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mercoledì 7 settembre 2016

vogliamo essere felici

 La farsa del ‘Fertility day’ rivela la tristezza libertaria. E noi invece vogliamo essere felici 

 di Massimo Micaletti


Com’era prevedibile, l’iniziativa del Ministro Lorenzin denominata, con tanta ma tanta fantasia “Fertility Day” (ed in ordine alla quale lo stesso Ministro ha chiarito immediatamente che non si tratta – non sia mai! – di una campagna per la natalità ma solo per la consapevolezza sulla fertilità) ha suscitato un polverone, riportando alla ribalta slogan e trigger femministi che nella mareggiata LGBT si erano un po’ persi. Povere femmine, sembrava che tra gay e lesbiche non interessassero più a nessuno, che le si desse un po’ per scontate, e invece – tadàn! – eccole qua che ci sono, riaprono gli scatoloni degli Anni Settanta e tirano fuori roba un po’ impolverata ma che insomma fa sempre la sua figura, specie se data in pasto a giornalisti che la pensano allo stesso modo. ‘Na mezza rimpatriata, insomma, coi nipotini (de zia) Saviano e Scanzi a far la solita comparsa con dichiarazioni tanto imprevedibili che i bookmaker le avrebbero date a zero.

Però, a fianco di chi grida alla nazionalizzazione fascista degli organi riproduttivi femminili (perché chiaramente la fertilità è roba solo di donne, no? siamo negli Anni Settanta o no, eccheddiamine?) ci sono le menti più pensose, forse ironiche, magari accorate, che sostengono con sdegno pari a quello delle consorelle ma signorilmente composto che insomma i problemi sono altri, che ci vorrebbero più politiche sociali, che mancano gli asili, che i pannolini non li passa lo Stato, che bisogna riformare la maternità delle lavoratrici, che qui e che lì.

Politiche sociali, asili, pannolini… Tutte cose bellissime, per carità, e giustissime: peccato che queste stesse signore, signorine e i loro accoliti maschietti non ne abbiano mai parlato prima, né ci abbiano neppure mai pensato.

Non dimentichiamo che siamo in un Paese in cui la CGIL ha promosso un ricorso farsa – bocciato dagli organi europei – asserendo che in Italia i medici non obiettori di coscienza sarebbero discriminati e che l’accesso all’aborto sarebbe disagevole: ecco quello che fanno per le lavoratrici madri gli amichetti e le amichette di quelli che dinanzi al Fertility Day vanno frignando che alla denatalità non si risponde colle campagne di sensibilizzazione.

Non dimentichiamo che siamo in un Paese che demanda la “Tutela sociale della maternità” alla Legge 194/78, ossia alla legge sull’aborto, che ha fatto sì che sei milioni di italiani finissero tra i rifiuti ospedalieri in nome di quella stessa idea di maternità che ci ha portato al punto in cui siamo e che viene strenuamente difesa da queste neonate vestali della natalità in salsa Capalbio ma pure dalla stessa Lorenzin.

Non dimentichiamo soprattutto che esiste un nesso naturale tra fertilità, maternità, famiglia e natalità e questo nesso è – lo ripeto – naturale, ossia non può essere mutato né spezzato pena l’estinzione della specie (che è poi più o meno quanto sta avvenendo) e che quelle stesse signore, signorine e maschietti si battono proprio affinché esso sia mutato e spezzato.

La fertilità è il profilo biologico della procreazione, e attiene non solo alla donna (che nel dibattito degli ultimi cinquant’anni se ne è impossessata: e con che diritto?). Colla cultura della contraccezione, si è agito da subito col preciso intento di violare e piegare la fertilità alle scelte dell’individuo.

La maternità – o meglio, la genitorialità – ne è la proiezione nel rapporto col nascituro e col nato, col figlio in tutti momenti della sua vita. E’ un fenomeno dinamico, non si ferma mai neppure dopo la morte di uno dei protagonisti (madre, padre, figlio) ed è stato decapitato coll’introduzione dell’aborto finanziato dallo Stato, che non solo ha conferito alla gestante potere di vita o di morte sul concepito ma ha reso quei soggetti che di natura dovrebbero proteggere il rapporto tra genitori e figli – ossia il medico e la collettività – attori efficienti ed efficaci nella distruzione dell’essere umano in grembo e quindi della maternità e della genitorialità stesse.

La famiglia è la struttura sociale, naturale, ordinata nella quale la vita trova accoglienza ed accadimento. Essa è stata divelta e disarticolata dal pullulare di forme di unione, convivenza, consessualità più o meno evolute e complesse che nell’affiancarsi ad essa l’hanno sfigurata e fiaccata. Possiamo dire, scrivere e gridare quanto vogliamo che “famiglia” è qualunque cosa noi vogliamo purché ci si voglia bene, la realtà dei fatti dimostrerà sempre un’altra cosa, che se ne voglia prendere atto o no.

La natalità è il dato fenomenologico e statistico che registra l’impatto degli altri tre su un popolo, quindi in definitiva sul benessere e sull’esistenza di tutte le persone prese a riferimento.

E l’esistenza del nesso tra fertilità, maternità, famiglia e natalità dà fastidio, e questo nesso è l’obiettivo, il nemico giurato di una guerra ottusa condotta dalle zie e dai nipotini di cui sopra e dai loro mentori con gli strumenti cui ho fatto cenno. Questo nesso è ingombrante non solo per una concezione individualista della maternità come libera scelta, ma anche per tutte le alchimie in tema di famiglia che quelle stesse persone sostengono.

E’ dunque eretico parlare di natalità in un Paese che celebra unioni civili e che ogni giorno somministra più o meno trecento aborti e distrugge ancor più embrioni nel business della fecondazione artificiale, perché della natalità gli inquisitori dalla penna rossa non vogliono sentir parlare e non vogliono sentirne parlare perché è la prova provata che il loro modello fatto di preservativo+pillola+divorzio+aborto+LGBT porta all’autodistruzione e lo sanno benissimo, per questo frignano che la colpa è dello Stato che non fa politiche sociali (pur vero).

Frignano perché hanno ben chiaro che è colpa loro, è colpa di quello in cui hanno creduto per anni e che li ha arricchiti con libri, film, conferenze, su cui hanno scommesso la loro vita, vita che non a caso i più di loro chiedono di poter chiudere con un suicidio medico. Non riescono ad uscirne, sono prigionieri di un pensiero sterile che alla fine li soffoca nell’eutanasia.
Un pensiero sterile che grazie a Dio non ci riguarda.

Mentre questi continuano a suonare la loro redditizia e monotona orchestrina sul Titanic, noi dunque rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo di rimediare ai disastri che hanno combinato e che continuano a difendere.

Non abbiamo paura dei figli, dei bambini: affidiamo i nostri figli e noi a Dio con intelligenza, responsabilità e soprattutto Fede e Speranza.
Concepire, far nascere, allevare, educare, consigliare, aspettare, lasciare una vita nuova che Dio ha donato all’amore nostro e della nostra famiglia è una via meravigliosa per rendere gloria a Dio: il che vuol dire poi in concreto – in concreto, adesso, nel quotidiano! –  complicarsi la vita, soffrire, temere, gioire, commuoversi, ascoltare, tacere, pregare, sorridere. Ossia, essere felici.


venerdì 22 gennaio 2016

come se papa Wojtyła non fosse mai esistito


Card. Burke: “Al Sinodo era come se Giovanni Paolo II non fosse mai esistito”



