lunedì 1 settembre 2014

siamo ancora cattolici?

Dalla “Carta del Coraggio” degli scout cattolici, 
al modo di insegnare il catechismo, 
sono tanti i motivi che rendono lecita questa domanda


di Rita Bettaglio
zzgsbssE’ un po’ che ci penso. Più vado a Messa e osservo le persone intorno a me e sull’altare. Più leggo la cosiddetta stampa cattolica, più si fa largo nella mia mente un enorme interrogativo: questa gente a cosa crede?
Le persone che frequentano la Chiesa, quelle che svolgono varie mansioni nelle parrocchie, coloro che si dichiarano (in assoluta buona fede, ritengo) cattoliche cosa conoscono della propria fede? In cosa credono veramente? Tra queste persone, absit iniuria verbis, mi corre l’obbligo di inserire anche non pochi sacerdoti, perché le omelie che pronunciano non dipingono certo un quadro di chiarezza dottrinale.
La mia, non se ne voglia nessuno, non è una domanda oziosa o scaturita da un malcelato orgoglio spirituale. Non ritengo infatti di essere un campione della fede, ma un po’ di catechismo l’ho pur studiato e non riesco più a ritrovarlo nelle parole di numerosi pastori e di moltissimi laici come me. La tristissima (ma pur utile per scoprire finalmente il segreto di Pulcinella) vicenda della Carta del Coraggio, documento frutto del recente incontro nazionale di 30mila scout dell’Agesci a San Rossore, è emblematica. Che questi ragazzi tra i 14 e i 17 anni, che sono i futuri educatori delle prossime generazioni di scout cattolici (e sottolineo cattolici) considerino famiglia” “qualunque nucleo di rapporti basati sull’amore e sul rispetto” non è un caso, non è un errore, una svista isolata: temo che leggendo quel documento non facciamo altro che avere il polso non di una, ma di molte associazioni d’ispirazione cattolica.
Cosa sanno della propria fede i molti (o pochi, secondo i punti di vista) che la domenica si mettono in fila per ricevere, rigorosamente sulla mano (che poco prima ne ha toccato almeno una decina di altre) la Comunione? Sanno e, se sanno, credono veramente che sia il Corpo di Cristo? Io non ricordo a memoria di aver sentito un sacerdote ricordare nell’omelia, anche per inciso, che la Comunione si può ricevere solo se si è in grazia di Dio e in alternativa, in attesa di una buona confessione, si può fare la Comunione spirituale.
Ma voi ne avete amici e conoscenti impegnati in parrocchia? Parlate mai con loro delle verità di fede? O li sentite mai parlarne? Qualcuno, parroco in testa, parla mai di vita eterna, di salvezza che viene solo da Dio Padre e dai meriti di Gesù Cristo, nostro Salvatore?
Se è vero, e noi cattolici lo crediamo fermamente, che solo in Cristo e nella Chiesa c’è salvezza, come possiamo lasciare beatamente i nostri fratelli nell’errore? Ci crediamo veramente? O meglio, i cattolici di oggi sanno cosa dicono di credere proclamandosi cattolici? Sanno che qualunque cosa capiti nella vita è destinata a passare, che la giustizia sociale non è ciò che Nostro Signore è venuto a portare sulla terra? Che la pace di Cristo non è quella del mondo e quest’ultima è auspicabile, sì, ma non è il valore assoluto? Che la felicità cui aspiriamo non è di questa terra, non è psicologica né materiale, ma è la beatitudine nel Regno dei Cieli, quella beatitudine verso cui saranno rapiti coloro che in questo mondo hanno saputo completare nel loro corpo ciò che manca alle sofferenze di Cristo? Che ci passeranno davanti i bambini down che per Dawkins è immorale far nascere?
Mio figlio, come tutti gli altri, ha frequentato il catechismo per 7 anni, dalla seconda elementare alla seconda media. Ha colorato decine di fotocopie, raccolto offerte per numerose iniziative benefiche, ma non gli sono state insegnate le verità di fede: niente preghiere, virtù teologali e cardinali, atti di fede, speranza e carità, opere di misericordia corporale e spirituale. Niente di tutto questo o molto poco e lasciato alla buona volontà di qualche catechista giurassica che ancora ritiene degni di fede gli articoli del Catechismo di San Pio X. Ad una riunione di catechiste, cui qualche anno fa ho partecipato per caso, ho appreso che alcune di loro erano convinte che tale catechismo fosse stato abolito e  vietatissimo utilizzarlo in quanto contenente errori.
Non parliamo, poi, dei novissimi. Alzi la mano chi è nato dopo il ’60 e a catechismo ha imparato cosa siano i novissimi. Alzi la mano chi ne ha sentito parlare in parrocchia. Alzi anche i piedi chi ha sentito il proprio parroco ricordare che a vivere in certi modi si finisce all’inferno.
E allora come la mettiamo? Qui ognuno ha la propria, grande o piccola, fetta di responsabilità. Ognuno ha l’obbligo di trafficare i talenti avuto in uso. E trafficarli per salvare anime, non per creare il paradiso in terra. Di questi tentativi il mondo ne ha avuto già abbastanza.
Dobbiamo conoscere la nostra fede e trasmetterla, perché non è nostra: “noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi” (2 Cor 4,7). Ma il tesoro l’abbiamo. Piaccia o no.
“Non facciamo il nostro apostolato. Se fosse nostro, che cosa potremmo dire? Facciamo l’apostolato di Cristo; come Dio lo vuole e come ce l’ha comandato: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo” (Mc 16, 15). “Gli errori sono nostri; i frutti del Signore” (San Josemaría Escrivá, Amici di Dio, n. 267).

sabato 30 agosto 2014

IO MORIRÒ IN UN LETTO

PREPARATEVI, IO MORIRÒ IN UN LETTO, IL MIO SUCCESSORE IN PRIGIONE E IL SUO SUCCESSORE SARÀ MARTIRIZZATO




Il cardinale e arcivescovo di Chicago, Francis George, malato da tempo, visto il peggiorare delle sua condizione ha chiesto lo scorso aprile al Vaticano di iniziare il processo per individuare il suo successore. Quello che qui riportiamo è un estratto di un articolo pubblicato sul suo spazio internet nel novembre del 2012.

