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domenica 19 giugno 2016

cuore con gelato

Il cuore gelido del protestantesimo
 
 
 
lucaLa giovane Isabel, una dei protagonisti di “Con quale autorità?”, romanzo storico di Robert Hugh Benson ambientato all’epoca delle persecuzioni elisabettiane, è a Northampton per apprendere la dottrina calvinista. La ragazza vive però con disagio l’iniziazione a una religione che pare lontana dal cuore dell’uomo. In un ambiente freddo, disumano, dove il rigetto del cattolicesimo ha prodotto solo confusione e inutili discorsi, Isabel sfiora il baratro dell’aridità spirituale. L’analogia tra il rituale di allora e l' odierno, tanto nelle forme quanto negli effetti – è a dir poco impressionante.
 
Con meraviglia di Isabel, il predicatore, invece che scendere dal pulpito dopo finito la predica, si mise a sfogliare la gran Bibbia posata su un cuscino davanti a lui; intanto gli altri tre ministri continuavano il servizio divino. Allorché essa incominciò a sentir leggere le preghiere della Consacrazione, cercò, com’era sua abitudine, di concentrarsi maggiormente ritenendo che questa fosse la parte più importante del servizio divino, ma ecco di nuovo farsi udire la voce del predicatore: «E disse loro Gesù: Tutti voi patirete scandalo per me questa notte. Infatti sta scritto: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecorelle del gregge: ma resuscitato ch’io sia, vi precederò in Galilea».
 
Ah! ma perché non faceva silenzio? Isabel adesso non voleva il Salvatore del passato, ma del presente; non un ricordo della sua vita, ma Lui vivente e soprattutto non il ministro, ma il Gran Sacerdote in persona.
 
«Cominciò ad attristarsi e sgomentarsi. Allora disse loro: L’anima mia è addolorata a morte: restate qui e vegliate con me».
 
I tre ministri si erano comunicati e Isabel udì il fruscio dei passi di coloro che andavano a ricevere la comunione. Il predicatore intanto continuava a leggere la storia della Passione.
 
«Così non avete potuto vegliare un’ora con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione: lo spirito veramente è pronto; ma la carne è debole.»
 
Anche i Carrington[1] si erano alzati e dopo qualche minuto li seguì Isabel la quale, nel prender posto nella panca parata di bianco, non poté fare a meno di notare il disordine che regnava in chiesa; alcuni per ricevere le sacre specie s’inginocchiavano devotamente, altri rimanevano seduti e altri invece le ricevevano in piedi; e intanto, sempre più forte, soffocando lo stropiccio dei piedi e il bisbiglio dei ministri, risuonava in tono ora alto ora basso la narrazione evangelica.
 
Era giunta la volta di Isabel, che s’inginocchiò tenendo le palme aperte e gli occhi chiusi. Ah! quel predicatore non avrebbe mai fatto silenzio? Non poteva la realtà parlare di per sé e il suo interprete tacere? Certo il Dio dell’amore non aveva bisogno di un araldo quando Egli era lì presente.
«E subito la mattina i gran sacerdoti con gli anziani, gli scribi e tutto il Sinedrio, fatto insieme consiglio, legato Gesù lo condussero…»
 
Isabel si era comunicata: adesso avrebbe voluto pregare e al tempo stesso fare attenzione tanto a ciò che leggeva il predicatore, quanto alla voce del suo Salvatore, col quale credeva di essere in intima comunione, ma invece non provava che aridità e distrazione; che lettura interminabile era quella! Alzò il capo e ciò che vide la riempì di stupore: alcuni erano seduti e discorrevano fra di loro, altri guardavano in giro come se fossero stati a un pubblico divertimento; ma specialmente la colpì la vista di un uomo dall’aspetto brutale, con viso rosso, guance cadenti, occhi piccoli e privi di espressione. Come pareva seccato e stanco da quella lunga, obbligatoria cerimonia!
 
Essa richiuse gli occhi rimproverandosi di lasciarsi così facilmente distrarre mentre le sue labbra erano ancora profumate dal vino di Dio e sentiva tuttora l’amplesso del suo Diletto. Allorché li riaprì, gli ultimi comunicati ritornavano ai loro posti, i ministri riponevano le coppe, e dal pulpito il predicatore leggeva la narrazione della Resurrezione come promessa di un giorno migliore: «E dicevano fra di loro: Chi ci ribalterà la pietra dalla bocca del sepolcro? Ma riguardando videro rimossa la pietra ch’era molto grande».
Il ministro chiuse il gran libro; il servizio divino era terminato.
 
***
Quella sera all’ora del crepuscolo Isabel, in preda a una specie di disperazione, andò a passeggiare da sola lungo il fiume. Di nuovo fece uno sforzo per avere coscienza della grazia ricevuta in quel Sacramento così unico e prezioso, ma persino nell’aria pareva che ci fosse qualche cosa di opprimente: nuvoloni plumbei e grevi si addensavano sulla città; il sentiero dove camminava esalava un forte odore di foglie morte e gli alberi e l’erba erano impregnati di umidità. Invano cercò di rincuorare l’anima sua, che lottava e si dibatteva senza poter risorgere; non riusciva a provare né amarezza nei rimproveri che si rivolgeva, né gioia nelle sue aspirazioni: la mano di Calvino poggiava con tutto il suo peso sulla delicata, languida creatura.
 
citazione a cura di Luca Fumagalli
 
[1] È la famiglia che ospita Isabel. Il dr Carrington è un vecchio amico del padre della ragazza.
 

giovedì 18 dicembre 2014

frutti DEL CONCILIO VATICANO II

IL SELFIE DEL CARD. COTTIER SU CHIESA E STRASCICHI DEL CONCILIO VATICANO II.





Esce oggi il libro-intervista di Monica Mondo al cardinale George Cottier, già Prefetto della Casa Pontificia, dal titolo Selfie. Dialogo sulla Chiesa con il teologo di tre Papi (Cantagalli, Siena, pp. 140).

Le domande che l’intervistatrice rivolge al cardinale sono molte, spaziano in molti campi, e certamente le risposte che il cardinale dà non piaceranno sempre a tutti, tanto “a destra” quanto “a sinistra”. Ma le parole dette e scritte restano; ovviamente tutte, nessuna esclusa, al di là dei gusti e delle sensibilità. Tra quelle dette e scritte dal cardinale vi sono anche quelle riguardanti il Concilio Ecumenico Vaticano II, che, per gentile concessione dell’editore Cantagalli, proponiamo qui in anteprima. Nel libro il card. Cottier ne pronuncia anche altre di parole sul Concilio, anche quelle finirà che non piaceranno a tutti, ma quelle che scegliamo di proporre qui sono certamente di grande aiuto per tutti.

Monica Mondo: Non solo i lefebvriani, sono in tanti a dolersi che per avvicinare la gente a Dio si sia perduto il senso del sacro, il gusto della Bellezza, la ricchezza della tradizione.

Card. George Cottier: Di fatto la maniera un po’ anarchica con cui si sono applicate le direttive del Concilio non è stata sempre felice, soprattutto in alcuni Paesi. Ad esempio la riforma liturgica in tanti casi non e stata fatta bene e molta gente ne e rimasta turbata. Alcune iniziative di sacerdoti erano nello spirito del ’68 piu che in quello del Concilio. Troppe volte e mancato il rispetto del popolo di Dio che doveva essere preparato e accompagnato.
Spesso le idee del Concilio hanno avuto una pessima realizzazione. Questo vale per la musica, l’architettura. Si e pensato che fosse un lusso avere delle belle chiese, e cavalcando un pauperismo alla moda si sono al loro posto fatti dei centri polivalenti che somigliavano a dei garage più che a dei luoghi di preghiera. Invece del gregoriano, dei polifonici, dei canti della tradizione popolare sono arrivate le schitarrate che copiavano i cantautori impegnati. Al fondo c’era e c’è ancora un’idea sbagliata della propagandata partecipazione dei laici. Soffriamo tanto della debole presenza di laici cattolici in ambienti decisivi per la vita delle nostre società, come la medicina, il diritto, la politica, l’economia… Il posto proprio dei laici non è la paraliturgia. L’aiuto dei laici è legittimo, e si spiega in parte con la crisi del sacerdozio. Clericalizzare la gente non e il miglior modo per liberare la Chiesa dal clericalismo.




Il Concilio si conclude con una solenne Professio Fidei di Paolo VI, che fu pronunciata il 30 giugno 1968, a nome di tutti i pastori e di tutti i fedeli: il testo era tracciato su uno scritto di Maritain, su sollecitazione proprio del suo maestro, il cardinal Journet. Me ne vuole parlare?

Fu il cardinal Journet a ricordare che alla fine di ogni Concilio secondo la tradizione si era sempre fatta una professione di fede, e Paolo VI gli chiese di preparare una bozza. Appena tornato a Friburgo il cardinale scrisse al suo amico Maritain, per avere delle idee. E con sua sorpresa il filosofo gli mando un vero e proprio testo compiuto, che Journet trovo magnifico e invio senza cambiare una virgola al papa. Quando fu reso pubblico Maritain ritrovo il suo scritto, con pochissime modifiche, presentato dal papa come un elaborato personale, e ne fu commosso.

Perché un documento così importante ha avuto scarsa eco, con tutte le celebrazioni per l’anniversario del Concilio?

Ha ricordato la data: eravamo in piena crisi del ’68 e ci fu un rifiuto anche tra i cattolici, tra gli stessi docenti di teologia, perché era troppo legato, secondo loro, alla tradizione della Chiesa. Riaffermava i punti più contestati, come la dottrina mariana nella sua interezza, la verginità perpetua, il dogma dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione, la cooperazione di Maria alla salvezza. C’era in voga l’idea irrazionale di buttare via tutto per ricominciare daccapo, quel testo sembrava troppo conservatore…




Rileggerlo oggi con attenzione attenuerebbe di molto le interpretazioni in senso “progressista” del Concilio che hanno avuto maggior fortuna e hanno creato divisioni. È vero che «Il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale», ebbe a dire Benedetto XVI.


