sabato 1 agosto 2015

LITANIE DELL'UMILTA'

LE LITANIE DELL'UMILTA' DEL CARDINALE MERRY DEL VAL
Servo di Dio e Segretario di Stato di San Pio X ha combattuto insieme a lui l'eresia modernista


di Roberto De Mattei

Secondogenito del marchese Raffaele e della contessa Giuseppina de Zulueta, Raffaele Merry del Val nacque il l0 ottobre 1865 a Londra, dove il padre era allora Segretario dell'Ambasciata Spagnola. Nelle sue vene, date le diverse nazionalità dei suoi antenati, scorreva il sangue di illustri famiglie dell'Irlanda, della Spagna, dell'Inghilterra, della Scozia e dell'Olanda: in particolare, il sangue della famiglia paterna era nobilitato da quello versato da un suo glorioso avo: san Dominguito del Val, crocifisso, non ancora settenne, nella cattedrale di Saragozza dagli Ebrei, in odio alla fede di Cristo nel giorno del Venerdì Santo del 1250.

DOCILITA' AL VOLERE DI DIO
Fin da giovanissimo non ebbe dubbi sulla vocazione ecclesiastica che la Provvidenza gli aprì in maniera sfolgorante: incaricato di Missioni pontificie a 22 anni, con il titolo di "monsignore", prima ancora di essere ordinato sacerdote; presidente della Pontificia Accademia dei Nobili Ecclesiastici a 34 anni; arcivescovo a 35 anni; cardinale e Segretario di Stato a 38 anni, al fianco di un Papa destinato ad entrare come un gigante nella storia della Chiesa! Eppure Raffaele Merry del Val seguì questa strada per obbedienza, non per inclinazione: il suo sogno – riassunto nell'epigrafe che volle scolpita sulla sua tomba: «Da mihi animas, coetera tolle (dammi le anime prenditi tutto il resto)» – era stato quello di dedicarsi all'apostolato.
Lo zelo per la conversione dei protestanti, soprattutto degli anglicani, l'aveva spinto a scegliere per i suoi studi il Collegio Scozzese di Roma, ma Leone XIII, ricevendolo in udienza, gli aveva intimato con fermezza: «No! non al Collegio Scozzese, all'Accademia dei Nobili ecclesiastici!». Il futuro card. Merry del Val ubbidì al desiderio del Pontefice, e nell'obbedienza trovò la perfezione della sua vocazione. Quasi al termine della sua vita terrena, chiudendo una sua lettera del 28 ottobre 1928, scriveva: «Come sono volati gli anni! … Quarant'anni Sacerdote, ventotto che sono Vescovo e venticinque Cardinale. Come è stata la mia vita diversa da quella che avevo sperato e pregato! Sia fatta la volontà di Dio!».

NON LA MIA, MA LA TUA VOLONTA'
Leone XIII aveva intuito le virtù e le capacità del giovane ecclesiastico, ma sarà il successore a legarne indissolubilmente il nome al suo pontificato. Nel conclave che seguì la morte di Leone XIII, i voti del Sacro Collegio si erano raccolti sopra il cardinale Giuseppe Sarto, Patriarca di Venezia. Mentre nel silenzio della Cappella Paolina scongiurava il Signore di allontanare dalle sue labbra il calice tremendo del pontificato, il futuro san Pio X vide una figura profilarsi al suo fianco: era mons. Merry del Val, segretario del Conclave, che per ordine del cardinale decano gli rinnovava la richiesta, sussurrando queste semplici parole: «Coraggio, Eminenza!».
Il giorno successivo il Patriarca di Venezia salì sulla Cattedra di Pietro con il nome di Pio X. Alla sera, il nuovo Papa concesse la sua prima udienza a mons. Merry del Val che prendeva congedo da lui. Ponendo la Sua mano sulla spalla del giovane prelato gli disse in tono quasi di rimprovero: «Monsignore, mi vuole abbandonare? No, no: resti, resti con me. Non ho deciso nulla ancora: non so che cosa farò. Per ora non ho nessuno; rimanga con me come Pro Segretario di Stato…, poi vedremo. Mi faccia questa carità». In questo primo incontro si decise il destino di due uomini così diversi per nascita, educazione e temperamento, ma uniti in una sola mente ed in un solo cuore dagli imperscrutabili disegni della Provvidenza.
Il 18 ottobre 1903, con sua lettera autografa, san Pio X nominò mons. Merry del Val Segretario di Stato e cardinale. Quando mons. Merry del Val ricevette la notizia supplicò vivamente il Papa di destinare qualcun altro a questo incarico. Dopo aver ascoltato le sue ragioni san Pio X si limitò a rispondergli: «Accetti! È la volontà di Dio. Lavoreremo e soffriremo insieme per amore della Chiesa».
Nella corte vaticana destò una certa sorpresa il fatto che il Papa avesse destinato a tale carica un prelato così giovane e per di più non italiano. Ad un cardinale che si era permesso una timida osservazione sulla giovane età di mons. Merry del Val, Pio X rispose con queste parole: «Ho scelto lui perché è un poliglotta. Nato in Inghilterra, educato nel Belgio, spagnuolo di nazionalità, vissuto in Italia, figlio di un diplomatico e diplomatico egli stesso, conosce i problemi di tutti i paesi. È molto modesto, è un santo. Viene qui tutte le mattine e mi informa di tutte le questioni del mondo. Non gli devo mai fare un'osservazione. E poi non ha compromissioni».

DUE VITE UNITE DALLA LOTTA AL MODERNISMO
Da allora, per undici anni, in intima e profonda unione di pensiero e di cuore, senza interruzioni e senza incertezze, il cardinale Merry del Val legò la sua vita a quella dell'intrepido Pontefice, affiancandolo in tutte le battaglie, a cominciare da quella, epica, contro il modernismo. «Undici anni – osserva mons. Dal Gal – "cor unum et anima una" con il suo Papa e con il suo Sovrano, con il suo Maestro e con il suo Padre, in ogni evento ed in ogni vicenda, nella gioia e nel dolore, tra le angosce del Getsemani e nella gloria della Resurrezione, tra l'effimero tripudio dei nemici della Chiesa come nella grandezza di una stessa fede e di una stessa speranza immortale».
La sera del 19 agosto 1914, il cardinale Merry del Val ebbe il conforto di raccogliere l'ultimo anelito del Papa morente. Il santo Pontefice, che aveva perduto la parola ma conservava lucida la mente, tenne strette a lungo tra le sue le mani del suo segretario di Stato, volendo esprimergli in questo gesto silenzioso tutta la riconoscenza per l'illimitata dedicazione al Soglio pontificio e alla sua persona. Fino al giorno della inaspettata morte, il 26 febbraio 1930, quando si trovava ancora nel pieno delle sue forze, il cardinale Merry del Val rimase all'interno della Chiesa il punto di riferimento di tutti coloro che si richiamavano idealmente al luminoso pontificato di san Pio X.

