venerdì 25 luglio 2014

odiati da tutti, a causa di Cristo

Il CNSP con la Fraternità s. Pietro per i cristiani in Iraq


Sanguis martyrum, semen christianorum


Il Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum aderisce alla giornata mondiale di pubblica adorazione e di supplica promossa dalla Fraternità Sacerdotale s. Pietro venerdì 1 agosto in favore dei nostri fratelli e sorelle nella fede perseguitati in Iraq, in Siria e in Medio Oriente; pertanto invita vivamente tutti i fedeli a partecipare alla fervida preghiera che si eleverà al Signore perché voglia confortare e sostenere questi Suoi nuovi martiri.

Sull’esempio delle molteplici iniziative già lodevolmente promosse da numerosi Coetus Fidelium, il CNSP esorta tutti i Gruppi Stabili a ricordare con speciale intenzione nelle Sante Messe che verranno celebrate nelle prossime settimane, i nostri fratelli perseguitati, affidandoli alla particolare materna protezione della Santissima Vergine Maria, Auxilium Christianorum.


10517565_697629910305702_4330680691050360450_n

o LA Tradizione o il Caos


PUBBLICHIAMO LA RELAZIONE MAGISTRALE CHE IL PROF. ROBERTO E MATTEI HA TENUTO IL 1° MAGGIO U. S. NELLA CORNICE DELLA GIORNATA DELLA BUONA STAMPA CATTOLICA A LINAROLO (PV) NEL RICORDO DEL GRANDE AMICO, BIOETICISTA E APOLOGETA MARIO PALMARO.



 

Corona dell'Impero Austroungarico

L’importanza 


della Tradizione


nell’ora presente



di Roberto de Mattei

 

L’epoca della sicurezza

Cento anni fa, nel maggio del 1914, governava la Chiesa san Pio X e regnava sul vasto Impero austroungarico l’imperatore Francesco Giuseppe.

Nelle cerimonie del venerdì santo si pregava per la Chiesa e per l’Impero: “Oremus et pro christianissimo Imperatore nostro ut Deus et Dominus noster subditas illi faciat omnes barbaras nationes, ad nostram perpetuam pacem” e si aggiungeva: “Onnipotens sempiterne Deus, in cuius manu sunt omnium potestates et omnium iura regnorum: respice ad Romanorum benignus Imperium; ut gentes, quae in sua feritate confidunt, potentiae tuae dextera comprimantur”.

In quel mese di maggio del 1914 san Pio X e l’Imperatore Francesco Giuseppe erano prossimi alla morte, ma soprattutto l’Europa era alla vigiia di un’immensa tragedia: la Prima Guerra Mondiale

Il 28 giugno 1914, l’erede al trono imperiale Francesco Ferdinando fu assassinato a Sarajevo. I colpi di rivoltella che lo uccisero furono la scintilla che fece detonare la Prima Guerra mondiale. 

La Prima Guerra mondiale, con i Trattati di Pace che ad essa seguirono, fu uno sconvolgimento geopolitico, perché l’Europa con la scomparsa dell’Impero asburgico perse il suo baricentro, ma fu soprattutto una Rivoluzione nella cultura e nella mentalità dell’uomo europeo. Fu la fine di un’epoca.

Bisognerebbe rileggere le pagine con cui si aprono le memorie dello scrittore austriaco di Stefen Zweig (1881-1942), Die Welt von GesternIl mondo di ieri (1941).

Scrive Zweig in questo libro: “Se tento di trovare una formula comoda per definire quel tempo che precedette la prima guerra mondiale, il tempo in cui sono cresciuto, credo di essere il più conciso possibile dicendo che fu l’età d’oro della sicurezza. Nella nostra monarchia austriaca quasi millenaria tutto pareva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità.(…).La nostra moneta, la corona austriaca, circolava in pezzi d’oro e garantiva così la sua stabilità. Ognuno sapeva quanto possedeva o quanto gli era dovuto, quellp che era permesso e quello che era proibito; tutto aveva una sua norma, un peso e una misura precisi. (…) Ogni famiglia aeva un bilancio preciso, sapeva quanto potesse spendere per l’affitto e il vitto, per le vacanze e gli obblighi sociali, e vi era sempre una piccolo riserva per gli imprevisti, per le malattie e per il medico. Chi possedeva una casa la considerava asilo sicuro dei figli e dei nipoti; fattorie ed aziende passvano per eredità di generazione in generazione; appena un neonato era in culla, si metteva nel salvadanaio o si deponeva alla cassa di risparmio il primo obolo per il suo avvenire, una piccolo riserva per il suo cammino. Tutto nel saldo Impeo appariva saldo e inemovibile e al posto più alto stava il sovrano vegliardo; ma in caso di sua morte si sapeva (o si credeva di sapere) che un altro gli sarebbe succeduto senza che nulla si mutasse nell’ordine prestabiilto.  Nessuno credeva a guerre, a rivoluzioni e sconvolgimenti. Ogni atto radicale, ogni violenza apparivano ormai impossibili nell’età della ragione. (…) era un mondo ordinato, con chiare stratificazioni e comodi passaggi, era un mondo senza fretta. (,,,) Anche nella mia più remota infanzia, quando mio padre non aveva ancora quarant’anni, non posso ramentarmi di averlo mai visto correre frettoloso su e giù per una scala o comunque fare qualcosa con visibile fretta[1].

Questa atmosfera di sicurezza e di stabilità in cui era immerso non solo l’uomo austriaco, ma l’uomo europeo, presupponeva una visione del mondo; dietro le istituzioni stabili e apparentemente incrollabili su cui si fondava la società, dalla famiglia alla monarchia, c’era una concezione dell’uomo e della società fondata sull’idea di permanenza, e di stabilita; sul primato di ciò che è, di ciò che stà, su ciò che si trasforma e muta; sul primato dell’Essere sul divenire; sul primato, in una parola dei valori assoluti che bisogna conoscere per poterli vivere; il primato della contemplazione sull’azione.

