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venerdì 3 gennaio 2014

S. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

SACRA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE 



Lettera circolare 
ai Presidenti delle Conferenze Episcopali 
circa alcune sentenze ed errori 
insorgenti

sull’interpretazione dei decreti 
del Concilio Vaticano II
Giacché il Concilio Ecumenico Vaticano II, da poco felicemente concluso, ha promulgato sapientissimi Documenti, sia in materia dottrinale sia in materia disciplinare, allo scopo di promuovere efficacemente la vita della chiesa, a rutto il popolo di Dio incombe il grave dovere di impegnarsi con ogni sforzò alla attuazione di quanto, sotto l’influsso dello Spirito Santo, è stato solennemente proposto o decretato da quella universale assemblea di vescovi presieduta dal sommo pontefice.  Spetta alla Gerarchia il diritto e il dovere di vigilare, guidare e promuovere il movimento di rinnovamento iniziato dal Concilio, in maniera che i Documenti e i Decreti conciliari siano rettamente interpretati e vengano attuati con la più assoluta fedeltà al loro valore ed al loro spirito. Questa dottrina, infatti, deve essere difesa dai Vescovi, giacché essi, con a Capo Pietro, hanno il mandato di insegnare con autorità. Lodevolmente molti Pastori hanno già cominciato a spiegare come si conviene la dottrina del Concilio.  Tuttavia bisogna confessare con dolore che da varie parti son pervenute notizie infauste circa abusi che vanno prendendo piede nell’interpretare la dottrina conciliare, come pure di alcune opinioni peregrine ed audaci qua e là insorgenti, con non piccolo turbamento di molti fedeli. Sono degni di lode gli studi e gli sforzi per investigare più profondamente la verità, distinguendo onestamente tra ciò che è materia di fede e ciò che è opinabile; ma dai documenti esaminati da questa Sacra Congregazione risulta trattarsi di non poche affermazioni, le quali oltrepassando facilmente i limiti dell’ipotesi o della semplice opinione, sembrano toccare in certa misura lo stesso dogma ed i fondamenti della fede.  Conviene, a titolo di esempio, accennare ad alcune di tali opinioni ed errori, così come risultano dai rapporti di persone competenti e da scritti pubblicati. 
  1. In primo luogo circa la stessa Sacra Rivelazione: ci sono alcuni, infatti, che ricorrono alla Sacra Scrittura lasciando deliberatamene da parte la Tradizione, ma poi restringono l’ambito e la forza della ispirazione biblica e dell’inerranza, né hanno una giusta nozione del valore dei testi storici.
     
  2. Per quanto riguarda la dottrina della fede, viene affermato che le formule dogmatiche sono soggette all’evoluzione storica al punto che anche lo stesso loro significato oggettivo è suscettibile di mutazione.
     
  3. Il Magistero ordinario della Chiesa, particolarmente quello del Romano Pontefice, è talvolta così negletto e sminuito, fino a venir relegato quasi nella sfera delle libere opinioni.
  4. Alcuni quasi non riconoscono una verità oggettiva assoluta, stabile ed immutabile, e tutto sottopongono ad un certo relativismo, col pretesto che ogni verità segue necessariamente il ritmo evolutivo della coscienza e della storia.
     
  5. La stessa Persona adorabile di Nostro Signore Gesù Cristo è chiamata in causa, quando, nell’elaborazione della dottrina cristologia, si adoperano, circa la natura e la persona, concetti difficilmente conciliabili con le definizioni dogmatiche. Serpeggia un certo umanesimo cristologico che riduce Cristo alla condizione di un semplice uomo, il quale un po’ per volta acquistò la consapevolezza della sua filiazione divina. Il suo concepimento verginale, i miracoli, la stessa Risurrezione vengono ammessi solo a parale, ma vengono ridotti al puro ordine naturale.
     
  6. Similmente nella teologia sacramentaria alcuni elementi o vengono ignorati o non sono tenuti nel debito conto, specialmente per quanto riguarda l’Eucaristia. Circa la presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino non mancano alcuni che ne parlano inclinando ad un esagerato simbolismo, quasi che, in forza della transustanziazione, il pane e il vino non si mutassero in Corpo e Sangue di N.S. Gesù Cristo, ma fossero semplicemente trasferiti ad una determinata significazione. Ci sono alcuni che, a proposito della Messa, insistono troppo sul concetto di agape a scapito del concetto di Sacrificio.
  7. Alcuni vorrebbero spiegare il Sacramento della Penitenza come un mezzo di riconciliazione con la Chiesa, non esprimendo sufficientemente il concetto di riconciliazione con Dio offeso. Affermano pure che nella celebrazione di questo Sacramento non è necessaria l’accusa personale dei peccati, sforzandosi di esprimere unicamente la funzione sociale della riconciliazione con la Chiesa.
     
  8. Né mancano alcuni che o non tengono in debito conto la dottrina del Concilio Tridentino circa il peccato originale, o la spiegano in modo che la colpa originale di Adamo e la trasmissione del suo peccato ne restano perlomeno offuscate.
     
