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sabato 12 ottobre 2013

A chi dobbiamo credere?

Lettera a Francesco I di una cattolica argentina che lo conosce molto bene: “A chi devo credere: al Vangelo, al Magistero, alla Tradizione o al Papa?” di Lucrecia Rego de Planas                                                 

10/10/2013



Carissimo Papa Francesco, sono tanto lieta di avere l’opportunità di salutarti. Sicuramente non ti ricorderai di me; vedendo così tante persone nuove ogni giorno deve essere difficile ricordare tutti, anche coloro con cui hai conversato e vissuto durante il lungo corso della tua vita.

Negli ultimi 12 anni, tu ed io, più volte ci siamo trovati in diversi incontri, riunioni della Chiesa e conferenze che hanno avuto luogo nelle città dell’America Centrale e Meridionale su temi diversi (la comunicazione, la catechesi, l’educazione). Durante questi incontri pastorali ho avuto la possibilità di vivere con te per tanti giorni, dormendo sotto lo stesso tetto, condividendo la stessa mensa e anche la stessa scrivania. Allora eri l’Arcivescovo di Buenos Aires e io il direttore di uno dei principali mezzi di comunicazione cattolici.

Adesso tu sei il Santo Padre e io... solo una madre, cristiana, sposata con un buon marito e nove figli, che insegna matematica presso l’Università e che cerca di collaborare meglio che può con la Chiesa, dal luogo in cui Dio l'ha posta.

In questi incontri di diversi anni fa, mi ricordo più di una volta ti sei rivolto a me dicendo:- “Ragazza, chiamami Jorge Mario, siamo amici”; io risposi spaventata: “Assolutamente no, signor Cardinale! Dio me ne scampi dal dare del tu a uno dei suoi principi sulla terra!”.

Ora però mi permetto di darti del tu, perché non sei più il card. Bergoglio, ma il Papa, il mio Papa, il dolce Cristo in terra, al quale ho la fiducia di rivolgermi come a mio padre.

Ho deciso di scriverti perché soffro e ho bisogno che tu mi consoli. Ti spiegherò cosa mi succede, cercando di essere il più breve possibile. So che ti piace confortare coloro che soffrono e ora anche io sono una di loro.

Quando ti ho conosciuto durante questi ritiri, quando eri ancora il cardinal Bergoglio, mi aveva colpito e lasciata perplessa il fatto che tu non hai mai agito come facevano gli altri cardinali e vescovi. Per fare alcuni esempi: tu eri l’unico lì che non si genufletteva davanti al Tabernacolo o durante la Consacrazione, se tutti i vescovi si presentavano con la sottana e il loro abito talare, perché così richiedevano le regole necessarie per la riunione, tu ti presentavi in completo da strada e collare clericale. Se tutti si sedevano sui posti riservati ai i vescovi e cardinali, tu lasciavi vuoto il posto del cardinale Bergoglio e ti sedevi più indietro, dicendo “qui sto bene, così mi sento più a mio agio”. Se altri arrivavano con una macchina che corrisponde alla dignità di un vescovo, tu arrivavi dopo gli altri, indaffarato e di fretta, raccontando ad alta voce i tuoi incontri nel trasporto pubblico scelto per venire alla riunione. Vedendo queste cose — mi vergogno nel raccontartelo — dicevo dentro di me: - “Uff ... che voglia di attirare l’attenzione! Perché, se si vuole essere veramente umile e semplice, non è forse meglio comportarsi come gli altri vescovi per passare inosservati?”. Anche alcuni miei amici argentini che hanno partecipato questi incontri, in qualche modo notavano la mia confusione, e mi dicevano: - “No, non sei la sola. A tutti noi sconcerta sempre, ma sappiamo che ha criteri chiari, e nei suoi discorsi mostra convinzioni e certezze sempre fedeli al Magistero e alla Tradizione della Chiesa, è un coraggioso fedele, difensore della retta dottrina... A quanto pare però ama essere amato da tutti e piacere a tutti. In tal senso potrebbe un giorno fare un discorso in TV contro l’aborto e il giorno dopo, nello stesso show televisivo, benedire le femministe pro-aborto in Plaza de Mayo; potrebbe fare un discorso meraviglioso contro i massoni e, ore dopo, mangiare e brindare con loro al Club Rotary Club”.

