venerdì 22 luglio 2016

Islam: lupi tra le pecore (stupide)

Islam, il vescovo Márfi: vogliamo bene ai lupi, creature di Dio, ma non li invitiamo tra le pecore





Non è un caso che c’è questa enorme pressione di immigrazione sull’Europa, ci può avere un ruolo anche la volontà di conquista da parte dei musulmani, ma lo appoggiano pure i grandi poteri – dice nell’intervista Gyula Márfi, arcivescovo di Veszprém, con cui abbiamo parlato sulla necessità di ritrovare la fede cristiana. E’ un compito fondamentale considerare di nuovo seriamente la fede cristiana.

E’ ancora cristiana l’Europa?
Recentemente sono stato in Polonia con dei pellegrini. Secondo i segni esterni là vive ancora il cristianesimo. Oltre alle chiese vecchie da ammirare ce ne sono diverse nuove, costruite recentemente, e la cosa più importante sono le comunità numerose di giovani. La fede è viva, ma purtroppo questo in Europa non si vede più, neanche nella nostra patria.

Alla luce di questo, cosa vuol dire l’esortazione che bisogna proteggere l’Europa cristiana?


Prima di tutto bisogna far capire che siamo sulla strada sbagliata e che il più presto possibile dobbiamo tornare alle nostre radici. Perché in Europa anche adesso tutto parla di cristianesimo. E’ sufficiente considerare la nostra era: Gesù è nato 2016 anni fa. Oppure che mentre per i musulmani venerdì è festa, per gli ebrei sabato è festa, in Europa la domenica viene considerata una festa perché Gesù si è risuscitato quel giorno. Ma possiamo guardarci attorno nell’architettura, nelle arti, nella letteratura o nella musica e dappertutto ci accorgiamo che i valori più determinanti sono nati dalla fede cristiana. Se buttiamo via tutto ciò, non ci resta niente, la nostra cultura perde il suo senso. Il problema ancor più grave è se rinunciamo ai nostri valori morali; allora la sessualità, l’amore, l’affetto e la vita si distaccano gli uni dagli altri. In quel modo si crea non solo un sottovuoto ideologico ma anche demografico. Quindi vengono gli immigrati.

Secondo alcuni questo non è un problema, anzi, è un’opportunità.

Non ho mai disonorato i musulmani ma la loro morale è completamente diversa dalla nostra. Quello che per noi è un peccato, per loro è una virtù. Ciò che secondo noi non è una colpa così grave, per loro è un peccato mortale. Per esempio, per loro ingannare un kafir (miscredente, non fedele di allah) è un atto particolarmente buono. Dobbiamo considerare questo, senza giudicarli. Nessuno vuole fargli del male, neanche io li odio, anzi gli voglio bene e li rispetto. Prego per loro tutti i giorni. Non è colpa loro se vogliono occupare l’Europa, ma è colpa nostra.

Quindi secondo Lei la migrazione attuale è anche una conquista?

La jihad è un principio per i musulmani che vuol dire che devono espandersi. Bisogna rendere dar al-islam, cioè territorio islamico la maggior parte della terra, introducendo la shariʿah, cioè la legislazione specifica.

Pensa seriamente che anche le persone che fanno centinaia di chilometri con dei figli vorrebbero conquistare il continente?

Sono certo che hanno anche una missione del genere, ma naturalmente non vengono solo per questo. Ci sono sempre stati guerre e disastri ambientali, ma il fatto che adesso c’è una pressione così forte sull’Europa, non può essere un caso, può averne ruolo la volontà di conquista. Per questo li appoggiano le banche arabe. Non li fanno entrare in Qatar o negli Emirati Arabi Uniti, ma gli danno dei soldi e li incitano ad immigrare da noi. La migrazione non ha solo delle cause, ma anche degli scopi. Come per esempio la destabilizzazione dell’Europa e dell’Euro, in cui invece possono contare sull’appoggio degli Stati Uniti. Il terzo scopo è la cura della forza di lavoro in certi Stati Membri dell’Unione Europea. Le multinazionali hanno bisogno di forza di lavoro economico, cioè di schiavi moderni.

Papa Francesco, il capo della Chiesa Cattolica, in questi giorni ha detto che nell’immigrato cacciato ci può essere Cristo. Non c’è una contraddizione in questo?


Gesù disse “siate miti come le colombe”, ma disse anche “siate intelligenti come i serpenti”. Solo perché vogliamo bene ai lupi, in quanto creazioni di Dio, non li facciamo entrare tra le pecore, anche se arrivano in veste di pecore. Al Santo Padre non conviene dichiarare certi pensieri in maniera forte perché allora i musulmani possono vendicarsi sui cristiani del Medio Oriente.
da «Riscossa cristiana»

i soldi degli amici di Francesco I

Gänswein, Papa e Chiesa. A tutto campo
Georg Gänswein, segretario di papa Benedetto XVI, e Prefetto della Casa pontificia, nei giorni scorsi ha rilasciato una lunga intervista allo Schwäbische Zeitung , in cui con molto candore ha parlato di sé, del Pontefice regnante e della Chiesa tedesca. 


Georg Gänswein, segretario di papa Benedetto XVI, e Prefetto della Casa pontificia, nei giorni scorsi ha rilasciato una lunga intervista allo Schwäbische Zeitung, in cui con molto candore ha parlato di sé, del Pontefice regnante e della Chiesa tedesca. Chi è interessato può trovare qui l’originale

Il fatto di essere stato segretario di Benedetto XVI, e il suo lavoro precedente alla Congregazione per la Dottrina della Fede rappresentano “un marchio di Caino” agli occhi di molti nella Chiesa in Germania. Il che rende improbabile che possa tornare in Germania come vescovo. Nelle diocesi tedeschi, il Capitolo della cattedrale gioca un ruolo importante nella selezione dei candidati, e in generale, ha detto Gänswein, i membri non sono noti per “avere la più grande lealtà verso Roma”. E non ha comunque “ambizione di diventare un vescovo diocesano”. E comunque, ha detto, la Chiesa tedesca ha un grande problema, e sono i soldi. La legge tedesca da alle Chiesa una percentuale sulle tasse pagate. Ciò fa della Chiesa tedesca un ente molto ricco, e il secondo datore di lavoro dopo lo Stato. Ma se decidi di non registrarti più come cattolico, sei fuori. “Sì, questo è un problema serio. La Chiesa reagisce con l’espulsione automatica dalla comunità, in altre parole la scomunica! Questo è eccessivo, incomprensibile. Se metti in questione un dogma, non importa a nessuno, non ti cacciano. Il non pagamento della tassa alla Chiesa è un’offesa maggiore alla fede della violazione dei principi di Fede?”. E ha continuato: “Le casse piene e chiese vuote, questa forbice è terribile, e non può andare molto più a lungo bene. 

Se i registratori di cassa si riempiono ed i banchi si svuotano, ci dovrà essere un giorno un’implosione. Una chiesa vuota non può essere presa sul serio”. 

E “l’effetto Francesco” che qualche vescovo tedesco aveva predetto dopo l’elezione in Germania “non sembra essersi realizzato”. 

