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sabato 24 giugno 2017

elogio del vino e del tabacco

Haec salvant hominem: vinum & tesserae

di



divertissement di Simone Petrus Basileus I. G.

Haec salvant hominem 
Fumare nuoce gravemente alla salute, il fumo uccide e frasi simili titaneggiano sui pacchetti delle sigarette, dei sigari o delle magnifiche scatolette del tabacco da pipa.


Questo simpatico stato nel quale viviamo prima mette il monopolio sul Tabacco e poi rovina le confezioni con frasi moralistiche una tantum al chilo.


Che senso ha tutto ciò?  Consigliare di non fumare ai propri cittadini vendendogli del fumo? 

Ahahahahha! Che Storia!


Se è vero che il fumo può nuocere alla salute, quando si diventa dipendenti da esso è pur vero che esso non sempre uccide!


Ciò ovviamente dovrebbe esser valido anche per gli alcolici, sulle cui bottiglie tuttavia non ho ancora visto gigantesche scritte simili a quelle presenti sui sopracitati articoli.

Paese che vai ….o in cui vivi …


Questo, tuttavia, a noi Cattolici non riguarda molto… in fondo…. bacco e tabacco sono comunque DONUM DEI e come tutti i doni di DIO, basta usarli bene e non abusarne!


La storia quasi bimillenaria di Santa Romana Chiesa, infatti, sebbene in alcune ere abbia condannato, attraverso il Santo Offizio, l’uso eccessivo del Tabacco, è pur vero che, al pari del Bacco (Vinum laetificet cor  hominis, citando un magnifico Salmo) esso non è mai stato considerato peccaminoso se non quando diviene vizio! Ma è il vizio che è condannato, non il dono fatto da DIO agli uomini, del quale altrimenti non avremmo quella Magnificentissima Specie Eucaristica che poi diviene il Sangue di Cristo.


Citando il Padre Brown di Chesterton: “Perché il pane e il vino sono doni tanto preziosi? Perché sono buoni”. Quante volte inoltre abbiamo, seppur per scherzare, citato le seguenti frasi: “in vino veritas–Qui bene bibit et bene comedit, bene dormit, qui bene dormit, non peccat, qui non peccat vadit in paradisum. Ergo si volumus ire in paradisum, bibamus et comedamus egregie”.


Ma veniamo a noi: il motivo per cui scrivo codesto articolo è perché voglio condividere con voi una breve analisi sull’uso del tabacco e del vino che ne hanno fatto alcuni Santi, alcuni Papi e taluni buoni Cristiani che son vissuti nelle epoche a noi precedenti.


San Giovanni Bosco ad esempio era un fumatore di sigari e sigarette, mentre il severissimo e ascetico padre Pio, il tabacco preferiva sniffarlo.


D’altra parte, per quanto possa apparire strano oggi, la Chiesa cattolica non ha mai avuto nulla da ridire sul tabacco. Anzi, per secoli è stato permesso persino consumarlo in Chiesa: esiste un’apposita disposizione che permette ai canonici di “tabaccare” – ovvero di sniffare tabacco – in Cattedrale, mentre era vietato accendere sigari e pipe, ma solo per evitare il rumore dell’acciarino; e fu esclusivamente per proteggere i nuovissimi e preziosi pavimenti di San Pietro dagli sputi maleodoranti, se nel 1650 Innocenzo X proibì la masticazione del tabacco nella basilica, suscitando le proteste di preti e fedeli.


Un divieto revocato però nel 1725 da Benedetto XIII, stanco del continuo traffico di gente che usciva dalla chiesa durante la messa per andare a fumare.
E’ pur vero che san Giuseppe da Copertino – morto nel 1663 – sosteneva che il tabacco fosse un ottimo metodo per allontanare le tentazioni sessuali.


Oggi la divisione tra cattolici fumatori e cattolici salutisti è diventata una questione politica. E – paradossalmente – sono i progressisti quelli avversi alla nicotina, mentre i conservatori difendono “LA TRADIZIONE”.


Tra i suoi paladini anche i papi Pio IX e Pio X, incallitissimi sniffatori di tabacco.
 
Vincenzo Lojali, eroe di guerra e ultimo vescovo di Amelia, attualmente in attesa di beatificazione, per tutta la vita aveva cercato di smettere di fumare e da bambino era rimasto turbato da un incontro con san Pio X: “Ricordo di aver visto sulla sua candida mantelletta delle tracce di tabacco da naso, e mi fece un po’ impressione. Si vede che aveva un qualche motivo di prendere il tabacco e il prenderlo non deve impedire la santità o le compiacenze del cielo”.


Quanto a Pio IX – ultimo papa Re – si racconta che avesse offerto del tabacco da fiuto a un cardinale che aveva rifiutato dicendo: “Santità, non ho questo vizio!”. E il Papa aveva risposto sarcastico: “Eminenza, se fosse un vizio, lei ce l’avrebbe!”. Lo stesso dicasi per un suo predecessore, di nome Lambertini.


Ben documentati sono anche i divieti di consumare il tabacco in chiesa per tutta l’età moderna nell’Europa cattolica, soprattutto in Spagna e in Italia. Agli inizi, il problema riguardava più la masticazione del tabacco che il fumo. Non era in gioco tanto la salute degli altri, quanto il decoro dei luoghi sacri, compromesso da una congerie di sputi maleodoranti: il problema si presentò per la prima volta a un papa, Urbano VIII, in rapporto alle chiese di Siviglia. I loro frequentatori furono colpiti nel 1642 dal divieto totale di consumo delle preziose foglie. Nella città spagnola, durante le funzioni religiose, tutti, preti e fedeli, fumavano, fiutavano o masticavano tabacco fino al punto che spesso i loro abiti erano intrisi di succhi puzzolenti e di sputi. Negli anni successivi fu l’Italia a subire, tra le forti proteste degli stessi sacerdoti, molti interventi di quel tipo, variamente motivati. Ad esempio, quando nel 1650 Innocenzo X introdusse sotto pena di scomunica il divieto di fumare nella basilica di S. Pietro, lo fece soprattutto per tutelare, dall’ attacco delle sgradevoli espettorazioni, i nuovi pavimenti di marmo della basilica. A Napoli, invece, furono gli abusi dei fumatori nella monumentale chiesa di S. Giovanni Maggiore a provocare un intervento restrittivo dell’arcivescovo Filomarino. I provvedimenti adottati ebbero ovunque difficoltosa applicazione e furono accompagnati spesso da pedanti disquisizioni sulla loro liceità. Si cominciò ad esempio a distinguere tra i diversi modi di consumare tabacco: fiutarlo o masticarlo con moderazione fu ritenuto tollerabile, fumarlo no, anche per il fastidio arrecato agli altri. La riscossa di fumatori, fiutatori e masticatori di tabacco fu dovuta però ad altre ragioni. Quando, nel 1725, Benedetto XIII revocò un po’ a sorpresa il divieto relativo a S. Pietro, lo fece in primo luogo per motivi religiosi, per consentire una più proficua partecipazione alle funzioni: voleva evitare l’andirivieni di persone che uscivano dalla basilica per fumare e rientravano appena finito. Ma nella lettera inviata all’ arciprete di S. Pietro il papa riconosceva anche il valore terapeutico del tabacco: molti medici lo consideravano un efficace rimedio per molti disturbi fisici. Era proprio così: la scienza del tempo attribuiva a quelle foglie numerose proprietà: dalla stimolazione delle secrezioni gastriche e della peristalsi intestinale a un’azione protettiva contro la peste e le malattie contagiose. Per il clero, inoltre, esso poteva avere una valenza in più: secondo gli esperti, fumare, masticare o fiutarne le foglie costituiva un’efficace barriera contro gli stimoli sessuali. La prova più celebre di questo collegamento si trova nel processo di beatificazione del francescano Giuseppe da Copertino, morto in odore di santità nel 1663. Numerosi testimoni dichiararono che il frate si aiutava col tabacco non solo per non cedere al sonno durante le lunghe veglie notturne, ma anche per respingere le tentazioni della carne.