Attraverso una lunga intervista a The Wanderer Sua Eminenza Raymond Leo Burke, Cardinale Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta, ha approfondito vari argomenti sulla situazione della Chiesa.
Sul rapporto finale del recente Sinodo sulla famiglia Burke dice che «è un documento complesso ed è scritto in un modo in cui non è sempre facile comprendere il contenuto esatto di ciò che viene affermato. Ad esempio, tre paragrafi (nn. 84-86) sono poco chiari […] per questo ho scritto un breve commento su quei paragrafi per chiarire ciò che la Chiesa insegna realmente».
«Siamo consapevoli che i tempi cambiano, e ci troviamo di fronte nuovi sviluppi, ma ci rendiamo anche conto che la sostanza delle cose rimane la stessa. C’è una verità contro cui dobbiamo misurare i cambiamenti che incontriamo nel tempo. Questo non è chiaro nel documento finale del Sinodo», dice il Card. Burke che ammette che ci sono buoni frutti del Sinodo, «come la sua enfasi sulla preparazione al matrimonio». Documenti come Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II e Humanae vitae di di Paolo VI «devono essere accuratamente studiati nelle parrocchie». La cultura, dice Burke, «è completamente opposta all’insegnamento contenuto in questi due documenti» e «molti fedeli non sono ben catechizzati». La casa, dice il cardinale, è «il luogo primario dell’evangelizzazione sul matrimonio e la famiglia. Dobbiamo aiutare coloro che si sforzano di vivere la verità del loro impegno matrimonio, per perseverare e diventare più forti». I Padri sinodali, nel citare parte del punto 84 della Familiaris Consortio, non hanno incluso una frase importante: “La Chiesa ribadisce la sua pratica, che si basa su Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati”. Burke sottolinea che questo «paragrafo della relazione finale su questo argomento è ingannevole in modo molto serio. Dà la falsa impressione di presentare l’insegnamento di Familiaris consortio ma non lo fa in pieno» e questa citazione incompleta è stata «utilizzata da individui come padre Spadaro e gli altri per dire che la Chiesa ha cambiato il suo insegnamento a questo proposito, ma, di fatto, non è vero». «Io credo – continua Burke – che tutto l’insegnamento di Familiaris consortio avrebbe dovuto essere inserito nel documento finale del Sinodo ma ho notato che durante la mia esperienza del 2014 al Sinodo era come se il Papa Giovanni Paolo II non fosse mai esistito».
A proposito dell'”inviolabilità della coscienza” che a sproposito viene richiamata riguardo a tematiche sensibili eticamente, Burke spiega che la coscienza è, «la voce di Dio che parla al nostro cuore fin dal primo momento della creazione su ciò che è giusto e sbagliato, ciò che è bene e il male, ciò che è in accordo con il suo piano per il mondo e ciò che non lo è». Ma «deve essere formata secondo la verità. La coscienza non è una sorta di facoltà soggettiva dove la vostra coscienza vi dice una cosa e la mia coscienza mi dice il contrario. È qualcosa che ci unisce perché le nostre coscienze, se sono conformi alla verità, stanno andando a dirci la stessa cosa». Citando il Beato John Henry Newman il card. Burke ricorda che «il Signore istruisce la nostra coscienza attraverso la fede e la ragione e attraverso i Suoi rappresentanti visibili sulla terra (i papi e i vescovi in comunione con lui, cioè, il Magistero). Quindi non è una cosa personale affatto. Dobbiamo agire secondo la nostra coscienza, ma può essere una guida infallibile per noi solo se è costituita sia dalla ragione stessa che dalle verità della nostra fede, che sono sempre in accordo tra loro».
Circa il contesto in cui viviamo la verità, spiega il card. Burke che «dobbiamo seguire Cristo per fare la volontà del Padre in ogni ambito della vita. Non si può giudicare verità morali sulla base del contesto – questo è quello che viene definito classicamente come proporzionalismo o consequenzialismo. Questo modo di pensare, dice, per esempio che, anche se è sempre sbagliato abortire, se si è in una situazione in cui si è sotto una grande pressione, potrebbe essere ammissibile in quella particolare circostanza. Questo è semplicemente falso. Siamo chiamati a vivere la nostra fede cattolica eroicamente. Anche la persona più debole riceve la grazia di Cristo, per vivere la verità nella carità […] la moralità obiettivo dell’azione non è in alcun modo modificata dal contesto vissuto. È la verità oggettiva che chiama il “contesto vissuto” ad una trasformazione radicale».



Il decentramento di governo della Chiesa viene giudicato dal cardinale come «un pericolo reale». Decentralizzazione è un termine «non appropriato per conversazioni sulla Chiesa. Ciò che è necessario è quello di tornare al Vangelo e alla Chiesa come Cristo l’ha costituita. Fin dall’inizio del suo ministero pubblico, chiamò i Dodici, Egli li preparò ad esercitare il suo governo pastorale della Chiesa in ogni tempo e in ogni luogo. Per adempiere a questa responsabilità, Cristo ha costituito Pietro come capo del collegio apostolico, come il principio di unità fra tutti i vescovi e tra tutti i fedeli. […] Questo è il dono divino concesso; questo è ciò che è Legge Divina nella Chiesa: è il ministero apostolico del Romano Pontefice e dei Vescovi in comunione con lui. Essi hanno la responsabilità di governo. La Conferenza dei Vescovi è un costrutto artificiale per aiutare a coordinare l’attività pastorale e per promuovere la comunione tra i vescovi. Nostro Signore non ha mai insegnato nulla al riguardo, né vi è nulla nella tradizione della Chiesa che darebbe alle Conferenze Episcopali l’autorità di prendere decisioni circa le pratiche pastorali che comporterebbero un cambiamento nell’insegnamento della Chiesa. Ricordiamo che ogni pratica pastorale è legato ad una verità dottrinale. Padre Antonio Spadaro dice in un suo articolo che una pratica pastorale in Germania potrebbe essere radicalmente diverso da una pratica pastorale in Guinea. Come può essere, se ci si riferisce alla stessa dottrina e la stessa verità di Cristo? Trovo tutta questa nozione molto preoccupante. I vescovi diocesani sono gli insegnanti della fede nelle loro diocesi. Tuttavia, i vescovi – e ancora di più il Romano Pontefice – sono tenuti al più alto livello di obbedienza a Cristo e alla tradizione vivente con la quale Cristo viene a noi nella Sua Chiesa. Non possiamo fare la Chiesa in ogni epoca e secondo le idee locali. Dalla mia esperienza per quanto riguarda le Conferenze Episcopali, posso dire che esse possono essere molto utili, ma possono anche avere un effetto molto dannoso, nel senso che il singolo vescovo non prende più sul serio, come dovrebbe, la propria responsabilità di insegnare la Fede e di governare in conformità a tale insegnamento».
Per esempio, «la pratica pastorale per coloro che vivono in unioni matrimoniali irregolari non può essere a discrezione della Conferenza episcopale o del singolo vescovo diocesano, altrimenti we would end up with another Protestant denomination (noi dovremmo cercare un altro nome protestante per la Chiesa). Siamo una Chiesa in tutto il mondo: una, santa, cattolica e apostolica. Questi quattro segni devono essere fortemente sottolineati nei tempi in cui viviamo».
Circa i recenti motu proprio sulla dichiarazione di nullità del processo matrimoniale, il cardinale ricorda che «la maggior parte delle richieste di nullità matrimoniale sono molto complesse […] Un certo numero di vescovi, molto onestamente e non per colpa loro, mi hanno detto: “Io non sono pronto a giudicare i casi di nullità del matrimonio”. […] Penso che tutta questa questione della riforma del processo di nullità matrimoniale ha bisogno di una gravissima revisione, soprattutto per quanto riguarda alcune delle questioni più critiche […] abbiamo una situazione in cui una richiesta di nullità del matrimonio può essere giudicata affermativamente da un uomo solo, senza alcun controllo obbligatorio sul suo giudizio. Non è giusto; non è un processo serio per giudicare una toccante questione a fondamento della vita, della società e della Chiesa!».
Infine, il cardinal Burke riflette su misericordia e falsa compassione. «La misericordia di Dio è una risposta al pentimento e un fermo proposito di correzione. Il figliol prodigo è tornato a suo padre dopo essersi pentito per quello che aveva fatto. Ha detto a suo padre che non era più degno di essere suo figlio e ha chiesto di essere accettato indietro come uno schiavo. Capiva ciò che aveva fatto ed era pentito. La misericordia del padre era una risposta a questo. Vide che suo figlio aveva avuto una conversione del cuore.
Così, anche se le persone vivono in situazioni gravemente peccaminosi e vengono alla Chiesa, li abbracciamo con amore. Abbiamo sempre amore per il peccatore, ma dobbiamo vedere che la persona riconosca il peccato e sta cercando di superarlo, che si è pentito e vuole riparare al danno che il peccato ha causato. In caso contrario, la misericordia viene sminuita ed è senza senso. Ho paura che la gente dica “misericordia, pietà, misericordia” senza capirlo. Sì, Dio è il Dio della misericordia. Ma la misericordia è un concetto molto importante, ha a che fare con il nostro rapporto con Dio e il nostro riconoscimento della infinita bontà di Dio, del nostro peccato, e del nostro bisogno di confessione e il pentimento. [Gesù…] è molto compassionevole, ma lui è sempre molto chiaro con i peccatori. Ha detto […] di non peccare più».
http://www.lafedequotidiana.it/raymond-burke-al-sinodo-era-come-se-giovanni-paolo-ii-non-fosse-mai-esistito/

mercoledì 13 gennaio 2016

monito al vaticano terzo

Attenzione, Roma...




Riprendiamo dal Father Ed's Blog - A Catholic priest reflects … [qui], grazie alla prontezza del nostro traduttore, un testo che deve farci molto riflettere.

L'Ordinariato inglese di Nostra Signora di Walsingham è stato istituito per offrire assistenza pastorale ai fedeli già anglicani desiderosi di entrare in piena comunione con la Chiesa cattolica, ai sensi dell' Anglicanorum Cœtibus di Benedetto XVI [Su Anglicanesimo e Ordinariato vedi precedenti nel blog:
 qui - qui - qui - qui - qui - qui - qui - qui - qui]. 


È probabile che in questa settimana i media saranno intasati da meste notizie sulla fine dell’unità dell’anglicanesimo: persino l’Arcivescovo di Canterbury la riconosce! Egli ha infatti convocato una riunione in cui lo scisma possa essere consumato, perché la comunione è compromessa ormai in modo irreparabile. Ovviamente, sarà un processo doloroso e caotico, come tutti i divorzi.

