domenica 23 novembre 2014

Basilicata da raccontare



Ferrandina (MT)
Il giallo dei campi arsi dal sole, il grigio delle torri e delle mura normanne, l’ocra dei paesi ormai abbandonati, il verde dei boschi che furono rifugio di briganti, il bianco delle abitazioni scavate nel calcare. Ciò che colpisce della Basilicata è l’immensa varietà di anime che la compongono.
Dai paesaggi alla Sergio Leone nella zona dei calanchi, alle colline verdeggianti che profumano di Medioevo a ridosso del Vulture, dal mare cristallino di Maratea fino agli antichi pini loricati sulle vette del Pollino.Cambiano i colori, cambiano soprattutto le storie che questa terra racconta e i segreti che è capace di rivelare all’ascoltatore paziente.

#BASILICATADARACCONTARE.  Abbiamo deciso di parlare della Basilicata raccontando tre "storie" legate a tre luoghi diversi, convinti che la narrazione sia una componente cardine della bellezza di un luogo. Non abbiamo adottato un criterio storico o cronologico nello scegliere le nostre destinazioni ma ci siamo lasciati guidare dalla curiosità e dal desiderio di conoscere (e farvi conoscere) delle storie affascinanti, romantiche e assolutamente reali. Ne abbiamo scelte tre e con macchina fotografica e videocamera siamo andati alla ricerca dei luoghi che sono stati teatro di queste vicende, per raccontarvele,  nelle prossime settimane. Abbiamo creato un'hashtag: #basilicatadaraccontare, per raccogliere sui principali social le foto di questi luoghi, testimoni silenziosi di un passato impresso nella pietra. 

TRE LUOGHI, TRE STORIE. Il castello di Melfi, la Chiesa rupestre di S. Margherita  legati alla figura leggendaria di Federico II, il borgo abbandonato di Craco, dove il tempo si è fermato dalla disastrosa frana del 1969 e Campomaggiore, le cui rovine testimoniamo lo sfortunato sogno romantico del conte Rendina. Sono queste le tre storie che abbiamo deciso di raccontare, con tre articoli corredati da un'ampia gallery fotografica oltre che da video realizzati da Dario Molinari, filmmaker lucano, autore di documentari, videoclip e spot televisivi. La colonna sonora è di Vincenzo Salvia, compositore, lucano anche lui. 
 
Ma quanti (e quali) sono i luoghi della Basilicata che hanno una storia da raccontare? Ecco i nostri dieci!
 

10 LUOGHI DELLA BASILICATA DA RACCONTARE

1. Acerenza. Famosa per la sua Cattedrale dell’XI secolo, nel medioevo è stata luogo di passaggio dei pellegrini che si recavano in Terra Santa. Secondo alcuni studiosi, nella Cattedrale è custodito il leggendario Santo Graal.

2. Campomaggiore Vecchia. Il paese vecchio conserva i segni di un sogno che ha dovuto fare i conti con la realtà.

3. Castelmezzano. Situato all’ombra delle Dolomiti Lucane, reca tracce del passaggio dei Templari.  È in questo panorama magico, immerso tra le rocce che è possibile provare l’ebbrezza del volo dell’angelo.

4. Craco. Immerso tra i calanchi, Craco è un “paese fantasma”, fuori dal tempo. Le sua mura silenziose ocra sono diventate la location ideale per registi e troupe televisive. Dal 2010 è stato inserito nella liste dei luoghi da salvaguardare nel mondo, redatta dalla World Monuments Funds.

5. Maratea. È conosciuta come “La perla del Mediterraneo” per i suoi pittoreschi paesaggi costieri e montani. La statua del “Cristo Redentore” sul monte S. Biagio è seconda per dimensioni solo a quella di Rio de Janeiro.
 
6. Matera. non ha bisogno di presentazioni. Candidata a Capitale Europea della cultura 2019, i suoi Sassi sono patrimonio Mondiale Unesco dal 1993.
 
7. Melfi. Il suo castello è uno dei più importanti manieri di Federico II di Svevia, è qui che furono promulgate le “Costituzioni Melfitane” che, già nel medioevo riconoscevano diritti alle donne e pene contro l’inquinamento. A poca distanza c’è il castello di Lagopesole, tenuta di caccia del sovrano e rifugio dei briganti di Carmine Crocco nel 1800.

8. Metaponto. Colonia della Magna Grecia e, secondo alcuni storici, ultima residenza di Pitagora. Le Tavole Palatine (i resti del tempio di Hera) sono tate testimoni delle storie di antichi greci e dei  ribelli comandati da Spartaco.

9. Valsinni. La sua storia è quella triste della poetessa Isabella Morra (1520- 1546). Uccisa dai fratelli  a causa di un amore platonico, la leggenda dice che vaghi ancora nel castello medievale. Il comune è Bandiera Arancione del Touring Club Italiano.

10. Venosa. Patria del poeta Orazio e del madrigalista Carlo Gesualdo da Venosa. Imperdibili il castello di Pirro del Balzo (1470 circa) e l’Abbazia della Trinità, meglio conosciuta come “Incompiuta”.

