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domenica 15 novembre 2015

“Don Camillo e don Chichì”

d. Camillo,  prete pre-conciliare alle prese col prete post-conciliare


Sapete qual è lo scrittore italiano più letto e tradotto nel mondo? Calvino? Moravia? No, sbagliato. È Giovanni Guareschi – insieme ad Oriana Fallacci -, il “padre” di Don Camillo.
Ovviamente nelle scuole pubbliche, così come nelle scuole cattoliche paritarie gestite da progressisti, Guareschi non è nel piano di studi scolastico. Troppo “cattolicamente corretto” per essere letto nelle scuole? Sicuramente sì. La Strega non fa mistero di aver letto tutti i libri di Guareschi dedicati a Don Camillo, di aver visto tutti i film e di collezionare i fumetti che stanno uscendo regolarmente dallo scorso anno.

Una volta qualcuno mi disse che gli scrittori sanno vedere lontano, qualche volta riescono a prevedere il futuro. Guareschi morì nel 1968 – il mitico ’68, l’anno che ritengo il più nefasto della storia dell’umanità – tre anni dopo la chiusura del Vaticano II. Prima di morire si dedicò alla stesura del quarto libro della saga, che fu pubblicato l’anno seguente, il 1969, in cui Guareschi racconta gli immediati anni del post-concilio e riesce a descrivere con sorprendente lucidità che tipo di sacerdoti sarebbe usciti fuori dai seminari in cui sarebbe stata applicata quella che Benedetto XVI ha definito “l’ermeneutica della rottura”.

Il libro fu intitolato “Don Camillo e i giovani d’oggi” ed è stato ripubblicato nel 1996 col titolo più appropriato “Don Camillo e don Chichì”. In questo libro, infatti, l’antagonista di Don Camillo non è Peppone, ma il suo vice-parroco, il giovane don Francesco,  soprannominato dai parrocchiani don Chichì.

Il vescovo manda don Chichì per “aggiornare” don Camillo sui cambiamenti liturgici. Il giorno che il giovane prete arrivò a Brescello, l’anziano parroco lo scambiò per un venditore di enciclopedie, perché si presentò “in borghese”: non indossava la talare. Per don Camillo, fiero e orgoglioso della sua “divisa”, questo è inconcepibile. Così gli impone di indossare l’abito, ma don Chichì – ecco la disobbedienza – “rimedia” indossando il clergy.

Don Chichì, però, non vuole un cattivo rapporto col suo parroco e gli dice di non essere venuto ad “insegnargli il mestiere”, ma semplicemente a fargli notare che il Medioevo è finito è che c’è stato un concilio. Per Don Camillo invece ciò che conta – pur rispettando tutti gli eventi della Chiesa e obbedendo senza sé e senza alla Chiesa – è che c’è stata, c’è e ci sarà la Redenzione di Cristo.



Già da questo emerge la gigantesca distanza fra d. Camillo e d. Chichì. Il primo completamente dedito a Dio e alla anime, il secondo ossessionato dai cambiamenti, dalle novità, dal voler a tutti i costi apparire come un “prete nuovo”. Ma, fra i due, il vero anticonformista è don Camillo: le mode non gli interessano.
Don Chichì si preoccupa di piacere a tutti, la preoccupazione più grande di don Camillo è che il Signore non smetta di aver misericordia con lui. Don Chichì dialoga col mondo, Don Camillo scherza e ride con Gesù.

Don Chichì insiste sui diritti dell’uomo, don Camillo insiste sul fatto che Dio non ci deve nulla e che abbiamo solo doveri nei suoi confronti. Don Chichì vorrebbe un mondo migliore, Don Camillo vorrebbe che in questo mondo ci guadagnassimo il paradiso.
Viene da ridere durante il momento dell’adeguamento liturgico. Don Chichì si compiace del nuovo “altare”: un semplice tavolo. “Don Camillo, non le fa pensare – chiede il pretino – alla Chiesa del primo millennio?”. Sapete, i “riformatori” sono ossessionati dai primi mille anni della storia della Chiesa. Chiamano “retrogradi” chi vuole usare il messale del 1962, ma loro, invece, tornando indietro di mille anni, pensano di essere all’avanguardia. Tipica contraddizione in termini e nei fatti dei neomodernisti. Infatti, a don Camillo il tavolo non fa pensare al millennio dei primi gloriosi martiri, ma ad una “tavola calda”.
Quando don Chichì vuole togliere la balaustra, don Camillo gli fa notare che non è il muro di Berlino, ma un grandissimo segno di rispetto, ma il pretino post-conciliare non vuol sentire storie: Dio non sa che farsene del nostro rispetto, vuole il nostro amore. Voi non rispettate coloro che amate?
Si capisce che don Camillo e don Chichì hanno due concetti diversi di cosa sia la liturgia cattolica: per il primo è adorazione, il ponte fra il cielo e la terra, per il secondo intrattenimento comunitario di stampo religioso.
Le buone intenzione – sono forse quelle che lastricano la strada per l’inferno? – di don Chichì non ottengono i risultati sperati: non solo i lontani non si avvicinano, ma addirittura i vicini si allontanano. È vero che don Chichì suscita curiosità e simpatia tra i giovani, ma nulla di più. Nessuno s’interessa a Cristo e alla Chiesa. Il “prete nuovo del post-concilio” infatti è solo la novità del momento, che presto perderà ogni interesse e sarà sostituita da altre novità. Quando qualcuno vuole riconciliarsi con Dio, vecchio o giovane, non va da don Chichì, ma corre da don Camillo, il quale resta affezionato al “vecchio arnese” del confessionale.

