sabato 20 settembre 2014

STATISTICHE

PRIMA E DOPO IL 1965: 

LE STATISTICHE NON MENTONO


Ecco alcune statistiche sulla Santa Chiesa Cattolica Romana prima e dopo il Concilio Vaticano II negli Stati Uniti. Queste statistiche vengono dal CARA – Università di Georgetown.

500px-Gap_Between_Priests_and_Catholics_in_USA.svg_
Gap tra Sacerdoti e Cattolici (fedeli) negli U.S.A. Rosso: numero di Sacerdoti (in migliaia) Blu: numero di fedeli cattolici (in milioni)
Sacerdoti: 1945 = 38,451 1950 = 42,970 1955 = 46,970 1960 = 53,796 1965 = 58,000
Sacerdoti: 2013 = 38,800 Sacerdoti Diocesani = 26,500 e Religiosi = 12,300
Ordinazioni al Sacerdozio: 1965 = 994
Ordinazioni: 2013 = 511
Seminaristi: 1965 = 49,000 Laureati: = 8325
Seminaristi laureati: 2013 = 3694
Suore religiose in tutto il mondo 1973 = 1 milione. Nel 2013 = 721,935.
Parrocchie: 1965 = 17,637
Parrocchie: 2013 = 17,413
Partecipazione alla Messa nel 1965: il 65% dei Cattolici ha assistito alla Messa domenicale
2013: solo il 24% dei Cattolici ha assistito alla Messa domenicale.
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Fatta eccezione per i matrimoni ed i funerali, con quale frequenza assisti alla Messa?
Percentuale di risposte tra tutti gli adulti cattolici e per fascia d'età
1° colonna: tutti gli adulti cattolici
2° colonna: Pre-Concilio Vaticano II (nati prima del '43)
3° colonna: Vaticano II (nati dal 1943 al 1960)
4° colonna: Post-Concilio Vaticano II (nati dal '61 all'81)
5° colonna: nati dopo il 1981
Nero: raramente, o mai
Verde scuro: poche volte all'anno
Verde chiaro: almeno una volta al mese, ma meno di una volta a settimana
Giallo: Una volta a settimana, o più
Sei categorie di risposte sono combinate per creare quattro classi di partecipazione.
Fonte del Grafico: CARA Università di Georgetown.
Si evince da questo grafico che dal Concilio Vaticano II, il 50% dei Cattolici hanno smesso di assistere alla Messa domenicale.

Studenti nel 1965 presso 8.414 scuole elementari = 2.6 milioni.
Studenti nel 2013 presso 5.636 scuole elementari = 1.5 milioni.
Si è verificato anche un forte calo dei matrimoni nella Chiesa Cattolica.

mstatus
Stato maritale e Matrimonio nella Chiesa
Tra adulti cattolici
Sposati in Chiesa 34%
Sposati non in Chiesa, ma con matrimonio regolarizzato 3%
Sposati non in Chiesa, e senza convalida 16%
Separati 1%
Divorziati 12%
Vedovi 5%
Conviventi con un partner 4%
Non sposati 25%
Fonte del Grafico: CARA Università di Georgetown.
Nel mondo vi erano 419.728 Sacerdoti nel 1970. Nel 2013, se ne contano solo 412.236. Tuttavia la popolazione cattolica è raddoppiata, da 653.000 nel 1970 a 1.196.000 nel 2013.
Vista questa accresciuta popolazione cattolica, perché non ci sono più vocazioni? Perché viviamo nella religione cattolica “leggera”. Molti si definiscono Cattolici, ma non professano la loro fede.

L'età media dei Sacerdoti negli Stati Uniti nel 1970 era di 35 anniNel 2013, si aggira intorno ai 63 anni.

Ecco una fotografia che ritrae dei Sacerdoti ad un funerale in California un mese fa:

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Negli Ordini tradizionalisti si ravvisa un'età media di gran lunga inferiore.
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Come dice l’adagio, “Soluzione Biologica, Soluzione Biologica”. Presto saremo fuori dalla “Generazione del Vaticano II”, e tra non molto nella “Generazione Cattolica Tradizionalista”. La morte arriva prima o poi per tutti noi.
Gesù!, salva la Tua Chiesa!!!


http://radiospada.org/2014/01/prima-e-dopo-il-vaticano-ii-le-statistiche-non-mentono/

giovedì 18 settembre 2014

divorzio nella chiesa antica? Falso

Non si scherza con i sacramenti, nuovi non possumus porporati

Scola, Ouellet e numerosi grandi teologi rigettano i facilismi dei tedeschi sulla comunione ai risposati

Cardinali riuniti nella cappella Sistina (Foto LaPresse)
Roma.  C’è anche un lungo saggio del cardinale Angelo Scola, nel numero speciale presinodale di Communio, la rivista fondata da Hans Urs von Balthasar, Henri de Lubac e Joseph Ratzinger, interamente dedicato al matrimonio. Il tema che più d’ogni altro divide è quello del riaccostamento dei divorziati risposati all’eucaristia, auspicato da chi come il cardinale Walter Kasper ritiene inimmaginabile che chi è andato incontro a un fallimento matrimoniale “cada in un buco senza via d’uscita” e rifiutato da quanti considerano tale via libera una sorta di dispensa dai comandamenti di Dio e dalle istruzioni della chiesa. Spesso, scrive Scola, la chiesa è accusata di essere poco sensibile e assai poco comprensiva quando ha a che fare con i divorziati risposati. Andrebbero però indagate in profondità le ragioni di una posizione non improvvisata, ma “fondata sulla divina rivelazione”. E poi, qui non si sta parlando di “una azione arbitraria del magistero della chiesa”, quanto della consapevolezza del legame che unisce da sempre il sacramento dell’eucaristia al sacramento del matrimonio. A rendere impossibile l’accesso alla comunione non è dunque la volontà di disattendere quelle attese dei fedeli cattolici che a giudizio di Kasper non possono essere disattese dal Sinodo prossimo venturo, tantomeno lo è il piacere d’arroccarsi su posizioni considerate superate dal moltiplicarsi di tutte le “situazioni inedite fino a pochi anni fa” (dal gender alle famiglie cosiddette patchwork, fino alle unioni tra persone dello stesso sesso) che non furono affrontate in modo approfondito durante il Sinodo del 1980: a impedire l’accostamento all’eucaristia è solo “lo stato nel quale si trovano coloro che hanno stabilito un nuovo legame”. “Uno stato – scrive Scola – che contraddice ciò che è significato dal legame tra l’eucaristia e il matrimonio”.