Mio caro Papa Francesco, è vero, questo fu il card. Bergoglio che ho conosciuto da vicino. Un giorno intento a chiacchierare animatamente con il vescovo Duarte Aguer sulla difesa della vita e della liturgia e lo stesso giorno, a cena, a chiacchierare sempre animatamente con Mons. Ysern e Mons. Rosa Chavez sulle comunità di base e i terribili ostacoli che rappresentano “gli insegnamenti dogmatici” della Chiesa. Un giorno amico del card. Card. Cipriani e del Card. Rodriguez Maradiaga a parlare di etica aziendale e contro le ideologie del New Age e poco dopo amico di Casaldáliga e Boff a parlare di lotta di classe e della “ricchezza” che le tecniche orientali potrebbero donare alla Chiesa.

Con queste premesse, comprenderai quanto enormemente ho sgranato gli occhi, quando ho sentito il tuo nome dopo l’“Habemus Papam” e da quel momento (prima che tu lo chiedessi) ho pregato per te e per la mia amata Chiesa. E non ho smesso di farlo per un solo giorno, da allora. Quando ti ho visto sul balcone, senza cotta, senza cappuccio, rompendo il protocollo di saluto e la lettura del testo latino, cercando con questo di differenziarti dal resto dei Papi nella storia, sorridendo, preoccupata, dissi tra me e me: “Sì, senza dubbio. Questo è il cardinale Bergoglio”. Nei giorni successivi alla tua elezione, mi hai dato diverse occasioni per confermare che sei la stessa persona che avevo conosciuto da vicino, sempre alla ricerca di una diversità: hai chiesto scarpe diverse, anello diverso, Croce diversa, sedia diversa e persino stanza e casa diverse dal resto dei Papi che sempre si erano accontentati umilmente delle cose previste, senza la necessità di cose “particolari”, apposta per loro. In quei giorni stavo cercando di recuperare dall’immenso dolore provato dalle dimissioni del mio amato e molto ammirato Papa Benedetto XVI, nel quale mi sono identificata fin dal principio per la chiarezza nei suoi insegnamenti (il miglior insegnante del mondo), per la sua fedeltà alla Liturgia, per il suo coraggio nel difendere la dottrina giusta fra i nemici della Chiesa e mille cose che non elencherò qui. Con lui al timone della barca di Pietro mi sentivo come se calpestassi la terra ferma. E con le sue dimissioni, ho sentito la terra sparire sotto i miei piedi; ma ho capito, i venti erano veramente tempestosi e il papato significava qualcosa di troppo agitato per la sua forza, ormai diminuita dall’età, nella terribile e violenta guerra culturale che stava sostenendo.
In quel momento mi sentivo come abbandonata in mezzo alla guerra, al terremoto, nel più feroce uragano, e improvvisamente tu sei venuto a sostituirlo al timone. Abbiamo un nuovo capitano, diamo grazia a Dio! Confidai pienamente (senza dubbio alcuno) che, con l’assistenza dello Spirito Santo, con la preghiera dei fedeli, con il peso della responsabilità, con l’assistenza del gruppo di lavoro in Vaticano e con la coscienza di essere osservato in tutto il mondo, Papa Francesco lasciasse alle spalle le cose speciali e le ambivalenze del card. Bergoglio e subito prendesse il comando dell’esercito e, con rinnovato vigore, continuasse il percorso di lotta che il suo predecessore aveva ingaggiato.

Purtroppo, con mia sorpresa e smarrimento, il mio nuovo generale, piuttosto che prendere le armi una volta arrivato, cominciò il suo mandato utilizzando il tempo del Papa per telefonare al suo parrucchiere, al suo dentista, al suo lattaio e al suo edicolante, attraendo sguardi sulla sua persona e non su assunti importanti per il Papato.

Sono passati sei mesi da allora e riconosco, con amore ed emozione, che hai fatto migliaia di cose buone. Mi piacciono molto (moltissimo) i tuoi discorsi formali (a politici, ginecologi, comunicatori, alla Giornata della Pace, etc.) e le tue omelie delle Solennità, perché in esse si vede una preparazione minuziosa e una profonda meditazione di ogni parola usata. Le tue parole, in questi discorsi e omelie, sono stati un vero e proprio cibo per il mio spirito. Mi piace molto che la gente ti ami e ti applauda. Tu sei il mio Papa, il Supremo Capo della mia Chiesa, la Chiesa di Cristo. Tuttavia – e questo è il motivo della mia lettera – devo dire che ho anche sofferto (e soffro), per molte tue parole, perché dici cose che sento come stoccate al basso ventre durante i miei continui tentativi di sincera fedeltà al Papa e al Magistero.

