giovedì 19 gennaio 2017

lefebvriani: “testimoni della Tradizione”

Ancora sulla FSSPX 

 



Un lettore, che dichiara di trovarsi in genere in sintonia con quanto vado sostenendo in questo blog, mi ha scritto per esprimere il suo dissenso a proposito delle idee da me espresse nel post del 4 gennaio scorso (“Modi diversi di vivere la tradizione”). E mi sottopone una serie di domande piuttosto impegnative:

1. Quale professio fidei? Se in essa vi è incluso Trento e il Vaticano I, [i lefebvriani] dovrebbero per prima cosa riconoscere l’illegittimità della loro posizione nei confronti della Santa Sede. Cioè dovrebbero riconoscere di aver agito in modo errato e di aver ferito l’unità della Chiesa. Cioè dovrebbero, in altre parole, farsi “penitenti” e ammettere di aver disobbedito in modo grave e con scandalo per molti. Questo non solo non è mai avvenuto, neppure per accenni, ma hanno piú di una volta rincarato la dose. Proprio perché sono d’accordo con lei che una certa severità fa parte dell’educazione (cf quanto lei dice su aborto e misericordia), non vedo perché questo non debba riguardare anche l’atteggiamento orgoglioso e deliberato dei seguaci dello scisma.
2. L’accettazione del Vaticano II sarebbe facoltativa? A mio parere, se vogliono far parte della Chiesa cattolica romana, l’accettazione del Vaticano II è una condizione non negoziabile. Se il Vaticano II (ecumenico sí o no?) diventa un optional per un gruppo, non vedo perché non possa diventarlo per chiunque. E questo sarebbe un suicidio, per motivi che lei può capire molto bene. Con questo non intendo dire che l’ultimo Concilio non abbia i suoi limiti e che la sua recezione non ne abbia ancora di piú. Ma piú di un concilio ha avuto dei limiti, a partire da Trento e dal Vaticano I. Anche nel magistero piú alto e solenne ci possono essere contingenze e parzialità. Questo però non autorizza a squalificarlo in toto. Se Mons. Lefebvre ha firmato i documenti conciliari, quale problema ci sarebbe ad accettarli da parte dei suoi seguaci, riservandosi eventualmente una interpretazione specifica?
3. Il problema liturgico (riforma della riforma, ordo vetus, ecc., a cui lei accenna in un altro suo post) non è secondario, in tutto questo. Lei, quando parla della riforma della curia, fa delle osservazioni molto sensate; fra l’altro fa notare che non si può stare a riformare la curia in continuazione o con troppa frequenza, bisogna anche sapere accettare, cum grano salis, certe imperfezioni del medium umano e conservare una certa stabilità e continuità nel tempo. Questo, non solo il solo a dirlo, vale molto di piú per la liturgia. Personalmente sarei contrario a rimettere mano all’attuale stato dei testi liturgici, a meno che non si tratti di aspetti periferici, non strutturali. Proprio per evitare la danza dei cambiamenti in quel cuore rituale che è bene duri nei lunghi periodi sostanzialmente invariato e ripetitivo (anche il messale di Pio V non era immune, come si sa, da cospicui limiti). Le riforme della liturgia dovrebbero essere meno frequenti almeno rispetto a quelle della curia romana. Il problema principale, a mio parere, non sono gli attuali libri liturgici, ma il fatto che essi sono spesso disattesi e messi male in pratica. Ora, l’insistenza della Fraternità San Pio X sul vecchio rito, intangibile e sacralizzato per loro, è proprio segno di una ideologizzazione, accusa dalla quale lei sembra assolvere, forse un po’ troppo facilmente, i fratelli scismatici.
4. I seguaci di Mons. Lefebvre sono davvero ancora scismatici? La scomunica è stata tolta da Papa Benedetto; Papa Francesco ha confermato che si può ricevere non solo validamente ma anche lecitamente l’assoluzione sacramentale presso i loro sacerdoti... a questo punto l’unità è praticamente già fatta. Anche qui non si capisce bene: l’assoluzione sí e perché non la comunione? Su questo punto si tace. Immagino mantenendo la celebrazione eucaristica e l’intercomunione ancora sotto una riserva. Ma forse che il Papa non sa che quelli che “per vari motivi” si confessano da quei sacerdoti partecipano poi anche alle loro messe? Dunque riceverebbero lecitamente l’assoluzione avendo già l’intenzione di ricevere illecitamente la comunione. Siamo a posto.
5. Il metodo pastorale adottato da Francesco verso i lefebvriani mi sembra che metta in luce nel modo piú chiaro il vistoso limite del suo concetto e della sua pratica della misericordia: in fondo non è proprio necessaria la conversione, il riconoscimento dello sbaglio e la penitenza relativa; basta la sola gratia, discendente, che cosí lascia le cose come stanno oppure le peggiora, perché crea confusione. C’è anche il limite “dottrinale”, le classiche confusioni in cui cade ogni tanto il Pontefice del “discernimento”: assoluzione sí comunione no, come se la grazia fosse ripartibile col metro. Naturalmente sull’atteggiamento aperturista di oramai quasi totale legittimazione degli anticonciliari lefebvriani da parte del Papa (come ho detto manca solo la “formale” intercomunione), i fans aperturisti di Francesco tacciono sistematicamente, perché per loro è imbarazzante.

Proverò a rispondere a ciascun punto, ma senza rispettare l’ordine in cui le domande sono state formulate. Si tratta di pensieri già espressi su questo blog; ma non posso pretendere che i nuovi lettori vadano a leggersi tutti i post da me scritti in passato, né che gli aficionados ricordino ogni parola da me pronunciata anche diversi anni fa.

Il Concilio e la professione di fede

Partirei dalla questione del Concilio, che, a mio parere, va risolta prima di ogni altra. Nel mio post affermavo: «Il Vaticano II va preso per quello che è, e cioè un Concilio … “pastorale”». Con ciò non intendevo in alcun modo squalificare il Concilio, ma semplicemente metterlo nella giusta prospettiva. Come dicevo, nei suoi confronti non si deve né avere un totale rifiuto, né considerarlo un “superdogma”. Proprio per il suo carattere pastorale e per non aver voluto definire alcun nuovo dogma, esso non deve essere tanto teorizzato (col rischio di trasformarlo in una ideologia, come di fatto è avvenuto in molti casi negli ultimi cinquant’anni), quanto piuttosto attuato (visto che i suoi insegnamenti hanno per lo piú carattere pratico). Il Concilio non ha in alcun modo cambiato la dottrina cattolica (anche se forse qualcuno avrebbe voluto che lo facesse e molti pensano che lo abbia fatto), ma ci ha invitati a cambiare mentalità, ad assumere un nuovo stile, a praticare metodi pastorali diversi.