“Il divorzio nella chiesa antica? Falso”

Anche i riferimenti fatti dal cardinale Kasper alla prassi della chiesa dei primi secoli – ritenuta più permissiva e flessibile circa i fedeli divorziati e risposati – nella lunga relazione teologica dinanzi al collegio cardinalizio riunito in concistoro lo scorso inverno, lasciano il tempo che trovano: si tratta di “interpretazioni che ancora non sembrano fornire la prova di comportamenti sostanzialmente differenti da quelli di oggi”, aggiunge l’arcivescovo di Milano. E a conferma di ciò, la rivista ripubblica un ampio testo del padre gesuita Henri Crouzel, scomparso nel 2003 e già professore di Patristica all’Istituto cattolico di Tolosa e all’Università Gregoriana di Roma, in cui si bollano come “false” le teorie sulla flessibilità rispetto al divorzio e al secondo matrimonio nella chiesa dei primi tempi: “Non si può deformare la ricerca storica”, e poi è abbastanza “inutile falsare la storia dei primi secoli con l’obiettivo di adattarla alle riforme che qualcuno potrebbe desiderare per il secolo Ventesimo”, sottolineava padre Crouzel. Tra i contributi presenti nel volume, c’è anche quello del cardinale Marc Ouellet, prefetto della congregazione dei Vescovi scelto da Benedetto XVI nel 2010 e confermato da Francesco. Il porporato canadese si sofferma in modo particolare sulla questione riguardante la comunione ai divorziati risposati  e ricorda che “le nuove aperture per un approccio pastorale basato sulla misericordia devono concretizzarsi nella continuità della tradizione dottrinale della chiesa, che è essa stessa un’espressione della divina misericordia”.

ARTICOLI CORRELATI I gesuiti d’America vogliono cambiare la dottrina I vescovi tedeschi hanno pronte le “tesi” da inchiodare all’uscio del Sinodo Un Sinodo fatto per pareggiare, ma al progressista ’sta melina non piaceOuellet, di cui Communio ripubblica l’intervento tenuto in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario del Tribunale ecclesiastico di Valencia, non chiude alla riflessione su “alcune iniziative innovative che rispondano alle nuove sfide dell’evangelizzazione”. Il punto chiave, però, è che l’aiuto che si deve concedere ai divorziati risposati ha un limite ben chiaro: “Quello imposto dalla verità dei sacramenti della chiesa”. Quel che bisogna fare, semmai, è “ricordare il patrimonio” lasciato da “Giovanni Paolo II, il Papa della famiglia”. Certo, il limite imposto è doloroso, ma “non impedisce alla misericordia di raggiungere il cuore e l’anima delle persone in una situazione irregolare”.  E poi – precisa il prefetto della fabbrica dei vescovi – “mantenere questo limite non equivale a dire che queste coppie vivono in peccato mortale o che viene loro negata la Santa Comunione per questa ragione morale”. Queste persone “possono sinceramente pentirsi e ottenere il perdono, ma rimangono impossibilitate a godere della consolazione del segno sacramentale”. La ragione di questa limitazione – prosegue Ouellet – “non è morale, bensì sacramentale. Il secondo matrimonio rimane un ostacolo oggettivo che non permette di partecipare alla sacramentalità di Cristo e della chiesa”.

Misericordia non è compassione psicologica

Nicholas Healy, docente di Filosofia e cultura all'Istituto John Paul II presso la Catholic University of America, ricorda che il dibattito in corso non è altro che una ripresa dello scontro che s’ebbe vent’anni fa, con la lettera sull’attenzione verso i divorziati risposati scritta e firmata da tre presuli tedeschi di  rango: l’allora arcivescovo di Friburgo Oskar Saier, Karl Lehmann e Walter Kasper. I vescovi proponevano di stabilire alcuni criteri che avrebbero poi condotto i singoli individui ad accostarsi all’eucaristia: pentirsi per il fallimento del primo matrimonio, dar prova che il matrimonio civile sia stabile nel tempo, accettare gli impegni assunti con il secondo matrimonio. Sotto queste condizioni, scrivevano Saier, Lehmann e Kasper, le persone risposate civilmente avrebbero potuto ricevere la comunione. Peccato che, ricorda Healy, pochi mesi più tardi la congregazione per la Dottrina della fede a guida Ratzinger, pubblicò una lettera diretta “ai vescovi della chiesa cattolica” riguardante proprio la questione dell’eucaristia per i divorziati risposati.

L’ex Sant’Uffizio citava solo due documenti, la Familiaris Consortio giovanpaolina e il Catechismo della chiesa cattolica, per ribadire in poche parole che “la dottrina e la pratica della chiesa precludono ai cattolici risposati civilmente di ricevere la comunione, dal momento che la loro condizione di vita oggettivamente contraddice l’unione d’amore tra Cristo e la chiesa”. Il fatto è, osserva sempre nel numero speciale di Communio padre Fabrizio Meroni, professore di Antropologia teologica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II di Roma, che in molte circostanze “si riduce l’assistenza pastorale per i divorziati risposati a una compassione psicologica, a una simpatia superficiale o a una soggettiva comprensione misericordiosa che cerca di portare gli sposi di nuovo nella vita sacramentale della comunità”. Ma l’auspicio di essere riammessi all’eucaristia, aggiunge Meroni, non può essere una rivendicazione: il sacramento è semplicemente un dono.
© FOGLIO QUOTIDIANO

cattolico, ma .........