Mi sento triste, sì, ma la parola migliore per esprimere i miei sentimenti corrente è: perplessità. Non so cosa dire e cosa non dire, non so dove insistere e dove lasciar correre. Ho bisogno che tu mi orienti, caro Papa Francesco. Sto davvero soffrendo, e molto, per questa perplessità che mi immobilizza. Il mio grande problema è che ho dedicato gran parte della mia vita allo studio della Sacra Scrittura, della Tradizione e del Magistero, in modo da avere forti ragioni per difendere la mia fede. E ora, molte di queste solide basi sono in contraddizione con ciò che il mio amato Papa fa e dice. Sono scioccata e ho bisogno che tu mi dica cosa fare.

Mi spiegherò meglio, con alcuni esempi. Io non posso applaudire un Papa che non si genuflette davanti al Tabernacolo né durante la Consacrazione come insegna il rito della Messa; ma non posso criticarlo, perché è il Papa! Benedetto XVI ci ha chiesto nella Redemptionis Sacramentum che informassimo il vescovo di delle infedeltà e degli abusi liturgici a cui assistiamo. Ma... chi devo informare se il Papa stesso non rispetta la liturgia? Non so cosa fare. Disobbedisco alle indicazioni del nostro Papa emerito? Non posso sentirmi felice per aver eliminato l’uso della patena e degli inginocchiatoi per i comunicandi, e nemmeno mi può piacere che non ti abbassi mai a dare la comunione ai fedeli, che non chiami te stesso “il Papa”, ma solo “Vescovo di Roma” o che non usi l’anello piscatorio. Però non posso nemmeno lamentarmi, perché tu sei il Papa! Non mi sento orgogliosa che tu abbia lavato i piedi di una donna musulmana il Giovedì Santo, poiché è una violazione della legge liturgica, ma non posso emettere un pigolio, perché Tu sei il Papa, che rispetto e a cui debbo essere fedele! Mi ha fatto terribilmente male quando hai punito i Frati Francescani dell’Immacolata, perché celebravano la Santa Messa in rito antico con il permesso esplicito del tuo predecessore nella Summorum Pontificum. E punirli, significa andare contro gli insegnamenti dei Papi precedenti. Ma a chi posso comunicare il mio dolore, tu sei il Papa! Non sapevo cosa pensare o dire quando ti sei burlato pubblicamente di un gruppo che aveva detto per te dei rosari, chiamandoli “quelli che contano le preghiere”. Essendo i rosari una stupenda tradizione nella Chiesa, cosa debbo pensare io, se al mio Papa non piace e deride chi glieli offre? Ho tanti amici “pro-life” che pochi giorni fa hai molto rattristato chiamandoli “ossessionati ed ossessivi”. Cosa devo fare? Consolarli, addolcendo falsamente le tue parole o ferirli ancora di più, ripetendo quello che hai detto a loro, per voler essere fedele al Papa e ai suoi insegnamenti? Alla GMG chiedesti ai giovani di “fare casino per le strade”. La parola “casino”, per quanto ne so, è sinonimo di “disordine”, “caos”, “confusione”. Davvero questo è quello che si vuole che facciano i giovani cristiani nelle strade? Non ci sono già abbastanza confusione e disordine nel mondo? So di molte donne sole e anziane (zitelle), che sono molto allegre, simpatiche e generose e che davvero si sentirono degli scarti quando dicesti alle religiose che non dovevano avere la faccia da zitelle. Hai fatto sentire molto male le mie amiche e me; mi ha fatto male nell’anima per loro, perché non c’è nulla di male nell’essere rimaste sole e dedicar la vita alle buone opere (di fatto, la solitudine viene specificata come una vocazio-ne nel Catechismo). Cosa devo dire alle mie amiche “zitelle”? Che il Papa non parlava sul serio (cosa che non può fare un Papa) oppure che appoggio il Papa nel fatto che tutte le zitelle hanno una faccia da religiose amareggiate?

Un paio di settimane fa hai detto che “questo che stiamo vivendo è uno dei momenti migliori della Chiesa”. Come può dire questo un Papa quando tutti sappiamo che vi sono milioni di giovani cattolici che vivono in concubinato e altrettanti milioni di matrimoni cattolici dove si usano contraccettivi; quando il divorzio è “il nostro pane quotidiano” e milioni di madri cattoliche uccidono i loro figli non nati con l’aiuto di medici cattolici; quando vi sono milioni di imprenditori cattolici che non sono guidati dalla dottrina sociale della Chiesa, ma dall’ambizione e dall’avarizia; quando vi sono migliaia di sacerdoti che commettono abusi liturgici; quando vi sono centinaia di milioni di cattolici che mai hanno avuto un incontro con Cristo e non conoscono l’essenziale della dottrina; quando l’educazione e i governi sono in mano alla massoneria e l’economia mondiale in mano al sionismo? È questo il momento migliore della Chiesa? Quando lo hai detto, amato Papa, fui presa dal panico. Se il capitano non sta vedendo l’iceberg che abbiamo innanzi, è molto probabile che ci schianteremo contro di esso. Ci credi veramente o è solo un modo di dire caro Papa? Molti grandi predicatori si sono sentiti devastati al sapere che hai detto che ora non bisogna più parlare dei temi dei quali la Chiesa ha già parlato e che stanno scritti nel Catechismo.