L’epoca dell’incertezza

Cento anni dopo, se dovessimo caratterizzare la nostra epoca, la dovremmo definire come l’età dell’insicurezza e  dell’instabilità.

La perdita della stabilità politica ed ideologica, il disordine economico, sociale, intellettuale,  è stato il filo conduttore del XX secolo, il secolo delle rivoluzioni, delle guerre mondiali, dei totalitarismi delle guerre civili e dei genocidi. Il secolo più cruento della storia occidentale.. Un secolo che si è chiuso con il crollo parallelo del Muro di Berlino e delle Twin Towers simboli della apparente solidità dei due Imperi contrapposti: il russo e l’americano.

I sociologi, per definire la nostra epoca hanno parlato di “società dell’incertezza”. Oggi, scrive Zygmunt Bauman,   in un libro che ha questo titolo, “pochi individui sono così potenti da essere sicuri che la loro casa, per quanto salda e resistente, non sia frequentata dallo spettro di un crollo imminente: nessuna occupazione è garantita, non c’è posizione che non possa indebolirsi, non c’è capacità o abilità la cui utilità sia in grado di durare a lungo[2]. Bauman parla anche di “società liquida”, in cui si dissolve  ogni forma, anche elementare, di aggregazione sociale.

 La “vita liquida” di cui scrive Baumann è la vita precaria ed effimera dell’uomo contemporaneo: una vita, priva di radici e di fondamenti, inevitabilmente consumistica, perché si vive solo nel presente, immersi nella liquefazione di ogni valore e di ogni istituzione. Tutto ciò che viene liquidato viene consumato o, potremmo dire, tutto ciò che viene consumato, viene liquidato: dai prodotti alimentari alle vite degli individui[3]. La società liquida è quella in cui nulla è solido, nulla stà. Tutto è fluido, perché tutto scorre, tutto diviene.

Un futuro Stefan Zweig che volesse scrivere le memorie del nostro tempo, lo definirebbe come l’età dell’insicurezza e dell’instabilità. Nell’epoca in sono vissuto – scriverebbe il futuro storico – nulla era stabile. Le istituzioni politiche erano screditate e vacillanti; la famiglia era frantumata; per i giovani il possesso di una casa, la prospettiva di un lavoro, la possibilità del risparmio, apparivano miraggi. Sposarsi, mettere al modo dei figli creare una famiglia, costituiva un’impresa talvolta eroica. Ma soprattutto i giovani erano privi, o meglio privati, di certezze e di ideali. Tutto veniva messo in discussione; ogni valore era dissacrato. Nubi di incertezza e di preoccupazione avvolgevano il futuro dell’umanità. Ovunque era confusione e squilibrio. Questo era lo stato del mondo all’inizio del XXI secolo.

Ebbene, questo orizzonte di rovine, che è il nostro orizzonte,  non è un dato irreversibile, come ci vogliono far credere i sociologi. Non è un processo: è un progetto. E’ il sogno deforme di un mondo all’insegna del caos, elaborato dalle società di pensiero che vorrebbero ricreare il mondo. Dietro l’instabilità sociale e prima di tutto psicologica che caratterizza il nostro tempo c’è una concezione del mondo opposta all’antica: la realtà è fluida, la società è liquida, perché esiste un progetto politico e culturale di liquefazione della società, di dissoluzione della Civiltà cristiana, di attacco alla Chiesa, che è il vero e ultimo nemico perché rappresenta il luogo per eccellenza delle verità immutabili e delle certezze assolute,

Le radici di questo progetto ideologico sono remote, ma quelle prossime, nel ventesimo secolo, rimontano alla Prima Guerra mondiale e alla Rivoluzione russa che si scatena al suo interno,  ad opera dei discepoli di Marx e di Engels.

Ciò che caratterizza la filosofia tradizionale della storia, il pensiero classico e poi quello cristiano che lo perfeziona, è la ricerca della verità come fondamento del reale. Secondo la filosofia tradizionale esiste un ordine oggettivo di verità e di valori morali anteriore alla nostra ragione ed è compito della ragione conoscerlo, per poi conformare a quest’ordine il comportamento. Per Marx e per i suoi discepoli non esiste invece una verità assoluta che possa essere oggetto di conoscenza, neppure la materia, a cui i marxisti riducono tutta la realtà. Il cuore del marxismo, più ancora del materialismo, è la filosofia hegeliana del divenire, capovolta di segno in materialismo dialettico. L’universo è materia in evoluzione e il compito degli intellettuali è quello di partecipare a questa trasformazione del mondo, accelerandola. Comprendere non solo il divenire del mondo, ma il mondo come divenire.

Nella seconda tesi su Feuerbach (1845), Karl Marx afferma che l’uomo deve trovare la verità del suo pensiero nella prassi e nell’undicesima tesi sostiene che il compito dei filosofi non è quello di interpretare il mondo, ma di trasformarlo[4]. La verità è nella prassi. Il filosofo è sostituito dal rivoluzionario e il rivoluzionario deve dimostrare nell’azione, la potenza e l’efficacia del suo pensiero. Sotto questo aspetto Lenin fu il rivoluzionario-filosofo che nel 1917 attuò nella prassi la teoria comunista. Con Lenin la filosofia si fece mondo. La filosofia della prassi non è pragmatismo, attivismo, vitalismo, irrazionalismo. E’ il tentativo di portare alla sua radicale coerenza il processo di secolarizzazione iniziato dall’umanesimo e dal protestantesimo; un processo che ha il suo evento fondatore nella Rivoluzione francese: madre di tutte le tragedie che si sviluppano nei secoli successivi, a cominciare dal comunismo e dal nazionalsocialismo.

“Filosofia della prassi”è il nome che Antonio Gramsci dà a questo processo storico.“La filosofia della prassi - scrive nei suoi Quaderni dal carcere - presuppone la rinascita e la Riforma, la filosofia tedesca e la Rivoluzione francese, il calvinismo e l’economia classica inglese, il liberalismo laico e lo storicismo che è alla base di tutta la concezione moderna della vita. La filosofia della praxis è il coronamento di tutto questo movimento di riforma intellettuale e morale; (...) essa corrisponde al nesso Riforma protestante + Rivoluzione francese[5]Noi diamo il nome di Rivoluzione a questo processo e non conosco autore che lo abbia meglio descritto di Plinio Correa de Oliveira[6].

