DOMINE Iesu Christe, in unione illius divinae intentionis, qua in terris per sanctissimum Cor tuum laudes Deo persolvisti et nunc in Eucharistiae Sacramento ubique terrarum persolvis usque ad consummationem saeculi, ego per hanc diem integram, ad imitationem sanctissimi Cordis beatae Mariae semper Virginis immaculatae, tibi libentissime offero omnes meas intentiones et cogitationes, omnes meos affectus et desideria, omnia mea opera et verba. Amen.
MUNIAT INTRANTES CRUX DOMINO FAMULANTES
lunedì 4 giugno 2012
domenica 3 giugno 2012
BURKE SCRISSE A BERTONE SULL'APPROVAZIONE FARLOCCA DELLE LITURGIE NEOCATECUMENALI
di Francesco Colafemmina
Dalla lettera riservata inviata il 12 Gennaio 2012 dal Card. Raymond Leo Burke al Segretario di Stato Card. Tarcisio Bertone, pubblicata oggi da La Repubblica:
Dalla lettera riservata inviata il 12 Gennaio 2012 dal Card. Raymond Leo Burke al Segretario di Stato Card. Tarcisio Bertone, pubblicata oggi da La Repubblica:
"Non posso, come Cardinale e membro della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, non esprimere a Vostra Eminenza la meraviglia che l'invito (alla celebrazione del Papa prevista sei giorni più tardi, "in occasione dell'approvazione della liturgia del Cammino Neocatecumenale" ndr) mi ha causato. Non ricordo di aver sentito di una consultazione a riguardo dell'approvazione di una liturgia propria di questo movimento ecclesiale. Ho ricevuto, negli ultimi giorni, da varie persone, anche da uno stimato Vescovo statunitense, espressioni di preoccupazione riguardo ad una tale approvazione papale, della quale essi avevano già saputo. Tale notizia era per me una pura diceria o speculazione. Adesso ho scoperto che essi avevano ragione. (...) Come fedele conoscitore dell'insegnamento del Santo Padre sulla riforma liturgica che è fondamentale per la nuova evangelizzazione, ritengo che l'approvazione di tali innovazioni liturgiche, anche dopo la correzione delle medesime da parte del Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei sacramenti, non sembra coerente con il magistero liturgico del Papa".
Della vicenda ne parlai qui. Sappiamo bene che a seguito di segnalazioni dirette al Santo Padre, questi ha specificato a gennaio che con la cerimonia fastosa in aula Paolo VI non venivano approvate le liturgie, ma solo i riti di passaggio. Correzione in extremis. E ha successivamente ordinato una inchiesta sulla canonicità dei riti neocatecumenali alla Congregazione per la Dottrina della Fede. La lettera di Burke al Segretario di Stato è causata tuttavia da quella faciloneria, da quel pressappochismo dominante nella gestione degli affari quotidiani della Santa Sede, spesso di interesse fondamentale per tutto il mondo cattolico e per il futuro della Chiesa, tanto da far passare il messaggio erroneo di una approvazione definitiva della "liturgia" del Cammino, invece che di altri rituali para-liturgici. E denota non solo il senso di responsabilità del Cardinale Burke ma l'evidente contrasto fra "i collaboratori" del Papa e il magistero di quest'ultimo.
Allunghiamo dunque la lista degli sgambetti: mancata proclamazione del Santo Curato d'Ars a patrono di tutti i sacerdoti del mondo, nomina di Mons. Palombella alla Sistina, blocco - in ben 2 occasioni - di norme attuative della riforma della riforma, scavalcamento del Card. Grocholewski per la nomina del nuovo preside del PIMS, carta bianca ai Neocatecumenali (ricordiamo l'episodio dell'incontro a Roma dei Vescovi Giapponesi ostili al Cammino e la promozione del Sostituto sponsor kikiano a Prefetto di Propaganda Fide...).
Non so chi possa continuare ad amare il Papa, ad entusiasmarsi per il suo magistero e contemporaneamente a difendere chi nel corso degli anni ha fatto di tutto per deviare il corso degli eventi dalla strada individuata dal Pontefice. Che il Papa riponga fiducia - almeno verbalmente - nei suoi collaboratori è un altro paio di maniche, probabilmente teme che dalla loro rimozione possa procedere una reazione a catena incontrollabile, ma una presa di coscienza da parte di tutti i cattolici devoti non farebbe certo male. Intanto continuo sempre più a credere che i "Corvi" stiano operando con grande sagacia!
Allunghiamo dunque la lista degli sgambetti: mancata proclamazione del Santo Curato d'Ars a patrono di tutti i sacerdoti del mondo, nomina di Mons. Palombella alla Sistina, blocco - in ben 2 occasioni - di norme attuative della riforma della riforma, scavalcamento del Card. Grocholewski per la nomina del nuovo preside del PIMS, carta bianca ai Neocatecumenali (ricordiamo l'episodio dell'incontro a Roma dei Vescovi Giapponesi ostili al Cammino e la promozione del Sostituto sponsor kikiano a Prefetto di Propaganda Fide...).
Non so chi possa continuare ad amare il Papa, ad entusiasmarsi per il suo magistero e contemporaneamente a difendere chi nel corso degli anni ha fatto di tutto per deviare il corso degli eventi dalla strada individuata dal Pontefice. Che il Papa riponga fiducia - almeno verbalmente - nei suoi collaboratori è un altro paio di maniche, probabilmente teme che dalla loro rimozione possa procedere una reazione a catena incontrollabile, ma una presa di coscienza da parte di tutti i cattolici devoti non farebbe certo male. Intanto continuo sempre più a credere che i "Corvi" stiano operando con grande sagacia!
sabato 2 giugno 2012
famiglia
Autogol di immagine allo stadio di Milano
Davvero un brutto autogol, una beffa: esporre la maxi bandiera simil-orgoglio gay alle spalle del palco del Papa, proprio nel contesto dell'incontro mondiale delle famiglie. Capisco che la scelta dei colori serviva come tema e come identificativo delle varie zone pastorali (e dei 7 doni dello Spirito Santo, ecc..), ma possibile - ci si chiede - che a Milano siano così provinciali da non sapere che le immagini del Papa allo stadio avrebbero fatto il giro del mondo? E non si rendono conto che il simbolo da loro esposto (con probabile totale ingenuità) viene decodificato in tutti i paesi occidentali non come "la bandiera della pace", ma come Rainbow flag, l'arcobaleno dell'orgoglio omosessuale? Proprio così. E non a caso si chiama "Coordinamento Arcobaleno" il gruppo che protesta contro la visita papale di questi giorni, in nome della "pluralità" della famiglia, contro l'ideologia cristiana che ne propone un solo tipo! Non vengono forse contrabbandate come "famiglie arcobaleno" quelle con due papà o due mamme? (leggere qui). Ma allora, come si fa ad essere così ingenui!!