«Parlo da cattolico,

 ma …» (tenetevi forte)




Brutte notizie amici, ci siamo persi un comandamento per strada: quello che impone di parlare “da cattolici”. Altri invece devono averlo scovato in qualche vangelo apocrifo e lo mettono drammaticamente in pratica. Lo si vede e lo si legge tutti i giorni – non occorre fare nomi e cognomi – nelle dichiarazioni di politici, intellettuali e in qualche caso persino di prelati i quali, con frequenza sempre maggiore, allorquando si accingono ad affrontare temi eticamente sensibili, non perdono occasione per riproporre l’imperdibile puntualizzazione: «Parlo da cattolico». Ora, al dato positivo – fa sempre piacere che fra i battezzati vi sia ancora chi, ogni tanto, rammenta d’esserlo – di solito ne segue uno assai meno entusiasmante, che nove volte su dieci si sostanzia in una dichiarazione in totale contrasto con la dottrina della Chiesa. «Parlo da cattolico, ma credo che la Chiesa si debba rinnovare». «Parlo da cattolicoma in certi casi non considero l’aborto sbagliato». «Parlo da cattolico, ma sono favorevole alla fecondazione assistita». «Parlo da cattolico, ma per me non conta se Gesù sia risorto, l’importante è quello che ha detto perché ha parlato d’amore».
Prima che un lettore meno forte di altri accusi comprensibili malori, meglio fermarsi. Del resto il senso è chiaro: il «parlo da cattolico» è ormai divenuto la premessa allo strafalcione, qualche pignolo direbbe all’eresia ma non esageriamo, se no finisce che qualcheduno, poi, prende sul serio gli insegnamenti della Chiesa: non sia mai. Tornando a noi, la domanda ora è una ed è molto semplice: com’è possibile tutto questo? Come si è arrivati all’infelice matrimonio fra il «parlo da cattolico» e la licenza di spararla grossa, meglio se più grossa possibile? Trattandosi di problema complesso, è saggio limitarsi a delle ipotesi. La prima: parlare «da cattolici» è un conto, agire da tali è molto diverso e, soprattutto, più costoso: in un caso infatti basta l’autocertificazione, nell’altro è richiesta la testimonianza. Seconda ipotesi: parlare «da cattolici» è facile, dire cose «cattoliche» per nulla, tanto che persino il Figlio di Dio, quando lo faceva, non riscontrava alcun successo e si sentiva chiedere: «Questo parlare è duro: chi lo può ascoltare?» (Giovanni 5,2.60).
Un’ultima ipotesi è quella di una conoscenza limitata della dottrina cristiana, spesso confusa con un’odiosa sfilza di divieti. E chissà qual è, delle tre, quella giusta. Sempre che non sia in realtà giusto così, e cioè esibire il patentino «da cattolici» per poi sfrecciare a tutta velocità fra dichiarazioni e battute imbarazzanti. Il tutto guardandosi bene dal provare, senza tanti proclami, a sostenere posizioni etiche che fra l’altro non abbisognano di alcun tipo di riferimento confessionale. Puoi difatti sostenere la naturalità della famiglia citando Aristotele, condannare l’aborto citando Bobbio, avversare l’eutanasia facendo tue le posizioni del francese Lucien Israel, agnostico luminare dell’oncologia. Il «parlo da cattolico» seguito da uscite spiazzanti non è dunque necessario. Eppure continua ad essere impiegato, al punto che si potrebbe quasi parlare di tormentone. Come mai? Abbiamo avanzato delle ipotesi, ma il mistero resta. E in attesa che qualcuno lo chiarisca un pensiero ci allieta: meno male che Gesù Cristo, quella volta, non ha scelto di parlare «da cattolico». Altrimenti avrebbe fondato una bocciofila o un circolo della briscola. Ma non di certo il Cristianesimo.
http://giulianoguzzo.com/2014/09/11/parlo-da-cattolico-ma-tenetevi-forte/

mercoledì 17 settembre 2014

sinodo sul divorzio

Il Cardinale Müller - Anticipazione
«Il matrimonio sacramentale, se valido, è indissolubile»

25 luglio 2014



Si intitola «La speranza della famiglia» il libro intervista (Edizioni Ares, 80 pagine, euro 9.50) che raccoglie il dialogo tra il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede e Carlos Granados, direttore delle edizioni spagnole Bac. Nel libro il porporato consegna per così dire le sue riflessioni programmatiche in vista del Sinodo straordinario sulla famiglia che si terrà in Vaticano dal 5 al 19 ottobre prossimi. Del volume, Avvenire pubblica in anteprima alcuni estratti, a partire dalla domanda, e relativa risposta, sulla difficoltà dei giovani a pronunciare la promessa matrimoniale.

Papa Francesco ci ricordava nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium come «l’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita che indebolisce lo sviluppo e la stabilità del vincolo tra persone e che snatura i vincoli familiari» (n.67). In questa situazione, come si può intendere il «per sempre» del matrimonio?

Il «per sempre» chiaramente si lega all’«una volta per sempre» del sacrificio di Gesù sulla croce, che ha dato la sua vita per noi. Dare la propria vita è quasi la rappresentazione dell’amore, dal momento che l’amore non è un sentimento vago, bensì una realtà: realizzarsi attraverso la donazione di sé. Il cuore dell’amore è il donarsi di Dio per noi (...).
È impossibile vivere isolati o chiusi in noi stessi! La vita ha senso unicamente quando diviene concreta donazione all’altro: nella vita quotidiana, giorno per giorno. In modo particolare, essa si dà nel mistero del matrimonio che diventa il luogo privilegiato dove si sperimenta la donazione di sé definitiva e senza condizioni, che dà senso alla nostra vita. Tutto ciò, indubbiamente, è tanto bello e incoraggiante, ma presenta anche il limite di non potersi realizzare contando unicamente sulle proprie forze. Senza l’umile ammissione dei propri limiti e senza la sincera offerta del perdono ricevuto da Dio non è possibile sostenere il «per sempre». Ritengo che dietro tante famiglie spezzate o ricomposte a pezzetti, con vari «padri» o «madri» o solo con «madri» o solo con «padri», in definitiva ci sia un difetto di comprensione di ciò che ritenevamo evidente. Secondo il mio parere, l’obiettivo principale del prossimo Sinodo dovrebbe essere il compito di recuperare l’idea sacramentale del matrimonio e della famiglia, per conferire ai giovani disposti a iniziare il cammino coniugale o a quelli che già vi si trovano, il coraggio necessario. In fondo, si tratta di dire loro che non sono soli in questo cammino, che la Chiesa – sempre madre – li accompagna e continuerà ad accompagnarli. Appare evidente che questo sarebbe un compito impossibile da realizzare se l’affidassimo alla semplice pubblicazione di qualche libro o articolo specialistico!

