sabato 25 febbraio 2017

contro i taglialegna



Péguy contro i taglialegna che hanno reciso le radici dell'umanità

 

 

In questo scritto di inizio '900 il grande autore francese denuncia la «cenere intellettuale» sparsa ovunque e le demagogie sotto cui stanno scomparendo le nazioni ...


Una cenere intellettuale è caduta su tutto il mondo. Un atomo di cenere non è nulla e le prime cadute dei primi atomi di cenere furono gioiosamente accolte. Che bei cieli, dicevano, che bei cieli ci fanno queste ceneri che cominciano a cadere. 

(...) Non c'è nulla di così bello che dei cieli con la cenere. Finalmente abbiamo dei cieli con la cenere. Le prime cadute furono accolte gioiosamente. Cominciava a esser troppo tempo da che quel fastidioso, da che quell'imbecille di cielo era azzurro. E gli alberi. Si tratta soprattutto degli alberi. Diventava dannoso, tutto quel verde, sin dal tempo in cui quelle foglie di quegli alberi erano verdi. Come quelle ceneri su quei verdi andavano a dar delle tinte nuove, delle tinte plumbee, delle tinte livide, delle tinte morbose (dicevano ancora morbose, quegli imbecilli). Le prime cadute di cenere sulle foglie degli alberi furono accolte gioiosamente. Era davvero buffo. Diventava molto divertente. Oggi che tutto il mondo è ricoperto da quel drappo funebre, che tutti i testi scompaiono sepolti sotto tutti i commenti, che tutti i testi vivi sono sdraiati morti sotto la polvere muta e sotto la cenere del chiacchiericcio delle glosse, che tutti gli spiriti si irrigidiscono sotto le demografie, le società sotto le sociologie, che i monumenti cadono sotto le archeologie, che le inscrizioni si sgretolano sotto le epigrafie, che gli affreschi si scrostano, che le nazioni scompaiono sotto le demagogie, che le infanzie stesse tutte scompaiono sotto le pedagogie, che ogni vita scompare sotto il sudario della registrazione, che ogni invenzione è morta, che tutti gli istinti si vitrificano in intelletti, che tutte le razze (verticali) si stratificano in classi (orizzontali), che tutti i miti, caro signor Sorel, si sparpagliano in dialettiche, oggi che ogni razza, ogni linfa, ogni fonte è sepolta sotto questo trascinarsi mortuario, sotto il trascinarsi nevoso e spugnoso e sporco di tutta questa cenere l'umanità sprofondata forse infine si smuove; orgogliosa e trionfante apparentemente; sordamente scavata dal non fare eternalmente la figura della mummia; speciosamente baldanzosa, sordamente scavata da questa inquietudine si chiede da dove potrà mai far venire il ricorso, in attesa che ansiosa domandi e che forse gridi da dove potrà mai domandare soccorso.

Ignoranza moderna, provvisoriamente noncuranza, oblio, disconoscimento, amnesia dell'eterno. Indegno successore del grande mondo ellenico. Indegno successore del grande mondo cristiano. (Tra tanti mondi i due soli che abbiamo, provvisoriamente, serbato.) Ma indegno predecessore, di che mondo? (...)

Ciò che colpisce immediatamente ogni anima un po' seria: che un mondo nuovo, veramente degno di questo nome, e di questo nome di mondo e di questo nome di nuovo, che una filosofia nuova, veramente nuova, che un sistema nuovo di vita e di pensiero, di metafisica e d'azione, di morale e d'abbraccio, che un mito nuovo non può introdursi e funzionare, non può inserirsi nella storia del mondo, non può inscriversi nel lignaggio ulteriore eterno, non può inserirsi nel tessuto, vegetale, nell'arborescenza dell'umanità, che un'umanità nuova infine, veramente degna di questo nome di umanità e di questo nome di nuova, non può nascere, vivere e morire, anche nascere male, anche vivere male, anche morire male, non continuando scioccamente, goffamente e nei sentieri che sono ormai dei sentieri di sterilità l'umanità precedente, ma che essa non può nascere, vivere e morire, anche piccinamente, anche umanamente, se non operando, al di sotto di una o più delle sue umanità precedenti, chiaramente al di sotto dell'umanità che le è immediatamente precedente, un disoriginarsi più profondo nelle primordiali risorse della comune umanità.

Una sorta di dilaceramento nelle sue radici, nelle sue risorse più profonde; una sorta di disoriginamento delle fonti e delle risorse ancora insospettate.

L'umanità non procede affatto come credono precisamente questi moderni e c'è bisogno che questi moderni credano precisamente che l'umanità proceda così, voglio dire come credono in effetti che essa proceda, noi mostreremo che questa falsa credenza fa parte integrante, essenziale del loro sistema e della loro metafisica, l'umanità non procede affatto per prolungamenti, aggiunte, assemblaggi, sovraddizionamenti, cominciamenti superficiali e vermicolari, per segmenti messi pezzo a pezzo, penosamente congiunti, contrapposti, giustapposti. (...) L'umanità generalmente non procede affatto, in quest'ordine e in questo senso, per saldature, suture, piombature né per aggiustamenti. Non procede affatto per prolungamenti né ricollegamenti. (...) Più o meno arbitrari. Non si distende affatto come quei binari di strada ferrata, lineari, paralleli, che avanzano, che progrediscono omogenei. (...)

Naturale, procede naturalmente, secondo un metodo, secondo un ritmo naturale. Organica, procede organicamente, secondo un metodo, secondo un ritmo organico; fa specialmente delle crescenze che danno sensibilmente un ritmo vegetale, arborescente. Un'umanità ulteriore, veramente degna di questo nome, di farne, di esserne una di più, dopo tante altre, di figurare, quando è il suo turno, su questo grande calendario dei nomi delle umanità che hanno lasciato un nome, un'umanità ulteriore nominabile non viene alla luce dopo e su un'umanità anteriore se non fa appello a una linfa più profonda, se non fa appello a un ritorno alle origini più profondo nelle comuni fonti di linfa della perpetuamente arborescente umanità.

Traduzione di Marco Settimini

http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/p-guy-contro-i-taglialegna-che-hanno-reciso-radici-1367376.html

venerdì 24 febbraio 2017

Gesù non porge l’altra guancia

Gesù non ha porto l’altra guancia, e non dovresti farlo neanche tu.

È ora di parlare del dovere di "resistere al male"

 

Qual è il secondo passaggio più incompreso della Scrittura? (Il primo è: “Non giudicate, per non essere giudicati” in Matteo 7:1, citato dagli analfabeti (o indifferenti) scritturali come una sorta di pseudo-benedizione al relativismo morale). Direi che il secondo posto va a Matteo 5:39, “se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra“.

Non comprendere questo passaggio ha portato a pregare pubblicamente per i “nostri cosiddetti ‘nemici’”, come se Cristo e la Sua Chiesa non abbiano nemici, sia umani che spirituali. Non comprendere questo passaggio ha portato ad auspicare un pacifismo letteralmente inerte, che avrebbe lasciato perplesso papa Pio V (che ha convocato la Lega Santa per resistere all’invasione dell’Europa da parte dell’Impero Ottomano, nella battaglia di Lepanto).

Sollevo la questione non solo per proporre un enigma biblico sulla falsa riga di “Adamo ed Eva avevano l’ombelico?”. Sembrerebbe che Cristo richieda il completo disarmo di fronte al male morale, spirituale e fisico. Abbiamo dunque il diritto di chiederci: “Come potrebbe essere vera una cosa del genere?”

Come potrebbe essere giusto “porgere l’altra guancia” con passiva indifferenza, quando il sacrilego è scambiato per sacro? Quando la verità lascia il posto alla menzogna? Quando la perversione è scambiata per purezza? Quando l’abominio è scambiato per bellezza? Quando l’intrattenimento è scambiato per adorazione? Quando al posto della sacra tradizione vengono introdotte innovazioni? Quando invece della carità del cuore viene imposta la mano pesante dello Stato?

