lunedì 24 luglio 2017

per chiedere la pioggia

Orazione per impetrare la pioggia



Dio eterno ed onnipotente, che volando col vostro spirito sopra le acque, le faceste sorgenti di fecondità e ministre di vita, quindi imponeste loro di produrre i pesci, i rettili ed i volatili e, facendole scorrere in quattro fiumi, affidaste loro di bagnare tutta quanta la terra perché non mancasse mai di produrre il necessario all'umano sostentamento, guardate con occhio di compassione la miseria a cui tutto ha ridotto, e quella più terribile che ci minaccia, la siccità che ci affligge da tanto tempo. 

Nei campi polverosi già si disseccano i germi d'ogni ricchezza; 
nell'aria abbruciata si addensano i più malefici influssi; 
negli armenti costretti a cibarsi di non convenevole nutrimento è imminente il contagio più desolante; 
nei nostri corpi, privati della salute, si insinuano i principi dei morbi; 
le città e i paesi sono nello spavento. 

Ascoltate, o Signore, i gemiti di tanti innocenti che non hanno mai provocata la vostra collera, e i sospiri dei poveri peccatori che, sinceramente aborrendo i propri peccati, vi scongiurano di sospendere quei flagelli che conoscono di aver meritato. 

Come con lo scoprimento di ignota fonte salvaste Agar ed Ismaele già agonizzate per la sete, con una perenne fontana fatta scaturire dai macigni consolaste Israele pellegrinante sotto Mosè nel deserto e, con la pioggia più abbondante, liberaste dagli orrori della fame tutta la Samaria ai tempi di Elia, consolate noi tutti, adesso, col coprire di nubi benefiche il nostro cielo, e fate ch'esse diffondano sui nostri campi le sospirate acque ristoratrici. 

Per i meriti di Colui che si chiama 'Fontana di acqua viva', Cristo Gesù, accordateci senza ritardo una grazia tanto importante, onde, liberati da quel flagello che ne travaglia al presente e ne minaccia di peggio in futuro, non abbiamo altra fame ed altra sete che quella della giustizia, che sarà da voi saziata con le delizie perpetue del Paradiso. 

Pater. Ave. Gloria.

Oremus. Deus, in quo vivimus, movemur et sumus: pluviam nobis tribue congruentem; ut, praesentibus subsidiis sufficienter adiuti, sempiterna fiducialius appetamus. Per Dominum nostrum Iesum Christum Filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum. Amen.

(Mons. Giuseppe Riva, Manuale di Filotea, Bertarelli, Milano 1901)

domenica 23 luglio 2017

Vespri pontificali


domradio.de übertrug am Samstag, 22. Juli 2017, im Internet die Pontifikalvesper zur feierlichen Eröffnung des Libori-Festes aus dem Paderborner Dom. Es singt der Paderborner Domchor unter der Leitung von Domkapellmeister Thomas Berning. An der Orgel: Domorganist Tobias Aehlig

lunedì 17 luglio 2017

Benedetto XVI, modello di vita sacerdotale

Introibo ad Altare Dei: foto dell’Ordinazione Sacerdotale di P. Aleksander Sebastian Iwaszczonek C.R.

 

  

Come preannunziato su questo blog, la scorsa domenica 16 luglio, festa della Madonna del Carmine, nella Basilica di San Paolo Maggiore in Napoli, S.E.Rev.ma mons. Georg Gaenswein, Prefetto della Casa Pontificia e Segretario particolare di Benedetto XVI, ha conferito l’ordinazione sacerdotale a P. Aleksander Sebastian Iwaszczonek, Chierico Regolare Teatino.
 
Mons. Gaenswein ha tenuto una splendida omelia sulla figura del Sacerdote e la sua missione, nella quale non era difficile cogliere citazioni e spunti ratzingeriani, dall’omelia del 6 gennaio 2013 nella Basilica Vaticana in occasione dell’Ordinazione Episcopale dello stesso presule tedesco, fino al recentissimo messaggio commemorativo del compianto Card. Joachim Meisner. La “presenza” di Benedetto XVI era particolarmente evidente nello stile liturgico della celebrazione, tipicamente benedettiano, con il Crocifisso al centro dell’Altare attorniato dai 6 candelieri, il decoro e la dignità dei canti, molti dei quali tratti dal repertorio gregoriano, lo splendore degli arredi sacri, il tutto nella magnifica cornice della Basilica di San Paolo Maggiore.


Particolarmente toccante è stato il breve discorso che il novello Sacerdote, prima della Benedizione finale, ha rivolto ai presenti: ripercorrendo le tappe del suo cammino verso il Sacerdozio, versando lacrime di profonda commozione, ha sottolineato più volte l’importanza determinante per la sua vocazione e la sua formazione umana e religiosa esercitato dalla figura e dall’alto magistero di Papa Benedetto XVI, nel quale riconosce il suo modello di vita sacerdotale.
Nella mattinata di lunedì 17 luglio, nella Cappella di Sant’Andrea Avellino, Padre Aleksander ha coronato il sogno della sua vita offrendo per la prima volta il Santo Sacrificio della Messa secondo l’usus antiquior del Rito Romano, alla presenza dei suoi parenti ed amici più intimi.

Rendiamo grazie alla Santissima Trinità per il dono di Padre Aleksander, del suo Sacerdozio e per il dono del Pontificato di Benedetto XVI.
Pubblico alcune foto dell’Ordinazione. Seguiranno quelle della prima Messa.

Soli Deo Gloria!













 
Mons. Gaenswein e Don Giorgio Lenzi IBP


https://messatridentinanapoli.wordpress.com/2017/07/18/introibo-ad-altare-dei-foto-dellordinazione-sacerdotale-di-p-aleksander-sebastian-iwaszczonek-c-r/

mercoledì 12 luglio 2017

il volto è l’espressione del cuore

Il cardinale Meisner, Fatima, il rosario. E quella venerazione per Mindszenty 

 

Il  5 luglio oltre a Joaquín Navarro-Valls ci ha lasciati un altro Gioacchino: il cardinale Joachim Meisner, arcivescovo di Colonia. Un grande pastore che ha sempre difeso la fede e la Chiesa, fino alla decisione, presa con i confratelli C. Caffarra, W. Brandmüller e R. Burke, di manifestare al papa i suoi «dubia».