Dimmi, caro Papa Francesco, cosa dobbiamo fare noi cristiani che vogliamo essere fedeli al Papa ed anche al Magistero e alla Tradizione? Smettiamo di predicare sebbene San Paolo ci abbia detto che bisogna farlo in ogni occasione? La finiamo con i predicatori coraggiosi, li forziamo al silenzio, mentre vezzeggiamo i peccatori e con dolcezza diciamo loro che, se possono e vogliono, leggano il Catechismo per sapere cosa dice la Chiesa? Ogni volta che parla dei “pastori con odore di pecore”, penso a tutti quei sacerdoti che si sono lasciati contaminare dalle cose del mondo e hanno perso il loro profumo sacerdotale per acquisire un certo odore di decomposizione. Io non voglio pastori con l’odore di pecora, ma pecore che non odorino di sterco, perché il loro pastore le cura e le mantiene sempre pulite. Qualche giorno addietro hai parlato della Vocazione di Matteo con queste parole: «Mi impressiona il gesto di Matteo. Si attacca al denaro, come dicendo: “No, non a me! Questo danaro è mio!”». Non si può evitare di comparare le tue caro Papa parole con il Vangelo (Mt, 9,9), contro quello che lo stesso Matteo dice della sua vocazione: “Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì». Non riesco a vedere dove sta l’attaccamento al denaro (nemmeno lo vedo nel quadro di Caravaggio).

Vedo due narrazioni distinte ed una esegesi sbagliata. A chi devo credere, al Vangelo o al Papa, se voglio essere fedele al Vangelo e al Papa? Quando hai parlato della donna che vive in concubinato dopo un divorzio e un aborto, dicesti “adesso vive in pace”. Mi domando: può vivere in pace una signora che si è volontariamente allontanata dalla grazia di Dio? I Papi precedenti, da San Pietro fino a Benedetto XVI, hanno detto che non è possibile incontrare la pace lontani da Dio, però Papa Francesco lo ha affermato. Su cosa mi debbo fondare, sul Magistero di sempre o su questa novità? Devo affermare, a partire da oggi, per essere fedele al Papa, che la pace si può incontrare in una vita di peccato? Poi hai buttato lì la domanda senza dare risposta su come deve comportarsi un confessore, come se volessi aprire il vaso di Pandora sapendo che ci sono centinaia di sacerdoti che erroneamente consigliano di continuare nel concubinato. Perché il mio Papa, il mio caro Papa, non ci ha detto in poche parole cosa si deve consigliare in casi come questo, invece di aprire il dubbio nei cuori sinceri?
Ho conosciuto il cardinale Bergoglio in modo quasi familiare e sono testimone fedele del fatto che sia un uomo intelligente, simpatico, spontaneo, molto spiritoso e molto acuto. Però non mi piace che la stampa stia pubblicando tutti i tuoi detti e le tue battute, perché non sei un parroco di paese; non sei l’arcivescovo di Buenos Aires; ora sei il Papa! E ogni parola che dici come Papa, acquista valore di magistero ordinario per molti di quelli che ti leggono e ti ascoltano. Ho già scritto troppo abusando del tuo tempo, mio buon Papa.

Con gli esempi che ti ho dato, (sebbene ve ne siano molti altri) credo di aver chiarito il dolore per l’incertezza e la perplessità che sto vivendo. Solo tu puoi aiutarmi. Ho bisogno di una guida che illumini i miei passi basando su quello che sempre ha detto la Chiesa, che parli con coraggio e chiarezza, che non offenda chi lavora per essere fedeli al mandato di Gesù; che dica “pane al pane, vino al vino”, “peccato” al peccato e “virtù” alla virtù, anche se con questo mette a rischio la sua popolarità. Ho bisogno della tua saggezza, della tua fermezza e chiarezza. Ti chiedo aiuto, per favore, perché sto soffrendo molto. So che Dio ti ha dotato di una intelligenza molto acuta, cosicché, cercando di consolarmi da sola, ho potuto immaginare che tutto quello che fai e dici è parte di una strategia per sconcertare il nemico, presentandoti davanti a lui con la bandiera bianca e ottenendo così che abbassi la guardia.

