venerdì 24 ottobre 2014

giovani e fede

Don Fabio: "sacerdote a tempo pieno"

Il nuovo vicario parrocchiale di San Nicolao a Besso 

parla dei problemi che spesso affliggono i giovani

Nonostante manchino spesso, in loro, entusiasmo e ideali, vedo grande potenzialità e voglia di buono e di sacralità. 




LUGANO - Da ebanista a prete, il salto non è semplice. Anche se fin dall’infanzia a Vezio Fabio Minini ha frequentato il mondo della Chiesa, Don Fabio ha confermato di aver maturato la sua scelta non senza qualche preoccupazione. A 33 anni ha deciso di lasciare la fiorente attività che aveva costruito per frequentare il seminario: “Il lavoro non mancava davvero, ero molto ricercato, ma ho sentito che potevo avere qualcosa di più, per cui ne valeva la pena… E poi sapevo che potevo tornare indietro”.

“A ripensarci mi emoziono ancora. Proprio a Vezio dove sono cresciuto. Ho sentito l’affetto di tutti. Mi hanno fatto tanti auguri, mi aspetta un compito importante e difficile. C’è bisogno di stare vicino alla gente, non sarò un funzionario. Sono contento ora di lavorare anche con i giovani come vicario parrocchiale a Besso, con loro è fondamentale essere sinceri e schietti, per almeno un anno sarò qui. E poi chissà… Come dice la canzone? Se ‘solo una notte o tutta la vita…’”. 
A 39 anni, sabato è stato ordinato e domenica ha celebrato la sua prima s. Messa …

Questo è il messaggio di Papa Francesco, anche lei usa i nuovi mezzi di comunicazione per comunicare con i giovani?
“Ho Facebook, ma lo uso per lo più per comunicare con gli amici lontani, non sono molto bravo. Nella parrocchia di San Nicolao, però, ci sono persone laiche che ci aiutano, hanno creato anche un gruppo privato per i ragazzi su Facebook. Sono a favore delle nuove tecnologie se ben utilizzate. In particolare, abbiamo una giovane coppia, Chiara e Davide, che sono molto vicini ai ragazzi. Chiunque può aiutarli nella loro crescita è il benvenuto. Io comunque preferisco il contatto umano”.

Giovani e dubbi, chissà quante domande su genitori divorziati e coppie omosessuali …
“Sì, è vero. Io difendo il sacramento, come giusto, ma le cose cambiano e bisogna accogliere tutti, anche le persone che la Chiesa definisce ‘in situazioni irregolari’. 

Un tema molto caldo è anche quello della pedofilia…
“Nella Chiesa è stato fatto molto per essere vigili. Non bisogna generalizzare. Quando capita a un religioso, così come a un laico, vuol dire che qualcosa nella sua formazione o nella vita è andata storta. Siamo bombardati da messaggi sbagliati nella società. È un problema civile, bisogna recuperare la dignità umana, per non considerare le persone come strumenti e per sapere scegliere fra bene e male, è questa la vera libertà”.

Molti legano il problema alla regola della castità…
“Non è così. Io la considero un dono grande, non una rinuncia, non vuol dire solo non fare sesso. È qualcosa da scegliere con grande convinzione così come nel matrimonio”.

La sua vocazione è giunta tardi, e oggi capita sempre meno…
“Sì, bisogna esserne davvero convinti. Altrimenti sarebbe giusto parlare di una vita di rinunce. Bisogna esserne felici pienamente per poter vivere con serenità e comunicare felicità. Solo così si può trasmettere un messaggio. Penso sia legato a un problema antropologico generale, spaventa il ‘per sempre’, come per il matrimonio. Manca la volontà e la capacità di considerare la vita una tappa di un progetto di eternità”.

Di fronte a tutto il male che si vede nel mondo, vicino e lontano, come si può credere in Dio e al suo progetto?
“Capisco questo pensiero. Non è facile. È semplice dire che il Signore avrebbe potuto eliminare tutto il male. Solo un giorno capiremo il perché di questa scelta, soprattutto per quanto riguarda la sofferenza degli innocente. Lui è morto in croce per essere un esempio di come bisogna amare affrontando il male. Ai bambini è più semplice fare capire questo concetto, sono meno razionalisti. Nonostante manchino spesso, nei giovani, entusiasmo e ideali, vedo grande potenzialità e voglia di buono e di sacralità. Dobbiamo essere capaci di offrire tutto questo rispondendo al senso della vita, al quale prima o poi tutti vogliono giungere. Non basta una fede ‘à la carte’”.

giovedì 23 ottobre 2014

come aggirare il Vangelo

DIVORZIATI: LE AMBIGUE

SOLUZIONI DEI "PIETISTI"


di Antonio Livi



A margine delle discussioni che hanno preceduto e tuttora accompagnano il Sinodo straordinario sulla famiglia (5–19 ottobre 2014) va osservato il continuo e crescente avvicendarsi di “cattivi maestri” e di “falsi profeti” che annunciano come già in arrivo una nuova Chiesa non più sottomessa ai vincoli del dogma e della morale, aperta alle istanze della “base” e pronta a cancellare gli “storici steccati” che separano i cattolici dai protestanti e dagli ortodossi.

Molti studiosi italiani hanno messo in evidenza la deriva "anti-dogmatica”, o meglio “a-dogmatica” di questi discorsi, recepiti con entusiasmo (naturalmente!) dai media laicisti, dalla Repubblica al Sole24Ore e alla Stampa (qui scrive tra gli altri Gianni Vattimo, il filosofo del «pensiero debole», che già vent’anni fa chiedeva a gran voce un «cristianesimo senza papa e senza dogmi»). Io ne ho parlato approfonditamente nel mio trattato su Vera e falsa teologia (2012) e più recentemente pubblicando una raccolta di scritti del cardinale Giuseppe Siri che ho intitolato Dogma e liturgia (2014). Ma anche papa Benedetto XVI aveva sapientemente precisato che «pastorale e dogma s’intrecciano in modo indissolubile; è la verità di Colui che è a un tempo “Logos” e “Pastore”, come ha profondamente compreso la primitiva arte cristiana, che raffigurava il Logos come Pastore e nel Pastore scorgeva il Verbo eterno che è per l’uomo la vera indicazione della vita».