Questo ci obbliga ad adottare un atteggiamento diverso anche nei confronti della FSSPX. Uno degli aspetti principali del Vaticano II è, senza dubbio, l’ecumenismo, inteso non solo come ristabilimento dell’unità con le antiche Chiese e comunità ecclesiali separate da Roma, ma anche come stile da assumere nei confronti di chiunque si è in qualche modo allontanato dalla comunione con la Chiesa cattolica. Ebbene, il Decreto conciliare sull’ecumenismo (Unitatis redintegratio) non solo ci invita a «eliminare parole, giudizi e opere che non rispecchiano secondo equità e verità la condizione dei fratelli separati e perciò rendono piú difficili le mutue relazioni con essi» (n. 4), ma ci indica anche che cosa si deve pretendere quando un non-cattolico chiede di essere riammesso nella Chiesa cattolica: «Per ristabilire o conservare la comunione o l’unità bisogna “non imporre altro peso fuorché le cose necessarie” (At 15:28)» (n. 18).

Il “Rito dell’ammissione alla piena comunione della Chiesa cattolica di coloro che sono già stati validamente battezzati” (Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti, Appendice), dopo aver fatto riferimento al succitato testo conciliare (n. 1), stabilisce: «Da chi è nato e battezzato fuori della comunione visibile della Chiesa cattolica non si richiede piú l’abiura dall’eresia, ma soltanto la professione di fede» (n. 6). E in nota rimanda al Direttorio ecumenico del 1967, nn. 19 e 20 (nel Direttorio del 1993 questo aspetto non viene ribadito semplicemente perché, penso, nel nuovo Codice di diritto canonico son si parla piú di abiura). Il Rito dell’ammissione prevede la recita del Simbolo niceno-costantinopolitano seguito dalla formula: «Credo e professo tutte le verità che la Santa Chiesa cattolica crede, insegna e annunzia come rivelate da Dio» (n. 15).

Se questo è quanto la Chiesa esige dai non-cattolici che bussano alla sua porta, chiedo: perché dai lefebvriani (di cui nessuno finora ha messo in dubbio la cattolicità) dovrebbe pretendere qualcosa di diverso (accettazione incondizionata del Concilio, sottoscrizione del Catechismo della Chiesa cattolica, ecc.)? Si ritiene che la formula prevista dal rito di ammissione su riportato non sia sufficiente? Si richieda allora l’emissione della professio fidei, prevista dal can. 833. Ovviamente, una volta ristabilita la piena comunione e riconosciuta canonicamente la nuova Prelatura (o quel che sia), al Prelato, nell’assumere il suo ufficio, sarà anche richiesto di prestare il “giuramento di fedeltà” annesso alla professione di fede.

Ma allora, che fine fa il Vaticano II? diventa un optional, vincolante per alcuni e senza valore per altri? Nei tre commi finali della professione di fede si dichiara di accogliere, con l’assenso richiesto per ciascun livello di magistero (infallibile, definitivo e autentico), quanto insegnato dalla Chiesa. Come giustamente faceva notare Mons. Guido Pozzo nelle sue interviste, il problema non è tanto l’accettazione del Vaticano II, quanto piuttosto l’accettazione del Magistero della Chiesa: «L’ufficio di interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa è affidato al solo Magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesú Cristo» (Dei Verbum, n. 10). L’accettazione del Concilio Vaticano II (con le sue peculiarità), al pari dell’accettazione di tutti gli altri Concili (con le loro peculiarità), rientra nella sottomissione — questa sí incondizionata — al Magistero della Chiesa. A me nessuno ha mai chiesto di fare una dichiarazione di fedeltà al Concilio; non vedo perché debba essere chiesto ai lefebvriani.

Lo stato canonico della FSSPX e il metodo pastorale di Papa Francesco

“I seguaci di Mons. Lefebvre sono davvero ancora scismatici?” Forse una domanda come questa, piú che a me, andrebbe rivolta a un canonista. Secondo il can. 751, lo scisma consiste nel «rifiuto della sottomissione al Romano Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti». I commentatori fanno notare che si parla di “rifiuto”, non di semplice disobbedienza. La FSSPX ha commesso tale delitto? Non sta a me dare una risposta. Certamente Mons. Lefebvre e i quattro Vescovi da lui consacrati incorsero nella scomunica latae sententiae, prevista dal can. 1382 (consacrazione episcopale senza mandato pontificio); ma quella scomunica è stata revocata con il decreto del 21 gennaio 2009. Nella lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica del 10 marzo 2009, Benedetto XVI scriveva: «Un’ordinazione episcopale senza il mandato pontificio significa il pericolo di uno scisma, perché mette in questione l’unità del Collegio episcopale con il Papa. Perciò la Chiesa deve reagire con la punizione piú dura, la scomunica, al fine di richiamare le persone punite in questo modo al pentimento e al ritorno all’unità». Il Papa parlava di “pericolo di scisma”, non di “scisma”. Perché continuare a parlare di “scisma” dopo la remissione della scomunica? In quella stessa lettera Benedetto XVI aggiungeva: «Il fatto che la Fraternità San Pio X non possieda una posizione canonica nella Chiesa, non si basa in fin dei conti su ragioni disciplinari ma dottrinali. Finché la Fraternità non ha una posizione canonica nella Chiesa, anche i suoi ministri non esercitano ministeri legittimi nella Chiesa. Bisogna quindi distinguere tra il livello disciplinare, che concerne le persone come tali, e il livello dottrinale in cui sono in questione il ministero e l’istituzione. Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri — anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica — non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa». Il problema dunque non stava nello scisma, ma nella posizione canonica della FSSPX. La mancanza di uno stato canonico nella Chiesa impediva ai suoi membri di esercitare legittimamente qualsiasi ministero. Mi par di capire che essi si trovassero dunque in una condizione di “sospensione” (can. 1333). Ma ora sembra che anche questa situazione, quantunque senza una esplicita dichiarazione, sia stata di fatto superata. La decisione, prima temporanea (lettera del 1° settembre 2015) poi definitiva (lettera apostolica Misericordia et misera del 20 novembre 2016), di Papa Francesco di concedere la facoltà di assolvere a tutti i sacerdoti della FSSPX sembrerebbe aver superato anche la situazione di “sospensione”, per cui ora si ha l’impressione che sia rimasto solo il problema del riconoscimento canonico della Fraternità.

A questo punto si possono inserire le riflessioni sui metodi seguiti da Papa Francesco. Penso che tutti abbiano ormai capito che non rientro fra i sostenitori delle “aperture” pastorali dell’attuale Pontefice. Uno degli aspetti che desta in me maggiore preoccupazione è il suo dichiarato disinteresse per le questioni dottrinali. A questo proposito, non condivido affatto l’approccio da lui adottato in campo ecumenico; non credo che giovi in alcun modo alla causa dell’unità ignorare le differenze dottrinali che ci separano gli uni dagli altri; non è vera (o, per lo meno, piena) unità quella che si limita a collaborare per il bene materiale dell’umanità. Ciò nonostante, sono convinto che, nell’affrontare le diverse questioni, un pizzico di sano pragmatismo non guasti. I fatti hanno dimostrato che la posizione assunta dal Card. Ratzinger prima e da Benedetto XVI poi nei confronti della questione lefebvriana era inadeguata. Insistere sul fatto — lo abbiamo appena visto ribadito nella sua lettera ai Vescovi — che il problema della FSSPX non fosse di carattere disciplinare, ma dottrinale, non ha portato a nessun risultato. Per questo, nella fattispecie, apprezzo maggiormente l’atteggiamento piú spregiudicato di Papa Bergoglio. Le reazioni delle opposte tifoserie non credo che abbiano alcuna rilevanza in questa sede.