In conclusione di questo articolo cito l’antico detto di Erasmo da Rotterdam secondo cui «la verità si contrappone sia alla menzogna, a alla simulazione» e perciò accade che si dicano in buona fede cose false, aggiungendo anche che si dicano verità pur parlando in modo insincero. Pertanto occorrerebbe distinguere un’ubriachezza o un tabagismo sfrenati, che generalmente falsificano la corretta visione della realtà, da una moderata ebbrezza e un moderato uso del tabacco che «eliminano la simulazione e l’ipocrisia».

lunedì 22 maggio 2017

il popolo soffriva la sete

Terza Domenica di Quaresima  
Cresime di Adulti
19 Marzo 2017 - Cham
 
 

Ex 17:3-7
Rom 5:1-2, 5-8
Jn 4:5-42 or 4:5-15, 19b-26, 39a, 40-42 

“In quel luogo dunque il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: "Perché ci hai fatti uscire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?". …Si chiamò quel luogo Massa e Meriba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: "Il Signore è in mezzo a noi sì o no?".”

Quaresima, anche se un tempo sobrio di penitenza nell’anno liturgico della Chiesa, è quasi ottimale per celebrare la confirmazione degli adulti. Passa bene nonostante tutto, cioè conviene, direi, di cresimare ora, confermare nella grazia dello Spirito Santo, consapevoli della consuetudine cristiana che dai primi tempi della Chiesa, utilizzava la Quaresima soprattutto per preparare gli adulti per il battesimo, cresima e prima Comunione a Pasqua. 

La Cresima, con il Battesimo e la Santa Comunione sono i tre sacramenti dell’iniziazione alla fede cristiana; questi tre sono la porta che dà accesso ai due sacramenti vocazionali, cioè, al Matrimonio oppure agli Ordini Sacri (diacono, sacerdote, vescovo). Voglio dire che, anche festeggiando la Cresima di questi dodici persone qui oggi, siamo in sintonia con la Chiesa Universale nella sua osservanza quaresimale. In questo tempo forte la Chiesa si prepara di ammettere alla vita di fede nuovi membri del suo popolo santo e per noi altri, già pienamente parte della Chiesa attraverso i tre sacramenti, ci offre ampia occasione attraverso la preghiera, la penitenza e riflessione, confessando i nostri peccati e mancanze e poi rinnovati nella grazia, di trovare Cristo Dio in mezzo a noi.

"Il Signore è in mezzo a noi sì o no?".

 La tentazione di Israele nel deserto, anche ai piedi del Monte di Dio, Oreb, è quello dell’ateismo, cioè di negare a Dio il suo ruolo conduttore nella nostra vita. Il Dio che ci ama e ci conduce verso la patria eterna va tradito o respinto purtroppo, non solo allora tra il popolo eletto nel deserto ma anche nella nostra vita di oggi, respinto in favore di uno stomaco pieno o, nel senso della prima lettura di oggi, del voler essere sempre dissetato e senza preoccupazioni per l’acqua e così via di ogni giorno. Per mettere il buon Dio di nuovo al centro della vita del suo popolo che protestava e ribellava, si può dire se volete: a Massa e Meriba l’acqua viva e zampillante è diventata un sacramento della presenza in mezzo al Popolo di Israele di Dio che ama e custodisce il Suo Popolo. Mosè fa sgorgare acqua in abbondanza dalla roccia per il Suo popolo e Gesù, a Sicàr al pozzo di Giacobbe, offre a dissetare la Samaritana con l’acqua viva che sgorga dal Suo Sacro Cuore:

"Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna". 

La vita cristiana è una sfida. Non v’è nulla di pacifica nella vita cristiana su questa terra, si parla anzi dell’osservanza quaresimale come una lotta, di una lotta per rinunciare a tutto che sa del diavolo, per rinunciare a tutto di questo mondo che è passeggero, per rinunciare alle cose che sono qui oggi ma domani spariscono in ceneri. 

Gesù è la roccia che ha accompagnato il Suo Popolo nel deserto. Che l’acqua dovesse sgorgare in abbondanza per il popolo e il suo bestiame non è evidente, anzi, si tratta di qualcosa inverosimile. Inverosimile anche la storia del Vangelo, dove Gesù apparentemente un uomo straniero al pozzo chiede un bicchiere di acqua da una donna sconosciuta e poi prima di riceverlo sfida quella donna a chiedere a Lui di dissetarla. Lui sprovvisto di secchio e di tutto offre alla donna acqua viva: "Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna".  Inverosimile è quello venuto fuori da questo scambio in questa scena dal villaggio samaritano di Sicàr? Forse sì! D’altronde, si può anche chiamare inverosimile la vita che la Chiesa ci offre attraverso i sacramenti? Forse sì! Ma, attraverso questo scambio, la Samaritana al pozzo di Giacobbe si è accorta di aver incontrato il Messia, il Promesso, l’Unto di Dio, il Salvatore del mondo. Lo stesso vale anche per noi. Attraverso un impegno a vivere i sacramenti nella Chiesa, cari confirmandi, scegliamo la strada giusta, che ci disseta ora e che ci conduca nel corso della nostra vita verso la casa dell’Eterno Padre, alla nostra vera Patria nei Cieli. 

Abbiamo bisogno di quest’acqua della Spirito Santo, non data come al bestiame al pozzo, ma dato come si fa tra persone umane, con uno scambio non di parole superficiali ma parole profonde ed essenziali che vengono dal cuore. L’acqua disseta e ristora, cioè dà vita a tutto e a tutti in questo mondo. Si lava con l’acqua: in Battesimo dal peccato originale ed attuale; nel Sacramento della Riconciliazione in dialogo e attraverso l’acqua delle lacrime di pentimento, confessando come ha fatto la Samaritana, che Dio in Cristo sa e vede tutto: “Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna che dichiarava: "Mi ha detto tutto quello che ho fatto". 