 L’essenza di questo processo rivoluzionario non è in ciò che crea, ma in ciò che distrugge e nega. Engels riassume queste negazioni nel suo volumetto su L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato [7]La famiglia, la proprietà privata e lo Stato sono negate in radice perché non esistono istituzioni sociali radicate nella natura: tutto è prodotto della storia. L’uomo stesso è privo di una sua natura: è materia amorfa, malleabile a piacere. La teoria del gender è in nuce nel marxleninismo e si inserisce in quella visione evolutiva, per la quale l’uomo non ha un’essenza propria: proviene dalle bestie e si divinizza nella materia eterna, da cui tutto viene e a cui tutto ritorna.

La natura dice san Tommaso, è “l’essenza della cosa in quanto ordinata al proprio fine” (essentiam rei secundum quod habet ordinem ad propriam operationem)[8]. La natura è ciò che costituisce un essere e che gli permette di agire secondo il suo fine. La natura contiene in sé un limite: è impossibile ad un essere diventare altri da ciò che esso è. Nella misura in cui l’uomo intende superare o negare i limiti del proprio essere e della propria natura, egli abbandona la capacità di realizzare il fine che gli è proprio. Quando l’uomo perde di vista il proprio fine, tende a diventare ciò che non è: tende verso il vuoto, è risucchiato dal nulla. Il nichilismo è l’esito inevitabile della negazione della legge naturale.

Il nichilismo non è una mèta dichiarata è un esito, un risultato. E’ la conseguenza teorica e pratica non della negazione dell’essere, ma della negazione del fine, che è anche la negazione della causa, perché il fine è il principio, la causa da cui tutto proviene e a cui tutto è ordinato. Il nucleo teoretico ed esistenziale del nichilismo secondo il padre Cornelio Fabro[9] è la mancanza di uno scopo, di un fine: manca la risposta alla domanda del “perché”.  

Nella mente del bambino in cui si dischiude la ragione, affiorano le prime domande, espresse dalla parola perchéC’è una profonda umiltà in questo domandarsi il perché di ogni cosa: questa domanda esprime in maniera spontanea e irriflessa la constatazione che il mondo non è una costruzione del nostro io, ma una realtà oggettiva a cui l’intelligenza deve sottomettersi. Nel bambino una innocenza quasi angelica convive con una logica implacabile. Il suo perché proclama chetutto ciò che esiste ha un fine, ha una causa, ha un significato. Tutto ciò che esiste ha un significatoin questa formula si racchiude il segreto dell’universo. Tutto ciò che esiste ha un senso, ha una ragione d’essere, ha un significato,  in una parola, è ordinato: l’universo è armonia, ordine non incrinato neppure dalla presenza del male, dall’azione del demonio.

Il bene dell’uomo, della società e della storia consiste nel sottomettersi e ordinarsi alla propria causa e al proprio fine, cioè nel riconoscere Dio come Creatore e come legislatore supremo, nel tendere verso di lui, nel lottare per affermare la sua sovranità nella storia e nella società. Il primo nome di Dio è l’Essere perché solo Lui è l’Essere per essenza, l’Atto di Essere allo stato puro, colui che non ha  limiti nel tempo né confini nello spazio: l’infinito, l’eterno, l’immenso. Tutto ciò che esiste, esiste perché ha un grado di essere. Ogni perfezione della realtà si riduce ad un grado di essere, che rimanda ad un Essere assoluto, senza limiti e senza condizioni.

L’unica alternativa alla Rivoluzione nichilista che ci aggredisce è il ritrovamento della pienezza dell’Essere, in tutte le sue forme, che è anche il ritrovamento della stabilità e dell’equilibrio interiore e dell’ordine politico e sociale. Alla concezione liquida del mondo, fondata sul primato del divenire, dobbiamo contrapporre una visione assiologica dell’universo, fondata sul primato dell’Essere.

L’assiologia è la scienza dei valori. Il valore è propriamente “ciò per cui una cosa vale”. Il valore è dunque ciò che dà significato alla cosa è, in certo senso, il suo significato. In questo senso il valore scaturisce dall’essere stesso della cosa, è il significato più profondo della realtà, il fine che le è proprio, la perfezione della realtà. I valori sono principi che radicano la propria perfezione nel principio supremo di tutto il reale. Al di sopra di tutti i princìpi c’è un principio universale, centro e sorgente di tutte le leggi, senza alcuna eccezione. E’ Dio, il principio primo, la legge eterna, senza principio, senza mutamento, senza fine, su cui si fondano i princìpi ultimi, i valori assoluti, le verità universali.

La vita e la morte dei valori non è legata alla loro accettazione o al loro rifiuto da parte dell’uomo. Essi non sono mai in crisi; vivono anche nella coscienza di chi li rifiuta. I valori autentici sono metastorici, perché non sono un prodotto della coscienza e della storia, si situano al di fuori della storia, la giudicano e non sono giudicati da essa; sono trascendenti e non immanenti il mondo; sono permanenti, perché non mutano; sono universali, perchè sono validi per ogni uomo, in ogni epoca dell’umanità.

 O esistono dei valori, dei princìpi, delle verità che trascendono la storia e la giudicano, oppure questi valori non sono assoluti, ma relativi, prodotti dal divenire storico che è parte della più ampia evoluzione del cosmo. Alla visione assiologica si contrappone ua visione evolutiva che oggi è penetrata all’interno del mondo ecclesiastico. Il cardinale Martini l’ha espresso quando ha affermato che la Chiesa è duecento anni indietro alla storia[10]. La Chiesa dunque non giudicherebbe la storia e il mondo, ma riceverebbe da esso e non da Gesù Cristo la sua verità, il suo criterio di giudizio.       

