sabato 29 agosto 2015

sono una donna ma “sento” di essere un uomo

Manuale di sopravvivenza al tempo 


del gender / primo capitolo




Con l’espressione “teoria del gender” chi scrive intende quegli orientamenti  culturali, quelle correnti di pensiero per le quali essere uomini o donne non è un fondamentale tratto identitario di ogni essere umano, determinato già nell’embrione a una sola cellula e rilevato alla nascita – è un bambino, è una bambina - ma qualcosa che si può modificare, sia fisicamente, con interventi chirurgici, sia dal punto di vista del riconoscimento anagrafico e sociale, a seconda delle percezioni, dei sentimenti e dei convincimenti personali – sono una donna ma “sento” di essere un uomo.

In quest’ottica non esiste più neppure il modello binario “maschile-femminile”: l’identità sessuale è determinata non solo dal corpo sessuato – sono un uomo, sono una donna - ma anche dal cosiddetto “orientamento sessuale” – sono omosessuale donna, cioè lesbica, sono omosessuale uomo, quindi gay, sono attratta sia da uomini che da donne, e quindi sono bisexual, e così via: di conseguenza si può essere LGBTIQ (lesbica, gay, bisessuale, transessuale, intersessuale, queer). Tutte identità fluide che possono anche mutare nel corso della vita.

Il punto di arrivo è l’eliminazione della differenza sessuale come caratteristica costitutiva dell’umanità, finora universalmente caratterizzata da maschi e femmine, indipendentemente dalle relazioni sessuali personali: nell’ottica della  “teoria gender” siamo individui il cui corpo sessuato ha la stessa importanza della corporatura, del colore dei capelli, di altre caratteristiche che contribuiscono a descrivere una persona, ma che non ne definiscono in modo univoco l’identità, assegnando un’appartenenza al maschile o al femminile.

La letteratura che tratta di questo argomento è praticamente sterminata, e non è questa certo la sede per citarla, anche solo per sommi capi.  Non bisogna pensare comunque alla  “teoria del gender” come fosse la “teoria della relatività”, cioè con enunciazioni di ben definiti modelli, risultato di ipotesi speculative e osservazioni sperimentali, né tantomeno con un unico “padre” di riferimento che l’ha formulata. E d’altra parte questa corrente di pensiero sarebbe probabilmente rimasta nella aule universitarie, destinata agli addetti ai lavori, se non si fossero verificati eventi che hanno consentito di diffonderla.

Il 25 luglio 1978 nasce Louise Brown, la prima bambina concepita in provetta. Ed è questa la data spartiacque. Con le tecniche di fecondazione in vitro per la prima volta nella storia dell’umanità è possibile che una donna partorisca un figlio non suo dal punto di vista genetico: avviene con la fecondazione eterologa, quando l’embrione che si forma viene trasferito nel corpo di una donna diversa da quella che ha fornito l’ovocita. La scissione della maternità è il primo fondamentale pilastro della rivoluzione antropologica che segna il nostro tempo. Da Louise Brown in poi servono gli aggettivi per identificare le tipologie diverse di madri: genetica, che dà l’ovocita e il suo patrimonio genetico al nascituro, gestazionale, che porta avanti la gravidanza e partorisce, sociale, che alleva il bimbo e lo riconosce. Non c’è un criterio per stabilire se una madre sia “più madre” dell’altra, se non quello dell’accordo contrattuale, che decide quale sia la madre “legale” (che tra l’altro non sempre coincide con una delle due biologiche, e può essere una terza figura).

Ma soprattutto, per quel che ci riguarda, con queste tecniche è possibile fare finta che due uomini o due donne abbiano un figlio proprio: è sufficiente procurarsi quel che manca in un centro di fecondazione assistita. Due donne avranno bisogno “solo” di un’aliquota di liquido seminale, senza neppure conoscere chi l’ha fornita, e analogamente due uomini possono acquistare ovociti da una donna e pagarne un’altra diversa per farle portare avanti la gravidanza e partorire, per quel percorso noto come “utero in affitto”. Se il concepimento avviene in laboratorio, si può fare finta che l’uomo che vende il suo liquido seminale o la donna che vende i propri ovociti abbiano un ruolo del tutto marginale, siano un contributo “meramente biologico”, tutto sommato un po’ di cellule, preziose e importanti, ma sempre e solo cellule. Per quanto riguarda la donna che affitta l’utero, è destinata a scomparire dopo il parto; spesso non ne rimarrà traccia neppure nei documenti anagrafici.

Facciamo un esperimento mentale: se una donna e un uomo stessero insieme solo per il tempo di un rapporto sessuale, anche se non conoscessero neppure il nome l’uno dell’altra, e se poi non si vedessero più, e la donna rimanesse incinta e portasse avanti la gravidanze e partorisse, lei non potrebbe dire al figlio: non hai un padre. La fisicità del rapporto vissuto, l’oggettività di averlo consumato lo impedirebbe.

Ma quando il rapporto sessuale non c’è, sostituito dalle mediazioni legali e mediche, per una donna il contributo maschile, se non viene dal suo compagno, può essere facilmente ignorato, dimenticato, confinato in una anonima fiala di sperma compresa nel prezzo dell’intero “trattamento”. Quel figlio è di chi lo ha desiderato – per esempio lei e la sua compagna, le “due mamme” – e non di chi lo ha effettivamente generato – lei e chi ha dato il liquido seminale. Altrettanto avviene con una coppia maschile, anche se in questo caso il contatto con la donna che presta il suo utero per la gravidanza deve essere per forza di cose anche personale.

La separazione di sessualità e procreazione, iniziata con la contraccezione – sesso senza figli – si completa con la fecondazione assistita – figli senza sesso - : se i figli sono di chi li desidera e non di chi li genera fisicamente, ecco che si può fare finta che due uomini o due donne possano avere un figlio.
 Ma dobbiamo ricordare a questo punto che la fecondità è la massima espressione della differenza sessuale, perché un bambino può nascere solo dall’unione di un gamete maschile e uno femminile, e siccome i primi vengono dagli uomini e i secondi dalle donne, ancora dobbiamo dire che, qualsiasi cosa avvenga in laboratorio, per fare un bambino la differenza sessuale è necessaria. Al giorno d’oggi, piaccia o meno, i bambini nascono da un uomo e una donna.

