domenica 24 maggio 2015

GAY è BELLO, i giornalisti lo devono dire

Come l'Ordine rieduca i professionisti dei media

di Andrea Lavelli e Caterina Vitale


Premessa d’obbligo: dallo scorso anno i giornalisti sono alle prese con l’ansia da formazione. L’Ordine dei Giornalisti infatti, dal 2014, recependo una direttiva europea, ha istituito l’obbligo per tutti gli iscritti – professionisti, praticanti e pubblicisti – di partecipare a corsi di formazione e maturare relativi crediti nell’arco di tre anni, pena sanzioni da parte dello stesso Ordine.

Sui corsi in questione è già stato scritto di tutto e di più, ai non addetti ai lavori basti sapere che si tratta di lezioni spesso tenute in orari di lavoro, alcune a pagamento e che quando è stata aperta la piattaforma on line per l’iscrizione c’è stata una specie di sollevazione per la presenza di liste a numero chiuso che limitavano fortemente le opzioni di scelta. Ma i crediti sono obbligatori, quindi ci si arrangia come si può. E ci si iscrive dove capita, dove c’è posto. Per intenderci il caporedattore di una rivista che si occupa, ad esempio, di spettacoli, per questioni di orari lavorativi, di liste e di coincidenze varie potrebbe trovarsi obbligato a frequentare lezioni dal titolo "Il settore dell'acqua: la nuova regolazione dei servizi idrici, problemi e prospettive". 

Nelle opzioni possibili qualche tempo fa è comparso un corso dal titolo “Il diritto di essere omosessuale”. Data 12 maggio 2015, docente Marilisa D’Amico, crediti 2, luogo via Festa del Perdono, ovvero all’Università Statale di Milano. Marilisa D’Amico è docente di Diritto costituzionale alla Statale, è Coordinatore della Sezione di Diritto Costituzionale ed è titolare di uno studio legale che si occupa di diritti contesi, specializzato, si legge sul suo sito, nel far valere i profili di illegittimità costituzionale, di violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e della Carta Sociale Europea. Componente della direzione nazionale del Pd, ha collaborato con lo staff del sindaco Pisapia per l’elaborazione del registro sulle unioni civili ed è stata ascoltata da poco in Commissione Giustizia al Senato durante l’elaborazione del ddl sulle “unioni civili” (il cosiddetto ddl Cirinnà).

Collabora con la Rete Lenford, avvocatura per i diritti LGBT, è stata tra i primi studiosi di diritto costituzionale ad occuparsi di pari opportunità e di discriminazioni di genere: oggi è una dei maggiori giuristi in Italia a portare avanti le istanze del cosiddetto mondo LGBT. Infine è responsabile scientifico del laboratorio “Omosessualità, un mondo nel mondo”, promosso da Gaystatale,  “un gruppo politico e apartitico che riunisce gli studenti LGBT dell'Università degli Studi di Milano”. Proprio il penultimo appuntamento di questa iniziativa è stato proposto dall’Ordine come corso formativo per i giornalisti iscritti agli Albi.

Si tratta di un ciclo di 10 incontri tutti incentrati sulle tematiche dell’omosessualità. Sarebbe interessate capire chi e in base a cosa ha ritenuto inserire questa lezione (e la successiva, “Omosessualità e Lavoro”, poi cancellata, almeno per i giornalisti) nelle possibilità di formazione obbligatoria per i giornalisti, e per quale ragione. Il pensiero non può non andare alle «Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT» emanate nel 2013 e di cui La Nuova Bussola Quotidiana aveva a suo tempo parlato denunciando l’ennesimo tentativo di indottrinare chi per professione dovrebbe solo raccontar la verità. 

E proprio per amore di verità, siamo andati a sentire di cosa si trattava. Si parte dall’assunto che essere omosessuali in Italia oggi significa “mancanza di tutela e rispetto. E mancanza di tutela è il modo in cui la società ancora considera le tematiche legate all’omosessualità. È un tradimento profondo della nostra Costituzione”. Sono le parole della stessa Marilisa D’Amico che quando parla di tradimento della Carta si riferisce in particolare all’attuale stallo del provvedimento sulle unioni civili, subissato di emendamenti, oltre 4000, in Parlamento.

E allora che fare?  “Laddove non arriva la politica – spiega – in parte possono arrivare i giudici. Se c’è discriminazione possiamo studiare come giuristi il modo di portare davanti a un giudice questa discriminazione. Se un diritto viene riconosciuto da un giudice può darsi che questa sia la strada poi per un riconoscimento più generale”. 

Proprio quello che ha fatto Rete Lenford, “un gruppo di avvocati che difendono i diritti delle persone omosessuali, che ha fatto una campagna per un’azione civile sul matrimonio ugualitario”. Ma in che modo? La strategia è semplice: “per andare davanti ai giudici è importante che ci siano persone che ci mettano la faccia”. Così “sono state raggiunte coppie omosessuali in tutta Italia e ci si è detti: se invece di un ricorso [alla Corte Costituzionale] ne facciamo tanti avremo più forza di fronte alla Corte”. E infatti “davanti alla Corte sono state sollevate alcune questioni e nel 2010 è stata emessa una sentenza” che sollecita di fatto il nostro ordinamento giuridico ad approvare una norma generale su questo tema. “Su questa decisione si basa il testo Cirinnà che parla di unioni civili”.

Alcuni forse già si rassereneranno, pensando che in fondo non si parla di matrimonio, ma di “unioni civili”… ma cosa sono esattamente queste “unioni civili”? Marilisa D’Amico lo spiega benissimo:  “È un matrimonio con un nome diverso perché nel modo in cui è disciplinato è esattamente un istituto che, tranne sull’adozione, comporta gli stessi diritti e gli stessi doveri delle coppie sposate. Anzi la cosa interessante è che in questo disegno di legge si rinvia alla disciplina civilistica del matrimonio. Per la regolarizzazione dei diritti e doveri dei componenti dell’unione civile e poi è stato fatto un elenco, perché volevano togliere dei diritti, poi non si sono resi conto che in realtà li han messi dentro tutti”.