UN FASCINO IRRESISTIBILE
Il card. Merry del Val fu un perfetto esempio di vero aristocratico, non solo di sangue, ma soprattutto di animo. In lui, come è tipico della vera nobiltà, la magnificenza e la grandiosità si associarono alla più profonda semplicità ed umiltà. Quando passava per le vie di Roma – notava l'accademico di Francia René Bazin – «era oggetto dell'ammirazione universale: lo si guardava con interesse, lo si salutava con simpatia»; ma quando, appariva nello splendore della Basilica Vaticana sembrava che dalla sua persona emanasse un fascino irresistibile.
Alle cerimonie liturgiche da lui celebrate fino alla morte, come Arciprete della Basilica Vaticana, con scrupolosa esattezza e con incomparabile dignità accorrevano in folla i romani e gli stranieri come ad un avvenimento. Nella sua dignità principesca egli incarnava, contro ogni miserabilismo ed egualitarismo, lo splendore della Chiesa romana. Questa magnificenza non andò mai disgiunta da una profonda umiltà: fu anzi il frutto della sua vita interiore. «La Santa Messa del piissimo Cardinale – testimonia un prelato – era la rivelazione della sua vita interiore e l'anima di tutto il suo apostolato». Una principessa polacca poteva dire: «Solamente una volta ho veduto il cardinale Merry del Val pregare in San Pietro. È a lui che io devo il mio ritorno alla Chiesa cattolica».

GRANDE UMILTA'
Le litanie dell'umiltà che recitava quotidianamente, così come il cilicio che indossava sotto la veste talare, erano espressione di quel profondo spirito cattolico che si manifesta nel negare tutto a sé stessi, per offrire ogni grandezza ed ogni splendore alla Chiesa, nel perfetto abbandono alla Divina Provvidenza.
Nell'offerta del mattino che recitava ogni giorno prima di celebrare la Messa il Principe della Chiesa così pregava: «Sono disposto, o mio Dio, ad accettare dalle Tue mani, e nel modo che più Ti piace, salute o malattia, ricchezza o povertà, vita lunga o vita breve, onori o disgrazie, amicizie o avversioni, e così delle altre cose, scegliendo unicamente ciò che è più conforme alla tua gloria. E se sei tanto buono da chiamarmi ad imitarti più strettamente ed intimamente nella povertà, nell'ignominia e nella sofferenza, o caro Gesù, eccomi pronto».
Accogliendo gli onori come una croce, il cardinale Merry del Val cercò il proprio nascondimento e l'esaltazione della Santa Chiesa. Attende ora, accanto a san Pio X, l'ora del trionfo di quella Chiesa che tanto fedelmente servì.

Nota di BastaBugie: il cardinale Rafael Merry del Val (1865-1930), servo di Dio e segretario di stato di S. Pio X, recitava ogni giorno dopo la celebrazione della santa Messa le seguenti litanie

LITANIE DELL'UMILTÀ
- O Gesù! Mite ed umile di cuore, / esaudiscimi. 
- Dal desiderio di essere stimato, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere amato, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere esaltato, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere onorato, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere lodato, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere preferito agli altri, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere consultato, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere approvato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere umiliato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere disprezzato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere rifiutato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere calunniato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere dimenticato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere ridicolizzato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere ingiuriato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere sospettato, / liberami, Gesù.
- Che gli altri siano amati più di me, / Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
- Che gli altri siano stimati più di me, / Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
- Che gli altri possano crescere nell'opinione del mondo e che io possa diminuire, 
/ Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
- Che gli altri possano essere scelti ed io messo in disparte, 
/ Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
- Che gli altri possano essere lodati ed io dimenticato, 
/ Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
- Che gli altri possano essere preferiti a me in ogni cosa, 
/ Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
- Che gli altri possano essere più santi di me, purché io divenga santo in quanto posso, / Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
Titolo originale: L'umiltà insegnata dal cardinal Merry del Val
Fonte: Corrispondenza Romana, 11/03/2015

venerdì 31 luglio 2015

la Messa strapazzata

La S. Messa 

e la caduta della Fede



di d. P. P.
Se vi è una caratteristica che possa definire per eccellenza la vita del nostro fondatore è senz’altro il desiderio di instaurare il regno di Cristo nelle anime e nella società. San Pio X che fece dell’«Instaurare omnia in Christo» tutto il programma del suo pontificato.
La realizzazione di questo regno comporta una lotta contro coloro che lo rigettano e questo spiega l’opposizione acerrima di san Pio X contro il modernismo penetrato nella Chiesa.
Certamente Gesù è Re perché è Dio, e quindi a lui tutte le creature devono rendere omaggio, ma è Re anche in quanto uomo poiché ci ha riscattati dal potere di Satana, versando il suo sangue sulla Croce. Per questo a lui apparteniamo e a lui dobbiamo sottomettere prima di tutto la nostra mente con un’adesione completa alle verità che ci ha rivelato e che ci indicano il cammino per giungere alla salvezza. A lui dobbiamo sottomettere anche la volontà conformando sempre più la nostra vita alla sua legge.
Il regno di Cristo poi non si estende unicamente sulle anime e sulle famiglie ma anche sulla società che è in definitiva una creatura di Dio poiché è Lui che ha dato all’uomo una natura sociale. Anch’essa quindi deve rendergli un culto pubblico nella religione che Egli ha rivelato e fondare i suoi ordinamenti sulla legge naturale e quella divina.
L’instaurazione di questo regno sociale non può lasciarci indifferenti poiché, come ricordava Papa Pio XII: «Dalla forma data alla società, consona o no alle leggi divine, dipende e s’insinua anche il bene o il male nelle anime»1. Con il sacramento della Cresima siamo divenuti soldati di Cristo proprio per cooperare all’instaurazione di questo regno in noi e nella società. Per contribuirvi efficacemente non dobbiamo dimenticare che siamo chiamati ad una battaglia essenzialmente soprannaturale. San Paolo ce lo ricorda: «Non lottiamo contro una natura umana mortale, ma contro i prìncipi, contro le potenze, contro dominatori di questo mondo oscuro, contro gli spiriti maligni delle regioni celesti. Per questo motivo indossate l'armatura di Dio per resistere nel giorno malvagio»2. Ora Satana è stato vinto sulla Croce ove Gesù ha inchiodato l’atto della nostra condanna e ci ha meritato tutte le grazie necessarie per vincere una lotta che sarebbe di per sé di gran lunga al di sopra delle nostre forze.
Queste grazie ci sono comunicate tramite la S. Messa che riattualizzando il sacrificio della Croce perpetua il trionfo di Gesù Cristo su Satana. Sant’Alfonso, parlando della Santa Messa, ricorda che essa «è l’opera che più abbatte le forze dell’inferno, che apporta maggior suffragio alle anime del purgatorio, che maggiormente placa l’ira divina contro i peccatori, che apporta maggior bene agli uomini in questa terra»3.
La trasformazione sociale constatata in Africa grazie alla Messa, vero fermento di civilizzazione cristiana fra gli indigeni4.
Per questo dalla sua sconfitta sulla croce, Satana cerca di distruggere la Chiesa scaturita dal costato aperto di Gesù, per impedire che i frutti del suo sacrificio siano comunicati alle anime. In modo particolare vuole colpirla al cuore cercando non soltanto di alterarne la dottrina ma anche di prosciugarne la sorgente della grazia: «Il demonio – scrive sant’Alfonso - ha procurato sempre di togliere dal mondo la Messa per mezzo degli eretici, costituendoli precursori dell’anticristo; il quale prima di ogni altra cosa procurerà di abolire ed infatti gli riuscirà d’abolire, in pena di peccati degli uomini il santo Sacrificio dell’altare, secondo quel che predisse il profeta Daniele (Dan. 8,12)»5.