  9. Né minori sono gli errori che si vanno propagando nel campo della teologia morale. Non pochi, infatti, osano rigettare il criterio oggettivo di moralità; altri non ammettono la legge naturale, affermando invece la legittimità della cosiddetta etica della situazione. Opinioni deleterie vanno propagandosi circa la moralità e la responsabilità in materia sessuale e matrimoniale. 
  10. A quanto s’è detto bisogna aggiungere alcune parole circa l’ecumenismo. La Sede Apostolica loda, indubbiamente, coloro che nello spirito del Decreto conciliare sull’ecumenismo promuovono iniziative destinate a favorire la carità verso i fratelli separati e ad attirarli all’unità della Chiesa; ma si duole del fatto che non mancano alcuni i quali, interpretando a modo proprio il Decreto conciliare, propugnano un’azione ecumenica tale da offendere la verità circa l’unità della fede e della Chiesa, favorendo un pernicioso irenismo e un indifferentismo del tutto alieno dalla mente del Concilio. 
Questi pericolosi errori, diffusi quale in un luogo quale in un altro, sono stati sommariamente raccolti in sintesi in questa Lettera agli Ordinari di luogo, affinché ciascuno, secondo la sua funzione ed il suo ufficio, si sforzi di sradicarli o di prevenirli.  Questo Sacro Dicastero prega vivamente i medesimi Ordinari, riuniti in Conferenze Episcopali, di farne oggetto di trattazione e di riferirne opportunamente alla Santa Sede inviando i propri pareri prima del Natale dell’anno in corso.  Gli Ordinari e quanti altri ai quali per giusta causa essi riterranno opportuno mostrare questa Lettera, la custodiscano sotto stretto segreto, giacché una evidente ragione di prudenza ne sconsiglia la pubblicazione.  
Roma, 24 luglio 1966. A. Card. Ottaviani

giovedì 31 ottobre 2013

un mondo in rovina

 Tenere le posizioni e restare in piedi in un mondo di rovine

di Enrico Maria Romano

Che la società italiana (ed europea) di questo scorcio di XXI secolo sia profondamente malata è diventata una di quelle asserzioni certe e ovvie le quali, seppur facenti parte della contingenza storica, si impongono di fatto come fossero verità di fede o di ragione. La crisi economica non c’entra nulla.Anzi, proprio una “decrescita” del consumismo e del profitto, così come un superamento della logica mercantile del capitalismo, potrebbero costituire delle parziali e benefiche vie di uscita dal male abnorme che ci circonda e che non è nelle cose materiali come tali, ma nella brama di possesso delle stesse, ovvero nella vita vissuta all’insegna della comodità, dell’edonismo e del benessere fisico.

La malattia fondamentale della modernità tardiva che stiamo vivendo sta, essenzialmente, nella perdita della tradizione intesa anzitutto come patrimonio di valori, di “miti” e di assiomi che hanno fatto grandi, nei secoli, le nazioni e gli antichi popoli d’Europa. Ma quali sono questi valori-miti-assiomi di cui sopra? Ebbene, eccone un campione, un po’ alla rinfusa: il valore catartico del sacrificio e del dolore, l’amore inconcusso della patria e della propria famiglia, la fedeltà assoluta alla parola data e alla promessa fatta, il comune senso del pudore, la superiorità della saggezza dell’anziano rispetto al dinamismo del giovane, la impari dignità tra uomini e bestie, il primato dello studio intellettuale sulle pur stimabili attività manuali, l’apprezzamento speciale per la vita religiosa di frati, suore, monaci e monache. Se questi punti si sono evaporati o sono comunque svaniti nel nulla, ciò non è senza conseguenze drammatiche. Faccio notare che questi sopraelencati valori erano (e sono) accessibili a tutti, al di là del grado di scolarizzazione raggiunto e non hanno nulla a che vedere con certo elitismo culturale-estetico messo in mostra da alcuni. Si rileggano i valori posti a cardine della tradizione oggi perduta: nessuno di essi richiede la laurea in lettere classiche o titoli di presunta nobiltà (gli stessi indotti contadini di un tempo avevano stima del professore, mostrandosi in ciò più filosofi di quegli intellettuali di oggi che stimano maggiormente la cura del corpo che quella dell’anima); tutti quei valori perduti e da ristabilire però, richiedono buon cuore e buona volontà, ma anche un supporto sociale che è completamente svanito nel nulla, e non a partire dalla Rivoluzione francese, come a volte si dice, ma solo dal secondo dopoguerra. Infatti nel periodo che va dalla fine del ‘700 alla metà del ‘900 quei valori, giudicati assiologici dal sottoscritto, erano largamente condivisi dai popoli europei, non ultimo il già glorioso a vario titolo, popolo italiano.

Se vi era – e certamente vi era! – un maggior senso della famiglia nell’ambiente social-comunista degli anni ’50 e ’60 del Novecento, malgrado il dichiarato progetto marxista-rivoluzionario di cancellazione della famiglia stessa (cf. K. Marx, Ideologia tedesca), di quanto ne abbiano mediamente i giovani di oggi, né comunisti né purtroppo anti-comunisti, è segno che vi è stato in parallelo un quasi mutamento antropologico di fondo, destinato a portare al collasso ogni istituzione civile e pubblica. Che oggi si parli impunemente e senza rabbrividire di “diritti dei gay”, prediligendo una categoria sociale a tutte le altre categorie possibili all’interno del corpo sociale (come i postini, i calvi, gli zingari, i romanisti o i panettieri), questo è un segno ulteriore chevi è stata una perdita del senso della civiltà, oltre ogni limite di umana decenza.Inutile citare ancora le allarmanti statistiche disponibili, basta andare con occhio meticoloso sul sito dell’Istat o di analoghi enti, per verificare il crollo della famiglia, della morale, dell’educazione e della religione. Questi crolli evidentemente sono strettamente correlati: al crollo della famiglia per esempio (causata da divorzio e separazione, o anche dai matrimoni senza Dio), farà seguito quasi sempre la perdita della buona educazione nei giovani, così come la perdita della fede in un ventenne è quasi sempre accompagnata dal rifiuto pratico/teorico della morale naturale e cristiana.

