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giovedì 12 dicembre 2013

verso l' apostasia? motus in fine velocior

Le profezie della Emmerick 

sulla rovina della chiesa

e la parresìa di un cardinale 

sulla chiesa a un passo 

dall’apostasia


"Siamo poveri, umiliati. E’ una chiesa scoraggiata”. 

DI MATTIA ROSSI

Chissà se Giovanni Paolo II, nel 2004, avrebbe mai immaginato che un giorno neanche troppo lontano la monaca tedesca che si accingeva a beatificare sarebbe divenuta di grande attualità? Sono passati solamente 9 anni da quel 3 ottobre del 2004 quando, il grande Papa polacco, il più grande “canonizzatore” della storia della chiesa, elevò agli onori degli altari Anna Katharina Emmerick, monaca agostiniana tedesca vissuta tra il 1774 e il 1824, proclamandola beata. La Emmerick, nata da una famiglia di origini contadine, viene venerata dalla chiesa universale per le sue doti mistiche e di veggente. Grazie alle sue visioni tramandateci è stata dissotterrata, vicino a Efeso, la casa che, secondo gli archeologi, avrebbe ospitato Maria e Giovanni in seguito alla morte di Gesù. I diari “La dolorosa Passione del Nostro Signore Gesù Cristo” rivelano alcuni particolari inediti relativi alla morte di Gesù.

Ma tra le visioni della monaca tedesca hanno spazio anche alcune profezie apocalittiche sul destino della chiesa. Innanzitutto, Katharina Emmerick fu, credo, la prima ad aver previsto alcuni aspetti della futura riforma liturgica: “La Messa era breve. Il Vangelo di san Giovanni non veniva letto alla fine”. Ma ciò che salta immediatamente all’occhio, è la sua previsione di un tempo futuro di coesistenza di due papi: “Vidi anche il rapporto tra i due papi … Vidi quanto sarebbero state nefaste le conseguenze di questa falsa chiesa. L’ho veduta aumentare di dimensioni; eretici di ogni tipo venivano nella città (di Roma). Il clero locale diventava tiepido, e vidi una grande oscurità” (13 maggio 1820).
La chiesa che va formandosi, nella profezia emmerickiana, è una chiesa “falsa”, dalla dottrina corrotta (più avanti dirà protestantizzata) e dall’infestazione di un clero “tiepido”. Ma tutto questo non impedì alla chiesa di “aumentare di dimensioni”.
Anche il cambio di dimora e la clausura di quello che oggi è il Papa emerito sarebbero stati preannunciati: “Vedo il Santo Padre in grande angoscia. Egli vive in un palazzo diverso da quello di prima e vi ammette solo un numero limitato di amici a lui vicini. Temo che il Santo Padre soffrirà molte altre prove prima di morire. Vedo che la falsa chiesa delle tenebre sta facendo progressi, e vedo la tremenda influenza che essa ha sulla gente” (10 agosto 1820). Anche qui, ancora una volta, è la popolarità e l’influenza della nuova chiesa a preoccupare la beata.

Ecco, poi, la profezia sulla protestantizzazione della chiesa cattolica: “Poi vidi che tutto ciò che riguardava il protestantesimo stava prendendo gradualmente il sopravvento e la religione cattolica stava precipitando in una completa decadenza. La maggior parte dei sacerdoti erano attratti dalle dottrine seducenti ma false di giovani insegnanti, e tutti loro contribuivano all’opera di distruzione. In quei giorni, la Fede cadrà molto in basso, e sarà preservata solo in alcuni posti, in poche case e in poche famiglie che Dio ha protetto dai disastri e dalle guerre” (1820). E ancora, sempre sulla “chiesa grande”: “Vidi che molti pastori si erano fatti coinvolgere in idee che erano pericolose per la chiesa. Stavano costruendo una chiesa grande, strana, e stravagante”. Ma questa profezia non si ferma qui, preannuncia anche la dottrina che, dagli anni postconciliari, guida gran parte della pastorale ecclesiastica, quella dell’ecumenismo e della libertà religiosa: “Tutti dovevano essere ammessi in essa per essere uniti e avere uguali diritti: evangelici, cattolici e sette di ogni denominazione. Così doveva essere la nuova chiesa … Ma Dio aveva altri progetti” (22 aprile 1823).
“Ma Dio aveva altri progetti”. Progetti dei quali, naturalmente, ognuno di noi è all’oscuro: nessuno, infatti, è in grado di dire se, come e quanto le profezie della beata Emmerick siano attuali o, addirittura, si stiano avverando. Di certo, però, stupisce la consonanza con molti aspetti, più o meno oscuri, della chiesa di oggi.

tratto da: IL FOGLIO QUOTIDIANO


Martedì 10 dicembre, nel Duomo di Milano, il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna dal 1995, ha incontrato i sacerdoti e i collaboratori laici della diocesi ambrosiana. Invitato dal cardinale Angelo Scola, che ha introdotto il prelato austriaco ricordandone il ricco curriculum, Schönborn ha parlato della sfida dell’evangelizzazione nei contesti metropolitani attraversati da grandi cambiamenti. Tra i temi toccati, le difficoltà generate dalla crisi culturale e sociale, i gravi problemi ecclesiali, la ridefinizione dell’identità del prete nel mondo contemporaneo. In serata, poi, l’arcivescovo di Vienna ha incontrato in cattedrale i laici degli organismi ecclesiali e i principali collaboratori dell’azione pastorale. Si tratta del primo di due appuntamenti che vedranno pastori di chiese locali confrontarsi con la situazione della diocesi di Milano, la più grande d’Europa. Il 26 febbraio 2014 sarà la volta del cardinale Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila.