Ma se con le nuove tecniche di fecondazione assistita è possibile fare finta che anche due uomini o due donne (o un uomo da solo, o una donna da sola) possano avere un bambino, perché quel che serve è solo la volontà di averlo, e quel che manca ognuno se lo procura in laboratorio, ecco che la differenza sessuale è cancellata, non è più necessaria.

Per questo la “teoria del gender” trova la sua conferma, e anche la sua diffusione, con le tecniche di fecondazione artificiale di tipo eterologo, e d’altra parte è proprio per questo che solo adesso si discute e si legifera sul matrimonio omosessuale.

Negli anni ’70, quando nascono i primi movimenti omosessuali, le rivendicazioni riguardavano la libertà sessuale, la libertà di avere rapporti sessuali con chi si amava, senza dovere per questo andare in galera (come è avvenuto a lungo in Inghilterra) o doversi nascondere. Se aveste domandato a un omosessuale negli anni ’70 se desiderasse metter su famiglia e sposarsi per avere dei figli con un altro omosessuale, vi avrebbero preso per matti.

Con le tecniche di procreazione assistita si è affermata l’idea del “diritto al figlio”  (ormai sancito dalla nostra Corte costituzionale nella sentenza sull’eterologa) che, nel caso delle coppie omosessuali, diventa la  legittimazione del matrimonio: se due persone sono legalmente genitori di un bambino, indipendentemente dal fatto di essere un uomo e una donna, due uomini o due donne, la differenza sessuale non conta più.

Per questo si afferma la richiesta del riconoscimento delle unioni omosessuali, e, ancor più, del matrimonio omosessuale: è con le nozze che si accede ai figli (per esempio per l’adozione), e poter avere figli  in quanto coppia stabilisce l’equiparazione fra coppie omosessuali ed eterosessuali, tra l’altro consolidando l’idea per cui la differenza fra esseri umani, quando c’è, è fra omo ed eterosessuali, e non fra uomini e donne.

Una madre e un padre, due madri, due padri: per me pari sono. Questo il risultato finale.

Dire “stop al gender” quindi, equivale a rifiutare questa visione dell’umanità, e non ha niente a che fare con questioni di morale e di comportamenti sessuali. Non è in gioco la libertà personale di vivere la propria sessualità e i propri affetti come meglio si crede, purché fra adulti consapevoli e consenzienti. Tantomeno sono in discussione le abitudini e le preferenze sessuali dei singoli, che appartengono e devono continuare ad appartenere all’ambito del privato, delle scelte personali che riguardano la coscienza e la vita intima di ciascuno.

Se avessi un figlio omosessuale, diventerei una tigre per difenderlo se qualcuno per questo gli negasse il lavoro o la casa, o, peggio ancora, si permettesse di aggredirlo, a livello fisico o verbale.

Dire no alla “teoria del gender” non significa quindi affermare un giudizio morale negativo sull’omosessualità, ma significa dire no a chi vuole negare le differenze sessuali quando si parla di avere bambini, significa dire no a chi vuole negare a un bambino il diritto a una mamma e un papà, il diritto a vivere con chi lo ha effettivamente generato. Per questo dire no alla “teoria del gender” implica dire no al matrimonio fra persone dello stesso sesso. E per questo significa dire a no alla diffusione di progetti, iniziative in ambito scolastico, educativo, mediatico, specie se da parte di istituzioni pubbliche che hanno comunque un ruolo formativo – in primis il Ministero dell’Istruzione, ma anche regioni, comuni, Asl, tanto per fare qualche esempio – che affermino questo tipo di visione dell’umanità, dove per esempio i bambini possono avere due padri o due madri: semplicemente non è vero. Ogni bambino ha un padre e una madre (e casomai due madri biologiche).

Diffondere la “teoria del gender” significa diffondere una visione dell’umanità sessualmente indifferenziata nel senso che abbiamo detto finora, ed è funzionale a far accettare socialmente il matrimonio omosessuale, cioè il secondo pilastro della rivoluzione antropologia in atto.

Una volta entrato nell’ordinamento giuridico il matrimonio fra persone dello stesso sesso, la rivoluzione antropologica è compiuta, perché si sono messe le basi per una nuova umanità, fondata su due nuovi paradigmi: il primo, quello per cui l’identità sessuale non è determinata dal corpo sessuato e non è binaria uomo-donna; il secondo, quello per cui i figli non sono di chi fisicamente li ha generati ma di chi li ha ottenuti attraverso pratiche di laboratorio, contratti, reperendo quello che biologicamente manca sul nuovo mercato globale dei corpi umani.

http://www.loccidentale.it/node/137801

venerdì 28 agosto 2015

nozze gay e cattoliche!!!!

La Chiesa che vuole le nozze gay e cattoliche

di Enrico Cattaneo



Già da tempo molti teologi, anche cattolici, cercano di sdoganare l’omosessualità, perché sia accettata dalla comunità credente come una forma legittima di amore. Naturalmente, questo discorso riguarda solo quelle persone omosessuali che si dicono credenti e che vorrebbero continuare a vivere come credenti nella comunità ecclesiale, senza rinnegare l’esercizio della loro omosessualità. Ecco le loro argomentazioni. Essendo la sessualità un potenziale carico di eros, è certamente importante che questo eros non decada nello sfruttamento dell’altro o nel dominio sull’altro, ma sia educato a diventare strumento di una relazione autentica. 

Questo discorso, secondo quegli autori, vale non solo per gli etero,ma anche per gli omosessuali. Non importa quale sia il sesso fisiologico. L’eros prescinde dal sesso. Il piacere erotico, infatti, si può provare anche nell’incontro con una persona dello stesso sesso. Si deve dunque proporre agli omosessuali credenti un cammino di crescita spirituale, orientata all’incontro con l’altro tu, in cui si rivela il Tu ineffabile e trascendente del Mistero d’Amore. In questo contesto, dicono, gli atti omosessuali non possono più essere considerati immorali. La moralità di un atto, proseguono, infatti, non sta nell’adesione a una norma, ma consiste nel favorire l’incontro, la relazione, l’aiuto reciproco. In questo senso si può parlare anche di una “fecondità” della relazione omosessuale, anche se è diversa dalla fecondità procreativa. In questo percorso spirituale, alla coppia omosessuale va però chiesta la stabilità e l’esclusività. 