Sulle controversie che hanno fatto seguito all’esortazione apostolica “Amoris Laetitia”, in particolare per quanto riguarda la possibilità per i divorziati-risposati di essere ammessi ai sacramenti, Gãnswein ha detto: “Se un papa vuole cambiare un aspetto della dottrina, deve farlo con chiarezza, per renderlo vincolante. Principi magisteriali importanti non possono essere modificati da mezze frasi o note a piè di pagina in qualche modo ambigue.    Le dichiarazioni che possono essere interpretate in maniere diverse sono una cosa rischiosa”. 

Sul rapporto dei fedeli, in particolare di quelli più conservatori, con il Pontefice attuale ha detto: “La certezza che il Papa, come una roccia di fronte alle onde, era l’ultima ancora, si sta, in effetti, dissolvendo. Se questa percezione corrisponda alla realtà e rifletta correttamente l’immagine del papa Francesco, o si tratta di un’immagine mediatica, non posso giudicarlo. 

Però le insicurezze e a volte anche la confusione e il disordine sono aumentati … c’è un corto circuito fra la realtà mediatica e la realtà dei fatti”. 

Mons. Gänswein ha risposto a una domanda sul modo di comunicare del Pontefice, e ha ammesso che “nel discorrere, a volte a paragone dei suoi predecessori sia un po’ impreciso, addirittura scorretto, semplicemente bisogna accettarlo. Ogni papa ha il suo stile personale. E’ la sua maniera parlare così, anche con il rischio di dar luogo a malintesi, e a volte anche a interpretazioni stravaganti. Ma continuerà a parlare senza peli sulla lingua”.  

http://www.lastampa.it/2016/07/21/blogs/san-pietro-e-dintorni/gnswein-papa-e-chiesa-a-tutto-campo-xpBPrMAurQDfixdFCdshhK/pagina.html

giovedì 21 luglio 2016

Il balletto della Misericordia



Giovanilismo, malattia senile degli ordini religiosi. Il balletto della Divina Misericordia




Lo spot per la Gmg di Cracovia delle suore della Beata Vergine Maria della Misericordia di Mysliborz, in Polonia. Balletto attorno alla santa immagine della Divina Misericordia.

vittoria sui mussulmani

Il trionfo della santa Croce una festa per oggi 

 



di Roberto De Albentiis

Un paio di mesi fa avevo scritto per questo blog un articolo in cui parlavo delle varie feste della Santa Croce, ma sono venuto a conoscenza solo pochi giorni fa di una festività che non conoscevo, e che si celebra proprio oggi: il Trionfo della Santa Croce; legata alla grande vittoria cristiana di Las Navas de Tolosa (16 luglio 1212), che impresse una svolta decisiva nella liberazione della penisola iberica dal dominio musulmano, Papa Innocenzo III la istituì per commemorare questo grande evento, che aveva visto il trionfo degli eserciti della Croce sugli eserciti della Mezzaluna. Festa propria della Spagna e dei suoi domini, fissata prima al 16 o 17 luglio e poi definitivamente al 21 per non oscurare la festa del Carmelo, già poco nota, è ora quasi del tutto scomparsa, rimasta solo in alcune località e in alcuni calendari, tanto che io stesso l’ho scoperta quasi per caso.

Su Las Navas de Tolosa e sul legame con questa festa ci sarebbe alla fine poco da dire, ma proviamo ad attualizzare e magari rivitalizzare questa festa, di cui c’è bisogno per più di un motivo; innanzitutto, il ricordo di una grande e decisiva battaglia cristiana europea contro la potenza islamica farebbe venire in mente più di un legame con l’attualità, ma è davvero così? L’Europa di oggi è la stessa Europa di ieri? Decisamente no.

L’Europa di ieri era l’Europa essenzialmente cristiana, l’Europa in cui, pur tra i vari Re ed Imperatori, pur nella pluralità di ordinamenti politici, il primo vero e unico Re e Signore era Dio, perché si sapeva che solo da Lui deriva ogni potere e ogni legittimità; l’Europa in cui tutto, dalla legge alla cultura, era cristiano, in cui non contavano le divisioni linguistiche o politiche perché unica era la fede e unico era il simbolo che accomunava tutti i popoli come fratelli, ovvero, proprio la Santa Croce, esposta sui palazzi (altro che discussioni sul Crocifisso nei luoghi pubblici come oggi!), lungo le strade, negli stendardi di battaglia.

Scrive Gonzague de Reynold: “L'Europa unita ci fu soltanto una volta nella storia: durante i secoli XI e XII di quel Medioevo il cui nome organico è epoca della Cristianità...Per la prima volta nella storia un mondo ha ricavato la sua legge dalla sua fede, ha cercato di organizzarsi secondo i suoi principi. Per quanto se ne possa parlare, la visione del mondo del Medioevo, che si rifaceva all'ordine, alla pace, alla fraternità cristiana, all'unità di tutti e di tutto in Dio, rimane il più alto gradino cui lo spirito si sia mai elevato.”; l’Europa cristiana di ieri non ha nulla a che vedere con l’Unione Europea né con l’Occidente apostata e putrescente. Per cosa si deve combattere e morire, oggi? Per Nostro Signore Gesù Cristo, ormai spodestato dal Suo trono regale non solo spirituale, ma anche sociale? Per la propria Patria, quando da decenni viene instillato un auto-odio verso di essa, verso le proprie radici? No, oggi non si combatte né si muore per Cristo o per la Patria, anzi, prima li si combatte, e solo dopo, disperati e privi di radici, ci rendiamo conto di cosa abbiamo fatto. Ma seriamente, chi combatterebbe e morirebbe per il Mc Donald’s o il Burger King, per uno stupido reality show o per i matrimoni gay? Perché dovremmo farlo, poi?

Ma l’Europa cristiana era tale perché governata e più ancora vissuta da uomini cristiani, ma qual è lo stato della maggior parte dei cristiani oggi? Uno dei distintivi del vero cristiano è l’amore per la Croce, che non è solo un’adorazione, pia, giusta e doverosa, alla Santa Croce dove morì Nostro Signore, ma è anche l’atteggiamento di accettazione delle sofferenze e delle difficoltà, le varie piccole e grandi croci, che Dio permette che ci colpiscano, per nostra santificazione (o, Dio non voglia, se fossimo gravemente colpevoli, giusta punizione) e Sua glorificazione.

Ma come si può amare la Croce se si parla solo di “diritti” (e molto presunti) e mai di doveri, o se si dice che sacrifici e anche penitenze nulla contano perché Dio è “amore”? (un “amore” falso e mondano che nulla ha a che fare con la vera essenza di Dio, che è Amore vero e che l’ha dimostrato con l’Incarnazione e la Passione e Morte, sulla Croce, di Gesù!)
A che pro, quindi, blaterare di “crociate” se vogliamo difendere non i diritti di Nostro Signore, ma quelli di minoranze aggressive e viziate, non la libertà della nostra Patria ma la nostra finta libertà di “scelta” (ridotta ormai a giustificazione di qualsiasi sciocchezza o di qualsiasi libertinaggio)? A che pro blaterare di “crociate” se non issiamo gli stessi vessilli con la Croce ma, se va bene, i simboli e i marchi di qualche impresa multinazionale?

