martedì 5 maggio 2015

convertire i cattolici a PANNELLA


Alla fine sono stati i radicali come 

Pannella e Bonino a convertire i cattolici




(una proposta che si può sottoscrivere in questa pagina) – 

Il paradosso – ma non troppo, come vedremo – è che se c’è un giornale che per il suo imprinting ha addirittura rischiato di essere diretto da Marco Pannella, quel giornale è Tempi. E non sto scherzando. Fu la prima idea di direttore buttata lì come provocazione da un amico prete. Il cristianesimo è libertà. «Perciò noi siamo disposti ad andare anche tra le gambe del diavolo. Basta una pagina espressiva di quello che siamo noi. Illuminerà tutto il restante». E infatti, in “quello che siamo noi” c’è lo spirito di un giornale che sta all’estremo opposto della concezione esistenziale “radicale”.

Poiché per la natura ideale di questo giornale, libertà (in cultura come nella politica, nell’economia come nella concezione dei rapporti umani e delle opere sociali) è volontà energica di adesione alla verità, all’Essere, «ragione sottomessa all’esperienza». Altre declinazioni della libertà possono essere sorprese come approssimazione (o caricatura) della libertà. Nel caso, l’approssimazione “liberale liberista libertaria transnazionale, antiproibizionista…” e tutta l’aggettivazione con cui Marco Pannella ha via via connotato la propria azione “missionaria” in politica. Ed è significativa questa proliferazione di aggettivi. Così come proverbiale è la prolissità di Pannella.

Sembrano il tentativo di afferrare ed esaurire col pensiero, tipico dell’illuminismo, l’esperienza del reale. Tant’è vero che la più classica argomentazione di questo pensiero sul piano civile sembra di logicità implacabile: ma se tu non vuoi farlo (l’aborto, l’eutanasia eccetera), perché vuoi impedire a me di farlo? Il dialogo e la democrazia come competizione delle libertà diventano così pura forma (teatro delle opinioni), soccombenti alla pura potenza (teatro delle forze, economiche, mediatiche, giuridiche, politiche, internazionali, del Potere).

D’altra parte: che esempio di durata illuminista ha dimostrato il piccolo gruppo di fedeli infiammati dal “ministro del culto” (definizione di Pannella data da Giuliano Ferrara) che dall’anno 1955 predica a nome dei “radicali”. Sorta di Onu in miniatura che va in giro per il mondo pretendendo di risolvere i problemi del pianeta con l’idea giusta, con le giuste cause (risolvere il problema della “fame nel mondo” addirittura). Con gli appelli, le conferenze stampa, i referendum e le mozioni internazionali. Dalle cime del Nepal alla cima del Palazzo di Vetro, da Bruxelles alla Birmania, da Roma alle carceri di tutta Italia, i radicali hanno seminato il globo di attivisti del più puro e militante illuminismo democratico. Se ci pensate, il Partito radicale ha portato nel mondo un modello di agitatore, militante, attivista, che ha fatto del suo essere “minoranza” una potente leva di influenza delle maggioranze. Un vero e proprio lievito del mondo, per parafrasare il detto evangelico.

Il metodo politico per eccellenza
Tant’è che nelle democrazie odierne quello dei radicali è diventato il metodo politico per eccellenza. Sono stati i radicali italiani, grazie alla comprensione che per primi hanno avuto della comunicazione e della potenza persuasiva del gesto che diventa immagine, che hanno anticipato i successi delle attuali minoranze e lobby che impongono l’agenda politica con risultati che nessun partito di massa sa ottenere. Vedi l’agenda Lgbt che nel volgere di un decennio si è affermata come cultura di massa e legislazione internazionale.
Personalmente, ho sempre avvertito il carattere “cattolico” (cioè “universale” nel senso etimologico del termine) della sfida radicale. Intanto i fatti sono lì a documentare che solo il partito di Pannella ha attraversato metà del secolo scorso e mantiene tutt’ora una forza ben superiore al dato numerico dei suoi tesserati e militanti. Ancora oggi, i radicali sono il lievito dei cambiamenti sociali. Prova ne siano i temi all’ordine del giorno: dal divorzio breve alla fecondazione assistita, dall’eutanasia al matrimonio gay, sono tutte battaglie che sorgono e si affermano dentro la storia radicale. I partiti sono tutti morti e le chiese cristiane non si sentono molto bene. Ma Lorenzo Strik Leavers (che è ancora qui a lottare con Pannella mentre dietro di lui giovani leve seguitano a sorgere) aveva 15 anni nel 1955 quando discuteva in classe con don Giussani e stampigliava orgogliosamente il simbolo del Partito Radicale sui muri della cerchia dei Navigli. In questo senso Emma Bonino ha potuto affermare a ragione che «Amicone è un amico».

E proprio da Radio Anch’io, in cui la mattina del 22 aprile Emma Bonino riconobbe “amicizia” nell’opposizione di vedute, ci è venuta una “rivelazione”. Credo che l’idea di dedicare la trasmissione a lei sia nata da uno spunto nobile e umanissimo. Sappiamo che Emma sta lottando con un tumore ai polmoni. Ha voluto annunciarlo lei stessa, da Radio Radicale, esponendosi e non considerando la malattia estranea alla sua battaglia ideale e politica. Non solo. In quella stessa giornata il Parlamento avrebbe approvato in via definitiva il cosiddetto “divorzio breve”. Un modo perfetto per commentare la notizia.

«Grande Emma»
Diciamo un’altra cosa. Emma Bonino ha un profilo scabroso per noi cattolici. È andata in prigione per aver procurato aborti e si è battuta per ottenere legislazioni abortiste. È la famosa storia del meglio l’aborto legale che quello clandestino. Col limite di aggirare un male puntuale (“l’omicidio in pancia”, direbbe Giuliano Ferarra) e un serio caso di libertà (uccidere un bambino in pancia è libertà?) per arrivare infine – via libertà di solitudini – a rivendicare un “bene” sociale (abbattimento degli aborti clandestini e dei rischi per la salute di chi all’aborto ricorre). Mentre il “radicale” Pasolini ne faceva un problema di verità – cioè di “sacralità”, la vita non ci appartiene ed è il Potere che ci induce a pensare il contrario, come il poeta scrisse dichiarando il suo “no all’aborto” – i radicali tutti, da Pannella alla Bonino, ne hanno fatto il tema di libertà e giustizia per eccellenza, nel campo dei diritti civili e dello Stato di diritto. Ma non è questo il punto.