L’ottimismo di Papa Francesco ha fatto credere a molti cattolici che i problemi sociali ed ecclesiali, pur gravi, siano quasi scomparsi e che il Papa creda che la società e la Chiesa stessa siano vicine alla soluzione dei problemi stessi. Ma non è così. D’altra parte, il Papa non può contraddire i suoi immediati predecessori, e sia Paolo VI che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno detto, con viva preoccupazione, che il “fumo di Satana” (nella Chiesa), “l’apostasia silenziosa” (in Europa) e  la “dittatura del relativismo” (nel mondo intero), erano e sono dei mali tremendi e tremendamente diffusi, da cui forse solo l’aiuto dall’alto ci potrà liberare. A questo punto però che fare? Stanti così le cose, come agire per risollevare la situazione della società? A volte si dice, e non è sbagliato (ma rischia di essere vago): farsi santi e questo basterà. Fosse così facile, oggi, farsi santi! E poi alcuni fanno consistere la santità in una vita meramente devota e pia, con molta religiosità, messe, rosari e stop. Mentre si prepara l’apocalisse, anzi durante l’apocalisse in atto, ci si mette a dire il santo Rosario e chi s’è visto, s’è visto! Sarebbe meglio, secondo me, senza omettere il Rosario di cui sopra, cercare nel nostro piccolo ambiente sociale e familiare, di riprodurre quella società umana e cristiana, che a livello pubblico stiamo rapidissimamente perdendo (o abbiamo perso già al 90%). Chiaro o no?

Nelle amicizie, nel lavoro, nelle parrocchie e nei gruppi che frequentiamo cercare di portare avanti questa duplice linea guida: da un lato denunciare apertamente i mali del tempo senza timori di sorta, avendo soltanto la cautela di non terrorizzare i pusilli, di non fare un danno maggiore e di essere graduali ed elastici come lo fu lo stesso Cristo nel proclamare la sua divinità e nel fondare la sua Chiesa. Lui che tutto poteva, attese i tempi di Dio e non partì con l’evangelizzazione a 18 anni, sbandierando la sua divinità, facendo portenti su richiesta e scomunicando a destra e a manca. Ci vuole una certa pedagogia e un certo savoir faire nel descrivere la realtà terrifica che ci sta davanti. Se dico ai bambini che lo Stato italiano per pura ideologia ammazza nei suoi ospedali migliaia di bambini all’anno (cosa verissima dall’approvazione della 194), forse rischio di scandalizzarli un po’, dunque è meglio andarci piano, senza mai negare la verità, pur abominevole che sia. D’altra parte, è d’uopo cercare con vivo impegno e forte zelo di avere quella carità, quella dolcezza, quella pazienza, quell’apertura di cuore e di mente che si dovrebbe avere nella società cristiana la quale, se è severa nei valori e non concede nulla a Satana e ai suoi accoliti, è altresì forgiata dalla buone maniere (e non dal manierismo borghese!), dalla dolcezza del tratto, dalla bontà e dall’elevatezza dei costumi come ci hanno insegnato innumerevoli santi.

Se nelle nostre famiglie cattoliche, unite e armoniose, si respirerà quell’atmosfera evangelica che ha reso immortale la cristianità italiana, e se tante famiglie si uniranno per quanto possibile tra loro, non senza l’aiuto di oasi spirituali sacerdotali e religiose, allora potremo sperare di invertire il corso, per nulla predeterminato, della storia e della politica. Senza fare come gli statunitensi amish e vivere separati dal resto del mondo definito impuro e decadente, potremo “separarci” dall’immondo mondo di oggi, grazie alla vita virtuosa che condurremo, se ne abbiamo la volontà. Vita virtuosa che è resa facile ed accessibile proprio dalla costituzione di piccole cristianità, sparse ma legate tra loro da vincoli di amicizia e di fraternità.Non bisogna indietreggiare nelle idee e negli ideali, ma senza la costituzione di centri di resistenza e di contrattacco, sarebbe difficilissimo non essere contagiati dai numerosi virus della modernità tardiva, tendenzialmente morta e mortifera. La famiglia cattolica deve essere oggi un baluardo: famiglia sana e forte, di buona cultura (se possibile) e ben educata, allegra e gioviale ( riso fa buon sangue e chi è triste pecca…), combattiva e pia, intransigente nei principi e misericordiosa colle anime sbandate dal nemico comune.

Questo potrebbe essere un piccolo programma di vita per tutti gli amici del blog e un buon proposito per cercare di restare in piedi in un mondo in rovina.

giovedì 17 ottobre 2013

pastorale o verità?

Appunti per una riflessione sul linguaggio della Chiesa



di Stefano Fontana e Riccardo Cascioli
Caro Direttore,

mi sembra che dal suo editoriale di ieri emergano indirettamente due grandi temi ai quali la Chiesa oggi non può sottrarsi, quello del linguaggio che adopera e quello dei media che usa. Vorrei soffermarmi brevemente sul primo.