Esatto. La gente come ha conosciuto il Concilio? C’erano le relazioni dei vescovi, il lavoro delle commissioni che preparavano i testi di tutte le riunioni, più o meno interessanti, cui i giornalisti non assistevano.
Ogni giorno si emetteva un comunicato stampa, ma non bastava, e così si cercavano informazioni ufficiose, a partire proprio dai vescovi: erano tenuti al segreto, ma non del tutto, su alcune questioni c’erano punti di tensione, e l’uno o l’altro metteva in luce le sue supposte criticità. Ma l’immagine che ne derivava non era affatto oggettiva. Si e cominciato a parlare da allora di “spirito del Concilio”, mentre molti vi hanno inserito desideri personali e sollecitazioni dal popolo di Dio, alcune giuste, altre meno, perché la gente seguiva la secolarizzazione come scotto da pagare per essere al pari con la presunta modernità. E i vescovi non sempre hanno saputo guidare, hanno lasciato fare, e come sempre, quando si apre alle libere iniziative, sono scaturite cose lodevoli e bizzarrie, che hanno turbato non poco le coscienze.

http://www.iltimone.org/32537,News.html

domenica 1 giugno 2014

cambiare la Messa per cambiare la Fede

IL “NOVUS ORDO” 

NELL’EPOCA ELISABETTIANA

Non era più la Pietra del Sacrificio, da dove il fumo del Calvario mistico saliva giorno dopo giorno: era la tavola dove pane e vino venivano mangiati e bevuti in memoria di un evento la cui energia immortale aveva cessato, almeno in questo posto, di operare, e niente più. Però era qui, pensò Marjorie, che solo quarant’anni fa, poco più di vent’anni prima che lei nascesse, in questa Notte, la grande chiesa aveva ronzato e vibrato di vita.



E’ impressionante, ancora una volta, scoprire le affinità esistenti tra la cosiddetta “nuova messa” e la liturgia protestante. Robert Hugh Benson, nel suo libro “Vieni ruota! Vieni forca!” (“Come rack! Come rope!”), un romanzo ambientato durante il regno di Elisabetta I d’Inghilterra e le persecuzioni anticattoliche, racconta infatti l’incredibile storia di tanti uomini morti per Cristo e per la Fede, in un’epoca di grandi stravolgimenti teologici, politici e culturali sia per l’Inghilterra che per l’intera Europa. Sono gli anni in cui la salita al trono di una regina apertamente protestante modifica per sempre il destino di un’isola.

In particolare, nel passaggio citato, un gruppo di cattolici entra nella cattedrale di San Paolo a Londra, la sera di Natale. Al suo interno nulla è più come prima: tutto è freddo e vuoto, e le poche persone al suo interno stanno tutte abbandonando l’edificio. Tutti quegli altari dove una volta veniva celebrato il Santo Sacrificio della Messa sono scomparsi per far posto al tavolo del pane e del vino, necessari per rievocare la memoria dell’ultima cena. La cattedrale rimane pressoché identica nell’architettura ma è chiaramente diventata il luogo di culto di un’altra religione …

Ed ora, la vigilia di Natale, Robin, Anthony e le due signore entrarono nella Cattedrale mentre il buio stava scendendo – prima passando attraverso il cimitero, sopra il muro del quale incombevano le file di case, nelle cui finestre le luci avevano cominciato ad ardere.
L'oscurità dell’aria rese più impressionanti le enormi altezze della grande chiesa. Davanti a loro si stendeva la lunga navata, oltre settecento piedi dall’inizio alla fine; dal pavimento al tetto l’occhio viaggiava sui gruppi di sottili colonne fino al soffitto scuro, rimesso a nuovo dopo l’incendio, circa centocinquanta piedi. Le alte finestre su ciascun lato, e le luci della vetrata soprastante, baluginavano pallidamente nell’oscurità che avanzava.

Ma, agli occhi cattolici che guardavano su di essa, la desolazione appariva più dello splendore. C’era moltissima gente, a dire il vero; gruppi si muovevano su e giù, parlando, dirigendosi sempre più verso le uscite, man mano che la notte avanzava, perché la chiesa sarebbe stata chiusa presto; in una navata un uomo stava parlando forte, come se tenesse una conferenza, con una folla di teste intorno. In un’altra alcuni uomini sobriamente vestiti stavano disponendo le loro carte e inchiostri sui tavolini che stavano in fila – questo era l’Angolo degli Scrivani, le dissero; da una terza una mezza dozzina di persone stavano andandosene scoraggiate – questi erano servitori che avevano atteso di essere presi a servizio. Ma l’anima del posto era perduta. Quando uscirono nei transetti, Anthony li fermò con un gesto, mentre una coppia di uscieri, che portavano scatole sulla testa, avanzavano spintonando, nel loro breve scorciatoia attraverso la Cattedrale.

“Era qui,” disse, “che stava l’altare.”
Indicò tra le colonne, sui due lati, e là, sopra gradini poco alti, giacevano i pavimenti delle cappelle. Ma dentro tutto era vuoto, tranne una tomba o due, alcuni colori scrostati e i fonti battesimali ancora al loro posto. Dove c’erano stati gli altari c’erano spazi bianchi di muro; impilate in uno di questi posti c’erano file di sedili di legno piazzati lì per le necessità della stanza.

Di fronte all’entrata del coro, dove un tempo sopra le teste pendeva il grande Crocefisso, i quattro restarono a sbirciare attraverso un buco, che i muratori stavano riparando nell’alto muro che aveva separato il coro dalla navata. Da ambo le parti, come prima, ancora si innalzavano torreggianti gli scanni intagliati; lo splendido pavimento ancora risplendeva sotto, rifrangendo sulla superficie il bagliore della luce dalle finestre colorate in alto; ma la testa era sparita dal corpo. Da qualche parte, sotto il drappo profondamente ombreggiato, poterono distinguere una costruzione che poteva essere un altare, solo che sapevano che non lo era. Non era più la Pietra del Sacrificio, da dove il fumo del Calvario mistico saliva giorno dopo giorno: era la tavola dove pane e vino venivano mangiati e bevuti in memoria di un evento la cui energia immortale aveva cessato, almeno in questo posto, di operare, e niente più. Però era qui, pensò Marjorie, che solo quarant’anni fa, poco più di vent’anni prima che lei nascesse, in questa Notte, la grande chiesa aveva ronzato e vibrato di vita. Attorno ai muri si erano seduti preti, ognuno al suo posto; e accanto ad ognuno si era inginocchiato un penitente, che si preparava ancora una volta alla gioia di Betlemme – saggio e semplice – Pastori e Magi – ma tutti resi semplici davanti allo sconcertante ed estasiante Mistero. C’erano stati passi e voci anche – ma di uomini che erano indaffarati degli affari del loro Padre nella casa del loro Padre, e non dei loro. Erano andati di altare in altare, parlando coi loro Amici a Corte; e qui, di fronte a dove lei stava e sbirciava nella vuota e fredda oscurità, avevano bruciato lumi davanti al Trono di Colui che aveva creato Cielo e terra, e fatto la Volontà di Suo Padre sulla Terra come veniva fatta in Cielo … Quarant’anni fa la vita in questa chiesa stava crescendo proprio in questa notte, con il mormorio come di una moltitudine che si avvicina, di ora in ora, illuminandosi e affrettandosi man mano che arrivava, fino alla gloria della Messa di Mezzanotte, la chiesa affollata, illuminata da un'estremità all'altra, l'odore di bosso e alloro nell'aria, che presto sarebbe stato confuso e sovrastato dall'aroma del fumo d'incenso; e anche il mondo dello spirito si affrettava intorno a loro; e gli angeli (lei pensava) scendevano dal Paradiso, come gli uomini dalla città tutt'intorno, per salutare Colui che è Re sia degli angeli che degli uomini.

E adesso, in questa nuova Inghilterra, la chiesa, vuota della Presenza Divina, si stava svuotando anche dei suoi visitatori umani. Udiva grandi porte sbattere da qualche parte, e il riverbero rotolare sotto le volte di pietra. Sarebbe stata presto vuota, desolata e scura; e sarebbe stata così tutta la notte… Perché non piangevano anche le pietre?
Mistress Alice la toccò su un braccio.
“Dobbiamo andare,” disse. “Stanno chiudendo la chiesa.”

a cura di Luca Fumagalli

http://radiospada.org/2013/03/il-novus-ordo-nellepoca-elisabettiana/

sabato 15 marzo 2014

riforma = rivoluzione

Un vecchio trucco:
CAMBIARE IL RITO
PER CAMBIARE LA FEDE

Riporto in traduzione la notizia del "MailOnline" sulla "riforma" del rito battesimale nella Chiesa anglicana. Seguirà un commento.




I servizi liturgici del battesimo nella Chiesa inglese potranno essere riscritti per rimuovere alcuni riferimenti cristiani.
Il progetto di un nuovo servizio "battesimo lite", progettato per rendere i battesimi più interessanti per i non fedeli sarà considerato il mese prossimo dal parlamento della Chiesa, il Sinodo generale.
I sostenitori dicono che il servizio battesimale dovrebbe "esprimersi in un linguaggio culturalmente adeguato e accessibile" facilmente comprensibile da chi non ha basi teologiche.
Ma il clero tradizionalista (traditionalist clergy) ha detto che l'idea corrisponde ad una demolizione.
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Il progetto di un nuovo servizio "battesimo lite", progettato per rendere i battesimi più interessanti per i non fedeli sarà considerato il mese prossimo dal parlamento della Chiesa, il Sinodo generale.
Il nuovo servizio sarà utilizzato per 150.000 battesimi ogni anno. Se verrà accettato, sarà la terza riscrittura del rito battesimale in circa 30 anni - mentre la versione tratta dal Church's Book of Common Prayer è rimasta pressoché inalterata per più di 400 anni fino al 1980.
Le contestazioni riguardano tre sezioni del servizio battesimale a partire dall'ultimo culto autorizzato nel 1997.
In una sezione, i padrini o un adulto che sta per essere battezzato, sono invitati a "respingere il diavolo e ogni ribellione contro Dio" e a rinunciare "all'inganno e alla corruzione del male", Essi sono invitati a "sottomettersi a Cristo come Signore".
Il reverendo dr. Tim Stratford, di Liverpool, che sta organizzando gli argomenti [da discutere] prima del sinodo, in un documento dice che "esiste una certa infelicità di linguaggio non essendo abbastanza collegato alla terrenità".

Ha aggiunto che nel clero, tra le parrocchie piccole e povere "esiste una forte richiesta di una breve preghiera con un linguaggio diretto, ma poetico, che permetta al Vangelo di risuonare meglio nell'esperienza di vita delle persone".

Ha inoltre detto: "Questa è [...] una preghiera che la maggioranza dei britannici non teologicamente versati capiranno. Una terza parte del servizio liturgico è stata rigettata perché troppo lunga e non diretta".

Stephen Parkinson, [...] ha detto che ci sono stati problemi con questo servizio liturgico dal 1997 ma ha aggiunto: "Il semplice silenzio non è una risposta".

I vescovi hanno ieri indicato che se il Sinodo accetterà l'argomento, sarà incaricato un comitato per iniziare a riscrivere un nuovo servizio liturgico del battesimo. Ha però avvertito che tale riscrittura solleverà discussioni sulla fede e la dottrina.

William Fittall, segretario generale del Sinodo, ha detto che per i vescovi è "chiaro che ora non è il momento adatto per intraprendere il lungo e complesso processo che serve per una tale revisione o sostituzione".