Il punto è il convergere del “cattolico” – e qui mi riferisco al “cattolico” in senso stretto – alla sostanza del pensiero radicale. Già il risultato storico del referendum sull’aborto (17 maggio 1981), con l’affermarsi di una maggioranza prossima al 70 per cento, conteneva in nuce questo convergere. Oggi si potrebbero votare eutanasia, matrimoni tra persone dello stesso sesso e tutto il resto dell’agenda politica radicale, e avremmo risultati analoghi a quelli del divorzio e aborto di anni Settanta e Ottanta. Ed ecco le ultime battute di Radio Anch’io, edizione del 22 aprile scorso.

Roberto: «Grande Emma. Da cattolico condivido le sue battaglie perché mi sto commuovendo nel sentire le parole di una persona che chiede veramente di non dover soffrire fino alla fine, ma di poter scegliere il momento in cui potersene andare in serenità. È veramente una battaglia, come tutte le battaglie che ha fatto Emma: sono battaglie da cattolico… Perciò, se possibile: diamo queste libertà! Queste libertà non sono libertà da dover prendere e usare selvaggiamente, ma ognuno di noi sa cosa farne. Io e mia moglie abbiamo fatto i corsi per i fidanzati per la parrocchia dove abitiamo: io vi posso dire che se non ci fosse stato il divorzio sapeste quante coppie infelici ci sarebbero ancora adesso in giro! Perciò, grande Emma. Se posso: vai avanti per la tua strada. Ti ringrazio, arrivederci».

Emma Bonino: «Volevo chiudere con un ricordo di mia madre. Mia madre e tutta la mia famiglia in generale sono cattolici e praticanti, ed è stata sempre la mia più grande sostenitrice. Semplicemente pensando che magari la pensava diversamente, ma credeva di capire che cos’è la possibilità di vivere diverso, di scegliere e di rispettarsi comunque. Lei, da cattolica, diceva: senza il libero arbitrio, senza la possibilità di scegliere, non è neanche il tipo, come dire, di “religione” a cui io sono così, affezionata…».

Conduttore: «Gli ascoltatori sono anche un po’ tutti commossi dalla bellezza e dalla nobiltà delle sue parole. C’è un minuto per chiederle, se crede, che cosa significa per lei la parola libertà». Emma Bonino: «Responsabilità. La libertà senza responsabilità si chiama licenza ed è una cosa che francamente interessa poco. E la libertà si basa sullo stato di diritto, sulle regole, sul rispetto delle regole, quello per cui si battono Marco Pannella, Rita Bernardini e i radicali».

Libertà, responsabilità, coraggio, giustizia, dignità, diritto… Tutte le parole più nobili del mondo. Solo la parola “verità” non trova più posto. E con l’applauso commosso del cattolico. Ciascuno potrà valutare, sulla base della propria esperienza, quanto sia generalizzabile e identificabile nel tipo umano del Roberto di Radio Anch’io il “cattolico della strada” o il “cattolico anonimo” come lo chiamano i giornali stile la Repubblica.
E comunque, qualche ora dopo questa trasmissione, il Parlamento italiano votava il divorzio breve e il primo a esultare era il cattolico presidente del Consiglio. «Un altro impegno mantenuto. Avanti, è la #voltabuona”», scriveva il premier Matteo Renzi in un tweet. «Questo Paese lo cambiamo davvero», gli faceva eco la deputata Alessia Morani, relatrice del testo a Montecitorio assieme al forzista Luca D’Alessandro. Tutti cattolici. Tutti centrati sull’euforia del “cambiamento”. Non c’è alcun residuo di domanda, di perplessità, di scrupolo. Nessun residuo di “verità” disturba i festeggiamenti. Siamo «al passo coi tempi». O, come si dice, «al passo con i paesi più avanzati d’Europa».

Il divorzio breve sembrerebbe l’unica bella notizia nei giorni di tristezza per le centinaia di migranti africani affogati nel Canale di Sicilia. Di nuovo, completamente orfani della verità, nessuno coglie e fa esplodere in pensiero quello che ha colto, pensato e scritto il nostro Emanuele Boffi in una cronaca fattuale, scarna, al netto di tutte le belle parole sentite dai commentatori. Le autopsie hanno rilevato sulle braccia di certi affogati l’incisione nella carne di una preghiera e di una casa. «Possa Dio aiutarci» e i nomi dei loro villaggi. La verità della tragica avventura.

Marco che volle farsi Papa
Sul lato divorzio breve, invece, questa “verità” è apparsa come una reminiscenza lontana lontana. Ad esempio nell’articolo sulla Stampa del bravissimo cattolico Michele Brambilla. Una fantastica bandiera bianca issata sul ponte della storia. Dopo aver passato in rassegna i mali del passato (come se il passato fosse male, come se il passato del matrimonio dei nostri genitori e dei nostri avi fosse ascrivibile in toto, in ossequio allo schema radicale, a passato di violenza, di ipocrisia, di «divorzi alla Pietro Germi», con la lupara), «però – concludeva Brambilla – abbiamo perso qualcosa». Nostalgia. L’ultimo giudizio cattolico in società sembra essere la nostalgia per una verità che non c’è più. Giusto che Radio Radicale registri la resa. E infatti per la voce di Massimo Bordin, il radicale rende onore alla nostalgia.

Qual è il punto? I punti, in realtà, sono (almeno) due. Il primo sembra scontato. Però, non dal giorno in cui passò il divorzio, ma dal giorno in cui l’élite cattolica ha avuto un problema con la verità e se n’è fatta una ragione. Quando Marta Sordi ricordò che «in Cattolica furono ammessi ben due interventi pro divorzio e neppure uno contro. Mentre in Università statale persino Gabrio Lombardi, promotore del referendum antidivorzista, poté parlare», si riferiva a un’epoca in cui rettore dell’Università cattolica era Giuseppe Lazzati. «Un credente emblema del Novecento italiano», secondo l’autorevole e cattolicissimo storico del Mulino di Bologna e del Corriere della Sera di Milano Alberto Melloni. Lazzati stava dalla parte della storia. E i cattolici sono passati dalla parte della storia.

Chi non è dalla parte della storia? I poeti, gli artisti, i giornalisti (o almeno dovrebbero) che custodiscono la verità dei fatti. E poeta, artista e giornalista fu in un certo senso anche don Giussani, il cui movimento è coetaneo del Partito Radicale. Credo che le sue tre premesse al Senso religioso restino un grande programma di educazione alla verità e, quindi, di resistenza allo storicismo relativista. Dicono in estrema sintesi quelle tre premesse: primo, che se la conoscenza non “rispetta” l’oggetto, se non si piega all’oggetto, il primo svarione è che la cosa o l’altro (oggetto) diventano lo sgabello dei miei pensieri. Secondo, se la ragione non è apertura alla totalità, se non ammette la categoria della possibilità, il mio pensiero anticipa ed esaurisce la realtà e così, anche qui, la cosa e l’altro spariscono dall’orizzonte conoscitivo. Terzo, se la moralità non è amore alla verità («più di me stesso»), la morale diventa quella dettata dal Potere in un determinato momento storico.