Matrimoni gay

Quanto all’adozione, che nel Cirinnà manca (sebbene ci sia l’introduzione dell’istituto della Stepchild adoption che permette l’adozione del figlio di uno dei due partner da parte dell’altro componente della coppia dello stesso sesso) la D’Amico conferma la strategia: “Sono convinta che se facciamo una causa su questo la vinciamo, e vale anche per la pensione di reversibilità: non bisogna mollare sugli aspetti specifici”.

Un accenno anche ai registri delle Unioni civili contratte all’estero, che ultimamente spopolano tra i sindaci arcobaleno: “È una vittoria, ma è un provvedimento limitato, ha un valore simbolico,” spiega la professoressa. “La battaglia politica è sacrosanta, ma il problema è che queste coppie purtroppo non hanno più diritti di altri perché giuridicamente ancora non abbiamo questo riconoscimento. Esiste una natura legislativa che non può essere sopperita dalla buona volontà dei sindaci e neanche dei giudici”.

Ecco allora che i giornalisti presenti in sala hanno potuto apprendere una preziosa lezione, anzi due: innanzitutto se il popolo e i suoi rappresentanti non condividono la battaglia per il matrimonio per tutti, è necessario forzare la mano con lo strumento giudiziario e poi, attenzione… “aldilà delle nostre battaglie la cosa più importante è fare cultura, perché se non si riesce a cambiare profondamente il modo di capire certi temi e a scardinare una serie di pregiudizi incomprensibili, non andremo da nessuna parte.” spiega la D’Amico.

E che dire di tutti coloro che in Italia credono nei valori della famiglia? “Il valore della famiglia tradizionale è un valore per chi ha una bella famiglia, ma che sia un valore in sé, francamente non credo lo credano in molti, non ci crede più nessuno,” spiega la D’Amico. E parlando della difficoltà a ottenere riconoscimento giuridico per le coppie dello stesso sesso e del ddl Scalfarotto fermo in Parlamento: “Sotto certi aspetti viviamo in una società che è ancora fortemente arretrata e quindi noi tutti dobbiamo impegnarci per cambiare le cose. Noi abbiamo una politica che è così perché purtroppo riflette una società che è ancora molto indietro e sulla quale dobbiamo assolutamente lavorare”. 

È davvero incredibile sentire queste affermazioni a un corso indicato come formativo per i giornalisti. Qui comunque la professoressa cade in una contraddizione lampante: da una parte infatti dichiara che ormai nella famiglia naturale “non ci crede più nessuno,” mentre dall’altra afferma che la società italiana deve essere oggetto di un lavoro culturale perché non vuole modellare le leggi e la famiglia in base alle rivendicazioni LGBT. Delle due, quale?

Il tranello è sempre lo stesso e bisogna stare bene attenti a non caderci: come abbiamo visto, questi progetti vengono portati avanti da una piccola minoranza di attivisti che mirano a ribaltare le leggi usando la giurisprudenza, mentre il popolo della famiglia è silenzioso, ma numeroso e maggioritario (vedi le grandi manifestazioni delle Sentinelle e de La Manif). La loro tattica è proprio quella di convincerci che siamo soli, che siamo rimasti in pochi a credere nella famiglia, quando in realtà sanno che è esattamente il contrario. 

Ma qui sorge una domanda fondamentale: questo era un corso di formazione o un momento di propaganda? “Noi tutti dobbiamo impegnarci a cambiare le cose”, così si conclude il corso, e non c’è affermazione più vera. Ecco perché abbiamo voluto raccontare questa storia, ed ecco perché il popolo della famiglia non solo adesso ha la coscienza vigile e a imparato a riconoscere le tattiche LGBT, ma ha anche capito che per contrastarle basta alzare una mano, rompere il silenzio, superare la paura, prendere posizione. Ci renderemo conto che non siamo soli.

Sono consapevole dei miei limiti

La commozione di Monsignor Melillo: conosco i miei limiti, ma cammineremo insieme nel nome del Signore




"Carissimi Fratelli e Sorelle della Chiesa di Dio chè è in Ariano Irpino - Lacedonia, quando Sua Eccellenza il Nunzio Monsignor Bernardini mi ha comunicato la volontà di nominarmi vostro vescovo, un turbine di emozioni mi ha avvolto. Mi sono risuonate nella mente queste parole: Sempre mi torna la tua grazia dono improvviso, e la vita ad ora ad ora maraviglia di te, Signore ... (Umberto Marvardi). In me ho ripetuto: Affida al Signore la tua via, ed egli compirà la sua opera e con fiducia ho guardato al fiat di Maria: era il 13 maggio. Sono grato al Signore Gesù, volto della misericordia del Padre, che mi manda a voi come pastore e guida" - è con queste parole che l'attuale Vescovo di Ariano - Lacedonia, Don Sergio Melillo, porge i suoi ringraziamenti per il nuovo importante incarico pastorale.
Dice Monsignor Melillo: "Posso assicurarvi che quodianamente siete presenti nella mia preghiera in attesa di incontrarci.
Saluto con grata stima il mio predecessore Monsignor Giovanni D'Alise che ha servito con afflato paterno la nostra Chiesa nel cammino dell'evangelizzazione.
Desidero ricordare i vescovi e i sacerdoti la cui memoria è in benedizione, con particolare affetto mons. Pasquale Venezia che coltivò la mia vocazione e mi accolse nel Seminario di Avellino.

Ringrazio Monsignor 
Antonio Blundo che con fiducia nel Signore ha guidato la Diocesi. Grazie di cuore per il bene profuso alla nostra Chiesa.
Rivolgo un saluto fraterno ai sacerdoti, ai diaconi, ai prossimi ordinandi, ai religiosi, alle religiose, ai seminaristi, ai fedeli dei movimenti, delle aggregazioni laicali e delle confraternite; alle famiglie, agli anziani, ai giovani, ai poveri, ai sofferenti, ai carcerati.