Il fatto che vi sia uno scisma in atto è fuori questione; ciò che risulta meno chiaro a coloro cui interessa la verità più che le polemiche, è la sua causa. Vi chiedo quindi di prestare attenzione a questo punto quando leggerete i giornali o ascolterete la radio: verrà operata una distorsione intenzionale della realtà, poiché le alte sfere esigono che le notizie siano conformi alla loro agenda politica.

Prevedo che la fine dell’unità dell’anglicanesimo verrà presentata come un caso esemplare per il politicamente corretto, per i valori secolari e per il marxismo culturale. Saremo indotti a credere che la divisione verta solo sull’omosessualità; verrà architettato un teatrino in cui si contrapporranno progressisti buoni e illuminati da una parte, conservatori cattivi e intolleranti dall’altra. Se ciò succederà davvero, verrà offerto davvero un pessimo servizio alla verità, perché ciò che sta succedendo ha motivazioni molto più profonde e preoccupanti.

Bisogna comprendere che le divisioni che esistono all’interno dell’anglicanesimo – e che sono vive e pressanti anche nel cattolicesimo – non vertono su un solo tema morale e dottrinale specifico. È normale che ci si trovi in disaccordo quando sorgono questioni di questo tipo: tuttavia, esse sono solo sintomatiche, non causali.

Ciò che sta realmente facendo a pezzi il Corpo di Cristo è una ragione più profonda e fondamentale che minaccia l’essenza stessa del cristianesimo. È sorta infatti un’eresia che causa non solo differenze d’opinione, ma anche profonde differenze su temi di fede, e che si estende oggi dalla base alle alte sfere di ogni confessione cristiana principale. Per questo il problema è molto grave.

Il vero problema è che esiste oggi una bipartizione: da una parte ci sono i cristiani tradizionali, quelli che si attengono al chiaro insegnamento delle Scritture e della dottrina tradizionale e che credono che la nostra fede sia sempre la stessa, ieri, oggi e per sempre; un gruppo di credenti ortodossi che credono che Maria sia veramente vergine, che Cristo sia realmente Dio incarnato, che i miracoli esistano davvero,  che il cielo e l’inferno siano delle realtà. Questi fedeli si possono definire persone che credono che il mondo si debba conformare al Cristo.

Dall’altra parte ci sono i modernisti, quelli che in realtà si sono secolarizzati, che hanno perso la loro fede ma non vogliono perdere la loro cultura e identità cristiane. Molti di loro non credono che Gesù sia Dio e trovano spiegazioni alternative per i miracoli e per il concepimento verginale. Queste persone non vogliono che il mondo si conformi a Cristo, ma che la Chiesa si conformi al mondo! Pretendono che aderiamo ai valori della società moderna, non alla fede e ai valori della Chiesa tradizionale; non credono realmente nel cielo e nell’inferno e vogliono pertanto annacquare la rivelazione e cambiare quanto la Scrittura afferma chiaramente.

Il vero vólto della Chiesa è rappresentato ovviamente dalle persone ortodosse, da quanti si schierano coi martiri e coi santi di tutte le epoche, ossia da un gruppo che è in minoranza all’interno della liberalizzata e decadente Chiesa d’Occidente – dove per ragioni storiche risiede il potere politico ed economico – ma che tende ad essere in maggioranza nei territori dove la fede sta prosperando, per esempio nelle nazioni più povere dell’Africa e dell’Asia. E che la fede sia più prospera dove ci sono più persone ortodosse non è una coincidenza: Dio benedice infatti quanti Gli sono fedeli.

Capite adesso perché gli anglicani africani non vogliono avere più nulla a che fare con le loro controparti moderniste di Canterbury? Potete anche comprendere quindi perché questa contrapposizione tra Africa ed Europa si rifletta anche nel cattolicesimo romano: si pensi al conflitto verbale tra i cardinali Sarah e Kasper durante il Sinodo per la famiglia! Il modernismo, patrocinato dal potente apparato mediatico e dai governi della cultura secolare che esso sostiene, sta conducendo una lotta accanita contro quanti continuano ad aderire alla fede plurisecolare: è la dura battaglia dei nostri giorni.

E si deve combattere, perché i due punti di vista sono diametralmente opposti: sono come due binari le cui direzioni divergeranno sempre di più finché non sarà necessario rimuovere ciò che cerca di mantenerli uniti. Ciononostante, la folle tattica promossa tanto dai prelati anglicani come da quelli cattolici del XX secolo è stata proprio quella di continuare a mantenerli uniti. Sono stati promossi costantemente a posizioni importanti non degli energici e zelanti soldati di Cristo, ma burocrati inoffensivi la cui stupidità non poteva arrecare danno alcuno e manteneva in piedi le istituzioni. Almeno questo era il piano, che tuttavia non ha funzionato: di lì la minaccia di scisma che aleggia in tutto il mondo cristiano.

Al giorno d’oggi, i modernisti hanno preso il controllo della Chiesa anglicana solo in Occidente: ritengono che la perdita dell’Africa sia un prezzo accettabile da pagare pur di poter introdurre il matrimonio gay, le donne vescovo e tutte le altre medaglie al valore di una Chiesa che promuova i valori del marxismo culturale.

Il cattolicesimo non è ancóra arrivato a questi estremi... per il momento. Ma i modernisti esistono, e dato che tendono ad appartenere tutti alla stessa generazione, detengono un enorme potere e un’enorme influenza. Essi sono i promotori del cosiddetto “Spirito del Vaticano II” – ossia di quanto non è stato anticipato o disposto dal Concilio ma che è invece sorto sulla sua scia [anche loro sembrano non riconoscere le distorsioni in nuce presenti nei documenti conciliari]. Si tratta di una scuola di pensiero che disprezza la fede solida, i valori irremovibili, la devozione, le balaustre, etc. e che in compenso ha il culto della ‘comunità’, dell’attivismo politico, etc.

Come detto, lo scisma ha ormai raggiunto Canterbury. Dobbiamo quindi pregare per i nostri amici anglicani, ma anche per Roma: anche lì lo scisma è in agguato e anzi, se non interviene un miracolo di Dio, è già quasi certo e potrebbe portare a delle divisioni e a una confusione ancor più grandi.

Sia chiaro che il miracolo per cui dobbiamo pregare non è che la Chiesa rimanga in qualche modo unita, perché queste fedi così diverse non hanno alcuna possibilità di rimanere insieme in uno spirito di rispetto reciproco: come abbiamo già affermato, si oppongono reciprocamente. Il miracolo di cui abbiamo bisogno è che la Chiesa si svegli dal suo sonno, si erga in difesa della verità e rifiuti l’errore. Abbiamo bisogno di un martello degli eretici, come venne definito un tempo San Domenico. Ma come possiamo sperare che arrivi se sono così tanti i vescovi che sembrano essere proprio una parte del problema piuttosto che la sua soluzione, e se la virilità sembra così fuori moda?


[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

mercoledì 14 ottobre 2015

Card. De Paolis: "famiglia minacciata fuori e dentro la Chiesa”

Card. De Paolis: momento grave anche all'interno della Chiesa


Convegno della Fondazione Lepanto e dell’Associazione Famiglia Domani sul tema “Matrimonio e famiglia/ Tra dogma e prassi della Chiesa” – Intervento di grande spessore del cardinale Velasio De Paolis:
“Non bisogna confondere la misericordia con l’amore, che per essere autentico ha bisogno di verità”  e “Chi siamo noi per mettere in discussione la sacralità del matrimonio?” -  In apertura le considerazioni sull’argomento da parte di Roberto de Mattei, Giovanni Turco, mons. Antonio Livi.
  