Siamo chiamati all’indifferenza passiva quando la civiltà occidentale, la culla della nostra fede e della ragione, è sotto attacco da nemici secolari, settari e spirituali? Siamo chiamati alla muta arrendevolezza quando viene aggredito l’onore della Sposa di Cristo, la Chiesa?

San Tommaso d’Aquino ci ammonisce contro una lettura così miope e poco accorta: “La Sacra Scrittura dovrebbe essere intesa in base alla comprensione di Cristo e degli altri santi”.

Riguardo al “porgere l’altra guancia”, San Tommaso cita Giovanni 18:23, quando Gesù rimprovera la guardia che lo ha colpito. Ci ricorda anche delle percosse di Paolo, in Atti 16:22. “Cristo non ha porto l’altra guancia qui; e neanche Paolo l’ha fatto. Di conseguenza, non dobbiamo pensare che Cristo ci abbia comandato di porgere fisicamente la guancia a chi ci ha percosso sull’altra”. Quando fu percosso, in Atti 23:3, Paolo non è rimasto in silenzio, ma ha avvertito il suo aggressore del giudizio e della punizione divina.


Come dovremmo intendere il “porgere l’altra guancia” seguendo l’esempio di Gesù e dei santi? Sicuramente non come indifferenza passiva al male, o come finta inerzia, quando sono in grave pericolo i tesori della fede e della ragione.
Aquino ci indica la strada: “Interpretare letteralmente il precetto del Discorso della Montagna significa fraintenderlo. Questo precetto esorta piuttosto ad essere pronti a sopportare, se è necessario, cose simili o peggiori senza amarezza nei confronti dell’aggressore”. Nostro Signore ci sta insegnando, a parole e con l’esempio, di non crollare di fronte al male, ma piuttosto di resistere ad esso resistendo anche alla tentazione di odiare chi lo compie.

Sì, come disse Gesù, dobbiamo amare i nostri nemici e pregare per i nostri persecutori. È un compito che non dobbiamo mancare. Ma questo obbligo non ci impedisce di proteggere i più deboli, di resistere al male o di difendere ciò che Cristo ha affidato alla Chiesa da Lui fondata.

La settimana prossima inizierà il tempo santo della Quaresima. Un tempo santo che è per noi come una sorta di “campo di addestramento” che ci ricorda, ogni anno, che esiste una battaglia per le nostre anime e per l’intera creazione. Satana e i suoi servi odiano l’opera di Dio, e vorrebbero distruggere sulla Terra ciò che è stato creato per il Cielo. Nei nostri cuori e nelle nostre menti infuria una guerra che avrà conseguenze nell’Eternità. Il nostro amore per Dio rischia sempre di raffreddarsi, così come la nostra passione per il mondo rischia sempre di infiammarsi. E tutto intorno a noi – nella cultura popolare, nell’arroganza dello Stato, nelle (consapevoli e inconsapevoli) pedine – c’è il desiderio di sedurci o di ridurci al silenzio, e, infine, di consumarci.

La Quaresima è un tempo per scoprire se qualcosa, che non è Dio, ha potere su di noi. È un tempo per vedere con chiarezza chi siede sul trono del nostro cuore. È un tempo per verificare se abbiamo l’umiltà, la docilità e la voglia necessaria per “entrare per la porta stretta” (Matteo 7:13), che è l’unica via per il cielo.

Miei cari, è ora di svegliarci e renderci conto che siamo in una guerra, e per il momento le cose non sembrano porsi per il verso giusto. Ricordiamoci che San Bernardo predicava che “Dio castiga il bene quando non si lotta contro il male”. Nella Sua misericordia, il Signore ci dà la Quaresima per addestrarci in vista della battaglia, che dobbiamo combattere fino al nostro ultimo respiro.

[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]

padre Robert McTeigue, SJ


circa il vaticanese

Quando la forma è sostanza



Fece un certo scalpore, nel novembre scorso, la dichiarazione rilasciata dal Presidente della Commissione per la famiglia della Conferenza episcopale polacca, Mons. Jan Wątroba, a proposito dei dubia dei quattro Cardinali circa l’esortazione apostolica Amoris laetitia. In quell’occasione il Vescovo di Rzeszów ebbe a dire: «Io personalmente — forse per abitudine, ma anche con profonda convinzione — preferisco un’interpretazione come era solito fare Giovanni Paolo II, dove non c’era bisogno di commenti o interpretazioni del magistero di Pietro» (qui).


Quello che disse Mons. Wątroba è senz’altro vero: al tempo di Papa Wojtyla non c’era bisogno di tante interpretazioni; i suoi interventi erano generalmente chiari. Anche se non deve meravigliare che talvolta possa rendersi necessaria qualche precisazione. Per esempio, dopo la pubblicazione della lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (22 maggio 1994), per quanto il suo contenuto fosse piú che chiaro, ci fu tuttavia bisogno di un ulteriore intervento della Congregazione per la dottrina della fede (CDF) che definisse il carattere infallibile dell’insegnamento in essa contenuto (Risposta a un dubium del 28 ottobre 1995). La CDF esiste anche per questo: per chiarire, quando ce ne fosse bisogno, eventuali dubbi in campo dottrinale e morale.

La dottrina della Chiesa a proposito del matrimonio è sempre stata piuttosto chiara ed era stata ribadita, appunto durante il pontificato di Giovanni Paolo II, nel Sinodo del 1980 e nella successiva esortazione apostolica Familiaris consortio del 22 novembre 1981. Per questo motivo non ho mai capito quale bisogno ci fosse di tornare sulla questione dopo solo pochi anni, attraverso una inusuale e macchinosa procedura (un concistoro, due sinodi e un’esortazione apostolica), oltretutto costellata di non poche anomalie durante il suo lungo percorso. Con quale risultato? Che quanto era prima chiaro ora è diventato confuso.

OK, non drammatizziamo. Sono cose che possono succedere. C’è sempre la possibilità di rimediare: basta cercare di individuare i punti controversi e chiarirli attraverso una interpretazione autentica. Non dimentichiamo che si tratta di un procedimento indispensabile, se si vuole che Amoris laetitia abbia carattere vincolante: da che mondo è mondo, lex dubia non obligat.

Ebbene, poco dopo la pubblicazione di Amoris laetitia, Papa Francesco propose a piú riprese come migliore interprete di essa il Card. Christoph Schönborn, Arcivescovo di Vienna, il quale era stato chiamato a presentare l’esortazione apostolica in Vaticano l’8 aprile 2016 (qui).

A settembre i Vescovi della Regione pastorale di Buenos Aires (si badi bene, non si tratta della Conferenza episcopale argentina, ma di una conferenza episcopale regionale) emanarono alcuni “Criteri di base per l’applicazione del capitolo 8 di Amoris laetitia”, e il Papa scrisse loro che «il testo è molto buono e spiega esaurientemente il senso del capitolo VIII di Amoris laetitia. Non ci sono altre interpretazioni» (qui).

Nei giorni scorsi il Card. Francesco Coccopalmerio, Presidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi (PCTL), ha pubblicato il libretto Il Capitolo ottavo della esortazione apostolica post sinodale “Amoris laetitia”, che viene presentato da alcuni come la risposta ai dubbi sollevati dal documento (qui).