Chissà quanti americani o australiani, vedendo le foto di San Siro, penseranno ad una manifestazione contro il Papa, rimanendo stupiti di osservare, nello stadio gremito di giovani cattolici, innalzarsi il vessillo che a loro parla di tutt'altro, ma non certo di famiglia-basata-sul-matrimonio-fra-uomo-e-donna!
Siamo tutti sicurissimi che non c'era intenzione cattiva nei giovani organizzatori del segno di accoglienza, ma non si può lasciare alla spensieratezza giovanile la regia di simboli e gesti che devono essere limpidi e univoci, soprattutto perché destinati ad arrivare - senza tante spiegazioni - direttamente nelle case di cattolici di cultura, estrazione, lingua e provenienza diversissime.
L'autogol comunicativo è grosso, un assist maldestro servito dai collaboratori del Card. Scola (che non può mica vigilare su tutto...), eppure siamo convinti che Benedetto XVI, alla fine, vincerà la partita.Testo preso da: Cantuale Antonianum http://www.cantualeantonianum.com/#ixzz1weBSNM00
http://www.cantualeantonianum.com/
A SAN SIRO ACCOLGONO IL PAPA CON LA BANDIERA DELL'ORGOGLIO OMOSESSUALE!
tratto da : http://fidesetforma.blogspot.it/
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| Il cervello degli organizzatori ha preso il largo... di sicuro non con Pietro! |
Sembra quasi fatto apposta. Anzi, forse è proprio fatto apposta. A San Siro nell'ambito del VII incontro mondiale delle famiglie il Papa viene accolto da un'enorme bandiera che ricalca quella dell'orgoglio omosessuale. L'idea - balorda - nasce dalla volontà di dare un colore ad ogni "zona pastorale" di Milano. Così abbiamo le seguenti zone:
2. Zona pastorale di Varese: LILLA
3. Zona pastorale di Lecco: ARANCIONE
4. Zona pastorale di Rho: AZZURRO
5. Zona pastorale di Monza: BLU
6. Zona pastorale di Melegnano: VERDE
7. Zona pastorale di Sesto San Giovanni: GIALLO
Vediamo i colori originari della bandiera dell'orgoglio omosessuale (rainbow flag) così come creata nel 1978 da Gilbert Baker:
Rosso - Arancione - Giallo - Verde - Azzurro - Blu - Lilla
Ci sono proprio tutti! E sono anche messi in ordine (se non fosse per il lilla che è in cima invece che al fondo). La bandiera cosiddetta della Pace, altro simbolo borderline introdotto in Italia dai partiti di sinistra a ridosso della guerra in Iraq e diventata presto scettro dei vari don Zanottelli, don Gallo, don Ciotti, ha invece i colori posti in ordine inverso.
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| La bandiera della Pace: i colori sono invertiti rispetto a quella gay |
Evidentemente qualcuno avrà voluto irridere le famiglie formate da un uomo e da una donna esibendo trionfante dinanzi al Santo Padre, il simbolo osceno di chi considera la famiglia una mera ideologia da superare... Complimenti!
Preghiera alla ss. TRINITA'
Alla ss. TRINITA'
O mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi interamente, per fissarmi in te, immobile e quieta come se la mia anima già fosse nell'eternità. Nulla possa turbare la mia pace nè farmi uscire da te, o mio Immutabile; ma che, ad ogni istante, io mi immerga sempre più nella profondità del tuo mistero! Pacifica l'anima mia; rendila tuo cielo, tua prediletta dimora e luogo del tuo riposo. Che, qui, io non ti lasci mai solo; ma tutta io vi sia, vigile e attiva nella mia fede, immersa nell'adorazione, pienamente abbandonata alla tua azione creatrice.
O amato mio Cristo, crocifisso per amore, vorrei essere una sposa per il tuo cuore, vorrei coprirti di gloria, vorrei amarti ... fino a morirne!
Ma sento tutta la mia impotenza; e ti prego di rivestirmi di te, di identificare tutti i movimenti della mia anima a quelli dell'anima tua, di sommergermi, di invadermi, di sostituirti a me, affinchè la mia vita non sia che un riflesso della tua Vita. Vieni in me come Adoratore, come Riparatore e come Salvatore. O Verbo eterno, parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarti, voglio rendermi docilissima ad ogni tuo insegnamento per imparare tutto da te; e poi, nelle notti dello spirito, nel vuoto, nell'impotenza, voglio fissarti sempre e starmene sotto il tuo grande splendore.
O mio Astro adorato, affascinami, perchè io non possa più sottrarmi alla tua irradiazione.
O fuoco consumante, Spirito di amore, discendi in me, perchè si faccia nell'anima quasi una incarnazione del Verbo! Che io gli sia un prolungamento di umanità, in cui egli possa rinnovare tutto il suo mistero.
E tu, o Padre, chinati verso la tua povera, piccola creatura, coprila della tua ombra, non vedere in essa che il Prediletto nel quale hai posto le tue compiacenze.
O miei "Tre", mio Tutto, Felicità mia, Solitudine infinita, Immensità nella quale mi perdo, io mi abbandono a voi come una preda.
Seppellitevi in me perchè io mi seppellisca in voi, in attesa di venire a contemplare nella vostra Luce l'abisso delle vostre grandezze.
O amato mio Cristo, crocifisso per amore, vorrei essere una sposa per il tuo cuore, vorrei coprirti di gloria, vorrei amarti ... fino a morirne!
Ma sento tutta la mia impotenza; e ti prego di rivestirmi di te, di identificare tutti i movimenti della mia anima a quelli dell'anima tua, di sommergermi, di invadermi, di sostituirti a me, affinchè la mia vita non sia che un riflesso della tua Vita. Vieni in me come Adoratore, come Riparatore e come Salvatore. O Verbo eterno, parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarti, voglio rendermi docilissima ad ogni tuo insegnamento per imparare tutto da te; e poi, nelle notti dello spirito, nel vuoto, nell'impotenza, voglio fissarti sempre e starmene sotto il tuo grande splendore.
O mio Astro adorato, affascinami, perchè io non possa più sottrarmi alla tua irradiazione.
O fuoco consumante, Spirito di amore, discendi in me, perchè si faccia nell'anima quasi una incarnazione del Verbo! Che io gli sia un prolungamento di umanità, in cui egli possa rinnovare tutto il suo mistero.
E tu, o Padre, chinati verso la tua povera, piccola creatura, coprila della tua ombra, non vedere in essa che il Prediletto nel quale hai posto le tue compiacenze.
O miei "Tre", mio Tutto, Felicità mia, Solitudine infinita, Immensità nella quale mi perdo, io mi abbandono a voi come una preda.