“Le famiglie oggi sono in difficoltà sia nella società civile che anche dentro la Chiesa”, ha constatato il Card. Velasio De Paolis: E’ evidente che tra ‘società civile’ e ‘Chiesa’ l’influsso è reciproco, poiché, “quando è in crisi l’una, anche l’altra ne risente”. Che fare? Prima di tutto occorre evidenziare il “patrimonio ricchissimo” di testi ecclesiali esistenti in materia di famiglia. Purtroppo i nostri tempi valorizzano la liquidità e, come osservava sarcasticamente e nel contempo amaramente il card. Biffi, “Oggi le idee sono come le uova. Se non sono di giornata, non valgono più”. Ciò non meraviglia, poiché è la verità che non viene più perseguita. Eppure “ne abbiamo tanto bisogno”. Nel nostro mondo “si parla tanto di compassione, carità, amore”, ma “senza verità siamo fuori strada”. Lo ricordava anche Benedetto XVI: “La carità, se non è illuminata dalla verità, è sentimentalismo”.
Ha proseguito il cardinale: “Non bisogna confondere la misericordia con l’amore, che per essere autentico ha bisogno di verità”. E può esigere fermezza, come sa chi ha un figlio neghittoso nello studio.
L’ottantenne porporato ha poi ricordato che per un cattolico sacramentalità e naturalità sono inseparabili. “Chi siamo noi per mettere in discussione tutto questo?” . Forse che per ogni difficoltà incontrata nella vita quotidiana dobbiamo ridiscutere ogni certezza? Purtroppo oggi è abituale “parlare in modo sconclusionato” anche dentro la Chiesa. C’è chi vuole “rifondare” la Chiesa. Ma dimentica che essa è stata fondata da Gesù Cristo.
Il tema dei divorziati risposati non è nuovo ed è già emerso negli Anni Ottanta del secolo scorso. Oggi riemerge con forza. Si dice: dobbiamo adattarci ai cambiamenti della società, dobbiamo conciliarci con la cultura dominante, rischiamo altrimenti di perdere le nuove generazioni. Insomma: l’adattamento è considerato necessario, considerati i tempi “tristi e difficili sia all’esterno che all’interno della Chiesa”. Ma, se vogliamo cambiare, che cosa e come? “Se non hai capito le cause della malattia e vuoi cambiare medicina, rischi di far morire il malato”.
La società è in crisi, “perché sono in crisi i valori morali, i valori religiosi e siamo tutti secolarizzati”. E così, “se io non conosco la verità delle cose e dunque non ho nessun riferimento morale, chi mi può convincere a non abortire o a negare l’eutanasia?”. Qui il cardinale De Paolis si è rivolto ai presenti: “Sapete che si pratica l’aborto ‘per misericordia’? L’eutanasia ‘per bontà’ “? Ormai, ha chiosato amaramente, “le parole non significano più niente”.
Il porporato ha poi ricordato che “l’Eucaristia non è una cosa, ma una persona”, proseguendo con il monito di San Paolo a “non mangiare la propria condanna”. Per poter ricevere l’Eucaristia è necessario avere la coscienza pulita. Per avere la coscienza pulita occorre avere ricevuto il perdono. Per ricevere il perdono, bisogna essere disposti ad accoglierlo. Si è disposti ad accoglierlo se si vuole convertirsi, guarire dal peccato. Allora: “Se ho un motivo per non guarire, non posso godere dell’efficacia della misericordia di Dio. Ovvero: non accetto di essere perdonato, perché preferisco restare nella mia situazione”. Qui ha detto il card. De Paolis: “Ammettere ai sacramenti senza un rinnovamento interiore significa che tali sacramenti non sono cristiani. Si riducono a riti esterni che non valgono nulla”.
La norma della Chiesa è che non si deve permettere l’accesso ai sacramenti a chi è conscio di essere in peccato mortale, come è il caso di chi vive coniugalmente un secondo matrimonio, essendo valido il primo. Perciò “non possiamo immaginare una pastorale che vada contro la dottrina. Oltre che un’aberrazione, sarebbe una presa in giro e un’illogicità clamorosa”. Dev’essere chiaro che “una pastorale che non si regge sulla dottrina, non è una pastorale cattolica”. Si sente ogni tanto l’idea che “l’Eucaristia perdona i peccati”: anche questa è un’affermazione ‘aberrante”. Altra proposta quella del ‘cammino penitenziale’ prima di una possibile riammissione dei divorziati risposati alla Comunione: “E’ una proposta piena di equivoci. Che significa penitenza? Non può essere come il castigo imposto allo scolaro disobbediente. No, dev’essere molto di più, dev’essere un cambiare vita”. Nell’intervento del card. De Paolis è stato citato a tale proposito il confratello Kasper, le cui tesi in materia “sembrano un’enormità”.

Come detto il Convegno è incominciato con le considerazioni di Roberto de Mattei (presidente della Fondazione Lepanto e direttore della rivista mensile “Radici cristiane”, oltre che dell’agenzia “Corrispondenza romana”). Lo storico ha subito evidenziato lo sconcerto di molti cattolici, confrontati con il fatto che “un’istituzione centrale e fondamentale come la famiglia sia minacciata dal di fuori ma anche dal di dentro della Chiesa”. E’ una novità che sbigottisce, dato che tale istituzione “non era mai stata messa in discussione” all’interno della Chiesa: “Oggi invece tra i vescovi si discute di matrimonio, come se fosse qualcosa di opinabile”.
E’ in pieno sviluppo “un progetto di ribaltamento della morale cattolica”. Eppure si dovrebbe guardare alla storia - maestra di verità e di vita – per capire che la Chiesa non è mai venuta meno al suo dovere di difendere l’indissolubilità del matrimonio. Basti pensare a Clemente VII, che ha preferito “perdere un regno” piuttosto che “dichiarare la nullità del matrimonio di Enrico VIII con Caterina d’Aragona”, così che il re, che era insignito del titolo di defensor fidei, potesse sposare l’irlandese Anna Bolena. Ha evidenziato qui de Mattei che “neppure i successori di Clemente VII modificarono la sua decisione: essi infatti non vollero scegliere il ‘male minore’ . Il perché è semplice: “La legge divina non è flessibile, non tollera eccezioni”. C’è poi un’altra osservazione interessante: “Quando Enrico VIII si staccò da Roma creando la Chiesa d’Inghilterra, modificò la prassi e la modifica si estese subito al piano dottrinale”.

Qualcosa di analogo nelle conseguenze capitò anche alla Chiesa ortodossa, che nel VI secolo e seguenti fu molto remissiva nei confronti degli imperatori che, a partire da Giustiniano, avevano introdotto la possibilità del divorzio. A tale tolleranza nella prassi seguì inevitabilmente con lo scorrere del tempo un cambiamento anche di dottrina.
In campo cattolico il prof. de Mattei ha evidenziato la forte reazione dopo il Mille di Gregorio VII, Cluny, san Pier Damiani contro il concubinato dei preti e gli atti contro natura: “Meglio che la comunità resti senza sacerdoti e vescovi che guidata da sodomiti”. Ha commentato il relatore, con chiara attinenza all’odierna realtà di teologi, moralisti, prelati ‘progressisti’: “San Pier Damiani non si fece intimidire dal mondo, non moderò il linguaggio, non invocò la legge della gradualità, non invitò a cogliere gli elementi positivi nelle unioni, non auspicò che la Chiesa cambiasse il suo approccio in materia”. Non fece cioè quello che per taluni è considerato ormai necessario e urgente: “conformare la verità alla vita.”

La parola è passata al prof. Giovanni Turco, docente di Filosofia del diritto pubblico presso l’Università di Udine e socio corrispondente della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino. Per Turco non può essere (“Sarebbe sbagliato già alla radice”) che la teologia e la pastorale si ispirino alla sociologia. E non può essere nemmeno che venga negato il principio di non contraddizione: “Il matrimonio è indissolubile o non lo è”. La pastorale non può inventarsi vie mediane in materia. Anche la verità o è o non è: non c’è via di mezzo. Attenti dunque a impostare in modo corretto i problemi sul tappeto del Sinodo, per non addivenire a “false conclusioni”.

Mons. Antonio Livi, decano emerito della facoltà di Filosofia della Lateranense e socio ordinario della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino, ha evidenziato come le tesi del card. Kasper a proposito di divorziati risposati dimenticano che la pastorale è l’applicazione del dogma alla comunità e ai singoli. “Il card. Kasper non può far finta di non saperlo. Le sue affermazioni sono talmente incoerenti che è impossibile le possa pensare veramente. Fa dunque puro esercizio di retorica. E la retorica è falsità”.
 (rossoporpora.org)
http://www.corsiadeiservi.it/it/default1.asp?page_id=1299



Più volte ci siamo chiesti chi c’è dietro Maurizio Crozza, uomo di spettacolo e comico di grande talento, perché ciò che sino a ieri era un nostro sospetto oggi si sta mutando in una certezza: dietro i suoi testi, ci sono forse alcune menti ecclesiastiche e teologiche raffinate? Perché le cose stanno in questi termini: o Maurizio Crozza è un profondo conoscitore della storia, della tradizione e della teologia cattolica, oppure qualcuno gli fornisce dei testi molto intelligenti e mirati, al punto da spingerci a dire: mentre preti e vescovi stanno trascinando giorno dietro giorno la Chiesa nel baratro tra omissioni e silenzi omertosi, i comici, per paradosso, forse la salveranno? Questo sketch di Maurizio Crozza merita veramente attenta analisi e riflessione, perché quando un comico, tra un sorriso e una risata, pone in risalto ed a suo modo difende gli eterni e immutabili valori della fede, è giunto proprio il momento di riflettere molto seriamente …

http://isoladipatmos.com/i-comici-salveranno-la-chiesa/

lunedì 12 ottobre 2015

Bergoglio è il Papa della collegialità?

Sinodo, il Papa della collegialità deciderà tutto da solo?

C'è una grande confusione sotto il cielo romano, visto che non solo le regole del Sinodo, ma il suo svolgimento e la sua conclusione sembrano cambiare di continuo, generando inevitabilmente dicerie e pettegolezzi che non fanno bene alla chiesa.


Nel suo blog, san Pietro e dintorni, il vaticanista Marco Tosatti ha scritto recentemente: "Secondo quello che ci è stato riferito, non mancano quelli che propongono di studiare teologicamente la possibilità di affidare tutto a chi ha il potere di legare e di sciogliere, “un tesoro che non è stato ancora sviscerato a pieno”. Tradotto: lasciare mano libera al Papa di fare quello che gli pare e gli piace, senza curarsi di voti e assemblee. Il Sinodo parla, il Papa decide…".