Uno dei più grandi attacchi alla Messa fu certamente quello portato dall’eresia protestante che, a causa di un’errata dottrina sulla giustificazione fondata unicamente sulla fede, disconosceva la necessità di rinnovare il sacrificio della croce in espiazione dei peccati. La Messa diveniva così una semplice memoria dell’ultima cena fatta dalla comunità dei fedeli e presieduta dal pastore, dove il Signore era soltanto spiritualmente presente. Negando l’esistenza del sacrificio propiziatorio non era più necessaria la vittima e neppure il sacerdote che aveva compito di offrirla ed immolarla; da qui la negazione della Presenza reale e del sacerdote, consacrato a questa funzione da un ordine sacro, che lo distingue dai fedeli.
Sintomatico è considerare come il vescovo apostata Cramner riuscì a modificare in Inghilterra la fede di un popolo che era cattolico fino a fargli abbracciare le eresie protestanti, cambiando la liturgia della messa. La recente pubblicazione in Italia del libro di Michael Davies La riforma liturgica anglicana ne dà un esempio stupefacente6.
L’uso della lingua vernacola, l’omissione dei momenti di silenzio, la soppressione dell’offertorio, la sostituzione degli altari con delle tavole, il cambiamento della posizione del ministro, la comunione nelle mani ed altre soppressioni ed aggiunte, operarono una vera rivoluzione nelle credenze.
Poiché la legge della preghiera corrisponde alla legge della fede, i cambiamenti liturgici operati gradualmente realizzarono un trasbordo ideologico di massa che condusse tutto un popolo all’eresia, molto più efficacemente che mille prediche o catechismi: «A poco a poco, a misura che passavano gli anni, i dogmi incastonati negli antichi riti ormai abbandonati e che, grazie a loro, erano rimasti vivi negli spiriti e nei cuori, finirono per scomparire a loro volta, senza che, per distruggerli, fosse necessario organizzare missioni e predicazioni»7.
Papa Leone XIII, nella sua enciclica sulle ordinazioni anglicane, riassume molto bene il processo messo in atto: «Essi (i riformatori anglicani) sapevano benissimo che legame stretto unisce la fede e il culto, la lex credendi e la lex supplicandi; così, con il pretesto di restaurare la liturgia per renderle la sua forma primitiva, intrapresero la sua alterazione su molti punti per metterla in accordo con gli errori dei novatori. Ne risulta che, in tutto l’ordinario, mai si parla chiaramente di sacrificio, della consacrazione, del sacerdozio, del potere di consacrare e di offrire il sacrificio; al contrario, come abbiamo già detto, si tolse e si soppresse deliberatamente dalle preghiere del rito cattolico, che non erano state puramente e semplicemente eliminate, ogni traccia di questi elementi, come altri simili»8.
Sembra incredibile constatare come in seguito alla rivoluzione nella Chiesa operata dall’ultimo concilio, la stessa strategia sia stata utilizzata per trasformare la fede dei cattolici e condurli alle nuove dottrine, prima fra le quali l’ecumenismo, utilizzando come strumento preferenziale la liturgia con l’imposizione del nuovo rito della messa.
Fin dagli albori di questa rivoluzione liturgica, autorevoli personalità ecclesiastiche ne denunciarono il pericolo. Basti citare i cardinali Bacci ed Ottaviani che, presentando a Paolo VI il ben conosciuto Breve esame critico del Novus Ordo Missae ne denunciavano «l’impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa» formulata nel concilio di Trento che «eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del magistero».
Si trattava di un rito forgiato ex novo come lo stesso Paolo VI riconosceva parlando della «novità che costituisce il nuovo rito della Messa» la quale comporta «un cambiamento che riguarda una venerabile tradizione multisecolare» (Udienza generale del 26-11-1969).
Lo stesso Mons. Bugnini, principale artefice della riforma, disse molte esplicitamente che si tratta «in certi punti, di una vera nuova creazione, dato che l’immagine della liturgia data dal Concilio Vaticano II è completamente differente da quella che la Chiesa cattolica ha avuto finora» 9.


Già questo sarebbe per sé sufficiente per giustificarne il rigetto poiché la liturgia non si fabbrica a tavolino, essa è il prodotto della devozione cattolica nei secoli e soltanto gli eretici nella storia ne hanno intrapreso una riforma radicale, sempre con il pretesto di un ritorno alla purezza del cristianesimo primitivo. Ma questo è un metodo rivoluzionario ben conosciuto: «Si sa bene, – scrive Louis Salleron – che, nelle società stabili, un processo rivoluzionario collaudato è il “ritorno alle origini”. Non si tratta più di potare l’albero perché porti più frutto; lo si taglia alla base con il pretesto di rendere tutto il vigore alle sue radici»10.
Questo allontanamento dalla fede cattolica è ben percettibile sui medesimi punti stravolti dai novatori. Prima di tutto la Messa non è intesa più come sacrificio propiziatorio, cioè offerto in espiazione dei peccati; per questo l ’offertorio, in cui in anticipo si offriva la vittima che sarebbe stata immolata per i nostri peccati, è stato soppresso e rimpiazzato da una preghiera che indica uno scambio di doni fra Dio e l’uomo. L’altare diventa una tavola, malgrado la condanna di questo abuso da parte di Papa Pio XII nella sua enciclica Mediator Dei (20 novembre 1947). La santa Comunione è distribuita nelle mani, da laici.
Per indicare il modo di presenza di Nostro Signore nell’Eucaristia non si parla più di transustanziazione, solo termine consacrato dalla Chiesa per far barriera efficace agli errori dei protestanti.
Lo stesso ruolo del ministro è stravolto poiché è l’assemblea che celebra il memoriale del Signore ed il sacerdote diventa un semplice presidente 11. Nuovi edifici sono costruiti per accogliere il nuovo rito, in fedele ossequio alle direttive del Vaticano ma che non hanno più nulla a che vedere con la struttura tradizionale della chiesa a forma di croce greca o latina e lo stesso tabernacolo è relegato ad un angolo per cedere il posto al celebrante. Questo prescrizione ci porta alla mente il discorso di chiusura del concilio in cui Paolo VI aveva detto: «Anche noi, e più di chiunque altro, abbiamo il culto dell’uomo» ( 7 dicembre 1965).  Si può dire che la nuova messa realizza pienamente questa nuova concezione religiosa.
Gli artefici del cambiamento liturgico avevano chiaramente manifestato che il loro scopo era elaborare un rito che potesse favorire l’ecumenismo con i protestanti.
Paolo VI già nella sua enciclica programmatica Ecclesiam suam (6 agosto 1964) lo aveva lasciato intendere: «su tanti punti differenziali, relativi alla tradizione, alla spiritualità, alle leggi canoniche, al culto, Noi siamo disposti a studiare come assecondare i legittimi desideri dei Fratelli cristiani, tuttora da noi separati».
In maniera ancore più palese si era espresso a J. Guitton: «Allo sforzo richiesto ai fratelli separati perché si riuniscano, deve corrispondere lo sforzo, altrettanto mortificante per noi, di purificare la Chiesa romana nei suoi riti, perché diventi desiderabile e abitabile»12.
Quanto a Mons. Bugnini, non ha mai nascosto le sue intenzioni ecumeniche. Sulle colonne dell’Osservatore Romano, dichiarò che la riforma liturgica era stata improntata al «desiderio di scartare ogni pietra che potesse costituire anche solo l’ombra di un rischio di inciampo o di dispiacere per i fratelli separati»13.
Per questo sei pastori protestanti parteciparono ai lavori preparatori della nuova Messa.
Diverse dichiarazioni di personalità del mondo protestante mostrarono che lo scopo ecumenico era raggiunto.
Fra di esse ricordiamo il professore di dogmatica alla facoltà protestante di Strasburgo, M. Siegeval che, nel novembre del 1969, scrisse al vescovo della città una lettera nella quale constatava che «niente nella messa adesso rinnovata può veramente disturbare il cristiano evangelico»14. Nello stesso anno Max Thurian, pastore protestante di Taizé, aveva dichiarato che «uno dei frutti del nuovo Ordo Missae sarà forse che delle comunità non cattoliche potranno celebrare la Santa Cena con le stesse preghiere della Chiesa cattolica. Teologicamente è possibile»15.
Nell’aprile del 1972 i protestanti di Taizé adotteranno effettivamente le preghiere eucaristiche della nuova messa. In quell’occasione il padre domenicano Roger-Thomas Calmel, grande teologo e coraggioso oppositore fin dall’inizio dei cambiamenti liturgici, fece un appello accorato alla resistenza: «Che i sacerdoti cattolici rinuncino una volta per tutte a portare i travestimenti preparati da superiori traditori per far piacere a dei predicatori eretici. Che rifiutino di celebrare la messa con il Novus Ordo poiché questo Novus Ordo, con il suo smantellamento calcolato di formulari e di riti è diventato ciò che era destinato a divenire: un libro liturgico all’uso di ufficianti eretici che non credono alla messa e che non sono sacerdoti»16.
È indubbio che negli ultimi anni un mutamento radicale si è operato nella fede dei sacerdoti e dei fedeli e la nuova liturgia della Messa ha esercitato in questo un’influenza fondamentale.
Il rifiuto della nuova Messa e la lotta contro gli errori moderni non è facoltativa.
La restaurazione nella Chiesa si costruisce intorno alla sua Croce, alla Santa Messa di sempre e questo comporta dalla parte dei sacerdoti e dei laici il rigetto totale e radicale della nuova liturgia fondata sui principi protestanti penetrati nella Chiesa. Non basta infatti affermare la verità ma occorre anche condannare tutto ciò che le si oppone e se si accetta di dare il diritto di cittadinanza all’errore, come propone lo spirito liberale, si ha già perso in partenza poiché si costruisce sulla sabbia del compromesso e si entra già nell’ottica rivoluzionaria.

