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mercoledì 17 maggio 2017

Fatima o Medjugorie???

Gotti Tedeschi: "Fatima oggi sta significando irriconoscenza. Maria ci avverte dei rischi"


Le parole usate da Papa Bergoglio durante il suo pellegrinaggio a Fatima non hanno convinto tutti. Tra i tanti commentatori critici c'è chi ha parlato di una “piccola svista”: è Adriano Celentano che sul suo blog, non ha polemizzato sulle dichiarazioni rilasciate su Medjugorie. Infatti Francesco ha mostrato alcune aperture solo verso le apparizioni dei primi anni. Ma sono tanto i dubbi e le perplessità via web, per Socci addirittura il Papa in visita al Santuario per i 100 anni dalle apparizioni ha liquidato anche "Fatima e il messaggio della Madre di Dio". IntelligoNews ha intercettato Ettore Gotti Tedeschi, ex banchiere dello Ior, che anche in qualità di pellegrino ha espresso la sua opinione.
 
 
Ettore Gotti Tedeschi, cosa è stata Fatima e cosa rappresenta oggi? 

"Fatima è il luogo dove vado frequentemente a passare, con mia moglie, la fine dell'anno e il primo giorno dell’anno nuovo, per dare loro un significato speciale. Ci son stato anche a fine 2016 e ho iniziato il 2017 così. Fatima, oltre ai messaggi per l’umanità che tutti conosciamo, significa in sintesi due cose distinte nel tempo. Riguardo a Ieri ha significato: disobbedienza, indifferenza alla Madonna che chiese soprattutto la consacrazione della Russia al Suo cuore immacolato. Oggi sta significando irriconoscenza alla misericordia concessaci dalla Vergine, non corrisposta, con   tentativo “autoconsolazione”".
 
La Madonna postina, al telegrafo, non convince il Papa (il riferimento è a Medjugorje). Ma anche a Fatima la Vergine Maria  "fissava appuntamenti" e consegnava messaggi. Ci sono tuttora misteri, a lei cosa la sconvolge e la interroga tuttora su quanto trasferito dalla Madonna ai tre pastorelli? 
 
"La domanda che ci si può porre è se questa è stata una dimostrazione di diffidenza verso le apparizioni mariane. Perché non dovrebbe essere interpretabile come misericordia di Dio il fatto che Maria ci avverta dei rischi che corriamo, anche con frequenza? A chi ricorreremo “noi esuli figli di Eva” se ci  privano della convinzione che Maria intercede per noi, che Maria è "corredentrice"? Ho pensato a Gesù Cristo sul monte delle beatitudini. Magari un giorno qualcuno considererà che anche Nostro Signore non poteva che esser un conferenziere che si metteva sulla cima di un monte per esporre le sue tesi…".
 
La misericordia come messaggio principale, o il giudizio? I Pastorelli videro l'inferno. Ma se ne è parlato poco questi giorni secondo il web.
"Mi pare evidente che non si voglia più parlare di inferno, di diavolo (ma neppure di morte), si ha forse paura di perdere i fedeli senza pensare che si rischia che i fedeli cosi si perdano realmente. Basta veder i  risultati  del non insegnamento dei novissimi cosa ha portato. Si deve riscoprire il “timor di Dio", la natura del demonio, la realtà del castigo eterno. E naturalmente la dolcissima misericordia di Dio verso i nostri pentimenti e le nostre lotte contro il peccato. Timor di Dio non è “terror di Dio”. Timor di Dio è uno dei sette doni  dello Spirito Santo all’uomo che pensa di farsi Dio, è rispetto verso il Creatore. Che significa questa confusione?".
 
C'è chi non ha gradito a Fatima altare e candelabri scuri, il Cristo moderno dietro al Papa. Perchè tanta voglia di tradizione nel popolo? 
 
"Secondo me più che Tradizione, il cosiddetto popolo vuole “verità” vere, valori forti di riferimento in questo mondo malglobalizzato e malevangelizzato. I problemi che oggi riconosciamo son dovuti al fatto che in passato non si è evangelizzato come si doveva. Ma chi ci ascolta? Chi ci legge? Ma soprattutto, chi ha inteso cosa realmente sta succedendo nella Chiesa ? Chi si sentirebbe di dire e spiegare quale strategia è in corso di attuazione e se è corretta o no, guidata o no dallo Spirito Santo?".
 
Ci dà la sua opinione in proposito?

"In questo Pontificato sembrerebbe prevalere una considerazione di massima che ne ispira alcuni tratti chiave. Sembrerebbe dire: "Riferiamoci alla realtà, non agli ideali della tradizione, E’ insostenibile confermare un magistero rigido, non recepibile ed attuabile secondo i segni di  questi tempi. Per convertire bisogna esser ascoltati, perciò è necessario farsi apprezzare. Per farsi apprezzare è utile avvicinare il mondo reale, lasciandogli immaginare che possa aver ragione, che lo comprendiamo. Comunque si deve smettere di respingere i peccatori e  minacciare punizioni. Si deve piuttosto adattare la prassi dottrinaria alla realtà. Così si potrà prendere tempo e sanare gli errori fatti in passato manifestando una egemonia morale che non dialogava, ma giudicava. Poi, senza esser percepiti come evangelizzatori, potremo convertire ed integrare…". ( Ndr, Ettore Gotti Tedeschi ha approfondito questi concetti in un libro che uscirà nei prossimi giorni: “Dio è meritocratico” –Edizioni Giubilei Regnani) .
 
In specifico riferendomi a Fatima, mi pare evidente che il messaggio riportato da suor Lucia è dirompente. Così come sembra divergente dal messaggio questa supposta percepita strategia. Il mondo, secondo questa visione apparente del ruolo della Chiesa, è in fiamme, in guerra potenziale. Per far cessare questi rischi e spegnere le fiamme si deve riconciliarlo dialogando. Per riuscire a dialogare si “devono lavare i piedi” di coloro con i quali si vuole e si deve dialogare. Ne consegue che diventano intollerabili le opposizioni tradizionaliste. Chissà, potrebbe esser corretto, anche se noi poveri testoni non lo capiamo. Forse il ragionamento illuminato dallo Spirito Santo potrebbe essere che per salvare il mondo da devastazioni (come proprio a Fatima era stato annunciato) possa esser necessario porre basi di riconciliazione fra tutti, che possano oscurare la Verità solo temporaneamente, e confidando che la misericordia di Dio apprezzi il fine più che i mezzi. Ma perché ciò si realizzi, forse potrebbe essere utile confidare nello Spirito Santo e nel necessario suo dono di “timor di Dio".

sabato 6 maggio 2017

L’inviato dell’Anticristo

Cronache dell’Anticristo: “L’inviato” di Michael D. O’Brien

di Luca Fumagalli

L'inviato


Con il suo ultimo romanzo, L’inviato, uscito nelle librerie nel novembre 2016, Michael D. O’Brien (Ottawa, 1948) chiude la trilogia dedicata all’Anticristo, iniziata nel 2008 con Il librario e proseguita nel medesimo anno con il Il nemico.

Scrittore cattolico, O’Brien è riuscito col tempo a ritagliarsi una piccola nicchia di ammiratori anche in Italia grazie soprattutto alle pregevoli traduzioni curate dalle Edizioni San Paolo. Proprio a partire da L’inviato il testimone è passato alla casa editrice veronese Fede & Cultura che continua l’opera di pubblicazione nella Penisola dei romanzi dell’autore canadese.

La trilogia, che ha come obiettivo quello di riscrivere una sorta di versione moderna del Padrone del mondo, racconta la storia dell’anziano vescovo Elia, ebreo scampato alle stragi del ghetto di Varsavia e quindi divenuto cattolico. In un mondo distopico avverso alla religione, dove il cristianesimo è affare di una manciata di dissidenti, il Papa affida a Elia il compito di combattere quello che si sospetta essere l’Anticristo in persona: il presidente degli Stati Uniti d’Europa, nuovo astro nascente della politica mondiale, colui che in nome di un umanesimo antropocentrico sta coalizzando il mondo contro la Chiesa. L’impresa a cui è chiamato Elia sembra impossibile, un disperato tentativo di arginare l’inevitabile. Per fortuna, però, può almeno contare sull’aiuto di frate Enoch, compagno inseparabile, e su quello di numerosi benefattori, testimonianza visibile della Provvidenza divina.