La morte l’ha colto nel sonno, con il breviario in mano, mentre pregava per prepararsi alla messa del mattino successivo e dopo una telefonata con il cardinale G. Müller, pochi giorni prima allontanato dall’incarico di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

Per capire meglio il cardinale Meisner e tracciare un suo profilo è utile l’articolo «Cardinal Meisner’s Witness Concerning Fatima and the Dubia», scritto da Maike Hickson per il sito «onepeterfive», nel quale, fra l’altro, si rivela quanto riferito da un amico del cardinale, Michael Hesemann, storico della Chiesa tedesca.

In una lettera del 29 dicembre 2016 Meisner scrisse a Hesemann: «Viviamo in un periodo di confusione, non solo nella società, ma anche nella Chiesa». E poi, quasi come spiegazione sottintesa della sua decisione di rivolgersi al papa esprimendo i dubbia, aggiunse: «Il pastore è scelto da Cristo al fine di preservare il gregge dall’errore e dalla confusione».

Meisner, che incontrò più volte la veggente suor Lucia, in quella lettera parlò anche del messaggio di Fatima, esprimendo la speranza che la Madre di Dio non ci lasci in preda alla confusione e al peccato in questo nostro tempo nel quale, avendo perduto la memoria della creazione, non sappiamo più chi è l’uomo. Parole che hanno il sapore del testamento spirituale da parte di un pastore che soffrì molto a causa di attacchi ingiusti da parte della cultura laicista ma anche dei settori modernisti della Chiesa.

Di Meisner occorre ricordare poi il contributo, forse decisivo, nel conclave del 2005, per l’elezione di J. Ratzinger, un’esperienza che il cardinale, pur mantenendo il segreto, ricordava affermando di non aver mai combattuto tanto nel corso della sua vita.

Nato a Breslavia (Breslau per i tedeschi, Wrocław per i polacchi) nel giorno di Natale del 1933, Joachim Meisner nel 1945 fu costretto a fuggire con la mamma e i fratelli (il padre fu ucciso sul fronte russo in quello stesso anno) dinnanzi all’avanzata dell’armata sovietica e si rifugiò in Turingia, a Erfurt, dove per quarant’anni visse poi sotto il regime comunista della Repubblica Democratica Tedesca.

Dei giorni della fuga Meisner ricordava la fede indomita della mamma, che un giorno, del tutto priva di mezzi per garantire un pasto e un tetto ai figli, tirò fuori il rosario, si mise a pregare (recitò per tre volte una preghiera mariana tedesca, «Hilf Maria, jetzt ist Zeit») e si disse certa che l’aiuto sarebbe arrivato dalla Madonna. Cosa che in effetti avvenne, quando la famiglia fu invitata in casa da un uomo che aveva assistito alla scena.

Sotto la DDR (Deutsche Demokratische Republik) – questo un altro ricordo di Meisner – era impossibile anche solo accennare a Fatima, perché qualsiasi riferimento alle apparizioni, caratterizzate dalla richiesta di consacrare la Russia al Cuore immacolato di Maria, era considerato propaganda anticomunista e come tale veniva punito. Ma naturalmente i divieti non fecero che rinforzare nel futuro cardinale la devozione per la Madonna di Fatima, un luogo, spiegava Meisner, nel quale Nostra Signora ha creato una testa di ponte fra terra e cielo.

Dopo l’attentato del 1981 Giovanni Paolo II chiese a Meisner di celebrare una messa a Fatima, e l’arcivescovo di Colonia lo fece nel 1990, ringraziando Maria non solo per aver salvato la vita del papa ma anche per il crollo dell’impero sovietico.
«Come arma contro l’ateismo la Madre di Dio ci ha dato la preghiera, ma specialmente la preghiera del rosario», diceva Meisner, che conservava un ricordo molto vivido di un episodio avvenuto a Erfurt, nel 1975, quando  un gruppo di turisti provenienti dal Kazakistan (allora nell’Unione Sovietica), rivelatisi come cattolici, gli dissero: «Da trent’anni non andiamo a messa e abbiamo tanta nostalgia della Chiesa!». Meisner ricordava in particolare la domanda che gli fece uno di quei cattolici: «Mi potrebbe dire quali dottrine di fede dobbiamo trasmettere ai nostri figli e nipoti così che essi possano ottenere la vita eterna?».

«Non mi era mai stata posta – diceva il cardinale – una domanda altrettanto importante, e nessuno me la fece più in futuro». A quell’uomo l’allora vescovo di Erfurt rispose che avrebbe dato a lui e ai suoi compagni la Bibbia e il Catechismo, ma l’ospite gli fece cortesemente notare che in un paese dell’Unione Sovietica non era permesso possedere quei libri. Allora il vescovo disse che gli avrebbe dato un rosario e quando l’uomo chiese il perché, Meisner rispose che lì c’è tutto quel che occorre: «Tutta la fede cattolica in una sola mano!», come esclamò, pieno di sorpresa e gratitudine, quel suo interlocutore.

Circa la sua morte, Meisner diceva: «Quando sarò morto, i canonici verranno e mi toglieranno l’anello, ma nel testamento ho scritto che dovranno lasciarmi il mio rosario! Voglio che sia messo nella bara, così che lo possa mostrare alla Madre di Dio e Lei possa mostrarmi, dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto della sua vita!».

La vicenda umana di Joachim Meisner si può riassumere con due parole: fede e coraggio. Una combinazione che gli fece guadagnare il rispetto di molti, anche da parte degli avversari, come nel caso di una nota femminista tedesca, Alice Schwarzer, che alla morte del cardinale ha detto «Sì, mi è piaciuto» ed ha rivelato che durante il loro ultimo incontro, un anno fa, Meisner le regalò una preghiera di santa Teresa d’Avila.