Di seguito pubblichiamo il discorso che il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, ha tenuto martedì in Duomo a Milano, sul tema “la chiesa nella società secolarizzata”. (Testo non rivisto dall’autore)
Vorrei che questo incontro fosse uno scambio di testimonianza, ma anche di riflessione teologica sulla nostra missione nel mondo di oggi. Comincio con un breve accenno alla diocesi di Vienna, dove siamo solo poco più di un milione di fedeli. La decrescita dei cattolici a Vienna è drammatica. Siamo ormai sotto il quaranta per cento, e tra non molto arriveremo al trenta per cento. E questo per tre ragioni fondamentali: innanzitutto la demografia, che colpisce quasi tutte le confessioni religiose. In secondo luogo, un fenomeno sempre più diffuso è rappresentato dall’uscita civile dalla chiesa. Da noi, in Austria, basta andare da un magistrato e non sei più cattolico. Qualcuno lo fa perché non vuole più pagare le tasse, altri perché già da tempo non partecipano alla vita della chiesa cattolica. Ogni anno perdiamo l’uno per cento di cattolici, gente che defeziona. Non dico che è apostasia, ma è drammatico. In dieci anni, con questo trend, avremo perso più del dieci per cento di cattolici. Terza e ultima ragione, la continua perdita di prassi religiosa, cui hanno contribuito anche i gravi scandali che hanno ferito molti fedeli. Anche il mio predecessore Hans Hermann Groër dovette lasciare l’incarico di arcivescovo in seguito alle accuse di pedofilia. Siamo diventati poveri, umiliati. Poveri non economicamente, ma umanamente. E’ una chiesa scoraggiata.
Quando sono entrato nell’ordine domenicano, alla matura età di diciotto anni – la mia mamma mi diceva che ero troppo giovane, ma io ero felice così – era il 1963, appena prima della crisi. Allora, avevamo quattro conventi domenicani in Austria, oggi ne rimane uno solo. Gli altri tre sono stati chiusi. E’ un dolore, ma nello stesso tempo, durante il mio episcopato, abbiamo potuto fondare quattro nuovi monasteri a Vienna, di nuove comunità monastiche. Loss and gain, diceva John  Henry Newman, perdita e guadagno. Come vivere, allora, questa situazione di chiesa umiliata, diminuita, scoraggiata? Come uscirne? Penso che il Signore ci abbia condotto su un cammino in cui chiede di non concentrarci sui problemi, ma di ricordarci ciò che Dio fa per noi.
La prima intuizione della missione è  quella riscontrabile negli Atti degli Apostoli e vorrei accennare tre passi di questo libro che sono diventati per noi un faro, una guida. Il primo è l’ultimo passaggio, l’ultimo versetto, capitolo 28. Quando Paolo arrivò a Roma, trascorse due anni interi nella casa presa in affitto. Lì accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunciando il Regno di Dio e insegnando le cose riguardanti Gesù Cristo. E le ultime due parole degli Atti degli Apostoli sono “meta parresias akolytos”, con tutta franchezza e senza impedimento. Così si conclude il libro degli Atti degli Apostoli, con Paolo che parla in modo franco e akolytos, senza impedimenti. E’ un paradosso: Paolo prigioniero annuncia il Regno di Dio con franchezza e senza impedimento. Questo testo è rimasto per noi come un motto per il cammino intrapreso negli ultimi anni.
Il secondo testo è quello del capitolo 15. Abbiamo meditato insieme il processo del cosiddetto Concilio di Gerusalemme, un problema enorme di conflitto attorno all’obbligo della legge della circoncisione per i pagani battezzati. Ebbene, non discussero il problema, non si sono focalizzati sulle criticità. Hanno ascoltato l’esperienza dell’uno e dell’altro. Il cristianesimo è una comunità di racconti, e penso che dobbiamo riscoprire il raccontarci a vicenda ciò che Dio fa nella nostra vita. E questo dà gioia. L’idea dell’accoglienza l’abbiamo tradotta nelle nostre assemblee diocesane. A Vienna ne abbiamo fatte quattro, nel Duomo di Santo Stefano, con uno stile di ascolto e preghiera. Ascoltare le esperienze dell’altro, come accaduto con la lettura degli Atti degli Apostoli, pagine molto meditate. 
Quando Papa Benedetto ha visitato l’Austria nel 2007, abbiamo proposto a tutte le parrocchie di scrivere la continuazione degli Atti. Raccontare ciò che si era sperimentato dell’opera di Dio nella vita di ciascuno, nella comunità, nella parrocchia negli ultimi cinque anni. Abbiamo raccolto cinque grandi libri e li abbiamo portati al Papa. Alla fine del viaggio, nel santuario mariano di Mariazell, Benedetto XVI ha riconsegnato ad alcuni dei consiglieri pastorali un libro di quel passo del Vangelo, dicendo loro di continuare a scrivere gli Atti degli Apostoli.