Dopo di che, non è affatto strano che Pannella, Bonino, Bernardini, i tre maggiori leader radicali, abbiano per un verso o per l’altro matrice cattolica (la Bernardini è stata addirittura una delle leader dell’Azione cattolica). Così come non è strano che “maestri del sospetto” come Umberto Eco e “cattivi maestri” come Toni Negri siano stati capi di grandi associazioni cattoliche. Per completare il quadro dirò che un giorno Marco Pannella mi invitò nella sede del Partito Radicale a Roma «per fare esercizi spirituali». Così disse. Mi sfuggono i particolari, ma ho il vivido ricordo del racconto di una fanciullezza colma di attenzioni e di devozione cattolica. Aveva avuto uno zio vescovo e si potrebbe cogliere nello stesso leader radicale il piglio di un uomo che, in sintesi della predica, “volle farsi Papa”.

Infine, è il Partito radicale che ha catechizzato e convertito democristiani e comunisti. Non il contrario. Pregevole sintesi (ancorché imperfetta, direbbe Pannella) di questo catechismo è il Partito Democratico. E quanto dal Pd discende in educatori e “società civile”. Ma da destra a sinistra, passando per Grillo, tanti sono i radicali nel pensiero, in tutti i partiti e movimenti. Tutti (compresi i boy scout di Renzi) sono dalla parte della storia. Ma non dalla parte dell’esperienza che «ditta dentro amore», direbbero gli stilnovisti.

L’esperienza che colpisce nel segno
E così, torniamo a ricordare con l’ammirabile Walter Benjamin, poeta e scrittore che come Kafka immaginava di farsi trovare “degno” della verità anche se la verità non fosse arrivata, «si potrebbe parlare di una vita o di un istante indimenticabili anche se tutti gli uomini li avessero dimenticati». La verità è soprattutto «la morte dell’intenzione» (Benjamin) e soprattutto «esperienza che colpisce nel segno» (Arendt). Così è la musica, la poesia, l’arte. Possibilità della verità di trionfare sulla storia anche da seppellita viva (vedi l’umano nel secolo delle idee assassine, custodito non da Martin Heidegger ma da Vasilij Grossman).

Ho capito di più questa natura invincibile della verità agli ultimi esercizi spirituali di Cl. Mirabilmente accompagnati, settimana scorsa, dalla musica di Palestrina e dal fado portoghese, dai canti gaelici dell’VIII secolo e dal gregoriano, da un video di don Giussani e uno illustrativo dell’arte di Millet, pittore testimone di quella cristianità cara a Péguy, fatta di popolo e di lavoro, di umiltà e di onore, di uomini e donne ai margini di ogni mondanità, eppure protagonisti della storia.

Perché il mio amico David Jaeger, ebreo nato in Israele e col sogno di diventare rabbino, un giorno arrivò invece al cristianesimo, addirittura dopo aver letto l’enciclica di Pio XII sul “Mistico corpo di Cristo”? Perché se per una via, diciamo così, lineare, su terra cattolica e ambrosiana, Giussani ha potuto attestare con una umanità e fecondità eccezionali come la vita di Gesù è arrivata per una catena millenaria di amici «a mia madre, e mia madre l’ha detto a me», per la via dell’arte europea, a 16 anni, David trovò la domanda che non si aspettava. Il residuo di verità che non immaginava. E, infine, la risposta nel “Mistico corpo di Cristo”. La Storia dentro la storia.

lunedì 4 maggio 2015

Messa Angelica

Perché cantiamo la Missa de Angelis?


1. Quando l'evangelista Luca racconta la preparazione dell'Ultima Cena, usa una parola fondamentale. Questa parola è: "stanza". La stanza, cioè in greco, katàluma.
Gesù mandò Pietro e Giovanni dicendo: "Andate a preparare per noi, perché possiamo mangiare la Pasqua". Gli chiesero: "Dove vuoi che prepariamo?". Ed egli rispose loro: "Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d'acqua; seguitelo nella casa in cui entrerà. Direte al padrone di casa: "Il Maestro ti dice: Dov'è la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli?". 
Per capire l'importanza di questa parola bisogna fare un salto indietro di 33 anni, agli inizi del vangelo, quando Gesù venne posto nella mangiatoia perché per loro non c'era posto nell'alloggio, la stanza, katàluma.
Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.
Pensate quanta strada camminata, quanta polvere calpestata, quanti incontri, parole, miracoli, fatica per trovare finalmente la sua katàluma. Non una qualunque, ma precisamente questa qua, dove mangiare la Pasqua con i suoi discepoli. Finalmente Gesù trova il suo posto ed è quello dove condividere la Pasqua con i suoi compagni.

E' come se Gesù avesse avuto sempre come meta quella katàluma, perché lì si sarebbe svolto il fatto decisivo della sua vita. La missione di Gesù era finalizzata a questo momento, a questa cena, a questa stanza. Infatti dice: 
Ho desiderato con desiderio, cioè ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi.
Insomma, la cena che si svolge in questa stanza è il culmine della vita di Cristo.

2. La Cena di Gesù non è un momento chiuso in se stesso, ma rimanda immediatamente a qualcosa di altro, oltre il momento stesso, nel futuro e nel passato.

Rimanda al passato, a tutta la tradizione di Israele. Infatti Luca menziona esplicitamente i due calici, prescritti dalla tradizione di Israele, essa stessa memoriale di quella fatidica notte in cui il Popolo di Dio uscì dall'Egitto. 
Rimanda a un futuro imminente, quello della croce. Infatti dice che la sua Passione è prossima e che questo pane che stanno per mangiare è il suo stesso corpo dato per noi e che questo calice che stanno per bere è il calice della nuova alleanza, il sangue versato per noi. 
Rimanda a un futuro escatologico, perché questa Pasqua è davvero compiuta nel Regno che viene, nel Regno di Dio.

Il passato e il futuro, della terra e del cielo, sono compresenti nella cena del Signore. Il passato e il futuro, il cielo e la terra sono attualmente presenti nella cena del Signore. Attraverso il memoriale della Pasqua, Dio fa uscire dall'Egitto anche chi è nato dopo. Ecco, proprio come recita l'Exsultet, cantato in ogni vigilia paquale, è in questa notte - sì proprio in questa - la colonna di fuoco guida i redenti. E il pane e il vino che Cristo mangia con i suoi discepoli è l'offerta del corpo già immolato sulla croce.
Il suo corpo è nutrimento vitale,il suo sangue è inebriante bevanda;l'unico sangue che non contamina,ma dona salvezza immortale a chi lo riceve.
E questa Pasqua si compie nel Regno, cioè assume la sua pienezza e il suo valore a partire dalla venuta del regno.
Esultino i cori degli angeli,
esulti l'assemblea celeste.
Per la vittoria del più grande dei re,
le trombe squillino
e annuncino la salvezza.
Si ridesti di gioia la terra
inondata da nuovo fulgore;
le tenebre sono scomparse,
messe in fuga dall'eterno Signore della luce.
Tutta la storia della salvezza è compendiata in un istante. Ci pensate mai? Il tutto in un istante: veramente quando celebriamo l'Eucaristia entriamo in un altra dimensione, veniamo resi presenti all'eternità di Dio!