[...] «L’eternità entra nella storia umana spesso in modi incomprensibili. Dio fa promesse ma non dà scadenze temporali. I pellegrini che visitano il Santuario di Fatima entrano in una enorme piazza, con il punto delle apparizioni segnato da una piccola cappella su un lato, una grande chiesa a un’estremità, una cappella per l’adorazione altrettanto grande all’altra estremità, un centro per visitatori e per le confessioni. Appena fuori lo spazio principale è stata ricostruita una sezione del muro di Berlino, una testimonianza tangibile di ciò di cui Maria aveva parlato quasi un secolo fa. Il comunismo in Russia e nelle nazioni satellite è crollato, benché molti dei suoi effetti di peccato siano ancora tra di noi.

Il comunismo impose un modello di vota totalizzante basato su un assunto: Dio non esiste. Il secolarismo è il suo compagno e sodale più presentabile. Per ironia della storia, alcune settimane fa alle Nazioni Unite la Russia si è unita alla maggioranza dei Paesi per opporsi agli Stati Uniti e all’Europa occidentale che volevano dichiarare l’uccisione di un bambino non nato un diritto universale. Chi si trova sul lato sbagliato della storia in questo momento?

La presente campagna elettorale ha portato in superficie un sentimento anti-religioso, in buona parte esplicitamente anti-cattolico, cresciuto in questo Paese per decenni. La secolarizzazione della nostra cultura è una questione che supera di gran lunga quelle politiche o l’esito di queste elezioni, per quanto siano importanti.

Parlando alcuni anni fa a un gruppo di sacerdoti, totalmente al di fuori dell’attuale dibattito politico, stavo cercando di esprimere in modo plateale ciò che una completa secolarizzazione della nostra società potrebbe comportare un giorno. Stavo rispondendo a una domanda, non ho mai messo nulla per iscritto, ma le parole furono catturate dallo smart-phone di qualcuno e sono diventate virali, da wikipedia e altrove. Dissi – ed è stato riportato correttamente – che io mi aspettavo di morire in un letto, ma che il mio successore sarebbe morto in prigione e il suo successore sarebbe morto martire in una piazza pubblica. E’ stata omessa però la frase finale, sul vescovo successore di un possibile vescovo martirizzato: “Il suo successore raccoglierà i resti di una società in rovina e lentamente aiuterà a ricostruire la civiltà, come la Chiesa ha fatto tante volte lungo la storia”.

[…] Dio sostiene il mondo, nei buoni e cattivi tempi. I cattolici, assieme a molti altri, credono che solo una persona ha superato e riscattato la storia: Gesù Cristo, figlio di Dio, salvatore del mondo e capo del suo corpo, la Chiesa.  Coloro che si raccolgono ai piedi della sua croce e della sua tomba vuota, non importa la loro nazionalità, sono sul lato giusto della storia. Quelli che mentono su di lui e minacciano e perseguitano i suoi seguaci, in qualsiasi epoca, possono illudersi di portare qualcosa di nuovo, ma finiscono solo per portare variazioni su una vecchia storia, quella del peccato e dell’oppressione umana. Non c’è nulla di “progresso” nel peccato, anche quando viene promosso come qualcosa di “illuminato”».[...]  

venerdì 29 agosto 2014

SAN GIOVANNI BATTISTA

LITANIE DI SAN GIOVANNI BATTISTA



Signore, pietà. Signore pietà
Cristo, pietà. Cristo pietà
Signore, pietà. Signore pietà

Cristo, ascoltaci. Cristo, ascoltaci
Cristo, esaudiscici. Cristo, esaudiscici

Padre celeste, Dio, Abbi pietà di noi.
Figlio, Redentore del mondo, Dio, Abbi pietà di noi.
Spirito Santo, Dio, Abbi pietà di noi.
Santissima Trinità, unico Dio, Abbi pietà di noi.

S. Giovanni Battista, precursore del Signore, prega per noi.
S. Giovanni, inclito nel tuo stesso nome, prega per noi.
S. Giovanni fin dal seno materno ricco di grazia, prega per noi
S. Giovanni nunzio di gaudio per i popoli, prega per noi
S. Giovanni nato tra prodigi di grazia, prega per noi
S. Giovanni benedetto dalla Madre di Dio, prega per noi
S. Giovanni cresciuto mirabilmente nel deserto, prega per noi
S. Giovanni voce che prepara le vie del Signore, prega per noi
S. Giovanni instancabile predicatore della conversione, prega per noi
S. Giovanni istitutore del battesimo di penitenza, prega per noi
S. Giovanni testimone della SS. ma Trinità, prega per noi
S. Giovanni che additi alle folle l'Agnello di Dio, prega per noi
S. Giovanni che rendi testimonianza alla Luce che è Cristo, prega per noi
S. Giovanni che battezzi Gesù nel Giordano, prega per noi
S. Giovanni che doni a Gesù i tuoi discepoli, prega per noi
S. Giovanni amico dello Sposo celeste, prega per noi
S. Giovanni specchio della penitenza, prega per noi
S. Giovanni prodigio di umiltà, prega per noi
S. Giovanni amante della povertà, prega per noi
S. Giovanni giglio di perfetta castità, prega per noi
S. Giovanni vindice della divina legge, prega per noi
S. Giovanni lucerna ardente e luminosa, prega per noi
S. Giovanni il più grande dei nati di donna, prega per noi
S. Giovanni il più eccelso dei profeti, prega per noi
S. Giovanni splendore dei martiri, prega per noi
S. Giovanni esemplare dei monaci, prega per noi
S. Giovanni sostegno dei confessori, prega per noi
S. Giovanni maestro degli evangelizzatori, prega per noi
S. Giovanni modello delle anime consacrate, prega per noi
S. Giovanni sollievo degli afflitti e dei carcerati, prega per noi
S. Giovanni luce per chi soffre le tenebre dell'anima, prega per noi
S. Giovanni fiducia per chi ti invoca, prega per noi
S. Giovanni flagello dei demoni, prega per noi
S. Giovanni conforto per chi muore, prega per noi
S. Giovanni tutela per tutta la Chiesa, prega per noi

Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, perdonaci, o Signore.
Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, ascoltaci, o Signore.
Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.

Prega per noi San Giovanni Battista 
Affinché siam fatti degni delle promesse di Cristo

Orazione       O Dio onnipotente, concedi alla tua famiglia di camminare sulla via della salvezza sotto la guida di san Giovanni il precursore, per andare con serena fiducia incontro al Messia da lui predetto, Gesù Cristo nostro Signore. Egli è Dio 

O Dio, che a Cristo tuo Figlio hai dato come precursore, nella nascita e nella morte, san Giovanni Battista, concedi anche a noi di impegnarci generosamente nella testimonianza del tuo Vangelo, come egli immolò la sua vita per la verità e la giustizia. Per il nostro Signore...

