venerdì 19 dicembre 2014

preti più coerenti?

A Natale siamo tutti più buoni ... ma i preti è meglio che siano anche più obbedienti


Con l'arrivo del Natale, si sa, al confessionale c'è la coda (meno male); le richieste di ricevere la comunione - gioiosamente - aumentano, a volte in maniera troppo rapida. E visto che come dice il detto: a Natale siamo tutti più buoni.... anche i preti rischiano di essere più compassionevoli per sentimento che obbedienti al Vangelo e alle sue esigenze. 

In questo frangente, poi, tra Sinodi di vescovi e chiacchiere di teologi, più di un sacerdote è un tantino in confusione sulla retta dottrina e conseguente prassi che ne discende (e non parliamo dei laici!). È meglio, allora, riprendere in mano i documenti vigenti, che regolano proprio adesso, non domani o chissà quando, la distribuzione della Sacra Comunione: quello stesso Corpo che la Vergine Maria depose nella mangiatoia a Betlemme e viene offerto ogni giorno - a chi è pentito e con le dovute disposizioni - dalla Madre Chiesa.

Vi posto, perciò, un documento uscito nel 2000. Si tratta della Dichiarazione sul canone 915 del Codice di Diritto Canonico, dichiarazione intesa a togliere ogni dubbio sulla questione della ricezione della comunione da parte di persone che vivono altre unioni, pur essendo legate da un matrimonio ecclesialmente valido.
Aggiungo qualche commento esplicativo al testo che, lo ribadisco, elimina con molta gentilezza - ma con chiara fermezza - i dubbi che sono stati sollevati in questi mesi (e lo fa con 14 anni di anticipo: e dire che c'è chi afferma che la Chiesa arriva sempre 200 anni dopo....)




DICHIARAZIONE

CIRCA L’AMMISSIBILITÀ ALLA SANTA COMUNIONE DEI DIVORZIATI RISPOSATI

(L’Osservatore Romano, 7 luglio 2000, p. 1; Communicationes, 32 [2000], pp. )


Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che: «Non siano ammessi alla sacra Comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» (can. 915). Negli ultimi anni alcuni autori hanno sostenuto, sulla base di diverse argomentazioni, che questo canone non sarebbe applicabile ai fedeli divorziati risposati [tra questi autori già c'era il cardinal Kasper e altri le cui tesi già cassate vengono di continuo riproposte]

Viene riconosciuto che l’Esortazione Apostolica Familiaris consortio (1) del 1981 aveva ribadito, al n. 84, tale divieto in termini inequivocabili [ma se era inequivocabile perché si continua a voler equivocare?], e che esso è stato più volte riaffermato in maniera espressa [non solo una volta allora, e con totale certezza], specialmente nel 1992 dal Catechismo della Chiesa Cattolican. 1650, e nel 1994 dalla Lettera Annus internationalis Familiae della Congregazione per la Dottrina della Fede (2). Ciò nonostante, i predetti autori offrono varie interpretazioni del citato canone che concordano nell’escludere da esso in pratica la situazione dei divorziati risposati [si torna sempre alla carica, e anche oggi non è diverso]. 

Ad esempio, poiché il testo parla di «peccato grave» ci sarebbe bisogno di tutte le condizioni, anche soggettive, richieste per l’esistenza di un peccato mortale, per cui il ministro della Comunione non potrebbe emettere ab externo un giudizio del genere; inoltre, perché si parli di perseverare «ostinatamente» in quel peccato, occorrerebbe riscontrare un atteggiamento di sfida del fedele, dopo una legittima ammonizione del Pastore.

Davanti a questo preteso contrasto tra la disciplina del Codice del 1983 e gli insegnamenti costanti della Chiesa in materia, questo Pontificio Consiglio, d’accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede e con la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, dichiara quanto segue [qui si dice che non c'è nessun contrasto, e che le Congregazioni nel 2000 erano assolutamente d'accordo. E allora che cosa sarebbe cambiato oggi?]:

1. La proibizione fatta nel citato canone, per sua natura, deriva dalla legge divina e trascende l’ambito delle leggi ecclesiastiche positive: queste non possono indurre cambiamenti legislativi che si oppongano alla dottrina della Chiesa. [chi fa il furbetto e vuol "cambiare solo la prassi" deve ricredersi, non sta alla Chiesa, né tantomeno agli uomini di Chiesa] Il testo scritturistico cui si rifà sempre la tradizione ecclesiale è quello di San Paolo: «Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11, 27-29) (3).

Questo testo concerne anzitutto lo stesso fedele e la sua coscienza morale, e ciò è formulato dal Codice al successivo canone 916. Ma l’essere indegno perché si è in stato di peccato pone anche un grave problema giuridico nella Chiesa: appunto al termine «indegno» si rifà il canone del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali che è parallelo al can. 915 latino: «Devono essere allontanati dal ricevere la Divina Eucaristia coloro che sono pubblicamente indegni» (can. 712). In effetti, ricevere il corpo di Cristo essendo pubblicamente indegno costituisce un danno oggettivo per la comunione ecclesiale; è un comportamento che attenta ai diritti della Chiesa e di tutti i fedeli a vivere in coerenza con le esigenze di quella comunioneNel caso concreto dell’ammissione alla sacra Comunione dei fedeli divorziati risposati, lo scandalo, inteso quale azione che muove gli altri verso il male, riguarda nel contempo il sacramento dell’Eucaristia e l’indissolubilità del matrimonio. [lo scandalo è ciò che muove altri verso il male, ovvero a dire faccio anche io così. Non è ciò che fa gridare scandalizzati, ma anzi, ciò che induce in tentazione]. Tale scandalo sussiste anche se, purtroppo, siffatto comportamento non destasse più meraviglia: anzi è appunto dinanzi alla deformazione delle coscienze, che si rende più necessaria nei Pastori un’azione, paziente quanto ferma, a tutela della santità dei sacramenti, a difesa della moralità cristiana e per la retta formazione dei fedeli. [Viene affermato che lungi dal ritenere ormai accettabile una prassi per il vasto numero di casi, bisogna adesso, ancora con più coerenza, richiamare i vacillanti e soccorrere i caduti, non distribuire sacramenti tanto per quietare le rivendicazioni].

2. Qualunque interpretazione del can. 915 che si opponga al suo contenuto sostanziale, dichiarato ininterrottamente dal Magistero e dalla disciplina della Chiesa nei secoli, è chiaramente fuorviante [capito: qualunque interpretazione contraria è fuorviante, lo dice il Vaticano]. Non si può confondere il rispetto delle parole della legge (cfr. can. 17) con l’uso improprio delle stesse parole come strumenti per relativizzare o svuotare la sostanza dei precetti [è l'atteggiamento dei farisei, rispettare le parole evangeliche e svuotarle per fare il contrario quando sono viste troppo esigenti].