L’ultima assemblea diocesana, ad ottobre, si è focalizzata su un brano molto ricco, il naufragio di Paolo a Malta. Alcuni hanno detto che eravamo pazzi, per l’immagine che davamo della chiesa. La chiesa non fa naufragio, ma abbiamo meditato a lungo insieme. E’ stata una bella esperienza. Papa Benedetto ha detto che “il rinnovamento della missionarietà della chiesa verrà dalla lectio divina”. E in millecinquecento delegati, divisi in gruppi, abbiamo fatto questa esperienza: prendere il testo del naufragio di Malta per vedere e meditare ciò che è accaduto; per capire ciò che questo dice sulla nostra situazione. E’ stato molto fruttuoso. Mai avrei pensato che si poteva lavorare così bene con un testo così scioccante. Il gruppo di Paolo ha perso tutto, la nave, il grano che era nelle stive. Tutto. Eppure, tutti sono sopravvissuti. Paolo lo diceva, “nessuno perirà, la vostra vita sarà salva”. Abbiamo meditato sul passaggio in cui si narra lo sbarco sull’isola, naufragati. E la gente del luogo si mostrò fin da subito ben intenzionata nei loro confronti. Quanta bontà esiste in questo mondo secolarizzato, in questo mondo attuale.
Dobbiamo essere pronti a perdere tutto per essere arricchiti dagli altri. Questo cammino l’abbiamo messo sotto il titolo “Mission first”, perché oggi tutto si deve dire in inglese. Prima la missione. Ma lo dico con sincerità, siamo molto poveri. Non posso portarvi gloriose esperienze di missione, perché la missione bisogna scoprirla. A tal proposito, devo dire una parola riguardo al Sinodo sull’evangelizzazione che si è svolto a Roma nel 2012. Sono rimasto abbastanza deluso. Il primo giorno mi sono permesso di chiedere ai miei confratelli vescovi e cardinali: “Parliamo delle nostre esperienze, ma non delle esperienze della gestione della curia, ma delle esperienze di missione”. I vescovi dovrebbero essere i primi evangelizzatori. Invece, cosa abbiamo fatto? Ognuno nel suo bel discorso, ben preparato, ha messo l’etichetta “evangelizzazione” su tutto ciò che già facciamo come vescovi. Certo, la preparazione al battesimo è missione, la preparazione del matrimonio pure. Tante cose oggi nella nostra vita parrocchiale sono missione. Ma non sono evangelizzazione.
In questa, infatti, c’è qualcosa di particolare, di differente. Certo, tutto ciò che facciamo ha un impulso di evangelizzazione e di missione. Ma c’è una gioia speciale, indimenticabile nell’atto proprio dell’evangelizzazione. E questo si fa solo faccia a faccia. Si può evangelizzare con Twitter, internet, Facebook. Anche con i libri che scriviamo. Fa parte dell’insegnamento. Ma abbiamo bisogno dell’incontro faccia a faccia con una persona, perché quello è il momento in cui Cristo fa l’evangelizzazione. Vi racconto una cosa che facciamo a Vienna, che certamente non farà aumentare domani la presenza domenicale dei credenti né il numero dei cattolici. Alcuni anni fa abbiamo cominciato, per San Valentino, il 14 febbraio, a distribuire nelle stazioni della metropolitana e delle ferrovie, lettere di amore di Dio a te. Una lettera manoscritta, ma fatta con citazioni bibliche, in un modo molto personale. Alcuni si sono scandalizzati, dicendo che è impossibile rendere Dio così ridicolo, scrivendo lettere di amore. La mia gioia e anche sorpresa è che la maggior parte dei collaboratori della curia partecipa a questa azione. Tutti noi ci troviamo il 14 febbraio mattina nelle stazioni della metropolitana con queste lettere. Non direi che questa iniziativa è già evangelizzazione, ma è almeno qualcosa: scendere nella stazione della metropolitana, essere in questa situazione anche un po’ ridicola, con la gente che va di fretta, che non ha tempo di discutere. Ma questo atto di contatto faccia a faccia cambia forse anche loro.
Ecco perché dico che bisogna cambiare lo sguardo. Penso che la condizione della nuova evangelizzazione sia cambiare lo sguardo, guardare altrove. Non ho il tempo di confessare pubblicamente i miei sbagli nella missione, farò solo un esempio, risalente a tre o quattro anni fa. Andavo in treno da Innsbruck a Vienna. A bordo c’era un gruppo di giovani che mi hanno riconosciuto. Erano diciottenni che avevano già bevuto un po’, mi hanno sbeffeggiato. Io avevo il mio breviario e volevo essere lasciato essere in pace, stavo pregando. Allora ho fatto uno sforzo per concedere loro almeno un sorriso. A Salisburgo sono scesi tutti. Dovevano fare la maturità e andavano a festeggiare in Turchia, dove si fa tutto, si beve, e altro. Quando sono scesi dal treno, ho cominciato a piangere. Ho detto: “Signore, quale stupido servitore hai cercato. Qui c’erano una ventina di giovani che avevano finito la maturità, che mi avevano riconosciuto, il loro cardinale. E io non ho avuto nessuna parola di minimo interesse”. Avrei potuto chiedere com’era andata la maturità. Niente. Perché io avevo il mio breviario. Mai dimenticherò questo fallimento, questa occasione mancata di evangelizzazione. Non avrei dovuto parlare loro del Vangelo, ma dare uno sguardo, senza pensare a ciò che avrebbero fatto in Turchia. Ogni tanto penso che il Signore soffra per noi, così ciechi e duri. Per noi che non abbiamo il cuore di usare il suo sguardo di attenzione e compassione. Papa Francesco ci invita tanto a cambiare lo sguardo. Prima di mettere nelle caselle “divorziato”, “risposato”, bisogna chiedere “chi sei tu”, “che persona sei”. Io non ho una soluzione per questo e anche per ciò sono molto curioso di guardare cosa succederà al prossimo Sinodo, con il questionario.
Come fare per stare sulla strada della verità? Avete avuto quel bellissimo incontro delle famiglie, qui a Milano. Che bella la gioia di una famiglia credente. Ma oggi la famiglia è patchwork, è una famiglia fatta di divorziati, risposati. E’ tutto complicato. Come siglare un’alleanza tra la verità che libera e salva e la misericordia? Questa è la grande sfida della nuova evangelizzazione. C’è anche un pericolo attuale di vedere lo sviluppo di un neoclericalismo, perché vedo nel cambiamento della società e della chiesa molti nostri confratelli disorientati, che si chiedono dov’è il loro posto, cosa devono fare. C’è la tentazione di lasciar correre tutto e di chiudere. Io non so come trovare il cammino giusto. 
Io ho dovuto affrontare un caso che ha fatto il giro del mondo, riguardante la più piccola parrocchia della nostra diocesi. Con il parroco disattento a ciò che accadeva, fu eletto al consiglio pastorale un giovane che convive con un altro uomo. Ma è un giovane credente, che partecipa alla vita della parrocchia, che suona l’organo. Io ero davanti alla decisione se annullare questa elezione o lasciar stare. E’ stata una decisione molto difficile. Ho invitato questo giovane, e lui ha chiesto di poter venire con il suo partner, il suo amico. Sono venuti e ho visto due giovani puri, anche se la loro convivenza non è ciò che l’ordine della creazione ha previsto. Quella stessa settimana, la stampa austriaca era piena di storie sui gravissimi abusi di due monaci su alcuni allievi della loro scuola. Ebbene, io ho deciso di non mandare via il ragazzo. Lui mi aveva detto che non avrebbe partecipato alla comunione, che avrebbe capito la situazione. Rocco Buttiglione scrisse un bellissimo articolo sul Foglio per difendere il mio comportamento, che mi ha attirato molte critiche. Ma capisco, è un tema difficile. Io non sono d’accordo, per niente d’accordo, con il cosiddetto matrimonio gay. Nonostante ciò, ci sono situazioni dove dobbiamo guardare prima di tutto alla persona. Questa è la grande sfida che dobbiamo accogliere. Come vivere il Vangelo nella società secolare, dove siamo una minoranza. A Vienna posso dire che con quasi il sessanta per cento di matrimoni che finiscono in divorzio, la famiglia cristiana non rappresenta oggi la normalità, bensì l’eccezionalità. La normalità è ciò che viviamo con la patchwork family.