La penna di O’Brien, felice nella lineare semplicità del fraseggio, offre una narrazione generalmente robusta che riesce godibile anche nella traduzione italiana. Quello che manca è forse un pretesto narrativo un po’ più solido dal momento che, ne L’inviato, il duello tra Elia e l’Anticristo si riduce a una tenue cornice che raccoglie una serie di incontri/scontri tra il protagonista e curiosi personaggi secondari, ciascuno con una storia da raccontare (il medico cattolico convertito dall’islam, la miliardaria ex terrorista comunista, il produttore di film a luci rosse ecc.). Questi passaggi sono tra i più riusciti del libro, in particolare quando l’autore mostra l’intrinseca fragilità di uomini votati al male, tristi e apatici, ma la cui anima non è ancora perduta.

Non mancano altre ingenuità a livello di trama. Il presidente degli Stati Uniti d’Europa, per esempio, convince poco nel ruolo del Nemico. Poco ispirato è anche il modo con cui O’Brien descrive visioni, miracoli e rituali blasfemi di cui Elia è testimone; tutto è sfuggente, a tratti assurdo, più magico che mistico, da far storcere il naso al lettore più smaliziato.

Al netto dei limiti, però, L’inviato è un libro che merita di essere letto almeno per un motivo: rivela con grande lucidità – cosa piuttosto rara nella letteratura moderna, anche di stampo cattolico – qual è la vera essenza del male, che non ha origine nella violenza, quanto nel non serviam luciferino. Si tratta, in altre parole, dell’autodeterminazione assoluta di chi non vuole riconoscere altra autorità al di sopra di sé. Quando l’egocentrismo diventa l’unico criterio esistenziale, il mondo è pronto a partorire nuovi e terribili mostri.
L’inviato non fa dunque apologetica spicciola, a buon mercato. È anzi una mappa utile per aprire gli occhi sulla cupa attualità, dove i nemici si contano purtroppo anche tra le fila di quelli che dovrebbero essere gli amici.

Il libro: Michael D. O’Brien, L’inviato, Verona, Fede & Cultura, 2016, p. 315, Euro 18.

mercoledì 27 luglio 2016

chiesa e patacche .... della misericordia

L’omicidio dell’akribeia per l’oikonomia e il suo successivo suicidio


 

In questo post accennerò brevemente e chiaramente a certi temi morali che si dibattono da molto nel mondo cattolico. Per mesi nel Cattolicesimo è stata invocata la “misericordia” nei riguardi di chi vive forme diversificate di convivenza dicendo che tali persone sono credenti di “serie B” dal momento che non possono accedere all’eucarestia. Questo e discorsi analoghi sono tediosi e molto pericolosi e dirò il perché. Con tale affermazione s’invoca un’applicazione generosa della legge morale un’oikonomia, per dirla con linguaggio tecnico greco. Se non si applica tale oikonomia si finisce per non essere dei veri cristiani e, qualcuno dice, si è dei rigoristi attaccati alla legge, come i farisei di un tempo.

Per uscire dai rovi di questi discorsi semplicistici e confusi e capire qualcosa di più bisogna interrogare la storia e comprendere le scelte di fondo dell’antico Cristianesimo, assai più rigoroso di quello attuale.

San Paolo ai suoi cristiani chiedeva addirittura di non sposarsi, poiché il Signore, per lui, stava per venire e un matrimonio li avrebbe, almeno parzialmente, distratti dagli inderogabili obblighi della vita cristiana (discorso rigoroso ossia che segue l’akribeia, detto con termine greco). Poi, vedendo la realtà, san Paolo decide di applicare l’oikonomia: “È meglio sposarsi che ardere!”.

Cosa c’indica il passo paolino? Che il fine delle posizioni rigorose di akribeia è quello di mantenere aperto il cammino verso Cristo, di mantenere viva nel cuore del credente la coscienza della realtà di Dio. La legge rigorosa non ha senso per se stessa ma per scrollare l’uomo e indicargli il cammino verso il Cielo, un cammino che non è facile per nessuno. Questo perché l’uomo, lasciato ai suoi soli criteri personali, si autogiustificherebbe subito con quel criterio utilizzato spesso e che si riassume nella seguente frase: “Se ti senti bene così, allora va bene così”.
 
Per la Chiesa questo discorso, che può essere valido per la psicologia, non ha senso. La Chiesa non si muove con la psicologia (come oramai accade spesso in Occidente) ma con la spiritualità che sta su un piano totalmente diverso e implica vere e proprie percezioni interiori. La seconda non è necessariamente contro la prima ma ha fini e prospettive che la prima non può avere per sua stessa scelta.
 
Perciò l’oikonomia della Chiesa è sempre fatta per portare all’akribeia o quanto meno per tendere verso essa, l’applicazione larga della legge morale è fatta per portare ad un’applicazione sempre più rigorosa.
 
Faccio un esempio:
Nel caso di due conviventi non sposati, la Chiesa dovrebbe chiedere ad entrambi se vogliono amare Cristo. Se sì, dovrebbe loro ricordare che questo comporta una sequela che, come per tutti, impone anche dei sacrifici. Cristo accoglie tutti ma non li vuole lasciare come sono e chiede loro pian piano di cambiare per assumere la “veste nuziale” e poter entrare nella stanza dello Sposo (cfr. Mt 22, 1-14 ).
 
Il cambiamento o metanoia, è prima di tutto un atteggiamento interiore, è l’ammissione che nessun uomo è perfetto dinnanzi a Dio, che la nostra è una natura ferita, passionale, dunque soggetta ad oscurarsi e a chiudersi a Dio.
 
A quest’atteggiamento interiore e spirituale deve corrispondere pian piano una scelta esteriore e pratica: due conviventi o si sposano regolarmente o rinunciano all’uso della sessualità. Nella Chiesa la sessualità è regolata, non lasciata all’arbitrio o al capriccio personale. Tale regola ha come fine ultimo quello di non oscurare l’animo dinnanzi alle realtà celesti poiché l’uomo nell’abbondanza e nella possibilità di far ciò che vuole si taglia inevitabilmente da Dio finendo per dire a se stesso: “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia” (Lc 12, 19).

Se la scelta della castità non si può fare, anche per umani e ragionevoli motivi, la vita cristiana sarà inevitabilmente sempre piuttosto marginale alla Chiesa (*). Ciò non significa essere di “serie B” o esserne fuori, significa aver scelto da se stessi un luogo in cui stare e in quel luogo Dio aiuterà le persone di buona volontà nella misura a Lui nota e possibile.
 
Dal mio punto di vista, se i conviventi non hanno rapporti sessuali per un certo tempo, la Chiesa può anche ammetterli ai sacramenti, ma sempre agendo con attenzione. In questo modo è fatta salva l’oikonomia e non si intacca l’akribeia.

Molto differente è il caso che si sta cercando di attuare: partendo dalla constatazione puramente psicologica che l’amore di due conviventi è uguale (o più elevato) all’amore di due persone regolarmente sposate, si dice che esiste una vera e propria ingiustizia a non ammetterli ai sacramenti. Esiste, dunque, chi li vorrebbe ammettere immediatamente e sempre, cosa che si fa già.

Siamo dinnanzi al caso di una oikonomia che uccide l’akribeia: chi fin ora ha seguito la via rigorosa si sentirà tradito dalla stessa Chiesa! Non ci si accorge, per di più, che tale oikonimia, dopo aver ucciso l’akribeia, non può che uccidere se stessa! Infatti, rimosso il valore della conversione, dichiarata de facto l’identica dignità di ogni forma di convivenza (probabilmente vero psicologicamente ma non spiritualmente), appoggiati unicamente su una visione psicologica e non spirituale dell’uomo, si giunge inevitabilmente al detto: “Se ti senti bene così, allora va bene così”. Questo alla lunga può veramente portare all’agnosticismo e all’abbandono di ogni pratica religiosa poiché l’uomo si concepisce autosufficiente, ossia bastante a se stesso.
Credo che in Occidente il mancato dosaggio sapienziale dell’oikonomia, l’ideologica e pregiudiziale condanna senza appello dell’akribeia, la mancanza di una prospettiva spirituale sostituita in gran parte da concezioni psicologiche porteranno alla fine dello stesso Cristianesimo.

