martedì 27 gennaio 2015

Mons. Zenti e la Messa "di sempre"

Mons. Zenti a S. Toscana il 28 dicembre 2014: “Il Vescovo rispetta e apprezza il rito che voi seguite”


Mons. Giuseppe Zenti a S. Toscana il 28 dicembre 2014
Il 28 dicembre 2014 S. E. mons. Giuseppe Zenti vescovo di Verona ha celebrato i vespri secondo il rito tridentino alla rettoria di S. Toscana a Porta Vescovo, la chiesa ove da oltre vent’anni vi è la messa tridentina la domenica alle 11.
Dopo la benedizione eucaristica il Presule ha rivolto elevate parole ai cristiani che gremivano la chiesa. Ha ricordato la grandezza del canto gregoriano, affermando che l’inno cantato ai vespri, Jesu Redemptor omnium, vale un’immensità, trasporta oltre il cielo. “Il Vescovo – così mons. Zenti – rispetta e apprezza il rito che voi seguite”.
I canti sono stati eseguiti dall’Esemble Veneti Cantori diretto dal m° Massimo Bisson. Il servizio liturgico è stato curato dall’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote.
La funzione è stata promossa e organizzata dalla Sezione di Verona San Pietro Martire di Una Voce Italia, in collaborazione con il Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum. Era presente il presidente nazionale di Una Voce Italia.
Hanno assistito con l’abito da chiesa i cavalieri della Delegazione di Verona del Sovrano Militare Ordine di Malta accompagnati dal loro cappellano mons. Silvano Mantovani.

lunedì 26 gennaio 2015

don Camillo e don Chichì

Preti e preti

Preti a Roma, preti a Parigi. La Croce n°5

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Per gentile concessione del direttore del quotidiano LA CROCE (clicca su), Mario Adinolfi, pubblicherò qui, a distanza di circa una settimana dalla pubblicazione sul quotidiano cartaceo, i miei articoli lì apparsi, e quasi sempre collocati a pagina 4 tra il Vangelo del giorno e un discorso “integrale” del papa Francesco. Ho in partenza e deliberatamente rinunciato a qualsiasi mio scritto di vaticanismo, concentrandomi invece sulle piccole cose della vita nelle quali il “grande”, ossia ciò che conta, si disvela. E’ dell’Essenziale soffuso nei piccoli gesti della vita quotidiana che scriverò. Una sorta di appuntamento fisso sul quotidiano di ispirazione cristiana e cattolica, nel quale incido dei piccoli “cammeo”, che quando li ho proposti ad Adinolfi, così li ho spiegati:

«Il mio desiderio sarebbe periodicamente scrivere di questi piccoli “cammèo” su Roma, in genere dalla prospettiva del quartiere Africano: quadretti patetici e drammatici, comici sovente, dove si cerca il sacro nel profano, Dio nell’alienazione dell’essere sconosciuti dentro la metropoli».

Ogni “cammèo” verrà qui riportato con una foto nella versione cartacea su La Croce di una settimana-dieci giorni prima e in formato word per facilitarne la lettura.