Stando così le cose, argomentano, non si capisce perché non si possa parlare di matrimonio e di famiglia anche per una coppia omosessuale, dato che ci sono i requisiti fondamentali della stabilità, dell’esclusività e della fecondità (sia pure in senso metaforico). E poiché una relazione stabile ed esclusiva è un bene per la società, non si vede perché una coppia omosessuale non debba avere un riconoscimento e una tutela giuridica da parte dello Stato. Una società in cui i gay possono sposarsi è una società che incoraggia l'impegno fedele.

Ho cercato qui di sintetizzare, con molta benevolenza, il discorso di quei teologi, i quali spingono perché la Chiesa cattolica cambi il suo insegnamento sulla morale sessuale. Lì infatti vogliono arrivare. In sostanza, la loro argomentazione si riassume in questo: poiché in una coppia omosessuale è possibile (non è automatico, ma è possibile, tanto più se è formata da credenti) che ci siano sentimenti di amore, di oblatività, di sacrificio per l’altro/a, ciò è sufficiente per ritenere moralmente a posto quelle persone, e quindi ammetterle alla comunione eucaristica. Toccherà al sacerdote che segue quelle copie verificare se ci sia quel cammino spirituale, quel “vissuto”, e quindi anche eventualmente benedire quelle relazioni omosessuali basate su valori di amore, fedeltà e impegno.

Di fronte a queste tesi, che sembrano di alta spiritualità, la prima cosa che uno si chiede è che fine abbia fatto il corpo, che, da che mondo è mondo, si distingue in maschile e femminile. Si parte dall’affermazione, ormai data per scontata, che l’omosessualità non sia più una patologia psichiatrica (com’era considerata prima del 1973), né un disturbo della personalità, né l’espressione di un disagio o di una mancata maturazione affettiva, ma un orientamento normale della sessualità umana. La componente genitale è allora solo un aspetto secondario e persino irrilevante della sessualità. Sbagliano dunque quelli che pensano che l’omosessuale sia interessato solo al sesso, sia pure fatto in un certo modo. Questo “certo modo” è del tutto marginale rispetto alla dimensione affettiva e spirituale.

Qui siamo chiaramente in una posizione di tipo gnostico. Per gli gnostici del II secolo quello che avveniva a livello del corpo (genitali) non aveva nessuna rilevanza morale per la persona “pneumatica”, quella cioè che aveva raggiunto o scoperto la sua “consustanzialità” con il Pneuma, lo Spirito divino. Da qui il loro libertinismo in materia sessuale. A parte il fatto che nessuna persona di buon senso ritiene moralmente irrilevante l’uso del piacere sessuale, anche se poi uno cerca sempre di giustificare i propri comportamenti, l’insegnamento della parola di Dio, e in particolare quello dell’apostolo Paolo, è chiarissimo su questo punto. Di fronte alle tendenze pre-gnostiche dei cristiani di Corinto, i quali dicevano: «Tutto mi è lecito» (1 Cor 6,12), Paolo ricorda che «il corpo è tempio dello Spirito Santo» (6,19), «membra di Cristo» (6,15), e che non bisogna «peccare contro il proprio corpo» (6,18) con la fornicazione. Il corpo, infatti, è destinato alla risurrezione (6,14). Occorre dunque «glorificare Dio nel proprio corpo» (6,20). 

Anche se il nostro corpo attuale è segnato dalla corruttibilità e dalla morte, tuttavia l’unità della persona è tale che non si può considerare il corpo escluso dalla moralità, come se essa fosse solo dipendente dall’intenzione dell’animo: «Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male» (2 Cor 5,10). Paolo conosceva bene il mondo pagano, con la sua esaltazione di una sessualità senza freni, che egli condanna apertamente (cf. Rom 1, 24-32), escludendo che ci possa essere una “via cristiana” all’interno di un comportamento omosessuale. Le sue parole sono chiare: «Che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio. Che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato» (1Ts 4,3-6). E per non correre il pericolo di non essersi spiegato bene, aggiunge: «Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme non disprezza l’uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito» (ivi, vv. 7-8). Già allora c’era chi con sofismi cercava di far passare nella vita cristiana il comportamento pagano. 

Allora Paolo ammonisce: «Non illudetevi: né immorali, né idolastri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio» (1 Cor 6,9-10). E in questa condanna sono inclusi non solo chi compie quelle azioni, ma anche chi le approva (cf. Rom 1,32). Se la parola di Dio ha ancora un senso, allora questi insegnamenti dell’Apostolo non possono essere messi da parte come superati. Ma questa, obiettano, è una lettura fondamentalista della Bibbia. Per Gesù, dicono, la norma morale non è un assoluto, perché prima di tutto viene l’amore: essere orientati all’amore, è questo che fa la moralità dell’atto umano. Ma, chiediamo, che cos’è l’amore? Forse risponderanno come Pilato di fronte alla verità, cioè non risponderanno (cf. Gv 18,38). 

Siamo consapevoli che nelle persone omosessuali c’è un grande bisogno di affetto, di tenerezza, di amicizia, di amore, ma questo bisogno è presente in tutti e deve esprimersi con verità, nel rispetto della propria condizione. L’eros sessuale non può essere messo semplicemente a servizio dell’amore a prescindere dal proprio stato e dalla differenza tra maschio e femmina. Ci sono infatti vari tipi di amore, come l’amore di amicizia, l’amore fraterno, paterno, materno, filiale, che escludono l’eros sessuale, pena cadere nell’incesto e negli atti contro natura. C’è un unico amore capace di accogliere e di sublimare l’eros sessuale, ed è l’amore coniugale, dove il piacere sessuale e l’affettività sono al servizio dell’amore, che è una decisione che impegna tutta la persona per tutta la vita, in vista anche della generazione e dell’educazione dei figli. In un comportamento tra persone, non basta che ci siano elementi positivi perché esso risulti moralmente accettabile. Anche in una relazione adulterina ci può essere soddisfazione, affetto, dedizione, ma non per questo diventa moralmente accettabile. 