Gli angeli cantano con Domenico

3. La nostra povera liturgia cerca di esprimere come può questa traboccante ricchezza, questa assoluta densità di significato. La disposizione dell'altare, le due candele, il pane azzimo ci ricordano la pasqua di Israele. L'altare è una tavola, perché si tratta di una cena, la cena del Signore. È una pietra, perché quella tavola è il sepolcro del Signore. Su di essa c'è una croce: perché quel pane e quel vino sono il crocifisso. 

Vestiamo delle cotte bianche, come quelle degli angeli nelle liturgie celesti. Perché, poi, cantiamo la Missa de Angelis? Perchè è l'unica che sappiamo!

Mannò! Guardate là, in alto, la gloria di Domenico: non vedete che gli angeli ci accompagnano con le loro voci e i loro strumenti? Con le loro cetre accompagnano perfino me, che sono così stonato! il mio canto, che  almeno alle orecchie di Dio suona melodioso e intonato.

La nostra liturgia deve richiamare questa straordinaria conflagrazione spazio-temporale attraverso dei segni che diventano intelleggibili, assumono un significato solo se illuminati dalla Scrittura. Solo leggendo la Scrittura capiamo quello che facciamo nella sacra liturgia. Le due cose non vanno mai scisse: La Parola di Dio (TUTTA) illumina l'azione eucaristica. E la celebrazione del sacramento realizza quello che la Parola annuncia e insegna.

Il cero pasquale 
4. Se la nostra cena eucaristica è quella cena e non una imitazione, una recita, allora dobbiamo dire che chi si assume l'ingrato compito di preparare la liturgia si assume l'ufficio di Pietro e Giovanni. Voglio allora ringraziare qua coloro che all'Arco o alla Minerva o qui a Bologna – soprattutto qui a Bologna – hanno preparato la liturgia pasquale. Grazie... e che onore!

Come Pietro e Giovanni avete fatto in modo che tutto sia pronto: i candelieri una cosa sola è quella importante: che ci sia nostro Signore tra di noi. 
sull'altare, il razzo missile per il cero pasquale, la riserva eucaristica, i paramenti... ma 

E c'è, perchè ce lo ha promesso, e c'è perché non dipende da noi. Noi, almeno quella notte, abbiamo cercato di non tradirlo, almeno quella notte abbiamo cercato di non litigare tra di noi a sentirci migliori gli uni degli altri (o perché noi siamo così bravi o perché i nostri confratelli sono così maledettamente scarsi), abbiamo cercato di non fuggire e di rimanere svegli nella preghiera.

Ecco, voi, Pietro e Giovanni, dopo aver preparato la Chiesa correte al sepolcro, rinsaldateci nella fede, mostrateci la Carità, aiutateci a contemplare la Carità.

Questo è il mio augurio per il tempo pasquale: che possiamo contemplare l'Amore di Dio.

http://vitaefratrum.blogspot.it/2015/05/perche-cantiamo-la-missa-de-angelis.html

domenica 3 maggio 2015

confessione implicita?

assolti senza elencare i propri peccati?


Don Enrico Finotti: se sono mortali vanno sempre spiegati



«Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi», affermava Papa Francesco in piazza San Pietro il 29 aprile 2013. «Guardate ai vostri peccati, ai nostri peccati: tutti siamo peccatori, tutti - spiegava il Pontefice - Questo è il punto di partenza. Ma se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele, è giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. E ci presenta – vero? – quel Signore tanto buono, tanto fedele, tanto giusto che ci perdona» (Tempi.it).

PURIFICAZIONE DAI PECCATI
Attraverso il sacramento della Confessione il penitente elenca solitamente i peccati al sacerdote per poi essere liberato da essi. Ma se questo non accade, cioè se un sacerdote non si fa elencare i peccati ma dà comunque l'assoluzione, compie un sacramento valido? E sopratutto è corretto non farsi elencare i peccati dal penitente? 

LE QUATTRO FASI DELLA CONFESSIONE
Don Enrico Finotti, parroco di Rovereto e curatore della rivista formativa Liturgia «culmen et fons», ha spiegato ad Aleteia che il sacramento della Penitenza (o Riconciliazione, o Confessione) «ha dogmaticamente quattro parti essenziali: il pentimento, l'accusa dei peccati, la penitenza e l'assoluzione da parte del sacerdote. Come si evince l'accusa dei peccati mortali è necessaria per ottenere una valida assoluzione sacramentale». 

ADEGUATA PENITENZA
Il sacerdote, infatti, è giudice e a nome della Chiesa «deve poter conoscere il genere di peccati accusati dal penitente per poi stabilire se sciogliere o legare, secondo l'espressione del Signore, ed anche imporre l'adeguata penitenza per l'emendamento del penitente». 

PECCATI VENIALI E MORTALI
Diversa è la necessità dell'accusa di peccati veniali, «per i quali non vi è assoluta necessità, ma la saggia raccomandazione della Chiesa in un cammino di perfezione e di graduale crescita nella santità del proprio stato di vita». Se il penitente, dunque, è cosciente di avere un peccato mortale è tenuto ad accusarlo nella successiva confessione, essendo stato impossibilitato ad accusarlo nella confessione precedente.
sources: ALETEIA

