domenica 29 marzo 2015

la veste "senza strappi” di Cristo

La “tonaca piana” del papa e quella “senza strappi” di Cristo


Antonio Margheriti Mastino
Una sola cosa buona ho fatto in vita mia: togliermi la tv da casa, e se su youtube vedo la parola “papa”, qualsiasi papa, vado oltre, cercando un video di rinoceronte che carica un automobilista o di elefante che cerca di calpestare un documentarista.
Ma quando ci sarà un vaticanismo serio in Italia, non legato alle tonache dei preti e alle ideologie di sacrestia? Quando ce ne potrà essere uno non fatto da ciambellani che cambiano insegne al mutar di vento? Quando si potrà unire la professionalità all’essere giornalisti cattolici? Quando si convinceranno che essere cattolici significa anzitutto essere seri, liberi e credibili? Può un Tg1 in diretta dalla messa papale – se così posso chiamarla essendo in genere quello il luogo delle chiacchiere profana del commentatore che “spiega” con spirito da etologo e documentarista della savana cosa quelle strane bestia stan lì facendo – può uscirsene durante la messa delle Palme con un:
«… Bisogna vedere quanto ci metteranno vescovi e cardinali a mettere la tonaca piana come fa il Papa, a vivere assieme ad altri preti come fa il Papa, a viaggiare su un’utilitaria come fa il Papa…»
Questa è ideologia clericale, tipica di chi è cresciuto nelle sacrestie bigotte e progressiste, va da sé apostate dei Carlo Maria Martini, che quanto a magnificenza liturgica non era secondo a nessuno, va detto. Non è manco carlomariamartinismo, è l’interpretazione dell’interpretazione del martinismo, quello delle serve che han orecchiato i discorsi del padrone. Senza capirci granché, e nonostante ciò si permettono il sussiego nel rendercene nota.
Uno che lavora alla trasmissione sedicente cattolica di Rai1, A Sua Immagine, mi raccontava che dovendo sistemare un servizio sugli esorcismi, gli si raccomandarono perentoriamente di farlo in modo tale che ci si rendesse conto – alla trasmissione “cattolica” – che di superstizioni medievali si trattava, che nel frattempo c’era stato un Concilio a superare queste cose e che ora, per giunta, c’era pure un altro papato che le avrebbe (falsissimo!) messe in cantina come ricordi impresentabili della “Chiesa di prima”, giacché questo, oggigiorno, “è chiaro che sono disturbi psichiatrici che gli psichiatri e non i preti devono guarire”.
La “tonaca piana” del papa al contrario di quella coi dossi artificiali dei cardinali: proprio in questa settimana santa viene alla mente “la tonaca senza strappi” di Gesù, un lusso che sotto la croce i soldati si contesero a dadi, una volta che il Cristo era, nudo, spirato.
Ma è un altro il dato: è una guerra di logoramento. E la guerra parte dalle parole e mira dritto ai simboli. La guerra vera è sparare sul simbolo, perché colpisci al cuore i significati. I significati sono la ricostruzione logica delle essenze. La guerra è contro il sacro. “Sacro” che significa “ciò che è separato”, separato dal profano, dall’immondo, dal mondano, dall’immanente. E la guerra al sacro è  dunque una guerra per profanare, per abbattere quel muro santo che separa ciò che è puro da ciò che è impuro, il verticale dall’orizzontale, l’eterno dal transeunte; quel che è di Dio a lui solo tributato come diritto, da ciò che è solo dell’umano. Il Sacro è l’insieme dei simboli che sono la forma semplice e immediata con cui vengono a tutti comunicate e trasmesse le essenze distillate in immagini.
È, in una parola, una guerra per la mondanizzazione della Chiesa, sdraiandola sulla linea delle retoriche moralistiche mondane e radical che solo alla Chiesa si vorrebbero infliggere. Essendo tutto il resto del mondo in piena baldoria edonistica, che della bellezza e del lusso ha fatto un fine ultimo, un idolo e una ideologia. Una utopia e un’illusione anche.
Si vuol spogliare la Sposa di Cristo per svergognarla. Per abbatterne i simboli. Per privarla dei significati e delle essenze. Per neutralizzarla, evirandola, rendendola indistinguibile dal mondo, dunque irrilevante e invisibile nel mondo.
Nella masnada di rinnegati ondivaghi, consacrati e soprattutto laici – con cuori che vivono di calcoli infami e con menti che stagnano nelle nebbie – che compongono il seguito ciarlierlo e la lasciva corte dei miracoli bergogliosa (senza che il papa ne abbia vera colpa, se non nel valutare le persone), non perdonano alla Chiesa il Sacro. Perché a ciascuno ricorda che non a loro servizio – nel senso servile del termine, non missionario – è la Cattolica, ma al servizio di Dio; non in questa terra ripone il suo fine ultimo, ma nell’altro mondo. Si parte dalla “tonaca piana” per ammettere, sublimata, la perdita della fede e soprattutto del timor di Dio.
Mai il mondo si lamentò del sacro e della bellezza congiunte, sempre se ne stupì come di una meraviglia: ha cominciato a lamentarsene come strascico del culto della bruttezza che fu proprio dei marxismi che si costituirono in regimi. E chi sono gli ultimi marxisti rimasti oggi al mondo? Preti, frati, vescovi e laici “impegnati”. Dalle chiese depredate e squallide, e dagli interni di canonica forniti di ogni confort: hanno venduto ciò che era della casa di Dio per arredare casa loro, con il ricavato. Infatti il minimo comun denominatore dei cattolici pauperisti è proprio questo loro essere tutti benestanti, se non ricchi. Vedi i vescovi tedeschi, per fare un esempio.
È un’avversione vorrei dire preternaturale al soprannaturale, la loro.  Per questo vogliono essere loro – specie i commentatori tv delle messe papali prelevati di netto dalle sacrestie ultra-progressiste – vogliono essere loro nelle liturgie il centro attorno al quale si consuma una danza vuota e macabra intorno all’unico simbolo rimasto in piedi: il Vitello d’Oro. Che sono, appunto, loro stessi.
Per questo gli strapagati commentatori da sacrestia della Rai, in utilitaria loro non ci vanno, né si presentano in tv con vestiti da quattro soldi, tutt’altro.
Si parte dall’assenza di “tonaca piana” dei cardinali, e si giunge finalmente alla detronizzazione di Dio, una volta abbattuti uno dietro l’altro tutti i simboli e con essi i significati e le essenze, il Sacro come di “ciò che è separato”. Aspettano la morte della Chiesa perché possano finalmente proclamare quella di Dio. Divinizzando se stessi.
http://www.papalepapale.com/cucciamastino/mastinate-quotidiane/la-tonaca-piana-del-papa-e-quella-senza-strappi-di-cristo/?fb_ref=3f6243cbd9a54ce195dd133353ba1462-Facebook

sabato 28 marzo 2015

GLI LEGARONO LE MANI

GLI LEGARONO LE MANI PERCHÉ FACEVANO IL BENE




Perché il Signore fu ammanettato dai suoi carnefici? Perché impedirono il movimento delle sue mani, legandole con dure corde? Soltanto l'odio o il timore potrebbero spiegare perché si riduce così qualcuno all'immobilità e all'impotenza. Perché odiare queste mani? Perché averne timore?
La mano è una delle parti più espressive e più nobili del corpo umano. Quando i Pontefici e i genitori benedicono, lo fanno con un gesto delle mani. Per pregare, l'uomo congiunge le mani o le alza verso il cielo. Quando vuole simboleggiare il potere impugna lo scettro. Quando vuole esprimere forza, impugna il gladio. Quando parla alle moltitudini, l’oratore sottolinea con le mani la forza del ragionamento con cui convince o l’espressione delle parole con cui commuove. È con le mani che il medico somministra i medicinali e l'uomo caritatevole soccorre i poveri, gli anziani, i fanciulli; e perciò gli uomini baciano le mani che fanno il bene, e ammanettano le mani che praticano il male.