Cosa vuol dire questa situazione per noi preti? Penso che dobbiamo imparare di nuovo cosa vuol dire vivere nella diaspora. Siamo molto deboli, ma minoranza non vuol dire essere una setta. Per la prima delle nostre assemblee diocesane, io ho formulato cinque sì per delineare la nuova evangelizzazione. Il primo sì è il sì all’oggi, al nostro tempo. Lasciamo la nostalgia degli anni Cinquanta, quelli della mia infanzia, nel villaggio, quando la chiesa si riempiva di gente per tre volte ogni domenica. Tutti in chiesa. Lasciamo la nostalgia per la vitalità dei nostri oratori degli anni Cinquanta e Sessanta. Diciamo sì all’oggi: Dio ama questo mondo, e noi dobbiamo avere uno sguardo di amore, di simpatia al mondo nel quale viviamo. Amiamo l’oggi nel quale viviamo. Il secondo sì e un sì consapevole e deciso a quella che è la nostra situazione. La decrescita dei cattolici, il lasciare tante cose, il veder morire tante cose che amiamo. Un sì al “bel funerale”, come amano i viennesi. Sì, è la nostra situazione. Molte cose moriranno, ma Dio ci ama nella nostra situazione.
Lo studio del popolo d’Israele in esilio è una scuola tremenda per noi, oggi. Ma dobbiamo vedere i segni buoni nel nostro tempo. Anche laddove non c’è chiesa. Il terzo sì è il sì alla nostra vocazione comune di battezzati. Io insisto molto sul sacerdozio comune di tutti i battezzati. Tenere a mente la “Lumen Gentium”, testo capitale, nel quale si parla della relazione tra il sacerdozio comune dei battezzati e il sacerdozio ministeriale degli ordinati. Il Concilio parla di una differenza essentia et non gradu tantum, una differenza di essenza e non solo di grado. Differenza essenziale. Noi non siamo un grado superiore dell’essere cristiano. Il sacerdote ministeriale è essenzialmente a un altro livello del sacerdozio battesimale comune. Quando il cardinale Ratzinger è diventato prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, io ero già membro della commissione teologica internazionale e così ho conosciuto l’usciera del palazzo del Sant’Uffizio, Clelia. Nel 1982 o 1983, ho chiesto alla Clelia com’era il loro nuovo prefetto. E lei: “E’ un vero cristiano”. Ebbene, ecco, se questo si può dire di uno di noi, preti, vescovi, cristiani, è una bella testimonianza.
L’evangelizzazione si fa da veri cristiani e la loro vita è la loro testimonianza. San Francesco ha detto “annunciate a tutti il Vangelo, se necessario anche con parole”.Diceva questo perché è un vero cristiano. Questa è l’evangelizzazione. Alcuni preti mi hanno detto che parlo troppo del sacerdozio comune, chiedendomi qual è la parte che rimane loro. E’ vero, sì. Dove rimane la loro parte? Qual è il loro e nostro ruolo? Nella mia lettera di Natale per i preti di Vienna ho proposto un metodo molto semplice di lectio divina: per scoprire la nostra vocazione di preti, individuiamo quali immagini della Bibbia ci parlano al cuore. Sono tante immagini per i pastori, i preti, per i ministri. Quale immagine parla al cuore? Ho fatto alcuni esempi, ho parlato di me stesso, dicendo che l’immagine che mi tocca e che ho preso come stemma del mio episcopato è Vos autem dixi amicos, vi chiamo non più servi ma amici. Ed è l’immagine che ho io della chiesa, dei preti. Amici. Un’altra immagine che mi rappresenta è quella in cui Gesù chiama i dodici, mandandoli ad annunciare la parola.
Il quarto sì per una chiesa che impara passo a passo a essere in diaspora, in una diaspora feconda. La vita cristiana in diaspora è una vita di rappresentanza. In tutte le parrocchie, anche nei villaggi dove i partecipanti alla vita parrocchiale sono ormai minoranza, voi siete rappresentanti di molti. Vivete la vostra fede non solo per voi, ma anche per gli altri. Portateli come la Madonna con il mantello. Ognuno crede anche per gli altri, non solo per se stesso. Essere cristiano nella città secolare è essere rappresentante. Possiamo tanto imparare dagli ebrei. Loro hanno la convinzione che quando in una città ci sono dieci ebrei ciò sia una benedizione per quella città. Questo vale per tutti noi, rappresentanza come fuoco della nuova evangelizzazione.
L’ultimo sì è al nostro ruolo per la società. E questo anche se siamo minoranza, anche se politicamente in molti campi in Europa non abbiamo più il potere di imporre la legislazione che ci piacerebbe o che pensiamo corrisponda al diritto naturale. Pensiamo al discorso dell’aborto, dell’eutanasia, alle discussioni drammatiche che chiedono il diritto umano all’aborto, la limitazione della libertà di coscienza dei medici. Nonostante siamo pochi, abbiamo il ruolo del sale, che è sempre in minoranza. Non piacerebbe, infatti, una pasta dove il sale è in abbondanza. Le nostre parrocchie, le nostre comunità, i nostri movimenti, conventi, associazioni, sono una grande rete di carità, di misericordia, di coscienza sociale. E quanto più la rete sociale della società diventa debole, tanto più importante diventa l’impegno cristiano nella società.
di Christoph Schönborn                                                                            © - FOGLIO QUOTIDIANO 

Un commento per riflettere da: http://www.infinito-quotidiano.blogspot.it/

La vera pastorale 

e la più alta forma di carità 

è l’annuncio della Verità.



Uno pensa che si voglia far le pulci a un eminentissimo cardinale di S. Romana Chiesa; invece avendolo letto con attenzione, e dandogli importanza proprio perché eminentissimo cardinale di Santa Romana Chiesa, si rimane quantomeno perplessi di fronte a certe dichiarazioni. A differenza dei pecoroni (che dall’11 febbraio sono diventati tanti, troppi a dire il vero) io uso il cervello (magari male, ma invece che smentirmi sui fatti mi si sollecita a non usarlo) e quanto leggo contrasta non solo con la logica, ma soprattutto con la fede cattolica. L’eminentissimo porporato è il cardinal Christoph Schonborn, arcivescovo di Vienna, nel “discorso che ha tenuto martedì in Duomo a Milano, in oc­casione dell’incontro aperto a sacerdoti e col­laboratori laici della diocesi ambrosiana sul te­ma “la chiesa nella società secolarizzata”” e pubblicato sul Foglio di oggi. Egli dice che “la de­crescita dei cattolici a Vienna è drammati­ca. Siamo ormai sotto il quaranta per cen­to, e tra non molto arriveremo al trenta per cento. E questo per tre ragioni fondamen­tali: innanzitutto la demografia, che colpi­sce quasi tutte le confessioni religiose. In secondo luogo, un fenomeno sempre più diffuso è rappresentato dall’uscita civile dalla chiesa. Da noi, in Austria, basta anda­re da un magistrato e non sei più cattolico. Qualcuno lo fa perché non vuole più paga­re le tasse, altri perché già da tempo non partecipano alla vita della chiesa cattolica. Ogni anno perdiamo l’uno per cento di cat­tolici, gente che defeziona. Non dico che è apostasia, ma è drammatico. In dieci anni, con questo trend, avremo perso più del die­ci per cento di cattolici. Terza e ultima ra­gione, la continua perdita di prassi religio­sa, cui hanno contribuito anche i gravi scandali che hanno ferito molti fedeli.” Fa specie, ma forse nemmeno troppo, che Sua Eminenza ignori che la crisi della Chiesa e la decrescita dei cattolici sia dovuta al crollo della liturgia (lo diceva anche Benedetto XVI, ma finalmente ce lo siamo tolto di torno e ora va tutto bene).

Con un ars celebrandi del genere che cosa possono trovare di vero gli uomini. Che risposte possono dare i palloncini colorati nelle Messe alle domande sull’esistenza, sul dolore, sul male e sull’amore? Nessuna risposta credibile, solo ridicoli palliativi, che strappano un sorriso all’istante, ma che poi lasciano un tremendo vuoto che può essere colmato solo dalla verità. Verità che è stata barattata per l’indice di gradimento calcolato a suon di chitarre, battiti di mano, palloncini e trucchi da showman.

Prosegue il cardinale, proponendo questo metodo, sull’esempio degli Atti degli Apostoli, per affrontare i problemi: “Hanno ascoltato l’esperien­za dell’uno e dell’altro. Il cristianesimo è una comunità di racconti, e penso che dob­biamo riscoprire il raccontarci a vicenda ciò che Dio fa nella nostra vita. E questo dà gioia. L’idea dell’accoglienza l’abbiamo tra­dotta nelle nostre assemblee diocesane.” La verità, il Dogma, l’abbiamo ceduta (a un prezzo anche ridicolo, non che ce ne fosse uno valido effettivamente) e non avendo più una verità da insegnare, si vomitano addosso parole ed esperienze. La fede è un esperienza, la missione è un’esperienza, l’amore è un’esperienza, la liturgia – ovviamente non può mancare – è esperienza, la vita è esperienza. Un mantra questo impressionante. Sono convinto che venga recitato più questo rosario che quello intessuto di Ave, Pater e Gloria. Senza verità non ci sono soluzioni e le nostre esperienze, per quanto interessanti, ci lasciano nel vuoto della nostra pochezza. Solo una verità altra da noi, di Dio, può liberarci.