Allora siamo a posto? Tutto chiaro, finalmente? No, perché si tratta di interventi, ancorché autorevoli (due influenti Cardinali e il Papa stesso!), del tutto irrilevanti, per vizio di competenza o di forma. Il Card. Schönborn, per quanto possa godere della stima del Pontefice e sia stato chiamato a presentare l’esortazione apostolica, non ha alcun titolo per esserne l’interprete autentico. Il Card. Coccopalmerio non è intervenuto nella veste di Presidente del PCTL e, anche se lo avesse fatto, non sarebbe stato suo compito interpretare autorevolmente un testo che ha carattere dottrinale/pastorale e non giuridico (il PCTL si è già pronunciato in maniera ufficiale sul problema della comunione ai divorziati risposati con la dichiarazione del 24 giugno 2000, e in quell’occasione lo ha fatto in maniera autentica, trattandosi dell’interpretazione del can. 915). Almeno il Papa — si dirà — avrà titolo a interpretare i testi scritti da lui stesso! Non c’è dubbio, purché lo faccia nel modo dovuto. Non è sufficiente far trapelare indirettamente il proprio pensiero. Se è vero che uno dei criteri di interpretazione della legge è la mens del legislatore, è altrettanto vero che questa non si identifica con le sue personali vedute. Il Papa — in quanto tale e non come “dottore privato” — deve esprimere in modo chiaro la sua reale intenzione; e ha tutti gli strumenti giuridici per farlo.

Viviamo in un’epoca in cui si è portati a dare scarso valore alla “forma”: basta pronunciare questa parola per essere immediatamente tacciati di formalismo. Ma ci si dimentica che spesso la forma è sostanza: il mancato rispetto di essa può rendere invalido un atto. Basti pensare alla Corte di cassazione che annulla le sentenze senza entrare nel merito, ma semplicemente rilevando vizi procedurali. Anche in ambito sacramentale il rispetto della forma è ad validitatem: si pensi alle ordinazioni anglicane, dichiarate nulle per defectus formae, oppure al matrimonio, valido solo se contratto secondo la forma canonica (can. 1108). La stessa infallibilità pontificia sussiste solo a determinate condizioni formali.


Ebbene, tutti gli interventi su riportati sono viziati o per incompetenza o per difetto di forma. L’unico organo competente in materia (oltre il Papa, naturalmente) è la CDF, la quale però finora non si è pronunciata (le interviste recentemente rilasciate dal Card. Müller esprimono solo un punto di vista personale, e pertanto sono anch’esse irrilevanti). Le interviste, le conferenze stampa, gli articoli, i libri, le lettere private non sono atti di magistero; hanno lo stesso valore che può avere il post che state leggendo. Sarebbe ora che l’esercizio dell’autorità nella Chiesa tornasse a essere rispettoso anche della “forma”, se si vuole che essa — l’autorità — sia presa sul serio e si crei intorno ad essa quel clima di consenso e di collaborazione da tutti auspicato. A nulla vale lamentarsi che «anche gli stessi marinai chiamati a remare nella barca di Pietro possono remare in senso contrario» (Alla Comunità de La Civiltà Cattolica, 9 febbraio 2017), se poi non si rispettano le regole. Non è una questione di vano formalismo; si tratta di semplice rispetto verso coloro dai quali ci si attende, giustamente, collaborazione e obbedienza.
Q

silenzio: parla il papa

Dato per letto



Venerdí scorso Papa Francesco si è recato all’Università Roma Tre, dove si è incontrato con gli studenti. A proposito della visita, il bollettino della Sala stampa della Santa Sede riportava la seguente informazione:
«Nel corso dell’incontro sul Piazzale antistante l’Università, introdotto dall’indirizzo di omaggio del Magnifico Rettore, Papa Francesco ha risposto a braccio alle domande poste da quattro studenti, dando per letto il testo preparato in precedenza e consegnato ai presenti».
Le domande degli studenti, ovviamente, erano state preparate in anticipo e il discorso che il Santo Padre avrebbe dovuto pronunciare conteneva appunto le risposte a quelle domande. Ciò nonostante, Papa Bergoglio ha preferito rispondere a braccio. Non è la prima volta che questo accade, né nell’attuale né in precedenti pontificati. Giovanni Paolo II, per esempio, specialmente negli ultimi anni, quando non era piú in grado di parlare fluentemente, era solito consegnare in una busta il discorso che era stato preparato. L’attuale Pontefice poi pare che avesse già adottato questo sistema nelle visite ad limina. Ha suscitato un certo clamore il discorso — non letto, ma solo consegnato — rivolto ai Vescovi tedeschi, del quale Papa Francesco si sarebbe successivamente scusato dicendo: «Non l’ho scritto io, non l’avevo letto, non tenetene conto» (vedi qui).


Sembrerebbe di trovarsi, anche in questo caso, di fronte a una nuova prassi pastorale: al Papa non piace pronunciare discorsi “prefabbricati”, siano essi scritti da lui o preparati da altri; preferisce parlare a braccio, lasciandosi guidare dall’ispirazione del momento; preferisce il colloquio diretto con le persone. Il discorso scritto dà l’impressione di ostacolare il rapporto immediato con la gente; parlare a braccio rende tutto piú naturale e spontaneo.

Personalmente, avrei qualche perplessità in proposito. Non è vero che il parlare a braccio è sempre sinonimo di autenticità e spontaneità. Venerdí scorso, per esempio, le domande degli studenti erano state precedentemente preparate (e la cosa mi pare piú che comprensibile) e il Papa si era preparato a rispondere. Il discorso scritto non era altro che una risposta a quelle domande. Non so chi lo avesse preparato, ma certamente, se non era stato il Papa, lui stesso aveva per lo meno dato alcune indicazioni per la stesura e, in ogni caso, gli eventuali ghost writers avevano tenuto conto del suo pensiero e del suo stile (basti richiamare qui una sola frase: «Parlando cosí non vi propongo illusioni o teorie filosofiche o ideologiche, neppure voglio fare proselitismo»). Per cui leggere quel discorso non sarebbe stato in alcun modo un “falso”; come, al contrario, anche il parlare a braccio talvolta potrebbe dare l’impressione di una “messinscena”. Personalmente, sono convinto che anche leggendo un discorso scritto si possono raggiungere i cuori degli ascoltatori, a condizione che quel discorso, affidato allo scritto, sgorghi a sua volta ex abundantia cordis dell’autore. Benedetto XVI in genere leggeva le sue omelie e i suoi discorsi (per lo piú scritti personalmente); non si può certo dire che il messaggio non arrivasse a destinazione. Io ancora ricordo, dopo quaranta anni, alcune catechesi di Paolo VI, che mi sono rimaste impresse per sempre nel cuore.

Soprattutto nel caso di un Pontefice, non credo che sia consigliabile abbandonarsi ordinariamente all’improvvisazione, per quanto preceduta dalla dovuta preparazione. A parte il fatto che, scrivendo, si controlla meglio anche la durata dell’intervento, un testo scritto dà una maggiore garanzia di completezza e di correttezza, formale e di contenuto. Aldo Maria Valli ha fatto notare che nel discorso scritto era prevista una bella testimonianza di fede, scomparsa nell’intervento a braccio. Annota Valli:
«Sarebbe folle pensare che il Papa si sia autocensurato. Sicuramente, scegliendo di mettere da parte il discorso preparato a tavolino, ha semplicemente voluto farsi piú vicino ai giovani e dimostrare meglio, con maggiore intensità emotiva, la sua partecipazione ai loro problemi, alle loro preoccupazioni. D’altra parte sono convinto che docenti e studenti di Roma Tre lo avrebbero applaudito anche nel caso in cui Francesco avesse fatto riferimento all’esperienza religiosa».
Sta di fatto che è venuto fuori un discorso senza alcun riferimento religioso. Prosegue Valli:
«Francesco in effetti, piú che da papa, piú che da vescovo, piú che da religioso, ha scelto di parlare da sociologo e da economista. Ha affrontato le questioni legate alla disoccupazione giovanile, alle migrazioni, alla globalizzazione. Ha chiesto, anche con accenti accorati, di cercare l’unità salvaguardando le differenze e non l’uniformità. Questioni importanti, sia chiaro. Ma colpisce il fatto che mai una volta ha nominato Dio o la fede».
Mi chiedo: ma è questo che ci si attende da un Papa?