Se io amo una persona e voglio tessere con lei una relazione, non posso prescindere dal dirle la verità. Viceversa non sarebbe né una relazione d’amore né una relazione. E’ anche vero, però, che se io mi pongo come primo obiettivo quello di agganciarla, di instaurare un rapporto, se le riversassi addosso tutta la verità finirei per impedire il rapporto stesso. Ho esemplificato così, in modo piuttosto rozzo, il grande problema del rapporto tra dottrina e pastorale.

L’ansia pastorale conduce a dare la precedenza all’instaurazione del rapporto. E’ come se stessi facendo un tratto di strada insieme ad un amico e la cosa che più mi interessasse fosse mantenere questa relazione con lui. In questo caso userei un linguaggio particolare, narrativo e non enunciativo, dialogante e non definitorio. Gli direi solo alcune cose e non tutte, perché per dirgli le altre ci sarà tempo, se il rapporto si mantiene.

In fin dei conti, ed esprimendomi ancora in modo molto rozzo, questo ha fatto il Concilio Vaticano II. Suo interesse era agganciare l’uomo contemporaneo e stabilire con lui una relazione. Per questo ha assunto un linguaggio nuovo, narrativo ed esistenziale, non ha preteso di esprimere tutta la dottrina della Chiesa e ha messo al primo posto non le questioni dottrinali ma le sfide pastorali.

E’ evidente che questa impostazione ha anche i suoi rischi. Il linguaggio non è mai cosa neutra. Tu credi di usarlo ed invece è esso che usa te. Adoperare nuove parole comporta anche esprimere nuovi concetti. La priorità data alla pastorale produce anche cambiamenti dottrinali. Se decido di non dire tutta la dottrina, per non precludermi già in partenza il rapporto con l’interlocutore, quali parti sceglierò? E questa scelta non ha delle ripercussioni sull’insieme del messaggio trasmesso? Il Vaticano II, infatti, voleva essere pastorale, ma è stato anche dottrinale, anche se non dogmatico. E nei suoi testi ci sono delle “discontinuità” non solo di linguaggio ma dottrinali, anche se si tratta di discontinuità “apparenti”, quindi dentro la permanenza dei principi, come ha detto Benedetto XVI.

Se io, per non pregiudicare il contatto con l’altro, seleziono le cose da dirgli, o gli dico solo quelle che lui vuole sentirsi dire, oppure adopero un linguaggio impreciso ed sfumato, accadrà che la pastorale rifarà la dottrina e, in certi casi estremi, che essa stessa si farà dottrina. Se un tempo si andava dalla dottrina alla pastorale, in modo forse eccessivamente applicativo, oggi si corre il rischio di affidare alla pastorale compiti dottrinali che non le sono propri. Si finisce anche per non vedere la pastoralità della dottrina. Gli epistemologi dicono che non c’è niente di più pratico che una buona teoria. Fatte le debite distinzioni, ciò vale anche per il cristianesimo.

Ci sono infatti due teorie in proposito. Secondo una di queste la pastorale viene dopo la dottrina. “Ogni elemento pratico si radica in uno teoretico e lo presuppone” (Joseph Pieper) in quanto il vero è la misura dell’agire. Secondo l’altra, accade il contrario: la pastorale non è meramente applicativa ma è essa stessa dottrina, perché la verità non esiste che in una relazione contestualizzata. Questa mi sembra essere la posizione di Rahner, che suscita però diverse perplessità. Poi, naturalmente, ci sono varie posizioni intermedie.

Si può porre la questione anche nel modo seguente. Non si può – si dice – instaurare una relazione cristiana se prima non si è stabilita una relazione umana. Però è anche vero che da una relazione solo umana non si arriverà mai per aggiunta o per innesto ad una relazione cristiana. Il cristiano non è l’uomo più qualcos’altro. Il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe non è il Dio dei filosofi più qualcos’altro. Come potrebbe questo qualcos’altro essere significativo, e non solo decorativo, semplicemente aggiungendosi? O c’è fin dall’inizio, dal primo sguardo e dalla prima parola, o non c’è più nemmeno in seguito. Nei gesti e nelle parole di un Santo c’è tutta la pastorale perché c’è anche tutta la dottrina.

Ritengo necessaria una riflessione ulteriore sul linguaggio che la Chiesa adopera, perché le questioni relative alle parole non sono mai solo questioni grammaticali.

Stefano Fontana

Caro Fontana,
le sue osservazioni sono preziose perché nel sottolineare la necessaria unità della persona, mettono in rilievo tutto il limite di certe interpretazioni molto interessate agli interventi di papa Francesco. Infatti in molti propongono un dualismo di fatto tra dottrina e pastorale, tra dottrina e accoglienza dell'altro (come se peraltro l'accoglienza non fosse anch'essa parte della dottrina). Ma un conto è condannare un uso della dottrina e del Magistero analogo al modo in cui i farisei trattavano la Legge (ed è questo che mi pare il Papa faccia) e un conto pretendere di dimenticare la dottrina nel momento in cui si incontrano i cosiddetti lontani. Sarebbe come voler guidare l'auto mettendo da parte il Codice della Strada. Non è che lo ripeteremo tutto a ogni incrocio o segnale che incontriamo, ma il Codice deve comunque esserci ben presente in testa per poter agire nel modo corretto nella singola circostanza. L'alternativa è guidare come un pazzo e provocare incidenti irreparabili.
Non dobbiamo poi dimenticare che se il Cristianesimo è una vita, la dottrina non è anzitutto un corpo di leggi e prescrizioni a cui obbedire, ma i criteri che indirizzano il mio agire e mi portano a vivere pienamente il mistero di Cristo. E' ciò che mi pare intendesse papa Francesco ad Assisi lo scorso 4 ottobre, quando ai giovani sottolineava la necessità della testimonianza: con la vita e, solo se necessario con le parole, come diceva San Francesco di Assisi.