venerdì 1 maggio 2015

menù della felicità

Un «Terzo paradiso» per EXPO: la mela reintegrata


Milano - Nutrire il Pianeta, energia per la vita. Ecco, la tavola planetaria è apparecchiata. Dopo 109 anni, quando in eredità lasciò il parco Sempione e il meraviglioso Acquario civico, oggi l'Expo ritorna a Milano. Orgogliosa che l'evento sia toccato all'Italia, vorrei che ne scaturissero molti messaggi, frutto dell'italico genio. E, se oggi sembrano sommersi, speriamo che qualcuno riesca ad emergere. Nel frattempo, registro un po' di cronaca.
A proposito dell'accento sul cibo, annessi e connessi, avevamo già commentato un evento ecclesialeExpo: le religioni si interrogano sul menù della felicità”; il che costituisce l'ennesima riprova dell'ormai smascherata insistenza nel costringere le confessioni religiose negli angusti e innaturali spazi di un “minimo comun denominatore”, che non è altro che quello invocato dalla Massoneria a garanzia di un ordine politico nel quale la religione non deve avere alcuna influenza pratica. Ed è con questo che si vorrebbero vincere le schiavitù e la povertà. Ma chi ricorda più al mondo che la vera schiavitù è quella del peccato e che solo Cristo Signore è colui che salva ed è solo da questo e non dalle volontà umane che tutte le schiavitù possono essere eliminate? E che solo a partire da questa salvezza possono essere rimosse le cause di ogni ingiustizia e di ogni povertà non soltanto materiale? E la felicità cos'è: un diritto o un anelito?
Dunque l'EXPO è decollata. In piazza un'enorme mela verde alta otto metri, interamente ricoperto da zolle di vera erba e il segno di un gigantesco morso ricucito con grossi punti di acciaio. È «Il Terzo Paradiso. La mela reintegrata», dono per Expo del maestro dell'Arte povera Michelangelo Pistoletto.

Leggo su Fb: «L'apoteosi dell' apostasia a livello ormai cosmico / ambientale. L'ideologia del “ci salviamo da soli” e le campane del Duomo suonano a festa. Ecco ... signori ... a Gerusalemme entra il Re/Uomo» (Manuela).

La cifra investita dalla Chiesa nell'esposizione (3 milioni di euro) supera quella stanziata per iniziative di solidarietà, da Ebola all'alluvione di Genova, ai cristiani perseguitati in Iraq ed è stata equamente divisa tra il Pontificio Consiglio della Cultura, presieduto dal cardinale Gianfranco Ravasi, la Conferenza episcopale italiana e l’arcidiocesi di Milano. L'Osservatore romano rimarca che l'edificio sarà “solo” di 360 metri quadri. I media sottolineano che “fonti vicine a Bergoglio raccontano la sua irritazione”. Strano che questa venga fuori a posteriori mentre è difficile ipotizzare che si muova foglia che  non voglia. E il card Ravasi dichiara: “Abbiamo sempre partecipato”... Del resto avremo presto una enciclica sull'ecologia che, visti gli autori, prevedibilmente non supererà una risoluzione ONU.

http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2015/05/un-terzo-paradiso-per-expo-la-mela.html

mercoledì 29 aprile 2015

A MESSA NON SI “PARTECIPA”


Alla Messa non si “partecipa”. 

E non si deve “capire”.




ALLA MESSA NON SI “PARTECIPA”
E NON SI DEVE “CAPIRE”
Il silenzio e la solitudine intorno al Golgota intorno all’altare 

Quel vecchio che si sentiva “giovane” davanti al suo Dio. Il silenzio e la solitudine dell’altare. Il Mistero sacrificato alla “comunicazione”… finta. La “gente” non deve “capire”, ma adorare; la “gente” non deve “partecipare”, ma assistere.

Cristo in un attimo di dolore veramente umano, grida a squarciagola al suo Dio, al Padre, il baratro di sventura e solitudine in cui sprofonda inerte. La “solitudine”. La stessa solitudine che in quel momento sull’altare del Sacrificio Supremo, nuovo Golgota, dove davvero e di nuovo irrompe la Passione di Cristo, sperimenta il sacerdote, “Alter Christus”. Il sacerdote è solo sull’altare. E a questa solitudine si aggiunge l’ombra propria della solitudine: il “silenzio”. Sulla collina desolata del Golgota, e prima, nell’Orto, e dopo ancora, nel sepolcro, Cristo è solo e nel silenzio. Il silenzio della sua obbedienza, del calice dell’amarezza, del sudore sanguinolento. È il silenzio dell’impotenza, che per un attimo sembra persino di Dio. “Padre mio, perché mi hai abbandonato?”. Il “silenzio” di Dio, in quel frangente, sembra quasi l’inabissarsi della Divinità.
di  Antonio Margheriti Mastino