Il mio pensiero va ai missionari originari della Diocesi tra i quali padre Giovanni Zevola e don Massimiliano Palinuro. Vi porto nel cuore.
Sono consapevole dei miei limiti: "Signore tu mi conosci fino in fondo, tutto il mio presente, il mio passato e il mio futuro stanno davanti a Te come una cosa sola" (Beato J.H. Newman). Vi chiedo, fin d'ora, di sostenermi con la preghiera e di accogliermi con amicizia.
La nostra Diocesi nel cuore della terra di mezzo - l'Irpinia - è territorio segnato da difficoltà per le nuove generazioni, senza lavoro e preoccupate per il loro futuro, ma è un luogo accogliente che va salvaguardato, un paesaggio con un ampio skyline che allarga il cuore, un colpo d'occhio unico che rimanda a Dio dove davvero sovviene l'Eterno.
Ricerchiamo insieme il bene della nostra gente che è volitiva e con potenzialità inespresse.
In spirito di collaborazione porgo un deferente saluto e rivolgo un accorato appello alle istituzioni civili e militari per perseguire insieme il bene comune in questa fase delicata della vita sociale. Noi adulti siamo figli di una generazione dove, fin dall'infanzia, veniva instillata fiducia nel futuro e a "rincorrere i sogni": non spegniamo questa speranza nel cuore dei giovani.
Carissimi, camminiamo nel nome del Signore, illuminati dalla Grazia e con la gioia del Vangelo nel cuore.
Apostoli in un mondo nuovo dove l'orizzonte della vita è come "sfuocato" e tutto è condotto e imprigionato nel presente. Eppure nella società "liquida" emerge la sete di Dio e il desiderio di incontrare Gesù di Nazareth.
La Chiesa non è un "organismo mondano", non una ONG... Guidata dallo Spirito Santo, il Paraclito, dona Cristo, il Risorto. Noi, Popolo di Dio - pastori e fedeli - dobbiamo far risplendere il volto misericordioso del Padre.
Sentitemi vicino amici sacerdoti, nelle vostre intense giornate colme di dialogo con Dio e ascolto della gente, fatte a volte di solitudine e stanchezza: la porta del mio cuore e della "mia" casa è sempre aperta!

Infine, rivolgo un saluto cordiale agli Eccellentissimi Vescovi della Campania, al Presidente della Conferenza Episcopale il Cardinale Crescenzio Sepe e al Metropolita Monsignor Andrea Mugione.
Al mio vescovo Francesco, con il quale ho condiviso la gioia di servire la Chiesa di Avellino, un affettuoso e filiale pensiero. Lo ringrazio per la sua bella testimonianza e il suo esempio di umile dedizione al Vangelo.
Porto nel cuore i presbiteri, i diaconi, i religiosi, le religiose, i seminaristi e i fedeli della amata Chiesa di Avellino, Madre che mi ha generato alle fede. Saluto con affetto riconoscente i fedeli della mia parrocchia del Duomo e gli amici Scout dell'Agesci "Zona Hirpinia".
Affido il mio ministero episcopale, tutto me stesso e ciascuno di voi, alla bontà Misericordiosa del nostro Dio.
La Vergine Maria di Valleluogo, che oggi veneriamo, e il nostro patrono S. Ottone ci benedicano e ci custodiscano".
http://www.ilciriaco.it/avellino/item/8894-la-commozione-di-monsignor-melillo-conosco-i-miei-limiti,-ma-camminiamo-insieme-nel-nome-del-signore.html

sabato 23 maggio 2015

lo Spirito ed i suoi doni



La Cresima è una tappa di quel cammino permanente che conduce sempre più “dentro la vita di fede” ed è strettamente legata al Sacramento del Battesimo, tanto da essere chiamata anche Confermazione. Infatti è la conferma degli impegni battesimali. 

La Cresima segna quindi l'inizio - e non la fine - di un nuovo cammino, in cui Cristo deve essere sempre più presente come Persona viva che nella Santissima Trinità ci fortifica con i suoi sette Doni per intraprendere questo cammino.
 
La Cresima è il Sacramento del cammino, della crescita, della vera libertà. 
Ecco i suoi sette Santi Doni spiegati dal Magistero della Chiesa, in brevi e comode schede in audio e video, sia per la riflessione personale, quanto per gli incontri comunitari, o di aiuto per i Catechisti.

Il silenzio dei "vescovi codardi"

"Perché nella mia Irlanda oggi è morta la democrazia"


Vittoria del sì nel referendum irlandese sulle nozze gay. "L’establishment politico e culturale ha distrutto il tessuto della società, chi come me si è opposto alla mentalità dominante è stato dipinto come un pazzo reazionario". Parla John Waters, scrittore anti conformista, giornalista ed ex columnist dell'Irish Times. Il silenzio dei "vescovi codardi" e la chiesa d'Irlanda diventata "inutile"


L'Irlanda è stato il primo paese al mondo a introdurre le nozze tra omosessuali 

per via referendaria






John Waters 
“Questo giorno sancisce la morte della democrazia nel mio paese, l’establishment politico e culturale ha distrutto il tessuto della società, il sistema educativo ha totalmente rivoluzionato la testa delle persone e chi come me si è opposto alla mentalità dominante è stato dipinto come un pazzo reazionario”. Parlando con il Foglio, John Waters non usa mezzi termini per descrivere la portata della vittoria del matrimonio gay in Irlanda, sancita con una riforma costituzionale approvata, secondo i primi risultati, con una maggioranza schiacciante. Un risultato così netto non se lo immaginava nemmeno lui, che pure negli ultimi sedici mesi è stato oggetto di una selvaggia operazione di ostracismo culturale dei liberal, che l’ha precipitato da acclamato columnist dell’Irish Times  – giornale che ha guidato la campagna per il “sì” – a icona del pensiero omofobo e impresentabile, ovviamente cattolico, lui che si è definito un “agnostico non praticante”. L’invettiva di una drag quei di nome Panti lo ha confinato sul lato debole della storia, la sua ex compagna Sinead O’Connor ha perfino detto pubblicamente che è “depresso e non vuole ammetterlo”.