La Chiesa è stata fondata da Gesù Cristo per annunciare la sua verità al mondo e convertirlo. Essa ha una dottrina e una legge, assoluta e immutabile, riflesso della legge eterna, che è Dio. Questa dottrina e questa legge sono contenute nella Sacra Scrittura e nella Tradizione e il Magistero ha la missione di custodirla e di trasmetterla. Neppure uno iota di questi princìpi può essere mutato. Nel corso della storia è capitato che i cristiani nella loro vita personale si allontanassero dalle verità e dai precetti della Chiesa. Sono le epoche di decadenza, che esigono una profonda riforma, overo un ritorno all’osservanza dei princìpi abbandonati. Se così non accade, c’è la tentazione di trasformare i comportamenti  immorali in principi opposti alle verità cristiane- Questa tentazione è penetrata nella Chiesa e ci viene proposta attraverso la formula della prassi pastorale. La dottrina della Chiesa – ci viene detto – non cambia: cambia il modo con cui questa dottrina ci vene comunicata; cambia la prassi pastorale.  La dottrina della Chiesa -  l Questa tentazione è penetrata oggi nella Questa tesi è implicita nella Gaudium et spes ed è in nuce nel discorso Gaudet mater Ecclesiae, con cui l’11 ottobre 1962 Giovanni XXIII inaugurò il Concilio Vaticano II. In quel solenne discorso Giovanni XXIII attribuì al Concilio che si apriva una nota specifica: la sua pastoralità. Nel Vaticano II la pastoralità non fu solo la naturale esplicazione del contenuto dogmatico del Concilio e la applicazione dei suoi decreti, come era sempre stato. La “pastoralità” fu invece elevata a principio alternativo alla “dogmaticità. La specificità del concilio Vaticano II è stato il primato della pastorale, sulla dottrina, l’assorbimento della dottrina nella pastorale, la trasformazione della pastorale in ideologia. Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro hanno descritto questo processo in La Bella addormentata[11] ed Enrico Maria Radaelli in Il domani del dogma[12].

C’è una verità indiscutibile: le idee hanno conseguenze. Le idee non vivono in un olimpo celeste, ma hanno un rapporto stretto e diretto con la realtà. Le idee generano fatti. I grandi eventi storici sono conseguenze di idee. Non si può spiegare la Rivoluzione francese senza l’Illuminismo o la Rivoluzione russa senza le opere teoriche di Marx e di Lenin. Tuttavia, se è vero che le idee hanno conseguenze sul piano dei fatti, è vero anche il contrario. I fatti producono conseguenze sul piano delle idee. La Rivoluzione francese è un fatto storico che discende dall’illuminismo, ma è a sua volta causa di nuove idee e di nuovi fatti. Il mondo si cambia con le idee e con i fatti e, come ha intuito Plinio Correa de Oliveira, dietro le idee e i fatti ci sono le tendenze profonde dell’animo umano, i sentimenti e le passioni.

        La filosofia tradizionale, a partire da Aristotele, ha sempre affermato il primato delle idee sui fatti, della contemplazione sull’azione, della teoria sulla prassi. Ma la filosofia tradizionale, mentre affermava il principio secondo cui agere sequitur esse, non ha ignorato l’influenza dell’agire sull’essere, della prassi sulla teoria.

        La frase con cui  Paul Bourget  conclude il suo romanzo Le démon du midi lo esprime bene: “Bisogna vivere come si pensa se non si vuole finire di pensare come si vive[13]. Bourget afferma il primato della conoscenza, perché bisogna conformare la vita alle idee; ma nello stesso tempo sottolinea la capacità che ha la vita di influenzare e perfino di capovolgere le idee. Se la vita contraddice il pensiero, lo trasformerà profondamente.

Ciò vale nella vita degli uomini, ma anche nella vita dei popoli e nella stessa vita della Chiesa. Possiamo citare un esempio illuminante.

Nei primi cinque secoli, la Chiesa di Occidente e quella di Oriente professarono l’indissolubilità del matrimonio, senza eccezioni. Ma nel VI secolo, mentre la Chiesa di Roma contrappone la sua dottrina matrimoniale alle pratiche dei popoli barbarici che invadevano l’Occidente, il Patriarchi di Costantinopoli assumono un atteggiamento remissivo nei confronti di Giustiniano e dei suoi successori, che introducono il divorzio nelle leggi civili dell’Impero. In una prima fase storica la Chiesa d’Oriente continuò a professare l’indissolubilità, ma cessò di applicare i canoni disciplinari contro chi la trasgrediva. La Chiesa di Costantinopoli tollera nei fatti ciò che condanna sul piano dei princìpi. La  prassi pastorale iniziò a divenire una regola, finché, dopo lo scisma d’Oriente del 1054, il patriarca Alessio e i suoi successori elevarono questa prassi a principio, legittimando ufficialmente il divorzio.

In quegli anni il divorzio è prassi anche in Occidente, in seguito alla grave crisi morale in cui è immersa la Chiesa. Ma mentre in Oriente la Chiesa asseconda la decadenza morale, in Occidente parte da Cluny una profonda riforma morale che avrà il suo campione in san Gregorio VII. San Gregorio VII, san Pier Damiani e i monaci di Cluny reagiscono con vigore contro il divorzio, la simonia, il concubinati dei preti, avviando una profonda rinascita morale della società.

La Chiesa d’Oriente, nel corso dei secoli, ha adeguato i suoi principi alla prassi, la Chiesa romana ha conformato la prassi ai princìpi.

Che cosa accade quando si propone di mutare la prassi pastorale senza toccare i princìpi? Accade che la prassi contraddice di fatto la dottrina e questa contraddizione tra la vita e la verità porta inesorabilmente alla alterazione della verità, alla trasformazione della dottrina non per via dogmatica, dall’alto, ma per via fattuale, dal basso. E’ quanto ha proposto il card. Kasper a tutta la Chiesa, nel suo rapporto introduttivo al Concistoro straordinario sulla famiglia del 20 febbraio[14].

