domenica 19 ottobre 2014

uomini ed uomini




Ci sono uomini ed Uomini.
Ci sono uomini forti, ma tremendamente deboli. 
Sono quelli che devono per forza mostrare qualcosa.
Ci sono uomini deboli, che invece potrebbero stravolgere il mondo, se solo volessero.
Ci sono uomini a cui piacciono le strade facili;
ci sono uomini che preferiscono scegliere strade più difficili 
per una maggiore gratificazione finale.
Non è vero che gli uomini sono tutti uguali.
Ci sono uomini autonomi, indipendenti, responsabili;
ci sono uomini irresponsabili, uomini che di tale hanno ben poco.
Ci sono uomini stanchi, delusi, illusi, disillusi 
che se la prendono con ogni sorta di esemplare femminile. 
” Sei bellissima” se ci stai, improvvisamente diventi una poco di buono se non ci stai.
Ci sono uomini che si accontentano di una femmina, 
altri che invece vogliono una femmina che sia anche Donna.
Ci sono uomini mai cresciuti;
Uomini che urlano durante una partita di pallone;
quelli a cui del calcio non frega proprio nulla.
Ci sono uomini che amano l’amore, e sì, sono pochi;
Ci sono uomini che amano il sesso e, purtroppo, 
e l’unica cosa verso cui mostrano interesse (eccetto il calcio).
Ci sono uomini intelligenti;
Uomini con cui oltre che chiacchierare, 
puoi parlare davvero perché sono un continuo stimolo per la mente, sono il piacere.
Ci sono uomini sensibili, che sanno aggiustare una giornata con una carezza, 
che sanno cosa vogliono;
Altri profondamente indecisi, indifferenti, spenti.
Ci sono uomini che oltre alla strada,
guardano ancora il cielo.
Altri che non riescono neppure a vedere ed apprezzare chi le sta di fianco.
Ci sono gli uomini che sono stati traditi,
gli uomini che tradiscono.
Uomini che si innamorano di una donna sola,
uomini tormentati che non trovano stabilità: allora, si impegnano con una donna e il giorno dopo la lasciano per un’altra.
Ci sono gli uomini semplici,
uomini a cui piace leggere, uomini che invece, devono farsi notare a tutti i costi, 
uomini che pensano di potere tutto, mostrando muscoli e bicipiti.

sabato 18 ottobre 2014

emancipare il peccato?

gradualità dei Comandamenti



Ciò che più sorprende è il fatto che il Sinodo stesso, come ha notato l’arcivescovo Stanisław Gądecki, presidente della Conferenza Episcopale Polacca, si è emancipato dal concetto di peccato. Non si parla da nessuna parte di peccato, mentre si cerca di affrontare con tanta bontà e con uno sguardo detto “misericordioso” le situazioni familiari in cui il primo matrimonio è naufragato nel divorzio, rappresentando al contempo le nuove unioni come normali e addirittura con elementi intrinseci di bontà. In modo ilare, come in una festa, da queste nuove convivenze more uxorio si è passati a vedere la bontà delle unioni tra due uomini o due donne. Certo, la bontà di alcuni padri sinodali non conosce limiti nell’errore. Ma ci si chiede: che c’entrano le unioni omosessuali con la famiglia? Sono in qualche modo famiglia anche loro?
Per la linea Kasper-Forte sì, applicando un principio della gradualità. Di questo argomento abbiamo già qui dato un accenno ecclesiologico, dimostrandone le premesse erronee, anzi ereticali, ossia la confusione ch’essi fanno tra amore naturale e grazia. Ora entriamo nello specifico.
Cos’è questa benedetta gradualità?
Si fa un gran parlare ora di questo principio morale ma, evidentemente secondo l’interpretazione della linea sinodale della rottura dottrinale, viene interpretato in modo surrettizio, al fine di poter guardare con occhi di misericordia chi vive in una situazione disordinata e di peccato. Tale principio, secondo i suoi teorici, permetterebbe di vedere solo il bene che c’è nel peccato (che non bisogna però dire tale), e così l’approccio misericordioso avrebbe la meglio sulla dottrina rigida e fissista, quella dei fondamentalisti della fede, che, al dire di Mons. Forte, “colpisce come una clava”. Lui, invece, è morbido e umano … e sa accarezzare il mondo. Sta di fatto che la grande reazione dei Padri, che si è avuta dopo la Relazione-sintesi della prima settimana di lunedì 13 ottobre, indica una cosa: la “gradualità” così come è stata concepita e interpretata è sbagliata.
Infatti, nella sintesi degli interventi in aula dopo la Relatio post disceptationem fatta dal Card. Erdo leggiamo: «Necessario è approfondire e chiarire il tema della “dicendo gradualità”, che può essere all’origine di una serie di confusioni. Per quanto riguarda l’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati, ad esempio, è stato detto che è difficile accogliere delle eccezioni senza che in realtà diventino una regola comune».
Il tema della gradualità era stato già affrontato da S. Giovanni Paolo II nell’Esortazione apostolica post-sindodale Familiaris consortio, esortazione di fatto messa in soffitta in questo Sinodo:
«Anche i coniugi, nell’ambito della loro vita morale, sono chiamati ad un incessante cammino, sostenuti dal desiderio sincero e operoso di conoscere sempre meglio i valori che la legge divina custodisce e promuove, e dalla volontà retta e generosa di incarnarli nelle loro scelte concrete. Essi, tuttavia, non possono guardare alla legge solo come ad un punto ideale da raggiungere in futuro, ma debbono considerarla come un comando di Cristo Signore a superare con impegno le difficoltà. “Perciò la cosiddetta legge della gradualità, o cammino graduale, non può identificarsi con la gradualità della legge, come se ci fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse» (FC 34).
La gradualità della legge indica che la legge stessa sarebbe graduale, quindi che si potrebbe scegliere quello che più conviene, invece la legge della gradualità o cammino graduale, accezione corretta, esprime piuttosto l’esigenza di un’opera pedagogica per entrare nel cuore della legge e per osservarla non solo in modo esteriore, ma con la mente e il cuore: posso cioè essere educato a capire gradualmente il valore della legge, che in sé rimane intangibile e comunque la via al bene da perseguire.
L’indissolubilità del matrimonio è un precetto divino: è l’essenza del matrimonio e ad un tempo la condizione di partenza per potersi sposare. Ora, si può applicare la gradualità della legge a questo precetto divino, iscritto nella natura dell’uomo e del matrimonio? Certamente no. Non si può sottoporre l’indissolubilità del matrimonio ad un arrivo graduale; non vale mai, come risulta chiaramente in questo caso, la gradualità della legge. I divorziati risposati non potrebbero mai capire per gradi la verità dell’indissolubilità perché l’hanno messa in discussione e l’hanno spezzata in partenza. Né tanto meno vale la gradualità per vedere l’amore di due partner come un bene in sé, amore folle che arriva fino al sacrificio di sé, amore che giustificherebbe così l’unione, e pian piano ci permetterebbe di maturare giudizi più misericordiosi verso di loro. Questa è una gradualità nel peccato, che è sempre peccato.
In che senso però, a livello educativo e pastorale, si deve essere pazienti e vedere una legge della gradualità? Solo in chi vuole accostarsi al matrimonio e vuole capire la bellezza dell’unione sponsale indissolubile, magari uscendo da una condizione di peccato oggettivo qual è la convivenza, è individuabile una legge della gradualità. Per gli omosessuali la gradualità consiste nell’accompagnarli pian piano, nel rispetto delle persone, a capire che la condizione di vita scelta è contro natura, e a farli uscire da quella condizione, cominciando ad astenersi dagli atti disordinati e con la preghiera capire le cose più grandi dello spirito.
Si vede chiaramente che il principio della gradualità non può “servire” a vedere un bene in una convivenza o un in matrimonio civile dopo il divorzio come tali, procurando magari, con un cammino penitenziale, un accostamento poi alla Comunione. La gradualità non può essere manipolata per avere uno sguardo misericordioso su chi vive in situazioni non conformi alla legge di Dio.
Il principio della gradualità, pertanto, non è per se stesso la soluzione ai problemi di chi vive in situazioni matrimoniali difficili o disordinate, ma richiede una spiegazione morale giusta, altrimenti degenera in un grande equivoco. Il punto chiave dell’equivoco sta qui: si vuole utilizzare, come appare dal Sinodo, un principio morale che è un aiuto a diventare santi, passo dopo passo, data la difficoltà che noi poveri peccatori possiamo incontrare, per vedere invece il bene in una situazione intrinsecamente disordinata. Il bene o qualche elemento di bontà, che certamente esiste (non per sé ma in relazione al bene integro), se non è redento da ogni compromesso con il peccato e con il disordine morale non è un bene ma ancora un maleIl bene o è integro o non è bene, ma ancora un male, cioè l’assenza di un bene che dovrebbe esserci. Il bene o è tutto bene e interamente bene o è un male. L’errore della linea Kasper-Forte parte da un approccio storicistico alla Rivelazione e alla grazia, e finisce nel rendere bene un bene non integro, dunque ancora un male, un peccato. Con il rischio di giustificare con il fine (amore, fedeltà, aiuto reciproco) i mezzi, che sono inquinati (convivenza o divorzio).
Intanto però è da notare con interesse uno scherzo della Provvidenza: mentre fino a qualche anno fa i critici di Kasper, di Forte, e dei vari Baldisseri di turno, erano soltanto dei “conservatori con delle fisime”, oggi invece tali personaggi sono noti e svelati al pubblico, a tutti i fedeli. Tutti ormai conoscono la linea dei riformatori.
(Fonte: http://lafededeinostripadri.blogspot.co.at)

