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venerdì 13 maggio 2016

il dialogo soppianta l' evangelizzazione

Più che dialogare bisogna evangelizzare!


    
Sabato mattina 30 gennaio, nel salone del seminario della diocesi di Vercelli, per promuovere il dialogo interreligioso, è intervenuto l'Imam di Firenze, Izreddin Elzir, presidente dell'Unione comunità islamiche d'Italia. Egli ha presentato l'islam, come “una fede religiosa che non può essere imposta da nessuno ma dovrebbe essere una libera scelta, perché Dio ci ha creati liberi”. E ha aggiunto: “Il rapporto del mussulmano con il Creatore non è di sudditanza, ma di adorazione, rispetto, clemenza e misericordia. Chi afferma di uccidere in nome della fede è un criminale. Nessuna fede aizza alla violenza, le guerre non sono sante, sono sporche. Il diverso non è il nemico da eliminare ma una risorsa preziosa, credente o non credente” (cf. “Corriere l'Eusebiano” Sabato 6 febbraio, 2016, pag. 4). Mi domando, se chi ha fatto simili affermazioni possa ritenersi un vero mussulmano o invece un semplice opinionista della fede che dice di professare e di cui è maestro a Firenze. Ha detto che: “Il rapporto del mussulmano con il Creatore non è di sudditanza”, ignorando completamente il significato del termine “islam” che deriva dal verbo arabo “aslama”, cioè “sottomettersi a Dio”. Infatti l'imam britannico Anjem Choudary scrisse in una lettera aperta a pochi giorni dai fatti del 7 gennaio 2015 che: “Contrariamente a quello che si crede, Islam non vuol dire pace ma sottomissione al volere di Allah”. Ha poi affermato, l'imam di Firenze, che “l'islam è una fede che non può essere imposta”, mentre il Corano afferma: “La sola vera religione agli occhi di Dio è l'islam”; “Ai miscredenti verrà versata acqua bollente sulle loro teste, che fonderà le loro viscere e la loro pelle”; “Getterò il terrore nel cuore dei miscredenti”; “colpiteli tra capo e collo, colpiteli su tutte le falangi!” (3,19; 22:19-22; 8,12). Ha affermato ancora: “Il diverso (il non mussulmano) non è il nemico da eliminare”, mentre il Corano afferma: “Combattete quelli che non praticano la religione verace. Combatteteli pure fino a che non abbiano pagato, uno ad uno, il tributo e non siano umiliati” (9,29); e ancora: “nessuna fede aizza alla violenza”, mentre il Corano afferma: “Quella sarà la ricompensa dovuta a coloro che fanno guerra al Dio e al suo Messaggero... Moriranno di morte violenta. Saranno crocifissi. Gli sarà tagliata una mano, gli sarà amputata la gamba della parte opposta a quella della mano. Saranno cacciati dal loro territorio. Destino crudele! Vergogna qui in terra, castigo tremendo nell'aldilà” (5,33).
 
C'è stato forse qualcuno dei presenti nel salone del seminario che ha ripreso l'imam sulle imprecisioni e sulle “volute” distrazioni coraniche? Certamente l'imam era informato del fatto che i cristiani ignorano la fede islamica, e quindi non ha faticato molto a presentare l'islam come una religione di pace, di fratellanza e di rispetto verso le altre professioni. Questo lo si deve considerare dialogo? L'imam avrebbe dovuto aiutare gli ascoltatori a comprendere le contraddizioni insite nel Corano che se da un lato giustifica le azioni criminose dei seguaci dell'Isis quando afferma: “Getterò il terrore nel cuore dei miscredenti”; “Combattete quelli che non praticano la vera religione” (3,19; 9,29), e nello stesso tempo esorta a vivere la pace tra i popoli quando afferma: “Ma quelli che credono, siano essi ebrei o cristiani, quelli che credono cioè in Dio e nell'Ultimo giorno e operano il bene, avranno la loro mercede presso il Signore, e nulla avranno da temere né li coglierà tristezza” (2, 62). Affermava il teologo padre Gianni Baget Bozzo: “Senza una coscienza critica delle differenze, il dialogo avviene nel vuoto”. Il vescovo di Imola Tommaso Ghirelli, qualche anno fa, scriveva sul giornale diocesano “Nuovo Diario Messaggero” che: “Dialogare non equivale a dare sempre ragione all'altro e neppure a sottacere le diversità di vedute, per accordare ciò che è vantaggioso rimuovendo i contrasti. Conviene anzi che i punti di disaccordo siano noti ad entrambi le parti, perché solo così potranno essere prima circoscritti e poi ridotti. Il dialogo implica la dialettica... Bisogna evitare di rinunciare al confronto aperto, leale, informato” (cf. “Avvenire”, sabato 13 sett. 2014, pag.10).
 
“Tanti anni fa -racconta Zouhir Louassini sull'Osservatore Romano di giovedì 28 agosto 2014- in un incontro organizzato dalla moschea di Madrid sul dialogo tra mussulmani e cristiani, vissi un'esperienza che mi fece capire quanto sia difficile avviare un vero dialogo tra le religioni. Al convegno era presente un giovane imam d'una piccola moschea di Spagna, che mi raccontò come fosse stato appoggiato dalle suore cattoliche per costruire il suo luogo di culto e anche come la Chiesa avesse dato una mano alla piccola comunità mussulmana nella zona. Una terza persona che era lì con noi, un po' provocatoriamente, disse con un sorriso: “Ma allora i cristiani non sono degli infedeli!”. Il religioso replicò con stizza: “Sono sempre infedeli e la loro unica salvezza è nella conversione all'islam!”. E se ne andò verso la sala per partecipare al dibattito programmato sul dialogo religioso. Col tempo ho imparato che il dialogo tra le religioni non può consistere solo nell'incontrarsi in convegni per parlare del tempo, del cibo; e tanto meno nel limitarsi a esaltare i meriti della propria fede. Il dialogo ha bisogno di sincerità, di stima tra gli interlocutori e, soprattutto di una vera conoscenza dell'altro”. 
 
Cosa intende il mussulmano per dialogo? Quanto gli prescrive il Corano: “O miscredenti, io non adoro ciò che voi adorate, nè voi adorate ciò che adoro io. Io mai adorerò ciò che adorate voi, nè voi mai adorerete ciò che adoro io. Tenetevi la vostra religione: io la mia!” (109,16) 
 