Le Tue mani, Signore, che cosa fecero? Perché furono legate?
Chi potrà esprimere, o Signore, la gloria che queste mani diedero a Dio quando su di esse si  posarono i primi baci della Madonna e di San Giuseppe? Chi potrà esprimere con quanta tenerezza fecero a Maria Santissima le prime carezze? Con quanta devozione si giunsero per la prima volta in atteggiamento di preghiera?
E con quanta forza, quanta nobiltà, quanta umiltà lavorarono nell’officina di San Giuseppe? Mani di Figlio perfetto, che cosa altro fecero nel focolare, se non il bene ?
Quando la Tua vita pubblica ebbe inizio, fosti principalmente il Maestro che insegnava agli uomini il cammino del Cielo. E così, quando nel piccolo gregge dei tuoi eletti, insegnasti la perfezione evangelica, quando la Tua voce si alzò e sovrastò le folle estasiate e riverenti, le Tue mani si mossero segnalando la dimora celeste o condannando il crimine, aggiungendo alla parola tutti quei significati di cui l’arricchisce il gesto. E gli Apostoli e le moltitudini credettero in Te, e Ti adorarono, o Signore.
Mani di Maestro, ma anche mani di Pastore. Non soltanto insegnasti, ma guidasti. La funzione di guidare si esercita più propriamente sulla volontà, come quella d’insegnare più esattamente sull’intelligenza. E siccome è soprattutto mediante l’amore che si guidano le volontà, le Tue mani divine ebbero virtù misteriose e soprannaturali per vezzeggiare i più piccoli, accogliere i penitenti, guarire gli ammalati.


Ma queste mani, così soprannaturalmente forti che al loro imperio si piegarono tutte le leggi della natura, e ad un loro cenno il dolore, la morte, il dubbio fuggirono, queste mani avevano ancora un'altra funzione da esercitare. Non parlasti anche del lupo famelico? Saresti stato Pastore se Tu non lo avessi respinto?
Il lupo, sì... è innanzi tutto il demonio. Tu cacciasti il demonio, Signore, con terribile imperio, e di fronte alla Tua parola grave e dominatrice come il tuono, più nobile e più solenne di un canto di angeli, gli spiriti impuri fuggirono impauriti e vinti.
Come Pastore, le Tue mani divine non si  limitarono a brandire il bordone contro le potenze spirituali e invisibili che, a detta di San Paolo, infestano l’aria per perdere gli uomini. Esse  fustigarono anche il demonio e il male nei suoi agenti tangibili e visibili. Condannarono il male, considerato innanzitutto in senso astratto. Non ci fu vizio contro cui Tu non parlasti.
Ma ugualmente il male nella sua pratica, nella misura in cui si concretizza negli uomini, e non solo negli uomini in generale,  ma in certe classi - i farisei per esempio - e non solo in certe classi ma in certi uomini visti molto in concreto: i venditori del tempio, immortalati nel Vangelo grazie al loro castigo esemplare.
In effetti si trattava non dei diritti meramente umani, ma della Causa di Dio. Poiché nel servizio di Dio ci sono momenti in cui il non recriminare, non fustigare equivale a tradire.
Queste mani che furono così soavi per uomini retti come l'innocente Giovanni e la penitente Maddalena, queste mani che furono così terribili per il mondo, il demonio, la carne, perché sono legate e ridotte in carne viva? Sarà forse per opera degli innocenti, dei penitenti? O piuttosto per opera di coloro che ricevettero il castigo meritato e contro questo castigo si ribellarono diabolicamente?
Sì, perché tanto odio, perché tanto timore da dover sembrare necessario legare le Tue mani, ridurre al silenzio la Tua voce, sopprimere la Tua vita?


Signore, per capire questa mostruosità, bisogna credere all'esistenza del male. Bisogna riconoscere che così sono gli uomini, che la loro natura facilmente si ribella contro il sacrificio, che quando prende il cammino della rivolta, non c'è infamia né disordine di cui non sia capace. Dobbiamo riconoscere che la tua Legge impone sacrifici, che è duro essere casto, essere umile, essere onesto, e di conseguenza è duro seguire la tua Legge.
Il Tuo giogo è soave, sì, il tuo peso e leggero. Però, non perché non sia amaro rinunciare a ciò che c’è di animalesco e di disordinato in noi, ma perché Tu stesso ci aiuti a farlo. E quando qualcuno Ti dice no, comincia ad odiarti, a odiare ogni bene, tutta la verità, tutta la perfezione di cui Tu sei la personificazione stessa.

E se non Ti ha a portata di mano, in forma visibile, per scaricare il suo odio satanico, allora colpisce la Chiesa, profana l'Eucaristia, bestemmia, propaga l'immoralità, predica la Rivoluzione.
Sei ammanettato, o Gesù mio, dove sono gli zoppi e i paralitici, i ciechi, i muti che  guaristi, i morti che risuscitasti, i posseduti che liberasti, i peccatori che  risollevasti, i giusti a cui  rivelasti la vita eterna? Perché loro non vengono a spezzare i lacci che legano le Tue mani?

Paradosso curioso. I tuoi nemici continuarono a temere le tue mani, benché legate, e per questo Ti uccisero. I tuoi amici sembrarono meno consapevoli del tuo potere. Perché non ebbero fiducia in Te, fuggirono spaventati davanti a coloro che Ti perseguitarono. Perché? Anche qui la forza del male è palese.

I Tuoi nemici amarono talmente il male che, anche sotto le umiliazioni delle corde che Ti legarono, percepirono tutta la forza del Tuo potere... e tremarono! Per essere sicuri, vollero trasformare in piaga la Tua ultima fibra di carne ancora sana, vollero versare l’ultima goccia del Tuo sangue, vollero vederTi esalare l’ultimo sospiro.

E nemmeno allora furono tranquilli. Morto, infondevi ancora timore. Bisognava sigillare il Tuo sepolcro e circondare di guardie armate il Tuo cadavere. Tanto che l’odio al bene li rese perspicaci al punto di fargli percepire ciò che è indistruttibile in Te. Al contrario, i buoni non se ne resero conto con la stessa chiarezza. Ti reputarono sconfitto, perso; fuggirono per salvare la propria pelle. Ebbero solo occhi e udito per presagire il proprio rischio. In effetti, l’uomo diventa perspicace soltanto in quanto a ciò che ama. E se vede più il suo rischio che il Tuo potere, è perché ama più la sua vita che la Tua gloria.


O Signore, quante volte i Tuoi avversari tremarono davanti alla Chiesa, mentre io, miserabile, vedendola ammanettata credetti che tutto fosse perduto! Ma quanta ragione ebbero i Tuoi nemici! Tu  risorgesti. Non soltanto le corde e i chiodi non servirono a niente, ma né la lastra del sepolcro, né il carcere e tanto meno la morte poterono trattenerTi. Sì, sei risorto! Alleluia!