Per completare il profilo di Joachim Meisner occorre poi parlare della sua speciale venerazione per il cardinale Jozef Mindszenty, il grande arcivescovo ungherese che resistette al comunismo. Nel maggio di quest’anno, durante un’omelia a Budapest,  Meisner raccontò che aveva solo tredici anni quando, vedendo un quadro raffigurante Mindszenty sotto accusa davanti a un tribunale comunista, restò molto colpito da quell’immagine, perché gli fece pensare a Gesù accusato ingiustamente dal sinedrio. Quel ritratto dell’indomito cardinale ungherese fu così importante che lo volle appendere nella sua camera da letto e da allora, disse durante l’omelia, «ho sempre rivolto uno sguardo a Mindszenty prima di addormentarmi e al risveglio».

In effetti  il primate d’Ungheria fu per Meisner «il modello di vescovo, ed è per questo che in me è cresciuto il desiderio di essere come lui, un testimone di Cristo che ha il coraggio di resistere ai potenti di questo mondo».

L’immagine di Mindszenty davanti al tribunale era conservata da Meisner anche nel suo breviario, lo stesso che aveva tra le mani il 5 luglio scorso, quando la morte l’ha colto nel sonno a Bad Füssing. «Quando i vescovi non sono più confessori della fede – diceva –  il popolo di Dio non è in una buona situazione».

Il 4 aprile 2005, prima del conclave, il cardinale Meisner insieme all’amico Paul Badde, che ha rivelato l’episodio, andò a Manoppello per vedere il Volto Santo e ne restò profondamente toccato, tanto che nel libro degli ospiti scrisse:  «Il volto è l’espressione del cuore. Sul Volto Santo il Cuore di Dio diventa visibile. Joachim Card. Meisner, Arcivescovo di Colonia, Pax Vobis!».

Aldo Maria Valli

martedì 11 luglio 2017

chiesa in dialogo

AZIONE, NON DIALOGO.

  Tutta la Rivoluzione, scoppiata in questi decenni in casa cattolica, è avvenuta in nome del dialogo. La "nuova chiesa" si è concepita in contrapposizione alla Chiesa "di sempre" proprio in nome del dialogo: ti dicono che la Chiesa prima del Concilio era una chiesa in difesa, mentre ora la Chiesa ha capito che bisogna aprirsi, aprirsi in un dialogo continuo con il mondo.

  In nome di questo dialogo si è anche preteso il cambiamento della Messa: la Messa di prima, nella sua sacralità, sarebbe la Messa di una Cristianità in “difensiva”, preoccupata di distinguersi dal mondo; la "nuova messa" sarebbe, invece, la messa di un cristianesimo in “dialogo”, lievito nascosto nella pasta del mondo.

  Ciò che occorre capire è che si è cambiato la messa per cambiare il cristianesimo, questo è il punto!

  Avevano già deciso, in tanti e da tempo, di far fare un “balzo in avanti” alla Chiesa cattolica, di renderla più duttile al mondo, ma con la "Messa di sempre" questa operazione non si sarebbe potuta realizzare compiutamente. La "Messa di sempre" sarebbe stata l'antidoto contro questa poderosa "falsificazione" della Chiesa romana in senso liberal-protestante. Allora hanno organizzato l'abbattimento del bastione: una messa nuova per una nuova stagione della Chiesa di Roma.

  Occorre proprio capire questo, perché la reazione sia proporzionata e ordinata: non si può pensare ad un risanamento della Chiesa senza prima operare una riflessione su tutto ciò.

  Occorre decidersi: Messa o dialogo.

  Cos'è la messa del dialogo? È la messa dove prevale la parola sull'azione.

  Per fare un cristianesimo in dialogo continuo con tutto e con tutti ... in dialogo soprattutto con il mondo moderno, dove tutto è opinione e mai certezza perché per la modernità la verità non esiste ... hanno reso la messa un continuo colloquio, un parlare-parlare estenuante, un tradurre-tradurre frenetico; un botta e risposta incessante tra prete e fedeli.

  Una messa così fa un cristianesimo che è parola, che è discorso, ma che non è azione! Ma che se ne fa un uomo, dentro l'azione drammatica della vita, di un cristianesimo ridotto a discorso?
  Sta proprio qui l'esito tragico di una chiesa ammodernata nel dialogo: l'insignificanza per il mondo. La chiesa si è trasformata in dialogo con il mondo, ma gli uomini, dentro l'azione drammatica della vita, hanno abbandonato una chiesa che non è azione ma discorso.

  Al centro del Cristianesimo, al cuore del Vangelo, invece, non c'è un discorso, ma un'azione: l'azione di Gesù Cristo che salva gli uomini con il sacrificio della Croce. Dio diventa uomo, muore per noi, paga il prezzo dei nostri peccati, perché siamo salvi. I discorsi di Gesù, i suoi miracoli, sono una preparazione all'azione per eccellenza: la nostra redenzione operata al Calvario.

  Incarnazione-Passione e Morte: ecco l'azione.

  Ed ecco perché la Messa "di sempre", quella della Tradizione, è Azione e non discorso.

  Certo, c'è la Parola di Dio, l'Epistola e il Vangelo, ma non prevalgono sul centro della messa, che è il Canone, dove avviene l'Azione, cioè il Sacrificio. Questo è il cuore della messa, e in questo cuore tutto diventa silenzioso: il prete pronuncia sottovoce le parole che fanno l'azione, perché sia evidente che di azione si tratta e non di dialogo.

  Così, con la messa di sempre si evita la più grande falsificazione del cristianesimo operata nella storia: l'annullamento dell'azione divina in parola-discorso umano. Per questo possiamo dire che la Messa "della Tradizione" custodisce il cuore del cristianesimo autentico.

  Ma c'è qualcosa di più, pensiamo di poterlo dire: la Messa vera corrisponde alla verità della vita.

  La vita, azione drammatica perché è in gioco la libertà dell'uomo dentro la lotta tra il bene e il male, tra Dio e il mondo, tra la Luce e le tenebre, ha bisogno di un'azione che salva e non innanzitutto di un discorso che spiega.