Mi sia permesso di aggiungere un paio di osservazioni. Qualcuno potrebbe obiettare: il discorso scritto non è stato cestinato, non è scomparso nel nulla; è stato “consegnato ai presenti”. Io direi piú correttamente: è stato “messo agli atti”, a disposizione di un eventuale studente che un giorno voglia fare una tesi sul rapporto fra Papa Bergoglio e i giovani. Non è la stessa cosa “consegnare” un discorso e pronunciarlo. Un discorso consegnato rimane una serie di parole; un discorso pronunciato diventa un “evento”, con conseguenze che il discorso messo agli atti non può avere. Faccio un esempio, per farmi comprendere: in questi giorni tutti hanno rievocato l’amara vicenda della mancata visita di Benedetto XVI all’Università “La Sapienza” nel 2008; anche in quell’occasione Papa Ratzinger aveva preparato un discorso, che, dopo l’annullamento della visita, fu consegnato e fu addirittura letto durante la cerimonia dell’inaugurazione dell’anno accademico. Ebbene, di quel discorso che cosa è rimasto? Praticamente nulla. Ciò che è rimasto è solo l’amarezza per una vicenda da molti giustamente considerata vergognosa. Molto spesso ciò che rimane, piú che le parole, sono i fatti o, se vogliamo, la percezione dei fatti. Che cosa rimarrà della visita di Papa Francesco all’Università Roma Tre? Spero di sbagliarmi, ma non credo di allontanarmi troppo dal vero dicendo che in futuro si ricorderà che il Papa nel 2017, a Roma Tre, ha incontrato gli studenti per parlar loro di disoccupazione e immigrazione.

Un’altra obiezione che si potrebbe fare è la seguente: non facciamola lunga; il mancato riferimento a Cristo lo si può spiegare tranquillamente come una dimenticanza, assolutamente possibile quando si parla a braccio. Verissimo. Ma questa osservazione di buon senso non è sufficiente a fugare una sensazione che frulla nella mia mente e forse anche in quella di altri. Si ha l’impressione che il dare per letto quel discorso non sia altro che un episodio del piú generale atteggiamento di svalutazione di tutto ciò che è dottrinale, a favore della prassi pastorale. La dottrina, si ripete continuamente, non viene modificata; ma non vi si insiste piú di tanto; viene data per scontata ed è perciò messa da parte, oltre tutto perché fonte di possibili contrasti (“la dottrina è divisiva”), preferendo insistere su ciò che unisce e cercare forme di collaborazione che vadano al di là delle differenze che ci separano. Anche il Catechismo della Chiesa cattolica ormai non viene piú citato; è “dato per letto”; non c’è bisogno di tornarci su. Ben altri sono i problemi da affrontare.

Nell’intervista rilasciata alla Civiltà Cattolica poco dopo la sua elezione (n. 3918 del 19 settembre 2013), Papa Francesco ebbe a dire:
«Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne continuamente» (pp. 463-464).
Viene qui enunciato un principio — «Il parere della Chiesa lo si conosce; non è necessario parlarne continuamente» — in sé discutibile (perché ci sono alcuni valori, oggi generalmente rifiutati, di cui non si parlerà mai abbastanza), ma che si potrebbe anche accettare, a patto che fosse sempre coerentemente applicato. E invece sembra che ci siano alcuni valori (come i “principi non-negoziabili”), che sono dati per scontati e quindi non bisognosi di alcuna insistenza; mentre ci sono altri valori (come, p. es., l’accoglienza dei migranti) sui quali si torna in continuazione. Perché in quest’ultimo caso non si applica lo stesso criterio?

Nella medesima intervista, Papa Bergoglio continuava:
«Gli insegnamenti tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale» (p. 464).
Anche in questo caso, a parte forse il linguaggio, ci si può trovare d’accordo sul fatto che esista una gerarchia delle verità della fede e delle norme morali e che ci sia bisogno, soprattutto oggi, di concentrarsi sull’essenziale. Si presume che l’essenziale, nel cristianesimo, sia la persona di Gesú Cristo. Ma se poi, per cercare di andare d’accordo con tutti, si finisce, piú o meno consapevolmente (non sta a noi giudicare), per mettere anche lui fra parentesi — magari “dando per letto” perfino il vangelo! — che cosa rimane? Quale sarebbe l’essenziale su cui concentrarsi?

Se c’è qualcuno che è “divisivo”, questi è proprio Gesú Cristo:
«Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera» (Lc 12:51-53).
Sinceramente, io non mi preoccuperei tanto delle divisioni provocate da Cristo, il quale fin dal momento dell’incarnazione è stato — e sempre sarà — «segno di contraddizione … affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2:34-35). Personalmente, sarei piú preoccupato per le divisioni che si possono creare nella comunità ecclesiale quando la sapienza del mondo prende il posto della stoltezza della predicazione. Ce lo ricordava proprio ieri San Paolo:
«Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi» (1Cor 3:16-17).
Q

Ferrandina: bar, bar, bar ...

Discesa dell’Italiano verso la lampreda.
E sua possibile risalita.

   

Il lettore Giuseppe D.

Volevo fare una domanda molto banale  a Blondet: potrebbe qualche volta occuparsi del fatto che l’Italia l’Europa e il mondo intero ormai sia solo  pieno di cuochi chef e ristoratori? di come le città italiane, dalle più importanti al più piccolo paese siano sommerse di trattorie agriturismi pizzerie bar caffè e ristoranti? del fatto che l’unico modo di esprimere un pensiero si risolva nello scrivere qualche frase su tripadvisor dopo essere stati a pranzo o a cena da qualche parte? che i programmi televisivi siano tutti esclusivamente dedicati alla cucina al cibo al mangiare? che ai cuochi si dia ormai anche la laurea?”.

Lei, caro Giuseppe, ha il merito di aver notato un fenomeno antropologico curioso e interessante: una parte notevole della popolazione italiana, senza aver del tutto abbandonato la fase sadico-anale (tra i 18 e i 36 mesi, quando l’infante prova piacere al rilascio dello sfintere posteriore e alla sua sporcizia), sta regredendo alla fase orale, tipica del neonato, interessato solo alla  soddisfazione boccale prodotta dalla poppata. Al disotto di questa regressione si entra nel regno animale, e precisamente dei ciclostomi, quegli organismi molto semplici  costituiti  appunto da due sfinteri uniti da un tubo digerente. E già possiamo notare che un numero non trascurabile di italiani è felicemente sceso a questo livello, come dimostra il fatto che esprime le sue rabbie e voglie elementari e sparge le sue deiezioni nell’ambiente (vedi i commenti che spruzza sul web) e  sceglie  il personale politico – poiché purtroppo ha diritto di voto – votando come si dice “con la pancia” e imponendo il suo volere imperiosamente ignorante che richiede soddisfazione immediata.

 
Nel buddhismo, questo tipo umano rinasce come “Preta”.
A questa sottospecie  antropologica è impossibile proporre programmi di miglioramento collettivo che superino l’immediato soddisfacimento del loro egoismo  biologico, progetti complessi che comportino qualche sacrificio dell’oggi per un bene comune domani, ossia il vero senso della parola Politica. Siamo ad un livello –  quello delle lamprede, forse anche delle oloturie, dette popolarmente “cazzi di mare” –  che sta infinitamente al disotto della cultura, in cui possano essere proposti i temi della durata e della decadenza delle civiltà; naturalmente  estraneo ad ogni ordine morale, come sperimento io stesso quando mi attento a scrivere di temi riguardanti la religione e la Chiesa: allora raccolgo “reazioni” e “commenti” consistenti in strida e cachinni, insulti e osservazioni tipo “viva la f..ka”, che riconoscibilmente giungono da quel livello zoologico-vegetativo.