Effettivamente c'è una grande confusione sotto il cielo romano, visto che non solo le regole del Sinodo, ma il suo svolgimento e la sua conclusione sembrano cambiare di continuo, generando inevitabilmente dicerie e pettegolezzi che non fanno bene alla chiesa.

ARTICOLI CORRELATI Al Sinodo è l’ora delle lobby: ai briefing tedeschi rispondono gli africani Appello per un sinodo laico Dal nazismo alla sociologia divorzista, il “moderno” non è un valore in sé. Sinodo, parla Spaemann In attesa di dispute vere, tra i padri c’è chi fa il bookmaker sull’esito finaleMa la conclusione che alcuni padri paventano (nessuna relazione finale, decide tutto il papa in solitudine), sebbene possibile, dal momento che è nelle facoltà petrine, sembra del tutto improbabile. Perché si genererebbero nella chiesa dissapori e scontri difficilmente sanabili. E perché se il Papa ha taciuto sino ad oggi, non può essere che per un motivo: vuole davvero ascoltare.
Il sinodo sulla famiglia che si svolge in questi giorni, infatti, nasce come un inno alla collegialità. Dal principio del suo pontificato Papa Francesco ha ribadito l'importanza di una chiesa che rifletta tutta insieme, che si confronti, che discuta. Della collegialità e della sinodalità il Papa ha parlato in molte occasioni, molto di più di quanto non facesse il suo predecessore. Il quale, sia detto tra parentesi, ha purtroppo inficiato parte della sua missione proprio per l'eccesso di consigli e consiglieri a cui in tante occasioni ha dato ascolto, mentre forse, a giudizio di chi scrive, avrebbe dovuto decidere con maggiore autonomia. Benedetto XVI è stato infatti il contrario del papa tedesco, dittatoriale e risoluto, che si suole dipingere: ha proposto riforme, come quella liturgica, senza mai andare sino in fondo, proprio perché convinto di doversi portare dietro tutta la Chiesa, compreso l'ultimo parroco di campagna. Anche nella nomine, vescovili e cardinalizie, il papa tedesco che parlava poco di collegialità e che non ha mai oscurato, in linea teorica, il primato petrino, ha spesso fatto ciò che gli proponevano o "imponevano" altri, nominando al suo fianco anche persone che gli erano più o meno palesemente ostili, o che avevano comunque idee molto differenti dalle sue.

Francesco, al contrario, si è presentato sin dal principio come il vescovo di Roma, il vescovo tra i vescovi, un primus inter pares. Nominando con molta prudenza persino la parola "papa". Questo non significa che il suo carattere, la sua indole personale, siano risultati sempre i più inclini alla collegialità professata. Lui stesso, in svariate occasioni, ha ricordato di avere una certa tendenza innata al decisionismo.

Molti osservatori interni ed esterni alla Chiesa hanno infatti potuto notare, in più occasioni, una qualche discrepanza – non assente, si ripete, anche nel pontificato precedente –, tra parole e azioni. Per esempio nella nomina dei vescovi: le normali consultazioni, le terne proposte collegialmente, ad esempio dai vescovi di una certa regione per la nomina di qualche confratello, sono state spesso ignorate. Non si sa cosa succederà per la nomina di Bologna, ma se il sostituto del cardinal Caffarra sarà davvero mons. Zuppi, come si vocifera, allora saremo di fronte ad una decisione che ignora i desiderata dei vescovi dell'Emilia Romagna. E forse anche quelli della Congregazione dei vescovi, presieduta dal Cardinal Ouellet, che da tempo sembra, per dirla così, "con poco lavoro".

Tornando alla collegialità il sinodo del 2014 ha rappresentato il culmine di una collegialità cercata, auspicata, ma in parte non realizzata: un piccolo gruppo ha redatto una Relatio post disceptationem estranea a quello che era stato il dibattito tra i padri, minando così proprio la collegialità e la parresia auspicate. Questo ha creato molti malumori tra i padri sinodali, che si sono sentiti presi in giro, nel momento in cui hanno visto che il presunto risultato delle prime consultazioni era in verità... il parere di alcuni singoli padri.

Proprio le forzature accadute nel sinodo del 2014, sino al fatto che si è cercato invano, da parte di qualcuno, di impedire la pubblicazione dei risultati delle consultazioni svolte nei cosiddetti circuli minores, spingono a credere che non si lascerà che tutto ciò si ripeta. Se il papa ha voluto il Sinodo per sentire la voce della Chiesa, e perché convinto che attraverso di esso si manifesti lo Spirito Santo, i cardinali Marx e Kasper, e altri novatori, dovranno rassegnarsi a quello che, come ormai sembra chiaro, è il segnale che esce dalle stanze sinodali: le grandi encicliche su vita e famiglia dei pontefici passati (da Humanae vitae a Familiaris consortio) non sono da rottamare. Semmai da comprendere meglio, e da applicare.

lunedì 5 ottobre 2015

mi confesso e lo confesso

Io, confesso…


Mentre ascolto e penso tutto questo, guardo le volte di questa mia chiesa di quartiere, che non ho mai amato e mai ho sentito come casa mia: ma stavolta no, mi sento in famiglia, le guardo queste volte, e mi sono infinitamente care. Sembrano le volte della pancia di una grande nave, perduta in mezzo all’oceano in tempesta. E mi sento sulla barca di Pietro con Gesù a bordo che fa finta di dormire. E il mio panico si placa e muta in risata quando il Messia apre un occhio, mi squadra e dice, a bassa voce: “Non temere: ci sto qua io non vedi? Scciii… zitto, zitto… vediamo che fanno gli altri, e Pietro. Tu fa finta di niente”. Nonostante tutto, mi sono detto, questa barca qui, sola nel mare magno della mondanità perduta, minacciata dai flutti e dalle falle, tormentata e sbatacchiata dalle tempeste, frenata e respinta da tutti i venti contrari, questa barca qui dentro la quale stasera ci sono anche io di nuovo, non solo non affonderà, ma continuerà ad andare, e finché la barca va…

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11207315_119307295087828_8158961299991161170_nIl Mastino