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(*) Quest’argomento è spinoso. In un contesto che esalta all’inverosimile la sensualità e la sessualità  - fino al punto incredibile da paragonare le relazioni trinitarie a quelle sessuali - risulta quasi impossibile valorizzare la continenza sessuale. In realtà la Chiesa l’ha sempre  valorizzata (come non poche religioni storiche) perché l’uso indiscriminato della sessualità sfibra le energie dell’anima, abbassa o acceca la coscienza spirituale, snerva l’intuito interiore. Il logion evangelico "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio" non è pronunciato a caso e non si riferisce neppure ad una semplice condizione ultraterrena, oltrepassata la vita presente. L’intuizione della presenza divina è come l’ascolto del rumore leggero del vento (e anche qui non è un caso che la Scrittura riferisca che la presenza di Dio sta nella brezza - 1 Re 19, 11-13): come sarebbe impossibile sentire il rumore leggero del vento se ascoltassimo musica a tutto volume, così è impossibile intuire la presenza divina in un animo dedito ai piaceri sensuali e disperso nella molteplicità del mondano. Non è dunque un caso che tutte le religioni che coltivino un minimo di spiritualità sostengano la continenza sessuale, cosa alla quale sono chiamati in determinati periodi a praticare pure gli sposi cristiani. Se, viceversa come sta succedendo, quasi un’intera Chiesa perde di vista la spiritualità sostituendola con la psicologia, è inevitabile non capire più la continenza sessuale. La ribellione verso essa finirà per essere addirittura favorita da una concezione della vita legalistica e moralistica, dal momento che pure questa è sganciata da ogni genere di spiritualità ed empeirìa cristiana o equivoca la spiritualità con una concezione religiosa puramente psichica, un sottoprodotto della stessa sensualità dove Dio è un zuccheroso bonaccione mille volte distante dal "Dio sabaoth" della rivelazione biblica.

Inoltre, a ben osservare, la cosiddetta "sessuofobia" e il disprezzo del corpo, atteggiamenti malati che l’Oriente cristiano non conosce e provenienti da una matrice filosofica neoplatonica che ha affascinato il mondo latino medioevale, provengono inizialmente dalla sopraccennata conoscenza spirituale ma poi, con l'idea di migliorarla, l'hanno distorta. Perciò si deve stare ben attenti a non proiettare sulla rivelazione cristiana e sugli scritti paolini questo tipo di concezioni - alcuni dicono che san Paolo era un sessuofobo! - concezioni posteriori e che il mondo biblico era lungi dal condividere.

mercoledì 22 giugno 2016

il vecchio bianco Pontefice

Oscar Wilde: Fortuna per lui non essere vissuto
in questi tempi ...
 

«Quando vidi il vecchio bianco Pontefice, successore degli Apostoli e padre della Cristianità, portato in alto sopra la folla, passarmi vicino e benedirmi dove ero inginocchiato, io sentii la mia fragilità di corpo e di anima scivolare via da me come un abito consunto, e ne provai piena consapevolezza».

Oscar Wilde

Tre settimane prima di morire, dichiarò a un corrispondente del "Daily Chronicle": «Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L'aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni. Ho intenzione di esservi accolto al più presto».

Wilde, che non riusciva più a parlare, alzando due volte la mano in risposta fece capire a Ross che voleva vedere un prete per convertirsi. Robert Ross condusse presso di lui il reverendo cattolico irlandese Cuthbert Dunne. Non essendo Wilde in grado di parlare, Ross gli chiese se voleva vedere il sacerdote dicendogli di sollevare la mano per rispondere affermativamente. Wilde la sollevò. Il sacerdote gli domandò, con la stessa modalità, se voleva convertirsi, e Wilde sollevò nuovamente la mano. Quindi padre Dunne gli somministrò il battesimo condizionale, lo assolse dai suoi peccati e gli diede l'estrema unzione. Così teneva fede a una sua solita allocuzione in cui affermava: «Il cattolicesimo è la sola religione in cui valga la pena di morire».

giovedì 21 aprile 2016

sport in seminario

“Seminariadi”. Interessanti scoperte nelle competizioni sportive riservate ai seminaristi   Alessandro Gnocchi

Sventolando una bandiera di Israele, i giovani candidati al sacerdozio della diocesi di Concordia-Pordenone indossano magliette con i nomi di celebri eretici, antipapi e fondatori di altre religioni. E a tutto questo viene anche data una spiegazione. Una galleria fotografica documenta la singolare scelta.
 
Israele + dolcinodi Alessandro Gnocchi
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Forse non tutti sanno che esistono le “Seminariadi”. Chi ignora le nuove frontiere della formazione sacerdotale sbocciata con la primavera della Chiesa sappia allora che si tratta di piccole olimpiadi riservate ai seminaristi, in voga nel Triveneto da qualche anno. Detta così, sembrerebbe persino una bella cosa.
 
Sì, perché, di solito, si mandano i candidati al sacerdozio a ballare in discoteca, a sbevazzare negli happy hour o a crogiolarsi in vacanza a Rimini allo scopo conoscere il mondo e fortificarsi in vista delle tentazioni del gentil sesso, e forse non solo quello. E, invece, ecco che i pastoral-formatori triveneti spediscono gli allievi dei seminari minori a saltare in alto, in lungo e a correre in pista e quelli dei seminari maggiori a giocare e calcio e calcetto. “Bene”, commenta la mente retrograda di un cattolico d’altri tempi, così la sera vanno a letto presto e stanchi e non hanno tempo per brutti pensieri.
 
Ma l’entusiasmo finisce qui. “Bene” mica tanto. Ce lo segnala un lettore che ieri si trovava al Centro Sportivo di Sommacampagna, in provincia di Verona. Arrivato in loco per accompagnare il figlio a tirare quattro calci al pallone, si è trovato in piena “Seminariade” e, incuriosito da un gruppo di ragazzotti con magliette rosso fuoco e tanto di bandierone di Israele che garriva al vento, si è avvicinato agli scalmanati atleti per capire chi fossero. Ha saputo così che si trattava degli allievi del seminario  maggiore di Concordia-Pordenone, pronti a competere con i confratelli di Verona, Vicenza, Udine, Treviso, Trento e Padova.
 
Ma per il povero cattolico fuori moda, che già non riusciva a capacitarsi della bandiera di Israele sventolata da dei prossimi sacerdoti cattolici, le sorprese non erano finite lì. Sulle magliette, i candidati al sacerdozio del seminario di Concordia Pordenone non portavano i loro nomi, ma, come si vede nelle fotografie, quelli di celebri eretici, antipapi e mitici fondatori di altre religioni. Guardare per credere: Valentino, Giansenio, Donato, Marcione, Novaziano, Dolcino, Guglielmo di Occam, Giordano Bruno, Mormon.
 
E questo è ancora niente, perché, alla più ovvia delle domande sul motivo di tale esibizione, la risposta dei futuri sacerdoti della diocesi di Concordia-Pordenone sarebbe stata la seguente: “Queste sono le nostre radici”. Proprio così, e allora vale la pena di fare un piccolo ripasso per capire in che cosa siano radicati questi giovanotti che si candidano al sacerdozio, pare, cattolico.
 
Forse sarebbe stato meglio mandarli in discoteca, per happy hour o in vacanza a Rimini…
 
* * * *
Valentino. Eretico gnostico del II secolo, presente a Roma sotto Igino, Pio e Aniceto. Alla base del suo sistema c’è la dottrina degli eoni, che si pongono tra Dio e il mondo, il bene e il male, tentando di conciliarli. L’equilibrio venne infranto dall’ultimo degli eoni, la Sapienza (Sofia), e così nacquero tutti i mali, a coppie. Per ricomporre le cose, dalla coppia eonica mente-verità uscì la coppia Cristo-Spirito Santo. Il Cristo eone discese sotto forma di colomba in Gesù di Nazareth dal quale, dopo che ebbe insegnato agli uomini il modo di liberarsi dalle passioni risalì alla perfezione del pleroma al momento della sua presentazione a Pilato, lasciando che soffrisse e morisse l’elemento materiale rivestito della sua apparenza.
 