QUEL VECCHIO CHE SI SENTIVA GIOVANE DAVANTI AL SUO DIO
Salirò all’altare di Dio,
a Dio che allieta la mia giovinezza …
irraggia la tua luce e la tua verità,
esse mi guidino e mi conducano al tuo santo monte, 
e ai tuoi tabernacoli.
Ti loderò sulla mia cetra, o Dio, Dio mio;
Perchè sei triste, anima mia?
Perchè mi turbi?
E ancora: “Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche questo glorioso calice nelle sue sante e venerabili mani… Questo è il Calice del mio Sangue, della nuova ed eterna alleanza: mistero di fede: che per voi e per molti sarà sparso…
Il canone antico è di una bellezza che ferisce anche tradotto in italiano, ti fa venire voglia davvero di salire tu sull’altare ad avere il privilegio di rivolgerti con queste parole sublimi ed eterne all’Onnipotente. Ripetere tu ciò che nei secoli hanno ripetuto tutti i santi sacerdoti, i martiri, i confessori, i mistici, i dottori della Chiesa, i pontefici salendo sull’altare del Sacrificio Supremo. Ripetere ciò che tutti i nostri avi hanno udito per secoli, confermandoli nella fede.
 E’ bello divagare, è umano. Adesso per esempio mi balenano davanti agli occhi due episodi. Uno antico e l’altro moderno; uno fa ridere e l’altro piangere, giusto per rispettare il copione della tv generalista. Si sa che la testa della medusa di tutte le eresie moderniste è quel fenomeno chiamato giansenismo, che cominciò velenosamente a fluttuare nella chiesa già dal Seicento. Quel che venne dopo ne furono soltanto i tentacoli pieni di tossine. I giansenisti una cosa l’avevano capita bene: colpire la liturgia significava aprire il vaso di pandora, cavare via la pietra angolare: tutto il Santo Edificio sarebbe venuto giù collassando fulmineo . Ebbene, nel ’700 l’eresia giansenista era entrata nel vivo e si tenne a proposito un “conciliabolo” di prelati infedeli a Pistoia, appunto il “Conciliabolo di Pistoia”. Che approvò motu proprio diverse riforme illecite, fra cui l’introduzione del volgare anche nella liturgia. Allora un prete filo-giansenista iniziò la sua prima messa in italiano (peraltro sbagliando la traduzione) così:
PRETE:”Mi introduco all’altare di Dio“.
FEDELE RISPONDE: (livornese e toscanaccio maledetto): “Oh te tu basta che ‘un t’introduci ‘a nel mi (c)ulo!!”.
Il popolo, quello vero, non quello “sociologico” di cui discettano con sufficienza i teologi modaioli, è sempre reazionario.
L’esempio moderno è meno mordace, ma più struggente. E riguarda la commozione di un giornalista che in piena sarabanda creativa post-conciliare, assiste per caso a una messa antica celebrata quasi clandestinamente da un vecchio e malato francescano. Ne rimase sconvolto: fu l’incontro col Mistero: ne fu convertito. Era il 1969, mentre molti, applauditi da un mondo allora avvelenato di ideologie, celebravano la loro apostasia, un uomo ritornava alla fede davanti alla celebrazione di una messa antica, che era diventata la cosa più bandita della storia della chiesa, dai suoi uomini stessi. Lasciamo a lui la parola, ad Antonello Cannarozzo, parole che mi hanno commosso:
<san Girolamo della Carità, qui a Roma, dove un anziano francescano, padre Coccia, davanti a pochissimi fedeli, celebrava l’antico rito. Rimasi subito colpito dall’atmosfera di mistico silenzio, di partecipazione dei presenti e dalla frase pronunciata dal vecchio sacerdote all’inizio della liturgia, “…et  introìbo ad altare Dei: ad Deum qui laetificat juventutem meam”. Quell’uomo stanco e malato per il mondo, davanti all’altare del suo Signore diventava giovane.
Un atto di fede enorme ed un significato metafisico che mi fece capovolgere in pochi minuti tutto il mio bagaglio mentale, le mie idee, le mie certezze e da quel momento, ogni domenica ed ogni festa religiosa, per quanto mi è stato possibile, sono stato presente alla liturgia di sempre nella ricerca, anche per me, oggi alla soglia dei sessant’anni, di essere sempre “giovane” davanti al Signore>>
IL SILENZIO E LA SOLITUDINE DELL’ALTARE
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Superata la commozione, torniamo a noi. Posso io ogni volta, davanti un bambino dell’asilo che si crede un gigante spirituale, e che discetta della “comprensione” (di tutto quanto ti passa sotto gli occhi nel Tempio) quale primo e unico definitivo dogma, infallibile e incancellabile come il peccato originale, tirare fuori la “barzelletta” di Sant’Agostino? Del bambino (che poi si scoprì essere un angelo) che sulla spiaggia cerca di mettere con una conchiglia nella buchetta che ha scavato nella sabbia l’immensità dell’acqua del mare? E che quindi, morale della favola, solo un pazzo e un cretino può credere che la sua piccola testolina di… rapa, può contenere da sola l’infinito, indicibile, incontenibile, eterno MISTERO? Mistero di Dio, Mistero di fede!
 Ci sono due aspetti in particolare che ci rendono il senso profondo della Messa di sempre: il silenzio e la solitudine. L’altare, prima e durante e dopo il Sacrificio, è avvolto dal silenzio. E dalla solitudine, del celebrante, “Alter Christus”. Ma come, si dirà, la Pasqua e dunque la celebrazione sono “anche un trionfo!”. Certo, sì. Ma è anche il perpetuarsi della passione e morte di Cristo. Che si svolgono nel silenzio, nella solitudine, nel tradimento, nel rinnegamento, nella fuga dei discepoli. Nell’ultima cena Cristo è tradito e venduto da Giuda; nell’Orto degli Ulivi, nella notte che precede il supplizio Cristo è lasciato solo a sudare sangue mentre i discepoli s’addormentano invece di pregare con lui; Pietro nella stessa notte lo rinnega tre volte; nessuno cerca di salvarlo, nessuno gli si offre a sorreggere per un po’ la sua croce (il Cireneo ne è costretto). Nessuno sembra più conoscerlo o riconoscerlo.
Cristo in un attimo di dolore veramente umano, grida a squarciagola al suo Dio, al Padre, il baratro di sventura e solitudine in cui sprofonda inerte. La solitudine. La stessa solitudine che in quel momento sull’altare del Sacrificio Supremo, nuovo Golgota, dove davvero e di nuovo irrompe la Passione di Cristo, sperimenta il sacerdote, “Alter Christus”. Il sacerdote è solo sull’altare. E a questa solitudine si aggiunge l’ombra propria di essa: il “silenzio”. Sulla collina desolata del Golgota, e prima, nell’Orto, e dopo ancora, nel sepolcro, Cristo è solo e nel silenzio. Il silenzio della sua obbedienza, del calice dell’amarezza, del sudore sanguinolento. È il silenzio dell’impotenza, che per un attimo sembra persino di Dio. “Padre mio, perché mi hai abbandonato?”. Il “silenzio” di Dio, in quel frangente, sembra quasi l’inabissarsi della Divinità. Ma è anche l’impotenza e la desolazione che deriva dal primo ed eterno “sì” in obbedienza di Maria, accettando questo Figlio che non era per lei: “Stabat Mater Dolorosa…”, sotto la croce. E’ quel silenzio tremendo che avverte sul letto di morte anche la piccola enorme Teresina di Lisieux, quando si lamenta, in quel momento estremo dell’agonia, della “non presenza di Dio”.
 Silenzio. Come stettero zitti i discepoli, Maria, chi volle bene al Cristo uomo e già Messia, tutti quanti: tacquero, si nascosero, impotenti per obbedienza e per viltà, persino impietriti dal dolore e dalla confusione, o perché in definitiva così “dovevano” andare le cose… tutti stettero in silenzio. ASSISTETTERO SOLTANTO, alla passione e morte del figlio di Dio. La stessa ragione per cui alla messa del Sacrificio, i fedeli NON DEVONO PARTECIPARE, MA ASSISTERE. In silenzio. Il silenzio che ammanta il sacerdote mentre compie il Sacrificio di Cristo. E di se stesso.
Ma allora la Resurrezione? E’ un trionfo. Ma è un trionfo vissuto nel nascondimento, da un Dio senza arroganza. Avviene ancora una volta nel silenzio e nella solitudine. Dentro un sepolcro di pietre, di notte, assenti tutti, tranne i soldati chiamati a vegliare l’esterno dell’avello. Alla stessa maniera, nel silenzioso, quasi segreto e oscuro, formulare del sacerdote “Alter Christus” sull’altare del Sacrificio, avverrà la Resurrezione. Nel silenzio e nella solitudine.
Ecco spiegato il perché e il come si sta, si assiste al Santo Sacrificio della Messa. La Messa di sempre. Lontana dal clamore e dal chiasso, dalla frenesia e dalle sindromi di protagonismo, dai microfoni mal regolati gracchianti e stordenti, dal profluvio di fraseologia frigida e dai battimani della Messa riformata in stile anni ’70, gli anni più stancamente declamatori, populistici, inutili mai vissuti sulla faccia della terra.
IL MISTERO SACRIFICATO ALLA COMUNICAZIONE. FINTA.