Don Chichì nonostante l’evidenza del fallimento della “rottura dal passato prossimo per tornare al passato remoto”, continua a non voler vedere – forse in seminario ha respirato più fumo di Satana che incenso – e sostiene che la barca della Chiesa sta affondando e lui ha preso la solenne decisione di salvarla. Don Camillo, invece, sa bene che sarà la Chiesa – questa “barchetta” che effettivamente sta perdendo acqua, forse in futuro ne perderà di più, ma che comunque continua e continuerà a rimane a galla – a salvare noi. Per don Camillo la Chiesa non è nata nel 1962, ma neppure è morta nel 1965.
http://www.papalepapale.com/strega/don-camillo-e-guareschi-prete-pre-conciliare-alle-prese-col-prete-post-conciliare/

giovedì 31 ottobre 2013

un mondo in rovina

 Tenere le posizioni e restare in piedi in un mondo di rovine

di Enrico Maria Romano

Che la società italiana (ed europea) di questo scorcio di XXI secolo sia profondamente malata è diventata una di quelle asserzioni certe e ovvie le quali, seppur facenti parte della contingenza storica, si impongono di fatto come fossero verità di fede o di ragione. La crisi economica non c’entra nulla.Anzi, proprio una “decrescita” del consumismo e del profitto, così come un superamento della logica mercantile del capitalismo, potrebbero costituire delle parziali e benefiche vie di uscita dal male abnorme che ci circonda e che non è nelle cose materiali come tali, ma nella brama di possesso delle stesse, ovvero nella vita vissuta all’insegna della comodità, dell’edonismo e del benessere fisico.

La malattia fondamentale della modernità tardiva che stiamo vivendo sta, essenzialmente, nella perdita della tradizione intesa anzitutto come patrimonio di valori, di “miti” e di assiomi che hanno fatto grandi, nei secoli, le nazioni e gli antichi popoli d’Europa. Ma quali sono questi valori-miti-assiomi di cui sopra? Ebbene, eccone un campione, un po’ alla rinfusa: il valore catartico del sacrificio e del dolore, l’amore inconcusso della patria e della propria famiglia, la fedeltà assoluta alla parola data e alla promessa fatta, il comune senso del pudore, la superiorità della saggezza dell’anziano rispetto al dinamismo del giovane, la impari dignità tra uomini e bestie, il primato dello studio intellettuale sulle pur stimabili attività manuali, l’apprezzamento speciale per la vita religiosa di frati, suore, monaci e monache. Se questi punti si sono evaporati o sono comunque svaniti nel nulla, ciò non è senza conseguenze drammatiche. Faccio notare che questi sopraelencati valori erano (e sono) accessibili a tutti, al di là del grado di scolarizzazione raggiunto e non hanno nulla a che vedere con certo elitismo culturale-estetico messo in mostra da alcuni. Si rileggano i valori posti a cardine della tradizione oggi perduta: nessuno di essi richiede la laurea in lettere classiche o titoli di presunta nobiltà (gli stessi indotti contadini di un tempo avevano stima del professore, mostrandosi in ciò più filosofi di quegli intellettuali di oggi che stimano maggiormente la cura del corpo che quella dell’anima); tutti quei valori perduti e da ristabilire però, richiedono buon cuore e buona volontà, ma anche un supporto sociale che è completamente svanito nel nulla, e non a partire dalla Rivoluzione francese, come a volte si dice, ma solo dal secondo dopoguerra. Infatti nel periodo che va dalla fine del ‘700 alla metà del ‘900 quei valori, giudicati assiologici dal sottoscritto, erano largamente condivisi dai popoli europei, non ultimo il già glorioso a vario titolo, popolo italiano.

Se vi era – e certamente vi era! – un maggior senso della famiglia nell’ambiente social-comunista degli anni ’50 e ’60 del Novecento, malgrado il dichiarato progetto marxista-rivoluzionario di cancellazione della famiglia stessa (cf. K. Marx, Ideologia tedesca), di quanto ne abbiano mediamente i giovani di oggi, né comunisti né purtroppo anti-comunisti, è segno che vi è stato in parallelo un quasi mutamento antropologico di fondo, destinato a portare al collasso ogni istituzione civile e pubblica. Che oggi si parli impunemente e senza rabbrividire di “diritti dei gay”, prediligendo una categoria sociale a tutte le altre categorie possibili all’interno del corpo sociale (come i postini, i calvi, gli zingari, i romanisti o i panettieri), questo è un segno ulteriore chevi è stata una perdita del senso della civiltà, oltre ogni limite di umana decenza.Inutile citare ancora le allarmanti statistiche disponibili, basta andare con occhio meticoloso sul sito dell’Istat o di analoghi enti, per verificare il crollo della famiglia, della morale, dell’educazione e della religione. Questi crolli evidentemente sono strettamente correlati: al crollo della famiglia per esempio (causata da divorzio e separazione, o anche dai matrimoni senza Dio), farà seguito quasi sempre la perdita della buona educazione nei giovani, così come la perdita della fede in un ventenne è quasi sempre accompagnata dal rifiuto pratico/teorico della morale naturale e cristiana.