Il problema dell’«intercomunione»

A tale proposito, mi sembra che la situazione sia abbastanza confusa. Ci sono stati diversi pronunciamenti (in genere lettere di risposta a precise domande dei fedeli) da parte della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, non sempre del tutto coerenti fra loro. Nelle lettere del 27 settembre 2002, del 18 gennaio 2003 e del 5 settembre 2005, quindi prima della revoca della scomunica, l’allora Segretario Mons. Camille Perl aveva dichiarato che si può assolvere il precetto festivo assistendo alle Messe celebrate dai sacerdoti della FSSPX (che non dovevano essere considerati scomunicati, ma soltanto sospesi). Poi, il 1° dicembre 2010 (quindi dopo la remissione della scomunica), ci fu l’intervista di Mons. Guido Pozzo, in cui si invitavano i fedeli cattolici a evitare la partecipazione alla Messa celebrata dai sacerdoti della FSSPX, perché canonicamente irregolari (successivamente, Mons. Pozzo precisò che nulla era cambiato rispetto alla posizione precedentemente espressa da Mons. Perl). Il 28 maggio 2012, infine, lo stesso Mons. Pozzo ha scritto una lettera che sembrerebbe contraddire i precedenti pronunciamenti. Per cui risulta difficile esprimersi in proposito. Personalmente, ritengo che, se è possibile soddisfare il precetto festivo partecipando alla Messa celebrata dai sacerdoti della FSSPX, è altrettanto lecito comunicarsi durante quella Messa.

Il Vetus Ordo e la “riforma della riforma”

La celebrazione della Messa secondo il Messale di San Pio V mi sembra che debba essere considerata uno degli elementi essenziali del carisma della FSSPX. In questo non vedo assolutamente nulla di illegittimo: nella Chiesa esistono — sono sempre esistiti — tanti riti diversi; non vedo che cosa ci sia di male se la Chiesa ammette delle realtà (istituti religiosi, società di vita apostolica, prelature, ordinariati, parrocchie, cappellanie, ecc.) che seguono l’antico rito (come nella Primaziale di Toledo c’era una cappella dove si celebrava — non so se ciò avvenga ancora — secondo il rito mozarabico, o i domenicani celebravano secondo il loro rito proprio). Si tratta semplicemente di mantenere vivo un rito che è stato il rito della Chiesa latina per secoli (i lefebvriani diventerebbero cosí in qualche modo nella Chiesa i “testimoni della tradizione”). È chiaro che quanti celebrano secondo questo rito non possono considerarlo esclusivo, quasi fosse l’unico valido, né devono farne un’ideologia. Ma questo è un discorso che vale per tutti i riti, Novus Ordo compreso.

Il discorso della “riforma della riforma”, a mio parere, non tocca direttamente la FSSPX; è un discorso che riguarda noi, che celebriamo la liturgia cosí come rinnovata dopo il Concilio Vaticano II. Sono d’accordo sul fatto che il problema della riforma liturgica sia, innanzi tutto, quello di una sua spesso carente applicazione. Sono pure d’accordo sul fatto che non si può fare una riforma a ogni elezione di Papa; ma questo non significa che il rito della Messa, come lo celebriamo noi oggi, non possa subire qualche ritocco. Capisco — come qualcuno mi ha fatto notare — che questo non è il momento migliore per farlo (secondo Sandro Magister, pare che si voglia addirittura rimettere in discussione l’istruzione Liturgiam authenticam del 2001, e tornare cosí alle sciatte traduzioni dell’immediato postconcilio); ma qui stiamo parlando in linea di principio, non perché si debba mettere in cantiere la “riforma della riforma” nei prossimi mesi. Quando si parla di “riforma della riforma”, non si tratta di abolire la riforma liturgica, ma semplicemente di migliorarla, recuperando alcuni elementi del vecchio rito (p. es., l’orientamento o l’uso, almeno parziale, del latino), che forse erano stati frettolosamente abbandonati nella riforma postconciliare. Il punto di riferimento di tale “riforma della riforma” non dovrebbero essere i gusti personali di Tizio o Caio, ma la Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, che in alcuni punti è stata indebitamente disattesa dalla riforma postconciliare. Non ho mai fatto mistero del mio, diciamo cosí, scarso entusiasmo per la liberalizzazione indiscriminata dell’usus antiquior (si veda, p. es., il post del 22 maggio 2011); sono profondamente convinto del fatto che, come affermato dal Card. Ratzinger, «a lungo termine la Chiesa romana deve avere di nuovo un solo rito romano. L’esistenza di due riti ufficiali per i vescovi e per i preti è difficile da “gestire” in pratica» (lettera al Dott. Heinz-Lothar Barth del 23 giugno 2003); anzi, sono giunto alla conclusione che la “riforma della riforma”, proposta dal Card. Ratzinger, debba avere proprio questo obiettivo: ridare alla Chiesa romana un unico rito romano. Come ha scritto il Card. Robert Sarah nel suo libro La force du silence, «Se Dio lo vuole, quando lo vorrà e come lo vorrà, in liturgia, la riforma della riforma si farà. Nonostante lo stridore di denti, essa verrà, perché ne va dell’avvenire della Chiesa».
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mercoledì 18 gennaio 2017

Convegno S. Liturgia 2017

Pubblicato il programma del Convegno S. Liturgia 2017





che si terrà a Milano nel mese di giugno. 

Fra i relatori si segnalano in particolare il card. Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto divino, Il card. Burke, p. Vincenzo Nuara, officiale della Pont. Commissione Ecclesia Dei, dom Alcuin Reid, autore del fondamentale "Lo sviluppo organico della liturgia", padre Uwe Michael Lang, autore dell'altrettanto fondamentale "Rivolti al Signore".
 

Le iscrizioni sono già aperte sul sito del Convegno: http://www.milan-sacraliturgia.com

martedì 17 gennaio 2017

chiesa da 6 politico

  ESISTE ANCORA IL CATTOLICESIMO???

 

 

Il titolo di questo post è volutamente polemico, nonostante sappia bene che nel mondo cattolico esistono persone rette e stimabili, sia tra i laici sia tra il clero.
 
Questa domanda oramai si pone pressante. Il mondo cattolico sta divenendo una "chiesa da 6 politico"?
 
Il "6 politico" per chi non è passato attraverso gli anni '70, era una proposta avanzata, e probabilmente a volte applicata, da quegli studenti che, pur non avendo studiato, volevano a tutti i costi essere promossi almeno con un "6" regalato, ossia un "6 politico".
 
Non aveva senso alcun sforzo personale, tutti, per il semplice fatto di respirare, avevano diritto alla promozione.
 
Come allora, pare che oggi la Chiesa cattolica si sia massivamente imbevuta di una strana ideologia: non si deve chiedere nulla a chi in teoria segue Cristo, nessun impegno, nessuna rinuncia. Gli si deve applicare una misericordia che non tenga conto dei frutti che dovrebbero discendere da una vera conversione. "Venite tutti come siete, entrate, non fatevi alcuno scrupolo", diceva un vescovo negli anni '80 rivolto ai giovani per invitarli in seminario. 
 