Giansenio (1585-1638). Vescovo di Ypres in Olanda, nell’opera Augustinus stravolge la dottrina di Sant’Agostino sulla grazia e sulla predestinazione. L’opera fu condannata dall’Inquisizione del 1641, l’anno dopo da Urbano VIII e nel 1653 da Innocenzo X. Giansenio sosteneva che l’uomo, dopo il peccato originale, non è più in grado di volere o compiere il bene con le sole sue forze. Dio concede la grazia, senza la quale l’uomo non sarebbe in grado di avere neppure il movimento iniziale verso il bene. Al peccatore, Dio non è tenuto a concedere la grazia: questa è data soltanto a coloro che Dio, nella sua volontà imperscrutabile, ha predestinato, indipendentemente e prima di ogni previsione dei meriti. Tale predestinazione non è concessa neppure a tutti i battezzati, ma soltanto a coloro che Dio ha scelto particolarmente.
 
Donato (270 circa – 355 circa). Vescovo di Numidia, si affermò inizialmente con uno scisma nella Chiesa africana. In seguito, il donatismo divenne anche un’eresia. Sorse dall’opposizione di alcuni vescovi nella Numidia alla nomina di Ceciliano ad arcivescovo di Cartagine, accusato di essersi fatto consacrare da Felice di Aptonga, considerato come uno dei “traditores”, di coloro cioè che durante la persecuzione di Diocleziano avevano obbedito agli editti dell’imperatore del 303. L’imperatore Costantino tentò inutilmente di far rientrare i dissidenti nella fila della Chiesa, ma questi divennero ancor più fanatici perseguitando i cattolici e distruggendo le loro chiese. Parminiano, successore di Donato dal 355 al 391, e il vescovo di Cirta Petiliano, il maggior esponente del donatismo, ai tempi di sant’Agostino, furono i più focosi sostenitori della setta con i loro scritti. Secondo la loro dottrina, la Chiesa visibile è composta soltanto di giusti e di santi e i sacramenti sono invalidi se amministrati da un ministro indegno.
 
Marcione, vescovo del II secolo. Secondo la sua dottrina, una variazione dello gnosticismo, l’Antico e il Nuovo Testamento sono opera di due diversi principi: l’Antico procede dal Dio della giustizia, il Nuovo procede dal Dio della misericordia. Sotto il primo principio, l’umanità visse come oppressa dalla Legge e fu punita con severità. Per questo, il Dio della misericordia inviò il Redentore. Cristo si mostrò sotto le sembianze di uomo per inaugurare il regno della misericordia e dell’amore; non nacque dalla Vergine e non soffrì né morì nella carne. La sua morte fu dovuta alla vendetta del Dio cattivo.
 
Novaziano, antipapa III secolo. La sua dottrina prese i contorni dell’eresia, quando si pronunciò sui lapsi (caduti), coloro i quali avevano negato la fede cristiana durante la persecuzione deciana, orientandosi alla massima inflessibilità. Molti vescovi, tra cui Cipriano di Cartagine, scelsero una procedura con penitenza per la riammissione dei lapsi nella Chiesa. Ma secondo Novaziano, la Chiesa doveva negare il perdono, una facoltà concessa solo a Dio, sia ai lapsi, che a coloro che avevano commesso peccato mortale (idolatria, omicidio e adulterio), anche se facevano penitenza.
I suoi seguaci furono i primi a chiamarsi “puri”. Sopravvissero fino al VII secolo nominando i propri vescovi e i successori di Novaziano a Roma. Non impartivano la cresima e proibivano ai vedovi di risposarsi.
 
Fra Dolcino (1250 – 1307). Riteneva che i suoi seguaci, come i Fratelli del Libero Spirito, fossero così perfetti da poter commettere qualsiasi atto senza correre il rischio di peccare. Si ispirava alle dottrine millenariste di Gioacchino da Fiore e riteneva che la storia fosse divisa in quattro periodi: quello del Vecchio Testamento, caratterizzato dalla moltiplicazione del genere umano; quello di Cristo e degli Apostoli, caratterizzato dalla castità e povertà; quello dell’Imperatore Costantino e di Papa Silvestro I, caratterizzato da una decadenza della Chiesa; quello annunciato da lui stesso, caratterizzato dal modo di vivere apostolico, dalla povertà, dalla castità e dall’assenza di forme di governo; esso sarebbe durato fino alla fine dei tempi.
 
Giordano Bruno (1548 – 1600). Il cardinale gesuita Roberto Bellarmino, nel 1599 enucleò le seguenti otto proposizioni del filosofo di Nola ritenute eretiche dalla Chiesa: l’anima mundi e la materia prima sono i due principi eterni delle cose; da una causa infinita deve derivare un infinito effetto; non esiste l’anima individuale; nulla si crea e nulla si distrugge, la Terra si muove; gli astri sono angeli ed esseri animati; la Terra è dotata di un’anima sensitiva e razionale; l’anima non è la forma del corpo dell’uomo.
 
Guglielmo di Occam (1280 – 1349). Frate francescano, reso celebre da Umberto Eco che lo ha ritratto in  Guglielmo di Baskerville nel romanzo Il nome della rosa, Occam è all’origine della deriva anticristiana e antimetafisica del pensiero moderno. Le sue dottrine, separando fede e ragione, lo hanno portato a rivedere profondamente i rapporti tra filosofia e teologia negando a quest’ultima ogni valore speculativo. Ne segue che la filosofia, nel suo ambito, è autonoma. Nell’ambito politico vanno separati assolutamente anche Chiesa e Stato, poiché la prima, secondo Occam, è solo una società spirituale.
 
Mormon. Il mormonismo è una credenza religiosa fondata da Joseph Smith (1805 – 1844), considerato dai mormoni il loro profeta in quanto destinatario del Libro di Mormon. Secondo quest’opera, Gesù visitò i nativi americani dopo la sua resurrezione. I mormoni rifiutano il dogma trinitario: il Padre e il Figlio sono persone del tutto distinte, dotate di forma umana e in carne e ossa, unite da una volontà comune. Questa volontà comune sarebbe lo Spirito Santo, che non ha invece forma umana. Il Padre Celeste è un ex uomo  che ha ottenuto la perfezione divina e ha stabilito la propria residenza nei pressi del pianeta Kolob. Rifiutano anche il dogma del peccato originale. Secondo questa setta, Smith ha solo iniziato un processo che si chiuderà col ristabilimento del regno di Dio sulla Terra.
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GALLERIA FOTOGRAFICA
(clicca sulle immagini per ingrandirle)
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zzzzseminariadi
 
valentino + donato + mormon
 
israele + marcione + giansenio + novaziano
 
Israele + dolcino
 
israele + giordano bruno + novaziano
 
guglielmo di occam + giansenio + israele (1)