L’ottimismo di Papa Francesco ha fatto credere a molti cattolici che i problemi sociali ed ecclesiali, pur gravi, siano quasi scomparsi e che il Papa creda che la società e la Chiesa stessa siano vicine alla soluzione dei problemi stessi. Ma non è così. D’altra parte, il Papa non può contraddire i suoi immediati predecessori, e sia Paolo VI che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno detto, con viva preoccupazione, che il “fumo di Satana” (nella Chiesa), “l’apostasia silenziosa” (in Europa) e  la “dittatura del relativismo” (nel mondo intero), erano e sono dei mali tremendi e tremendamente diffusi, da cui forse solo l’aiuto dall’alto ci potrà liberare. A questo punto però che fare? Stanti così le cose, come agire per risollevare la situazione della società? A volte si dice, e non è sbagliato (ma rischia di essere vago): farsi santi e questo basterà. Fosse così facile, oggi, farsi santi! E poi alcuni fanno consistere la santità in una vita meramente devota e pia, con molta religiosità, messe, rosari e stop. Mentre si prepara l’apocalisse, anzi durante l’apocalisse in atto, ci si mette a dire il santo Rosario e chi s’è visto, s’è visto! Sarebbe meglio, secondo me, senza omettere il Rosario di cui sopra, cercare nel nostro piccolo ambiente sociale e familiare, di riprodurre quella società umana e cristiana, che a livello pubblico stiamo rapidissimamente perdendo (o abbiamo perso già al 90%). Chiaro o no?

Nelle amicizie, nel lavoro, nelle parrocchie e nei gruppi che frequentiamo cercare di portare avanti questa duplice linea guida: da un lato denunciare apertamente i mali del tempo senza timori di sorta, avendo soltanto la cautela di non terrorizzare i pusilli, di non fare un danno maggiore e di essere graduali ed elastici come lo fu lo stesso Cristo nel proclamare la sua divinità e nel fondare la sua Chiesa. Lui che tutto poteva, attese i tempi di Dio e non partì con l’evangelizzazione a 18 anni, sbandierando la sua divinità, facendo portenti su richiesta e scomunicando a destra e a manca. Ci vuole una certa pedagogia e un certo savoir faire nel descrivere la realtà terrifica che ci sta davanti. Se dico ai bambini che lo Stato italiano per pura ideologia ammazza nei suoi ospedali migliaia di bambini all’anno (cosa verissima dall’approvazione della 194), forse rischio di scandalizzarli un po’, dunque è meglio andarci piano, senza mai negare la verità, pur abominevole che sia. D’altra parte, è d’uopo cercare con vivo impegno e forte zelo di avere quella carità, quella dolcezza, quella pazienza, quell’apertura di cuore e di mente che si dovrebbe avere nella società cristiana la quale, se è severa nei valori e non concede nulla a Satana e ai suoi accoliti, è altresì forgiata dalla buone maniere (e non dal manierismo borghese!), dalla dolcezza del tratto, dalla bontà e dall’elevatezza dei costumi come ci hanno insegnato innumerevoli santi.

Se nelle nostre famiglie cattoliche, unite e armoniose, si respirerà quell’atmosfera evangelica che ha reso immortale la cristianità italiana, e se tante famiglie si uniranno per quanto possibile tra loro, non senza l’aiuto di oasi spirituali sacerdotali e religiose, allora potremo sperare di invertire il corso, per nulla predeterminato, della storia e della politica. Senza fare come gli statunitensi amish e vivere separati dal resto del mondo definito impuro e decadente, potremo “separarci” dall’immondo mondo di oggi, grazie alla vita virtuosa che condurremo, se ne abbiamo la volontà. Vita virtuosa che è resa facile ed accessibile proprio dalla costituzione di piccole cristianità, sparse ma legate tra loro da vincoli di amicizia e di fraternità.Non bisogna indietreggiare nelle idee e negli ideali, ma senza la costituzione di centri di resistenza e di contrattacco, sarebbe difficilissimo non essere contagiati dai numerosi virus della modernità tardiva, tendenzialmente morta e mortifera. La famiglia cattolica deve essere oggi un baluardo: famiglia sana e forte, di buona cultura (se possibile) e ben educata, allegra e gioviale ( riso fa buon sangue e chi è triste pecca…), combattiva e pia, intransigente nei principi e misericordiosa colle anime sbandate dal nemico comune.

Questo potrebbe essere un piccolo programma di vita per tutti gli amici del blog e un buon proposito per cercare di restare in piedi in un mondo in rovina.

sabato 12 ottobre 2013

A chi dobbiamo credere?

Lettera a Francesco I di una cattolica argentina che lo conosce molto bene: “A chi devo credere: al Vangelo, al Magistero, alla Tradizione o al Papa?” di Lucrecia Rego de Planas                                                 

10/10/2013



Carissimo Papa Francesco, sono tanto lieta di avere l’opportunità di salutarti. Sicuramente non ti ricorderai di me; vedendo così tante persone nuove ogni giorno deve essere difficile ricordare tutti, anche coloro con cui hai conversato e vissuto durante il lungo corso della tua vita.

Negli ultimi 12 anni, tu ed io, più volte ci siamo trovati in diversi incontri, riunioni della Chiesa e conferenze che hanno avuto luogo nelle città dell’America Centrale e Meridionale su temi diversi (la comunicazione, la catechesi, l’educazione). Durante questi incontri pastorali ho avuto la possibilità di vivere con te per tanti giorni, dormendo sotto lo stesso tetto, condividendo la stessa mensa e anche la stessa scrivania. Allora eri l’Arcivescovo di Buenos Aires e io il direttore di uno dei principali mezzi di comunicazione cattolici.