Deus, qui beátum Ioánnem Baptístam et nascéntis et moriéntis Fílii tui Præcursórem esse voluísti, concéde, ut, sicut ille veritátis et iustítiæ martyr occúbuit, ita et nos pro tuæ confessióne doctrínæ strénue certémus. Per Dóminum.

L'augusta festa del tuo santo Precursore e Martire Giovanni Battista, Signore, ci porti il frutto d'un aiuto salutare: Tu che sei Dio, e vivi e regni 

«Il più grande fra i nati di donna », secondo l’elogio di Gesù. morì vittima per la fede nei valori di conversione messianica che aveva predicato. Il racconto del suo martirio per decapitazione, avvenuto nella fortezza di Macheronte sul Mar Morto, dove il vizioso Erode si era ritirato in vacanza, Gesù lo ascoltò dalla viva voce dei discepoli del Battista (tra i quali Giovanni l’evangelista e Andrea) (Mc 6,17-29). La data di oggi ricorda forse la dedicazione dell’antica basilica in onore del Precursore dei Messia eretta a Sebaste, in Samaria.

giovedì 28 agosto 2014

oltre il possibile

Cristo velato, due mani andarono oltre il possibile




La scultura, realizzata nel 1753, è considerata uno dei maggiori capolavori scultorei di ogni tempo. Posto al centro della navata della Cappella Sansevero a Napoli, il Cristo velato è una delle opere più note e suggestive al mondo. Nelle intenzioni del committente, la statua doveva essere eseguita da Antonio Corradini, che per il principe aveva già scolpito la Pudicizia. Tuttavia, Corradini morì nel 1752 e fece in tempo a terminare solo un bozzetto in terracotta del Cristo, oggi conservato a Napoli al Museo di San Martino. Fu così che Raimondo di Sangro incaricò un giovane artista napoletano, Giuseppe Sanmartino, di realizzare “una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua”.
La vena gonfia e ancora palpitante sulla fronte, le trafitture dei chiodi sui piedi e sulle mani sottili, il costato scavato e rilassato finalmente nella morte liberatrice sono il segno di una ricerca intensa che non dà spazio a preziosismi o a canoni di scuola, anche quando lo scultore “ricama” minuziosamente i bordi del sudario o si sofferma sugli strumenti della Passione posti ai piedi del Cristo. L’arte di Sanmartino si risolve qui in un’evocazione drammatica, che fa della sofferenza del Cristo il simbolo del destino e del riscatto dell’intera umanità.


mentre Sagunto brucia a Roma si discute

In Iraq si muore, a Roma si fa accademiae si gioca a calcio
di Riccardo Cascioli
Lunedì ci sarà la partita di calcio INTERRELIGIOSA "per la pace" voluta da Francesco a Roma: per l'occasione a inizio serata verrà cantata “Imagine”, la canzone pacifista scritta da John Lennon che "immaginava" un mondo "migliore" SENZA RELIGIONE (!!!), mentre Nek si esibirà con “Hey Dio”...i calciatori incontreranno Bergoglio lunedì pomeriggio, prima della partita  ...



In Iraq si muore, a Roma (e non solo) si fa accademia. È un po’ questa l’impressione che si ricava mettendo a confronto i drammatici appelli che quotidianamente arrivano dai vescovi del Medio Oriente e le incredibili divagazioni sul tema che leggiamo sulla stampa nostrana, spesso ad opera di uomini di Chiesa.

Da Erbil, la città curda dove trovano riparo la maggior parte dei cristiani scacciati da Mosul e dalla piana di Ninive, si sono fatti sentire ieri, ad esempio, i patriarchi orientali cattolici e ortodossi andati lì per portare la propria solidarietà ai cristiani. «Noi lanciamo un grido d'allarme - ha spiegato il Patriarca Youssef II Younane, dei siro-cattolici - Non c'è nemmeno un secondo da perdere. È in gioco  la nostra sopravvivenza in Mesopotamia. Le nazioni libere che aderiscono alla Carta dei diritti dell'uomo devono avere il coraggio di essere fedeli ai loro principi. Noi chiediamo un intervento internazionale in nostra difesa, e non certo per conquistare alcunché. Noi abbiamo il diritto di difenderci e noi chiediamo di essere difesi. La comunità internazionale lo ha ben fatto in precedenza in Kosovo, malgrado l'opposizione, all'epoca, della Russia. Per questo noi domandiamo, assieme a Papa Francesco, di fare in modo che vengano rispettati i nostri diritti per un intervento militare di natura difensiva, per fronteggiare i gruppi jihadisti che ci minacciano». 

«Noi pensiamo – ha inoltre detto il patriarca maronita Bechira Rai - che lasciare campo libero agli jihadisti dello Stato islamico sarebbe davvero vergognoso per l'Occidente. Che un gruppo di terroristi di ispirazione diabolica sia lasciato libero di agire è uno scandalo senza precedenti. Noi chiediamo alla comunità internazionale di assumersi le proprie responsabilità. È inammissibile che un gruppo di questa natura opprima in questo modo dei popoli, e che la comunità internazionale non prenda la difesa di un gruppo incapace di difendersi da solo».

Parole chiare, analoghe nei contenuti e nel tono, a quelle sentite in queste settimane dai diversi vescovi iracheni: è richiesto un intervento urgente; e armato, perché i terroristi dell’ISIS non si fermano a belle parole.  

A Roma invece si continua a discutere sul significato da attribuire alle parole del Papa sul «fermare gli aggressori», e come quindi si può fermarli senza usare le armi, non sia mai che vogliamo le Crociate o solo contrapporre la forza alla forza.

Il Papa fa bene a ricordare i criteri fondamentali che guidano anche un intervento militare difensivo, è la dottrina della Chiesa da sempre, e non sta a lui indicare soluzioni politiche o militari. Ma i laici e coloro che sono chiamati a prendere decisioni o a suggerirle, devono dare contenuti seri a questi criteri, non possono fare omelie sulle parole del Papa riservando al contempo la loro aggressività nei confronti di tutti coloro che chiamano i terroristi con il loro nome e che invocano un intervento serio.