Riccardo Cascioli

domenica 21 aprile 2013

la Verità vi farà liberi

Comunione senza fede comune?

 
Nell'ottica del modernismo la fede non è più da trasmettere, è da adattare. È così che la si modulerà, la si definirà la si trasformerà perché diventi gradevole alla mondanità. Non è più l'uomo che si lascia modellare dalla fede, è la dottrina che si trasforma per adattarsi ai desideri dell'Uomo "moderno".


Non possiamo prescindere dalla Chiesa-visibile. Ed è chiaro che la nostra "comunione" non può che essere quella creata dal Signore e non dalle volontà umane, cioè quella dei "Suoi" in Lui. Riprendo qui le parole di Juan de San Mattia: "Il concetto di obbedienza - e dunque quello della comunione -, va visto alla luce della tradizione e non va vissuto infantilmente sulla scia dell'imitazione". Riconoscere l'autorità, implica anche la comunione. E tuttavia "dire: questo comportamento è in conflitto con la tradizione e quindi io mi riservo di non assecondarlo in coscienza e magari criticarlo, è cosa da persone ubbidienti in modo saggio. Tutto bisogna vagliare in questi tempi di crisi". Ovviamente quando questo comportamento non impegna l'infallibilità, cosa che il ricorso indiscriminato alla 'pastorale' sembra aver escluso da tempo. E questo resta il nostro discrimine che implica: resistere quando è necessario e pregare, partendo sempre dalla nostra conversione e fedeltà ... 
Una delle grandi preoccupazioni dei cattolici sentimentali - o liberali - è di sapersi "in comunione". È un presupposto elementare, direbbero alcuni, ad ogni cattolico essere in comunione col Papa e con la Chiesa intera.

Però quanto spesso in molti utilizziamo un termine che acquista un significato diverso e la parola "comunione" nel suo concetto è un esempio della rivoluzione teologica moderna: alcuni teologi progressisti vi vedono il nodo centrale della nuova ecclesiologia.

Il Concilio ha voluto mettere l'Uomo al centro delle sue preoccupazioni, al centro della Chiesa, al centro della liturgia. Dio è causa e fine di ogni cosa, mentre la Chiesa è il mezzo che Dio dà all'umanità per realizzare la sua salvezza affidandole il deposito della Fede, Fede necessaria per la salvezza. Questo è il solo e unico scopo della Chiesa: trasmettere la Fede.

Tutte le leggi, tutte le strutture, tutte le decisioni della Chiesa sono al servizio di questo unico scopo: donare la fede. Qui prende senso il ruolo del Papa, come servo dei servi di Dio, Papa che non detiene un'autorità ordinata per se stessa, ma per la salvaguardia del patrimonio ricevuto.
Ed è qui tutto il senso della "comunione della Chiesa", i battezzati che condividono una stessa fede e le grazie che ne scaturiscono.
L'appartenenza alla Chiesa non è che conseguenza data dal Battesimo, e da questa appartenenza traiamo il grande beneficio della Comunione dei santi, magnifica realtà dell'economia della salvezza che permette questa grande carità tra i membri della Chiesa.
L'ottica del modernismo è tutt'altra. La fede non è più da trasmettere, è da adattare. È così che la si modulerà, la si definirà la si trasformerà perché diventi ammissibile per coloro che non la condividono. Non è più l'uomo che si lascia modellare dalla fede, è la dottrina che si trasforma per adattarsi ai desideri dell'Uomo "moderno".
Diventa allora difficile parlare di unità quando le credenze divergono. Quale avvenire per la Chiesa garante di questa unità nella fede? Si è introdotto il concetto di "comunione", della "chiesa comunione", in cui l'appartenenza ad una struttura ecclesiale diviene la causa di appartenenza alla Chiesa e non più la conseguenza.
È così che la rivoluzione progressista si è imposta: sotto copertura dell'autorità, sotto copertura dell' importanza della "comunione", si è assistito ai deliri più stravaganti.

Quid della fede? Questo non è più l'oggetto. Qualunque sia l'argomento, vi si ritorcerà che bisogna "essere in comunione". È così che la "comunione" si fa senza il presupposto della condivisione della stessa fede.

È importante essere in comunione con la Chiesa? Tutto dipende dal senso dato a questa parola.

Se comunione per voi significa adesione alla fede cattolica piena e intera senza intralci, senza ambiguità, senza alterazioni, con la sottomissione della vostra volontà e della vostra intelligenza al dono di Dio ricevuto al momento del Battesimo, allora di fatto la questione non si pone più perché voi siete in piena comunione con la Chiesa militante, purgante e gloriosa, siete nella Comunione dei santi.