Perdonate questa improvvisata, ignorata persino dai miei amici che a Papalepapale generosamente collaborano: giorno di santo Francesco, giorno di apertura del Sinodo forse della discordia, forse della speranza, può darsi del non ritorno… prima che tutto sia fatto nuovo. Ma non dagli uomini, bensì dal Cielo.
BEN RITROVATI
In questo sentore di rovina imminente, di cedimento di tutte le dighe imminente, di tutto perduto imminente, mentre incrementa la tentazione dell’autodemolizione e della resa incondizionata, aumenta anche la resistenza, che si nutre di speranze non solo umane.
imagesInfatti chissà perché in questo panorama caotico e plumbeo, mentre monta la tempesta, all’orizzonte abbiamo come la sensazione di intravedere lo stagliarsi sereno di due figure, un uomo e una donna. Gesù e Maria. La membra  della Chiesa. La Chiesa è là, in quell’orizzonte: portata al sicuro, ai loro piedi, dagli angeli. Gli uomini non riusciranno che a distruggere un involucro di mattoni, sul quale si sono avventati come ossessi dallo spirito del mondo. Perché l’antica Chiesa, a momento opportuno, sarà riportata, ripristinata e restaurata direttamente dagli angeli, laddove era prima. Com’era prima, meglio di prima forse.
Sono momenti di prova, terribile quanto volete, ma anche di attesa. Mi capita di pensare spesso, ultimamente, a quella parabola. La barchetta di Pietro che già non era riuscita a pescare niente è sballottata da una tempesta, si teme il peggio. Gesù è a bordo, ma è come non ci fosse, in tutto quel macello egli dorme. In realtà fa finta. Infatti, quando tutti in preda al panico lo invocano, egli apre gli occhi, ed è calmo,  e dice, mentre immaginiamo il suo sguardo ironico: “Uomini di poca fede!”, ma come, avete me a bordo e ci avete paura di affondare per una tromba d’aria? Io ho camminato persino sulle acque! E poi quelle parole eterne, che in metafora fanno di quella barchetta la chiesa universale: «Non temere, piccolo gregge!».
Benritrovati!
MI SONO PERDUTO E RITROVATO: RIECCOMI
11147854_10205540460008618_2825908524474088850_nRieccomi qui, dopo questo lungo periodo che non è stato solo di “vacanza”, come qualcuno crede, ma anche di riflessione. E non solo di riflessione, a dirla tutta, ma di inabissamento, smarrimento, di dolore, di grave perdita, di discesa agli inferi, periodo forse tra i peggiori della mia vita, nel quale sono stato sbattuto, trafitto, straziato, ridotto in mille pezzi, annullato. Ma è stato quello anche il momento della lenta e faticosa catarsi, della rigenerazione, tappa dopo tappa, nella quale, precipitato giù all’ultimo gradino dell’umanità, a livello degli iloti, toccato il fondo, non mi restava che risalire, un gradino dopo l’altro. Con una voglia nuova di farlo, smanioso di “luce” come mai lo ero stato stimando che nella penombra stessi meglio. Ma quando hai visto il buio assoluto, non riesci ad agognare altro che la luce piena, come fosse il tuo stesso respiro, per respirare.
Sono ancora intento a risalire, gradino dopo gradino, da quella caduta laggiù nel buio. Mentre benedico, e bacio, quella provvidenziale Mano Invisibile che atterra e suscita che affanna e consola, che mi ci ha buttato, per salvarmi, di poi porgendosi per aiutare a rialzarmi e risalire. Col mio consenso.
Ritorno qui un po’ cambiato, e molto ancora voglio cambiare. Spero ci siate ancora tutti.
Oh certo sì, avrei tante cose da dirvi, ma come si fa? Posso prendere soltanto un tassello di questo grande mosaico che è una mistura di quotidiano e di eterno, e farvelo vedere, per capirne qualcosa.
Il sinodo. Il papa. La chiesa. I tempi. Il mondo. La profezia. Tanta roba. Come si fa?
UN RACCONTINO
maniHo scoperto ultimamente quanto avevo represso per anni, reputando di dovermene vergognare. La mia vena di narratore. Ho quasi portato a termine il mio primo racconto, del quale prima o poi vi dirò; nel frattempo ho abbozzato anche diversi altri progetti narrativi. In uno di questi, c’è un cammeo che forse non farà mai parte di alcuna storia, infine.
È questo. (non è obbligatorio leggerlo: potete saltare al paragrafo successivo senza nulla perdere).
Un giorno di un secolo passato, quando non c’erano i media, un vecchio maestro elementare che non si era mai spostato dalla sua provincia, sapendo che un suo alunno diventato seminarista andrà a Roma, gli raccomanda il suo ultimo desiderio: «Quando sarai a Roma, vai alla Cappella Sistina e guarda bene ogni dettaglio: poi raccontami com’è, quando torni, voglio sapere tutto: per tutta la vita ho desiderato di vederla».
Il seminarista mantiene fede alla promessa e ci va, passa un’intera giornata a osservare e catalogare ogni particolare della Cappella. All’ora della chiusura, non aveva ancora finito di annotare. E aveva riempito l’intero quaderno di appunti. Pensando alla struggente attesa del suo antico maestro, si commuoveva, e preoccupato si domandava “come farò a raccontargli tutto?, a ricordare ogni cosa? E soprattutto: come trovare le parole giuste a rendere l’idea di tanta bellezza persino nel raffigurare le cose tremende?”.
E venne il giorno del ritorno. Bussò alla porta del vecchio maestro, che prontamente gli aprì. E non aspettò nemmeno i convenevoli, perché subito gli domandò:
«Allora, com’era la Cappella di Michelangelo? Raccontami tutto».
«Maestro, è troppo… troppo».
«Troppo?».
«Troppo di tutto: troppo bella, troppe cose ci sono».
«Oh io sono un vecchio pazzo con un desiderio, non ho altro, ho poco tempo ancora da vivere, ma se è necessario lo uso tutto per ascoltare ogni cosa: voglio i particolari».
Il seminarista era imbarazzato. «Maestro, nemmeno la mia memoria basta a contenere la Sistina, e non bastano nemmeno tutte le parole che conosco».
Un velo di delusione amara si disegnò sul volto del vecchio. Il seminarista ne provò grande afflizione. E allora cercò di rincuorarlo: «E allora ho pensato di annotare tutto qui, anche se mancano molte cose: non bastava lo spazio e il tempo». E gli porse il quaderno pieno di appunti: «La mia scrittura la conoscete bene, tanto, non faticherete a decifrarla: mi avete insegnato voi a scrivere, e a ridere dei miei errori». Glielo porse, e rimase sgomento quando il vecchio suo maestro non allungò la mano per ritirare il resoconto.
«Sono troppo vecchio, non leggo più, io volevo sapere da te che cosa hai visto», disse deluso e serio, «possibile che hai guardato tutto senza vedere niente?».
«Beh, ho visto… sono stato tanto ore a guardare, e ho visto».
«E allora raccontami: cosa hai visto?».
Il seminarista pensò a cosa davvero aveva visto tra le miriadi di cose che aveva guardato. E non gli sovvenne che un particolare, uno solo, il solo che in fondo avesse non solo guardato ma “visto”, e tutto il resto risultò superfluo, quel particolare visto e capito, diceva tutto.
«Maestro, ho visto nel centro della Cappella, laddove c’è l’altare maggiore, il gigantesco dito di Dio che tocca il dito dell’uomo steso come inanime a terra, e così gli trasmette la vita e lo anima».
Il Maestro rimase con gli occhi sbarrati, la bocca socchiusa, senza dire e chiedere nulla: come stesse contemplando egli stesso, finalmente, la Sistina. Era bastato quel dettaglio raccontato da un testimone a “trasmettere” nella sua immaginazione l’essenza di tutto.
Finalmente, ancora non del tutto ridestato dal suo incanto, il vecchio maestro parlò, o sarebbe meglio dire, balbettò qualcosa:
«Tutta questa bellezza… è insopportabile». E morì.
Ecco, questo per dirvi che… come si fa a fare il punto della situazione in poche pagine?, a trovare le parole giuste, quando sembrano persino mancare? Ed è stato così che ho deciso di raccontarvi un solo particolare, non decontestualizzato dal tutto, ma dentro il tutto.
Lasciatemi dunque raccontare del “dito di Dio” che tocca quello dell’uomo che mi è parso di contemplare in una parrocchia: secondo me, in fondo, racconta tutto il resto, facendo a meno anche dei dettagli triviali e praticamente pornografici che sono ormai il quotidiano mediatico, e purtroppo anche reale, della nostra Chiesa, a cominciare dal suo cuore politico (perché quello di carne e spirito è Cristo), il Vaticano, che ultimamente, stando ai giornali, è diventata una storiella zozza di monsignorE maritate.
In questo “particolare” che mi appresto a narrarvi, che è una testimonianza personale, a mio avviso c’è tutto. Tutto quel che conta, almeno.
IO CONFESSO A VOI, FRATELLI
1795575_772375486109008_1183061843_nIo confesso. Non ho mai negato i miei radicati convincimenti giansenisti sui sacramenti della confessione e della comunione, anche se mai li ho pubblicizzati. Ma li ho, e confesso.
Io confesso. Di essermi allontanato negli ultimi tempi dalla grazia di Dio e dalla vita cristiana. Di non essere né sentirmi in pace con Dio. Ragion per cui mi sono tenuto lontano anche dalla confessione, dalla comunione e infine ho cominciato pure ad abbandonare la messa e la preghiera.
Io confesso anche che ho avuto una “notte oscura” che non aveva niente di mistico ma che ogni tanto, appesantito dal mio stesso peccato, e dal comunque strisciante senso di colpa “calvinista” mi verrebbe da dire, in certi momenti ho implorato i cieli, e se c’era qualcuno là dietro, di alzare il sipario e mostrarmi un lembo della sua veste: perché dubitavo come Tommaso. Ho fatto l’esperienza del nulla e dello smarrimento, lo confesso. Ad un certo punto, sicché sono in grado di mentire e d’essere ipocrita non oltre un certo limite, ho smesso anche di scrivere e di “testimoniare” quanto in realtà non vivevo, non più, ammesso l’abbia mai vissuto veramente.
Io confesso anche che… certe volte pensavo alla storia umana di Gesù, e nonostante tutto quanto v’ho appena detto, quasi mi commuoveva sino alle lacrime. «Mi dispiacerebbe molto se uno come te non fosse davvero Dio, se un Dio può esserci e c’è».
Io confesso, è nelle righe, che fin qui la mia conversione è stata tutta un equivoco; o meglio: è stata un inizio, che rischia sempre di restare tale e non andare oltre. Ossia, è stata una conversione di testa, culturale, intellettuale. Ma ero ben lontano dalla conversione del cuore, quella che infine Gesù domanda. Ora mi ci sono avviato, ma ancora sono in cammino, la strada è lunga e piena di tentazioni.
Io confesso, sto confessandovi, e Dio m’è testimone, di non essere da nessun punto di vista un cattolico e men che meno un cristiano esemplare, e di non esserlo mai stato, e se qualche volta vi ho lasciato intendere il contrario, è perché vi mentivo, dissimulavo, per calcolo e vanità, per autosuggestione anche. Ho peccato reiteratamente molte volte e in molte cose: ho conosciuto, mentre vi “predicavo”, tutte le più formidabili tentazioni di Satana, e non ne sono ancora immune, nessuno lo è: la sozzura della carne, l’odio, l’ambizione, l’invidia, la calunnia…
Ciò non di meno, cerco adesso di mettermi nelle mani di Gesù e sotto il manto di Maria, e in loro confido; cerco di resistere il più possibile ai richiami sordidi. Che Dio mi perdoni. Mi perdoni del bene che non ho fatto anche se avrei potuto, del male che ho ricambiato col male, di aver consegnato un serpe a chi mi donava una colomba. Confesso a voi tutto questo, fa parte di questa catarsi che mi sono riproposto.
Sì, perché confesso anche questo, sebbene so che certi propositi benedetti richiamano l’invidia e aizzano fierissime le controffensive dell’Antico Avversario. Confesso: che mi propongo di piano piano, un passo dopo l’altro cristianizzare tutta la mia vita, col fine di poter dire, giunto al termine – spero lontano – della mia corsa “Signore, non sono più io che vivo, sei tu che vivi in me: di cosa avrò mai paura?”.
Ho iniziato, lentamente, questo cammino: dove sto imparando a pregare il rosario, a pezzi, ma ogni giorno; ho imparato a coltivare il rapporto soprannaturale con i santi che mi sono più cari; ho perdonato chi ho preso a odiare perché mi ha fatto del male; e quanti, avendomi fatto del male oppure no, per disprezzo ho calunniato e ho desiderato distruggere; sto cercando per quanto possibile di vivere con purezza; ho deciso di dedicare alcune ore della mia settimana a gente che ne ha bisogno; sto cercando di lavorare sul mio cuore e la mia vita per finalmente giungere al giorno mirabile e tremendo della confessione sacramentale di tutto e della mia riconciliazione con Dio eucarestia, certo allora di poter essere il tabernacolo mondato che possa degnamente riceverlo in sé.
Tutte cose che richiedono un impegno immenso, ma il soltanto impegnarmi mi dà serenità: eventuali vostre preghiere aiuteranno e saranno gradite, specie quelle dei consacrati. O di chi prova risentimento nei miei confronti.
SONO TORNATO A MESSA
le-porte-della-chiesa-in-cui-sono-riuniti-tutti-i-protagonisti-di-lost-si-aprono-e-christian-shepard-scompareA proposito. Sto intanto ritornando a rispettare il precetto festivo, presenziando, con uno spirito nuovo, alla divina liturgia domenicale. Non andavo a messa da tanto.