  Per questo il mondo, anche quello moderno, ha bisogno della Messa "della Tradizione", dove l'azione prevale potentemente sul discorso.

  L'uomo di tutti i tempi, impegnato nella lotta della vita, ha bisogno dell'azione di Dio e non di una mera spiegazione.

  La Chiesa del dialogo, che vuole con una spicciola psicologia religiosa illuminare qualcosa della vita degli uomini, è una chiesa inconcludente, manca di azione; non può fare un mondo nuovo perché si è annegato l'azione di Cristo nelle sue interpretazioni.

  Ed è per questo che il mondo si è già stancato di lei.

lunedì 10 luglio 2017

particole D.O.C.

 
Città del Vaticano
Dalla birra al posto del vino, all’ostia «consacrata» con una spolverata di miele o con un po’ di zucchero per renderla più gustosa e meno insapore, si registrano le «leggerezze» più disparate nella celebrazione della messa. Ma ora la Chiesa dice basta agli abusi liturgici. Controllare la provenienza e la qualità del pane e vino utilizzati nella Celebrazione: devono essere «doc». Verificare inoltre l’onestà di chi li produce e il loro trattamento nei luoghi di vendita. Evitare dunque che nei supermercati finiscano alla buona negli scaffali magari con tanto di offerte speciali. Sono alcune delle indicazioni che il prefetto della Congregazione per il Culto Divino, il cardinal Robert Sarah, riporta «per incarico del Santo Padre Francesco» in una lettera ai vescovi.  

Il problema nasce dal fatto che se finora il compito di confezionare le ostie e il vino per la messa era affidato ad alcune comunità religiose, «oggi questi si vendono anche nei supermercati, in altri negozi e tramite internet». E allora il Cardinale dà precise disposizioni ai presuli di «dare indicazioni in merito», per esempio garantendo la materia eucaristica mediante appositi certificati. L’ordinario - sottolinea il Vaticano - è tenuto «a ricordare ai sacerdoti, in particolare ai parroci e ai rettori delle chiese, la loro responsabilità nel verificare chi provvede il pane e il vino per la celebrazione e l’idoneità nella materia».  


Poi nella lettera si ricordano le disposizioni già stabilite per la confezione del pane eucaristico, principalmente nella forma delle ostie: deve essere pane azzimo, «esclusivamente di frumento e preparato di recente, in modo che non ci sia alcun rischio di decomposizione». Non è ammessa l’aggiunta di zucchero, frutta o miele. Come anche non sono ammesse le ostie «completamente» prive di glutine. Sono invece «materia valida - ricorda la circolare del Dicastero presieduto dal cardinale Robert Sarah - le ostie parzialmente prive di glutine e tali che sia in esse presente una quantità di glutine sufficiente per ottenere la panificazione senza aggiunta di sostanze estranee e senza ricorrere a procedimenti tali da snaturare il pane». Sì anche alla «materia eucaristica confezionata con organismi geneticamente modificati». E «va da sé che le ostie devono essere confezionate da persone che non soltanto si distinguano per onestà, ma siano anche esperte nel prepararle e fornite di strumenti adeguati». 

Non si transige sul vino che non può essere sostituito da altre bevande: «Deve essere naturale, del frutto della vite, genuino, non alterato, né commisto a sostanze estranee», ricorda la circolare del Culto Divino che esorta a fare attenzione che «sia conservato in perfetto stato e non diventi aceto. È assolutamente vietato usare del vino, sulla cui genuinità e provenienza ci sia dubbio: la Chiesa esige, infatti, certezza rispetto alle condizioni necessarie per la validità dei sacramenti. Non si ammetta, poi, nessun pretesto a favore di altre bevande di qualsiasi genere, che non costituiscono materia valida».  

Per i sacerdoti che hanno avuto problemi di alcolismo, la messa deve essere celebrata col mosto e non col vino.  

Quanto al mosto, «il succo d’uva - ammonisce la circolare - sia fresco, sia conservato sospendendone la fermentazione tramite procedure che non ne alterino la natura (ad es. congelamento), è materia valida per l’Eucaristia».  

Sarah suggerisce che «una Conferenza episcopale possa incaricare una o più congregazioni religiose oppure un altro ente in grado, di compiere le necessarie verifiche sulla produzione, conservazione e vendita del pane e del vino per l’Eucaristia in un dato Paese e in altri paesi in cui vengono esportati». Si raccomanda «anche - conclude la lettera - che il pane e il vino destinati all’Eucaristia abbiano un conveniente trattamento nei luoghi di vendita». 

Spiega don Claudio Magnoli, nominato dal Papa consultore della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, responsabile del servizio per la pastorale liturgica dell’arcidiocesi di Milano: «Dopo il Concilio di Trento c’è stata, a livello teorico, una riflessione sull’opportunità di continuare a utilizzare il pane e del vino nella celebrazione dell’Eucaristia. Effettivamente, in alcune parti del mondo manca la materia prima, a volte si sostituisce il pane di frumento con altri tipi di cereali. Dopo svariate discussioni, la Chiesa ha stabilito che non si può cambiare la materia prima».  

Regole chiare, spiega don Magnoli, non tanto in nome di una imposizione: «Che negli anni si sia registrato qualche abuso è una oggettività. In Olanda, per esempio, risulta che qualche sacerdote abbia celebrato la messa con la birra al posto del vino. Gesù non ha dato un’impegnativa assoluta ma quella era la materia prima della tavola comune e quella deve rimanere. L’ostia potrà anche risultare un po’ insapore ma il sapore lo dà Gesù, ho sempre spiegato ai ragazzi».  

Abusi a parte, illustra ancora don Magnoli, «c’è anche una preoccupazione preventiva legata a chi produce la materia prima. Un po’ per la crisi di vocazioni di suore, che si sono sempre occupate della preparazione del pane per l’Eucaristia, un po’ per il fatto che in alcune parti del mondo c’è chi si affida ad aziende esterne, si è sentita la necessità di ricordare regole precise e giuste». 