Signore mio, che lezione! Vedendo la Chiesa perseguitata, umiliata, abbandonata dai suoi figli, negata dai costumi pagani e dalla scienza panteista di oggi, minacciata all'esterno dalle orde del comunismo e all’interno dall’insensatezza di quelli che vorrebbero venire a patti con il demonio, io esito, tremo, penso che tutto sia perduto. Signore, mille volte no! Tu risorgesti per la Tua forza, e spezzasti i vincoli con cui i Tuoi avversari avevano preteso di trattenerTi nelle ombre della morte.

La Tua Chiesa partecipa di questa forza interiore e può in qualsiasi momento distruggere tutti gli ostacoli da cui si vede circondata. La nostra speranza non è nelle concessioni, né nell’adattamento agli errori del secolo. La nostra speranza è in Te, Signore. Esaudisci le suppliche dei giusti, che ti pregano per mezzo di Maria Santissima. Invia, o Gesù, il Tuo Spirito, e sarà rinnovata la faccia della terra.
(Plinio Corrêa de Oliveira - Catolicismo, Aprile 1952)



http://www.pliniocorreadeoliveira.it/pensieri_e_massime_040.htm

venerdì 27 marzo 2015

lettera a papa Francesco

Caro Sinodo .... 500 preti di Inghilterra e Galles sul matrimonio "mantenere unità di prassi e dottrina"




Il settimanale inglese Catholic Herald lancia una notizia che non ho visto riportata da nessuno in Italia. Eppure dire che il 10% dei preti di una Conferenza Episcopale Nazionale ha messo il proprio nome in pubblico sottoscrivendo un appello a mantenere l'attuale insegnamento sull'indissolubilità matrimoniale (dottrina e prassi insieme), fondato sulla Parola di Dio e sul magistero della Chiesa, non è cosa da poco. Ricordo infatti che i sacerdoti Cattolici in Inghilterra e Galles sono poco più di 5 mila. Ma non è strano che proprio loro prendano l'iniziativa: è a causa di un divorzio (quello di Enrico VIII che voleva risposarsi) che la Chiesa inglese ha perso la sua unità con Roma nel 1534 e ha visto poi tante persecuzioni e martiri del calibro di San John Fisher e Tommaso Moro, oltre che innumerevoli preti e laici rimasti fedeli fino alla morte. Ecco una sommaria traduzione di quanto trovate qui




Quasi 500 sacerdoti in Inghilterra e Galles esortano il prossimo Sinodo di ottobre a mantenersi saldo sulle posizioni tradizionali a proposito della Comunione per i divorziati risposati.

Per questi preti la dottrina e la prassi devono "restare saldamente e inseparabilmente in armonia".

Hanno firmato tutti insieme una lettera invitando i partecipanti al Sinodo famiglia di quest'anno a dare un "annuncio chiaro e fermo"di sostegno a ciò che la Chiesa insegna sul matrimonio. Nella lettera, pubblicata sul Catholic Herald di questa settimana, i preti scrivono: "Come sacerdoti cattolici vogliamo riaffermare la nostra fedeltà incrollabile all'insegnamento tradizionale riguardo il matrimonio e il vero significato della sessualità umana, fondata sulla Parola di Dio e insegnata dal Magistero della Chiesa per due millenni". Già il Sinodo straordinario dello scorso anno ha provocato un acceso dibattito sulla questione se ai cattolici divorziati e risposati dovrebbe esser consentito ricevere la Santa Comunione - una proposta presentata dall'ultraottantenne cardinale tedesco Walter Kasper.

In quello che pare essere un passo senza precedenti, 461 sacerdoti d'Inghilterra e Galles si sono uniti insieme per sollecitare i partecipanti sinodali a respingere la proposta. Scrivono: "Noi affermiamo l'importanza di mantenere la disciplina tradizionale della Chiesa per quanto riguarda la ricezione dei sacramenti, e che dottrina e la prassi rimangono saldamente e inseparabilmente in armonia".

Un firmatario, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha affermato "C'è stata non poca pressione a non firmare la lettera; in effetti un certo grado di intimidazione da parte di alcuni uomini di Chiesa di alto livello".

Un altro, che ha chiesto anch'egli di non essere nominato, ha detto che la questione della comunione ai risposati è "una questione di interesse pastorale e fedeltà al Vangelo". Ha detto: "Misericordia richiede sia amore che verità. C'è molto in gioco. Non tutti i preti si sentono a proprio agio nell'esprimersi in una lettera aperta, ma sarei molto preoccupato se ci fossero sacerdoti in disaccordo con i sentimenti che questa lettera contiene".

"La lettera invita alla fedeltà alla dottrina cattolica, e richiede che la prassi pastorale rimanga 'inseparabilmente in sintonia' con ciò che è creduto.

I sacerdoti affermano che vogliono rimanere nell'impegno ad aiutare "quelli che lottano per seguire il Vangelo in una società sempre più secolarizzata", ma fanno capire che le coppie e le famiglie che sono rimaste fedeli non vengono adeguatamente supportate o incoraggiate.

Firmatari notevoli della lettera includono teologi come  p. Aidan Nichols e don John Saward, e il fisico di Oxford p. Andrew Pinsent. Hanno inoltre firmato la lettera p. Robert Billing, portavoce della diocesi di Lancaster, P. Tim Finigan, blogger e pubblicista per il Catholic Herald, e don Julian Large, prevosto del London Oratory.

I sacerdoti concludono la missiva invitando tutti i partecipanti al prossimo Sinodo "a fare un annuncio chiaro e fermo dell'insegnamento morale non mutevole della Chiesa, in modo che la confusione possa essere allontanata e la fede confermata."

Parlando di recente in occasione della presentazione del suo nuovo libro: Papa Francesco. La rivoluzione della tenerezza e dell'amore, il Cardinal Kasper ha detto che i cattolici dovrebbero far conoscere ai vescovi le loro speranze e le preoccupazioni per il Sinodo. Ma è ancor più importante che preghino affinché lo Spirito Santo guidi le decisioni dei vescovi. Il cardinale ha detto: "Tutti dovremmo pregare perché c’è una battaglia in corso. Si spera che il Sinodo sarà in grado di trovare una risposta comune, con una larga maggioranza, che non sia una rottura con la tradizione, ma una dottrina che sia uno sviluppo della tradizione".