Il 15 luglio si festeggia solennemente Cristo come Redentore, e per operare pienamente la Redenzione Cristo ha versato tutto il Suo Preziosissimo Sangue ed è morto ignominiosamente sulla Croce; senza Croce non c’è Resurrezione, così come non c’è qualsiasi altro successo umano, anche se buono; solo amando la Croce Dio concede vittoria, sia essa la vittoria della nostra Patria nazionale o continentale che la vittoria contro i nostri peccati e le nostre debolezze, riflesso della grande vittoria di Cristo sulla morte e il peccato.


A tutti, buona festa del Trionfo della Croce, rammentando che Dio, per trionfare e regnare, si serve anche di noi e delle nostre opere, ma come potrà Egli trionfare e regnare nelle società e negli ambienti se prima nella nostra vita e nella nostra anima non trionfa e regna?
Ricordiamoci, come scrive l’Apostolo ai Romani, che “Infatti il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani, come sta scritto”; torniamo per questo ad amare la Croce (“scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani”, come dice ancora l’Apostolo, riferendosi a Gesù Crocifisso, e quindi alla Croce, scrivendo ai Corinzi), torniamo o diventiamo buoni e veri cristiani, di fatto e non solo di nome, sostanzialmente e non solo formalmente!




21 luglio
Trionfo della S. Croce
Oremus.
Deus, qui per Crucem tuam populo in te credenti trimphum contra inimicos concedere voluisti: quæsumus ut tua pietate adorantibus Crucem victoriam semper tribuas et honorem: Qui vivis et regnas cum Deo Patre in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.

un omosessuale si confessa

omosessualità e castità
Courage è uno dei servizi della Chiesa cattolica rivolti
a persone con attrazione verso lo stesso sesso.
 
Intervista ad Alberto Corteggiani
Qualche mese fa il settimanale l’Espresso ha pubblicato un’inchiesta su Courage, definendola una setta fanatica che vuole “guarire” gli omosessuali. Un giudizio sommario, che ci ha spinti ad andare alla fonte. Ne parliamo con Alberto Corteggiani, referente per l’Italia. Ripercorrendo la sua storia, cerchiamo di capire che cosa e Courage.
 
Come e arrivato a Courage?
Il mio primo contatto risale a parecchi anni fa. Sono una persona che prova attrazione verso persone dello stesso sesso (Ass) e a quel tempo vivevo un profondo ripiegamento su me stesso, frustrato per l’incapacità di amare ed essere amato come avrei voluto. Desideravo costituire una coppia dello stesso sesso. Pensavo non ci potesse essere felicità al di fuori di una relazione esclusiva, di possesso e fusione, che doveva includere non solo l’aspetto emotivo, ma anche quello genitale.
Una relazione simile a quella tra uomo e donna. Pensavo che le mie emozioni fossero la cosa più importante, confondevo desideri e bisogni. Soprattutto capivo di aver bisogno di aiuto. Credevo in Dio, ma non ne vedevo l’azione nella mia vita. A quel tempo facevo avanti e indietro col confessionale come fosse una lavanderia a gettoni. Finché un sacerdote mi pose un aut aut: o cambi stile di vita, o non posso darti l’assoluzione. Fu la molla decisiva: cercai aiuto, senza trovarlo in Italia. Allora scrissi a Courage, negli Usa, dopo averne letto in un libro. Mi sembrava una proposta coerente con l’insegnamento della Chiesa. Mi contattò un sacerdote a Roma. Con lui cominciai un percorso che mi ha portato a una nuova comprensione e accettazione di me stesso. Ho riscoperto la dimensione dell’amicizia e del dono di sé attraverso il servizio.
Un periodo di volontariato con persone portatrici di handicap fisico e mentale mi e stato utile per comprendere la dignità della persona umana. Adesso cerco di vivere in castità con l’aiuto della grazia di Dio.
Vive da solo?
Si, e non cerco relazioni di tipo romantico o sessuale. Vivo da solo, ma non sono solo. L’essere umano si realizza nell’amore e quindi nella relazione. Ma le relazioni vive, autentiche e nutrienti sono fondate sulla liberta che nasce dal rispetto dell’alterità. L’attrazione sessuale e un elemento importante, ma non definisce chi e la persona. La prima forma di solitudine che le persone sentono, specialmente quelle con Ass, e legata a un difetto nel loro rapporto con Dio, con sé stessi e con gli altri. Il difetto consiste nel non accettare la propria realtà, con la fragilità e i limiti che comporta.
Le persone con Ass devono accettare, come tutti, i propri limiti?
Tutti siamo chiamati ad accettare la nostra realtà per quella che e. Accettare i propri limiti e la propria fragilità significa rispondere al dono che Dio ci ha fatto, anche nella sessualità.
Naturalmente è un’accettazione critica. Se ho una tendenza sessuale incoerente con la mia costituzione biologica, non rivendicherò questa tendenza come qualcosa di positivo, ma non farò neanche finta che non esista. E una prova davanti a cui il Signore mi pone; mi chiede una risposta coerente con il suo progetto su di me. Il rapporto di vero amore tra due persone con Ass e l’amicizia.
cittànuova n.7 | Luglio 2016

mercoledì 20 luglio 2016

annullato il reato di pedofilia

Presentata alla Corte europea per i diritti umani un'istanza per intervenire e salvare le bambine oggetto di abusi sessuali


 
La Turchia sopravvissuta al golpe precipita nel passato, e i primi a fare le spese della scomparsa della parte liberale del Paese sono i minori e le donne. Tra i "colpi di testa" del regime di Erdogan, l'annullamento per mano della Corte costituzionale turca, di una norma che prevedeva il reato di pedofilia per gli atti sessuali compiuti con minori di 15 anni. Una decisione che ha destato la preoccupazione di associazioni umanitarie e osservatori internazionali perché, di fatto, rischia di costituire una amnistia per le nozze che coinvolgono le "spose bambine", già oggi circa 3,5 milioni in Turchia, che in questo modo sarebbero considerate alla stregua di abusi sessuali ordinari. Le associazioni per i diritti dei minori hanno annunciano di voler ricorrere davanti alla Corte europea per i diritti umani, prima che la normativa entri in vigore, a gennaio 2017.

http://m.repubblica.it/mobile/d/sezioni/attualita/2016/07/20/news/turchia_abolisce_reato_pedofilia_spose_bambine_allarme_alta_corte_diritti_umani_minori-3167790/?refresh_ce

"misericordia" tanto moralistica!!!!

IL "MISERICORDISMO" 
E' MORALISMO
 


 

IL "MISERICORDISMO" E' MORALISMO
Editoriale di "Radicati nella fede" Luglio 2016

  Il “Misericordismo” tanto in voga è pur sempre moralismo.

  Lo vedete tutti, va di moda presentare la Chiesa Cattolica come colei che perdona sempre, che accoglie senza giudicare. Chi vuol star dentro al nuovo corso della chiesa ammodernata ormai deve presentarsi così. Sono tanti i pastori nella Chiesa che non osano pronunciare nemmeno più una condanna riguardo al peccato – a meno che questa condanna non segua i dettami della cultura laicista dominante – e che si riprogrammano come silenti misericordisti; e sotto questo misericordismo sembrano benedire i peccati più orrendi che diventano libertà civili.

  Questo misericordismo è un triste moralismo; fa parte di quella “sbandata cattolica” che porta la Chiesa ad interessarsi solo della morale, dimenticando quasi del tutto le verità di fede.