Sull’argomento è poi tornato il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un libro-intervista che è uscito un mese fa contemporaneamente in Italia, in Spagna e negli Stati Uniti (l’edizione italiana, a cura dell’Ares, si intitola La speranza della famiglia), il porporato tedesco ha messo molto bene in evidenza il carattere a-dogmatico delle proposte di cambiamento della prassi ecclesiastica a riguardo del matrimonio e della famiglia.
Nel denunciare l’impossibilità di accettare quelle proposte – che, secondo Walter Kasper e tanti altri, sarebbero giustificate dai mutamenti sociali in atto e dall’insofferenza di molti fedeli alla morale cattolica - il cardinale Müller ha detto con grande precisione teologica: «Un semplice “adattamento” della realtà del matrimonio alle attese del mondo non dà alcun frutto, anzi risulta controproducente: la Chiesa non può rispondere alle sfide del mondo attuale con un adattamento pragmatico. Opponendoci a un facile adattamento pragmatico, siamo chiamati a scegliere l’audacia profetica del martirio. Con essa, potremo testimoniare il Vangelo della santità del matrimonio. Un profeta tiepido, mediante un adeguamento allo spirito dell’epoca, cercherebbe la propria salvezza, non la salvezza che solamente Dio può dare».

Sono stati tanti i cardinali (oltre al già citato Gerhard Ludwig Müller, ricordo Carlo Caffarra, Velasio De Paolis, Walter Brandmüller, Thomas Collins e Raymond L. Burke) che hanno voluto pubblicare degli scritti per opporsi, con argomentazioni serene e soprattutto pertinenti, al tentativo di fare pressione sul Sinodo nella speranza di ottenere un pronunciamento della maggioranza dei centonovantuno padri sinodali e addirittura di papa Francesco a favore del cambiamento della prassi pastorale della Chiesa.
Ciò peraltro non è possibile che accada, perché costituirebbe un sostanziale cambiamento della Chiesa stessa, ossia l’avvento di quella nuova Chiesa a-dogmatica che da anni tanti cattivi maestri come Hans Küng e tanti falsi profeti come Enzo Bianchi vanno annunciando e preparando (preparando con l’annunciarla), senza peritarsi di attribuire allo stesso papa Francesco i loro disegni rivoluzionari. L’attuazione di tali disegni, per quanto riguarda la pastorale del matrimonio e della famiglia, comporterebbe l’abolizione dell’enciclica Humane vitae (Paolo VI) e dell’esortazione apostolica Familiaris consortio (Giovanni Paolo II), oltre naturalmente ai canoni del Concilio ecumenico di Trento sui sacramenti del Matrimonio, dell’Eucaristia e della Penitenza.
Insomma, ci sono solide ed evidenti ragioni per rassicurare quei fedeli che possono essere stati turbati da tante estemporanee e imprudenti esternazioni di alcuni teologi, sia veri (come Dionigi Tettamanzi) che presunti (come Gianfranco Ravasi), i quali si sono dichiarati convinti delle argomentazioni di Walter Kasper sulla necessità di riformare la pastorale. Io vado ripetendo a tutti di stare tranquilli, perché la fede e la speranza teologali ci assicurano dell’indefettibilità della Chiesa, garantita da Cristo stesso, e ciò vuol dire che nessuna maggioranza sinodale (e tanto meno una minoranza, per quanto vociante) finirà per imporre al papa l’autodistruzione della Chiesa, che Cristo gli ha affidato per governarla in suo nome, come suo Vicario.
Ma prima, oltre a queste considerazioni propriamente teologiche, ho voluto citare una frase del cardinale Gerhard Ludwig Müller perché serve a integrare il discorso con l’opportuno richiamo alla categoria logico-retorica del “pragmatismo”. Il pragmatismo è infatti la versione “performativa” (ossia, operativa) del relativismo, sotto la cui dittatura viviamo ufficialmente dai tempi di papa Benedetto XVI, che la denunciò vigorosamente. L’«adattamento pragmatico» di cui parla Müller consiste nell’adattare la Chiesa alle (presunte) nuove istanze dei fedeli, e anche degli infedeli, ai quali si vuol apparire dialoganti sempre e a ogni costo. Ciò implica la decisione di mettere in soffitta il dogma, appellandosi alle sole (presunte) esigenze di azione pastorale nella liturgia, nella catechesi, nell’amministrazione dei sacramenti. Si dice infatti e si ripete che «la dottrina non viene toccata ma si affrontano le sfide della società di oggi». In altri termini, la dottrina da una parte e la pastorale dall’altra. Qualcosa come “i commenti separati dalle notizie”, come dicevano i settimanali politici di un tempo.