Note:
  1. Pio XII, Radiomessaggio del 1 giugno 1941.
  2. Ef 6,12.
  3. Sant’Alfonso, La Messa strapazzata.
  4. «Ho potuto vedere villaggi di pagani divenuti cristiani trasformarsi non solo spiritualmente e sovrannaturalmente, ma anche fisicamente, socialmente, economicamente, politicamente; trasformarsi perché quelle persone, da pagane che erano, diventavano coscienti della necessità di compiere il loro dovere malgrado le prove ed i sacrifici, di mantenere i loro impegni e particolarmente gli obblighi del matrimonio. Allora il villaggio si trasformava poco alla volta sotto l'influenza della grazia e del santo Sacrificio della Messa; e tutti quei villaggi volevano avere la propria cappella e la visita del Padre. La visita del missionario!»
  5. S. Alfonso, Ibid.
  6. Ed. Ichthys, pp. 288.
  7. Mons. Philip Hughes, The Reformation in England, 1950, Michael Davis, La Riforma liturgica anglicana p. 89.
  8. Leone XIII, Apostolicae curae, 13 settembre 1896.
  9. A. Bugnini, Dichiarazione alla stampa (4 gennaio 1967), in «La Documentation Catholique », n. 1491 (1967), col. 824.
  10. Louis Salleron, La nouvelle Messe, Parigi, 1972, p. 40.
  11. Institutio Generalis n. 7.
  12. J. Guitton, Paolo VI segreto, San Paolo, Milano 1985, quarta edizione 2002, p. 59.
  13. Cfr.   «La Documentation Catholique », n. 1445 (1965), col. 604.
  14. Citato in Louis Salleron La nouvelle messe p. 119.
  15. «La Croix», 30 maggio 1969, ibd. p. 119.
  16. Le père Roger-Thomas Calmel, père Jean-Dominique Fabre, éd. Clovis 2012 p. 478.
Fonte: La Tradizione Cattolica n° 1 (94) - 2015

giovedì 30 luglio 2015

COS'E' IL PECCATO VENIALE ?

CHE COS'E' IL PECCATO VENIALE ?? 

MA QUALCUNO ANCORA 

SE LO DOMANDA ?





di Alessandro Gnocchi per www.riscossacristiana.it
del 5 giugno 2015
“In termini liturgici la perdita dell’identità significa perdita della vocazione religiosa, e il permissivismo morale significa perdita del bisogno della confessione. Laddove molti ricorrevano alla confessione e relativamente pochi alla comunione, ora pochissimi si confessano mentre molti ricorrono alla comunione”. (Marshall McLuhan , da “La liturgia e il microfono”)
di Alessandro Gnocchi
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E’ arrivato una bastimento carico di misericordia, ma il mondo non sa che cosa farsene. E il cristianesimo mondano, che gliel’ha condotto fin dentro il porto di casa, non è in grado di dare ragione del grazioso cadeau: dopo aver chiuso negli armadi dei lini e delle vecchie lavande gli anatemi dei tempi andati, non ha più nulla da perdonare e, dunque, nessun motivo per cui essere misericordioso. E, in perfetta e inesorabile simmetria, il mondo, che improvvisamente ha scoperto di non essere più in peccato, non vede proprio come far fruttare il misericordioso abbraccio. Tolta l’impellenza della conversione e della rinuncia a satana, sola ragione dell’unico discorso possibile tra chiesa e mondo, l’una e l’altro hanno finito per incontrasi in un accidioso convivio sotto il segno del demone meridiano, quel sortilegio in cui si vive solo per compiacersi del proprio malessere.


Ma non è colpa del mondo, povera preda di un male che solo l’incisione affilata e incandescente del verbo cristiano sapeva curare chiamandolo con il suo nome: peccato. Nella guerra a una chiesa che gli muoveva guerra per la sua salvezza, il secolo trovava almeno una vena di linfa vitale, un fugace balenìo dello spirito tremendo eppure desiderato che ora, nella pace, non scorge più. Eppure ne ha sete, molto più che della misericordiosa condiscendenza, ma il cristianesimo mondano non ha più di questa acqua. Così il secolo, che coltiva nel suo intimo il desiderio di sentirsi peccatore pur negando l’idea del peccato, si trova smarrito davanti a cristiani che non si sentono peccatori perché quell’idea l’hanno dimenticata.
L’una e l’altra parte hanno smarrito la propria identità provocando, come spiegava nel 1974 Marshall McLuhan nel saggio “La liturgia e il microfono”, un invincibile bisogno di sentirsi desiderati che conduce inevitabilmente al permissivismo. “In termini liturgici” diceva lo studioso canadese “la perdita dell’identità significa perdita della vocazione religiosa, e il permissivismo morale significa perdita del bisogno della confessione. Laddove molti ricorrevano alla confessione e relativamente pochi alla comunione, ora pochissimi si confessano mentre molti ricorrono alla comunione”. Ai primi del Novecento, il trappista dom Jean-Baptiste Chautard, nella sua “Anima di ogni apostolato”, aveva diagnosticato la causa di questo male: “A sacerdote santo, si dice, corrisponde un popolo fervente; a sacerdote fervente un popolo pio; a sacerdote pio un popolo onesto; a sacerdote onesto un popolo empio”.