Quale futuro per la Chiesa cattolica?

Sinodo, e alla fine è Sarah (il cardinale) a parlare di gay e complotti contro la Chiesa



“Quanto è stato pubblicato sulle unioni omosessuali è un tentativo per fare pressione sulla Chiesa e farle cambiare la dottrina. Mai si è voluto giudicare la persona omosessuale, ma i comportamenti e le unioni omosessuali sono una grave deviazione della sessualità”.E un cardinale africano, si chiama Robert Sarah, ed è il presidente del pontificio consiglio Cor unum e membro del sinodo, che parla in relazione al testo della “relatio post disceptationem”.
“Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura – ribadisce senza esitazioni – che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni (cfr. Gn 19,1-29; Rm 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tm 1,10), la Tradizione ha sempre dichiarato che ‘gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati’. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati”.
E se non bastasse senza ipocrisie, giri di parole, adattamenti lessicali, dice che i “comportamenti omosessuali sono condannati senza equivoci dalla Rivelazione e dal magistero tradizionale della Chiesa”. Vale per tutti l’esempio di Giovanni Paolo II, in riferimento alle unioni omosessuali, che si chiedeva se non sia all’opera “una nuova ideologia del male”.
E non provate neanche a parlagli di adozioni perchè il discorso si fa “ancor più incomprensibile”. Un ambiente omosessuale per la loro educazione o ambiente di vita? “La Chiesa rimane fedele all’insegnamento della Rivelazione e al suo magistero”.
Secondo Sarah, “ha destato sorpresa generale che sia stato diffuso un testo – che peraltro rispecchia solo parzialmente la discussione in Aula – destinato a essere discusso ed elaborato in vista di un documento definitivo che deve essere approvato dai padri sinodali”.
Qualcuno vuole forse destabilizzare la Chiesa e minarne le basi?“, aggiunge il porporato africano non gettando acqua sul fuoco delle polemiche.
http://www.intelligonews.it/sinodo-e-alla-fine-arriva-il-card-sarah-a-parlare-di-gay-e-complotti-contro-la-chiesa/

Quale futuro per la Chiesa di Roma dopo questo Sinodo?

Filosofo


Il destino della Chiesa cattolica, il suo vero dramma, che non è proprio di nessun'altra religione o chiesa, è di aver generato al suo interno, dai suoi valori cristiani, ciò che oggi tende a renderla inattuale: se il cristianesimo diventa l'orizzonte valoriale accreditato, e se cristianesimo significa anteporre il valore della coscienza personale ad ogni norma esteriore, che senso, se non storico e contingente, possono avere queste ultime e l'istituzione che dovrebbe farsene garante? Certo, la Chiesa di Roma potrebbe sempre riproporsi come un'agenzia etica generale, una sorta di Onu della morale.
E non c'è dubbio che molti aspetti del papato di Bergoglio, quelli che più piacciono ai laici, tendono in questa direzione, fra l'altro popolare e di successo. Soprattutto se strizza l'occhio a quel pensiero 'politicamente corretto' e vagamente progressista che è oggi, a livello di comunicazione, dominante (il main stream) o 'spirito del tempo'. Ma ha un senso tutto ciò? Non è troppo riduttivo? Non rischia di essere legatao a vicessitudini storiche imponderabili' E se non così, quale l'alternativa? Sul volto del vecchio Ratzinger, che è filosofo e teologo, a me a volta sembra di leggere questo dramma. 

venerdì 17 ottobre 2014

INCREDIBILE!



Dall'appuntamento per un aborto 

al dono di un sacerdozio


Ryan Allan Kaup, 26 anni, appena ordinato diacono, racconta la sua storia con la meraviglia e la consapevolezza di chi ha corso il rischio più terribile della vita: quello di non nascere. Sua mamma, infatti, aveva già fissato il giorno dell’appuntamento per andare ad abortire. Frequentava ancora la scuola e non aveva le possibilità per mantenere quel bambino.

Ad un certo punto e senza preavviso, qualcosa le fece cambiare idea: invece di andare in clinica si recò da un ginecologo-ostetrico, dicendogli che aveva deciso di dare alla luce il bambino e di voler trovare qualcuno a cui darlo in adozione.
Proprio in quei giorni era ricorsi a questo stesso medico una coppia, Randy e Sherry Kaup, i quali non potevano avere figli. Fu così che, tre giorni dopo la nascita di Ryan, furono proprio loro a diventare i suoi genitori adottivi.
Ryan visse la tipica infanzia di un ragazzino del Nebraska, frequentando le scuole locali e trascorrendo molto tempo con i cugini della sua stessa età.
“Durante la scuola media persi un po’ la bussola prima di allentare il filo con il gruppetto di amici di allora e di cominciare a lavorare in un ristorante”, racconta il giovane diacono. “Cominciai a passare il tempo per conto mio e con i miei colleghi di lavoro, i quali non sempre influivano su di me nel migliore dei modi”. Tra i vari amici però, alcuni lo ricondussero alle sue radici più profonde: “mi hanno aiutato a trasformarmi nell’uomo che sono oggi”, ricorda lui con affetto.
Il cambiamento determinante avvenne all’Università del Nebraska, dove Ryan si laureò in Pubblicità e Lingua spagnola: qui entrò in contatto con il Newmann Center, gruppo di pastorale cattolica in università non cattoliche. “Non mi ricordo per quale motivo andai al primo incontro, e non mi ricordo neppure come ho fatto a tornarci, perché li avevo trovati abbastanza noiosi”, racconta lui. Eppure l’esempio di quei sacerdoti del campus fu determinante per la sua vocazione: “vidi in loro la sana leggerezza di chi vive per il Signore”, confida.