ARTICOLI CORRELATI Irish coffee e matrimoni gay, una beffa Nessun dibattito sulle nozze gay in IrlandaNella campagna per il referendum ha sperimentato il livore del pensiero unico, che lo ha accolto con le uova, i sassi, le minacce, ma anche con una più sottile e pervasiva campagna di intimidazione psicologica, quella che ha portato gli sparuti donatori della sua associazione First Families First a implorare che i loro nomi non uscissero pubblicamente. La chiama una “guerra civile mentale” e “un grottesco attacco alla libertà di espressione”, il ricatto di una minoranza che “impedisce a chi la pensa diversamente di esprimersi”.  “I miei argomenti sono indicibili – continua Waters – e io non ho mai tirato fuori argomenti religiosi, ho cercato di usare un linguaggio e una linea argomentata puramente laica, spiegando che siamo di fronte a una violazione innanzitutto delle idee liberali, ma sono stato demonizzato. Avessi usato il vocabolario cattolico potrei capire che la cultura dominante ormai l’ha spazzato via, ma non l’ho fatto. Figurati che molti, specialmente i giovani, non sanno nemmeno che si trattava di una riforma della Costituzione, non di un semplice referendum, ma pensano sia un gesto di compassione nei confronti dei gay, si sono bevuti un sacco di balle”. 

E’ stato piuttosto esplicito, durante la campagna, nel denunciare la timidezza della chiesa cattolica, ma mentre lo spoglio delle schede sancisce la vittoria del “sì” non cerca attenuanti, dice che la chiesa è “fucking useless”, fottutamente inutile, “e citami pure, mi raccomando”. “I vescovi sono dei codardi, non hanno fatto praticamente nulla per fermare questa barbarie, e i due o tre che hanno fatto qualcosa sono stati pugnalati alle spalle dai loro superiori. Settimane fa ho implorato il nunzio in Irlanda di chiedere alla Santa Sede di prendere posizione, e non è successo nulla”. Certo, ammette Waters, la chiesa irlandese ha pagato un prezzo enorme per il dramma degli abusi del clero, attorno al quale è stata montata una campagna denigratoria dei media che va molto oltre quel capitolo oscuro, “ma questa non può essere una giustificazione per rimanere in silenzio”. “I media irlandesi – conclude Waters – sono violentemente ostili alla chiesa, vogliono distruggere tutto quello in cui crede, ma lo stesso i preti e vescovi vogliono blandirli, cercano di piacere loro, e hanno paura di dire la verità”.

http://www.ilfoglio.it/cultura/2015/05/23/referendum-nozze-gay-john-waters-nella-mia-irlanda-oggi-morta-la-democrazia___1-v-129115-rubriche_c129.htm

NON INGANNATE LA POVERA GENTE

SARAH: NON INGANNARE LA GENTE CON LA PAROLA «MISERICORDIA». DIO PERDONA I PECCATI, MA SE CI PENTIAMO








«Se si considera l’eucarestia come un pasto da condividere, da cui nessuno può essere escluso, allora si perde il senso del Mistero». Così ha detto il cardinale Robert Sarah, da pochi mesi prefetto della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti, intervenuto al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia in occasione della presentazione della collana “Famiglia, lavori in corso”, una raccolta di saggi editi dalla casa editrice Cantagalli, in vista del prossimo Sinodo ordinario di ottobre. Una collana che ha l’obiettivo di stimolare il confronto e di toccare tutti i temi “caldi”: omosessualità, sessualità, divorzio, procreazione assistita, eutanasia, celibato. Tre volumi hanno aperto la collana, due dei quali scritti da docenti presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia: “Eucaristia e divorzio: cambia la dottrina?” di José Granados (che è anche stato nominato consultore del Sinodo dei vescovi) e “Famiglie diverse: espressioni imperfette dello stesso ideale?” di Stephan Kampowski. Il terzo, “Cosa ne pensa Gesù dei divorziati risposati?” è opera di Luis Sanchez Navarro, ordinario di Nuovo Testamento alla Università San Damaso di Madrid. Il Foglio aveva anticipato ampi estratti dei libri dei professori Granados e Sanchez il 15 aprile scorso.

«L’Occidente – ha detto Sarah rispondendo a braccio ad alcune domande che gli sono state poste dall'uditorio – si sta adeguando sulle proprie illusioni». Il problema di tutto, ha rimarcato più volte il porporato, di cui Il Foglio ha anticipato per l’Italia lo scorso 13 marzo un lungo estratto del libro “Dieu ou rien” uscito in Francia presso Fayard, è nella fede. «Se si pensa che anche nel rito del Battesimo non si menziona più la parola "fede", quando ai genitori viene domandato cosa si chiede per il bambino alla Chiesa di Dio, si comprende l’entità del problema», ha aggiunto il cardinale guineano, che ha anche biasimato il senso che viene dato oggi al Catechismo: «I bambini fanno disegni e non imparano nulla, non vanno a Messa». Quanto al Sinodo prossimo venturo, l’invito è a non farsi illusioni su cambiamenti epocali: «La gente crede che ci sarà una rivoluzione, ma non potrà essere così. Perché la dottrina non appartiene a qualcuno, ma è di Cristo». Dopo l'appuntamento dello scorso ottobre, ha osservato Sarah presentando i tre volumi, «fu chiaro che il vero fulcro non era e non è solo la questione dei divorziati risposati», bensì «se la dottrina della Chiesa sia da considerare un ideale irraggiungibile, irrealizzabile e necessitante quindi di un adattamento al ribasso  per essere proposta alla società odierna. Se così stanno le cose, si impone necessariamente una chiarificazione se il Vangelo sia una buona notizia per l'uomo o un fardello inutile e non più proponibile». La ricchezza del cattolicesimo – ha aggiunto – «non può essere svelata da considerazioni dettate da un certo pragmatismo e dal sentire comune. La Rivelazione indica all'umanità la via della pienezza e la felicità. Disconoscere questo dato significherebbe affermare la necessità di ripensare i fondamenti stessi dell'azione salvifica della Chiesa che si attua attraverso i sacramenti».