IL TESTO della Lettera dei 500 preti (vedi l'originale e tutte le firme qui)

Dopo il Sinodo straordinario dei Vescovi a Roma nell'ottobre 2014 è sorta parecchia confusione relativamente all'insegnamento morale cattolico. In questa situazione vogliamo, come sacerdoti cattolici, riaffermare la nostra fedeltà incrollabile alle dottrine tradizionali concernenti il matrimonio e il vero significato della sessualità umana, fondate sulla Parola di Dio e insegnate dal Magistero della Chiesa per due millenni. Ci impegniamo nuovamente nel compito di presentare questo insegnamento in tutta la sua pienezza, e nello stesso tempo a raggiungere con la misericordia del Signore coloro che lottano per rispondere alle esigenze e alle sfide del Vangelo in una società sempre più secolarizzata. Inoltre affermiamo l'importanza di mantenere la disciplina tradizionale della Chiesa per quanto riguarda la ricezione dei sacramenti e che l'insegnamento dottrinale e la prassi pastorale rimangano saldamente e inseparabilmente in armonia. Esortiamo tutti coloro che parteciperanno al secondo Sinodo di ottobre 2015 a proclamare con chiarezza e fermezza l'insegnamento morale non mutevole della Chiesa, in modo che la confusione possa essere allontanata e la fede confermata.
Seguono le firme dei sacerdoti

Fonte; leggi anche questo approfondimento su Voice of the Family

Qui il comunicato stampa in inglese che presenta la lettera

Chi volesse riprendere la lettera o far giungere il suo sostegno ad essa è invitato dal comitato organizzatore inglese a scrivere segnalando la cosa a:

S.Em. Lorenzo Cardinal Baldisseri
Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi
Palazzo del Bramante
Via della Conciliazione, 34
00193 Roma

S. Em. Gerhard Ludwig Cardinal Müller
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede
Piazza del S. Uffizio, 11
00193 Roma
email: cdf@cfaith.va

Testo preso da: Caro Sinodo.... 500 preti di Inghilterra e Galles sul matrimonio "mantenere unità di prassi e dottrina" http://www.cantualeantonianum.com/2015/03/caro-sinodo-500-preti-di-inghilterra-e.html#ixzz3VcdU7utO
http://www.cantualeantonianum.com 

“semplici” e “piccoli” con papa Francesco

Essere “semplici” e “piccoli” 



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Ogni giorno vedi che si vorrebbe inibire il ragionare dentro la Chiesa con la solita mappazza del “per non scandalizzare i semplici”, i “piccoli”. Ma guardate eh, questa è una cosa che mi indigna proprio. Stavo leggendo La Croce quotidiano di oggi, si parlava, e in termini giusti, di “quel certo pregiudizio verso la cultura cattolica”. Il che va bene se ci riferiamo a qualcosa che risale ad almeno due secoli fa, perché salvo le voci polemiche nate nell’Ottocento, comunque sporadiche (e in Italia solo in risposta ai risorgimentalismi: pensiamo ad Albertario, alla Civiltà Cattolica … di un tempo), dalla “cultura cattolica”, essiccata, disadorna, ripetitiva, ripiegata su se stessa non è più venuto niente.
È ‘na vita che non produce più nulla, nulla di decente almeno, che non faccia arrossire uno che è abituato a studiare sui testi sacri dei gotha laici e che in effetti hanno condotto e conducono, e spesso in gran stile, battaglie culturali. Degne di questo nome. Il cattolicesimo si è lasciato scoraggiare invece dalla sindrome del minoritario, sino ad accettarne l’irrilevanza, ignorando invece una costante: sono proprio i gruppi “minoritari” ad essere creativi, lievito, a fare la storia … ma tant’è!
La domanda allora è: al di là del pregiudizio degli altri, esiste una Cultura cattolica? Del resto chi ne avrebbe gli strumenti, all’interno della Chiesa, per fare cultura cattolica non solo non lo fa, ma pateticamente si mette a rimorchio delle, spesso, più triviali vulgate e modazze secolariste del momento. A parte questo, c’è dell’altro.
Io non sono del tutto convinto che vi sia un “pregiudizio” altrui verso la cultura cattolica, e quando c’è non sempre è del tutto ingiustificato, anche perché il livello di certi cattolici è talmente infimo da far vergogna talune volte, in presenza di estranei (e la cosa più grave di tutte è la mancanza di fantasia, in genere rimpiazzata con le carnevalate). Esiste un complesso cattolico rispetto alla cultura secolare, ed è vero: ma questo pure è ben lungi dall’essere del tutto ingiustificato. Se complesso c’è è perché, alla base, si avverte o constata una deficienza. Che diventa tanto lacerante se si pensa che mai nella sua storia la Cattolica andò a rimorchio delle correnti di pensiero, artistiche, tecniche, delle novità nel loro complesso: le anticipò. E le dominò magnificamente: era il mondo ad andare al rimorchio dell’intelligenza vulcanica della Chiesa.
Per questo mi indigno spesso. Ma perché ogni giorno mi trovo dinanzi a un mondo cattolico che è misero, misero proprio umanamente: nessun’aquila, nessun animale delle cime, sembra piuttosto una sotto-fauna che non concepisce, non tollera, non comprende che dentro la Chiesa si possa e si debba discutere, che anche le idee nella Chiesa hanno un loro luogo naturale, una ragione, un senso; che il confronto tra i fedeli sulle cose, gli uomini e gli assoluti, è possibile oltre che doveroso. Che in questo senso la prima famiglia cristiana, quella che si riunì sino all’ultima cena intorno al Messia, dette esempio di capacità di critica audace, virulenta in certi momenti: ci fu mai dialettica più franca di quella tra Gesù e apostoli? tra apostoli e apostoli? tra discepoli e farisei? Tutta la storia della Chiesa è una sontuosa, magnifica, altisonante diatriba tra vescovi e preti, teologi e cardinali, santi e papi, eretici e inquisitori.
Ma no, oggi non è possibile, né in Chiesa, né sui giornali cattolici, nemmanco su facebook, perché immancabile arriva tracotante e velenosa la donna dei rosari perennemente “scandalizzata” da tutto e tutti che s’intromette per dire papalepapale «non bisogna scandalizzare i semplici».
Allora, dico io, i semplici non ascoltino e se ne stiano a pregare e non rompano i ..... alla gente con un cervello, anzitutto! Primo. Secondo: io ho la nettissima impressione che questa gente che si sente “semplice”, spaventata dallo “scandalo” dato ai fantomatici “piccoli” dai famigerati “critici” … questa gente qui mi dà l’impressione che non sia semplicemente … semplice: ma che sia proprio in stato di minorità, mentale. E che per preservazione del semplice in realtà intendano una sorta di diritto all’idiozia, o meglio: al mantenimento della cattolicità a un livello molto down, in un limaccioso e asfittico stato medio di permanente minorità. Una palude biascicante pietismi e boccheggiante sentimentalismi, con gli occhi sbarrati e saturi di terrore nel vedere aleggiare nell’aria qualcosa che vagamente somigli a un pensiero sulla Chiesa: orrore degli orrori! Minorità appunto. Mentale, culturale, morale, che alla fine diventa difetto di fede. È l’antica tentazione di uno spiritualismo mondato da ogni logos, scisso dalla ragione, e che presto si scinde anche dal mondo. Paradossalmente precipitando, infine, nella mondanità: disabituati a pensare, finiscono per pensarla, volta per volta adeguandosi, come il mondo, facendosi sbatacchiare da tutte le sue ventate ideologiche di grido. I “semplici” dice, sempre pronti a essere “scandalizzati”… mentre invece dovrebbero loro stessi essere scandalo, per il mondo.
Ma signori miei, essere “semplici”, per come l’intende davvero la Chiesa, non significa essere dei beoti. Nella Chiesa il primato ce l’ha la fede, certo, ma dopo la fede viene l’intelligenza, anzi: fede e intelletto stanno sullo stesso podio, condividono il medesimo primato. “Dopo”, al secondo o al terzo posto, non viene affatto l’idiozia: semplicemente perché l’idiozia, scambiata in un equivoco pazzesco con la “semplicità”, non ha alcun posto, questa sì, dentro la Chiesa: ne è fuori, a prescindere. Ma non lo dico solo io, lo diceva pure Ratzinger: «Se una cosa è stupida, semplicemente non può essere cattolica».
Se essere “piccoli” non significa essere grandi grossi e giuggioloni, non significa essere infantili, ma saggi e senza pregiudizi, sono questi i piccoli di Dio, lucidi saggi e critici come tutti i bambini, spietati nel giudicare, a maggior ragione la “semplicità” è altra cosa. Non è scandalizzarsi perché qualcuno col cervello dentro la Chiesa usa la lingua e ragiona di cose alte, di ecclesiologie e teologie e magari in modo vivace. La semplicità è accettare pacificamente che dentro la Chiesa possano e debbano esserci persone più intelligenti di te. La semplicità sta nel non lamentarsene, riconoscendo la propria inadeguatezza intellettuale. E invece no: certe volte a vedere in giro nelle sacrestie vedi che i “piccoli” altro non sono che bamboccioni (mentre stare nella Chiesa è atto di virilità ), hai impressione che stai in un asilo, in greggi schitarranti di minorati mentali, tra gente che, lo vedi a colpo d’occhio, ha gravi difetti prima ancora che formativi umani, una vera diseducazione sentimentale e all’amor proprio, ma che ciò nonostante pretendono di abbassare tutta la Chiesa al loro livello. Perché non sono dei “semplici”: sono semplicemente ignobili. Essere e farsi “come bambini” non significa essere infantili! Essere “semplici” non significa essere ottusi e presuntuosi.
Quindi, per piacere, non piagnucoliamo in continuo per una presunta altezzosità della cultura laica verso la “cultura” cattolica. Perché molto spesso non c’è alcuna “cultura” cattolica, né da guardare negli occhi né dall’alto in basso. C’è tanto infantilismo invece, troppi bigottismi e di conseguenza eccessivi fanatismi. Poco logos e molti locos… minchioni cioè. Idioti ma non in senso biblico.
Ma l’unica “idiozia” tollerabile dentro la Chiesa, è quella della quale parla Paolo: la stultitia, la stultitia crucis. Letteralmente: l’idiozia della croce. Che non è essere psicopatici, minorati, ignoranti: è fare una scommessa scandalosa contro il mondo e la ragione del mondo. Non essere eterni scandalizzati ma essere fonte di scandalo. Proprio quello che non vogliono fare in nome dell’ovvietà e della mediocritas coloro che si reputano “semplici” dentro la Chiesa, tanto da voler zittire i cervelli funzionanti per non esserne – ipocriti come nessuno – “scandalizzati”. “Semplici” che semplici non sono: sono semplicemente idioti. E in quanto tali, come tutti gli idioti: arroganti, presuntuosi e orgogliosi. Sterco del demonio!