La fede venne messa a dura prova quando il cugino diciannovenne, suo coetaneo, morì in un incidente stradale: “mi arrabbiai con Dio, avevamo la stessa età. Non aveva senso per me”. In quella circostanza Ryan cominciò ad andare tutti i giorni a messa: “da lì mi veniva la perseveranza nella tragedia; superai la mia rabbia verso Dio e me ne innamorai ancora di più. Più tempo pregavo più sentivo la chiamata a diventare sacerdote”.

Così arrivò la decisione di entrare in seminario. Pensando al giorno dell’ordinazione Ryan ha ancora vivido nella mente il ricordo di come era prima di entrare in seminario: “spesso arrabbiato, volevo tenere tutto sotto controllo. Il tempo in seminario mi ha insegnato a vivere le cose con calma, a rendermi conto che Dio ha tutto sotto controllo, io non posso controllare tutto, e va bene così”.
Fonte: Zenit

giovedì 16 ottobre 2014

attori che cercano di sopravvivere a se stessi

Sinodo, Cacciari: “Chiesa è forte se resta inattuale, non è agenzia qualunque”

di Marco Guerra
“La forza della Chiesa è nel diffondere un messaggio inattuale che non appartiene ad un determinato periodo storico”. A pronunciare questo giudizio non è uno vescovo tradizionalista o un intellettuale conservatore ma il filoso e politico Massimo Cacciari che, sentito da IntelligoNews, ha espresso grande  apprezzamento per la capacità di confronto manifestata dalla Chiesa in occasione del Sinodo pur mettendo a fuoco i rischi legati al voler essere a tutti costi “al passo con i tempi”.
Cacciari, che immagine sta dando la Chiesa di se stessa con questo Sinodo?
“Certamente con questo Sinodo la Chiesa sta dando un’immagine di grande vivacità. Si possono avere  giudizi anche negativi sulle posizioni progressiste di Kasper, tuttavia va comunque preso atto del dibattito che riguarda non solo i fedeli ma la società in generale perché al centro del Sinodo sulla famiglia ci sono questioni che riguardano tutti da un punto di vista antropologico. La Chiesa sta affrontando tutto questo ad una certa ‘altezza’ e con grande serietà, malgrado le chiacchiere che arrivano sui media, e si dimostra consapevole della pregnanza di questi temi nella società odierna”.
Da dopo il ’68 la Chiesa è stata una delle ultime agenzie di senso, anche se il termine non è religioso. È ancora così o servono dei cambiamenti per mantenere questo ruolo?
“La Chiesa rimarrà  un’”agenzia di senso”, per usare il suo termine, fino a quando darà voce a delle finalità complessive dell’essere umano; è chiaro che non può ridursi a compromessi con le mode del momento, l’inattualità è proprio la forza della Chiesa. Insomma il discorso dell’indissolubilità del matrimonio può anche non piacere, o persino far sorridere ai tempi di oggi, ma la forza del messaggio della Chiesa è proprio il ‘non essere del tempo’. Scendere ad accomodamenti della dottrina per stare ai tempi significa far diventare la Chiesa una delle tante agenzie del mondo moderno”
sinodoSecondo Mario Adinolfi c’è la necessità di un Sinodo dei laici per discutere dei grandi temi della vita: nascere, amare e morire. Lei che ne pensa?
“E chi sarebbero questi laici chiamati a discutere? E a nome di chi? No, non sono d’accordo, i laici hanno le loro sedi per discutere e se ne hanno voglia si incontrano”.
Non crede che sia il caso di alzare il livello della discussione? In Italia i temi etici sono affrontati in modo superficiale nei siparietti dei comici da prima serata …
“No, ci sono anche intellettuali laici che affrontano e approfondiscono seriamente questi temi con libri, studi e convegni. È chiaro però che fa più eco il sinodo dei vescovi, anche perché i laici non sono investiti da nessuno e spesso assumono posizioni autoreferenziali, per questo troverei ridicolo un sinodo dei laici”.
Il confronto sui temi fondamentali della vita umana sembra ormai scomparso dalla politica. Secondo alcuni, la cena a villa Certosa tra Luxuria e Berlusconi ha mostrato le due vere facce della medaglia della cultura liberale post sessantottina …
“Ma quale risvolto culturale ci vuoi vedere nell’incontro tra Berlusconi e Luxuria?! Ma figuriamoci! Sono solo due uomini di spettacolo che cercano di sopravvivere a se stessi”.

http://www.intelligonews.it/sinodo-cacciari-bene-il-dibattito-ma-chiesa-e-forte-se-resta-inattuale-non-e-agenzia-qualunque/