Il problema è anche di quei «sacerdoti e vescovi» che contribuiscono con le loro parole a «contraddire la parola di Cristo» E questo, ha detto Sarah, «è gravissimo». Permettere a livello di diocesi particolari quel che ancora non è stato autorizzato dal Sinodo (il riferimento era alla prassi seguita in molte realtà dell’Europa centro-settentrionale) significa «profanare Cristo». Poco vale invocare la misericordia: «Inganniamo la gente parlando di misericordia senza sapere quel che vuol dire la parola. Il Signore perdona i peccati, ma se ci pentiamo». Le divisioni che si sono viste lo scorso ottobre, «sono tutte occidentali. In Africa siamo fermi, perché in quel continente c’è tanta gente che per la fede ha perso la vita».

Un appello, il cardinale, l’ha anche lanciato contro chi – membro del clero – usa un linguaggio non corretto: «E’ sbagliato per la Chiesa usare il vocabolario delle Nazioni Unite. Noi abbiamo un nostro vocabolario». Una puntualizzazione, poi, l’ha voluta fare su una delle massime che vanno per la maggiore dal 2013, e cioè l’uscita in periferia. Proposito corretto, naturalmente, ma a una condizione: «È facile andare nelle periferie, ma dipende se lì portiamo Cristo. Oggi è più coraggioso stare con Cristo sulla croce, il martirio. Il nostro dovere è quello di andare controcorrente» rispetto alle mode del tempo, a «quel che dice il mondo». E poi, «se la Chiesa smette di dire il Vangelo, essa è finita. Può farlo con i modi d'oggi, ma con fermezza».  Infine, un appunto sul calo delle vocazioni sacerdotali nel mondo: «Il problema non è che ci sono pochi preti, quanto capire se quei preti sono davvero sacerdoti di Cristo».

venerdì 22 maggio 2015

i laici insegneranno al clero alto



.... era uno dei dodici ....

Dagli Atti degli Apostoli.  20,28 ss.

In quei giorni, Paolo diceva agli anziani della Chiesa di Èfeso: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come vescovi per pascere la Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio.

Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé. Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato, tra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi.

selfie del clero (alto, altissimo e basso)

Vanità clericale



La vanità clericale non ha veramente mai fine. A parte chi tende a rendere la liturgia uno show per mostrare se stesso, a parte la moda dei selfie che oramai ha contagiato anche il clero per cui non passa momento in cui, come ragazzini adolescenti, alcuni spediscono immagini al cui centro ci sono sempre loro, qualcuno inizia a superare i suoi colleghi credendosi in un empireo al di sopra di tutti, talmente elevato nobiliarmente da esigere, da qualche fedele, l'eredità dei suoi beni auspicandone la morte il più rapidamente possibile.


Gesù Cristo, che indica nei vangeli la perfezione nella piccolezza e umiltà dei fanciulli, è bell'è che dimenticato!


Al contrario, ricordo un archimandrita greco (ora vescovo) il quale, per quanto grezzo, aveva un senso profondo della realtà tale da far scendere qualche suo collega dalle nuvole. Egli a chi aveva arie di nobiltà diceva: «Ma che arie ti dai? Non vedi che quando noi [preti] passiamo per strada la gente si tocca i genitali?».

Padre Paissios, da poco canonizzato, oltre a sottolineare che oggigiorno le persone hanno perso la vera nobiltà d'animo (che un titolo o una semplice presunzione di se stessi certo non conferisce), affermava di sè d'essere una puzzolente scatola di calamari buttata via che da lontano, illuminata dal sole, poteva essere scambiata per un oggetto d'oro.

Un santo si paragona alla spazzatura, chi santo non è si sente al centro dell'universo fino al punto da disprezzare il prossimo. È sempre la stessa storia!



L'umiltà benedetta è l'ultima cosa a cui si volgono coloro il cui animo è talmente gonfio di sé da non poterla contenere ...

http://traditioliturgica.blogspot.it/2015/05/vanita-clericale.html

giovedì 21 maggio 2015

LUTERO SANTO?

RIABILITARE LUTERO?
NON AVEVA RAGIONE


La storia della Chiesa è grandiosa, anche se non tutti i suoi uomini sono santi - Più volte ha chiesto scusa, ma la società continua ad infangarla per nascondere le proprie perversioni morali
Quando la Chiesa precipitò nello scisma protestante, non pochi ecclesiastici si resero conto che bisognava cambiare. Che troppe cose non andavano bene. Che troppi sacerdoti, vescovi, cardinali e forse papi, davano scandalo con il loro comportamento libertino, incoerente, peccaminoso. Talora con la loro ignoranza e la loro arroganza. Alcuni ecclesiastici parlarono apertamente, consapevoli che la Chiesa è fatta di uomini, che devono sempre riformarsi, richiamarsi ed essere richiamati. Eppure nessuno di loro disse che, sì, Lutero aveva ragione. No, Lutero utilizzava delle buone ragioni, come pretesti, non per riformare ma per rivoluzionare e distruggere. Come hanno sempre fatto nei secoli eretici e settari.
Anche san Francesco d'Assisi, ancora nel Medioevo, vide la sua Chiesa in grave crisi. E capì che coloro che la avversavano, ad esempio i catari (che erano nemici della vita e della famiglia), potevano fare leva, ancora una volta, sulle colpe di molti credenti. Si rimboccò le maniche e costruì l'ordine francescano. Senza ribellioni alla Chiesa, senza negare che essa fosse la sposa, per quanto velata, di Cristo. Chiedere scusa, dunque, è importante. Lo ha fatto Benedetto XVI, riguardo ai sacerdoti pedofili. Anche se questo può aver dato la stura a molti per suonare la grancassa; per procedere in un'opera di strumentalizzazione volta a denigrare la Chiesa in quanto tale; per ampliare enormemente le colpe di ecclesiastici, nascondendo nello stesso tempo le ragioni più profonde di una perversione dilagante in vari settori della nostra società. Bene fanno i cristiani a chiedere scusa. Non tanto a parole, però; non tanto in modo retorico, ufficiale, un po' farisaico; non tanto per le colpe vere o presunte di altri, in passato; quanto nel loro cuore, perché capaci di riconoscersi sempre indegni del divino Maestro. [...].