La china lungo cui hanno preso a scendere chiesa e mondo si è fatta sempre più difficile da risalire quando i cristiani hanno acquisito familiarità con il peccato veniale. Quando, nei giardini segreti delle anime, si è cominciato a coltivare i fiori malati dei piccoli reati contro Dio concimandoli con il compiacimento per la propria fragilità, in quel meriggiare della vita spirituale che tanto si confà ai disegni del demonio. Spesso lo si è fatto in punta di dottrina, perché molti sapevano quanto, per esempio, spiega il “Catechismo” di San Pio X, al punto 148: “Che cos’è il peccato veniale? Il peccato veniale è una disobbedienza alla legge di Dio in cosa leggera, o anche in cosa di per sé grave, ma senza tutta l’avvertenza e il consenso” e poi, al punto 149: “Perché il peccato non grave si chiama veniale? Il peccato non grave si chiama veniale, cioè perdonabile, perché non toglie la grazia e può aversene il perdono col pentimento o con opere buone, anche senza la confessione sacramentale”. Ma si ometteva pelosamente quanto detto al punto 150: “Il peccato veniale è dannoso all’anima? Il peccato veniale è dannoso all’anima perché la raffredda nell’amor di Dio, la dispone al peccato mortale, e la rende degna di pene temporanee in questa vita e nell’altra”.
Prima tollerato e poi vezzeggiato come estremo legame con il mondo, il peccato veniale ha indotto alla tiepidezza e oscurato il cielo delle ultime generazioni cristiane. “Quelli che commettono spesso peccati leggeri” ammoniva San Gregorio Magno “non devono considerare la qualità dei loro peccati, ma la loro quantità. Se non li impensierisce la gravità, li spaventerà il numero. (…) chi trascura di piangere e schivare i peccati leggeri cadrà non già di colpo, ma un po’ alla volta, dallo stato di giustizia a quello mortale”. E San Tommaso, nella “Summa”, spiega che “un peccato veniale può predisporre a un peccato che è mortale dalla parte di chi lo compie, a modo di conseguenza. Aumentata infatti la disposizione o l’abito con gli atti del peccato veniale, l’attrattiva del peccato può aumentare fino al punto che colui che pecca giungerà a porre il proprio fine nel peccato veniale: infatti, in chiunque ha un abito, di per sé, il fine è l’operare secondo tale abito. E così, con la ripetizione dei molti peccati veniali, uno si disporrà al peccato mortale”.
Il calendario liturgico è un rosario fiorito di santi che hanno fatto della loro vita la lotta anche alla più piccole delle offese a Dio. Nelle lettere ai suoi figli spirituali, padre Pio diceva che “gli spioni che sono i peccati veniali” si aggirano dentro il territorio delle anime per capire dove è minore la resistenza a quelli mortali. Fin sul limitare degli Anni Sessanta del secolo scorso, la vita ascetica del fedele ordinario aveva a modello esempi come San Domenico Savio, che avrebbe preferito morire piuttosto che macchiarsi di una sola colpa veniale. La formazione spirituale era fondata sull’alternativa radicale tra salvezza e dannazione eterne e generava pensieri, parole e opere che oggi il mondo vorrebbe tanto ammirare nei cristiani che, invece, ne sono atterriti. Pensieri, parole e opere, per esempio, come quelli che Sant’Ambrogio depose nell’eloquente “De bono mortis”, il bene della morte: “E l’Ecclesiate dice ancora ‘il mio cuore è andato in giro affinché io potessi conoscere la gioia dell’empio e considerassi e cercassi la sapienza e la moderazione, e conoscessi la felicità attraverso il comando, nonché i travagli e gli avvilimenti, e conobbi questa felicità come più amara della morte’: questo non perché la morte sia in sé amara, ma poiché lo è per l’empio. E’ infatti peggio vivere per il peccato che morire nel peccato, poiché quanto più a lungo l’empio vive, tanto più aumenterà il suo peccato, ma se muore cessa di peccare”.
Generazioni e generazioni di cristiani si sono formate lungo i secoli su questo tema ascetico. Nobili destinati allo splendore delle corti e capaci di portare i cilici sotto vesti da fiaba, contadini, operai e mendici a cui facevano da cilicio i panni e la fatica quotidiani. Tutti animati dallo stesso fervore, segnati dalla stessa luce catturata negli interni del Caravaggio, nel sorriso delle Madonne di Raffaello, nell’immobilità delle scene di Piero della Francesca, negli ori di Giotto o di certe icone dipinte nelle aurore russe. Ma anche il più spirituale dei capolavori, riesce a descrivere solo in piccolissima parte ciò che il fervore e la purezza producono nelle creature. “Primieramente” scrive Pietro Giacomo Bacci nella biografia di San Filippo Neri “il verginal candore era tale che gli risplendeva anche nel volto, ed in particolare negli occhi: i quali aveva eziandio negli ultimi anni della sua vita, come di giovanetto, così chiari e risplendenti, che non si è trovato mai pittore che gli abbia mai potuti ben esprimere con il pennello, ancorché molti con ogni diligenza vi abbiano provato; non si poteva in oltre così facilmente fissar la vista nella sua faccia; avvegnacché se gli vedeva uscir dagli occhi come una luce che ripercoteva negli occhi di chi lo mirava; sicché alcuni han detto che solamente in guardarlo sembrava un angelo di paradiso”.


Il mondo, fosse solo per il sollievo di un istante, per un attimo di quiete prima rituffarsi tra le braccia del suo principe, va in cerca di sguardi fervorosi come questo, frutto di acuminato e indefettibile odio per il peccato. Non mendica l’indulgente e misericordiosa tiepidezza perché, anche se ignora che i tiepidi saranno vomitati dal Signore nel giorno del giudizio, sa bene che basta l’ordinaria brutalità della vita per schiacciarli.
Sul versante religioso e su quello mondano, sono stati i francesi ha scrivere in proposito pagine di immortale drammaticità. Il Mauriac di “Groviglio di vipere”, il Bernanos del “Diario di un curato di campagna” e di “Un delitto”, il Bourget del “Demone meridiano”, e poi Gide, Camus, Sartre hanno narrato, chi volendolo e chi no, la discesa agli inferi degli esseri umani che si consegnano al peccato veniale come fine dell’esistenza. Tra i più efficaci vi è Georges Simenon, belga donato alla Francia, cronista di un mondo dove borghesi e proletari, nobili e diseredati sono prigionieri di vite sottratte alla grazia, fosse pure intesa come sola possibilità di compiere un gesto innocente. Raccontarlo è stata una prova tremenda persino per la sua scrittura folle e compulsiva. Tanto da sentire il bisogno di redimere i personaggi dei suoi “roman-roman” creando l’universo parigino del commissario Maigret, il poliziotto che “di mestiere avrebbe voluto fare il riparatore di destini”. Ma l’eco di un cattolicesimo non del tutto sopito ha suscitato in Simenon l’idea che l’azione di giustizia si alimenta di ritualità e di orazione, e lui l’ha cristallizzata con definitiva genialità letteraria nell’invenzione della signora Maigret. E’ questa piccola borghese timida e discreta, con le sue buone abitudini quotidiane da liturgia domestica, a tessere il velo che preserva la sua casa dalla colpevolezza del mondo: quasi una versione laica del fervore religioso in cui l’inesauribile sdegno al cospetto del male ha per contrappunto un candore bisognoso di riparo.