Se comunione per voi significa riconoscimento visibile che ha come oggetto primario essere riconosciuti in una struttura mettendo in secondo piano il deposito della fede, accettandone all'occorrenza qualche ostacolo, ambiguità o alterazione, il vostro spirito si è già lasciato corrompere dal veleno.

mercoledì 17 aprile 2013

liturgia

Relazione indissolubile tra la liturgia e la Gerusalemme celeste (Benedetto XVI)



«Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura» (Eb 13,14). Questa citazione dalla Lettera agli Ebrei, si potrebbe porre come motto della vita di Erik Peterson. […] Il punto di partenza di questo cammino è il carattere vincolante della Sacra Scrittura. Secondo Peterson, la Sacra Scrittura diventa ed è vincolante non in quanto tale, essa non sta solo in se stessa, ma nell’ermeneutica della Tradizione apostolica, che, a sua volta, si concretizza nella successione apostolica e così la Chiesa mantiene la Scrittura in un’attualità viva e contemporaneamente la interpreta. Attraverso i Vescovi, che si trovano nella successione apostolica, la testimonianza della Scrittura rimane viva nella Chiesa e costituisce il fondamento per le convinzioni di fede permanentemente valide della Chiesa, che incontriamo innanzitutto nel credo e nel dogma. Tali convinzioni si dispiegano continuamente nella liturgia quale spazio vissuto della Chiesa per la lode di Dio. L’Ufficio divino celebrato sulla terra si trova, quindi, in una relazione indissolubile con la Gerusalemme celeste: là è offerto a Dio e all’Agnello il vero ed eterno sacrifico di lode, di cui la celebrazione terrena è solamente immagine. Chi partecipa alla Santa Messa si ferma quasi alla soglia della sfera celeste, dalla quale contempla il culto che si compie tra gli Angeli e i Santi. In qualsiasi luogo in cui la Chiesa terrestre intona la sua lode eucaristica, essa si unisce a questa festosa assemblea celeste, nella quale, nei Santi, è già arrivata una parte di se stessa, e dà speranza a quanti sono ancora in cammino su questa terra verso il compimento eterno.
 
[Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al Simposio internazionale su Erik Peterson, del 25-10-2010]

domenica 7 aprile 2013

non praevalebunt?

Il colpo di grazia alla Chiesa Cattolica?



Continua, purtroppo, la disputa rigorosamente mediatica sulle recenti vicende della evoluzione (o involuzione?) del Papato, che non possono non suscitare interrogativi finanche nelle persone indifferenti distratte e lontane. Figuriamoci nei credenti più attenti, che passano dalla sorpresa allo sconcerto, allo sgomento.Oggi leggiamo su Il Foglio, un articolo dal titolo Se il Papa regni o no, che riporta la risposta alle dichiarazioni di Roberto De Mattei: Il Sommo Pontefice prima di essere un uomo è un’istituzione, da parte del teologo Andrea Grillo, docente presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo.

È un dato secondario l’iniziale confutazione ad uno storico di fare il teologo, perché De Mattei non ha parlato solo dalla sua autorevolezza di storico ma da credente. E la teologia non può non essere il linguaggio del credente che esprime concetti basati su una lettura sapienziale di eventi che toccano le fibre più profonde e più fondanti della Fede professata che lo anima e forgia la sua spiritualità e quindi anche il suo essere-nel-mondo (ma non del mondo).
 
L’affermazione davvero significativa, e francamente allarmante del “teologo” Grillo è, invece, la seguente, incastonata nella conclusione dell’articolo:
Grillo, che di mestiere [il 'mestiere' non garantisce l'infallibilità -ndR] studia ciò che è più vivo del mistero cristiano, la liturgia, sostiene che “quello che cambia oggi con Papa Francesco non è il personaggio ma l’istituzione”. Proprio questo spaventa De Mattei e i suoi amici che, dopo l’ipoteca lanciata sul pontificato di Ratzinger (il quale peraltro li ha spiazzati con la sua rinuncia), temono il peggio. “Invece questo è ciò che dobbiamo accogliere docilmente come novità dello Spirito, non irrigidendoci su modelli che nel passato hanno giocato un ruolo importante ma che da almeno un secolo meritano di essere adeguatamente e pacatamente riformati”.
Intanto cominciamo col distinguere tra teologo e teologo: non è scontato che un teologo, cioè colui che approfondisce lo studio sulla fede e sulle cose sacre e lo esprime, sia sempre inserito nell’alveo della teologia nutrita dal Magistero perenne e non corra il rischio di scadere in discorsi spuri e svianti. 
 
Nell’affermazione citata noto che il termine “riforma”, dagli echi infaustamente sinistri, appare ormai definitivamente sdoganato e intronizzato nella vulgata della cultura egemone in luogo dell’apparentemente innocuo roncalliano  aggiornamento e degli altri eufemismi tipo ermeneutica della continuità, usati nell’ultimo cinquantennio per addormentare i cuori e le coscienze dei credenti. Salvo poi scoprire che si tratta della “riforma nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa…” (famoso discorso alla Curia del 22 dicembre 2005), di stampo prettamente storicista, che sostituisce l’oggetto-Rivelazione, che la Chiesa incarna e trasferisce in ogni epoca fino alla fine dei tempi.

A questo punto si impone una domanda, in seguito ad una riflessione già fatta qui: Il primato petrino e
i segni dei tempi. Un papa che rifiuti consapevolmente e volutamente di fare il Papa, nel senso di non esercitare nella sua pienezza l’alta funzione assegnatagli dal Signore che contestualmente fonda la Sua Chiesa, dove la sta portando? La vera Chiesa può essere spogliata e snaturata in questo modo? Possibile che non ci sia un cardinale, un vescovo, un sacerdote che dia delle indicazioni cattoliche? È davvero così prematuro farlo?