Nota di colore, a margine: “Questo cammino l’abbiamo messo sotto il titolo “Mission first”, perché oggi tutto si deve di­re in inglese.” Sono proprio di un’altra Chiesa: io sapevo (Giovanni XXIII, mica Leone XIII, docet) che la lingua della Chiesa è il latino. La lingua della liturgia è il latino (Concilio Vaticano II docet, mica Concilio di Trento). La lingua latina è la lingua del dogma, perché lo salva dalle interpretazioni, dalla mutevolezza della mondanità. Ah, il mondo. Da cinquant’anni non lo dobbiamo più redimere, ma ascoltare e servire. Come se la redenzione non fosse il Servizio per eccellenza donatoci da Cristo Signore.

Il dramma della povertà del nostro clero è riassunta tutta qui: “Come fare per stare sulla strada della ve­rità? Avete avuto quel bellissimo incontro delle famiglie, qui a Milano. Che bella la gioia di una famiglia credente. Ma oggi la famiglia è patchwork, è una famiglia fatta di divorziati, risposati. E’ tutto complicato. Come siglare un’alleanza tra la verità che libera e salva e la misericordia? […] Io non so come trova­re il cammino giusto. […] Io non sono d’accordo, per niente d’accordo, con il cosiddetto matrimonio gay. Nonostante ciò, ci sono situa­zioni dove dobbiamo guardare prima di tutto alla persona.”  Eminenza carissima, come indegno figlio di Santa Romana Chiesa le faccio presente che la più alta forma di carità è l’annuncio della Verità. Legga la Caritas in Veritate, la trova in tutte le librerie pseudocattoliche (di cattoliche credo ce ne siano pochissime), non è un testo manoscritto del XIII secolo conservato negli archivi segreti vaticani dai monsignori, è un testo di qualche anno fa, di quel papa, Benedetto XVI, di cui lei si definisce figlio e allievo. Se non lo sa lei come trovare il cammino giusto, lo devo sapere io? Io ignobile pecora devo suggerire a lei, sacro pastore, qual è la via per condurmi fuori da questo baratro? Per cortesia, fate gli uomini e anche al costo del martirio e dell’infamia mediatica, proponete la Dottrina della Chiesa. Essa è l’unica soluzione, solo quella riecheggia parole di vita eterna di evangelica memoria. A me, mi permetta, non me ne importa niente se lei è d’accordo o meno, delle opinioni personali ci faccio poco, io voglio la Verità. E se questa non me la date voi preti cattolici non la trovo da nessuna parte. Lei non deve essere non d’accordo, lei deve essere convinto che il matrimonio gay non è naturale e quindi sano. Lo deve gridare dai tetti (Mt 10, 27) e non ci sono “nonostante ciò” che tengano. Perché predicare la verità, compito dei cattolici (non solo praticarla), non è ignorare la persona. La persona la si ama dicendole la verità.

Però forse sarebbe da ricordare che la verità viene prima dell’amore. Ma se non c’è riuscito Romano Amerio con la sua denuncia della dislocazione della Divina Monotriade, chi sono io per redarguire un eminentissimo cardinale di Santa Romana Chiesa?

lunedì 4 febbraio 2013

europa

Un fallimento chiamato Europa

L'Europa nata vent'anni fa con il Trattato di Maastricht è un'istituzione moribonda che l'establishment delle Nazioni che ve ne fanno parte si ostinano a tenere in vita. L'Unione Europea si è rivelata un fallimento dal punto di vista sia economico che politico.
L'euro avrebbe dovuto portare maggiore solidità e coesione economica ed invece i Paesi membri stanno vivendo una crisi profondissima, sottoposti a leggi di austerità volute dalla Germania e dalla Banca Centrale Europea. La prova del fallimento economico è dimostrata dall'aumento del debito pubblico nell'eurozona e della disoccupazione. Altrettanto evidente è il fallimento politico dell'Europa. Siamo minacciati dall'entrata in Europa della Turchia ed in tema di politica estera è palese la negligenza con cui sono state affrontate le crisi irachena, libica, nei Balcani e nel Medio Oriente: senza coesione e convergenza di giudizi tra i vari Stati membri. Anche in tema di diritti umani e di difesa della democrazia l'Unione registra un altro clamoroso fallimento. Le lobbies europeiste a favore dell'omosessualità e della cultura della morte in genere, sono molto attive: stanno lavorando affinché sia introdotta la proibizione dell'obiezione di coscienza per medici ed infermieri in tema di aborto e perché venga esteso a tutti gli Stati il reato di omofobia. A questo riguardo il 24 maggio 2012 (da notare come questo sia il giorno della Madonna Ausiliatrice) il parlamento europeo ha votato una risoluzione contro l'omofobia e la transfobia, esortando gli Stati aderenti a garantire la protezione di gay, lesbiche e transgender, impedendo ogni forma esplicita di dissenso e di critica. Inoltre l'Unione esercita una pressione giuridica e morale intollerabile contro quei Paesi membri (Irlanda, Malta, Polonia  ed Ungheria) che resistono all'aborto o che intendono fare un'inversione di marcia o che proteggono l'istituzione del matrimonio tra un uomo ed una donna. Il 10 dicembre 2012 a questa Europa malata e moribonda è stato assegnato un ridicolissimo Nobel per la pace. Un premio immeritato!
In casa Italia, tra i leader dell'Unione più docile agli ordini di BCE c'è Mario Monti che, per 'salvare' l'Italia, mantenendola nell'euro, ha attuato una politica di rigore aumentando la pressione fiscale ed ottenendo in tal modo un disastroso aumento della disoccupazione, il crollo dei consumi e della produzione industriale, l'aumento dell'inflazione e del debito pubblico. Lo proporremo per un bel Nobel ....... complimenti in anticipo .......   
     

mercoledì 14 novembre 2012

evangelizzazione

Benedetto XVI: "Il crollo della Fede dipende dal crollo della Liturgia"
Il card. Bagnasco: "vivere la liturgia" come antidoto per i "cristiani deboli"


Il card. Bagnasco
celebra la Messa "Rorate"