  Certo che la morale è importante, ci mancherebbe altro!, ma se la morale non parte dal dogma, da Dio insomma, finisce per trasformarsi in una triste “istruzione per l'uso”.

  Sul subito una Chiesa così, che invece di parlare di Dio si dilunga in estenuanti pronunciamenti riguardo alla società e alle sue regole, sembra piacere agli uomini del tempo; sembra piacere a quelli - e sono tanti - che, non interessati alle cose di Dio per loro troppo lontane, hanno bisogno di una chiesa “utile” nell'immediato agli uomini e alle loro faccende.

  E sul subito una chiesa così sembra far comodo anche agli uomini di Chiesa che, gettandosi a capofitto nei dibattiti sui “valori”, sperano di rioccupare quel posto perso nella società moderna, agnostica e atea. Così troppi Pastori si sono trasformati in moderni agenti di morale; e, con il corollario del “misericordismo”, tentano disperatamente di essere simpatici nella loro ritrovata utilità sociale.

  Che inganno pensare che la morale interessi più di Dio! Che inganno pensare che una morale umana abbia qualche attrattiva, se non è legata a Dio!

  Si tratta di una situazione penosissima, che crea un clima asfissiante: una chiesa apparentemente più “pratica” perché immersa nell'attualità, che si rivela subito ripetitiva e inutile, perché abbandona l'uomo nella solitudine senza Dio.

  Questo “misericordismo”, tutto interno al moralismo, è uno dei frutti più oscuri del Naturalismo: la Chiesa, non parlando più di Dio, della Rivelazione, della vita soprannaturale, della grazia santificante, si attarda appunto in una morale che pare fatta di “istruzioni per l'uso”.

  Ma cosa deve fare allora la Chiesa?

  Deve indicare Dio.

  Deve indicare Dio agli uomini, deve indicare il miracolo della grazia che viene da Cristo, che, unica, può cambiare i cuori e rendere forti le volontà nell'obbedire a tutta la legge di Dio.

  La grande pedagogia cristiana, quella dei santi di 2000 anni di cristianesimo, quella della grande Tradizione cattolica, ha sempre fatto così: ha insegnato Dio e poi ha chiesto una morale corrispondente alla santità di Dio.

  Invece una chiesa ammodernata, tutta incentrata sull'uomo, non può più fare questo. È una chiesa che ha perso il suo centro divino e che deve riempire il suo terribile vuoto attardandosi nella morale; e questa morale senza Dio, questa chiesa moderna, la deve abbassare sempre di più, perché sia praticabile con i soli mezzi umani.

  Il “misericordismo” ha proprio questo scopo: dare al nuovo cristianesimo naturalizzato una morale abbordabile, cioè umana.

  I santi invece, vivendo in Dio, indicavano Dio e la sua Santità, chiedendo a se stessi e a tutti di santificarsi della santità stessa di Dio: questa è la morale cristiana!

E indicavano il miracolo della grazia, della forza stessa di Dio, che quando entra in noi rende possibile l'altrettanto grande miracolo del nostro cambiamento.

 Per queste ragioni non ci interessa il “misericordismo”, come non ci è interessato il “rigorismo”, perché sono entrambi falsi e ingannevoli: dimenticano Dio, e l'uomo ha solo bisogno di Dio.

  La vigilanza contro il moralismo, in tutti i suoi corollari, è essenziale, se vogliamo veder fiorire la nostra vita e restare cattolici.

  Ecco perché ci siamo sempre più preoccupati di salvare la Messa cattolica, quella della Tradizione, e non siamo partiti dai dibattiti morali. Lo abbiamo fatto perché la Messa di sempre indica Dio e la vita soprannaturale con una decisione chiara, assente invece in tutta la riforma abborracciata di questi ultimi decenni. La Messa cattolica di sempre è il primo e più grande antidoto contro l'eresia naturalista, che sfocia nell’eresia moralista.

  Vorremmo dirlo a tutti! sia ai fanatici della chiesa sempre accogliente che tace la gravità del peccato; sia ai neo-rigoristi conservatori che, giustamente spaventati della deriva immorale dentro e fuori la Chiesa, ingaggiano una battaglia che sembra fermarsi alle regole: cari amici, preoccupiamoci di tenere lo sguardo fisso in Dio, preoccupiamoci per questo dell'integrità del rito della Messa, allora anche l'insegnamento morale guarirà.

  Non illudiamoci, non avverrà l'inverso, che dalla battaglia morale si risalga a Dio. La battaglia morale, se non parte da Dio, è destinata a impantanarsi nella palude del moralismo, che uccide l'uomo fermandolo in se stesso.

martedì 19 luglio 2016

I volontari all’inferno

La Chiesa non manda nessuno all’inferno: ci vanno i volontari
 
 
 
 
Abbiamo codeste settimane inteso dire: «La perfezione che Gesù indica è quella contenuta nel brano del giorno del Vangelo di Matteo 5,43-48: “Avete inteso che fu detto: ‘Amerai il tuo prossimo’ e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”. È l’ultimo scalino di questa strada, il più difficile». Francesco ricorda che da ragazzo, pensando a uno dei grandi dittatori dell’epoca, si era soliti pregare che Dio gli riservasse presto l’inferno … [1]
 
Come Dio – che ha mandato nel mondo il suo Figlio Gesù perché tutti gli uomini credendo in lui siano salvi – non vuole l’Inferno, così non lo vuole la Chiesa, perciò, questa affermazione: “… si era soliti pregare che Dio gli riservasse presto l’inferno …“, è un falso ignominioso, che non si riscontra in nessuna liturgia, in nessuna “preghiera dei fedeli”, in nessun breviario neppure della mia remota giovinezza. Non diciamo falsa l’esperienza personale di chi ha enunciato la frase, e non sappiamo a quale comunità si riferisca, ma di certo non era cattolica perché la Chiesa con il suo catechismo, non ha mai insegnato a pregare perché qualcuno vada all’inferno… quantunque, sia chiaro, sarebbe a certe viste umane cosa laudevole per taluni casi scandalosi. Ma il nostro sguardo non è quello di Dio
 
Parmi esserci, evidentemente,  una ossessione di fondo che, accompagnando certe persone nella loro crescita, non proviene però dall’insegnamento cattolico, e infatti abbiamo ancora inteso dire:
 
«… quando ero bambino, nella mia famiglia si respirava una certa tradizione puritana; non era fondamentalista, ma era su quella linea. Se qualche vicino divorziava o si separava, non si entrava più in casa sua; si credeva quasi che i protestanti andassero tutti all’inferno. Però mi ricordo che una volta ero con mia nonna, una grande donna, e in quel momento passarono due volontarie dell’Esercito della Salvezza. Io, che avevo cinque o sei anni, le chiesi se erano suore, dato che avevano quella cuffietta che usavano una volta. Lei mi rispose: “No, sono protestanti, però sono buone”. Ecco la saggezza della vera religione: erano donne buone che facevano del bene. Un’esperienza in contrasto con la formazione puritana che si riceveva da altre parti.»[2]
Ecco, per l’appunto “nella sua famiglia”, non nella Chiesa Cattolica.
 