Qui il mio primo intervento, risalente a sabato 17 gennaio 2015

CAMMEO 1 -  Preti a Roma, preti a Parigi*

La Croce quotidiano, 17 gennaio 2015


P1190331 (2)di Antonio Margheriti Mastino

Vado a cena con un giovane amico prete, nei dintorni della Tiburtina. Mi aspetta in auto davanti al Verano. Sarebbe vestito laicamente, non fosse per la linguetta al collo che indica il suo stato. Quando stiamo per giungere al locale fa un gesto che mi raggela il cuore: si sfila via la linguetta dal collo. «Ti dà fastidio?», no dico, mica sono indemoniato. «Non per te, è che quando vado in locali dove non sono abituati a vedere preti, preferisco toglierla». Ossia mimetizzarsi. Ho capito. Non servono domande. Mi avvolge una grande amarezza, una sensazione di sconfitta: capisco a che punto è la notte, ma non per via del prete: del contesto. Ma quel che più mi bruciava è che tutto questo avveniva nella città del papa, nel cuore stesso della cristianità. Figurarsi altrove!
Certo, sì, ho pensato a quelle parole di Gesù “chi si vergogna di me, io mi vergognerò di lui”. Ma non ho detto niente: mi mancavano le parole, il coraggio anche. Ho inghiottito muto il boccone gelido. Tanto più che sapevo essere un buon prete: non si vergognava del suo Signore, era imbarazzo, e paura: di essere ferito dalla pazzia d’Occidente. Chiunque, in qualsiasi locale, oggi, anche qui a Roma, vedendo un prete potrebbe sentirsi titolato a dire “ehi tu, pedofilo!”. Sono cose che possono ucciderti dentro.
Che è successo? Tante cose: la campagna mediatica, nevrastenica, che ci martella da anni, ha ridotto agli occhi del mondo il prete a un paria: una volta, tanto tempo fa, era considerato la punta di diamante del mondo, lo chiamavano, in Francia, “Primo Stato”, dopo venivano gli aristocratici.
xlogo-small.png.pagespeed.ic._npqrcnN_1Non riusciamo più a vedere un prete per quel che è e dire “quello è un ministro del culto”,  è uno con le mani consacrate, assume le funzioni di Cristo all’altare. No. Pensiamo: chissà quali sono le sue colpe, potrebbe essere un farabutto, uno dalla doppia morale. Associamo per riflesso condizionato la parola prete a “pedofilo”.
Allora, poveracci, come possono si mimetizzano per le strade di questa Città Eterna. “Lo dice la televisione”, pensa l’uomo della strada, così come un tempo diceva “l’ha detto il parroco”: è prete ergo è molestatore. Del resto, cosa fa il pensiero unico dominante dal suo medium di massa se non aggiungere alla parola “prete cattolico” ogni volta che la pronuncia la parola “scandalo”, “abuso”, “pedofilia”? L’associazione – come ben sanno gli esperti di messaggi subliminali – a furia di ripeterla da ogni megafono, presto diventerà automatica nella testa della massa anonima, l’allusione si fa verità.
Hanno paura, poveracci: paura persino della loro innocenza – perché quando sei innocente fa più male – paura dei risvolti della loro scelta scandalosa: accettare il sacerdozio di Cristo di questi tempi, che pressappoco è com’era accettarlo ai tempi di Nerone e Domiziano. Paura del sospetto, che per molti è l’anticamera della verità. I sospetti hanno sempre ucciso gli uomini. Il sospetto e non le prove, uccise Gesù.
Questo a Roma, l’altra Città Santa. Epperò è lo stesso prete che camminando per le strade di un’altra capitale europea che non è mai stata cattolica, orgogliosa della sua totale secolarizzazione e del suo apparente “multiculturalismo”, camminandoci vestito da prete cattolico, viene fermato per le strade del centro da un ragazzo, che se ne fa gran meraviglia di questo incontro. «Lei è un prete?», e a momenti forse si è sentito vacillare, qualcun altro che sta per additarlo per colpe che non ha. «Sì». «Che meraviglia! Non ci posso credere!». Non ci può credere? Se avesse incontrato un dodo redivivo si sarebbe sorpreso meno: un prete è diventato un’attrazione. «Padre, per piacere, mi benedica!», lì e subito. Il prete resta interdetto, commosso anche.
Quella linguetta al collo ne aveva fatto l’insperato testimone della speranza cristiana.  In una città che da tanto s’era scordata di Dio, che anzi l’aveva abolito. Ma Dio non è morto nel cuore dell’uomo. A Roma non sono una rarità i preti: non ci rendiamo conto di quale sovrabbondanza di grazia siamo bersaglio. Le cose le capisci e le apprezzi quando le perdi.
Forse c’è davvero da sperare che alla fine l’eterogenesi dei fini darà compimento alla  grande profezia del Curato d’Ars : «Verrà un tempo in cui gli uomini saranno così stanchi degli uomini che basterà far loro il nome di Dio e di Cristo per vederli piangere».
***
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La Croce n°5- Clicca sull’immagine per ingrandire
Incontro a una cena a via Germanico, nelle vicinanze di San Pietro, in casa di una mecenate, e protettrice di preti smarriti, un Legionario di Cristo messicano, padre Miguel. Ha sofferto come tutti là dentro la vicenda scabrosa del fondatore della sua congregazione, Maciel Degollado. È vestito con l’abito di rigore dei suoi confratelli: una talare e una fascia nera ai fianchi. E così bardato, racconta, si avventurò nella metropolitana di Parigi, la capitale della nazione che un tempo si diceva “cristianissima”, la “Figlia primigenia della Chiesa”, ma così non è più: è capitale del laicismo più violento, come violenta è l’avversione al cattolicesimo, e, per giunta  e quasi per castigo divino, al contempo sta diventando anche la capitale europea dell’esatto opposto del laicismo: l’islamismo, che giusto qualche giorno fa gli ha servito il primo conto, salatissimo, sanguinoso.
Mentre addirittura in talare percorre la metropolitana nessuno gli dà del pedofilo, dell’omofobo, del piromane che mette al rogo il libero pensiero insieme a quell’altro spostato di Giordano Bruno. Entra nel vagone, e un ragazzo lo guarda lo guarda. Un ragazzo parigino, occidentale, presumibilmente cattolico seppur nominalmente.
«Mi perdoni, monsieur, posso farle una domanda? Perché è vestito così?» Perché sono prete cattolico. «E cosa significa essere prete cattolico?» Incredibile! Credere nella resurrezione di Gesù, che vincendo la morte ci ha donato la vita eterna: ma lei conosce Gesù? «Per sentito dire, monsieur.» Lei è battezzato? «Battezzato? Non so, non ricordo: dovrei chiedere ai miei genitori». E questo nella Gallia, la terra che per prima si fece cristiana. Ma non crede in niente?, domanda calmo il legionario. «Io sono un razionalista, che c’è oltre la ragione? Però, vorrei sapere di questo Gesù: vorrei capire cosa spinge un uomo come lei a vestirsi così, qui non ne ho mai visti». Il legionario gli dà un appuntamento, per spiegare meglio. Da quel giorno, vagliando puntiglioso e contestando “secondo ragione” ogni affermazione del prete nel racconto della storia della salvezza, è iniziata la sua conoscenza di Gesù, il suo catechismo, un’amicizia eminentemente cristiana. La nuova evangelizzazione ha avuto inizio da un atto di estremo anticonformismo: indossare, il solo, la talare nella capitale del laicismo e dell’islamismo europeo. Seguendo il consiglio di Pietro: «Andate, spiegate chi siete, rispondete a chi vi domanda ragione della speranza che è in voi. Ma fatelo con dolcezza».

sabato 24 gennaio 2015

apostasia nella Chiesa



Mons. Georg Gänswein : non è colpa dei tradizionalisti


Interessante articolo di TradiNews (Actualité(s) du Traditionalisme Catholique) del 22 gennaio scorso. 

«SOURCE - Guillaume Luyt in collaborazione con Notions Romaines - 22 gennaio 2015 

Intervista del supplemento religioso giornale tedesco Die Zeit, all’Arcivescovo Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia e  Segretario del Papa emerito che ha risposto inequivocabilmente al giornalista mettendolo alla corda quando viene incalzato sui presunti avversari “tradizionalisti” di Papa Francesco.
Ecco un passaggio da una traduzione in inglese dell'intervista:
Domanda: Come Benedetto ha visto i tentativi intrapresi dai “tradizionalisti” di fare di lui un anti-papa? 

Mons Gänswein
: Non sono i tradizionalisti che sostengono questo, ma dei teologi e dei giornalisti. Parlare di un anti-papa è solo stupido ed irresponsabile.
Chi va in quella direzione appicca un incendio doloso teologico
( Sottolineatura nostra N.d.R.)

Sembra che il giornalista del Die Zeit ha voluto capziosamente interpretare l'opposizione che incontrando attualmente Papa Francesco, una critica in sordina ma presente all'interno della Chiesa, evidenziata da giornalisti e intellettuali ( pensiamo che qui in Vaticano Jean- Marie Guénois in un articolo speciale de le Figaro nello scorso mese di dicembre ed il professor Odon Vallet con una sua intervista qui ) alcuni mettono persino in dubbio la validità di questo pontificato ( compreso il giornalista italiano Antonio Socci con il suo libro “Non è Francesco” ).
( Peccato che il giornalista di TradiNews non abbia citato il “caso” suscitato dal garbatissimo Articolo di Vittorio Messori sul Corriere della Sera Tutto fa supporre che gli ultrà di papa Francesco stessero aspettando al varco il Giornalista - uno dei pochi “signori” del giornalismo italiano-  per tendergli un'imboscata.  Una pletora di scomposti figuri del progressismo cattolico : dagli ex religiosi che han fatto carriera nella marxista "teologia della liberazione" ai più squisiti “mangiapreti” nostrani che durante i Pontificati di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI guardando da lontano piazza San Pietro riversavano i loro bavosi commenti negativi su tutto quello che avveniva nella Chiesa. N.d.R.) 
Resta il fatto che i tradizionalisti, mentre si sentono in disaccordo con alcuni orientamenti del Papa che sono al contrario altamente celebrati dalla stampa laica, non sono quelli che stanno cercando di contrapporre l’ Emerito Pontefice come antipapa di Francesco. 
Questo è ciò che mons Gänswein voluto dimostrare alla stampa laica; che la fedeltà alla tradizione non equivale al dubbio della validità di Papa Francesco.
 » 
Fonte :  TradiNews
Επίσης, σε μας τους αμαρτωλούς