Non possiamo dimenticare la forte testimonianza dei matrimoni che non falliscono. Tutti conosciamo coppie felici e appagate che hanno vissuto intensamente divenendo, per lo più inconsciamente, testimoni privilegiati della verità. Il Santo Padre parla spesso della povertà, incarnata nei poveri del terzo e quarto mondo, relegati nelle cosiddette «periferie esistenziali». Tra loro ci sono i figli che debbono crescere senza i loro genitori, gli «orfani del divorzio». Forse sono i poveri più poveri del mondo: sono i figli abbandonati non solo nei Paesi del terzo mondo, ma anche qui in Europa, nell’America del Nord, nei Paesi più ricchi. Questi «orfani del divorzio», a volte circondati da molti beni, con molto denaro a disposizione, sono i più poveri tra i poveri, perché hanno molti beni materiali, ma sono privi di quello fondamentale: dell’amore oblativo di due genitori che rinunciano a sé stessi per loro (...). Lei ha sottolineato la gran difficoltà di vivere il «per sempre». Indubbiamente, la dottrina circa l’indissolubilità del matrimonio oggi è tra le più incomprensibili nei nostri ambienti secolarizzati (...).

D’altra parte, vorrei sottolineare che recenti indagini svolte tra i nostri giovani hanno confermato il fascino dell’ideale di fedeltà tra un uomo e una donna, fondato sull’ordine della Creazione. Anche se affermano di «credere» nel divorzio, la maggior parte tra loro aspira a una relazione fedele e costante, corrispondente alla sua natura spirituale e morale. Peraltro, non dobbiamo dimenticare che il matrimonio indissolubile possiede un valore antropologico di primaria grandezza: sottrae la persona all’arbitrio e alla tirannia dei sentimenti e degli stati d’animo; li aiuta ad affrontare le difficoltà personali e a superare le esperienze dolorose; soprattutto protegge i figli. Perciò affermano che l’amore è qualche cosa di più di un sentimento o di un istinto. Nella sua essenza, esso è dedizione e impegno. Nell’amore coniugale, due persone si dicono l’un l’altra, in modo cosciente e volontario: sei così importante per me, sei così unico/ a per me, che voglio stare solamente con te e per sempre! (...)

Il problema dei divorziati risposati è stato riproposto ultimamente all’attenzione dell’opinione pubblica. Si è giunti a mettere in dubbio il criterio stabilito nella Familiaris consortio che nel punto 84 recita così: «La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla sacra Scrittura, di non ammettere alla Comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio». Partendo da una certa interpretazione della Scrittura, della tradizione patristica e dei testi del magistero, di recente sono state suggerite soluzioni che propongono innovazioni rispetto alla Familiaris consortio. Come dobbiamo comportarci su questo punto? 

(...) Nemmeno un Concilio ecumenico può mutare la dottrina della Chiesa, perché il suo Fondatore, Gesù Cristo, ha affidato la custodia fedele dei suoi insegnamenti e della sua dottrina agli Apostoli e ai suoi successori (...). Pertanto, la dottrina della Chiesa non sarà mai la somma di alcune teorie elaborate da un gruppo di teologi, per geniali che possano essere, bensì la confessione della nostra fede nella Rivelazione, niente più e niente meno che la Parola di Dio affidata al cuore – interiorità e alle labbra – annuncio – della sua Chiesa. Abbiamo sul matrimonio una dottrina elaborata e strutturata, basata sulla parola di Gesù, che occorre offrire nella sua integrità. La troviamo nei Vangeli e in altri luoghi del Nuovo Testamento, soprattutto nelle parole di san Paolo nella prima lettera ai Corinzi e nella lettera ai Romani. Abbiamo a disposizione anche la Tradizione, con molti scritti e molte riflessioni dei Padri della Chiesa, per esempio di sant’Agostino.

A tutto ciò si devono aggiungere gli sviluppi della Scolastica e del magistero dei concili di Firenze e di Trento. Per finire, un ultimo stadio della progressiva esposizione del dogma lo troviamo magnificamente espresso nella
 Lumen gentium e soprattutto nella Gaudium et spes n. 47-51, che sono la sintesi completa operata dal Concilio Vaticano II di tutta la dottrina della Chiesa sul matrimonio, compresa la domanda sul divorzio. A questo proposito, la Chiesa non può ammettere il divorzio per un matrimonio sacramentale rato e consumato. È dogma della Chiesa. Insisto: l’assoluta indissolubilità di un matrimonio valido non è una mera dottrina, bensì un dogma divino e definito dalla Chiesa. Di fronte alla rottura di fatto di una matrimonio valido, non è ammissibile un altro «matrimonio » civile. In caso contrario, saremmo di fronte a una contraddizione, perché se la precedente unione, il «primo» matrimonio o, meglio, il matrimonio, è realmente un matrimonio, un’altra unione successiva non è «matrimonio».

È solo un gioco di parole parlare di primo e di secondo «matrimonio». Il secondo matrimonio è possibile solamente quando il legittimo coniuge è morto, oppure quando il matrimonio è stato dichiarato invalido, perché in questi casi il vincolo precedente si è dissolto. In caso contrario ci troviamo di fronte a ciò che è definito «impedimento di vincolo».(...) Nel fondo della questione da lei posta e oltre un’apparente disputa teologica, dobbiamo tener presente che ci troviamo di fronte a un problema che obbliga la Chiesa a essere sempre fedele alla dottrina di Gesù, le cui parole al riguardo sono è assolutamente chiare. Ciò non impedisce di parlare del problema della validità di tanti matrimoni nell’attuale contesto secolarizzato. Tutti abbiamo assistito a nozze in cui non si sapeva bene se i contraenti del matrimonio erano realmente intenzionati a «fare ciò che fa la Chiesa» nel rito del matrimonio! In teoria, tutti conoscono criteri o condizioni classiche per poter contrarre matrimonio; in modo speciale che la volontarietà del consenso non sia viziata, che si sia liberi, che esista una sufficiente maturità personale. Indubbiamente ci obbliga a riflettere e come pastori ci preoccupa la situazione accennata in precedenza per cui molti contraenti sono formalmente cristiani, perché hanno ricevuto il battesimo, ma non praticano la fede cristiana; non solamente liturgicamente, bensì esistenzialmente. Benedetto XVI ha fatto insistenti richiami a riflettere sulla grande sfida rappresentata dai battezzati non credenti. Di conseguenza, la Congregazione per la Dottrina della fede ha raccolto la preoccupazione del Papa, mettendo al lavoro un buon numero di teologi e di altri collaboratori per risolvere il problema della relazione tra fede esplicita e implicita.