Cosa intendeva invece Gesù per dialogo? Passando per la Samaria, Gesù si fermò nella città chiamata Sichar presso il pozzo di Giacobbe; era circa l'ora sesta. Vene una donna ad attingere acqua; era una samaritana. -C'è da sottolineare che i giudei non avevano rapporti con i samaritani, considerati stranieri per nazionalità, scismatici ed impuri per religione-. Gesù non essendo un razzista aprì subito il dialogo con lei da permettere una reciproca conoscenza. A un certo punto la donna gli disse: “Vedo che tu sei un profeta. I nostri padri adorarono su questo monte, e voi dite che è a Gerusalemme il luogo dove si deve adorare”. Mi chiedo: Se al posto della donna samaritana si fosse trovato un imam a domandare a Gesù: “Il dio che predichiamo, per noi è il vero dio, mentre voi dite che è il Dio che predicate il vero Dio e che deve essere ascoltato”, Gesù come avrebbe risposto? Con grande schiettezza gli avrebbe detto come rispose alla donna samaritana: “Voi adorate quello che non conoscete; noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dal Figlio di Dio che è qui che ti parla” (cf. Gv. 4,1-23). Se per dialogare si debba intendere il voler tenere buoni rapporti con i fedeli di altre religioni così da realizzare una convivenza pacifica, nascondendosi o camuffando la propria fede cristiana, c'è da chiedersi: Quando verrà messo in pratica il comando del Signore che ci è stato dato attraverso il sacramento del Battesimo: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo, e fate miei discepoli tutte le genti”? I mussulmani non hanno bisogno di dialogare, ma di convertirsi a Cristo, perché solo attraverso la conversione a Cristo impareranno a rifiutare il terrorismo e a rispettare le convinzioni altrui. Il grande islamologo, il gesuita padre Samir Khalil Samir, ha scritto qualche tempo fa: “E' ora di rievangelizzare i cristiani, i mussulmani e gli atei e predicare la Buona Novella”. Oggi più che mai si sente il bisogno di risentire nella Chiesa il grido di san Paolo: “Guai a me se non predicassi il Vangelo!” (1Cor. 9,16). Se noi cristiani la smettessimo di ignorare ciò che pensano di noi i nostri interlocutori, e iniziassimo a testimoniare loro la nostra fede cristiana, senza se e senza ma, forse il mondo sarebbe meno violento di quello in cui siamo costretti a vivere, e l'esperienza dei primi cristiani ce lo continua ad insegnare.
 
Mercoledì delle Ceneri, 10 febbraio 2016
padre Basilio Martin

giovedì 21 aprile 2016

sport in seminario

“Seminariadi”. Interessanti scoperte nelle competizioni sportive riservate ai seminaristi   Alessandro Gnocchi

Sventolando una bandiera di Israele, i giovani candidati al sacerdozio della diocesi di Concordia-Pordenone indossano magliette con i nomi di celebri eretici, antipapi e fondatori di altre religioni. E a tutto questo viene anche data una spiegazione. Una galleria fotografica documenta la singolare scelta.
 
Israele + dolcinodi Alessandro Gnocchi
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Forse non tutti sanno che esistono le “Seminariadi”. Chi ignora le nuove frontiere della formazione sacerdotale sbocciata con la primavera della Chiesa sappia allora che si tratta di piccole olimpiadi riservate ai seminaristi, in voga nel Triveneto da qualche anno. Detta così, sembrerebbe persino una bella cosa.
 
Sì, perché, di solito, si mandano i candidati al sacerdozio a ballare in discoteca, a sbevazzare negli happy hour o a crogiolarsi in vacanza a Rimini allo scopo conoscere il mondo e fortificarsi in vista delle tentazioni del gentil sesso, e forse non solo quello. E, invece, ecco che i pastoral-formatori triveneti spediscono gli allievi dei seminari minori a saltare in alto, in lungo e a correre in pista e quelli dei seminari maggiori a giocare e calcio e calcetto. “Bene”, commenta la mente retrograda di un cattolico d’altri tempi, così la sera vanno a letto presto e stanchi e non hanno tempo per brutti pensieri.
 
Ma l’entusiasmo finisce qui. “Bene” mica tanto. Ce lo segnala un lettore che ieri si trovava al Centro Sportivo di Sommacampagna, in provincia di Verona. Arrivato in loco per accompagnare il figlio a tirare quattro calci al pallone, si è trovato in piena “Seminariade” e, incuriosito da un gruppo di ragazzotti con magliette rosso fuoco e tanto di bandierone di Israele che garriva al vento, si è avvicinato agli scalmanati atleti per capire chi fossero. Ha saputo così che si trattava degli allievi del seminario  maggiore di Concordia-Pordenone, pronti a competere con i confratelli di Verona, Vicenza, Udine, Treviso, Trento e Padova.
 
Ma per il povero cattolico fuori moda, che già non riusciva a capacitarsi della bandiera di Israele sventolata da dei prossimi sacerdoti cattolici, le sorprese non erano finite lì. Sulle magliette, i candidati al sacerdozio del seminario di Concordia Pordenone non portavano i loro nomi, ma, come si vede nelle fotografie, quelli di celebri eretici, antipapi e mitici fondatori di altre religioni. Guardare per credere: Valentino, Giansenio, Donato, Marcione, Novaziano, Dolcino, Guglielmo di Occam, Giordano Bruno, Mormon.
 
E questo è ancora niente, perché, alla più ovvia delle domande sul motivo di tale esibizione, la risposta dei futuri sacerdoti della diocesi di Concordia-Pordenone sarebbe stata la seguente: “Queste sono le nostre radici”. Proprio così, e allora vale la pena di fare un piccolo ripasso per capire in che cosa siano radicati questi giovanotti che si candidano al sacerdozio, pare, cattolico.
 
Forse sarebbe stato meglio mandarli in discoteca, per happy hour o in vacanza a Rimini…
 
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Valentino. Eretico gnostico del II secolo, presente a Roma sotto Igino, Pio e Aniceto. Alla base del suo sistema c’è la dottrina degli eoni, che si pongono tra Dio e il mondo, il bene e il male, tentando di conciliarli. L’equilibrio venne infranto dall’ultimo degli eoni, la Sapienza (Sofia), e così nacquero tutti i mali, a coppie. Per ricomporre le cose, dalla coppia eonica mente-verità uscì la coppia Cristo-Spirito Santo. Il Cristo eone discese sotto forma di colomba in Gesù di Nazareth dal quale, dopo che ebbe insegnato agli uomini il modo di liberarsi dalle passioni risalì alla perfezione del pleroma al momento della sua presentazione a Pilato, lasciando che soffrisse e morisse l’elemento materiale rivestito della sua apparenza.
 
Giansenio (1585-1638). Vescovo di Ypres in Olanda, nell’opera Augustinus stravolge la dottrina di Sant’Agostino sulla grazia e sulla predestinazione. L’opera fu condannata dall’Inquisizione del 1641, l’anno dopo da Urbano VIII e nel 1653 da Innocenzo X. Giansenio sosteneva che l’uomo, dopo il peccato originale, non è più in grado di volere o compiere il bene con le sole sue forze. Dio concede la grazia, senza la quale l’uomo non sarebbe in grado di avere neppure il movimento iniziale verso il bene. Al peccatore, Dio non è tenuto a concedere la grazia: questa è data soltanto a coloro che Dio, nella sua volontà imperscrutabile, ha predestinato, indipendentemente e prima di ogni previsione dei meriti. Tale predestinazione non è concessa neppure a tutti i battezzati, ma soltanto a coloro che Dio ha scelto particolarmente.
 