La nostra Messa di Domenica, le nostre preghiere di ogni giorno, ai pasti e quando ci alziamo e ci mettiamo a dormire, i nostri sacrifici quotidiani per confessare che Dio in Cristo regna nella nostra vita umana: voglio incoraggiare non solo i nostri dodici confirmandi ma tutti qui presenti e a casa di vivere non da atei ma da credenti vivendo nel mondo creato da Dio e sovra il quale mondo Egli regna con potere e per amore di noi che stiamo alla cima della Sua creazione e al centro del Suo piano di salvezza per il mondo. 

Quando ero bambino con 10 anni, preparando per la Cresima, abbiamo imparato che questo Sacramento ci rafforza per essere soldati di Gesù Cristo, per lottare contro il male e per il nome e l’onore di Gesù. Nella Cresima ci riconosciamo nella vera costellazione del mondo voluto da Dio. Si tratta di un mondo non senza deprivazioni e sofferenze come nel deserto. L’acqua che Dio garantisce deve soddisfarci. Nelle parole di Gesù, con quest’acqua che Egli dà non v’è altra a desiderare.

Insieme con questi dodici vi invito tutti qui presenti a dare testimonianza semplice con la vostra vita al fatto non solo che Dio esiste ma che comanda con un amore abbondante che ci dà vita per ora e per sempre.  

“E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e dicevano alla donna: "Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo". 

Resta con noi, Signore! La Tua presenza, quell’acqua ci basta!

Auguri a tutti i Giuseppi oggi nella festa del grande patrono della Chiesa Universale!

Sia lodato Gesù Cristo!

sabato 13 maggio 2017

AVE alla Madonna della Croce


Anita Dufresne ci aiuta a scegliere tra le due con una performance straordinaria

Ogni anno, soprattutto durante le vacanze, l’Ave Maria di Schubert viene trasmessa tantissimo. Ma questo arrangiamento è del compositore russo Valdimir Vavilov, che aggiunge all’opera una melodia quasi ossessionante. Se la versione di Schubert è trionfante (al limite con la pomposità), quella di Vavilov è inquietante e misteriosa, accompagnata elegantemente da un pianoforte del ventesimo secolo.

La voce di Anita è straordinariamente adatta a questo capolavoro. Ovviamente allenato, il suo stile da opera raggiunge tonalità intense quando necessario, restando però intimo e tenero per la maggior parte dell’esibizione. Purtroppo questa sembra essere l’unica registrazione della cantante, ma speriamo di sentirne di più presto.

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J-P Mauro

mercoledì 3 maggio 2017

il rosario del soldato

La testimonianza di un soldato mi ha mostrato che il rosario è molto di più di un'ammirevole preghiera di devozione

 

Anche se è una storia che ho ascoltato anni fa, le immagini mi sono rimaste impresse nella mente.

Ed erano impressionanti.

Un giovane soldato americano era stato gettato con noncuranza in mezzo al mucchio in una soffocante prigione nella giungla. Malato e malnutrito, giaceva in stato di semi-incoscienza sul pavimento sporco. Veniva picchiato ogni giorno, a volte ogni ora. I giorni si susseguivano alle notti, le settimane si accavallavano e la brutalità costante divenne senza senso, senza misericordia e senza fine.
Pur se schiacciato dal peso di un dolore indicibile e in preda al delirio febbrile, nei momenti di lucidità il soldato tracciava col dito qualcosa sul suolo di terra. Univa alla bell’e meglio dieci punti in un cerchio con al centro una croce, e poi, quasi impercettibilmente, le sue labbra sanguinanti e tumefatte iniziavano a mormorare:
Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te…

Il rosario, ha ricordato in seguito il soldato, è quello che lo mantenuto sano di mente in un momento di spietatezza incomprensibile. Recitare le parole pronunciate dall’Angelo Gabriele e da Santa Elisabetta alla Madonna – Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta tra le donne… -, il Padre Nostro e il Gloria e contemplare i misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi ha portato Dio in quella cella. Spingere le dita lungo i punti tracciati nel suolo sporco era sentire che l’ordine dissipava momentaneamente il disordine e la grazia eclissava la sofferenza insensata.

Dio era davvero presente.

mercoledì 29 marzo 2017

casula multicolore

La pianeta "tutticolori"

Particolare pianeta "tutticolori" che veniva usata un tempo per le cappelle officiate saltuariamente, create per assolvere al colore liturgico in ogni evenienza ... ( A. Franzoni)



lunedì 27 marzo 2017

Gesù, amaci, dall' Eucarestia



Gesù amaci, dalla tua Eucarestia
effondi sopra di me la fiamma del tuo Amore.
   Fa' che non ci abituiamo
alle meraviglie della tua Eucaristia.
   Fa' che ogni giorno
restiamo abbacinati
davanti al mistero della tua Passione e Morte.
   Fa' che non discendiamo dall'altare
se non con il cuore in subbuglio,
con il cuore amareggiato
alla vista dell'Amore Crocifisso.
   Fa' che non discendiamo dall'Altare
se non barcollando
per aver preso parte
al più tremendo e al più santo
avvenimento della Storia.
   Non abbandonarci
alla nostra Umanità, o Gesù,
in quel momento
non siamo che peccatori.
p. Mario Borzaga
6 novembre 1958


venerdì 10 marzo 2017

Inginòcchiati, Oggi ...

DIECI MINUTI



 
«Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: "Davvero quest'uomo era Figlio di Dio!”» (Mc 15, 39)

Quelle parole sanno di genuflessione.
 

Un uomo in ginocchio quel centurione. Non colpito da una divinità potente. Non terrorizzato da un castigo imminente. Non sconfitto da un avversario tremendo.
Rapito, piuttosto. E consegnato a un nuovo Signore della sua vita.


Perché ci si mette in ginocchio col corpo, ma sono le genuflessioni del cuore a fare la differenza.

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Inginòcchiati. Oggi, per dieci minuti.

Siamo fatti per affidarci. Ogni azione è la consegna di noi ad altro: un’idea, un progetto, una relazione, un rapporto lavorativo, un impulso, una suggestione, un sogno, un desiderio, un modello culturale.

Ci genuflettiamo. Volenti o nolenti, ci mettiamo “sotto padrone”, destinando la nostra vita a qualcuno, se va bene, o a qualcosa, se va male. E non può, non deve essere a caso.

Inginòcchiati davanti a Lui, col corpo e nel cuore.

Per dieci minuti, ma perché sia per tutto il tuo tempo.