Adesso tu sei il Santo Padre e io... solo una madre, cristiana, sposata con un buon marito e nove figli, che insegna matematica presso l’Università e che cerca di collaborare meglio che può con la Chiesa, dal luogo in cui Dio l'ha posta.

In questi incontri di diversi anni fa, mi ricordo più di una volta ti sei rivolto a me dicendo:- “Ragazza, chiamami Jorge Mario, siamo amici”; io risposi spaventata: “Assolutamente no, signor Cardinale! Dio me ne scampi dal dare del tu a uno dei suoi principi sulla terra!”.

Ora però mi permetto di darti del tu, perché non sei più il card. Bergoglio, ma il Papa, il mio Papa, il dolce Cristo in terra, al quale ho la fiducia di rivolgermi come a mio padre.

Ho deciso di scriverti perché soffro e ho bisogno che tu mi consoli. Ti spiegherò cosa mi succede, cercando di essere il più breve possibile. So che ti piace confortare coloro che soffrono e ora anche io sono una di loro.

Quando ti ho conosciuto durante questi ritiri, quando eri ancora il cardinal Bergoglio, mi aveva colpito e lasciata perplessa il fatto che tu non hai mai agito come facevano gli altri cardinali e vescovi. Per fare alcuni esempi: tu eri l’unico lì che non si genufletteva davanti al Tabernacolo o durante la Consacrazione, se tutti i vescovi si presentavano con la sottana e il loro abito talare, perché così richiedevano le regole necessarie per la riunione, tu ti presentavi in completo da strada e collare clericale. Se tutti si sedevano sui posti riservati ai i vescovi e cardinali, tu lasciavi vuoto il posto del cardinale Bergoglio e ti sedevi più indietro, dicendo “qui sto bene, così mi sento più a mio agio”. Se altri arrivavano con una macchina che corrisponde alla dignità di un vescovo, tu arrivavi dopo gli altri, indaffarato e di fretta, raccontando ad alta voce i tuoi incontri nel trasporto pubblico scelto per venire alla riunione. Vedendo queste cose — mi vergogno nel raccontartelo — dicevo dentro di me: - “Uff ... che voglia di attirare l’attenzione! Perché, se si vuole essere veramente umile e semplice, non è forse meglio comportarsi come gli altri vescovi per passare inosservati?”. Anche alcuni miei amici argentini che hanno partecipato questi incontri, in qualche modo notavano la mia confusione, e mi dicevano: - “No, non sei la sola. A tutti noi sconcerta sempre, ma sappiamo che ha criteri chiari, e nei suoi discorsi mostra convinzioni e certezze sempre fedeli al Magistero e alla Tradizione della Chiesa, è un coraggioso fedele, difensore della retta dottrina... A quanto pare però ama essere amato da tutti e piacere a tutti. In tal senso potrebbe un giorno fare un discorso in TV contro l’aborto e il giorno dopo, nello stesso show televisivo, benedire le femministe pro-aborto in Plaza de Mayo; potrebbe fare un discorso meraviglioso contro i massoni e, ore dopo, mangiare e brindare con loro al Club Rotary Club”.

Mio caro Papa Francesco, è vero, questo fu il card. Bergoglio che ho conosciuto da vicino. Un giorno intento a chiacchierare animatamente con il vescovo Duarte Aguer sulla difesa della vita e della liturgia e lo stesso giorno, a cena, a chiacchierare sempre animatamente con Mons. Ysern e Mons. Rosa Chavez sulle comunità di base e i terribili ostacoli che rappresentano “gli insegnamenti dogmatici” della Chiesa. Un giorno amico del card. Card. Cipriani e del Card. Rodriguez Maradiaga a parlare di etica aziendale e contro le ideologie del New Age e poco dopo amico di Casaldáliga e Boff a parlare di lotta di classe e della “ricchezza” che le tecniche orientali potrebbero donare alla Chiesa.