Chi sta facendo la guerra ad Antonio Socci – reo di aver criticato la tiepidezza del Papa – dovrebbe avere il coraggio di andare fino in fondo e criticare tutti i vescovi iracheni e i patriarchi orientali che chiedono di intervenire urgentemente, e possibilmente non a chiacchiere. Socci sarà pure criticabile, ma non è lui che sta sgozzando ostaggi e dando la caccia a cristiani e yazidi. E non siamo noi - che insistiamo nel denunciare la minaccia islamista - quelli che hanno dichiarato guerra agli infedeli, la Terza guerra mondiale tanto per citare il Papa. Chissà se poeti, intellettuali e preti che gridano dappertutto che non c’è bisogno di Crociate sarebbero così compassati e meditabondi sulle parole del Papa se ad essere stuprate e usate come bottino di guerra fossero le loro figlie e mogli e se ad essere sgozzati in nome di Allah fossero i loro figli.

Noi non vogliamo dichiarare guerra a tutti i musulmani, ci mancherebbe altro. O affermare che tutti i musulmani sono potenziali terroristi. Al contrario, vogliamo valorizzare tutto quello che di positivo si muove nel mondo islamico. Ma allo stesso tempo non si può chiudere gli occhi davanti a quel che sta accadendo e, in ogni caso, prima ancora di discettare sui princìpi dell’islam, occorre «fermare l’aggressore». E bisogna essere concreti: se non si vuole fare una guerra, in quale altro modo si possono fermare questi barbari?

Non si può giocare con le parole, come fa ad esempio, il segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, monsignor Mario Toso. In una intervista a Radio Vaticana, commentando le parole del Papa, ha detto ieri che si deve rinunciare «definitivamente all’idea di ricercare la giustizia mediante il ricorso alla guerra». Bene, e allora cosa facciamo davanti all’Isis? «Occorre - dice Toso - imboccare vie alternative: va cioè coltivata la multilateralità come via che offre maggiori garanzie di giustizia, anche nel caso che si debba attuare il principio di responsabilità di proteggere etnie e gruppi che sono minacciati di morte, come sta avvenendo in Iraq, da gruppi terroristici». E cosa vuol dire? La multilateralità non è una risposta al «cosa facciamo», al massimo è un metodo. E il resto sembrano frasi fatte, senza un senso vero, tanto per dare l’idea di dire qualcosa di profondo.

Ma cominciamo a vedere seriamente quali sono le alternative: i paesi occidentali, tutti d’accordo, si stanno muovendo per armare i curdi e dare loro la possibilità di difendersi. Va bene questo per i nostri amici che non vogliono Crociate? Non suona un po’ ipocrita e vagamente vigliacca come soluzione? Noi non vogliamo la guerra, ma vi diamo le armi per farla. Così abbiamo un doppio guadagno: non ci rimettiamo vite umane e ci facciamo i soldi con la vendita delle armi. Dare la possibilità a chi è attaccato di difendersi è giusto, ma fatta in questo modo non suona certo come un impegno. E senza considerare che anche questa via ha le sue controindicazioni: si incrementa la proliferazione di armi, anche pesanti, che in giro per Medio Oriente e Africa sono già troppe, e si aprono futuri contenziosi visto che i curdi ora si aspettano come ricompensa la creazione e il riconoscimento del loro stato, il Kurdistan.

La scorsa settimana, il nunzio apostolico all’Onu di Ginevra, monsignor Silvano Tomasi, aveva anche suggerito di bloccare il flusso di fondi e armi verso i miliziani dell’Isis. Più che giusto, ma anche questa non è una strada facile, immediata e risolutiva: ormai gli jihadisti hanno trovato il modo di autofinanziarsi – i rapimenti di occidentali servono a questo – e comunque c’è una pressione forte da fare sui paesi – Arabia Saudita, Qatar, Kuwait – da cui passano gran parte dei rifornimenti per l’Isis. E nessuno in questo momento sembra neanche pensare a questa strada, non ultimo perché anche in Europa siamo dipendenti dagli investimenti di questi paesi.

Dunque, quali sarebbero le altre alternative immediate a un intervento militare? Sicuramente ce ne saranno anche se in questo momento non ci vengono in mente, ma invece di meditare profondamente sulle parole del Papa, le si prenda sul serio e si formulino ipotesi concrete. Ad esempio, si prendano per la collottola i nostri governanti, molto più interessati a discutere del patetico topless di una ministra ultracinquantenne che non ad affrontare la minaccia jihadista che arriva da noi anche in barca (e li andiamo pure a prendere).

Soprattutto si risponda a questa domanda: e se le Nazioni Unite non avessero alcuna intenzione di muoversi, come peraltro appare evidente al momento (quante riunioni d’urgenza del Consiglio di sicurezza sono state convocate per discutere del Califfato?), che cosa si fa? Ce la sentiamo di abbandonare i fratelli cristiani iracheni - e mediorientali in genere - al loro destino, consolandoci con il fatto che tanto la persecuzione è nel nostro Dna?

