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giovedì 25 maggio 2017

chi rompe paga?

Dell’importanza della pubblica riparazione



di Cristiano Lugli
Nel bel mezzo di un’epoca sconcertante come l’attuale, dove al posto di una vera e propria Società fondata su valori rifacentesi al soprannaturale si è instaurata una dis-società – per dirla con il De Corte – , è quanto mai opportuno porsi delle domande circa il ruolo del cristiano all’interno della Chiesa Cattolica.
Se i peccati contro Dio sono sempre e comunque stati commessi dagli uomini, è vero che essi si relegavano, tuttalpiù, alla miseria del singolo uomo – egli essendo scalfito dal Peccato originale – e non esaltati pubblicamente dall’intera società; difficilmente guardando addietro la storia potremo trovare una civiltà tanto perversa e immonda come l’attuale. Prima della venuta di Nostro Signore Gesù Cristo l’umanità non era stata ancora redenta dal Sangue dell’Agnello, e quindi non aveva ancora conosciuto la Salvezza, la Morte del Figlio dell’Uomo che riscatta il peccato del mondo, questo in qualche modo “scusando” il popolo di Dio che ancora non aveva conosciuto Cristo.

Sarebbe cosa troppo grande tracciare una linea storica rispetto ai comportamenti pubblici delle diverse epoche e delle diverse civiltà; per questo si può applicare un metodo molto più semplice, ovvero paragonare la nostra a quella passata. Per nostra, si intende quella che dal ‘700 fino ad oggi ha devastato tutte le più elementari verità, anche di Fede, rinnegando Dio ed elevando l’uomo ad essere ciò che mai potrà essere: Onnipotente.
I prodromi di questa disfatta sappiamo essere molto lontani ( si pensi all’eresia luterana ), epperò per ragioni di spazio ci soffermeremo su quanto successo dall’inizio del XX secolo fino ad oggi.
A questo proposito si pensi al comunismo ateo – dal quale la Santa Vergine di Fatima ci mise prontamente in guardia -, alla rivoluzione industriale che ha rapito l’uomo dalla campagna di Dio per renderlo uomo-macchina; e ancora il divorzio, l’aborto, la rivoluzione sessuale, il 1968 e infine la più grande catastrofe geopolitica e spirituale della storia: il vento del post-Concilio.
Quante altre cose si potrebbero ancora citare fino ad arrivare ai giorni nostri, con il gender e la sodomia resa assioma della “civiltà”, con tanto di parodia del matrimonio.

Tutto questo ha creato un problema via via sempre maggiore, poiché il peccato e lo scandalo che prima poteva venir dato dai singoli, oggi viene reso pubblico dalle nazioni che permettono le cose sopraindicate, offendendo Dio nel modo più prorompente e cinico. Da qui si innesta la necessità della Riparazione.
La Riparazione è da sempre conosciuta sia nella teologia cristiana che nel Magistero della Chiesa, esternata e ben visibile nella Sacra Liturgia. Ciò è reso possibile già dall’Essenza del Cristianesimo, ove Cristo, con il Sacrificio della Croce, diviene vero elemento espiatorio.
Il Sacerdote Sommo, che conferisce la facoltà di ripetere infinitamente il medesimo suo Sacrificio ai sacerdoti sull’Altare, rende anche il resto del popolo cristiano battezzato partecipe dello stesso sacerdozio. Non a caso nell’Offertorio della Santa Messa l’acqua viene unita al vino, e cioè avviene l’unione del popolo di Dio nel Sangue dell’Unigenito Figlio, nel suo eterno Sacerdozio.

Ogni battezzato ha per contro non solo la possibilità, ma anche il dovere di unirsi al Sacerdozio di Cristo. In questo specifico senso diventa comprensibile l’importanza e la necessità assoluta della riparazione, e per i peccati personali, e per i peccati degli uomini compiuti contro Dio, essa essendo un principio meritorio che, associando gli uomini all’espiazione infinita offerta dal Signore sulla Croce, tende a colmare gli oltraggi resi alla Gloria di Dio a causa delle offese esecrande al Sacro Cuore del Figlio. Alla base della riparazione vi sta perciò la compensazione del peccato dell’uomo attraverso doni e sacrifici, agendo secondo una necessità di giustizia a Dio gradita. Ogni uomo può dunque divenire un Altare espiatorio per il gran mezzo della preghiera e del sacrificio.
Pensando alla vita e agli scritti di uno dei massimi ed instancabili Santi dell’ “espiazione”, San Paolo, sarà illuminato il profondo significato degli atti di riparazione tanto esplicitati dalla teologia cattolica. Egli ricorda infatti, nella Lettera agli Ebrei, il passaggio dal sacerdozio levitico a quello di Cristo, in cui l’espiazione dei peccati viene sancita una volta per tutte sulla Croce, superando di gran lunga l’offerta di tutti gli altri doni esistenti nell’Alleanza precedente. Di lì la grandezza dell’Atto riparatorio sommo, ossia la Santa Messa a cui assistono e beneficiano anche i fedeli in virtù del Sacrificio di Cristo riprodotto in modo incruento dal sacerdote sull’Altare, in persona Christi.

Preghiera e penitenza sono la principale corazza e il principale mezzo indicato alla riparazione nel senso più ampio. Pio XI, nella Lettera Enciclica Caritate Christi Compulsi, spiega magistralmente ciò a cui si è appena fatto riferimento:
“La penitenza dunque è come un’arma salutare posta in mano dei prodi soldati di Cristo, che vogliono combattere per la difesa e il ristabilimento dell’ordine morale dell’universo. È un’arma che giunge proprio alla radice di tutti i mali: alla concupiscenza, cioè, delle materiali ricchezze e dei dissoluti piaceri della vita. Per mezzo di volontari sacrifìci, per mezzo di rinunce pratiche, anche dolorose, per mezzo delle varie opere di penitenza, il cristiano generoso reprime le basse passioni che tendono a trascinarlo alla violazione dell’ordine morale. Ma se lo zelo della divina legge e la carità fraterna sono in lui tanto grandi quanto devono esserlo, allora non solo si dà all’esercizio della penitenza per sé e per i suoi peccati, ma si addossa anche l’espiazione dei peccati altrui, ad imitazione dei Santi che spesso eroicamente si facevano vittime di riparazione per i peccati di intere generazioni; anzi ad imitazione del Redentore divino, che si è fatto « Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo » “
Leggendo queste edificanti parole non può far meno di balzare alla mente, però, una recente intervista rilasciata da un parroco di Reggio Emilia nel merito della Processione di riparazione ormai nota ai più, organizzata dagli amici del Comitato “Beata Giovanna Scopelli”. Tale don Giordano Goccini, imputerebbe a questi cattolici ( che non definisce tali ma su cui già è stata data una risposta in altra sede [1] ) di essere presuntuosi. E spiega: “pregare in riparazione dei peccati altrui è un atto di presunzione“.
Ora, a tale sciocchezza ha risposto già Pio XI sopra, ma non senza continuare nell’Enciclica Miserentissimus Redemptor:
“Questo dovere di espiazione incombe a tutto il genere umano poiché, secondo gli insegnamenti della fede cristiana, dopo la miseranda caduta di Adamo, esso, macchiato di colpa ereditaria, soggetto alle passioni e degradato nel modo più compassionevole, avrebbe meritato d’essere condannato alla eterna perdizione. Negano, sì, questa verità, i superbi sapienti del nostro secolo i quali, rinnovando la vecchia eresia di Pelagio, vantano una bontà congenita della umana natura, che per virtù sua si spinge a sempre maggiore perfezione. Ma queste false invenzioni della superbia umana sono condannate dall’Apostolo, il quale ci ammonisce che « eravamo per natura meritevoli d’ira ». E in verità, già fin dal principio del mondo gli uomini riconobbero in qualche modo il debito di tale comune espiazione, mentre per un certo istinto naturale si diedero, anche con pubblici sacrifici, a placare la divinità”.
Ogni uomo deve fare penitenza per i propri peccati, che a causa delle debolezze dei sensi e della stessa natura umana è portato a commettere. Tuttavia egli non può fare a meno di pensare, quantomai in tempi come questi, alle innumerevoli nefandezze compiute a danno del Sacratissimo Cuore di Gesù, come ancora mirabilmente fa dire il Sommo Pontefice Pio XI nell’Atto di riparazione:
” (…) l’immodestia e le brutture della vita e dell’abbigliamento, le tante insidie tese dalla corruttela alle anime innocenti, la profanazione dei giorni festivi, le ingiurie esecrande scagliate contro Te e i tuoi Santi, gli insulti lanciati contro il tuo Vicario e l’ordine sacerdotale, le negligenze e gli orribili sacrilegi ond’è profanato lo stesso Sacramento dell’amore divino, e infine le colpe pubbliche delle nazioni che osteggiano i diritti e il magistero della Chiesa da Te fondata.”
Il vizio e la virtù vogliono esser fatti passare oggi come frutto di un medesimo albero anche dalla stessa Chiesa “ufficiale”, la quale non solo permette si compiano atti nefandi senza esprimere alcun dissenso, ma anzi molto spesso coloro che dovrebbero essere i pastori si rendono promotori delle gravi offese riversate contro Dio, attraverso la vicinanza e la promozione dell’eresia conclamata.
Il significato della riparazione non esiste più, e il motivo è semplice: eliminato il peccato non vi è motivo di dover riparare a qualcosa che – sempre secondo i don Goccini di turno – ha cessato di esistere. E non è tutto: se si elimina il peccato è perché si è eliminata la missione redentrice di Cristo, oscurando il Sacrificio della Croce. Forse che per la maggior parte di questo clero “svestito” non è così? Chi parla di presunzione nel pregare a riparazione dei peccati altrui è uno sciocco e uno stolto.