Quando usavano ancora dire il breviario, i cattolici davano forma liturgica alla necessità di porsi al rifugio dalle colpe anche veniali negli splendidi inni risalenti all’epoca ambrosiana. A ciascuna ora canonica il suo, a seconda di ciò che travaglia le anime in un dato frangente della giornata. “Lingua refrénans témperet” recita per esempio la seconda strofa dell’ora Prima, quando l’astro del giorno è già sorto, “Ne litis horror ínsonet: visum fovéndo cóntegat, ne vanitátes háuriat”, Dio moderi e freni la lingua, affinché non risuoni l’orrore delle liti, custodisca e contenga lo sguardo perché non raccolga alcuna vanità. E a Compieta, subito dopo l’esame di coscienza e il Confiteor in cui chiede perdono a Dio onnipotente, alla beata Maria sempre Vergine, a San Michele Arcangelo, a San Giovanni Battista, ai santi apostoli Pietro e Paolo, a tutti i santi e fino all’ultimo dei fratelli, l’orante chiede il soccorso divino in vista del sonno: “Procul recédant somnia, et nóctium phantásmata; hostémque nostrum cómprime, ne polluántur córpora”, fuggano lontano da noi i sogni e i fantasmi della notte, reprimi il nostro nemico affinché il nostro corpo non sia macchiato.
Ma questo luminoso monologo penitenziale è stato spazzato via dall’irrompere orgoglioso della dialettica, ricettacolo di un velenoso divenire. La sapienza depositata dai secoli nel Breviario è stata rimpiazzata dalla trinità mondana composta da tesi, antitesi e sintesi racchiusa nei bigini di filosofia. “Tesi: determinazione dell’infinito che si afferma su un piano astratto intellettivo. Antitesi: potenza del negativo che consente alla dialettica di procedere. Sintesi: superamento dei due momenti precedenti che, a sua volta, diventa nuova tesi da superare”. Ormai, anche nella predicazione e nelle aule di catechismo si insegna che la manifestazione reale ha bisogno del suo opposto, dell’antitesi, che la porta alla corruzione per generare la sintesi. E così per sempre, in un ritmo ternario fatto di pulsioni mortifere. Non si può dire “vita” senza richiamare la “morte”. Tutto ciò che esiste è vero solo in quanto si dovrà corrompere. Engels ha spiegato che la regola della dialettica hegeliana si risolve in questa affermazione: “Tutto ciò che esiste deve morire”. In altre parole, la realtà necessita della potenza del momento negativo, del male.

L’uomo moderno è convinto di essere autentico solo se tocca con mano la propria corruzione, solo se apre il suo cuore alla dannazione, solo se evoca la malvagità nella storia. E, continuando a rincorrere il male, cade nel baratro del nulla. Ma, proprio per questo, non può educare al bene e, sopra ogni cosa, rifugge il fervore, la rinuncia estrema al peccato. E il cristiano, scimmia di luce di follia, ha fatto propria tale visione finendo per credere che la fede non sia vera se non si accompagna al dubbio. Un credente autentico, si sente dire sempre più spesso dai pulpiti, deve assaporare dentro di sé l’esistenza dell’ateo, per essere santi bisogna essere anche grandi peccatori.

In un simile brodo di coltura, la derubricazione del peccato veniale ha finito per travolgere qualsiasi concetto di colpa, fino a quella originale. Così, il peccato di Adamo viene presentato in una nuova forma e in una nuova valutazione, come usa dire, pastorale. Assume il nome malaticcio e fascinoso di “fragilità”, scava nell’anima dei credenti, si fa accettare, si fa coccolare, si fa coltivare e monopolizza la vita e il pensiero, la prassi e la dottrina. E diventa tema dei convegni ecclesiali, del dibattere nelle commissioni pastorali, dei chilometrici documenti degli uffici diocesani, della catechesi nelle parrocchie, dei campi estivi degli oratori. L’uomo, si sente dire con sempre maggior insistenza, è grande perché è fragile.
E il cerchio si chiude su un panorama in cui fede e ragione, minati dalla dialettica, hanno intrinsecamente bisogno del negativo: l’errore diventa un valore per la gnoselogia, l’eresia per la dottrina, il peccato per la morale. Non è un caso se uno dei personaggi più luminosi della letteratura come la Lucia dei “Promessi sposi”, esemplare incarnazione letteraria del fervore, è divenuta incomprensibile ai cattolici contemporanei. C.S. Lewis aveva previsto tale esito nelle “Lettere di Berlicche”. Era solo il 1942 quando narrava le istruzioni del diavolo Berlicche al nipote Malacoda, comandato a pilotare la perdizione di un neoconvertito: “In una settimana o due gli metterai il dubbio che forse nei primi giorni della sua vita cristiana egli era un pochino eccessivo. Parlagli della ‘moderazione in tutto’. Se ti riuscirà di condurlo al punto di pensare che ‘la religione, sì, va bene, ma fino a un certo punto’, potrai sentirti felicissimo nei riguardi della sua anima. Per noi una religione moderata vale quanto una religione nulla, ed è più divertente”. E Paul Bourget, nel 1914, concludeva “Il demone meridiano” con una fulminate constatazione: “Bisogna vivere come si pensa, se no, prima o poi, si finisce con il pensare come si è vissuto”.

martedì 28 luglio 2015

LA RANA BOLLITA

IL PRINCIPIO DELLA RANA BOLLITA


Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana.

Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare.
La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa.
L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita.
Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.
Questa esperienza mostra che – quando un cambiamento si effettua in maniera sufficientemente lenta – sfugge alla coscienza e non suscita – per la maggior parte del tempo – nessuna reazione, nessuna opposizione, nessuna rivolta.
Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da alcuni decenni, ci accorgiamo che stiamo subendo una lenta deriva alla quale ci abituiamo. Un sacco di cose, che ci avrebbero fatto orrore 20, 30 o 40 anni fa, a poco a poco sono diventate banali, edulcorate e – oggi – ci disturbano solo leggermente o lasciano decisamente indifferenti la gran parte delle persone. In nome del progresso e della scienza, i peggiori attentati alle libertà individuali, alla dignità della persona, all’integrità della natura, alla bellezza ed alla felicità di vivere, si effettuano lentamente ed inesorabilmente con la complicità costante delle vittime, ignoranti o sprovvedute.
I foschi presagi annunciati per il futuro, anziché suscitare delle reazioni e delle misure preventive, non fanno altro che preparare psicologicamente il popolo ad accettare le condizioni di vita decadenti, perfino drammatiche.
Il permanente ingozzamento di informazioni da parte dei media satura i cervelli che non riescono più a discernere, a pensare con la loro testa.
Allora se non siete come la rana, già mezzo bolliti, date il colpo di zampa salutare, prima che sia troppo tardi!
di Noam Chomsky

di Noam Chomsky

lunedì 27 luglio 2015

buio della Chiesa

Notte del mondo, notte della Chiesa.

di Martino Mora


La vittoria del sì al referendum sul matrimonio omosessuale nella ex cattolicissima Irlanda merita almeno tre considerazioni, che permettono di capire come sia stata possibile un tale implicito rifiuto non solo della morale cristiana, ma anche dell’ordine naturale e umano della società. E come tale rifiuto abbia potuto contagiare la maggioranza del popolo irlandese. Popolo un tempo cristianissimo.
La prima considerazione è lapalissiana: laddove si sono affermate la società dei consumi, l’idolatria della merce, il primato dell’avere sull’essere, insomma il materialismo pratico, sono calate la notte dello spirito, l’allontanamento dal sacro, l’individualismo estremo, l’edonismo largo diffuso, il nichilismo morale, lo sradicamento collettivo. In termini di secolarizzazione e quindi di nichilismo il capitalismo dei consumi si è rivelato molto più subdolo e pericoloso del comunismo sovietico dei mangiapreti. Caduto il comunismo, in molti Paesi dell’Est Europa le masse si sono riavvicinate alla fede cristiana, e in fondo non se ne erano mai staccate, nonostante il pericolo e le persecuzioni. Nella capacità di distruggere la vita dello spirito, market batte Marx con punteggio tennistico.