Ma che cosa vuol dire in concreto, che «la dottrina resta immutata mentre la pastorale deve cambiare per adeguarsi ai tempi»? Prima ancora di discutere se questa affermazione è ortodossa, bisogna chiedersi se ha senso. La risposta che io, come studioso di logica e di filosofia del linguaggio, ritengo che si debba dare è che frasi di questo genere non hanno di per sé alcun senso.
In effetti, la pastorale è un insieme di decisioni, di iniziative, di scelte, insomma di azioni, i cui soggetti sono persone consapevoli e (si spera) responsabili. Ora, qualunque azione umana, sia di un singolo come privato sia di un singolo come rappresentante di un’istituzione, è regolata intrinsecamente – a rigor di logica, e dalla logica non si scappa – da un’intenzione, da un criterio, quindi in definitiva da dei principi, dunque da una dottrina. Di conseguenza, quando certi teologi e anche certi ecclesiastici con autorità episcopale dicono che cercano soluzioni “pastorali” diverse da quelle che la Chiesa ha adottato finora, e aggiungono che però non intendono cambiare la dottrina, dicono una cosa assolutamente illogica, una cosa che essi vorrebbero fosse presa per buona (ossia, come un’ipotesi plausibile) da parte del pubblico al quale si rivolgono, ma che loro per primi sanno che non ha alcun senso. In realtà quelle frasi sono mera retorica, una cortina fumogena che serva a nascondere i veri obiettivi, i fini reali dei cambiamenti che si vogliono attuare.
Non posso certamente sapere che cosa costoro hanno in mente e nella coscienza, ma – stando alla logica dei fatti (e i discorsi sono anch’essi dei fatti) - le possibilità sono solo due: o quelle frasi nascondono l’intenzione di cambiare davvero la dottrina, ma senza dirlo esplicitamente (il che sarebbe proprio da ipocriti, e quindi certamente non è il caso delle persone cui mi riferisco); oppure nascondono un’intenzione che in astratto può apparire meno eterodossa ma in pratica costituisce una minaccia grave per la fede cattolica: l’intenzione di lasciare la dottrina della Chiesa così com’è, senza introdurre cambiamenti formali ma senza nemmeno applicarla alla vita della Chiesa, il che significa cominciare (o continuare) ad agire nella prassi pastorale secondo altri principi e altri criteri: altri principi e altri criteri, che allora sarebbero non-dottrinali, estranei cioè al dogma, quindi indipendenti da quello che Dio ha rivelato come verità salvifiche e che ogni fedele è tenuto a credere nel proprio cuore, a professare esteriormente e a vivere personalmente. Quindi non si tratterebbe di criteri teologici ma di criteri umani, sostanzialmente politici, come si deduce dal linguaggio usato nei loro messaggi e dai mezzi adoperati per diffonderlo nell’opinione pubblica.
Si tratta di un fenomeno (negativo) di comunicazione sociale che sto studiando da anni nel linguaggio di coloro che parlano di filosofia. Anche tra i filosofi la retorica (l’ambiguità del linguaggio, la sollecitazione dei sentimenti più superficiali e degli ideali utopici, la restrizione mentale) sostituisce troppo spesso l’argomentazione razionale, l’onesta manifestazione dei principi dai quali si parte e dei fini che ci si prefigge. E sempre, quando si agisce con fini politici, l’arma della propaganda si basa sulla suggestione delle parole che ipostatizzano concetti astratti (la Storia, il Futuro, il Cambiamento, il Progresso, l’Apertura), nella speranza che il pubblico non si accorga che manca qualsiasi forma di coerenza logica tra questi termini e il “senso comune”, ossia l’esperienza esistenziale, concreta, di tutti gli uomini.
Analogamente, molti all’interno della Chiesa si servono della retorica per attuare i loro fini politici, e così facendo uniscono le loro forze alle forze politiche che dall’esterno combattono la vera Chiesa di Cristo. So benissimo che la retorica può essere anche finalizzata a veicolare idee buone (lo insegnava Aristotele molti secoli or sono), così come può essere buona anche la politica. Ma quando la retorica è l’arma che si adopera per trionfare in una discussione teologica come quella che riguarda i problemi della pastorale che il Sinodo sta affrontando, allora la politica (i fini) non può essere buona, perché la missione che Cristo ha affidato alla sua Chiesa non è di “fare politica” ma di evangelizzare, santificare, governare in nome di Cristo stesso e con la sua grazia. Nemmeno sarà buona la retorica (i mezzi) perché gli insegnamenti della Chiesa non sono efficaci, non evangelizzano veramente, se non sono semplici, chiari e basati più sulla conoscenza (teologale) della volontà salvifica di Dio che sulla conoscenza (sociologica) della volontà di quei fedeli e di quei Pastori che esprimono le loro personali opinioni umane, di minoranza o di maggioranza che siano.

(La nuova bussola quotidiana, 10 ottobre 2014).

martedì 21 ottobre 2014

TENETEVI I VOSTRI SOLDI

«Tenetevi i vostri soldi, 

noi ci teniamo i nostri valori». 

Indignazione contro mons. Léonard 

che loda il no dei vescovi africani 

ai ricatti Onu

Leggi di Più: Sinodo. Léonard loda i vescovi africani, Belgio lo attacca | Tempi.it 




 «Nuovo attacco reazionario contro il diritto essenziale delle donne di scegliere se dare la vita o no e contro il matrimonio omosessuale e la scelta di vivere secondo il proprio orientamento sessuale». Così è stato attaccato l’arcivescovo di Malines-Bruxelles André-Joseph Léonard, a Roma in questi giorni per il Sinodo straordinario sulla famiglia, dalla deputata belga del partito socialista Karine Lalieux.

«DITTATURA IDEOLOGICA». L’arcivescovo è stato criticato per aver pubblicamente lodato «molti vescovi africani, alcuni latino-americani e dell’Oceania», i quali hanno «denunciato le agenzie legate all’Onu di voler imporre con una sorta di dittatura ideologica pratiche contrarie alla loro cultura e alle loro convinzioni morali (contraccezione sistematica, aborto, “matrimonio” omosessuale, eccetera)».

«TENETEVI I VOSTRI SOLDI». Monsignor Léonard ha parlato di questi temi all’interno di un articolo, pubblicato sul sito Infocatho.be, in cui riassume le sue impressioni sul Sinodo. L’alto prelato, sottolineando che i presuli degli altri continenti godono di «una libertà di espressione che raramente si trova in Occidente», ha ricordato anche come dall’attuazione di queste pratiche le agenzie dell’Onu «facciano dipendere gli aiuti economici. Reazione tipica di un vescovo africano: “Tenetevi i vostri soldi che noi ci teniamo i nostri valori!”. Reazione che si unisce a un appello ai vescovi occidentali perché aiutino i loro confratelli nella resistenza al pensiero unico».