Mastino

http://www.papalepapale.com/cucciamastino/mastinate-quotidiane/essere-semplici-e-piccoli-non-significa-essere-idioti-e-infantili/

giovedì 26 marzo 2015

Satana è “un assassino sin dal principio”

Omelia del Card. Burke in Inghilterra



Dall'originale inglese [qui]. Omelia del cardinale Raymond Leo Burke a Ramsgate il 9 marzo scorso, in occasione del Pontificale al trono - Feria II post Dom. Tertiam in Quadragesima, che è anche una stupenda catechesi con riferimenti inequivocabili all'ora presente.

Testo integrale
Messa votiva a Sant’Agostino, Vescovo, Apostolo dell’Inghilterra Santuario di Sant’Agostino
Chiesa cattolica di Ramsgate e Minster Ramsgate, Inghilterra - 9 marzo 2015
1 Tes 2, 2-9
Lc 10, 1-9

OMELIA

Sia lodato Gesù Cristo, ora e sempre. Amen.
È una grande grazia poter offrire il Santo Sacrificio della Messa nel Santuario di Sant’Agostino, Apostolo dell’Inghilterra, così vicino al luogo in cui egli arrivò, nel 597, insieme a una quarantina di monaci, per svolgere una missione affidatagli dal Romano Pontefice, Papa Gregorio Magno: la seconda evangelizzazione delle Isole Britanniche. Qui ci è data la diretta testimonianza dell’infaticabile attività di Cristo glorioso nella Sua Chiesa. Sant’Agostino e i suoi compagni, in modo analogo ai 72 discepoli del Vangelo, sono stati inviati dal Vicario di Cristo in terra per portare il Cristo, che è vivo nella Chiesa, in una terra lontana. Venerando la tomba di Sant’Agostino riceviamo la grazia dello zelo missionario, che si esprime pienamente e in modo perfetto nell’offerta della Santa Messa.

Le fonti storiche riportano che Papa San Gregorio Magno desiderava ardentemente portare la verità e l’amore di Cristo alla nazione inglese. Aveva visto molti giovani inglesi mandati a Roma come schiavi, e il suo cuore era pieno di compassione per loro e per i loro compatrioti. Sentiva nel suo cuore l’intenzione del Signore che esortò i settantadue discepoli ad andare in missione con queste parole:
La messe è molta, ma gli operai sono pochi; pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. (1)

Così, egli chiese ai monaci del Monastero Romano di Sant’Andrea – da cui era stato chiamato per salire al Soglio di Pietro e di cui Sant’Agostino era il priore – di intraprendere il lungo e difficile viaggio in Inghilterra e predicare il Vangelo in un luogo a loro completamente sconosciuto. (2)

Possiamo immaginare che le sue istruzioni a Sant’Agostino e agli altri monaci siano state sostanzialmente le stesse che il Signore dette ai discepoli:
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: “Si è avvicinato a voi il regno di Dio”. (3)
Grazie a Dio, Sant’Agostino e i suoi compagni hanno compiuto la loro missione con obbedienza assoluta. L’integrità con cui essi hanno realizzato la loro opera sacerdotale è ben descritta dalle parole di San Paolo nell’Epistola odierna:
E il nostro appello non è stato mosso da volontà di inganno, né da torbidi motivi, né abbiamo usato frode alcuna; ma come Dio ci ha trovati degni di affidarci il Vangelo così lo predichiamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori. (4)
Non hanno mai messo in discussione il fatto che la loro opera fosse quella del Cristo e non la propria. La misura del loro ministero era infatti solamente Cristo, la Sua verità e il Suo amore. Così, la loro predicazione del Vangelo e il loro amministrare i sacramenti ha portato frutto incessantemente, durante i secoli, nelle Isole Britanniche e ben al di là di esse.

Prosper Guéranger, nel suo commento alla festa di Sant’Agostino, riflette sui frutti durevoli della loro opera missionaria con queste parole:
E così, la nuova razza che abitò allora l’isola ricevette la fede come l’avevano ricevuta i Britanni precedentemente: dalle mani di un Papa; i monaci furono i loro maestri nella scienza della salvezza. La parola di Agostino e dei suoi compagni rese frutto in questo suolo privilegiato. Ovviamente, ci volle tempo prima che egli potesse istruire l’intera isola, ma né Roma né i Benedettini abbandonarono l’opera iniziata. I membri superstiti dell’antica cristianità britannica si unirono ai nuovi convertiti e l’Inghilterra meritò il suo appellativo plurisecolare di “Isola dei Santi”. (5)
Si pensi, per esempio, a illustri figure come quelle di Beda il Venerabile e di San Tommaso Becket.