La formula «e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» è chiara e va compresa in un modo che non deformi il suo senso, rendendo la norma inapplicabile. Le tre condizioni richieste sono:
a) il peccato grave, inteso oggettivamente, perché dell’imputabilità soggettiva il ministro della Comunione non potrebbe giudicare [qualcuno al Sinodo è tornato a chiedere l'analisi dal punto di vista soggettivo, già esclusa e motivatamente qui];

b) l’ostinata perseveranza, che significa l’esistenza di una situazione oggettiva di peccato che dura nel tempo e a cui la volontà del fedele non mette fine, non essendo necessari altri requisiti (atteggiamento di sfida, ammonizione previa, ecc.) perché si verifichi la situazione nella sua fondamentale gravità ecclesiale;

c) il carattere manifesto della situazione di peccato grave abituale.
[Dopo aver chiarito la giustizia, ecco che però arriva la misericordia: non è stata inventata da poco e la Chiesa è Madre da parecchio....: ]

Non si trovano invece in situazione di peccato grave abituale i fedeli divorziati risposati che, non potendo per seri motivi -quali, ad esempio, l’educazione dei figli- «soddisfare l’obbligo della separazione, assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Familiaris consortio, n. 84), e che sulla base di tale proposito hanno ricevuto il sacramento della Penitenza. Poiché il fatto che tali fedeli non vivono more uxorio è di per sé occulto, mentre la loro condizione di divorziati risposati è di per sé manifesta, essi potranno accedere alla Comunione eucaristica solo remoto scandalo. [chi trasforma il secondo matrimonio in una amicizia anche stabile, per il bene dei figli, può confessarsi e comunicarsi, in modo che questo però non sia interpretato malamente da chi li conosce]

3. Naturalmente la prudenza pastorale consiglia vivamente di evitare che si debba arrivare a casi di pubblico diniego della sacra Comunione. I Pastori devono adoperarsi per spiegare ai fedeli interessati il vero senso ecclesiale della norma, in modo che essi possano comprenderla o almeno rispettarla [nella predicazione o nei consigli nel confessionale, cari amici sacerdoti, perdiamo un po' di tempo, non lasciamo solo a giornali e TV il privilegio di formare le coscienze delle persone affidate alle nostre cure pastorali!].

Quando però si presentino situazioni in cui quelle precauzioni non abbiano avuto effetto o non siano state possibili, il ministro della distribuzione della Comunione deve rifiutarsi di darla a chi sia pubblicamente indegno. Lo farà con estrema carità, e cercherà di spiegare al momento opportuno le ragioni che a ciò l’hanno obbligato. [Questa evidentemente è l'extrema ratio, la difesa a gesti di sfida, ahimé non così infrequenti]Deve però farlo anche con fermezza, consapevole del valore che tali segni di fortezza hanno per il bene della Chiesa e delle anime.

Il discernimento dei casi di esclusione dalla Comunione eucaristica dei fedeli, che si trovino nella descritta condizione, spetta al Sacerdote responsabile della comunità. Questi darà precise istruzioni al diacono o all’eventuale ministro straordinario circa il modo di comportarsi nelle situazioni concrete. [il parroco ha la cura pastorale: il diacono si deve adeguare al suo pastore, non può scegliere in proprio, tantomeno gli eventuali ministri straordinari.]

4. Tenuto conto della natura della succitata norma (cfr. n. 1), nessuna autorità ecclesiastica può dispensare in alcun caso da quest’obbligo del ministro della sacra Comunione, né emanare direttive che lo contraddicano. [questo num. 4 è fortissimo: nessuna autorità ecclesiastica comprende il Romano Pontefice. Chiaro? Non mettiamo dunque in giro false aspettative. E se vengono emanate direttive contrarie da un vescovo o da un prete, sono da considerarsi irrilevanti, da non seguire.]

5. La Chiesa riafferma la sua sollecitudine materna per i fedeli che si trovano in questa situazione o in altre analoghe, che impediscano di essere ammessi alla mensa eucaristica. Quanto esposto in questa Dichiarazione non è in contraddizione con il grande desiderio di favorire la partecipazione di quei figli alla vita ecclesiale, che si può già esprimere in molte forme compatibili con la loro situazione. [ancora sulla misericordia e sulla verità, che fa parte della carità del pastore per le pecore a lui affidate]. Anzi, il dovere di ribadire questa non possibilità di ammettere all’Eucaristia è condizione di vera pastoralità, di autentica preoccupazione per il bene di questi fedeli e di tutta la Chiesa, poiché indica le condizioni necessarie per la pienezza di quella conversione, cui tutti sono sempre invitati dal Signore, in modo particolare durante quest’Anno Santo del Grande Giubileo.

Dal Vaticano, 24 giugno 2000. 

Solennità della Natività di San Giovanni Battista

Julián Herranz 
Arcivescovo tit. di Vertara
Presidente
Bruno Bertagna 
Vescovo tit. di Drivasto
Segretario


Note:
(1) AAS, 73 (1981), pp. 185-186.
(2) AAS, 86 (1994), pp. 974-979.
(3) Cfr. CONCILIO DI TRENTO, Decreto sul sacramento dell’Eucaristia: DH 1646-1647, 1661.

La presente dichiarazione è consultabile qui sul sito del Vaticano


Testo preso da: Cantuale Antonianum http://www.cantualeantonianum.com/#ixzz3MOHY6QZy
http://www.cantualeantonianum.com 

Quanno Nascette Ninno



augurando un sereno Natale con i versi di Sant'Alfonso Maria de' Liguori, santo e Dottore della Chiesa napoletano, magistralmente interpretati dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare...



Nascette lu Messia 
avenne puveriello 
nu voia e n'aseniello 
pe' vrasera. 


'Nu ninno a 'sta manera 
nascette 'e chistu juorno 
pe' fa' dispietto e scuorno 
a farfariello.

 
Ca chillu mariunciello 
nce aveva già arraffate 
e si nce avea pigliate, 
ce arrusteva.

 
Si 'ntiempo nun veneva 
da cielo lu guaglione 
ca p'essere squarcione 
se priggiaie.

 
Ce fà' venire a mente 
la lummenosa stella 
la bella 'rutticella 
e li pasture.

 
'Nnanz'a Maria sgravata 
pasture e pecurelle, 
cu ciociole e nucelle 
s'addenucchiarono.

 
E pure li tre Magge 
dalla luntana terra 
cu' traine e carriagge 
se ne partettero. 


C'appena ca vedettero 
lu cielo allummenato 
dicettero era nato 
lu Messia. 


Ma Erode re birbante 
trasette già 'npaura 
ca chella criatura 
lo spriurava. 


E San Giuseppe avette 
da cielo lu cunziglio 
e ne fui' lu figlio 
tanno pe' tanno. 


'Na vecchia fattucchiara 
addetta a li fatture 
ce rettero 'ncunzegna 
'a criatura. 


'Sti cose già se sanno 
ma proprio 'e chistu juorno 
nce volano ccà attuorno 
a la memoria. 


E mò nce resta voce 
pe' ve cercà licenzia 
pe' da' 'sta bona audienza 
'a Santa notte.

giovedì 18 dicembre 2014

frutti DEL CONCILIO VATICANO II

IL SELFIE DEL CARD. COTTIER SU CHIESA E STRASCICHI DEL CONCILIO VATICANO II.