sabato 22 novembre 2014

rimovere la figura paterna

L'eclisse del padre, male d'Occidente



I circa 120 anni della storia dell’Occidente che stanno alle nostre spalle sono caratterizzati da un ricorrente attacco frontale della figura paterna. Il 'nuovo corso' è stato aperto dalla psicoanalisi di Sigmund Freud, nel momento in cui – attraverso il cosiddetto 'complesso di Edipo' – ha interpretato prevalentemente in negativo la figura paterna, in quanto detentrice di un potere supposto assoluto e tale da dar luogo a una sorta di 'castrazione' a danno di tutti coloro che volessero in qualche modo emanciparsi da essa (di qui il 'complesso di Edipo', come mescolanza di amore e di odio verso questa figura, cui, significativamente, non è mai corrisposto un parallelo giudizio negativo nei confronti nella figura materna). Con varie modalità Freud e la sua scuola hanno ipotizzato anche un possibile rapporto non conflittuale tra padre e figlio ma, nel suo insieme, la teoria freudiana va appunto nella direzione della 'distruzione', o almeno della rimozione, della figura paterna. Nella stagione che ha seguito la prima fase della psicoanalisi, importanti correttivi – per opera dei freudiani 'non ortodossi' e di altre correnti della psicologia – sono intervenuti nel senso di rivedere questo aspetto della teoria, soprattutto mostrando la positività e dunque le potenzialità innovative del conflitto, segnale di una contrapposizione fra generazioni non necessariamente e sempre gestita in modo conflittuale e dunque aperta alla ricomposizione e alla conciliazione. È per altro intervenuta, a partire dagli anni 40 del Novecento, una ripresa della teoria, in particolare con la Scuola di Francoforte e poi con le teorizzazioni di Alexander Mitscherlich, autore di un libro che fu una sorta di livre de chevet dei 'barricadieri' sessantottini,  Verso una società senza padre  (1963).

L’idea o il sogno di una società liberata dalla pesante e opprimente figura paterna – la vaterlosen Gesellschaft,  appunto – e finalmente capace di reinventarsi di continuo, di proporre nuovi stili di vita, di fare piazza pulita del passato; una società in cui avrebbero potuto esplicarsi pienamente le potenzialità sino ad allora soffocate dal principio di autorità, simbolizzato dalla figura paterna. Mitscherlich, meno dogmatico dei supini seguaci della Scuola di Francoforte, rilevava non poche inquietudini per una società liberata dalla figura paterna, ma queste ombre non turbavano il quadro un poco idillico delle magnifiche sorti che, dopo l’eclisse del padre, si intendeva che attendessero l’Occidente (occorre pur chiarire che quanto veniva proposto come 'universale' a proposito della figura paterna altro non era che una sorta di auto-riflesso della società borghese dell’Occidente). Esauritasi questa seconda ondata, ne è sopraggiunta una terza, per certi aspetti più sinuosa e perfino più suadente: quella che porta, ancora una volta, alla fine della figura paterna per la morbida strada dell’eutanasia. È la complessa 'teoria del gender', che non rimuove formalmente la figura paterna, ma annulla le differenze: ogni uomo e ogni donna sono contemporaneamente «padre» e «madre». In apparenza si tratta di un 
allargamento della paternità, ma in realtà si è di fronte alla pura e semplice eclisse della paternità,  in una grigia notte in cui – per riprendere un antico aforisma – tutte le vacche sono nere.

Avere più padri (e più madri) equivale a negare o comunque a smarrire l’originalità tanto dell’una quanto dell’altra figura, rifiutando quell’antica dialettica fra il «maschile» e il «femminile» che sta alla base della civiltà. Se 'tutti' si è padri e madri, alla fine nessuno lo è. L’osservatore superficiale potrebbe ritenere che si sia di fronte a vaneggiamenti che nessun radicamento hanno nella natura profonda dell’uomo. La storia, tuttavia, insegna che a questi 'vaneggiamenti' a più riprese anche le civiltà più evolute sono state ricorrentemente assoggettate. Viene dunque da domandarsi a chi giovi la rimozione del padre: forse al futuro di quella «società liquida» descritta dalla sociologia nella quale gli individui sono «casuali», le relazioni fluttuanti, le identità deboli. Ma è proprio questa la via che l’Occidente intende percorrere?





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mercoledì 19 novembre 2014

la libertà in morale porta devastazione

"Sventolare la bandiera della libertà sulla morale ha portato devastazione". Parola di Papa





Altro importante discorso del Papa sul significato della famiglia, "che non è né conservatrice né progressita", e sul valore della complementarietà tra uomo e donna nel matrimonio. Di seguito, il testo completo.


Cari fratelli e sorelle,
vi saluto cordialmente e ringrazio il Cardinale Müller per le parole con cui ha introdotto questo nostro incontro.

1. Vorrei anzitutto condividere una riflessione sul titolo del vostro colloquio. “Complementarietà”: è una parola preziosa, con molteplici valenze. Si può riferire a diverse situazioni in cui un elemento completa l’altro o supplisce a una sua carenza. Tuttavia, complementarietà è molto più di questo. I cristiani ne trovano il significato nella Prima Lettera di san Paolo ai Corinzi, dove l’apostolo dice che lo Spirito ha dato a ciascuno doni diversi in modo che, come le membra del corpo umano si completano per il bene dell’intero organismo, i doni di ognuno possono contribuire al bene di tutti (cfr 1 Cor 12). Riflettere sulla complementarietà non è altro che meditare sulle armonie dinamiche che stanno al centro di tutta la Creazione. Questa è la parola chiave: armonia. Tutte le complementarietà il Creatore le ha fatte perché lo Spirito Santo, che è l’autore dell’armonia, faccia questa armonia.

Opportunamente vi siete riuniti in questo colloquio internazionale per approfondire il tema della complementarietà tra uomo e donna. In effetti, questa complementarietà sta alla base del matrimonio e della famiglia, che è la prima scuola dove impariamo ad apprezzare i nostri doni e quelli degli altri e dove cominciamo ad apprendere l’arte del vivere insieme. Per la maggior parte di noi, la famiglia costituisce il luogo principale in cui incominciamo a “respirare” valori e ideali, come pure a realizzare il nostro potenziale di virtù e di carità. Allo stesso tempo, come sappiamo, le famiglie sono luogo di tensioni: tra egoismo e altruismo, tra ragione e passione, tra desideri immediati e obiettivi a lungo termine, ecc. Ma le famiglie forniscono anche l’ambito in cui risolvere tali tensioni: e questo è importante. Quando parliamo di complementarietà tra uomo e donna in questo contesto, non dobbiamo confondere tale termine con l’idea semplicistica che tutti i ruoli e le relazioni di entrambi i sessi sono rinchiusi in un modello unico e statico. La complementarietà assume molte forme, poiché ogni uomo e ogni donna apporta il proprio contributo personale al matrimonio e all’educazione dei figli. La propria ricchezza personale, il proprio carisma personale, e la complementarietà diviene così di una grande ricchezza. E non solo è un bene, ma è anche bellezza.