Una società che si è data al “facile”

Ciclostomi italioti
Quindi non è a loro, ma a lei, caro lettore, mi rivolgo con qualche ipotesi sul dilagare di programmi di cucina e  di cuochi nelle tv. Secondo me, è l’indice di un popolo che, a nulla più sentendosi obbligato, ha scelto il “facile”. Pochi studiano fisica, chimica, aeronautica, elettronica, storia ellenica, e sono in grado di parlarne con competenza, o anche solo di interessarsene. Tutti invece possono parlare di calcio o di cucina; tutti gli italiani si piccano di essere un  po’ cuochi, non c’è  nessuno fra noi che non sappia impapocchiare una  spaghettata all’arrabbiata  –  il piatto su cui si fonda la nostra “identità” come popolo.  Ovviamente  ciò vale  ancor più per i giornalisti, specie televisivi: troppo ignoranti per confezionare, o anche solo concepire, un programma sulle meraviglie dell’astronomia o sul cardinal Alberoni, sono perfettamente in grado di andare al ristorante e dare giudizi sulle pietanze del cuoco. Con grande competenza.

Inutile che spieghi a lei, intelligente lettore,dove ci ha portato questa scelta collettiva del “facile”. Questo è un paese che – dai tempi del protezionismo autarchico – aveva  sviluppato una produzione aeronautica nazionale; aveva la più grande galleria del vento d’Europa, dove venivano i tedeschi a provare l’aerodinamica dei loro apparecchi; produceva navi all’altezza dei tempi, aveva  industrie farmaceutiche che scoprivano nuovi antibiotici, ed elettroniche. Prendeva Nobel per la Chimica, laddove oggi ne ha preso per la Comica (il non compianto Dario Fo); un paese che studiava, si sforzava e lottava per essere all’altezza del mondo moderno.

Adesso ha perso tutto. Si sta facendo depredare da da quel che resta delle sue produzioni avanzate, per un boccon di pane, da “investitori esteri” che prendono il denaro a prestito a tasso zero, e a che scopo? Per pagare gli interessi sui debiti che noi, i nostri politici ciclostomi e i nostri elettorati-oloturie, collettivamente abbiamo fatto- ficcandoci senza un minimo di preveggenza nel più orrendo vicolo  cieco della nostra storia, che si chiama euro ed “Unione Europea”.

Beninteso, esiste sempre una minoranza che studia e si sforza; ci affrettiamo a mandarla via, all’estero, non vogliamo gente che rompa i k… con le sue esigenze e la ricerca, come disse quel ministro: qui non c’è posto per loro. In compenso, spuntano come funghi le trattorie. Abbiamo i “giacimenti culturali”, che lasciamo andare in rovina e su cui speriamo di guadagnarci – come  nipoti che fanno pagare il biglietto per mostrare il cadavere mummificato del nonno.

Il punto è l’accolta umana chiamata impropriamente “italiani” non sa, non può darsi da sé uno scopo superiore. Forse nessun popolo può. Spontaneamente, forse, ogni popolo- essendo fatto di uomini-massa, ossia di gente che  la quale “vivere è essere quello che già si è” – è in grado di porsi il “difficile”. Di per sé, scende verso la soddisfazione immediata, i guadagni immediati, gli egoismi pullulanti, i familismi amorali. Bisogna che qualcosa gli imponga un compito.
Questa cosa è sempre stata, in Europa, lo Stato.

Rimettere sul cardine

Sento già i ciclostomi che strillano: “ecco, lo statalista!”, “Lo Stato, spesa pubblica, orrore! Corruzione!” “Solo il mercato libero deve guidare la vita collettiva!”. Perché molti hanno nella “pancia” il liberismo  che hanno appreso dall’estero. Ora, hanno pure ragione: perché credono che lo Stato sia quello che li domina oggi, quello che mantiene clientele parassitarie e corrotte fino al midollo,  e non  ha alcuno scopo, se non quello di divorare e andare al ristorante.  

Ovviamente, non sto difendendo questo Stato. Anzi, so che nessuno Stato può tornare ad esistere, se prima non se ne ripuliscano i locali di tutte queste lamprede che li occupano e altri infestanti, magari col lanciafiamme.

Mi riferisco al “comando”. Quello di cui tutti i cittadini capivano la necessità dai tempi in cui si era comandati, oppure si finiva sotto il dominio straniero, i maschi uccisi, con le donne e i figli venduti come schiavi al mercato. Lo Stato nacque da questa realtà tragica della vita collettiva.

La quale esiste ancor oggi, non crediate. Anche oggi infatti siamo dominati, e metaforicamente figli e donne sono schiavi stuprati – tant’è vero che, come gli schiavi nell’antica Roma, noi italiani, noi europei abbiamo smesso di fare figli. La differenza è che il “popolo” ci si trova bene in questa schiavitù, la chiama “consumismo”, “edonismo permissivo” e liberazione dai tabù.

La gente ha scelto di vivere in questa sorta di vacanza dalla storia e dagli impegni  della civiltà.  Però  – cito inevitabilmente il nostro Ortega y Gasset – “la festa dura poco. Senza impegni che ci obblighino a vivere in un certo modo, la vita  rimane esposta alla pura provvisorietà. Una vita senza impegni è più negativa della morte: perché vivere significa avere da fare qualcosa di preciso, equivale a compiere un incarico, – e nella misura in cui eludiamo di sottomettere a  un compito la nostra esistenza, vanifichiamo la nostra vita”. Vedete la gioventù liberata: “nel sentirsi libera, esente da impegni, si sente vuota”, si annoia orribilmente, e si sfinisce di droga e masturbazione…

Ma solo uno Stato può aprirle i laboratori di ricerca, cacciarla (con la frusta se necessario) agli studi superiori o indurirla nelle esercitazioni militari (eh sì), formarne il carattere, insomma spingerla al “difficile” e dissuaderla dal “facile” anche lo la forza, come essa stessa richiede senza saperlo.

“Comandare vuol dire assegnare un compito alle persone, metterle sulla via del loro destino, sul loro cardine; impedire la loro dissipazione, che diventa carenza, vita vana, desolazione”: ecco lo Stato a cui penso, i governi di cui abbiamo bisogno.

Già sento gli strilli dei regrediti tra la fase anale e quella orale, dei ciclostomi e delle oloturie: fascista! Militarista! Ma noi qui ci siamo proposti di non dare alcuna importanza a queste entità elementari che reagiscono “di pancia”, perché abbiamo scelto di parlare ad un livello per loro inaccessibile: come si mantiene, e migliora se possibile, una civiltà così palesemente degradata? Una umanità ormai accomodata al suo gradino zoologico? Dove trovare politici tanto ambiziosi da voler “mettere sul cardine” dei loro destini i loro concittadini?

Lo Stato stesso – inteso come “comando che assegna un compito alle persone” – non esiste per sé, spontaneamente, senza degradare in dispotismo e arbitrio. Lo Stato deve riconoscere di essere “derivato”  – di essere appeso ad un chiodo più alto dello Stato stesso. Di dipendere da una istanza  che gli dà gli elementi spirituali senza i quali la civiltà non si mantiene.

Non oserei nemmeno evocare qui questa realtà – conosco troppo bene la diavoleidi di urla, stridi, graffi e insulti  che  la sua menzione suscita tra gli italiani zoologici  dal loro sottomondo verminoso – se non me ne desse coraggio un articolo apparso su Le Scienze, che riferisce di una interessante indagine sociologica.
Oso riportarne il titolo:

Il ruolo della punizione divina nella crescita delle società umane

Sommario:
“Un nuovo studio sperimentale su popoli di fedi religiose diverse ha mostrato che chi crede in un Dio presente nelle vicende umane, moralista e punitivo, è più propenso alla generosità verso chi appartiene alla sua stessa fede, ma soprattutto per paura di una punizione divina. Il risultato supporta l’ipotesi che queste credenze siano state una potente spinta alla cooperazione e all’espansione delle società umane”.

Testo:
La fede in dèi  moralisti e punitivi potrebbe aver facilitato l’espansione delle società umane. Lo rivela un nuovo studio pubblicato su “Nature” da Benjamin Grant Purzycki, dell’Università della British Columbia a Vancouver, in Canada, e colleghi di una collaborazione internazionale.
La cooperazione tra individui e la nascita di società umane molto complesse fin dalle origini dell’agricoltura sono argomenti molto dibattuti tra antropologi e psicologi evoluzionisti.