Ecco, di quest’ultimo dettaglio vorrei dirvi: è il mio personale “dito di Dio”.
Ieri sera, domenica, ho deciso di andare a messa nella parrocchia più vicina, qui a Roma, col proposito di replicare ogni domenica successiva. Ma vi dico la verità: mi pesava, pigrizia e noia preventive cercavano di dissuadermi in ogni modo. Mi spiego meglio: non era la messa in sé che mi disturbava, ma quello a cui è stata ridotta. Già sapevo cosa mi aspettava: audio a tutto volume da rompere i timpani; schitarrate; canzonacce stonate; le deliranti innumerevoli generalissime megalomani “preghiere dei fedeli” che non credi trovino in paradiso qualcuno disposto ad ascoltare senza sbadigliare e men che meno ad accondiscendere; prediche logorroiche e sconclusionate, purtroppo anche sgrammaticate opera del solito prete straniero di passaggio, mentre la gente chatta sull’IP; squallore generale; sfilza di letture lette da laici senza un minimo di espressione, dizione, devozione, a cantilena come si fa alle elementari col sussidiario tanto che alla fine non capisci e non segui più niente; gente tutta in piedi quando si fa la consacrazione a una velocità supersonica sicché s’è fatto tardi dopo mezzora di predica. Insomma, le solite robe che sapete e infastidiscono voi pure.
Mi sono detto: «Signore, io a messa ci vado, ma non credere mi diverta e ne sia particolarmente edificato, lo faccio giusto per riguardo a te, avendoti dato la parola, ma per me resta un atto penitenziale». Con questo spirito, lento pede, mi sono recato per una volta puntuale in parrocchia: a Santa Maria Goretti. Un nome una garanzia, quella parrocchia!… ‘na volta e due che c’ero stato!… attacchi di bile ogni volta.
Appena ci sono entrato, ho pensato: “Tutto è rimasto tale e quale come l’avevo lasciato mesi fa: facciamoci coraggio!”. Poi ho pensato anche: “Per una volta sono in chiesa non per occuparmi del contesto e criticarlo, ma per me stesso e per Dio”.
Dio che sembra avermi proprio ascoltato questa volta, e m’ha dato il benvenuto con quella sua solita malcelata, raffinata, un po’ tagliente ironia che gli conosco.
Inizio della messa. Ok, c’era la chitarra e una voce un po’ stridula e troppo alta che cantava. Ma in aggiunta, stavolta, c’era anche l’organo: il risultato finale non era male e un che di solenne, per la prima volta, s’è diffuso in quel disadorno tempio. La gente non è tanta come le altre volte, è di meno: c’era una partita importante. In cambio, molti sono asiatici e latinoamericani.
Il prete è spagnoleggiante, dall’italiano incerto, è giovane e barbuto, ma sembra un buon prete, molto mite.
Questo mi colpisce, ed è la seconda sensazione strana: quelle solite preghiere liturgiche dell’introito, le stesse che ormai straccamente recitiamo mnemonicamente senza rifletterle e averlo mai fatto, stavolta io – ma ho la sensazione anche tutt’intorno – le recito gustandone ogni singola parola, e mi paiono bellissime, e lo faccio con una strana, gioiosa commozione, un singulto a ogni frase quasi. E tutto ciò mi meraviglia: le sento, le vivo. Ecco, in questo senso si “partecipa” alla liturgia, mi dico. Non mi sfibrano come le altre volte: ecco, mi dico, l’ironia di Dio, forse. O forse, mi dico, è perché per la prima volta sto partecipando “con un cuore nuovo”. Molte volte, in questi ultimi tempi, avevo domandato a Dio di strapparmi il cuore “di pietra” e di trapiantarmi un “cuore nuovo”: di carne.
SINO A SPERARE
CONTRO OGNI SPERANZA
311451_2563787264295_1575938301_nIniziano le letture dei fedeli, e ritorna l’ironia di Dio.
Prima lettura: una bella signora legge, e lo fa con una dizione perfetta, cinematografica e non mi sfugge nessuna parola, non mi distraggo. Una lettura fatta bene: un miracolo! Non finisce mica qui: un ragazzo esile si accosta all’ambone, e con le parole di Dio, inizia un canto biblico sublime. Che quasi mi ferisce dentro. Sono più attento e vivo che mai. Dio mi stava regalando momenti di bellezza, dopo essermi preventivamente lamentato dell’assenza di bellezza alla sua mensa: era il suo modo di ringraziarmi per aver accettato l’invito, da quel Dio gentile che è. E ironico.
Nel mentre, pensavo al Sinodo, a quel che si dice sui media, allo squallore che c’è fuori, agli scandali costruiti a tavolino, alla barca di Pietro sballottata grottescamente, senza rispetto sulle agenzie giornalistiche, come quel Cristo – ne vedo il suo volto, alle spalle del prete – ricoperto di ridicolo e sputi e beffe mentre il mondo lo processava avendo già deciso di condannarlo, lo vedo ridotto a una parodia di “re” con una corona di spine e un mantello rosso e buttato in pasto al pubblico ludibrio. Mentre «nessuno si è accorto che intorno a lui l’universo gli faceva infamia, e era una grande colata di sudore e amore», dirà di lui la poetessa pazza Alda Merini.
Ascolto con viva apprensione quella bella signora dalla bella dizione come mai s’era sentita dacché io ricordi. E mi pare il simbolo della chiarezza che Dio vuole stabilire in questo giorno fatale, su tale questione epocale, per la prima volta nella storia dell’uomo messa in dubbio, anzi negata con livore e saccenza: “Parola di Dio”, che ci parla ancora oggi, come agli ebrei del tempo, per bocca dei suoi oracoli, e dice:
Dopo che Dio aveva creato gli animali e lasciato all’uomo l’onere di dargli un nome, perché gli facessero compagnia, valutato che non ne ricavava grande aiuto…
Il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile» (…) Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: «Questa volta essa è carne dalla mia carnee e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta». Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.
Eppure queste qui sono parole che per tutta la nostra vita abbiamo sentito, ma oggi, oggi in questo tempio, in un silenzio assordante, assumono una potenza nuova, inaudita, che sgomenta, come a sentirle la prima volta. Perché Dio stesso, con poche parole, inequivocabilmente, abolisce tutte le ideologie del mondo, che, oggi, proprio oggi, stanno assaltando la sua Chiesa, penetrandola con una caparbietà subdola e spaventosa, aggredendola da fuori e soprattutto da dentro, sicché o implode o esplode. Sembrano quasi scandalose queste parole di Dio stesso, oggi, capaci di sfidare il mondo e persino di vincerlo contro ogni speranza.
“Rendiamo grazie a Dio”, veramente! Stavolta la risposta riturale alla lettura non è stata meccanica: era sentita… “ti ringrazio… grazie per averlo detto: non siamo soli!”. Speriamo contro ogni speranza.
POSSA IO VEDERE I MIEI FIGLI
E FIGLI DEI FIGLI
E quando sento cantare con grande potenza dal ragazzo esile all’ambone le parole di Dio nel salmo, sogno, sogno e agogno di essere premiato così come Dio promette a chi è fedele all’ordine delle cose da lui stabilito:
Ci benedica il Signore tutti i giorni della nostra vita.
Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene.  
La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla tua mensa.
 (…) Possa tu vedere i figli dei tuoi figli!
Mio Dio! C’è un’immagine più bella e desiderabile di questa? Sentite: “La tua sposa come vite feconda… i tuoi figli come virgulti d’ulivo”. E ti immagini i tuoi giovani forzuti figli venuti belli e forti intorno al tavolo di mezzogiorno dove c’è il tuo sudore che si è trasformato in loro nutrimento. Perché possano sperimentare essi stessi questa gioia e tu contemplare con orgoglio i figli dei tuoi figli. E questa bellezza struggente, virile e sensuale, cosa c’entra con le languidezze disgustose e flaccide che il mondo di questi giorni ci propone e vorrebbe imporre anche alla sposa di Cristo, la Chiesa, conciata come una femmina pubblica avanti negli anni e canzonata nella piazza del villaggio? La vite, la sposa, e i virgulti d’ulivo, i figli come benedizione di Dio, intorno alla mensa del padre loro: bellissimo! Cosa desiderare di più?
Bellissimo! Di una bellezza che fa vibrare d’improvviso tutte le vetrate della chiesa di Santa Maria Goretti, persino le mura sembrano scosse: mi pare di sentire fuori l’ira funesta del Demone devastato d’odio e d’invidia che s’abbatte sul santo edificio, vorrebbe all’istante irrompere con l’oscenità e la ribellione dei disperati in quel momento di sublime verità, profanandolo. Ma i vetri del tempio, ripieno di Spirito Santo come ossigeno nei polmoni, reggono ai colpi e non cedono, egli non vi irrompe. C’è una grande pace invece. E la mia commozione è sempre più grande: penso ai vetri e alle mura del Vaticano, e coltivo la stessa speranza. Anzi: in quel momento ci credo. Che almeno il Tempio di Pietro, laddove vigile dorme il suo sonno terreno l’Apostolo, sia preservato dall’attacco di Lucifero e delle sue legioni terrene e ultraterrene, dai suoi sacerdoti apostati.
COME ASCOLTARLO
PER LA PRIMA VOLTA
Nulla di nuovo sotto il sole: la feroce propaganda laicista ha preso di mira da sempre la santità del matrimonio cristiano, ridicolizzandolo
Nulla di nuovo sotto il sole: la feroce propaganda laicista ha preso di mira da sempre la santità del matrimonio cristiano, ridicolizzandolo e volendolo svincolare.
Poi è il momento del Vangelo. Il sacerdote con grande umiltà e modestia si appresta a leggerlo, e lo senti anche tu che lui pure, mai quanto oggi, sta sentendo quanto legge, e pur con la sua sobrietà quelle parole lo riempiono di fervore, come le stesse leggendo e pronunciando per la prima volta: gli confermano per voce del Messia direttamente qual è la via, e così deve sentirsi meno solo anche lui in questo mondo e in questa Chiesa, adesso. Ed è come se anche noi per la prima volta ci accorgessimo tutti che veramente quella “parola del Signore” è di Gesù, che davvero ha detto così:
… alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie (…)
Gesù disse loro: «(…) dall’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
Il silenzio è totale nell’edificio, per la prima volta non si sente tossire, non squillano cellulari, tutto resta immobile come sospeso: stanno davvero tutti ascoltando, e capisci che nello stesso momento, con un certo imbarazzo, paragonano automaticamente quelle parole di Lui, così chiare, con quante in libera uscita se ne sentono dalla televisione, da certi vescovi mondanizzati, sull’uomo e la donna, sul matrimonio, sul divorzio. “Ma davvero ha detto così Gesù!! Ma allora?…”, perché i suoi stessi sacerdoti lo smentiscono, lo censurano addirittura, lo liquidano con sufficienza? Che senso ha tutto questo? I loro pensieri meravigliati prendono quasi consistenza visibile librandosi nell’aria.
Le parole di Lui per mezzo del suo servo infatti assumono una inedita potenza, rombano nell’aria eppure… restano sommesse, ma implacabili, definitive, totali. Sento davvero la voce del Cristo, ne avverto la volontà immutabile, ma senza arroganza. E quasi mi viene da piangere. Di gioia.
PAROLA DEL SIGNORE, SCUSATE TANTO …
GiannelliIl prete si appresta a tenere la sua predica: ricorda a tutti che oggi si aprirà il sinodo sulla famiglia, e ripete le frasi forti di Dio: “uomo e donna… nessuno osi dividerli”. Lo fa con molto garbo, sommessamente, quasi a scusarsi, come  se…
…come si imbarazzasse di quanto sta scritto ed è il ribaltamento esatto del pensiero del mondo. O meglio: lo fa, si potrebbe dire, con un certo timore… paura ecco, paura del frastuono del mondo, della morte civile che è decretata per chi non si sdraia sulla linea, paura dello “scandalo”, tanto allo stato attuale risultano “eversive” quelle parole, e io stesso percepisco e probabilmente lui pure, il pericolo, il presentimento che qualcuno ormai ebbro degli inganni dello spirito del mondo qui e adesso tra l’assemblea dei fedeli balzi in piedi a ribellarsi, svillaneggiare il prete e gridare ai “tempi nuovi, nuova chiesa”, a respingere furioso le parole di Cristo stesso (del quale poco dopo si ciberà con indifferenza triturandolo tra i denti superbiosamente, ingoiando la sua condanna), quelle Sue parole che… che vuoi che siano rispetto a quelle dei tuttologi e degli opinionisti alla moda, laici e clericali, che imperano sui media, a cominciare da quelli cattolici ufficiali, compresi L’Avvenire e L’Osservatore che in questi giorni hanno persino inneggiato alle “moltitudini” di genti, come fosse l’esodo del popolo eletto, che domanderà di ripudiare moglie o marito… e tanti applausi: finalmente!, dicono ebbri di malignità… poter fornicare con la benedizione se non “di Dio”, della Chiesa. Satana si è vestito da prete, da vescovo e a tempo perso fa anche il giornalista “cattolico”.
Una cosa è certa: in questa domenica tutti hanno sentito con le loro orecchie, ora sanno inequivocabilmente qual è la volontà di Gesù. Da adesso in poi nessuno potrà congetturare: è il momento del libero arbitrio: o si sta con Lui o deliberatamente ci si mette contro di Lui. Lo stesso vale per il Sinodo. Benché molti vescovi si reputino immuni dalla volontà di Dio, ma non da quella di Scalfari.
GESÙ A BORDO CHE                                         
 FA FINTA DI DORMIRE