Contemplando i santi che sono stati il frutto del ministero apostolico di Sant’Agostino e dei suoi compagni, ricordiamo anche quanti hanno sofferto fino a spargere il loro sangue per essere fedeli alla fede apostolica loro tramandata in linea ininterrotta a partire dagli apostoli e, in particolare, a partire da Papa San Gregorio Magno, eroico Successore di San Pietro, e da Sant’Agostino di Canterbury, illustre successore degli apostoli. In modo eminente, ricordiamo le figure di San Tommaso Moro e San Giovanni Fisher, che hanno aderito tenacemente alla tradizione della fede ricevuta dal Vicario di Cristo sulla terra in un’epoca in cui tanti tradivano e abbandonavano la fede apostolica. Nel suo processo del 1 luglio 1535, San Tommaso Moro rimase fermamente fedele alla viva Tradizione della Chiesa, che gli proibiva, in coscienza, di riconoscere Re Enrico VIII come Capo Supremo della Chiesa. Quando il Cancelliere lo riprese citandogli l’accettazione del titolo da parte di tanti vescovi e nobili della nazione, Tommaso Moro replicò: “Milord, per ogni vescovo che condivide la vostra opinione, io ho cento santi che stanno dalla mia parte; e a cambio del vostro parlamento – Dio solo sa di che sorta – io ho tutti i Concili Generali di mille anni di storia...”. (6) I martiri inglesi hanno preferito dare le loro vite in martirio piuttosto che rinunciare al loro tesoro più grande e duraturo, la vita del Cristo vivo per noi nella Sua santa Chiesa. Molti altri – siano essi santi canonizzati o eroi sconosciuti della fede – hanno professato con abnegazione e costanza la fede cattolica che è stata portata nelle Isole Britanniche da Sant’Agostino e dai suoi compagni.

Siamo sicuramente coscienti delle grandi sfide inerenti al vivere la fede apostolica ai nostri giorni. Certamente, Satana – che è “un assassino sin dal principio” e “il padre di ogni menzogna” (7) – non può sopportare che la verità e l’amore di Cristo risplendano nella Sua santa Chiesa. Non riposa mai dalla sua opera d’odio e d’inganno. Cerca sempre di corrompere la verità, la bellezza e la bontà che Cristo non cessa di infondere nelle nostre anime cristiane dal Suo glorioso Cuore trafitto. Le insinuanti confusioni e i gravi errori sulle verità più fondamentali, sulle realtà più belle e sul bene durevole della vita umana e del suo nucleo, la famiglia umana, così come ci viene dato da Dio, sono i tragici segni della presenza di Satana tra di noi. Quando osserviamo fino a che punto sia riuscito a corrompere una cultura un tempo cristiana e a spargere i semi della confusione e dell’errore persino all’interno della stessa Chiesa, possiamo facilmente spaventarci e scoraggiarci.

Ma, come Sant’Agostino e i suoi compagni sapevano ed hanno predicato, c’è un’altra presenza che sconfigge sempre Satana. È la presenza di Nostro Signore Gesù Cristo nella Sua santa Chiesa e – nel modo più pieno e perfetto – nel Santissimo Sacramento: la Sua Presenza Reale. Se aderiamo strettamente a Cristo, alla Sua verità e al Suo amore, anche di fronte alla persecuzione, la vittoria sul peccato, la vittoria della vita eterna sarà certamente nostra. Proprio Nostro Signore, quando ha collocato la Sua Chiesa sulle solide fondamenta dell’Ufficio Petrino, ci ha promesso che le forze del male non prevarranno contro di essa. (8) L’ultimo capitolo della storia della Chiesa è già scritto. È la storia della vittoria di Cristo, quando tornerà nella gloria per portare a termine la Sua opera di salvezza, per inaugurare “cieli nuovi e una terra nuova”. (9) Sta a noi scrivere i capitoli intermedi, insieme a Cristo e ai Suoi fedeli e generosi discepoli. Narreranno certamente la storia delle sofferenze per la verità e l’amore di Cristo, ma narreranno anche sempre la storia della grazia divina che opera in ogni anima cristiana, colmandola di gioia e pace anche di fronte a grandi sofferenze e alla stessa morte. Non ci lasciamo prendere dalla paura o dallo scoraggiamento, bensì rallegriamoci, insieme a San Paolo, di completare nella nostra epoca le sofferenze di Cristo per la gloria di Dio e per la salvezza del mondo. (10)

Venendo in pellegrinaggio a questo tempio, non posso mancare di far notare l’esempio dell’architetto cattolico Augustus Welby Northmore Pugin, che ha progettato questa bella chiesa in cui è anche sepolto. Augustus Pugin venne attratto alla verità della fede cattolica dalle sue riflessioni sulla bellezza delle grandiose architetture delle chiese medievali, e cercò a sua volta di esprimere e ispirare, tramite la sua architettura, la nobiltà e la bellezza della cultura cristiana in un’epoca in cui i fondamenti cristiani della società erano già seriamente minacciati dal secolarismo radicale del pensiero del cosiddetto Illuminismo. Celebrando la Santa Messa in questa chiesa, che a giusto titolo può essere definita sua, rendiamo grazie a Dio per lui e per il grande tesoro della bellezza della fede che ci ha dato.

Cristo fa ora presente sacramentalmente il Suo Sacrificio sul Calvario. Cristo ci offre ora il grande frutto del Suo Sacrificio, che ha offerto in primo luogo agli apostoli nell’ultima cena e che Sant’Agostino ha introdotto in Inghilterra nel 597: il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Cristo, unico Salvatore del mondo. Mentre Cristo glorioso discende sull’altare di questo grande santuario, innalziamo i nostri cuori al Suo glorioso Cuore trafitto. Mentre Egli offre la Sua vita per noi nel Sacrificio Eucaristico, offriamo le nostre vite insieme a Lui come un’oblazione d’amore a Dio Padre per la salvezza di tutti i nostri fratelli e sorelle. Con la Vergine Maria, Maria dell’Annunciazione venerata come Nostra Signora di Walsingham su quest’amata isola, formiamo un solo cuore con il Cuore Eucaristico di Gesù. Nel Cuore di Gesù i nostri cuori troveranno il coraggio e al forza di rimanere fedeli alla fede apostolica, per la gloria di Dio e per la salvezza dell’Inghilterra e di tutto il mondo.

Cuore di Gesù, salvezza di quanti hanno fede in Te, abbi pietà di noi.
Nostra Signora di Walsingham, prega per noi.
San Giuseppe, Sposo di Maria e Padre Putativo di Gesù, prega per noi.
San Gregorio Magno, prega per noi.
Sant’Agostino, Apostolo dell’Inghilterra, prega per noi.

Raymond Leo Cardinal BURKE
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NOTE
1. Lc 10, 2.
2. Cfr. Prosper Guéranger, L’année liturgique, Le temps pascal, Tome III, 19ème éd. (Tours, Maison Alfred Mame et Fils, 1925), p. 571. [Qui sotto citato come Guéranger]. Traduzione inglese: Prosper Guéranger, The Liturgical Year, Paschal Time, Book II, tr. Laurence Shepherd (Fitzwilliam, NH, Loreto Publications, 2000), p. 606. [Qui sotto citato come GuérangerEng]. 
3. Lc 10, 8-9.
4. 1 Tes 2, 3-4.
5. “Ainsi la nouvelle race qui peuplait cette île recevait à son tour la foi par les mains d’un pape : des moines étaient ses initiateurs à la doctrine du salut. La parole d’Augustin et de ses compagnons germa sur ce sol privilégié. Il lui fallut, sans doute, du temps pour étendre à l’île tout entière ; mais ni Rome, ni l’ordre monastique n’abandonnèrent l’œuvre commencée ; les débris de l’ancien christianisme breton finirent par s’unir aux nouvelles recrues, et l’Angleterre mérita d’être appelée longtemps l’île des saints.” Guéranger, p. 570. Traduzione inglese: GuérangerEng, p. 605.
6. A cura di Gerard B. Wegemer e Stephen W. Smith, A Thomas More Source Book, Washington, D.C., The Catholic University of America Press, 2004, p. 354.