“Già antropologi come Emile Durkheim e Bronislav Malinkowski hanno sostenuto che la credenza nel soprannaturale rappresenti una spinta potente alla formazione di società di soggetti che cooperano materialmente.  (…)   il legame tra religione e cooperazione dovrebbe essere spiegato in termini di un migliore adattamento all’ambiente e alla sopravvivenza del gruppo di cui si fa parte.
“Per dare un sostegno sperimentale alla questione, Purzycki e colleghi hanno intervistato 591 persone di otto diverse comunità di varie regioni del mondo, tra cui Brasile, Mauritius, Repubblica di Tyva, in Siberia, Tanzania e isole del Pacifico meridionale, che appartenevano a religioni diverse, tra cui cristianesimo, induismo e buddismo, e che osservavano  tradizioni locali diverse, tra cui l’animismo e il culto dei morti.

“I soggetti sono stati coinvolti in una serie di giochi economici per valutare la loro propensione ad aiutare il prossimo in relazione alle credenze religiose. L’analisi ha rivelato che quanto più i volontari credevano in un Dio partecipe delle vicende umane, moralistico e punitivo, tanto più destinavano risorse a estranei della loro stessa fede religiosa.

Dai test è emerso anche un dato particolarmente interessante: a determinare l’altruismo sembra essere la paura di una punizione soprannaturale più che la fede in una ricompensa.

“Lo studio rappresenta la prova più evidente ottenuta finora che la fede nella punizione da parte di un’entità soprannaturale sia stata funzionale allo sviluppo della cooperazione nelle società umane, come sottolinea Dominic Johnson, dell’Università di Oxford”.
Gli esimi scienziati hanno scoperto una novità assoluta, rivoluzionaria, inaudita per secoli:  il timor di Dio.


Dio punitivo (lo dice Le Scienze, non io)
http://www.lescienze.it/news/2016/02/11/news/fede_dio_punitivo_cooperazione_sociale-2966985/?ref=nl-Le-Scienze_12-02-2016


Che il timor di Dio è una potente molla della civiltà.  E senza il timor di Dio, l’uomo regredisce verso il ciclostoma.

giovedì 23 febbraio 2017

x 1 messa ideologica

Traduzioni e ideologia



Mi ero ripromesso di tornare sulla notizia della costituzione, presso la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti (CCDDS), di una commissione incaricata di rivedere Liturgiam authenticam, e cioè la “quinta istruzione per la retta applicazione della Costituzione sulla sacra liturgia del Concilio Vaticano II sull’uso delle lingue volgari nella pubblicazione dei libri della liturgia romana” del 28 marzo 2001 (qui il testo originale latino; qui la traduzione inglese; qui il comunicato stampa in italiano). Ne aveva parlato per primo Sandro Magister sul blog Settimo Cielo, in un post dell’11 gennaio; successivamente, il 26 gennaio, la notizia era stata confermata da Gerard O’Connel sulla rivista dei gesuiti America.

Magister indicava, fra gli ispiratori della decisione di Papa Francesco, il liturgista Andrea Grillo, il quale, sulla rivista Munera, esattamente un anno fa, il 7 febbraio 2016, auspicava una sesta istruzione, che quanto prima rimediasse “a questo chiavistello che spranga la porta sul futuro”. Una conferma indiretta ci viene ora da Lorenzo Bertocchi, il quale ci informa sulla Nuova Bussola Quotidiana di un incontro di lavoro riservato che si sarebbe svolto nei giorni scorsi fuori Roma e al quale «dovrebbero aver preso parte oltre a Roche [l’Arcivescovo Arthur Roche, Segretario della CCDDS chiamato a presiedere la nuova commissione; non sono stati ancora resi noti i nomi dei membri della commissione], il Sotto-Segretario Padre Silvano Maggiani, Andrea Grillo, professore al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, e i Vescovi Piero Marini e Domenico Sorrentino».

Mi ero già occupato del problema delle traduzioni liturgiche e bibliche in un post del 2 aprile 2009, nel quale, riprendendo la classica distinzione fra “corrispondenza letterale o formale” (word for word) ed “equivalenza letteraria o dinamica” (meaning for meaning), optavo per la prima nel caso delle traduzioni bibliche e per la seconda nel caso delle traduzioni liturgiche. Beh, nel frattempo ho cambiato idea: credo che in entrambi i casi si debba privilegiare una traduzione il piú possibile letterale. Non che non mi renda conto della difficoltà di uno sforzo del genere. Sono reduce dalla traduzione in italiano delle Costituzioni latine dei Barnabiti del 1579 e posso attestare che è stato praticamente impossibile fare una traduzione letterale; per poter esprimere fedelmente il significato del testo, ho dovuto ricorrere il piú delle volte alla parafrasi. Ma si tratta di un caso diverso: un testo giuridico-spirituale non è la stessa cosa che un testo biblico o un testo liturgico. In questi ultimi due casi è necessario rimanere fedeli non soltanto al significato, ma alle stesse parole portatrici di quel significato (e di possibili altri significati).

Voi vi chiederete come mai abbia avuto un ripensamento a proposito della traduzione dei testi liturgici. Nel mio post di otto anni fa, la preferenza per una traduzione a senso si fondava sulla convinzione che non fosse possibile una traduzione letterale. Ma nel frattempo è avvenuto un fatto che mi ha fatto ricredere: la pubblicazione della nuova traduzione del Messale Romano in inglese. Quando scrivevo quel post, sebbene il Messale non fosse ancora uscito (sarebbe stato approvato nel 2010 e pubblicato nel 2011), si conosceva già la traduzione dell’Ordinario della Messa, e potevo quindi già rendermi conto della differenza fra la banalità di certe formule usate nella precedente traduzione e la corrispondenza letterale delle stesse nella nuova; ma non potevo immaginare che si sarebbe riusciti a essere altrettanto fedeli nella traduzione del Proprio. Ebbene, ora sono due anni che utilizzo quotidianamente la nuova traduzione; confesso che in principio, avendo ancora nell’orecchio i vecchi testi, ho fatto un po’ di fatica ad abituarmi; ma ora, superato l’ostacolo iniziale, non cesso di meravigliarmi di come si sia riusciti a rendere fedelmente in perfetto inglese l’originale latino. Chiaramente il registro adottato non è quello informale dell’inglese di ogni giorno; ma dove sta scritto che il linguaggio liturgico debba ricalcare la parlata colloquiale quotidiana? Ogni contesto ha il suo linguaggio specifico, fatto non solo di termini peculiari a quell’ambiente, ma anche di uno stile proprio che lo distingue da altri contesti. L’importante è che sia comprensibile; ma, per esserlo, non è necessario che rinunci alla sua specificità. Ebbene, l’inglese che viene utilizzato nel nuovo Messale è un inglese colto, elegante, raffinato, ma certamente non incomprensibile. Usare il nuovo Messale inglese è come usare il Messale latino; come se non bastasse, tutti i testi sono stati musicati con una melodia gregoriana, per cui si può tranquillamente celebrare la Messa solenne in inglese, come se si celebrasse in latino. Ritengo che sia stato fatto un lavoro eccellente. Cosa che non sarebbe stata possibile senza Liturgiam authenticam.

So bene che il nuovo Messale in inglese ha avuto e continua ad avere molti oppositori nel mondo anglosassone. E sono convinto che all’origine della costituzione della nuova commissione ci siano proprio i circoli che si oppongono a quel Messale. Nell’articolo di America si tira in ballo il Giappone («I giapponesi, per esempio, hanno avuto un lungo braccio di ferro con la Congregazione su chi debba decidere quale sia una traduzione giapponese accettabile dei testi»), perché sa tanto di esotico; ma nessuno mi toglie dalla mente che il vero motivo del contendere sia il Messale inglese, che a molti liberal non è proprio andato giú. Perché? Perché quel Messale sconfessa tutti i dogmi dell’ideologia “inculturazionista”. Secondo quei dogmi ci dovrebbe essere un Messale in Inghilterra, uno negli Stati Uniti (e Canada), uno in Australia (e Nuova Zelanda), uno in India, uno (o piú) in Africa, ecc., perché l’inglese che si parla in ciascun paese è diverso, perché la cultura è diversa, e quindi non è possibile imporre un unico Messale a tutti questi paesi (dimenticando che, nel frattempo, l’inglese è diventato lingua franca parlata in ogni parte del mondo). Il nuovo Messale invece dimostra che è possibile; dimostra che i cristiani, sia che vivano in Europa o in America o in Africa o in Asia o in Oceania, possono pregare allo stesso modo, senza correre il rischio di “non capire”.