«NON C’È UNITÀ». L’arcivescovo ha anche aggiunto nel suo lungo articolo come «sui soggetti scottanti (almeno in Occidente), come l’accesso dei divorziati risposati ai sacramenti della riconciliazione e della comunione eucaristica, le posizioni sono molto contrastanti e, a questo stadio, non c’è unità e difficilmente potrà essere raggiunta». Per monsignor Léonard c’è però «accordo fondamentale su questi punti essenziali: la bellezza della famiglia, l’indissolubilità del matrimonio e l’urgenza di una pastorale rinnovata e dinamica per aiutare i giovani a impegnarsi nel matrimonio cristiano e le coppie a perseverare in esso».

potestà suprema, piena, immediata e universale

Il sinodo tira le somme. E Francesco dice che cosa non gli è piaciuto






C’è un abisso tra la “Relatio” di metà sinodo, travolta dalle critiche, e la “Relatio” finale, votata nel pomeriggio di sabato 18 ottobre. Ma non al punto da deludere i novatori.
I presenti in aula erano 183. E 59 paragrafi del documento su 62 sono stati approvati con una maggioranza di “placet” nettamente superiore ai due terzi, in parecchi casi vicina all’unanimità.
Mentre i restanti tre paragrafi sono passati solo a maggioranza semplice e con un consistente blocco di voti contrari, quindi senza quella maggioranza qualificata che è richiesta per l’approvazione. Anche questi sono comunque entrati nell’agenda delle prossime tappe sinodali, per volontà di papa Francesco che ha ordinato di pubblicare tutto.
E sono i paragrafi che mettono agli atti le questioni più controverse. Su tali questioni, i “non placet” possono appartenere sia a novatori che a intransigenti, i primi per i risultati ritenuti inferiori alle attese, i secondi per ciò che giudicano abbandono della retta dottrina.
Ecco qui di seguito i tre paragrafi in questione, con i voti rispettivamente raccolti.
Sulla comunione ai divorziati risposati
52. Si è riflettuto sulla possibilità che i divorziati e risposati accedano ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Diversi Padri sinodali hanno insistito a favore della disciplina attuale, in forza del rapporto costitutivo fra la partecipazione all’Eucaristia e la comunione con la Chiesa ed il suo insegnamento sul matrimonio indissolubile. Altri si sono espressi per un’accoglienza non generalizzata alla mensa eucaristica, in alcune situazioni particolari ed a condizioni ben precise, soprattutto quando si tratta di casi irreversibili e legati ad obblighi morali verso i figli che verrebbero a subire sofferenze ingiuste. L’eventuale accesso ai sacramenti dovrebbe essere preceduto da un cammino penitenziale sotto la responsabilità del Vescovo diocesano. Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti, dato che “l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate” da diversi “fattori psichici oppure sociali” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1735).
Placet 104
Non placet 74
53. Alcuni Padri hanno sostenuto che le persone divorziate e risposate o conviventi possono ricorrere fruttuosamente alla comunione spirituale. Altri Padri si sono domandati perché allora non possano accedere a quella sacramentale. Viene quindi sollecitato un approfondimento della tematica in grado di far emergere la peculiarità delle due forme e la loro connessione con la teologia del matrimonio.
Placet 112
Non placet 64
Sugli omosessuali
55. Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: “Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”. Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. “A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4).
Placet 118
Non placet 62
*
Al termine del sinodo ha preso la parola papa Francesco.
Il suo discorso è da leggere per intero. In esso il papa dà grande – e per lui insolita – evidenza a una citazione di Benedetto XVI, in questo caso sul compito di “servizio” proprio dell’autorità della Chiesa:
“Questa è la suprema norma di condotta dei ministri di Dio, un amore incondizionato, come quello del Buon Pastore, pieno di gioia, aperto a tutti, attento ai vicini e premuroso verso i lontani, delicato verso i più deboli, i piccoli, i semplici, i peccatori, per manifestare l’infinita misericordia di Dio con le parole rassicuranti della speranza”.
Ma subito dopo papa Jorge Mario Bergoglio scomoda persino il codice di diritto canonico per riaffermare a chi avesse qualche dubbio i suoi poteri assoluti di “pastore e dottore supremo di tutti i fedeli” (canone 749), dotato di una “potestà che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa” (canoni 331-334).
Rivelatrice è anche la descrizione che Francesco fa dei “momenti di desolazione, di tensione e di tentazioni” che dice di aver visto in questo sinodo. Tentazioni che enumera così, calandole a mo’ di ruvido rimprovero sull’insieme dei padri sinodali, a destra e a manca:
“La tentazione dell’irrigidimento ostile, cioè il voler chiudersi dentro lo scritto (la lettera) e non lasciarsi sorprendere da Dio, dal Dio delle sorprese (lo spirito); dentro la legge, dentro la certezza di ciò che conosciamo e non di ciò che dobbiamo ancora imparare e raggiungere. Dal tempo di Gesù, è la tentazione degli zelanti, degli scrupolosi, dei premurosi e dei cosiddetti – oggi – ‘tradizionalisti’ e anche degli intellettualisti.
“La tentazione del buonismo distruttivo, che a nome di una misericordia ingannatrice fascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici. È la tentazione dei ‘buonisti’, dei timorosi e anche dei cosiddetti ‘progressisti e liberalisti’.
“La tentazione di trasformare la pietra in pane per rompere un digiuno lungo, pesante e dolente (cf. Lc 4,1-4) e anche di trasformare il pane in pietra e scagliarla contro i peccatori, i deboli e i malati (cf. Gv 8,7) cioè di trasformarlo in ‘fardelli insopportabili’ (Lc 10, 27).
“La tentazione di scendere dalla croce, per accontentare la gente, e non rimanerci, per compiere la volontà del Padre; di piegarsi allo spirito mondano invece di purificarlo e piegarlo allo Spirito di Dio.
“La tentazione di trascurare il ‘depositum fidei’, considerandosi non custodi ma proprietari e padroni o, dall’altra parte, la tentazione di trascurare la realtà utilizzando una lingua minuziosa e un linguaggio di levigatura per dire tante cose e non dire niente! Li chiamavano ‘bizantinismi’, credo, queste cose…”.
*
Lo stesso giorno della conclusione del sinodo, Ignazio Marino, il sindaco della città di cui Francesco è vescovo, ha trascritto nei registri di Roma i “matrimoni” di sedici coppie omosessuali sposate all’estero.
Marino, cattolico dichiarato, fu nel 2006 l’interlocutore di Carlo Martia Martini nel dirompente colloquio-intervista nel quale il cardinale gesuita invocava dalla Chiesa svolte radicali in materia di morale sessuale.
Papa Francesco ha ricevuto l’ultima volta in udienza Marino lo scorso 19 settembre, nella sua qualità di medico specialista in trapianti.
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/10/18/il-sinodo-tira-le-somme-e-francesco-ne-enumera-i-difetti/

lunedì 20 ottobre 2014

San Giuseppe Tomasi


San Giuseppe Tomasi

Rischi del Vaticano III

Fede e Ragione? 