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UN MIO COMMENTO


Un battesimo per essere tale comporta l'immersione nell'acqua in nome della Trinità. Il catecumeno dev'essere immerso mentre il sacerdote invoca il nome della Trinità. Prima di tutto l'immersione con tutto il suo significato simbolico (la morte e la risurrezione di Cristo), poi il nome della Trinità perché il sacramento non si può disgiungere dalla professione di fede nel Dio cristiano uno e Trino, Padre, Figlio e Spirito Santo.

Da diversi secoli in Occidente si ha sostituito l'immersione con la semplice aspersione. È una modalità forse nata da necessità contingenti. L'invocazione della Trinità mantiene la validità di questo genere di battesimo, per quanto la forma esteriore (per aspersione) abbia totalmente sostituito quella tradizionale per immersione. 
Il battesimo anglicano è valido? In linea di massima sì. 
Quello che fa sempre più problema è il significato che si vuole dare alle sue parole sacramentali ma questo riguarda anche il mondo cattolico come vedremo. 

Se vi è, come nella notizia sopra riportata, l'intenzione espressa di sostituire alcuni termini specifici e precisi (diavolo, sottomissione a Cristo) con altri termini generali e semanticamente vaghi (male, amicizia (?) con Cristo) - viene da pensare che sia decurtato lo stesso vangelo, la stessa tradizione che ne ha permesso la trasmissione fino ad oggi.

Notate una cosa importante: nel sottotitolo il giornalista ha riassunto la notizia etichettando immediatamente eventuali dubbiosi o contestatori con l'infamante nome di "tradizionalisti" (traditionalist clergy). È una tecnica usata ampiamente anche in Italia e ovunque, pur di far tacere le resistenze e operare indisturbati. Tutto ciò fatto in nome di "persone semplici" e dei "lontani" puzza di operazione a tavolino per modificare, a tappe, un'identità cristiana.

Un'altra cosa: negli ultimi 30 anni questa sarebbe la terza "riforma" del rito battesimale! Anche questo non è nuovo: chi vuole cambiare i riti è un'anima in pena, finito un cambiamento finisce per pensarne ad un altro, poi ad un altro ancora e così via. Quante volte è stato cambiato il messale cattolico nel postconcilio? Il fenomeno è identico, i presupposti sono simili. Nella continua modifica dei libri liturgici pare soggiacere il tentativo di modificare la fede di un popolo. E chissà che, passo dopo passo, non ci si riesca?

Queste riforme (cattoliche o anglicane non importa) hanno tutte un minimo denominatore comune: l'imbarazzo di parlare con i termini evangelici perché risultano troppo chiari e disturbano l'uomo attuale. Si preferiscono, dunque, termini sempre più soft, sempre più inclusivi, che, però, non infondono più "sane inquietudini" e tendono a giustificare le persone. Giustificazione dopo giustificazione si da alle persone l'alibi di frequentare sempre meno la chiesa. Da frequentazione saltuaria ad abbandono il passo è breve. 

L'operazione di "marketing ecclesiastico" in corso in Inghilterra non è, dunque, una cosa che riguarda solo loro. È ampiamente nota pure nelle nostre regioni con parroci che edulcorano all'infinito il Vangelo. Ma con una edulcorazione dietro l'altra non si finirà per svuotare completamente i sacramenti?


È quanto sta già avvenendo.
Ricordo eucarestie presentate come "contratto di adesione alla comunità", cresime presentate come "unione ai progetti della comunità", confessioni come "semplici dialoghi", ecc.



Ma senza andare ai miei ricordi, basta osservare il clero attuale. I sacerdoti in cuor loro e sempre più nelle prediche scambiano lo Spirito santo con la "coscienza personale", la verginità della Madonna per un modo di dire, la Trinità per una spiegazione che non dice più nulla al mondo moderno, gli insegnamenti vetero testamentari per un insieme di miti, l'aspirazione alla coerenza morale per un idealismo impraticabile, la divinità di Cristo come una invenzione intervenuta parallelamente alla divinizzazione dell'imperatore cristiano.

Sì, siamo tutti nella stessa condizione! 

Dietro a tutto questo sembra d'intravedere molto più di una moda, direi quasi un progetto ideato ad alti livelli per trasformare le "vecchie" confessioni cristiane in una pappetta dolciastra, vaga e umanistica, in
modo da renderle intercambiabili e assimilabili tra loro.

Questo spiegherebbe la presenza di clero "piacione" (fin nei più alti livelli) ma dogmaticamente e spiritualmente inconsistente!

Quei pochi che non sono d'accordo, preferendo rimanere nella Tradizione istituita dagli Apostoli e nell'insegnamento di Cristo, non sono che spregevoli "tradizionalisti" che non amano l'umanità.

Un vecchio banale copione, uno slogan logoro che si diffonde roboticamente in ogni zona della vecchia Europa...


http://traditioliturgica.blogspot.it/2014/01/riforma-o-rivoluzione.html 

sabato 18 gennaio 2014

obbedienza in relazione a Cristo

Obbedienza al Papa, solo in relazione a Cristo
di Antonio Livi18-01-2014



Papa Francesco in preghiera
L’opinione pubblica cattolica, in Italia e non solo, continua a essere agitata da polemiche attorno ai discorsi del Papa e alle diverse interpretazioni che essi hanno avuto da parte di opinionisti che si dichiarano conservatori o progressisti (ma pur sempre credenti) e da parte di altri opinionisti che si dichiarano non credenti ma che hanno praticamente il monopolio dei media.

Io, come sacerdote, quando mi riferisco all’opinione pubblica cattolica ho presente soprattutto la fede delle singole persone, e la constatazione che questi eventi mediatici aumentano ogni giorno di più lo sconcerto e il disorientamento tra i fedeli mi induce a prendere ancora una volta la parola per contribuire, con il rigore della logica (che è la mia competenza scientifica) e quella “luce della fede” della quale ha parlato papa Francesco, a ri-orientare i fedeli dis-orientati. Ho collaborato recentemente alla pubblicazione di un volume di vari autori che si intitola appunto Verità della fede: che cosa credere, e a chi (Leonardo da Vinci editore). Ora mi inserisco invece nel proficuo confronto di opinioni che c’è stato su La Nuova Bussola Quotidiana tra Mario Palmaro (che in precedenza era intervenuto a più riprese, assieme ad  Alessandro Gnocchi, sul Foglio di Giuliano Ferrara) e il direttore Riccardo Cascioli, ai quali si è poi aggiunto il sociologo Massimo Introvigne. 

Palmaro ha esposto di nuovo, nel modo rispettoso che gli è proprio, i suoi dubbi circa l’opportunità (per la pastorale) e l’efficacia (per l’evangelizzazione) degli atteggiamenti e delle parole di papa Francesco; Cascioli, ha replicato ribadendo la linea editoriale della Nuova Bussola Quotidiana, che non ritiene giusto che i cattolici manifestino sui media le proprie opinioni critiche nei confronti del Papa: meglio insistere a chiarire all’opinione pubblica la verità cattolica garantita dal Magistero, e poi confidare nell’indefettibilità che Cristo assicura sempre alla sua Chiesa. Infine Introvigne ha creduto di poter giustificare quegli orientamenti dottrinali e  pastorali di papa Francesco che Palmaro criticava, riconducendoli alla teologia e alla spiritualità gesuitica.

Io non posso non condividere le preoccupazioni di Palmaro, e allo stesso tempo comprendo le obiezioni di Cascioli. Sono d’accordo con l’uno e con l’altro, non tanto perché sono amico di tutti due, ma perché ritengo che entrambe le posizioni siano espressione di sincero amore per la fede della Chiesa, per quella fede che sola può garantire l’unità nell’essenziale e allo stesso tempo il legittimo pluralismo nel campo delle scelte teologiche e pastorali, che per loro natura devono essere libere, in quanto non riguardano il dogma ma l’opinabile. Come sacerdote ammiro la mens catholica di questi intellettuali laici che nel loro lavoro professionale si sforzano sempre di fornire all’opinione pubblica i criteri dottrinali per poter distinguere, appunto, tra ciò che è dogmatico e ciò che è opinabile. Non sono affatto d’accordo, invece, con Introvigne, e quanto adesso dirò servirà a spiegare le ragioni del mio accordo con i primi due e del disaccordo con il terzo. Sono ragioni di natura non ideologica e men che meno politica, ma esclusivamente teologica (e pazienza se qualcuno, anche tra i teologi, non è in grado di apprezzare queste distinzioni).

Va ricordato, innanzitutto, che per tutti noi cattolici, la  principale (e talvolta unica) ragione per cui dobbiamo interessarci delle parole e dei gesti del Papa è perché egli è a capo della Chiesa di Cristo per volontà espressa di Cristo stesso, come sappiamo per fede. È dunque l’adesione convinta al dogma del Corpo Mistico ciò che giustifica l’obbedienza incondizionata alle direttive pastorali del Papa e motiva l’unione affettiva ed effettiva con lui, quella devozione che faceva dire a santa Caterina da Siena, nel Trecento, che il Papa è «il dolce Cristo in terra» (il che non le impediva di recarsi ad Avignone per rimproverarlo di non risiedere a Roma). Un santo del Novecento, Josemaria Escrivà, per indicare il giusto ordine di una devozione sostanziata di fede, diceva che «per noi cristiani i grandi amori sono Cristo, Maria e il Papa».

Quello che il Papa fa e dice nell’esercizio del ministero petrino deve interessare tutti i fedeli – indipendentemente dalle diverse appartenenze all’interno della Chiesa, dal diverso feeling o da qualunque altra variabile sul piano umano – sempre e solo per un motivo di fede: perché Cristo stesso lo ha voluto come Pastore della Chiesa universale, ossia perché in modo eminente egli è davvero il “Vicario di Cristo”. Ciò significa che il  Papa – chiunque egli sia in un dato momento della storia – non interessa tanto come personalità umana o come “privato dottore”, cioè come semplice teologo, quanto invece come supremo garante della verità divina affidata alla Chiesa dall’unico Maestro, che è Cristo.

Insomma, detto un po’ brutalmente (diciamo pure “papale - papale”, usando un’espressone popolare scherzosa ma non senza contenuto), il Papa interessa relativamente, cioè interessa solo in relazione a Cristo, dal quale riceve l’autorità di «pascere le sue pecorelle» nel suo Nome; solo in relazione a Cristo, la cui Parola egli deve custodire, interpretare e annunciare al mondo, «senza aggiungere e senza togliere alcunché»; solo in relazione a Cristo, del quale il primo Papa, san Pietro, disse che «non ci è stato dato alcun altro Nome sotto il Cielo nel quale possiamo essere salvati»; solo in relazione a Cristo che nel Giubileo dell’anno 2000 la Chiesa, con papa Giovanni Paolo II, ha di nuovo messo al centro della propria vita e della propria missione come Colui che «ieri, oggi e sempre» è l’unico Salvatore.