10 Responses to “Seminariadi”. Interessanti scoperte nelle competizioni sportive riservate ai seminaristi  –  di Alessandro Gnocchi
  1.    Tonietta scrive:
    Siamo al delirio!
  2.    Catholicus scrive:
    Madrre Santa ! se questi qui saranno i preti do domani, meglio iscriversi alla casa del popolo, se c’è ancora quella fondata da Peppone, almeno lui sì che era un sincero filocattolico, candidato al paradiso; questi qui chissà dove finiranno, poveretti., una volta diventati preti cattocomunisti, protestanti, ecumenisti, fans dei poteri massonici. Consoliamoci, amici, perché la Emmerick ci dice che “il Signore aveva altri progetti”, per cui spero proprio che questi ragazzotti non arrivino mai a dannare altre anime, oltre la loro. Pace e bene.
  3.    Alberto S. scrive:
    La serietà di Alessandro Gnocchi mi costringe purtroppo a ritenere già superato il primo, immediato e inevitabile dubbio che si sia trattato di un grosso equivoco, o di una goliardata di discutibile gusto. Tutto vero, dunque. In realtà il gusto sarebbe stato discutibile anche se sulle rosse schiene ci fossero stati, poniamo, e con rispetto parlando, i nomi, che so? degli Apostoli: ma in tal caso almeno il riferimento alle “radici” sarebbe stato confortante (dalle radici verranno, bene o male, pianta e frutti). Se, come pare, le vocazioni sacerdotali sono in crisi, le diocesi dovrebbero aver cari come non mai i propri seminaristi e formarli adeguatamente: ma del resto, se ci si prepara a celebrare Lutero, chi mai saranno questi ragazzi “per giudicare” personaggi come quelli suddetti? Anzi: “dialogheranno”, con chi eventualmente incarna oggi quelle pseudo idee; poi li “accoglieranno”, poi li “includeranno”. Escludendo Gesù. Peccato che probabilmente saranno preti, teoricamente cattolici.
  4. Poldo scrive:
    Che pena!
  5. Pietro Montevecchio scrive:
    Francamente non capisco Israele. Per il resto, propendo per l’opinione che siano stati imbeccati da qualche professore. Marcione, Donato, Occam … chi mai li sente piu’ nominare in seminario?
  6. Cesaremaria Glori scrive:
    Involontaria confessione quella dei seminaristi veneti. Oggi la Chiesa sta vivendo una crisi ove tutte le eresie sono tornate a galla, proprio come aveva previsto Pio X dichiarando il Modernismo la summa di tutte le eresie.
  7. luigi scrive:
    poi ci si lamenta che i seminari sono vuoti…per fare i pagliacci tanto vale lavorare in un circo 🙁
  8. carlo scrive:
    io non mi preoccuperei piu’di tanto…la loro”vocazione sacerdotale” e’ soltanto una fase della loro “nobile vita”: presto i piaceri della vita li porteranno a scelte ben piu’interessanti che non essere degli umili servitori di Cristo; li potremo ritrovare “impegnati” in politica magari tra i radicali, o m5s,nei famosi cattolici maturi, nel pd renziano e per i piu’temerari nei famosi centri di accoglienza per insegnarci quanto siamo cattivi noi cristiani a voler ostinatamente difendere le nostre radici basate sulla fedeltà all’UNICO SALVATORE GESU’ CRISTO, dal mussulmano invasore!! Sicuramente salvo una profonda conversione magari legata alle nostre preghiere rivolte a Maria Santissima, non li vedremo mai in chiesa, in ginocchio per adorare il Santissimo Sacramento. Che Dio abbia pieta’ di questa nostra generazione perversa!
  9. D.A. scrive:
    Ma quello trasgressivo trasgressivo con la maglia di Lucifero non c’era?

venerdì 4 dicembre 2015

O Concetta Immacolata



Tra chiese e palazzi barocchi, ogni anno a Scicli 

si rinnova il rito del canto 

delle canzoncine all'Immacolata.




Scicli (Ragusa) In una terra un tempo invasa dai musulmani, 

è venerata la statua di Maria SS. delle Milizie. 

La Madonna a cavallo schiaccia l'invasore Saraceno.... 

Gli sciclitani cantano a Maria questa canzone l'8 dicembre di ogni anno. 

Auguri monsignore! Dica anche a loro di fare "tanti passi indietro" nelle tradizioni ....


sabato 24 ottobre 2015

abolire il papato

Conciliarità, Sinodalità. 

Come cambia la Chiesa?



Il Giornale di oggi, 17 ottobre, afferma che il Papa sorprende e spiazza. Ma era già successo. L'allarme è stato dato invano. Ora quello che lui definisce 'processo aperto' è in rapida progressione. Non si può dunque lasciar cadere sotto silenzio quest'ultimo scossone di Bergoglio a La Catholica. Mi riferisco al discorso pronunciato per la commemorazione del 50° del Sinodo nell'Aula Nervi: un discorso in cui il papa ha manifestato il proprio interesse a rivedere le forme del ministero e del primato petrino.
"Il Papa non sta, da solo, al di sopra della Chiesa - ha spiegato Francesco ma dentro di essa come battezzato tra i battezzati e dentro il Collegio episcopale come vescovo tra i vescovi, chiamato al contempo, come Successore dell’apostolo Pietro, a guidare la Chiesa di Roma che presiede nell’amore tutte le Chiese". Bergoglio s'impegna a edificare " una Chiesa sinodale, missione - ha detto - alla quale tutti siamo chiamati, ciascuno nel ruolo che il Signore gli affida". "Per questa ragione - ha spiegato - parlando a una delegazione del patriarcato di Costantinopoli, ho recentemente ribadito la convinzione che 'l'attento esame di come si articolano nella vita della Chiesa il principio della sinodalità ed il servizio di colui che presiede offrirà un contributo significativo al progresso delle relazioni tra le nostre Chiese". "Sono persuaso - ha continuato Bergoglio - che, in una Chiesa sinodale, anche l'esercizio del primato petrino potrà ricevere maggiore luce". [...] Mentre ribadisco la necessità e l'urgenza di pensare a «una conversione del papato». (Cita Evangelii gaudium, 32. Vedi successivo punto 2. - Conversione del papato)
Di seguito non faccio altro che riproporre la sintesi aggiornata di articoli pubblicati, rispettivamente, il 21 settembre 2013 e il 6 aprile 2014, ed altri dello stesso periodo, il cui contenuto torna di attualità, senza che nessuna voce autorevole si alzi a farsene carico, ora come allora.

1. Papato e sinodalità e/o conciliarità 
L'intervista al papa de La Civiltà Cattolica (19 agosto 2013, pubblicata sul numero del 19 settembre) è divenuta una miniera di informazioni e la reiterazione di esternazioni che confermano il nuovo conformismo anticonformista di questo papa. A detta dello stesso intervistatore essa si è rivelata: « una sorta di flusso vulcanico di idee che si annodano tra loro... un dialogo sorgivo. È chiaro che Papa Francesco è abituato più alla conversazione che alla lezione ».
Ma a noi è altrettanto chiaro che un papa non può continuare a dare lezioni che hanno l'immediatezza e il pressappochismo delle conversazioni. E invece questa inedita ma ormai consolidata pastorale mediatica - che si impone a chi ha portato cuore e intelletto all'ammasso o non ha sufficienti strumenti di decriptazione - è così fluida e cangiante ed anche fumosa nonché suscettibile di interpretazioni plurime, da creare una confusione quasi ingestibile, anche per la refrattarietà ad ogni tipo di critica oggettivante.
Per comprendere questa enfasi sulla collegialità - trasformata addirittura in sinodalità [1] -, dobbiamo partire dai documenti conciliari, nei quali è facile trovare anche solo spigolando, disseminati a volte in maniera apparentemente 'casuale', elementi dissonanti e non condivisibili perché in rottura con la Tradizione; rottura a volte palese, a volte in nuce e riconoscibile solo dagli effetti che ora sono sotto i nostri occhi. Rottura che spesso contrasta con le affermazioni di principio iniziali, che risultano vanificate dalle eccezioni che, nella successiva applicazione operata dai solerti conciliari all'opera nella Chiesa ai più alti livelli, sono diventate la regola.

Prima di riportare di seguito, nei "Prodromi", uno stralcio della riflessione che ho già fatto sulla collegialità, legandone le insidie a quelle della cosiddetta chiesa-comunione versus la chiesa gerarchica, riepilogo brevemente gli atti che ne mostrano la graduale ma sempre più incisiva applicazione, della quale oggi assistiamo ad una pietra miliare dagli effetti certamente dirompenti: sembra un'accelerazione della costituzione di una Chiesa "altra" da quella che la Tradizione bimillenaria ci ha consegnato.
  1. 21 novembre 1964: nella Costituzione Dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, la collegialità è introdotta al n.22. Secondo le più innovatrici interpretazioni di tale passo il Papa non dovrebbe più conservare un primato verticale sugli altri vescovi, ma solamente un primato orizzontale, onorifico, nel quale egli sarebbe un vescovo e le varie conferenze episcopali altro non sarebbero che organi consultivi. Nel documento il termine "collegio" ricorre 28 volte, quello collegialità 1; nel Vangelo nessuna. La famosa Nota Explicativa praevia - redatta su indicazione del card. Ottaviani nell'intento di correggere le incongruenze che erano state prontamente rilevate - è stata regolarmente ignorata e dunque disattesa (vedi successivo punto 1.2 - I prodromi, la collegialità).