Donato (270 circa – 355 circa). Vescovo di Numidia, si affermò inizialmente con uno scisma nella Chiesa africana. In seguito, il donatismo divenne anche un’eresia. Sorse dall’opposizione di alcuni vescovi nella Numidia alla nomina di Ceciliano ad arcivescovo di Cartagine, accusato di essersi fatto consacrare da Felice di Aptonga, considerato come uno dei “traditores”, di coloro cioè che durante la persecuzione di Diocleziano avevano obbedito agli editti dell’imperatore del 303. L’imperatore Costantino tentò inutilmente di far rientrare i dissidenti nella fila della Chiesa, ma questi divennero ancor più fanatici perseguitando i cattolici e distruggendo le loro chiese. Parminiano, successore di Donato dal 355 al 391, e il vescovo di Cirta Petiliano, il maggior esponente del donatismo, ai tempi di sant’Agostino, furono i più focosi sostenitori della setta con i loro scritti. Secondo la loro dottrina, la Chiesa visibile è composta soltanto di giusti e di santi e i sacramenti sono invalidi se amministrati da un ministro indegno.
 
Marcione, vescovo del II secolo. Secondo la sua dottrina, una variazione dello gnosticismo, l’Antico e il Nuovo Testamento sono opera di due diversi principi: l’Antico procede dal Dio della giustizia, il Nuovo procede dal Dio della misericordia. Sotto il primo principio, l’umanità visse come oppressa dalla Legge e fu punita con severità. Per questo, il Dio della misericordia inviò il Redentore. Cristo si mostrò sotto le sembianze di uomo per inaugurare il regno della misericordia e dell’amore; non nacque dalla Vergine e non soffrì né morì nella carne. La sua morte fu dovuta alla vendetta del Dio cattivo.
 
Novaziano, antipapa III secolo. La sua dottrina prese i contorni dell’eresia, quando si pronunciò sui lapsi (caduti), coloro i quali avevano negato la fede cristiana durante la persecuzione deciana, orientandosi alla massima inflessibilità. Molti vescovi, tra cui Cipriano di Cartagine, scelsero una procedura con penitenza per la riammissione dei lapsi nella Chiesa. Ma secondo Novaziano, la Chiesa doveva negare il perdono, una facoltà concessa solo a Dio, sia ai lapsi, che a coloro che avevano commesso peccato mortale (idolatria, omicidio e adulterio), anche se facevano penitenza.
I suoi seguaci furono i primi a chiamarsi “puri”. Sopravvissero fino al VII secolo nominando i propri vescovi e i successori di Novaziano a Roma. Non impartivano la cresima e proibivano ai vedovi di risposarsi.
 
Fra Dolcino (1250 – 1307). Riteneva che i suoi seguaci, come i Fratelli del Libero Spirito, fossero così perfetti da poter commettere qualsiasi atto senza correre il rischio di peccare. Si ispirava alle dottrine millenariste di Gioacchino da Fiore e riteneva che la storia fosse divisa in quattro periodi: quello del Vecchio Testamento, caratterizzato dalla moltiplicazione del genere umano; quello di Cristo e degli Apostoli, caratterizzato dalla castità e povertà; quello dell’Imperatore Costantino e di Papa Silvestro I, caratterizzato da una decadenza della Chiesa; quello annunciato da lui stesso, caratterizzato dal modo di vivere apostolico, dalla povertà, dalla castità e dall’assenza di forme di governo; esso sarebbe durato fino alla fine dei tempi.
 
Giordano Bruno (1548 – 1600). Il cardinale gesuita Roberto Bellarmino, nel 1599 enucleò le seguenti otto proposizioni del filosofo di Nola ritenute eretiche dalla Chiesa: l’anima mundi e la materia prima sono i due principi eterni delle cose; da una causa infinita deve derivare un infinito effetto; non esiste l’anima individuale; nulla si crea e nulla si distrugge, la Terra si muove; gli astri sono angeli ed esseri animati; la Terra è dotata di un’anima sensitiva e razionale; l’anima non è la forma del corpo dell’uomo.
 
Guglielmo di Occam (1280 – 1349). Frate francescano, reso celebre da Umberto Eco che lo ha ritratto in  Guglielmo di Baskerville nel romanzo Il nome della rosa, Occam è all’origine della deriva anticristiana e antimetafisica del pensiero moderno. Le sue dottrine, separando fede e ragione, lo hanno portato a rivedere profondamente i rapporti tra filosofia e teologia negando a quest’ultima ogni valore speculativo. Ne segue che la filosofia, nel suo ambito, è autonoma. Nell’ambito politico vanno separati assolutamente anche Chiesa e Stato, poiché la prima, secondo Occam, è solo una società spirituale.
 
Mormon. Il mormonismo è una credenza religiosa fondata da Joseph Smith (1805 – 1844), considerato dai mormoni il loro profeta in quanto destinatario del Libro di Mormon. Secondo quest’opera, Gesù visitò i nativi americani dopo la sua resurrezione. I mormoni rifiutano il dogma trinitario: il Padre e il Figlio sono persone del tutto distinte, dotate di forma umana e in carne e ossa, unite da una volontà comune. Questa volontà comune sarebbe lo Spirito Santo, che non ha invece forma umana. Il Padre Celeste è un ex uomo  che ha ottenuto la perfezione divina e ha stabilito la propria residenza nei pressi del pianeta Kolob. Rifiutano anche il dogma del peccato originale. Secondo questa setta, Smith ha solo iniziato un processo che si chiuderà col ristabilimento del regno di Dio sulla Terra.
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GALLERIA FOTOGRAFICA
(clicca sulle immagini per ingrandirle)
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zzzzseminariadi
 
valentino + donato + mormon
 
israele + marcione + giansenio + novaziano
 
Israele + dolcino
 
israele + giordano bruno + novaziano
 
guglielmo di occam + giansenio + israele (1)