7. Gv 8, 44.
8. Cfr. Mt 16, 18.
9. Ap 21, 1. Cfr. 2 Pt 3, 13.
10. Cfr. Col 1, 24-26.


Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio

Stabat Mater

mercoledì 25 marzo 2015

fallimenti del papa

Il fallimento pastorale di Leone XIII




(di Roberto de Mattei) Leone XIII (1878-1903) è stato certamente uno dei più importanti Papi dell’epoca moderna, non solo per la lunghezza del suo pontificato, secondo solo a quello del Beato Pio IX, ma soprattutto per la vastità e la ricchezza del suo Magistero. Questo insegnamento comprende encicliche fondamentali, come la Aeterni Patris (1879) sulla restaurazione tomista della filosofia, la Arcanum (1880) sull’indissolubilità del matrimonio, l’Humanum genus (1884) contro la massoneria, l’Immortale Dei (1885) sulla costituzione cristiana degli Stati, la Rerum Novarum (1891) sulla questione operaia e sociale.
Il Magistero di Papa Gioacchino Pecci ci appare come un corpus organico, in continuità con gli insegnamenti del suo predecessore Pio IX e del suo successore Pio X. La reale svolta e novità del pontificato leonino riguarda invece la politica ecclesiastica e l’atteggiamento pastorale nei confronti della modernità. Il governo di Leone XIII fu caratterizzato infatti dall’ambizioso progetto di riaffermare il Primato della Sede Apostolica attraverso una redifinizione dei suoi rapporti con gli Stati europei e la riconciliazione della Chiesa con il mondo moderno. La politica di ralliement, ovvero di riavvicinamento con la Terza Repubblica francese, massonica e laicista, ne costituì il cardine.
La Terza Repubblica conduceva una violenta campagna di scristianizzazione, soprattutto in campo scolastico. Per Leone XIII, la responsabilità di questo anticlericalismo stava nei monarchici che combattevano la Repubblica in nome della loro fede cattolica. In tal modo essi provocavano l’odio dei repubblicani contro il cattolicesimo. Per disarmare i repubblicani, bisognava convincerli che la Chiesa non era avversa alla Repubblica, ma solo al laicismo. E per convincerli, egli riteneva che non ci fosse altro mezzo che appoggiare le istituzioni repubblicane.
In realtà la Terza Repubblica non era una repubblica astratta, ma la repubblica centralizzata e giacobina figlia della Rivoluzione francese e il programma di laicizzazione della Francia non era un elemento accessorio, ma la ragione d’essere stessa del regime repubblicano. I repubblicani erano tali perché anticattolici. Essi nella Monarchia odiavano la Chiesa, allo stesso modo in cui i monarchici erano antirepubblicani perché erano cattolici e nella Monarchia amavano la Chiesa.
L’enciclica Au milieu des sollicitudes del 1891, con cui Leone XIII lanciò il ralliement, non chiedeva ai cattolici di divenire repubblicani, ma le direttive della Santa Sede ai nunzi e ai vescovi, provenienti dello stesso Pontefice, interpretavano la sua enciclica in questo senso. Nei confronti dei fedeli fu esercitata una pressione senza precedenti, fino a far credere loro che chi continuava a sostenere pubblicamente la monarchia commetteva un peccato grave. I cattolici si spaccarono nelle due correnti dei “ralliés” e dei “réfractaires”, come era accaduto nel 1791, all’epoca della Costituzione civile del clero.
ralliés accolsero le indicazioni pastorali del Papa perché attribuivano alle sue parole infallibilità in tutti i campi, compreso quello politico e pastorale. I réfractaires, che erano cattolici di migliore formazione teologica e spirituale, opposero invece una resistenza alla politica di ralliement, ritenendo che in quanto atto pastorale essa non poteva essere considerata infallibile e quindi poteva essere erronea.
Jean Madiran, che ha svolto una lucida critica del ralliement (in Les deux démocraties, NEL, Paris 1977), ha osservato che Leone XIII domandava ai monarchici di abbandonare la monarchia in nome della religione per condurre più efficacemente la battaglia in difesa della fede. Ma lungi dal combattere questa battaglia, egli praticò con il ralliement una rovinosa politica di distensione con i nemici della Chiesa. Malgrado l’impegno di Leone XIII e del suo segretario di Stato Mariano Rampolla del Tindaro, questa politica di dialogo fallì clamorosamente, non riuscendo ad ottenere gli obiettivi che si proponeva.
L’atteggiamento anticristiano della Terza Repubblica aumentò di violenza, fino a culminare nella Loi concernant la Séparation des Eglises et de l’Etat del 9 dicembre 1905, nota come “legge Combes”, che sopprimeva ogni finanziamento e riconoscimento pubblico alla Chiesa; considerava la religione solo nella sua dimensione privata e non in quella sociale; stabiliva che i beni ecclesiastici erano incamerati dallo Stato, mentre gli edifici del culto venivano affidati gratuitamente a delle “associations cultuelles” elette dai fedeli, senza l’approvazione della Chiesa. Il Concordato del 1801, che per un secolo aveva regolato i rapporti tra la Francia e la Santa Sede, e che Leone XIII aveva voluto preservare ad ogni costo, andava miseramente in frantumi.
La battaglia repubblicana contro la Chiesa trovò però sulla sua strada il nuovo Papa, Pio X, eletto al soglio pontificio il 4 agosto 1903. Con le encicliche Vehementer nos dell’11 febbraio 1906, Gravissimo officii del 10 agosto dello stesso anno, Une fois encore del 6 gennaio 1907, Pio X, coadiuvato dal suo segretario di Stato Raffaele Merry del Val, protestò solennemente contro le leggi laiciste, sollecitando i cattolici ad opporvisi con tutti i mezzi legali, al fine di conservare la tradizione e i valori della Francia cristiana. Di fronte a questa fermezza, la Terza Repubblica non osò attuare fino in fondo la persecuzione, per evitare la creazione di martiri, e rinunziò a chiudere le chiese e imprigionare i preti.
La politica senza concessioni di Pio X si rivelò lungimirante. La legge di separazione non fu mai applicata con rigore e l’appello del Papa contribuì a una grande rinascita del cattolicesimo in Francia, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. La politica ecclesiastica di san Pio X, opposta a quella del suo predecessore, rappresenta, in ultima analisi, una inappellabile condanna storica del ralliement.
Leone XIII non professò mai gli errori liberali, anzi li condannò esplicitamente. Lo storico tuttavia non può non rilevare una contraddizione tra il Magistero di Papa Pecci e il suo atteggiamento politico e pastorale. Nelle encicliche Diuturnum illudImmortale Dei e Libertas, egli ribadisce e sviluppa la dottrina politica di Gregorio XVI e di Pio IX, ma la politica di ralliement, contraddiceva le sue premesse dottrinali. Leone XIII, al di là delle sue intenzioni, incoraggiò, sul piano della prassi, quelle idee e quelle tendenze che condannava sul piano della dottrina. Se alla parola liberale attribuiamo il significato di un atteggiamento dello spirito, di una tendenza politica, alle concessioni e al compromesso, bisognerà concludere che Leone XIII ebbe spirito liberale.
Questo spirito liberale si manifestava soprattutto come il tentativo di risolvere i problemi posti dalla modernità, attraverso le armi della negoziazione diplomatica e dei compromessi, piuttosto che con l’intransigenza dei principi e la battaglia politica e culturale. In questo senso, come ho mostrato nel mio recente volume Il ralliement di Leone XIII. Il fallimento di un progetto pastorale (Le Lettere, Firenze 2014), le principali conseguenze del ralliement, più che di ordine politico, furono di ordine psicologico e culturale. A questa strategia si richiamò il “Terzo Partito” ecclesiastico che nel corso del Novecento cercò di trovare una posizione intermedia tra modernisti e antimodernisti che si contendevano il campo.
Lo spirito di ralliement al mondo moderno rimase per oltre un secolo, e resta ancora, la grande tentazione a cui è esposta la Chiesa. Sotto questo aspetto un Papa di grande dottrina come Leone XIII commise un grave errore di strategia pastorale. La forza profetica di san Pio X sta al contrario nell’intima coerenza del suo pontificato tra la Verità evangelica e la vita vissuta dalla Chiesa nel mondo, tra la teoria e la prassi, tra la dottrina e la pastorale, senza nessun cedimento alle lusinghe della modernità. (Roberto de Mattei)
http://www.corrispondenzaromana.it/il-fallimento-pastorale-del-ralliement-di-leone-xiii/