Che cosa avviene quando un matrimonio è carente perfino della fede implicita? Certamente quando essa manca, sebbene il matrimonio sia stato celebrato
 libre et recte potrebbe risultare invalido. Ciò induce a ritenere che, oltre ai criteri classici per dichiarare l’invalidità del matrimonio, ci sia da riflettere di più sul caso in cui i coniugi escludano la sacramentalità del matrimonio. Attualmente ci troviamo ancora in una fase di studio, di riflessione serena ma (...), nella nostra Congregazione stiamo dedicando molte energie per dare una risposta corretta al problema posto dalla fede implicita dei contraenti. 

Perciò se il soggetto escludesse la sacramentalità del matrimonio, allo stesso modo di chi, al momento di sposarsi, escludesse per esempio i figli, quel fatto potrebbe rendere nullo il matrimonio che è stato contratto. Forse è questo che si sta studiando…

La fede appartiene all’essenza del sacramento. Certo, occorre chiarire la questione giuridica posta dall’invalidità del sacramento a causa di una evidente mancanza di fede (...). Stabilire un criterio valido e universale al riguardo non è davvero una questione futile. In primo luogo perché le persone sono in costante evoluzione sia per le conoscenze che via via acquisiscono col passare degli anni, sia per la loro vita di fede. Il tirocinio e la fede non sono dati statistici! Talvolta, al momento di contrarre il matrimonio una certa persona non era credente; ma è anche possibile che nella sua vita sia intervenuto un processo di conversione, sperimentando così una sanatio ex posteriori di ciò che in quel momento era un grave difetto di consenso. Desidero ripetere in ogni caso che, quando ci troviamo in presenza di un matrimonio valido, in nessun modo è possibile sciogliere quel vincolo: né il Papa né alcun altro vescovo hanno autorità per farlo, perché si tratta di realtà che appartiene a Dio, non a loro (...). 

Evidentemente si pone anche qui la relazione tra il sacramento dell’Eucaristia e il sacramento del matrimonio. Che cosa ci può dire a riguardo? Come si può intendere la relazione tra i due sacramenti?

La Comunione eucaristica è espressione di una relazione personale e comunitaria con Gesù Cristo. A differenza dei nostri fratelli protestanti e in linea con la Tradizione della Chiesa, per i cattolici essa esprime l’unione perfetta tra la cristologia e l’ecclesiologia. Pertanto, non posso avere una relazione personale con Cristo e col suo vero Corpo presente nel Sacramento dell’Altare e, allo stesso tempo, contraddire lo stesso Cristo nel suo Corpo mistico, presente nella Chiesa e nella comunione ecclesiale. Quindi possiamo affermare senza errore che se qualcuno si trova in situazione di peccato mortale, non può e non deve accostarsi alla Comunione. Ciò avviene sempre, non solamente nel caso accennato nella domanda precedente, bensì in tutti i casi in cui ci sia una rottura oggettiva con ciò che Dio vuole per noi. Questo è per definizione il vincolo che si stabilisce tra i vari sacramenti. Perciò bisogna stare ben attenti di fronte a una concezione immanentista del sacramento dell’Eucaristia, ossia a una comprensione fondata su un individualismo estremo. Concretamente, bisogna guardarsi dal credere soggettivamente di essere in comunione con Cristo e di osservare la legge di Dio rimanendo ai margini della comunione ecclesiale, subordinando alle proprie necessità o ai propri gusti la recezione dei sacramenti o la partecipazione alla comunione ecclesiale.

Per alcuni la chiave del problema è il desiderio di comunicarsi sacramentalmente», come se il semplice desiderio fosse un diritto. Per molti altri, la comunione è solamente una maniera di esprimere l’appartenenza a una comunità; è la manifestazione di un sentimento, quello dell’appartenenza a una collettività che a sua volta ne comporta altre come l’identità, lo spirito di corpo o il timore di venirne escluso. Certamente, il sacramento dell’Eucaristia non può essere concepito in modo riduttivo come espressione di un diritto o di una identità comunitaria: l’Eucaristia non può essere
 un social feeling!. Spesso viene suggerito di lasciare alla coscienza personale dei divorziati risposati la decisione di accostarsi alla Comunione eucaristica. Anche questo argomento esprime un problematico concetto di «coscienza», già respinto dalla Congregazione per la Fede nel 1994. Prima di accostarsi a ricevere la comunione, i fedeli sanno di dover esaminare la loro coscienza, cosa che li obbliga anche a formarla di continuo e quindi a essere degli appassionati ricercatori della verità. In questa dinamica tanto peculiare, l’obbedienza al magistero della Chiesa non è di peso, bensì di aiuto per scoprire la tanto anelata verità sul proprio bene e su quello degli altri.


martedì 16 settembre 2014

terza guerra mondiale

Antonio Socci: la terza guerra mondiale del Papa




Il pellegrinaggio di papa Bergoglio a Redipuglia, sacrario delle vittime della Prima guerra mondiale, è un evento ricco di significati. E non può essere ridotto a un generico e scontato appello alla «pace nel mondo». Anche perché i suoi toni sono stati drammatici: «Forse si può parlare di una terza guerra combattuta “a pezzi”, con crimini, massacri, distruzioni...». È un avvertimento che somiglia a un cupo presagio e non può lasciare indifferenti. Anche perché è la seconda volta in pochi giorni che parla di «terza guerra mondiale». C’è di che riflettere.

Già Benedetto XVI, nella sua prima udienza generale, il 27 aprile 2005, aveva spiegato la scelta di quel nome proprio con un sorprendente richiamo storico alla Grande guerra: «Ho voluto chiamarmi Benedetto XVI per riallacciarmi idealmente al venerato Pontefice Benedetto XV, che ha guidato la Chiesa in un periodo travagliato a causa del primo conflitto mondiale. Fu coraggioso e autentico profeta di pace e si adoperò con strenuo coraggio dapprima per evitare il dramma della guerra e poi per limitarne le conseguenze nefaste. Sulle sue orme desidero porre il mio ministero a servizio della riconciliazione e dell’armonia tra gli uomini e i popoli, profondamente convinto che il grande bene della pace è innanzitutto dono di Dio, dono fragile e prezioso da invocare, tutelare e costruire giorno dopo giorno con l’apporto di tutti».

C’era, in quel richiamo storico di Ratzinger (un papa di straordinaria sapienza), una precisa filosofia e una teologia della storia. Infatti siamo adesso alla conclusione di un tragico ciclo che è cominciato esattamente cento anni fa.