Matrimonio della B.V.Maria e s. Giuseppe

Messa votiva Matrimonio della Vergine Omelia del Cardinale R. L. BURKE - 10 1 2015, Roma - S. Nicola in Carcere



Traduciamo da NLM [qui], e prontamente condividiamo il testo della stupenda Omelia, pronunciata dal Cardinale Raymond Leo BURKE a Roma, Sabato 19 gennaio 2015 - Basilica di San Nicola in Carcere, dove ha celebrato il Pontificale al faldistorio che abbiamo ricordato qui.
Era la Messa votiva del matrimonio della Beata Vergine Maria con San Giuseppe.
Occasione per una magistrale e edificante chiarificazione sulla santità fontale del vincolo matrimoniale sacramentale cristiano, anch'esso Redento dal nostro Signore e Salvatore. Di cui far tesoro noi ed i pastori tutti, soprattutto quelli coinvolti nell'Assise sinodale tuttora in corso.

Omelia del Cardinale Raymond Leo BURKE
Messa votiva Matrimonio della Vergine 
Sabato 10 gennaio 2015, Roma - San Nicola in Carcere

Celebrando la Messa votiva del matrimonio della Beata Vergine Maria con San Giuseppe, contempliamo nuovamente il grande mistero dell'amore incommensurabile ed incessante di Dio per noi. Nel breve racconto del Vangelo di san Matteo, vediamo come Dio provvede che il suo Figlio unigenito sia incarnato nel seno immacolato della Vergine Maria e, allo stesso tempo, con la sua incarnazione, diventiamo parte della famiglia di Giuseppe e Maria. In altre parole, anche se San Giuseppe e la Vergine Maria si erano sposati prima del concepimento verginale di Dio-Figlio nel grembo di Maria, lo hanno fatto con pieno rispetto per la consacrazione della verginità di Maria a Dio dalla sua giovinezza, l'offerta a Dio della sua verginità consacrata. Ed ancora, San Giuseppe aveva sposato Maria con l'intenzione di onorare, nel corso del loro matrimonio, la verginità consacrata.

Dal testo del Vangelo secondo San Matteo, è chiaro che Maria era già sposata con San Giuseppe, al momento della Annunciazione, ma che San Giuseppe ancora non l'aveva portata nella sua casa. Per questo motivo, dopo aver appreso della sua gravidanza, San Giuseppe, per decenza, ha pensato di divorziare da lei nel modo più discreto possibile. Per essere chiari, la parola "Promessi Sposi" non è giustamente intesa come "impegnati", ma piuttosto come "sposati" o "maritati", come chiarisce il resto del linguaggio testuale.
Qui, è importante ricordare il Rito ebraico del Matrimonio, che la Vergine Maria e San Giuseppe, come ebrei devoti, hanno osservato fedelmente. Il rito consisteva in due fasi: una prima fase con la quale il contratto di matrimonio è stato sigillato, rendendo le parti veramente marito e moglie, e una seconda fase con il quale il matrimonio è stato consumato dall'atto con cui la moglie è «portata» nella casa di suo marito. Nella sua Esortazione apostolica Redemptoris Custos, Papa San Giovanni Paolo II, ha descritto l'osservanza della pratica del matrimonio ebraico dalla Vergine Maria e San Giuseppe con queste parole:
Secondo l'usanza ebraica, il matrimonio si è svolto in due fasi: in primo luogo, il matrimonio legale, o vero è stato celebrato, e poi, solo dopo un certo periodo di tempo, il marito ha portato la moglie in casa sua. Così, prima di vivere insieme con Maria, Giuseppe era già suo marito.
Maria è infatti la sposa di San Giuseppe e, di conseguenza, il Divino Bambino concepito nel suo grembo sotto l'ombra dello Spirito Santo è un membro della famiglia di Giuseppe e Maria, e gode della divina maternità della Vergine Maria e della paternità-adottiva o tutela di San Giuseppe.
Padre René Laurentin, riferendosi alla decisione di Maria fin dalla sua giovinezza "di non appartenere a nessun uomo, ma solo a Dio", descrive così il suo stato civile al momento dell'Annunciazione:
La Bibbia traduce inesattamente "impegnata", mentre Maria è veramente sposata con Giuseppe in linea con le due fasi del matrimonio ebraico: il consenso ( qidushin) prima dell'Annunciazione, e la seconda fase, l'introduzione della moglie nella casa del marito ( nissuin ), in accordo con l'accordo di Giuseppe per un matrimonio verginale (non consumato). - ( Marie, fonte directe de l'Évangile de l'Enfance ).
Padre Laurentin continua a spiegare come Maria, in ragione della sua condizione di moglie in un matrimonio verginale, credeva di aver rinunciato alla possibilità della maternità del Messia. Di conseguenza, al momento dell'annunciazione, ha chiesto l'Arcangelo Gabriele: «Come potrà accadere questo, dal momento che non conosco uomo». L'Arcangelo poi chiarisce che è proprio la sua verginità, che l'ha preparata ad essere la Madre di Dio. Padre Laurentin, riferendosi al suo voto di verginità, scrive:
Ma questo voto ha portato, al contrario, l'unico mezzo per raggiungere questo privilegio unico. Tali sono i paradossi dell'Altissimo. Ella riceve, poi, la risposta che tutto rende nuovo e chiarisce. (Ibid.)
La Chiesa, infatti, ha visto nel testo sulla sapienza eterna di Dio dal Libro dei Proverbi un'immagine della Vergine Maria, che Dio aveva scelto, fin dall'inizio, di essere la Madre del Redentore: "Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, fin d’allora." Il testo ispirato ci introduce in una più profonda riflessione sul matrimonio di Maria con Giuseppe e la sua Divina Maternità nel grande mistero della fede, il mistero della nostra salvezza eterna. Cercando il suo significato più profondo, si comprende la verità dei versi finali:
Infatti chi trova me trova la vita e ottiene favore dal Signore; Ma chi pecca contro di me danneggia se stesso; quanti mi odiano amano la morte.
Contemplando il matrimonio della Beata Vergine Maria con San Giuseppe, vediamo come, proprio all'inizio dell'opera di salvezza, Dio Padre ha cura che la concezione del suo unigenito Figlio nella nostra carne umana sia verginale, come in effetti deve essere, ma, allo stesso tempo, del  tutto legittima, in modo che manifesti pienamente la verità, bellezza e bontà di Dio. Dio-Figlio è verginalmente concepito nel grembo di Maria, moglie di San Giuseppe. Il Vangelo secondo Matteo è segnato, in particolare, dall'attenzione alla natura giuridica della nostra fede e della sua pratica, presentando Cristo come il nuovo Mosè, il nuovo legislatore, più eminentemente nel Discorso della Montagna. È inconcepibile che Dio-Figlio, nella sua Incarnazione, non rispetti pienamente, anzi non abbia portato alla perfezione, sia la verginità della Beata Vergine Maria che la santità del suo matrimonio con San Giuseppe.
La comprensione piena dello stato coniugale di San Giuseppe e della Vergine Maria, è importante per la nostra conoscenza più piena e per l'amore del Mistero della fede, ma è anche importante per evitare una confusione e un errore che sono comuni oggi. Alla grave situazione fa riferimento Padre John A. Hardon, SJ nell'edizione riveduta Corso base del Catechismo Cattolico. Sarà utile citare una parte della sua trattazione del tema:
Il fatto che Gesù sia stato concepito e nato verginalmente dopo il matrimonio di Maria e Giuseppe significa che Gesù è stato concepito e nato nel matrimonio. Ciò è contrario a quello che tanti, anche i preti, hanno da dire al momento, cioè, che Gesù è nato fuori dal matrimonio, come i bambini di tante donne non sposate di oggi, e dunque questa non è una situazione "anomala". La gravidanza di una ragazza-madre si dice che sia, secondo queste persone, nella stessa condizione di Maria, che essi sostengono fosse anch'essa una ragazza-madre al momento in cui ha concepito Gesù. Questo è falso; è davvero una menzogna molto grave, perché mina la santità del matrimonio e le ragioni di questa santità. I difensori di questa posizione dicono che Gesù è stato concepito dopo che Maria e Giuseppe si sono impegnati, ma non ancora sposati. (Padre John A. Hardon, SJ Corso base di Catechismo Cattolico, Manuale, edizione riveduta, ed. cardinale Raymond Leo Burke ).
La posizione erronea sopra descritta viene assunta solo da coloro che consapevolmente dissentono dal costante insegnamento della Chiesa, ma anche da molte persone che semplicemente sono mal catechizzate e quindi cadono preda di tale falso insegnamento.