Con queste premesse, comprenderai quanto enormemente ho sgranato gli occhi, quando ho sentito il tuo nome dopo l’“Habemus Papam” e da quel momento (prima che tu lo chiedessi) ho pregato per te e per la mia amata Chiesa. E non ho smesso di farlo per un solo giorno, da allora. Quando ti ho visto sul balcone, senza cotta, senza cappuccio, rompendo il protocollo di saluto e la lettura del testo latino, cercando con questo di differenziarti dal resto dei Papi nella storia, sorridendo, preoccupata, dissi tra me e me: “Sì, senza dubbio. Questo è il cardinale Bergoglio”. Nei giorni successivi alla tua elezione, mi hai dato diverse occasioni per confermare che sei la stessa persona che avevo conosciuto da vicino, sempre alla ricerca di una diversità: hai chiesto scarpe diverse, anello diverso, Croce diversa, sedia diversa e persino stanza e casa diverse dal resto dei Papi che sempre si erano accontentati umilmente delle cose previste, senza la necessità di cose “particolari”, apposta per loro. In quei giorni stavo cercando di recuperare dall’immenso dolore provato dalle dimissioni del mio amato e molto ammirato Papa Benedetto XVI, nel quale mi sono identificata fin dal principio per la chiarezza nei suoi insegnamenti (il miglior insegnante del mondo), per la sua fedeltà alla Liturgia, per il suo coraggio nel difendere la dottrina giusta fra i nemici della Chiesa e mille cose che non elencherò qui. Con lui al timone della barca di Pietro mi sentivo come se calpestassi la terra ferma. E con le sue dimissioni, ho sentito la terra sparire sotto i miei piedi; ma ho capito, i venti erano veramente tempestosi e il papato significava qualcosa di troppo agitato per la sua forza, ormai diminuita dall’età, nella terribile e violenta guerra culturale che stava sostenendo.
In quel momento mi sentivo come abbandonata in mezzo alla guerra, al terremoto, nel più feroce uragano, e improvvisamente tu sei venuto a sostituirlo al timone. Abbiamo un nuovo capitano, diamo grazia a Dio! Confidai pienamente (senza dubbio alcuno) che, con l’assistenza dello Spirito Santo, con la preghiera dei fedeli, con il peso della responsabilità, con l’assistenza del gruppo di lavoro in Vaticano e con la coscienza di essere osservato in tutto il mondo, Papa Francesco lasciasse alle spalle le cose speciali e le ambivalenze del card. Bergoglio e subito prendesse il comando dell’esercito e, con rinnovato vigore, continuasse il percorso di lotta che il suo predecessore aveva ingaggiato.

Purtroppo, con mia sorpresa e smarrimento, il mio nuovo generale, piuttosto che prendere le armi una volta arrivato, cominciò il suo mandato utilizzando il tempo del Papa per telefonare al suo parrucchiere, al suo dentista, al suo lattaio e al suo edicolante, attraendo sguardi sulla sua persona e non su assunti importanti per il Papato.

Sono passati sei mesi da allora e riconosco, con amore ed emozione, che hai fatto migliaia di cose buone. Mi piacciono molto (moltissimo) i tuoi discorsi formali (a politici, ginecologi, comunicatori, alla Giornata della Pace, etc.) e le tue omelie delle Solennità, perché in esse si vede una preparazione minuziosa e una profonda meditazione di ogni parola usata. Le tue parole, in questi discorsi e omelie, sono stati un vero e proprio cibo per il mio spirito. Mi piace molto che la gente ti ami e ti applauda. Tu sei il mio Papa, il Supremo Capo della mia Chiesa, la Chiesa di Cristo. Tuttavia – e questo è il motivo della mia lettera – devo dire che ho anche sofferto (e soffro), per molte tue parole, perché dici cose che sento come stoccate al basso ventre durante i miei continui tentativi di sincera fedeltà al Papa e al Magistero.

Mi sento triste, sì, ma la parola migliore per esprimere i miei sentimenti corrente è: perplessità. Non so cosa dire e cosa non dire, non so dove insistere e dove lasciar correre. Ho bisogno che tu mi orienti, caro Papa Francesco. Sto davvero soffrendo, e molto, per questa perplessità che mi immobilizza. Il mio grande problema è che ho dedicato gran parte della mia vita allo studio della Sacra Scrittura, della Tradizione e del Magistero, in modo da avere forti ragioni per difendere la mia fede. E ora, molte di queste solide basi sono in contraddizione con ciò che il mio amato Papa fa e dice. Sono scioccata e ho bisogno che tu mi dica cosa fare.

Mi spiegherò meglio, con alcuni esempi. Io non posso applaudire un Papa che non si genuflette davanti al Tabernacolo né durante la Consacrazione come insegna il rito della Messa; ma non posso criticarlo, perché è il Papa! Benedetto XVI ci ha chiesto nella Redemptionis Sacramentum che informassimo il vescovo di delle infedeltà e degli abusi liturgici a cui assistiamo. Ma... chi devo informare se il Papa stesso non rispetta la liturgia? Non so cosa fare. Disobbedisco alle indicazioni del nostro Papa emerito? Non posso sentirmi felice per aver eliminato l’uso della patena e degli inginocchiatoi per i comunicandi, e nemmeno mi può piacere che non ti abbassi mai a dare la comunione ai fedeli, che non chiami te stesso “il Papa”, ma solo “Vescovo di Roma” o che non usi l’anello piscatorio. Però non posso nemmeno lamentarmi, perché tu sei il Papa! Non mi sento orgogliosa che tu abbia lavato i piedi di una donna musulmana il Giovedì Santo, poiché è una violazione della legge liturgica, ma non posso emettere un pigolio, perché Tu sei il Papa, che rispetto e a cui debbo essere fedele! Mi ha fatto terribilmente male quando hai punito i Frati Francescani dell’Immacolata, perché celebravano la Santa Messa in rito antico con il permesso esplicito del tuo predecessore nella Summorum Pontificum. E punirli, significa andare contro gli insegnamenti dei Papi precedenti. Ma a chi posso comunicare il mio dolore, tu sei il Papa! Non sapevo cosa pensare o dire quando ti sei burlato pubblicamente di un gruppo che aveva detto per te dei rosari, chiamandoli “quelli che contano le preghiere”. Essendo i rosari una stupenda tradizione nella Chiesa, cosa debbo pensare io, se al mio Papa non piace e deride chi glieli offre? Ho tanti amici “pro-life” che pochi giorni fa hai molto rattristato chiamandoli “ossessionati ed ossessivi”. Cosa devo fare? Consolarli, addolcendo falsamente le tue parole o ferirli ancora di più, ripetendo quello che hai detto a loro, per voler essere fedele al Papa e ai suoi insegnamenti? Alla GMG chiedesti ai giovani di “fare casino per le strade”. La parola “casino”, per quanto ne so, è sinonimo di “disordine”, “caos”, “confusione”. Davvero questo è quello che si vuole che facciano i giovani cristiani nelle strade? Non ci sono già abbastanza confusione e disordine nel mondo? So di molte donne sole e anziane (zitelle), che sono molto allegre, simpatiche e generose e che davvero si sentirono degli scarti quando dicesti alle religiose che non dovevano avere la faccia da zitelle. Hai fatto sentire molto male le mie amiche e me; mi ha fatto male nell’anima per loro, perché non c’è nulla di male nell’essere rimaste sole e dedicar la vita alle buone opere (di fatto, la solitudine viene specificata come una vocazio-ne nel Catechismo). Cosa devo dire alle mie amiche “zitelle”? Che il Papa non parlava sul serio (cosa che non può fare un Papa) oppure che appoggio il Papa nel fatto che tutte le zitelle hanno una faccia da religiose amareggiate?