Talora dove è stata celebrata la Messa gregoriana per la prima volta, ho avuto nettissima l’impressione che i molti presenti, fra curiosi e interessati, si siano accostati a questo culto divino, altamente spirituale, drammatico, con lo stesso animo con cui si accostavano alla maggiore liberalità (e pure licenza) della Messa riformata. Non ci si può assistere alla Messa gregoriana come si assiste a quella riformata. E’ successo in qualche prima Messa antica in qualche provincia del Sud.
Io sinceramente mi sono scandalizzato. Ho visto roba che mai e poi mai, nemmeno per un secondo, ho osservata a Roma durante le Messe gregoriane. Ma solo nelle messe ordinarie. Sbadigli no, ma parlucchiare in continuo anche durante i momenti salienti del rito, questo sì, anche al cellulare; ma è il meno peggio. Infatti una cosa regolarmente registrata nella messa ordinaria, ma mai a Roma in quella antica: gente, uomini specialmente, che non risponde alle preghiere liturgiche le volte (poche, nella Messa antica) che è richiesto, figurarsi se si batte il petto al “Confiteor”; che non si inginocchia mai (è previsto molteplici volte nel rito antico), manco a spezzargli le gambe, nemmeno durante la consacrazione. Mentre alla Trinità a Roma (chiesa dei cattolici che celebrano solo in rito antico) ho visto con i miei occhi gente inginocchiata ovunque, tutti nessuno escluso, anche sul pavimento per chi non aveva il banco, almeno durante la consacrazione; qualcuno si è spinto fino all’eccesso di osare prostrarsi con la fronte a terra, senza che nessuno, del resto, trovasse ridicola la cosa.
Due cose sono certe. La prima cosa che si è smarrita nel più dei casi, negli ultimi tempi, è proprio l’educazione al Culto Divino. E all’Essenziale. A forza di annacquare l’ufficio sacro e lo stesso messaggio cristiano, si è annegato il senso del sacro, del divino, del Mistero nella liturgia. Tutto è stanchezza e sbadiglio, ogni cosa scontata. Si è sacrificato il “significato” alla “comunicazione”; il simbolo evocativo ed esoterico al gesto amicale e sdrammatizzante; l’insondabile al “comprensibile”. Insomma si è umanizzato tutto, come se il culto fosse diretto agli uomini e non ascendente verso Dio solo.
Il “comprensibile”. Ma la stessa maestà di Dio è solo in minima parte svelata e “comprensibile”: volendo “capire” tutto, non si capisce più niente, ed è così che si sminuisce e stempera all’orizzonte la divinità, il cui mistero, ci spiegava Agostino, mai per intero la nostra mente avrà tanta capienza per accoglierlo totalmente.
La stessa Messa del Sacrificio supremo è diventata la messa della parola, degli sproloqui “sociali”, quando non proprio socialisti, dal pulpito: prova ne sia il fatto che spesso, nella Messa riformata, le omelie durano anche 35 minuti, la consacrazione anche solo 2 minuti. Si è smarrito il senso delle cose importanti, non si conosce più cosa è al centro e cosa accanto o sotto; si sono rovesciate anzi le posizioni. Nella Messa antica, il centro era e resta il Sacrificio. L’omelia può esserci o no, e se c’è dura 5 minuti, e non va oltre le Scritture del giorno.
L’altra cosa chiara, è che occorre davvero ricominciare anche con gli ottantenni il catechismo da capo, dalla prima elementare, ma quello vero, duro, scandaloso, che spacca le pietre e gli uomini. Bisogna ricapitolare tutto, reinsegnare tutto, perché tutto è andato smarrito nella nostra memoria di cattolici romani. A volte crediamo che siano la Chiesa, la dottrina, il deposito della Fede ad essere mutati. E non ci accorgiamo invece che qualcuno ha fatto un foro nel nostro cranio da cui son colati via secoli di sapienza cristiana. E siamo noi che non riconosciamo più Cristo nel culto, che abbiamo dimenticato chi era, cosa ha detto veramente, cosa è la Messa. Con questo abbiamo scordato pure chi siamo e chi erano i nostri padri, e cosa per due millenni ha legato una generazione all’altra: la Pietà.
Nella Messa come Sacrificio restiamo legati alla memoria della preghiera di chi ci ha preceduti nella vita terrena, di coloro che per secoli hanno adorato Dio in quel solo modo; abbiamo perduto anche la memoria dei santi e dei martiri, che si sono santificati in essa e per essa si sono sacrificati. La comunione dei santi. Abbiamo smarrito l’idea di Messa come irruzione del Divino ora e subito sull’altare. Abbiamo scordato il Dio potente, eterno e quotidiano. Occorre ricatechizzare. Quando di nuovo qualcuno risulterà scandalizzato dal messaggio di frattura di Cristo, allora vorrà dire che il seme è stato un’altra volta gettato nella terra. Presto darà frutto. Riempendo di germogli intere distese aride come la morte del culto nel cuore dell’uomo.
 Che a dirla tutta, qua il problema non è manco più la liturgia antica e la liturgia nuova, perché ormai è un dato che la liturgia nuova, come corpo omogeneo, non esiste più. Semmai ci sono tantissime liturgie, a secondo della nazione, della regione, della sensibilità del vescovo, dell’ideologia del parroco, dall’ignoranza tirannica dei gruppi laicali sindacalizzati, a secondo dell’umore, del tempo, del telegiornale del giorno, dell’età dei presenti, a secondo di tutto meno che di Dio. E talora si ha l’impressione che, per liturgia “riformata”, molti intendano quel termine proprio nel senso di riforma luterana. Qui c’è la liturgia di sempre, quella gregoriana, contro il tutto e il nulla, contro l’arcipelago creativo semper reformandum est, dove la liturgia oltre ad essere sempre in fieri è anche l’ultimo pensiero del clero socialmente utile.
 LA GENTE NON DEVE CAPIRE, MA ADORARE
LA GENTE NON DEVE PARTECIPARE, MA ASSISTERE