A smentire questa tesi modernista, vieppiù diffusa negli ultimi anni, esiste un fatto molto importante risalente all’anno 1925, precisamente nel giorno 10 del mese di settembre. In tale data la Vergine Santissima apparve con il Bambin Gesù alla veggente suor Lucia. La Madonna portava sulla mano un Cuore circondato di spine e, mostratolo, il Bambinello disse all’ancor giovanissima Lucia: “Abbi compassione del Cuore della Tua Madre Santissima avvolto nelle spine che gli uomini ingrati gli configgono continuamente, mentre non v’è chi faccia atti di riparazione per strapparglieLe”.
A queste già fortissime parole seguirono quelle della Santa Vergine, Ella rivolgendosi a suor Lucia dicendo:
“Guarda, figlia mia, il mio Cuore circondato di spine che gli uomini ingrati infliggono continuamente con bestemmie e ingratitudini. Consolami almeno tu e fa’ sapere questo: a tutti coloro che per cinque mesi, al primo sabato, si confesseranno, riceveranno la santa Comunione, reciteranno il Rosario e mi faranno compagnia per quindici minuti meditando i Misteri, con l’intenzione di offrirmi riparazioni, prometto di assisterli nell’ora della morte con tutte le grazie necessarie alla salvezza”.
Nei contenuti escatologi di Fatima è perciò inserito un forte e chiaro appello alla riparazione. Si potrebbe altresì supporre che in questi messaggi si prosegua ciò che fu iniziato più di due secoli prima a Paray-le-Monial, con le apparizioni del Sacro Cuore di Gesù a Santa Maria Margherita Alacoque. Nel caso di Fatima la riparazione viene richiesta anche per il Cuore Immacolato della Madre, unita alla Passione e allo strazio del Cuore del Figlio.

Se volessimo parlare di scandali pubblici poi, ci sarebbe da estendere una lista infinita sol pensando alle cosiddette “unioni’civili”, a cui già si accennava sopra, fatte passare da uno Stato al quale non è dovuta in alcun modo obbedienza. Peggio ancora quando questo stato – la minuscola è in effetti doverosa – permette di far sfilare nelle proprie piazze l’esasperazione del peccato impuro contro natura, il quale grida vendetta al cospetto di Dio ed attira la sua collera sull’intera città che approva un simile scandaloso evento.
Gli strazi del Sacro Cuore si odono forti, eppure vengono sopraffatti dalle malevoli grida del peccato pubblico voluto da Satana per offendere, ancor più gravemente, l’Unico e Vero Dio.

Ecco perché al popolo di Dio è assolutamente richiesto un impegno di Fede forte, che sia manifestata pubblicamente e che abbia, come principale punto di riferimento, la preghiera rivolta verso Dio a modello di riparazione.
Sbaglierebbe infatti chi pensasse che un atto privato equivalga ad un atto pubblico, o che “basta pregare in chiesa” per riparare qualcosa di gravemente vissuto in foro esterno. Se è vero che la riparazione non sarà mai eguale al grave peccato commesso, è altrettanto vero che una preghiera privata non avrà lo stesso effetto, anche secondo il modello cristiano di carità e correzione, di una preghiera manifestata pubblicamente con perseveranza e coraggio.
La forza dell’orazione ricalca poi quattro punti cardine fondamentali: essa possiede valore satisfattorio, valore meritorio, nutrimento spirituale e ha, nella chiave di volta che collega la terra con il Cielo, la facoltà di ottenere ciò che si chiede. Quale arma migliore può essere adoperata a compensare i gravi crimini commessi contro Gesù se non la preghiera connessa al sacrificio? Lo stesso Nostro Signore ci spiega lo spessore di questo duplice mezzo: “Certa specie di demoni si scaccia solo con la preghiera e col digiuno” (Mt. 17,21).

Aldilà di quello che vogliono dire i moderni sofisti del nulla più assoluto, la vita riparatrice è, come diceva il grande teologo domenicano Garrigou-Lagrange, “la partecipazione allo stato di vittima di Gesù, un’unione strettissima al Sacerdote Eterno”.

martedì 4 ottobre 2016

eravamo cristiani e cattolici


per la Comunione spirituale

Gesù mio, credo che voi state nel SS. Sacramento. V'amo sopra ogni cosa e vi desidero nell'anima mia. Giacché ora non posso ricevervi sacramentalmente, venite almeno spiritualmente al cuore mio. Come già venuto io v'abbraccio, e tutto mi unisco a voi. Non permettete ch'io m'abbia mai a separare da voi.
E più breve
Vi credo, Gesù, nel SS. Sacramento, v'amo e vi desidero. Venite al cuore mio. Io v'abbraccio, non vi partite più da me.