martedì 26 agosto 2014

disonestà intellettuale

DIVORZIATI "RISPOSATI", 

GLI STUDIOSI RIMBECCANO KASPER




A seguito dell’apertura - sedicente pastorale - verso i divorziati “risposati” proposta dal cardinale Walter Kasper al concistoro del 20 febbraio 2014 in preparazione al sinodo sulla famiglia che deve tenersi il prossimo ottobre, molte riviste accademiche hanno pubblicato studi che sostengono la dottrina della Chiesa e rigettano gli argomenti del cardinal Kasper.
Nella rivista Die Neue Ordnung (n°3/2014, pp. 180-191) il cardinal Walter Brandmueller, ex presidente del Comitato pontificale delle scienze storiche, evoca il conflitto che oppose, nel IX secolo, il papa Niccolò I ed il re di Lotaringia Lotario II.
Lotario, inizialmente unito, senza essere sposato, a Valdrada, sposò poi per ragioni d’interesse politico Teoberga. In seguito si separò da costei per risposarsi con la sua precedente concubina; volle ad ogni costo che il papa riconoscesse la validità di questo secondo matrimonio. Ma, benché Lotario beneficiasse dell’appoggio dei vescovi della sua regione e del sostegno dell’imperatore Lodovico II, che arrivò ad entrare in Roma colla sua armata, il papa Niccolò I (oggi venerato come santo) non si sottomise alle sue pretese e non riconobbe mai come legittimo il secondo "matrimonio" di Lotario.
Al termine di questo richiamo storico, il cardinal Brandmueller ricava una lezione per la Chiesa di oggi. Ecco la sua conclusione, che riprendiamo dal sito del vaticanista Sandro Magister:
E' necessario – come già osservato – che la Chiesa possa essere certa dell’aiuto costante dello Spirito Santo, che è il suo principio vitale più intimo, il quale garantisce ed opera la sua identità nonostante tutti i cambiamenti storici.
Così, dunque, lo sviluppo effettivo del dogma, del sacramento e della gerarchia del diritto divino non sono prodotti casuali della storia, ma sono guidati e resi possibili dallo Spirito di Dio. Per questo tale sviluppo è irreversibile e aperto solo in direzione di una comprensione più completa. La tradizione in tal senso ha pertanto carattere normativo.
Nel caso esaminato, ciò significa che dal dogma dell’unità, della sacramentalità e dell’indissolubilità, radicati nel matrimonio tra due battezzati, non c’è una strada che porti indietro, se non quella – inevitabile e per questo da rigettare – del ritenerli un errore dal quale emendarsi.
Il modo di agire di Niccolò I nella disputa sul nuovo matrimonio di Lotario II, tanto consapevole dei principi quanto inflessibile ed impavido, costituisce una tappa importante sul cammino per l’affermazione dell’insegnamento sul matrimonio nell’ambito culturale germanico.
Il fatto che il papa, come anche suoi diversi successori in occasioni analoghe, si sia dimostrato avvocato della dignità della persona e della libertà dei deboli – per la maggior parte erano donne – ha fatto meritare a Niccolò I il rispetto della storiografia, la corona della santità ed il titolo di "Magnus".
In un contributo datato 9 giugno 2014, sette teologi e canonisti, originari di quattro paesi europei, si sono espressi in favore dell’indissolubilità del matrimonio senza eccezioni, nemmeno attraverso il ricorso al concetto abusato di “misericordia”, e quindi contro l’accesso dei divorziati risposati alla comunione (qui il documento).
La rivista francese Catholica pubblica uno studio del padre Laurent Jestin, intitolato "Kasperiana", che si apre in questi termini:
Blaise Pascal a suo tempo s’era opposto ai casuisti accusandoli di compiacenza: “È così che i nostri Padri liberano gli uomini del penoso dovere di amare veramente Dio (…) voi vedrete che (per loro) questa dispensa dal fastidioso dovere di amare Dio è il privilegio della legge evangelica sulla legge giudaica.” (Lettere provinciali, X). Il cardinal Walter Kasper ha un bel difendersi e volersi porre su un modesto piano pastorale: la conferenza pronunciata davanti il concistoro straordinario dei cardinali il 20 e 21 febbraio 2014, su richiesta di papa Francesco, rinvia a questa indignazione dell’autore delle Provinciali, aggravata dall’impressione di una certa disonestà intellettuale.
Circa questa disonestà intellettuale p. Jestin mostra che il card. Kasper non agisce diversamente dalla maggior parte dei membri della commissione teologica che, nel 1966, consigliò a Paolo VI di rinunciare alla dottrina della chiesa sulla contraccezione. Il papa non seguì questi teologi e pubblicò l’enciclica Humanae vitae il 25 luglio 1968.
Nella rivista svizzera Nova et vetera del mese di agosto si trova una "valutazione teologica" delle "recenti proposte per l’accompagnamento pastorale delle persone divorziate e risposate" da parte di otto teologi americani, fra cui sette domenicani. Gli autori vi affermano che le questioni sollevate dal cardinal Kasper sono già state disciplinate all’epoca della controversia con la Riforma, nel XVI secolo:
La Riforma contestava direttamente gl’insegnamenti della Chiesa sul matrimonio e l’umana sessualità, con degli argomenti molto simili a quelli d’oggi. Si diceva che il celibato del clero era troppo difficile, un troppo grave peso da portare per la natura umana, anche se con la grazia. Era negata la natura sacramentale del matrimonio cristiano, come lo era la sua indissolubilità. In Germania fu introdotto il divorzio civile con il pretesto che non ci si poteva aspettare dallo Stato che privilegiasse incoraggiasse e difendesse il matrimonio per tutta la vita. Insomma la Riforma ha radicalmente ridefinito il matrimonio.
Il Concilio di Trento ha risposto a questa crisi in quattro modi. Innanzitutto, il Concilio ha definito dogmaticamente l’insegnamento tradizionale sul carattere sacramentale ed indissolubile del matrimonio cristiano, identificando esplicitamente il risposarsi con l’adulterio. In secondo luogo, ha resa obbligatoria la forma pubblica ed ecclesiale del matrimonio, correggendo l’abuso dei matrimoni privati e clandestini (in simili casi, uno degli sposi abbandonava talvolta il suo matrimonio basato unicamente sulla propria decisione privata e soggettiva ed in seguito si risposava pubblicamente: il Concilio ha vietato quest’approccio soggettivo e privatizzato). Quindi, il Concilio di Treno ha definito come dogma la giurisdizione della Chiesa sui casi di matrimonio, esigendo per preservare l’integrità dei sacramenti che essi fossero giudicati sulla base di modelli oggettivi nei tribunali ecclesiastici. Infine, ha insegnato esplicitamente che gli adulteri perdono la grazia giustificante: gli adulteri e tutti gli altri che commettono peccati mortali, benché non perdano la fede, perdono la grazia giustificante e sono esclusi dal Regno di Dio, a meno che non si pentano ed abbandonino e detestino il loro peccato, e facciano la confessione sacramentale (in un altro luogo, il Concilio tridentino decretò ch’essi non potevano ricevere la santa comunione fintanto che non facessero questo).
Non è proprio possibile ammettere alla santa comunione coloro che perseverano nell’adulterio ed affermare allo stesso tempo queste dottrine conciliari. Le definizioni tridentine di adulterio, giustificazione (che implica la carità oltre che la fede), o del senso e significato dell’eucaristia, ne risulterebbero mutate. La Chiesa non può trattare il matrimonio come una questione privata, né come una questione appannaggio dello Stato, né come qualcosa che si decida a partire dalla coscienza individuale.