E l’agricoltura italiana può offrire alla Chiesa la migliore qualità per una celebrazione eucaristica «Doc» con il primato conquistato in Europa per numero di vini con indicazione geografica (73 Docg, 332 Doc e 118 Igt), la leadership comunitaria con quasi 60mila imprese che coltivano biologico, ma anche la minor incidenza di prodotti agroalimentari con residui chimici fuori norma e la decisione di non coltivare organismi geneticamente modificati (Ogm) che trova concordi quasi 8 cittadini su dieci (76%). È quanto afferma la Coldiretti in riferimento all’invito a controllare la provenienza e la qualità del pane e vino utilizzati nella messa, l’onestà di chi li produce e il loro trattamento nei luoghi di vendita contenuto nella lettera ai vescovi di Sarah. L’agricoltura «italiana – conclude la Coldiretti - è diventata la più green d’Europa ed è responsabilizzata nel superare la crisi ecologica e nel difendere la relazione tra uomo e ambiente nel solco tracciato dall’Enciclica “Laudato si’” di papa Francesco».

elogio del cattolico errante

Il cattolico errante e la ricerca della liturgia perduta


Sto notando, tra i credenti, il diffondersi di un fenomeno nuovo. O, meglio, di una nuova figura. Lo chiamerei il «cattolico errante».
 
 Si tratta di un bravo cattolico, un po’ di tutte le età e le condizioni sociali, che vaga di chiesa in chiesa, di parrocchia in parrocchia.  Perché lo fa?

 Perché, stanco di liturgie sciatte e di chiese brutte, di preti iperattivi o apatici, di parrocchiani sovreccitati o depressi, cerca una chiesa che sia semplicemente normale, con un prete che sia semplicemente prete, una liturgia semplicemente dignitosa, un edificio semplicemente rispettoso del sacro, fedeli semplicemente beneducati.


Il cattolico errante non ha molte pretese. In genere non è un tradizionalista. Anzi, cresciuto nella Chiesa del post Concilio, ne ha assimilato tutto il buono che c’è. Però è stanco, molto stanco.
 

Non sopporta più le degenerazioni nate da una lettura distorta del Concilio, non gli va più di convivere con ignoranza e superficialità.
 

Non ne può più di musica per nulla sacra, cori stonati, altoparlanti da discoteca, licenze assurde nella celebrazione.
 

Non sopporta più fedeli chiassosi e sbracati.
 

Non ne può più di chiese orrende, preti che celebrano con le scarpe da ginnastica, tazebao appesi tra una Madonna e un San Giuseppe.
 

Non accetta più di subire omelie irrimediabilmente scontate o troppo immaginifiche.
 

Non gli va più di fare i conti con parroci che sbrigano la messa come fosse una pratica amministrativa o che la trasformano in spettacolo.
 

Ed è anche stanco di essere guardato come un provocatore ogni volta che osa dire come la pensa.
 

Così si mette in viaggio e diventa un cattolico errante.
Il suo obiettivo è naturalmente quello di tornare a essere un cattolico stanziale, e c’è da dire che spesso ci riesce. Per quanto grami, infatti, questi nostri tempi non sono disperati. Ci sono ancora tanti preti semplici e assennati, alla guida di parrocchie normali nel senso migliore del termine. Ci sono ancora tanti bravi predicatori. C’è ancora attenzione per la coerenza liturgica, per il bel canto, per la musica davvero sacra. Però sono tesori che vanno cercati. E il metodo più utilizzato dal cattolico errante è il passaparola. Come nel seguente esempio di dialogo tra un ex cattolico errante tornato stanziale, che chiameremo Tizio, e un cattolico stanziale che sta per diventare errante, e chiameremo Caio.

Tizio: Ciao Caio!

Caio: Ciao Tizio!
Tizio: Lo sai che ho trovato una bella parrocchia? La Chiesa non è né troppo piccola né troppo grande e l’acustica è perfetta, tanto che non c’è bisogno di altoparlanti. I canti sono stupendi, qualcuno perfino in latino. Niente chitarre, niente tamburi. Pensa che i fedeli, quando entrano ed escono, si inginocchiano! E nessuno si mette a chiacchierare come se si trovasse nella piazza del mercato.

Caio: Ma no? Non ci posso credere!

Tizio: Te l’assicuro, è tutto vero! E il parroco non è un attivista. Niente lotterie, niente viaggi, niente iniziative strane. Non è neanche logorroico. Solo preghiera, adorazione eucaristica e catechismo. E tanta cura per la liturgia. E tante ore trascorse nel confessionale.

Caio: Ma guarda! Sembra impossibile!

Tizio: Anche a me sembrava impossibile. Poi ho trovato questa parrocchia e mi è tornata la voglia di andare in chiesa. E ancora non ti ho detto delle prediche: bellissime! Il parroco non è malato di protagonismo, né monomaniacale. Si limita a commentare il Vangelo del giorno e ogni volta lo fa con semplicità, ma senza diventare banale. E sa farsi ascoltare da tutti, bambini e vecchi, colti e meno colti!

Caio: Dimmi subito dove si trova questa parrocchia!
Ecco, le cose più o meno vanno così. Certo, il traffico un po’ ne risente, perché tutti questi cattolici erranti sono costretti a spostarsi percorrendo molti chilometri. Ma ne vale la pena.

Anche se il cattolico errante spesso non lo sa (perché è una persona semplice, mossa solo dalla sua fede e dal desiderio del bello e del sacro), il «Codice di diritto canonico» sta dalla sua parte. Il Codice infatti riconosce non solo il diritto di ricevere dai pastori l’aiuto derivante dai beni spirituali della Chiesa, specie attraverso la Parola di Dio e i sacramenti, ma anche «il diritto di rendere culto a Dio secondo le disposizioni del proprio rito approvato dai legittimi pastori della Chiesa e di seguire un proprio metodo di vita spirituale, che sia però conforme alla dottrina della Chiesa». Quindi c’è un diritto a evitare le storture, le stranezze e le ambiguità, per non parlare delle vere e proprie profanazioni.