Ci va giù duro Giuliano Ferrara, che alla scuola di Benedetto aveva trovato nutrimento per la sua intelligenza. 


Il pastore dell’essere deve nutrire di spirito l’ascolto sinodale. Ma il facilismo è ambiguo, diffidare dell’intelligenza è ambiguo, la verità è affidata ai piccoli non agli stupidi. Rischi del Vaticano III
Ci siamo arrivati, e sarà una sorpresa (di cui non si accorgeranno) per i presunti illuministi che applaudono la chiesa del cristianesimo povero e sentimentale, questi ipocriti che traballano per gola tra l’infame di Voltaire e la sublimità del cuore. La chiesa in assemblea è invitata formalmente dal Papa (domenica in San Pietro) a diffidare dell’intelligenza, delle idee chiare e distinte. Il dibattito è ascolto, cioè non è dibattito. Lo spazio dello spirito, che a un’assemblea sinodale non si può negare, non si nutre delle proprie ineffabili ragioni e della dicibile ragione umana universale, direi cattolica. È spazio preclusivo della dialettica tra argomenti mentre si dice “aperto”, si manifesta nel segreto del cuore, ha qualcosa di magico e sciamanico, almeno per un piccolo razionalista come me. Il sinodo sulla famiglia, ha detto il Papa confermando la nostra vecchia diagnosi, e cioè che si è iniziato un Vaticano III di qualche sorta, durerà in realtà un anno.
I questionari hanno integrato lo spirito profetico, a iniziare da lì, dalle “abitudini dei cristiani”, come dicono i cardinali Kasper e Schönborn: i quali cristiani non si sposano più, se si sposano divorziano come tutti, e sul tributo agli ascendenti (i nonni), sulla filiazione, sulle modalità procreative, sul piacere e sui suoi significati, sulla domesticità della chiesa, sulla sacramentalità delle nozze, su tutto questo (sono cose che fanno ridere il radicale Bordin, ma lui ride radiofonicamente ormai su tutto, anche sul Califfo) vanno dove credono o dove credono di dover andare secondo le “due dittature del nostro tempo: la telecrazia e la demoscopia” (la definizione è nell’omelia per la morte di Paolo VI tenuta dal cardinale Ratzinger tanto tempo fa). Diffido di chi diffidi dell’intelligenza, con tutto il rispetto dovuto ai pastori dell’essere, che certo hanno altri doveri, ma tra questi non credo di dover computare l’appello all’ignoranza delle cose, per quanto misticamente l’ignoranza in questione possa essere “docta”, dotta. Il vangelo affida la verità ai piccoli, ma non agli stupidi, che il Cristo esorcizza, indemoniati come sono della loro balbuzie spirituale e mentale.
Nello slittamento verso il facile, si castigano i pastori della chiesa d’oggi. Perché “caricano sulle spalle della gente pesi insopportabili, che loro non muovono neppure con un dito”. Paolo VI, beatificato al termine del sinodo, e di cui si dice questo pontefice sia un seguace convinto, si espresse in modo meraviglioso sul cristianesimo facile, alla fine degli anni Sessanta in un’udienza generale del dopoconcilio. Disse che sì, il cristianesimo e la fede devono essere, come da scrittura, un giogo leggero, devono essere facili, ma che nella facilità risiede una radicale ambiguità: e tutto il magistero di quel grande consisteva (e per questo pagò con fiere incomprensioni, di cui sarà degno anche Benedetto XVI) nel discernimento, che è una forma dell’intelligenza, vocata al pari del cuore a capire quale sia la volontà di Dio, quale sia – se preferite – la verità delle cose. Ascoltare i fedeli, affidarsi per intero e senza riserva ecclesiastica o dottrinale o dogmatica al loro senso di fede; accompagnarli, seguirli, imitarli mentre li si consola e gli si offre la chiesa che vogliono, quella che lascia tutto com’è, senza conseguenze etiche né psicologiche: è un approdo che merita il dubbio intellettuale dei laici come noi mentre programmaticamente lo esclude per i tonsurati.
È in atto la stessa querelle dei gesuiti del Seicento contro i giansenisti, e contro il loro campione in poetica razionale che fu Blaise Pascal. I gesuiti dicevano che non si può imputare il male se il male non sia ben conosciuto per tale da chi pecca, e c’è una grande probabilità che il peccato non consapevole non sia peccato: sarà il buon pastore che giudica fingendo di non essere autorizzato a giudicare, e dunque legittima un cristianesimo anonimo (formula rahneriana), ché questo è il vero potere mondano della chiesa e del clero. La derisione di Pascal fu malinconica e tenera, satirica, scrisse testi degni di un Molière, precorritori, era infatti uno scienziato santo che avrebbe respinto il questionario se sollecitato a compilarlo, lo avrebbe giudicato l’altra faccia del formulario cui le monache del convento furono costrette ad aderire prima della rasatura al suolo del loro luogo di vita, di amore e di culto ad opera del re alleato della Compagnia. Non sono cose tanto complesse, e ci riguardano.
Ciu En Lai diceva che è ancora troppo presto per dare un giudizio sulla Rivoluzione francese, ma una cosa la sappiamo: il mondo non è certo eguale, tampoco fraterno, ma è ipoteticamente libero. L’uso di questa libertà della coscienza è insidiato dal pensiero corrente e uniforme. La chiesa e le chiese, cristiane e non cristiane, dovrebbero fare la differenza, complicare le cose con la misura di responsabilità e di scrutinio del vero e del buono che è loro proprio, costitutivamente. Vorrei capire se i padri, non solo i reverendi padri gesuiti che oggi hanno in mano la chiesa, ma tutti i padri sinodali, si rendano conto del peso che avrà la loro assemblea nata sotto il segno, al culmine rovesciato di due santissimi e laicissimi pontificati in alleanza tra fede e ragione, della diffidenza verso l’intelligere.

© FOGLIO QUOTIDIANO

CONVIVENTI SANTI

CONVIVERE O NO PRIMA DEL MATRIMONIO?

Gabriella era titubante, ma poi al Sinodo p. Lombardi annuncia che le unioni di fatto presentano ''elementi di santificazione e di verità'': dilemma sciolto, convivenza iniziata


di Gianfranco Amato

Gabriella è una brava ragazza di parrocchia, che ha vissuto, fino a pochi giorni fa, un tormentato dilemma. Doveva decidere se aderire alla richiesta del suo ragazzo Guido di andare a convivere con lui.