  2. Paolo VI depone la Tiara. Vi rimando a questo documento ed a questo successivo nei quali la lettura dei fatti, che ora sembrano aver raggiunto un nuovo culmine, andava dipanandosi.
    La deposizione della Tiara da parte di Paolo VI, fu attuata solo nella prassi e mai codificata se non con un cambiamento, sempre di prassi, sancito da Giovanni Paolo II consolidatosi con i successori.
    Sono a conoscenza di un dato storico proveniente da una testimonianza dell'allora protodiacono, card. Di Jorio. Quando Paolo VI manifestò l'intenzione di deporre la Tiara, non gli fu possibile farlo con una cerimonia come avrebbe voluto perché i cardinali-diaconi gli dissero: « Noi gliel'abbiamo imposta, noi non gliela leveremo ». E dunque egli entrò in Basilica portandola in mano e andò a deporla sotto l'Altare della Confessione...Ma oggi, di fatto la Tiara non c'è più, se non nei simboli custoditi dalle pietre e dalle vestigia storiche che ci tramandano il respiro di una fede millenaria [qui].

  3. Giovanni Paolo II trasforma la collegialità in legge, inserendola nel nuovo Codice di Diritto Canonico (Costituzione Apostolica Sacrae disciplinae leges, 25 gennaio 1983)
  4. Benedetto XVI attua la collegialità in maniera soft, ma efficace, con una certa desistenza dal governo a favore di una maggiore responsabilizzazione dei vescovi. Come atto conclusivo, 'depone' la giurisdizione [vedi qui] - [e qui]. Che senso può avere che non abbia voluto modificare lo stemma?

  5. 13 marzo 2013: Francesco depone tutti i simboli; 13 aprile 2013: "Consiglio della corona"/29 giugno 2013 [qui]: rende operante la collegialità e apre ad eretici e scismatici
Si ora sta dipanando sotto i nostri occhi e tenta di imporsi una nuova 'forma' di esercizio del ministero petrino, già potenzialmente inquinato dalla "collegialità", alla quale si aggiunge ora, del tutto inopinatamente, la cosiddetta "conciliarità" trasformata in "sinodalità" (cfr. 1.3 - Bergoglio e La civiltà cattolica).

La pienezza della suprema autorità, che appartiene al Romano Pontefice e al collegio dei vescovi in comunione con lui non come unico soggetto, ma come due soggetti distinti, si estende alla Chiesa universale, e anche a alle Chiese particolari, ai singoli sacerdoti e fedeli, mentre la «pienezza» della potestà del vescovo si estende soltanto alla sua Chiesa particolare. Inoltre, la potestà del vescovo è limitata anche per materia all’interno del suo territorio, per il fatto che il vescovo e la sua Chiesa locale sono destinatari delle leggi universali o comuni e sono sottoposti alle riserve enunciate dal c. 381, § 1.

1.2 - I prodromi, la collegialità
Il 21 novembre 1964, per la chiusura del terzo periodo del Concilio ecumenico, Paolo VI afferma: «la Chiesa non si compone soltanto della sua struttura gerarchica, della sacra liturgia, dei sacramenti, dei suoi organismi» e cita la mistica unione con Cristo; ma poi, secondo una nuova visuale, traccia sostanzialmente il passaggio da una Chiesa, vista come gerarchica, come società perfetta, a una Chiesa vista come comunione di fratelli. Da una Chiesa vista come sempre tesa a difendere i suoi spazi e i suoi diritti, a una Chiesa che vuole essere solo lievito nella pasta. Lievito all’interno delle sue strutture, lievito all’interno delle altre religioni. Da una Chiesa vista come chiusa in se stessa preoccupata della sua conservazione – ma così era, riduttivamente, prima del mitico Concilio Vaticano II? –  a una Chiesa come comunità aperta al mondo, popolo di Dio in cammino. Un principio che gli sembrò doversi esplicare in quanto fin allora implicito nell’ecclesiologia cattolica fu quello della collegialità, divenuto uno dei maggiori criteri di riforma della Chiesa.

Il problema nasce dalla contraddizione tra la democratizzazione che scaturisce da questa nuova visione di Chiesa e la sua costituzione divina. Viene inadeguatamente applicato alla Chiesa il principio che regola le comunità civili, ignorando la differenza tra esse e Chiesa di Cristo: le comunità civili prima si pongono in essere e poi si danno e formano il proprio governo. In ciò esercitano la loro libertà, mentre in esse stesse si fonda originariamente e fontalmente ogni giurisdizione comunicata alle autorità sociali. Al contrario, la Chiesa non si è data da se stessa né ha formato da sé stessa il suo governo, ma è stata fondata in toto da Cristo il cui disegno preesiste all’esistenza stessa dei fedeli. La Chiesa è dunque una società sui generis in cui il capo è anteriore alle membra e l’autorità viene prima della comunità.[2]

Quindi una dottrina che ponga la sua base nel popolo di Dio democraticamente concepito e nel sentimento e nell’opinione del popolo di Dio, è antitetica a quella della Chiesa dove l’autorità non è chiamata ma chiama, e dove tutti i membri sono servi di Cristo, obbligati al precetto divino.

Sui poteri del Pontefice e sul suo rapportarsi alla collegialità molto influisce l’ambiguità dellaLumen Gentium  alla quale Paolo VI, messo sull'avviso dai Padri del Coetus Internationalis Patrum, cercò di rimediare con la Nota Praevia stesa sotto la supervisione del Cardinal Ottaviani. E tuttavia tale nota, con molta coerenza progressista posta in calce alla Costituzione, viene sistematicamente "saltata" essendo, appunto, "praevia"...

La Chiesa è per sua natura gerarchica. E il Papa (CIC, can.331), in virtù della sua funzione di Vicario di Cristo, ha nella Chiesa un potere ordinario supremo, pieno, immediato e universale, che può sempre esercitare liberamente. Il potere gli deriva dalla sua funzione e non da una sorta di presidenza del collegio episcopale. Del resto, il can. 1404 recita: Prima Sedes a nemine iudicatur.

La dottrina del Vaticano I e del Vaticano II nella Nota praevia definisce il Papa principio e fondamento dell’unità della Chiesa, giacché è conformandosi a lui che i vescovi si conformano tra di loro. Non è possibile poggino la loro autorità su un principio immediato che sarebbe comune alla loro potestà e a quella papale. Ora con l’istituzione delle Conferenze episcopali e con gli organismi Sinodali la Chiesa è un corpo policentrico a vari livelli nazionali o provincie locali. Conseguenza immediata è un allentamento del vincolo di unità che si manifesta con ingenti dissensi su punti gravissimi.

La nuova ecclesiologia conciliare sancita da Lumen Gentium si armonizza con la “Pastor æternus” circa la giurisdizione universale del Romano Pontefice (n.18), però azzarda un avventuroso allargamento di questa mediante la dottrina della collegialità vescovile come organo di governo accanto e analogo a quello del Sommo Pontefice (nn.19, 22). Nonostante la “Nota esplicativa previa”, mons. Gherardini osserva che « dottrina della Chiesa è quanto la sua Tradizione, dagli Apostoli sino ad oggi, presenta e propone come tale: la collegialità non ne fa parte ».

Lumen Gentium, al n.19 dichiara: « Il Signore Gesù, dopo aver pregato il Padre, chiamò a sé quelli che egli volle, e ne costituì dodici perché stessero con lui e per mandarli a predicare il regno di Dio (cfr. Mc 3,13-19; Mt 10,1-42); ne fece i suoi apostoli (cfr. Lc 6,13) dando loro la forma di collegio … »

Non mancano perplessità, nelle posizioni più tradizioniste, se si pensa che il termine “collegio” per designare l'episcopato non ricorre né nella Sacra Scrittura né nella Tradizione della Chiesa antica. Apostoli vuol dire ‘mandati’: il Signore li manda due a due non in "collegio"... C’è anche da osservare che il “collegio” si fonda su una potestà giuridica e morale, mentre si diviene vescovi per via sacramentale, ovvero mediante un quid che è nel contempo fisico e mistico come lo è l'unità della Chiesa.