Ma mi piacerebbe che tu condividessi questa strategia con quelli che lottano al tuo fianco, perché, oltre che a sconcertare il nemico, stai sconcertando anche noi, che non sappiamo più dove sta il nostro quartier generale e dove si trova il fronte del nemico. Ti ringrazio ancora una volta per tutto il bene che hai fatto e quello che hai detto durante le solennità, quando hai pronunciato omelie e discorsi bellissimi, perché davvero ci sono serviti moltissimo. Le tue parole ci hanno animato e dato l’impulso ad amare di più, ad amare sempre, ad amare in modo migliore, a mostrare al mondo intero il volto amoroso di Gesù.

Ti mando un abbraccio filiale molto amorevole, mio caro Papa, con la certezza delle mie preghiere. Chiedo anche le tue, per me e per la tua famiglia, di cui allego una foto, perché tu possa pregare per noi, conoscendo il nostro viso. Tua figlia che ti ama e prega ogni giorno per te, 

Lucrecia Rego de Planas

Huixquilucan, Messico, 23 settembre 2013

Potete leggere il testo della lettera originale in spagnolo:

mercoledì 9 ottobre 2013

il papa a scalfari

OSSERVAZIONI SULL’INTERVISTA 

A “LA REPUBBLICA” 

DI PAPA FRANCESCO





Martedì 1° ottobre 2013 è uscita, sul quotidiano progressista “la Repubblica”, una lunga intervista al Papa felicemente regnante Francesco condotta dal fondatore e direttore emerito dello stesso giornale Eugenio Scalfari, già destinatario di una lettera aperta da parte dello stesso Papa; ciò che mi ha lasciato perplesso e mi ha spinto a riprendere in mano, dopo un po’ di tempo, la penna, non è stata, tanto, la modalità (l’Apostolo dice al suo discepolo San Tito di predicare opportune et importune, per quanto, solitamente, al Papa non si fanno interviste, non è certo un interlocutore qualsiasi), quanto, in alcune parti, il contenuto di quell’intervista, che proverò ora ad analizzare. Premetto fin da subito che sono un grande estimatore di questo Papa (e, soprattutto, e questo vale per la nuova categoria degli “scismatici ratzingeriani”, che il Papa adesso è lui), e che più volte l’ho difeso da chi, quasi papolatra sotto Benedetto XVI, è quasi approdato, con Francesco, al sedevacantismo, e continuerò certo a farlo; tuttavia, stavolta, non ho potuto fare a meno di esprimermi. Fin dall’inizio, giustamente, il Papa ribadisce che l’attuale preoccupante situazione politico-economica interessa anche la Chiesa, che “deve sentirsi responsabile sia delle anime sia dei corpi” (e qui possiamo anche ricordare un punto già espresso dal suo predecessore Benedetto XVI, secondo cui la crisi economica era originata prima di tutto da una crisi morale e di fede), poi, però, leggiamo che “ciascuno di noi ha una sua visione del Bene, e anche del Male” e che “dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene”; certo è vero, ciascuno di noi ha proprie idee sul Bene e sul Male, ma queste corrispondono, rispettivamente, a Dio (“bene infinito e nostra eterna felicità”, come diciamo, ogni mattina appena alzati e ogni sera prima di dormire, nell’Atto di Carità), e al malum vitandum? E l’“Amore per gli altri, come il nostro Signore l’ha predicato”, la Carità di cui leggiamo nell’Apostolo Paolo che si rivolge ai Corinzi, non è basato e fondato sulla Verità? E la Verità, non è Nostro Signore Gesù Cristo? “Comprendilo o anima, se lo puoi, che Dio è Verità” dice Sant’Agostino d’Ippona. Certamente “il Figlio di Dio si è Incarnato per infondere nell’anima degli uomini il sentimento della fratellanza” (uno dei tre “valori”, se così li possiamo chiamare, che l’illuminismo ha scippato, con un furto per niente sacro, al messaggio cristiano), ma della fratellanza in Lui (“Rimanete in Me, ed Io in voi”, come leggiamo nel Vangelo di San Giovanni), e giustamente dopo, Santità (mi permetterò, da adesso, qualora fosse possibile, di rivolgermi idealmente direttamente a Lei), Lei ribadisce questo concetto: “Seguite Me e troverete il Padre e sarete tutti Suoi figli e Lui si compiacerà in voi”. L’amore per il prossimo dev’essere la dimostrazione del nostro amore per Dio; come facciamo ad amare Dio che non vediamo, dice l’Apostolo Giovanni nelle sue Lettere, se non amiamo il prossimo che vediamo? Ma in tutto ciò, nell’insegnamento di Cristo e degli Apostoli, non c’è niente di “narcisista”, come dice Scalfari. Mi balza poi all’occhio, positivamente, una Sua bella frase: “I mistici…sono stati fondamentali. Una religione senza mistici è una