2. Nel nostro tempo il matrimonio e la famiglia sono in crisi.  Viviamo in una cultura del provvisorio, in cui sempre più persone rinunciano al matrimonio come impegno pubblico. Questa rivoluzione nei costumi e nella morale ha spesso sventolato la “bandiera della libertà”, ma in realtà ha portato devastazione spirituale e materiale a innumerevoli esseri umani, specialmente ai più vulnerabili. È sempre più evidente che il declino della cultura del matrimonio è associato a un aumento di povertà e a una serie di numerosi altri problemi sociali che colpiscono in misura sproporzionata le donne, i bambini e gli anziani. E sono sempre loro a soffrire di più, in questa crisi.

La crisi della famiglia ha dato origine a una crisi di ecologia umana, poiché gli ambienti sociali, come gli ambienti naturali, hanno bisogno di essere protetti. Anche se l’umanità ha ora compreso la necessità di affrontare ciò che costituisce una minaccia per i nostri ambienti naturali, siamo lenti – siamo lenti nella nostra cultura, anche nella nostra cultura cattolica – siamo lenti nel riconoscere che anche i nostri ambienti sociali sono a rischio. È quindi indispensabile promuovere una nuova ecologia umana e farla andare avanti.

3. Occorre insistere sui pilastri fondamentali che reggono una nazione: i suoi beni immateriali. La famiglia rimane al fondamento della convivenza e la garanzia contro lo sfaldamento sociale. I bambini hanno il diritto di crescere in una famiglia, con un papà e una mamma, capaci di creare un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva. Per questa ragione, nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, ho ​​posto l’accento sul contributo «indispensabile» del matrimonio alla società, contributo che «supera il livello dell’emotività e delle necessità contingenti della coppia» (n. 66). È per questo che vi sono grato per l’enfasi posta dal vostro colloquio sui benefici che il matrimonio può portare ai figli, ai coniugi stessi e alla società.

In questi giorni, mentre rifletterete sulla complementarietà tra uomo e donna, vi esorto a dare risalto ad un’altra verità riguardante il matrimonio: che cioè l’impegno definitivo nei confronti della solidarietà, della fedeltà e dell’amore fecondo risponde ai desideri più profondi del cuore umano. Pensiamo soprattutto ai giovani che rappresentano il futuro: è importante che essi non si lascino coinvolgere dalla mentalità dannosa del provvisorio e siano rivoluzionari per il coraggio di cercare un amore forte e duraturo, cioè di andare controcorrente: si deve fare questo. Su questo vorrei dire una cosa: non dobbiamo cadere nella trappola di essere qualificati con concetti ideologici. La famiglia è un fatto antropologico, e conseguentemente un fatto sociale, di cultura, ecc. Noi non possiamo qualificarla con concetti di natura ideologica, che hanno forza soltanto in un momento della storia, e poi decadono. Non si può parlare oggi di famiglia conservatrice o famiglia progressista: la famiglia è famiglia! Non lasciatevi qualificare da questo o da altri concetti di natura ideologica. La famiglia ha una forza in sé.

Possa questo colloquio essere fonte d’ispirazione per tutti coloro che cercano di sostenere e rafforzare l’unione dell’uomo e della donna nel matrimonio come un bene unico, naturale, fondamentale e bello per le persone, le famiglie, le comunità e le società. In questo contesto mi piace confermare che, a Dio piacendo, nel settembre 2015 mi recherò a Philadelphia per l’ottavo Incontro Mondiale delle Famiglie.

Vi ringrazio delle preghiere con cui accompagnate il mio servizio alla Chiesa. Anch’io prego per voi e vi benedico di cuore. Grazie tante.

martedì 18 novembre 2014

l' eresiarca

la teologia di Rahner e i fallimenti della Chiesa


Una delle domande più interessanti in questo clima da sinodo permanente è se la completa vittoria del gesuita tedesco Karl Rahner nella teologia cattolica sia già avvenuta. Questo spiegherebbe certe posizioni di vescovi che giustificano l’ammissione dei divorziati risposati ed anche dei conviventi omosessuali alla Santa Comunione.

di Stefano Fontana

Una delle domande più interessanti in questo clima da sinodo permanente è se la completa vittoria di Karl Rahner nella teologia cattolica sia già avvenuta. Nessuno può nutrire dubbi sull’enorme influenza avuta dal famoso teologo tedesco sul decorso della teologia postconciliare. È rimasta famosa una inchiesta tra gli studenti della Lateranense subito dopo il Concilio. Alla domanda “Chi è il principale teologo cattolico di tutti i tempi?”, gli studenti non risposero né Sant’Agostino, né San Tommaso d’Aquino, ma Karl Rahner.

Ora, cosa c’entra Rahner con l’attuale sinodo permanente? Non si riesce a respingere l’impressione che molte posizioni che fanno capolino in questo periodo sinodale si rifacciano, in fondo, alle sue tesi teologiche, che sembrano arrivare alla loro concretizzazione completa solo ora. Il motivo – rahnerianamente parlando – è comprensibile: la secolarizzazione si è accentuata e il mondo «in cui Dio non si trova» in vista del quale Rahner aveva elaborato la sua attraente teologia, solo ora si mostra in modo inequivocabile. Solo ora, quindi, è giunto il tempo di Rahner. Egli aveva previsto ciò che ora tutti vedono.