“Se l’evangelizzazione è flebile, spesso questo è il risultato di cristiani deboli, che non vivono profondamente i misteri che celebrano”. Ne è convinto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, che oggi è intervenuto al seminario di studio per i vescovi italiani, in corso a Roma (a porte chiuse, fino a domani) sul tema: “Credere in Lui ed attingere alla Sua sorgente. Anno della fede e nuova evangelizzazione”. Il rapporto tra evangelizzazione e liturgia, ha affermato il cardinale - riferisce l'agenzia Sir - soffermandosi sul recente Sinodo e i 50 anni del Concilio, è “decisivo in ordine all’efficacia della missione della Chiesa”. “Quando la partecipazione alla liturgia viene considerata come una delle tante cose da fare, senza lasciarsi trasformare e coinvolgere in profondità dal mistero celebrato”, ha ammonito, “anche lo slancio e la passione per il Vangelo e per il suo annuncio” viene meno. “La forza evangelizzante della liturgia - ha spiegato, infatti, il presidente della Cei - è tanto più arricchita di vigore quanto più alta è la qualità dell’esperienza che si vive”. “Udire, vedere, toccare, contemplare”: sono questi i verbi che “descrivono anche ciò che l’uomo sperimenta nella celebrazione liturgica”, e che dimostrano come “la dinamica della fede non può essere ridotta all’accoglienza di alcuni contenuti veritativi, ma comporta l’aprire la porta del cuore a Cristo”. “Vivere la liturgia, in particolar modo la celebrazione dell’Eucaristia, come reale incontro con Cristo, riscalda il cuore - ha assicurato il cardinale Bagnasco - e aiuta a capire che fede autentica è quella che è pervasa da amore per il Signore”, un amore che “coinvolge il cuore come autentica passione per Gesù Cristo” e che sappia essere “intelligente”, che sappia cioè “entrare progressivamente nella logica di Dio, con una ragione che non rinunci alla fatica della ricerca e a rendere ragione della propria speranza”. Un amore, infine, che coinvolge l’uomo “in tutte le sue energie, del corpo e dello spirito”. “Non è pensabile un amore per Dio solo intimistico o emotivo”, ha affermato il cardinale, secondo il quale la celebrazione liturgica “riscatta e purifica l’amore dell’uomo verso Dio dal rischio di un soggettivismo illusorio, che pretende di amare Dio con modalità che l’uomo pensa siano le migliori o le più rispondenti ai suoi propri bisogni”. Nel rito liturgico, infatti, “l’uomo agisce non come primo attore, ma come destinatario dell’azione di Dio che è il grande protagonista; nel rito l’uomo è attivamente presente, ma a sua volta viene trasformato da ciò che celebra”. “La liturgia, se ben celebrata e vissuta, opera la conversione del cuore e della vita”, ha concluso il presidente della Cei: diventa “porta della fede”, nel senso che “conduce all’incontro con Cristo e lo realizza”. (R.P.)

martedì 13 novembre 2012

nuova evangelizzazione

la prassi che si fa dottrina: ...

«Resteranno le rovine» ....

 
 
Colloquio con Roberto de Mattei, docente di Storia della Chiesa e Storia Moderna all’Università Europea di Roma ed è autore di Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta (Lindau 2011)

A cinquant’anni dalla sua apertura il Concilio cosa ha lasciato in eredità alla chiesa di oggi? Celebrare o vivere il Vaticano II ?

La Chiesa di oggi vive uno dei momenti più difficili della sua storia, tanto che Benedetto XVI ha sentito la necessità di indire un Anno per la fede, per riproporre il messaggio perenne del Vangelo, non solo alla società secolarizzata occidentale, ma alla Chiesa stessa. Si tratta di capire quali sono le cause di questa crisi della Chiesa e in che misura sono legate al Concilio Vaticano II. Io credo che le radici della crisi religiosa e morale contemporanea preesistano al Concilio, ma in esso abbiano avuto un indubbio momento di deflagrazione. Sotto questo aspetto il Concilio ci ha lasciato una pesante eredità. E’ giunta l’ora, mi sembra, di prender atto del fallimento del metodo pastorale del Vaticano II.

Le interpretazioni storiche, le ermeneutiche, rottura, discontinuità o riforma i tempi lunghi della recezione. Una sua valutazione?

C’è il rischio di perdersi in discussioni inutili. Benedetto XVI, nel suo discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005, ha dichiarato che all’ermeneutica della discontinuità non si oppone un’ermeneutica della continuità tout court, ma un’“ermeneutica della riforma” la cui vera natura consiste in un “insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi”. Tutti accettano l’esistenza di livelli diversi di continuità e di discontinuità del Concilio Vaticano II nei confronti della Chiesa precedente. Si tratta però di capire su quali piani ci si muove. Io ritengo che sia importante distinguere l’evento storico dai documenti, e prima di leggere e valutare i documenti, sia necessario ricostruire la verità storica di ciò che è accaduto a Roma tra il 1962 e il 1965. Qualcuno mi rimprovera di utilizzare lo stesso metodo della scuola di Bologna, mentre c’è una differenza di fondo. La scuola progressista di Bologna trasforma la storia in un locus theologicus, affidando allo storico il ruolo del teologo. Io, al contrario, affermo la distinzione dei ruoli e credo che l’interpretazione dei testi non spetti allo storico, ma al Magistero della Chiesa,

Un Concilio ecumenico, quali sono state le grandi novità che hanno cambiato il mondo di essere della chiesa, soprattutto per i nativi conciliari e per coloro che del Vaticano II hanno sentito solo parlare. Quando i testimoni saranno scomparsi cosa resterà?

Sarei tentato di rispondere che resteranno le rovine. Le rovine degli altari devastati, delle chiese spopolate, dei seminari abbandonati e soprattutto le rovine della diserzione, ovvero l’abbandono di quelle trincee in cui la Chiesa preconciliare combatteva il mondo per evangelizzarlo. Il nuovo metodo della “mano tesa” non ha convertito il mondo, ma lo ha reso più aggressivo. I nemici della Chiesa, che ci sono sempre stati e non mancheranno mai, dimostrano nei confronti della Chiesa dialogante una intolleranza molto maggiore di quanta non ne nutrissero verso la Chiesa “intransigente”. Quando i testimoni saranno scomparsi rimarrà la domanda di fondo: perché è accaduto tutto questo?

Incontro universale della chiesa, prospettiva pastorale, riconciliazione con il mondo e la modernità, rispetto della tradizione aggiornata ai segni dei tempi. Concetti espressi più volte che molti faticano a comprendere oggi.

Il Concilio Vaticano II è stato il primo Concilio della Chiesa che si è autoproclamato pastorale. Tutti i venti Concili precedenti avevano espresso in termini pastorali adeguati al mondo del loro tempo i dogmi e i canoni disciplinari che avevano promulgato. Nel Vaticano II, l’”aggiornamento” elevò la “pastoralità” a principio alternativo alla “dogmaticità”. La dimensione pastorale, per sé accidentale e secondaria rispetto a quella dottrinale, divenne nei fatti prioritaria, operando una rivoluzione nel linguaggio e nella mentalità. Ma esprimersi in termini diversi dal passato, significa compiere una trasformazione culturale più profonda di quanto possa sembrare.. Secondo il padre John O’Malley, il Vaticano II fu soprattutto un “evento linguistico”. La novità linguistica secondo i progressisti era in realtà dottrinale, perché, per essi, il modo in cui si parla ed agisce è dottrina che si fa prassi.

Il vissuto della chiesa e il Concilio. Più delle dispute storiche e teologiche valgono le esperienze delle comunità, la testimonianza di laici e religiosi, uomini che il Concilio l’hanno applicato nella loro vita.