Con il suo testo Kasper ha proposto al Sinodo dei vescovi e al Papa di legittimare sul piano canonico e dottrinale la prassi diffusa dell’amministrazione della comunione ai divorziati risposati, con la logica conseguenza del riconoscimento delle loro seconde o terze nozze. Tutto il suo discorso è costruito sull'assunto secondo cui “tra la dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e le convinzioni vissute di molti cristiani si è creato un abisso”.

Da una parte la dottrina della chiesa che proclama l’indissolubilità del matrimonio, dall’altra non il comportamento, si badi, ma le convinzioni vissute; convinzioni, cioè idee, che però nascono da una pratica che contraddice la dottrina della Chiesa: La vita vissuta, la prassi, diviene il metro di valore e poiché la vita di molti cristiani è immersa nel peccato, al punto che oggi non lo si ritiene più tale, la Chiesa dovrà adeguare la sua dottrina a queste convinzioni vissute, a questa prassi morale.

Il card. Kasper, nella sua relazione, non si è chiesto come è nata e come si è sviluppata, negli ultimi decenni, questa prassi antitetica alla dottrina della Chiesa;  non si è domandato quali sono le idee che l’hanno provocata e gli uomini che l’hanno promossa. Egli riduce la storia a un flusso impersonale di eventi e sembra credere che nel rapporto antagonistico tra la Chiesa e la società, la Chiesa debba inseguire le trasformazioni della società secolarizzata, piuttosto che cercare di convertirla.

 L’ideale di una società integralmente cristiana è abbandonata, perché la fede, privata dei suoi preamboli razionali è ridotta a lievito sentimentale di  un mondo che si auto-costruisce indipendentemente dalla filosofia del Vangelo. Il ruolo della Chiesa è dunque di benedire tutto ciò che emerge dalla realtà sociologica, a cominciare dalle convivenze extramatrimoniali. Il pastore-sociologo riduce le concezioni del mondo a espressioni della situazione storico-sociale. E’ la vision di chi afferma il primate della prassi sulla dottrina, del divenire sull’essere, dell’azione sulla contemplazione.

Trasponendo sul piano religioso la II tesi di Marx su Feuerbach dovremmo affermare che è nella prassi pastorale che i vescovi e i teologi devono verificare la verità della loro dottrina, perché il compito dei pastori e dei teologi non è di insegnare la dottrina, ma di adeguarla al mondo, non è di insegnare la verità, ma di apprenderla dalla storia.


La Tradizione nella Chiesa

A questa visione del mondo prassista e sociologista dobbiamo contrapporre una visione del mondo assiologica. Questa visione del mondo è racchiusa nella parola Tradizione.

La tradizione è lo sviluppo ordinato, nel tempo, di un principio o di un nucleo di princìpi che in quanto tali sono immutabili, non possono mutare. 

La Tradizione nella Chiesa è, come la Sacra Scrittura, una fonte della Rivelazione, divinamente assistita dallo Spirito Santo[15]. La Tradizione è la Parola di Gesù Cristo che insegnò ai suoi Apostoli prima e dopo la sua  Passione, morte e Risurrezione. Nei 40 giorni tra la Risurrezione e la Ascensione egli apparve spesso a sua Madre e agli apostoli e chiarì bene, fin nei dettagli, il senso della missione della Chiesa da lui fondata, il significato profondo dell’ultima Cena, il significato del Divin Sacrificio che essi avrebbero dovuto perpetuare. La prima Messa, celebrata da san Pietro, seguì meticolosamente le indicazioni di Cristo e fu ritrasmessa da quel rito che chiamiamo tradizionale.

Sappiamo che la Divina Rivelazione si concluse con morte dell’ultimo apostolo San Giovanni. Ma questa Rivelazione non è contenuta solo nei quattro Vangeli e nella Sacra Scrittura, ma anche negli insegnamenti che gli Apostoli ricevettero dalla bocca stessa di Gesù. Si può immaginare fino a che punto la Madonna conservò, memorizzò nel suo Cuore purissimo tutte queste veritàe questi riti  e con quanta fedeltà li trasmise poi agli Apostoli. E san Giovanni non fu solo l’ultimo a ritrasmettere di persona le parole che aveva udito, ma per la sua intimità con la Madonna, fu forse quello che ebbe in maggior misura la luce della Tradizione. Morì alla fine del I secolo e già pochi anni dopo la sua morte, la lex orandi e la lex credendi della Chiesa erano immutabilmente definite.

La Chiesa nel corso dei secoli avebbe esplicitato, chiarito e definito queste verità, ma non le avrebbe mai innovate o trasformate. La missione della Chiesa è custodire, trasmettere e difendere la Tradizione:

Il sensus fidei che abbiamo ricevuto col sacramento del battesimo ci impone la fedeltà a quella Tradizione che solo i Pastori hanno il diritto di chiarire e di insegnare, ma che tutti i battezzati hanno il diritto di custodire e di trasmettere come l'hanno ricevuta.

La Tradizione non è solo la regula fidei della Chiesa, è anche il fondamento della società. La Chiesa infatti è maestra non solo di fede, ma anche di morale. La morale di una società si esprime in usi, costumi, abitudini, in una parola in una tradizione storica e concreta, che riflette quella divina e naturale. Una Tradizione che è giudizio sulla storia in nome non della storia stessa ma di verità che la trascendono. La tradizione storica è rappresentata dai costumi di un popolo che non sono altro che le disposizioni morali di una società. Questa tradizione è custodita dalle famiglie, dalle élites sociali, da chiunque ne senta riecheggiare la voce nel cuore. Abbimo bisogno di uomini della Tradizione, di cattolici inegri e integrali nella vita e nella dottrina e, con l’aiuto di dio, abbiamo bisogno di santi. Abbiamo bisogno di protettori in Cielo.

Abbiamo bisogno di protettori della Tradizione e tra i possibili patroni, vorrei ricordare santa Teresa la Grande. Quella santa Teresa che diceva che avrebbe dato la vita per la più piccola cerimonia della Chiesa. Quante vite avrebbe dato, quanto sangue avrebbe versato santa Teresa, di fronte alla devastazione degli altari, alla eversione dei riti, al seppellimento delle cerimonie nel clima di furore iconoclasta e di odio alla tradizione che ci circonda?