Seppellitevi in me perchè io mi seppellisca in voi, in attesa di venire a contemplare nella vostra Luce l'abisso delle vostre grandezze.
S. Elisabetta della Trinità
Chesterton
Chesterton: la civiltà si fa in chiesa
Le discussioni teologiche sono sottili ma non magre. In tutta la confusione della spensieratezza moderna, che vuol chiamarsi pensiero moderno, non c’è nulla forse di così stupendamente stupido quanto il detto comune: «La religione non può mai dipendere da minuziose dispute di dottrina». Sarebbe lo stesso affermare che la vita umana non può mai dipendere da minuziose dispute di medicina. L’uomo che si compiace dicendo: «Non vogliamo teologi che spacchino capelli in quattro», sarebbe forse d’avviso di aggiungere: «e non vogliamo dei chirurghi che dividano filamenti ancora più sottili». È un fatto che molti individui oggi sarebbero morti se i loro medici non si fossero soffermati sulle minime sfumature della propria scienza: ed è altrettanto un fatto che la civiltà europea oggi sarebbe morta se i suoi dottori di teologia non avessero argomentato sulle più sottili distinzioni di dottrina. Nessuno scriverà mai una Storia d’Europa un po’ logica finché non riconoscerà il valore dei Concili, della Chiesa, quelle collaborazioni vaste e competenti che ebbero per scopo di investigare mille e mille pensieri diversi per trovare quello unico della Chiesa. I grandi Concili religiosi sono di un’importanza pratica di gran lunga superiore a quella dei Trattati internazionali, perni sui quali si ha l’abitudine di far girare gli avvenimenti e le tendenze dei popoli. I nostri affari di oggi stesso, infatti, sono ben più influenzati da Nicea ed Efeso, da Trento e Basilea, che da Utrecht o Amiens o Versailles. In quasi tutti i casi vediamo che la pace politica ebbe per base un compromesso: la pace religiosa invece si fondava su di una distinzione. Non fu affatto un compromesso dire che Gesù Cristo era vero Dio e vero Uomo, come fu invece un compromesso la decisione che Danzica sarebbe stata in parte polacca ed in parte tedesca: era bensì la dichiarazione di un principio la cui perfetta pienezza lo distingueva sia dalla teoria ariana, sia da quella monofisita. E questo principio ha influito e influisce tuttora sulla mentalità di europei, da ammiragli a fruttivendole, che pensano (sia pure vagamente) a Cristo come a qualcosa di Umano e Divino nello stesso tempo. Mentre il domandare alla fruttivendola quali siano per lei le conseguenze pratiche del Trattato di Utrecht sarebbe meno che fruttuoso. Tutta la nostra civiltà risulta da queste vecchie decisioni morali, che molti credono insignificanti. Il giorno in cui furono portate a termine certe note contese di metafisica sul Destino e sulla Libertà, fu deciso anche se l’Austria dovesse o no somigliare all’Arabia, o se viaggiare in Spagna dovesse essere lo stesso che viaggiare nel Marocco. Quando i dogmatici fecero una sottile distinzione fra la sorta di onore dovuto al matrimonio e quello dovuto alla verginità, stamparono la civiltà di un intero continente con un marchio di rosso e di bianco, marchio che non tutti rispettano, ma che tutti riconoscono, anche mentre l’oltraggiano. Nello stesso modo, allorché si stabilì la differenza tra il prestito legale e l’usura, nacque una vera e propria coscienza umana storica, che anche nello spettacoloso trionfo dell’usura, nell’età materialistica, non si è potuto distruggere. Quando san Tommaso d’Aquino definì il diritto di proprietà e nello stesso tempo gli abusi della falsa proprietà, fondò la tradizione di una schiatta di uomini, riconoscibili allora e ora, nella politica collettiva di Melbourne e di Chicago: e ciò staccandosi dal comunismo coll’ammettere i diritti della proprietà, ma anche protestando, in pratica, contro la plutocrazia. Le distinzioni più sottili hanno prodotto i cristiani comuni: coloro che credono giusto il bere e biasimevole l’ubriachezza; coloro che credono normale il matrimonio e anormale la poligamia; coloro che condannano chi colpisce per primo ma assolvono chi ferisce in propria difesa; coloro che credono ben fatto scolpire le statue e iniquo adorarle: tutte queste sono, quando ci si pensa, molto fini distinzioni teologiche. Il caso delle statue è particolarmente importante in questo argomento. Il turista che visita Roma è colpito dalla ricchezza, quasi sovrabbondanza, di statue che vi si trovano; or bene, il fatto dell’importanza dei Concili diviene ancora più impressionante quando tutto l’avvenire artistico di una terra dipende da una sola distinzione, e la distinzione stessa da un solo Uomo. Fu il Papa, solo, che rilevò la differenza tra venerazione delle immagini e idolatria. Fu lui solo a salvare tutta la superficie artistica dell’Europa e di conseguenza l’intera carta geografica del mondo moderno, dall’essere nuda e priva dei rilievi dell’Arte. Nel difendere quest’idea, il Pontefice difendeva il san Giorgio di Donatello e il Mosè di Michelangiolo, e com’egli fu forte e deciso in Roma così il David sta gigantesco su Firenze, ed i graziosi putti dei Della Robbia sono apparsi come squarci di azzurro e nubi nel Palazzo di Perugia, e nelle celle di Assisi. Se dunque una tale distinzione teologica è un filo sottile, tutta la Storia dell’Occidente è sospesa a quel filo; se non è che un punto di affermazione, tutto il nostro passato è in equilibrio su di affermazione, tutto il nostro passato è in equilibrio su di esso. Gilbert Keith Chesterton
SUL «FRONTESPIZIO» DI BARGELLINI
Chesterton «l’italiano». Pochi lo sanno, ma il celeberrimo autore di Padre Brown è stato collaboratore di varie riviste italiane del primo Novecento, come «La Ronda», «L’Italia letteraria», «Il Frontespizio» e «L’Illustrazione Toscana». Ora per la prima volta Marco Antonellini ha raccolto 13 articoli dello scrittore inglese, apparsi da noi tra il 1919 e il 1938, nell’antologia «Il soprannaturale è naturale» (Marietti 1820, pp. 110, euro 12). Quello che pubblichiamo in questa pagina è apparso nel 1932 col titolo «Capelli spaccati in quattro» sul mensile cattolico fiorentino «Il Frontespizio», diretto da Piero Bargellini; la traduzione era di Ireneo Speranza, pseudonimo letterario di don Giuseppe De Luca, un’altra delle «anime» della battagliera rivista. Il rapporto con l’Italia di Chesterton (che si convertì al cattolicesimo nel 1922) si sostanziò anche di tre viaggi, l’ultimo dei quali proprio a Firenze nel 1935 – l’anno prima della morte – per una conferenza su «La letteratura inglese e la tradizione latina».
venerdì 1 giugno 2012
Missa pro Defuncto Wolfgango Amadeo Mozart
Messa in suffragio di W. A. Mozart
Solenne Messa di Requiem di Mozart celebrata in suffragio dell' anima del compositore nel 2002, a Poznan, in Polonia.