Da questa esperienza personale si può comprendere anche certa ossessione, oggi, contro un mondo tradizionalista (non parliamo di frange estremiste) nella Chiesa, che troppo fedele alla dottrina, viene continuamente bacchettato, o commissariato, e contro il quale ci si scaglia attraverso affermazioni atte a mandare più messaggi cifrati, che non a svolgere una vera catechesi. Del resto, a riguardo di certa rivoluzione dottrinale, ci informava placidamente Scalfari, il quale ebbe a dire, senza mai essere stato smentito nonostante il clamore suscitato dalle sue parole, che la vera rivoluzione di questo nuova chiesa sta in: “un Dio che non giudica ma solo perdona. Non c’è dannazione, non c’è inferno”. [3]
 
Purtroppo, alcuni novatores, tra cui i gesuiti Karl Rahner e volendo Hans Urs von Balthasar che molte volte ebbi nel secolo scorso a colazione, nel gesuitizzare la Chiesa, hanno accusato ingiustamente quella “del passato” di aver addirittura terrorizzato le persone, usando l’inferno come una specie di “spauracchio”. Accusa, questa, che sembra oggi di moda nella pastorale novatrice. Eppure Santa Faustina, la “segretaria della Divina Misericordia” – la quale visitò l’inferno accompagnata dal suo Angelo custode – ci racconta nel suo Diario che «la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l’inferno», senza dimenticare l’esperienza orrenda dei tre Pastorelli di Fatima.
 
Qual è ordunque la vera catechesi? La tragica verità è che è l’uomo a scegliere l’Inferno: lo “crea” già su questa terra quando rifiuta Dio e la sua legge naturale, quando opprime i poveri, ed impone leggi vessatorie; quando rifiuta definitivamente Dio nell’ora della morte. Non è affatto nella “cattiveria” di un Dio ingiusto e vendicativo che bisogna cercare la causa dell’Inferno, ma nel peccato originale e nelle sue conseguenze quando l’uomo rifiuta Colui che è venuto a salvarci da questa causa di male, Gesù Cristo nostro salvatore.
 
La Chiesa cattolica, nostra Madre, in tutta la sua storia, ha predicato l’Inferno proprio per stornare gli uomini dalla perdizione eterna. Certo, siamo coscienti che talvolta l’ha fatto, attraverso i suoi predicatori, insistendo sul timore dell’Inferno, con danno – dicono oggi i modernisti – dell’equilibrio dell’annuncio evangelico, che è essenzialmente annuncio dell’amore di Dio per gli uomini e della sua volontà che tutti siano salvi, aderendo con la fede e la carità al Signore Gesù e partecipando così alla sua vita eterna, ma che contiene anche la minaccia della perdizione eterna.
 
Tuttavia oggi si è andati all’eccesso opposto, sicché nella predicazione e nella catechesi non si parla più dell’Inferno, e se si parla lo si fa in modo distorto, anche patetico, promettendo uno svuotamento finale, oppure attribuendo sempre alla Chiesa eccessiva rigidità, ma tutto ciò con grave danno del popolo cristiano e non, che in tal modo non è più posto dinanzi alla tremenda possibilità reale di perdersi e quindi non è messo dinanzi all’urgenza di decidersi per la vera conversione, per Gesù Cristo e di vivere in conformità col Vangelo e i comandamenti, resistendo fieramente al peccato e al male, che ne minaccia il destino eterno.
 
Senza dubbio che il messaggio cristiano è un messaggio di speranza, di gioia e di fiducia nell’amore infinito di Dio Padre e di Cristo Salvatore, ma proprio per questo non si può nascondere all’uomo che l’alternativa, cioè al rifiuto di questo messaggio, c’è l’inferno e che è eterno. Non si deve dimenticare che l’uomo è debole e peccatore, e che ha sempre bisogno di essere chiamato alla conversione.
 
Infatti il chiarissimo monito di Cristo, “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mt 1,15), rimanda subito ad una domanda semplice: “perché devo convertirmi al vangelo? cosa mi cambia? che cosa mi minaccia? se non mi converto cosa mi succederà?”. Codeste sono le domande che la Chiesa, in quanto Madre amorevole ha sempre proposto ai suoi figli, battezzati e non, perché la sua vera maternità non riguarda solo i figli rigenerati nel Battesimo, ma anche le pecorelle ancora disperse. Gesù parla di un cammino “che conduce alla perdizione” e di una via che “conduce alla vita” (Mt 7,13-14); gli fa eco Paolo quando afferma che coloro che non obbediscono al Vangelo “saranno castigati con una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza” (2Ts. 1,9), nessuno sfuggirà al “giudizio di Dio”, il quale “giudicherà i segreti degli uomini” (Rm. 2,3-16), poiché “tutti ci presenteremo al tribunale di Dio” e “ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso” (Rm.14,10-12).
 
Fummo presenti allorquando, in una udienza, La Santità di Nostro Signore il Romano Pontefice Benedetto Decimo Sesto, affermò:
 
E’ venuto Gesù per dirci che ci vuole tutti in Paradiso e che l’inferno, del quale poco si parla in questo nostro tempo, esiste ed è eterno per quanti chiudono il cuore al suo amore”. Anche in questo episodio, dunque, comprendiamo che il vero nostro nemico è l’attaccamento al peccato, che può condurci al fallimento della nostra esistenza. Gesù congeda la donna adultera con questa consegna: “Va e d’ora in poi non peccare più”. Le concede il perdono affinché “d’ora in poi”… non pecchi più.
 
In un episodio analogo, quello della peccatrice pentita che troviamo nel Vangelo di Luca (7,36-50) Egli accoglie e rimanda in pace una donna che si è pentita. Qui, invece, l’adultera riceve il perdono in modo incondizionato. In entrambi i casi – per la peccatrice pentita e per l’adultera – il messaggio è unico. In un caso si sottolinea che non c’è perdono senza pentimento; qui si pone in evidenza che solo il perdono divino e il suo amore ricevuto con cuore aperto e sincero ci danno la forza di resistere al male e di “non peccare più”. L’atteggiamento di Gesù diviene in tal modo un modello da seguire per ogni comunità, chiamata a fare dell’amore e del perdono il cuore pulsante della sua vita.” [4]
 
La Chiesa prega Dio (e lo ha sempre fatto) per la salvezza di tutti e affida alla misericordia infinita di Dio i suoi figli peccatori: può dunque sperare nella loro salvezza, ma non ha alcuna certezza che tutti si salvino. Non ha mai affermato che uno si sia di certo dannato, e non può dire che nessuno si danna. La Commissione Teologica Internazionale nel suo documento ufficiale riguardante l’escatologia (1992) ha affermato: “poiché l’Inferno è una vera possibilità reale per ogni uomo, non è lecito, sebbene lo si dimentichi talora nella predicazione durante le esequie, presupporre una specie di automatismo della salvezza”, per questo parliamo di “suffragi”, nella speranza che l’anima si salvi, ma restano chiari i moniti del vangelo: «Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» (Mt 19, 17); «Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre» (Mc 10, 18-19). E nostro Signore Gesù Cristo, a chi non rifiuta la sua verità e la sua grazia, ha promesso l’ingresso nel suo Regno, che non è opera dell’uomo e non risponde a logiche temporalistiche, come Egli stesso ha affermato perentoriamente davanti al procuratore romano, rappresentante allora del potere politico (Gv.18,33-37). Pertanto non è neppure onesto affermare, come si fa oggi, che basta essere “buoni” per salvarsi.
 