La collegialità, per effetto della creazione di strutture sovra diocesane come le Conferenze Episcopali, rischia di diminuire non solo l'autorità del pontefice ma anche quella dei singoli vescovi nelle loro diocesi. Inoltre non è peregrina l'osservazione che se i vescovi, per diritto divino, costituiscono un vero e permanente collegio in senso stretto, con a capo il romano pontefice, ne deriva come prima e non unica conseguenza che la chiesa in modo abituale dovrebbe essere governata dal Papa con il collegio episcopale. In altre parole, il governo della Chiesa, per diritto divino, non sarebbe monarchico e personale, ma collegiale. È Giovanni Paolo II che ha inserito la collegialità nel nuovo Codice di Diritto Canonico trasformandola così in legge (Costituzione Apostolica Sacrae disciplinae leges, 25 gennaio 1983).

In effetti si manifesta una duplice inconciliabilità nel principio del rapporto tra Primato e collegialità. Basti pensare alla tesi dell’unico soggetto (collegio dei vescovi e romano pontefice) e i dati del magistero che, pur senza posizioni dichiarative parlano di due distinti soggetti (LG 22). All’interno stesso di questa suddivisione, la stessa inconciliabilità si coglie tra le esigenze metafisiche dell’autorità nella vita sociale e la realtà ecclesiale compresa alla luce della rivelazione cristiana.

La Lumen Gentium, al n. 22 evidenzia una tensione che, ultimamente, manifesta la difficoltà di « collocare all'interno di una concezione collegiale del ministero episcopale che scaturisce da un'ampia prospettiva storico-salvifica della Chiesa come communio la dottrina del Vaticano I, la quale si distingue per una visione della Chiesa apologetica, giuridica  e astorica ed inoltre concentrata sul Papa »[3].

La Chiesa in tutte le epoche risente di -ismi di vario genere, dai quali la sua, che è anche la nostra, storia terrena non è mai esente. Ma assolutizzare certi aspetti per giustificare la rivoluzione Copernicana operata dal concilio è stata un’operazione prevenuta e ideologica. Di certo era necessario aggiornare ciò che era rinnovabile e meglio organizzabile, non rifondare la Chiesa.

Si pretende dunque che la visione Chiesa-comunione sia la scoperta del Vaticano II e vada a sostituirsi a quella di società perfetta ed oggi appare dominante come se più vicina alle assonanze bibliche  specificamente neotestamentarie, come se potesse finalmente sintetizzare alla perfezione tutto il rapporto con Dio fino al concilio non esattamente compreso. Ma il rischio più grande è quello di ricondurre tutto ad un'interpretazione puramente psico-sociologica, ai bisogni e alle attese umane. Acquista valore la Chiesa locale, come se l’universalità della Chiesa e tutto il suo mistero prima del concilio non le appartenesse a pieno titolo.

Possibile che nessuno abbia mai detto a costoro che la Chiesa, fin dal suo nascere ad opera del Salvatore, se non fosse stata e rimasta “comunione” dei Suoi in Lui, non sarebbe mai stata LA Chiesa?

1.3 - Bergoglio e La civiltà cattolica

Tra gli ormai numerosi segnali di mutazioni genetiche apparentemente inarrestabili, tutti per nulla marginali, estraggo qui il punto sulla sinodalità. A seguire, le considerazioni corredate del documento citato dal papa e riferimenti. I brani che seguono sono tratti dalla sopra richiamata intervista a La Civiltà Cattolica (19 agosto 2013, pubblicata sul numero del 19 settembre)
[...] «Si deve camminare insieme: la gente, i Vescovi e il Papa. La sinodalità va vissuta a vari livelli. Forse è il tempo di mutare la metodologia del Sinodo, perché quella attuale mi sembra statica. Questo potrà anche avere valore ecumenico, specialmente con i nostri fratelli Ortodossi. Da loro si può imparare di più sul senso della collegialità episcopale e sulla tradizione della sinodalità. Lo sforzo di riflessione comune, guardando a come si governava la Chiesa nei primi secoli, prima della rottura tra Oriente e Occidente, darà frutti a suo tempo. Nelle relazioni ecumeniche questo è importante: non solo conoscersi meglio, ma anche riconoscere ciò che lo Spirito ha seminato negli altri come un dono anche per noi. Voglio proseguire la riflessione su come esercitare il primato petrino, già iniziata nel 2007 dalla Commissione Mista, e che ha portato alla firma del Documento di Ravenna. Bisogna continuare su questa strada». Cerco di capire come il Papa veda il futuro dell’unità della Chiesa. Mi risponde: «dobbiamo camminare uniti nelle differenze: non c’è altra strada per unirci. Questa è la strada di Gesù». [...]
Ora che emerge questa nuova e ulteriore 'fessura', dalla quale potranno derivare ulteriori voragini che solo de fide possiamo non pensare incolmabili, ripropongo quanto avevo espresso con timore e ora si mostra con sconcertante evidenza.
« La X Sessione plenaria della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico fra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa (Ravenna 8-15 ottobre 2007), nel documento sottoscritto intitolato «Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa. Comunione ecclesiale, conciliarità e autorità (documento di Ravenna)», pone la reciproca interdipendenza tra primato e conciliarità al livello locale, regionale e universale, per cui «il primato deve essere sempre considerato nel contesto della conciliarità e, analogamente, la conciliarità nel contesto del primato» (n. 43). Questa visione dà una dinamicità al modo di concepire il ministero pontificio in una proiezione verso un futuro che ogni fedele vorrebbe vedere realizzato [!?] ».
Ricordo che il documento di Ravenna - promotore il pluri-citato (dal nuovo papa) card. Kasper - fu accolto con alcune riserve [documentai a suo tempo le perplessità di diverso ordine del Patriarcato di Mosca - vedi il seguito nel 2010 - e anche], mentre ora viene riproposto sic et simpliciter senza remore addirittura dal papa stesso. Esso aggiunge alla collegialità la cosiddetta conciliarità, peraltro nel documento non riferita propriamente al Vaticano II. Tuttavia si corre ugualmente il rischio di riconoscere ad esso, in virtù della collegialità che evoca e che si intende realizzare, una ulteriore funzione costitutiva e fondante una nuova realtà che va a toccare il cuore stesso della Chiesa e della sua identità nella persona del Romano Pontefice. Il problema non è solo sugli evidenti segnali di apertura nei confronti dei "fratelli separati" Orientali, ma anche su quelli nei confronti delle altre confessioni cristiane, che non possiamo di punto in bianco non considerare più eretiche. Appaiono scelte che contengono un messaggio preciso, sia nel senso della collegialità episcopale, sia nel senso dell'ecumenismo. Inoltre il problema non è nell'apertura in sé; ma nel fatto che venga escluso il reditus.

Questioni come questa necessitano di esser prese in considerazione da chi di dovere e meriterebbero una grande smentita dotata della dovuta autorevolezza, per essere incanalate in una visione cattolicamente praticabile. Ma la smentita sarà più difficile che arrivi ora che il Trono più alto - che c'è nonostante la dissoluzione in atto - ha fatto sua l'impostazione evidenziata. Mi limito quindi a richiamare l'attenzione e a lanciare in qualche modo l'allarme, come noi sentinelle vigili siamo chiamate a fare di fronte al silenzio e all'inerzia alimentate anche dagli orditori d'inganni.

È recente l'affermazione del Cardinale Burke nella relazione del 30 settembre scorso [qui] : «... il Sinodo dei Vescovi non ha l’autorità di cambiare dottrina e disciplina. La natura e lo scopo del Sinodo dei Vescovi sono descritti nel can. 342 del Codice di Diritto Canonico [...] Il Sinodo dei Vescovi non è convocato dal Romano Pontefice per suggerire cambiamenti nella dottrina e disciplina della Chiesa, ma piuttosto per assistere il Romano Pontefice nella salvaguardia e nella promozione della sana dottrina riguardante la fede e i costumi, e nel rafforzamento della disciplina per la quale le verità della fede sono vissute nella prassi». Anche se non è stato formalizzato alcun atto che ponga in essere le innovazioni qui richiamate, per cui manca la materia prima della contestazione diretta, il nuovo magistero liquido continua a dispiegare i suoi effetti attraverso la prassi. E dunque a questo punto credo si debba uscire dall'alveo dei Convegni in modo pubblico e organizzato...