Cristiano Don Mauri

lunedì 27 febbraio 2017

ti prometto la felicità

“Non ti prometto di farti felice in questo mondo, ma nell’altro”.

 

"Per quest’anima che mi avete data, per il deserto della aridità interiore, per la vostra notte e per i vostri baleni"

C’è una donna di 35 anni morente: Marie Bernarde Soubirous,“conversa” delle Suore di Nevers, al secolo Bernadette, colei che aveva vistoe parlato con la Madonna a Lourdes. Lagamba le stava andando in putrefazione. Rivede il suo passato di miserie e di fame prima, di derisione e di ingiustizie poi, di incomprensione sempre.

«Per la miseria di mamma e papà, per la rovina del mulino, per quel tavolone della sventura, per il vino versato, per le pecore rognose, grazie, mio Dio. Per la bocca di troppo che ero da sfamare, per i bambini che ho accudito, per le pecore che ho pascolato, Grazie. Grazie, mio Dio, per il procuratore, per i gendarmi, per le parole rudi di Padre Peyramale. Per i giorni in cui siete venuta, per quelli in cui non siete venuta, non potrò mai ringraziarvi abbastanza che in Paradiso…Grazie perché se ci fosse stata una giovane più insignificante di me, non avreste scelto me…Grazie per aver colmato di amarezze il cuore troppo tenero che mi avete dato. Per Madre Josephine, che mi ha definito buona a nulla, grazie… Per i sarcasmi della Madre Superiora, la sua voce dura, le sue ingiustizie, le sue ironie e per le umiliazioni, grazie. Grazie di essere stato l’oggetto privilegiato dei rimproveri, per cui le Sorelle dicevano: “Che fortuna non essere Bernardetta”. Grazie di essere stata Bernardetta, minacciata di prigione perché vi aveva vista, Vergine Santa, di essere stata guardata dalla gente come una bestia rara: questa Bernardetta talmente insignificante, che quando la si vedeva, si diceva: “Non è che questa?”. Per questo corpo mingherlino che mi avete dato, per questa malattia di inferno, per le mie carni incancrenite, per le mie ossa cariate, per i miei sudori, per la mia febbre, per i miei dolori sordi e acuti, grazie, mio Dio. E per questa anima che mi avete dato, per il deserto dell’aridità interiore, per la vostra oscurità e le vostre rivelazioni, per i vostri silenzi e i vostri lampi, per tutto, per Voi, assente o presente, grazie Gesù».

venerdì 16 dicembre 2016

"Ninna nanna a Gesù bambino"






Detta anche "Ninna nanna 'e Nadale", proviene da Thiesi (Sardegna), è stata pubblicata e forse scritta intorno al 1700 dal sacerdote don Giovanni Sanna, ma potrebbe essere più antica. Voce: Guya Valmaggi. Chitarre: Franco Gabellini, Marco Squicciarini.  

È già un preludio alla Passione: Maria Vergine, contemplando il Figlio appena nato, gli si rivolge con accenti
di dolorosa pietà:
TESTO ESEGUITO:
Unu gemitu impaziente
chi indisprizza 'n su goro...
s'amabile tesoro,
s'amabile tesoro
troppo suspira

Cando sa mama mira
cun sa gara e rosa
e cun luche amorosa,
e cun luche amorosa
rie sereno

Reclinado in su velo
la lusingada manu
cun sa tenera manu,
cun sa tenera mano
graziosamente

Cal estremu dolore
t'angustievi su goro?
Dormi bellu tesoro,
dormi bellu tesoro
anima mia!

Cu stabi s'allegria
chi spettesi naschende
cun tristura pianghende
cun tristura pianghende
a mamma tua.

Questo brano attinge alla tradizione dei “Gòsos”, canti di tipo devozionale la cui denominazione deriva dal castigliano: si riferisce a forme musicali sacre diffusesi anche in Sardegna e attribuibili per lo più ai parroci dei vari paesi. I gozos avevano antiche origini, forse di area mediterranea orientale, e vennero facilmente inglobati nella cultura popolare: con belle melodie e andamento sillabico, di facile esecuzione, possono essere eseguiti da solista o a due e più voci (come la bella Ave Maria sarda, "Deus ti salvet Maria"), anche con accompagnamento di strumenti. Molti sacerdoti li utilizzavano per creare volta per volta i canti per le processioni e le feste cristiane.

martedì 20 settembre 2016

Grazie ...


Le Quattro Tempora di settembre



La santificazione delle Stagioni.
autunnoLa santa Chiesa chiede, per la quarta volta nell’anno, un tributo di penitenza per consacrare le stagioni. si possono vedere al mercoledì della terza settimana di Avvento e alla prima di Quaresima i dati storici relativi alla istituzione delle Quattro Tempora. Qui richiamiamo soltanto le intenzioni che nel cristiano devono guidare questa parte del suo servizio annuale.

Inverno, primavera, ed estate, iniziati con il digiuno e con l’astinenza, hanno veduto scendere la benedizione di Dio sui mesi dei quali si compongono e l’autunno raccoglie i frutti che la misericordia divina ha fatto gemere dal seno della terra maledetta, perché pacificata dalle riparazioni degli uomini peccatori (Gen 3,17).

Il seme prezioso affidato al terreno nei giorni di freddo ha rotto la zolla appena sono venuti i giorni belli e la Pasqua si è annunciata dando ai campi il grazioso ornamento che loro occorreva, per unirsi al trionfo del Signore. Poi subito, come dovette avvenire nelle nostre anime sotto il fuoco dello Spirito Santo, lo stelo crebbe sotto l’azione del sole caldissimo, la spiga, ingiallendo, promise il cento per uno al seminatore e la messe si è raccolta nella gioia, e i covoni accumulati nel granaio del padrone invitano l’uomo a levare il pensiero a Dio dal quale questo dono è venuto.

Non si dica, come il ricco del Vangelo, dopo un raccolto abbondante: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio». (Lc 12,16-21).