… Anche perché della “bontà” secondo l’intendimento dell’uomo, la via vecchia esistenza sta a testimoniarne la fallacia, se non la perfidia; al pari della “pace” degli uomini – anziché di Dio – che viene salmodiata in congreghe che del pervertimento d’ogni sorta, hanno fatto bandiera.
 
In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti!
 
[1] Omelia del mattino del 14 giugno 2016

[2] Il Cielo e la Terra, Abraham Skorka e Jorge Mario Bergoglio

[3] La svolta di Francesco, a cura di Sandro Magister del 3 ottobre 2013

[4] Benedetto XVI, Omelia del 25 marzo 2007
 

lunedì 18 luglio 2016

BENEDETTO STA BENISSIMO !!! e i lupi???

Ma quale "rinuncia per motivi di salute", Ratzinger sta in perfetta forma.

 


«Ho conosciuto personalmente numerosi preti internati nelle prigioni e nei gulag staliniani. Sacerdoti che sono tuttavia rimasti fedeli alla Chiesa… conducendo una vita degna alla sequela di Cristo, loro divino Maestro». Si presenta così l’arcivescovo cattolico Jan Pawel Lenga, vescovo emerito di Karaganda (Kazakhistan) in una lettera accorata che in queste ore rimbalza su vari siti cattolici dall’America all’Italia. «Io stesso» prosegue «ho compiuto gli studi in un seminario clandestino nell’Unione Sovietica, lavorando con le mie mani per guadagnarmi il pane quotidiano. Sono stato ordinato prete in segreto, di notte, da un Vescovo che aveva a sua volta sofferto a causa della sua fede. Dopo il mio primo anno di sacerdozio sono stato espulso dal Tagikistan ad opera del Kgb». Monsignor Lenga, che ha partecipato a due Sinodi con Giovanni Paolo II, sente il dovere di esprimersi «circa la crisi attuale della Chiesa Cattolica». E ha scelto «la forma della lettera aperta, dato che qualsiasi altro metodo di comunicazione si scontrerebbe con un muro di silenzio totale e con la volontà di ignorare».
 
La lettera - Il vescovo precisa: «Sono del tutto cosciente delle possibili reazioni alla mia lettera aperta. Ma la voce della mia coscienza non mi permette di tacere, mentre l’opera di Dio viene oltraggiata».  Egli ricorda infatti la lezione degli apostoli martiri, per cui bisogna «obbedire a Dio piuttosto che agli uomini». Spiega che «oggi diventa sempre più evidente come in Vaticano attraverso la Segreteria di Stato si è intrapresa la via del politicamente corretto».  E che si propaga il «modernismo» cosicché gli stessi vescovi non hanno più voce «per difendere la fede e la morale».  E aggiunge: «In tutti i settori della Chiesa si nota una significativa riduzione del “sacrum”. È lo “spirito del mondo” che conduce i pastori».  Eppure «i pastori sono tenuti - che piaccia loro o no - ad insegnare tutta la verità su Dio e sull’uomo». Ma - si chiede - dove sono oggi quelli «che annunciano alle genti chiaramente ed in modo comprensibile i pericoli, minacciosi, che scaturiscono dalla perdita della fede e da quella della salvezza?» Sono rari perché, secondo questo pastore, la scelta «di nuovi vescovi e persino di cardinali, a volte rispecchia più i criteri di una certa ideologia o anche gli imperativi di gruppi molto distanti dalla Chiesa. Allo stesso modo la benevolenza dei mass media sembra essere un criterio importante». Bisogna essere da loro ritenuti «aperti e moderni» e non «troppo santi».  Purtroppo neanche Benedetto XVI, in cui il vescovo Lenga sperava, è riuscito a invertire questa rotta disastrosa.

La rinuncia - Egli aggiunge queste parole: «È difficile credere che Papa Benedetto XVI abbia rinunciato in piena libertà al suo compito di successore di Pietro. Questo papa è stato il capo della Chiesa, ma i suoi collaboratori praticamente non hanno applicato il suo insegnamento, anzi sono state passate sotto silenzio o bloccate le sue iniziative».  Così oggi, conclude l’eroico vescovo, la Chiesa si trova in una situazione drammatica. Non è un caso che sia un uomo che ha vissuto le persecuzioni comuniste ad avere il coraggio di esprimere pubblicamente dubbi sulla piena libertà della «rinuncia» di Benedetto XVI. Parole dirompenti che mettono inevitabilmente in discussione la validità della stessa rinuncia (che ha proprio la libertà come requisito essenziale). Questi dubbi circolano sempre di più in tutte le curie e a volte emergono a sorpresa. Come il 7 gennaio scorso quando il quotidiano dei vescovi, Avvenire, sempre sorvegliatissimo, a pagina 2 pubblicò una stupefacente lettera dove si puntava il dito contro quegli «ambienti che, per i soliti motivi di potere e sopraffazione, hanno tradito e congiurato per eliminare papa Ratzinger, pur riconosciuto “fine teologo”, e l’hanno spinto alla rinuncia». Il mistero di quella rinuncia e della decisione di Ratzinger di restare tuttavia «papa emerito» - cosa mai accaduta in duemila anni e cosa mai spiegata sotto il profilo teologico e canonistico - si è riproposto visivamente anche ieri, al Concistoro in San Pietro (guarda caso papa Benedetto viene chiamato a presenziare ad ogni atto che implica la giurisdizione pontificia…). Pur in là con gli anni il papa emerito è apparso in forma. Le sue buone condizioni del resto erano già state illustrate giovedì scorso, con un’intervista al Corriere della sera, dal suo segretario, monsignor Georg Gaenswein che è anche Prefetto della Casa pontificia di Francesco.  Gaenswein, per far apparire «normale» una situazione che invece è totalmente anomala, ha ribadito (o ha dovuto ribadire) di nuovo una sorta di «excusatio non petita», cioè che il papa «ha preso la sua decisione in modo libero, senza alcuna pressione». E poi ha ripetuto che si è dimesso perché «le forze del corpo e dell’animo venivano meno». Non è per nulla credibile che (a meno di fortissime pressioni) vengano meno le forze dell’animo in un uomo di Dio come Benedetto il quale fin dall’inizio ha confessato pubblicamente la sua certezza nell’aiuto di Dio («non sono solo, chi crede non è mai solo…Dio mi sostiene e mi porta»). Il Vicario di Cristo poi gode di un’assistenza straordinaria del Cielo.

Le contraddizioni - Ma è anche assurdo dire che si sia dimesso per la banale diminuzione delle forze fisiche. Anzitutto perché lo stesso Gaenswein si contraddice in quella medesima intervista dove spiega che il papa emerito, a due anni dalla rinuncia, sta sempre bene in salute (salvo «qualche fastidio alle gambe, ogni tanto») e «la sua mente è formidabile»: legge, scrive, studia, prega, sbriga la corrispondenza, riceve persone, fa ogni giorno la sua passeggiata e suona il pianoforte. Cosicché non si vede come possa essersi dimesso per ragioni fisiche. Peraltro invecchiare è normale per ogni papa e il Dio dei cristiani - ci ha insegnato Ratzinger - si compiace di vincere la forza del mondo con l’apparente debolezza dei suoi apostoli. Del resto è naturale attendersi da un papa che lasci a Dio la scelta di quando chiamarlo a sé, come ha testimoniato Giovanni Paolo II. Infine Ratzinger sa benissimo che nella tradizione della Chiesa la rinuncia per invecchiamento non si è mai verificata ed è anche gravata da un giudizio morale molto negativo. Il cardinal Fagiolo, canonista di fiducia di Giovanni Paolo II, sentenziò: «Di certo in maniera tassativa e assoluta il Papa non potrà mai dimettersi a motivo della sola età». Tutti ribadiscono che occorre un motivo gravissimo per la rinuncia altrimenti l’atto, pur valido, è moralmente colpevole. Secondo il canonista Carlo Fantappiè la rinuncia al Papato può avvenire solo «in casi davvero eccezionali e per il bene superiore della Chiesa». Questa è «la condizione per rinunciare all’ufficio senza cadere in colpa grave davanti a Dio».  Dunque per buon senso e per rispetto verso Benedetto XVI non si può ridurre la ragione della sua rinuncia all’invecchiamento.