Esce oggi il libro-intervista di Monica Mondo al cardinale George Cottier, già Prefetto della Casa Pontificia, dal titolo Selfie. Dialogo sulla Chiesa con il teologo di tre Papi (Cantagalli, Siena, pp. 140).

Le domande che l’intervistatrice rivolge al cardinale sono molte, spaziano in molti campi, e certamente le risposte che il cardinale dà non piaceranno sempre a tutti, tanto “a destra” quanto “a sinistra”. Ma le parole dette e scritte restano; ovviamente tutte, nessuna esclusa, al di là dei gusti e delle sensibilità. Tra quelle dette e scritte dal cardinale vi sono anche quelle riguardanti il Concilio Ecumenico Vaticano II, che, per gentile concessione dell’editore Cantagalli, proponiamo qui in anteprima. Nel libro il card. Cottier ne pronuncia anche altre di parole sul Concilio, anche quelle finirà che non piaceranno a tutti, ma quelle che scegliamo di proporre qui sono certamente di grande aiuto per tutti.

Monica Mondo: Non solo i lefebvriani, sono in tanti a dolersi che per avvicinare la gente a Dio si sia perduto il senso del sacro, il gusto della Bellezza, la ricchezza della tradizione.

Card. George Cottier: Di fatto la maniera un po’ anarchica con cui si sono applicate le direttive del Concilio non è stata sempre felice, soprattutto in alcuni Paesi. Ad esempio la riforma liturgica in tanti casi non e stata fatta bene e molta gente ne e rimasta turbata. Alcune iniziative di sacerdoti erano nello spirito del ’68 piu che in quello del Concilio. Troppe volte e mancato il rispetto del popolo di Dio che doveva essere preparato e accompagnato.
Spesso le idee del Concilio hanno avuto una pessima realizzazione. Questo vale per la musica, l’architettura. Si e pensato che fosse un lusso avere delle belle chiese, e cavalcando un pauperismo alla moda si sono al loro posto fatti dei centri polivalenti che somigliavano a dei garage più che a dei luoghi di preghiera. Invece del gregoriano, dei polifonici, dei canti della tradizione popolare sono arrivate le schitarrate che copiavano i cantautori impegnati. Al fondo c’era e c’è ancora un’idea sbagliata della propagandata partecipazione dei laici. Soffriamo tanto della debole presenza di laici cattolici in ambienti decisivi per la vita delle nostre società, come la medicina, il diritto, la politica, l’economia… Il posto proprio dei laici non è la paraliturgia. L’aiuto dei laici è legittimo, e si spiega in parte con la crisi del sacerdozio. Clericalizzare la gente non e il miglior modo per liberare la Chiesa dal clericalismo.




Il Concilio si conclude con una solenne Professio Fidei di Paolo VI, che fu pronunciata il 30 giugno 1968, a nome di tutti i pastori e di tutti i fedeli: il testo era tracciato su uno scritto di Maritain, su sollecitazione proprio del suo maestro, il cardinal Journet. Me ne vuole parlare?

Fu il cardinal Journet a ricordare che alla fine di ogni Concilio secondo la tradizione si era sempre fatta una professione di fede, e Paolo VI gli chiese di preparare una bozza. Appena tornato a Friburgo il cardinale scrisse al suo amico Maritain, per avere delle idee. E con sua sorpresa il filosofo gli mando un vero e proprio testo compiuto, che Journet trovo magnifico e invio senza cambiare una virgola al papa. Quando fu reso pubblico Maritain ritrovo il suo scritto, con pochissime modifiche, presentato dal papa come un elaborato personale, e ne fu commosso.

Perché un documento così importante ha avuto scarsa eco, con tutte le celebrazioni per l’anniversario del Concilio?

Ha ricordato la data: eravamo in piena crisi del ’68 e ci fu un rifiuto anche tra i cattolici, tra gli stessi docenti di teologia, perché era troppo legato, secondo loro, alla tradizione della Chiesa. Riaffermava i punti più contestati, come la dottrina mariana nella sua interezza, la verginità perpetua, il dogma dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione, la cooperazione di Maria alla salvezza. C’era in voga l’idea irrazionale di buttare via tutto per ricominciare daccapo, quel testo sembrava troppo conservatore…




Rileggerlo oggi con attenzione attenuerebbe di molto le interpretazioni in senso “progressista” del Concilio che hanno avuto maggior fortuna e hanno creato divisioni. È vero che «Il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale», ebbe a dire Benedetto XVI.


Esatto. La gente come ha conosciuto il Concilio? C’erano le relazioni dei vescovi, il lavoro delle commissioni che preparavano i testi di tutte le riunioni, più o meno interessanti, cui i giornalisti non assistevano.
Ogni giorno si emetteva un comunicato stampa, ma non bastava, e così si cercavano informazioni ufficiose, a partire proprio dai vescovi: erano tenuti al segreto, ma non del tutto, su alcune questioni c’erano punti di tensione, e l’uno o l’altro metteva in luce le sue supposte criticità. Ma l’immagine che ne derivava non era affatto oggettiva. Si e cominciato a parlare da allora di “spirito del Concilio”, mentre molti vi hanno inserito desideri personali e sollecitazioni dal popolo di Dio, alcune giuste, altre meno, perché la gente seguiva la secolarizzazione come scotto da pagare per essere al pari con la presunta modernità. E i vescovi non sempre hanno saputo guidare, hanno lasciato fare, e come sempre, quando si apre alle libere iniziative, sono scaturite cose lodevoli e bizzarrie, che hanno turbato non poco le coscienze.

http://www.iltimone.org/32537,News.html

“RISTABILIRE” CIÒ CHE NON È MAI ESISTITO

ALLE RADICI DELLA CRISI. IL CARDINALE CARLO M. MARTINI VUOLE “RISTABILIRE” CIÒ CHE NON È MAI ESISTITO: IL DIACONATO FEMMINILE


Grande è l’importanza della donna nella Chiesa! Personalmente ho sempre auspicato che si aprano vie concrete per ristabilire il diaconato femminile. Le donne già fanno moltissimo per il servizio al popolo cristiano e possono fare ancora di più se munite dei necessari carismi e poteri sacri.
Carlo Maria Martini
Il Corriere della Sera, 31 gennaio 2010
 di Ariel S. Levi di Gualdo

vaghezza
benvenuti a Vaghezza, amena altura …
Autore Padre ArielI pochi, anzi i pochissimi vescovi che dinanzi alla crisi odierna della Chiesa esprimono qualche parola, lo fanno sempre in modo vago, forse perché credono che ciò sia buon esercizio dell’auriga virtù della prudenza? Spesso parlano dei massimi sistemi in modo confuso, non in termini metafisici ma quasi sempre socio-politici mascherati da Dottrina Sociale della Chiesa. Attaccano giustamente la cultura del gender ed i tentativi di distruzione del poco che resta della famiglia naturale, ma si guardano dall’andare all’origine di questa crisi immane, perché ciò comporterebbe fare nomi e cognomi, incluso talvolta il nome dello stesso Augusto Pontefice, che nell’esprimersi a “braccio” come dottore privato, sempre più spesso ci costringe a passare intere giornate dentro o fuori dai confessionali per rispondere ad angosciosi quesiti di fedeli o di penitenti sempre più in crisi dinanzi a varie espressioni ambigue, sovente caratterizzare proprio dal suo dire e non dire. E il Sommo Pontefice — tanto per chiarire — è colui che può farti assegnare una grande sede arcivescovile, metterti o non metterti in testa una berretta rossa; se lo reputa opportuno può anche destituirti dalla sera alla mattina dalla guida di un dicastero romano. Tutto questo i “leoni da sacrestia”, quelli che sbranano il mondo intero dentro le private mura dei salotti prelatizi, lo sanno molto bene, tanto da spacciare il loro pubblico tacere ed il proprio omissivo non-agire per prudenziale virtù.