Magister oggi dà i numeri

Omosessualità. Contro la “Relatio” anche s. Paolo dice la sua. E anche l’ISTAT  

di Sandro Magister, 






forteLa coincidenza sarà casuale, ma lunedì 13 ottobre, proprio nello stesso giorno in cui nell’arena politica italiana sia il partito di Matteo Renzi sia quello di Silvio Berlusconi hanno annunciato di voler legittimare le unioni omosessuali, sull’altra sponda del Tevere il segretario speciale del sinodo sulla famiglia, l’arcivescovo Bruno Forte, ha detto di auspicare anche lui la stessa cosa, perché “è una questione di civiltà”.
Forte è l’autore dei tre esplosivi paragrafi sugli omosessuali della “Relatio post disceptationem“, che invano la segreteria generale del sinodo ha poi tentato di derubricare a mero “documento di lavoro”, privo di qualsiasi valore magisteriale.
Nell’aula del sinodo e poi nei dieci circoli linguistici in cui i padri sinodali hanno proseguito il confronto c’è stata una vera e propria sollevazione contro questi tre paragrafi, ma niente più poteva cancellarne l’impatto sull’opinione pubblica di tutto il mondo. Se queste sono le tesi su cui il sinodo sta “lavorando”, ciò vuol dire che esse hanno ormai piena cittadinanza ai vertici della Chiesa.
In attesa di vedere come si svilupperà su questo punto la discussione e come la “Relatio” finale ne tirerà le somme, si può intanto osservare come sull’omosessualità il “partito” sinodale favorevole al cambiamento adotti lo stesso metodo messo in atto per la comunione ai divorziati risposati: quello di far leva sul “caso umano” di una realtà statisticamente ultraminoritaria per arrivare però a innovazioni di dimensione generale.
Il ragionamento degli ecclesiastici che spingono a una revisione radicale dell’insegnamento della Chiesa in materia di omosessualità dà per presupposto che il fenomeno delle coppie dello stesso sesso, con i relativi figli, sia di grandi dimensioni e cresca in modo irresistibile, come un “segno dei tempi” ai quali la Chiesa non può più negare accoglienza e riconoscimento positivo.
Ma se si guarda alle cifre reali, le cose sono molto diverse. Prendiamo l’Italia. Nell’ultimo censimento effettuato dall’ISTAT, quello del 2011, le coppie formate da un uomo e una donna, con o senza figli, sono risultate essere circa 14 milioni, mentre le famiglie monogenitoriali, con un solo genitore, sono risultate essere 2 milioni e mezzo.
E quante sono invece le coppie formate da persone dello stesso sesso? 7.591, cioè lo 0,05 per cento del totale delle coppie censite.
In altre parole, le coppie eterosessuali sono in Italia il 99,95 per cento del totale. Certo, l’ISTAT fa notare che “molte” persone omosessuali preferiscono non denunciare la loro situazione. Ma se solo si volesse far scendere la quota delle coppie eterosessuali al 99 per cento netto, si vedrebbe subito che i conti comunque non tornano: le coppie omosessuali dovrebbero essere, in questo caso, almeno 150 mila, cioè venti volte di più di quelle effettivamente rilevate.
E quanti sono i figli delle coppie dello stesso sesso? Appena 529, uno ogni quattordici coppie censite, duecento volte meno di quei mitici 100 mila figli propagandati dalle organizzazioni a sostegno del “matrimonio” omosessuale.
Bontà sua, la “Relatio post disceptationem” esclude l’accettazione del “matrimonio” omosessuale. Ma non alza obiezioni contro le “unioni fra persone dello stesso sesso”.
Ecco qui di seguito, come promemoria, i tre paragrafi della “Relatio” raggruppati sotto il titolo “Accogliere le persone omosessuali”:
“50. Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare una Chiesa che sia casa accogliente per loro. Le nostre comunità sono in grado di esserlo accettando e valutando il loro orientamento sessuale, senza compromettere la dottrina cattolica su famiglia e matrimonio?
“51. La questione omosessuale ci interpella in una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale: si presenta quindi come un’importante sfida educativa. La Chiesa peraltro afferma che le unioni fra persone dello stesso sesso non possono essere equiparate al matrimonio fra uomo e donna. Non è nemmeno accettabile che si vogliano esercitare pressioni sull’atteggiamento dei pastori o che organismi internazionali condizionino aiuti finanziari all’introduzione di normative ispirate all’ideologia del gender.
“52. Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partner. Inoltre, la Chiesa ha attenzione speciale verso i bambini che vivono con coppie dello stesso sesso, ribadendo che al primo posto vanno messi sempre le esigenze e i diritti dei piccoli”.
Mentre queste altre – sempre come promemoria – sono le terribili parole di san Paolo sull’omosessualità, nel capitolo 1 della lettera ai Romani:
“In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia… Essi sono inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa… Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa”.
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/10/15/omosessualita-sulla-relatio-anche-san-paolo-dice-la-sua-e-anche-listat/

mercoledì 15 ottobre 2014

Sinodo = camminare insieme?

MÜLLER: «RELAZIONE VERGOGNOSA, TOTALMENTE SBAGLIATA»




«Indegna, vergognosa, completamente sbagliata». Condanna senza appello della relazione sulla prima settimana di lavori sinodali sulla famiglia (la Relatio post disceptationem) letta ieri davanti a papa Francesco dal cardinale ungherese Peter Erdo. L'ha pronunciata, intervenendo ad uno dei circoli minores (le commissioni), non un padre sinodale “qualsiasi”, ma il custode dell'ortodossia della fede cattolica, il cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (l'ex Sant'Uffizio), assurto negli ultimi giorni a voce di punta di quanti nel Sinodo contestano le annunciate aperture su divorziati risposati, unioni di fatto, convivenze, coppie omosessuali. 

Lo stesso cardinale che nel corso della passata settimana si è più volte lamentato pubblicamente su un presunto atteggiamento censorio del Vaticano nei confronti di quei relatori che hanno parlato in difesa della dottrina tradizionale cattolica, con particolare riferimento all'indissolubilità del sacramento del matrimonio. Posizioni che Müller ed altri 4 porporati avevano già espresso in un libro pubblicato alla vigilia del Sinodo, ma che nei giorni scorsi sono state ribadite in piene assise sinodali, trovando però  -  a parere dello stesso Müller - una eco piuttosto limitata nella Relatio letta dal cardinale Erdo. Da qui l'alzata di scudi del Prefetto dell'ex Sant'Uffizio, che nel suo intervento ai circoli minores ha bocciato severamente in particolare i capitoli della relazione dedicati alle aperture in materia di coppie omosessuali, convivenze, sacramenti ai divorziati risposati, esprimendo tutta la sua "contrarietà per una relazione indegna e vergognosa". 

Parole dette da Müller - ha tenuto a specificare sia oggi che nei giorni scorsi quando ha accusato i responsabili del Sinodo di censurare le voci contrarie alle aperture - nella sua veste di Prefetto della Congregazione della Dottrina delle fede e per questo potenzialmente destinate a mettere il freno a quanto riferito dal collega Erdo. Ma nella prima giornata di lavoro dei circoli minores non è stato solo Müller a prendere le distanze dal documento di "medio" termine». (Orazio La Rocca, Repubblica)





«Se lunedì la conferenza stampa seguita alla lettura della Relatio post disceptationem del cardinale Peter Erdo era stata all’insegna dei parallelismi con il Concilio Vaticano II, ventiquattro ore dopo la Segreteria generale del Sinodo riteneva necessario emettere una dichiarazione ufficiale in cui si spiega a tutti, giornalisti e fedeli laici, che quella relazione è solo un documento di lavoro. Una bozza, insomma. Modificabile ed emendabile. Niente di definitivo. 

Anche perché appena Erdo ha finito di leggere il testo da altri in gran parte scritto (notevole il ruolo che ha rivestito nella stesura il segretario speciale, mons. Bruno Forte) e le telecamere del Centro televisivo vaticano si sono spente, nell’aula il clima si è surriscaldato, con quarantuno interventi tesi per lo più a smontare la relazione. Pell, Ouellet, Dolan, Vingt-Trois, Burke, Müller, Scola, Caffarra: a loro non sono piaciuti i paragrafi sulle aperture ai matrimoni civili, alle convivenze e alle coppie omosessuali. E con loro hanno sollevato dubbi tanti vescovi africani, i quali hanno chiesto lumi su certi passaggi che in assemblea mai erano stati discussi. Qualche padre s’è pure accorto che nel documento “la parola peccato non è quasi presente”. Così come è stato ricordato “il tono profetico delle parole di Gesù, per evitare il rischio di conformarsi alla mentalità del mondo presente”.

Durante il briefing quotidiano, il cardinale sudafricano Wilfrid Fox Napier ha usato l’accetta, avanzando perfino il sospetto che i responsabili del Sinodo siano impegnati a favorire “non le opinioni di tutto il sinodo, ma di un gruppo particolare”. E poi, il testo di Erdo “non riflette il dibattito in assemblea”, ha aggiunto. “La mia paura”, ha osservato il porporato arcivescovo di Durban, è che “ciò che è uscito non corrisponda alla realtà”». (Matteo Matzuzzi, La Nuova Bussola Quotidiana)

martedì 14 ottobre 2014

sinodo: un tempo per tacere e un tempo per parlare

La fede di un Cardinale cattolico. Alessandro Gnocchi intervista il Cardinale Burke



Riportiamo qui di seguito l'intervista di Alessandro Gnocchi al Cardinale Raymond Leo Burke pubblicata oggi sul quotidiano il Foglio con il titolo "La fede non si decide ai voti". Nella sua estrema chiarezza rappresenta una vera e propria professione di fede cattolica nel mezzo della confusione attuale. Ringraziamo l'autore per l'autorizzazione. 