Non è vero che la posizione cattolica porti la persona con tendenza omosessuale su una strada senza uscita, dando per scontato che la castità sia impossibile. Ciò significherebbe ammettere che la grazia di Cristo non sia efficace e che lo Spirito Santo non venga in aiuto alla debolezza umana. Proporre agli omosessuali un ipotetico percorso spirituale, chiedendo per di più un impegno di “stabilità” e di “esclusività” nell’esercizio della loro omosessualità, assomiglia molto a una visione romantica, assai lontana dalla realtà. Ciò non farebbe che illude ancora di più quelle persone e far loro del danno invece che aiutarle. 

mercoledì 26 agosto 2015

la chiesa del gender

Chiesa e gender, prove di compromesso

di Roberto Marchesini
Leggi anche:
di Riccardo Cascioli

Nell'aprile scorso il teologo Vito Mancuso ha dichiarato: «[...] un giorno la Chiesa arriverà ad accettare la sostanza di ciò che essa definisce “teoria del gender” e che oggi tanto combatte”.

Sembrava, allora, un azzardo da parte dell'editorialista di Repubblica; ma da qualche giorno, dopo aver letto sul quotidiano dei vescovi italiani una apertura in tal senso, le sue parole sembrano ora tutt'altro che avventate.

Mi riferisco all'articolo della professoressa Chiara Giaccardi intitolato «Riappropriamoci del genere» nel quale leggiamo: «Contro l’illusione idolatrica e tecnocratica di trovare il termine che esprime esattamente, senza resto, ogni sfumatura possibile della nostra identità sessuale, come i 56 profili di 'gender' proposti da Facebook, dovremmo riaprirci alla parola simbolica, capace di ospitare in sé un’apertura, una gamma inesauribile di possibilità espressive (quali la femminilità e la mascolinità, nella loro dualità), e soprattutto una relazionalità costitutiva: la mia identità di genere nasce dall’incontro delle differenze e si è costruita nella relazione con altri, concreti come me. In un movimento di apertura e scoperta che si chiama libertà: nella gratitudine per quanto ricevuto, nella relazionalità del legame, nella consapevolezza che non siamo mai liberi dai condizionamenti culturali eppure abbiamo la capacità di non esserne completamente succubi, se solo evitiamo di aderire ottusamente al dato di fatto» (clicca qui).

Si tratta, in sostanza, dell'invito ai cattolici a «riappropriarsi del genere» per non lasciarlo in mano ai costruttivisti radicali e valorizzare tutto il positivo che esso può portare («[...] denunciare e contrastare posizioni teoriche astratte e pratiche consolidate, basate sulla disuguaglianza. […] gli studi di genere sono diversificati al loro interno; hanno dato importanti risultati e molti possono ancora favorirne in termini di giustizia sociale»).

Un'apertura sorprendente, considerato che il Magistero si è già espresso, e in modo chiaro e netto, sul tema (clicca qui); come del resto ha fatto anche papa Francesco (clicca qui e qui).

L'articolo si conclude con queste parole: «Credo che un’antropologia cristiana abbia, oggi, da portare un contributo positivo preziosissimo alla doverosa riflessione sul 'gender' ». Il punto è proprio questo: è l'antropologia cristiana ad impedire una «appropriazione» del gender da parte dei cattolici.

Innanzitutto l'antropologia cristiana è teleologica, cioè propone un fine al quale tendere. In termini religiosi si parla di «vocazione», cioè il piano che Dio ha preparato per ogni uomo, la propria piena realizzazione, la messa a frutto dei propri talenti. Per approfondire questa questa visione metafisica consiglio caldamente i lavori di Robert Spaemann, che recupera questo nodo fondamentale della filosofia aristotelica, la teleologia. Nel linguaggio aristotelico, il termine «natura» (traducibile in termini contemporanei con «progetto») indica il principio insito in ogni cosa che ne guida la realizzazione, il tendere verso il proprio fine. Secondo questa antropologia, il rapporto tra sesso e genere è chiaro: il genere (diventare uomini e donne) è la realizzazione di un progetto che, al momento del concepimento, ci è affidato con il sesso (maschi o femmine).

Qui giungiamo ad un secondo punto importante: secondo questa impostazione, «naturale» non coincide con «biologico», e viceversa. Basti pensare alla trisomia 21, la cosiddetta Sindrome di Down: è certamente un fenomeno biologico, ma nessuno considera naturale, per un bambino, avere certi sintomi. È naturale ciò che è secondo il progetto di una certa cosa, nel nostro caso dell'uomo, sia dal punto di vista biologico che psicologico, sociale, relazionale. Questo perché (ecco un altro concetto antropologico aristotelico/tomista) l'uomo è un «sinolo» - un insieme inscindibile di anima e corpo -, e non la semplice somma di anima e corpo, distinti tra loro come insegna l'antropologia cartesiana sposata dall'ideologia di genere.

Anche la vexata quaestio «natura o cultura» è risolta in modo semplice ed elegante dalla tradizione filosofica cattolica. La cultura (cioè l'influenza ambientale) è l'elemento che può permettere o ostacolare (financo impedire) lo sviluppo del progetto, cioè della natura. Esattamente come lo sono la luce, l'acqua, il concime e il lavoro dell'uomo per la pianta, che può fiorire e fruttare (cioè realizzare pienamente il suo progetto) solo se l'ambiente le fornisce il necessario per farlo.

In questo discorso si inserisce la «relazionalità costitutiva» di cui parla la professoressa Giaccardi: la relazione è costitutiva in senso lato, perché è l'elemento necessario per lo sviluppo del progetto dell'uomo (progetto che è insito in lui, non nella relazionalità).

L'ideologia di genere denuncia «il preteso universalismo delle culture e delle regole sociali» che sono «in realtà un'astrazione»? C'erano arrivati prima Aristotele e san Tommaso, distinguendo tra «sostanza» (l'essenza della cosa, che non cambia) e «accidente» (qualcosa di aggiunto all'essenza, che può cambiare). Gli stivali, tipica calzatura femminile, fino alla metà del secolo scorso erano la tipica calzatura (da lavoro) maschile; il lavoro a maglia, nel nord Europa, fino al secolo scorso, era il tipico passatempo maschile. Eppure nessuno si è mai sognato di sostenere che gli uomini erano diventati donne e viceversa: la distinzione tra sostanza e accidente è ben radicata nella nostra cultura, e l'ipostatizzazione dei ruoli di genere nella nostra società esiste solo nei discorsi della gender theory.