Celebrante: p. Bernward Deneke, FSSP.
Solenne Messa di Requiem di Mozart celebrata in suffragio dell' anima del compositore nel 2002, a Poznan, in Polonia.
Celebrante: p. Bernward Deneke, FSSP.
card. Burke
Burke: «Cattolici, non è tempo di tacere»
maggio 25, 2012 Benedetta Frigerio
Dall’aborto alla riforma liberticida di Obama, «il male è scatenato». Il cardinal Burke e la scelta di marciare in difesa della vita. Con la testimonianza e con i piedi.
Il 13 maggio scorso 15 mila persone hanno sfilato nella capitale per chiedere l’abolizione della legge 194/78 che legalizza l’aborto. Fra i cartelli che denunciavano la morte di 5 milioni di bambini e l’impossibilità di tollerare anche un solo aborto legale, spuntava una faccia capace di rendere ancora più significativa la svolta del mondo pro life italiano. Quella di Raymond Leo Burke, il cardinale statunitense prefetto della Segnatura Apostolica che ha marciato silenziosamente per due ore secondo il suo stile umile ma mai remissivo. Infatti, la sola presenza del capo del supremo tribunale vaticano, noto per essere fra i porporati più vicini sia per formazione sia per impostazione al papa teologo e pastore Benedetto XVI, ha segnato una novità non indifferente nella linea d’azione indicata dalla Chiesa cattolica per far fronte alla violazione dei cosiddetti “princìpi non negoziabili”.
In America lo Stato si sta spingendo più in là. Nell’ambito della sua riforma sanitaria Obama ha approvato un regolamento che vìola la clausola di coscienza: qualsiasi istituzione deve offrire ai propri dipendenti, studenti o fruitori la copertura assicurativa di contraccettivi e aborto. La Chiesa cattolica, spronata dal Papa, si sta mobilitando, attraverso incontri pubblici, interventi mediatici, manifestazioni e preghiere comunitarie per chiarire alla gente che il governo non sta minacciando la Chiesa ma la libertà religiosa in generale. La stampa laicista parla di ingerenza.
C’è chi teorizza che il mondo non capisce più quello che la Chiesa ha da dire, perciò l’unica via sarebbe quella della testimonianza di vita.
In Italia si cerca di fare apparire la Chiesa come un’istituzione potente e corrotta a cui porre fine. L’attacco viene anche dall’interno e arriva fino al Santo Padre, con la pubblicazione della sua corrispondenza personale.
Anche la stessa Costituzione italiana, all’articolo 11, tutela la segretezza della corrispondenza privata.
Davanti agli scandali si vede anche il rischio di dividere la “Chiesa dei buoni” da quella “dei cattivi”.
Non pensa che ci sia anche un’amplificazione dei peccati, se non addirittura una distorsione della realtà della Chiesa?
La cronaca dimostra che è in atto un tentativo di infangare chi cerca di applicare la dottrina sociale della Chiesa. Così i cattolici sono tentati di ritirarsi dal mondo non solo per paura della persecuzione, ma per quella di sporcarsi le mani.
Perché Dio permette una prova simile, che allontana gli uomini dal Suo corpo che è la Chiesa? Che cosa sta chiedendo il Signore ai suoi discepoli?
Come sta vivendo il Santo Padre questa prova?
Tredicina di Sant'Antonio
Tredicina di Sant'Antonio
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.Fratelli carissimi, presentiamo a Gesù le nostre suppliche, affinché, per l’intercessione di sant’Antonio, effonda su di noi la sua misericordia.
1. O Signore, che hai reso sant’Antonio apostolo del Vangelo, concedici, per la sua intercessione, una fede forte e umile e fa’ che la nostra vita sia coerente con il Credo che professiamo.
Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, com'era nel principio e ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.
2. O Dio onnipotente, che hai reso sant’Antonio costruttore di pace e di fraterna carità, guarda alle vittime della violenza e della guerra, e fa’ che in questo mondo sconvolto e pieno di tensioni possiamo essere coraggiosi testimoni della non-violenza, della promozione umana e della pace.
Gloria al Padre…
3. O Dio, che hai concesso a sant’Antonio il dono delle guarigioni e dei miracoli, concedici la salute dell’anima e del corpo. Dona serenità e conforto a quanti si raccomandano alle nostre preghiere e rendici disponibili al servizio verso i malati, gli anziani, gli infelici.
Gloria al Padre…
4. O Signore, che hai fatto di sant’Antonio un infaticabile predicatore del Vangelo sulle strade degli uomini, proteggi, nella tua paterna misericordia, i viandanti, i profughi, gli emigrati, tieni lontano da loro ogni pericolo e guida i loro passi sulla via della pace.
Gloria al Padre…
5. O Dio onnipotente, che hai concesso a sant’Antonio di ricongiungere anche le membra staccate dal corpo, riunisci tutti i cristiani nella tua Chiesa una e santa e fa’ che vivano il mistero dell’unità, così da essere un cuor solo e un’anima sola.
Gloria al Padre…
6. O Signore Gesù, che hai reso sant’Antonio grande maestro di vita spirituale, fa’ che possiamo rinnovare la nostra vita secondo gli insegnamenti del Vangelo e delle beatitudini, e rendici promotori di vita spirituale per i nostri fratelli.
Gloria al Padre…
7. O Gesù, che hai dato a sant’Antonio la grazia incomparabile di stringerti, come bambino, tra le sue braccia, benedici i nostri figli e fa’ che crescano buoni, sani e vivano nel santo timor di Dio.
Gloria al Padre…
8. O Gesù misericordioso, che hai dato a sant’Antonio sapienza e doni per guidare le anime alla santità per mezzo della predicazione e del sacro ministero, fa’ che ci accostiamo con umiltà e fede al sacramento della riconciliazione, grande dono del tuo amore per noi.
Gloria al Padre…
9. O Spirito Santo, che in sant’Antonio hai dato alla Chiesa e al mondo un grande maestro della sacra dottrina, fa’ che tutti coloro che sono al servizio dell’informazione sentano la loro grande responsabilità e servano la verità nella carità e nel rispetto della persona umana.
Gloria al Padre…
10. O Signore, che sei il padrone della messe, per intercessione di sant’Antonio manda molti e degni religiosi e sacerdoti nel tuo campo, riempili del tuo amore e ricolmali di zelo e di generosità.