Un paio di settimane fa hai detto che “questo che stiamo vivendo è uno dei momenti migliori della Chiesa”. Come può dire questo un Papa quando tutti sappiamo che vi sono milioni di giovani cattolici che vivono in concubinato e altrettanti milioni di matrimoni cattolici dove si usano contraccettivi; quando il divorzio è “il nostro pane quotidiano” e milioni di madri cattoliche uccidono i loro figli non nati con l’aiuto di medici cattolici; quando vi sono milioni di imprenditori cattolici che non sono guidati dalla dottrina sociale della Chiesa, ma dall’ambizione e dall’avarizia; quando vi sono migliaia di sacerdoti che commettono abusi liturgici; quando vi sono centinaia di milioni di cattolici che mai hanno avuto un incontro con Cristo e non conoscono l’essenziale della dottrina; quando l’educazione e i governi sono in mano alla massoneria e l’economia mondiale in mano al sionismo? È questo il momento migliore della Chiesa? Quando lo hai detto, amato Papa, fui presa dal panico. Se il capitano non sta vedendo l’iceberg che abbiamo innanzi, è molto probabile che ci schianteremo contro di esso. Ci credi veramente o è solo un modo di dire caro Papa? Molti grandi predicatori si sono sentiti devastati al sapere che hai detto che ora non bisogna più parlare dei temi dei quali la Chiesa ha già parlato e che stanno scritti nel Catechismo.

Dimmi, caro Papa Francesco, cosa dobbiamo fare noi cristiani che vogliamo essere fedeli al Papa ed anche al Magistero e alla Tradizione? Smettiamo di predicare sebbene San Paolo ci abbia detto che bisogna farlo in ogni occasione? La finiamo con i predicatori coraggiosi, li forziamo al silenzio, mentre vezzeggiamo i peccatori e con dolcezza diciamo loro che, se possono e vogliono, leggano il Catechismo per sapere cosa dice la Chiesa? Ogni volta che parla dei “pastori con odore di pecore”, penso a tutti quei sacerdoti che si sono lasciati contaminare dalle cose del mondo e hanno perso il loro profumo sacerdotale per acquisire un certo odore di decomposizione. Io non voglio pastori con l’odore di pecora, ma pecore che non odorino di sterco, perché il loro pastore le cura e le mantiene sempre pulite. Qualche giorno addietro hai parlato della Vocazione di Matteo con queste parole: «Mi impressiona il gesto di Matteo. Si attacca al denaro, come dicendo: “No, non a me! Questo danaro è mio!”». Non si può evitare di comparare le tue caro Papa parole con il Vangelo (Mt, 9,9), contro quello che lo stesso Matteo dice della sua vocazione: “Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì». Non riesco a vedere dove sta l’attaccamento al denaro (nemmeno lo vedo nel quadro di Caravaggio).

Vedo due narrazioni distinte ed una esegesi sbagliata. A chi devo credere, al Vangelo o al Papa, se voglio essere fedele al Vangelo e al Papa? Quando hai parlato della donna che vive in concubinato dopo un divorzio e un aborto, dicesti “adesso vive in pace”. Mi domando: può vivere in pace una signora che si è volontariamente allontanata dalla grazia di Dio? I Papi precedenti, da San Pietro fino a Benedetto XVI, hanno detto che non è possibile incontrare la pace lontani da Dio, però Papa Francesco lo ha affermato. Su cosa mi debbo fondare, sul Magistero di sempre o su questa novità? Devo affermare, a partire da oggi, per essere fedele al Papa, che la pace si può incontrare in una vita di peccato? Poi hai buttato lì la domanda senza dare risposta su come deve comportarsi un confessore, come se volessi aprire il vaso di Pandora sapendo che ci sono centinaia di sacerdoti che erroneamente consigliano di continuare nel concubinato. Perché il mio Papa, il mio caro Papa, non ci ha detto in poche parole cosa si deve consigliare in casi come questo, invece di aprire il dubbio nei cuori sinceri?
Ho conosciuto il cardinale Bergoglio in modo quasi familiare e sono testimone fedele del fatto che sia un uomo intelligente, simpatico, spontaneo, molto spiritoso e molto acuto. Però non mi piace che la stampa stia pubblicando tutti i tuoi detti e le tue battute, perché non sei un parroco di paese; non sei l’arcivescovo di Buenos Aires; ora sei il Papa! E ogni parola che dici come Papa, acquista valore di magistero ordinario per molti di quelli che ti leggono e ti ascoltano. Ho già scritto troppo abusando del tuo tempo, mio buon Papa.