L'ideologia di genere non è nata, come sostiene la professoressa Giaccardi, per «denunciare e contrastare posizioni teoriche astratte e pratiche consolidate, basate sulla disuguaglianza» (a questo, da più di duemila anni, ci pensa il cristianesimo); l'ideologia di genere è nata per giustificare il senso di inadeguatezza rispetto ai ruoli sessuali di alcune intellettuali lesbiche (De Beauviour, Fireston, Wittig, Butler sono solo alcuni esempi, ma l'elenco potrebbe continuare). Essa ha trovato terreno fertile all'interno dello strutturalismo francese, filosofia critica nei confronti della cultura (e della morale, soprattutto) occidentale greco-cristiana, e con essa si è diffusa negli Stati Uniti. Non sfuggirà che il concetto chiave della Butler, quello di «performatività», è ripreso (in modo semplicistico e grezzo, potremmo dire distorto) da Derrida. L'ideologia di genere ha poi trovato il suo massimo veicolo di diffusione negli organismi internazionali (ONU e UE in primis) che l'hanno trovato particolarmente funzionale ai loro obiettivi neo-malthusiani e, quindi, imposto in moltissimi paesi.

Questi sono alcuni dei contributi che l'antropologia cristiana può portare all'ideologia di genere (trascurando la Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II e il suo Magistero sulla reciprocità sessuale, ad esempio la Lettera alle donne del 1995), ma è evidente che non è possibile alcuna incorporazione della seconda da parte della prima. Anzi, possiamo affermare che proprio la mancata trasmissione dell'antropologia cristiana ha permesso la diffusione di questa ideologia che – lo ricordiamo – è in contrasto con ogni evidenza biologica, zoologica, storica, culturale (eccetera) e non ha dalla sua parte nemmeno uno straccio di prova (indizio?) scientifico.

La mancanza dell'antropologia cristiana unita certamente ad una buona dose di conformismo. Lo stesso conformismo che ha portato la quasi totalità degli intellettuali occidentali a schierarsi con un'altra ideologia assurda e disumana, il comunismo, per buona parte della seconda metà del secolo scorso. Anche in quel caso non sono mancati cattolici che auspicavano una «riappropriazione» del comunismo nel cristianesimo. Sappiamo com'è andata a finire.

martedì 25 agosto 2015

una bellissima chiesa moderna

Una bellissima chiesa moderna, nella più pura tradizione francescana: la nuova chiesa della St. Anthony's High School




Chi ha detto che non c'è più speranza e che tutte le chiese nuove ormai sono mostruose costruzioni di cemento armato deforme?
Dall'America spira un'aria nuova. Come al solito qui in Europa, fra cinque o sei anni, imiteremo l'ultimo trend che già oggi si impone oltreoceano. Date un'occhiata, per esempio, a questa splendida chiesa francescana costruita come cappella di una scuola superiore gestita dai frati a South Huntington (New York). Iniziata nel 2007 è stata portata c compimento il mese scorso.
Una chiesa che rappresenta al meglio il movimento dell'altro moderno che si sta profilando nell'architettura religiosa di miglior specie. Un esempio di nobile semplicità (richiesta dal gusto contemporaneo e dalle direttive di Sacrosanctum Concilium), ma in perfetta sintonia con la tradizione cattolica. L'uso di materiali quali pietra, legno e marmo (e non l'orrido cemento-faccia-a-vista), insieme alle proporzioni, desunte da una cappella spagnola del XII secolo (Fuentidena chapel), smontata e ricostruita presso il museo Cloisters di New York, ci pongono nella scia dell'ermeneutica della continuità in ambito costruttivo.

Ecco le foto, tutte prese dal sito New Liturgical Movement (cliccate per ingrandire). Se volete approfondire, qui c'è un articolo del 2008 al frate amministratore responsabile del progetto della nuova chiesa scolastica.





tetto in capriate di semplicissimo legno e la statua di Sant'Antonio, vecchia di cent'anni (che per l'America non è cosa da poco!)


Il bassorilievo dell'altare proviene da una chiesa italiana, ormai chiusa, del XV secolo. Peccato la scelta americana delle candele per terra... Il tabernacolo è centrale, in una nicchia in apex presbyterii. Rappresenta la Porziuncola di San Francesco ridotta a dimensioni di tabernacolo. Fattura pregevole, tuttavia non una scelta delle più felici: ma sapete che il feticismo francescano non ha confini.



Il crocifisso grande e sospeso è invece in pieno stile medieval-francescano. Si impone per la sua centralità e dimensione. E' stato scelto un crocifisso di San Damiano scolpito in Trentino. Il nostro gusto italico prediligerebbe una copia a mano dell'icona dipinta; ma per i ragazzi della St. Anthony un po' di 3D non guasta.


L'affresco sulla volta dell'abside merita qualche parola in più. Nella mandorla la Madonna in trono con il Figlio è copiata dalla cappellina spagnola già citata. In purissima continuità con lo stile francescano abbiamo ai lati della Vergine, Francesco (a destra, posto d'onore per il Fondatore) e Antonio (speculare a Francesco, suo più perfetto imitatore e secondo santo dell'Ordine). Poi abbiamo Chiara, la Madre accanto al Padre. Dall'altra parte san Bonaventura, vestito da cardinale, dottore della Chiesa accanto al dottore evangelico.
Infine San Pio da Pietrelcina, ultimo canonizzato tra i grandi santi francescani, e dall'altra parte santa Elisabetta d'Ungheria, patrona dei Laici francescani.
Dietro i santi vediamo dipinti, con una certa audacia, ragazzi e ragazze in preghiera, vestiti con la divisa scolastica della St. Anthony's School. Una scelta moderna ma in linea con il modo antico di rappresentare i viventi, soprattutto i committenti dell'opera, inginocchiati a pregare i santi a cui hanno dedicato il luogo di culto.
L'autrice è la professoressa d'arte della scuola Jennifer Baldwin-Schafer, che è stata assistita nella realizzazione da 70 apprendisti, tutti studenti della medesima scuola.