10 Responses to “Seminariadi”. Interessanti scoperte nelle competizioni sportive riservate ai seminaristi  –  di Alessandro Gnocchi
  1.    Tonietta scrive:
    Siamo al delirio!
  2.    Catholicus scrive:
    Madrre Santa ! se questi qui saranno i preti do domani, meglio iscriversi alla casa del popolo, se c’è ancora quella fondata da Peppone, almeno lui sì che era un sincero filocattolico, candidato al paradiso; questi qui chissà dove finiranno, poveretti., una volta diventati preti cattocomunisti, protestanti, ecumenisti, fans dei poteri massonici. Consoliamoci, amici, perché la Emmerick ci dice che “il Signore aveva altri progetti”, per cui spero proprio che questi ragazzotti non arrivino mai a dannare altre anime, oltre la loro. Pace e bene.
  3.    Alberto S. scrive:
    La serietà di Alessandro Gnocchi mi costringe purtroppo a ritenere già superato il primo, immediato e inevitabile dubbio che si sia trattato di un grosso equivoco, o di una goliardata di discutibile gusto. Tutto vero, dunque. In realtà il gusto sarebbe stato discutibile anche se sulle rosse schiene ci fossero stati, poniamo, e con rispetto parlando, i nomi, che so? degli Apostoli: ma in tal caso almeno il riferimento alle “radici” sarebbe stato confortante (dalle radici verranno, bene o male, pianta e frutti). Se, come pare, le vocazioni sacerdotali sono in crisi, le diocesi dovrebbero aver cari come non mai i propri seminaristi e formarli adeguatamente: ma del resto, se ci si prepara a celebrare Lutero, chi mai saranno questi ragazzi “per giudicare” personaggi come quelli suddetti? Anzi: “dialogheranno”, con chi eventualmente incarna oggi quelle pseudo idee; poi li “accoglieranno”, poi li “includeranno”. Escludendo Gesù. Peccato che probabilmente saranno preti, teoricamente cattolici.
  4. Poldo scrive:
    Che pena!
  5. Pietro Montevecchio scrive:
    Francamente non capisco Israele. Per il resto, propendo per l’opinione che siano stati imbeccati da qualche professore. Marcione, Donato, Occam … chi mai li sente piu’ nominare in seminario?
  6. Cesaremaria Glori scrive:
    Involontaria confessione quella dei seminaristi veneti. Oggi la Chiesa sta vivendo una crisi ove tutte le eresie sono tornate a galla, proprio come aveva previsto Pio X dichiarando il Modernismo la summa di tutte le eresie.
  7. luigi scrive:
    poi ci si lamenta che i seminari sono vuoti…per fare i pagliacci tanto vale lavorare in un circo 🙁
  8. carlo scrive:
    io non mi preoccuperei piu’di tanto…la loro”vocazione sacerdotale” e’ soltanto una fase della loro “nobile vita”: presto i piaceri della vita li porteranno a scelte ben piu’interessanti che non essere degli umili servitori di Cristo; li potremo ritrovare “impegnati” in politica magari tra i radicali, o m5s,nei famosi cattolici maturi, nel pd renziano e per i piu’temerari nei famosi centri di accoglienza per insegnarci quanto siamo cattivi noi cristiani a voler ostinatamente difendere le nostre radici basate sulla fedeltà all’UNICO SALVATORE GESU’ CRISTO, dal mussulmano invasore!! Sicuramente salvo una profonda conversione magari legata alle nostre preghiere rivolte a Maria Santissima, non li vedremo mai in chiesa, in ginocchio per adorare il Santissimo Sacramento. Che Dio abbia pieta’ di questa nostra generazione perversa!
  9. D.A. scrive:
    Ma quello trasgressivo trasgressivo con la maglia di Lucifero non c’era?

martedì 26 gennaio 2016

non vi è altro salvatore che Cristo

«E' da ritenersi per fede divina e cattolica che solo in Cristo l'uomo può adorare il vero Dio» 



Nella riflessione teologica contemporanea spesso emerge un approccio a Gesù di Nazaret, considerato come una figura storica particolare, finita, rivelatrice del divino in misura non esclusiva, ma complementare ad altre presenze rivelatrici e salvifiche. L'Infinito, l'Assoluto, il Mistero ultimo di Dio si manifesterebbe così all'umanità in tanti modi e in tante figure storiche: Gesù di Nazaret sarebbe una di esse. Più concretamente, egli sarebbe per alcuni uno dei tanti volti che il Logos avrebbe assunto nel corso del tempo per comunicare salvificamente con l'umanità .
Inoltre, per giustificare, da una parte, l'universalità della salvezza cristiana, e, dall'altra, il fatto del pluralismo religioso, viene proposta una economia del Verbo eterno, valida anche al di fuori della Chiesa e senza rapporto con essa, e una economia del Verbo incarnato. La prima avrebbe un plusvalore di universalità rispetto alla seconda, limitata ai soli cristiani, anche se in essa la presenza di Dio sarebbe più piena.

10. Queste tesi contrastano profondamente con la fede cristiana. Deve essere, infatti, fermamente creduta la dottrina di fede che proclama che Gesù di Nazaret, figlio di Maria, e solamente lui, è il Figlio e il Verbo del Padre. Il Verbo, che «era in principio presso Dio» (Gv 1,2), è lo stesso « che si è fatto carne» (Gv 1,14). In Gesù «il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16) « abita corporalmente tutta la pienezza della divinità » (Col 2,9). Egli è «il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre» (Gv1,18), il suo « Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione [...]. Piacque a Dio di far abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, pacificando col sangue della sua croce le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli» (Col 1,13-14.19-20).
Fedele alla Sacra Scrittura e refutando interpretazioni erronee e riduttive, il primo Concilio di Nicea definì solennemente la propria fede in «Gesù Cristo, il Figlio di Dio, generato unigenito dal Padre, cioè dalla sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, consustanziale al Padre, per mezzo del quale sono state create tutte le cose in cielo e in terra. Egli per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso e si è incarnato, si è fatto uomo, ha patito ed è risorto il terzo giorno, è risalito al cielo e verrà a giudicare i vivi e i morti» [28]. Seguendo gli insegnamenti dei Padri, anche il Concilio di Calcedonia professò « che l'unico e identico Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, è egli stesso perfetto in divinità e perfetto in umanità , Dio veramente e uomo veramente [...], consustanziale al Padre secondo la divinità e consustanziale a noi secondo l'umanità [...], generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità e, negli ultimi giorni, egli stesso per noi e per la nostra salvezza, da Maria, la vergine Madre di Dio, secondo l'umanità » [29].

Per questo, il Concilio Vaticano II afferma che Cristo, « nuovo Adamo », « immagine dell'invisibile Dio » (Col 1,15), « è l'uomo perfetto, che ha restituito ai figli d'Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato [...]. Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita, e in lui Dio ci ha riconciliati con se stesso e tra noi e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l'apostolo: il Figlio di Dio “ha amato me e ha sacrificato se stesso per me” (Gal 2,20) » [30].

A tale riguardo, Giovanni Paolo II ha esplicitamente dichiarato: « È contrario alla fede cristiana introdurre una qualsiasi separazione tra il Verbo e Gesù Cristo [...]: Gesù è il Verbo incarnato, persona una e indivisibile [...]. Cristo non è altro che Gesù di Nazaret, e questi è il Verbo di Dio fatto uomo per la salvezza di tutti [...]. Mentre andiamo scoprendo e valorizzando i doni di ogni genere, soprattutto le ricchezze spirituali, che Dio ha elargito a ogni popolo, non possiamo disgiungerli da Gesù Cristo, il quale sta al centro del piano divino di salvezza » [31].
E pure contrario alla fede cattolica introdurre una separazione tra l'azione salvifica del Logos in quanto tale e quella del Verbo fatto carne. Con l'incarnazione, tutte le azioni salvifiche del Verbo di Dio si fanno sempre in unità con la natura umana che egli ha assunto per la salvezza di tutti gli uomini. L'unico soggetto che opera nelle due nature, umana e divina, è l'unica persona del Verbo [32].

Pertanto non è compatibile con la dottrina della Chiesa la teoria che attribuisce un'attività salvifica al Logos come tale nella sua divinità , che si eserciterebbe « oltre » e « al di là » dell'umanità di Cristo, anche dopo l'incarnazione [33].
11. Similmente, deve essere fermamente creduta la dottrina di fede circa l'unicità dell'economia salvifica voluta da Dio Uno e Trino, alla cui fonte e al cui centro c'è il mistero dell'incarnazione del Verbo, mediatore della grazia divina sul piano della creazione e della redenzione (cf. Col 1,15-20), ricapitolatore di ogni cosa (cf. Ef 1,10), «diventato per noi, sapienza, giustizia, santificazione e redenzione» (1 Cor 1,30). Infatti il mistero di Cristo ha una sua intrinseca unità , che si estende dalla elezione eterna in Dio alla parusia: «In lui [il Padre] ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità » (Ef 1,4). «In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà » (Ef 1,11). «Poiché quelli che egli [il Padre] da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati» (Rm 8,29-30).