L'importanza della chiarezza per quanto riguarda il matrimonio della Beata Vergine maria con San Giuseppe è anche più significativa per le discussioni sul matrimonio intrapresa nel Sinodo dei Vescovi. Mentre il Sinodo dei Vescovi è chiamato a sostenere la bellezza del matrimonio, come Dio ha stabilito fin dall'inizio, vi è un forte tentativo di introdurre discussioni circa i cosiddetti "elementi positivi" nella convivenza di un uomo e di una donna, come marito e moglie, senza rispetto per il sacramento del santo matrimonio. Vediamo nel matrimonio di Maria e Giuseppe, in un modo più notevole, la bellezza del matrimonio, stabilito da Dio alla creazione e restituito alla sua perfezione originale dal Dio-Figlio incarnato per la Redenzione. Contemplando il matrimonio di Maria e Giuseppe, comprendiamo più pienamente e con più profonda fedeltà le parole di Cristo stesso, quando i farisei lo interrogano sulla verità della indissolubilità del matrimonio:
«Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi» (sul Matteo 19, 4-6)
L'insegnamento di Cristo sul santo matrimonio brilla con particolare splendore nel matrimonio di sua madre Maria e del suo padre adottivo Giuseppe.
Stiamo per assistere alla grande vittoria della Croce, la grande opera di Dio Figlio che ha preso la nostra natura umana nel grembo immacolato della Vergine Maria. Cristo offre ora sacramentalmente il sacrificio del Calvario. Egli ci dà il frutto impareggiabile del suo sacrificio: il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Egli ci dà la medicina celeste e il Cibo con cui vincere il peccato nella nostra vita e vivere nella vera libertà per amore di Dio e del prossimo. Possa la nostra contemplazione del mistero della fede nel matrimonio della Beata Vergine Maria con San Giuseppe ispirarci ad insegnare, a celebrare e vivere la verità sul santo matrimonio, come Dio lo ha stabilito fin dall'inizio e redento attraverso la sua passione salvifica, morte e risurrezione. Possiamo cercare sempre nel Mistero eucaristico la grazia per così insegnare, celebrare, e vivere.

Cardinale Raymond Leo BURKE
Roma, Sabato 19 gennaio 2015 - Basilica di San Nicola in Carcere
Messa votiva del matrimonio della Beata Vergine Maria con San Giuseppe
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[Traduzione dall'originale inglese a cura di Chiesa  e post-concilio]

venerdì 23 gennaio 2015

Fuori della Chiesa non c'è salvezza

Extra Ecclesiam nulla salus




"Fuori della Chiesa non c'è salvezza" recita un'antica formula. 
Una formula di quella Chiesa che, nel Credo, proclamiamo una, santa, cattolica, apostolica, romana. 
Seguendo l'insegnamento di S. Paolo Apostolo la Chiesa professa esservi un solo "Mediatore tra Dio e gli uomini" (1 Tim. 2,5): N.S. Gesù Cristo il quale, assumendo l'opera della nostra redenzione con la sua incarnazione passione morte e resurrezione, ha ristabilito tra gli uomini e il Creatore l'ordine turbato dal peccato di Adamo, riconducendo a Dio l'umanità traviata. 
Professa la Chiesa di essere stata istituita da N.S. Gesù Cristo, che riconosce per suo capo, e di protrarne e attualizzarne l'opera dispensando i sacramenti da Lui stesso istituiti, come strumenti di grazia e santificazione, ed offrendo al Padre celeste l'oblazione monda, continuando l'ufficio sacerdotale di Gesù Cristo, Sommo Sacerdote. 
Questo professa la Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica, romana. 
C'è chi ambiguamente insinua altri insegnamenti; c'è chi afferma che "la Croce, innalzata per la salvezza dell'umanità, è il punto 'omega' della storia e tutti gli uomini di ogni religione camminano verso questo, misterioso punto anche se lo designano con formule diverse". (*)
Di qui la convinzione che le religioni, tutte le religioni, devono essere "fasci di luce che disperdono le nebbie che avvolgono la terra", che esse sono "una straordinaria potenza di pace: in forme e modi diversi sono accomunate dallo stesso anelito verso l'assoluto, verso la verità, la bontà e la giustizia".(*
Eppure Gesù Cristo solo è la luce che squarcia le tenebre del peccato nelle quali l'umanità è ravvolta. 
È infatti scritto: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno va al Padre se non attraverso me" ( Gv. 14,6). 
E ancora: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come il mondo la dà, io la do a voi" (Gv. 14,27). 
Tutto il resto è inganno. ... 
Nell'ipotesi migliore; in quella peggiore è l'insegnamento di una chiesa 'altra': non più una, santa, cattolica, apostolica, romana. 