Piace poco o nulla al mondo, il cardinale Raymond Leo Burke. E, se possibile, piace ancora meno alla chiesa che piace al mondo. D’altra parte, questo americano di sessantasei anni di Richland Center, Wisconsin, ha fatto di tutto per riuscire cattolicamente nell’intento di ustionare le coscienze cristiane troppo inclini alla tiepidezza. Partecipa alle marce per la vita, dice che non va data la comunione ai politici che sostengono leggi abortiste, denuncia il rapido progredire dell’agenda omosessualista, fa sapere a papa Francesco che la difesa dei principi non negoziabili non è una moda sottoposta agli umori dei pontefici, sostiene la messa in rito tradizionale. Recentemente ha firmato il libro collettivo “Permanere nella verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica”, scritto in aperta polemica con le misericordiose aperture del cardinale Walter Kasper su famiglia e comunione ai divorziati risposati. Nulla di strano, quindi, se il rimpasto curiale pensato da Bergoglio prevede che, da prefetto della Segnatura Apostolica, ora venga esiliato alla carica di cardinale patrono del Sovrano Ordine di Malta. Ma intanto, al Sinodo sulla famiglia, questo finissimo canonista figlio dell’America rurale ha assunto il ruolo di oppositore, verrebbe da dire di katechon, al cospetto della svolta attribuita, senza smentite, alla mens papale. Come recita l’antica “Bibbia poliglotta” aperta sul leggìo del suo studio alla pagina dell’Ecclesiaste, “Ogni cosa ha il suo tempo (…) c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare”.

D. Cosa si vede oltre la cortina mediatica che avvolge il Sinodo?
R. Emerge una tendenza preoccupante perché alcuni sostengono la possibilità di adottare una prassi che si discosta dalla verità della fede. Anche se dovrebbe essere evidente che non si può procedere in questo senso, molti incoraggiano per esempio pericolose aperture sulla questione della comunione concessa ai divorziati risposati. Non vedo come si possa conciliare il concetto irreformabile dell’indissolubilità del matrimonio con la possibilità di ammettere alla comunione chi vive una situazione irregolare. Qui si mette direttamente in discussione ciò che ci ha detto Nostro Signore quando insegnava che chi divorzia da sua moglie e sposa un’altra donna commette adulterio.

D. Secondo i riformatori questo insegnamento è diventato troppo duro.
R. Dimenticano che il Signore assicura l’aiuto della grazia a coloro che sono chiamati a vivere il matrimonio. Questo non significa che non ci saranno difficoltà e sofferenze, ma che ci sarà sempre un aiuto divino per affrontarle ed essere fedeli sino alla fine.

D. Sembra che la sua sia una posizione minoritaria…
R. Qualche giorno fa ho visto una trasmissione in cui il cardinale Kasper ha detto che si sta camminando nella direzione giusta verso le aperture. In poche parole, i 5.700.000 italiani che hanno seguito quella trasmissione, hanno ricavato l’idea che tutto il Sinodo marci su quella linea, che la Chiesa sia sul punto di mutare la sua dottrina sul matrimonio. Ma questo, semplicemente, non è possibile. Molti vescovi intervengono per dire che non si possono ammettere cambiamenti.

D. Però non emerge dal briefing quotidiano della Sala stampa vaticana. Lo ha lamentato anche il cardinale Müller.
R. Io non so come sia concepito il briefing, ma mi pare che qualcosa non funzioni bene se l’informazione viene manipolata in modo da dare rilievo solo a una tesi invece che riportare fedelmente le varie posizioni esposte. Questo mi preoccupa molto perché un numero consistente di vescovi non accetta le idee di apertura, ma pochi lo sanno. Si parla solo della necessità che la chiesa si apra alle istanze del mondo enunciata a febbraio dal cardinale Kasper. In realtà, la sua tesi sui temi della famiglia e su una nuova disciplina per la comunione ai divorziati risposati non è nuova, è già stata discussa trent’anni fa. Poi da febbraio ha ripreso vigore ed è stata colpevolmente lasciata crescere. Ma tutto questo deve finire perché provoca un grave danno per la fede. Vescovi e sacerdoti mi dicono che ora tanti divorziati risposati chiedono di essere ammessi alla comunione poiché lo vuole Papa Francesco. In realtà, prendo atto che, invece, finora non si è espresso sulla questione.

D. Però sembra evidente che il cardinale Kasper e quanti sono sulla sua linea parlino con il sostegno del Papa.
R. Questo sì. Il Papa ha nominato il cardinale Kasper al Sinodo e ha lasciato che il dibattito proseguisse su questi binari. Ma, come ha detto un altro cardinale, il Papa non si è ancora pronunciato. Io sto aspettando un suo pronunciamento, che può essere solo in continuità con l’insegnamento dato dalla Chiesa in tutta la sua storia. Un insegnamento che non è mai mutato perché non può mutare.

D. Alcuni prelati che sostengono la dottrina tradizionale dicono che se il Papa dovesse portare dei cambiamenti li accetterebbero. Non è una contraddizione?
R. Sì, è una contraddizione, perché il Pontefice è il Vicario di Cristo sulla terra e perciò il primo servitore della verità della fede. Conoscendo l’insegnamento di Cristo, non vedo come si possa deviare da quell’insegnamento con una dichiarazione dottrinale o con una prassi pastorale che ignorino la verità.

D. L’accento posto dal Pontefice sulla misericordia come la più importante, se non l’unica, idea guida della Chiesa, non contribuisce sostenere l’illusione che si possa praticare una pastorale sganciata dalla dottrina?
R. Si diffonde l’idea che possa esistere una Chiesa misericordiosa che non rispetta la verità. Ma mi offende nel profondo l’idea che, fino a oggi, i vescovi e i sacerdoti non sarebbero stati misericordiosi. Io sono cresciuto in una zona rurale degli Stati Uniti e ricordo che, quando ero bambino, nella nostra parrocchia c’era una coppia di una fattoria vicina alla nostra che veniva in chiesa a Messa, ma non faceva mai la comunione. Crescendo, chiesi il perché a mio papà e lui, con naturalezza, mi spiegò che vivevano in una condizione irregolare e accettavano di non accedere alla comunione. Il parroco era molto gentile con loro, molto misericordioso e applicava la sua misericordia nell’operare perché la coppia tornasse a una vita consona alla fede cattolica. Senza verità non può esserci vera misericordia. I miei genitori mi hanno sempre insegnato che, se noi amiamo i peccatori, dobbiamo odiare il peccato e dobbiamo fare di tutto per strappare i peccatori dal male nel quale vivono.

D. Nel suo studio c’è una statua del Sacro Cuore, nella sua cappella, sopra l’altare, c’è un’altra immagine del Cuore di Gesù, il suo motto episcopale è “Secundum Cor Tuum”. Allora, un vescovo può tenere unite misericordia e dottrina…
R. Sì, è presso la fonte inesauribile e incessante della verità e della carità, cioè dal glorioso trapassato Cuore di Gesù, che il sacerdote trova la sapienza e la forza di guidare il gregge secondo la verità e in carità. Il Curato di Ars definiva il sacerdote come l’amore dal Sacro Cuore di Gesù. Il sacerdote unito al Sacro Cuore non soccomberà alla tentazione di dire al gregge parole diverse da quelle di Cristo indefettibilmente trasmesseci nella Chiesa, non cadrà nella tentazione di sostituire alle parole della sana dottrina un linguaggio confuso e facilmente erroneo.