La vicenda è divenuta un piccolo dramma familiare quando è stata esternata ai genitori, entrambi cattolici praticanti e membri di riferimento della loro comunità ecclesiale. Da qualche giorno Gabriella ha potuto finalmente tirare un sospiro di sollievo. A rimuovere gli ultimi scrupoli morali per quella sua sofferta decisione ci ha pensato la Sala Stampa Vaticana. Non poteva credere alle proprie orecchie quando ha saputo che la Seconda Congregazione del Sinodo per la famiglia ha dichiarato che «le unioni di fatto in cui si conviva con fedeltà ed amore, presentano elementi di santificazione e di verità». È corsa dalla madre e, dopo averle precisato che lei e Guido si vogliono bene e sono fedeli, le ha spiegato che con la nuova Chiesa di Papa Francesco anche nella forma di convivenza che loro vogliono vivere ci sono «elementi di santificazione e verità». Niente più remore di sorta.

SANTIFICAZIONE E VERITÀ?
Gabriella ha quindi raccolto le sue cose e ha lasciato la casa paterna per andare a sperimentare questa nuova modalità di «santificazione e verità». Inimmaginabile il cruccio dei genitori, che non sono affatto degli anziani bigotti. Anzi, sono relativamente giovani e appartengono alla generazione cresciuta con gli insegnamenti di San Giovanni Paolo II, il Papa della Familiaris Consortio. La loro dottrina è quella del Catechismo della Chiesa Cattolica – che, peraltro, non pare essere stato ancora abrogato – il quale sulla questione della "libera unione" ha posizioni di magistero assai chiare. I genitori di Gabriella sono ancora convinti che valga, per esempio, il n. 2390 del Catechismo, quello che recita così: «Si ha una libera unione quando l'uomo e la donna rifiutano di dare una forma giuridica e pubblica a un legame che implica l'intimità sessuale. L'espressione è fallace: che senso può avere una unione in cui le persone non si impegnano l'una nei confronti dell'altra, e manifestano in tal modo una mancanza di fiducia nell'altro, in se stessi o nell'avvenire? L'espressione abbraccia situazioni diverse: concubinato, rifiuto del matrimonio come tale, incapacità di legarsi con impegni a lungo termine (Cf Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 81). Tutte queste situazioni costituiscono un'offesa alla dignità del matrimonio; distruggono l'idea stessa della famiglia; indeboliscono il senso della fedeltà. Sono contrarie alla legge morale: l'atto sessuale deve avere posto esclusivamente nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un peccato grave ed esclude dalla comunione sacramentale».

DIRITTO ALLA PROVA?
Al corso prematrimoniale frequentato dai genitori di Gabriella era stato loro spiegata l'inconsistenza dei motivi invocati a giustificazione della convivenza prima delle nozze. Era stato letto loro, infatti, il n. 2391 del Catechismo: «Molti attualmente reclamano una specie di "diritto alla prova" quando c'è intenzione di sposarsi. Qualunque sia la fermezza del proposito di coloro che si impegnano in rapporti sessuali prematuri, tali rapporti "non consentono di assicurare, nella sua sincerità e fedeltà, la relazione interpersonale di un uomo e di una donna, e specialmente di proteggerla dalle fantasie e dai capricci" (Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Persona humana, 7). L'unione carnale è moralmente legittima solo quando tra l'uomo e la donna si sia instaurata una comunità di vita definitiva. L'amore umano non ammette la "prova". Esige un dono totale e definitivo delle persone tra loro (Cf Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 80)».
Sia detto con tutto il rispetto, ma la vicenda di Gabriella dimostra come non sembri essere davvero un ottimo metodo quello di dare in pasto alla stampa le riflessioni "franche" dei padri sinodali prima che si giunga ad una posizione finale e definitiva. Si rischiano di sottovalutare gli effetti negativi, sotto il profilo pedagogico, che semplici affermazioni estemporanee, fuori contesto, non circostanziate e non approfondite, possono avere sull'opinione pubblica, soprattutto fra coloro che non hanno un'adeguata maturità o solidità dottrinale. A meno che - ma Dio non voglia - l'obiettivo sia proprio quello di demolire il depositum fidei, un colpo alla volta, grazie al piccone di Padre Lombardi. Sempre ai genitori di Gabriella, quando erano fidanzati, il parroco aveva spiegato anche che secondo il n. 2400 del Catechismo, «l'adulterio e il divorzio, la poligamia e la libera unione costituiscono gravi offese alla dignità del matrimonio». Un cattolico fortemente preoccupato potrebbe chiedersi se dopo lo sdoganamento della libera unione, toccherà alla poligamia, al divorzio e all'adulterio. In tal caso occorrerebbe modificare il n. 2400 del Catechismo. Anzi, abrogarlo.



Nota di BastaBugie: per approfondire il tema del matrimonio è consigliabile il quaderno del Timone "Matrimonio e famiglia" di Mario Palmaro al costo di soli € 6,00. Interessante anche "Amore e Sessualità" di Roberto Marchesini. I quaderni del Timone possono essere ordinati al seguente link
http://www.iltimone.org/it_IT/home/cosa_facciamo/quaderni
Oppure si può telefonare o scrivere alla redazione del Timone: via Benigno Crespi, 30/2 – 20159 Milano (MI), tel. 02.66.82.52.06– fax 02.60.85.70.91– e-mail: info@iltimone.org