UNA STORIA LUMINOSA
La storia della Chiesa ha duemila anni: più di qualsiasi altra istituzione terrena. Ed è storia di santi, di costruttori di ospedali, di missionari, di educatori, di martiri... è storia di cultura, di università, di arte, di cattedrali, di scienza, di poesia. Una storia che spesso non ci viene raccontata; che neppure i cristiani conoscono, e che anzi, con colpevole superficialità, buttano a mare in troppe occasioni. Una storia anche calunniata, dal tempo in cui Cristo fu presentato come un impostore, e i suoi discepoli come falsari, imbroglioni, incestuosi, adoratori di un asino, colpevoli persino degli incendi o dei terremoti. Nell'antica Roma, come nel Novecento sotto nazismo e comunismo, e oggi in India, in Africa, in Asia, i cristiani vengono accusati delle peggiori cose, falsamente. Di blasfemia, come Asia Bibi, di infanticidio, di tramare contro lo Stato. E vengono uccisi.
L'apologetica nacque per questo. Per spiegare ai pagani disposti ad ascoltare la verità su Cristo e sui fatti della Chiesa. Cristo stesso, in verità, avrebbe potuto fare una apologia di se stesso, davanti a Pilato, ma preferì tacere e farsi condannare. Così anche i cristiani, chiamati personalmente in causa, hanno spesso preferito tacere, di fronte alle accuse; hanno preferito, come molti martiri, "vincere soccombendo"; vincere sopportando in silenzio il peso delle calunnie e degli sputi, come Cristo. Ma altri cristiani hanno preso sempre, in ogni tempo. la penna, per difendere non se stessi, ma le loro comunità, e soprattutto la bellezza del Vangelo. Per difendere dalle calunnie che allontanano tanti ingenui o semplici dalla Chiesa.
NECESSITA' DELL'APOLOGETICA
Oggi di una apologetica cristiana c'è estremo bisogno. Questo giornale è nato per questo. Non per dire che i cristiani sono tutti bravi; non per lodarsi. No, solo per ricordare a molti, affinché non cadano in inganno, che la storia della Chiesa cui appartengono non è l'insieme di nequizie inenarrabili che alcuni raccontano, ma una storia, per quanto nei limiti di ciò che è anche umano, grandiosa e bella. Perché la Chiesa è una istituzione divina, a cui Dio ha dato i mezzi, l'assistenza dello Spirito Santo e i Sacramenti per santificare la vita di innumerevoli persone. La Chiesa ha diffuso nel mondo idee totalmente nuove: la vera dignità dell'uomo, in quanto figlio di Dio; la vera libertà, nella verità; il rispetto per i bambini e la vita, la santità della famiglia, l'amore per i poveri e i derelitti.
Da duemila anni questa istituzione, unica tra tutte, sopravvive, nonostante ci siano in essa persone che ne fanno parte solo nominalmente; persone che, come Giuda, tradiscono e danno scandalo. Anche questa è vera apologetica: ammetere senza paura che la miseria umana alberga ovunque, anche in tanti cattolici laici o ecclesiastici. Quanti sono i santi che sono stati perseguitati da uomini di Chiesa? Che sono stati magari sospesi dall'Ordine che avevano fondato, da qualche Papa, per ignoranza o per cattiveria? Proprio quei santi ci dicono la santità della Chiesa: non solo la loro santità precedente alle ingiustizie, ma anche la loro umiltà, il loro piegare la testa sopportando ingiuste accuse e punizioni, per amore e nel sacrificio, sono frutti della Chiesa.
Cristo infatti ci chiede la Fede, tra le altre cose, proprio nella sua Chiesa. Quando era nell'orto degli Ulivi, o sulla Croce, certo qualche apostolo avrà dubitato: dov'è, o Cristo, la tua divinità? Quando la barca era scossa dalla tempesta: dov'è, o Cristo, la tua onnipotenza? Quando i figli della Chiesa vedono lo scandalo, il tradimento, la malizia di altri credenti, di uomini del clero, non solo devono ricordarsi di guardare anche alla propria miseria, ma devono anche ricordare che lo stesso Pietro, scelto da Cristo come fondamento della sua Chiesa, lo ha tradito tre volte. Devono ricordare che Tommaso non credette, prima di aver visto e che Giuda disperò. Anche alle origini la Chiesa fu scossa, al suo interno, dallo scandalo, dal tradimento, dalla paura. [...]. L'uomo di fede vede anche dove non si vede, spera anche quando sembra che sperare sia impossibile; aspetta, attende con paziente fiducia, perché sa che il timone della storia, e ancora più, se possibile, quello della Chiesa, è nelle sue mani. Anche se ciò non toglie nulla al fatto che il peccato e lo scandalo dato dai pastori sia sempre grave di fronte a Dio e agli uomini. Infine è cruciale ricordare che quando la Chiesa chiede scusa non ammette una sua colpa, ma chiede perdono perché alcuni uomini di Chiesa hanno tralignato, tradendo proprio e per prima la Chiesa stessa ed il suo messaggio morale.
(Francesco Agnoli, "il Timone" n.140).

mercoledì 20 maggio 2015

lezioni di sesso per bambini

Alla tv norvegese lezioni di sesso 

per bambini dagli 8 ai 12 anni


Volevamo mettere nel titolo “Video vietato ai minori di…” ma poi ci siamo accorti dell’ossimoro.
Questo filmato che segue è molto più soft rispetto a quelli che vanno in onda sulla TV norvegese e che sono caricati sul sito dell’emittente. Fortunatamente su Youtube ancora non si possono vedere troppe schifezze.
È tratto da un programma norvegese di “educazione sessuale” per bambini dagli 8 ai 12 anni. La presentatrice è un medico e spiega, in questo filmato, come ci si bacia (usando un pomodoro), cosa sono i succhiotti (usando un aspirapolvere), come ci si tocca, come deve svolgersi un rapporto, ecc..
A parte che la popolazione mondiale si è riprodotta per milioni di anni anche senza le spiegazioni di questo sapiente medico, ci chiediamo: ma veramente è necessario insegnare certe cose in questo modo ai bambini di 8 anni?
L’agenda dei pervertiti che vogliono ipersessualizzare i ragazzini sembra non conoscere limiti…
PS In Italia ne ha già parlato anche Libero.
PPS vi consigliamo di saltare il video dal minuto 1:25 al minuto 1:45.