Se vogliamo essere ricchi, ma ricchi veramente secondo Dio, meritando il suo aiuto nella nostra conservazione, come nella produzione dei frutti della terra, all’inizio di una nuova stagione usiamo gli stessi mezzi di penitenza già tre volte trovati così utili. Questo è d’altra parte un comando della Chiesa, che obbliga, sotto pena di peccato grave, chi non è dispensato legittimamente in questi tre giorni dall’astinenza e dal digiuno.
Valore della penitenza della Chiesa.
Abbiamo già detto della necessità che il cristiano, desideroso di progredire nella via della salvezza, ha di una iniziativa privata sul terreno della penitenza. Tuttavia anche in questo campo come in tutti gli altri l’attività privata non raggiunge mai il merito e l’efficacia dell’attività pubblica, perché la Chiesa veste della sua stessa dignità e della potenza di propiziazione annessa alla sua qualità di sposa gli atti di penitenza compiuti in suo nome nell’unità del corpo sociale. San Leone nei suoi discorsi al popolo di Roma, in occasione di questo digiuno del settimo mese, torna volentieri su questa caratteristica dell’ascetismo cristiano. Se è lecito, egli dice, a ciascuno di noi affliggere il corpo con penitenze volontarie e frenare, ora più dolcemente e ora più energicamente, le esigenze della carne che lotta contro lo spirito, è necessario tuttavia in giorni stabiliti un digiuno generale. Quando la Chiesa si unisce in un solo spirito, in una sola anima, per le opere di pietà, la devozione è più efficace e più santa. Tutto ciò che riveste carattere pubblico è preferibile a ciò che è privato e si deve comprendere che quando si impegna lo zelo di tutti è in gioco un interesse più grave. Il costume del cristiano non diminuisce dunque il suo impegno e, implorando il soccorso della protezione divina, sia assicuri ciascuno l’armatura celeste contro le insidie dello spirito del male. Ma il soldato della Chiesa, pur sapendo comportarsi valorosamente nella lotta da solo, lotterà tuttavia più sicuramente e con esito più felice al posto assegnato nella milizia della salute. Affronti dunque e sostenga la lotta di tutti, a fianco dei suoi fratelli e sotto il comando del re invincibile (s, Leone, Discorso iv, sul digiuno del VII mese).

Un altro anno e negli stessi giorni, il santo Papa e Dottore insisteva più energicamente ancora e più a lungo su queste considerazioni, che non si potrebbero richiamare abbastanza, di fronte alle tendenze individualiste della pietà moderna. Non non possiamo raccogliere che qualcuno dei suoi pensieri, rinviando il lettore alla raccolta dei suoi discorsi. “L’osservanza regolata dall’alto, egli dice, supera sempre le pratiche di iniziativa privata, non importa quali esse siano, e la legge fatta per tutti rende l’azione più sacra che non possa fare un regolamento particolare. L’esercizio di mortificazione che ciascuno si impone di sua volontà riguarda infatti l’utilità di una parte, di un membro, mentre il digiuno fatto dalla Chiesa tutta non esclude alcuno dalla generale purificazione, e il popolo di Dio diventa onnipotente, quando i cuori si riuniscono nell’unità della santa obbedienza e quando, nel campo dell’armata cristiana, le disposizioni sono dappertutto eguali e la difesa è la stessa in tutti i luoghi. Ecco dunque, amatissimi, che oggi il digiuno solenne del settimo mese ci invita a schierarci sotto la potenza di questa invincibile unità. Leviamo a Dio i nostri cuori, togliamo qualche cosa dalla vita presente per accrescere i nostri beni eterni. Il perdono completo dei peccati si ottiene con facilità quando la Chiesa si riunisce tutta in una sola preghiera e in una sola confessione. Se il Signore promette di accogliere ogni domanda fatta nel pio accordo di due o tre (Mt 18,19-20) come dire di no a tutto un popolo innumerevole, che segue uno stesso rito e prega in spirituale accordo? È casa grande davanti al Signore e prezioso lo spettacolo del popolo di Gesù Cristo, che si dedica allo stesso impegno e, senza distinzione di sesso e di condizione, in tutte le sue classi agisce come un cuore solo. È unico pensiero di tutti fuggire il male e fare il bene (Sal 33,15), Dio è glorificato nelle opere dei suoi servi, l’elemosina abbonda e ciascuno cerca solo l’interesse altrui e non il proprio. Per grazia di Dio che fa tutto in tutti (1Cor 12,6), frutto e merito sono comuni, perché comune è l’amore nonostante la sproporzione di quanto si possiede, e quelli che meno possono dare si eguagliano ai più ricchi, per la gioia che sentono della generosità altrui. Nessun disordine in un popolo simile, nessuna dissomiglianza là dove tutti i membri dell’intero corpo tendono tutti a dare prova di una stessa intensità di amore. Allora la bellezza delle parti si riflette sul tutto e fa la sua bellezza. Abbracciamo dunque, o carissimi, questa saldezza di unità sacra e iniziamo il solenne digiuno con la ferma risoluzione di una volontà concorde” (san Leone, Discorso iii sul Digiuno del VII mese).
Preghiera per gli Ordinandi.
Non dimentichiamo nelle nostre preghiere e nei nostri digiuni di questi giorni i novelli sacerdoti e gli altri ministri della Chiesa che riceveranno sabato l’imposizione  delle mani. L’ordinazione del settembre non è generalmente la più numerosa di quelle che il Vescovo compie nel corso dell’anno. L’augusta funzione cui il popolo cristiano deve i suoi padri e le sue guide non sentiero della vita, in quest’epoca dell’anno, offre tuttavia un interesse particolare, perché corrisponde meglio di qualsiasi altra allo stato presente del mondo, portato come è verso la sua rovina. L’anno volge anch’esso al suo termine. Il mondo, già illuminato dall’Uomo-Dio e riscaldato dallo Spirito Santo, vede raffreddarsi la carità, diminuire la luce e la fiamma del Sole di giustizia. Ogni rivoluzione strappa alla Chiesa gemme che essa non ritrova dopo l’uragano, le burrasche si fanno frequenti e la tempesta diviene lo stato normale delle società. L’errore domina e fa legge, l’iniquità abbonda. Quando verrà il figlio dell’uomo, diceva il Signore, pensate che trovi ancora fede sulla terra? (Lc 18,8).

Levate la vostra testa, o figli di Dio, perché la vostra redenzione è vicina (ivi 21, 28-31), ma tuttavia, da adesso all’ora in cui cielo e terra rinnovellati per il regno eterno sbocceranno nella inebriante luce dell’Agnello vittorioso (Ap 21), giorni più duri ancora devono scorrere nei quali anche gli eletti (Mc 13,22) sarebbero sedotti, se fosse possibile. Occorre quindi che in questi tempi sventurati i pastori del gregge siano all’altezza della loro vocazione rischiosa e sublime. Digiuniamo e preghiamo e per molte che siano le perdite già subite nelle file dei cristiani prima fedeli alle pratiche della penitenza, noi non manchiamo. Stretti in piccolo gruppo intorno alla Chiesa imploriamo lo Sposo di moltiplicare i suoi doni su quelli che egli chiama all’onore più che mai temibile del sacerdozio e di infondere in essi la sua divina prudenza, onde sventare le insidie, il suo zelo indomito nella ricerca delle anime ingrate, la sua perseveranza fino alla morte nel conservare, senza incertezze e compromessi, l’integrità della verità da lui rivelata al mondo, la custodia della quale nell’ultimo giorno sarà testimoniata dalla fedeltà della Sposa.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 500-504

martedì 13 settembre 2016

festa della santa Croce

INVENZIONE ED ESALTAZIONE. Alcune note sulle due feste in onore della santa Croce.