Dopo una prima Messa gregoriana, un signore piuttosto informato, di sicuro tradizionalista, comizia a un gruppo di fedeli un po’ smarriti: spiega loro cose che dovrebbero essere normali da almeno 1.300 anni, ma che dalle facce inebetite dalla novità della scoperta dell’acqua calda, ti rendi conto non lo sono più. Questo rigoroso cattolico è preciso, spiega ineccepibilmente e con passione e mimica tutta meridionale l’evento Sacrificio della Messa. Soprattutto, si sofferma sulla figura del sacerdote rivolto di spalle, quale Alter Christus. “Il sacedote è rivolto di spalle ai fedeli, perché pone il cuore e l’attenzione ad Oriente, verso Dio. Ha quasi quasi il compito, quale mediator Dei, di introdurre, guidandolo, il popolo alle sue spalle verso la Divinità… Sia mai si pensasse che il sacerdote si deve rivolgere al popolo durante la messa come fosse il destinatario delle formule… come di fatto sembra avvenire nella messa nuova”. A quel punto interviene un suo interlocutore, con la barba e l’aria un po’ sofferta da insegnante ulivista, che non lo contraddice, ma introduce un concetto pericoloso, che nasce più dall’ignoranza che non da influenze protestanti. Dice: “Ma se vogliamo il prete e il popolo sono un tutt’uno, sono un unico popolo di Dio che condivide e concelebra il culto… c’è come un sacerdozio di tutto il popolo di Dio”. Lo dice inconsapevolmente, ed eccettuata la logica del sacerdozio d’ogni cattolico col battesimo (che nulla ha a che fare con la Messa del Sacrificio), introduce concetti che prima ancora d’essere protestanti e luterani, demoliscono e rendono inutile, uno spreco, la figura del sacerdote consacrato.
Due anziane signore: “La messa in latino [sic!] è bella, ma io non scambierei la messa in italiano con niente. La gente deve capire quello che si dice, e qui io non capisco. Io non ci ritornerò più a questa messa!”. Volevo domandare cosa veramente capiscono della formulazione italianissima della messa anni ’70. Se veramente capiscono quella asettica talora sospetta fraseologia che nasce non da secoli di sapienza cristiana, ma dalle nebbie delle menti di teologi luterani senza più speranza cristiana, e come dimostreranno di lì a poco con veri dubbi di fede.
La “gente deve capire”, dice. No, la gente non deve “capire” una mazza durante la Messa. La gente deve stare zitta e ferma. La gente non deve “partecipare” o addirittura “concelebrare”. La gente in chiesa non è “gente” ma fedeli! E questi fedeli devono solo ASSISTERE. E assistendo muti, devono solo adorare. E’ la ragione per cui, nella Messa antica, era consentito al fedele, nelle parti orali del rito che spettano solo all’Alter Christus, di recitare silenziosamente il rosario. Zitto, il fedele ASSISTE: anzitutto perché le formule di consacrazione che il sacerdote recita, “submissa voce”, sono scambiate solo fra il Mediator Dei, che solo si carica il peso del popolo fedele (ecco anche uno dei significati del manipolo) e Dio, anzi fra l’Alter Christus e Dio. Solo, il sacerdote solo, perché solo Gesù parla e istituisce l’eucarestia nell’ultima cena. Solo vive il terrore, la passione, la morte e la resurrezione. Solo, perché solo a ciascuno dei discepoli, singolarmente, concede dopo la sua morte che vince la morte, d’essere Alter Christus, davanti l’altare di ogni ultima mistica cena e di immolazione.
Capire”, mi si dice. Non si può capire, non si deve osare capire. Il cuore soltanto deve comprendere essendo in quei momenti rivolto a Dio, “coram Deo”. O comunque vi si deve partecipare (visto che insistete!) con tutti e cinque i sensi, non solo con il cervello. Chi assiste al Sacrificio Supremo non deve “capire”, deve anzi restare ammutolito e fermo, ASSISTERE inerte, sbigottito, col tumulto nel cuore. Deve credere e adorare. Si ASSISTE soltanto: perché neppure alle ore di passione di Cristo, alcuno “partecipò”; neanche davanti al Golgota in diretta, allora, nessuno del tutto capì; neppure trascorsi gli eventi ancora “capirono” e anzi la loro fede vacillò di più. Il terrore prese lo stesso posto della “comprensione”. Neppure Pietro capì di cosa sino ad allora si era parlato, cosa veramente Cristo aveva detto. Nessuno capì, popolo di peccatori, umanità decadente senza cognizione della propria redenzione.
E infatti, fu, quella, notte oscura di tradimenti, di silenzi assordanti, di solitudine, di sudore di sangue, di indifferenza, di fughe, di viltà, di rinnegamento, di peccato e di pentimento, di suicidi. Di impotenza e di oscurità. Di solitudine. Nessuno stette al suo posto, nessuno si fece avanti, nessuno capì davvero. Tommaso volle metterci anche dopo il dito, perché non aveva capito manco lui. Tutti, i discepoli in primis, e Giovanni e Maria e gli amici di Gesù, chi insomma gli era vicino, nessuno “partecipò”; ognuno invece “assistette”. Inerte, muto, impotente. ASSISTONO. Non “capiscono”, non completamente almeno.
Il Sacrificio stesso fu sì fatto da altri, dagli infedeli, ma paradossalmente sembrò (e così era) che Cristo stesso se ne incaricasse, e difatti egli stesso lo annuncia: quasi un consapevole auto-sacrificio. Sì, perché Egli accetta consapevolmente, va incontro da solo alla volontà del Padre sapendo qual è. Si carica da solo, sulla viva carne, il peso di una umanità ancora irredenta, del “popolo”, che fin lì non ha “capito”: ha visto e non ha “capito”. Come non potranno “capire” (mai!) veramente il Sacrificio della Messa. È lo stesso motivo della solitudine e del silenzio (submissa voce) del sacerdote sull’altare, dell’Alter Christus che sacrifica se stesso nell’eucarestia. E’ la ragione del Mediator Dei che nella messa di sempre da solo e silenziosamente, si rivolge al Padre, assumendosi da solo il peso del popolo di Dio, che non potrà aiutarlo in alcun modo. Assisteranno soltanto i fedeli, come i discepoli assistettero senza partecipare, alla passione. Col manipolo l’Alter Christus asciugherà il sudore di sangue della lacerante fatica della sequela di Cristo, d’essere Lui fino alla morte e alla morte di croce, sino alla resurrezione silenziosa e segreta, discreta come il Dio dei cristiani, il nostro silenzioso Dio. Tutto è Mistero. Tutto è Grazia.
Per tutte queste cose i fedeli non devono “capire” né “partecipare”. Avranno invece l’obbligo solo di assistere, stando in silenzio, coram Deo, adoranti, impotenti. Salvi! Ma occorre si affidino cuore e intelletto, tutti, al Mediator Dei, all’Alter Christus. Non tentino di “capire”: non capirebbero comunque. In ognuno di noi c’è sempre un po’ di Giuda il traditore, del Pietro rinnegatore che non aveva capito niente, del Tommaso che non crede se non vede anche se ha assistito al compiersi della profezia. In tutto questo la Messa di sempre è altamente istruttiva, profondamente spirituale, immensamente fedele allo svolgersi dei fatti nei dintorni del Golgota. Perché è principalmente Sacrificio. Qualità che la declamatoria e chiassosa, logorroica e “svelata” messa anni ’70 non ha più. E anzi, devia il fedele più che indirizzarlo rettamente.