PREGHIERA A GESÙ DA RECITARE IN PRINCIPIO D'OGNI VISITA

Signor mio Gesù Cristo, che per l'amore che portate agli uomini ve ne state notte e giorno in questo Sacramento tutto pieno di pietà e d'amore, aspettando, chiamando ed accogliendo tutti coloro che vengono a visitarvi; io vi credo presente nel Sacramento dell'altare; vi adoro dall'abisso del mio niente, e vi ringrazio di quante grazie mi avete fatte, specialmente di avermi donato voi stesso in questo Sacramento, d'avermi data per avvocata la vostra santissima Madre Maria e d'avermi chiamato a visitarvi in questa chiesa. Io saluto oggi il vostro amantissimo cuore, ed intendo salutarlo per tre fini: prima in ringraziamento di questo gran dono. Secondo per compensarvi tutte le ingiurie che avete ricevute da tutti i vostri nemici in questo Sacramento. Terzo intendo con questa visita adorarvi in tutt'i luoghi della terra, dove voi sacramentato ve ne state meno riverito e più abbandonato. Gesù mio, io v'amo con tutto il cuore. Mi pento d'avere per lo passato tante volte disgustata la vostra bontà infinita. Propongo colla grazia vostra di più non offendervi per l'avvenire; ed al presente miserabile qual sono io mi consacro tutto a voi, vi dono e rinunzio tutta la mia volontà, gli affetti, i desideri e tutte le cose mie. Da oggi avanti fate voi di me e delle mie cose tutto quello che vi piace. Solo vi cerco e voglio il vostro santo amore, la perseveranza finale e l'adempimento perfetto della vostra volontà. Vi raccomando le anime del purgatorio, specialmente le più divote del SS. Sacramento e di Maria santissima. Vi raccomando ancora tutti i poveri peccatori. Unisco infine, Salvatore mio caro, tutti gli affetti miei cogli affetti del vostro amorosissimo Cuore e così uniti gli offerisco al vostro Eterno Padre e lo prego in nome vostro che per vostro amore gli accetti e gli esaudisca.

mercoledì 27 luglio 2016

chiesa e patacche .... della misericordia

L’omicidio dell’akribeia per l’oikonomia e il suo successivo suicidio


 

In questo post accennerò brevemente e chiaramente a certi temi morali che si dibattono da molto nel mondo cattolico. Per mesi nel Cattolicesimo è stata invocata la “misericordia” nei riguardi di chi vive forme diversificate di convivenza dicendo che tali persone sono credenti di “serie B” dal momento che non possono accedere all’eucarestia. Questo e discorsi analoghi sono tediosi e molto pericolosi e dirò il perché. Con tale affermazione s’invoca un’applicazione generosa della legge morale un’oikonomia, per dirla con linguaggio tecnico greco. Se non si applica tale oikonomia si finisce per non essere dei veri cristiani e, qualcuno dice, si è dei rigoristi attaccati alla legge, come i farisei di un tempo.

Per uscire dai rovi di questi discorsi semplicistici e confusi e capire qualcosa di più bisogna interrogare la storia e comprendere le scelte di fondo dell’antico Cristianesimo, assai più rigoroso di quello attuale.

San Paolo ai suoi cristiani chiedeva addirittura di non sposarsi, poiché il Signore, per lui, stava per venire e un matrimonio li avrebbe, almeno parzialmente, distratti dagli inderogabili obblighi della vita cristiana (discorso rigoroso ossia che segue l’akribeia, detto con termine greco). Poi, vedendo la realtà, san Paolo decide di applicare l’oikonomia: “È meglio sposarsi che ardere!”.

Cosa c’indica il passo paolino? Che il fine delle posizioni rigorose di akribeia è quello di mantenere aperto il cammino verso Cristo, di mantenere viva nel cuore del credente la coscienza della realtà di Dio. La legge rigorosa non ha senso per se stessa ma per scrollare l’uomo e indicargli il cammino verso il Cielo, un cammino che non è facile per nessuno. Questo perché l’uomo, lasciato ai suoi soli criteri personali, si autogiustificherebbe subito con quel criterio utilizzato spesso e che si riassume nella seguente frase: “Se ti senti bene così, allora va bene così”.
 
Per la Chiesa questo discorso, che può essere valido per la psicologia, non ha senso. La Chiesa non si muove con la psicologia (come oramai accade spesso in Occidente) ma con la spiritualità che sta su un piano totalmente diverso e implica vere e proprie percezioni interiori. La seconda non è necessariamente contro la prima ma ha fini e prospettive che la prima non può avere per sua stessa scelta.
 
Perciò l’oikonomia della Chiesa è sempre fatta per portare all’akribeia o quanto meno per tendere verso essa, l’applicazione larga della legge morale è fatta per portare ad un’applicazione sempre più rigorosa.
 
Faccio un esempio:
Nel caso di due conviventi non sposati, la Chiesa dovrebbe chiedere ad entrambi se vogliono amare Cristo. Se sì, dovrebbe loro ricordare che questo comporta una sequela che, come per tutti, impone anche dei sacrifici. Cristo accoglie tutti ma non li vuole lasciare come sono e chiede loro pian piano di cambiare per assumere la “veste nuziale” e poter entrare nella stanza dello Sposo (cfr. Mt 22, 1-14 ).
 
Il cambiamento o metanoia, è prima di tutto un atteggiamento interiore, è l’ammissione che nessun uomo è perfetto dinnanzi a Dio, che la nostra è una natura ferita, passionale, dunque soggetta ad oscurarsi e a chiudersi a Dio.
 
A quest’atteggiamento interiore e spirituale deve corrispondere pian piano una scelta esteriore e pratica: due conviventi o si sposano regolarmente o rinunciano all’uso della sessualità. Nella Chiesa la sessualità è regolata, non lasciata all’arbitrio o al capriccio personale. Tale regola ha come fine ultimo quello di non oscurare l’animo dinnanzi alle realtà celesti poiché l’uomo nell’abbondanza e nella possibilità di far ciò che vuole si taglia inevitabilmente da Dio finendo per dire a se stesso: “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia” (Lc 12, 19).

Se la scelta della castità non si può fare, anche per umani e ragionevoli motivi, la vita cristiana sarà inevitabilmente sempre piuttosto marginale alla Chiesa (*). Ciò non significa essere di “serie B” o esserne fuori, significa aver scelto da se stessi un luogo in cui stare e in quel luogo Dio aiuterà le persone di buona volontà nella misura a Lui nota e possibile.
 
Dal mio punto di vista, se i conviventi non hanno rapporti sessuali per un certo tempo, la Chiesa può anche ammetterli ai sacramenti, ma sempre agendo con attenzione. In questo modo è fatta salva l’oikonomia e non si intacca l’akribeia.

Molto differente è il caso che si sta cercando di attuare: partendo dalla constatazione puramente psicologica che l’amore di due conviventi è uguale (o più elevato) all’amore di due persone regolarmente sposate, si dice che esiste una vera e propria ingiustizia a non ammetterli ai sacramenti. Esiste, dunque, chi li vorrebbe ammettere immediatamente e sempre, cosa che si fa già.

Siamo dinnanzi al caso di una oikonomia che uccide l’akribeia: chi fin ora ha seguito la via rigorosa si sentirà tradito dalla stessa Chiesa! Non ci si accorge, per di più, che tale oikonimia, dopo aver ucciso l’akribeia, non può che uccidere se stessa! Infatti, rimosso il valore della conversione, dichiarata de facto l’identica dignità di ogni forma di convivenza (probabilmente vero psicologicamente ma non spiritualmente), appoggiati unicamente su una visione psicologica e non spirituale dell’uomo, si giunge inevitabilmente al detto: “Se ti senti bene così, allora va bene così”. Questo alla lunga può veramente portare all’agnosticismo e all’abbandono di ogni pratica religiosa poiché l’uomo si concepisce autosufficiente, ossia bastante a se stesso.
Credo che in Occidente il mancato dosaggio sapienziale dell’oikonomia, l’ideologica e pregiudiziale condanna senza appello dell’akribeia, la mancanza di una prospettiva spirituale sostituita in gran parte da concezioni psicologiche porteranno alla fine dello stesso Cristianesimo.