Anche questo principio, come la misericordia senza frutti di conversione, è devastante. Il degrado morale di troppo clero cattolico non deriva solo da una società che oramai non si riconosce più nei valori cristiani ma dal fatto che la Chiesa non sa più separare ciò che è buono da ciò che non lo è; deriva dal drammatico fatto che non sa più realmente formare qualcuno. Contro questo fatto solare non vale alcun argomento contrario!
 
Allo stesso modo, predicare una misericordia che non cambia nessuno è molto pericoloso, anzi è decisamente dannoso. È un grimaldello populista per rovinare il poco di sano esistente.

Un lettore confuso, scrivendomi, mi chiede se tutto ciò nasce realmente da Dio, come diverse gerarchie cattoliche e il papa stesso stanno dicendo. Da quanto detto, è facile pensare che la mia risposta è negativa.
 
Tuttavia, invito questo lettore e chiunque mi legge a quel discernimento che lo stesso san Paolo chiede ai suoi fedeli. 
 
Nella Chiesa, si badi molto bene!, non esiste una assistenza magica. Nessuno, neppure l'autorità più alta è assistito magicamente da Dio, così assistito da permettersi di dire e fare ciò che vuole.
 
Nella Chiesa del Nuovo Testamento, di san Paolo, dei padri e dei santi, tutto si verifica, come lo stesso apostolo delle genti esortava a fare.
 
Solo una Chiesa profanizzata osa chiedere una obbedienza cieca e assoluta. Questo tipo di Chiesa è realmente il prototipo di tutte le peggiori dittature che abbiamo visto nel XX sec.
 
Quando una direttiva crea frutti amari, contrari alla vita della Chiesa, quella direttiva è sicuramente contro Dio, anche se chi la diffonde pensa provenga da ispirazione divina.
 
Esiste, poi, un altro modo di verifica. Se un chierico diffonde una novità o una nuova prassi, si osservi bene quale sia la vita di quel chierico. È un uomo autenticamente pio, una persona di vera preghiera, presta reale ossequio alle sante tradizioni? È un uomo che segue Cristo, non il mondo, che vuole piacere a Cristo, non al mondo? Rispondendo già a queste domande capiamo da che pulpito possono nascere certe novità.
 
Nello stato misero in cui versa l'Occidente cristiano io non credo proprio che tutto ciò esista se non in infinitesima parte. Esiste, piuttosto, una grande confusione, un ottenebramento, un reale calo della pratica religiosa, un aumento dell'indifferentismo. Forse tutto ciò è permesso per una buona ragione ma sta di fatto che non ci si deve illudere né scambiare per oro ciò che è solo paglia.
 
In nessuna epoca come l'attuale si parla così tanto di "Spirito" e di "seguire lo Spirito", ma in nessuna epoca come l'attuale non si sa cosa sia lo Spirito e cosa realmente voglia e operi.
 
http://traditioliturgica.blogspot.it/2016/11/cattolicesimo-una-chiesa-da-6-politico.html

Ave, o Santo che fuggisti




lunedì 16 gennaio 2017

patacche della chiesa

Mi scrivono:
«[...] quello che sta cercando di fare la Chiesa, nel caso dei divorziati risposati, è di applicare l'epikeia tomista, concetto simile ed allo stesso tempo diverso all'oikonomia orientale.
Mi pare che gli ortodossi abbiano da secoli una pratica più misericordiosa, verso chi fallisce nel matrimonio, e allora perché solo i cattolici dovrebbero essere trattati con più durezza? Se può vivere in grazia di Dio un cristiano ortodosso risposato dovrebbe valere lo stesso anche per un cristiano cattolico. 
Mi dica dove sbaglio, eventualmente, per favore. Grazie».


 
Caro lettore, ho riportato quanto sostanzialmente lei mi ha scritto evitando appunti sulla mia persona che non ritengo affatto importanti per il nostro discorso. Il discorso del matrimonio fallito e del risposarsi è abbastanza antico, in Oriente. Nonostante ciò, le norme, entrate nella legge romana, che lo disciplinavano non sono state recepite in Occidente. 
  Facciamo un po' di chiarezza.  
La Chiesa in Oriente (come in Occidente) ha sempre ribadito l'importanza dell'indissolubilità del matrimonio. In Oriente ciò si applica per chi si risposa con un rito penitenziale di matrimonio, non identico al vero rito matrimoniale. Chi si risposa, poi, non si può accostare frequentemente al sacramento dell'Eucarestia ma solo nelle feste più importanti e a determinate e strette condizioni. Chi vive così, è dunque in una situazione penitenziale permanente e non sarebbe in tale situazione se fosse sposato nel primo matrimonio. Questo secondo (al limite terzo) matrimonio penitenziale non è cosa regolare ed è cosa solo tollerata in ragione della debolezza umana.
È lo stesso discorso che si sta facendo nel mondo cattolico, oggi? Mi scusi, ma non mi sembra affatto anche perché, letto con la mentalità di chi invoca misericordia nel Cattolicesimo, anche questa forma ortodossa porrebbe in "serie B" il cristiano risposato.  
Infatti, nella mente di chi invoca la misericordia non esiste alcuna condizione penitenziale nel senso sopra spiegato poiché la situazione cristiana è osservata molto umanamente con mentalità umanistica, non soprannaturalmente. Non è infatti un caso che si parli di "diritto" (alla comunione per il divorziato risposato), un termine laico che non è di pertinenza all'ambito religioso. Nella stessa Bibbia non si parla mai di diritti ma l'uomo, rivolgendosi a Dio, gli chiede: "Insegnami i tuoi decreti!" (vedi Sl 118) poiché il centro di tutto non è l'uomo con le sue supposte ragioni ma Dio. D'altronde questi "fiori di misericordia" occidentali, nascono in un contesto nel quale in gran parte si sono persi i riferimenti spirituali e ascetici che, al contrario, sono chiarissimi in Oriente in chi li vuole praticare, potendo pure trovarsi una tradizione che, in tal senso, è viva, non teorica.  
Ciò che è importante, infatti, non è la sola liturgia. La conservazione di una forma tradizionale di culto non è nulla se è priva di una profonda prospettiva spirituale-carismatica (in senso patristico), se è priva di un'autentica teologia praticata nella vita del cristiano.
  La gloria del Cristianesimo, infatti, non sono le semplici istituzioni esterne o l'aiuto che gli viene dato da un imperatore o da un capo di Stato (in un sito "supercattolico" pensano che l'esistenza di Putin sia la gloria dell'ortodossia russa, ma questa idea è piuttosto sempliciona, superficiale e stupida!). La gloria del Cristianesimo è la sua pratica che fa incontrare Cristo in interiore homine.
Allo stesso modo, invocare una misericordia senza vivere un'autentica prospettiva penitenziale (ognuno ha un motivo per essere un penitente fiducioso!), non serve a nulla se non a illudere e a portar fuori strada le persone, come in effetti sta succedendo.
Ecco perché personalmente mi schiero con i perplessi dinnanzi a queste pianificate pubblicità di "misericordia ecclesiale" che cercano vanamente di fare un restyling esteriore ad un edificio le cui colonne portanti stanno per rovinarsi.

http://traditioliturgica.blogspot.it/2016/12/ricevo-e-rispondo.html

15 promesse, 10 benedizioni e 7 benefici

15 promesse, 10 benedizioni e 7 benefici della recita del Santo Rosario

Questa bella preghiera, recitata con devozione, fede e meditazione, offre un enorme profitto spirituale

 

La parola “rosario” proviene dal latino e significa “ghirlanda di rose”. La rosa è uno dei fiori più usati per simboleggiare la Vergine Maria. Se si chiedesse quale sia il sacramentale più emblematico che possediamo noi cattolici, le persone risponderebbero probabilmente il Santo Rosario.