Dubbi e domande - Proprio il fatto che sia stato lui stesso a dare questa (debole) motivazione ufficiale dovrebbe indurre a porsi delle domande, visto che egli non ignora di certo il diritto canonico. Del resto se aveva subito pressioni non poteva certo dirlo in maniera esplicita visto che così avrebbe invalidato l’atto a cui era costretto. E poi egli ha anche dichiarato che era «ben consapevole della gravità di questo atto» e non poteva certo definirlo «grave» se fosse stato un normale pensionamento. Si ricordi che fin dal suo insediamento Benedetto aveva affermato: «Pregate per me perché io non fugga per paura davanti ai lupi».  È lecito chiederci chi fossero i «lupi» e cosa volessero. Però sarebbe un grossolano errore pensare che il papa sia fuggito: egli ha scelto di autorecludersi in Vaticano, dichiarando che «la mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo».  Infatti è rimasto «papa emerito» perché - ebbe a dire in un’altra intervista Gaenswein - «ritiene che questo titolo corrisponda alla realtà».

 http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/11757114/Ma-quale--rinuncia-per-motivi.html

sento puzza di zolfo

Il “Patto delle Catacombe” 

 



Ieri mi sono imbattuto casualmente in un articolo sul “Patto delle Catacombe”. Mi sono stropicciato gli occhi e mi son detto, alla toscana (un querciolino non rinnega mai le sue radici): oh icchegliè? Incomincio a leggere l’articolo e, man mano che procedo nella lettura, mi sento sempre piú smarrito. Scopro che il 16 novembre 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio Vaticano II, quaranta Padri Conciliari, nelle Catacombe di Domitilla, firmarono il “Patto delle Catacombe”. Cado dalle nuvole: in cinquant’anni, non avevo mai sentito parlare di simile patto. 

Terminata la lettura, faccio una veloce ricerca su Google, e scopro che ci sono un’infinità di link, in genere risalenti all’anno scorso (novembre 2015), quando ricorreva il cinquantesimo anniversario del patto. In quell’occasione si tenne anche un seminario all’Urbaniana, a cui parteciparono Mons. Luigi Bettazzi (forse l’unico sopravvissuto dei firmatari), il gesuita Jon Sobrino e il Prof. Alberto Melloni (e noi che pensavamo che nel 2015 si dovesse celebrare il cinquantenario del Vaticano II...). Furono scritti anche diversi articoli. Riporto solo qualche titolo: «Con Papa Francesco rivive 50 anni dopo il “Patto delle catacombe”» (Agenzia SIR); «Catacombe: il Patto per una chiesa povera» (Avvenire); «Nel patto delle catacombe il seme della Chiesa di Francesco» (Aleteia); «A 50 anni del “Patto delle Catacombe”. Per una Chiesa “serva e povera”» (Zenit). Addirittura, nel giorno anniversario, a Napoli, nelle Catacombe di San Gennaro, al Rione Sanità, in trecento (la crème della “Chiesa dei poveri” italiana) rinnovarono il patto.

Nella mia ricerca su Google scopro anche che c’è un articolo di Wikipedia. Chiedo a persone di mia conoscenza, solitamente bene informate, se ne sanno nulla, e mi rispondono: “Sí, certo, ne parla anche il Prof. De Mattei nella sua storia del Concilio”. Un volume, questo, che avevo letto a suo tempo, ma evidentemente non avevo messo a fuoco l’evento. Eravamo ancora durante il pontificato di Benedetto XVI: certi fatti sembravano ormai consegnati alla storia. È chiaro che la percezione dei medesimi eventi varia a seconda della situazione in cui ci si trova a vivere.

Vi lascio immaginare il mio stato d’animo, ieri sera. Ho sentito il mondo crollarmi addosso: ma dove sono vissuto io in questi cinquant’anni? Pensavo che il grande evento della Chiesa del XX secolo fosse il Vaticano II; e ora scopro che, no, era il “Patto delle Catacombe”. Mi avevano sempre detto che il rinnovamento della Chiesa era stato avviato dal Concilio; e invece no, ora mi sento dire che il seme della “Chiesa di Francesco” si trova nel “Patto delle Catacombe”. Ma allora ho sbagliato tutto? Ditemi voi che cosa deve fare uno che, fin da giovane, ha scelto come programma di vita quello di “incarnare il Concilio” (vedi qui) e che, per questa sua scelta, è stato osteggiato ed emarginato, e ha dovuto sorbirsi gli epiteti di “lefebvriano” (da sinistra) e di “prete modernista” (da destra), ma che ha accettato tutto perché convinto che quella fosse la scelta giusta, perché persuaso che «nel Vaticano II si esprime ciò che Dio vuole oggi da noi» (vedi il precedente link). E ora, arrivato a sessant’anni, gli dicono: no, guarda, deve esserci stato un malinteso; il seme della vera Chiesa, quella evangelica, quella “povera per i poveri”, non sta nel Concilio, ma nel “Patto delle Catacombe”. Direte che sto esagerando. No, vi posso assicurare che ero davvero sconvolto. Comunque, andiamo con ordine. Cominciamo con la lettura del patto:
Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla grazia e la forza di Nostro Signore Gesú Cristo, sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti delle nostre rispettive diocesi; ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli delle nostre diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto segue:
1. Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende. [Mt 5:3; 6:33s; 8:20]
2. Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici). [Mc 6:9; Mt 10:9s; At 3:6 Né oro né argento]
3. Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca, ecc.; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o caritative. [Mt 6:19-21; Lc 12:33s]
4. Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale della nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno amministratori e piú pastori e apostoli. [Mt 10:8; At 6:1-7]
5. Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore...). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre. [Mt 20:25-28; 23:6-11; Gv 13:12-15]
6. Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, precedenze, o anche di una qualsiasi preferenza ai ricchi e ai potenti (es. banchetti offerti o accettati, nei servizi religiosi). [Lc 13:12-14; 1 Cor 9:14-19]
7. Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale. [Mt 6:2-4; Lc 15:9-13; 2 Cor 12:4]
8. Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, ecc., al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi. Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi o i sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro. [Lc 4:18s; Mc 6:4; Mt 11:4s; At 18:3s; 20:33-35; 1 Cor 4:12 e 9:1-27]
9. Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti. [Mt 25:31-46; Lc 13:12-14 e 33s]
10. Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio. [At 2:44s; 4:32-35; 5:4; 2 Cor 8 e 9 interi; 1 Tim 5:16]
11. Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua piú evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale — due terzi dell’umanità — ci impegniamo:
• a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere;
• a richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il Vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino piú nazioni proletarie in un mondo sempre piú ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria.
12. Ci impegniamo a condividere, nella carità pastorale, la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il nostro ministero costituisca un vero servizio; cosí:
• ci sforzeremo di “rivedere la nostra vita” con loro;
• formeremo collaboratori che siano piú animatori secondo lo spirito che capi secondo il mondo;
• cercheremo di essere il piú umanamente presenti, accoglienti...;
• saremo aperti a tutti, qualsiasi sia la loro religione. [Mc 8:34s; At 6:1-7; 1 Tim 3:8-10]
Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai fedeli delle nostre diocesi la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere.
Aiutaci, Dio, ad essere fedeli