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(*) Quest’argomento è spinoso. In un contesto che esalta all’inverosimile la sensualità e la sessualità  - fino al punto incredibile da paragonare le relazioni trinitarie a quelle sessuali - risulta quasi impossibile valorizzare la continenza sessuale. In realtà la Chiesa l’ha sempre  valorizzata (come non poche religioni storiche) perché l’uso indiscriminato della sessualità sfibra le energie dell’anima, abbassa o acceca la coscienza spirituale, snerva l’intuito interiore. Il logion evangelico "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio" non è pronunciato a caso e non si riferisce neppure ad una semplice condizione ultraterrena, oltrepassata la vita presente. L’intuizione della presenza divina è come l’ascolto del rumore leggero del vento (e anche qui non è un caso che la Scrittura riferisca che la presenza di Dio sta nella brezza - 1 Re 19, 11-13): come sarebbe impossibile sentire il rumore leggero del vento se ascoltassimo musica a tutto volume, così è impossibile intuire la presenza divina in un animo dedito ai piaceri sensuali e disperso nella molteplicità del mondano. Non è dunque un caso che tutte le religioni che coltivino un minimo di spiritualità sostengano la continenza sessuale, cosa alla quale sono chiamati in determinati periodi a praticare pure gli sposi cristiani. Se, viceversa come sta succedendo, quasi un’intera Chiesa perde di vista la spiritualità sostituendola con la psicologia, è inevitabile non capire più la continenza sessuale. La ribellione verso essa finirà per essere addirittura favorita da una concezione della vita legalistica e moralistica, dal momento che pure questa è sganciata da ogni genere di spiritualità ed empeirìa cristiana o equivoca la spiritualità con una concezione religiosa puramente psichica, un sottoprodotto della stessa sensualità dove Dio è un zuccheroso bonaccione mille volte distante dal "Dio sabaoth" della rivelazione biblica.

Inoltre, a ben osservare, la cosiddetta "sessuofobia" e il disprezzo del corpo, atteggiamenti malati che l’Oriente cristiano non conosce e provenienti da una matrice filosofica neoplatonica che ha affascinato il mondo latino medioevale, provengono inizialmente dalla sopraccennata conoscenza spirituale ma poi, con l'idea di migliorarla, l'hanno distorta. Perciò si deve stare ben attenti a non proiettare sulla rivelazione cristiana e sugli scritti paolini questo tipo di concezioni - alcuni dicono che san Paolo era un sessuofobo! - concezioni posteriori e che il mondo biblico era lungi dal condividere.

sabato 16 luglio 2016

prendere posizione senza prendere posizione

“Il ‘pastoralismo’, malattia infantile del catto-pietismo
 
 
 
Nell’attuale desolante panorama del mondo cattolico è davvero raro, purtroppo, trovare voci coraggiose e intelligenti. Una di queste è senz’altro quelle di Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa.

Rileggevo qualche giorno fa un suo splendido intervento pubblicato sulla Nuova Bussola Quotidiana lo scorso gennaio, dal titolo “Il ‘pastoralismo’, malattia infantile del catto-pietismo”.
 
Con malinconica tristezza ho dovuto rilevarne la drammatica verità e, soprattutto, la cocente attualità, a seguito dell’approvazione definitiva della legge sul simil-matrimonio omosessuale.
 
Fontana ha avuto l’indubbio coraggio di dare un nome e cognome a quella grave patologia cui è affetta oggi la Chiesa italiana, e che rappresenta la causa principale della sua odierna paralisi.
 
In questo, ha seguito l’insegnamento di San Giovanni Paolo II, per cui «occorre avere più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno» (EV n.58). Sante parole, oggi quasi completamente dimenticate soprattutto “intra Ecclesiam”.
La malattia che Stefano Fontana denuncia si chiama “pastoralismo”.
Dieci sono i suoi effetti diretti e collaterali. Tutti devastanti.
  1. Il pastoralismo ha fatto dire a tanti vescovi e sacerdoti che le manifestazioni di piazza rompono il dialogo e non costruiscono.
  2. Il pastoralismo ha fatto pensare a molti che non bisogna più intervenire sulle leggi, ma solo sulle coscienze delle persone.
  3. Il pastoralismo ha fatto pensare che la Chiesa debba solo formare – chissà poi chi, dove e come –, per lasciare, poi, che ognuno possa entrare nella pubblica piazza con la propria coscienza.
  4. Il pastoralismo ha fatto ritenere a tanti preti che la Chiesa non debba dire mai di no, ma piuttosto accompagnare tutti e sempre.
  5. Il pastoralismo ha fatto credere che una presa di posizione contro l’omosessualità toglierebbe spazio alla pastorale delle situazioni di frontiera, tra cui quella delle persone con tendenze omosessuali. 
  6. Il pastorialismo ha fatto ritenere che scendendo sul terreno delle leggi civili la fede cattolica diventi ideologia.
  7. Il pastoralismo ha impedito a tante comunità cattoliche di trattare certi temi, perché troppo carichi di valenze politiche e quindi potenzialmente divisivi.
  8. Il pastoralismo ha indirizzato tante Diocesi a trattare certi temi, ma con l’intervento di tutte le opinioni in campo e senza prendere posizione.
  9. Il pastoralismo, col pretesto di non precludere la via dell’azione pastorale, ha bloccato ogni azione, rendendo, di fatto, la Chiesa molto pastorale, ma per questo afasica e aprassica.
  10. Il pastoralismo ha fatto credere che non solo noi, ma anche Dio debba astenersi dal giudicare le situazioni e i comportamenti, perché giudicando impedirebbe l’incontro pastorale con tutti. Al punto che – come giustamente sottolinea Fontana – nemmeno una legge si può giudicare, perché in questo caso la fede diventerebbe dottrina imposta e impedirebbe la pastorale: giudicata male una legge, ti tagli i rapporti con coloro che invece in quella legge credono. Ma in questo modo si evidenzia in maniera inequivocabile che «il pastoralismo è senza verità, perché senza giudizio non c’è più verità».

Senza alcuna possibilità di giudizio, – ha spiegato perfettamente Stefano Fontana – il pastoralismo si riduce ad «un sentimento, un atteggiamento agnostico, un prendere posizione senza prendere posizione», in ultima analisi ad «un inganno».
 
 

giovedì 14 luglio 2016

Chiesa e gay: vigliaccheria e menzogna

Islam, Chiesa e gay: trionfano vigliaccheria e menzogna
di Riccardo Cascioli




«Purtroppo è la religione, inclusa la nostra, che prende di mira, perlopiù verbalmente, e spesso genera disprezzo per gay, lesbiche e transgender. Oggi gli attacchi contro uomini e donne Lgbt spesso piantano il seme del disprezzo, che si trasforma in odio e alla fine può portare alla violenza». Queste parole di Robert Lynch, vescovo di Tampa, in Florida, a commento della strage di Orlando, una volta sarebbero state sorprendenti e intollerabili, oggi sembrano diventate assolutamente normali anche nella Chiesa. E sono in perfetta sintonia con quanto a voce sempre più alta viene affermato dal mondo laicista.