Il 1914 ha rappresentato davvero l’apertura del vaso di Pandora, quello che nella mitologia greca conteneva tutti i mali che presero a dilagare nel mondo. Da allora i demoni (non solo quelli dostoevskjani) scorrazzano sul pianeta. È infatti nel 1914 - esattamente cento anni fa - che scoppia la Prima guerra mondiale, il primo conflitto globale che fa un numero terrificante di vittime, che devasta la koiné europea e che provoca la rivoluzione bolscevica in Russia, con tutte le conseguenze tragiche che sappiamo per la diffusione del comunismo nel mondo (centinaia di milioni di vittime).

Quella guerra provoca pure l’avvento del fascismo in Italia e - poco dopo - del nazismo in Germania. Quindi consegna il mondo ai totalitarismi più satanici e pone le premesse della Seconda guerra mondiale. Con la Shoah, l’atomica e tutto quello che ne segue.

Tutto comincia nel 1914. E solo la Chiesa se ne rese conto. Il papa san Pio X l’aveva più volte «profetizzato» dicendo ai collaboratori, che lo hanno testimoniato: «Verrà il Guerrone» (in effetti venne chiamata la Grande guerra). E quel papa santo morì di crepacuore un mese dopo lo scoppio del conflitto. In quella follia generale che scosse l’Europa, solo la voce della Chiesa, col suo successore, Benedetto XV, eletto proprio nel settembre 1914, si alzerà per avvertire l’umanità del baratro in cui stava precipitando. Egualmente tutti i papi del secondo Novecento metteranno in guardia l’umanità da una sorta di grande botto finale, da un’indicibile catastrofe nucleare. Per il Magistero della Chiesa il fondamento della pace è la difesa del valore della vita umana e dei diritti dell’uomo. Valore minacciato dai totalitarismi e dai fondamentalismi. Ma oggi anche da una «dittatura del relativismo» che dilaga fra le élite politiche e intellettuali d’Occidente. E che rende smarriti i popoli. Cosicché sono senza bussola, confusi perfino nei buoni sentimenti. Lo si vede pure nelle notizie di cronaca e di costume.

Questa settimana - per dire - è passato nell’indifferenza generale il massacro di tre suore italiane in Burundi, a fronte della tragedia nazionale ancora in corso per la morte (accidentale) di un orso in Trentino. Un fenomeno collettivo che impressiona ancora di più se confrontato con la freddezza generale verso il massacro in corso di migliaia di esseri umani (specie di cristiani) in diverse parti del mondo.

D’altronde si assiste da decenni a una progressiva svalorizzazione della vita umana anzitutto - quel che è più grave - nelle legislazioni degli stati. Cominciarono gli stati totalitari. Poi seguiti dalle democrazie. Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano molto chiaro questo avvelenato lascito del Novecento e lo legavano indissolubilmente ai temi della pace e della guerra.

Insieme ai pontefici, Madre Teresa di Calcutta - che nelle periferie esistenziali ha vissuto tutta la vita - ha ripetuto per anni che «l’aborto è la peggiore minaccia alla pace nel mondo». Se guardiamo alle statistiche è difficile darle torto: 50 milioni di aborti ogni anno. Un numero di vittime pari a quelle della Seconda guerra mondiale. In trent’anni sono almeno un miliardo le vite umane spazzate via (e altrettante le madri ferite da questa pratica per l’indifferenza del mondo).

La Chiesa, fino a Benedetto XVI, ha gridato con tutta la sua forza per risvegliare le menti e i cuori di fronte a tale ecatombe. E ha pure rivendicato con forza il diritto alla libertà religiosa nei regimi totalitari o fondamentalisti. Invece Bergoglio ha completamente cambiato strada. Ha dichiarato (Corriere della sera, 5 marzo 2014) di non capire la «non negoziabilità» della battaglia sulla vita, che è la base di tutti i diritti umani e della pace. E nell’intervista con padre Spadaro ha rappresentato addirittura come «ossessionata» la Chiesa che insiste su questi temi. Poi ha messo la sordina alla richiesta di diritti umani e libertà religiosa verso i regimi islamici o comunisti.

È una svolta che nella Chiesa sta producendo fra i fedeli molto smarrimento. E ha provocato curiosi fenomeni di repentina «conversione» al bergoglismo fra ecclesiastici e intellettuali. Uno dei casi più sorprendenti riguarda un influente «opinion leader», padre Livio Fanzaga, storico direttore di Radio Maria dai cui microfoni tuona da anni su posizioni che lui stesso ha sempre definito ratzingeriane («In teologia seguo l’ortodossia cattolica di Ratzinger», 29 giugno 2009).

Fino a pochi mesi fa ha tuonato contro quegli ecclesiastici che non seguivano la battaglia della Chiesa sui «principi non negoziabili». In un libro scritto l’anno passato, ma uscito a gennaio di quest’anno, ancora tuonava, col suo stile colorito, contro la «falsa pace» scrivendo: «Il Diavolo prospetta la pace universale in cambio - per esempio - della resa sui valori non negoziabili, sostenendo che non serve continuare a discutere e far polemiche, quando basterebbe dar via libera a ogni ideologia a sostegno di aborto, divorzio, eutanasia, matrimoni omosessuali, etc per vedere realizzata finalmente la concordia tra gli uomini. In questo contesto, come reagire? Occorre essere intransigenti, non scendere a compromessi con la verità del Vangelo, essere luce del mondo e sale della terra, annunciando sempre e ovunque che solo Cristo è la nostra pace e che senza Dio non c’è via per la vera pace nel mondo».

Padre Fanzaga aggiungeva pure una notazione che - letta oggi - si potrebbe interpretare come una durissima critica di Bergoglio: «Stiamo dunque attenti ogni volta che ci battono le mani o ci fanno i complimenti, perché potremmo forse aver imboccato la strada della falsa pace, fatta di falso ecumenismo, di compromesso, di silenzi e tradimenti della verità. In fondo, è Gesù stesso che ci offre nel Vangelo un criterio di verità, preannunciando: “Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20). Se saremo perseguitati, sapremo che staremo camminando sulle orme di Cristo, nella verità».

Tuttavia non sono più questi i toni che si sentono sulle frequenze della radio cattolica più ascoltata. Il suo direttore sembra sia diventato di colpo un entusiastico sostenitore della nuova via. Se sarà confermato questo venire meno della Chiesa, nella difesa della vita e dell’uomo, sarà una svolta epocale. Tragica per tutti.
di Antonio Socci

il Vangelo è una cosa ma la pastorale è un’altra.