NINNA NANNA

la Sofferenza inutile di Cristo innocente

“La Chiesa è seme o pianta?”



L’ultima prova della Chiesa - 675 Prima della venuta di Cristo, la
Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di
molti credenti [Cf ! Lc 18,8; ! Mt 24,12 ]. La persecuzione che
accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra [Cf ! Lc 21,12; ! Gv 15,19-
20 ] svelerà il “Mistero di iniquità” sotto la forma di una impostura
religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi,
al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è
quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo
glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne [Cf
! 2Ts 2,4-12; 675 ! 1Ts 5,2-3; ! 2Gv 1,7; ! 1Gv 2,18; ! 1Gv 2,22 ].

Nell’incontro in Vaticano alla “fabbrica della pace” presente la Bonino con 7 mila bambini? Di fronte alla domanda di una piccola handicappata: perché i bambini soffrono, nessuno ha nominato Gesù Cristo o la Croce, anzi si è confessata l’impossibilità di trovare una spiegazione alla sofferenza.

Sì, è impressionante. Sia il passo del Catechismo che mi ricordi, sia la
non-risposta ai bambini malati (l’ho sentita anch’io a Radio Radicale): “Perché i bambini soffrono?”, “Questa domanda è una delle più difficili a cui rispondere. Non c’è risposta” si dice a un bambino malato che chiedeva per quale ragione si viene al mondo con problemi di salute come i suoi e quale ragione si viene al mondo con problemi di salute come i suoi e cosa si possa fare. “C’è stato un grande scrittore russo, Dostoevskij, che aveva fatto la stessa domanda: ‘perché soffrono i bambini?’ E lì, si può solo guardare al cielo e aspettare risposte che non si trovano”. Però si può rispondere alla seconda parte della domanda: “Cosa posso fare io perché un bambino soffra di meno: stargli vicino, la società dia aiuti anche palliativi per le sofferenze dei bambini, si sviluppino l’educazione dei bambini verso le malattie. Lavorare tanto”. La risposta da ONG.

Terribile davvero, i credenti che non sappiano rispondere: è un mutismo che
diffonde disperazione.

Oltretutto, se la sofferenza non ha senso, è giustificabile l’eutanasia.
Il non invitare i bambini a dare senso alla loro sofferenza come
intercessione per i peccatori, come definirlo?

La Vergine di Fatima chiese ai tre pastorelli, di 7, 9, e 10 anni: “Volete
offrirvi al Padre del Cielo, pronti ad accettare tutte le sofferenze che
vorrà mandarvi, per la pace nel mondo e per la conversione dei peccatori?”. “Sì, lo vogliamo”, risposero. Giacinta e Francesco soffrirono di una malattia inguaribile e misteriosa, che accettarono “per i peccatori”, con l’eroico coraggio che solo ai bambini si può chiedere.

Giacinta aveva una ferita aperta sul petto che non rimarginò; morì in un
ospedale di Lisbona, lontana dai genitori e dalla mamma, in una
solitudine estrema e crudele per una bambina così delicata.
Ebbene: le ultime parole di questa bambina malata e sola, fra i rumori
e gli odori di un ospedale dei poveri, furono: “Mio Gesù ora puoi
convertire molti peccatori, perché questo sacrificio è molto grande…”.

La cara, eroica bambina, che ha convertito chissà quanti di noi,
sapeva la risposta — la risposta che manca ai cattolici. Ché poi,
intendiamoci: non si può pensare non “sappiamo il catechismo”.

E difatti in altra occasione il 27 novembre 2013, in una udienza generale, Bergoglio ha affrontato meglio la questione:
“A me ha sempre colpito la domanda ‘perché soffrono i bambini?,
perché muoiono i bambini?’. Se viene intesa come la fine di tutto”, ed
ha continuato: “Nei momenti più dolorosi della nostra vita, quando abbiamo perso una persona cara, i genitori, un amico, un figlio, ci accorgiamo che anche lacerati, e nel cuore del distacco, che non può essere tutto finito, che il bene non è stato inutile, c’è un istinto potente dentro noi che ci dice che la nostra vita non finisce con la morte”.

Questa “sete di vita”, ha osservato il Papa, “ha trovato risposta nella
resurrezione di Cristo, che non dà solo certezza della resurrezione, ma
illumina anche il mistero della morte: se vivremo con Gesù, uniti a lui,
saremo capaci di affrontare anche il passaggio della morte (...) Se la
mia vita è stata di fiducia nel Signore - ha affermato il Papa - sarò
pronto a accettare la morte come definitivo abbandono nelle sue mani
confidenti, in attesa di contemplare faccia a faccia il suo volto”. E come si sta vicini a Gesù?, si è domandato. E si è risposto: oltre che con i sacramenti e la preghiera, “con la con la pratica della carità: Lui stesso – ha spiegato – si è identificato con poveri e sofferenti nella parabola del giudizio finale”.