Gloria al Padre…
11. O Gesù che hai chiamato il papa a essere pastore universale, sommo sacerdote e annunziatore di verità e di pace, per intercessione di sant’Antonio, sostienilo e confortalo nella sua missione.
Gloria al Padre…
12. O Dio-Trinità, che hai dato a sant’Antonio la grazia di conoscere, amare e glorificare la Vergine Maria, madre di Gesù e madre nostra, concedi a noi di accostarci sempre fiduciosi al suo cuore di madre, per poter meglio servire, amare e glorificare te, che sei l’Amore.
Gloria al Padre…
13. O Signore, che hai concesso a sant’Antonio di andare incontro a sorella morte con animo sereno, orienta la nostra vita a te; assisti i moribondi, dona la pace eterna alle anime dei nostri fratelli defunti.
Gloria al Padre...
| Si quaeris miracula, mors, error, calamitas daemon, lepra fugiunt, aegri surgunt sani. Cedunt mare, vincula; membra, resque perditas petunt et accipiunt iuvenes et cani. Pereunt pericula, cessat et necessitas; narrent hi qui sentiunt, dicant Paduani. Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto. | Se miracoli tu brami, fugge error, calamità, lebbra, morte, spirti infami e qualunque infermità. Cede il mare e le catene trova ognun ciò che smarrì han conforto nelle pene vecchi e giovani ogni dì. I perigli avrai lontani, la miseria sparirà; ben lo sanno i Padovani, preghi ognun e proverà! Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. |
Dio onnipotente ed eterno, che in Sant'Antonio di Padova hai dato al tuo popolo un insigne predicatore e un patrono dei poveri e dei sofferenti, fa' che per sua intercessione seguiamo gli insegnamenti del Vangelo e sperimentiamo nella prova il soccorso della Tua misericordia. Per il nostro Signore Gesù Cristo, Tuo Figlio, che è Dio e vive e regna con Te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.
tratto da: http://caorleduomo.blogspot.it/
giovedì 31 maggio 2012
SANT’ ANNIBALE M. DI FRANCIA
1 GIUGNO
SANT’ ANNIBALE M. DI FRANCIA
Nacque a Messina il 5 luglio 1851. Illuminato dalla Parola di Dio si adoperò con ogni mezzo nella diffusione del comando di Gesù di pregare il padrone della messe per il dono dei buoni operai. Ordinato sacerdote, svolse il suo apostolato dedicandosi alla redenzione morale e spirituale degli orfani e dei poveri di una delle zone più degradate della sua città. Fondò gli Orfanotrofi Antoniani e le Congregazioni religiose delle Figlie del Divino zelo e dei Rogazionisti del Cuore di Gesù. Morì a Messina il 1 giugno 1927.
Seconda lettura
Dagli «Scritti» di sant’Annibale Maria, sacerdote e fondatore
( Quaranta dichiarazioni e promesse, n. 21; vol. 44, pp. 129-130 )
Pregate il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe
Considererò che la Chiesa di Gesù Cristo è il grande campo coperto di messi, che sono tutti i popoli del mondo e le innumerevoli moltitudini di anime di tutte le classi sociali e di tutte le condizioni. Considererò sempre come la maggior parte di queste messi periscono per mancanza di coltivatori.
Sentirò il cuore trafitto da tanta rovina, specialmente per le messi che sono le nascenti generazioni. Mi immedesimerò delle pene intime del Cuore Sacratissimo di Gesù per tanta continua e secolare miseria, e ricordandomi della parola santissima di Gesù Cristo: «Pregate dunque il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9, 38), riterrò che per la salvezza dei popoli, delle nazioni, della società, della Chiesa, e specialmente dei bambini e della gioventù, per l’evangelizzazione dei poveri e per ogni altro bene spirituale e temporale per l’umana famiglia, non vi può essere un rimedio più efficace e sovrano di questo comandatoci dal Signor nostro Gesù Cristo, quello cioè di scongiurare incessante-mente il Cuore Sacratissimo di Gesù, la sua Santissima Madre, gli Angeli e i Santi, perché il Santo e divino Spirito susciti vocazioni vigorose, anime elettissime, sacerdoti santi, uomini apostolici, novelli apostoli pieni di fede, di zelo e di carità per la salvezza di tutte le anime.
Dedicherò a questa preghiera incessante tutti i miei giorni e tutte le mie intenzioni, e avrò grande premura e zelo perché questo comando di Gesù Cristo Signor nostro, poco apprezzato finora, sia dovunque conosciuto ed eseguito; perché in tutto il mondo tutti i sacerdoti dei due cleri, tutti i prelati di santa Chiesa fino al Sommo Pontefice, tutte le vergini a Gesù consacrate, tutti i chierici nei seminari, tutte le anime pie, tutti i poveri e i bambini, tutti preghino il Sommo Dio, perché mandi senza più tardare operai numerosi e santi dell’uno e dell’altro sesso, nel sacerdozio e nel laicato, per la santificazione e la salvezza di tutte le anime. Sarò pronto, con l’aiuto del Signore, a qualunque sacrificio, anche a dare il sangue e la vita, perché questa «Rogazione» diventi universale.
Responsorio Lc 10, 2; Sal 61, 9
La messe è molta, ma gli operai sono pochi; pregate il Padrone della messe,
* perché mandi operai per la sua messe.
Confida sempre in lui, popolo: davanti a lui effondi il tuo cuore.
Perché mandi operai per la sua messe.
ORAZIONE O Dio, speranza degli umili, rifugio dei poveri e padre degli orfani, che hai voluto scegliere sant’Annibale Maria, sacerdote, come insigne apostolo della preghiera per le vocazioni, per sua intercessione, manda nella tua messe degni operai del Vangelo, e fa che, mossi dal suo stesso spirito di carità, cresciamo nell’amore verso te e verso il prossimo. Per il nostro Signore.
mercoledì 30 maggio 2012
ermeneutica della discontinuità?
Come agisce la discontinuità? Con un discorso fluido e mai definitorio.
Parole nuove che velano l’antica Sapienza
Il compito di svelare le sorgenti non è solo del Poeta,
ma anche del Testimone.
E soprattutto del Maestro.
Dice il filologo: “La parola è come l'acqua di fonte, un'acqua che ha in sé i sapori della roccia dalla quale sgorga e dei terreni per i quali è passata”. Le parole hanno il loro peso e incidono nella comunicazione e quindi nella conoscenza nella misura in cui sono portatrici e veicolano tutto lo spessore della realtà che significano. Nella nostra epoca oscura e caratterizzata da confusione e disorientamento anche le parole hanno perso la loro pregnanza, non sono più feconde luminose e incandescenti del fuoco originario della Verità, ma diffondono il pallido chiarore lunare di un significato originario attenuato, diluito o spesso addirittura sovvertito. Molte di esse addirittura sono sparite dall'orizzonte della fede annunciata e trasmessa alle nuove generazioni. Basti pensare a termini come espiazione, vittima, sacrificio, redenzione.