2. Conversione del papato (!?)

Riprendo un punto chiave della Evangelii Gaudium, che non esito a definire senza mezzi termini la versione peronista dell' ottimismo "ingenuo" e "aprioristico" di Giovanni XXIII e Paolo VI, senza la mens subtilis di Benedetto XVI, con l'unico effetto positivo di lasciar cadere ogni maschera e di mettere chi è in grado di 'vedere' di fronte ad una allarmante accelerazione della rivoluzione copernicana innescata dalle innovazioni conciliari. La chiesa 2.0, riformata dal Vaticano II, ora prende il largo e sta mostrando al mondo una palingenesi inedita e dirompente, dalle coloriture sociologiche, che tratteggia il suo nuovo volto.
32. Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come Vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati ad un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione. [le "necessità attuali" non sono subordinate al "significato che Gesù Cristo intese dargli" e quindi viste alla luce e in funzione di esso; ma vengono poste sulle stesso piano ed è facile riconoscervi il rovesciamento di approccio tutto post conciliare: "il vangelo letto alla luce della cultura contemporanea" e non viceversa -ndr]. Il Papa Giovanni Paolo II chiese di essere aiutato a trovare «una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova».[Ut unum int, 95] Siamo avanzati poco in questo senso. [a parte le dimissioni, alle quali sembra si debba fare l'abitudine, ingravescente aetate?] [1]Anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello ad una conversione pastorale. Il Concilio Vaticano II ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le Conferenze episcopali possono «portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente».[Lumen Gentium, 23] Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientementeuno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale. [Leggasi collegialità[3] e sue applicazioni, con il conferimento di potestà normativa? Giovanni Paolo II, Apostolos suos] Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria.
33. La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”. Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità. Una individuazione dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia. Esorto tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure. L’importante è non camminare da soli, contare sempre sui fratelli e specialmente sulla guida dei Vescovi, in un saggio e realistico discernimento pastorale. [Audacia e creatività paradossalmente non dispiegabili nella direzione di una pastorale tradizionale -ndr]
2.1 Cos'è la conversione 

Si ha conversione quando si passa dallo stato di peccato, cioè dalla perdita della Grazia allo stato di Grazia. E si tratta di un passaggio, che è un'inversione di tendenza, sancisce un cambiamento di vita, un ri-orientamento al Padre. Una volta che si è fatta la scelta fondamentale per Dio e si rimane nella vita di Fede, fortificandosi nella Chiesa. Ed è il percorso successivo, di perfezionamento[6] - che è sempre ulteriore configurazione a Cristo - e per questo è necessario fortificarsi e rimanere nella fedeltà, ma non ancora e sempre convertirsi, a meno che non si inverta di nuovo la rotta.

2.2. In che cosa il Papato dovrebbe convertirsi, invertire la rotta?
Sulle citate parole del papa c'è da chiedersi se si tratta di una promessa o di una minaccia, perché conversione è un termine forte, che designa un cambiamento rivoluzionario non banale e dunque resta da stabilire il perché e in cosa consista questa inversione di rotta per la pastorale, ma soprattutto per il Papato. Che significa? Un giro di boa c'è già stato, con la cosiddetta istituzione del 'papa-emerito' pur in assenza di formule definitorie adeguatamente motivate (Vedi nota 4 tratta da precedenti riflessioni [qui]) e anche quanto sopra evidenziato non può lasciare indifferenti.

Né possono lasciare indifferenti i motu proprio Mitis iudex e Mitis et misericors Jesus, che dovranno entrare in vigore l'8 dicembre prossimo, nella cui parte introduttiva, il Papa giustifica la nuova attribuzione al vescovo come corretta e necessaria applicazione dello spirito del Concilio Vaticano II: siamo di fronte all’applicazione della nuova collegialità dallo stesso introdotta. In più, col pretesto della riforma del processo canonico per la dichiarazione di nullità, di fatto si «fa scadere il matrimonio da sacramento a contratto o ad accordo tra le parti, se la sua validità viene a dipendere dalla buona disposizione interiore delle parti, esemplificata dall’avere o meno (le parti) la fede cattolica autentica» (Paolo Pasqualucci qui). L'assenza di fede è configurata, ex novo, come una delle cause di nullità. Come esaurientemente spiegato da Pasqualucci, un dato soggettivo e non incidente sulle caratteristiche del matrimonio naturale prim'ancora che di quello sacramentale, prende il posto dell'oggettività più che mai necessaria per ogni valutazione seria e fedele agli insegnamenti del Signore. È un dato che può incidere sui frutti e non sulla validità del sacramento; ma se viene inserito tra le cause di nullità, il cambiamento è evidente e sconcertante. Senza dimenticare che il motu proprio oltre a essere privo delle indispensabili motivazioni teologiche, presenta ambiguità ed espressioni vaghe che lasciano al vescovo locale l'apertura ad una ulteriore 'casistica' dettata dalle solite ragioni 'pastorali'. La speranza espressa da illustri canonisti è che gli avvocati canonici si uniscano presto tra di loro per esercitare delle pressioni su Roma, in modo pubblico e organizzato, per ritardare l’entrata in vigore del Mitis Iudex. Quel che è in ballo è nient’altro che la solidità storica e la credibilità della Chiesa Cattolica e del suo insegnamento sul matrimonio. [qui].

3. Conclusione

Le perplessità e le riflessioni non mancano; manca chi di dovere che le esprima con la dovuta autorevolezza. Il nostro allarme deriva dalla consapevolezza che qualunque adeguamento ai tempi operato attraverso 'forme' su essi modulate, porta lontano dalla fontale primazialità del Papato voluta dal Signore. Infatti ogni 'forma' veicola e manifesta una sostanza corrispondente pur se implicita. Difendere la manifestazione della sostanza significa difendere la sostanza stessa, nella consapevolezza che la negazione di una dimensione accidentale rischia di essere un ferimento che la sostanza può sopportare solo fino ad un certo punto.

Al di là delle vicende che si dipanano nella storia, la Gerusalemme celeste scende continuamente dal Cielo nel "Pane vivo" rappresentato da Cristo Signore che è con noi fino alla fine dei tempi.
Diciamo che al momento è oscurata, ma non è di là da venire, è già qui, nella Chiesa e nella sua fedeltà. Le realtà che noi andiamo denunciando perché ci colpiscono e per resistere al sovvertimento non esauriscono la Realtà, così come non esauriscono la Chiesa, che è nelle mani dell'Onnipotente e del Suo Figlio diletto.

Si alzeranno le "voci del coro", per dire che non si tratta di formalismi ma di attentato alle "essenze" attraverso un indiscriminato abbandono e /o sovvertimento della "forma"? Da tutto quanto abbiamo visto e sentito finora sembra si voglia limitare o ridimensionare, se non addirittura negare, il Primato Petrino in favore di una più ampia collegialità episcopale, non più solo consultiva, ma anche autonomamente deliberativa.  E dunque è ormai ineludibile  che le "voci fuori dal coro"  non siano titubanti nell'esprimere e motivare le loro ragioni illuminate dalla Fede perenne.
Maria Guarini
 ___________________________
1. Un sinodo dei vescovi è un istituto parziale e transeunte e non è la stessa cosa del collegio episcopale universale, costitutivo della struttura della Chiesa".
2. Romano Amerio. Iota unum, Lindau 2009, 470
3. H. Rikhof, Il vaticano II e la "collegialità episcopale", 26
4.«Sessanta o settant’anni fa, il vescovo emerito non esisteva. Venne dopo il Concilio. Oggi è un’istituzione. La stessa cosa deve accadere per il Papa emerito [di fatto la figura del 'papa emerito' non è codificata in termini definitori e neppure motivata teologicamente e canonicamente]. Benedetto è il primo e forse ce ne saranno altri...». (dall'intervista al Corriere della Sera)
5. Collegialità introdotta nel Nuovo Codice di Diritto Canonico: «...Perciò il Codice, non soltanto per il suo contenuto, ma già anche nel suo primo inizio, dimostra lo spirito di questo Concilio, nei cui documenti la Chiesa «universale sacramento di salvezza (Cfr. Cost. Dogm. sulla Chiesa Lumen Gentium, nn. 1, 9, 48), viene presentata come Popolo di Dio e la sua costituzione gerarchica appare fondata sul Collegio dei Vescovi unitamente al suo Capo ». [Costituzione Apostolica Sacrae disciplinae leges, 25 gennaio 1983]
6. L'idea di perfezionamento non è peregrina, se Gesù ha detto: "Siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro che è nei cieli".