Noi non ci fermiamo al sentimentalismo ed alla superficialità della demagogia o alla moda del tempo. Vogliamo una Chiesa docente da una cattedra perenne da parte di maestri reggitori e santificatori (il triplice munus sacerdotale, appunto) e non da guitti protagonisti di rappresentazioni sceniche di segno pauperistico e in definitiva profanatorio, così come rifuggiamo da ogni estetismo fine a se stesso.
La profanazione delle cose sacre potrà continuare senza avere effetti devastanti? La dissoluzione che riscontriamo nella politica e nel resto-del-mondo non ha forse le sue radici nei risvolti metafisici e corrispondenti ripercussioni sulla realtà di quanto accade nella Chiesa? A che prezzo dunque si potrà continuare su questa china di “fatti compiuti” senza spiegazioni – peraltro dovute ai credenti – da parte di chi li compie?
Se dei credenti hanno ravvisato una profanazione = trasferimento in luogo-non-consacrato di cose che appartengono al fanum = luogo consacrato, anzi al suo Sancta Sanctorum (mi riferisco alla Lavanda dei piedi - [vedi anche]), possono essi contentarsi delle giustificazioni demagogiche di un Ufficio-stampa tarato sulle aspettative del mondo nonché su alcune sbrigative parole apodittiche senza alcun supporto teologico da parte del Papa?
 
Concludo col messaggio di un lettore che ritengo focalizzi il problema che ci si pone e che mette in questione un primo tentativo di riscontro alle perplessità qui espresse con le prediche che appaiono molto cattoliche del nuovo Papa.
Purtroppo non posso parlare con cognizione di causa, ma vi propongo, anche per verificarla, un’ipotesi che mi pare non venga considerata.
Qualcuno, ha detto che la società sudamericana è meno secolarizzata di quella europea e che lì il problema del cattolicesimo sono piuttosto i famosi “lupi famelici”, le denominazioni protestanti di stampo pentecostale che gli sottraggono fedeli – e nelle quali immagino che i concetti di peccato, diavolo ecc. siano piuttosto frequentati.
Se è così, probabilmente in America latina parlare di queste cose è meno inusuale e “fuori moda” che da noi. Che Francesco lo faccia quindi potrebbe non essere indice di retta dottrina, ma, unito a tutto quello che sappiamo, potrebbe integrare un quadro di dottrina distorta in un modo diverso da come siamo abituati qui in Europa. Non è detto che non ci sia comunque qualcosa di positivo, ma forse non tanto positivo quanto può sembrare.
Occorre semplicemente una verifica che alle belle parole non seguano fatti e atti divergenti.  ( fonte: chiesaepostconcilio.it)

lunedì 4 febbraio 2013

cattolicesimo

La rana nella pentola e i principi "non negoziabili"

IL CORRIERE DELLA SERA CUOCE A FUOCO LENTO I CATTOLICI SUI PRINCIPI NON NEGOZIABILI

 