Santa Teresa scriveva anche delle parole che ci devono confortare nei giorni difficili della nostra vita e della nostra storia.

"Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Chi ha Dio di nulla manca. Tutto passa, solo Dio non muta” . Queste parole sono un manifesto della Tradizione.

Ebbene, la frase di Santa Teresa, solo Dio non muta, significa che solo ciò che riflette la legge naturale e divina vive e merita di vivere nella storia; ciò che è innaturale, ciò che si allontana dall’ordine divino è destinato a cadere e a corrompersi.

In questo mondo, che si tratti della vita morale o della vita fisica, ci sono le cose che passano e le cose che restano. La Tradizione è l’elemento incorruttibile  immutabile della società. La Tradizione è ciò che non passa. E solo nella Tradizione è possibile il progresso, perché noi non possiamo progredire e perfezionarci nelle cose che passano, ma possiamo farlo solo in quelle che restano. La Tradizione è ciò che del passato vive nel presente ciò che deve vivere perché il nostro presente abbia un futuro.

Robespierre nel suo odio distruttore di ogni Tradizione diceva “Cosa c’è di comune tra ciò che è e ciò che fu?”. Noi rispondiamo che se nulla ci fosse di comune tra ciò che è e ciò che fu, tra il presente e il passato, non sarebbe possibile né presente né futuro, ma il presente sarebbe destinato ad essere inghiottito nel nulla, perché tutto ciò che è trae la sua origine da un principio, ogni frutto ha un albero e ogni albero ha una radice. E la radice ultima di tutto ciò che è e di ciò che sarà, è Dio stesso, in cui passato, presente e futuro, si fondano in unico infinito atto di essere.

Il cuore della tradizione è in Dio stesso, essere per essenza, immutabile eterno. E' in Dio, e solo in Lui, e in Colei che di Lui è l’eco perfetta, la Santissima Vergine Maria, che i difensori della fede e della Tradizione possono trovare la forza soprannaturale necessaria ad affrontare il nostro tempo di crisi. La Tradizione è ciò che è stabile nel perenne divenire delle cose, è ciò che è immutabile nel mondo che muta, e lo è perché ha in sé un riflesso di eternità

E' per questo che le parole di Santa Teresa risuonano nei nostri cuori come un manifesto, un motto della Tradizione:"Tutto passa, solo Dio non muta".

Sì, solo Dio non muta, solo ciò che in Dio si fonda e si riposa merita di essere conservato, trasmesso, custodito. E nell’epoca di Rivoluzione attuale, dove potrebbero gli uomini e i popoli cercare la stabilità e la pace se non in Colui che ha detto. “Il Cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mc, 13, 31).

[1] Stefan ZweigDie Welt von Gestern. Erinnerungen eines Europaers, tr. It. Il mondo di ieri, Arnoldo Mondadori, Milano 1994, pp. 9, 27-28.
[2] Zygmunt BaumanLa società dell’incertezza, tr. it. Il Mulino, Bologna 1999, p. 64.
[3] Zygmunt Bauman La vita liquida, tr. It. Laterza, Roma 2006, p. IX
[4] Karl Marx, Tesi su Feuerbach, tr. it. in Feuerbach-Marx-Engels, Materialismo dialettico e materialismo storico, a cura di Cornelio Fabro, La Scuola, Brescia 1962, pp. 81-86.
[5] A. GramsciQuaderni dal Carcere, edizione critica dell’Istituto Gramsci, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975, vol. III, p. 1860.
[6] Plinio Correa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, tr. it., Sugarco, Milano 2009.
[7] Friedrich EngelsL’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Editori Riuniti, Roma
[8] S. Tommaso d’Aquino, De Ente et Essentia, I, 3.
[9]  Cornelio FabroL’odissea del nichilismo. Guida, Napoli 1990, pp. 10-11.
[10] Chiesa indietro di 200 anni, Intervista al cardinale Martini di Georg Sporschill SJ e Federica Radice Fossati Confalonieri, in “Corriere della sera”, 1 settembre 2012.
[11] Alessandro Gnocchi – Mario PalmaroLa bella addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà, Vallecchi, Firenze 2011-
[12] Enrico Maria RadaelliIl domani – terribile o radioso? – del dogma, Edizioni Pro Manuscripto, Aurea Domus 2012.
[13] Paul Bourget, Le dèmon du midi, Plon, Paris 1914, vol. II, p. 375
[14] Dopo essere stato anticipato dal "Il Foglio"  del 1 marzo, il testo del Card. Walter Kasper è ora pubblicato in, Il Vangelo della famiglia, Queriniana, Brescia 2014.
[15] Cfr. Roberto de Mattei, Apologia della Tradizione, Lindau, Torino 2012.

http://unafides33.blogspot.it/2014/05/la-tradizione-contro-il-caos.html

Enzo Bianchi come E. Scalfari

Bianchi come Scalfari: usa il Papa per i suoi fini
di Antonio Livi


L’attualità mediatica mi costringe e riprendere il discorso sul più noto di questi cattivi maestri e falsi profeti, Enzo Bianchi. Vatican Insider dava ampio risalto il 23 luglio alle sue dichiarazioni (clicca qui) in seguito alla nomina come “consultore” di un organismo pastorale della Santa Sede. Bianchi si lascia andare al più ridicolo trionfalismo, dicendo che papa Bergoglio, dopo averlo ricevuto tre volte, ha deciso di dargli una specie di approvazione ufficiale delle sue opinioni sul papato e sull’ecumenismo.

Se si fosse limitato a vantarsi di avere un rapporto privilegiato con il Papa (quello attuale, perché con i predecessori è sempre stato assai polemico), avrebbe solo manifestato troppa vanità, che è una delle tante miserie umane dalle quali siamo tutti afflitti, in maggiore o minor grado. Ma Bianchi non si limita a vantarsi del suo presunto trionfo personale: si spinge oltre, fino a farsi interprete ufficiale del Papa e ad annunciare un programma rivoluzionario, che – guarda caso – è proprio il suo programma di “riforma” della Chiesa, quello che va sostenendo con i libri e le conferenze da decenni.