Sono bastati tre giorni per superare lo choc che ha mandato in corto circuito il politicamente corretto (non si può parlare male di gay e islamici, ma cosa dire quando uno ammazza gli altri?), ed ecco trovata la via d’uscita: la colpa è della religione in generale, e dei cristiani in particolare. Negli Stati Uniti a puntare esplicitamente l’indice contro i cristiani sono
i rappresentanti dell’American Civil Liberties Union (ACLU), che imputano ai cristiani che si oppongono al matrimonio gay di aver creato un clima di odio nei confronti degli Lgbt: «La Destra Cristiana ha proposto 200 leggi anti-Lgbt negli ultimi sei mesi e poi ce la prendiamo con gli islamici? Assolutamente no», ha detto l’avvocato Chase Strangio, che anzi ha accusato i cristiani di provocare anche questa islamofobia.

Sembra di essere tornati ai tempi di Nerone, qualsiasi cosa accada è colpa dei cristiani, che vanno quindi perseguiti. O, nella migliore delle ipotesi, vanno messi in un unico calderone con tutte le religioni, i monoteismi in particolare, colpevoli di essere fonti di discriminazione nei confronti degli omosessuali. Anche Repubblica Tv insiste su questo punto e scomoda la filosofa Michela Marzano per rispondere alla domanda «Perché le religioni odiano gli omosessuali?». La quale filosofa, nonché parlamentare eletta nelle liste del PD, ci spiega che il problema non sta nella fede in generale ma sta negli integralismi religiosi, la cui forma di chiusura nei confronti dei gay si trasforma facilmente in odio.

L’integralista infatti – ci spiega la Marzano – è «fanatico e fondamentalista», odia il diverso e vuole «imporre i dogmi della propria fede agli altri». Ma attenzione all’argomento: l’integralista vede nell’omosessuale un «turbamento dell’ordine naturale». Da qui all’insofferenza e poi alla violenza il passo è breve, ci dice sempre la Marzano. Fortunatamente c’è papa Francesco, conclude con un filo di speranza la filosofa, che ci spiega la vera fede e – travisando le sue parole – lo fa diventare addirittura paladino dei diritti gay.


Ma finché a propugnare queste tesi sono gli esponenti laicisti, per quanto preoccupante, non è però sorprendente. Ma queste stesse tesi ormai trovano ampio risalto anche fra esponenti cattolici. Non solo il lontano vescovo della Florida; lo stesso quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, ripete in altro modo gli stessi concetti della Marzano. In una surreale intervista (pag. 6 del 14 giugno) a Francesco Spano, direttore dell’Unar (sì, proprio l’ufficio nazionale anti-discriminazioni razzali che tanto si dà da fare per imporre il gender nelle scuole italiane), ritroviamo pari pari la stessa lettura: la fede autentica, che accoglie tutto e tutti, non fa problema, sono gli estremisti di ogni religione alla base dell’omofobia. Non solo: costoro sono anche responsabili dell’aumento delle ostilità contro ebrei, islamici e cristiani, perché la contrapposizione che essi creano con chi è fuori dalla religione provoca la reazione.

Ma per fortuna che, anche qui, c’è papa Francesco. Notiamo la domanda dell’intervistatore che sottopone un giudizio sulla Chiesa al direttore dell’Unar: «I monoteismi sono sempre e comunque chiamati a fare l’esame di coscienza per i non pochi atteggiamenti di condanna espressi, soprattutto in passato, verso le persone omosessuali, ma non trova che ora la svolta chiesta alla Chiesa cattolica da papa Francesco segni una netta inversione di tendenza?». Un islamista fa la strage, ma è la Chiesa che deve cambiare. Ovvia la risposta entusiastica del rappresentante del laicismo: «I gesti e le parole di papa Francesco stanno guidando la Chiesa cattolica verso orizzonti capaci di restituire speranza a molte persone», speranza – sottinteso – che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, tanto per dire gli ultimi, negavano. E ancora: «Credo che una riflessione autentica sul rispetto della dignità dei credenti omosessuali nella Chiesa sia molto importante, soprattutto per non fare sentire escluse tutte quelle persone di fede che sono omosessuali». Ecco fatto: adesso per decidere la pastorale dobbiamo chiedere al direttore dell’Unar.

In tutte queste prese di posizione si noteranno due aspetti di fondo: la vigliaccheria e la menzogna, l’una legata all’altra. La vigliaccheria è evidente: si ha paura dell’islam, quindi guai a dire che non è «una religione di pace». Un islamico spara, un commando islamista fa attentati in nome dell’ISIS o di al Qaeda, ma guai a dire che l’islam c’entra qualcosa: se c’è terrorismo in un modo o nell’altro è sempre colpa dell’Occidente, e in ogni caso sono i cattolici a dover fare l’esame di coscienza. Tutti già pronti a sottomettersi, quando il Califfato arriverà in Europa non avrà neanche bisogno di combattere.

Ma siccome i vigliacchi vogliono passare per fini intellettuali e uomini religiosamente corretti, ecco la menzogna distribuita a piene mani. Tutte le religioni sono uguali, dicono in coro: sono buone, ma purtroppo ognuna ha i suoi estremisti. Eh no, cristianesimo e islam non sono la stessa cosa, neanche nei confronti degli omosessuali. L’affermazione del Catechismo che, in continuità con la tradizione ebraica, dichiara l’omosessualità “contro natura” non è la condanna degli omosessuali che troviamo nei paesi islamici. Il cristianesimo ha introdotto nella storia il valore unico e assoluto della vita umana, della dignità di ogni persona. Ma proprio per questo è in grado di riconoscere e dare un nome alle differenze, è capace di dare un giudizio sul bene e sul male, su ciò che è giusto e ciò che è malvagio. Dire che un atto è "contro natura" non è fonte di alcuna violenza, è solo il riconoscimento della realtà.

Piuttosto, è affermare che tutto sia uguale, che tutto sia indifferente che genera violenza. E al proposito chi parla tanto di papa Francesco per giustificare i propri progetti, dovrebbe almeno ricordare quando nella
catechesi del 15 aprile 2015, riferendosi alla teoria del gender che pretende di superare la distinzione tra uomo e donna proponendo di riconoscere pari dignità a ogni orientamento sessuale, disse: «Io mi domando, se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione». 

Nell’islam la situazione è ben diversa, non esiste una pari dignità per tutte le persone: non solo le persone omosessuali, c’è una divisione netta tra chi è fedele e chi non lo è, il valore della persona dipende dall’adesione all’islam. Basterebbe dare un’occhiata alla situazione nei paesi islamici per rendersi conto della differenza. O anche passare in rassegna gli attentati compiuti in questi anni: l’attacco al locale gay è solo l’ultimo degli obiettivi colpiti, che non hanno risparmiato nessuno.

Per quanto poi riguarda la Chiesa cattolica, è pura menzogna affermare o lasciare intendere che prima di papa Francesco la Chiesa condannava le persone omosessuali. La Chiesa – vedi il Catechismo – condanna fermamente gli atti omosessuali, non le persone in quanto tali. Anzi, tale condanna si accompagna a una attenzione particolare alle persone che hanno questa tendenza. Non c’è nulla nel Catechismo della Chiesa cattolica che autorizzi, anche implicitamente, a disprezzare o addirittura odiare le persone con tendenza omosessuale.