Molti degli uomini che il Concilio lo hanno applicato nella loro vita hanno abbandonato la Chiesa. Si pensi, ad esempio, all’ex-abate di San Paolo Giovanni Franzoni, uno degli ultimi Padri conciliari italiani viventi, tuttora punto di riferimento per la teologia progressista. Franzoni si distinse come animatore della “Comunità di base” neo marxista dell’abbazia di San Paolo, prese apertamente posizione per il divorzio, aderì alla teologia della liberazione in America Latina, si sposò con rito civile con una giornalista giapponese. Altri protagonisti del Concilio, come Hans Kung, uno degli ultimi “esperti” teologici del Concilio sopravvissuti, non si sono sposati e rimangono all’interno della Chiesa, celebrando regolarmente Messa, ma non professano più la fede cattolica. Laddove invece si è voltato le spalle al metodo pastorale del Concilio e si è fatta l’esperienza della Tradizione, la fede rinasce, fioriscono le vocazioni religiose e crescono numerose e stabili le famiglie. Questo è il “vissuto” della Chiesa che io conosco.
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tratto da: Vatican Insider 

domenica 11 novembre 2012

fidanzamento


La Cei: importanza del fidanzamento,
no alle convivenze pre-nozze




Riaffermare tra i giovani e gli adolescenti il valore del “pudore” e della “castità”, come “i due valori più importanti per giungere alla maturità affettiva”, in un clima culturale e sociale segnato da una diffusa “banalizzazione della sessualità”. È uno dei punti degli “Orientamenti pastorali sulla preparazione al matrimonio e alla famiglia” pubblicati dalla Cei, presentati oggi ad Assisi da mons. Enrico Solmi, vescovo di Parma e presidente della Commissione Episcopale per la famiglia e la vita.
“Gli adolescenti – si legge nel documento -, assediati da un clima generale fortemente erotizzato nella comunicazione, nella moda, nei modelli proposti, devono essere guidati ad acquisire un sano senso critico. In tale prospettiva, la comunità cristiana offre i giusti anticorpi nei confronti del consumismo dilagante e della spudoratezza, della banalizzazione e della superficialità, che inquinano affettività e coniugalità”.



I vescovi indicano come “particolarmente importanti” per gli adolescenti e i giovani, in tale prospettiva, “le esperienze di condivisione nei gruppi parrocchiali, nelle associazioni, e nei movimenti, nel volontariato, nel servizio in ambito sociale e nei territori di missione”.
“I due valori più importanti per giungere alla maturità affettiva sono quelli del pudore e della castità – si legge ancora negli Orientamenti -, di cui la vita all’interno della comunità cristiana deve favorire l’acquisizione. Il pudore riporta alla parte più intima e preziosa della persona, facendo comprendere che la sessualità non è solo ricerca del piacere, ma ricerca di una persona nella sua unicità e dignità”.
Per i vescovi, “vanno sostenute, fin dai primi anni di vita, la scoperta e l’accoglienza della differenza sessuale e la bellezza della reciprocità fra il maschile e il femminile”. “Il pudore – spiegano – custodisce e tutela i valori intimi e profondi della persona; non limita la sessualità, ma la protegge e l’accompagna verso un amore integrale e autenticamente umano”. A tal fine, “occorre educare al pudore fin dalla fanciullezza”.
Il testo Cei sottolinea quindi “il significato morale e pedagogico della castità”, grazie alla quale “la sessualità è posta a servizio dei valori più alti a cui deve tendere”, facendo sì che essa divenga “il mezzo di un amore umano autentico, quale poi si manifesterà compiutamente, secondo distinte modalità, nella vocazione matrimoniale o verginale”.

LE CONVIVENZE
“Non possiamo rassegnarci a un generale senso di impotenza di fronte al dilagare di un fenomeno che coinvolge sempre più persone verso le quali la comunità cristiana deve sviluppare una prudente attenzione pastorale”. Lo scrivono i vescovi italiani, a proposito del sempre più alto numero di convivenze, negli “Orientamenti pastorali sulla preparazione al matrimonio e alla famiglia”. Dopo aver sottolineato che “oggi molte coppie si presentano a chiedere il matrimonio cristiano e a compiere il cammino di preparazione in una condizione di convivenza”, i vescovi osservano che oggi si assiste a una specie di “paralisi del desiderio”, “quasi che i grandi desideri restino come paralizzati senza riuscire a formulare un vero progetto di vita”.
“Difficilmente si va a convivere avendo un progetto – spiegano -. Talvolta è una decisione determinata dalle circostanze, presa perché intimoriti dalle difficoltà. In altri casi non è una vera scelta, ma si è mossi da un’abitudine acquisita nel frequentarsi”. “Si cede talvolta alle distanze date dalla mobilità lavorativa – proseguono – o alla sensazione di inadeguatezza nel vivere ancora in casa con i propri genitori, nella fatica di trovarsi adulti ma praticamente incapaci di compiere un passo decisivo”.
Secondo i vescovi, “la paura prende quindi il sopravvento sul desiderio. Da una parte si vorrebbe condividere la vita con la persona che si ama, dall’altra si ha paura di legarsi in modo definitivo”. E rilevano che “ancora appare opportuno intensificare la comunione in un progetto che veda coinvolta la pastorale familiare, giovanile, catechistica, per analizzare il fenomeno e trovare nuove forme di iniziative comuni”.

NO AGLI ECCESSI NELLE CELEBRAZIONI DEI MATRIMONI
I vescovi dicono no agli eccessi e agli sperperi nella celebrazione dei matrimoni. “Oggi più che mai, occorre un profondo invito alla sobrietà nel vivere la preparazione dell’evento”, si legge negli “Orientamenti”. La celebrazione delle nozze, suggeriscono, può essere occasione per atti di “carità”, “con gesti di condivisione verso i poveri e per mostrare attenzione alle necessità della comunità parrocchiale”. Riguardo al luogo della celebrazione, sottolinea il documento presentato oggi ad Assisi da mons. Enrico Solmi, “il luogo normale delle nozze è la comunità della parrocchia nella quale i fidanzati sono inseriti e alla cui vita e missione prendono parte”.