Basterebbe concentrarsi solo sulla questione della comunione ai divorziati risposati. Secondo Rahner, la grazia consiste nella autocomunicazione di Dio all’uomo. Essa ha il suo culmine in Gesù Cristo, ma era cominciata anche prima, fin dalla Creazione ed ha seguito l’evoluzione dello spirito fino, appunto, all’incarnazione del Verbo. Questa autocomunicazione di Dio non consiste nel fatto che Dio abbia detto qualcosa su di sé. Essa consiste nel fatto che Dio è il nostro apriori esistenziale, l’orizzonte che dà senso a tutte le nostre domande e conoscenze e che non può a sua volta essere conosciuto, perché altrimenti diventerebbe una cosa tra le altre e non sarebbe più l’orizzonte. Dio è il mistero silente che ogni uomo, anche colui che lo nega, presuppone, dato che senza quell’orizzonte non si sarebbe nemmeno uomini, ossia liberi e responsabili.
L’autocomunicazione di Dio è rivolta quindi a tutti gli uomini perché ha il mondo, e non la Chiesa, come teatro. Dio si rivela nel mondo e, siccome l’uomo è sempre situato in una storia particolare, Dio si rivela nella storia; non da fuori ma da dentro la storia.

L’opinione pubblica è stata comprensibilmente scossa dalla frase detta da un vescovo durante il recente Sinodo straordinario e riportata da Padre Lombardi nel suo briefing quotidiano: “Anche una relazione omosessuale può essere fonte di santificazione”. Rahner sottoscriverebbe questa frase. Per lui tutti siamo soggetti all’autocomunicazione di Dio nella nostra storia mondana di uomini, nessuno ne è escluso, anche se noi lo escludiamo.

Un aspetto conseguente a questa concezione è che nessuno può sapere quando è peccatore e quando no. Su questo Rahner è chiarissimo. Se Dio è questo orizzonte che ci precede e che ci costituisce e se noi non lo possiamo conoscere ma solo presupporre come un mistero insondabile, la nostra visione delle cose, compreso il peccato, non potrà mai essere assoluta. Diventa impossibile districare quanto è responsabilità mia rispetto alla rete di condizionamenti di cui è fatta la mia storia personale e che le scienze umane mettono in luce. Ed è persino impossibile districarla dal peccato degli altri, come Rahner considera il peccato originale. Eppure è proprio dentro questa rete esistenziale che passa la grazia di Dio. Può essere, scrive Rahner, che l’ossequio perbenista alla legge morale e religiosa riveli in realtà un atteggiamento interiore di peccato, mentre il rifiuto di Dio e la bestemmia esprimano una genuina domanda. Dio, infatti, si manifesta come domanda e non come risposta.

Dentro un approccio di questo genere, il rapporto della Chiesa con il mondo cambia di prospettiva. La Chiesa non può più giudicare, né le situazioni né le persone. Il mondo ormai è diventato completamente mondano. Gli uomini non si preoccupano più del giudizio di Dio e non sono più in ansia per la loro giustificazione. Nello stesso tempo, però, esso è diventato il vero luogo della presenza della grazia di Dio. È la Chiesa che deve convertirsi al mondo. Spesso essa è in ritardo con quanto Dio sta già facendo nel mondo ed a proposito dell’omosessualità oggi molti la pensano così. Tra amare ed onorare Dio e amare e onorare il prossimo, oggi, in questo mondo mondano, è possibile solo la seconda possibilità. Secondo Rahner, poiché Dio è l’orizzonte apriorico della nostra esistenza, non se ne può parlare. È solo parlando dell’uomo che si dice qualcosa anche su Dio. È solo amando il mondo che si dice qualcosa anche sulla Chiesa.

Considerando queste ed altre dottrine della teologia di Rahner, si comprendono i presupposti di tante scelte che oggi molti nella Chiesa stanno facendo con l’occasione di questo periodo sinodale. Esse giustificano l’ammissione dei divorziati risposati ed anche dei conviventi omosessuali alla Santa Comunione. Si tratta però di dottrine che suscitano forti sospetti. Esse sono ispirate ad una filosofia – quella moderna di Kant, di Hegel e di Heidegger – che non sembra la più adatta a concepire la fede della Chiesa. In fondo, i due schieramenti che si sono manifestati durante il Sinodo straordinario possono essere anche considerati lo schieramento rahneriano e quello non rahneriano. È per questo che diventa importante la domanda che avevo posto all’inizio.

© LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA (15/11/2014)

lunedì 17 novembre 2014

Il gender

A proposito della lettera della curia milanese agli insegnanti di religione
Marco Invernizzi



Care amiche, cari amici
Una riflessione su quanto accaduto a proposito della lettera inviata dall'ufficio scuola della curia milanese ai seimila insegnanti di religione della diocesi dove venivano invitati a rispondere alla domanda su eventuali iniziative nella propria scuola a proposito dell'ideologia gender. Per prima cosa vorrei invitarvi ad ascoltare l'intervista dell'arcivescovo Scola pubblicata sul sito chiesadimilano.it. Mi sembra esaustiva e può essere riassunta nel titolo che la presenta:"Chiediamo scusa del modo, ma vogliamo dire la nostra opinione sulla sessualità". L'arcivescovo sostiene che l'intenzione non era quella di schedare ma di conoscere la situazione nelle scuole milanesi, premessa necessaria per intervenire ed esprimere la posizione della Chiesa sulla differenza fondamentale fra i maschi e le femmine che viene negata dall'ideologia gender.
A qualcuno è spiaciuta questa richiesta di scuse che sembra una forma di sudditanza nei confronti del politicamente corretto, cioè dell'ideologia dominante. Anch'io ho avuto questa impressione. Se però ascoltate tutta l'intervista apprezzerete anche la grande pazienza del cardinale nel non accettare la dinamica dello scontro insito nelle domande dei giornalisti e la fermezza nel ribadire la posizione della Chiesa sulla differenza sessuale. Va inoltre tenuto presente il contesto, con i militanti lgbt che volevano entrare in Arcivescovado, respinti con la forza dalla polizia in assetto antisommossa e il clima di violenza verbale e psicologica sollevato dalla stampa laicista.
A questo punto alcune considerazioni, dopo il raffreddarsi delle emozioni e delle polemiche.
1. La Chiesa è intervenuta in ritardo sul tema dell'omosessualità, ha detto il cardinale. Verissimo. Lo stesso ritardo avviene sull'ideologia gender che da molti anni sta penetrando nelle coscienze, avvelenandole. Da oltre dieci anni esiste, proprio nella diocesi ambrosiana, Obiettivo Chaire, che si occupa non soltanto di spiegare che cosa è l'ideologia di genere, ma anche di accompagnare spiritualmente e psicologicamente tutte le persone con disagi legati alla sessualità che lo desiderano. Realtà come Obiettivo Chaire meriterebbero di essere valorizzate. Non vorrei che questo "incidente" rallentasse ulteriormente la presa d'atto che esiste il grave problema dell'ideologia gender che viene insegnata in ogni modo possibile e che deve essere spiegata e contraddetta ai giovani e agli adulti cattolici. Tuttavia bisogna avere pazienza e sapere aspettare, senza esasperare i toni e innestare polemiche che servono soltanto ai nemici della Chiesa.