In un’ottica di fede, in un orizzonte di senso autenticamente cristiano, chi interessa assolutamente è solo Cristo, del quale parlano le Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento, e la cui vita, morte e Risurrezione è costantemente commemorata dalla liturgia della Chiesa perché a tutti i fedeli sia consentita una sempre maggiore comprensione spirituale del Mistero del «Verbo che si è fatto carne».

Invece, la personalità umana, la biografia, i gesti e le parole dell’uomo che in ogni momento storico occupa la sede di Pietro meritano di essere conosciuti e interpretati dai credenti unicamente nella misura in cui servono a conoscere e interpretare sempre meglio la Parola di Cristo, così come l’affetto, la devozione e l’unione con il Papa attuale meritano di essere incentivati nella misura in cui si risolvono puntualmente in un accresciuto spirito di adorazione del “Dio-con-noi” e nel rafforzamento di quella unione con Lui che è iniziata con la grazia del Battesimo. Peraltro, nessuno dei grandi santi che conosciamo sono dipesi, nel loro cammino di fede e nel loro impegno ascetico e apostolico, da una conoscenza approfondita della biografia e delle idee personali del papa o dei papi del loro tempo; dipendevano invece interamente dalla dottrina della fede, ossia dal dogma, conosciuto attraverso l'ordinaria predicazione ecclesiastica e la consuetudine delle Scritture, e confrontato con le diverse esperienze ecclesiali, tra le quali soprattutto le vite dei santi. Un dottore della Chiesa come Agostino, ad esempio, giunse alla conversione dopo aver ascoltato la predicazione di Ambrogio e aver meditato il Vangelo, e scelse la condizione monastica leggendo la Vita di Antonio scritta dal vescovo Atanasio. Teresa d’Avila, anch’essa dottore della Chiesa, in nessuna delle sue opere nomina il papa allora regnante, pur sapendo bene che da lui avrebbe dovuto ottenere l’autorizzazione finale per la riforma del Carmelo.

Ora, se tutto questo è vero – e indubbiamente è vero, anzi è proprio una “verità sacrosanta” -, allora che cosa si può trovare, che cosa si deve eventualmente cercare oggi, nei discorsi e nelle iniziative di un Papa così assiduamente seguito dalla stampa e dalla televisione di tutto il mondo? Come interpretare rettamente il senso di ciò che fa e di ciò che dice? Ecco dei criteri di discernimento che come sacerdote mi sembra indispensabile fornire a tutti quei fedeli che cercano sinceramente un incremento della loro vita di fede e una maggiore unione con Cristo attraverso l’unione con il Papa. 

Il criterio fondamentale è che il Papa, ogni Papa, ci ri-porta a Cristo ri-presentando e ri-attualizzando il Vangelo con gli atti del suo magistero e con le sue direttive pastorali. Di questo Papa, come di ogni Papa, non debbono necessariamente interessare tutti i discorsi estemporanei, soprattutto se non vengono poi riprodotti negli Acta Apostolicae Sedis, perché essi non costituiscono un vero e proprio magistero pontificio, nemmeno all’infimo grado di autorevolezza: non sono atti che impegnano in qualche modo quella infallibilità personale che il Vaticano I (1870) ha riconosciuto essere prerogativa del Romano Pontefice e che di per sé è sempre collegata all’intenzione di parlare come Pastore della Chiesa universale per “definire” una dottrina dogmatica o morale. Per di più, il contenuto dottrinale di tali discorsi va compreso ascoltandoli o leggendoli integralmente, tenendo conto del contesto, di tutte le circostanze di tempo e di luogo, cosa che non può avvenire se ci si limita a leggerne un sunto e un’interpretazione arbitraria sulla stampa.

Mi si dirà: ma un comune fedele non avrà mai il tempo né sentirà mai il bisogno di andare a verificare se ogni discorso di papa Francesco è stato correttamente interpretato dai media… Giusto!, rispondo io. Ma proprio per questo conviene ai semplici fedeli lasciar perdere l’accavallarsi di notizie estemporanee che fanno di tutta l’erba un fascio, mettendo in risalto solo gli aspetti esteriori e contingenti del papato; non è obbligatorio e nemmeno possibile seguire attentamente e valutare adeguatamente ogni catechesi del mercoledì, ogni omelia nella Messa a Santa Marta, e poi tutti gli interventi estemporanei del Papa (una media di tre al giorno), così come  non è obbligatorio e nemmeno possibile conoscere “in tempo reale” tutte le nomine e i cambiamenti che il Papa fa in vista della cosiddetta “riforma della Curia” e per la cosiddetta “provvista di Chiese” in tutto il mondo cattolico.

E, siccome solo conoscendo tutto approfonditamente si può tentare di mettere ciò in rapporto con il “cammino” della Chiesa come tale, in definitiva è meglio che i semplici fedeli (ai quali non interessano affatto le polemiche ideologiche e tanto meno i giochi di potere all’interno della casta clericale) dedichino, come ho detto, lo scarso tempo a disposizione  a quei pochi documenti che costituiscono davvero il magistero di questo Papa: l’enciclica Lumen Fidei e l’esortazione apostolica post-sinodale Evangelii gaudium. Lo dico da sacerdote che ha il dovere di conoscere, rispettare e seguire fedelmente le direttive del Papa: non perdete tempo dietro ai pettegolezzi, non fatevi coinvolgere dagli interessi mondani (così li chiama papa Francesco) e dalle speculazioni pseudo-teologiche dei media; fatevi guidare piuttosto dal vostro buon senso cristiano e limitatevi a leggere, con l’intenzione di trarne profitto, quei due documenti. Vedrete che il Papa, quando esercita il suo magistero ordinario, è sostanzialmente in linea con tutto il magistero precedente (non può essere altrimenti); vi accorgerete che la Lumen fidei non contraddice affatto la Fides et ratio di Giovanni Paolo II, e inoltre riconosce esplicitamente il contributo che il suo predecessore Benedetto XVI ha fornito alla stesura del testo; comproverete che nessun Papa sconfessa la dottrina contenuta nei documenti del magistero precedente e che non è possibile che il carisma dell’infallibilità personale porti paradossalmente a “rompere” con la Tradizione, cioè a insegnare il falso. 

Ma allora – mi diranno alcuni di questi fedeli - perché “la gente” è convinta che Francesco sia un Papa anti-dogmatico e rivoluzionario, e di conseguenza c’è chi, come Enzo Bianchi, sale sul carro del vincitore nella guerra contro la Tradizione, e sul fronte opposto c’è chi resta sconcertato e scandalizzato credendo di assistere alla liquidazione della Chiesa ad opera dello stesso suo Capo visibile? Il perché è presto detto: tutte le informazioni, di ogni genere e specie, meritano credito solo se provenienti da fonti verificabili e garantite, e se ammettono controlli incrociati: è la logica della conoscenza per testimonianza, che comprende, oltre l’informazione, la conoscenza storica, la divulgazione scientifica, la conoscenza della coscienza altrui, e infine la conoscenza dei misteri soprannaturali, ossia la fede cristiana. Ora, le fonti che forniscono ai comuni fedeli le informazioni riguardanti la vita della Chiesa e il ministero del Papa e le corredano di commenti, non sono mai verificabili e garantite, e difficilmente ammettono controlli incrociati, per cui in questa materia risultano tutte inattendibili. Meglio lasciar perdere, come dicevo. Ma se proprio si vuole cercare di sapere e di capire, occorre almeno seguire questi spassionati consigli che ora do (ai semplici fedeli, s’intende, non a chi ha il dovere d’ufficio di informarsi sulle direttive pastorali e le disposizioni disciplinari della Santa Sede).

Per prima cosa, consiglio ai comuni fedeli di non dare alcun credito, in questa materia, ai media dichiaratamente “laici” (il che, nel linguaggio politico attuale, equivale ad atei o almeno agnostici, e in pratica significa pregiudizialmente ostili al dogma e alla morale cattolica). Le notizie e i commenti sull’operato del Papa diffusi da chi non crede né alla divinità di Cristo né al fine soprannaturale della Chiesa sono viziati all’origine, sicché ai credenti possono fornire solo informazioni mistificanti e devianti.¬ L’esempio più clamoroso è l’articolo nel quale il fondatore della Repubblica, non contento di aver già prima manipolato il contenuto del suo colloquio con papa Francesco, ritorna a parlarne per inventare «svolte epocali» nella dottrina cattolica, sostenendo addirittura che «il Papa ha abolito il peccato!».

Più recentemente, L’Unità e La Stampa parlano di «strappo» alla disciplina canonica che il Papa avrebbe operato battezzando il giorno 12 gennaio il figlio di una coppia di giovani che non avevano celebrato il matrimonio cattolico. In America, The Advocate, la più antica rivista delle organizzazioni omosessuali, mette in copertina papa Bergoglio come l’uomo dell’anno 2013, affermando che con le sue dichiarazioni egli «ha legittimato i gay». Si possono fare mille esempi a dimostrazione che la malsana attenzione con la quale la stampa e la televisione di orientamento laicista segue tutto ciò che il Papa fa e dice, facendo parlare “vaticanisti” e opinionisti di ogni tipo (compresi gli immancabili Cacciari, Vattimo, Flores d’Arcais, Giorello, Odifreddi e Severino) non si deve ovviamente al fatto che si vogliano fornire informazioni corrette sulla realtà religiosa della Chiesa - che per quegli organi di stampa è solo superstizione e ipocrisia – ma alla ben nota strategia culturale dei “poteri forti”, i quali mirano ad abbattere ogni resistenza alle riforme giuridiche e sociali che l’ideologia della secolarizzazione (nella quale confluiscono  il progressismo libertino, l’ateismo militante, l’animalismo, lo scientismo, l’omosessualismo) sta imponendo in tutto l’Occidente. 

È una strategia evidente, che da settant’anni in qua si è fatta ogni giorno più accanita, grazie anche al fatto che questi malintenzionati commentatori dell’attualità ecclesiale godono oggi di un’egemonia politico-culturale incontrastata, esercitata anche attraverso il monopolio dei media, al punto che gli stessi fedeli cattolici sanno del Papa solo quello che i giornalisti anticattolici propinano loro giorno dopo giorno. Se poi gli opinion makers che pure esistono all’interno della Chiesa (la cosiddetta “stampa di ispirazione cattolica”, ma soprattutto gli operatori della pastorale in tutti gli ambienti) si accontentano di fungere da compiacente eco dei media anticattolici (ritenendo che questo sia un dovere di “dialogo” e di “apertura al mondo di oggi” secondo l’indirizzo pastorale del Concilio e ancora più del Papa attuale), allora il danno che si fa all’autentica pastorale è immenso, perché ai fedeli arrivano solo messaggi ambigui, quando non addirittura mistificatori.