In realtà il Codice dice che le aberrazioni liturgiche vanno anche segnalate e denunciate, e che anzi, per il cattolico, questo è un preciso dovere. Ma il cattolico errante, mosso da pietà, spesso preferisce stendere un velo pietoso e, anziché scrivere al vescovo ed esporre le sue lagnanze, si mette in viaggio.

Il cattolico errante, insomma, non fa che cercare ciò che gli spetta. Lo spiega molto bene anche il liturgista don Nicola Bux in quel prezioso libro che è «Come andare a messa e non perdere la fede», dove ricorda che in tutti i casi in cui la comunità, anziché lodare Dio, celebra se stessa (per dirla con Joseph Ratzinger, trasforma la liturgia in «una danza vuota intorno al vitello d’oro che siamo noi stessi»), occorre reagire.

Pochi lo sanno, e don Bux giustamente lo sottolinea: nell’istruzione «Redemptionis sacramentum» del 2004, approntata dalla Congregazione per il culto divino d’intesa con quella per la dottrina della fede, si legge che tutti i fedeli «godono del diritto di avere una liturgia vera e in particolar modo una celebrazione della santa messa che sia così come la Chiesa ha voluto e stabilito, come prescritto nei libri liturgici e dalle altre leggi e norme». Dunque niente fantasie, niente aggiunte, niente travisamenti, perché «il popolo cattolico ha il diritto che si celebri per esso in modo integro il sacrificio della santa messa, in piena conformità con la dottrina del magistero della Chiesa».

Oggi, 7 luglio 2017, sono passati dieci anni esatti dalla lettera apostolica in forma di motu proprio «Summorum pontificum» di Benedetto XVI, che, insieme all’istruzione «Universae Ecclesiae», ha permesso il moltiplicarsi delle messe in rito antico, secondo un’esigenza sempre più diffusa. La data è dunque propizia per ricordare che per secoli la Chiesa, specie attraverso l’arte, la musica, l’architettura, ha orientato tutto alla gloria di Dio, alla preghiera, alla salvaguardia della dottrina. Poi, improvvisamente, un’idea distorta di aggiornamento ha dato inizio agli orrori.
Farne l’elenco non è necessario. Delle chiese bruttissime e dei tabernacoli spariti, o messi in un angolo, ci siamo già occupati in un’altra occasione. Qui vorrei solo sottolineare la verbosità che ha fatto irruzione nella celebrazione della messa. 

Verbosità vuol dire che si chiacchiera troppo, si prega poco e si adora ancor meno. Don Bux scrive che la messa «non è una conferenza dove devi capire tutto», quindi è inutile che il celebrante si affanni a spiegare ogni cosa, in modo didascalico, quasi desacralizzando la liturgia. «Il linguaggio liturgico non può essere quello quotidiano» e  «comprendere la realtà della liturgia è diverso dal comprendere le parole». Occorre lasciare spazio al mistero e lasciarsi prendere dal mistero. San Bonaventura arriva a dire che durante la liturgia bisogna sospendere l’attività intellettuale. La liturgia è essenzialmente adorazione di Dio.

Un’annotazione va fatta sul ruolo della comunità, del popolo di Dio. Che partecipa alla messa, ma, attenzione, non è il soggetto della messa. Tanto è vero che il celebrante può benissimo essere da solo e la messa è pienamente valida. Quindi, se va evitato il protagonismo del celebrante, va evitato anche quello dell’assemblea, altrimenti c’è davvero il rischio che l’azione liturgica diventi spettacolo rispetto al quale tutti sono desiderosi di dare un contributo. Partecipare non vuol dire gareggiare nel protagonismo, ma stare al proprio posto, con discrezione. Un malinteso senso della partecipazione porta a coinvolgere il popolo in modo improprio. «Partecipare attivamente significa cooperare intimamente con la grazia di Dio; non è attività esteriore».

Bellissime poi le pagine nelle quali don Bux spiega la necessità e il significato dell’inginocchiarsi. Vangelo e Atti degli apostoli ci dicono che Gesù, Pietro, Paolo e Stefano hanno pregato in ginocchio. «Tutta la creazione piega le ginocchia nel nome di Gesù (cfr Filippesi 2,10), segno della signoria di Dio sul mondo. In tale gesto di verità si inserisce la Chiesa nel glorificare Gesù Cristo». L’inginocchiarsi, il genuflettersi e l’inchinarsi sono atti di culto esterno, certamente, ma anche di fede. Ci aiutano nella preghiera e nell’adorazione. Come scrisse Romano Guardini: «Quando entri in chiesa o ne esci, piega il tuo ginocchio profondamente, lentamente; ché questo ha da significare: “Mio grande Iddio!…”. Ciò infatti è umiltà ed è verità ed ogni volta farà bene all’anima tua».

Sì, ci farà bene. Come il silenzio, il «sacro silenzio», che è esso stesso preghiera e manifestazione di fede e adorazione. Quel silenzio che oggi è così negletto nelle celebrazioni piene di clamore, nelle quali si arriva perfino all’applauso. Come se l’azione liturgica, al pari di uno spettacolo, dovesse procurare emozioni e non aiutarci a entrare nel mistero permanente di Cristo sulla croce.

Insomma, il cattolico errante ha tutto il diritto di mettersi alla ricerca di liturgie pulite, sobrie, essenziali, belle, efficaci. Ed è comprensibile che, una volta trovato un tesoro così grande, lo voglia condividere.