La seconda considerazione riguarda quello che è oggi il vero Potere. Dimentichiamoci Montesquieu, il liberalismo e la classica distinzione tra i poteri. Oggi i due veri poteri sono l’economia e l’informazione. Chi possiede i mass media, chi produce i film e i telefilm, chi gestisce le televisioni e i loro palinsesti, chi possiede i grandi quotidiani, detiene il potere di fabbricare e imporre l’opinione, di cambiare le parole e il loro significato, di esercitare tutta la persuasione retorica necessaria per influenzare la mentalità della gente. Gli irlandesi hanno perso la bussola, certamente, ma dopo avere subito per anni un vero e proprio lavaggio del cervello, non certo un dibattito razionale. Gli omosessualisti come gli immigrazionisti non vogliono dibattiti razionali, perché perderebbero. Gli omosessualisti come gli immigrazionisti vogliono far leva su emozioni, passioni, indignazioni, vittimizzazioni, veicolate dalla potenza dei media. E così vincono. In una società atomizzata come la nostra, in una società senza radici, chi gestisce i media vince.



La terza considerazione riguarda  l’atteggiamento della Chiesa Cattolica irlandese, che per bocca dello stesso primate di Dublino ha rifiutato di combattere la battaglia con tutte le armi a disposizione, e ha assunto un atteggiamento quasi pilatesco, permettendo a circa un quarto del clero di esprimere chiaramente il suo favore al matrimonio omosessuale, in spregio alla Bibbia, al catechismo, alla Tradizione e al diritto di natura. Il clero si secolarizza, tradisce, svolge il compito di quinta colonna e lo si lascia fare. Non sia mai che qualcuno ci accusi di “integralismo”! Dalle statistiche sembra che gran parte dei giovani che hanno votato sì al referendum venga da scuole cattoliche. Ebbene, come è possibile che le scuole cattoliche non abbiano insegnato a questi giovani la differenza tra il bene e il male? Che cosa si insegna in quelle scuole? L’umanitarismo? L’ecologismo? A essere vegetariani?
Naturalmente questi sono i frutti  di quel cambiamento radicale interno alla Chiesa iniziato – almeno dal punto di vista operativo – con il Concilio Vaticano II, i frutti cioè della “medicina della misericordia”, del rifiuto della Chiesa di svolgere il proprio compito di katèchon, della rinuncia a combattere il Male. È il rifiuto di Paolo e Agostino. È il rifiuto di essere katèchon, della distinzione delle due città agostiniane, di esercitare compiutamente il compito dell’auctoritas. Il Nemico non esiste più. E il Male avanza, travestito da bene, sotto mentite spoglie, ma avanza.
E ora la Chiesa di Roma che fa? È consapevole di questa sconfitta epocale? No, dice monsignor Galantino, fedelissimo: «Non credo alla categoria del “contro”. Un cristiano che si mette contro qualcuno o qualcosa già sbaglia passo». Notte del mondo, notte della Chiesa.

complicità della chiesa con l’ideologia dominante

«La libertà di educazione tradita dal buonisno cattolico»
di Riccardo Cascioli


«È l’ennesimo colpo del laicismo dominante, davanti a questo mortale attacco alla libertà di educazione sarà interessante vedere ora la reazione del mondo cattolico “buonista”, perché anche questo episodio va inquadrato in una situazione più generale di complicità di tanto mondo cattolico con l’ideologia dominante». Monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, non sembra affatto sorpreso dalla sentenza della Corte di Cassazione, che ha dato ragione al Comune di Livorno che pretende il pagamento dell’Ici (con arretrati) da due scuole cattoliche (clicca qui per il nostro commento, e qui per la reazione della CEI). 

«La Cassazione – dice mons. Negri – ha confermato orientamenti più volte emersi negli ultimi anni e ribaditi da diverse parti. Ma tutto ciò probabilmente non accadrebbe se tra i cattolici non fosse prevalsa in questi anni l’idea che la fede non deve disturbare. E c’è il rischio che anche davanti a questo attacco alla radice della libertà di educazione si cerchi una comoda via d’uscita».

Quale?Mi è suonato un campanello d’allarme in questi giorni quando ho visto l’invito a un importante incontro sulla scuola, che nel titolo dice “non importa se statale o paritaria, basta che sia migliore”. Sembra il prevalere del concetto di efficienza, una posizione che contraddice 50 anni di battaglie per la libertà di educazione, che si fondano invece sulla richiesta di un autentico pluralismo di posizioni culturali e quindi di plurime vie educative. Perché le posizioni culturali se non sono contrappuntate da vie educative, si irrigidiscono in ideologie e si perdono in emotivismo. L’efficienza è un salvagente meschino, speriamo che tutto il mondo cattolico serio rifiuti questa via di fuga verso il nulla. Ma questa è anche la conferma dell’aspetto profetico dell’ultimo insegnamento di don Giussani, che vent’anni fa non a caso denunciava il prevalere nel mondo cattolico di una “mediocrità cordiale”.

Che cosa vuol dire?Rivolgendosi agli studenti universitari, disse che “Il nostro nemico è una mediocrità cordiale che impera tra di noi nella misura in cui la nostra compagnia non diventa luogo della memoria di Colui per cui si vive”. Stava parlando a dei ragazzi che pure vivevano nell’ambiente, per una presenza di fede e non per la ricerca dell’egemonia come qualche volta si dice adesso. Erano educati a usare tutto – lezioni, esami, tutto quanto accadeva – per incrementare la consapevolezza della fede, tutto serviva alla maturazione della fede nella missione. Perché “La fede si irrobustisce donandola”, come scriveva Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris Missio. Una frase che questi ragazzi hanno sentito ritornare con insistenza negli interventi di don Giussani, che proprio per questo a loro indicava il vero nemico che si stava palesando.  

In che senso si tratta di un’affermazione profetica?Giussani aveva intuito con chiarezza cosa sarebbe successo nel giro di qualche anno. Si parlava allora di un mondo post-ideologico, de-ideologizzato, invece sarebbe stato presto dominato da una delle ideologie più pervasive: quella del consumismo, dei desideri - anche quelli meno nobili - concepiti come diritti, che avrebbe chiesto al diritto e alla tecno-scienza gli apporti per affermarsi con quella terribile forza che papa Francesco ha più volte richiamato con l’espressione tagliente “pensiero unico dominante”. Alla fine non ci sarebbe stato lo scontro sul piano delle ideologie, delle visioni globali, ma questo lento esaurimento della fede che avrebbe accettato di convivere con questa ideologia, accettando il posto che l’ideologia dominante tecno-scientista avrebbe assegnato. È ciò che è effettivamente accaduto.
A venti anni di distanza da quando queste parole furono pronunciate appare chiaro qual è il posto che l’ideologia dominante affida alla Chiesa, alla presenza cristiana, in attesa di vederla finire quasi per eutanasia. È lo spazio di un buonismo, è il trionfo dell’ideologia buonista.