Il bello è che viviamo in un mondo globalizzato, che va verso una sempre maggiore omologazione ai modelli occidentali; dobbiamo tutti pensare allo stesso modo, mangiare allo stesso modo, vestirci allo stesso modo; ci viene imposta la conoscenza dell’inglese a livello planetario. Ma nella Chiesa, che ha sempre avuto — si badi bene — un carattere universale ben prima che arrivasse la globalizzazione, bisogna “inculturarsi” a prescindere. Io non so che cosa accada in Africa o in America Latina; conosco però abbastanza bene la situazione in alcuni paesi asiatici, dove sono stati attuati dei tentativi di inculturazione liturgica che trovo quanto meno opinabili. Se c’è un popolo profondamente orientale, ma di cultura occidentale (spagnola prima e ora americana), è il popolo filippino. È stato composto un vero e proprio rito filippino della Messa, che per fortuna nessuno usa, perché fatto a tavolino, senza alcun rapporto con la realtà. I filippini conservano gelosamente non poche tradizioni religiose ispaniche, che però non vengono valorizzate nella liturgia (forse perché in qualche modo ritenute un retaggio coloniale); e poi si inventa un rito liturgico che pretende di fondarsi su una cultura “indigena” praticamente inesistente. In India esistono almeno tre riti liturgici: latino, malabarese (siro-orientale) e malankarese (siro-occidentale). Mentre il rito malabarese sta giustamente attuando uno sforzo di recupero della propria identità, forzatamente latinizzata in passato (non conosco la situazione del rito malankarese, che fu introdotto in India appunto come reazione alla latinizzazione del rito siriaco), per quanto riguarda il rito romano, all’inizio della riforma liturgica, Mons. Bugnini autorizzò alcuni adattamenti (di solito conosciuti come “dodici punti”), alcuni accettabili senza grosse difficoltà (come l’uso dell’inchino accompagnato dall’anjali hasta o un maggiore uso dell’incenso o l’utilizzo di lampade a olio), altri sicuramente piú problematici (come il celebrare accovacciati dinanzi all’altare costituito da un tavolino molto basso o l’offerta dell’arati di luce, incenso e fiori). Tali adattamenti sono totalmente estranei alla tradizione cristiana dell’India. Qualcuno si è giustamente chiesto se si tratti di una “indianizzazione” o non piuttosto di una “induizzazione” della liturgia cattolica (un’altra discutibile pratica ripresa dall’induismo e imprudentemente adottata da non pochi cristiani è quella di applicare sulla fronte delle donne il bindi e sulla fronte degli uomini il tilak).

Il problema dell’inculturazione sicuramente esiste e non è certo qui il luogo per affrontarlo. Mi limiterò a dire che, per quanto attiene al problema delle traduzioni che stiamo trattando, bisognerebbe guardare a ciò che fecero gli ebrei prima e i cristiani poi, quando si trattò di tradurre rispettivamente  l’Antico Testamento in greco e l’intera Bibbia in latino. Essi non si preoccuparono di tradurre i sacri testi nel greco o nel latino classici, ma si preoccuparono di rendere il piú fedelmente possibile l’originale ebraico e greco. I salmi hanno dovuto attendere il 1945 per essere tradotti in un latino un poco piú elegante. È assai significativa la “conversione stilistica” di Agostino dallo stile retorico ciceroniano a quello piú rude della latinitas biblica (vedi qui).

L’obiezione che di solito si fa alla CCDDS è che a Roma non ci sarebbe disponibilità di esperti in tutte le lingue del mondo, che possano giudicare sulla qualità di una traduzione liturgica. Da questa constatazione, che in qualche caso può risultare vera, si giunge sbrigativamente alla conclusione: meglio che a decidere sulle traduzioni siano i Vescovi del luogo. E voi pensate che in in loco ci sia tutta questa abbondanza di esperti in grado di fare una traduzione liturgica? Pensate che in tutti i paesi del mondo ci siano liturgisti capaci di tradurre dal latino il Messale Romano? Lo stesso problema si pone per le traduzioni bibliche: in molti paesi non ci sono biblisti con le competenze linguistiche per tradurre la Scrittura dai testi originali. Nel post del 2 aprile 2009 facevo notare che nelle Filippine (che sono il paese piú cattolico dell’Asia) non esiste ancora una traduzione cattolica della Bibbia. Per la liturgia si usa la Magandang Balita Biblia, che non è altro che la ritraduzione in tagalog (la lingua nazionale filippina) della Good News Bible o Today’s English Version (che adotta il criterio dell’equivalenza dinamica: “Seeks to state clearly and accurately the meaning of the original texts in standard, everyday, natural form of English”). Anche le traduzioni liturgiche sono in genere ritraduzioni dall’inglese. Una prova? Prendete il rito della Messa: come hanno tradotto Dominus vobiscum. Et cum spiritu tuo? Sumainyo ang Panginoon (= “con voi il Signore”); At sumayo rin (= “e con te pure”). Non vi ricorda tanto la banalissima risposta della vecchia traduzione inglese: And also with you? Lasciare che siano esclusivamente le conferenze episcopali a decidere sulle traduzioni liturgiche sarà pure una forma di decentramento (ma ce n’è proprio bisogno o è anche questo uno schema ideologico?), ma non costituisce certo una garanzia che si avranno delle buone traduzioni.

Non vorrei infine che dietro l’avversione per Liturgiam authenticam ci fosse un tentativo di rivalsa da parte dei circoli liberal per il rigetto, da parte di essa, del linguaggio inclusivo, che ormai si è imposto nel mondo anglosassone ed è stato adottato anche in numerose traduzioni bibliche. Ebbene, il nuovo Messale inglese, fedele alle disposizioni di Liturgiam authenticam in proposito (nn. 30-31), mi sembra che sia riuscito a rimanerne abbastanza immune. E questo sembra proprio un affronto all’ideologia, che non può essere tollerato…
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Bruxelles sfratta anche i monaci

Bruxelles sfratta anche i monaci di Gerusalemme di Marco Tosatti
 



Dopo la triste e penosa vicenda della Fraternità dei Santi Apostoli da Bruxelles vengono di nuovo cattive notizie per la Chiesa, in cui di nuovo è chiamata in causa la responsabilità del neo arcivescovo e cardinale Jozef de Kesel. Questa volta tocca alla Fraternità monastica di Gerusalemme, che a Roma è presente a Trinità dei Monti e a San Sebastiano al Palatino. La Fraternità è giunta a Bruxelles, chiamata dall’allora arcivescovo Danneels, nel 2001. Una presenza che, come raccontano in una lettera i responsabili femminile e maschile della Fraternità, è stata preparata per vent’anni, e ha trovato il suo luogo nella chiesa parrocchiale di Saint-Gilles. 

“Il carisma della nostra Fraternità si è adattato a questo quartiere popolare e multiculturale, e tutta una rete di fedeli viene a pregare regolarmente a Saint-Gilles” scrivono Sœur Violaine et fre?re Jean-Christophe. Le attività sono di diverso tipo; c’è una Fraternità evangelica “Fuoco e luce”, c’è un catecumenato per gli adulti, una Fraternità di Veglianti Adoratori, e un gruppo biblico, “Teofilo”. “Sono un segno di vitalità suscitato dalla presenza dei fratelli e delle sorelle. La loro prossimità agli abitanti del quartiere è fonte di irraggiamento pastorale nel semplice dialogo della vita”. Non è stato un inserimento semplice; la coabitazione con diverse realtà parrocchiali sul medesimo territorio non ha avuto luogo senza tensioni, a dispetto della buona volontà di tutti. Ma l’equilibrio raggiunto ha portato risultati fruttuosi.