Aldo Maria Valli

da: http://www.aldomariavalli.it/2017/07/07/il-cattolico-errante-e-la-ricerca-della-liturgia-perduta/

domenica 9 luglio 2017

quanto è bella la Messa

Ti dimostriamo in 15 punti quanto è bella (e più autenticamente cattolica) la Messa cosiddetta “Tridentina”

 

  1. Nella Messa del Vecchio Rito il sacerdote celebra ai piedi di un altare che è rialzato rispetto al piano dei fedeli perché esso deve rappresentare la collina del Calvario. Dunque, già questo fa chiaramente capire ciò che è davvero la Messa.
  2. Il sacerdote è rivolto verso Dio, con le spalle al popolo, perché agisce come altro-Cristo (in persona Christi) offrendo il Sacrificio all’Eterno Padre.
  3. I fedeli sono più in basso in quanto impersonano (in un certo senso) Maria e san Giovanni ai piedi della Croce.
  4. Tutta la celebrazione si rivolge dunque in maniera verticale, dal basso verso l’alto, dall’uomo a Dio; tutto è orientato verso l’Eterno Padre, tanto i fedeli quanto il sacerdote.
  5. Veniamo alla Consacrazione. Il testo della consacrazione sottolinea senza equivoci l’attualita dell’azione sacrificale e il ruolo di altro-Cristo del sacerdote. Per esempio: il carattere tipografico (tramite il grassetto) e la punteggiatura (tramite il punto fermo) fanno capire –nella preghiera eucaristica- che la narrazione è distinta dalla consacrazione come azione attuale e realizzazione presente del Mistero. Anche la posizione (“Chinato sopra”) e il tono della voce (“segretamente”) del sacerdote mutano dal momento in cui questi riproduce le mosse di Gesù, realizzando in tal modo il miracolo della transustanziazione (la trasformazione del pane e del vino in Corpo e Sangue di Cristo). Dunque, c’è differenza rispetto ad un tono uniforme che potrebbe dare invece l’impressione di una semplice narrazione di un evento e non della sua ri-attualizzazione.
  6. Nella Consacrazione la frase “Ogni volta che farete ciò, lo farete in memoria di me” è certamente più chiara rispetto all’espressione “Fate questo in memoria di me”, che più facilmente può essere interpretata come semplice ricordo. L’espressione “questo calice” rispetto al semplice “il calice” è anch’essa indicativa. L’aggettivo dimostrativo “questo” vuole infatti significare che il calice sul quale il sacerdote proferisce la formula consacratoria, non è un calice qualsiasi, ma è misticamente quello stesso calice impugnato da Gesù consacrante, così come l’azione consacratoria del sacerdote è misticamente una sola e medesima con quella di Gesù consacrante.
  7. La genuflessione del sacerdote immediatamente dopo la Consacrazione di ciascuna delle due Specie, esprime la fede nell’avvenuta transustanziazione a motivo delle parole consacratorie appena pronunciate. Nel Nuovo Rito il sacerdote s’inginocchia una sola volta e non immediatamente dopo la consacrazione, bensì solo dopo aver elevato ciascuna delle due Specie per mostrarle ai fedeli presenti. La genuflessione immediatamente dopo la Consacrazione sta a significare che l’Eucaristia non è tale solo se (come affermano i protestanti) vi è la partecipazione dei fedeli, ma già unicamente nel potere ministeriale del sacerdote.
  8. Il sacerdote, pur non trovando possibilità di inutile protagonismo, compare per quel che è: ministro di Dio avente ontologicamente una qualità che i semplici fedeli non hanno. In questo rito non c’è spazio per una confusione tra il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale e gerarchico del celebrante. Per esempio: il Confiteor iniziale è detto prima dal prete, e poi dall’accolito in nome del popolo. Questa distinzione segna chiaramente la differenza esistente tra il celebrante e i fedeli.
  9. Passiamo alla Comunione. Il fedele si prepara con il Confiteor e proclamando non una sola volta, me per ben tre volte la propria indegnità, precisamente con queste parole “O Signore, non sono degno che tu entri nella mia casa, ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato” L’espressione nella mia casa rispetto a partecipare alla tua mensa è sicuramente più chiara per far capire che l’Eucaristia non è semplicemente una mensa (in senso protestante) ma l’entrata di Gesù vero e vivo nel fedele.
  10. La Comunione si riceve in ginocchio, direttamente in bocca, in posizione di adorazione sottolineando in tal modo il rispetto e la venerazione nei confronti dell’Eucaristia e facendo più facilmente capire le verità della Presenza Reale e del Sacerdozio ministeriale. Da una parte, pertanto, si capisce la grandezza incommensurabile di un Dio che viene a trovare dimora nella propria piccolezza; dall’altra, non vi è la possibilità di equivocare pensando che l’Eucaristia sia solo un simbolo, un “pane che deve far ricordare” e basta.
  11. La Messa non termina immediatamente dopo la Comunione. In questo modo si fa capire che il Ringraziamento non è a discrezione del fedele, bensì è un atto doveroso e fondamentale per rendere fruttuosa la Comunione stessa.
  12. Dopo la Comunione il sacerdote non si siede, gesto (questo) non “educativo” perché potrebbe spingere i fedeli che hanno ricevuto l’Eucaristia a fare altrettanto.
  13. La liturgia della Parola non dura di più rispetto alla liturgia eucaristica, centro e apice della Messa; e la Comunione non è relegata all’ultimissima fase del Rito.
  14. A proposito del latino. Esso ha la funzione di lingua sacra e solenne e aiuta il fedele a comprendere la grandezza del Mistero che si sta realizzando: la straordinarietà di ciò che accade sull’altare-Calvario è sottolineato appunto dall’uso di un linguaggio straordinario (fuori dall’ordinario), non quotidiano. Scrive Pio XII nella Mediator Dei: “L’uso della lingua latina è un chiaro e nobile segno di unità (fra i cattolici di tutto il mondo, siano essi italiani o tedeschi, bianchi o neri) e un efficace antidoto ad ogni corruttela della pura dottrina”. Ed è ciò che Benedetto XVI ha ribadito come superamente dello “spazio” e del “tempo”. Superamento dello spazio, perché indipendentemente da dove ci si trovi, la lingua è sempre la stessa. Superamento del tempo, perché essendo il latino una lingua non in evoluzione, meglio può esprimere la stabilità del dogma. Inoltre bisogna chiedersi: la Messa va capita o vissuta? Oggi abbiamo un paradosso: tutti capiscono le parole della Messa, ma nessuno sa più cos’è la Messa.Un tempo non si capivano le parole della Messa, ma molti di più sapevano cosa fosse la Messa.
  15. Sui silenzi. I silenzi del Rito Antico fanno adeguatamente capire che il compito del fedele che partecipa alla Messa non è tanto quello di “vocalmente” partecipare quanto quello di “aderire”. Il modello per eccellenza è la Vergine Maria che ai piedi della Croce non parlava, ma contemplava ed offriva. Chi più di Lei ha fatto fruttificare quell’Avvenimento? Insomma, per rendere fruttuoso il Mistero della Messa bisogna condividere e nascondersi piuttosto che apparire.  http://itresentieri.it/ti-dimostriamo-in-15-punti-quanto-e-bella-e-piu-autenticamente-cattolica-la-messa-cosiddetta-tridentina/

sabato 8 luglio 2017

IL DOLORE NON È TUTTO

STRAORDINARIO INTERVENTO DI P. VINCENT NAGLE SULLA SOFFERENZA DEL PICCOLO CHARLIE. 
 