D. Ma i riformatori sostengono che la carità, per la chiesa, consista nel rincorrere il mondo.
R. Questo è il cardine dei ragionamenti di chi vuole mutare la dottrina o la disciplina. Mi preoccupa molto. Si dice che i tempi sono tanto cambiati, che non si può più parlare di diritto naturale, dell’indissolubilità del matrimonio… Ma l’uomo non è cambiato, continua a essere come Dio l’ha voluto. Certo, il mondo si è secolarizzato, ma questo è un motivo in più per dire in modo chiaro e forte la verità. E’ nostro dovere, ma per farlo, come ha insegnato San Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae, bisogna chiamare le cose con il loro nome, non possiamo usare un linguaggio quanto meno ambiguo per piacere al mondo.

D. La chiarezza non sembra essere una priorità dei riformatori se, per esempio, non si sentono in contraddizione quando sostengono che i divorziati risposati possono accedere alla comunione a condizione di riconoscere l’indissolubilità del matrimonio.
R. Se uno ribadisce sinceramente l’indissolubilità del matrimonio può solo rettificare lo stato irregolare nel quale si trova o astenersi dalla comunione. Non ci sono vie di mezzo.

D. Neanche quella del cosiddetto “divorzio ortodosso”?
R.
La prassi ortodossa dell’economia o del secondo o terzo matrimonio penitenziale è storicamente e attualmente molto complessa. In ogni caso, la chiesa cattolica, che sa di questa prassi da secoli, non l’ha mai adottata, in virtù delle parole del Signore ricordate nel Vangelo secondo San Matteo (19, 9).

D. Non pensa che, se di dovesse concedere questa apertura, ne seguiranno tante altre?
R.
Certamente. Ora si dice che questo verrà concesso solo in alcuni casi. Ma chi conosce un po’ gli uomini sa che, quando si cede in un caso, si cede in tutti gli altri. Se verrà ammessa come lecita l’unione tra divorziati risposati, verranno aperte le porte a tutte le unioni che non sono secondo la legge di Dio perché sarà stato eliminato il baluardo concettuale che preserva la buona dottrina e la buona pastorale che ne discende.

D. I riformatori parlano spesso di un Gesù disposto a tollerare il peccato per poter andare incontro agli uomini. Ma era così?
R.
Un Gesù simile è un’invenzione che non ha riscontro nei Vangeli. Basti pensare allo scontro con il mondo nel Vangelo di San Giovanni. Gesù è stato il più grande oppositore del suo tempo e lo è anche al tempo di oggi. Penso a quanto disse alla donna sorpresa in flagrante adulterio: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 11).

D. Ammettere alla comunione i divorziati risposati mina il sacramento del matrimonio, ma anche quello dell’eucaristia. Non le sembra una deriva che tocca il cuore della chiesa?
R. Nella Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 11, San Paolo insegna che chi riceve l’eucaristia in stato di peccato mangia la propria condanna. Accedere all’eucaristia significa essere in comunione con Cristo, essere conformi a lui. Molti oppongono l’idea che l’eucaristia non è il sacramento dei perfetti, ma questo è un falso argomento. Nessun uomo è perfetto e l’eucaristia è il sacramento di coloro che stanno combattendo per essere perfetti, secondo quando chiede Gesù stesso: di esserlo come il Nostro Padre che è in cielo (Mt 5, 48). Anche chi combatte per raggiungere la perfezione pecca, certo, e se è in stato di peccato mortale non può comunicarsi. Per poterlo fare deve confessare il suo peccato con pentimento e con il proposito di non commetterlo più: questo vale per tutti, compresi i divorziati risposati.

D. Oggi, la partecipazione all’eucaristia non viene quasi più visto come un atto sacramentale, ma come una pratica sociale. Non significa più comunione con Dio, ma accettazione da parte di una comunità. Non sta qui la radice del problema?
R.
E’ vero, si sta diffondendo sempre di più questa idea protestante. E non vale solo per i divorziati risposati. Si sente spesso dire che, in momenti particolari come la prima comunione, la cresima dei figli o in occasione dei matrimoni, anche i non cattolici possono essere ammessi all’eucaristia. Ma questo, ancora una volta, è contro la fede, è contro la verità stessa dell’eucaristia.

D. Invece che un dibattito su questi temi, che cosa dovrebbe produrre il Sinodo?
R.
Il Sinodo non è un’assemblea democratica dove i vescovi si radunano per cambiare la dottrina cattolica a seconda della maggioranza. Io vorrei che diventasse l’occasione per dare il sostegno dei pastori a tutte le famiglie che intendono vivere al meglio la loro fede e la loro vocazione, per sostenere quegli uomini e quelle donne che, pur tra molte difficoltà, non vogliono staccarsi da ciò che insegna il Vangelo. Questo dovrebbe fare un Sinodo sulla famiglia, invece che perdersi in inutili discussioni su argomenti che non possono essere discussi nel tentativo di cambiare verità che non possono essere cambiate. A mio avviso, sarebbe stato meglio togliere questi temi dal tavolo perché non sono disponibili. Si parli piuttosto di come aiutare i fedeli a vivere la verità del matrimonio. Si parli della formazione dei ragazzi e dei giovani che arrivano al matrimonio senza conoscere gli elementi fondamentali della fede e poi cadono alle prime difficoltà.

D. I riformatori non pensano a quei cattolici che hanno tenuto insieme la loro famiglia anche in situazioni drammatiche rinunciando a rifarsi una vita?
R.
Tante persone che hanno fatto questa fatica mi chiedono ora se hanno sbagliato tutto. Chiedono se hanno buttato via la loro vita tra inutili sacrifici. Non è accettabile tutto questo, è un tradimento.

D. Non pensa che la crisi della morale sia legata alla crisi liturgica?
R.
Certamente. Nel postconcilio si è verificata una caduta della vita di fede e della disciplina ecclesiale evidenziata specialmente dalla crisi della liturgia. La liturgia è diventata un’attività antropocentrica, ha finito per rispecchiare le idee dell’uomo invece che il diritto di Dio di essere adorato come Lui stesso chiede. Da qui, discende anche nel campo morale l’attenzione quasi esclusiva ai bisogni e ai desideri degli uomini, invece che a quanto il Creatore ha scritto nei cuori delle creature. La lex orandi è sempre legata alla lex credendi. Se l’uomo non prega bene, allora non crede bene e quindi non si comporta bene. Quando vado a celebrare la Messa tradizionale, per esempio, vedo tante belle famiglie giovani, con tanti bambini. Non credo che queste famiglie non abbiano problemi, ma è evidente che hanno più forza per affrontarli. Tutto questo vorrà pur dire qualcosa. La liturgia è l’espressione più perfetta, più completa della nostra vita in Cristo e quando tutto questo diminuisce o viene tradito ogni aspetto della vita dei fedeli viene ferito.

D. Che cosa può dire un pastore al cattolico che si sente smarrito davanti a questi venti di cambiamento?
R.
I fedeli devono prendere coraggio perché il Signore non abbandonerà mai la sua Chiesa. Pensiamo come il Signore ha placato il mare in tempesta e le sue parole ai discepoli: “Perché avete paura, gente di poca fede?” (Mt 8, 26). Se questo periodo di confusione sembra mettere a rischio la loro fede, devono solo impegnarsi con più forza in una vita veramente cattolica. Ma mi rendo conto che vivere di questi tempi dà una grande sofferenza.