Fonte : Una Voce Italia - Notiziario N.106-107- Ottobre Dicembre 1993
Nota (*) : Dall'Omelia del Card. Carlo M. Martini per la Festa dell’Esaltazione della Croce, Duomo di Milano 14 9 1993.  

SCHIFO alla mega-messa di Manila

Senza parole: quando il fare la comunione non ha più nulla di sacro

I gesti nella liturgia parlano, non servono quindi commenti di nessun genere per condannare o, peggio, giustificare lo scempio eucaristico che è avvenuto durante la mega-messa di Manila (quella che ha battuto tutti i record numerici...). Dalla comunione sulla mano alla comunione per "passamano". Spero che anche al Papa qualcuno abbia il coraggio di mostrare le immagini di questo video, e finalmente si prendano provvedimenti per tutelare, in futuro, la dignità del sacramento dell'Eucaristia, profanato dall'ignoranza e dalla malintesa volontà di "piena partecipazione ad ogni costo", anche quando la logistica, umanamente, non lo permette. Certamente il Santo Padre non avrebbe immaginato niente di simile, ma solo lui può coraggiosamente mettere un freno a tutto questo. Guardate e inorridite:




"Testimoni hanno raccontato di aver trovato ostie anche nel fangofonte

Altro video dal TG delle Filippine dove l'arcivescovo di Manila incredibilmente giustifica la profanazione eucaristica viste le "circostanze eccezionali" (tra l'altro ampiamente previste e di cui tutti si sono inorgogliti...).


Testo preso da: Senza parole: quando il fare la comunione non ha più nulla di sacro http://www.cantualeantonianum.com/2015/01/senza-parole-quando-il-fare-la.html#ixzz3PgZkXctZ
http://www.cantualeantonianum.com 

contraccettivi cattolici

Tanti, TANTI FIGLI

Dal Rito del Matrimonio:
Siete disposti ad accogliere con amore 
i figli che Dio vorrà donarvi
e a educarli secondo la legge di Cristo e della sua Chiesa?