martedì 24 marzo 2015

NON tutti i PECCATI possono essere perdonati

Esistono peccati così gravi che non possono essere perdonati?


L'amore di Dio non ha limiti tranne uno: senza pentimento non si può accedere alla misericordia e alla salvezza



Sappiamo che disperare del perdono dei propri peccati offende Dio. Nel “Dialogo della Divina Provvidenza”, Dio insiste molte volte su questo con Santa Caterina da Siena: 

“Con questa misericordia possono attaccarsi alla speranza, se lo vogliono. Ché se non vi fosse questo, non vi sarebbe nessuno che non si disperasse, e nella disperazione giungerebbe coi demoni all’eterna dannazione...Quest’ultimo peccato della disperazione è molto più spiacevole a me e dannoso a loro, che tutti gli altri peccati che hanno commessi... Al peccato della disperazione non ve li muove fragilità, poiché non vi trovano alcun piacere, ma niente altro che pena intollerabile.

Nella disperazione l’infelice spregia la mia misericordia, stimando il suo difetto maggiore della misericordia e bontà mia. Caduto che sia in questo peccato, non si pente né ha dolore della mia offesa come dovrebbe; si duole sì del suo danno, ma non si duole dell’offesa che ha fatta a me; e così riceve l’eterna dannazione...

La mia misericordia è maggiore di tutti i peccati che potesse commettere qualunque creatura. Perciò mi dispiace molto che essi stimino maggiori i loro difetti. Questo è quel peccato che non è perdonato né di qua né di là”.


Quando parla di questo, che è il “peccato contro lo Spirito Santo”, il Catechismo della Chiesa insegna che

“La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna” (§ 1864).

La cosa più importante è capire e credere che

“La Chiesa 'ha ricevuto le chiavi del regno dei cieli, affinché in essa si compia la remissione dei peccati per mezzo del sangue di Cristo e dell'azione dello Spirito Santo. In questa Chiesa l'anima, che era morta a causa dei peccati, rinasce per vivere con Cristo, la cui grazia ci ha salvati'.

Non c'è nessuna colpa, per grave che sia, che non possa essere perdonata dalla santa Chiesa. 'Non si può ammettere che ci sia un uomo, per quanto infame e scellerato, che non possa avere con il pentimento la certezza del perdono'. Cristo, che è morto per tutti gli uomini, vuole che, nella sua Chiesa, le porte del perdono siano sempre aperte a chiunque si allontani dal peccato” (§ 981-2).

A chi desidera meditare in modo approfondito la questione della fiducia e della misericordia di Dio, raccomando vivamente di leggere il libro di monsignor Ascânio Brandão “El Breviario de la Confianza” (Ed. Cléofas, 2013).

Non serve arrabbiarsi con se stessi e condannarsi dopo un peccato. Sarebbe un male maggiore, è orgoglio sopraffino. Il rimedio è rialzarsi umilmente, accettare con rassegnazione la propria mancanza e cercare il perdono nella misericordia infinita di Dio, che non ci abbandona mai. Cristo ci ha lasciato la Chiesa e la confessione per questo motivo.

San Francesco di Sales insegnava che “più siamo miserabili, più dobbiamo avere fiducia nella bontà e misericordia di Dio; perché tra la misericordia e la miseria c’è un legame così grande, che l’una non si può esercitare senza l’altra”.

Raccomandava inoltre di soppesare i difetti più con dolore che con indignazione, più con umiltà che con severità, e di conservare il cuore pieno di un amore blando, tranquillo e tenero. Non conformarci alla nostra debolezza e alla nostra miseria, aggiungeva, è una questione di orgoglio. Dio a volte permette le nostre cadute, come è avvenuto con San Pietro, per farci diventare umili. È grazie alle nostre mancanze che conosciamo la nostra miseria e confidiamo solo in Dio.

Giuda e San Pietro hanno peccato gravemente al momento della Passione del Signore, ma Pietro non si è disperato. È stato umile, ha confidato nella misericordia di Gesù e si è salvato. Giuda è caduto nel rimorso e si è suicidato. La differenza è stata la fiducia nella misericordia di Gesù.

È per questo che Santa Faustina ha raccomandato tanto la Coroncina della Misericordia, che possibilmente deve essere recitata davanti al Santissimo Sacramento e in particolare di fronte ai moribondi.

Non possiamo dimenticare che la gioia di Dio e dei suoi angeli è vedere un peccatore pentito. “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”. Con quale gioia Gesù ha perdonato Maria Maddalena, la donna adultera, la samaritana, Zaccheo e tanti altri!

“Le lacrime dei penitenti sono così preziose da essere raccolte nella terra per essere elevate al cielo, e la loro virtù è così grande che si estende fino agli angeli”, ha detto Bossuet. Gli angeli stimano le lacrime di pentimento dei peccatori più di quelle degli innocenti. L'amarezza del pentimento ha per loro più valore del miele della devozione.

Ogni caduta è una grande occasione che abbiamo per imparare ad essere umili. Sant'Alfonso diceva che anche i peccati commessi possono contribuire alla nostra santificazione, nella misura in cui il loro ricordo ci rende più umili, più grati alle grazie che Dio ci ha donato dopo tante offese.

L'umiltà è quindi la grande forza di chi aspira alla santità. Lo ha detto Santa Teresa: chi possiede la virtù dell'umiltà e quella della rinuncia a se stessi “può ben uscire a combattere contro tutto l’inferno congiunto e contro tutto il mondo e le sue seduzioni”.

Queste due virtù, diceva la santa, hanno la proprietà di nascondersi da chi le possiede, di modo che non le vede mai, né si persuade di averle, anche se gli viene detto. San Giovanni della Croce ha detto che “tutte le visioni, rivelazioni e sentimenti celesti non valgono il minimo atto di umiltà”.

[
 Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]