In questi ultimi anni il Rosario ha fatto una ricomparsa poderosa, visto che molti cattolici lo recitano e anche quelli che lo conoscevano poco hanno imparato a recitarlo in famiglia. 

Il Rosario è una devozione in onore alla Vergine Maria. Si compone di un numero determinato di preghiere specifiche. Ecco alcune informazioni sul Rosario che potranno esservi utili.

Promesse del Rosario:
  1. Chi recita con grande fede il Rosario riceverà grazie speciali.
  2. Prometto la mia protezione e le grazie più grandi a chi reciterà il Rosario.
  3. Il Rosario è un’arma potente contro l’inferno, distruggerà i vizi, libererà dal peccato e ci difenderà dalle eresie.
  4. Farà fiorire le virtù e le buone opere e otterrà alle anime le più abbondanti misericordie divine; sostituirà nei cuori l’amore di Dio all’amore del mondo, elevandoli al desiderio dei beni celesti ed eterni. Quante anime si santificheranno con questo mezzo!
  5. Colui che si affida a me con il Rosario non perirà.
  6. Colui che reciterà devotamente il mio Rosario, meditando i suoi misteri, non sarà oppresso dalla disgrazia. Peccatore, si convertirà; giusto, crescerà in grazia e diverrà degno della vita eterna.
  7. I veri devoti del mio Rosario non moriranno senza i Sacramenti della Chiesa.
  8. Coloro che recitano il mio Rosario troveranno durante la loro vita e alla loro morte la luce di Dio, la pienezza delle sue grazie e parteciperanno dei meriti dei beati.
  9. Libererò molto prontamente dal purgatorio le anime devote del mio Rosario.
  10. I veri figli del mio Rosario godranno di una grande gloria in cielo.
  11. Quello che chiederete con il mio Rosario, lo otterrete.
  12. Coloro che diffonderanno il mio Rosario saranno soccorsi da me in tutte le loro necessità.
  13. Io ho ottenuto da mio Figlio che tutti i membri della Confraternita del Rosario abbiano per fratelli durante la vita e nell’ora della morte i santi del cielo.
  14. Coloro che recitano fedelmente il mio Rosario sono tutti miei figli amatissimi, fratelli e sorelle di Gesù Cristo.
  15. La devozione al mio Rosario è un grande segno di predestinazione.          


Benedizioni del Rosario: 
(Magistero dei papi)
1) I peccatori ottengono il perdono.
2) Le anime assetate sono saziate.
3) Coloro che sono legati vedono infrante le loro catene.
4) Coloro che piangono trovano gioia.
5) Coloro che sono tentati trovano pace.
6) I bisognosi ricevono aiuto.
7) I religiosi sono riformati.
8) Gli ignoranti sono istruiti.
9) I vivi vincono il declino spirituale.
10) I morti hanno le loro pene alleviate per via dei suffragi.





Benefici del Rosario: 
(San Luigi Maria Grignion de Montfort)
1) Ci eleva insensibilmente alla perfetta conoscenza di Gesù Cristo.
2) Purifica le anime nostre dal peccato.
3) Ci rende vittoriosi su tutti i nostri nemici.
4) Ci facilita la pratica delle virtù.
5) Ci infiamma d’amore per Gesù.
6) Ci arricchisce di grazie e di meriti.
7) Ci fornisce i mezzi per pagare a Dio e agli uomini tutti i nostri debiti e infine ci ottiene ogni sorta di grazie.


Non smettere di recitare il Santo Rosario, e se ancora non hai iniziato a farlo tieni conto del fatto che forse potrebbe essere il modo in cui Dio ti sta chiamando a entrare nel suo ovile, ad essere suo figlio, il figlio della sua Santissima Madre e fratello del suo Figlio prediletto: attraverso l’amore e la devozione a Maria, nostra Madre per sempre.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]



sabato 14 gennaio 2017

PREGHIERA NELLA PROVA

PREGHIERA NELL 'ORA DELLA PROVA
 
 


Sono in mezzo alle tempeste e l'angoscia mi opprime.
Non dormire, o Gesù, levati, e comanda al vento di non soffiare 

e al mare burrascoso di acquietarsi !
 

Ho in me la febbre di tante passioni, di tante inclinazioni perverse, 
di tante tentazioni.

Vieni tu e sgrida questa febbre, e ridona la calma al mio spirito!
Sono nel deserto della vita, bisognoso anche della tua provvidenza materiale; ho tanto poco che non mi basta.


Provvedi tu, e come moltiplicasti i pani nel deserto, così moltiplica le mie risorse, scampami dai malanni, liberami dai pericoli e sii tu il Padre mio anche nella mia vita materiale.


Sono tuo tempio vivo: non permettere che le preoccupazioni materiali mutino il mio cuore, che deve essere tabernacolo di preghiera, in una spelonca di ladri della tua gloria, di aspirazioni terrene, di interessi umani.
 

Prendi pure il flagello della tribolazione e scaccia da me quello che mi può dividere da Te.

O mio Gesù, la notte è fosca, il mondo è avvolto da tenebre, 

il mondo non ti segue!
 

Vieni, comanda ai tuoi operai evangelici di gettare la rete, 
e raccogli tu le anime traviate che ti sfuggono !
 

Vieni o Gesù, tutta la tua vita sia mia, ed io viva di Te e ti ami con tutto il cuore, col tuo stesso amore!




Pater nostro ... 

Ave Maria ... 
Gloria ...

Servo di Dio Padre Dolindo

venerdì 13 gennaio 2017

Trasgressivi e tradizionalisti

Libri. Trasgressivi e tradizionalisti: i “Pensieri controrivoluzionari” di Campari&de Maistre

  Luigi Iannone


William Wallace, interpretato da Mel GibsonCosa vi può essere di più trasgressivo dell’essere dei tradizionalisti? Qualcuno lo aveva detto e a pensarci bene è l’unica asserzione che, in un tempo caotico come il nostro, potrebbe contenere un minimo di verità.

Cosa vi può essere di più stravagante (perché ad una lettura superficiale è questo il termine che verrebbe usato!) del fatto che una dozzina di giovani, addirittura alcuni poco più che ventenni, pubblichino un libro collettaneo dal titolo perentorio Pensieri controrivoluzionari e dal sottotitolo ancor più chiaro: Fede, società e cultura?

E cosa vi può essere di più straniante del leggere di sacra Liturgia, di Vergine Maria, di monachesimo e ‘devozioni come via di salvezza per il cielo’ in un tempo dominato da smartphone, iPod, comunicazione diretta, visiva e ultraveloce?