domenica 19 ottobre 2014

uomini ed uomini




Ci sono uomini ed Uomini.
Ci sono uomini forti, ma tremendamente deboli. 
Sono quelli che devono per forza mostrare qualcosa.
Ci sono uomini deboli, che invece potrebbero stravolgere il mondo, se solo volessero.
Ci sono uomini a cui piacciono le strade facili;
ci sono uomini che preferiscono scegliere strade più difficili 
per una maggiore gratificazione finale.
Non è vero che gli uomini sono tutti uguali.
Ci sono uomini autonomi, indipendenti, responsabili;
ci sono uomini irresponsabili, uomini che di tale hanno ben poco.
Ci sono uomini stanchi, delusi, illusi, disillusi 
che se la prendono con ogni sorta di esemplare femminile. 
” Sei bellissima” se ci stai, improvvisamente diventi una poco di buono se non ci stai.
Ci sono uomini che si accontentano di una femmina, 
altri che invece vogliono una femmina che sia anche Donna.
Ci sono uomini mai cresciuti;
Uomini che urlano durante una partita di pallone;
quelli a cui del calcio non frega proprio nulla.
Ci sono uomini che amano l’amore, e sì, sono pochi;
Ci sono uomini che amano il sesso e, purtroppo, 
e l’unica cosa verso cui mostrano interesse (eccetto il calcio).
Ci sono uomini intelligenti;
Uomini con cui oltre che chiacchierare, 
puoi parlare davvero perché sono un continuo stimolo per la mente, sono il piacere.
Ci sono uomini sensibili, che sanno aggiustare una giornata con una carezza, 
che sanno cosa vogliono;
Altri profondamente indecisi, indifferenti, spenti.
Ci sono uomini che oltre alla strada,
guardano ancora il cielo.
Altri che non riescono neppure a vedere ed apprezzare chi le sta di fianco.
Ci sono gli uomini che sono stati traditi,
gli uomini che tradiscono.
Uomini che si innamorano di una donna sola,
uomini tormentati che non trovano stabilità: allora, si impegnano con una donna e il giorno dopo la lasciano per un’altra.
Ci sono gli uomini semplici,
uomini a cui piace leggere, uomini che invece, devono farsi notare a tutti i costi, 
uomini che pensano di potere tutto, mostrando muscoli e bicipiti.

sabato 18 ottobre 2014

emancipare il peccato?

gradualità dei Comandamenti



Ciò che più sorprende è il fatto che il Sinodo stesso, come ha notato l’arcivescovo Stanisław Gądecki, presidente della Conferenza Episcopale Polacca, si è emancipato dal concetto di peccato. Non si parla da nessuna parte di peccato, mentre si cerca di affrontare con tanta bontà e con uno sguardo detto “misericordioso” le situazioni familiari in cui il primo matrimonio è naufragato nel divorzio, rappresentando al contempo le nuove unioni come normali e addirittura con elementi intrinseci di bontà. In modo ilare, come in una festa, da queste nuove convivenze more uxorio si è passati a vedere la bontà delle unioni tra due uomini o due donne. Certo, la bontà di alcuni padri sinodali non conosce limiti nell’errore. Ma ci si chiede: che c’entrano le unioni omosessuali con la famiglia? Sono in qualche modo famiglia anche loro?
Per la linea Kasper-Forte sì, applicando un principio della gradualità. Di questo argomento abbiamo già qui dato un accenno ecclesiologico, dimostrandone le premesse erronee, anzi ereticali, ossia la confusione ch’essi fanno tra amore naturale e grazia. Ora entriamo nello specifico.
Cos’è questa benedetta gradualità?
Si fa un gran parlare ora di questo principio morale ma, evidentemente secondo l’interpretazione della linea sinodale della rottura dottrinale, viene interpretato in modo surrettizio, al fine di poter guardare con occhi di misericordia chi vive in una situazione disordinata e di peccato. Tale principio, secondo i suoi teorici, permetterebbe di vedere solo il bene che c’è nel peccato (che non bisogna però dire tale), e così l’approccio misericordioso avrebbe la meglio sulla dottrina rigida e fissista, quella dei fondamentalisti della fede, che, al dire di Mons. Forte, “colpisce come una clava”. Lui, invece, è morbido e umano … e sa accarezzare il mondo. Sta di fatto che la grande reazione dei Padri, che si è avuta dopo la Relazione-sintesi della prima settimana di lunedì 13 ottobre, indica una cosa: la “gradualità” così come è stata concepita e interpretata è sbagliata.
Infatti, nella sintesi degli interventi in aula dopo la Relatio post disceptationem fatta dal Card. Erdo leggiamo: «Necessario è approfondire e chiarire il tema della “dicendo gradualità”, che può essere all’origine di una serie di confusioni. Per quanto riguarda l’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati, ad esempio, è stato detto che è difficile accogliere delle eccezioni senza che in realtà diventino una regola comune».
Il tema della gradualità era stato già affrontato da S. Giovanni Paolo II nell’Esortazione apostolica post-sindodale Familiaris consortio, esortazione di fatto messa in soffitta in questo Sinodo:
«Anche i coniugi, nell’ambito della loro vita morale, sono chiamati ad un incessante cammino, sostenuti dal desiderio sincero e operoso di conoscere sempre meglio i valori che la legge divina custodisce e promuove, e dalla volontà retta e generosa di incarnarli nelle loro scelte concrete. Essi, tuttavia, non possono guardare alla legge solo come ad un punto ideale da raggiungere in futuro, ma debbono considerarla come un comando di Cristo Signore a superare con impegno le difficoltà. “Perciò la cosiddetta legge della gradualità, o cammino graduale, non può identificarsi con la gradualità della legge, come se ci fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse» (FC 34).
La gradualità della legge indica che la legge stessa sarebbe graduale, quindi che si potrebbe scegliere quello che più conviene, invece la legge della gradualità o cammino graduale, accezione corretta, esprime piuttosto l’esigenza di un’opera pedagogica per entrare nel cuore della legge e per osservarla non solo in modo esteriore, ma con la mente e il cuore: posso cioè essere educato a capire gradualmente il valore della legge, che in sé rimane intangibile e comunque la via al bene da perseguire.
L’indissolubilità del matrimonio è un precetto divino: è l’essenza del matrimonio e ad un tempo la condizione di partenza per potersi sposare. Ora, si può applicare la gradualità della legge a questo precetto divino, iscritto nella natura dell’uomo e del matrimonio? Certamente no. Non si può sottoporre l’indissolubilità del matrimonio ad un arrivo graduale; non vale mai, come risulta chiaramente in questo caso, la gradualità della legge. I divorziati risposati non potrebbero mai capire per gradi la verità dell’indissolubilità perché l’hanno messa in discussione e l’hanno spezzata in partenza. Né tanto meno vale la gradualità per vedere l’amore di due partner come un bene in sé, amore folle che arriva fino al sacrificio di sé, amore che giustificherebbe così l’unione, e pian piano ci permetterebbe di maturare giudizi più misericordiosi verso di loro. Questa è una gradualità nel peccato, che è sempre peccato.
In che senso però, a livello educativo e pastorale, si deve essere pazienti e vedere una legge della gradualità? Solo in chi vuole accostarsi al matrimonio e vuole capire la bellezza dell’unione sponsale indissolubile, magari uscendo da una condizione di peccato oggettivo qual è la convivenza, è individuabile una legge della gradualità. Per gli omosessuali la gradualità consiste nell’accompagnarli pian piano, nel rispetto delle persone, a capire che la condizione di vita scelta è contro natura, e a farli uscire da quella condizione, cominciando ad astenersi dagli atti disordinati e con la preghiera capire le cose più grandi dello spirito.
Si vede chiaramente che il principio della gradualità non può “servire” a vedere un bene in una convivenza o un in matrimonio civile dopo il divorzio come tali, procurando magari, con un cammino penitenziale, un accostamento poi alla Comunione. La gradualità non può essere manipolata per avere uno sguardo misericordioso su chi vive in situazioni non conformi alla legge di Dio.
Il principio della gradualità, pertanto, non è per se stesso la soluzione ai problemi di chi vive in situazioni matrimoniali difficili o disordinate, ma richiede una spiegazione morale giusta, altrimenti degenera in un grande equivoco. Il punto chiave dell’equivoco sta qui: si vuole utilizzare, come appare dal Sinodo, un principio morale che è un aiuto a diventare santi, passo dopo passo, data la difficoltà che noi poveri peccatori possiamo incontrare, per vedere invece il bene in una situazione intrinsecamente disordinata. Il bene o qualche elemento di bontà, che certamente esiste (non per sé ma in relazione al bene integro), se non è redento da ogni compromesso con il peccato e con il disordine morale non è un bene ma ancora un maleIl bene o è integro o non è bene, ma ancora un male, cioè l’assenza di un bene che dovrebbe esserci. Il bene o è tutto bene e interamente bene o è un male. L’errore della linea Kasper-Forte parte da un approccio storicistico alla Rivelazione e alla grazia, e finisce nel rendere bene un bene non integro, dunque ancora un male, un peccato. Con il rischio di giustificare con il fine (amore, fedeltà, aiuto reciproco) i mezzi, che sono inquinati (convivenza o divorzio).
Intanto però è da notare con interesse uno scherzo della Provvidenza: mentre fino a qualche anno fa i critici di Kasper, di Forte, e dei vari Baldisseri di turno, erano soltanto dei “conservatori con delle fisime”, oggi invece tali personaggi sono noti e svelati al pubblico, a tutti i fedeli. Tutti ormai conoscono la linea dei riformatori.
(Fonte: http://lafededeinostripadri.blogspot.co.at)