La cappellina originale da cui è venuta l'ispirazione:


Alcune fasi della costruzione prese dal blog Roman Catholic Vocations





Testo preso da: Una bellissima chiesa moderna, nella più pura tradizione francescana: la nuova chiesa della St. Anthony's High School http://www.cantualeantonianum.com/2010/07/una-bellissima-chiesa-moderna-nella-piu.html#ixzz3hkICh7ET
http://www.cantualeantonianum.com 

lunedì 24 agosto 2015

Prima Comunione

Perché la Prima Comunione va fatta da piccoli

   
Risultati immagini per prima comunione da piccolidi Padre Romualdo Maria Lafitte O.S.B.
Un anno prima dell’apparizione della Santa Vergine nel 1917 ai pastorelli di Fatima, l’angelo del Portogallo diede la prima comunione a Giacinta (7 anni) e Francesco (9 anni). Lucia (12 anni) l’aveva già fatta. La Santissima Vergine li inviterà ad “offrirsi a Dio, accettando le sofferenze che Dio vorrà mandare loro in riparazione per i peccati”, a consacrarsi al Suo Cuore Immacolato e a “recitare ogni giorno il Rosario per la conversione dei peccatori”. I tre bimbi risponderanno con un “Sì” generoso.  Grazie ai tre piccoli e alle loro penitenze,  il Portogallo fu preservato da due guerre mondiali e Maria promise che questa nazione non avrebbe mai perso il dono della Fede.

San Pio X, col Decreto “Quam Singulari” (1910) abbassò a 7 anni l’età della prima comunione dei bambini. Voleva che “si portassero i piccoli all’Altare”, dall’età di discrezione, “quando si arriva a discernere il bene dal male”. “L’età della discrezione tanto per la Confessione quanto per la Comunione è quella in cui il fanciullo comincia a ragionare, cioè verso il settimo anno… anche al di sotto”. – Congregazione disciplina dei Sacramenti, 1910. / “L’obbligo della Confessione e della Comunione comincia non appena un certo uso della ragione rende capaci di peccare” – IV Concilio Lateranense.
Benedetto XV (1922). L’onnipotenza della preghiera dei bambini sul cuore di Dio è legata alla presenza in loro della Grazia – l’innocenza -.  “L’onnipotenza mediatrice delle vostre preghiere è figlia della vostra innocenza. Perché la voce di un cuore rimasto puro è molto più efficace della voce di un cuore pentito e nuovamente purificato”. Che ricevano Gesù prima del primo peccato! “Presto!” (Pio XI).
Oggi, più che mai. I bambini sono molto più precoci che 100 anni fa. Bombardati dal peccato ben prima dell’uso della ragione. Tv e media sollecitano molto presto, e male.Mai come oggi, il Maligno si è cosi accanito nei confronti dei piccoli per strappare loro l’innocenza il più presto possibile. Egli teme il primo bacio di Gesù ad un’anima innocente e fa del tutto per farla cadere nel peccato mortale prima. Oggi, i bimbi di tre anni sanno già distinguere fra bene e male.  
Padre Pio dava la comunione a bimbi di 5 anni. Accertava la loro fede infantile e li confessava. Diceva: “Quanti bambini ricevono la Prima Comunione in stato di peccato mortale”.
Corruzione dei media. Tranquilli, ragazzi! Satana non aspetta quell’età per passare con Pokemon, Witch, Wings, Teletubbies, Film “per bambini”, scuole, pubblicità perverse, nell’anima dei piccoli. E come resisteranno senza la forza della Santa Comunione? La prima comunione in tenera età è l’arma più potente contro il male. Senza di lei, l’infanzia “perde l’innocenza e si arrende al vizio ancor prima di poter gustare i santi Misteri”. – S.Pio X

San Giovanni Bosco: “E’ da rifuggire come la peste l’opinione di chi desidera rimandare la prima comunione ad un’età troppo avanzata, quando il diavolo ha già per lo più preso possesso del cuore giovanile, con danno incalcolabile per la sua innocenza. Non appena il fanciullo sa distinguere pane e Pane, si prescinda dalla sua età; venga il Re celeste per regnare in questo cuore”. “Fino all’ XI secolo, la mamma Chiesa ha desiderato che lattanti e bambini di tenera età ricevessero la Santa Comunione. S.Pio X capì che già i bimbi piccoli hanno bisogno di questo cibo eucaristico…l’anima del bim bo è come la cera che cede ad ogni pressione”. “La perdita della prima innocenza è una perdita molto grave che si sarebbe potuto evitare se si fosse ricevuta in tenera età l’Eucaristia”. –Quam singulari.

Festa? Che sia celebrata nell’intimità, in un clima di preghiera e quiete. E’ la prima grazia di famiglia. Pochi doni, di valore sacro. Pranzi e regali lussuosi dissacrano. Farete il tradizionale raduno di parenti più in là. Dopo, vegliate a che si confessino e comunichino, possibilmente quotidianamente”. (Pio X) La Prima comunione non è’ un regalo di fine anno e poi buone vacanze! E’ un punto di partenza. “Fate gruppi di preghiera di piccoli. Il Rosario. Solo loro possono ancora salvare le anime.”  -Padre Pio.

San Pio X ricevette un giorno una giovane coppia con una bimba di 4 anni. “Santo Padre, lei vorrebbe tanto ricevere Gesù, ma è troppo piccola”. Il santo si chinò verso la piccola: “Figliola, chi ricevi nella Prima Comunione?”  -“Gesù Cristo”, rispose.  -“E chi è Gesù Cristo?”  -“Gesù Cristo è Dio”. Allora, abbracciandola: “Portatemela domani mattina. Gli daremmo Noi stessi la comunione”.

domenica 23 agosto 2015

"'A vucchella"


'A vucchella
(G.D'Annunzio-F.P.Tosti)

Originale e simpatica l'origine e la nascita di questa canzone che e' una delle piu' note nel panorama della melodia partenopea. La stesura del testo fu una scommessa fra Gabriele D'Annunzio e Ferdinando Russo (quest'ultimo gia' autore di note canzoni napoletane).
A quei tempi, siamo nel 1892, i due poeti lavoravano a "Il Mattino" e Russo lancio' una sfida al D'Annunzio: scrivere una canzone in dialetto napoletano. Il celebre poeta scrisse "'A vucchella" che Russo conservo' fino al 1904 quando la consegno' a Francesco Paolo Tosti per farla musicare. La canzone fu pubblicata dalla Ricordi di Milano con la data di quando fu composta: il 1892. Il successo fu enorme.
(by Umberto de Fabio)


'A VUCCHELLASi comm'a nu sciurillo...
tu tiene na vucchella,
nu poco pucurillo,
appassuliatella.