Parlamentarizzando il dibattito e spacchettando i temi etici, la rana cattolica bollirà senza nemmeno accorgersene
di Mario Palmaro
Ci sono articoli che rivelano un mondo. Il pezzo scritto da Pierluigi Battista sul Corriere della Sera del 18 gennaio dovrebbe essere letto
e meditato nei sacri palazzi, nelle curie, nelle parrocchie e nelle case dei cattolici. Perché in quell'articolo il mite Battista ha riassunto in modo esemplare la ricetta con la quale il mondo sta cucinando a fuoco lento i cattolici.
Un piccolo capolavoro, lucidissimo, che descrive la nostra fine. Una fine del tutto simile all'apologo della rana e dell'acqua bollente: se tu getti il proverbiale rospo in una pentola caldissima, lui salta subito fuori; ma se ce lo metti e poi accendi il fuoco lento, la poveretta si farà bollire senza battere ciglio.
I nemici della Chiesa – a proposito: nel mondo esistono nemici della Chiesa, ricordiamocelo – i nemici della Chiesa hanno capito che fucilazioni, ghigliottine, corda e sapone, torture, genocidi, lager,
gulag, massacri di monache e di frati, dopo i primi innegabili vantaggi, producono però martiri e rinvigoriscono quella fede tanto odiata. Allora bisogna cambiare sistema: bisogna bollire le rane cattoliche a fuoco lento. Bisogna affidare il compito a istituzioni democratiche e liberali, a organismi che lavorano per la pace e per l'unità europea, a leader tecnico-politici che la domenica vanno a Messa, che ripetono ogni cinque minuti "valori, valori!" e che quindi sono di sicuro delle "brave persone" e non conoscono nemmeno vagamente dove stia di casa la massoneria.
Insomma: la rana cattolica non si accorge che la temperatura nella pentola piano piano sale, e così alla fine si ritrova bollita senza fare un plisset. Ma dicevamo dell'articolo di Pierluigi Battista, vero capolavoro di questa strategia.
Battista in sostanza dice: i principi non negoziabili sono una colossale scocciatura, perché ostacolano la modernizzazione e l'europeizzazione della vecchia Italia cattolica e papista. I poteri forti e paramassonici vogliono fare del Bel Paese una landa glaciale e disumana del tutto simile alle efficienti e pulitissime nazioni luterane dell'Europa del Nord, dove i treni sono in orario, gli ospedali funzionano, tutti pagano le tasse, il venerdì sera ci si ubriaca ma a turno – così uno guida sobrio l'auto per tornare a casa e i suicidi aumentano a vista d'occhio nella disperazione di una vita senza senso soprannaturale.
Scrive infatti il Battista: "La politica, anche su temi così delicati, dovrebbe saper negoziare e trovare utili compromessi. Se invece si perpetua la logica dei «valori non negoziabili» e dell'oltranzismo ideologico non si arriva a nulla. O si continua all'infinito nel vaniloquio". Dunque, chi parla di questi principi – ad esempio Bendetto XVI – alimenta il vaniloquio.
La soluzione? Due mosse. La prima: "spacchettiamo" i temi non negoziabili – propone il saggio e moderato Battista – nel senso di separare alcuni temi "davvero non negoziabili da altri in cui il compromesso è possibile e accettabile". La seconda: "Parlamentarizzare il dibattito intorno ai temi eticamente sensibili". Nella pentola della nostra rana cattolica, la temperatura comincia lentamente a salire.
E come si deve fare questo spacchettamento? Qui il ragionamento di Battista si fa perfidamente sottile: l'editorialista del Corriere della Sera distingue infatti "ciò che riguarda la vita" – come ad esempio aborto e fecondazione artificiale – dalla questione caldissima dei matrimoni gay. Sul primo gruppo di questioni Battista scrive – bontà sua – che i cattolici "hanno tutto il diritto non solo di votare a favore di leggi che considerano contrarie alla loro coscienza, ma anche di ingaggiare una battaglia culturale e politica per impedire politiche che a loro giudizio violano la sacralità della vita".
Dopo la carota, arriva però la bastonata, e i toni diventano improvvisamente duri e minacciosi: "Ma che c'entra con il valore «non negoziabile» della vita una guerra cieca e a oltranza contro il riconoscimento delle unioni di fatto, eterosessuali e soprattutto dello stesso sesso. Una legge ragionevole, che salvaguardi i diritti fondamentali degli omosessuali, che dia riconoscimento giuridico alle unioni tra individui dello stesso sesso, attiene a una sfera diversa da quella che si combatte sull'arena dei valori non negoziabili".
Nella pentola, la rana cattolica comincia a sentire caldo. Il disegno tratteggiato dal ragionamento di Battista è sottile e banale nello stesso tempo: mostrarsi conciliante sugli argomenti (aborto e figli in provetta) nei quali i cattolici hanno ormai perduto, e dove le leggi ingiuste sono inesorabilmente consolidate; e chiedere un atteggiamento di compromesso e di resa proprio su quei temi – le nozze gay – dove  ancora la sconfitta non si è consumata. Geniale. Diabolico.
Dal tono dell'articolo si capisce anche che il mondo attribuisce a questa faccenda dello sdoganamento legale e simbolico del sesso omosessuale un'importanza fondamentale. E che ogni tentativo di ostacolare questo disegno sarà spazzato via senza alcuna pietà. I cattolici sono avvertiti: se si ostinano a pensare e a dire che ci sono rapporti secondo natura e rapporti contro natura, la reazione del sistema europeista e mondialista sarà terribile. E guai a chi pensa di promettere agli elettori che, se governerà, si opporrà alla deriva "gaia" del diritto: che peste lo colga.
Ovviamente, nel ragionamento di Pierluigi Battista i principi non negoziabili sono tenuti nella stessa stima delle credenze più irrazionali di una tribù animista dell'Africa nera: duemila anni di tradizione filosofica, di dottrina politica e morale razionalmente argomentata, la legge naturale di Agostino d'Ippona e Tommaso d'Aquino, Tommaso Moro e Carlo d'Asburgo sono tutte cose graziosamente gettate nell'inceneritore laico-progressista. Essere contro l'aborto, o peggio contro i matrimoni fra persone dello stesso sesso, è il frutto di pulsioni irrazionali che possono (per ora) sopravvivere all'interno del recinto religioso. Nella vita pubblica, dove brilla il sole della ragione illuminista e rivoluzionaria, ogni persona di buon senso "deve" sapere che le nozze gay sono una cosa ragionevolissima. E se non lo capisce, lo si rieduca con i mass media, e se serve anche con la magistratura democratica.
Il destino della rana cattolica sembra dunque segnato. Oltretutto, a portare l'acqua in ebollizione non ci si mettono soltanto i laici come Pier Luigi Battista. Ma la cottura viene favorita anche dal clamoroso disordine dottrinale che regna nell'accampamento cattolico. Non c'è un solo consiglio pastorale, o una parrocchia, o un gruppo di catechisti, nel quale sia chiaro a tutti – e accettato da tutti – che cosa siano i principi non negoziabili e quali siano i loro precisi contenuti. Tanto è vero che quando il "cattolico" di provenienza oratoriana si candida in politica, dopo cinque minuti ha già "scaricato" la dottrina della Chiesa, che ignora.
Umanamente parlando, il progetto del Corrierone, dell'Unione Europea, dei rivoluzionari progressisti e conservatori (da Holland a Cameron) sembra cosa fatta, e la rana cattolica è a un passo dalla cottura. Per fortuna rimane quella cosettina che sembra da nulla, ignota a Pier Luigi Battista e a non pochi cattolici adulti, e che si chiama Provvidenza.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana, 21/01/2013

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