È comprensibile - anche se non accettabile, perché contrario alle regole di un vero dialogo, senza secondi fini – che i massoni, i materialisti dialettici e i nichilisti vogliano spacciare per fatti reali, documentabili, quello che altro non è se non il loro sogno, ossia l’auto-distruzione della Chiesa cattolica mediante l’accantonamento dei dogmi e della dottrina morale, fino all’equiparazione della fede cristiana a ogni altra fede e persino all’ateismo; meno comprensibile è che chi ha il dovere istituzionale di orientare l’opinione pubblica intra-ecclesiale contribuisca a trasmettere ai fedeli il messaggio  che papa Francesco, con le sue  direttive dottrinali e disciplinari, stia attuando una radicale riforma della Chiesa, riforma che porterà a non condannare più alcun errore dottrinale o pratico e a considerare buone e giuste tutte le opzioni esistenziali, compresa l’irreligiosità e l’ateismo.

Sarebbe come a dire che la Chiesa intende riformarsi proprio nel senso inteso dai suoi nemici di sempre, i quali intendono il dialogo di papa Francesco con loro come una resa senza condizioni, come la piena accettazione  della loro denuncia della Chiesa come sistema di potere oscurantista, nemico del progresso e della libertà di coscienza. In parole povere, il messaggio che arriva ai fedeli è che la Chiesa, con papa Francesco, rinnega il suo Credo e la sua Tradizione e rinuncia alla sua stessa ragion d’essere, che è di proclamare il messaggio soprannaturale della salvezza in Cristo Gesù. Logicamente, chi crede nell’indefettibilità della Chiesa sa che questo è impossibile, e comprende bene che tutti gli argomenti di fatto avanzati dai media anticattolici a favore di questa tesi sono falsi, non sono altro che interpretazioni abusive o addirittura fantasiose di atteggiamenti e di parole pronunciate da papa Francesco in occasioni diverse e con interlocutori diversi: atteggiamenti e parole la cui opportunità ed efficacia pastorale possono non risultare evidenti, ma che sono indubbiamente ispirati dal proposito di perseguire i fini propri della Chiesa di Cristo. Così, in coscienza, penso io e così ritengo che debba pensare ogni fedele che nutra sentimenti di devozione per il Vicario di Cristo e doveroso rispetto per la persona del Papa, chiunque egli sia. 

Ma, per tutto quello che ho detto, ai comuni fedeli non conviene fidarsi, in questa materia, nemmeno dei media ufficialmente cattolici. L’attenzione prestata ai discorsi del Papa e il modo nel quale questi vengono commentati  da parte dei giornali, dalle riviste e dalle emittenti che si presentano come “di ispirazione cattolica” sono evidentemente materia di libera scelta religiosa e professionale, ma in nessun caso possono prescindere dai dettami della coscienza, perché è dovere di ogni credente, nella Chiesa, di contribuire al bene comune, ossia alla vita di fede del Popolo di Dio. Nell’interesse del popolo di Dio, che ha diritto a essere orientato dai suoi Pastori,  bisogna che tutti contribuiscano, appunto, a orientare, ossia a indirizzare la mente e il cuore dei credenti all’Oriente che è Cristo.

Se l’operato del Papa viene presentato come l’espressione di una “corrente” all’interno della Chiesa (quella dei progressisti, dei riformatori, degli antidogmatici), o peggio ancora come l’imposizione a tutta la Chiesa di un “carisma”  particolare e di una specifica “via” spirituale (quella dei gesuiti), non si fa giustizia della funzione propria del papato: il Santo Padre è il padre di tutti, e il suo “carisma” gli impone di riconoscere e promuovere tutti i “carismi” che lo Spirito suscita nella Chiesa, ossia le diverse spiritualità degli ordini e delle congregazioni religiose, dei movimenti e delle associazioni laicali, così come i diversi riti liturgici e le diverse tradizioni pastorali delle Chiese locali in Occidente e in Oriente.

Certamente, egli ha tutto il diritto di sentirsi «orgogliosamente gesuita» (come ha detto recentemente nella chiesa del Gesù a Roma) e di optare per forme di pastorale che si ispirano a sant’Ignazio: ma se si presentano le scelte personali del Papa come se con questo egli intendesse stabilire nuove regole, anche canoniche, valide per tutta la Chiesa, appiattisce la figura del Papa al livello delle beghe clericali. Si ricasca così nell’errore funesto di spacciare l’opinabile per dogmatico, il che poi conduce, nella coscienza dei fedeli, a quella relativizzazione dell’assoluto che consegue all’assolutizzazione del relativo. Per questo disapprovo la replica di Introvigne a Palmaro pubblicata dalla Bussola Quotidiana; e per questo disapprovo anche la campagna che sta portando avanti da mesi il gesuita Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, il quale, oltre a chiedere e ottenere un’intervista esclusiva di papa Francesco alla sua rivista (presentandola come una specie di enciclica programmatica del pontificato),  ne ha poi fatto una personale esegesi in più di un’occasione, fino alla pubblicazione di un volume di vari autori tradotto in varie lingue e pubblicato, oltre che in Italia, anche in Francia e in America. Successivamente, ha continuato a fare l’esegeta ufficiale del papa gesuita con l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (cfr Antonio Spadaro, «Evangelii gaudium: radici, struttura e significato ella prima Esortazione apostolica di Papa Francesco», in La civiltà cattolica, n. 3923, 7 dicembre 2013, pp. 417-433), presentandola come espressione genuina della tradizione teologico-morale dei gesuiti, cosa che viene più avanti confermata, nel medesimo fascicolo della rivista, da un articolo del gesuita Brian O’Leary, intitolato «Il vocabolario spirituale di Pietro Favre», il gesuita recentemente canonizzato da papa Bergoglio (pp. 459-472).

Tutto ciò non contribuisce a orientare i fedeli ma li disorienta definitivamente. Se la scelta (opzione prudenziale) di una determinata spiritualità o l’adozione di una determinata prassi pastorale vengono ideologizzate, tramutate nella dottrina teologica con la quale si intende ri-formare la Chiesa e ri-formulare i dogmi, allora non c’è modo di evitare che alcuni fedeli esaltino il Papa come artefice di quella riforma radicale o rivoluzione che certi pretesi teologi (a cominciare da Enzo Bianchi) auspicano, suscitando la scomposta reazione di altri (giustamente definiti “reazionari”) che finiscono addirittura per temere che il papa non garantisca più l’ortodossia. Pietro Prini parlava molti anni fa di uno «scisma sommerso», alludendo al distacco di gran parte dei comuni fedeli dalla dottrina dogmatica e morale della Chiesa; ora il conflitto tra cattolici dell’una e dell’altra fazione  (un conflitto così ideologico da ricordare gli «opposti estremismi» della politica italiana degli anni Settanta) può degenerare in un moltiplicarsi di scismi conclamati (già c’è stato l’episodio doloroso della Fraternità di san Pio X).

Meglio allora, come ho detto, lasciar perdere le tante interpretazioni delle intenzioni del Papa che certi malintenzionati impongono all’opinione pubblica cattolica manipolando il contenuto dei suoi discorsi: ci si attenga ai suoi insegnamenti ufficiali, e certamente si vedrà che – al di là di iniziative di “dialogo” che possono essere imprudenti o accenni ad argomenti dottrinali che possono risultare ambigui – i capisaldi della dottrina cristiana non sono minacciati e ogni riforma pastorale della Chiesa sarà, come insegnato da Benedetto XVI, una «riforma nella continuità». E per i fedeli comuni, giustamente non interessati a nomine, sostituzioni e deposizioni in campo ecclesiastico, è quanto basta.

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domenica 14 aprile 2013

pianeta plicata

Francesco Tolloi: "Levant planetas in scapulas"
Un’osservazione attenta, precisa e circostanziata delle “pianete plicate” e dello “stolone”, del loro uso (in particolare nella forma che qui chiameremo “classica” del rito romano1), della loro genesi e formazione ci impone come necessaria la premessa che non stiamo ragionando di paramenti diversi dalla “pianeta”2 ma di un diverso modo di indossare lo stesso sacro indumento.
   Facendo una brevissima ma chiarificatrice digressione indicheremo l’analogia con il caso della stola nella fattispecie nel suo modo di essere indossata sul camice: il vescovo la porta diritta con le estremità che pendono parallele dalle spalle; il sacerdote la porta incrociata innanzi al petto; il diacono la accomoda sulla spalla sinistra per poi farle percorrere in diagonale il busto e la schiena e unire le sue estremità al fianco destro; sicuramente però non vi è chi dubiti si tratti di nulla altro se non lo stesso paramento indossato in guisa differente3.
   È così per la casula: che essa sia portata distesa, “plicata”, o – come è meglio dire in lingua italiana – piegata nella sua parte anteriore, arrotolata al fine di accorciarla sul davanti e finanche mozzata in questa parte e usata dai ministri sacri resta lo stesso paramento. Proprio in tal senso il Merato, nel commentare l’opera del Gavanto, ammonisce affinchè le pianete – dopo le messe solenni in cui i sacri ministri indossano le indossano piegate – vadano sciolte dai legacci o liberate degli aghi che assicurano al petto la loro parte anteriore in modo che i sacerdoti possano comodamente servirsene per la celebrazione della messa4, troviamo analogo opinare nell’opera del benedettino Michel Baluldry5; o ancora da parte del Piscara Castaldo il quale altresì ci rammenta che le pianete in uso da parte dei ministri non devono differire per forma e benedizione da quelle “sacerdotali”6.
disegno pianeta piegata e stolone
   Quale corollario di questa, a nostro opinare necessaria, premessa possiamo affermare che la pianeta diventò “indumento esteriore” di solo ed esclusivo appannaggio sacerdotale solo nel 1960, durante l’epoca del sommo pontificato del beato Giovanni XXIII quando – portando alle conseguenze premesse mosse, come poi dettaglieremo, alcuni anni prima – con il nuovo codice delle rubriche si giunge ad affermare che “planetae plicatae et stola latior amplius non adhibentur”7.
   La casula – ma analoga considerazione può essere estesa agli altri paramenti – non trae origine nell’ambito nel quale l’utilizzo si è definito e cristallizzato ed oggi conosciamo come esclusivo ossia quello liturgico ma ha principio nel vestiario civile romano. Più precisamente il paramento che oggi conosciamo nulla è se non l’evoluzione e stilizzazione dell’antica poenula romana e questo – facendo poggiare la nostra affermazione sulle parole e l’opinare argomentato del Callewaert – è un dato indubitabile8.
   La poenula era un vestimento di forma rotonda dotato di un’apertura funzionale a far passare il capo e quindi far ricadere la stoffa sulle spalle, l’ampiezza della fattura dell’abito faceva sì che esso ricoprisse l’intera persona. Essa era inizialmente in uso, in special modo, presso i ceti più umili salvo poi divenire un capo di abbigliamento di uso più comune anche da parte delle autorità e dei notabili al di fuori dell’esercizio dei pubblici uffici. La poenula ben presto fu adottata dai chierici: Amalario di Metz ci ragguaglia – e siamo già nel IX secolo – che essa era indossata generalmente e indistintamente da tutti i chierici definendola  “generale indumentum sacrorum ducum”9.
   Osservando retrospettivamente noteremo che è dal secolo IV che i diaconi “non semper sed saepe”10 iniziarono ad indossare la dalmatica (ovviamente anch’essa d’uso inizialmente civile), nei secoli successivi imitati dai suddiaconi (con l’uso della tunicella). Gioverà ricordare una certa “gelosia” romana nel serbare l’uso della dalmatica al papa e ai suoi chierici:  talvolta furono proprio i sommi pontefici a concedere l’uso della dalmatica presso altre realtà ecclesiali locali, a titolo esemplificativo ricorderemo come papa Simmaco la concesse, durante i primi anni del VI secolo, ai diaconi di Arles, san Gregorio Magno, sul finire dello stesso secolo, la concesse al vescovo di Gap e al suo arcidiacono ed ebbe altresì la premura di recapitare delle dalmatiche confezionate, indice evidente della rarità di tale sacro ornamento fuori dall’Urbe11.
   