Il programma però non può essere attribuito al Papa, per due ragioni: innanzitutto, perché si tratta di iniziative rivoluzionarie che sarebbero in contrasto con l’intera Tradizione cattolica e persino con la dottrina ecclesiologica del Vaticano II; e poi perché nessuno che abbia rispetto e amore filiale per il Santo Padre si può permettere di “rivelare” alla stampa improbabili progetti pastorali tuttora mai enunciati ufficialmente, in documenti di magistero ordinario, dal Papa stesso.

In effetti, il ben noto (direi famigerato) programma rivoluzionario di Bianchi è una sistematica richiesta di misure “pastorali” che, con il pretesto dell’ecumenismo, mirano a concedere ai protestanti e agli ortodossi tutta la ragione nella loro secolare polemica contro la Chiesa cattolica.

Lutero voleva abolire il magistero ecclesiastico e basare la fede cristiana nella sola Scrittura interpretata con il “libero esame”? Ecco allora che Bianchi si fa capofila dei cattivi teologi che operano per una de-dogmatizzazione della Chiesa cattolica, ossia per la sostituzione della dottrina della fede (sancita dal Magistero) con una esegesi biblica frammentaria e arbitraria. Dopo di che, la pastorale, sganciata dal dogma, resta condizionata da motivi contingenti di convenienza socio-politica (il cosiddetto “annuncio del Vangelo all’uomo di oggi” è in realtà volontario asservimento a quella parte dell’opinione pubblica che sostiene il progetto riformatore, e non certo per amore della Chiesa).

I protestanti vogliono abolire tutti i sacramenti, ad eccezione del Battesimo? Ecco che Bianchi giustifica e incoraggia la prassi sempre più diffusa di eliminare la pratica della Confessione e la trasformazione della Santa Messa (basata sul dogma della Transustanziazione quindi sulla “presenza reale” di Cristo che si immola per la redenzione del mondo) in una “cena del Signore”, in una mera riunione di cristiani che celebrano la “memoria” di un evento che si perde nelle nebbie del mito. I protestanti vogliono abolire il culto dei santi e della Madonna? Ecco che Bianchi ignora la dignità altissima di Colei che il Concilio di Efeso (che Bianchi dovrebbe conoscere, visto che parla tanto dell’annuncio cristiano nei primi secoli) definisce dogmaticamente come la “Madre di Dio”, e che anche il Vaticano II, nel capitolo ottavo della Lumen gentium, si limita a parlarne, ove necessario, come “la nostra sorella”.

Quanto ai santi, nel calendario liturgico della comunità di Bose si registrano indistintamente – come si legge nella presentazione - «le festività e le memorie dei santi delle chiese cattolica, ortodossa, anglicana, le festività e i sabati ebraici, il calendario liturgico del monastero di Bose. È una possibilità in più per accostarsi alle tradizioni delle chiese cristiane e alla fede del popolo di Israele. Per estendere questa memoria anche agli uomini di altre fedi religiose, abbiamo voluto aggiungere una tavola con le date delle principali ricorrenze islamiche e buddhiste». E così il culto cattolico dei santi (con la dottrina dogmatica circa la loro unione con Dio nella gloria del Cielo e la loro intercessione per noi che siamo ancora viatores) lascia il posto a mere commemorazioni di uomini illustri e anche a eretici e persecutori della Chiesa.

Insomma, la “riforma” che Bianchi ha sempre auspicato e che ora (secondo lui) papa Francesco sarebbe intenzionato ad attuare in tempi brevi, sarebbe, nei punti più qualificanti, la riforma stessa di Lutero!

Non molto diversa la strategia riformatrice adottata da Bianchi nei confronti degli ortodossi, sempre in nome di quello che egli definisce «dovere ecumenico». Gli ortodossi hanno in comune con i cattolici tutti i dogmi (eccetto quello sull’infallibilità del Papa, sancito nel 1870 dal Vaticano I) e tutti sacramenti, e pertanto sono divisi dai cattolici solo per il secolare rifiuto di accettare il primato di Pietro, ossia la funzione del papa come Pastore della Chiesa universale.

Il primato del Papa è non solo di “onore” ma anche di “giurisdizione”, a garanzia dell’unità della Chiesa e dello sviluppo omogeneo del dogma. Gli ortodossi riconoscerebbero anche un certo primato d’onore del vescovo di Roma ma non la sua effettiva giurisdizione universale e immediata su tutta la Chiesa. Bianchi allora che cosa fa? Propone (e attribuisce a papa Francesco) una radicale «riforma del papato», in nome di una “sinodalità” che darebbe potere deliberativo a tutti i vescovi del mondo, tramite i loro rappresentanti, su tutte le materie che ora sono di competenza del solo vescovo di Roma.

E lancia uno slogan privo di reale contenuto: «Non c’è primato senza sinodalità, e non c’è sinodalità senza primato!». Dico che è uno slogan privo di contenuto reale, perché la “sinodalità” che Bianchi auspica (e che assicura sia intenzione di questo Papa attuare presto come elemento centrale di una «riforma del papato») sarebbe una novità solo se andasse oltre la prassi attuale di consultazione dei vescovi (prassi che si rifà alle disposizioni di Paolo VI subito dopo il Concilio). Ma in tal caso la Chiesa cattolica adotterebbe la medesima “sinodalità” delle “chiese autocefale” dell’Ortodossia, le quali accettano solo disposizioni pastorali e disciplinari decise in comune tra loro nei sinodi di ciascun patriarcato. Del primato di Pietro, inteso come giurisdizione universale e immediata del Papa su tutta la Chiesa, non resterebbe nulla. Anche qui, come nel caso dei protestanti, il progetto ecumenico di Bianchi (che si ispira alle teorie materialmente eretiche di Hans Küng) consiste in definitiva nel dare ragione ai “fratelli separati” e torto alla Tradizione dogmatica della Chiesa cattolica.