Embè? potrebbe obiettare qualcuno alla romana. Che c’è di male in questa dichiarazione? Si tratta di un testo che trasuda vangelo (basta vedere i riferimenti che vengono riportati); un testo che solo dei santi prelati potevano sottoscrivere. Mi spiace, ma questo per me non è vangelo; è solo una interpretazione ideologica del vangelo. Il che è diverso. Vediamo perché. 
• Concedo che, a una lettura superficiale, si può rimanere affascinati da tanto amore per la povertà, tanto distacco, tanta semplicità, tanta generosità. Effettivamente solo dei santi sarebbero in grado di realizzare un simile programma. E non escludo che qualcuno dei firmatari lo fosse. Ma ciò non toglie al testo tutta la sua carica ideologica.
• Va apprezzata l’umiltà e la modestia che vi traspira: «un’iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione»; «nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza»; «aiutaci, Dio, ad essere fedeli». Ma non si può ignorare, allo stesso tempo, una punta di presunzione: «in unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato». L’unione con i fratelli nell’episcopato, in quei giorni, si manifestava nell’aula conciliare, non nelle catacombe di Domitilla.
• Riconosco pure che diversi punti sarebbero pienamente condivisibili, se non fossero infettati dall’ideologia. Si vedano, per esempio i nn. 1 e 3: ci vuole molto a capire che si tratta di semplici utopie? A volte sarebbero sufficienti le tradizionali virtú (distacco, semplicità, onestà, correttezza, ecc.) per non cadere negli abusi a cui ci si illude di porre rimedio con certi vani propositi. Un po’ di sano realismo non guasterebbe!
• Non parliamo poi degli pseudo-problemi: vestiti, titoli, ecc. (nn. 2 e 5). Da quando in qua i “colori sgargianti” sono antievangelici? «Rifiutiamo di essere chiamati … Eminenza, Eccellenza, Monsignore. Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre». Ma, veramente, nel vangelo è scritto: «Non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste» (Mt 23:9). E questa sarebbe fedeltà al vangelo?
• Evidentissimo è l’influsso del marxismo, tanto di moda in quegli anni: «Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi o i sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro» (n. 8); «l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino piú nazioni proletarie in un mondo sempre piú ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria» (n. 11). 
• Emerge una mentalità subalterna alle istituzioni pubbliche, considerate le uniche legittime: «cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti» (n. 9). Perché questo rifiuto aprioristico della beneficenza? che male ha fatto? È evidente la priorità, tutta ideologica, del momento sociale e politico rispetto a quello puramente “assistenziale”.
• Vengono buttate lí proposte, che sanno tanto di massoneria: «l’avvento di un altro ordine sociale, nuovo» (n. 10). Forse, un “nuovo ordine mondiale”?
• Affermazioni giuste, ma che rischiano di rimanere dei semplici slogan: «meno amministratori e piú pastori e apostoli» (n. 4); «piú animatori secondo lo spirito che capi secondo il mondo» (n. 12).
• Alcuni passaggi poco chiari: «la collegialità dei vescovi trova la sua piú evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale»; «investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere» (n. 11). Che significa?

Ma, a parte il contenuto del patto, quel che mi ha maggiormente turbato è la sua stessa esistenza. Notate, esso viene concluso il 16 novembre 1965, a pochi giorni dalla chiusura del Concilio. Perché? Che bisogno c’era? I firmatari erano Padri Conciliari («Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II...»); avevano partecipato a tutte le sedute conciliari; certamente avevano proposto all’attenzione degli altri Padri anche i punti che che sono oggetto del patto, ma evidentemente l’assemblea non aveva ritenuto opportuno farli propri. Ora, se teniamo conto che i sottoscrittori del patto erano 40 e i Padri Conciliari 2500, umiltà e buon senso avrebbero voluto che i 40 si arrendessero alla volontà della maggioranza. Le Costituzioni del mio Ordine, approvate nel Cinquecento, disponevano, a proposito delle decisioni capitolari: «Si eviterà, quando verrà deciso qualcosa contro il proprio parere, di continuare a opporsi o a ripetere che non si condivide quella decisione; bisogna infatti persuadersi che è giusto quanto è stato approvato dalla maggioranza» (l. IV, c. 7). A quanto pare, invece, i piú spirituali dei Padri Conciliari non si rassegnarono, non videro nelle decisioni della maggioranza il risultato del “discernimento” del Concilio, “ciò che lo Spirito dice alla Chiesa”; a loro non bastava quanto era stato approvato; evidentemente ritenevano di essere portatori di una ispirazione speciale, esclusiva, e sentirono il bisogno di riproporla con un gesto a parte, riservato a pochi eletti: il “Patto delle Catacombe”. E il bello è che questo patto non è rimasto un accordo privato fra quei pochi che lo hanno sottoscritto, ma ha costituito la fonte di ispirazione per quanti in questi cinquant’anni non si riconoscevano nella Chiesa istituzionale. Si ha l’impressione che ci siano stati due concili: uno “essoterico”, destinato al vasto pubblico, fatto dei sedici lunghi documenti approvati dai Padri, e uno “esoterico”, riservato a pochi “illuminati”, fatto di dodici paragrafetti (per altro, scritti con una certa approssimazione), che però avrebbero condizionato la Chiesa nei decenni a venire. E sembrerebbe quasi che il Concilio ufficiale sia servito solo da paravento per coprire quello “reale”, rimasto sotto la cenere per cinquant’anni, per manifestarsi infine ai nostri giorni. Che ci fossero delle lobby, lo si sapeva; che queste, prima e durante il Concilio, si riunissero separatamente per decidere e organizzare le modalità dei loro interventi, sarà pure poco corretto, ma è comprensibile, rientra nella normalità. Ma che quaranta Padri, alla vigilia della conclusione del Concilio, abbiano sentito il bisogno di stringere un “Patto delle Catacombe”, supplementare al Concilio, quasi suo momento supremo, a me sembra semplicemente inconcepibile. Dà l’impressione di una specie di Carboneria. Non bastava la “Mafia di San Gallo”; ora viene fuori (almeno per me, che in questi cinquant’anni sono stato un po’ ingenuo e un po’ distratto) il “Patto delle Catacombe”. Questa nuova Chiesa, a quanto pare, nasce sotto il segno della cospirazione. Ma non erano state aperte le finestre per fare entrare aria fresca? Non doveva sentirsi profumo di primavera? Io, per il momento, sento solo puzza di zolfo.
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