Quale futuro per la Chiesa cattolica?

Sinodo, e alla fine è Sarah (il cardinale) a parlare di gay e complotti contro la Chiesa



“Quanto è stato pubblicato sulle unioni omosessuali è un tentativo per fare pressione sulla Chiesa e farle cambiare la dottrina. Mai si è voluto giudicare la persona omosessuale, ma i comportamenti e le unioni omosessuali sono una grave deviazione della sessualità”.E un cardinale africano, si chiama Robert Sarah, ed è il presidente del pontificio consiglio Cor unum e membro del sinodo, che parla in relazione al testo della “relatio post disceptationem”.
“Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura – ribadisce senza esitazioni – che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni (cfr. Gn 19,1-29; Rm 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tm 1,10), la Tradizione ha sempre dichiarato che ‘gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati’. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati”.
E se non bastasse senza ipocrisie, giri di parole, adattamenti lessicali, dice che i “comportamenti omosessuali sono condannati senza equivoci dalla Rivelazione e dal magistero tradizionale della Chiesa”. Vale per tutti l’esempio di Giovanni Paolo II, in riferimento alle unioni omosessuali, che si chiedeva se non sia all’opera “una nuova ideologia del male”.
E non provate neanche a parlagli di adozioni perchè il discorso si fa “ancor più incomprensibile”. Un ambiente omosessuale per la loro educazione o ambiente di vita? “La Chiesa rimane fedele all’insegnamento della Rivelazione e al suo magistero”.
Secondo Sarah, “ha destato sorpresa generale che sia stato diffuso un testo – che peraltro rispecchia solo parzialmente la discussione in Aula – destinato a essere discusso ed elaborato in vista di un documento definitivo che deve essere approvato dai padri sinodali”.
Qualcuno vuole forse destabilizzare la Chiesa e minarne le basi?“, aggiunge il porporato africano non gettando acqua sul fuoco delle polemiche.
http://www.intelligonews.it/sinodo-e-alla-fine-arriva-il-card-sarah-a-parlare-di-gay-e-complotti-contro-la-chiesa/

Quale futuro per la Chiesa di Roma dopo questo Sinodo?

Filosofo


Il destino della Chiesa cattolica, il suo vero dramma, che non è proprio di nessun'altra religione o chiesa, è di aver generato al suo interno, dai suoi valori cristiani, ciò che oggi tende a renderla inattuale: se il cristianesimo diventa l'orizzonte valoriale accreditato, e se cristianesimo significa anteporre il valore della coscienza personale ad ogni norma esteriore, che senso, se non storico e contingente, possono avere queste ultime e l'istituzione che dovrebbe farsene garante? Certo, la Chiesa di Roma potrebbe sempre riproporsi come un'agenzia etica generale, una sorta di Onu della morale.
E non c'è dubbio che molti aspetti del papato di Bergoglio, quelli che più piacciono ai laici, tendono in questa direzione, fra l'altro popolare e di successo. Soprattutto se strizza l'occhio a quel pensiero 'politicamente corretto' e vagamente progressista che è oggi, a livello di comunicazione, dominante (il main stream) o 'spirito del tempo'. Ma ha un senso tutto ciò? Non è troppo riduttivo? Non rischia di essere legatao a vicessitudini storiche imponderabili' E se non così, quale l'alternativa? Sul volto del vecchio Ratzinger, che è filosofo e teologo, a me a volta sembra di leggere questo dramma.