filosofia.”; e, leggendola, mi viene in mente la Sua predicazione sulla Chiesa che non può diventare una ONG (e, anche qui, viene ripreso Benedetto XVI). E, leggendo dopo, mi viene anche da ridere e sorridere, quando, in mezzo ad un discorso riguardante la Grazia, a Scalfari che dice di non credere nell’anima, lei ribatte “Non ci crede, ma ce l’ha”! Quando però leggo la Sua descrizione di San Francesco (“Uomo che vuole fare, vuole costruire, fonda un Ordine e le sue regole, è itinerante e missionario, è poeta e profeta, è mistico, ha constatato su sé stesso il male e ne è uscito, ama la natura, gli animali, il filo d’erba del prato e gli uccelli che volano in cielo, ma soprattutto ama le persone, i bambini, i vecchi, le donne”), il Patrono del Suo Pontificato, e, per quello che può valere, uno dei miei Santi preferiti, rimango però perplesso: è vero, il Poverello fu e fece tutto questo, ma perché? Perché fece una grande esperienza di Dio, e amò e mise al centro Dio; perché non parlarne, Santità? Come si potrebbe, del resto, riuscire a spiegare in termini solamente umani e materiali un’esperienza immensa come quella di San Francesco d’Assisi? Leggo poi che l’obiettivo della Chiesa è “l’ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della disperazione, della speranza … ridare speranza ai giovani, aiutare i vecchi, aprire verso il futuro, diffondere l’amore.”; certo, un cristiano (anzi, un cattolico, perché noi cattolici apparteniamo, anche se non per i nostri meriti, o per il nostro vanto personale, alla Cattolica, l’unica Chiesa che Cristo ha fondato), deve ascoltare e aiutare il proprio prossimo, e diffondere attorno a sé l’amore (come diceva di sé Santa Teresina di Lisieux), ma l’amore di cui abbiamo fatto esperienza e che, per come possibile, dobbiamo comunicare anche al nostro prossimo (Charitas Christi urget nos, dice l’Apostolo Paolo sempre ai Corinzi), non è un semplice sentimento mondano, ma è l’Amore (Deus Charitas est, dice l’Apostolo Giovanni), è Cristo stesso! E Cristo, l’Uomo-Dio, è insieme Amore e Verità, ed Amore e Verità concorrono a formare la Carità, la virtù cristiana somma. E arriviamo ad un punto davvero dolente: “Il Vaticano II…decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna.”; non citerò i Suoi grandi predecessori San Pio X o Pio XII, né parlerò del Concilio Ecumenico Vaticano II, che, in sé stesso o nella sua interpretazione, ha causato grandi cambiamenti (i più dei quali dannosi), e su cui ci sarebbe molto da discutere, ma, per come potrò, mi rivolgerò a Lei, Santità: Lei, giustamente, critica la “cultura dello scarto” (e come non ricordare gli appelli del Beato Giovanni Paolo II contro la “cultura della morte” e di Papa Benedetto XVI contro la “dittatura del relativismo”?); ma come si fa, poi, ad invocare un’“apertura alla cultura moderna”, che proprio sul relativismo, e sullo scarto dei più deboli (in primis i bambini e i poveri), è fondata? Come si fa a dialogare (ma dialogare e basta, o dialogare per riuscire a portare meglio Cristo?) con quel mondo moderno che vuole più di ogni altra cosa la riduzione della Chiesa Cattolica (la sola in cui si può trovare la Misericordia, che è Cristo stesso, come magnificamente e giustamente ribadito in una Sua udienza) ad una mera ONG? O anche, come si fa, giustamente, a stigmatizzare più avanti la disoccupazione giovanile e l’assenza di cure e compagnie per le persone anziane, quando lo stesso giornale cui ha rilasciato l’intervista è da sempre uno dei più grandi sponsor del liberismo economico (che tra le sue vittime ha in primis proprio noi giovani, sacrificati sull’altare del profitto senza limiti) e del relativismo etico, anche, tra le altre cose, in materia di eutanasia (le cui prime vittime, oltre ai malati, sono proprio gli anziani)? Un altro punto che mi ha colpito è stato quando Lei ha parlato di un “inizio di quella Chiesa con un’organizzazione non soltanto verticistica ma anche orizzontale”: Santità, ma una Chiesa non dovrebbe essere “verticale”, con lo sguardo verso le “cose di lassù”? Chi è che vuole una Chiesa “orizzontale”, Nostro Signore Gesù Cristo, che l’ha fondata, o i Suoi nemici (e se dobbiamo pregare per i nostri nemici e amarli, vuol dire, però, che ci sono), di ieri e di oggi? E, certamente, il temporalismo o il carrierismo sono sempre un rischio e un pericolo, da cui Nostro Signore ci mette in guardia, ma nella Chiesa c’è sempre stato solo questo aspetto? 