2. La Chiesa ha dei nemici? Questo punto è importante. La nuova evangelizzazione consiste soprattutto nel presentare le verità della fede e del diritto naturale a un uomo nichilista e disperato, quale è l'uomo contemporaneo. Nessuna aggressività quindi, e molta serenità. Questo però non vuol dire che chi propone l'ideologia di genere, così come chi professava le ideologie del XX secolo, sia semplicemente uno che sta prendendo un granchio. Chi opera contro il matrimonio e la famiglia, per strapparli dalla centralità che avevano e hanno ancora nella vita pubblica dell'Occidente, si oppone al disegno di Dio sull'uomo e al principio di realtà, che ci manifesta dove nascono e come vengono educati i bambini. Chi combatte la famiglia lo fa sulla scia di una storia che dura da due secoli almeno. Per duecento anni hanno preso dei granchi? Oppure tutto questo manifesta un'antica inimicizia contro l'uomo, pur lasciando a Dio il giudizio sulle singole coscienze? Bisogna dunque essere consapevoli che la Chiesa ha dei nemici che da secoli, sotto diversi nomi, operano per sottrarre la società all'influenza del cristianesimo. Se così stanno le cose non basta un dialogo, non basta non urtare e non contrapporsi, ma bisogna avere la consapevolezza che esiste un disegno contro la famiglia, con attori protagonisti che hanno un nome e un cognome. E di conseguenza bisogna aiutare i cattolici che frequentano le parrocchie e i giovani che vanno a scuola a comprendere la portata dell'aggressione a cui la famiglia viene sottoposta insieme all'attenzione piena di affetto e di carità che bisogna avere nei confronti di chi vive con disagio la propria identità sessuale. È importante che questi due aspetti, l'accoglienza verso le persone omosessuali e la fedeltà all'insegnamento della Chiesa, non vengano isolati e contrapposti. Il Catechismo ci insegna l'una e l'altra cosa, et et.

3. Terza cosa su cui riflettere sono gli insegnanti di religione. Ce ne sono alcuni autenticamente coraggiosi, che entrano in classi difficilissime e spesso vengono umiliati da colleghi e studenti cui non sempre riescono a tenere testa. Vanno aiutati a formarsi, e questo mi sembra fosse l'intenzione della lettera della Curia all'origine di questo scandalo. Tuttavia non bisogna dimenticare che ve ne sono altri che passano le lettere a Repubblica. Sono gli stessi verosimilmente che insegnano nelle loro classi cose diverse dal Magistero, con maggiore o minore consapevolezza.
Bisogna dunque trovare occasioni per riflettere su questi temi e in particolare sull'ideologia gender. Una in particolare è imminente e particolarmente significativa. Vi invitiamo a partecipare e a estendere l'invito a tutti gli insegnanti di religione che conoscete perché certamente ricaveranno un beneficio dall'ascolto della presentazione del libro di Marguerite Peeters, Il gender. Una questione politica e culturale, San Paolo 2014 che appunto verrà presentato a Milano, alle ore 15, presso la Galleria San Fedele, in via Hoepli, sabato 29 novembre da me e dal medico infettivologo Chiara Atzori, di Obiettivo Chaire. Nell'occasione Raffaella Frullone presenterà la rete delle Sentinelle in Piedi.
Marco Invernizzi

http://www.comunitambrosiana.org/index.php/615-a-proposito-della-lettera-della-curia-milanese-agli-insegnanti-di-religione

divorziati risposati e confessione

Assoluzione dei risposati: responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede che cita il Concilio di Trento




Ringraziamo un sacerdote sollecito - che ringraziamo di cuore - per la segnalazione di questo articolo uscito su "L'homme nouveau" il 12.11.2014. 
Don Claude Barthe analizza un buon responsum datto dalla Congregazione della Dottrina per la Fede (22.10.2014), sulla facoltà di assoluzione o meno a divorziati risposati civilmente. 
Le parole della Congregazione sono chiare e cristalline, ed ogni commento sarebbe superfluo.
Da rimarcare come la Congregazione, "nonostante" il Sinodo e seguendo la linea ortodossa, abbia citato la Familiaris Consortio e il Concilio di Trento sulle condizioni per poter dare l'assoluzione. 
Pubblichiamo la traduzione in italiano fatta da MiL, ma riportiamo altresì il testo integrale in francese, rispettando la sua forma.
Roberto 

http://blog.messainlatino.it/2014/11/assoluzione-dei-risposati-responsum.html?spref=fb


La questione della situazione dei cattolici divorziati risposati civilmente è stata particolarmente discussa nella riunione speciale del Sinodo su "Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell'evangelizzazione", che si è concluso 18 ottobre scorso. Un testo della Congregazione per la Dottrina della Fede, in risposta ad una domanda di un sacerdote, ha di recente apportato un elemento importante particolarmente illuminante nell'attuale confusione generale, su un punto specifico della pastorale nei confronti di questi fedeli.
 