Lei ritiene che i cattolici in questa società abbiano già alzato bandiera bianca.Io sono atterrito - e lo dico consapevolmente - tutte le volte che vengo a contatto con prese di posizione di esponenti cristiani. Interventi scontatissimi, le stesse cose, cambiano solo i nomi di quelli che intervengono.
Il cattolicesimo getta secchiate d’acqua buonista in una società che non accetta di essere interloquita sui fondamenti, perché i fondamenti sono solo quelli di questa terribile deriva di carattere individualistico-soggettivistico; ma è individualismo e soggettivismo massificato, fortemente condizionato da una mentalità dominante con nessuna obiezione.

In effetti il buonismo sembra oggi il tratto dominante in tanto mondo cattolico.Il buonista è per sua definizione un connivente, un complice, perché chiunque voglia dialogare con il mondo – e questo riguarda qualsiasi uomo di buona volontà - deve preoccuparsi anzitutto di impostare la questione sul piano della concezione, dei fondamenti della società. E invece questo è severamente bandito, non si deve parlare di queste cose, disturbano. 

A volte sembra che ci sia più paura di creare lacerazioni nella società che non la preoccupazione di affermare la verità.E questo è ancora peggio. “Non dobbiamo distruggere l’unità”, si sente dire. Si dà per scontata una unità previa, come se la società fosse un’unità. La società è un vasto impero in decomposizione tenuto insieme dal fatto che non si possa e non si debba discutere i fondamenti consumisti e tecno-scientisti. In cui non si deve neanche osare porre quelle che Giussani definiva “le grandi domande di senso”. E io, semplice cittadino, dovrei avere il problema di non urtare questa unità? Forse che Gesù Cristo ha avuto il problema di non urtare l’unità della società giudaica, che era obiettivamente in decomposizione, divisa tra le urla dello zelotismo che voleva distruggere il predominio romano e la connivenza delle caste sacerdotali che erano anche caste economiche?
“Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti”; Questa frase di Nostro Signore Gesù Cristo vorrei che fosse ogni tanto commentata insieme ad altre frasi che finora non sono state tolte dal vangelo, e che ribadiscono l’assoluta eccezionalità del mistero di Cristo. Che non è contro nessuno, è pienamente il mistero della presenza di Dio nel mondo e nella storia. Chi si oppone, si oppone a lui per le sue ragioni e non tocca a me giudicare le ragioni personali con cui uno obietta alla fede. Ma la fede non può avere la preoccupazione di non disturbare.

E invece oggi sembra proprio questa la preoccupazione maggiore…Il cattolicesimo è il più grosso fattore di complicità di questa situazione che ormai sembra irreversibile. Ho ritrovato una frase che costellava gli appunti di quando studiavo filosofia in Università Cattolica: “Dio perdona senz’altro, la storia non perdona”. Quando si farà la storia di questo drammatico, convulso e lacerato momento storico, allora sarà chiarissimo da quale parte è stato questo cattolicesimo buonista. Il buonismo è il rifiuto della fede, è l’abbandono della fede al potere mondano con la speranza di poter salvaguardare un po’ di spazio psicologico, affettivo, di quella religione fai da te che giustamente il papa emerito Benedetto XVI ha più volte denunciato.

domenica 26 luglio 2015

Non faccio sesso da 13 anni






“Non faccio sesso da 13 anni”

Certo che cosa avrà pensato la giornalista della CNN che in Spagnolo l’ha intervistato quando ha ricevuto questa risposta inaspettata:”non ho rapporti sessuali da 13 anni” Ma il fatto ancora più clamoroso è che ha fare questa dichiarazione è un attore un sex symbol , il bello e impossibile Eduardo Veràstegui.
Afferma il giornalista ma non le sembra una decisione estrema quella di non avere rapporti sessuali: “Sono una persona estremista, questo sì. È la mia personalità. Quando faccio qualcosa, mi piace andare fino in fondo. (…) Sono anche una persona che ama molto la disciplina, mi piace molto ciò che costa lavoro, amo le sfide”.
Io provengo da un ambiente dove regna l’inganno , la menzogna, l’egoismo e io sono stato sempre considerato un dongiovanni un acchiappa femmine, dove si scommetteva a chi avrebbe conquistato più donne, che venivano viste solo come prede e non venivano assolutamente rispettate.
All’età di 28 successe un episodio che cambiò per sempre la mia vita la mia professoressa d’inglese che era anche psicologa, vedendo il mio stile di vita disordinato e menefreghista mi ha chiesto quali fossero i progetti per il mio futuro se avessi desiderio di sposarmi di metter su famiglia di avere dei figli, naturalmente ho risposto di si ed allora mi ha chiesto se avessi avuto una figlia quali caratteristiche avrebbe dovuto avere l’eventuale marito è mi ha detto di elencare per scritto queste prerogative.
“Ho scritto una lista che si addiceva praticamente a “un santo”, e quando la professoressa mi ha chiesto se mi riconoscevo nella descrizione fatta dello sposo ideale per mia figlia io ho risposto niente affatto tutto il contrario di quello che sono io è allora: “Perché tu vuoi un uomo di questo tipo per tua figlia quando non sei quest’uomo per la figlia di qualcun altro?” queste le dure parole che la donna mi ha rivolto e che mi hanno toccato profondamente l’animo.
Da quel giorno ho deciso di cambiare registro “Allora ho promesso a Dio che avrei trattato ogni donna come mi piacerebbe che trattassero la mia futura figlia, mia madre o le mie tre sorelle”
Per me oggi il sesso è sacro e ho capito che è un dono di Dio, che non va  svilito, snaturato. Bisogna condividerlo solamente con chi ha le tue stesse convinzioni cioè con la donna più importante della tua vita, la tua sposa, la madre dei tuoi figli, certamente oggi so con certezza che:  “Sarò fedele a questa persona che ancora non conosco, la madre dei miei figli, alla quale voglio donare la mia vita, e farò una promessa di castità, una disciplina di astinenza, una disciplina di controllare le passioni”. E questo implica anche il non ricorrere alla masturbazione, ma il vivere in assoluta castità. Il bell’Edoardo dice che questa scelta non è impossibile da realizzare basta volerlo “Ho quarant’anni e mi sento meglio che mai” , e vivo serenamente questa mia condizione anche perchè:
“Necessità fisica è respirare perché se non respiri muori, mangiare perché se non mangi muori. Non ho mai sentito di qualcuno che sia morto per astinenza. Si ha un desiderio, un desiderio molto forte, che si può controllare. Non siamo animali (…) Le passioni sono positive, ma le passioni ordinate. Le passioni ordinate obbediscono alla ragione, e la ragione obbedisce a un potere superiore. Fondamentalmente è una disciplina per poter custodire ciò che è sacro e poterlo condividere un domani con la madre dei miei figli, e il giorno in cui la conoscerò, attraverso Dio, dirle ‘Ti sono stato fedele da tanti anni anche senza averti conosciuto’. E questo dà una struttura molto forte al mio futuro matrimonio. Mi sto preparando per lei, per essere un buon marito, per essere un buon padre, se questa è la mia vocazione”.
La mia filosofia attuale afferma Verástegui, “’Non c’è conquista più grande della conquista di se stesso’. Quando si conquista se stessi, tutto il resto è più facile”, quello che mi aiuta a superare le mie debolezze è la disciplina:
“È un lavoro da svolgere tutti i giorni. Io sono una persona molto debole, ed è per questo che ho una disciplina spirituale, perché se mi togli la mia disciplina spirituale, se mi togli Dio dal centro della vita collasso in due minuti, non ce la faccio. Vivo inoltre in un ambiente pieno di tentazioni (…), se non ho questa disciplina spirituale quotidiana, se non vado alla palestra dell’anima per condurre una vita virtuosa, non ce la faccio, è impossibile, impossibile”.