Bernat, Eraclio porta la santa Croce a Gerusalemme
In principio erano due. Ossia due erano le feste nel rito romano nella sua forma tradizionale a celebrare in modo particolare la santa e vivificante Croce: la festa del ritrovamento (inventio) ad opera di sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, celebrata il 3 maggio (In inventione S. Crucis) classificata col grado di “Doppio di Seconda Classe” [1] e la festa dell’Esaltazione il 14 settembre (In exaltatione S.Crucis) celebrata col grado di “Doppio Maggiore”[2]. Nel moto di riforma liturgica che inizia sul finire degli anni Quaranta del declinato secolo per compiersi nel primo lustro degli anni Settanta con la promulgazione dei libri liturgici riformati [3], la prima festa – ossia quella del 3 maggio – viene confinata nelle feste “Pro aliquibus locis” [4].

Il passo era breve per giungere ad una unificazione – a mio vedere “ambigua” delle due feste o meglio alla soppressione di una delle due.  Effettuo ora una breve confronto  sinottico fra le parole dei martirologi riassumendole per comodità in una tabella [5].

FESTA
MARTIROLOGIO 1956
MARTIROLOGIO 2004
3 maggio, Invenzione
Hierosolymis Inventio sacrosanctae crucis Dominicae, sub Constantino Imperatore
____________________
14 settembre, Esaltazione
Exaltatio sanctae Crucis, quando Heraclius Imperator, Chosroa Rege devicto, eam de Perside Hierosolymam reportavit.
Fextum exaltationis Sanctae Crucis, quae, postridie dedicationis basilicae Resurrectionis super sepulcrum  Christi erectae exaltatur et honoratur, sicut victoriae eius paschalis tropaeum et signum in caelo appariturum, alterum adventum eius iam universis praenuntias.

Due le cose che appaiono con la massima evidenza :
1.  Il decadimento della festa liturgica del 3 maggio, quale abbastanza probabile conseguenza del previo “accantonamento” negli anni Sessanta [6]; 2. La deprivazione dell’ “aggancio dello sviluppo storico” quale sviluppo organico e consequenziale della festa dell’Esaltazione, legata alla vittoria del Βασιλεύς Eraclio sui persiani che chiude storicamente un capitolo di tensioni secolari tra impero romano e regno di Persia. Ma con questa deprivazione si perde altresì il senso di simboleggiare attraverso la Croce – emblema della Passione ma anche della resurrezione gloriosa di Cristo – il trionfo sulle barbarae nationes.

Ma analizziamo più da vicino qualche dettaglio di quel momento storico così essenziale e determinante per l’esistenza stessa dell’Impero Romano d’Oriente. Ritengo sia possibile asserire che l’epoca che va dal VII all’VIII secolo  fu una delle più drammatiche e precarie che affrontò l’impero romano d’oriente, assediato e per di più indebolito militarmente perché in grado di poggiarsi solo su una malferma difesa offerta – a caro prezzo – da mercenari, disastrato finanziariamente e con la complessa macchina burocratica che de facto aveva cessato di funzionare. L’Impero si trova alla mercé del nemico fino nelle sue stesse province centrali: il territorio balcanico subiva l’invasione delle popolazioni avare e slave, e anzi la slavizzazione dei territori dei balcani si era accentuata e infine stabilizzata stanti anche i fallimenti dell’azione militare condotta all’epoca di Maurizio agli albori del VII secolo tanto da portare a una radicale e profonda mutazione sotto l’aspetto etnico, tant’è che la popolazione locale ellenofona finì per ripiegare sulle zone costiere e insulari. I Persiani si erano insediati con pertinacia e forza nel cuore dell’Asia Minore da dove potevano muovere con i  loro conati espansionistici, tant’è che la stessa santa città di Gerusalemme cadde nelle loro mani ed essi – per umiliare ulteriormente i cristiani e devastarne il morale – rapirono il santo legno della Croce, rinvenuto dall’imperatrice sant’Elena, e lo recarono a Ctesifonte. È in questo lacerato contesto che salì al trono uno degli imperatori tra i più importanti che la storia dell’Impero d’Oriente ricordi: Eraclio, “Bisanzio riuscì a trovare in sé stessa la forza per un profondo rinnovamento sociale, politico e culturale.”[7]. Quasi tutta l’Asia Minore ricadeva ormai sotto la sfera politica persiana. Eraclio opera importantissime riforme assai incisive e profonde, in particolare il territorio dell’Asia Minore non ancora caduto in mano nemica viene suddiviso in θέματα. Essi sono un superamento dell’antico sistema delle province e un tentativo di costituzione di un esercito radicato al territorio, con obbligo ereditario di servizio militare in cambio di concessione territoriale, svincolando il sistema centrale dalla necessità di ricorso a milizie mercenarie il cui sistematico ricorso aveva dato fondo alle casse. Questo clima di riorganizzazione fu incentivato anche dalla Chiesa che mise materialmente a disposizione molti dei suoi beni e si attivò per rinfocolare l’entusiasmo  negli animi tutto questo portò a un clima di entusiasmo religioso, sempre secondo Ostrogorsky si andava preparando la prima guerra dalle caratteristiche medievali che anticipava o preconizzava le future Crociate [8].

Siamo nell’anno 619 quando Eraclio – pur addossandosi onerosissimi tributi – aveva stipulato una pace con il khān degli Avari, ciò consentì lo spostamento del contingente militare dall’Europa all’Asia, nel 622 egli trascorse l’estate ad addestrare personalmente i soldati. In una prima fase con attenta strategia egli riuscì a far sgomberare i persiani dai passi che occupavano nell’Asia Minore, lo scontro decisivo si ebbe in territorio armeno: il primo obiettivo ovvero quello di liberare l’Asia Minore era raggiunto. Purtroppo una rinnovata minaccia da parte degli Avari costrinse l’imperatore a ripiegare su Costantinopoli, l’impero fu gravato ulteriormente da altri pesanti tributi e parenti stretti del Βασιλεύς  furono fatti ostaggi per mano degli Avari. I persiani nonostante la sconfitta che avevano patito in Asia Minore rifiutarono di addivenire a miti consigli e ad accordi, anzi,  il loro sovrano Khusraw I (Cosroe) inviò una missiva a Costantinopoli laddove rifiutava ogni sorta di trattato di pace e apostrofava la religione cristiana con espressioni blasfeme ed ingiuriose. Eraclio mosse di nuovo le sue armate alla volta dell’Armenia e puntando verso sud raggiunse uno dei centri più importanti dello zoroastrismo ossia la città di Gandža, prima residenza dei Sasanidi ove distrusse uno dei loro principali santuari ossia il “Tempio del Fuoco di Zoroastro” per vendicare la violenza subita nella santa Gerusalemme. Eraclio – con numerosi prigionieri – svernò oltre l’Araxes: ivi poté rafforzare il suo contingente militare con soldati mutuati dalle popolazioni dei Lasi, Abasgi e Ibericaucasici. La situazione restava estremamente difficile anche dal punto di vista militare, tant’è che i persiani, ben lungi dal piegarsi, sferrarono la loro offensiva in territorio armeno e anzi, nel 626, Costantinopoli si trovò innanzi al duplice pericolo di un attacco sia persiano che avaro. Nel mentre il patriarca Sergio teneva alto l’umore dei soldati: fu la superiorità della marina da guerra bizantina a sconfiggere il nemico e scongiurare il pericolo. Eraclio strinse alleanza coi Cazari e puntando a sud nel 627 riportò una decisiva vittoria a Ninive minando nelle fondamenta la potenza persiana: i territori dell’Armenia, della Mesopotamia romana, la Siria, l’Egitto e la Palestina ritornarono sotto lo scettro imperiale. Nel 630 con  grande trionfo Eraclio personalmente riportò la santa Croce a Gerusalemme fra l’esultanza della popolazione sanzionando “la conclusione vittoriosa della prima delle grandi guerre religiose dell’era cristiana” [9].