Con gli esempi che ti ho dato, (sebbene ve ne siano molti altri) credo di aver chiarito il dolore per l’incertezza e la perplessità che sto vivendo. Solo tu puoi aiutarmi. Ho bisogno di una guida che illumini i miei passi basando su quello che sempre ha detto la Chiesa, che parli con coraggio e chiarezza, che non offenda chi lavora per essere fedeli al mandato di Gesù; che dica “pane al pane, vino al vino”, “peccato” al peccato e “virtù” alla virtù, anche se con questo mette a rischio la sua popolarità. Ho bisogno della tua saggezza, della tua fermezza e chiarezza. Ti chiedo aiuto, per favore, perché sto soffrendo molto. So che Dio ti ha dotato di una intelligenza molto acuta, cosicché, cercando di consolarmi da sola, ho potuto immaginare che tutto quello che fai e dici è parte di una strategia per sconcertare il nemico, presentandoti davanti a lui con la bandiera bianca e ottenendo così che abbassi la guardia.

Ma mi piacerebbe che tu condividessi questa strategia con quelli che lottano al tuo fianco, perché, oltre che a sconcertare il nemico, stai sconcertando anche noi, che non sappiamo più dove sta il nostro quartier generale e dove si trova il fronte del nemico. Ti ringrazio ancora una volta per tutto il bene che hai fatto e quello che hai detto durante le solennità, quando hai pronunciato omelie e discorsi bellissimi, perché davvero ci sono serviti moltissimo. Le tue parole ci hanno animato e dato l’impulso ad amare di più, ad amare sempre, ad amare in modo migliore, a mostrare al mondo intero il volto amoroso di Gesù.

Ti mando un abbraccio filiale molto amorevole, mio caro Papa, con la certezza delle mie preghiere. Chiedo anche le tue, per me e per la tua famiglia, di cui allego una foto, perché tu possa pregare per noi, conoscendo il nostro viso. Tua figlia che ti ama e prega ogni giorno per te, 

Lucrecia Rego de Planas

Huixquilucan, Messico, 23 settembre 2013

Potete leggere il testo della lettera originale in spagnolo:

sabato 24 agosto 2013

cattolici "ADULTI"


Una delle immagini più belle delle Giornate Mondiali della Gioventù è il momento in cui i ragazzi vanno a confessarsi. È' lo specchio di ciò che i giovani desiderano trovare nella Chiesa: la purezza del Cristianesimo. Né più, né meno.

Troppe persone, negli ultimi anni, hanno pensato esattamente il contrario. Sono i cosiddetti “cattolici adulti”, che vogliono creare una rottura con la tradizione cattolica.

Il termine “cattolico adulto” racchiude una profonda superbia. Esprime l'idea di un cattolico migliore e più evoluto degli altri, che sarebbero rimasti bambini. Il cattolico adulto pensa: “Sono io che ho capito tutto. Gli altri sono solo dei bigotti attaccati alle loro stupide devozioni”.

I cattolici adulti credono in una specie di religione “fai da te”. Rifiutano gli insegnamenti del Magistero e propongono una visione della vita influenzata dal relativismo morale. Vivono di contraddizioni, senza rendersene conto. Si battono contro la pena di morte ma sono favorevoli all'aborto. Proclamano la pluralità e la libertà d'espressione, ma etichettano come “integralisti” tutti quelli che vogliono seguire la dottrina della Chiesa.

I cattolici adulti hanno sempre il Concilio Vaticano II in bocca. Ne parlano continuamente. Ma ne danno un'interpretazione distorta, in totale discontinuità con ciò che c'è stato prima. Il loro errore fondamentale è quello di voler annacquare il Cristianesimo, riducendolo ad una dimensione orizzontale di semplice filantropia ed impegno nel sociale.

La piaga dei cattolici adulti ha toccato, purtroppo, anche i pastori e gli educatori, che dovrebbero rappresentare una solida guida per i giovani. Ci sono sacerdoti che contestano apertamente il Papa e catechisti pronti a parlare di tutto, tranne che del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Alcuni giovani mi hanno raccontato che il loro parroco considera il Rosario “roba da antiquariato”. Preferisce parlare dei diritti umani e organizzare raccolte di firme per le iniziative più bizzarre. Se una persona desidera confessarsi, troverà sempre il confessionale vuoto, perché i preti della sua parrocchia sono impegnati in attività che non hanno nulla di spirituale.

A che cosa servono sacerdoti come questi? I giovani non hanno bisogno di ridicoli doppioni che parlano il linguaggio dei politici o dei cantanti rock. C’è bisogno, invece, di sacerdoti che insegnino a pregare, a confessarsi, a ricevere l’Eucaristia con rispetto, a farsi un esame di coscienza ogni sera, prima di addormentarsi. È' questo che cambia veramente la vita. Tutto il resto verrà dopo, come naturale conseguenza.

Il Cristianesimo è una stupenda religione interiore. Chi prega bene e cerca Dio impara anche a guardarsi dentro. Si sforza ogni giorno d’assomigliare all’unico modello che ha scelto per la sua vita: Gesù.