Questa risposta ha il vantaggio di porsi a monte del problema sulla comunione eucaristica ai divorziati risposati. Esso regola infatti quello che dovrebbe essere l'atteggiamento dei sacerdoti che esercitino il ministero della riconciliazione per questi fedeli divorziati risposati.
 
 
Quando è stato chiesto da un sacerdote francese:


 «Il confessore può dare l'assoluzione ad un penitente che, essendo stato sposato religiosamente, ha contratto un secondo matrimonio civile dopo il divorzio?»
 
La Congregazione per la Dottrina della Fede ha risposto il 22 OTTOBRE 2014:
 «Non possiamo escludere a priori i fedeli divorziati risposati dalla confessione penitenziale che porterebbe alla riconciliazione sacramentale con Dio e quindi alla comunione eucaristica. Papa Giovanni Paolo II nella sua Esortazione Apostolica Familiaris Consortio (n. 84), ha ritenuto questa possibilità e ne ha precisato le condizioni: "La riconciliazione attraverso il sacramento della penitenza - aprendo la strada al sacramento eucaristico - può essere concessa solo a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, e sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio. Ciò implica effettivamente che quando un uomo e una donna non possono, per gravi motivi - per esempio, l'educazione dei figli - rispettare l'obbligo della separazione, essi allora  si devono  impegnare a vivere in piena continenza,  vale a dire, ad astenersi dagli atti propri dei coniugi" (si veda anche Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 29). Il confessore serio deve considerare quanto segue:
1 - Controllare la validità del matrimonio religioso secondo la verità, evitando di dare l'impressione di una forma di "divorzio cattolico".
2 - Vedere se 
eventualmente le persone, con l'aiuto della grazia, possono separarsi con il loro nuovo compagno e riconciliarsi con coloro da cui si sono separati.
3 - Invitare i divorziati risposati, che per motivi gravi (ad esempio i bambini) non possono essere separati dai loro nuovi coniugi, a vivere come "fratello e sorella". In ogni caso, l'assoluzione può essere concessa solo se c'è la certezza di un autentico pentimento, vale a dire "di il dolore interiore e della riprovazione del peccato, che è stato commesso e il proposito di non può peccare più "(Concilio di Trento, dottrina sul sacramento della Penitenza, v. 4). In questa linea, non si può assolvere validamente un divorziato  risposato che non prenda una ferma decisione di non "peccare più" e di astenersi quindi dagli atti propri dei coniugi e di fare tutto quanto sia in suo potere a tal scopo."
      
Luis F. Ladaria, SI, Arcivescovo titolare di Thibica, Segretario.

La Congregazione non si accontenta di citare il n. 84 Familiaris Consortio. Essa analizza realisticamente le linee guida che deve seguire il ministro del sacramento della penitenza. Va notato che la Congregazione non intende impegnarsi, nel contesto della questione sottopostale, ad una presentazione sulle diverse possibilità di esortazione morale e spirituale che sono disponibili al sacerdote, per parlare della santità di sacramento del matrimonio, della sua indissolubilità nonostante l'adulterio che ha portato alla nuova unione civile, la responsabilità su ogni altro coniuge separato, lo scandalo dato, le grazie del sacramento che continuano ad essere disponibili per loro, eccetera. Il responsum non risolve le questioni affrontate dal sacerdote che ascolta la confessione del penitente per sapere se può effettivamente assolvere il nome di Cristo, in virtù del suo ministero sacramentale e a quali condizioni.

Grande benevolenza.

Anche se nel contesto della diffusione e discussione pubblica delle teorie eterodosse il Responsum  potrebbe apparire "rigido", esso si indirizza, in realtà, il più possibile verso la benevolenza nei confronti del peccatore, tenendo conto realisticamente la situazione di peccato creata dalla formazione di una nuova unione dopo il divorzio, e cercando di rimuovere con attenzione il penitente "senza schiacciare il lumicino ancora tremolante" Possiamo dire che Congregazione si pone, secondo la tradizione della Santa Sede, nel contesto della teologia romana, quella di S. Alfonso Liguori che ha combattuto i puristi francesi.
Il Responsum analizza così le varie linee che il confessore dovrà seguire rapidamente al tribunale della penitenza:
- L'eventuale invalidità del matrimonio sacramentale, che risolverebbe il problema. In alcuni casi, infatti, la supposizione dell'invalidità diventa evidente o incoraggia a un nuovo riesame più approfondito. La Congregazione dice, tuttavia, che le questioni in questo senso non dovrebbero scandalizzare inducendo a pensare che la Chiesa ha un "divorzio cattolico".
- Soprattutto, il confessore tenterà di scoprire  se il penitente ritenga possibile una riconciliazione tra i coniugi. Infatti, secondo S. Agostino: "Dio non ci comanda a cose impossibili, ma nel comandare Egli vi ammonisce di fare ciò che è possibile e chiedere ciò che non si può." Il Concilio di Trento ha aggiunto,  parafrasando San Paolo, "Egli ti aiuta a poterlo fare" (Dz 1536). E ciò il responsum lo traduce "con l'aiuto della grazia." Aggiungendo che ci possono essere figli dell'unione sacramentale, profondamente feriti dalla separazione dei genitori.
- In ogni caso, solo di motivi gravi (presenza dei figli del secondo matrimonio, si potrebbe aggiungere l'età avanzata della coppia e il rischio di rottura di una convivenza che è solo amicizia) possono evitare l'obbligo di rompere la convivenza adulterina iniziata con la seconda unione civile. E in questi casi, il penitente deve accettare di vivere con il suo nuovo coniuge  come "fratello e sorella". Questo richiederà verosimilmente una riflessione sulla sulla possibilità di messa in pratica di questa situazione,  e di cui senza dubbio il rinvio dell'assoluzione sacramentale ad un'altra confessione. Ciò implica per il penitente e il suo secondo coniuge a prendere le misure e le decisioni per vivere rettamente nonostante ciò che i teologi morali chiamano "l'occasione di peccato." L'esperienza dimostra che non è impossibile. Ma solo un considerevole motivo (l'educazione dei figli) permette di rimanere nel pericolo di peccato. Inoltre, la Congregazione va dritta al punto, senza specificare come dovrà essere impostato lo stile di vita per evitare che la pratica dei sacramenti da parte di coniugi apparentemente adulteri sia causa di scandalo.