Il Magistero della Chiesa, fedele alla rivelazione divina, ribadisce che Gesù Cristo è il mediatore e il redentore universale: «Il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, è diventato egli stesso carne, per operare, lui, l'uomo perfetto, la salvezza di tutti e la ricapitolazione universale. Il Signore [...] è colui che il Padre ha risuscitato da morte, ha esaltato e collocato alla sua destra, costituendolo giudice dei vivi e dei morti» [34]. Questa mediazione salvifica implica anche l'unicità del sacrificio redentore di Cristo, sommo ed eterno Sacerdote (cf. Eb 6,20; 9,11; 10,12-14).

di Joseph card. Ratzinger
Dominus Iesus n°9-12 con approvazione papale.

venerdì 6 novembre 2015

la crisi della Chiesa si fa terribile

Tradizione, visibilità e crisi della Chiesa. editoriale di "Radicati nella Fede"




Riportiamo qui di seguito l'editoriale di Novembre (2015) di Radicati nella Fede (vedi qui). L'autore ricorda quanto amare la Chiesa visibile sia fondamentale per conservare la fede cattolica e difendere la Tradizione in un momento di profonda crisi per la Chiesa. Senza la fede sovrannaturale nella Chiesa e l'amore per essa si affermano contemporaneamente i pericoli del volontarismo ultramontanista e del sedevacantismo che, a ben vedere, costituiscono le due facce della medesima medaglia (vedi qui). Si potrebbe, alla fine, obiettare che la visibilità della Chiesa viene meno proprio nel momento in cui chi dovrebbe vicariare l'opera del suo divino Fondatore e Reggitore è impegnato in atti e dichiarazioni che contraddicono l'essenza stessa della Chiesa. In realtà, a patto che i dogmi del primato e dell'infallibilità siano letti negli stretti limiti delle loro definizioni, ci si rende conto che la visibilità della Chiesa continua a essere data in ogni luogo in cui, per dirla con un'estrema semplificazione, "si rispettano le antiche rubriche". In questo senso la Chiesa è, nonostante la terribile crisi che l'attraversa, visibile in tutto l'Orbe.

Quanto più la crisi della Chiesa si fa terribile, vasta e profonda, tanto più occorre amare la Chiesa stessa.
Quanto più aumentano gli scandali nella casa di Dio, 
tanto più bisogna amare la Chiesa.

E questo amore deve essere molto concreto e operativo.

Il dovere della reazione non va mai disgiunto da un amore profondo per la Sposa di Cristo, la Santa Madre Chiesa; e su questo nessuno può scherzare.

D’altronde tu reagisci, domandi il ritorno della Chiesa alla sua Tradizione, riferendoti e utilizzando ciò che tu hai ricevuto dalla Chiesa stessa, la Tradizione appunto. Essere Cattolici tradizionali vuol dire fare proprio questo.

La Tradizione è della Chiesa, non è tua.
Non potresti appellarti alla Tradizione se tu non l’avessi prima ricevuta. 
Ma da chi l’hai ricevuta, se non dalla Chiesa stessa?

Come non si può seguire Cristo senza la Chiesa, la crisi Protestante insegna, così non si può essere Tradizionali senza la Chiesa.

I Protestanti pretesero di ricongiungersi a Cristo, saltando la Chiesa cattolica e la sua storia, e persero Cristo nelle nebbie di un mitico passato.
I Tradizionali, se non continueranno ad avere un amore per la Chiesa, 
potente fino al sangue, resteranno con una Tradizione vuota, fatta di rabbia e recriminazioni più o meno amare; ma una Tradizione senza la Chiesa non ha Cristo dentro.

Si potrebbero applicare ai “tradizionalisti acidi”, non amanti la Chiesa, 
le parole di S. Paolo ai Corinzi:

“Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?” (1 Cor 4,7).

Sì, perché se è vero che sbaglia chi chiede un’obbedienza alla Chiesa, domandando di andare contro le verità della fede e della morale, domandando di andare contro il Vangelo e il dogma, o di dimenticarli; sbaglia ugualmente chi si attacca al dogma e al Vangelo, utilizzandolo contro l’unica Chiesa di Cristo.

Rischiano questo secondo errore tutti quelli che, partiti per la difesa del cattolicesimo tradizionale, incominciano a disquisire se il Papa è o non è tale, 
su chi sia veramente il vescovo, o dove sussista veramente la Chiesa di Dio. Questi estendono la difesa della Tradizione a un campo che non compete loro, rischiando il pericolo gravissimo di porsi fuori della Chiesa.

Dice il père Calmel 
“La Chiesa non è un'istituzione di questo mondo: discende dal Cielo, direttamente da Dio (…) La Chiesa è invincibile, anche se con figli soggetti alla sconfitta e spesso vinti e che tuttavia, finché rimangono nel suo seno, non saranno mai vinti irreparabilmente. Quando lo sono è perché si sono separati da lei (…) Essa resta la dispensatrice infallibile della salvezza, il Tempio santo di Dio. Coloro che l’abbandonano si perdono, ma essa non è mai perduta”. (R. T. Calmel, Breve apologia della Chiesa di sempre, pagg. 17 e 18).

Insomma, la Chiesa è una e solo una. Non c’è una chiesa tradizionale e una chiesa modernista, c’è una sola Chiesa cattolica, i cui figli rischieranno di perdersi se la abbandoneranno, anche se con la scusa di difenderla.

Basterebbe per capire questo, lo ripetiamo, il fatto che la Tradizione per cui lottiamo, l’abbiamo ricevuta dalla Chiesa, anzi è la Chiesa stessa.

E la Tradizione, Vangelo – dogma – sacramenti – disciplina, non l’hai ricevuta una volta per tutte, continui a riceverla dalla Chiesa che è il Corpo Mistico di Cristo. E’ chiaro quindi che, in ogni decisione e attitudine, devi salvare questa unità della Chiesa e con la Chiesa, senza mettere in dubbio la sua visibilità.
Chi è Papa o vescovo, questo compete direttamente a Dio solo, e non a te. 
A te che hai capito la crisi della Chiesa, compete solo lo stare fermo nella sua Tradizione, in ciò che la Chiesa ha detto e fatto, fuori da questi terribili momenti di apostasia. Dio si è rivelato, ti ha dato la ragione per riconoscere la Sua rivelazione e per custodirla; non ti chiede di far politica ecclesiastica.

Occorre evitare due estremi letali per la fede: l'“autoritarismo” o “obbedientismo” da un lato e il “sedevacantismo” dall’altro: 
entrambi portano a lungo andare all’ateismo, alla perdita della fede.
Il primo fa stare dentro la Chiesa con una falsa obbedienza che non salvaguarda il Vangelo e i sacramenti; il secondo fa cercare una falsa chiesa alternativa; entrambi questi errori partono da una visione troppo umana 
della Chiesa, mancano entrambi di visione soprannaturale.

Occorre essere autenticamente tradizionali: il tradizionale sta di fronte a Dio, custodendo con amore il tesoro della Chiesa; il sedevacantista, che si inventa un’altra chiesa o non sa più dove essa sia, sta di fronte a se stesso utilizzando le cose ricevute da Dio.