Fare confusione su questo è solo un modo per fare avanzare l’agenda omosessualista nella Chiesa; svela il tentativo – ormai dichiarato – di cambiare anche il Catechismo per sistemare la situazione di tante persone omosessuali che oggi nella Chiesa hanno scalato posizioni di carriera molto alte. E, impedendo di riconoscere le vere radici della violenza terroristica, fanno anche il gioco del Califfo.


http://www.lanuovabq.it/it/articoli-islam-chiesa-e-gay-trionfano-vigliaccheria-e-menzogna-16493.htm

domenica 3 luglio 2016

san Tommaso



Come Tommaso, anche noi dobbiamo toccare il costato di Gesù per consolidare la nostra poca fede. Questi piaghe le tocchiamo ora con il nostro spirito nel silenzio del nostro cuore grazie ai Sacramenti ancorati nella Scrittura e nella Tradizione.

mercoledì 18 maggio 2016

moda per predicatrici e “diaconesse”

Sfilata di abiti liturgici per «diaconesse». Quando il declino di una Chiesa finisce in farsa
 

 
 
 
Una sfilata di abiti per chierichette, ministre straordinarie dell’Eucaristia, ma anche predicatrici e “diaconesse” de facto. 
E’ quella che è stata organizzata la settimana scorsa nel centro conferenze St. Clemens di Hannover all’insegna del maggior coinvolgimento delle donne nella liturgia e nel servizio all’altare. «E’ naturale che vogliamo abiti in cui ci sentiamo bene e che ci stanno bene» ha commentato tale Ewa Karolchak, referente pastorale del decanato della capitale della Bassa Sassonia (diocesi di Hildesheim). «Spero che da qui parta un impulso che vada oltre Hannover» ha detto invece il responsabile ultimo del decanato, il prevosto Martin Tenge. Già 10 anni fa l’istituto liturgico della diocesi di Treviri aveva organizzato un concorso di design di abiti liturgici femminili.
 

martedì 10 maggio 2016

4 domande a papa Francesco

I postulati di Papa Francesco


Nel mio post del 27 aprile 2016 sull’esortazione apostolica Evangelii gaudium (d’ora in poi, EG), al § 11, rimandavo «a un successivo intervento una riflessione sui “quattro principi relazionati a tensioni bipolari proprie di ogni realtà sociale” (n. 221), di cui si tratta nel quarto capitolo (nn. 222-237) e che possono essere in qualche modo considerati come i “postulati” del pensiero bergogliano». Penso che si tratti di una riflessione necessaria, dal momento che tali principi, oltre a risultare ricorrenti nell’insegnamento di Papa Francesco, vengono presentati come criteri generali di interpretazione e valutazione. Tali principi sono: a) il tempo è superiore allo spazio; b) l’unità prevale sul conflitto; c) la realtà è piú importante dell’idea; d) il tutto è superiore alla parte.

1. Principi, assiomi o postulati?
EG 221, come abbiamo appena visto, li chiama “principi”, aggiungendo che «derivano dai grandi postulati della Dottrina Sociale della Chiesa». Affronterò piú avanti il problema della derivazione di tali principi; qui mi limiterò a notare che quelli che EG chiama “grandi postulati della Dottrina Sociale della Chiesa” sono in realtà sempre stati denominati “principi” (si veda, p. es, il capitolo quarto del Compendio della dottrina sociale della Chiesa). Alcuni preferiscono usare per i quattro principi di EG il termine “assiomi”. Ora un “assioma” è «un principio generale evidente e indimostrabile che può fare da premessa a un ragionamento, una teoria e sim.» (Zingarelli), definizione che non mi sembra si attagli ai quattro principi in questione. Personalmente ritengo che essi possano essere invece considerati “postulati” (secondo lo Zingarelli, il postulato è una «proposizione priva di evidenza e non dimostrata ma ammessa ugualmente come vera in quanto necessaria per fondare un procedimento o una dimostrazione»). La designazione di tali principi come “postulati” non può essere ritenuta arbitraria, dal momento che trova riscontro nella stessa EG: «è necessario postulare un principio» (n. 228); «occorre postulare un terzo principio» (n. 231).
2. Derivazione dei quattro postulati
Dicevamo che, secondo EG 221, i quattro principi «derivano dai grandi postulati della Dottrina Sociale della Chiesa». Questi sono cosí presentati dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa: 

«I principi permanenti della dottrina sociale della Chiesa costituiscono i veri e propri cardini dell’insegnamento sociale cattolico: si tratta del principi della dignità della persona umana … nel quale ogni altro principio e contenuto della dottrina sociale trova fondamento, del bene comune, della sussidiarietà e della solidarietà» (n. 160).
Nella successiva trattazione il Compendio aggiunge altri due principi strettamente connessi con i quattro appena enunciati (il principio della destinazione universale dei beni e quello di partecipazione), oltre a una serie di “valori fondamentali della vita sociale” (verità, libertà, giustizia, amore). Ebbene, si fa fatica a cogliere la derivazione dei quattro postulati di EG dai suddetti “principi permanenti della dottrina sociale della Chiesa”. O, perlomeno, tale derivazione non è cosí evidente; occorrerebbe metterla in luce e non darla per scontata.
Piú avanti tenterò, ove possibile, di individuare le radici filosofiche dei quattro postulati. Per il momento, mi limito a costatare che essi sono sempre stati i “primi principi” del pensiero di Papa Francesco. Li ritroviamo nel discorso pronunciato dall’allora Card. Bergoglio a Buenos Aires il 16 ottobre 2010, in occasione della XIII giornata di pastorale sociale per il bicentenario della Nazione argentina: 
«Per crescere come cittadini occorre elaborare, alla confluenza delle categorie logiche di società e mitiche di popolo, questi quattro principi: il tempo è superiore allo spazio, l’unità è superiore al conflitto, la realtà è superiore all’idea, e il tutto è superiore alla parte» (Jorge Mario Bergoglio, Noi come cittadini. Noi come popolo, LEV-Jaca Book, Milano 2013, p. 68). 

Nella recensione di questo volume per l’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân Giuseppe Brienza afferma che «nel discorso di Buenos Aires il Papa esponeva per la prima volta quelle quattro prospettive nuove a partire dalle quali ripensare l’insieme delle relazioni sociali che pure ritroveremo nella “Evangelii Gaudium”». In realtà, la testimonianza personale del gesuita argentino Juan Carlos Scannone ci informa che «quando Bergoglio era provinciale, nel 1974, già li [= i quattro principi] usava. Io facevo parte con lui della Congregazione provinciale e l’ho ascoltato richiamarli per illuminare diverse situazioni che si trattavano in quel consesso». Si tenga presente che nel 1974 Bergoglio aveva 38 anni, era gesuita da sedici anni (1958), si era laureato in filosofia da una decina d’anni (1963), era sacerdote da cinque anni (1969) e Provinciale da uno (1973-1979), e non era ancora stato in Germania (1986) per completare i suoi studi. Sembrerebbe quindi di poter concludere che quei quattro principi siano il risultato delle riflessioni personali del giovane Jorge Mario Bergoglio.
3. Contesto in cui sono presentati i quattro postulati

L’esposizione dei quattro postulati viene fatta da EG nel capitolo quarto, quello che si occupa de “La dimensione sociale dell’evangelizzazione”. Papa Francesco afferma che «se questa dimensione non viene debitamente esplicitata, si corre sempre il rischio di sfigurare il significato autentico e integrale della missione evangelizzatrice» (n. 176). In tale capitolo ci si concentra su due grandi questioni: l’inclusione sociale dei poveri (di cui ci si occupa nella seconda sezione del capitolo) e la pace e il dialogo sociale (a cui sono dedicate le ultime due sezioni). La terza sezione (nn. 217-237) tratta de “Il bene comune e la pace sociale”: è esattamente in funzione di questi beni che l’esortazione apostolica popone i quattro postulati di cui ci stiamo occupando:

«Per avanzare in questa costruzione di un popolo in pace, giustizia e fraternità, vi sono quattro principi relazionati a tensioni bipolari proprie di ogni realtà sociale. Derivano dai grandi postulati della Dottrina Sociale della Chiesa, i quali costituiscono “il primo e fondamentale parametro di riferimento per l’interpretazione e la valutazione dei fenomeni sociali” [Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 161]. Alla luce di essi desidero ora proporre questi quattro principi che orientano specificamente lo sviluppo della convivenza sociale e la costruzione di un popolo in cui le differenze si armonizzino all’interno di un progetto comune. Lo faccio nella convinzione che la loro applicazione può rappresentare un’autentica via verso la pace all’interno di ciascuna nazione e nel mondo intero» (n. 221).