Martino: «Il Sinodo non può tradire la dottrina»
di Riccardo Cascioli



«Al Sinodo ci saranno sicuramente espressioni e interventi che non collimeranno con la dottrina della Chiesa, ma alla fine non potrà che essere riaffermato ciò che la Chiesa ha sempre detto sulla famiglia». Il cardinale Renato Raffaele Martino, un “veterano” delle battaglie alle Nazioni Unite sulla famiglia, è tranquillo sull’esito del Sinodo straordinario che inizierà il prossimo 5 ottobre. Tranquillo e sicuro perché – dice - «la Chiesa non può cambiare ciò che ha sempre proclamato».

Il cardinale Martino, 82 anni, è stato recentemente nominato protodiacono - colui che annunzia il nuovo Papa -, dopo una vita passata a diffondere e difendere la dottrina sociale della Chiesa. È stato infatti nunzio apostolico alle Nazioni Unite per ben 16 anni, dal 1986 al 2002, guidando la delegazione vaticana a tutte le Conferenze internazionali dell’Onu negli anni ’90, e poi è stato presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace. Per il suo ruolo ha girato tutto il mondo («Ho visitato 195 paesi sui 205 esistenti, non c’è cardinale che abbia fatto di più») ricevendo anche 34 onorificenze e 14 lauree honoris causa («14 come le operazioni chirurgiche che ho dovuto affrontare», dice ridendo). Negli anni passati alle Nazioni Unite ha dovuto ergersi a paladino per la difesa della famiglia e del diritto alla vita, oggetto di un attacco senza precedenti, che peraltro prosegue tutt’ora. E sicuramente la battaglia più grande, lo scontro più terribile lo ha vissuto al Cairo, alla Conferenza internazionale su popolazione e sviluppo che si chiudeva proprio in questi giorni venti anni fa. Allora il tema dominante era la sovrappopolazione e quindi Stati Uniti e Unione Europea spingevano per imporre qualsiasi mezzo per il controllo delle nascite, soprattutto rivendicavano il diritto all’aborto. 

Cardinal Martino, l’opposizione decisa della Santa Sede diede vita a uno scontro furioso che per giorni occupò le prime pagine dei giornali di tutto il mondo.Solo io, aiutato dai delegati africani e latinoamericani, proponevo che l’aborto non fosse preso in considerazione come metodo di pianificazione familiare. Grazie a questo intervento nel Programma di Azione uscito dal Cairo si legge al paragrafo 8.25: «In nessun caso l’aborto può essere invocato come metodo di pianificazione familiare». Fu una vittoria strepitosa che gli europei, favorevoli all’aborto, non hanno mai digerito. Cosa importante, quella formulazione non è mai più stata revocata in nessun documento delle Nazioni Unite, malgrado ci provino in continuazione. Il primo tentativo di cancellare quel divieto fu a Pechino pochi mesi dopo, nel 1995, alla Conferenza dedicata alla donna. Tutti i paesi che erano stati sconfitti al Cairo si unirono a Pechino e tentarono ogni cosa per togliere questa affermazione, e invece non ci riuscirono.

Gli Stati Uniti – allora c’era l’amministrazione Clinton - erano particolarmente determinati a ottenere il diritto all’aborto. La battaglia fu senza esclusione di colpi, lei fu trattato duramente dal capo-delegazione statunitense, l’allora sottosegretario al Dipartimento di Stato Timothy Wirth. Cosa avvenne?Fui convocato da Wirth, mi chiese seccamente «Perché hai fatto questo?». Io gli risposi che noi difendiamo la dignità dell’uomo, di ogni uomo. Allora replicò: «Tu sei solo Osservatore, non puoi fare questo», riferendosi anche al fatto che intorno alla Santa Sede si era coagulata una coalizione di paesi africani e latino-americani. Allora io gli ho ricordato che alle Nazioni Unite è vero che la Santa Sede è Osservatore ma quando si convocano queste conferenze la Santa Sede partecipa a eguale titolo di stato come tutti gli altri e quindi può intervenire come crede opportuno. Il colloquio finì lì.

Al Cairo fu respinto anche il tentativo di ridefinire il concetto di famiglia, lo si voleva sostituire con “famiglie”, aprendo all’identità di genere. Alla fine rimase al singolare.Un’altra vittoria importante, anche su questo punto lottammo sempre con questa grande coalizione di paesi africani e latino-americani.

Perché questi paesi vi seguirono? Perché erano le vittime designate di queste politiche di imperialismo contraccettivo, ma anche perché corrispondeva alle politiche vigenti in tutti questi paesi.

Nelle formulazioni avete sicuramente ottenuto qualche importante successo, ma non si può negare che dopo la Conferenza del Cairo i fondi a disposizione per politiche di controllo delle nascite nei paesi poveri si sono più che moltiplicate. Ah sì, questo è vero purtroppo, perché i Paesi ricchi non hanno cessato di intervenire e di propagandare queste politiche.

Prima della Conferenza del Cairo Giovanni Paolo II è intervenuto molte volte proprio per evitare che passassero certe posizioni anti-famiglia e anti-vita. Scrisse anche a tutti i capi di governo, ma soprattutto per settimane all’Angelus fece una vera e propria catechesi su famiglia, vita, diritto naturale. Un diritto naturale che sembra dimenticato, anche nella Chiesa.Giovanni Paolo II era informatissimo su tutto quel che succedeva all’Onu. Ogni volta che venivo a Roma lui mi invitava a pranzo in Vaticano e durante tutto il tempo che eravamo insieme si informava precisamente su tutto quello di cui si discuteva all’Onu e dei lavori preparatori delle varie Conferenze internazionali. C’era una grande consonanza fra ciò che lui diceva e ciò che io facevo a New York. Ecco perché nel 1992 si oppose al mio trasferimento dall’Onu.

Come andò?La segreteria di Stato mi aveva proposto per la nunziatura in Brasile, ma Giovanni Paolo II bloccò tutto. Disse: “Martino resta alle Nazioni Unite". Ci sono rimasto altri dieci anni. Lui era al corrente di tutto, nel 1992 già si iniziava a preparare la Conferenza del Cairo, io stavo lavorando per questo, e quella dichiarazione sull’aborto erain fieri, e quindi il Papa disse “No. Resta”. Nel 2002 mi chiamò di nuovo e mi disse “Adesso basta all’Onu, vieni a Roma a fare il presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e pace”. E così fu. E poi nel 2003 mi fece cardinale.