COSTRUIRE LA FAMIGLIA RINOVA LA SOCIETA’
Solo “costruire la famiglia rinnova la società”, in quanto la famiglia si pone come “cellula vivificante e risorsa feconda” che “partecipa alla vita della società per far crescere in umanità i suoi membri”. È un altro passaggio degli Orientamenti. La famiglia, spiega il documento, “alimenta la coesione sociale e ne è l’autentica sorgente”. “Educare all’amore e accompagnare nel percorso del fidanzamento sembrano, oggi, imprese particolarmente difficili, per alcuni, addirittura, improponibili, ritenendo che i mutamenti culturali e sociali siano tali da mettere radicalmente in discussione l’esistenza stessa dell’istituto del matrimonio”, ha sottolineato – presentando il testo – monsignor Enrico Solmi. Nell’attuale contesto, ha aggiunto il presule, sembra “perdere valore la condizione del fidanzamento a favore di ormai diffuse forme di convivenza, prematrimoniali o permanenti o almeno ‘finchè ci vogliamo bene’. Ed anche il percorso di educazione all’amore pare seguire questa deriva, a tutto vantaggio della pretesa di una neutra informazione che assicuri un esercizio della sessualità privo di rischi per sè e per gli altri”. In questo contesto, l documento dei vescovi, ha concluso Solmi, è motivato dalla considerazione che “la comunità cristiana conosce bene queste posizioni e le scelte che ne derivano, ma riconosce ancor più e ribadisce il valore e la fiducia nella persona umana come essere educabile all’amore totale, unico, fedele e fecondo, come è l’amore degli sposi, attraverso un percorso progressivo e coinvolgente”.
[Fonte: Avvenire, 9 novembre 2012]

venerdì 9 novembre 2012

obama


Obama e i “valori irrinunciabili” della Chiesa


Una riflessione sull’esito delle elezioni presidenziali negli USA
di padre Piero Gheddo, del Pime

ROMA, giovedì, 8 novembre 2012 (ZENIT.org) –

Si accusano come “di destra” i valori del matrimonio, della nascita, della morte naturale. Per la Chiesa questi sono “valori irrinunciabili” per lo sviluppo dei popoli. Aborto, sterilizzazione, controllo delle nascite, eutanasia, matrimoni gay hanno conseguenze nefaste per la soluzione dei problemi sociali.
Nelle elezioni americane del 6 novembre 2012, com’è noto, ha vinto Barack Obama e tutti auguriamo al Presidente USA di poter adempire il suo secondo mandato facendo scelte ispirate alla pace e allo sviluppo solidale del suo paese e dell’intera umanità.

AsiaNews riporta la notizia con il titolo: “La vittoria di Obama preoccupa i mercati, ma potenzia il matrimonio gay”. E spiega che Obama è il primo Presidente a sostenere il matrimonio fra le coppie gay (cambiando la posizione che aveva nel 2008): “Nel Maine e nel Maryland si è andati alle elezioni per approvare (nel referendum) il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Finora i matrimoni gay erano riconosciuti in Massachusetts, Iowa, New York, Connecticut, New Hampshire, Vermont e District of Columbia, ma come decisione della Corte suprema. La vittoria alle urne mostra un profondo cambiamento nella mentalità della popolazione Usa. Secondo alcuni exit poll, i tre quarti di coloro che volevano il voto sul matrimonio gay sono sostenitori di Barack Obama”.

Mi chiedo: perché, in genere, nei paesi dell’Occidente cristiano, i partiti e le coalizioni di sinistra sono favorevoli a molte soluzioni in campo sessuale e familiare, che la Chiesa cattolica condanna? Di per sé, quando la Chiesa, il Papa e i vescovi, parlano dei problemi che riguardano la visione cristiana della vita e del matrimonio, sono totalmente al di fuori delle dispute politiche fra destra e sinistra. Ma perché i partiti e le coalizioni di sinistra approvano quello che la Chiesa condanna in questo campo?

L’enciclica Caritas in Veritate (CV) di Benedetto XVI (2009) congiunge il diritto alla vita allo sviluppo di ogni popolo e dell’umanità (n. 28). La “questione antropologica”, su cui tanto insistono la Santa Sede e la Conferenza episcopale italiana, diventa a pieno titolo “questione sociale” (nn. 28, 44, 75). Nella CV i temi di bioetica sono letti in relazione allo sviluppo dei popoli. Il controllo delle nascite, l’aborto, le sterilizzazioni, l’eutanasia, le manipolazioni dell’identità umana e la selezione eugenetica sono severamente condannati (sono “valori irrinunciabili” n.d.r.) non solo per la loro intrinseca immoralità, ma soprattutto per la loro capacità di lacerare e degradare il tessuto sociale, corrodere la famiglia e rendere difficile l’accoglienza dei più deboli e innocenti: “Nei paesi economicamente sviluppati – scrive Benedetto XVI (CV 28) – le legislazioni contrarie alla vita sono molto diffuse e hanno ormai condizionato il costume e la prassi… L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo…”. L’enciclica spiega che per lo sviluppo dell’economia e della società occorre impostare programmi di sviluppo non di tipo utilitaristico, ma che tengano “sistematicamente conto della dignità della donna, della procreazione, della famiglia e dei diritti del concepito”.

Spesso l’insistenza del Papa e dei vescovi, dalla Humanae Vitae di Paolo VI (1968) ad oggi, non è compresa nemmeno dai cattolici, una parte dei quali pensano che la difesa della vita e della famiglia passa in secondo piano di fronte alle drammatiche urgenze della fame, della miseria disumana, delle ingiustizie a livello mondiale e nazionale. Non capiscono il valore profetico di quanto dicono il Papa e i vescovi, che vedono nella cultura che rifiuta la vita la rottura sostanziale fra l’uomo e la Legge di Dio, con conseguenze nefaste anche per la soluzione dei problemi sociali.

Quando nelle legislazioni nazionali, come anche negli organismi dell’Onu e della Comunità Europea, prevale l’egoismo dell’uomo, com’è possibile pensare che poi, nell’accoglienza del più povero e del diverso, quest’uomo diventi altruista e animato dalla carità cristiana? Tra opere sociali e difesa della vita non esiste alcuna contraddizione, ma anzi c’è un’integrazione vicendevole, si  richiamano a vicenda, l’una non sta senza l’altra. La protesta per la fame nel mondo e per l’aborto hanno eguale significato e valore. Ma in Italia i No Global (la maggioranza dei quali cattolici) hanno fatto molte proteste contro la fame, nessuna contro gli aborti, nessuna contro le coppie di fatto, i divorzi, le separazioni, i matrimoni tra gay! Accettiamo tranquillamente che in queste situazioni vinca l’egoismo umano e poi chiediamo che nella lotta contro la fame nel mondo prevalga l’altruismo. Dov’è la logica?
Se nei nostri Paesi occidentali e cristiani si sfascia la famiglia, si dissolve anche la società, come purtroppo stiamo sperimentando. Non si capisce come mai una verità così evidente è snobbata da chi appoggia altri tipi di famiglia (tra i gay ad esempio) e toglie ai coniugi lo stimolo di un patto d’amore da consacrare di fronte alla società col matrimonio, favorendo le coppie che si uniscono e si separano liberamente, il divorzio, le separazioni, come  il “divorzio rapido” approvato dalla Spagna di Zapatero, che si realizza in 15 giorni.

Gli indici dell’Istat di qualche anno fa (2007) dicevano che le coppie sposate (religiosamente o civilmente) producono in media più figli di quelle conviventi, perché è provato che il matrimonio dà stabilità alla coppia e maggior sicurezza alla donna per fare un figlio. Ora, sappiamo che il popolo italiano è sotto lo zero demografico, cioè diminuisce di numero. Però come cittadini italiani aumentiamo perché i “terzomondiali” fanno molti figli. Come facciamo ad aiutare i popoli poveri, se non aiutiamo nemmeno noi stessi?