4. Primo postulato: «Il tempo è superiore allo spazio»
Tra i quattro postulati, questo sembrerebbe quello piú caro a Papa Francesco: lo troviamo enunciato la prima volta nell’enciclica Lumen fidei (n. 57); lo ritroviamo, insieme con gli altri tre principi, in EG (nn. 222-225); è successivamente ripreso nell’enciclica Laudato si’ (n. 178); è infine citato, per ben due volte, nell’esortazione apostolica Amoris laetitia (nn. 3 & 261). Esso è però quello meno immediatamente comprensibile nella sua formulazione; diventa chiaro solo quando viene spiegato. EG lo illustra nel modo seguente:
«Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo. Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi. Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi piú che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci» (n. 223).

In Lumen fidei se ne fa una presentazione piú sintetica: «Lo spazio cristallizza i processi, il tempo proietta invece verso il futuro e spinge a camminare con speranza» (n. 57). Altrettanto sommaria la spiegazione di Laudato si’: «Siamo sempre piú fecondi quando ci preoccupiamo di generare processi, piuttosto che di dominare spazi di potere» (n. 178). Ancor piú stringata l’esposizione di Amoris laetitia: «Si tratta di generare processi piú che dominare spazi» (n. 261). Ma in quest’ultima esortazione apostolica si fa una sorprendente applicazione del principio in questione:

«Ricordando che il tempo è superiore allo spazio, desidero ribadire che non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero. Naturalmente, nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano. Questo succederà fino a quando lo Spirito ci farà giungere alla verità completa (cf Gv 16:13), cioè quando ci introdurrà perfettamente nel mistero di Cristo e potremo vedere tutto con il suo sguardo. Inoltre, in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni piú inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali...» (n. 3).

Dobbiamo sinceramente riconoscere che la derivazione di tale conclusione dal principio in esame non è cosí immediata ed evidente come il testo sembrerebbe supporre. Parrebbe di capire che l’essenza del primo postulato stia nel fatto che non si debba pretendere di uniformare tutto e tutti, ma lasciare che ciascuno percorra la propria strada verso un “orizzonte” (nn. 222 & 225) che rimane, onestamente, piuttosto indefinito.

Nell’intervista rilasciata a Padre Antonio Spadaro (La Civiltà Cattolica, 19 settembre 2013) Papa Francesco espone il principio in una prospettiva piú teologica:

«Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi, piú che occupare spazi. Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa» (p. 468).

Sulla rivista della Pontificia Accademia Teologica PATH (n. 2/2014, pp. 403-412) Don Giulio Maspero individua le fonti del principio in Sant’Ignazio e in Giovanni XXIII, citati da Papa Francesco nell’intervista a Padre Spadaro (pp. 406-408) e nel Beato Pietro Fabro, citato in EG 171 (p. 411); mentre esclude come fonte Romano Guardini, egli pure citato in EG 224 (p. 410). Al principio viene riconosciuta «una profonda radice trinitaria» (p. 410). La chiave ermeneutica del principio, di natura prettamente teologica, viene rinvenuta nell’affermazione della presenza e della manifestazione di Dio nella storia (p. 411). Francamente, si fa un po’ di fatica a seguire il ragionamento di Don Maspero in questo appassionato commento del principio della superiorità del tempo rispetto allo spazio.
Personalmente, anziché le radici teologiche — che rimangono tutte da dimostrare — non posso non avvertire alla base del primo postulato alcuni filoni della filosofia idealistica, come lo storicismo, il primato del divenire sull’essere, la scaturigine dell’essere dall’azione (esse sequitur operari), ecc. Ma è un discorso che andrebbe approfondito dagli esperti in sede scientifica.
5. Secondo postulato: «L’unità prevale sul conflitto»
Anche tale principio è stato enunciato per la prima volta nell’enciclica Lumen fidei (n. 55); la sua trattazione piú diffusa si trova in EG 226-230; lo ritroviamo infine nell’enciclica Laudato si’ (n. 198). EG parte da una costatazione:

«Il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Dev’essere accettato. Ma se rimaniamo intrappolati in esso, perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata. Quando ci fermiamo nella congiuntura conflittuale, perdiamo il senso dell’unità profonda della realtà.
Di fronte al conflitto, alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l’orizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e cosí l’unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il piú adeguato, di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo» (nn. 226-227).

Questo terzo atteggiamento nei confronti del conflitto si basa sul principio «indispensabile per costruire l’amicizia sociale: l’unità è superiore al conflitto» (n. 228). Tale principio ispira il concetto di “diversità riconciliata” (n. 230), ricorrente nell’insegnamento di Papa Francesco, soprattutto in campo ecumenico. 

Il grosso problema di tale postulato è che esso presuppone una visione dialettica della realtà molto simile a quella di Hegel:

«La solidarietà, intesa nel suo significato piú profondo e di sfida, diventa cosí uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita. Non significa puntare al sincretismo, né all’assorbimento di uno nell’altro, ma alla risoluzione su di un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto» (n. 228; sottolineatura mia).

Quella “risoluzione su di un piano superiore” richiama tanto l’Aufhebung hegeliana. Non sembra  poi casuale che, al n. 230, si parli di una “sintesi”, che evidentemente presuppone una “tesi” e un’“antitesi” (i poli in conflitto tra loro). Anche in questo caso il discorso andrebbe approfondito.
6. Terzo postulato: «La realtà è piú importante dell’idea»
Esso è esposto in EG 231-233 e successivamente ripreso in Laudato si’ (n. 201):
«Esiste anche una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma. Da qui si desume che occorre postulare un terzo principio: la realtà è superiore all’idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti piú formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza» (EG 231).

Potrebbe sembrare che tale postulato sia quello piú facilmente comprensibile e accettabile, e quello piú vicino alla filosofia tradizionale. L’approfondimento che ne fa EG è assai attraente e, a prima vista, assolutamente condivisibile:

«L’idea — le elaborazioni concettuali — è in funzione del cogliere, comprendere e dirigere la realtà. L’idea staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono. Ciò che coinvolge è la realtà illuminata dal ragionamento. Bisogna passare dal nominalismo formale all’oggettività armoniosa. Diversamente si manipola la verità, cosí come si sostituisce la ginnastica con la cosmesi [Platone, Gorgia, 465]» (n. 232).

