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venerdì 3 marzo 2017

Nessuna bara, solo una tavola ...






Seppellimento in comunità certosina. Nessuna bara, solo una tavola e povere bende, un sudario. Il più anziano avanza, portando la croce da affiggere sul terreno: polvere sei e polvere ritornerai. Riconsegnano alla terra il corpo del confratello, nella semplicità di una famiglia. Sprazzi di verissimo cristanesimo.

lunedì 7 novembre 2016

si deve rifiutare il funerale, a norma del diritto.

Cosa dice davvero l'Istruzione "Ad resurgendum" sul problema della cremazione?



Si sono letti tanti titoli "rivoluzionari" e altre emerite stupidaggini sulla seria Istruzione “Ad resurgendum cum Christo” pubblicata il 25 ottobre 2016 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il problema affrontato è il dilagare della cremazione dei defunti e il non rispetto dei loro resti. 
Cosa dice dunque la Chiesa a proposito? Tutto è ammesso? Tanto l'importante è solo l'anima? Nemmeno per idea! Possiamo anche dire che nell'Istruzione troviamo delle precisazioni che restringono le aperture un po' esagerate dell'attuale rituale italiano per le esequie (vedi qui). Controlliamo:

1. Non c'è un "sì" alla pratica della CREMAZIONE, questa pratica rimane TOLLERATA (dopo si dice soltanto "non vietata" qualora si diano certe condizioni). Così infatti recita il primo paragrafo dell'Istruzione:
"Per risuscitare con Cristo, bisogna morire con Cristo, bisogna «andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2 Cor 5,8). Con l’Istruzione Piam et constantem del 5 luglio 1963, l’allora Sant’Uffizio ha stabilito che «sia fedelmente mantenuta la consuetudine di seppellire i cadaveri dei fedeli», aggiungendo però che la cremazione non è «di per sé contraria alla religione cristiana» e che non siano più negati i sacramenti e le esequie a coloro che abbiano chiesto di farsi cremare, a condizione che tale scelta non sia voluta «come negazione dei dogmi cristiani, o con animo settario, o per odio contro la religione cattolica e la Chiesa». Questo cambiamento della disciplina ecclesiastica è stato poi recepito nel Codice di Diritto Canonico (1983) e nel Codice dei Canoni delle Chiese Orientali (1990)".
Si prosegue dicendo con chiarezza che il documento, approvato dal Papa, serve a sostenere le ragioni della sepoltura dei corpi, sia di ordine dottrinale che pastorale:  "la Congregazione per la Dottrina della Fede ha ritenuto opportuno la pubblicazione di una nuova Istruzione, allo scopo di ribadire le ragioni dottrinali e pastorali per la preferenza della sepoltura dei corpi". 
E si parla della cremazione, dando norme restrittive, perché su questo "si sono diffuse nuove idee in contrasto con la fede della Chiesa".

2. I Cristiani credono nella risurrezione dei corpi. Cristo è stato sepolto dopo la morte ed è risuscitato, e questo è il destino ultimo di ciascuno: "Anche ai nostri giorni la Chiesa è chiamata ad annunciare la fede nella risurrezione: «La risurrezione dei morti è la fede dei cristiani: credendo in essa siamo tali»".