Bernat, Eraclio porta la santa Croce a Gerusalemme


Questa seppur succinta nota storica è, a mio parere, abbastanza importante per comprendere il significato che aveva assunto in sè la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, un significato “organicamente” [10] innestatosi, aggiuntosi e caricatosi su quelli che ne mossero le origini, che assume un’ importanza particolare per essere condiviso dai cristiani separati di tradizione costantinopolitana, un lacerto insomma della Chiesa Una e Indivisa. Per questo motivo ho definito “ambiguo” il rimuovere questo riferimento per motivi che sono evidentemente estrinseci alla liturgia.

Eparchia di Lungro: Esaltazione della santa Croce


Che la festa della Esaltazione della Santa Croce abbia assunto questi connotati appare evidentissimo da una semplice e mera lettura delle lectiones  c.d. “storiche” del Breviario [11] sulle quali tra poco avrò modo di considerare brevissimamente.

Ma quale, a questo punto, l’origine della festa della Esaltazione della Santa Croce e quale il motivo di questo nome? La profonda dottrina liturgica del benedettino Prosper Guéranger può illuminare con i dati utili che fornisce.
L’abate francese anzitutto precisa essere una festa di “origine complessa”[12], aggiungerei eterogenea, i cui eventi storici che si sono succeduti hanno messo in luce ulteriori aspetti. Anzitutto va menzionato che il 14 settembre nell’anno 335, con enorme concorso di fedeli e di clero, venne dedicato un santuario nello stesso luogo ove Cristo aveva patito ed era stato sepolto. Orbene tale anniversario continuò ad essere celebrato con enfasi e solennità anche negli anni seguenti, tant’è che tale dedicatio – negli usi gerosolimitani – aveva rito pari alla Pasqua e all’Epifania. Seguendo sempre la ricostruzione di Guéranger altri furono gli elementi che si fusero a questa festa e che – in ultima istanza – ne decretarono questa affezione e questo successo, tra questi la coincidenza ebraica con la festa dei Tabernacoli o delle Capanne (Sukkot) che si pone cronologicamente nel periodo della fine delle fatiche della vendemmia e di cui questa Dedicatio andrebbe idealmente a prenderne il posto. Ma anche il riferimento a un altro ricordo doveva innestarsi ossia quello, stavolta più schiettamente e marcatamente cristiano, del ritrovamento del sacro legno della Croce. A questo era associata una costumanza liturgica caratteristicamente agiopolita ossia quella elevazione o exaltatio – ιψωσις – del legno della santa croce, nel luogo e data del ritrovamento, con benedizione dei quattro punti cardinali, i fedeli recavano seco per ricordo delle minute fiale che contenevano dell’olio che era venuto a contatto con il santo legno. Questo dovrebbe essere bastevole a spiegarne il nome e anche la scelta della pericope evangelica della messa del giorno (Giov. 12, 31.36): “Et ego si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum”.  Il luogo in cui la croce era innalzata era considerato il centro del mondo, detta cerimonia dovette giuocoforza interrompersi quando la Santa Città – che già nel corso dei secoli aveva distribuito frammenti del legno della vivificante croce ai principali centri – venne deprivata da questo immenso ed inestimabile tesoro. Con la restituzione di Eraclio poteva riprendere tale uso di cui si ha un lacerto nelle costumanze della Custodia di Terrasanta. Ivi i minori nelle due feste della Croce svolgono una processione: il 3 maggio dopo la messa pontificale cantata nella cripta del rinvenimento della Croce, svolgono una processione e – al canto del Vexilla regis – circuiscono il Santo Sepolcro per poi impartire la benedizione, il 14 settembre la processione muove dal Calvario al sacello del Santissimo Sacramento con analoga cerimonia [13].  Il processo imitativo degli usi di Gerusalemme, qui lo accenno, non mancò per un certo periodo neanche a Roma [14], ove una prima testimonianza di una festa dedicata alla Croce appare all’epoca di papa Sergio, inizialmente al Laterano e poi alla Sessoriana con solenne ostensione e ed adorazione delle reliquie, attestata ancora all’epoca dell’ Ordo di Cencio Camerario (inizio XIII secolo) [15].

Vero è – stando all’opinione del beato Ildefonso Schuster – che probabilmente nell’ambito dello sviluppo le circostanze che hanno dato origine alle feste del 3 maggio e del 12 settembre si siano intersecate e confuse. Secondo il beato Schuster,liturgista e pastore della Chiesa mediolanense, la restituzione delle reliquie da parte di Eraclio al patriarca Zaccaria sarebbe da individuarsi nel 3 maggio del 630, data che incontrò in Occidente “più larghe simpatie”, viceversa la data del 14 settembre si fece strada con con più lentezza essendo inizialmente dedicata alla festa di due martiri menzionati nel Canon Missae ossia Cornelio e Cipriano [16]. Tant’è che per Schuster la messa del 3 maggio  è “post gregoriana” e per l’Introito e l’Offertorio si sono mutuati testi da messe più antiche [17]. Notiamo che l’Introito del 3 maggio e del 12 settembre è lo stesso e coincide con quello del Giovedì santo (Gal. 6,14), parimenti l’epistola è la stessa (Filipp. 2, 5-11) che coincide con quella della messa della Domenica delle palme. È simile l’opinione dell’abate Righetti che in modo perentorio e senza mezzi termini afferma che “il titolo della prima ricorrenza (3, maggio, Invenzione della Croce) è sbagliato in pieno” [18]. Sempre per il Righetti l’adozione della festa della Exaltatio fu frutto di un processo di imitazione di Gerusalemme specie per i centri che avevano ricevuto frammenti del legno della Croce, la vittoria di Eraclio – pur confondendo liturgicamente e cronologicamente le acque rinfocolò il culto verso la Croce e in questo contribuirono le “lezioni storiche” del Breviario [19]. Interessante quanto ci ragguaglia il Righetti circa il fatto che già sotto il sommo pontificato di Benedetto XV – segnatamente nel 1741 – la questione delle due feste si era evidenziata presso la commissione preposta alla riforma del Breviario che però intese lasciare lo status quo. Un atteggiamento di prudenza questo, una prudenza che invece non è ha caratterizzato nel caso di specie la riforma liturgica Novecentesca che – abrogando la festa del 3 maggio e omettendo il significato “fisico” della Exaltatio  reso nuovamente possibile dalla vittoria sui persiani operata da Eraclio e la successiva restituzione – ha  adombrato una parte del significato che emergeva pur nelle nebbie della storia e, se vogliamo, nella confusione che alle volte ne deriva: i libri liturgici sono tali prima di essere libri storici e questo bisognerebbe averlo sempre presente prima di tuffarsi senza indugio in un positivismo estraneo ai criteri dello sviluppo organico della liturgia poiché se è vero che le origini e gli sviluppi delle due feste si confondono è innegabile, altresì, che essi si completano, se è vero che era subentrata una confusione è del pari vero che la soluzione adottata è “gordiana” avendo preferito rimuovere il problema anziché chiarirlo.