La studiata ma colpevole strategia modernista ha usato la dichiarata non-dogmaticità del Concilio Vaticano II come varco per introdurre nella Chiesa novità dottrinali attraverso la ‘pastorale’; con l'accortezza, quindi, di non intaccare de voce il Depositum fidei, ma operando de facto la sua mutazione attraverso un linguaggio affascinante e coinvolgente, sentimentale e soggettivista, centrato sull'uomo e sulla sua “nuova consapevolezza” della Chiesa, fondata sul personalismo e non più sulla Rivelazione. Un linguaggio non definitorio per scelta perché solo rimanendo in bilico sul dire e non dire si possono veicolare alcune interpretazioni piuttosto che altre.
Ed è così che la Tradizione da viva perché evolutiva è diventata “vivente”, nel senso storicistico di cangiante a seconda delle contingenze che attraversa nel tempo. Il rischio, terribile, è che si usino le stesse parole per veicolare significati totalmente diversi: basti pensare al concetto di redenzione ad esempio... Se non si parla nemmeno più del peccato originale da che cosa da parte di Chi e in che modo avviene la nostra redenzione? Come possiamo conoscere e vivere che siamo stati riscattati a caro prezzo se persino dei vescovi possono affermare che "Cristo è morto solo per un grande atto di solidarietà" o che dobbiamo oltrepassare la concezione “doloristica” vista come eredità del Tridentino o della mistica medioevale; il che significa rinnegare la Croce e la sua dirompente forza, l'unica che scardina il Male dalle radici perché nasce da un "fiat" totalmente e liberamente orientato alla Volontà del Padre?
“Riformare Roma con Roma”
Il Concilio - fu proclamato e poi ripetuto - è stato indetto, non per condannare errori o formulare nuovi dogmi, ma per proporre, con linguaggio adatto ai tempi nuovi, il perenne insegnamento della Chiesa. La forma pastorale, cioè il rinnovamento del linguaggio dei metodi d’azione e di apostolato è diventata così la forma del Magistero per eccellenza.
Mentre nel corso dei secoli, la Chiesa “ha parlato al mondo con il linguaggio dei confessori senza macchia e senza paura, dei dottori inflessibili nelle loro controversie, dei martiri intransigenti nella testimonianza della verità, delle vergini immacolate nella loro fedeltà sponsale”, già nel periodo pre-conciliare negli ambienti accademici e anche in quelli mediatici si afferma il dominio della filosofia marx-hegeliana. Nel linguaggio comune appaiono termini mutuati da quelle idee immanentiste, quali “senso della storia”, “corso dei tempi”, “apertura e chiusura”, “liberazione e repressione”. Si afferma una visione dialettica che si esprime in nuove parole d’ordine: il “dialogo”, inteso come dissolvimento di ogni certezza e verità; la “coesistenza pacifica”, intesa come processo per disarmare psicologicamente l’avversario; lo “sviluppo” e l’“emancipazione” dei popoli, intesi come rifiuto di ogni autorità e tradizione del passato. La vera matrice ideologica del fenomeno è quella illuminista “del progresso inteso come marcia irreversibile e ascensionale dell’umanità per raggiungere una “felicità” sociale presentata come la trasposizione sulla terra del Paradiso celeste”.[1]
È la cultura progressista degli anni Sessanta che ha esercitato il suo fascino anche su alcuni uomini di Chiesa, convinti della necessità di cambiare atteggiamento nei confronti del mondo: rinunciare agli anatemi e alle condanne degli errori per cogliere il positivo della modernità. È la tesi di Yves Congar, che fu uno degli antesignani della distinzione tra i dogmi e la loro formulazione. Si attesta con lui la convinzione che la Chiesa, condannando gli errori, dalle eresie medievali fino al modernismo, aveva spento le istanze positive in essi presenti: le cosiddette istanze “esigenziali”. È da qui che nasce il proposito di cambiare la Chiesa dall’interno, mediante “una riforma senza scisma”. Si realizza il sogno modernista di Ernesto Buonaiuti: “Fino ad oggi si è voluto riformare Roma senza Roma, o magari contro Roma. Bisogna riformare Roma con Roma; fare che la riforma passi attraverso le mani di coloro i quali devono essere riformati. Ecco il vero e difficile metodo; ma è difficile. Hic opus, hic labor”.
“Aprire la gabbia del linguaggio”
Appare in tutta evidenza la prima immediata conseguenza: il cambiamento di linguaggio, e quindi di prospettiva, in cui la chiesa si pone. La chiesa si autocomprende al servizio della parola rivelata e come mediazione di essa nel mondo. La chiesa è pellegrina con l’uomo del suo tempo, per lui rappresenta la «compagnia della fede» nella ricerca della autentica volontà di Dio che spazia e agisce mediante il suo Spirito anche fuori i confini istituzionali della chiesa cattolica (LG 8: EV 1/304-307). GS 44. È dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l'aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta. (EV 1/1461).
Appare molto eloquente l'annotazione che fa Mons. Rino Fisichella, su L'Osservatore Romano del 21 gennaio 2011, a proposito della “Nuova evangelizzazione”, il cui dicastero egli aveva appena assunto:
« L'esigenza di un linguaggio nuovo, in grado di farsi comprendere dagli uomini di oggi, è un'esigenza da cui non si può prescindere, soprattutto per il linguaggio religioso così improntato a una specificità tale da risultare spesso incomprensibile. Aprire la "gabbia del linguaggio" per favorire una comunicazione più efficace e feconda è un impegno concreto perché l'evangelizzazione sia realmente nuova. »
In una successiva intervista al Corriere Fisichella pone come denominatore comune “tornare all'essenziale”, ma egli non pronuncia le parole chiare e forti di un Pastore che sa già quello che deve insegnare; ma piuttosto di uno che ‘democraticamente’ deve impararlo o scoprirlo insieme a movimenti et alii.
Del resto è questo il volto della Chiesa, oggi. Cosa potremmo aspettarci di diverso?
Tornare all'essenziale dovrebbe significare, invece, nella sostanza:
- tornare ad insegnare la retta dottrina della Chiesa (non più catechesi ridotte a incontri socializzanti o a cammini a tappe con contenuti giudeo-luterano gnostici, o manifestazioni di creatività sganciata da ogni regola);
- ritrovare la sacralità e soprattutto i ‘significati’ corretti della Liturgia, secondo le norme della Chiesa, perché è in essa che il Signore Opera e ci salva e ci trasforma; la Grazia del Sacramento della Penitenza dove ci attende l'inesauribile pazienza di Dio; l'insostituibile ricchezza dell'Adorazione.