Fonte: DICI n°299 du 01/08/14 [traduzione a cura di Franciscus Pentagrammuli]

post fluxae carnis scandala



Lauda mater ecclesia

Francisco Guerrero (Sevilla, 1528-1599)

Maria Maddalena (di Màgdala : piccola cittadina sulla sponda occidentale del Lago di Tiberiade) è conosciuta grazie a diversi passi dei Vangeli, fra i quali: «In seguito egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demòni » (Lc 8,1-2);

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala (Gv 19,25);

Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni. Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere (Mc 16, 9-11);

I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa. Maria (di Màgdala) invece stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto”. Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbunì!”, che significa: Maestro! Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore” e anche ciò che le aveva detto (Gv 20, 11-18)

lunedì 25 agosto 2014

ma la Messa è valida?

I CINQUE PRECETTI GENERALI DELLA CHIESA

IL PRIMO PRECETTO



Parte quarta

Nell'articolo precedente, occupandoci di determinare le condizioni per una partecipazione piena, attiva e consapevole alla santa Messa, abbiamo aperto un delicato e importante capitolo, quello della "fruttuosità" dei sacramenti. Prima di concludere la trattazione del primo precetto generale della Chiesa, anche in vista di alcune cose che dovremo dire sul secondo, è bene precisare ulteriormente questo concetto, distinguendolo, secondo la sana dottrina cattolica, da altri due aspetti parimenti importanti che riguardano la celebrazione e la partecipazione alla santa Messa e ad ogni altro sacramento: la validità e la liceità.

Il Concilio di Trento ha definito in forma definitiva e dogmatica le condizioni per cui la celebrazione di ogni sacramento è valida, facendo propria la dottrina agostiniana della validità (ed efficacia) del sacramento "ex opere operato", cioè per il fatto stesso che un sacramento venga regolarmente celebrato dal ministro competente che abbia l'intenzione di fare "ciò che fa la Chiesa" e con la materia adeguata. Facciamo subito due esempi per capire. Perché una Messa sia valida, occorre che sia celebrata da un sacerdote regolarmente ordinato, che abbia l'intenzione di celebrare veramente (non per scherzo!) secondo il rito della Chiesa cattolica e che usi, come materia, pane azzimo di frumento e vino di pura vite. Similmente si insegnava, almeno prima della riforma liturgica, che, dalla parte del fedele, la partecipazione obbligatoria alla santa Messa si potesse considerare adempiuta se si arrivava al più tardi prima che avesse inizio la liturgia offertoriale. Si capisce che la santità personale del sacerdote, le circostanze soggettive, il modo con cui celebra (fervoroso o distratto, solenne o sciatto) sono del tutto ininfluenti sulla validità della santa Messa (in particolare della consacrazione). Similmente perché una confessione sia valida, deve essere ascoltata da un sacerdote che ne abbia ricevuto facoltà dal vescovo e che pronunci correttamente la formula di assoluzione dopo aver verificato, per quanto può, la possibilità di assolvere il penitente. Così, dalla parte del penitente, perché la confessione sia valida è richiesta la confessione per specie, numero e circostanze dei peccati mortali e quella forma di pentimento, almeno minimale, che è chiamata tecnicamente "attrizione". Se il confessore è un grande peccatore, se i suoi consigli sono inopportuni, se la penitenza che impone è inadeguata, se è scorbutico o insofferente, tutto ciò non influisce minimamente sulla validità del sacramento.

Ad un livello ulteriore, tuttavia, si pongono le condizioni per cui un sacramento è lecitamente amministrato o ricevuto.Ebbene, riprendendo gli esempi precedenti, se un sacerdote celebra Messa in stato di peccato mortale, commette gravissimo peccato (anche se la Messa, comunque, resta valida); se celebra in maniera frettolosa o sciatta, se non fa le genuflessioni o riverenze, commette svariati peccati durante la Messa, ma sempre senza intaccarne la validità. Se un fedele chiacchiera o si distrae durante la Messa, arriva tardi per negligenza e senza una giusta causa, commette peccati, ma non compromette la validità della sua partecipazione. E così via.

La fruttuosità, infine, condiziona il grado di efficacia reale e contingente che i sacramenti esercitano su chi li celebra e su chi li riceve. Un sacramento celebrato senza un minimo di devozione e raccoglimento, frettolosamente e sciattamente, dà ben poca gloria a Dio anzi contribuisce non poco a offenderlo e (secondo il nostro modo di parlare) a indisporlo; conseguentemente, salva la validità e la liceità del sacramento, i frutti che arrecherà in chi lo celebra in questo modo o in chi vi si accosta con queste pessime disposizioni saranno alquanto scarsi. In questo senso, se, da un punto di vista della validità, non c’è nessuna differenza tra la santa Messa celebrata da san Pietro o da Giuda, senz’altro il primo la celebra anche lecitamente, mentre il secondo commette peccato mortale. Se, da un punto di vista della validità e della liceità, la santa Messa celebrata da un santo sacerdote è identica a quella celebrata da un sacerdote tiepido o mediocre, assai diversi però sono i frutti che essa produce. Sentiamolo dalle parole del grande dottore san Tommaso d’Aquino: “Nella Messa si devono considerare due cose: il sacramento stesso, che è la cosa principale e le preghiere che nella Messa vengono fatte per i vivi e per i morti. Ora, quanto al sacramento, la Messa di un sacerdote cattivo non vale meno di quella di uno buono, perché nell’uno e nell’altro caso viene consacrato il medesimo sacramento. Le preghiere invece che vengono fatte, possono essere considerate sotto due aspetti. Primo, in quanto hanno efficacia dalla devozione del sacerdote che prega; e allora non c’è dubbio che la Messa di un sacerdote migliore è più fruttuosa. Secondo, in quanto le preghiere vengono proferite dal sacerdote nella Messa a nome di tutta la Chiesa, della quale il sacerdote è ministro. E questo ministero rimane anche nei peccatori [...]. Tuttavia non sono fruttuose le sue preghiere private, perché secondo le parole dei Proverbi (28,9): Chi volge altrove l’orecchio per non ascoltare la legge, anche la sua preghiera è in abominio” (S. Th. II-II, q. 82, art. 6).