Méh, dammillo, dammillo,
è comm'a na rusella ...
dammillo nu vasillo,
dammillo, Cannetella!

Dammillo e pigliatillo
nu vaso ... piccerillo
comm'a chesta vucchella
che pare na rusella ...
nu poco pucurillo
appassuliatella ...

sabato 22 agosto 2015

Uno strano dialogo in Purgatorio






Uno strano dialogo in Purgatorio

Nel romanzo “Il grande divorzio” (Jaca book, 2009), C. S. Lewis immagina, come in un sogno, di essere uno dei tanti condannati all’inferno che, grazie all’infinita misericordia di Dio, ha un’ ultima occasione per ottenere la salvezza. Giunge un angelo alla guida di un autobus e trasporta le anime dei dannati in Purgatorio dove ognuno di loro ha la possibilità di incontrare un amico, un parente o un conoscente che ha salvato la sua anima (un consistente, com’è chiamato nel libro, di contro alla spettrale trasparenza dei dannati) e che cerca in tutti i modi di spronarlo a desiderare il Paradiso e la Vita eterna. Il brano scelto (pp. 39-44 del libro) offre un piccolo esempio della dinamica appena descritta e di come un uomo che antepone i suoi presunti diritti a quelli di Cristo perde la Fede, la carità e consegna volontariamente la sua anima al Fuoco Eterno. Al di là della finzione letteraria (l’Inferno è ovviamente eterno ed eterne sono le pene dei dannati ivi reclusi), si tratta di una delle prose artistiche più lucide e divertenti contro uno dei mali della modernità: l’egocentrismo, l’autoreferenzialità, cioè quella follia di credersi indipendente, semplicemente il centro di tutto.   Lewis, dall’alto del suo acume, suggerisce, al contrario, che l’unico modo che l’uomo ha per promuovere autenticamene i suoi diritti sia quello paradossale di rinunciare ad essi, arrendendosi completamente a Cristo. Dalla “Dichiarazione dei diritti universali dell’uomo” alla negazione dei diritti di Dio la strada è ed è stata davvero troppo breve…  