CHARLIE GARD, IL DOLORE NON È TUTTO
 
Mentre scrivo Charlie Gard è ancora vivo nel Great Ormond Street Hospital di Londra.
 

(...) Vorrei qui offrire un paio di osservazioni, prese dalla mia lunga esperienza nell'accompagnare sia famiglie come quella di Charlie, sia operatori sanitari come quelli dell'ospedale.
 

La prima osservazione è che l'amore desidera dare vita. Chi ama desidera la vita per l'amato. E vivere per noi umani è una questione di rapporti.
 

Riceviamo la vita attraverso rapporti che portano significato alla nostra esistenza. Perciò quando parlo con le famiglie che devono decidere la cura per il loro amato, e cominciano a dire parole come "l'unica cosa importante è che non soffra" e perciò chiedono dosi di antidolorifici che lo renderebbero inconscio, io cerco di aiutarle a non cedere a questa angoscia che le assale, ma di pensare a cure che forse possono permettere contatto e comunicazione fra loro e il loro caro, anche se questo potrebbe aumentare il rischio di provare maggiore sofferenza.
 

Molte occasioni mi hanno fatto vedere che contatto e comunicazione sono capaci di rendere sia il paziente sia i suoi cari pieni di gratitudine in quelle circostanze drammatiche. La sofferenza è da combattere, ma non a qualunque costo. Come la vita per ognuno di noi: la prima cosa per vivere è avere qualcosa per cui vale la pena vivere. Così, dentro rapporti che ci danno la vita, si possono vivere anche queste circostanze, pur dolorose.
 

Anche nel caso del piccolo Charlie, la sofferenza non è l'unico criterio ragionevole per come procedere con le cure. Favorire i rapporti che lo fanno vivere fa parte della cura della persona, anche la persona malata e sofferente che non guarirà.
La mia seconda osservazione ha a che fare con le persone che hanno accettato la sfida di aiutare il malato dentro l'ambiente sanitario. I molti anni trascorsi come cappellano ospedaliero e adesso come cappellano di una fondazione di cura mi hanno aiutato a identificarmi con le prove, le speranze e le difficoltà di chi si assume il compito della cura. Ho vissuto pienamente e affrontato insieme a queste persone casi molto dolorosi. Le ho viste soffrire quando era chiesto loro di fare lo sforzo di tenere in vita attraverso misure invasive, in apparenza violente, la persona il cui sistema biologico era compromesso oltre ogni speranza. Invece di sentirsi orgogliose dell'impegno di aiutare la vita di una persona, cominciavano a sentirsi complici in un processo di tortura senza senso. Si sentivano in colpa e facilmente nasceva un sentimento di rancore verso la famiglia o il medico che le obbligava a continuare. In quei casi l'atmosfera del reparto diventava davvero pesante e ne soffrivano di conseguenza anche le cure agli altri malati.
 

Tuttavia, anche in questi casi estremi, quando ho visto infermieri e medici piangere davanti al compito di infliggere certe misure sul corpo del malato, e quando ho visto l'incapacità delle persone al lavoro di incrociare gli sguardi dei familiari per mancanza di simpatia, non ho mai sentito suggerire da nessuno che la decisione finale fosse che il malato non dovesse restare con i suoi cari, per quanto impreparati potevano essere o irragionevole potesse sembrare.
 

Non ho partecipato a nessuna riunione in cui il personale sanitario voleva arrogarsi il ruolo di essere il responsabile ultimo del malato. Questo rapporto così vitale non apparteneva a loro. Era sempre chiaro a tutti che il punto era aiutare i familiari nel fare i passi dolorosi necessari per capire che spettava loro accompagnare il loro caro all'uscita da questo mondo, lasciarlo andare. Mantenere questo rapporto è sempre stato palesemente nell'interesse del malato.

Perciò sono stupito e non poco preoccupato dal vedere che questo ruolo è stato usurpato dall'ospedale nel caso di Charlie Gard. Fra le tante notizie non ci sono informazioni che fanno sospettare che i genitori di Charlie siano incompetenti o disinteressati. Tutti possiamo sbagliare. Ma sento brividi di orrore leggendo che in tribunale c'è stato chi ha sostenuto i diritti di Charlie contro i suoi genitori. Il bene, come la vita, di Charlie passa invece attraverso il rapporto unico che c'è fra figlio e genitori. E non è vero che "l'unica cosa importante è che non soffra". La cosa importante per l'esistenza di Charlie è che viva, e questo gli viene attraverso il rischio d'un rapporto d'amore, come per tutti noi, un rapporto che potrebbe farci soffrire, sbagliare, ma che ci fa anche vivere. Consegnare la vita del piccolo bambino al rapporto eterno col Padre Celeste passa attraverso questo rapporto coi genitori. Non vedo come potrebbe essere nell'interesse del bambino rimpiazzare questo rapporto.
 

Se i dottori hanno ragione, Charlie non vivrà a lungo, macchine o no. Nel frattempo il suo rapporto vitale è quello con i suoi genitori. Tocca a noi di accompagnarli in questo grande compito, sia che siamo convinti che hanno ragione, sia che pensiamo che stiano sbagliando, perché è lì — in quel rapporto vitale — che sta l'interesso vero di Charlie.

Vincent Nagle