Concludo queste mie note sulle feste della Croce trascrivendo dall’ Antologhion  [20] di rito costantinopolitano - nel quale il 14 settembre la croce viene portata in trionfo adorna di alloro, simbolo di vittoria - di alcuni lacerti dei numerosi testi liturgici del mattutino del 14 settembre che fanno riferimento all’ “innalzamento” di cui dicevo:

“La croce viene oggi innalzata, e il mondo è santificato ; tu che siedi in trono col Padre e il santo Spirito, distese su di essa le mani, hai attirato il mondo intero, o Cristo, alla conoscenza di te: concedi la gloria divina a quelli che in te confidano.”  (exapostilarion, p. 625)

“[…] La croce che ha portato l’Altissimo, quale grappolo pieno di vita, si mostra oggi elevata da terra; per essa siamo stati tutti attratti a Dio, e la morte è stata del tutto inghiottita. […]” (stichirà prosomia, p. 626)

Infine, per chiarire il concetto del trionfo sulle barbarae nationes e il cui riferimento va con ogni probabilità a Eraclio:

“[…] In essa sono vinte le genti barbare, per essa sono saldamente stabiliti gli scettri dei regnanti […]” (ibidem).
O Crux Ave, Spes unica!
Francesco G. Tolloi
francesco.tolloi@gmail.com


[1] Qui cito l’edizione VI dopo la tipica del Messale romano approvata nel 1952 e pubblicata nel 1954: Missale romanum, editio sexta post typica,, Polyglottis Vaticanis, Romae, 1954, pp.557 e ss..
[2] Idem, p. 706 e ss..
[3] Utilizzo questi termini temporali per definire il periodo della “Riforma liturgica” Novecentesca poggiando la mia opinione proprio su mons. Bugnini, prima propugnatore e sostenitore quindi protagonista e infine artefice della riforma stessa, si noti che – non a caso lo stesso titolo della sua opera sulla riforma fornisce, significativamente, tali estemi,; cfr. A. BUGNINI, La riforma liturgica (1948-1975), Roma, CLV, 1997.
[4] Qui mi riferisco all’edizione di San Giovanni XXIII del Messale romano, utilizzo la seguente edizione: Missale romanum, editio secunda iuxta typicam, Ratisbona, Pustet, 1963, pp. [179 e ss..].
[5] Per l’edizione “tradizionale” faccio uso di Martyrologium romanum, quarta post typicam editio, Romae, Polyglottis Vaticanis, 1956. Per l’edizione riformata: Martyrologium romanum, editio altera, Romae, Typis Vaticanis, 2004.
[6] Il P. Braga, annota la necessità di conservare la festa del 14 settembre ma di abolire quella del 3 maggio non essendo una vera festa universale o di tipicità romana (risultando sconosciuta ai sacramentari gelasiano e gregoriano) nonché di origine gallicana (essa pare derivare dalla leggenda del vescovo gerosolimitano Giuda Ciriaco a differenza – a suo parere - della festa settembrina. Cfr  C. BRAGA, La riforma liturgica di Pio XII, Roma, CLV, 2003, pp. 81 e ss, e pp. 98 e ss.. Si veda anche: A. BUGNINI, voce La croce nella liturgia, in Enciclopedia Cattolica, vol. IV, Città del Vaticano, Ente per l’Enciclopedia cattolica, 1952, cc. 960 e ss..
[7] G. OSTROGORSKY, Storia dell’impero bizantino, trad. P. Leone, Torino, Einaudi, 200213, p. 85.
[8] IDEM, p. 90.
[9] IDEM, p. 93.
[10] Sullo sviluppo organico essenziale l’opera, con prefazione dell’allora cardinale Ratzinger: A. REID, The Organic Development of the Liturgy, San Francisco, Ignatius Press, 20052, pubblicato anche in edizione italiana: ID, Lo sviluppo organico della liturgia, Siena, Cantagalli, 2013.
[11] Qui cito l’edizione tipica di san Pio X: Breviarium romanum, editio typica iterum impressa, Romae, Polyglottis Vaticanis, 1905.
[12] P. GUÉRANGER, L’Anno Liturgico, Alba, Paoline, 1956, vol.  II, p. 1073.
[13] Ordo processionum quae Hierosolymis in Basilica S. Sepulcri D.N. Jesu Christi a Fratribus Minoribus peraguntur, Romae, Polyglottis Vaticanis, 1947, pp. 105 e ss. e p. 108..
[14] M. ANDRIEU, Les Ordines Romani du Haut Moyen Age, Louvain, Spicilegium Sacrum Lovaniense, 1961, V, pp.  363 e ss..
[15] A. BUGNINI, voce La croce nella liturgia, in Enciclopedia Cattolica…cit. col. 961 e s..
[16] A. I. SCHUSTER, Liber sacramentorum, Torino-Roma, Marietti, 1932, vol. VII, pp. 247 e ss..
[17] IDEM, p. 150.
[18] M. RIGHETTI, Manuale di Storia Liturgica, Milano, Ancora, 19552, vol. II,  p. 261.
[19] Cfr: lezioni del secondo notturno, Die 14 Sept. In Exaltatione S. Crucis, in Breviarium romanum…, cit., pp.1319 e ss..
[20] Antologhion di tutto l’anno, traduzione dal greco di M.B. Artioli, Roma, Lipa, 1999, vol. I, pp. 625 e ss.. Per semplicità definire tale opera un tentativo di un “breviario” per il rito costantinopolitano che normalmente richiederebbe per la celebrazione dell’ufficio l’utilizzo di vari libri.

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