Siccome i Consistenti continuarono ad avvicinarsi, mi accorsi che avanzavano con ordine e con determinazione, quasi che ognuno di essi avesse adocchiato il suo uomo nella nostra irreale compagine.
« Rischia di diventare una scena commovente », dissi fra me e me. « Forse non è giusto che io la stia a guardare. » Detto fatto, scivolai lontano con il vago pretesto di compiere una piccola esplorazione. Un boschetto di immensi alberi di cedro sulla mia destra sembrava interessante, e io vi penetrai. Procedetti con qualche difficoltà.
L’erba, dura al pari di diamanti per i miei piedi insostanziali, mi dava l’impressione di star camminando su rocce accidentate e soffrivo pene simili a quelle patite dalla sirenetta in Andersen. Un uccello sfrecciò nello spazio davanti a me, suscitando la mia invidia. Esso apparteneva a questa contrada ed era altrettanto reale dell’erba. Esso era capace di piegare gli steli e di spruzzarsi con la rugiada.
Quasi subito fui seguito da quello che avevo chiamato Ciccione o, per meglio dire, dal Grosso Spettro. Mentre procedeva uno del Popolo brillante gli stava dietro.
« Proprio non mi riconosci? », egli gridò allo Spettro: e io trovai impossibile non voltarmi e assistere. La faccia del Consistente—era uno di quelli che indossavano un abito—fece sì che avvertissi la voglia di danzare, tanto era gioconda, e così salda nel suo aspetto giovanile.
« Be’, ch’io sia dannato », disse lo Spettro. « Non lo avrei mai creduto. È un gran bel colpo. Non è giusto, Len, sai. Che cosa ne è del povero Jack, eh? Ti vedo piuttosto contento di te stesso, ma ripeto: che cosa ne è del povero Jack? »
« Egli è qui », dichiarò l’altro. « Presto potrai incontrario, se vuoi. »
« Ma tu l’hai ucciso. »
« Naturale che l’ho fatto. Tutto è a posto, adesso. »
« Tutto è a posto? Vorrai dire che va tutto bene per te. Ma che cosa ne è di quel poveraccio steso secco? »
« Non c’è, ora, ma come ti ho detto potrai presto incontrarlo. Egli ti manda il suo amore. »
« Quel che vorrei comprendere », disse lo Spettro, « è perché tu sei qui, contento come una pasqua, tu, un assassino sanguinario, mentre io mi sono aggirato per le strade laggiù e son vissuto in un buco simile a un porcile per tutti questi anni. »
« Ciò è un po’ duro da comprendere, all’inizio. Ma è tutto finito ora. Tu puoi essere soddisfatto di ciò adesso. Non hai più necessità di preoccuparti in proposito. »
« Non me ne devo preoccupare? Non ti vergogni di te stesso? »
« No, non come tu intendi. Non guardo a me stesso. Io l’ho finita con me stesso. Ho dovuto farlo capisci, dopo l’omicidio. Questo è ciò che esso ha fatto per me. È così che ogni cosa è cominciata. »
« Personalmente », disse il Grosso Spettro con un’enfasi che contraddiceva l’ordinario significato della parola, « personalmente ero incline a pensare che tu e io avremmo preso vie diverse. Questa è la mia opinione personale. »
«Molto probabilmente ci saremo presto,» disse l’altro. « Se tu la finirai di pensare a ciò. »
« Guarda me, adesso », disse lo Spettro, battendosi il petto (ma il colpo non produsse alcun suono). « Sono andato diritto per tutta la vita. Non dico che ero un uomo religioso, e neppure dico di non aver avuto colpe, figuriamoci. Ma ho fatto del mio meglio per tutta la vita, no? Ho fatto del mio meglio per ognuno, ecco che specie di individuo ero. Non ho mai chiesto niente per nessun motivo, all’infuori di ciò che mi spettava di diritto. Se ordinavo da bere, me lo pagavo, e se spendevo il mio salario davo in cambio il mio lavoro, giusto? Ecco che tipo di individuo ero e non mi importa che lo si sappia. »
« Sarebbe opportuno non inoltrarci su ciò. »
« E chi vuol andare avanti? Non ho nessuna voglia di discutere. Sto solo dicendoti che razza di individuo ero, no? Non pretendo niente all’infuori dei miei diritti. Tu puoi pensare di potermi disprezzare perché sei vestito bene (come non eri quando lavoravi sotto di me) mentre io sono solo un poveruomo. Ma io ho i miei diritti proprio come te, esatto? »
«Oh, no. Le cose non sono così brutte come te le dipingi. Io non ho avuto i miei diritti, altrimenti non sa rei qui. Tu non potresti averli d’altronde. Avrai qualcosa di meglio. Mai aver paura. »
« Questo è proprio quello che dico io. Io non ho i miei diritti. Ho sempre fatto del mio meglio e non ho mai fatto niente di sbagliato. E quel che non vedo è perché dovrei essere messo al di sotto di un sanguinario assassino come te. »
« Chi sa se lo sarai? Devi solo essere felice e venire con me»
« Perché continuare a discutere? Sto solo dicendoti che specie di individuo sono. Pretendo soltanto i miei diritti. Io non chiedo die qualcuno mi faccia la carità di contraggenio. »
«Fallo. Estorci la carità. Qui bisogna chiedere ogni cosa, niente può essere comprato. »
« Questo può andar bene per te, oserei dire. Se essi permettono tutto a un sanguinario assassino solo perché ha mormorato una povera preghiera all’ultimo momento, affari loro. Ma io non posso figurarmi che vado sulla stessa barca con te. Perché dovrei? Non chiedo la carità, io. Sono un uomo dignitoso, e se avessi goduto dei miei diritti avrei dovuto venir qui già da molto tempo, e puoi riferirgli che te l’ho detto io. »
L’altro scosse il capo. « Non puoi prendere questo atteggiamento. I tuoi piedi non diventeranno mai duri abbastanza per riuscire a percorrere sull’erba questo cammino. Ti stancherai prima che noi si arrivi alle montagne. E poi quel che affermi non è proprio vero. » Mentre diceva questo, l’allegria danzava nei suoi occhi.
« Che cosa non è vero? », chiese lo Spettro di malumore.
« Tu non eri un uomo dignitoso e non hai fatto del tuo meglio. Nessuno di noi lo era e nessuno di noi lo ha fatto. Che il Signore ti benedica, non ha importanza. Non c’è bisogno di inoltrarsi in ciò, adesso. »
« Tu! », esclamò lo Spettro con voce soffocata. « Tu hai la faccia di dirmi che io non sono un tipo dignitoso? » « Naturalmente. Vuoi che specifichi? Ti dirò una cosa per cominciare. L’uccisione del vecchio Jack non era la peggior azione che io abbia fatto. Quella era l’opera di un istante, ed ero mezzo fuori di senno quando l’ho compiuta. Ma io uccisi te nel mio cuore, deliberatamente, per anni. Solevo restare desto di notte pensando a che cosa ti avrei fatto se ne avessi avuto l’opportunità. Questo è il motivo per cui ti sono stato mandato: chiederti perdono ed essere il tuo servo fino a quando tu ne abbia bisogno e più a lungo se ciò ti piace. Io ero il peggiore. Ma tutti gli uomini che hanno lavorato sotto di te sentivano lo stesso. Tu hai reso tutto duro per loro, sai. E tu hai reso tutto difficile per tua moglie e anche per i vostri figli. »
« Occupati degli affari tuoi, giovanotto », disse lo Spettro. « Non dalle tue labbra, d’accordo? Perché io non accetterò nessuna impudenza da parte tua sulle mie faccende private. »
« Queste non sono faccende private », asserì l’altro. « E io… ti dirò un’altra cosa. Che sia ben chiaro: non mi piaci. Posso essere solo un pover’uomo, ma non faccio comunella con un omicida, né tanto meno prendo lezioni da lui. Sono stato duro con te e con i tuoi pari? Se potessi riaverti indietro ti farei vedere io che cosa è il lavoro. » « Vieni e mostramelo adesso », disse l’altro con un riso nella voce. « Vi può essere gioia nell’andare sulle montagne, vi sarà anche abbondanza di lavoro. »
« Non supporrai che io voglia venire con te? »
« Non rifiutare. Non potrai mai arrivare là da solo. E io sono colui che ti è stato inviato. »
« Così questo è il trucco? », esclamò lo Spettro, apparentemente amaro, e io pensai di nuovo che vi era un tono di trionfo nella sua voce. Egli veniva supplicato: poteva opporre un rifiuto; ciò sembrava costituire una sorta di vantaggio. « Penso che sia solo una maledetta sciocchezza. È tutta una cricca, tutta una cricca sanguinaria. Di’ loro che non vengo, va bene? Preferisco essere dannato piuttosto che venire con te. Io son salito quassù per ottenere i miei diritti, e basta. Non sono venuto per chiederti piagnucolando la carità prendendoti per le tue gonne materne. Se essi sono troppo elevati per avere me senza di te, voglio andare a casa. »
Egli era felice adesso che poteva, in un certo senso, profferire delle minacce.
« Questo è ciò che voglio », ripeté, « voglio andare a casa. Non sono venuto qui per essere trattato come un cane. Voglio andare a casa. Questo è ciò che voglio. Che tu sia dannato e maledetto… »
Alla fine, brontolando, ma anche lamentandosi per aver scelto il cammino sopra le erbe taglienti, se ne andò.
http://radiospada.org/2012/08/uno-strano-dialogo-in-purgatorio/