Prima di concludere, qualche breve nota sull’obbligatorietà del precetto domenicale e festivo. Il nuovo Codice di Diritto Canonico afferma che si è giustificati dalla mancata partecipazione alla santa Messa “solo se, per la mancanza del ministro sacro o per altra grave causa diventa impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica”, fermo restando che, in questo caso, bisogna rimediare attendendo “per un congruo tempo alla preghiera, personalmente o in famiglia” (CIC, can. 1248). Si parla di “grave causa” che renda “impossibile” la partecipazione, per cui bisogna operare un serio discernimento di coscienza prima di concedersi facili “autoassoluzioni”. Causa grave, per esempio, è senza dubbio la malattia, propria o di un congiunto che richieda l’assistenza personale (non sostituibile e non delegabile); una disgrazia o un avvenimento imprevisto e imprevedibile (un incidente, un ricovero improvviso di un congiunto); qualche altra evenienza non ponderabile che renda realmente impossibile la partecipazione. In Italia bisogna ricordare che abbiamo ancora la grazia di molte celebrazioni domenicali e prefestive (che, si ricordi, in caso di necessità, si considerano come valido adempimento del precetto), per cui le fattispecie di vera e propria impossibilità sono inevitabilmente assai ristrette. Infine, anche nel nuovo Codice è confermato il potere del Parroco di dispensare (ovviamente per giuste e cause gravi) dall’obbligo di osservare il giorno festivo, così come dai giorni di penitenza (CIC, can. 1245); per cui, nei casi dubbi, è bene ricorrere al suo consiglio e alla sua autorità.

domenica 24 agosto 2014

In una Chiesa normale ...........

La tifoseria "cattolica" si rifiuta di vedere i veri problemi della Chiesa




Dalla tifoseria papista si è levata ieri più veloce della luce la voce di Tornielli che ha da ridire contro tutti gli «ex papisti» [sic] lamentando che due anni fa difendevano Benedetto XVI mentre oggi «bombardano con sarcasmo e talora disprezzo» [sic] Francesco. 

Siamo in quei tempi di ripudio della ragione oltre che della fede, ampiamente preannunciati da Chesterton: « ... Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate ... » E - ci permettiamo di aggiungere - piccoli blog di periferia verranno mobilitati per ricordare che si è fedeli al Papa perché cattolici, non viceversa. Non si tratta di un'opinione nostra ma di Colui che oltre a dire «pasci le mie pecorelle».

Pietro e i suoi successori sono custodi del deposito della fede, con tutta la responsabilità sull'intero gregge.

La Chiesa vive tempi che non sono normali.

In una Chiesa normale, parole e azioni del Papa sono quelle che «spiegano», non quelle che«hanno bisogno di spiegazioni».

In una Chiesa normale, le priorità sono «ab intra» (amministrare rettamente i sacramenti, insegnare bene la retta dottrina, guidare spiritualmente le anime), non le attività «ad extra» (dialoghi ecumenici e marce per la pace, preghiere sincretiste, osservatori e laboratori di accoglienza, campi scuola e centri di ascolto, sinodalità praticamente istituzionalizzata, interviste a fiumi e pastorale mediatica, pastorale del turismo e dello sport, partite interreligiose, ecc.)

In una Chiesa normale non si anima una tifoseria sofista arrivando ad evocare la vicenda di Pio XII: tutt'altra storia e fraintendimenti pilotati sappiamo da chi.

In una Chiesa normale, le vocazioni non vengono ostacolate e abortite a causa di legittime preferenze sulla liturgia (caso FI) e non si lasciano inascoltate le richieste e le esigenze spirituali dei fedeli.

In una Chiesa normale non si interviene sui vescovi che fossero disposti ad accogliere gli esuli dal carìsma originario del proprio Ordine brutalizzato.

In una Chiesa normale, uno è cattolico in virtù di ciò che personalmente professa e di come vive i sacramenti, non per l'appartenenza a qualche tifoseria papista, non per l'attivismo chiesastico, non per il numero di volte che infila nel discorso qualche parolone del gergo cattolico di moda al momento, non per i soldi o l'impegno che investe per il suo movimento o per la sua apparizione preferita.

In una Chiesa normale, chi dice scempiaggini non è da applaudire ma da castigare: tanto più quando si tratta di membri del clero o di persone di spicco.

In una Chiesa normale, la liturgia è culto a Dio, non un cerimoniale in cui occorra sforzarsi di dare il proprio contributo.

In una Chiesa normale, la teologia è quella che chiarisce anche ai semplici, non quella che richiede sforzo degli esperti.

In una Chiesa normale, la carriera ecclesiastica dipende dall'ortodossia, dai doveri di stato, dalla santità di vita, non da automatismi curiali o da benemerenze servili (quante berrette cardinalizie, rosse per la disponibilità al martirio, lo sono in pratica oltre che in teoria? E stendiamo un velo pietoso su quanto lo fossero in difesa o in comunione d'intenti con Benedetto XVI)
In una Chiesa normale non esce dalla Chiesa chi sta al suo passato, ne esce chi inventa un cristianesimo nuovo. Tornare al passato non è chiusura a nove, (i modi nuovi di riscoprire e approfondire la verità) ma a nova (le cose nuove che sovvertono).

In una Chiesa normale la Tradizione non è roba da museo, ma vita e giovinezza perenne, che è progresso autentico verso il fine cui è orientata; progresso nella sua giusta accezione e non da una visuale ideologica.
In una Chiesa normale l'ortodossia non è considerata “una violenza metafisica” che porta alla sostituzione del primato della dottrina con quello della prassi e dunque dell'azione sulla conoscenza.
In una Chiesa normale la storia e la cultura vengono lette alla luce del Vangelo e non viceversa.

In una Chiesa normale, l'insegnamento di oggi non può contraddire quello di ieri.
http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2014/08/la-tifoseria-papista-si-rifiuta-di_23.html

sabato 23 agosto 2014

tempo di crociate

Papa Francesco e la guerra giusta


Bergoglio sceglie di appellarsi all’Onu, 

ma capisce che non basta




Le crociate rappresentano uno degli eventi più fraintesi della storia occidentale. La stessa parola “crociata” ancora oggi viene utilizzata con una connotazione negativa, quando ad esempio si intende sottolineare un conflitto i cui moventi siano più ideologici che ideali; lo stereotipo più collaudato, invece, è quello che descrive avidi nobili europei dediti alla efferata conquista dei musulmani pacifici, con ricadute negative che perdurano ancora oggi grazie anche alla diffusione di tale tesi “a senso unico” nei maggiori testi scolastici occidentali.
La storia delle crociate in realtà richiede una sorta di purificazione che è oltretutto doverosa anche alla luce degli ultimi studi che provengono da ambiti accademici molto accreditati. Consapevoli della complessità della tematica, cercheremo di sintetizzare i fatti storici, riprendendo un articolo molto più approfondito, comparso su “Crisis magazine”circa i  luoghi comuni consolidati, penetrati nell’immaginario collettivo. Un articolo simile è stato pubblicato in Ultimissima 17/05/11.
 