Nella citata rivista della Pontificia Accademia Teologica (PATH, n. 2/2014, pp. 287-316), Padre Giovanni Cavalcoli si lascia andare a un entusiastico commento di tale principio, assimilandolo, senza ulteriori puntualizzazioni, al tradizionale realismo gnoseologico aristotelico-tomistico. A mio parere, però, non tiene conto di due aspetti importanti:
a) del contesto in cui viene esposto il principio, che, come abbiamo visto, è un contesto sociologico (con ricadute di carattere pastorale). EG non è un saggio di filosofia della conoscenza: pur trattandosi di un principio filosofico, il terzo postulato viene utilizzato in funzione dello sviluppo della convivenza sociale e della costruzione di un popolo (n. 221);
b) del linguaggio utilizzato, che non è un linguaggio tecnico. Quando si parla di “idealismi e nominalismi inefficaci” non ci si sta riferendo alle correnti storiche dell’idealismo e del nominalismo (tanto è vero che si usa il plurale). Soprattutto, i termini “idea” e “realtà” sono intesi in un significato diverso da quello in cui potrebbe intenderli la gnoseologia tradizionale: la “realtà” di cui si parla in EG non è la realtà metafisica (cioè sinonimo di “essere”), ma una realtà puramente fenomenica; l’“idea” non è la semplice rappresentazione mentale dell’oggetto, ma, come il testo stesso indica, è sinonimo di “elaborazioni concettuali” (n. 232), e quindi di “ideologia”. D’altra parte, l’uso di espressioni “esistenziali” (come, p. es., il verbo “coinvolgere”) avrebbe dovuto far capire immediatamente che non si trattava del linguaggio scolastico tradizionale.

Tali osservazioni hanno conseguenze importanti: il postulato “la realtà è piú importante dell’idea” non ha niente a che vedere con l’adaequatio intellectus ad rem; esso significa piuttosto che dobbiamo accettare la realtà cosí com’è, senza pretendere di cambiarla in base a principi assoluti (p. es., i principi morali), che sono solo “idee” astratte, che il piú delle volte rischiano di trasformarsi in ideologie. Questo postulato è alla base delle continue polemiche di Papa Francesco contro la dottrina (si veda nel mio precedente post sulla EG il § 13). Significativo, a questo proposito, quanto affermato da Papa Bergoglio nell’intervista alla Civiltà Cattolica:
«Se il cristiano è restaurazionista, legalista, se vuole tutto chiaro e sicuro, allora non trova niente. La tradizione e la memoria del passato devono aiutarci ad avere il coraggio di aprire nuovi spazi a Dio. Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla “sicurezza” dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa una ideologia tra le tante» (pp. 469-470; corsivo mio).
7. Quarto postulato: «Il tutto è superiore alla parte»
Troviamo tale principio esposto diffusamente in EG 234-237 e ripreso poi sinteticamente in Laudato si’ (n. 141):

«Il tutto è piú della parte, ed è anche piú della loro semplice somma. Dunque, non si dev’essere troppo ossessionati da questioni limitate e particolari. Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene piú grande che porterà benefici a tutti noi. Però occorre farlo senza evadere, senza sradicamenti. È necessario affondare le radici nella terra fertile e nella storia del proprio luogo, che è un dono di Dio. Si lavora nel piccolo, con ciò che è vicino, però con una prospettiva piú ampia. Allo stesso modo, una persona che conserva la sua personale peculiarità e non nasconde la sua identità, quando si integra cordialmente in una comunità, non si annulla ma riceve sempre nuovi stimoli per il proprio sviluppo. Non è né la sfera globale che annulla, né la parzialità isolata che rende sterili» (EG 235).

Va apprezzato tale tentativo di tenere insieme i due poli, che sono in tensione tra loro — il tutto e la parte — e che in EG vengono identificati con la “globalizzazione” e la “localizzazione” (n. 234). La valorizzazione della parte, che non deve scomparire nel tutto, viene rappresentata dalla figura geometrica, cara a Papa Francesco, del poliedro, in contrapposizione alla sfera (n. 236). 

Il problema è che il principio, cosí com’è formulato, non esprime tale equilibrio tra il tutto e le parti; esso parla apertamente di superiorità del tutto rispetto alle parti. E questo è in contrasto con la dottrina sociale della Chiesa, la quale dichiara, sí, la persona un essere costitutivamente sociale, ma allo stesso tempo ne riafferma il primato e l’irriducibilità all’organismo sociale (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, nn. 125 e 149; Catechismo della Chiesa cattolica, nn. 1878-1885). C’è il rischio che, limitandosi a ripetere il quarto postulato senza ulteriori precisazioni, esso possa essere inteso in senso marxista e giustificare cosí l’annullamento dell’individuo nella società.

Si tenga presente che, anche da un punto di vista ermeneutico, il rapporto tra il tutto e le parti non viene descritto in termini di superiorità ma di circolarità (il cosiddetto “circolo ermeneutico”: il tutto va interpretato alla luce della parti; le parti, alla luce del tutto). 

8. Conclusioni
Che, nella realtà in cui ci troviamo a vivere, esistano delle polarità, è un fatto difficilmente controvertibile. Ciò che conta è l’atteggiamento che assumiamo di fronte alle tensioni che sperimentiamo quotidianamente nella nostra vita. Una descrizione dei diversi atteggiamenti possibili di fronte al conflitto la troviamo, come abbiamo visto, in EG 227 (vedi sopra, § 5). Dalla considerazione dei quattro postulati nel loro insieme sembrerebbe di dover concludere che l’atteggiamento piú consono sia quello di comporre, sí, i poli che si oppongono, ma presupponendo che uno dei due sia superiore all’altro: il tempo è superiore allo spazio; l’unità prevale sul conflitto; la realtà è piú importante dell’idea; il tutto è superiore alla parte. 
Personalmente ho sempre ritenuto che le tensioni vadano piuttosto “gestite”; che sia utopistico pensare che esse possano essere, finché siamo su questa terra, definitivamente superate; che, oltre tutto, sia sbagliato parteggiare per uno dei due poli contro l’altro, quasi che il bene sia solo da una parte e dall’altra ci sia solo male (una visione manichea della realtà sempre rifiutata dalla Chiesa). Il cristiano non è l’uomo dell’aut aut, ma dell’et et. In questo mondo c’è — deve esserci! — spazio per tutto: per il tempo e per lo spazio, per l’unità e per le diversità, per la realtà e per le idee, per il tutto e per le parti. Nulla va escluso, pena lo squilibrio della realtà, che può portare a conflitti devastanti.

Un’altra osservazione che si potrebbe fare al termine di questa riflessione è che l’esposizione di questi quattro postulati dimostra che, nell’agire umano, è inevitabile lasciarsi condurre da alcuni principi, che per loro natura sono astratti. A nulla serve quindi polemizzare sull’astrattezza della “dottrina”, opponendole una “realtà” a cui ci si dovrebbe semplicemente adeguare. La realtà, se non è illuminata, guidata, ordinata da alcuni principi, rischia di risolversi in caos.

Il problema è: quali principi? Sinceramente non si vede perché i quattro postulati di cui ci siamo occupati possano legittimamente orientare lo sviluppo della convivenza sociale e la costruzione di un popolo, mentre la medesima legittimità non possa essere riconosciuta ad altri principi, a cui viene continuamente rinfacciata la loro astrattezza e il loro carattere, almeno potenzialmente, ideologico.

Che la dottrina cristiana corra il rischio di trasformarsi in ideologia, non lo si può negare. Ma lo stesso rischio viene corso da qualsiasi altro principio, compresi i quattro postulati di EG; con la differenza che questi sono il risultato di una riflessione umana, mentre la dottrina cattolica si fonda su una rivelazione divina. Che non avvenga a noi oggi ciò che è accaduto a Marx, il quale, mentre tacciava di ideologia i pensatori che lo avevano preceduto, non si accorse che stava elaborando una delle ideologie piú rovinose della storia.