Sempre père Calmel parla, con accenti commossi, dei veri cristiani, dei cristiani secondo la Tradizione, che custodiscono la fede amando immensamente la Chiesa:

“Questi cristiani, che custodiscono la Tradizione senza nulla concedere alla rivoluzione, desiderano ardentemente, per essere pienamente figli della Chiesa, che la loro fedeltà sia penetrata di umiltà e di fervore; non amano né il settarismo, né l’ostentazione. Al loro posto, che è modesto e a stento tollerato, cercano di custodire ciò che la Chiesa ha trasmesso loro, ben sicuri che essa non lo ha revocato, e si sforzano, nel custodirlo, di salvaguardare lo spirito di ciò che custodiscono” (R. T. Calmel, op. cit., pag. 101).

Preghiamo carissimi, perché in noi aumenti l’amore alla Chiesa una e visibile, quanto più diventano violente le ondate dell'apostasia.


(c) Radicati nella Fede 
via: http://vigiliaealexandrinae.blogspot.it/2015/11/tradizione-visibilita-e-crisi-della.html?spref=fb

lunedì 19 ottobre 2015

togliere il microfono a Gesù Cristo

Dalla “centralità” della Parola al Gesù imbavagliato


Gagging1
Sinodo dei vescovi
C’è da rifletterci, e per conto mio con la consueta pietosa crudeltà ci rifletto.
Per esempio penso ai protestantesimi storici. Hanno soppresso praticamente tutti i sacramenti per preservare il “sola scriptura”, pura, alla lettera, senza mediazioni e senza tradizione, facendo in una religione che non è “del libro”, del libro un idolo. E come è finita? Che hanno dovuto infine, volta per volta, riscrivere e tagliare o tacere Il Libro per accomodarlo a tutte le mode del momento, e continuano così. Sino al parossismo estremo di abbandonare il Libro direttamente e adottare l’agenda liberal-radicale.
Come è successo ai valdesi, i primi che si ribellarono a Roma in nome, anche, del Libro e sempre si sono fatti vanto di questa loro fedeltà alla “pura” Parola. Negli ultimi anni invece hanno man mano cassato dal Libro le parti che parlano in termini “politicamente scorretti” di omosessualità, matrimonio indissolubile e tutto il resto che allude alle “conquiste civili” in modo non allineato con lo “spirito dei tempi”, ossia l’agenda radicale, comprensiva di aborto, eutanasia, contraccezione, atti impuri, femminismo più radicale etc etc., cose in favore delle quali oggi dai loro desolati pulpiti predicano.
L’Eterogenesi dei fini!
Poi faccio comparazioni tra Concilio ultimo e Sinodo attuale.
Il primo disse, giacchè si voleva imitare i protestantesimi europei in disarmo come fossero in rimonta, che bisognava ridare “centralità” alla Parola nella liturgia: e ci sta! Tanto di cappello!
E glissiamo pure sull’insignificante particolare che da allora in poi mai c’è stata tanta ignoranza delle Scritture tra i laici e tanto analfabetismo sui novissimi; mai quanto da allora i sacerdoti avendo ottenuto la “centralità della Parola”, la parola l’hanno tolta a Dio per prendersela loro con i “secondo me” succeduti al “Secondo Giovanni… Marco… Luca”. E sono diventati gli oracoli delle mode del momento che rimpiazzano gli Oracoli del Signore che non avevano tempo.
jesus-christ-gaggedGlissiamo. E veniamo al secondo, il Sinodo. I cui soloni liberal, quegli stessi liberal che all’epoca del Concilio dopo aver ottenuto la “centralità della Parola” e averla subito messa da parte per poter meglio dire che gli pareva, adesso sono giunti alla resa dei conti: la Parola “è lettera morta” dicono, “è solo un simbolo”, una “mitologia”, in ogni caso da non prendere “alla lettera”… come per dire “seriamente”. Anzi, già che ci si trova, specificano di non prenderla proprio in considerazione, perché adesso come adesso “c’è la parola viva”, dice Kasper al Corriere e dice che pure il papa gliel’ha avrebbe detta, e sarebbe:  la sua  e quella dei media.
Quindi proprio i teorici dell’esaltazione della “Parola”, della chiesa “più evangelica”, in un paradosso estremo, sono infine giunti, al pari dei protestanti, a censurare la Parola, tagliando via i passi poco accomodanti o, peggio, in contrasto con la parola d’ordine in vigore nel mondo. Insomma: volevano far parlare Gesù a messa, e dopo avergli dato sulla voce, gli hanno tolto il microfono, e siccome ancora qualcuno poteva sentirlo urlare, hanno finito per mettergli il bavaglio. Perché non disturbi il Manovratore. Nemmeno al Sinodo.
A quei “tradizionalisti” che un tempo storcevano il naso dinanzi a tutta questa “centralità della Parola” a messa e che furono tacciati allora dai liberal d’essere farisei e anti-evangelici e per giunta contrari al dialogo coi “fratelli separati” protestanti, adesso dinanzi alle loro richieste di dare “centralità alla Parola” di Gesù nel Sinodo, gli stessi liberal indispettiti li accusano sempre di essere non solo “farisei e anti-evangelici” ma per giunta “calvinisti”. Peggio: di essere “i soliti protestanti convertiti al cattolicesimo”, così hanno scritto gli amichetti di Kasper sul Venerdì di Repubblica. Alla faccia dei “fratelli separati!”.
http://www.papalepapale.com/cucciamastino/senza-categoria/dalla-centralita-della-parola-al-gesu-imbavagliato/?fb_ref=8411af79fb5b4a4ebd84c69c5051af96-Facebook

giovedì 30 luglio 2015

COS'E' IL PECCATO VENIALE ?

CHE COS'E' IL PECCATO VENIALE ?? 

MA QUALCUNO ANCORA 

SE LO DOMANDA ?





di Alessandro Gnocchi per www.riscossacristiana.it
del 5 giugno 2015
“In termini liturgici la perdita dell’identità significa perdita della vocazione religiosa, e il permissivismo morale significa perdita del bisogno della confessione. Laddove molti ricorrevano alla confessione e relativamente pochi alla comunione, ora pochissimi si confessano mentre molti ricorrono alla comunione”. (Marshall McLuhan , da “La liturgia e il microfono”)
di Alessandro Gnocchi
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E’ arrivato una bastimento carico di misericordia, ma il mondo non sa che cosa farsene. E il cristianesimo mondano, che gliel’ha condotto fin dentro il porto di casa, non è in grado di dare ragione del grazioso cadeau: dopo aver chiuso negli armadi dei lini e delle vecchie lavande gli anatemi dei tempi andati, non ha più nulla da perdonare e, dunque, nessun motivo per cui essere misericordioso. E, in perfetta e inesorabile simmetria, il mondo, che improvvisamente ha scoperto di non essere più in peccato, non vede proprio come far fruttare il misericordioso abbraccio. Tolta l’impellenza della conversione e della rinuncia a satana, sola ragione dell’unico discorso possibile tra chiesa e mondo, l’una e l’altro hanno finito per incontrasi in un accidioso convivio sotto il segno del demone meridiano, quel sortilegio in cui si vive solo per compiacersi del proprio malessere.