Mi è invece piaciuto il punto, quasi alla fine, in cui Lei sprona, anche con decisione, il Suo interlocutore e gli chiede in cosa crede, e gli dice che i valori umanistici (“onestà, ricerca, visione del bene comune”) non sono una risposta che si attende, e, alla sua risposta (“Io credo nell’Essere, cioè nel tessuto dal quale sorgono le forme, gli Enti”) gli risponde: “Io credo in Dio. Non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio. E credo in Gesù Cristo, Sua Incarnazione. Gesù è il mio Maestro e il mio Pastore, ma Dio, il Padre, Abbà, è la Luce e il Creatore. Questo è il mio Essere.” Questa frase (“Non esiste un Dio cattolico”) ha suscitato alcune polemiche, ma, per come l’ho capita, proverò a spiegarla e interpretarla così: non esiste una concezione di Dio propria della Chiesa Cattolica (come fosse una qualsiasi filosofia), ma esiste un solo Dio, la Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo; Piergiorgio Odifreddi, noto ateista militante che scrive anche su “la Repubblica” ha rimproverato Lei, Santità, dopo la lettera che aveva mandato ad Eugenio Scalfari, di essere un semplice parroco e non un filosofo, e di aver inteso Dio solamente come Santissima Trinità e Fede solamente come virtù teologale: e io ammetto di essere contento di ciò! E, francamente, se è così, non ci vedo nessuna “apertura” o nessun “dialoghismo” o “teologismo” inutile, ma semplicemente quello che dovrebbe fare e dire sempre il Papa. Arrivati alla fine di questa intervista (ci sarà un seguito? Dalla frase finale del Papa sembra essere aperto uno spiraglio in tal senso), che cosa mi sento di dire? Non è stata la mostruosità che, complici anche alcune affermazioni allarmate di amici, avevo temuto, e anzi, nonostante certi riduzionismi propri dei media (e, in primis, di “la Repubblica” stessa), è molto più complessa di quanto avessi pensato; non posso dire che non mi sia piaciuta, ma non posso neanche dire che mi abbia colpito, o commosso, e mi chiedo quindi: perché? A che pro? Non critico tanto, come detto, la modalità (l’intervista, o, come faceva Benedetto XVI, la pubblicazione di libri, per quanto in entrambi i casi sia difficile collocare magisterialmente questi atti), e non giudico certo l’intenzione del Papa (come detto prima, il Vangelo va proclamato opportune et importune, e il dialogo con uno degli intellettuali più laicisti, fondatore e direttore emerito di uno dei quotidiani più laicisti d’Italia, può rientrare benissimo tra le cose importune!), quello che mi chiedo è: cosa rimarrà di questi atti, e come potranno essere usati con finalità evangelizzatrici? E non c’è il rischio di equivoci, fraintendimenti, strumentalizzazioni, confusioni? Strumentalizzazioni, da parte di “la Repubblica”, che, nei fatti, fece una guerra sistematica a Papa Benedetto XVI, e non si può certo definire una buona lettura cattolica o un’amica della Chiesa; equivoci e confusioni, da parte dei lettori medi del quotidiano (non certo filo-cattolici, anzi) e, soprattutto, da parte dei semplici fedeli. Ecco, io temo soprattutto questo: io, che ho comunque studiato e fatto certe letture, sono stato subito in grado, credo, di dare un’interpretazione e un significato ortodosso e cattolico alle affermazioni del Papa (ma, certo, non sono mancati né domande né punti problematici), ma chi non ha la mia, comunque non eccelsa, cultura, come farà? Credo che le vecchiette che dicono ogni giorno il Rosario, o i semplici fedeli che magari non sanno niente di “questione francescana” o di “ermeneutica della continuità”, siano infinitamente migliori di me, e molto più vicini al Paradiso di me, ma non è che magari questi atti, anche se fatti in buona fede, e complici anche le distorsioni e le malignità dei media, genereranno confusione in loro? Loro, i poveri e i piccoli (e nei Vangeli la povertà e la piccolezza non è solo materiale, ma anche spirituale), che sono il tesoro della Chiesa, e