Mike Tyson
il campione mondiale di pugilato Mike Tyson
Con la vaghezza del dire e non dire, o del lasciare intendere tra le righe, non si risolve niente. Insomma, sarebbe come andare dal pugile Mike Tayson e dargli un buffetto sulla guancia, con questo risultato: o lui si mette a ridere divertito, oppure, se si arrabbia, ti manda diritto al Creatore con mezza sberla, senza doverti sferrare neppure un cazzotto. Sicché è presto detto: od a Tyson uno cerca di sferrare un colpo tale da lasciarlo a terra privo di sensi, o rischia di essere polverizzato, se davvero qualcuno pensa di poterlo trattare a schiaffetti.

Se questi vescovi da schiaffetto li prendi però in privato, scopri che il loro pubblico parlare apparentemente teologico ed ecclesiologico è in verità costruito sul politichese, perché la loro vera base speculativa non è la metafisica ma la sociologia politica mascherata da Dottrina Sociale della Chiesa, con tutti i principi che ad essa si applicano, incluso il dire e non dire, per lasciare intendere non si sa bene che cosa e soprattutto per la salvezza di chi … in ogni caso, avanti a tutto e di rigore, sempre la meticolosa e “prudente” valutazione del carro del vincitore sul quale saltare per tempo!

Luigi Negri 2
l’attuale Arcivescovo di Ferrara Luigi Negri, già Vescovo della Diocesi di San Marino-Montefeltro [2005-2013] “La crisi della Chiesa non è una crisi puntuale, è una crisi ampia. Ma non serve un’analisi che tenda a stabilire le responsabilità” [da La nuova Bussola Quotidiana, 15.12.2014]
Tra i vari esponenti di questo stile di pensiero e di espressione c’è un vescovo col quale ho un legame suggellato da una grazia sacramentale eterna, trattandosi di colui che mi ha consacrato sacerdote, Luigi Negri [cf. suo ultimo articolo su La Bussola Quotidiana,qui]. È quasi superfluo precisare la devozione da me nutrita verso questo vescovo, che dagli inizi del 2013 non è più il mio ordinario diocesano. Fu infatti nelle sue mani che promisi filiale obbedienza, a lui ed a tutti i suoi successori; obbedienza oggi trasferita sul buon pastore di presbiteri e di fedeli che lo ha succeduto sulla cattedra di quella Chiesa particolare.

Molte sono le cose preziose da me imparate da Luigi Negri durante gli anni della mia formazione al sacerdozio, sul momento mi viene in mente una sua saggia esortazione: «Quando non si ha nulla o più nulla da dire, è meglio tacere e pregare, anziché lanciarsi in parole e concetti vuoti e confusi, pur di dire qualche cosa a tutti i costi». Consiglio davvero prezioso che ho sempre messo in pratica e per il quale tutt’oggi gli sono parecchio grato.

carlo maria martini 6
il Cardinale Carlo Maria Martini durante un pontificale ambrosiano
L’attuale Arcivescovo di Ferrara è milanese di nascita, di famiglia e di cultura, un autentico ambrosiano al cento per cento, quindi cresciuto proprio in quella diocesi di cui è stato vescovo per oltre due decenni uno tra i principali elementi di punta ai quali la Chiesa deve proprio la devastante crisi odierna. Uno di quei pensatori al quale la Chiesa deve il grande golpe dei modernisti oggi al potere dentro la Casa di Dio e l’ingresso trionfale del peggio delle teologie ereticali luterane tramite il cavallo di Troia delle esegesi bibliche: Carlo Maria Martini. Di costui non vi parlerà però Luigi Negri, per il quale «non serve», dinanzi «a una crisi ampia» in cui versa l’attuale Chiesa, «un’analisi che tenda a stabilire le responsabilità». Quindi vi parlerò io del Cardinale Martini, giusto per andare in modo chiaro alle radici della crisi, senza alcun “prudenziale” dire e non dire, senza lasciare intendere e senza leggeri schiaffetti laddove vanno invece bordati cazzotti a tutta forza. E vi parlerò del Cardinale Martini e degli errori da lui seminati sulla base dei miei principi improntati sulla costante ricerca della verità e della vera prudenza, che rendono necessario anzitutto stabilire non solo le responsabilità, ma anche autori, mandanti, complici e fedeli esecutori, il tutto per andare al cuore della crisi, quindi per trovare quelle possibili soluzioni che procedono dall’azione della grazia di Dio, non certo dalla omissiva impotenza umana. Infatti, dinanzi a Mike Tyson, io desidero in qualche modo avere, se non la pelle, perlomeno l’onore sacerdotale salvo, tentando di tutelare l’una e l’altro. E se da Tyson devo proprio essere spedito al Creatore, desidero che ciò avvenga con onore: vale a dire per avere almeno tentato di sferrargli un cazzotto con tutte le mie forze, attraverso un linguaggio filosofico e teologico diretto, chiaro e preciso, non certo per averlo sfiorato con uno schiaffetto.

Se uno dei vescovi italiani mosso anzitutto da autentica fede e cattolica dottrina, dinanzi alla tragedia in corso seguita a scegliere il fumoso dire e non dire anziché rischiare il tutto e per tutto per la verità — i cui pegni da pagare sono sempre molto elevati persino quando ormai non si ha più nulla da perdere — sinceramente viene da chiedersi: a quali preoccupanti livelli è ormai sprofondato l’episcopato italiano formato da vescovi che in privato si lamentano — e in quali toni duri si lamentano! — ma che in pubblico tacciono per buon politichese clericale, riparati dietro al dito del “bene” della Chiesa? Sul Vangelo sta scritto che il bene della Chiesa si fa dicendo si quando è si e no quando è no. Si fa amputando all’occorrenza gli arti infetti, non cospargendo sopra di essi acqua di rose. Ma forse, la mia povera esegesi, benedicendo Dio non è aggiornata a “La parola del Cardinale Martini ”  …