Poi la diocesi ha deciso di mettere in atto una riforma delle “unità pastorali”, chiudendo chiese, accorpandone altre e rimaneggiando un po’ tutto. Un’iniziativa che ha suscitato non poche proteste. Saint-Gilles doveva diventare un “campanile emergente”  in cui si concentrava l’insieme delle attività parrocchiali, e di conseguenza il Vicariato ha informato la Fraternità di Gerusalemme che “la presenza monastica a Saint-Gilles non era più prevedibile”. E’ stata avanzata una proposta di trasferimento in un’altra chiesa della città, in cui si calcolava anche un periodo di due anni in cui lo status quo sarebbe stato rispettato.

“Abbiamo accettato con fiducia la proposta fatta dall’arcivescovado di collaborare a un gruppo di esplorazione composto da rappresentanti delle nostre Fraternità del Vicariato e dell’Arcidiocesi, allo scopo di vedere se fosse possibile fare un’altra installazione a Bruxelles”. Ma è apparso subito evidente che un progetto del genere avrebbe richiesto ben più di due anni di preparazione, e che non sarebbe stato un semplice trasloco, in particolare dopo quindici anni di vita a Saint-Gilles. La decisione relativa a Saint-Gilles, cioè la trasformazione in un “campanile emergente”, e la fine della vita monastica, sono state però confermate dal Vicariato. E alla fine, dopo aver discusso con il cardinale De Kesel e con la delegata alla vita consacrata, scrivono i responsabili delle Fraternità di Gerusalemme, “abbiamo deciso di ritirarci da Bruxelles”. 

Si avverte un senso di amaro, nel comunicato, in cui si esprime tutta la riconoscenza “ai numerosi laici che hanno frequentato Saint-Gilles durante questi quindici anni… siamo profondamente riconoscenti per tutto quello che abbiamo ricevuto da loro e per i legami fraterni intessuti nel corso degli anni” dicono Sœur Violaine et fre?re Jean-Christophe. E parlano di questo momento come di una “tappa pasquale”, da affidare alla preghiera di tutti. “L’avvenire appartiene a Dio. Se vuole che le nostre Fraternità tornino un giorno in Belgio, ne saremmo profondamente felici”. 

Questo è quanto. Ma una domanda sorge spontanea. Era proprio necessario sfrattare una comunità monastica dai frutti copiosi in una città – e un Paese – che si avviano a una scristianizzazione travolgente? Colpisce, e stupisce, l’analogia con la Fraternità dei Santi Apostoli dissolta a dispetto dell’appoggio di centinaia di laici che la sostenevano. E come in quel caso, ci si chiede: ma perché la Chiesa decide di farsi del male da sola? Non bastano gli altri? Sono episodi che fanno pensare che la Chiesa, o almeno qualcuno in essa, soffra di pulsioni autolesionistiche. Combinate però a impulsi di potere centralizzante…

mercoledì 22 febbraio 2017

G. Cristo è superato!!!!





Intervista che il nuovo superiore generale della Compagnia di Gesù, il venezuelano Arturo Sosa Abascal, molto vicino a J.M.B., ha dato al vaticanista svizzero Giuseppe Rusconi per il blog Rossoporpora e per il "Giornale del Popolo" di Lugano.
Eccone i passaggi più attinenti al caso. Ogni commento è superfluo.

*

D. – Il cardinale Gerhard L. Műller, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, ha detto a proposito del matrimonio che le parole di Gesù sono molto chiare e "nessun potere in cielo e in terra, né un angelo né il papa, né un concilio né una legge dei vescovi, ha la facoltà di modificarle".
R. – Intanto bisognerebbe incominciare una bella riflessione su che cosa ha detto veramente Gesù. A quel tempo nessuno aveva un registratore per inciderne le parole. Quello che si sa è che le parole di Gesù vanno contestualizzate, sono espresse con un linguaggio, in un ambiente preciso, sono indirizzate a qualcuno di definito.
D. – Ma allora, se tutte le parole di Gesù vanno esaminate e ricondotte al loro contesto storico, non hanno un valore assoluto.
R. – Nell’ultimo secolo nella Chiesa c’è stato un grande fiorire di studi che cercano di capire esattamente che cosa volesse dire Gesù... Ciò non è relativismo, ma certifica che la parola è relativa, il Vangelo è scritto da esseri umani, è accettato dalla Chiesa che è fatta di persone umane… Perciò è vero che nessuno può cambiare la parola di Gesù, ma bisogna sapere quale è stata!
D. – È discutibile anche l’affermazione in Matteo 19, 3-6: "Non divida l’uomo ciò che Dio ha congiunto"?
R. – Io mi identifico con quello che dice papa Francesco. Non si mette in dubbio, si mette a discernimento…
D. – Ma il discernimento è valutazione, è scelta tra diverse opzioni. Non c’è più un obbligo di seguire una sola interpretazione…
R. – No, l’obbligo c’è sempre, ma di seguire i risultati del discernimento.
D. – Però la decisione finale si fonda su un giudizio relativo a diverse ipotesi. Prende in considerazione dunque anche l’ipotesi che la frase "l’uomo non divida…" non sia esattamente come appare. Insomma mette in dubbio la parola di Gesù.
R. – Non la parola di Gesù, ma la parola di Gesù come noi l’abbiamo interpretata. Il discernimento non sceglie tra diverse ipotesi ma si pone in ascolto dello Spirito Santo, che – come Gesù ha promesso – ci aiuta a capire i segni della presenza di Dio nella storia umana.
D. Ma come discernere?
R. – Papa Francesco fa discernimento seguendo sant’Ignazio, come tutta la Compagnia di Gesù: bisogna cercare e trovare, diceva sant’Ignazio, la volontà di Dio. Non è una ricerca da burletta. Il discernimento porta a una decisione: non si deve solo valutare, ma decidere.
D. – E chi deve decidere?
R. – La Chiesa ha sempre ribadito la priorità della coscienza personale.
D. – Quindi se la coscienza, dopo il discernimento del caso, mi dice che posso fare la comunione anche se la norma non lo prevede…
R. – La Chiesa si è sviluppata nei secoli, non è un pezzo di cemento armato. È nata, ha imparato, è cambiata. Per questo si fanno i concili ecumenici, per cercare di mettere a fuoco gli sviluppi della dottrina. Dottrina è una parola che non mi piace molto, porta con sé l’immagine della durezza della pietra. Invece la realtà umana è molto più sfumata, non è mai bianca o nera, è in uno sviluppo continuo.
D. – Mi par di capire che per lei ci sia una priorità della prassi del discernimento sulla dottrina.
R. – Sì, ma la dottrina fa parte del discernimento. Un vero discernimento non può prescindere dalla dottrina.
D. – Però può giungere a conclusioni diverse dalla dottrina.
R. – Questo sì, perché la dottrina non sostituisce il discernimento e neanche lo Spirito Santo.

*

Propriamente, vi sono esegeti cattolici che danno delle parole di Gesù sul matrimonio e il divorzio un'interpretazione che ammette il ripudio e le seconde nozze.
È il caso del monaco camaldolese Guido Innocenzo Gargano, biblista e patrologo di fama, docente alle pontificie università Gregoriana e Urbaniana.

La sua esegesi è stata integralmente ospitata da www.chiesa il 16 gennaio 2015: > Per i "duri di cuore" vale sempre la legge di Mosè
È un esegesi che naturalmente può non essere condivisa ed è stata effettivamente contestata in radice.

Ma ha il pregio della trasparenza e della "parresìa", che invece latitano in chi cambia le parole di Gesù senza darlo a vedere e senza darne ragione.