E ancora; cosa vi può essere di più disarmante che ascoltare giovincelli su questioni teologico-filosofiche o veder vergato da loro un saggio su questioni etiche dirimenti?

In effetti, è un quadro a prima vista alienante che pure è tenuto insieme da un chiaro filo rosso; una critica serrata alla modernità e alle sue derive. Ma è alienante per quelli come me, di appena una generazione precedente, che si trovano finalmente di fronte persone che riflettono e non si perdono nel chiacchiericcio, scrivono e non saturano i fogli word con proposizioni a casaccio.

campariPensieri controrivoluzionari è un volume collettaneo frutto della rielaborazione di scritti usciti sul blog Campari&de Maistre ma anche di tanti inediti; è perciò prodotto di una idea iniziale a cui si sono aggiunti nel corso del tempo altre personalità che ne hanno condiviso gli scopi. L’ostinazione di Federico Catani e Riccardo Facchini, i primi a credere nella funzione culturalmente ‘alta’ del blog, è stata premiata nel momento in cui si è arrivati ad avere una redazione composta da una ventina di collaboratori. Ma non solo. Mettersi sotto l’effigie del conte Joseph-Marie de Maistre non consente molti campi di azione ma solo passaggi obbligati. Eppure questo era l’intento dei vari Francesco Filipazzi, Alessio Calò, Giovanni Campari e, dunque, non un solo impedimento incontrato lungo il percorso visto che erano preparati sulle insidie del viaggio.

Ed infatti insieme a dotte considerazioni su geopolitica, economia finanziaria, sull’Islam o sul fenomeno transgender il volume prende una sua forma omogenea nel momento in cui macina tutti i suoi scritti all’interno della vera maledizione del mondo moderno: l’uomo solo e sradicato, senza dio e valori di riferimento. Perché è inutile girarci intorno; qualunque prospettiva adottino questi saggi ritornano al punto di partenza, come in una sorta di eterno ritorno, in cui la fine coincide con l’inizio, il tramonto con l’alba.

Una visione conservatrice dell’esistenza, ben salda sui principi da cui partono poi tutte le varie elucubrazioni e le verifiche, le analisi e i discernimenti.

Si tratta da questo punto di vista di un volume completo nel senso della pluralità delle tematiche affrontate ma anche ‘moderno’ nel senso più puro che si può dare a tale concetto. Moderno dato che tutte le maggiori questioni fondanti del nostro tempo vengono affrontate e, se non affrontate, almeno lambite, in modo che il lettore possa sempre avere una chiarezza di idee e di posizionamenti anche solo ad una prima lettura.

Un libro consigliato anche a chi propone riflessioni e convincimenti del tutto contrari. Perché è un lavoro meditato, con linguaggio curato e perciò non scialbo, dove i vari saggisti tentano con analisi articolate di motivare le loro proposte e i rispettivi punti di vista. Proprio per questo si potrà anche non essere d’accordo con taluni, ma è un libro che si segnala per non essere mai vago né pilatesco negli intenti. Leggerlo vorrà dire infatti interrogarsi sulle tante questioni che lacerano la nostra anima e che, molto spesso, releghiamo in un cantuccio ben nascosto, consapevoli che confutare o semplicemente discutere su di esse, significa smuovere un magma incandescente di interrogativi e di nodi non sciolti.

*Pensieri controrivoluzionari, di Campari&deMaistre, Historica, p. 250, euro 18

più liberi senza Dio

Senza Dio avete fatto l'uomo nuovo. L'uomo nuovo ha ucciso i genitori.




«Vi sarà l’uomo nuovo, felice, superbo. Colui al quale sarà indifferente vivere o non vivere, quello sarà l’uomo nuovo. Colui che vincerà il dolore e la paura, sarà lui Dio. E quell’altro Dio non ci sarà più (...). Chi vincerà il dolore e la paura, quello diventerà Dio. Allora ci sarà una nuova vita, allora ci sarà un uomo nuovo, tutto sarà nuovo (…). L’uomo sarà Dio e si trasformerà fisicamente».
(Fedor Dostoevskij, I demoni, 1873)

L'uomo nuovo, questa volta, viene da un paesino vicino a Ferrara, Pontelangorino di Codigoro, in quella

Padania che oscilla tra il Po e la Pianura, in quelle terre rosse e ricchissime di cultura e bellezza. L'uomo nuovo è colui che senza un valido movente uccide (ma esiste, in fondo, un movente che sia "valido" per uccidere?) i genitori.

L'uomo nuovo agisce di notte, durante il sonno della casa, in coppia. Assieme a lui quello che verrà definito come l'"amico del cuore", ma che è stato incapace di fare qualsiasi cosa un vero amico avrebbe dovuto fare. Perché all'uomo nuovo è "colui al quale sarà indifferente vivere o non vivere".
L’uomo nuovo "vince il dolore e la paura". Ha una vita che si può riassumere in poche righe, che "sballotta" tra un cattivo rendimento a scuola, l'uso di droghe prima dell'omicidio - come ipotizzano a caldo alcuni giornali -  e particolari raccapricci sufficienti a far trattenere, disgustati, il respiro a milioni di cittadini: 3 colpi d'ascia alla testa del padre, sei alla madre, i sacchetti calati sui visi per impedirsi forse di vedere i genitori agonizzanti, forse per cominciare l'opera di occultamento, il tentativo maldestro di nascondere il fatto dietro a un alibi, la promessa di mille euro all'amico per uccidere al suo posto. Il mostro è travestito da ragazzo di sedici anni della provincia romagnola dal libretto scolastico che gli causa attriti coi genitori.
L’uomo nuovo "sarà lui Dio. E quell’altro Dio non ci sarà più". Gioca all'uomo d'affari con i soldi che un sedicenne può avere. Compra la droga per "sballarsi" e non pensare a quello che dovrà fare, passa al complice ottanta euro e ne promette almeno altri mille. Cerca il momento buono per uccidere -la notte -, lo fa, dorme nella stessa casa dove ha vissuto una vita con le due persone che ha ucciso e che giacciono esanimi nella stanza a fianco, di lasciare casa per andare a casa dell'amico dopo aver nascosto l'ascia e i vestiti insanguinati.

Di fatto,di questa brutta storia, stiamo avendo ogni dettaglio, ogni particolare raccapricciante, ogni parere di psicologi ed esperti. Tutto, tranne ciò che è fondamentale da dire: non è stato chiamato il Male col suo nome.
E non abbiamo parlato di Dio. Se Dio non c’è, allora tutto diventa possibile. 
Se nulla riempie il cuore, se nulla risponde alle domande dei ragazzi e dell'uomo, se nulla consola e porta a delle risposte l'animo, soltanto l’uomo riesce a modellare con le proprie mani - o gli artigli - la vita, una grande attesa di qualcosa che non arriverà mai a cui rispondere solamente innalzando il livello del proprio io, in un continuo delirio di onnipotenza. La droga, i soldi e la rabbia complice fanno il resto.