mercoledì 17 dicembre 2014

ELOGIO DELLA CASALINGA

housework

 ELOGIO DELLA CASALINGA
di Patrizia Stella
Perché mai dedicare ogni anno una giornata alla “donna”? Quale merito può avere una persona solo per appartenere alla categoria sessuale femminile piuttosto che a quella maschile? Non va elogiata la categoria in generale, anonima, impersonale, ma la persona singola, che si distingue per particolari doti, cioè per le azioni buone che può compiere. Infatti ci sono donne brave, laboriose, eroiche, e ci sono donne cattive, perfide, profittatrici. Le elogiamo tutte? Altrettanto dicasi per l’uomo.
Contrapporre il sesso femminile a quello maschile, in pratica la donna all’uomo, come due nemici atavici, anzi, presentare la donna, come si usa fare da qualche anno, come la povera vittima dell’uomo considerato il suo aguzzino non fa altro che aumentare l’odio tra i due sessi, mentre si chiudono gli occhi sulla vera risoluzione del problema che non si vuole affrontare.  In realtà viene messo in risalto dai media solo ciò che suscita scandalo e orrore, ma si tace invece sul lavoro discreto, spesso silenzioso ma efficace di moltissime donne in tutti i settori, oltre che sulla bellezza del rapporto uomo-donna che è quello che vive la stragrande maggioranza delle coppie senza fare tanto strepito. L’uomo e la donna non sono due antagonisti in perenne battaglia tra loro per la difesa dei loro territori, ma due figure complementari sia fisicamente che psicologicamente, quindi necessarie l’uno all’altra, con ruoli diversi ma di uguale valore a tal punto che solo dall’unione intima di un uomo con una donna si può realizzare quel disegno d’amore voluto da Dio che è la famiglia e la vita.


L’aver spinto la donna a sentirsi realizzata solo liberandosi dall’uomo e dalla famiglia è stata una vera trappola per la donna, perché l’ha costretta a cercare spasmodicamente dappertutto, tranne che in famiglia, dei “luoghi” dove sentirsi realizzata, applaudita, considerata, senza mai trovarli, oppure, una volta trovati, ha scoperto che non erano poi così appetibili e gratificanti come lei immaginava e allora frustrazione si aggiunge a frustrazione, perché in molti casi la povera donna rischia di perdere lavoro e affetti famigliari, ritrovandosi in una solitudine amara che purtroppo lei stessa molte volte si è cercata.
Infatti la donna non ha ancora capito che la sua vera emancipazione non si realizza imitando l’uomo nella sua vita professionale, facendo a gara con lui nell’intento di portargli via delle “quote lavoro” in parlamento o all’università o altrove, perché non ne ha bisogno, per il semplice fatto che la donna possiede già “una marcia in più” per natura rispetto all’uomo, una “marcia” che le deriva innanzitutto dal fatto di possedere un livello di sofferenza più forte dell’uomo per cui è capace di affrontare con coraggio, decisione, intuizione e concretezza molte difficoltà trovandone anche adeguate soluzioni, mentre l’uomo si suicida per una cartella dell’esattoria o poco più.

Ma la “marcia in più” per eccellenza le deriva direttamente da Dio avendola destinata nientemeno che al compito di trasmettere la vita! E mentre una donna potrà anche diventare, per le sue capacità professionali che vanno sicuramente tenute in conto e valorizzate, primo ministro, o docente universitario, o astronauta o paracadutista,… per contro l’uomo non potrà mai e poi mai mettere al mondo un figlio e ancor meno allattarlo, neppure con le utopie del gender perché il DNA parla chiaro, anzi chiarissimo: o uomo o donna per tutta l’eternità. Stop. Vi pare poco questo privilegio care donne?
La maternità con le dolcissime peculiarità che comporta: allattamento, svezzamento, profusione di amore tra madre e neonato, ecc. fa talmente parte della natura femminile (a parte le scelte di verginità per il Regno dei Cieli che non sono affatto scomparse e che sono segno di una maternità spirituale feconda) che, se si arriva a toccare la quarantina senza aver ancora formato una famiglia e messo al mondo almeno un figlio, pur avendo avuto onori, gratificazioni e lodi da tutti, si diventa inquiete, insoddisfatte, insopportabili, nella ricerca di “qualunque” mezzo, lecito o illecito, che ti faccia sperimentare quella “marcia in più”, quella della maternità, prima che sia troppo tardi e che tutto l’apparato si arrugginisca per sempre! E qui entrano in gioco, purtroppo, anche decisioni affrettate e inopportune sulla scelta del marito o del compagno con cui fare un figlio che di solito è solo la donna, poi a pagare.
E anche se adesso molte donne reclamano un figlio per il loro egoismo, sganciato perfino dalla presenza di un marito che disturba i loro progetti, tuttavia nella maggioranza dei casi la donna capisce che la maternità chiama in causa direttamente la famiglia, secondo il disegno di Dio, cioè un uomo con cui condividere la vita e quella dei nascituri, e una casa dove vivere questo amore che non è la sede dell’ufficio, o della scuola, o del parlamento, tanto meno dell’ospedale… ma solo quella casa particolare che serve a custodire il “nido d’amore” che è la famiglia. Sì! proprio nido d’amore anche se questa espressione anacronistica fa ridere al giorno d’oggi col disprezzo che esiste per la famiglia. Ma questo “nido” è indispensabile per vivere, anzi per sopravvivere, perché è un nido speciale, dove ci si aiuta, ci si perdona, ci si incoraggia, si litiga anche se occorre, ma si supera tutto perché ci si ama veramente, spiritualmente, e anche sessualmente, solo tra marito e moglie, secondo il disegno di Dio, l’unico garante della nostra felicità.
Se lo Stato assegnasse alla donna che sceglie liberamente di lavorare in famiglia, un congruo assegno mensile per ogni figlio, moltissime donne sceglierebbero di tornare ad essere, come una volta, le “regine” della loro casa, dove possono organizzarsi come meglio credono, senza obbedire al capo-ufficio, entrano ed escono quando vogliono, portano i figli in palestra e vanno dal parrucchiere con calma, mantenendo tutti i contatti relazionali senza nevrosi, soprattutto con marito e figli. In tal modo avremmo anche risolto buona parte del problema della disoccupazione.
Cara donna, sii felice di essere donna soprattutto perché Dio ti ha dato una “marcia in più” che è la tua femminilità legata alla maternità e alla tua possibilità di trasformare il tuo lavoro di casalinga, di per sé umile e silenzioso, in oro prezioso da distribuire ai tuoi stretti famigliari e a tutti quelli che fanno corona attorno al tuo “nido d’amore” e che trovano in esso gioia, serenità e voglia di ritornarci presto.