Roma si segnalò più conservativa nell’utilizzo della poenula rispetto ad altri luoghi ed anzi, nell’Urbe, si attesta l’uso da parte dei diaconi di ministrare all’altare con la dalmatica salvo indossare la poenula nelle celebrazioni aventi un carattere penitenziale12, va comunque considerato e tenuto in debito che l’uso della stessa – anche da parte degli accoliti – è attestato in alcuni luoghi fino all’XI secolo13. Fu quindi dal generalizzarsi dell’uso ecclesiastico della poenula che ebbero a formare la loro identità la casula o planeta occidentali e il φαιλόνιον dei greci14. La necessità di piegare o levare la casula  – nei modi e nei momenti che poi illustreremo – deriva da mere esigenze di funzionalità, praticità e comodità che appaiano quanto mai opportuni se non necessari tenuto in opportuno conto l’ingombro che essa doveva costituire per un chierico deputato al servizio del celebrante e al quale sono richiesti diversi spostamenti per le sue incombenze come ad esempio al diacono, o l’impaccio che doveva costituire, per fare un altro esempio, salire gli scalini dell’ambone con un indumento così ampiamente foggiato. Detta necessità indubbiamente portò al lento cristallizzarsi degli usi che trovarono progressivamente sistematizzazione normativa nei libri liturgici. Anche quando l’ampiezza del paramento venne meno non cessarono questi “segni” ormai fissati, codificati e diventati norma; a titolo di completezza non si può trascurare il fatto che molti gesti legati alla pianeta sarebbero incomprensibili se non in considerazione delle fattezze primigenie o comunque antiche di questo indumento: così il Caeremoniale episcoporum che prescrive di arrotolarla sulle braccia15, o il messale stesso laddove impone di sollevare la pianeta al momento in cui il celebrante eleva le sacre specie16, un accorgimento ormai solamente rituale poiché, per usare le parole del Bonanni, “essendo ora aperta non vi sia tal bisogno”17.
   Ma come si addivenne a questi usi? Bisogna, a nostro vedere, fare riferimento ai più antichi ordines che – secondo Callewaert – consentono di evincere, ad esempio, che i diaconi indossassero nei giorni festivi la poenula sopra la dalmatica depondendo la prima nell’accesso al presbiterio nelle occasioni festive e ministrando, invece, parati con la poenula negli altri “in signum moeroris”18. Effettivamente l’assunto ha risontro con gli ordines più antichi e la destinazione ai tempi di mestizia – in seguito – ha riscontro fino alla codificazione “classica” e all’abbandono recenziore. A titolo esemplare secondo l’Ordo I, i diaconi si spogliano della poenula proprio facendo accesso al presbiterio19 - mentre dal III (esso è di fatto un’appendice al I) in poi la levano al Gloria -  i suddiaconi (Ordo I) della schola cantorum la raccolgono al seno all’inizio ed anzi, colui che fra di essi li dirige nel canto, la toglie del tutto all’inizio della messa20. Non sarà superfluo rammentare – stando sempre all’opinione di Michel Andrieu – che l’Ordo I, la cui redazione rimonta all’VIII secolo, ebbe lo scopo di diffondere il modo di celebrare romano nelle Gallie21. L’utilizzo della poenula per i tempi penitenziali è da attribuirsi, secondo l’abate Mario Righetti, alle processioni stazionali che si compivano donde deriva la necessità di un indumento esteriore ampio e coprente allo scopo di proteggersi dalle intemperie, un tanto potrebbe essere bastato a caricare le pianete indossate dai ministri di un significato di mestizia, mantenutosi proprio in quei contesti liturgici che si sono rivelati maggiormente conservativi nel mantenere le costumanze più antiche22. Va tenuto altresì in debito conto che l’antica poenula era generalmente confezionata in lana grezza e presentava colorazioni scure con le quali veniva ad opporsi – in un certo qual modo – alla dalmatica che, per il suo colore chiaro ed il suo ornato a clavi purpurei, evocava un carattere più marcatamente festivo. A Roma ab immemorabili – e ben prima della codificazione duecentesca del “canone dei colori”, spesso figlia dell’attribuzione di significati simbolici, – vi era una distinzione tra vestes albae, destinate ai momenti di festività e  vestes pullae caricate di una significanza luttosa. Ciò portò una certa varietà – ed anzi incertezza – nell’individuazione delle circostanze nelle quali far parare i ministri con la poenula come ad esempio l’avvento, la settuagesima, la quaresima e le messe dei defunti, gli usi andarono a unificarsi e rendersi omogenei tra i secoli XII e XIII mantenendosi e cristalizzandosi nella forma che abbiamo definito “classica”23.
Purificazione: distribuzione dei ceri
   Pianeta piegata e stolone paonazzi   La codificazione tridentina è certamente debitrice degli Ordines più recenti nonché riconducibile alle opere del Patrizi Piccolomini e del Grassi. In merito al nostro argomento la troviamo nella sostanza  e contenuti identica dalla promulgazione del Missale Romanum nel 1570 fino all’edizione VI dopo la tipica dello stesso approvata nel 1952 (cit.). Gioverà riportare la rubrica nella sua completezza:
“6. In diebus vero jejunorum (praeterquam in Vigiliis Sanctorum), et in Dominicis et Feriis Adventus et Quadragesimæ, ac in Viglilia Pentecostes ante Missam (exceptis Dominica Gaudéte etiam si ejus Missa infra hebdomadam repetatur, et Dominica Lætáre, Vigilia Nativitatis Domini, Sabbato sancto in benedictione Cerei et in Missa, ac in Quatuor Temporibus Pentecostes), item in benedictione Candelarum et in Processione: in die Purificationis B. Mariæ: in Cathedralibus et præcipuis Ecclesiis utuntur Planetis plicatis ante pectus: quam Planetam Diaconus dimittit cum lecturus ets Evangelium, eaque tunc super sinistrum humerum super Stolam complicantur: aut ponitur aliud genus Stolæ latioris in modum Planetæ plicatæ; et facta Communione resumit Planetam, ut prius. Similiter Subdiaconus dimittit eam cum lecturus est Epistolam, quam legit in Alba, et ea finita, osculataque Celebrantis manu, Planetam resumit, ut prius.
7. In minoribus autem Ecclesiis, prædictis diebus jejuniorum Alba tantum amicti ministrant: Subdiaconus cum Manipulo, Diaconus etiam cum Stola ab humero sinistro pendenti sub dexterum.”24
   Dal testo mutuato dal corpo rubricale  vari sono gli aspetti meritevoli di essere in qualche modo evidenziati: anzitutto l’esclusione – come si è visto arcaica – dell’uso della dalmatica e della tunicella in contesti di messe dal carattere penitenziale, ma anche il riservare l’uso delle pianete da parte dei ministri alle sole chiese cattedrali e le “praecipuis ecclesiis”. Circa le individuazione delle chiese ricomprese nella definizione citata, la sacra congregazione dei riti ebbe modo di pronunciarsi, orientandosi, seppure tardivamente, verso una definizione allargata e non limitata solo a chiese collegiate, basilicali o le chiese insigni di religiosi tanto che si giunse ad annoverare tra le “præcipuis ecclesiis” anche le parrocchiali25.
Venerdì santo alla basilica sessoriana: ostensione delle reliquie.
   Affatto non trascurabile il richiamo alla ulteriore piegatura della pianeta, da parte del diacono, prima della proclamazione del vangelo che prevede addirittura la sostituzione con la “stola latior” o “stolone” per motivi di praticità. Dalla editio princeps del messale apprendiamo che lo stolone era detto nelle chiese romane “bastum”26 probabilmente per la foggia che richiama il “basto” posto sul dorso del somaro. Sarà interessante notare il maggior “conservatorismo” nei confronti degli usi più arcaici della cappella papale laddove si introdusse tardivamente l’uso dello stolone preferendo ripiegare la pianeta e fissarla a tracolla27,  L’uso di questa piegatura supplementare della pianeta o addirittura sostituzione con una “pianeta più comoda” da prima del vangelo fino a dopo la comunione appare come un’attenzione necessaria se consideriamo l’infittirsi delle mansioni che si concentrano in quella parte della messa e che ricadono nella sfera delle competenze del diacono.
Diacono con la casula avvolta
   Lo stolone non è affatto – a dispetto del nome – una stola di dimensioni maggiori o un paramento a sé stante ma nulla è – come sopra si diceva – se non una “pianeta più comoda” e quindi maggiormente adeguata ed adatta all’espletamento degli uffici, ciò si evidenzia anche dal fatto che lo stolone non deve essere fornito della croce come invece è prescritto per la stola28. Tale attenzione è eminentemente pratica tanto che, qualora il vescovo celebri pontificalmente al trono, nei tempi in cui i ministri non fanno uso della dalmatica e della tunicella, i suoi canonici diaconi assistenti non tolgono mai la pianeta piegata dal momento che essa non andrebbe ad arrecare loro impaccio alcuno29.
  Una certa ambiguità nel confondere lo stolone con la stola comune (che invece resta coperta dal primo) si era in ogni caso creata: i diaconi deputati al canto della passione nelle messe della domenica delle palme, del martedì, mercoledì e venerdì santi, giusta le prescrizioni del Caeremoniale episcoporum, indossano, sopra il camice, la stola e il manipolo30); in alcuni luoghi si era instaurato l’uso, attestato anche dal Bauldry31, di sovrapporre lo stolone, tale usanza fu cassata dalla Sacra Congregazione dei Riti nel tardo Ottocento32. In ogni caso l’uso della pianeta piegata era un tratto caratteristico dei tempi di penitenza tanto che neppure durante le celebrazioni solenni che si compiono “coram exposito”, ad esempio le quarant’ore, possono giustificare la loro sostituzione con la dalmatica e la tunicella33.
Domenica delle palme: distribuzione dei rami
S. Anselmo (Roma), domenica delle palme, processione
Westminster, domenica delle palme, processione
Domenica delle palme, processione (Spagna)   Sono meritevoli di una rapida rassegna anche altri riti latini diversi dal romano. La liturgia della primaziale di Lione prevede l’uso delle pianete piegate per l’avvento, la quaresima eccetto la prima domenica in questa costumanza è da ravvisarsi l’antico uso di principiare le austerità quadragesimali il lunedì successivo la prima domenica34, il venerdì santo non si adoperano. In questo rito il diacono prima di cantare il vangelo toglie la pianeta e non la ripiega o sostituisce con lo stolone35.
   Il rito ambrosiano prevede l’uso delle pianete piegate durante il tempo di avvento, la quaresima nonché alle rogazioni minori, nelle domeniche di quaresima il diacono depone la pianeta già per cantare le “preces” che in tali occasioni vengono proclamate subito dopo l’ ingressa. La liturgia milanese prevede per la domenica delle palme e il venerdì santo il colore liturgico rosso quindi i ministri si parano con la dalmatica e la tunicella. Nel caso di celebrazioni innanzi al Santissimo Sacramento solennemente esposto le pianete plicate si rimpiazzano – differentemente dall’uso romano –  con la dalmatica e la tunicella36.
   Braga ha un uso delle pianete piegate del tutto simile a quello romano se si eccettua l’uso della dalmatica e della tunicella per la benedizione e processione degli ulivi37.
   Presso i domenicani nei tempi penitenziali il diacono e il suddiacono ministrano senza “indumento esteriore”38; stesso uso si attesta anche presso i carmelitani dell’osservanza (“calzati”)39 e presso i cistercensi40.
   Il rito dei certosini non prevede l’uso delle pianete piegate ma va ricordato che durante la messa il diacono si limita sempre a indossare la stola sopra il suo abito da coro, la cocolla, al momento della proclamazione del vangelo41.
   Un probabile retaggio dell’epoca in cui l’uso delle pianete piegate non si era ancora del tutto definito in modo univoco è ravvisabile presso i canonici regolari premostratensi i quali le prevedono anche per il tempo di settuagesima42.
   Per quanto concerne  i riti estinti afferenti la composita e variegata famiglia “neogallicana” sarà interessante soffermare e focalizzare l’attenzione sull’uso abbastanza diffuso, del quale ci ragguaglia il De Vert, di portare la pianeta piegata e posta di traverso (“plicata ex transverso”) verso sinistra43 con l’evidente scopo di consentire maggiore libertà di movimento al braccio destro; in tale senso è esemplare la testimonianza offerta dal messale della chiesa metropolitana di Parigi promulgato durante l’archiepiscopato del Vintimille ove si prevede l’uso di “planetis transversis” (non nelle domeniche ma nelle ferie d’avvento e di quaresima e ove è previsto il digiuno), il diacono – sotto la pianeta così acconciata indossa già lo stolone qui chiamato “orarion” (modo col quale i greci chiamano la stola diaconale) il quale copre la sua stola ordinaria; sicchè al momento di proclamare il vangelo non dovrà fare altro che deporre la sua pianeta44). Le liturgie delle diocesi francesi presentavano vistose differenze attinenti i tempi in cui i ministri indossavano o meno la dalmatica e la tunicella e le pianete piegate. A mero titolo d’esempio, assolutamente non esaustivo, citiamo – proprio per renderci conto del livello di diversificazione delle prassi –  il caso di Limonges laddove il diacono si serve della pianeta piegata mentre il suddiacono indossa il piviale che depone per proclamare l’epistola45 e di Autun ove nelle ferie di avvento e quaresima, nelle solenni vigilie e nei quattro tempi di settembre, i ministri non usano la dalmatica ma restano solamente con il manipolo sul camice (il diacono aggiunge la stola)46.
   Anche nelle famiglie liturgiche orientali, a uno sguardo attento, non sfuggono utilizzi non esclusivamente presbiterali della pianeta o, come in questi contesti è meglio dire, del φαιλόνιον. Il lettore di rito greco riceve sulle spalle al momento della sua ordinazione (χειροθεςία) un φαιλόνιον non spiegato ma anzi piegato, se egli è secolare si appressa con esso altresì al momento della sua ammissione all’ipodiaconato47,  tale costumanza fa propendere per un uso più esteso antico che qui rinveniamo limitato al solo momento rituale dell’ordinazione48.
Piccolo felonio
  Sarà interessante notare che l’uso del φαιλόνιον non piegato ma accorciato nelle forme è conservato ancora nella tradizione russa nella χειροθεςία lettorale49. Un’altra traccia dell’uso non presbiterale in ambito orientale della poenula, ancora una volta accorciata, è da scorgersi, stando all’opinione di Pilkington, nella mantellina (assai simile a una mozzetta) posta sul camice e che scende sulle spalle dei chierici che ministrano nel rito armeno50.
Divina liturgia in rito armeno
   Ritorniamo nuovamente nell’ambito dell’argomento centrale per ripercorrere la storia di questo costume liturgico nella sua ultima fase. Senza dubbio sempre per praticità e comodità, nonché in questa precisa fattispecie il risparmio oggettivo di preziosa stoffa, a portare, nei secoli successivi la codificazione tridentina, all’uso di tagliare la pianeta nella sua parte anteriore per portarla alla misura che assumerebbe nel caso della piegatura, sagomando altresì il gallone o il merletto ai nuovi contorni così definiti. Si può supporre che tale uso portò, a lungo andare, a un fraintendimento, giungendo quasi ad equivocare che le pianete di cui si servivano i leviti fossero qualcosa di differente dalla pianeta del sacerdote e portare progressivemente a una certa disaffezione
pianete mozzate violacea e neraPianeta mozzata violacea