1560719_264638083695729_1640643154_nMentre ascolto e penso tutto questo,guardo le volte di questa mia chiesa di quartiere, che non ho mai amato e mai ho sentito come casa mia: ma stavolta no, mi sento in famiglia, le guardo queste volte, e mi sono infinitamente care. Sembrano le volte della pancia di una grande nave, perduta in mezzo all’oceano in tempesta.
E mi sento sulla barca di Pietro con Gesù a bordo che fa finta di dormire. E il mio panico si placa e muta in risata quando il Messia apre un occhio, mi squadra e dice, a bassa voce: “Non temere: ci sto qua io non vedi? Scciii … zitto, zitto … vediamo che fanno gli altri, e Pietro. Tu fa finta di niente”.
Nonostante tutto, mi sono detto, questa barca qui, sola nel mare magno della mondanità perduta, minacciata dai flutti e dalle falle, tormentata e sbatacchiata dalle tempeste, frenata e respinta da tutti i venti contrari, questa barca qui dentro la quale stasera ci sono anche io di nuovo, non solo non affonderà, ma continuerà ad andare, e finché la barca va… Tanto dopo la tempesta viene sempre il sereno.
Piccolo gregge, piccola Chiesa che, nonostante tutto, nonostante quel che dice la gente, percossa, ridicolizzata, svergognata e anche martirizzata ogni giorno di più come sei, continui a vivere, pulsare, a combattere per essere fedele a te stessa e al tuo Signore, alla sua Parola, contro tutto e tutti, apparentemente contro la stessa ragione. E lo fai con mitezza, submissa voce, un po’ triste, forse tremando un po’ di paura, ma in fondo serena. Sperando ogni giorno di più: che lo Sposo venga a salvare la sua Sposa: perché il mondo non separi ciò che Dio ha unito.
Insomma, avevo paura di annoiarmi a messa, oggi. Ma Dio, grato per la visita, ha montato tutto questo splendido spettacolo… mi verrebbe la tentazione di dire… “per me”. Non solo mi ha divertito: mi ha edificato. Ritornerò di certo domenica prossima.
p.s.
Un altro miracolo è successo oggi: alla Consacrazione, per la prima volta in questa parrocchia, ho visto che la grande maggioranza si è inginocchiata. Tutti fanno la comunione, specialmente le poche giovani ginocchia che non si sono piegate nemmeno alla consacrazione, tutti salvo io che sto in quarantena penitenziale e qualche altro derelitto. Massì, rido: è il popolo variopinto, confuso, incosciente e irresponsabile di Dio, che a quanto pare si sente la coscienza pulita. Beati loro, perché non sanno quel che fanno, e molto gli sarà perdonato. Io invece so, e devo starci attento se non voglio mangiare la mia condanna.
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