http://radiospada.org/2014/03/elogio-della-casalinga/

benigni e i 10 comandamenti

Dio ha creato l' uomo a sua

immagine e somiglianza,

l' uomo si fa un dio a sua immagine
 
e gradimento



... Stamattina la gente per strada al mercato nei negozi commentava e condivideva l'esilarante dottrina di Benigni ... Inchiodati ore alla poltrona per ascoltare il nuovo verbo fatto di divertenti verità condivisibile da tutti e da chiunque .... e qualcuno mi interpellava dicendo che sarebbe bello poterlo avere come predicatore nelle nostre chiese ... !!! Certo, mi son detto, qualche vescovo ci starà già sicuramente pensando, d'altronde c'è anche di peggio su ciò che resta della "dottrina" della fede cattolica... !
Così, tra una visita e qualche acquisto per mettere qualcosina nella pentola mi chiedevo se come pastori ci accorgiamo delle vere urgenze di questi nostri tempi .... !!!
Urgono riferimenti sicuri per la fede costantemente minacciata da proposte ad essa contrarie; urge più che mai una educazione cristiana capace di dare alla vita in tutti i suoi aspetti e dimensioni un orientamento cattolico sicuro; urge una fede matura capace anche di affrontare ragionamenti, dottrine contrarie alla fede autentica, quella che noi definiamo “apostolica” proprio perché
è riconducibile agli apostoli ed è custodita e trasmessa fedelmente dalla Chiesa nella sua Tradizione, e nel suo magistero autentico e che non concede sconti al mondo e ai suoi venti di dottrina. E’ infatti una fede matura, ben radicata quella che non si lascia facilmente mettere in discussione da critiche e proposte alla moda solo perché simpatiche, divertenti, gioiose, mondane, accomodanti ....
La situazione in cui ci troviamo è così paradossale (a riguardo della missione della Chiesa) e così fantasiosa che è proprio per questo che non si riesce a venire a capo, e la confusione degenera, il gregge è spaesato, ognuno pensa a difendere una sua immagine di Chiesa, una sua immagine di liturgia, una sua immagine di messa, una sua idea di peccato, di morale, di comandamenti, e spesso noi pastori sottomessi alla legge del mondo ci perdiamo nel tentativo disperante di trovare sempre cose nuove per attirare quanti si sono allontanati ... perché non bisogna lasciare fuori nessuno .... da cosa ... ? spesso non lo si sa nemmeno più ... visto che oggi la "Verità stessa non è più unica", "la Chiesa non è più unica" ... e Dio stesso sembra vere tanti volti, tanti nomi, tante confessioni, tante religioni, tutte legittime, e salvifiche, anzi, anche non averne nessuna è una forma di vita legittima e salvifica ...
La PAROLA DI DIO, di fronte ad uno scenario del genere, non smette di ricordarci, a noi preti e pastori in primis:
“Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero” ... (2 Tim 4,3ss)
Amici miei, stasera in poltrona, davanti al TV e non solo, vigilate, vigilate, vigilate ......
don Matteo

povero benigni si e perso 

sul più bello

di Alessandro Rico 

C’era quasi riuscito a piacermi. La prima serata di Benigni era stata magistrale, al netto di qualche inciampo. E pure l’avvio della seconda puntata sui Dieci comandamenti pareva promettente. Fino al quinto comandamento. Poi, il Roberto nazionale è caduto sulle marchette.
Un’infinita serie di luoghi comuni sul sesto comandamento, che la Chiesa avrebbe «manipolato» (non si capisce a che scopo), creando generazioni di repressi sessuali. E invece il senso del comandamento sull’adulterio sarebbe la lotta alla violenza sulle donne (Dio, una Boldrini ante-litteram), l’esaltazione della fedeltà che protegge l’amore vero e i figli. Per il resto, love is love, fate l’amore non fate la guerra e tutto l’arcinoto e melenso repertorio retorico. Peccato che Benigni abbia frainteso la profondità dell’insegnamento cattolico sulla sessualità, che la Chiesa considera un preziosissimo dono del Signore e perciò difende da ogni banalizzazione: dal sentimentalismo come dalla bestialità, dall’irresponsabilità come dalla compulsione. Il sesso è libertà e realizzazione della propria natura relazionale, non impulso animalesco cui sottomettersi come a un idolo – e torniamo al primo comandamento: di Dio c’è solo Dio, non il denaro, il successo o il sesso. Di qui, le sciocchezze sul “non desiderare la donna d’altri”: guardare non è peccato, basta fermarsi là. Visto che questo monologo ci è costato due milioni a serata, ci saremmo aspettati che oltre all’Esodo, Benigni leggesse pure il Vangelo, laddove il Cristo ammonisce: «Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5, 28).

Persino su un comandamento “facile” Benigni è scivolato rovinosamente. “Non rubare”. Come volevasi dimostrare, ci ha messo in mezzo pure gli evasori: «Violano un patto che abbiamo stabilito tutti». Caro Benigni, quand’è che avremmo stabilito consensualmente di essere derubati dallo stato?Proprio in questi giorni il Leviatano ci chiede il conto: 144 miliardi di euro sottratti alle tasche degli italiani. Chi sarebbe il ladro? E pensare che gli avevo perdonato l’imprecisione sulle guerre di religione: attingendo al leitmotiv della violenza in nome di Dio, Benigni aveva deplorato l’enormità dei massacri commessi per questioni di fede. Tuttavia, la maggior parte delle fonti accreditate smentisce questa tesi. Le varie enciclopedie sulle guerre storiche mostrano come i conflitti religiosi siano una minoranza: si va dall’Encyclopedia edita da Gordon Martel, per la quale solo il 6% delle guerre censite possono essere considerate guerre di religione; al volume di Phillips e Axelrod, che arriva alla cifra più alta, ma ancora minoritaria, del 25% – senza contare che molto spesso, dietro il casus belli religioso si sono nascoste questioni politiche ed economiche.

“Povero” (tra virgolette, dato l’incasso) Benigni, proprio sul più bello è partito per la tangente. Eppure, un piccolo applauso glielo tributiamo anche noi, perché in mezzo a una televisione generalista affollata di anticlericalismo e omosessualismo, se non altro è riuscito a parlare di Dio con il consueto appeal mediatico. E nonostante qualche grossolana fesseria antropologica e teologica, ci ha dato almeno il là per precisare, chiarire, arricchire, puntando i riflettori su temi banditi dal dibattito pubblico, quando non vilipesi. Una controcultura cattolica deve iniziare ad aggrapparsi anche a queste circostanze.A Benigni, invece, diamo un consiglio: la prossima volta, anziché andarsi a cercare la consulenza dei pastori valdesi, dia una letta a Joseph Ratzinger.

martedì 16 dicembre 2014

Le Tempora di inverno

Le Tempora: mercoledì, venerdì e sabato di penitenza e preghiera


Domani, venerdì prossimo e sabato, cadono le Tempora. In Italia la CEI raccomanda di ricordare e di fare speciali preghiere nelle Quattro Tempora che scandiscono il passaggio delle stagioni e affidano i campi e la natura alla Provvidenza di Dio, ringraziandolo (è il caso dell'autunno) per i suoi benefici. Così troviamo nelle Precisazioni della Conferenza Episcopale per la liturgia:
Le «Quattro Tempora»
La tradizione delle «Quattro Tempora», originariamente legata alla santificazione del tempo delle quattro stagioni, può essere opportunamente ravvivata con momenti di preghiera e riflessione che pongano in rilievo il mistero di Cristo nel tempo. In tali occasione si potrà ad esempio usare qualche formulario particolare di preghiera universale o dei fedeli o anche, nel Tempo Ordinario, valersi dei formulari delle Messe per varie necessità nei giorni del cambio della stagione.
L'inizio delle quattro stagioni si ricorda il mercoledì, il venerdì e il sabato dopo la 3ª domenica di Avvento (Inverno), dopo la 1ª domenica di Quaresima (Primavera), dopo la domenica di Pentecoste (Estate), dopo la 3ª domenica di settembre (Autunno).
In un'epoca in cui l'attenzione al creato e il rispetto per i ritmi del cosmo tornano al centro dei discorsi, mostrare come la Chiesa non si interessa solo di storia sacra, ma anche delle opere dell'Artista soprannaturale che ha plasmato l'universo e lo dirige, è un modo per tornare in contatto con la cultura contemporanea, affamata di connessione alla natura, con il rischio però di non arrivare a percepire e vedere il Creatore di essa. Un approfondimento sulle Tempora lo troviamo anche sul blog di padre Augé.