Mito #1: “le crociate furono guerre di aggressione non provocata”:
E’ una falsità, poiché fin dai suoi inizi, l’Islam è stato un movimento violento e imperialista. A 100 anni dalla morte di Maometto, gli eserciti islamici avevano conquistato terre cristiane in Medio Oriente, Nord Africa e Spagna. La stessa Città Santa di Gerusalemme è stata presa nel 638, gli eserciti musulmani avevano conquistato i due terzi  del mondo cristiano e i turchi stavano spingendo verso Costantinopoli, il centro della cristianità bizantina. Nell’XI secolo i cristiani in Terra Santa e i pellegrini che vi si dirigevano vennero a trovarsi in una situazione di costante persecuzione. Dopo la battaglia di Manzikert del 1071, lo stesso imperatore bizantino chiese aiuto ai cristiani in occidente, ma solo con  Papa Urbano II venne indetta la prima crociata nel 1095. Dunque le crociate furono missioni di difesa armata, con l’obiettivo di liberare i cristiani d’Oriente e Gerusalemme dal giogo dei musulmani.

Mito # 2: “le crociate miravano al saccheggio e alla sopraffazione”: 
Secondo una corrente di studi più antichi, il boom della popolazione europea registratosi nella metà del secolo XI ha reso necessario le crociate per offrire terre e titoli ai figli di nobili che erano tagliati fuori dalle eredità riservate ai primogeniti. Gli studi degli ultimi quarant’anni, invece,  hanno evidenziato, sulla base dei documenti esaminati, come  la maggior parte dei crociati erano primogeniti. Come ha affermato il prof. Madden, direttore del Saint Louis University’s Center for Medieval and Renaissance Studies,  «non è stato colui che non aveva nulla da perdere a partecipare alle crociate, quanto piuttosto colui che ne aveva di più (T. Madden, “New Concise History of the Crusades”, Rowan & Littlefield Publishers, Inc., 2005, pag. 12). Ovviamente, come ha ricordato  Giovanni Paolo II nel Giubileo del 2000, non sono comunque mancati episodi inutilmente violenti.

Mito #3: “i crociati massacrarono gli  abitanti di Gerusalemme”: 
Questo mito non tiene conto delle regole di guerra vigenti nell’XI secolo. Lo sterminio degli abitanti che avevano rifiutato di arrendersi prima di un assedio era una pratica comune per qualsiasi esercito, cristiano o musulmano. Gli abitanti erano consapevoli di tutto questo quando hanno scelto di non arrendersi, al contrario sarebbero stati autorizzati a rimanere in città e mantenere i loro possedimenti. Nelle città che si sono arrese, infatti, Crociati hanno permesso ai musulmani di mantenere la loro fede e praticarla apertamente. Nel caso di Gerusalemme, la maggior parte degli abitanti era comunque fuggita alla notizia dell’esercito cristiano in arrivo, chi è rimasto è morto, è stato riscattato o espulso dalla città.

Mito #4: “le crociate ebbero per obiettivo anche lo sterminio degli ebrei”:
Ci si riferisce, all’operato del Conte Emich di Leiningen, ma non solo a lui, il quale da convinto antisemita, imperversò nel 1095 lungo la valle del Reno per dirigersi contro le comunità ebraiche, convincendosi dell’inutilità a marciare per 2500 miglia per liberare i cristiani d’Oriente, quando i “nemici di Cristo”, secondo lui, erano in mezzo ai cristiani. In realtà la sua iniziativa, con l’ausilio di pochi fanatici disposti a tutto, non ebbe mai l’approvazione della Chiesa e anzi molti vescovi cercarono di proteggere gli ebrei locali che si trovavano nelle loro diocesi, come il vescovo di Magonza. Imponenti i discorsi di  S. Bernardo di Chiaravalle durante la  seconda crociata (1147 – 1149) contro l’antisemitismo: « Gli ebrei non devono essere perseguitati, né uccisi, né costretti a fuggire! » (in “Epistolae”). Questi sporadici attacchi non sono dunque da attribuire ai Crociati ma a piccoli gruppi di uomini armati che ha seguito la loro scia.

Mito #5: “le crociate sono la fonte della tensione moderna tra Islam e Occidente”: 
Coloro che cercano risposte per spiegare l’11 settembre 2001 citano le crociate come causa scatenante per l’odio islamico e credono che i musulmani stiano cercando di “correggere gli errori” che derivano da esse. In realtà ci si dimentica che le crociate sono state dimenticate dal mondo islamico fino al XX secolo. A tal proposito è interessante notare come la prima storia araba delle crociate sia stata scritta solo nel 1899 e che il risentimento musulmano nei confronti delle crociate, non ultimo i deliranti appelli di Osama Bin Laden alla “jihad contro ebrei e crociati”, affondi piuttosto le sue radici nel nazionalismo, oltre che nella più recente chiusura del mondo islamico ai costumi occidentali. Dal punto di vista islamico, le Crociate furono un insignificante periodo storico, della sola durata di 195 anni (1096-1291), per la semplice ragione che non ebbero mai successo, a parte la Prima Crociata in cui è stata conquistata Gerusalemme ripresa però da Saladino nel 1187. Le perdite di uomini furono in massima parte cristiane, non certo musulmane! Curioso poi l’aneddoto ricordato n el 1899 da Kaiser Wilhelm durante il suo viaggio a Damasco, volendo visitare la tomba del grande Saladino, il vincitore dei Crociati, l’ha trovata in un grande strato di degrado,  dimenticata e lasciata decadere. Lo storico Thomas F. Madden ha commentato: «la memoria artificiale delle crociate è stata costruita dalle moderne potenze coloniali e tramandata dai nazionalisti arabi e islamisti» (T. Madden, “New Concise History of the Crusades”, Rowan & Littlefield Publishers, Inc., 2005, pag. 222).
 
Conclusione:
Le crociate non soltanto erano mosse da alti sentimenti di difesa della libertà dei cristiani d’Oriente, oppressi dagli imperatori islamici, ma ritardarono anche di tre secoli l’invasione dell’Europa, tanto che lo storico René Grousset parla di responsabilità “mondiale” che la Chiesa si è assunta nella loro promozione (R. Grousset, “La storia delle crociate”, Piemme 2003). Verrà il giorno in cui si smetterà di considerare le crociate un peccato capitale della Chiesa Cattolica eseguito criminalmente dall’intero mondo occidentale?