Ma non è colpa del mondo, povera preda di un male che solo l’incisione affilata e incandescente del verbo cristiano sapeva curare chiamandolo con il suo nome: peccato. Nella guerra a una chiesa che gli muoveva guerra per la sua salvezza, il secolo trovava almeno una vena di linfa vitale, un fugace balenìo dello spirito tremendo eppure desiderato che ora, nella pace, non scorge più. Eppure ne ha sete, molto più che della misericordiosa condiscendenza, ma il cristianesimo mondano non ha più di questa acqua. Così il secolo, che coltiva nel suo intimo il desiderio di sentirsi peccatore pur negando l’idea del peccato, si trova smarrito davanti a cristiani che non si sentono peccatori perché quell’idea l’hanno dimenticata.
L’una e l’altra parte hanno smarrito la propria identità provocando, come spiegava nel 1974 Marshall McLuhan nel saggio “La liturgia e il microfono”, un invincibile bisogno di sentirsi desiderati che conduce inevitabilmente al permissivismo. “In termini liturgici” diceva lo studioso canadese “la perdita dell’identità significa perdita della vocazione religiosa, e il permissivismo morale significa perdita del bisogno della confessione. Laddove molti ricorrevano alla confessione e relativamente pochi alla comunione, ora pochissimi si confessano mentre molti ricorrono alla comunione”. Ai primi del Novecento, il trappista dom Jean-Baptiste Chautard, nella sua “Anima di ogni apostolato”, aveva diagnosticato la causa di questo male: “A sacerdote santo, si dice, corrisponde un popolo fervente; a sacerdote fervente un popolo pio; a sacerdote pio un popolo onesto; a sacerdote onesto un popolo empio”.


La china lungo cui hanno preso a scendere chiesa e mondo si è fatta sempre più difficile da risalire quando i cristiani hanno acquisito familiarità con il peccato veniale. Quando, nei giardini segreti delle anime, si è cominciato a coltivare i fiori malati dei piccoli reati contro Dio concimandoli con il compiacimento per la propria fragilità, in quel meriggiare della vita spirituale che tanto si confà ai disegni del demonio. Spesso lo si è fatto in punta di dottrina, perché molti sapevano quanto, per esempio, spiega il “Catechismo” di San Pio X, al punto 148: “Che cos’è il peccato veniale? Il peccato veniale è una disobbedienza alla legge di Dio in cosa leggera, o anche in cosa di per sé grave, ma senza tutta l’avvertenza e il consenso” e poi, al punto 149: “Perché il peccato non grave si chiama veniale? Il peccato non grave si chiama veniale, cioè perdonabile, perché non toglie la grazia e può aversene il perdono col pentimento o con opere buone, anche senza la confessione sacramentale”. Ma si ometteva pelosamente quanto detto al punto 150: “Il peccato veniale è dannoso all’anima? Il peccato veniale è dannoso all’anima perché la raffredda nell’amor di Dio, la dispone al peccato mortale, e la rende degna di pene temporanee in questa vita e nell’altra”.
Prima tollerato e poi vezzeggiato come estremo legame con il mondo, il peccato veniale ha indotto alla tiepidezza e oscurato il cielo delle ultime generazioni cristiane. “Quelli che commettono spesso peccati leggeri” ammoniva San Gregorio Magno “non devono considerare la qualità dei loro peccati, ma la loro quantità. Se non li impensierisce la gravità, li spaventerà il numero. (…) chi trascura di piangere e schivare i peccati leggeri cadrà non già di colpo, ma un po’ alla volta, dallo stato di giustizia a quello mortale”. E San Tommaso, nella “Summa”, spiega che “un peccato veniale può predisporre a un peccato che è mortale dalla parte di chi lo compie, a modo di conseguenza. Aumentata infatti la disposizione o l’abito con gli atti del peccato veniale, l’attrattiva del peccato può aumentare fino al punto che colui che pecca giungerà a porre il proprio fine nel peccato veniale: infatti, in chiunque ha un abito, di per sé, il fine è l’operare secondo tale abito. E così, con la ripetizione dei molti peccati veniali, uno si disporrà al peccato mortale”.
Il calendario liturgico è un rosario fiorito di santi che hanno fatto della loro vita la lotta anche alla più piccole delle offese a Dio. Nelle lettere ai suoi figli spirituali, padre Pio diceva che “gli spioni che sono i peccati veniali” si aggirano dentro il territorio delle anime per capire dove è minore la resistenza a quelli mortali. Fin sul limitare degli Anni Sessanta del secolo scorso, la vita ascetica del fedele ordinario aveva a modello esempi come San Domenico Savio, che avrebbe preferito morire piuttosto che macchiarsi di una sola colpa veniale. La formazione spirituale era fondata sull’alternativa radicale tra salvezza e dannazione eterne e generava pensieri, parole e opere che oggi il mondo vorrebbe tanto ammirare nei cristiani che, invece, ne sono atterriti. Pensieri, parole e opere, per esempio, come quelli che Sant’Ambrogio depose nell’eloquente “De bono mortis”, il bene della morte: “E l’Ecclesiate dice ancora ‘il mio cuore è andato in giro affinché io potessi conoscere la gioia dell’empio e considerassi e cercassi la sapienza e la moderazione, e conoscessi la felicità attraverso il comando, nonché i travagli e gli avvilimenti, e conobbi questa felicità come più amara della morte’: questo non perché la morte sia in sé amara, ma poiché lo è per l’empio. E’ infatti peggio vivere per il peccato che morire nel peccato, poiché quanto più a lungo l’empio vive, tanto più aumenterà il suo peccato, ma se muore cessa di peccare”.
Generazioni e generazioni di cristiani si sono formate lungo i secoli su questo tema ascetico. Nobili destinati allo splendore delle corti e capaci di portare i cilici sotto vesti da fiaba, contadini, operai e mendici a cui facevano da cilicio i panni e la fatica quotidiani. Tutti animati dallo stesso fervore, segnati dalla stessa luce catturata negli interni del Caravaggio, nel sorriso delle Madonne di Raffaello, nell’immobilità delle scene di Piero della Francesca, negli ori di Giotto o di certe icone dipinte nelle aurore russe. Ma anche il più spirituale dei capolavori, riesce a descrivere solo in piccolissima parte ciò che il fervore e la purezza producono nelle creature. “Primieramente” scrive Pietro Giacomo Bacci nella biografia di San Filippo Neri “il verginal candore era tale che gli risplendeva anche nel volto, ed in particolare negli occhi: i quali aveva eziandio negli ultimi anni della sua vita, come di giovanetto, così chiari e risplendenti, che non si è trovato mai pittore che gli abbia mai potuti ben esprimere con il pennello, ancorché molti con ogni diligenza vi abbiano provato; non si poteva in oltre così facilmente fissar la vista nella sua faccia; avvegnacché se gli vedeva uscir dagli occhi come una luce che ripercoteva negli occhi di chi lo mirava; sicché alcuni han detto che solamente in guardarlo sembrava un angelo di paradiso”.