“Crescete e moltiplicatevi” questo è il primo comando che Dio Padre rivolge all’uomo e la donna subito dopo averli creati. Non ha detto loro: “Ecco, vi ho unito in matrimonio, ora fate delle belle esperienze insieme, godetevi la vita di coppia, amatevi appassionatamente e, se ve la sentite, dopo attenta valutazione, fate figli con «responsabilità» e parsimonia”. No, il Padre Eterno ha comandato espressamente e semplicemente: “moltiplicatevi, popolate la terra e soggiogatela”. Avrebbe avuto un bel da fare il nostro progenitore Adamo se avesse dovuto soggiogare la terra con 1,2 figli. Non solo, la Sacra Scrittura ci dice espressamente che Adamo chiamò la donna “Eva”, perché ella è la «madre di tutti i viventi». La donna quindi è madre per essenza; ella è madre dei “viventi”, cioè porta in sé il dono della vita. La donna è custode e “matrice” della vita, questa è la sua vocazione naturale e più alta. Non è prima lavoratrice, laureata, donna in carriera, dottore e poi, infine, mamma. No, la donna è madre prima di tutto e soprattutto, è scritto in ogni fibra del suo DNA, e soltanto corrispondendo e amando la natura che il Creatore ha stabilito per lei, realizzerà le sue più profonde aspirazioni di gioia e di amore. La sua capacità e, soprattutto, la sua generosità nel mettere al mondo i figli, rispetta la verità della sua natura più intima e profonda: la maternità.
In questo senso la cosiddetta “paternità responsabile”, entrata nel lessico e nelle coscienze dei fedeli cattolici dal Concilio Vaticano II in poi, e del tutto sconosciuta alla Chiesa di sempre, inquina e stronca ogni slancio di generosità, di umile e amorevole obbedienza a quello che è il disegno di Dio sul Matrimonio e la Famiglia. Tale paternità responsabile è ormai sinonimo di freddo calcolo e di pianificazione umana che rivela la mania d’onnipotenza che prevale nell’uomo contemporaneo, incapace di sacrificio perché privo di fede. L’adozione dei metodi naturali (Billings, Ogino-Knaus, sintotermico, naprotecnologia ecc.), divenuti a tutti gli effetti, come si preconizzava 40 anni fa, il “contraccettivo dei cattolici”, priva il Matrimonio di quella bellezza e di quella semplicità data dalla fede serena e sicura che Dio è Padre sapiente e provvidente. Molti oggi utilizzano i metodi naturali con la scusa della loro liceità e della loro “naturalità” per fare slalom fra le occasioni di fecondazione dell’ovulo. Le scuse poi addotte sono le più disparate (e sempre le stesse): la fatica, la precarietà economica, la fragilità emotiva e psichica o l’impossibilità di garantire loro un’educazione uguale per tutti e così via. In tal modo si alimentano le cattive inclinazioni e si raffredda la carità. A tal proposito dice Pio XII: “Il numero dei figli non impedisce la loro egregia e perfetta educazione; che il numero, in questa materia, non torna a discapito della qualità, sia in rapporto ai valori fisici che a quelli spirituali” (Discorso alle famiglie numerose). L’esempio dei santi d’altronde dovrebbe spronarci ad avere maggior fede e coraggio. D’altra parte non mi riferisco solo a coloro che si servono dei metodi naturali per evitare le gravidanze, ma anche a coloro che se ne servono abusandone, per cercare a tutti i costi un figlio. Il problema di fondo di questo approccio sta nell’aver trasformato in puro calcolo l’atto coniugale, privandolo di quella naturale purezza disinteressata che spinge l’uomo ad unirsi alla moglie mettendosi nelle mani di Dio, Padrone e Signore della vita. Tutto sta nell’intenzione e nella disposizione d’animo: il figlio non è un oggetto né da rifiutare né da pretendere a tutti i costi, quasi che attraverso i calcoli medico-biologici possa automaticamente e meccanicamente prodursi a comando. “Tutto in questa materia dipende dall’intenzione…se manca il sincero proposito di lasciare al Creatore di compiere la Sua opera, l’egoismo umano saprà sempre trovare nuovi sofismi ed espedienti per far tacere, se possibile, la coscienza e perpetuare gli abusi” (Pio XII, Discorso alle famiglie numerose).
Ecco l’eredità del Signore sono i figli: la sua ricompensa, il frutto del seno. Quali frecce nella mano d’un valente guerriero, tali sono i figli della gioventù. Beato l’uomo che ha appagato la sua brama con essi: non sarà confuso, quando parlerà ai suoi nemici sulla porta” (Sal 126 3-5). Le traduzioni moderne hanno trasformato l’ultimo periodo in questo modo: “Beato l’uomo che ne ha piena la faretra”, mentre l’abbate Ricciotti, traducendo direttamente dalla Vulgata di San Girolamo, dice espressamente: “Beato l’uomo che ha appagato la sua brama con essi”. Vale a dire che l’unico frutto onesto e l’unico motivo lecito per cui l’uomo e la donna possono avere rapporti coniugali è la generazione dei figli. E questa è la dottrina che la Chiesa Cattolica, su mandato di Nostro Signore, ha sempre creduto e insegnato. Oggi, invece, si preferisce usare un linguaggio “ampio”, ambiguo e fuorviante. Ciò ha portato allo sdoppiamento del fine proprio dell’atto coniugale. Espressioni quali, “mutua donazione”, “paternità responsabile”, “fine unitivo e fine procreativo”, “prudente apertura alla vita” ecc. hanno dato adito alla credenza che l’atto coniugale in sé possa essere suddiviso, o meglio separato, in due momenti distinti quello cosiddetto “unitivo” e quello “procreativo”. Purtroppo questo sdoppiamento teleologico imprudente e avventato, fornisce i presupposti assiologici per uno snaturamento dell’atto proprio del matrimonio favorendo lo slittamento verso una mentalità contraccettiva. Se infatti ci sono due fini distinti nell’atto coniugale, ciò significa che tali fini possono essere anche separati l’uno dall’altro senza intaccare l’essenza di quell’atto. Purtroppo, allo scopo di correggere il tiro, si devono produrre poi montagne di carte per precisare come questi due fini non siano in realtà separabili. Tuttavia, come la prassi comune dei fedeli, e la ricezione generale di una concezione piuttosto vaga e imprecisa dell’atto coniugale ci dimostrano, tale approccio ha aperto la strada alla rivoluzione sessuale degli anni 70. Infatti, tale terminologia equivoca e facilmente male interpretabile, nonché l’aggiunta del cosiddetto fine “unitivo” dell’atto coniugale, sono rimaste sconosciute al linguaggio definitorio del Magistero ecclesiastico fino all’avvento del Concilio Vaticano II e, a seguire, del Pontificato di Paolo VI, Giovanni Paolo II ecc.
Vediamo anche come la società contemporanea veda il trionfo della sessualità corrotta e sterile, slegata dalla sua finalità procreativa e perciò stesso profondamente stravolta e adulterata. Di recente un professore cattolico di grande fede ha giustamente dichiarato: “Tutti i rapporti sessuali oggi sono, per così dire, “omosessuali”, anche quelli che materialmente sono compiuti da un uomo e una donna, perché? Perché sono sterili, morti, snaturati, sovvertiti dall’egoismo e dalla brama di piacere che ostacola e rifiuta l’unico frutto onesto della sessualità: i figli”. In definitiva, è l’egoismo che sta alla base dell’incapacità di accogliere tutti i figli che Dio manda, e non che l’uomo e la donna stabiliscono di comune accordo, pianificando, calcolando, centellinando, soppesando. Fare figli significa dare la vita per amore di Dio, non per un proprio torna conto, significa rispondere con prontezza a ciò che Dio comanda e vuole dalle famiglie. Questa è la strada della loro santificazione, non ce n’è altra.  
L’accoglienza della vita e il sacrificarsi per l’allevamento e l’educazione cattolica dei figli è la cosa più bella e santa che un uomo e una donna, lecitamente uniti in Matrimonio, possano compiere nella propria vita. Molto più alto e perfetto di qualsiasi studio o impiego che nel mondo si possa svolgere anche in favore dell’apostolato. E la ragione di ciò risiede nel riprodurre gli attributi divini su questa terra, giacché l’essere padre e madre equivale ad imitare l’opera di Dio che crea e provvede alle sue creature.
A tal proposito, è bene spendere due parole sul cosiddetto “matrimonio giuseppino” a volte proposto sotto la veste di un “santo” proposito, ma che può facilmente nascondere una mancanza di fede o, come la chiama san Francesco di Sales, una devozione “squilibrata e insopportabile”. Chi infatti vuole consacrare la propria virginità completamente a Dio, ha già la strada dove poter praticare le virtù proprie della vita religiosa. È vero, allo stesso tempo, che due sposi possono vivere insieme senza consumare le nozze, o magari rinunciare ad avere rapporti di comune accordo, come alcuni coniugi santi hanno fatto dopo anni di Matrimonio, ma ciò non significa che quello sia il “modello” della famiglia santa né, tantomeno, il fine del Matrimonio. Bisogna credere, amare e abbracciare totalmente il fine proprio del Matrimonio che è la generazione della prole, senza restrizioni, senza ricercare l’eccezione che ci permetta di evitare il peso e la fatica del sacrificio. Giacché il coniugio, come il sacerdozio e la verginità consacrata, è una via per giungere al fine ultimo che è Dio attraverso la propria santificazione. Ora, ogni stato di vita ha le sue regole e i suoi modi seguendo i quali ci si può santificare: nel Matrimonio ci si santifica sacrificandosi per la famiglia, facendo figli ed educandoli cattolicamente, nel Sacerdozio ci si santifica dicendo Messa, confessando, amministrando i sacramenti e così via. Ma chi fugge dai doveri del proprio stato per cercare una maggior “pseudo-devozione” inganna se stesso e spreca il talento che Dio gli ha affidato, e di cui dovrà rendere conto. Come sempre, bisogna stare attenti a non fare dell’eccezione la regola. Dice Pio XI: “I genitori cristiani intendano inoltre che sono destinati non solo a propagare e conservare in terra il genere umano; anzi non solo ad educare comunque dei cultori del vero Dio, ma a procurare prole alla Chiesa di Cristo, a procreare concittadini dei Santi e familiari di Dio” (Casti Connubii). Il papa, qui sta ricordando, insieme alla perenne Tradizione della Chiesa, il compito altissimo e inestimabile che viene affidato agli sposi cristiani e che essi si assumono liberamente nel momento in cui contraggono Matrimonio: popolare il Cielo di Santi.
Ora il valore della testimonianza dei genitori di famiglie numerose non solo consiste nel rigettare senza ambagi e con la forza dei fatti ogni compromesso intenzionale tra la legge di Dio e l’egoismo dell’uomo, ma nella prontezza ad accettare, con gioia e riconoscenza gli inestimabili doni di Dio, che sono i figli, e nel numero che a Lui piace” (Pio XII, Discorso alle famiglie numerose). Quanto dovremmo ricordare a noi stessi, che la vita e la morte non sono in nostro potere, che non stabiliamo noi se e quanti figli avremo, anche se apparentemente potremmo essere fecondi e prevediamo di averne molti, riservando a noi stessi il tempo e la modalità di metterli al mondo. E che dire invece di coloro che pur desiderandone ardentemente non gli vengono concessi dal Cielo per chissà quale bene maggiore? Ma, come dice Pio XII, la disposizione umile e prontamente generosa a fare “tutto quello che Egli ci dirà” stabilisce già un terreno fertile perché Dio mandi la sua benedizione e la sua provvidenza.
Le famiglie numerose … sono la garanzia della sanità di un popolo, fisica e morale. Nei focolari, dove è sempre una culla che vagisce, fioriscono spontaneamente le virtù, mentre esula il vizio, quasi scacciato dalla fanciullezza, che ivi si rinnova come soffio fresco e risanatore di primavera…Le famiglie numerose sono le aiuole più splendide del giardino della Chiesa, nelle quali, come su terreno favorevole, fiorisce la letizia e matura la santità” (Pio XII).