A Ferrara la vergogna dell’uomo ha il volto di due uomini imprigionati in un centro di prima accoglienza per minori. Non provano nemmeno a spiegare il perché : "L'amico assassino piange trenta secondi, il figlio delle vittime neppure quelli" titola. La Nuova Ferrara. Frasi e scene vagliate da tutti gli esperti del caso ma  tuttavia sovrastate tutte da quel gesto volontario dell'affermare la propria libertà al di sopra di tutto e di tutti, al di sopra della vita. Al di sopra di qualsiasi cosa che potesse sembrare rispettoso verso l'uomo e la sua dignità, prima ancora che verso Dio. Diceva Simone Veil che "La verità posta di fronte alla persona è l'essenza della bestemmia". Nella verità della libertà illimitata si bestemmia contro l'uomo e la sua vita.

L'assenza di "motivi tangibili e di ragioni di vita" compiuto a Ferrara, così come l'anno scorso a Roma con l'omicidio di Luca Varani da parte di due giovani a seguito di due giorni di mix di droghe e sesso a tre e a Chiavenna, quando tre ragazzine massacrarono una suora, ha sostituito l’«ispirazione diabolica», come ebbe a dire il compianto padre Gabriele Amorth.

La ricerca di metodi di salvezza non viene più effettuata. Una parte di questa enorme parte di questa giovane popolazione ricorre a pratiche neo-pagane, a un vago deismo o a un ateismo per mancanza ricerca, oppure si rifugia nella tecnologia. Ma non si cerca alcun modo per provare la gioia di un destino.
"Se sarà indifferente vivere o non vivere, tutti si uccideranno, ed ecco in cosa consisterà la trasformazione". È sempre "I demoni". E' sempre Dostoevskij. Continuano le analogie - drammatiche, crudeli e sanguinarie - con questa vicenda.

il Papa prossimo venturo

Su un eventuale Pio xiii prossimo venturo


di Enrico Roccagiachini
Una delle regole più applicate dai migliori giornalisti è quella di parlare preferibilmente di ciò che non si conosce. Pur non essendo un giornalista, e se lo fossi non mi piazzerei certo tra i migliori, desidero adeguarmi, ed eccomi a scrivere anch'io qualche riga su The Young Pope, forte del fatto che ne ho visto, di malavoglia, solo le prime due puntate, più qualche spezzone - tipo l'ormai celeberrimo discorso ai cardinali - in cui mi sono imbattuto in rete o facendo zapping. A scanso di equivoci, dirò che la mia non-visione non è dipesa da qualche particolare ragione morale o da qualche pregiudizio antitelevisivo. Molto più banalmente, a me Sorrentino non piace. Per intero (o quasi...) devo aver visto solo Il divo, e mi è bastato. La grande bellezza l'ho saltata a piè pari.

Con tutto ciò, eccomi a scrivere dell'inatteso e inattendibile giovane Papa che riesuma flabelli, triregno e sedia gestatoria, e che costringe i cardinali al bacio della pantofola.
Mi ci spinge una notizia pubblicata qualche giorno fa da Tosatti: tra il 2014 e il 2016 la Chiesa cattolica in Brasile ha perso - per abbandono - nove milioni di fedeli.

Dunque ci siamo, mi sono detto: lo sbracamento liturgico, dottrinale e disciplinare che affligge da decenni la Chiesa, che nemmeno S. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sembrano aver efficacemente arginato, che in America Latina ha conosciuto i suoi massimi trionfi, è finalmente giunto - come non poteva non giungere - allo sbracamento quantitativo.

E mi sono chiesto: se il progressismo cattomarxisteggiante degli anni '70 del XX secolo, che ha segnato così profondamente il Sudamerica, e che è inaspettatamente rifiorito addirittura a livello planetario nei correnti anni '10 del secolo successivo, ha prodotto questo po' po' di disastro, che potrà mai succedere nei prossimi anni? Verso quali ulteriori catastrofi, questa volta su scala mondiale, ci condurrà?

A questo punto, vi chiederete - anzi, ve lo sarete già chiesto - che c'entri tutto ciò con Sorrentino e la sua serie TV. Ecco qua: dicono che i veri artisti fiutino l'aria con un certo anticipo rispetto agli altri. A me, come ho confessato, Sorrentino non piace, e in un mondo perfetto ciò dovrebbe bastare per negargli la qualifica di artista; ma non posso escludere che in questa valle di lacrime e di imperfezione, nonostante il mio sgradimento, il nostro un vero artista possa comunque esserlo.

Dunque, proprio nel momento in cui il progressismo di ritorno sembra aver conseguito la vittoria finale e pare convinto di essersi definitivamente installato sul ponte di comando, il regista premio Oscar potrebbe aver fiutato l'aria, e aver capito che il futuro della Chiesa, la condizione indispensabile per la sua sopravvivenza nella post-post-modernità, sia, tutt'al contrario dell'indirizzo che le viene attualmente imposto, un radicale, rigoroso e completo recupero della Tradizione, ad ogni livello, ed anche negli aspetti formali, nelle sue vesti antiche. E siccome la Chiesa è indefettibile, ed è dunque certo che sopravvivrà anche nella post-post-modernità, potremmo a breve accorgerci che Sorrentino, magari senza volerlo o senza rendersene conto (io non ho idee in proposito: la fiction non l'ho vista), ci abbia davvero indovinato. Forse voleva proporre una specie di caricatura di un Papa assurdamente rétro, e il pubblico, invece, ci ha visto l'archetipo del Papa della rinascita cattolica: sarebbe un interessante caso di eterogenesi dei fini! Non resta, dunque, che metterci in fiduciosa attesa del vero Pio XIII prossimo venturo.

PS: se mai ci sarà un qualche Pio XIII, lo si dovrà solo alla strada apertagli da Benedetto XVI, checché ne dicano i suoi miopi detrattori ipertradizionalisti. Perché, piaccia o no, è stato Benedetto a infrangere l'inganno ideologico della modernità vincente per definizione, a spiegarci che nella Chiesa può esistere solo cioè che è continuità e tradizione, e che il rotturismo non è cattolico. Insomma, a giustiziare il neoterismo, nonostante le violente convulsioni con cui se ne sta consumando la cupa agonia.

se Gesù fosse nato 1000 volte



"Anche se Gesù fosse nato mille volte a Betlemme, 
ma non nel vostro cuore, 
sareste ugualmente perduti.
In verità, la Parola eterna 
è sempre pronta a nascere…. Dove? 
In un’anima perduta in se stessa. 
Solo colui che è rinato in una vita totalmente nuova 
può varcare la porta della beatitudine.
Oh uomo, domandi dove si trova il trono di Dio? 
Esso è là dove Dio rinasce in te… come suo Figlio. 
Se tu rinasci da Dio, cioè lo fai rinascere in te, 
tu esci da te ed Egli entra in te".

Angelo Silesio

giovedì 12 gennaio 2017

Cristo apostata x amore?

«“Silence” di Scorsese non è un film cristiano. È un film sull'apostasia presentata come atto di carità»

 
 
 
 
Quando San Francesco Saverio portò il cattolicesimo in Giappone nel 1549, era dura imbattersi in persone convertite. Saverio ebbe molte difficoltà a imparare il giapponese, e, inizialmente, si affidò alle immagini, di solito illustrazioni di Cristo, di Maria e dei santi, per raccontare la storia cristiana. Morì tre anni dopo l’inizio della sua missione in questo paese.