Nel programmare le "attività pastorali" dell'Avvento, i giovani parroci (e non solo loro) dovrebbero tener conto di un ottimo - quanto poco utilizzato - documento che s'intitola: "Direttorio su Pietà popolare e Liturgia. Principi e Orientamenti".
Ve ne riporto alcuni numeri che cascano a proposito in questo periodo e invitano a tener conto della pietà popolare nel tempo di preparazione al Natale.
Ieri, domani e dopodomani, cadono le Tempora d'inverno (mercoledì, venerdì e sabato dopo la III domenica d'Avvento). Anche se poco valutate dall'odierna pastorale "di città", le quattro tempora sono ancora vive e vegete, a segnare il cambio di stagione in prossimità degli equinozi e dei solstizi, per ringraziare Dio per i frutti del lavoro e prepararsi spiritualmente al nuovo periodo dell'anno. Sebbene nel Messale di Paolo VI non ci siano dei formulari propri per questi giorni (ma ci sono nel Messale del 1962, e chissà se verranno recuperati dalla "riforma della riforma"....), tuttavia il novello "Benedizionale" (1992) ricorda e propone di valorizzare le tempora:
1814. La tradizione delle «Quattro Tempora», originariamente legata alla santificazione del tempo nelle quattro stagioni, può essere opportunamente ravvivata con momenti di preghiera e di riflessione. Mettendo in rilievo il mistero di Cristo nel tempo, la comunità cristiana invoca e ringrazia la provvidenza del Padre per i frutti della terra e del lavoro dell'uomo.
1815. L'inizio, delle quattro stagioni viene ricordato il mercoledì, il venerdì e il sabato dopo la III domenica di Avvento (Inverno), dopo la III domenica di Quaresima (Primavera), dopo la domenica della SS. Trinità (Estate), dopo la III domenica di settembre (Autunno).
In tali occasioni si potrà usare qualche formulario particolare dl preghiera dei fedeli e anche, nelle ferie del Tempo Ordinario, il formulario delle Messe per varie necessità.
1816. Si potrà caratterizzare la Messa vespertina del venerdì o quella del sabato mattina, concludendo l'apposito formulario della preghiera dei fedeli con l'orazione di benedizione proposta qui di seguito e con l'offerta:
- dell'olio in Inverno;
- dei fiori in Primavera;
- delle spighe di grano in Estate;
- dell’uva in Autunno.
Con queste offerte si potranno compiere particolari gesti votivi: ad es. con l'olio accendere o alimentare una lampada fino al Natale; con i fiori, le spighe e i grappoli adornare l'altare per la domenica e farne dono, se è il caso, ad alcune famiglie. Nella domenica è opportuno ricordare il cambiamento di stagione con un apposita intenzione nella preghiera dei fedeli.


Da stasera, invece, inizia la Novena di Natale con le sue "ferie privilegiate" che vanno dal 17 al 23 dicembre (24 è vigilia di Natale). Il documento propone di "armonizzare" in senso liturgico il periodo della Novena in preparazione al Natale, riportando in auge la celebrazione dei vespri (ahimè negletti) e i canti tradizionali, tra cui spiccano, ovviamente, gli inni della seconda parte dell'Avvento e le Antifone "O".
La tradizionale forma della Novena di Natale è una composizione gregorianeggiante del XVIII sec. (1720) opera del sacerdote vincenziano Carlo Antonio Vacchetta. Egli prese parti di salmi, inni e brani della Scrittura, centonizzando e preparando un "piccolo ufficio". La Novena di Natale con le sue popolari melodie si sviluppò inizialmente a Torino, da dove, attraverso i grandi istituti religiosi come i Salesiani e li figli e figlie di San Vincenzo de' Paoli, si diffuse in tutt'Italia e poi in giro per il mondo.
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Dal Direttorio su Pietà popolare e Liturgia:


Le “Tempora d’inverno”

100. Nell’emisfero boreale, nel tempo di Avvento, ricorrono le “tempora d’inverno”. Esse segnano un passaggio di stagione e un momento di tregua in alcuni settori dell’attività umana. La pietà popolare è molto attenta allo svolgimento del ciclo vitale della natura: mentre si celebrano le “tempora d’inverno”, il seme giace sotto la terra in attesa che la luce e il calore del sole, che proprio nel solstizio d’inverno riprende il suo cammino, lo faccia germogliare.

Là dove la pietà popolare abbia istituito espressioni celebrative del cambio di stagione, esse vanno conservate e valorizzate come momenti di supplica al Signore e di riflessione sul significato del lavoro umano, che è collaborazione all’opera creatrice di Dio, autorealizzazione della persona, servizio al bene comune, attuazione del progetto della redenzione.

La novena del Natale

103. La novena del Natale è sorta per comunicare ai fedeli le ricchezze di una Liturgia alla quale essi non avevano facile accesso. La novena natalizia ha svolto effettivamente una funzione salutare e può continuare ancora a svolgerla. Tuttavia nel nostro tempo, in cui è stata resa più agevole la partecipazione del popolo alle celebrazioni liturgiche, sarà auspicabile che nei giorni 17-23 dicembre sia solennizzata la celebrazione dei Vespri con le "antifone maggiori" e i fedeli siano invitati a parteciparvi. Tale celebrazione, prima o dopo della quale potranno essere valorizzati alcuni elementi cari alla pietà popolare, costituirebbe un’eccellente “novena del Natale” pienamente liturgica e attenta alle esigenze della pietà popolare. All’interno della celebrazione dei Vespri si possono sviluppare alcuni elementi già previsti (es. omelia, uso dell’incenso, adattamento delle intercessioni).

Inoltre:

La pietà popolare e lo spirito dell’Avvento


105. La pietà popolare, per la sua comprensione intuitiva del mistero cristiano, può contribuire efficacemente alla salvaguardia di alcuni valori dell’Avvento, minacciati da un costume in cui la preparazione del Natale si risolve in una “operazione commerciale” con mille vacue proposte provenienti da una società consumistica.

La pietà popolare, infatti, percepisce che non si può celebrare il Natale del Signore se non in un clima di sobrietà e di gioiosa semplicità e con un atteggiamento di solidarietà verso i poveri e gli emarginati; l’attesa della nascita del Salvatore la rende sensibile al valore della vita e al dovere di rispettarla e di proteggerla fin dal suo concepimento; essa intuisce pure che non si può celebrare coerentemente la nascita di colui «che salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1, 21) senza compiere uno sforzo per eliminare da se stessi il male del peccato, vivendo nella vigile attesa di Colui che ritornerà alla fine dei tempi.