In entrambi i casi, attribuire a un Papa l’intenzione di abrogare il papato e, così facendo, contraddire i dogmi della fede cattolica (non uno, ma tutti insieme) è qualcosa che difficilmente si concilia con il “senso della fede”, e prima ancora con il buon senso. Bianchi è talmente proiettato verso la “Chiesa del futuro” che non teme di profetizzare, da falso profeta qual è, l’autodemolizione della Chiesa cattolica  ad opera di chi – per volontà di Cristo stesso - ha la missione e la grazia di garantire in ogni tempo e contro ogni attentato la sua indefettibilità. 

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-bianchi-come-scalfari-usa-il-papa-per-i-suoi-fini-9847.htm

giovedì 24 luglio 2014

Giovanni Paolo II patrono del sinodo dei vescovi sulla famiglia????

Teologi agguerriti verso Kasper



Kasper(di Matteo Matzuzzi su Il Foglio del 24-07-2014)  Roma. “Consideriamo il recente volume del cardinale Kasper, basato sul suo discorso al Concistoro, come una tipica proposta sul divorzio e il nuovo matrimonio”.
A scriverlo, in un corposo articolo che sarà pubblicato sul numero di agosto della rivista Nova et Vetera, otto teologi statunitensi – tra cui sette domenicani – docenti alla Pontificia facoltà dell’Immacolata concezione di Washington, all’Ateneo dell’Ohio e alla Catholic University of America. “Le proposte del cardinale Kasper sono simili a quelle che, negli ultimi mesi, erano apparse sui media in quanto discusse dalla Conferenza episcopale tedesca”, notano prima di tutto gli estensori del saggio, aggiungendo che “sebbene di per sé relativamente semplici, tali proposte sollevano un’ampia gamma di questioni teologiche”.
Il punto di partenza per ogni discussione in vista del Sinodo, osservano, è che “un matrimonio rato e consumato tra due battezzati non può essere sciolto da alcun potere umano, incluso quello di vicario che è assegnato al Romano Pontefice”. E’ stato Giovanni Paolo II, prosegue il saggio, a chiarirlo “una volta per tutte”.
Se la chiesa “dovesse cedere alle crescenti pressioni che vorrebbero metterla a tacere sulla dimensione pubblica del matrimonio, ciò costituirebbe un passo verso uno sviluppo in negativo e vorrebbe dire abbandonare un elemento essenziale nonché la ragione stessa del matrimonio”.
Dallo studio delle proposte illustrate dal cardinale Kasper, si legge sulla rivista fondata nel 1926 dal futuro cardinale Charles Journet e da Jacques Maritain, e oggi diretta dal cardinale Georges Cottier, ciò che emerge è “una sfiducia nella castità”. “L’eliminazione dell’obbligo della castità per i divorziati – scrivono i teologi domenicani – costituisce la principale innovazione delle proposte medesime, dato che la chiesa permette già ai divorziati risposati, che per un motivo grave continuano a vivere insieme, di ricevere la comunione qualora accettino di vivere come fratello e sorella e non vi è pericolo di scandalo.
L’assunto delle attuali proposte, a ogni modo, è che tale castità sia impossibile per i divorziati. Forse che ciò non evidenzia una velata disperazione nei confronti della castità e del potere della grazia di sconfiggere il peccato e il vizio?”.
Smentita, poi, la tesi del porporato tedesco secondo cui il Primo concilio di Nicea abbia decretato l’ammissione dei divorziati risposati alla comunione: “Tale affermazione costituisce un’errata lettura del Concilio e travisa le controversie sul matrimonio del I e del III secolo”.
Niente da fare neppure per la prassi delle chiese ortodosse, pure citata dal Papa un anno fa conversando con i giornalisti a bordo dell’aereo che lo riportava a Roma dopo la settimana trascorsa in Brasile: “La chiesa cattolica ha più volte ribadito di non potere ammettere la prassi ortodossa” e, tra l’altro, “le proposte più recenti invocano ciò che neanche gli ortodossi d’oriente accetterebbero: la comunione per coloro che contraggono unioni civili non consacrate”, osservano i docenti di Teologia firmatari dell’articolo su Nova et Vetera, aggiungendo che “ammettere alla comunione richiederebbe inevitabilmente che la chiesa cattolica riconoscesse e benedicesse i secondi matrimoni dopo il divorzio, il che è evidentemente contrario alla dottrina cattolica già stabilita e a quanto espressamente insegnato da Cristo”.
Non valgono neppure i richiami alla misericordia: “Ipotizzare che una persona che si mette in condizione di avere rapporti coniugali con un’altra persona – se il primo matrimonio è valido – possa ricevere il perdono nel sacramento della penitenza, senza pentirsi realmente e confessare tale peccato, è semplicemente incompatibile con quanto sancito dalla dottrina cattolica”. Aggiornare questo assunto alle attese dei fedeli e allo spirito del tempo significa cambiare la dottrina, mettono nero su bianco gli otto teologi statunitensi, che si rifanno anche a quanto scrisse nella Familiaris Consortio Giovanni Paolo II, aggiungendo che ammettere i divorziati risposati alla comunione “indurrebbe i fedeli a credere, almeno implicitamente, che divorziare e risposarsi sono cose accettabili. In più, farebbe sorgere la questione del perché altre persone che vivono in peccato grave non possano anch’esse ricevere la comunione. Lo scandalo dunque crescerebbe”.
La conclusione, per gli estensori del saggio, non può che essere una, e cioè la certificazione che “gli insegnamenti della chiesa sul matrimonio, sulla sessualità e sulla virtù della castità derivano da Cristo e dagli apostoli. Essi sono perenni. Non possono essere cambiati e, anzi, vi è la necessità di tornare ad enunciarli continuamente”.
Matteo Matzuzzi
http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/teologi-agguerriti-mettono-in-croce-la-teologia-in-ginocchio-di-kasper/