   Il gesuita Braun, autore della più volte citata monografia sui vestimenti liturgici, afferma – e siamo all’inizio del XX secolo – che nei territori germanici era ormai caduto l’uso da parte del diacono e suddiacono di servirsi delle pianete51. Nel cinquantennio successivo, durante il pontificato del venerabile Pio XII, precisamente nel 1951, venne promulgato, “ad experimentum” per la durata di un triennio, il nuovo
ordo del sabato santo52: in esso, oltre a una liturgia trasformata, troviamo espunte le casule piegate che in tutta la prima parte del rito (benedizione del fuoco, profezie, benedizione del fonte) venivano utilizzate e le troviamo sostituite con dalmatica e tunicella violacee.
   Di pochi anni successiva la promulgazione del nuovo ordo della settimana santa53, è il 1955: i riti contraddistinti da genuini tratti di arcaicità vengono ridotti, rivisti e ristrutturati sullo sfondo del pastoralismo e le pianete piegate sostituite dalla dalmatica e dalla tunicella. Si rileva in quegli anni una insofferenza verso questo particolare uso liturgico, citiamo – a titolo di esempio – il Fattinger che, nell’auspicare un’abolizione totale di tale costume, lo cassa quale anacronismo privo di significato54. Come si è detto l’edizione giovannea del messale (1962) non prevede espressamente il loro uso.
   Possiamo affermare che l’uso delle pianete piegate è un vero e proprio reperto vivente, un testimone inequivocabile di quello che era un uso non esclusivo della pianeta da parte del sacerdote sicchè l’abolizione ha portato a caricare la stessa di una nuova semantica, differente da quella consacrata dall’uso dei secoli e che anzi, proprio alla luce di questi, appare per lo meno ambigua se non addirittura scorretta. Fu certo un’azione che perlomeno è eufemisticamente classificabile come incauta quella di abolire questi usi. Incauta perché incoerente con un divenire organico che portò allo stratificarsi, definirsi e istituzionalizzarsi di usi secondo un lento processo di consolidamento cui fa antitesi, invece, un moto – o meglio un atto –  così repentino che abroga d’autorità.
   Monsignor Annibale Bugnini, nel censire criticamente una delle sue prime “creature” – ovverosia il nuovo Ordo della settimana santa di cui poco fa abbiamo fatto cenno, afferma, in modo invero piuttosto laconico e sbrigativo, che nessuno avrà a dolersi o sentirà la mancanza delle “pianete piegate”55: orbene questo non sembra un omaggio degno e rispettoso a quanto dai secoli più remoti giunse, forse miscompreso, fino a quegli anni. Anzi possiamo spingerci ad affermare che non sia riscontrabile alcun elemento oggettivo che deponga a favore di questa abolizione, nessun argomento solido ma solo autoritativo o, peggio, rispondente a criteri di soggettività o estetica.
   Non possiamo altresì tacere dell’incongruenza che rasenta l’assurdità di questa abolizione di un uso, di un’attenzione dedicata alla pianeta postulata nelle sue antiche ampie fattezze, che paradossalmente si colloca – dal punto di vista temporale – proprio nel periodo di massima fioritura del recupero dell’antica foggia, detta impropriamente “gotica” dei paramenti.
Pianeta piegata gotica
   Anche, ma certamente non soltanto, questa abolizione, questo abbandono che per Leon Gromiér  “fait mentir les peintures des catacombes”56, crea e implica un concetto e un sentire nuovo che sottende le riforme: un pastoralismo autoreferenziale che inaugura la reinterpretazione del simbolo;  si segna il passo di una nuova era, di un nuovo e inedito modo di procedere che – inevitabilmente – reca con sé la fine di quel ideale equilibrio, ravvisato ancora una volta da Gromier, per il quale la pastorale obbedisce alla liturgia e non viceversa57. Si tratta di tappe – all’apparenza ancora forse timide e quasi sommesse – ma evidentemente prodotte da una nuova mentalità e che segnano il passo verso la creazione di quel rito che Klaus Gamber classifica e denomina come “Ritus modernus”58.

