneutica costituisca il buon approccio ma che essa non debba essere razionalizzata ma vista in modo contemplativo, ossia sia in modo intelligente che orante, in un termine: in modo spirituale.

(Jean-Claude Larchet, La vie liturgique, Paris 2016, pp. 178-184)
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Note
1) Sulla Divina Liturgia, 37.
2) Spiegazione della Divina Liturgia, LI, 1.
3) Omelie catechetiche, XV, 19-20.
4) Ibid., 15.
5) Ibid., 21.
6) Mistagogia, XXIV, PG 91, 704D-705A.
7) Omelie catechetiche, XV, 17.
8) Precisiamo “nella Chiesa ortodossa” poiché nel Cattolicesimo romano, in seguito al concilio Vaticano II, un gran numero di simboli sono stati soppressi; nelle cerimonie protestanti, dove il cristianesimo ha raggiunto il più basso grado della secolarizzazione, il simbolismo è divenuto praticamente inesistente.
9) L’Eucarestia, sacramento del Regno, Parigi 2005, pp. 21-26.
10) Sottolineato da noi.
11) Spiegazione della Divina Liturgia, I, 9-14.
12) “Alle fonti dei tentativi di riforme liturgiche di questi ultimi decenni in certe parrocchie ortodosse: le opere di padre Alessandro Shmemann e di padre Nicolas Afanasieff”, Црквене Cmyouie / Church Studies, 9, 2012, p. 397-408.