D. Riesce difficile non pensare a un castigo.
R.
Questo lo penso prima di tutto per me stesso. Se io sto soffrendo adesso per la situazione della chiesa, penso che il Signore mi sta dicendo che ho bisogno di una purificazione. E penso anche che, se la sofferenza è così diffusa, ciò significa che c’è una purificazione di cui tutta la Chiesa ha bisogno. Ma ciò non dipende da un Dio che aspetta solo di punirci, dipende dai nostri peccati. Se in qualche modo abbiamo tradito la dottrina, la morale o la liturgia, segue inevitabilmente una sofferenza che ci purifica per riportarci sulla via stretta.


Fonte il Foglio 14 Ottobre 2014

DIVORZIATI "RISPOSATI"

RUINI: LA COMUNIONE AI DIVORZIATI "RISPOSATI" NON È POSSIBILE. IL MAGISTERO È CHIARO E NON MODIFICABILE


di Camillo Ruini 



Quella cellula fondamentale della società che è la famiglia sta attraversando un periodo di straordinariamente rapida evoluzione.

Ormai appaiono ovvi i rapporti prematrimoniali e pressoché normali i divorzi, molto spesso come conseguenza della rottura della fedeltà coniugale. Ci allontaniamo così dalla fisionomia tradizionale della famiglia, nei paesi e nelle civiltà segnati dal cristianesimo.

Negli ultimi decenni poi, almeno in Occidente, siamo entrati in territori inesplorati. Si sono fatta strada, infatti, le idee del "gender" e dei “matrimoni omosessuali”.

Alla radice di tutto ciò vi è il primato, e quasi l’assolutizzazione, della libertà individuale e del sentimento personale. Perciò il legame familiare deve essere plasmabile a piacere e comunque non impegnativo, fino a scomparire o ad essere praticamente irrilevante.

Nella medesima logica questo legame deve essere accessibile a ogni tipo di coppia, sulla base della rivendicazione di una totale uguaglianza che non accetta le differenze, soprattutto quelle riconducibili a una volontà esterna, sia essa umana (le leggi civili) o divina (la legge naturale). 

Rimane forte e diffuso, tuttavia, il desiderio di avere una famiglia e possibilmente una famiglia stabile: desiderio che si traduce nella realtà di tante famiglie “normali” e anche di numerose famiglie autenticamente cristiane. Queste ultime sono certo una minoranza, ma consistente e assai motivata.

La sensazione che la famiglia propriamente intesa stia scomparendo è dunque in buona parte frutto della distanza tra il mondo reale e il mondo virtuale costruito dai mezzi di comunicazione, sebbene non si debba dimenticare che questo mondo virtuale influisce potentemente sui comportamenti reali.

A uno sguardo sereno ed equilibrato appaiono quindi poco fondati, riguardo alla famiglia e al suo futuro, il pessimismo unilaterale e la rassegnazione. Vale piuttosto anche per la pastorale della famiglia l’atteggiamento del Concilio Vaticano II verso i tempi nuovi, atteggiamento che possiamo riassumere nel binomio accoglienza e riorientamento verso Cristo salvatore.

In concreto, nella "Gaudium et spes", nn. 47-52, abbiamo riguardo al matrimonio e alla famiglia un nuovo approccio, assai più personalistico ma senza rotture con la concezione tradizionale. Poi le catechesi sull’amore umano di san Giovanni Paolo II e l’esortazione apostolica "Familiaris consortio" hanno costituito un grande approfondimento, che apre prospettive nuove e affronta molti dei problemi attuali. Sebbene queste catechesi non potessero misurarsi esplicitamente con gli sviluppi più recenti e più radicali, come la teoria del "gender" e il matrimonio tra persone dello stesso sesso, hanno tuttavia già posto, in buona misura, le basi per affrontarli.

Indubbiamente la pratica pastorale non sempre è stata all’altezza di questi insegnamenti – e del resto non può mai esserlo compiutamente –, ma si è mossa nella loro linea con importanti risultati: sono anche suo frutto, infatti, le nostre giovani famiglie cristiane.

Ora, con papa Francesco, abbiamo due sinodi riguardo alle sfide pastorali sulla famiglia nel contesto della nuova evangelizzazione, dopo il concistoro del febbraio scorso che è già entrato nell’argomento: una tappa ulteriore in questo cammino di accoglienza e riorientamento che tutta la Chiesa è chiamata a percorrere con fiducia.

L’ottica dei due sinodi deve essere chiaramente universale e nessuna area geografica o culturale può pretendere che i sinodi si concentrino solo sui propri problemi.

Ciò premesso, per l’Occidente le questioni più rilevanti sembrano essere quelle più radicali sorte negli ultimi decenni. Esse spingono a ripensare e rimotivare, alla luce del Vangelo della famiglia, il significato e il valore del matrimonio come alleanza di vita tra l’uomo e la donna, orientata al bene di entrambi e alla generazione ed educazione dei figli e dotata di una decisiva rilevanza anche sociale e pubblica.

Qui la fede cristiana deve mostrare una vera creatività culturale, che i ai nodi non possono produrre automaticamente ma possono stimolare, nei credenti e in quanti si rendono conto che è in gioco una fondamentale dimensione umana.

Continuano però ad interpellarci e sembrano diventare sempre più acute anche altre questioni, già ripetutamente affrontate dal magistero. Tra queste quella dei divorziati risposati.

La "Familiaris consortio", n. 84, ha già indicato l’atteggiamento da assumere: non abbandonare coloro che si trovano in questa situazione, ma al contrario averne speciale cura, impegnandosi a mettere a loro disposizione i mezzi di salvezza della Chiesa. Aiutarli quindi a non considerarsi affatto separati dalla Chiesa e a partecipare invece alla sua vita. Discernere bene, inoltre, le situazioni, specialmente quelle dei coniugi abbandonati ingiustamente rispetto a quelle di chi ha invece colpevolmente distrutto il proprio matrimonio.

La medesima "Familiaris consortio" ribadisce però la prassi della Chiesa, “fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati”. La ragione fondamentale è che “il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata e attuata dall’Eucaristia”.

Non è dunque in questione una loro colpa personale ma lo stato in cui oggettivamente si trovano. Perciò l’uomo e la donna che per seri motivi, come ad esempio l’educazione dei figli, non possono soddisfare l’obbligo della separazione, per ricevere l’assoluzione sacramentale e accostarsi all’Eucaristia devono assumere “l’impegno di vivere in piena castità, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi”.

Si tratta indubbiamente di un impegno molto difficile, che di fatto viene assunto da pochissime coppie, mentre sono purtroppo sempre più numerosi i divorziati risposati.

Si stanno cercando quindi, da tempo, altre soluzioni. Una di esse, pur mantenendo ferma l’indissolubilità del matrimonio rato e consumato, ritiene di poter consentire ai divorziati risposati di ricevere l’assoluzione sacramentale e di accostarsi all’Eucaristia, a precise condizioni ma senza doversi astenere dagli atti propri dei coniugi. Si tratterebbe di una seconda tavola di salvezza, offerta in base al criterio della "epicheia" per unire alla verità la misericordia.

Questa via non sembra però percorribile, principalmente perché implica un esercizio della sessualità extraconiugale, dato il perdurare del primo matrimonio, rato e consumato. In altre parole, il vincolo coniugale originario continuerebbe ad esistere ma nel comportamento dei fedeli e nella vita liturgica si potrebbe procedere come se esso non esistesse. Siamo quindi di fronte a una questione di coerenza tra la prassi e la dottrina, e non soltanto a un problema disciplinare.