- riscoprire il valore della testimonianza e della tensione etica... ma senza la Grazia che ci divinizza e che giunge a noi tramite i Sacramenti, non potremmo mai conoscere Cristo Signore e non potremmo vivere in maniera evangelica, perché è solo un cuore ‘redento’ dal Signore che compie le opere della fede, altrimenti si resta fermi a quelle della legge o, peggio, si vive senza punti di riferimento.
Le strategie e gli arcani del cammino neocatecumenale
Chissà come intendono “aprire la gabbia del linguaggio” dalle parti del Pontificio Consiglio per i Laici o della Congregazione per la dottrina della Fede a proposito del Direttorio Neocatecumenale appena approvato, coacervo di diversi volumi, del quale è legittimo affermare: ...che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa, perché contiene l’Arcano e per questo non viene pubblicato! Può esistere una sorta di ‘catechismo’ cattolico non a disposizione di tutti i credenti che volessero conoscerlo o di chi aderisce al movimento che lo usa? Eppure molte diocesi hanno attuato la cosiddetta “conversione pastorale” a questo metodo chiavi in mano, nelle mani esclusive di iniziatori e catechisti, loro pedissequi ripetitori ed esecutori per quanto concerne le rigide ‘prassi’, persino quelle che violano il “foro interno” delle persone, costrette a rivelare in pubblico i loro segreti più intimi.[2]
Si usa il nuovo lessico per definire nuove prassi: la conversione è ri-orientamento del cuore e della vita al Signore, mentre la CEI per conversione pastorale intende “cambiamento di rotta” in senso pastorale, cioè di prassi con la quale si vuole formare e condurre il popolo dei fedeli: significa che la Chiesa intende cambiare rotta e prassi? Ma, in questo caso, la “conversione” avviene nei confronti di un “metodo” – che fa di sé un assoluto e che purtroppo si identifica col Signore – non nei confronti del Signore.
Riguardo alle sue catechesi e alle sue prassi, ad esempio, il Cammino neocatecumenale, continua a magnificare l'arcano, e conosciamo tutti la differenza tra “ascoltare” e “leggere”, che si continua a sottolineare, come se la “sorpresa” di ciò che accade ne giustificasse l'efficacia... ma non è lo Spirito che opera nell'annuncio? Che bisogno c'è di strategie, di metodi psicologici manipolatori o di arcani? Quello che conta è se nelle parole annunciate e nel cuore di chi le pronuncia c'è Verità che è una Presenza: quella del Signore... e allora le parole possono cambiare. Anzi, se sono parole autentiche non schemi rigidi, come accade in questa realtà ecclesiale, di fatto cambiano per ogni situazione a seconda del bisogno di chi ascolta, non del progetto di chi addottrina... E può esistere nella Chiesa cattolica una catechesi ed una prassi che continua a rimanere ‘segreta’, ma è di fatto utilizzata per la “nuova evangelizzazione”?
L'insegnamento cristiano non è una dottrina né un fare gnostico e anche molto ebraico; è un incontro, un fatto, ma è soprattutto la narrazione e quindi la condivisione di un evento che le parole di Salvezza provocano per effetto dello Spirito e della buona volontà di accogliere e operano nella semplicità... non c'è bisogno di creare l'atmosfera, il clima, i canti, l'emozionalità esasperata, quei questionari, quella catechesi, quel percorso a tappe uguale per tutti, quei martellamenti... Se il cuore non assapora il Sacro Silenzio da cui le parole scaturiscono e nel quale prendono vita, gli ammaliati staranno tanto bene (momentaneamente, resta da vedere alla distanza), ma al cuore non succede nulla, rimane nella ‘morte’ anche se l'allegria lo frastorna, lo scuote e lo inganna.
E neppure c'è bisogno di “Aprire la gabbia del linguaggio” per favorire una comunicazione più efficace e feconda e un impegno concreto perché l'evangelizzazione sia realmente nuova, come dicono i nuovi ‘guru’ dell'evangelizzazione che vanno per la maggiore.
Si possono cambiare tutti i linguaggi del mondo, ma se nel comunicare dei parlanti manca la Parola Viva, che è il Signore (e che è quella che rende veri parlanti), allora c'è bisogno di trovare strategie comunicative e linguaggi nuovi... invece il linguaggio dell'Amore è uno solo ed è sempre quello. Servono solo veri parlanti portatori della Presenza del Verbo, che sappiano tirar fuori dal tesoro del loro cuore, per ogni situazione cose vecchie (la Rivelazione ricevuta) e cose nuove (l'attualizzazione necessaria per il momento che si sta vivendo), che il Signore ogni volta fa germogliare come “ruscelli d'acqua viva”, che portano la Sua Vita qualunque situazione e qualunque cuore ‘tocchino’.
Il problema dell'«ermeneutica»
Se la nostra fede cristiana - e cattolica - è rationabile obsequium ed è una fides quaerens intellectum, essa esige di essere pensata in termini teoretici, cioè in termini di verità essenziale. Invece il prassismo o il fenomenismo insiti nella pastorale conciliare non consentono – proprio perché tali – di pensarla in termini di verità.
Per risolvere la dicotomia esistente nella Chiesa a questo riguardo molto dipende dal problema metodologico dell’approccio all'ermeneutica, così sentita e invocata da tutti, ma fortemente legata all'approccio ai testi conciliari e alle loro ricchezze e/o asperità secondo la forma mentis dell'interprete. Se non si acquisisce consapevolezza di questo, si rischia di protrarre i dibattiti all'infinito senza giungere a soluzioni condivisibili e finalmente condivise.
In sostanza il problema su quali categorie di pensiero sono obiettivamente idonee ad argomentare per scoprire il vero empirico o essenziale o per pensare il vero accolto mediante la fede è già stato affrontato tanto dall’enciclica Pascendi, che pone a tema il nucleo filosofico del modernismo (individuato nell’agnosticismo fenomenistico), e successivamente dall'enciclica Humani generis, che sottolinea, contro la nuova teologia, l'inconciliabilità con il dogma cattolico dell'idealismo, dell'immanentismo, del materialismo e dlel'esistenzialismo. Inoltre l’enciclica Fides et ratio, al n. 83, afferma: « … Una grande sfida che ci aspetta al termine di questo millennio è quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento. Non è possibile fermarsi alla sola esperienza; anche quando questa esprime e rende manifesta l'interiorità dell'uomo e la sua spiritualità, è necessario che la riflessione speculativa raggiunga la sostanza spirituale e il fondamento che la sorregge. Un pensiero filosofico che rifiutasse ogni apertura metafisica, pertanto, sarebbe radicalmente inadeguato a svolgere una funzione mediatrice nella comprensione della Rivelazione ».