giovedì 22 gennaio 2015

lettera sfrontata al santo Padre

"conigli" tanto felici...

.... una lettera bellissima ...! 

Per i papalinisti dell ultima ora ... leggetela ... 

non è affatto contro il papa ...

è una lettera vera di un cristiano cattolico 

fatta di carne e di sangue...




Lumen Gentium (n. 37):
"I laici, come tutti i fedeli, ...... Secondo la scienza, la competenza e il prestigio di cui godono, hanno la facoltà, anzi talora anche il dovere di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa. ..... e sempre con verità, fortezza e prudenza, con riverenza e carità verso coloro che, per ragione del loro sacro ufficio, rappresentano Cristo.
I laici, come tutti i fedeli, con cristiana obbedienza prontamente abbraccino ciò che i Pastori, quali rappresentanti di Cristo, stabiliscono come maestri e rettori nella Chiesa, seguendo in ciò l'esempio di Cristo, il quale, con la sua obbedienza fino alla morte, ha aperto a tutti gli uomini la via beata della libertà dei figli di Dio. Né tralascino di raccomandare a Dio con le loro preghiere i loro Superiori, affinché, dovendo essi, come responsabili vegliare sopra le nostre anime, lo facciano con gioia e non gemendo (cfr. Eb 13, 17).
D'altra parte i Pastori riconoscano e promuovano la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa; si servano volentieri del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro degli uffici in servizio della Chiesa .....







di Andrea Zambrano

Sono un coniglio irresponsabile. E per la verità non me ne vergogno nemmeno, dato che ho passato tutta la mia vita matrimoniale con la colpevole complicità di mia moglie ad accogliere i figli che Dio ci ha donato, come dice la striminzita formuletta che oggi sembra tanto desueta. Ho amici conigli e da due anni sotto la casetta di legno dei bimbi in giardino hanno fatto il nido dei conigli veri che sono arrivati qui per osmosi, per attrazione evidentemente. 

È dura, lo dico mentre lavoro al computer e contemporaneamente controllo l’estratto conto che cala, estraggo il termometro dall’ascella di Gabriele, il numero tre della covata detto "rombo di tuono", e mentre mi infilo le scarpe per andare a prendere il numero 4, Giovannino, che sembra un amorino del '700, dopo aver pagato il corso di danza della numero 2, la mia cocca-che-nessuno-me-la-tocchi e ritirato gli esami da laboratorio del numero 1, che a vederlo giocare sulla trequarti ricorda Rui Costa.

È dura, ma è bella, tanto che non riuscirei a concepire una vita monacale senza le urla e i capelli strappati o i voli sul divano di un matto tarantolato che sembra Neuer. Mia moglie questa operazione multitasking la fa con maggior carico di me, si lamenta, sbuffa, ma si vede che la sua vita è piena e per nulla occupata dal superfluo. È una splendida coniglietta, che si divide tra il lavoro e il kitchen aid con estrema disinvoltura, ormai la parrucchiera la chiama in casa e quando si concede un’ora di tempo per lo shopping non torna a casa con una borsa di Furla, ma con i pacchi dei calzettoni di spugna in 3 per 2.

Dice che è felice così: una coniglietta senza giarrettiera felice e irresponsabile. La pizza la mangiamo al massimo una volta al mese, mai in pizzeria perché siamo chiassosi e il vicino ci guarda come marziani, ma quando accade è una festa. Per strada siamo quelli dei furgoni e dei pulmini per trasporto persone e quando su Rtl sentiamo “vento forte tra Caianello e Valmontone. Prestare attenzione telonati, furgonati e caravan” ci sentiamo sempre un po’ coinvolti. Come una grande community. 

Per noi gli alberghi sono sempre a cinque letti, perché il “3” figli ideale non è mica solo una esigenza demografica, è anche di mercato. Il sesto letto se non ce lo danno facciamo la cresta cercando di impietosire il concierge che il 3° e il 4° figlio si stringono insieme.

Siccome Papa Francesco ama i linguaggi coloriti e sembra non scandalizzarsi di fronte a nulla, allora è bene che ci parliamo pane al pane e vino al vino. Ho sentito addirittura dei soloni dire che con questa frase il Papa ha aperto al condom. Perbacco! Credo invece che di questa frase ne possano parlare solo due categorie: le famiglie coniglie e il Papa. È roba nostra. Fuori i secondi: gli esperti, i vescovi, i parroci e i mentalisti tuttologi.

Lui ha già parlato, adesso tocca a noi. Siccome sono fedele al Magistero della Chiesa, al suo deposito e alla sacra tradizione, prima di fasciarmi la testa aspetto che l’anatema contra cuniculum venga scritto in una lettera apostolica o in un'enciclica. Prima di quella data considererò la frase sui conigli di Papa Francesco né più né meno che una battuta infelice. Una delle tante proclamata nel corso delle interviste. Lei ne fa tante, Santità, e tutti scambiano le interviste per Magistero ma io ricordo che cosa diceva il suo predecessore sul Magistero mediatico a proposito del Concilio. Quindi ne prendo le distanze.