Quanto alla "epicheia" e alla "aequitas" canonica, esse sono criteri molto importanti nell’ambito delle norme umane e puramente ecclesiali, ma non possono essere applicate alle norme di diritto divino, sulle quali la Chiesa non ha alcun potere discrezionale.

A sostegno dell’ipotesi predetta si possono certamente addurre soluzioni pastorali analoghe a quelle proposte da alcuni Padri della Chiesa ed entrate in qualche misura anche nella prassi, ma esse non ottennero mai il consenso dei Padri e non furono in alcun modo dottrina o disciplina comune della Chiesa (cfr. la lettera della congregazione per la dottrina della fede ai vescovi della Chiesa cattolica circa la recezione della comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, 14 novembre 1994, n. 4). Nella nostra epoca, quando, per l’introduzione del matrimonio civile e del divorzio, il problema si è posto nei termini attuali, esiste invece, a partire dall'enciclica "Casti connubii" di Pio XI, una chiara e costante posizione comune del magistero, che va in senso contrario e che non appare modificabile.

Si può obiettare che il Concilio Vaticano II, senza violare la tradizione dogmatica, ha proceduto a nuovi sviluppi su questioni, come quella della libertà religiosa, sulle quali esistevano encicliche e decisioni del Sant'Ufficio che sembravano precluderli.

Ma il paragone non convince perché sul diritto alla libertà religiosa si è prodotto un autentico approfondimento concettuale, riconducendo questo diritto alla persona come tale e alla sua intrinseca dignità, e non alla verità astrattamente concepita, come si faceva in precedenza.

La soluzione proposta sui divorziati risposati non si basa invece su un simile approfondimento. I problemi della famiglia e del matrimonio incidono inoltre sul vissuto quotidiano delle persone in maniera incomparabilmente più grande e concreta rispetto a quelli della fondazione della libertà religiosa, il cui esercizio nei paesi di tradizione cristiana già prima del Vaticano II era comunque in larga misura assicurato.

Dobbiamo quindi essere molto prudenti nel modificare, riguardo al matrimonio e alla famiglia, le posizioni che il magistero propone da gran tempo e in maniera tanto autorevole: in caso contrario sarebbero assai pesanti le conseguenze sulla credibilità della Chiesa.

Ciò non significa che ogni possibilità di sviluppo sia preclusa. Una strada che appare percorribile è quella della revisione dei processi di nullità del matrimonio: si tratta infatti di norme di diritto ecclesiale, e non divino.

Va quindi esaminata la possibilità di sostituire il processo giudiziale con una procedura amministrativa e pastorale, rivolta essenzialmente a chiarire la situazione della coppia davanti a Dio e alla Chiesa. È molto importante però che qualsiasi cambiamento di procedura non diventi un pretesto per concedere in maniera surrettizia quelli che in realtà sarebbero divorzi: un’ipocrisia di questo genere sarebbe un gravissimo danno per tutta la Chiesa.

Una questione che va al di là degli aspetti procedurali è quella del rapporto tra la fede di coloro che si sposano e il sacramento del matrimonio.

La "Familiaris consortio", n. 68, mette giustamente l’accento sui motivi che inducono a ritenere che chi chiede il matrimonio canonico abbia fede, sia pure in grado debole e da riscoprire, rafforzare e far maturare. Sottolinea inoltre che delle ragioni sociali possono lecitamente entrare nella richiesta di questa forma di matrimonio. È sufficiente pertanto che i fidanzati “almeno implicitamente acconsentano a ciò che la Chiesa intende fare quando celebra il matrimonio”.

Voler stabilire ulteriori criteri di ammissione alla celebrazione, che riguardino il grado di fede dei nubendi, comporterebbe invece gravi rischi, a cominciare da quello di pronunciare giudizi infondati e discriminatori. 

Di fatto, però, sono purtroppo molti oggi i battezzati che non hanno mai creduto o non credono più in Dio. Si pone dunque la questione se essi possano validamente contrarre un matrimonio sacramentale.

Su questo punto rimane di valore fondamentale l’introduzione del cardinale Ratzinger al volumetto "Sulla pastorale dei divorziati risposati" pubblicato nel 1998 dalla congregazione per la dottrina della fede.

Ratzinger (Introduzione, III, 4, pp. 27-28) ritiene che si debba chiarire “se veramente ogni matrimonio tra due battezzati è 'ipso facto' un matrimonio sacramentale”. Il Codice di diritto canonico lo afferma (can. 1055 § 2) ma, come osserva Ratzinger, il Codice stesso dice che ciò vale per un valido contratto matrimoniale, e in questo caso è precisamente la validità a essere in questione. Ratzinger aggiunge: “All’essenza del sacramento appartiene la fede; resta da chiarire la questione giuridica circa quale evidenza di 'non fede' abbia come conseguenza che un sacramento non si realizzi”.

Sembra pertanto accertato che, se veramente non c’è fede, non c’è nemmeno il sacramento del matrimonio.

Riguardo alla fede implicita la tradizione scolastica, con riferimento a Ebrei 11, 6 (“chi si avvicina a Dio deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano”), richiede almeno la fede in Dio rimuneratore e salvatore.

Mi sembra però che questa tradizione vada aggiornata alla luce dell’insegnamento del Vaticano II, in base al quale possono giungere alla salvezza che richiede la fede anche “tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia”, compresi coloro che si ritengono atei o comunque non sono giunti a una conoscenza esplicita di Dio (cfr. "Gaudium et spes", 22; "Lumen gentium", 16).

Ad ogni modo questo insegnamento del Concilio non implica affatto un automatismo della salvezza e uno svuotamento della necessità della fede: mette invece l’accento non su un astratto riconoscimento intellettuale di Dio bensì su una, per quanto implicita, adesione a lui come scelta fondamentale della nostra vita.

Alla luce di questo criterio, nella situazione attuale sono forse da ritenere ancora più numerosi i battezzati che di fatto non hanno fede e che pertanto non possono contrarre validamente il matrimonio sacramentale.

Sembra quindi davvero opportuno e urgente impegnarsi a chiarire la questione giuridica di quella “evidenza di non fede” che renderebbe non validi i matrimoni sacramentali e che impedirebbe per il futuro ai battezzati non credenti di contrarre un tale matrimonio.

Non dobbiamo nasconderci, d’altra parte, che si apre così la via a cambiamenti molto profondi e carichi di difficoltà, non solo per la pastorale della Chiesa ma anche per la situazione dei battezzati non credenti.

È chiaro infatti che essi hanno, come ogni persona, diritto al matrimonio, che contrarrebbero in forma civile. La difficoltà maggiore non sta nel pericolo di compromettere il rapporto tra ordinamento canonico e ordinamento civile: la loro sinergia è già diventata infatti molto debole e problematica, per il progressivo allontanarsi del matrimonio civile da quelli che sono i requisiti essenziali dello stesso matrimonio naturale.

L’impegno dei cristiani e di quanti siano consapevoli dell’importanza umana e sociale della famiglia fondata sul matrimonio dovrebbe piuttosto essere rivolto ad aiutare gli uomini e le donne di oggi a riscoprire il significato di quei requisiti. Essi si fondano nell’ordine della creazione e proprio per questo valgono per ogni tempo e possono concretizzarsi in forme adatte ai tempi più diversi.

Vorrei terminare richiamando l’intenzione comune che anima coloro che stanno intervenendo nel dibattito sinodale: tenere insieme, nella pastorale della famiglia, la verità di Dio e dell’uomo con l’amore misericordioso di Dio per noi, che è il cuore del Vangelo.

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