I dibattiti che si infittiranno in occasione del triennio di celebrazioni dei 50 anni del Vaticano II, a partire da ottobre 2012, al pari di quelli svoltisi finora, risulteranno prevedibilmente rigorosamente paralleli (apologeticamente acritici o criticamente propositivi) rischiando di protrarsi all'infinito e senza costrutto. L' asse principale intorno al quale girano tutte le discussioni è l'ermeneutica. Molti fedeli interpreti dello “spirito del concilio” insistono sulla impossibilità di dissociarsi e dunque opporre la lettera e lo spirito del concilio stesso perché, sostengono, ciò è coerente con l'opzione fondamentale che ha caratterizzato la sua forma di espressione “epidittica” cioè il suo “carattere pastorale”, che ha implicato l'uso di un linguaggio dialogico ed esortativo anziché “apodittico”, cioè dimostrativo. Si è privilegiata la ‘descrizione’ mettendo insieme una serie di elementi la cui coesione, alla fine, si rivela apoditticamente artificiale, estromettendo la ‘dimostrazione’ e quindi la ‘prescrizione’. Il risultato, paradossale, è che ora ci si trova di fronte ad un insieme che ha fatto della sua disinvolta ‘descrittività’ con intenti pastorali qualcosa di intoccabile e rigidamente prescrittivo. Un ingranaggio, che non esiterei a definire perverso e difficilmente smontabile finché ci saranno molti improvvidi custodi ad ungerne le ruote.
Fermarsi ad una visione del genere porterebbe all'impossibilità di far chiarezza nella confusione, che ormai regna sovrana, anche perché chi ci è dentro mani e piedi neppure se ne accorge, anzi ci si avviluppa sempre di più.
D’altra parte, se alcuni documenti e atti pongono problemi, perché vi sarebbe obbligo di ignorarli? Rilevare problemi significa incontrare domande che esigono risposte. Ogni opportunità per porre a tema fatti e questioni non può che essere considerata come pro-pizia per l’esigenza di intendere – e quindi di penetrare intellettualmente – andando al di là di ogni opinare. Cercare le risposte, in termini di verità – con sagacia ed con accuratezza, con generosità e con coraggio – costituisce, a ben vedere, l’unica strada autentica, ovvero razionale e teologale, per soddisfare l’esigenza di capire e quindi anche quella di rendere ragione, sotto il profilo storico filosofico e teologico, prima ancora che con le parole. [3]
Maria Guarini
1. Roberto de Mattei, Relazione al Convegno di Roma sul Vaticano II sotto il profilo storico - filosofico - teologico, 16-18 dicembre 2010
2. “Conversione pastorale” viene indicata dal Documento CEI per il primo decennio del nuovo millennio “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”. Un saggio significativo sul tema qui
3. Ibidem
vaticano - mondo
Chiesa cattolica: che cosa succede in Vaticano?
di Roberto de Mattei
Che cosa succede in Vaticano? I cattolici del mondo intero si domandano costernati qual è il senso delle notizie che esplodono sulla stampa e che sembrano rivelare l’esistenza di una guerra ecclesiastica interna alle Mura Leonine, la cui portata è artatamente ingigantita dai mass media. Però, se non è facile capire che cosa succede, si può tentare di capire perché tutto ciò oggi accade.
Non è privo di significato il fatto che l’autocombustione divampi proprio mentre ricorre il 50esimo anniversario del Concilio Vaticano II. Tra tutti i documenti di quel Concilio, il più emblematico, e forse il più discusso, è la costituzione Gaudium et Spes, che non piacque al teologo Josef Ratzinger. In quel documento si celebrava con irenico ottimismo l’abbraccio tra la Chiesa e il mondo contemporaneo. Era il mondo degli anni Sessanta, intriso di consumismo e di secolarismo; un mondo su cui si proiettava l’ombra dell’imperialismo comunista, di cui il Concilio non volle parlare.
Il Vaticano II vedeva i germi positivi della modernità, ma non ne scorgeva il pericolo, rinunciava a denunciarne gli errori e rifiutava di riconoscerne le radici anticristiane. Si poneva in ascolto del mondo e cercava di leggere i «segni dei tempi», nella convinzione che la storia portasse con sé un indefinito progresso. I Padri conciliari sembravano aver fretta di chiudere con il passato, nella convinzione che il futuro sarebbe stato propizio per la Chiesa e per l’umanità. Così purtroppo non fu. Negli anni del postconcilio, allo slancio verticale verso i princìpi trascendenti si sostituì l’inseguimento dei valori terrestri e mondani.
Il principio filosofico di immanenza si tradusse in una visione orizzontale e sociologica del Cristianesimo, simboleggiata, nella liturgia, dall’altare rivolto verso il popolo. La conversio ad populum, pagata a prezzo di inaudite devastazioni artistiche, trasformò l’immagine del Corpo Mistico di Cristo in quella di un corpo sociale svuotato della sua anima soprannaturale. Ma se la Chiesa volta le spalle al soprannaturale e al trascendente, per volgersi al naturale e all’immanente, capovolge l’insegnamento del Vangelo per cui bisogna essere «nel mondo, ma non del mondo»: cessa di cristianizzare il mondo ed è mondanizzata da esso.
Il Regno di Dio diviene una struttura di potere in cui dominano il calcolo e la ragion politica, le passioni umane e gli interessi contingenti. La “svolta antropocentrica” portò nella Chiesa molta presenza dell’uomo, ma poca presenza di Dio. Quando parliamo di Chiesa ci riferiamo naturalmente non alla Chiesa in sé, ma agli uomini che ne fanno parte. La Chiesa ha una natura divina che da nulla è offuscata e che la rende sempre pura e immacolata. Ma la sua dimensione umana può essere ricoperta da quella fuliggine che Benedetto XVI, nella Via Crucis precedente alla sua elezione, chiamò «sporcizia» e Paolo VI, di fronte alle crepe conciliari, definì, con parole inconsapevolmente profetiche, «fumo di Satana» penetrato nel tempio di Dio.
Fumo di Satana, prima delle debolezze e delle miserie degli uomini, sono i discorsi eretizzanti e le affermazioni equivoche che a partire dal Concilio Vaticano II si susseguono nella Chiesa, senza che ancora sia iniziata quell’opera che Giovanni Paolo II chiamò di «purificazione della memoria» e che noi, più semplicemente, chiamiamo «esame di coscienza», per capire dove abbiamo sbagliato, che cosa dobbiamo correggere, come dobbiamo corrispondere alla volontà di Gesù Cristo, che resta l’unico Salvatore, non solo del suo Corpo Mistico, ma di una società alla deriva. La Chiesa vive un’epoca di crisi, ma è ricca di risorse spirituali e di santità che continuano a brillare in tante anime. L’ora delle tenebre si accompagna sempre nella sua storia all’ora della luce che rifulge.
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