A me questa "intervistite", siccome sono un giornalista e so che tranelli nascondono, non mi è mai piaciuta. È un po’ che mi girava e adesso gliel’ho detto. Capita, si può sbagliare, Santità. Soprattutto se si parla a macchinetta a 14mila piedi di altezza con giornalisti assetati di chiacchiere e il fuso orario che fa il loop. Una frase infelice, diciamolo, che non fa onore a lei e umilia noi. 

E sì, ci umilia perché noi che eravamo dei conigli lo sapevamo, anzi che ci accoppiamo come conigli, diciamola come tutti ce l’hanno sempre detta perché sennò sembra che siamo dei conigli nel senso di pavidi e non mi sembra questo il caso, dato che per mantenere 4 o più figli oggi ci vuole un bel coraggio. 

Ce lo dicono tutti, insieme a quella stupida frase: “Adesso basta...vero?”, che non si capisce poi perché uno si debba sentire tranquillizzato a sapere che chiuderemo le porte alla cicogna. Invidia? Frustrazione? Rabbia malcelata? Mah. Ce lo dice il fornaio, il ginecologo, ce lo dice il vigile quando ci controlla patente e libretto e infila la testa dentro l’abitacolo dove trova una selva di cinture di sicurezza che neanche la stazione orbitante. Ci mancava solo che ce lo dicesse lei.

Che poi io il suo discorso l’ho letto. Ma alcune cose non le ho capite. È riuscito a dire in una sola intervista che Paolo VI con l’Humanae vitae è stato un profeta e che i cristiani non devono fare figli come conigli. Non è per caso una contraddizione dato che un concetto esclude l’altro? E guardi che io su questa cosa non mi affido agli esperti come ha detto lei. Mi basta la mia vita, che nessuno può confutare perché è la mia umile testimonianza. Mi basta “l’andate e moltiplicatevi”, vorrei solo che lo Stato riconoscesse che i miei figli pagheranno la pensione di chi i figli non li ha fatti e che nelle famiglie numerose oggi sperimenti quei principi sani che la società ha perso. Perché la famiglia, come ha detto Costanza Miriano, è l’unico luogo dove tutti fanno il tifo per l’altro. Trovatelo un altro microcosmo uguale e così formativo!

Ecco che cos’è per me la paternità responsabile: non solo il mantenerlo il figlio, ma il doverlo educare dopo che l'ostetrica ce lo ha scodellato sul fasciatoio. Ecco la sfida. Educare è più faticoso e più doloroso a volte. Ma è una delle chiamate della nostra santità matrimoniale. Mi sarebbe piaciuto che lo avesse detto invece di concentrarsi come fanno tutti sui soldi e su queste cose. Perché noi, se avessimo guardato il conto in banca, mica li avremmo accolti 4 figli e sarà bene che qualcuno, almeno dentro la Chiesa, riconosca che l’affidarsi alla Provvidenza è questo, sennò andiamo pure a sculacciare le rane. 

Né poi mi è piaciuto l’esempio della donna che ha fatto 7 cesarei. Se è per questo io conosco una signora che di cesarei ne ha fatti cinque e vorrei dirle: occhio che ci sei a ruota, tra un po’ scatta la scomunica. Invece lei è un medico, perfettamente con la testa sulle spalle e soprattutto dotata di quella capacità di sacrificio che ha fatto grande Santa Gianna Beretta Molla e farà santa Chiara Corbella. Quell’esempio alla donna dei sette cesarei, come se fosse la donna del libro di Tobia che aveva avuto 7 mariti, non va bene perché è un caso limite e questo mestiere mi ha insegnato che i casi limite sono utilizzati dai Radicali per introdurre un concetto forzando il sentimento simpatetico delle persone, provocando un moto di tenerezza di fronte ad una situazione straordinaria. E così facendo introducono un principio distruttivo: è stato così per aborto, divorzio, eutanasia etc ...non vorrei che fosse così un domani anche per la contraccezione.  

Forse voleva dire che non dobbiamo mettere al mondo i figli per egoismo? Ok, ma tenga presente che dopo i primi due, che soddisfano l’egoismo di coppia, tutto il resto è cuore e slancio. Di egoismo ne vedo poco. Non vedo egoismo nelle mamme che si riducono a preparare alle undici di sera i vestiti per il giorno dopo e a disporli in serie come polli in batteria. Non vedo egoismo perché prima non sono andate al cinema, ma hanno sparecchiato, fatto la lavastoviglie e guardato con compassione tenera e bisunta nel grembiule, il loro maritino spiaggiato sul divano mentre dorme come un ghiro. 

Tenga poi presente che non vorrei che questa tecnica del prescindere dalla teoria per giustificare un’altra pratica sia foriera di ulteriori stravolgimenti. Mi spiego. Lei ha detto che un conto è la teoria, mi riferisco al passaggio sul pugno. Ma la pratica è altro. Bene. Anche noi cristiani in teoria, dobbiamo essere aperti alla vita e il perché non sto a ribadirlo perché ci crediamo tutti e due. Però se introduciamo uno iato tra la teoria e la pratica ecco che ci ritroviamo ancora una volta di fronte alla prassi sganciata dalla dottrina.

Insomma, io non ho voluto farle la morale col ditino alzato, soltanto dirle come mi sono sentito io e i miei amici che non hanno la fortuna di imbrattare pagine di giornale. E dirle che noi siamo fedeli al nostro patto di amore, ci crediamo, ci aiuti ad esserne orgogliosi e nel caso ci difenda dagli attacchi di questa società che ci vede come conigli e basta. Soldati di un piccolo esercito di pretoriani, che non riduce la persona a cosa e non limita la vita dentro il planning di una moleskina.


Mi rivolgo con questa sfrontatezza perché è stato lei a dirci che dobbiamo importunare i nostri pastori affinché ci diano il latte della grazia. Ecco, così faccio io. E comunque casa mia è aperta se un giorno vorrà venire a conoscerci. Siamo allegri e pesanti, fiduciosi e pieni di problemi affrontati e risolti. Abbiamo persino i segnaposti personalizzati, come i sette nani. Non mi invito io in Vaticano perché il numero tre, con la complicità furtiva del numero 4, potrebbe sottrarre una lancia alle guardie svizzere e seminare il panico per i sacri palazzi gridando tra specchi e arazzi "Io credo nelle fate. Lo giuro! Lo giuro!". Lo dico per lei. 

http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-caro-papa-noiconigli-siamotanto-felici-11573.htm#.VMDi4NKG_hm