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  1. L’ultima edizione tipica del messale che postula l’uso liturgico di portare la pianeta plicata è Missale Romanum, editio sexta post typicam, Romae, Typis Polyglottis Vaticanis, 1954 questa è quindi l’edizione cui faremo riferimento. [↩]
  2. Nel linguaggio comune odierno si tende a denominare “casula” il paramento foggiato in dimensioni ampie e morbide avvolgenti la persona, più vicino agli stilemi antichi, mentre, per contro, si costuma chiamare “pianeta” il paramento più stretto, scorciato e rigido che nei secoli passati ha conosciuto le sue particolari declinazioni nazionali (p.e. francese, ispanica ecc.). Il messale, e anche gli altri libri liturgici, invece, usano indifferentemente ora “casula” ora “planeta”; in tal senso qui considereremo i due termini come sinonimi. L’Andrieu afferma che il termine casula fosse estraneo al lessico liturgico romano sino all’Ordo XXXVI e che anzi – in antecedenza – esso designava la veste posta ai bambini neobattezzati; cfr. M. ANDRIEU, Les ordines romani du haut moyen age, IV les textes, Leuven, Spicilegium sacrum lovaniense, 1956, p. 149, in particolare nt. 7. [↩]
  3. Si impone una precisazione: in oriente – in particolare negli ambiti della tradizione costantinopolitana – la stola vescovile e quella sacerdotale sono identiche sia per forma che per modo di essere indossate; essa è chiamata επιτραχήλιου. La stola diaconale, invece, è chiamata οράριου. Essa è lunga e stretta, il diacono la fa pendere dalla spalla sinistra, tenendo poi le estremità in mano quando – ad esempio – deve indicare qualcosa, oppure la accomoda fissandola sotto l’ascella destra e quindi la fa incrociare sopra la spalla sinistra facendo cadere le estremità. Prima della comunione il diacono la acconcia a forma di “X” perché essa non sia d’impedimento nel suo ministrare. In questo particolare modo incrociato la porta sempre l’ipodiacono; generalmente la stola di cui si serve il diacono porta ricamata in direzione della sua lunghezza per tre volte la parola αγιος. Cfr. R. PILKINGTON, I riti orientali, Torino, L.I.C.E. – Berruti, p.31. [↩]
  4. B. GAVANTO-G.M. MERATO, Thesaurus Sacrorum Rituum, Venetiis, Balleoniana, 1792, I,  p. 48. [↩]
  5. M. BAULDRY, Manuale Sacrarum Caeremoniarum, Venetiis, Balleoniana, 1711, p. 202. [↩]
  6. A. PISCARA CASTALDO, Praxis caeremoniarum, Neapoli, Scoriggium, 1645, p. 178. [↩]
  7. Cfr. Rubricae Generales, in Missale Romanum, editio II iuxta typicam, Ratisbonae, Pustet, 1963, XIX, 137, c. [↩]
  8. C. CALLEWAERT, De Planetis plicatis, in «Ephemerides Liturgicae», L-X, 1936, p. 69. [↩]
  9. AMALARIO DI METZ, De ecclesiasticis officiis, II, 19 (P.L. 105, 1095). [↩]
  10. C. CALLEWAERT, De Planetis plicatis…cit., p. 70. [↩]
  11. L. DUCHESNE, Origines du culte chrétien, Paris, Boccard, 19205. p. 402. [↩]
  12. G. BRAUN, I paramenti sacri, Trad. G. ALLIOD, Torino, Marietti, 1914, p. 98. [↩]
  13. A. KING, Liturgy of the Roman Church, London-New York-Toronto, Longmans, 1957, p. 130. [↩]
  14. Presso la famiglia rituale costantinopolitana i greci solamente conservano la forma pressochè originaria del φαιλόνιον, i russi – ed in genere i popoli slavi – lo confezionano in forme meno ampie e molto accorciate nella parte anteriore. [↩]
  15. Cfr.: Caeremoniale episcoporum, Taurini-Romae, Marietti, 1935, lib. II, cap. VIII, n. 19. [↩]
  16. Ritus servandus in celebratione Missae, in Missale Romanum, editio sexta post typicam, cit., cap. VIII, n. 6. [↩]
  17. F. BONANNI, La gerarchia ecclesiastica considerata nelle vesti sagre e civili, Roma, Placho, 1720, p. 218. [↩]
  18. C. CALLEWAERT, De Planetis plicatis…cit., p. 71. [↩]
  19. M. ANDRIEU, Les ordines romani…, II, p. 126. [↩]
  20. Ibidem. [↩]
  21. Ibid, p. 38 e s. [↩]
  22. Cfr.: M. RIGHETTI, Manuale di storia liturgica, Milano, Ancora, 1959, II, p. 131 e s. Analoga motivazione sull’opzione della poenula in luogo della dalmatica per ripararsi dalle avversità metereologiche nelle processioni stazionali si riscontra, a titolo di esempio, anche in  G. DE VERT, Explication simple, litterale et historique des ceremonies de l’Eglise, Paris, Delaulne, 1720, II, p. 335. [↩]
  23.  G. BRAUN, I Paramenti sacri…, cit. p. 90 e ss. [↩]
  24. Cfr. Rubricae generales Missalis, in Missale Romanum, editio sexta post typicam, cit., XIX (nel virgolettato abbiamo ritenuto di mantenere i criteri del messale quanto all’uso delle maiuscole, dittonghi ecc. rendendo in corsivo il testo in rosso nell’originale). [↩]
  25. Cfr SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Decreto 23 aprile 1875 n. 3352, in Decreta authentica Congregationis Sacrorum Rituum, IIII, Romae, Propaganda Fide, 1908, p. 52 e s. (in particolare al 7). [↩]
  26. Cfr. Ritus servandus in celebratione missarum in Missale Romanum, Romae, Faletti Variscum, 1570 (rist. anast. a cura di M. SODI – A.M. TRIACCA, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, p. 22). [↩]
  27.  Es. cfr.D. MAGRI, Hierolexicon sive sacrum dictionarium, Venetiis, Balleonium, 1712., p 126. L’uso andò scomparendo opzionando per il più comodo stolone già pochi anni dopo la pubblicazione dell’opera citata, cfr: F. CANCELLIERI, Descrizione delle cappelle pontificie e cardinalizie di tutto l’anno, Roma, Salvioni, 1740, p. 312; qui il Cancellieri, nel descrivere ciò che fa il diacono prima di cantare il vangelo, scrive espressamente: “depone la pianeta piegata e ne piglia un’altra che forma uno stolone”. [↩]
  28. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Decreto 25 settembre 1852 n.3006, in Decreta Authentica…cit., II p. 376. [↩]
  29. Caeremoniale episcoporum…, cit., lib. II, cap. XIII (pp. 154 e ss.). [↩]
  30. Ibid., lib. II, cap. XXI (p. 176 [↩]
  31. M. BAULDRY, Manuale Sacrarum Caeremoniarum…, cit. p. 222. [↩]
  32. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Decreto 12 marzo 1897 n. 3949,  in Decreta Authentica…cit., III p. 327 e s. [↩]
  33. ID., Decreto 31 agosto 1867 n. 3161, in Decreta Authentica…cit., II, p. 455 e s. [↩]
  34. A. KING, Liturgy of Primatial Sees, Bonn, Nova et vetera, 2005, p. 50. [↩]
  35. Cfr. Liturgia Lugdunensis a sancta sede approbata, Rubricae Generales, 4   in Missale Romano-Lugdunense, Parisiis-Lugduni, Le Clere-Pelagaud, 1866. E anche: Le céremonial de la sainte église de Lyon, Lyon, Perisse, p. 262 e s. e p. 267. [↩]
  36. Cfr. Rubricae generales, 27 e 44 in Missale Ambrosianum, editio quinta post typicam, Mediolani, Daverio, 1946. Notiamo che il diacono nel rito proprio dell’arcidiocesi di Milano mette la stola sopra la dalmatica, mentre quando ministra con la pianeta la stola è tenuta sotto. [↩]
  37. A. King, Liturgy of primatial sees…, cit., p. 213 e Rubricae generales, VIII, 6, in Missale Bracarense, Romae, Polyglottis Vaticanis, 1924. [↩]
  38. De coloribus, 4 in Missale S. Ordinis Praedicatorum, Romae, Hospitio Magistri Ordinis, 1933. [↩]
  39. A. KING, Liturgies of the Religious Orders, Bonn, Nova et Vetera, p. 296. [↩]
  40. Ibid., p. 127. [↩]
  41. Ibid.,  p. 38. [↩]
  42. Ibid., p. 185. Anche l’antico rito di Salisbury (Sarum) poi adottato anche a Londra nel XV secolo prevedeva l’uso delle pianete per i ministri nel tempo di settuagesima, cfr. ID, Liturgies anciennes, trad. B. PAUPARD, Mame, 1960, p. 424 e s. [↩]
  43. C. DE VERT, Explication…, cit., II, p. 335 e ss. [↩]
  44. Rubricae generales, X in Missale Parisiense, Parisiis, Usuum Parisiensium, 1738. Si veda anche: S. DE MOLEON, Voyages liturgiques de France, Paris, Delalaune, 1718, p. 247, nell’Opera è attestato l’uso di tenere lo stolone sotto la pianeta piegata anche ad Angers e a Rouen (ibid., p. 92 e p.313 [↩]
  45. Rubricae generales Missalis, XIV in Missale Lemovicense, Leomovicis, Barbou, 1830. [↩]
  46. De rubricis generalibus, V, 6 in Missale Aeduense, Aeduae, Dejussieu, 1845. [↩]
  47. I. HABERT, Aρχιερατικον Liber Pontificalis Ecclesiae Graecae, Parisiis, Petri Blasii, 1643, p. 38 e p. 306. [↩]
  48. Riferiamo – a titolo esemplare – il caso degli ἐξωκατάκοιλοι: costoro erano diaconi preposti al servizio del patriarca costantinopolitano. Essi indossavano la stola diaconale e il φαιλόνιον retaggio probabile del fatto che inizialmente essi erano presbiteri preposti ad alcune chiese minori dipendenti da S. Sofia (cfr. Ibid. p. 32 e s.). [↩]
  49. Cfr.: R. PILKINGTON, I riti orientali…, cit., p. 31 e p. 66, ma soprattutto J.G. KING, The rites and ceremonies of the Greek Church in Russia, London, Owen-Dodsley-Rivington, 1772,  p. 276 e s. [↩]
  50. Cfr.: R. PILKINGTON, I riti orientali…, cit. p. 40. [↩]
  51. G. BRAUN, I paramenti sacri…, cit., p. 96. [↩]
  52. Ordo Sabbati Sancti quando vigilia paschalis insaturata peragitur, editio altera, Romae, Polyglottis Vaticanis, 1952. [↩]
  53. Ordo Hebdomadae Sanctae Instauratus, editio typica, Romae, Polyglottis Vaticanis, 1955. [↩]
  54. R. FATTINGER, Dizionario tecnico-pratico di liturgia, Roma, Edizioni Paoline, 1958, p. 358. [↩]
  55. Cfr. A. BUGNINI – C. BRAGA, Ordo Hebdomadae Sanctae instauratus commentarium, Bibliotheca Ephemerides Liturgicae Sectio Historica 25, Roma, Edizioni Liturgiche, 1956, p. 56, nt. 28. [↩]
  56. L. GROMIER, Semaine Sainte Restaurée, in «Opus Dei», 2, 1962, p. 80. [↩]
  57. ID., Commentaire du Caeremoniale Episcoporum, Paris, La Colombe, p. 13. [↩]
  58. K. GAMBER, Die Problematik der Liturgiereform, in Ritus modernus. Gesammelte Aufsätze zur Liturgiereform, Regensburg, Pustet, 1972, p. 11. [↩]