Conclusione

La conslusione del Responsum è particolarmente interessante. Esso integra in effetti la risoluzione di questo caso particolare di assoluzione data a un divorziato che ha contratto una nuova  unione, col principio generale dell'indissolubilità del sacramento, e di conseguenza la legittimità di assoluzione sacramentale concesso secondo il prudente giudizio dal ministro del sacramento. Sono necessarii "atti del penitente" (la contrizione, la confessione dei peccati, e la soddisfazione, vale a dire "la penitenza"), specialmente la contrizione richiesta per divina istituzione per la remissione dei peccati. La Congregazione per la Dottrina della Fede cita il Concilio di Trento (Dz 1676): affinché i peccati siano rimessi, il penitente deve essere animato circa il male commesso, dal dolore dell'anima, dall' avversione di quel peccato con il proposito di non peccare più.

domenica 16 novembre 2014

l’Angelo surfista



Guido Schaffer, 

“l’Angelo surfista” 

che «operava conversioni e miracoli 

fra i poveri»




guido amiciSi è aperto mercoledì scorso il processo di beatificazione di un giovane medico morto cinque anni fa, all’età di 34 anni, mentre faceva surf. La devozione a Guido Vidal Franca Schaffer, nato il 22 maggio del 1974 a Volta Redonda, vissuto a Rio de Janeiro e soprannominato “Angelo surfista”, si è diffusa in tutto il Brasile subito dopo la scomparsa, il primo maggio del 2009, per via dei fatti straordinari e miracolosi legati alla sua breve esistenza.

DALLA CARRIERA AGLI ULTIMI. Guido, cresciuto in una famiglia cattolica, ha sempre amato trascorrere il suo tempo libero sulle spiagge di Rio, affascinato dall’Oceano che, come diceva spesso agli amici, gli faceva percepire con forza la presenza di Dio. L’altra sua passione, la cura degli altri, ereditata dal padre medico, divenne la sua professione. Dopo la specializzazione in medicina generale qualcosa cambiò in lui. Folgorato da un passo bibilico («non distogliere lo sguardo da ogni povero e Dio non distoglierà da te il suo»), sebbene avviato verso una promettente carriera decise di intraprendere una nuova strada. «Gesù aiutami a prendermi cura dei poveri», disse sentendo crescere in sé una nuova vocazione. Dopo aver incontrato le Missionarie della Carità dell’ordine della santa Madre Teresa di Calcutta, iniziò con loro a raccogliere gli indigenti per strada. Come ha testimoniato suor Caritas, Guido curava i corpi «unicamente preoccupato di salvare le anime».
Aiutato da Karl Josef Romerm, vescovo ausiliario della diocesi di Rio de Janeiro, nel 2002 cominciò gli studi per diventare sacerdote, lasciando il lavoro e dedicandosi esclusivamente al volontariato fra i poveri. Dotato di una memoria straordinaria, si dice sapesse citare a memoria le scritture, cosa che faceva mentre curava i malati, invitandoli a unirsi nella preghiera con lui.

CAMBIAMENTI REPENTINI. Fra le testimonianze contenute nella sua biografia quella di un amico spiega bene il suo entusiasmo «nel servire la Chiesa di Dio». Anche quando «gli altri gli creano difficoltà», anche quando «veniva criticato e perseguito, non vacillava, al contrario era felice di essere assimilato a Cristo anche in questo». Pur lavorando tutto il giorno, Guido pregava sempre la Madonna a cui si era consacrato, digiunava e partecipava alla Messa quotidiana cercando di trovare sempre il tempo «per le sue preghiere personali».
Secondo le testimonianze raccolte, un giorno, proprio mentre recitava il rosario fra i pazienti, un uomo travestito e affetto da Hiv decise di abbandonare la sua vita promiscua per convertirsi. «Non era battezzato – ha raccontato un amico. Un sabato, in presenza di sua madre, che piangeva tanto, ricevette dalle mani di fra Anselmo il battesimo, l’unzione degli infermi e la comunione».

GUARIGIONI IMMEDIATE. Un evento miracoloso che dovrà essere vagliato e verificato riguarda la guarigione di una donna che non poteva più camminare a causa di problemi neurologici. Guido la invitò a «pregare il rosario e chiedere la grazia che desideri tanto». Pochi giorni dopo quella donna riuscì a recarsi a Messa sulle sue gambe.
Un altro episodio riguarda un uomo gravemente malato, cui il ragazzo consigliò di confessarsi. Davanti al rifiuto di quello, Guido spiegò che tutti abbiamo bisogno del perdono di Dio per i nostri peccati. E, lasciandolo sconcertato, iniziò a elencare i propri. Fu così che quell’uomo tornò alla fede, si confessò, ricevette la Comunione e l’unzione degli infermi. Una settimana dopo, guarì e fu dimesso dall’ospedale.

«IL PUNTO È DIO». Le guarigioni e le conversioni operate dal seminarista sono innumerevoli, non solo fra i poveri. Non si contano, infatti, le testimonianze di giovani o anziani battezzati grazie all’incontro con lui. Perché il punto per Guido era uno solo, come ha testimoniato suor Caritas: «Condurre tutti a un incontro personale con Cristo. Per questo non risparmiava sforzi. Di fatto, tutto il suo dialogo era con Lui e a Lui diretto. Non perdeva alcuna opportunità per proclamarlo». Persino sull’oceano fra i surfisti dove morirà un anno prima di essere ordinato sacerdote.