Ma è solo questo?  Pare manchi qualcosa. Ed è la nozione – certo durissima da comunicare – della croce da accettare e persino amare, per espiazione e per intercessione; il senso ultimo che il cristiano può dare alla sua sofferenza (il motivo per cui, dice san Paolo, “noi stravinciamo”: in Cristo, possiamo trasformare la disfatta in vittoria), e a quella dei bambini innocenti: è quel che gli innocenti sanno, che ai bambini si può chiedere (come fece la Donna splendente di Fatima, che certo non è meno buona …).

liberamente tratto da Maurizio Blondet

domenica 17 maggio 2015

messa abbaziale a Genova

Le Barroux a Genova: messa abbaziale in rito antico lunedì 18

Messa Abbaziale a Genova (lunedì 18 maggio) In occasione di una visita a Genova dei monaci benedettini dell’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, lunedì 18 maggio 2015, presso la storica chiesa di Nostra Signora del Carmine e di Sant'Agnese (situata nel quartiere detto del Carmine, in via Brignole De Ferrari 3, a poca distanza dalla centrale via Balbi), alle ore 18:30, sarà celebrata una Messa Abbaziale nella forma extraordinaria del Rito romano, in canto gregoriano e con polifonie offerte dal Movimento Liturgico Giovanile (MLG) di Genova. Celebrerà solennemente il M.R.P. Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., Abate di Le Barroux, accompagnato da una nutrita schiera di monaci dell'abbazia, che canteranno il proprio della Messa votiva del Cuore Immacolato. Precederà la celebrazione eucaristica l'Ufficio dei Vespri, alle ore 17:45. La partecipazione dei fedeli è gradita, come pure la diffusione della notizia.

mercoledì 13 maggio 2015 


Apostoli gay e Maddalena lesbo

Apostoli gay e Maddalena lesbo, un vescovo dice

di Lorenzo Bertocchi


«Non sappiamo se qualcuno dei discepoli era mariconcito (gay, NdA) o la Maddalena era una lesbica. Sembra di no perché molti sono passati tra le sue gambe». Un linguaggio che fa tristezza a doverlo riportare, ma anche questa è cronaca. Sono parole pronunciate dal Presidente della Commissione per la Vita della Chiesa cattolica colombiana, monsignor Juan Vicente Córdoba nel corso di un forum promosso dalla comunità Lgbt presso l'Università delle Ande.

Con un linguaggio a dir poco sorprendente il vescovo ha detto la sua sul tema dell'omosessualità. «Nessuna attrazione è male. Quando diciamo che un omosessuale è un peccatore, io direi che lo stesso si può dire, o non dire, di un eterosessuale. Io direi: i fratelli omosessuali quando si sposano hanno quello che noi chiamiamo fedeltà e formano i loro figli con amore». Un florilegio di espressioni che va ben oltre il tormentone papale del «chi sono io per giudicare» un gay, spesso banalmente estrapolato da un discorso più ampio pronunciato dal pontefice sul volo di ritorno dalla GMG di Rio. Ma monsignor Cordoba, oltre ad alcune affermazioni dal sapore tendente all'ovvio, tipo quella per cui «non importa se si è omosessuali o transessuali o vescovi, quello che importa è la dignità umana», dà altre indicazioni che puntano verso altri lidi. «Lasciamo scegliere ai bambini», ha detto parlando delle adozioni alle coppie gay, «non possiamo decidere per loro. Un bambino abbandonato per esempio, noi gli possiamo dare due papà o due mamme, dopo che hanno perso la loro mamma e il loro papà».



Un classico ragionamento giocato sul filo del pietismo, ma che punta oltre. Perché, secondo il ragionamento del vescovo colombiano, sarebbe indifferente ai fini educativi (e non solo) la presenza di una mamma e un papà, di un maschio e una femmina. Una visione che si discosta molto da quella che lo stesso Papa Francesco ha ribadito lo scorso 15 aprile. «L’esperienza», disse il Papa nell'udienza generale del mercoledì, «ce lo insegna: per conoscersi bene e crescere armonicamente l’essere umano ha bisogno della reciprocità tra uomo e donna. Quando ciò non avviene, se ne vedono le conseguenze». Ma per monsignor Cordobà la battaglia per il matrimonio gay «non è una battaglia tra pene e vagina (letterale nella dichiarazione, ndA)», ma è una questione seria che «spetta alla Alta Corte o al Congresso». Perché, bontà sua, anche se «il matrimonio è [solo] tra un uomo e una donna», tuttavia «due uomini o due donne possono vivere insieme» e per questo c'è «profondo rispetto, non possiamo giudicare nessuno». E poi, secondo quello che riportano i quotidiani colombiani, si è spinto oltre dichiarando che «le unioni omosessuali non le consideriamo peccato, anche se per la chiesa non le possiamo chiamare matrimonio». Affermazioni che stridono se messe in rapporto con la dottrina della Chiesa espressa nel Catechismo.



Bisogna riconoscere che la confusione delle dichiarazioni del vescovo colombiano sembra regnare anche nelle menti e nei cuori di molti cattolici del centro-nord Europa. Per rendersene conto basta leggere i documenti che in questi giorni sono stati diffusi da alcune Conferenze episcopali, in merito alle risposte fornite al questionario in vista del Sinodo sulla famiglia. In particolare, i fedeli della Germania e della Svizzera sono stati molti chiari nel chiedere un’evoluzione darwiniana della dottrina e della prassi della Chiesa, arrivando a sdoganare non solo l'eucaristia per i divorziati risposati, ma anche la benedizione della coppie gay in chiesa e il sesso prematrimoniale (questo solo gli svizzeri). A leggere questi report, e le dichiarazioni del vescovo colombiano, ci si trova di fronte a qualcosa che va molto oltre la misericordia che occorre mettere in campo verso le coppie ferite, o il rispetto dovuto a tutte le persone in quanto tali. Una pastorale rinnovata non può prescindere da quanto ha ricordato Papa Francesco ai vescovi del Benin lo scorso 27 aprile. «So», ha detto il pontefice, «che la pastorale del matrimonio resta difficile, tenuto conto della situazione concreta, sociale e culturale, del vostro popolo. Bisogna però non scoraggiarsi, ma perseverare senza posa, poiché la famiglia che la Chiesa cattolica difende è una realtà voluta da Dio».

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-apostoli-gay-e-maddalena-lesbo-deliri-da-vescovo-12673.htm