che sono amati particolarmente da Cristo. Come dicevo sopra, a me questo Papa piace: leggere, al mattino, la sintesi delle sue omelie e delle sue catechesi è una delle prime cose che faccio (e anche se non sono i lavori raffinati del Suo amato predecessore Benedetto XVI, che leggevo con immenso piacere e che mi mancano, mi piacciono e mi edificano); mi piace soprattutto quando parla della Divina Misericordia (e la Divina Misericordia è stata una delle prime devozioni che incontrai quando mi riavvicinai alla Chiesa, e da allora non l’ho più lasciata) e quando dà semplici ma efficaci consigli e spunti. L’ho difeso e lo difenderò da certi cattolici che, in realtà, mia opinione personale, sembrano più dei sepolcri imbiancati farisei o dei lugubri congregazionalisti puritani del XVII secolo, sempre pronti a sputare sentenze e a criticare, qualsiasi cosa dica o faccia, senza un minimo di prudenza o carità, gli stessi che, magari, sotto Benedetto XVI, erano più lealisti e papisti di lui. Io non conosco certo i piani della Divina Provvidenza (“I Miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre Vie non sono le mie vie”, leggiamo nel Profeta Isaia), ma so bene che Dio è sovrano della storia e regge con saggezza il mondo e soprattutto la Sua Chiesa: forse, dopo Benedetto XVI, era venuto il momento di un Papa come Francesco; è certo ancora molto presto per giudicare il suo regno (sì, perché il Papa regna), ma credo che potrà essere un buon pontificato: molti si interessano a quanto dice e fa il Papa e ci sono anche dei riavvicinamenti alla Chiesa (certo, per entrambe le cose sarà solo il tempo a stabilire la verità e la solidità di ciò), anche amici non credenti o non praticanti si sono interessati a lui e lo ascoltano (e spero che le sue parole potranno fargli cambiare idea sulla Chiesa e sui Sacramenti e farli avvicinare e tornare, e prego perché ciò avvenga), e un caro amico che sta attraversando un periodo di difficoltà personale, e per cui prego sempre, mi ha detto che trova conforto ed edificazione dalle sue parole; per come posso, io cerco di vedere in ciò il tocco di Dio, e spero che sia così. Nel finale di questo mio pezzo torno a rivolgermi a Lei, Santità, da umile figlio della Chiesa, e, tra questi, da ultimo arrivato: faccia attenzione! Io credo che Lei voglia il bene della Chiesa, e con l’aiuto di Dio lo farà, ma confesso che, a volte, non ne capisco il modo. Purtroppo non tutti quelli che La vogliono sentire o incontrare La ascoltano perché è il Papa e perché vuole il bene della Chiesa, anzi, e purtroppo non sempre i Suoi gesti vengono capiti bene dai fedeli cattolici (di cui Lei è il Padre), o vengono rispettati per quello che sono dai nemici della Chiesa, che sanno essere non solo spietati persecutori, ma, anche, abili adulatori. Io La amo, L’ascolto e La difendo, come ho amato, ascoltato e difeso i Suoi predecessori e come amerò, ascolterò e difenderò i Suoi successori, e pregherò sempre per Lei (la mia prima Ave Maria, nelle mie preghiere, è sempre per il Papa, e la seconda per la Chiesa tutta), ma non posso tacitare la mia coscienza se vedo qualcosa che mi lascia perplesso o mi preoccupa, e non posso che rinnovare il mio augurio: faccia attenzione! Per come posso, io pregherò sempre per Lei. Questa intervista è uscita il 1° ottobre, il giorno in cui si festeggia la Protezione della Madre di Dio e il primo giorno del mese mariano di ottobre, dedicato al Santo Rosario: che la Madre di Dio, Madre della Chiesa e Regina degli Apostoli, preghi per Lei e custodisca la Chiesa tutta; e che San Francesco d’Assisi, Suo Patrono e Suo modello, nel mese che gli è dedicato, ripari sempre la Chiesa, come gli aveva chiesto Nostro Signore nella Chiesa di San Damiano! 

Oremus pro Pontifice nostro Francisco: Dominus conservet Eum, et vivificet Eum, et beatum faciat Eum in terra, e non tradat Eum in animam inimicorum Ejus.

Roberto De Albentiis