Il mondo, fosse solo per il sollievo di un istante, per un attimo di quiete prima rituffarsi tra le braccia del suo principe, va in cerca di sguardi fervorosi come questo, frutto di acuminato e indefettibile odio per il peccato. Non mendica l’indulgente e misericordiosa tiepidezza perché, anche se ignora che i tiepidi saranno vomitati dal Signore nel giorno del giudizio, sa bene che basta l’ordinaria brutalità della vita per schiacciarli.
Sul versante religioso e su quello mondano, sono stati i francesi ha scrivere in proposito pagine di immortale drammaticità. Il Mauriac di “Groviglio di vipere”, il Bernanos del “Diario di un curato di campagna” e di “Un delitto”, il Bourget del “Demone meridiano”, e poi Gide, Camus, Sartre hanno narrato, chi volendolo e chi no, la discesa agli inferi degli esseri umani che si consegnano al peccato veniale come fine dell’esistenza. Tra i più efficaci vi è Georges Simenon, belga donato alla Francia, cronista di un mondo dove borghesi e proletari, nobili e diseredati sono prigionieri di vite sottratte alla grazia, fosse pure intesa come sola possibilità di compiere un gesto innocente. Raccontarlo è stata una prova tremenda persino per la sua scrittura folle e compulsiva. Tanto da sentire il bisogno di redimere i personaggi dei suoi “roman-roman” creando l’universo parigino del commissario Maigret, il poliziotto che “di mestiere avrebbe voluto fare il riparatore di destini”. Ma l’eco di un cattolicesimo non del tutto sopito ha suscitato in Simenon l’idea che l’azione di giustizia si alimenta di ritualità e di orazione, e lui l’ha cristallizzata con definitiva genialità letteraria nell’invenzione della signora Maigret. E’ questa piccola borghese timida e discreta, con le sue buone abitudini quotidiane da liturgia domestica, a tessere il velo che preserva la sua casa dalla colpevolezza del mondo: quasi una versione laica del fervore religioso in cui l’inesauribile sdegno al cospetto del male ha per contrappunto un candore bisognoso di riparo.



Quando usavano ancora dire il breviario, i cattolici davano forma liturgica alla necessità di porsi al rifugio dalle colpe anche veniali negli splendidi inni risalenti all’epoca ambrosiana. A ciascuna ora canonica il suo, a seconda di ciò che travaglia le anime in un dato frangente della giornata. “Lingua refrénans témperet” recita per esempio la seconda strofa dell’ora Prima, quando l’astro del giorno è già sorto, “Ne litis horror ínsonet: visum fovéndo cóntegat, ne vanitátes háuriat”, Dio moderi e freni la lingua, affinché non risuoni l’orrore delle liti, custodisca e contenga lo sguardo perché non raccolga alcuna vanità. E a Compieta, subito dopo l’esame di coscienza e il Confiteor in cui chiede perdono a Dio onnipotente, alla beata Maria sempre Vergine, a San Michele Arcangelo, a San Giovanni Battista, ai santi apostoli Pietro e Paolo, a tutti i santi e fino all’ultimo dei fratelli, l’orante chiede il soccorso divino in vista del sonno: “Procul recédant somnia, et nóctium phantásmata; hostémque nostrum cómprime, ne polluántur córpora”, fuggano lontano da noi i sogni e i fantasmi della notte, reprimi il nostro nemico affinché il nostro corpo non sia macchiato.
Ma questo luminoso monologo penitenziale è stato spazzato via dall’irrompere orgoglioso della dialettica, ricettacolo di un velenoso divenire. La sapienza depositata dai secoli nel Breviario è stata rimpiazzata dalla trinità mondana composta da tesi, antitesi e sintesi racchiusa nei bigini di filosofia. “Tesi: determinazione dell’infinito che si afferma su un piano astratto intellettivo. Antitesi: potenza del negativo che consente alla dialettica di procedere. Sintesi: superamento dei due momenti precedenti che, a sua volta, diventa nuova tesi da superare”. Ormai, anche nella predicazione e nelle aule di catechismo si insegna che la manifestazione reale ha bisogno del suo opposto, dell’antitesi, che la porta alla corruzione per generare la sintesi. E così per sempre, in un ritmo ternario fatto di pulsioni mortifere. Non si può dire “vita” senza richiamare la “morte”. Tutto ciò che esiste è vero solo in quanto si dovrà corrompere. Engels ha spiegato che la regola della dialettica hegeliana si risolve in questa affermazione: “Tutto ciò che esiste deve morire”. In altre parole, la realtà necessita della potenza del momento negativo, del male.

L’uomo moderno è convinto di essere autentico solo se tocca con mano la propria corruzione, solo se apre il suo cuore alla dannazione, solo se evoca la malvagità nella storia. E, continuando a rincorrere il male, cade nel baratro del nulla. Ma, proprio per questo, non può educare al bene e, sopra ogni cosa, rifugge il fervore, la rinuncia estrema al peccato. E il cristiano, scimmia di luce di follia, ha fatto propria tale visione finendo per credere che la fede non sia vera se non si accompagna al dubbio. Un credente autentico, si sente dire sempre più spesso dai pulpiti, deve assaporare dentro di sé l’esistenza dell’ateo, per essere santi bisogna essere anche grandi peccatori.

In un simile brodo di coltura, la derubricazione del peccato veniale ha finito per travolgere qualsiasi concetto di colpa, fino a quella originale. Così, il peccato di Adamo viene presentato in una nuova forma e in una nuova valutazione, come usa dire, pastorale. Assume il nome malaticcio e fascinoso di “fragilità”, scava nell’anima dei credenti, si fa accettare, si fa coccolare, si fa coltivare e monopolizza la vita e il pensiero, la prassi e la dottrina. E diventa tema dei convegni ecclesiali, del dibattere nelle commissioni pastorali, dei chilometrici documenti degli uffici diocesani, della catechesi nelle parrocchie, dei campi estivi degli oratori. L’uomo, si sente dire con sempre maggior insistenza, è grande perché è fragile.
E il cerchio si chiude su un panorama in cui fede e ragione, minati dalla dialettica, hanno intrinsecamente bisogno del negativo: l’errore diventa un valore per la gnoselogia, l’eresia per la dottrina, il peccato per la morale. Non è un caso se uno dei personaggi più luminosi della letteratura come la Lucia dei “Promessi sposi”, esemplare incarnazione letteraria del fervore, è divenuta incomprensibile ai cattolici contemporanei. C.S. Lewis aveva previsto tale esito nelle “Lettere di Berlicche”. Era solo il 1942 quando narrava le istruzioni del diavolo Berlicche al nipote Malacoda, comandato a pilotare la perdizione di un neoconvertito: “In una settimana o due gli metterai il dubbio che forse nei primi giorni della sua vita cristiana egli era un pochino eccessivo. Parlagli della ‘moderazione in tutto’. Se ti riuscirà di condurlo al punto di pensare che ‘la religione, sì, va bene, ma fino a un certo punto’, potrai sentirti felicissimo nei riguardi della sua anima. Per noi una religione moderata vale quanto una religione nulla, ed è più divertente”. E Paul Bourget, nel 1914, concludeva “Il demone meridiano” con una fulminate constatazione: “Bisogna vivere come si pensa, se no, prima o poi, si finisce con il pensare come si è vissuto”.