Tuttavia, si convertirono in centinaia di migliaia, e la Chiesa giapponese prosperò per più di una generazione, fino all’inizio delle persecuzioni. 
Nel 1597, ventisei cristiani furono crocifissi a Nagasaki. A partire dell’anno seguente e fino agli anni ’30 del secolo successivo, altri 205 nel paese furono martirizzati. E, dall’arrivo in Giappone, nel 1639, dei due preti-eroi portoghesi, di cui parla anche Shusaku Endo nel suo romanzo Silenzio, del 1966, 
ne vennero uccisi altri 206 con la colpa di essere Kirishitan.

Quello che le autorità giapponesi ritenevano essere un contributo commerciale con i paesi occidentali, da quel momento venne considerato una minaccia letale al patrimonio culturale giapponese. L’opera missionaria era pericolosa,  e quei finti preti, basati su veri missionari, erano totalmente pronti a morire per Gesù. Ma il libro di Endo (e la sua nuova versione cinematografica di Martin Scorsese) non parla di martirio, ma su come evitarlo. Le autorità vogliono, soprattutto, l’apostasia (convinta o non), e la maggior parte dei personaggi principali diventano apostati.

Ora, a distanza di cinque secoli, è facile guardare con disdegno un prete che conosce i rischi e abbandona la vocazione della fede a cui la sua ordinazione lo aveva vincolato. Scorsese sembra chiedersi: cosa fareste se vi venisse chiesto di calpestare un’immagine sacra di Gesù, se, così facendo, salvaste la vita di altri? I Kirishitan sono sospesi a testa in giù sopra una fossa, con delle piccole incisioni sul collo, sanguinando lentamente a morte, e solo voi potete salvarli. Non dovete fare altro che pestare il piede su di una fumi-e – una specie di icona demoniaca su cui è raffigurato Cristo. Cosa fareste voi?

Bene, quelle centinaia di veri martiri giapponesi, tutti quanti santi, morirono per il loro rifiuto a diventare apostati – perché credevano che le loro vite, nonostante una fine agonizzante, fossero redente da Cristo. Li aspettava la gioia eterna.

Endo era un cattolico convertito, ed è giusto chiedersi quanto completa fosse la sua conversione. Martin Scorsese è cattolico dalla nascita, ma, nonostante il suo incontro con Papa Francesco durante il lancio del suo film  (la cui prima è stata il 23 dicembre), non lascia trasparire in nessun modo la sua fede cattolica.

Il libro riprende molto il romanzo anti-coloniale di Joseph Conrad, Cuore di tenebra (1899), la storia di un uomo di nome Marlow che fa un viaggio in Congo in cerca di un commerciante d’avorio di nome Kurtz, descritto come ”emissario della pietà, della scienza, del progresso” ma venerato dagli indigeni come un dio. Il libro di Conrad ha ispirato anche Apocalypse Now, il film del 1979 di Francis Ford Coppola, in cui un capitano dei servizi segreti dell’esercito statunitense va nel Mekong in cerca di un colonello ribelle, anche lui di nome Kurtz, divenuto un dio per i Montagnard. Entrambi i Kurtz muoiono pronunciando la famosa frase: “L’orrore! L’orrore!”.

Cosa ha a che fare questo con Silenzio di Scorsese? I due preti Gesuiti, Sebastiao Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garrpe (Adam Driver) arrivano in Giappone per cercare Padre Cristovao Ferreira (Liam Neeson), che si dice sia diventato un indigeno, al punto da diventare apostata e sposarsi.

Quando Endo lesse Cuore di tenebra, evidentemente rimase impressionato dall’organizzazione fittizia con cui corrisponde Kurtz, la Società Internazionale per la Soppressione delle Usanze Selvagge, perché questa è sicuramente una parte di quello a cui equivale l’attività missionaria in ogni parte del mondo – perlomeno, nella mentalità indigena – e, probabilmente, Endo amava Cristo, ma non era particolarmente appassionato dei cristiani.

Quando Marlow/Rodrigues/Garfield, alla fine, si confronta con Kurtz/Ferreira/Neeson, è l’uomo più anziano, ex insegnante di Rodrigues in Portogallo, che assicura l’apostasia dell’uomo più giovane.

Il film di Scorsese è, di fatto, la seconda trasposizione sul grande schermo del libro di Endo. La prima fu Chinmoku (Silenzio in giapponese) di Masahiro Shinoda, del 1971. Due attori americani impersonarono i preti portoghesi, 
ma con una differenza: entrambi erano in grado di pronunciare la maggior parte delle loro battute in giapponese, mentre Garfield, verso la fine del film di Scorsese, ne mastica appena qualche parola. Forse, la cosa più sorprendente riguardo al primo film è la scelta di Tetsuro Tamba (che aveva interpretato Tanaka “Tigre” nel film di James Bond Si vive solo due volte) per il ruolo di Ferreira. Come dire: ecco qua un Gesuita portoghese che è diventato un vero indigeno!

Il film di Shinoda ha una durata ragionevole di due ore, quello di Scorsese quasi tre; questo perché è ripetitivo e non perché debba raccontare di più rispetto a Shinoda. Quando il libro raggiunge l’apice, Rodrigues sente la sabbia che gli cede sotto i piedi.

Dai più profondi recessi del mio essere, un’altra voce si fece sentire in un sussurro. Supponendo che Dio non esista…

Era una fantasia spaventosa. Se non esiste, quanto diventa tutto assurdo! Quale assurdo dramma diventano le vite di Mokichi e di Ichizo, legati al palo e lambiti dalle onde. E i missionari che hanno passato tre anni solcando i mari per giungere in questo paese … che illusione è stata la loro! Anch’io qui, a vagare su desolate montagne: che assurda situazione!

Silenzio di Scorsese non è un film cristiano fatto da un regista cattolico, bensì una giustificazione della mancanza di fede: l’apostasia, se salva delle vite, diventa un atto di carità cristiana, proprio come il martirio diventa quasi satanico se inasprisce le persecuzioni. “Cristo sarebbe diventato un apostata a causa dell’amore” dice Ferreira a Rodrigues e, naturalmente, Scorsese è d’accordo.

La visione di Silenzio, è consentita ai bambini solo in presenza di un adulto, per via delle molteplici scene di tortura. Molti americani e britannici si sono visti rubare la scena per il film da un superbo cast giapponese che include: Yosuke Kubozuka nel ruolo di Kichijiro, un Giuda che guadagna molto più argento rispetto a quello originale; Issei Ogata nel ruolo del principale antagonista dei missionari, l’inquisitore Inoue; Shin’ya Tsukamoto (Mokichi) e il grande Yoshi Oida (Ichizo), nel ruolo dei paesani cattolici martirizzati dall’inquisitore. Non sorprenderebbe se uno tra Oida o Kubozuka ricevesse una nomination all’Oscar come attore non protagonista. Nel caso, si tratterebbe, probabilmente, dell’unico accenno al film da parte dell’Accademia.


*Pubblicato su The Catholic Thing, 26 dicembre 2016. Traduzione di Davide Polenghi