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sabato 15 novembre 2014

ALLA RICERCA DEL CONFESSIONALE

ALLA RICERCA DEL CONFESSIONALE PERDUTO. PERCHÉ LA VECCHIA GRATA (ORMAI SPARITA) AIUTAVA A CONFESSARSI MEGLIO



Confessarsi faccia a faccia con il sacerdote, anche quando si è all’interno di un vero e proprio confessionale, è diventato ormai la norma. È uno dei tanti piccoli cambiamenti introdotti all’insegna della maggiore vicinanza all’uomo, del superamento di  tradizioni considerate fredde formalità, espressioni di una Chiesa ritenuta, anche inconsciamente, rigida e distante. Mentre non si è capito che certe ritualità codificate nei secoli servivano proprio per facilitare l’«accesso» a Dio.

L’uso del  confessionale tridentino e soprattutto della grata erano e sono per la Confessione quello che l’inginocchiarsi – e in grado diverso il ricevere l’Eucaristia direttamente in bocca - sono per la Comunione. Segni che aiutano a tenere vivo il senso del sacro, della grandezza del sacramento, del fatto che non si sta partecipando a un’azione meramente umana (un semplice colloquio spirituale nel caso della Confessione, una semplice agape fraterna nel caso della Comunione).

Per la Confessione la grata è sempre stata anche un accorgimento prudenziale, per mantenere una sana distanza tra sacerdote e penitente, e un prezioso aiuto psicologico, per aiutare a superare l'imbarazzo e la difficoltà nel confessare i segreti del proprio cuore. 




Riproponiamo di seguito la risposta data dal padre domenicano Angelo Bellon alla domanda di un suo lettore, pubblicata nel bel sito «Amici Domenicani».

Quesito
Caro Padre Angelo,
la seguo sempre le volevo chiedere perchè oggi i confessionali non vengono più usati, anzi i sacerdoti non confessano mai prima della messa, ma penso che, se ci fossero, le confessioni aumenterebbero perchè i confessionali quelli di una volta alleviano il senso di vergogna  cosa ne pensa?

Risposta
Carissimo,
1. il fatto di non usare più i confessionali tradizionali è un abuso attuato da alcuni sacerdoti. Di fatto la Chiesa vuole che ci siano sempre anche confessionali muniti di grata.
La presenza del confessionale è un segno importante e di sua natura eloquente: è capace di richiamare alla memoria l’esistenza del Sacramento e la necessità di celebrarlo. Ecco quanto dispone il Codice di diritto canonico: 
«Relativamente alla sede per le confessioni, le norme vengano stabilite dalla Conferenza episcopale, garantendo tuttavia che su trovino sempre in luogo aperto i confessionali, provvisti di una grata fissa tra il penitente e il confessore, cosicché i fedeli che lo desiderano possano liberamente servirsene» (can. 964,2).
Tuttavia per qualsiasi motivo serio, il sacramento può essere celebrato anche altrove (can. 964,3).

2. La possibilità di confessarsi prima della Messa è senza dubbio molto utile e anche comoda per i fedeli.
Ma non sempre lo è per il sacerdote, che prima della Messa, soprattutto domenicale, deve attendere alla preparazione (anche spirituale) della celebrazione, al raccoglimento interiore, alla concentrazione per l’omelia. Quando c’erano molti sacerdoti, uno poteva attendere alle confessioni e l’altro alla celebrazione.
Adesso le cose si sono complicate. Il sacerdote deve celebrare più Messe, distanziate tra loro da poco tempo. Succede che talvolta, finita la Messa e senza un istante di ringraziamento personale, si mette subito in confessionale e esce di lì solo per la celebrazione della Messa successiva. Non è una bella cosa: non ha neanche la possibilità materiale di raccogliersi un momento.

3. I sacerdoti hanno il dovere di rendersi reperibili per le confessioni, magari mettendo un apposito cartello con tanto di orario nei vari giorni della settimana in modo che i fedeli sappiano orientarsi e programmare con certezza la loro confessione.
I fedeli certamente possono chiedere di essere confessati anche fuori dell’orario indicato, soprattutto se ne hanno una vera necessità. E se la loro richiesta è ragionevole, compatibilmente con quello che il sacerdote in quel momento sta facendo o sta per fare, hanno anche il diritto di essere confessati.
Ma, dal canto loro, devono andare incontro alle esigenze del sacerdote.

4. Desidero infine spendere una parola sulla preziosità di questo ministero che è essenziale per la vita per la vita della Chiesa, ma anche per la vita del sacerdote, riportando quanto ha detto il cardinale Meisner, arcivescovo di Colonia, in un incontro internazionale di sacerdoti a conclusione dell’anno sacerdotale nella basilica di san Paolo fuori le Mura a Roma il 9 giugno 2010:
«Una delle défaillance più tragiche che la Chiesa ha subito nella seconda metà del XX secolo è l'aver trascurato il dono dello Spirito Santo nel sacramento della penitenza. In noi sacerdoti questo ha determinato una tremenda perdita di profilo spirituale. Quando dei fedeli cristiani mi chiedono: "Come possiamo aiutare i nostri sacerdoti?", rispondo sempre: "Andate da loro a confessarvi!". Laddove il sacerdote non è più confessore, diventa un operatore sociale di carattere religioso. Gli viene infatti a mancare l'esperienza del più grande risultato pastorale, di collaborare cioè affinché un peccatore, grazie anche al suo aiuto, lasci il confessionale nuovamente santificato. Nel confessionale il sacerdote può penetrare nei cuori di molte persone e da questo gli derivano impulsi, incoraggiamenti e ispirazioni per la propria sequela di Cristo».
Personalmente sono convinto di quanto ha detto il cardinale.

Ti saluto, ti ringrazio, ti ricordo al Signore e ti benedico.

Padre Angelo 


http://www.iltimone.org/32409,News.html