Le Tempora di settembre, nel Messale del 1962, trovano delle Messe speciali con l'indicazione stazionale: tutte e tre le celebrazioni eucaristiche, anticamente, si svolgevano a Roma, con la partecipazione del Papa. Qui i formulari del mercoledìvenerdì sabato.

Per la Forma Ordinaria: la preghiera dei fedeli appropriata la si trova nell'Orazionale CEI, che prevede un formulario per queste ricorrenza. Per chi lo desidera, nel Benedizionale (vedi qui) è presente una benedizione da recitare al termine della preghiera dei fedeli e prima dell'offertorio, che si può accompagnare con la presentazione dei doni votivi di stagione (in autunno i grappoli d'uva).





Testo preso da: Le Tempora di autunno: mercoledì, venerdì e sabato http://www.cantualeantonianum.com/2013/09/le-tempora-di-autunno-mercoledi-venerdi.html#ixzz3IVlxRWJK
http://www.cantualeantonianum.com 


17 dicembre 2014: mercoledì delle Quattro Tempora d'Avvento (astinenza e digiuno)


La Chiesa pratica in questo giorno il digiuno chiamato delle Quattro Tempora, il quale si estende anche al Venerdì e al Sabato seguenti. Questa osservanza non appartiene punto all'economia dell'Avvento, essendo una delle istituzioni generali dell'Anno Ecclesiastico. Si può annoverare nel numero delle usanze che la Chiesa ha derivate dalla Sinagoga; poiché il profeta Zaccaria parla di digiuno del quarto, del quinto, del settimo e del decimo mese. L'introduzione di tale pratica nella Chiesa cristiana sembra risalire ai tempi apostolici; questa è almeno l'opinione di san Leone, di sant'Isidoro di Siviglia, di Rabano Mauro e di parecchi altri scrittori dell'antichità cristiana: tuttavia, è da notare che gli Orientali non osservano tale digiuno.
Fin dai primi secoli, le Quattro Tempora sono state fissate, nella Chiesa Romana, alle epoche in cui si osservano ancora attualmente; e se si trovano parecchie testimonianze dei tempi antichi nelle quali si parla di Tre Tempora e non di Quattro, è perché le Tempora di primavera, cadendo sempre nel corso della prima Settimana di Quaresima, non aggiungono nulla alle osservanze della Quarantena già consacrata a un'astinenza e a un digiuno più rigorosi di quelli che si praticano in qualsiasi altro tempo dell'Anno.
Le intenzioni del digiuno delle Quattro Tempora sono nella Chiesa le stesse che nella Sinagoga: consacrare, cioè, mediante la penitenza, ciascuna delle stagioni dell'anno. Le Tempora dell'Avvento sono conosciute, nell'antichità ecclesiastica, sotto il nome di Digiuno del decimo mese; e san Leone ci riferisce, in uno dei Sermoni che ci ha lasciati su tale giorno e di cui la Chiesa ha posto un frammento nel secondo Notturno della terza Domenica di Avvento, che questo periodo è stato scelto per una manifestazione speciale della penitenza cristiana, poiché, essendo allora terminata la raccolta dei frutti della terra, è giusto che i cristiani mostrino al Signore la loro riconoscenza con un sacrificio di astinenza, rendendosi tanto più degni di accostarsi a Dio, quanto più sapranno dominare l'attrattiva delle creature; "poiché - aggiunge il santo Dottore - il digiuno è sempre stato l'alimento della virtù. Esso è la fonte di pensieri casti, di risoluzioni sapienti, di consigli salutari. Mediante la mortificazione volontaria, la carne muore ai desideri della concupiscenza, lo spirito si rinnova nella virtù. Ma poiché il digiuno non ci basta per acquistare la salvezza delle nostre anime, suppliamo al resto con opere di misericordia verso i poveri. Facciamo servire alla virtù quello che togliamo al piacere; e l'astinenza di colui che digiuna divenga il nutrimento dell'indigente".
Prendiamo la nostra parte di questi avvertimenti, noi che siamo i figli della santa Chiesa; e poiché viviamo in un'epoca in cui il digiuno dell'Avvento non esiste più, impegniamoci con tanto più fervore a soddisfare il precetto delle Tempora, in quanto questi tre giorni a cui va aggiunta la Vigilia di Natale, sono gli unici nei quali la disciplina della Chiesa ci impone in modo preciso, in questa stagione, l'obbligo del digiuno. Rianimiamo in noi, con l'aiuto di queste lievi osservanze, lo zelo dei secoli antichi, ricordandoci sempre che se per la venuta di Gesù Cristo nelle nostre anime è soprattutto necessaria la preparazione interiore, tale preparazione non potrà essere vera in noi, senza manifestarsi all'esterno attraverso le pratiche della religione e della penitenza.
Il digiuno delle Quattro Tempora ha ancora un altro fine oltre a quello di consacrare, con un atto di pietà, le diverse stagioni dell'Anno; esso ha un legame intimo con l'Ordinazione dei Ministri della Chiesa, che riceveranno la consacrazione il sabato, e la cui proclamazione aveva luogo un tempo davanti al popolo nella Messa del Mercoledì. Nella Chiesa Romana, l'Ordinazione del mese di dicembre fu celebre per lungo tempo; e sembra, secondo le antiche Cronache dei Papi, che, salvo casi del tutto eccezionali, il decimo mese sia stato per parecchi secoli il solo in cui si conferivano i sacri Ordini in Roma. I fedeli debbono unirsi alle intenzioni della Chiesa, e presentare a Dio l'offerta dei loro digiuni e delle loro astinenze, con lo scopo di ottenere degni Ministri della Parola e dei Sacramenti, e veri Pastori del popolo cristiano.
Nel Mattutino, oggi la Chiesa non legge nulla del profeta Isaia; si contenta di ricordare il passo del Vangelo di san Luca nel quale è narrata l'Annunciazione della Santa Vergine, e legge quindi un frammento del Commento di sant'Ambrogio su questo stesso passo. La scelta di questo Vangelo, che è lo stesso della Messa, secondo la usanza di tutto l'anno, ha dato una particolare celebrità al Mercoledì della terza settimana di Avvento. Si può vedere, da antichi Ordinari in uso presso parecchie e insigni Chiese, tanto Cattedrali che Abbaziali, come si trasferissero le feste che cadevano in questo Mercoledì; come non si dicessero in tale giorno in ginocchio le preghiere feriali; come il Vangelo Missus est, cioè quello dell'Annunciazione, fosse cantato nel Mattutino dal Celebrante rivestito d'una cappa bianca, con la croce, i ceri e l'incenso, e al suono della campana maggiore; e come, nelle Abbazie, l'Abate dovesse tenere una omelia ai monaci, allo stesso modo che nelle feste solenni. È appunto a tale usanza che siamo debitori dei quattro magnifici Sermoni di san Bernardo sulle lodi della Santa Vergine, e che sono intitolati: Super Missus est.
La Stazione ha luogo a S. Maria Maggiore, a motivo del Vangelo dell'Annunciazione che, come si è visto, ha fatto per così dire attribuire a questo giorno gli onori d'una vera festa della Santa Vergine.

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 70-72