Bisogna aiutare i giovani a sentire la presenza di Dio nella propria esistenza. Sarà questa presenza che li aiuterà a cambiare loro stessi e a cambiare successivamente la società.

Per cambiare il mondo bisogna, prima di tutto, cominciare a cambiare la vita personale. Ognuno deve fare uno sforzo per cercare di vincere il proprio egoismo, le proprie cattive abitudini.

Dio può aiutarci in questo. Può prenderci per mano e condurci sulla buona strada, nonostante le miserie della nostra fragile umanità. Per questa ragione, è meglio essere “cattolici bambini” e non adulti. Bisogna avere l'umiltà di ascoltare e di affidarsi alla guida della Chiesa, fidandosi di lei nello stesso modo in cui un bambino si fida della sua mamma.

Roma, 23 Agosto 2013 
(Zenit.org) 


Carlo Climati

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mercoledì 14 novembre 2012

evangelizzazione

Benedetto XVI: "Il crollo della Fede dipende dal crollo della Liturgia"
Il card. Bagnasco: "vivere la liturgia" come antidoto per i "cristiani deboli"


Il card. Bagnasco
celebra la Messa "Rorate"

“Se l’evangelizzazione è flebile, spesso questo è il risultato di cristiani deboli, che non vivono profondamente i misteri che celebrano”. Ne è convinto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, che oggi è intervenuto al seminario di studio per i vescovi italiani, in corso a Roma (a porte chiuse, fino a domani) sul tema: “Credere in Lui ed attingere alla Sua sorgente. Anno della fede e nuova evangelizzazione”. Il rapporto tra evangelizzazione e liturgia, ha affermato il cardinale - riferisce l'agenzia Sir - soffermandosi sul recente Sinodo e i 50 anni del Concilio, è “decisivo in ordine all’efficacia della missione della Chiesa”. “Quando la partecipazione alla liturgia viene considerata come una delle tante cose da fare, senza lasciarsi trasformare e coinvolgere in profondità dal mistero celebrato”, ha ammonito, “anche lo slancio e la passione per il Vangelo e per il suo annuncio” viene meno. “La forza evangelizzante della liturgia - ha spiegato, infatti, il presidente della Cei - è tanto più arricchita di vigore quanto più alta è la qualità dell’esperienza che si vive”. “Udire, vedere, toccare, contemplare”: sono questi i verbi che “descrivono anche ciò che l’uomo sperimenta nella celebrazione liturgica”, e che dimostrano come “la dinamica della fede non può essere ridotta all’accoglienza di alcuni contenuti veritativi, ma comporta l’aprire la porta del cuore a Cristo”. “Vivere la liturgia, in particolar modo la celebrazione dell’Eucaristia, come reale incontro con Cristo, riscalda il cuore - ha assicurato il cardinale Bagnasco - e aiuta a capire che fede autentica è quella che è pervasa da amore per il Signore”, un amore che “coinvolge il cuore come autentica passione per Gesù Cristo” e che sappia essere “intelligente”, che sappia cioè “entrare progressivamente nella logica di Dio, con una ragione che non rinunci alla fatica della ricerca e a rendere ragione della propria speranza”. Un amore, infine, che coinvolge l’uomo “in tutte le sue energie, del corpo e dello spirito”. “Non è pensabile un amore per Dio solo intimistico o emotivo”, ha affermato il cardinale, secondo il quale la celebrazione liturgica “riscatta e purifica l’amore dell’uomo verso Dio dal rischio di un soggettivismo illusorio, che pretende di amare Dio con modalità che l’uomo pensa siano le migliori o le più rispondenti ai suoi propri bisogni”. Nel rito liturgico, infatti, “l’uomo agisce non come primo attore, ma come destinatario dell’azione di Dio che è il grande protagonista; nel rito l’uomo è attivamente presente, ma a sua volta viene trasformato da ciò che celebra”. “La liturgia, se ben celebrata e vissuta, opera la conversione del cuore e della vita”, ha concluso il presidente della Cei: diventa “porta della fede”, nel senso che “conduce all’incontro con Cristo e lo realizza”. (R.P.)

venerdì 27 aprile 2012

pellegrinaggio

Pellegrinaggio della Tradizione a s. Maria di Leuca (Lecce)

I gruppi pugliesi legati alla forma antica della liturgia romana si stanno mobilitando per organizzare un pellegrinaggio della Tradizione simile a quello organizzato ogni anno a Livorno dai gruppi toscani.

L'appuntamento è fissato per il 1 maggio, presso il santuario mariano di Santa Maria di Leuca (Lecce). Sarà presieduto dal zelante Cardinale Raymond Burke, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica. I pellegrini si raduneranno a Leuca verso le 10, donde a piedi, pregando il rosario e cantando canti sacri, giungeranno dopo circa un'ora al santuario sul capo di Santa Maria de finibus terrae dove alle 12 il Cardinale celebrerà la Santa Messa cantata. Seguirà il pranzo, tempo libero e un'assemblea con preghiera conclusiva. Parteciperà al pellegrinaggio anche Mons. Nicola Bux, Consultore dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.

Questo sarà il primo pellegrinaggio pugliese, che si spera si possa ripetere ogni anno, e che vedrà gruppi provenienti dal foggiano, Barletta, Bari, Monopoli, Lecce, Taranto.

Chi volesse avere maggiori informazioni può contattare i promotori scrivendo all'indirizzo di posta elettronica: schola.ecclesiamater@gmail.com