A Giustizia e Pace lei fu l’artefice della pubblicazione del Compendio di dottrina sociale della Chiesa.Il Papa Giovanni Paolo II aveva ricevuto dai vescovi latinoamericani già nel 1998 la richiesta di un documento sulla dottrina sociale. Quando andai nel 2002 al Pontificio Consiglio Giustizia e Pace il Papa mi raccomandò di portare a termine questo Compendio. In quel momento c’era una bozza, ma non era finita; sull’ambiente ad esempio c’era solo un paragrafetto, io ne ho fatto un capitolo intero, il decimo. Ci misi due anni, poi nell’ottobre del 2004 fu pubblicato il Compendio. Subito dopo la conferenza di presentazione in Sala Stampa, andai a pranzo da Giovanni Paolo II con il libro in mano. Il papa disse una sola parola: “Finalmente”. Poi durante il pranzo non faceva altro che scorrere l’indice e quindi andare al paragrafo di riferimento. Il maggiordomo ogni tanto gli toglieva il libro di mano per mettergli davanti il piatto. Lui mangiava qualcosa, poi spostava il piatto e riprendeva il libro. Alla fine del pranzo quest’altra bella frase: “Ma è davvero un bel libro”. Sono cose che mi sono rimaste impresse.

Giovanni Paolo II insisteva moltissimo su famiglia e vita, aveva la coscienza chiarissima che su questi punti si giocava il futuro dell’umanità. Per questo li spiegava con il diritto naturale. Oggi sembra che questa pagina sia dimenticata… Forse non se ne discute alla stessa maniera, ma questi restano i princìpi fondamentali che segue la Chiesa.

Con diverse modalità e con altri argomenti, ma l’attacco alla famiglia continua. Come può rispondere la Chiesa? Non ci sono conferenze internazionali…Credo che il Sinodo sarà un’occasione per rilanciare la sfida, metterà in chiaro la dottrina tradizionale della Chiesa sulla famiglia. La discussione farà sì che ci saranno anche espressioni e interventi che non collimeranno con la dottrina della Chiesa, ma alla fine non potrà che essere riaffermato ciò che la Chiesa ha sempre detto sulla famiglia.

C’è chi sostiene apertamente che la dottrina è una cosa ma la pastorale è un’altra.La pastorale deve tener conto di tutte le situazioni specifiche che si trovano nei vari paesi e nei diversi ambienti, ma la Chiesa non potrà cambiare ciò che ha sempre proclamato.

Lei conosce bene anche papa Francesco.Lo conosco da quando era arcivescovo in Argentina, l’ho incontrato a Buenos Aires durante i miei viaggi, e poi anche a Roma dopo l’elezione a Papa. 

Trova delle somiglianze con Giovanni Paolo II?Ogni papa è a sé, ha le proprie caratteristiche. Però aldilà dell’aspetto esteriore, io credo che Francesco somigli molto a Giovanni Paolo II, nella fedeltà alla dottrina della Chiesa. Anche per Francesco la famiglia è una cosa fondamentale. Del resto un Papa non può fare cose nuove, mai sentite. È solo lo stile che cambia, ma la dottrina è quella che è e il Papa la deve proclamare.

lunedì 15 settembre 2014

Trentino: percorso lavorativo protetto per transessuali

Omofobia – In Trentino: percorso lavorativo protetto per transessuali

Il disegno di legge sull’ omofobia in Trentino dovrebbe andare in discussione mercoledì –massimo giovedì- di questa settimana e la maggioranza di centrosinistra autonomista che sostiene la proposta è alle prese con l’ennesimo cambio di rotta.
Dapprima tutti d’accordo, dal PD al PATT (partito autonomista trentino tirolese, di matrice cattolica) ed all’UPT (movimento centrista dell’ex presidente Lorenzo Dellai). Solo qualche franco tiratore aveva osato sollevare perplessità, uscite da subito censurate dai rispettivi capogruppo. Interviene il Vescovo ed i centristi – tra cui anche il firmatario Lorenzo Baratter del PATT- si rimangiano la parola, facendo insorgere PD ed Arcigay.
Ora siamo all’ennesimo cambio di casacca: i centristi sono pronti a votare il ddl omofobia proponendo mezza dozzina di emendamenti al testo originario, tutti su temi che i promotori, Arcigay in primis, ritengono non esiziali. Con il bene placet di associazioni LGBT, quindi, i partiti autonomisti PATT e UPT pare siano tornati alla posizione originaria e disposti a votare a favore.
Da quanto emerge, tre sono i punti su cui gli emendamenti andranno ad incidere: scuola, lavoro e rapporti con la Provincia.
Per quanto concerne l’educazione dei bambini e dei ragazzi, l’emendamento dovrebbe andare a garantire l’autonomia dei singoli istituti, permettendo loro di inserire o meno programmi contro l’ omofobia a piacimento.
La provincia, se il testo emendato dovesse passare, intende non solo collaborare con le associazioni LGBT –come contenuto nel testo originario- ma anche con tutto l’emisfero collegato alle pari opportunità ed uguaglianza.

L’aspetto che sta sollevando particolari polemiche è quello del lavoro: il Trentino diverrà terra ove i transessuali possono godere di un percorso lavorativo protetto senza il quale, secondo i promotori, l’alternativa sarebbe l’entrata nel circuito della prostituzione.
Non c’è che dire: più che raddrizzare la rotta per renderla più compatibile con la piattaforma politica di riferimento delle forze centriste ed autonomiste, questi emendamenti sembrano andare nel senso opposto.
Sempre che il Consiglio decida di arenarsi sulla discussione sull’ omofobia per mesi: la discussione non avrà tempi contingentati, ciò significa che per ciascun emendamento un Consigliere potrebbe godere di massimo 13 minuti di dichiarazione. Se consideriamo che il solo Rodolfo Borga della Civica Trentina dovrebbe averne presentati più di 1400, ben si capisce a cosa staremmo andando incontro se si dovesse mettere l’opposizione nelle condizioni di voler portare sino infondo l’ostruzionismo.
Ma, considerata la mutevolezza sino ad ora dimostrata, potremmo aspettarci ancora qualche colpo di scena!
Marika Poletti