3. Con abbondanza di citazioni si ridadisce: "Seguendo l’antichissima tradizione cristiana, la Chiesa raccomanda insistentemente che i corpi dei defunti vengano seppelliti nel cimitero o in altro luogo sacro (Cf. CIC, can. 1176, § 3; can. 1205; CCEO, can. 876, § 3; can. 868)". 
Visto che vogliamo assomigliare a Cristo "in vita e in morte" e Cristo è stato sepolto, allora: "l’inumazione è innanzitutto la forma più idonea per esprimere la fede e la speranza nella risurrezione corporale".
 Ci sono poi motivi di precauzione dottrinale, che portano a difendere anche nei simboli la prassi delll'inumazione, per cui la Chiesa, che combatte derive panteistiche o gnostiche e dualiste: 
"Non può permettere, quindi, atteggiamenti e riti che coinvolgono concezioni errate della morte, ritenuta sia come l’annullamento definitivo della persona, sia come il momento della sua fusione con la Madre natura o con l’universo, sia come una tappa nel processo della re–incarnazione, sia come la liberazione definitiva della “prigione” del corpo".
Non siamo nell'anno della Misericordia? Non ricorda il Papa ad ogni piè sospinto le "opere di misericordia"? Ecco che l'Istruzione ricorda, con aggancio biblico, che:
"Il giusto Tobia viene lodato per i meriti acquisiti davanti a Dio per aver seppellito i morti, e la Chiesa considera la sepoltura dei morti come un’opera di misericordia corporale".
Si sottolinea poi il fatto che la sepoltura nei cimiteri alimenta il contatto e la comunione tra i vivi e i defunti, "nonché la venerazione dei martiri e dei santi". Questo è un punto importante: se i defunti sono "santi" cioè vanno in paradiso, perché distruggere quelle che sono allora "sante reliquie"? La festa del 1° novembre ci fa riaffermare proprio la certezza dell'enorme schiera di santi "anonimi" fatta da semplici cristiani. Come si possono allora trattare le loro spoglie in modo men che adeguato a ciò che si fa con i Santi del calendario? Chi brucerebbe le reliquie di un Padre Pio o di un sant'Antonio?

La tradizione cristiana dunque "si è opposta alla tendenza a occultare o privatizzare l’evento della morte e il significato che esso ha per i cristiani".

4. Con il quarto paragrafo si vede quando e come è ammissibile la cremazione: 
a) Se ci sono ragioni di tipo igienico, economico o sociale che portino a scegliere la cremazione
b) Questa scelta: "non deve essere contraria alla volontà esplicita o ragionevolmente presunta del fedele defunto".
c) Non "si scorgono" nella cremazione in quanto atto in sé ragioni dottrinali che la impediscano (sottinteso non si dice "non ci sono", ma non ne vediamo, e comunque rimangono le grosse ragioni pastorali che la sconsigliano...)
d) Si afferma quindi con precisione: La Chiesa continua a preferire la sepoltura dei corpi poiché con essa si mostra una maggiore stima verso i defunti; tuttavia la cremazione non è vietata, «a meno che questa non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana».

Priorità alla sepoltura, cremazione "non vietata" (cioè tollerata, non favorita) e permessa solo e soltanto se non ci sono scelte sottostanti contrarie alla dottrina cristiana (e questo è il punto più difficile da dimostrare. Perchè di solito le scelte simboliche del culto dei morti hanno sempre a che fare con le credenze degli individui, anche se qui vengono fatte apparire - in teoria - facilmente disgiungibili).

Con ulteriore cautela il paragrafo si chiude così: "In assenza di motivazioni contrarie alla dottrina cristiana, la Chiesa, dopo la celebrazione delle esequie, accompagna la scelta della cremazione con apposite indicazioni liturgiche e pastorali, avendo particolare cura di evitare ogni forma di scandalo o di indifferentismo religioso". 

5. Le ceneri, frutto di eventuale cremazione, vanno conservate con cura in cimetero o in chiesa: 
Qualora per motivazioni legittime venga fatta la scelta della cremazione del cadavere, le ceneri del defunto devono essere conservate di regola in un luogo sacro, cioè nel cimitero o, se è il caso, in una chiesa o in un’area appositamente dedicata a tale scopo dalla competente autorità ecclesiastica.... si evita la possibilità di dimenticanze e mancanze di rispetto, che possono avvenire soprattutto una volta passata la prima generazione, nonché pratiche sconvenienti o superstiziose.
6. Non è permesso dalla Chiesa conservare le urne in casa o dividendo le ceneri tra i congiunti (anche se sono pratiche ammesse dallo Stato):  "la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica non è consentita".
Casi di necessità eccezionali vanno comunque  sottoposti al permesso dei vescovi.

7. E' espressamente vietato lo spargere le ceneri o la "diamantizzazione" cioè la pratica che si va diffondendo di far comprimere le ceneri ad alte temperature per formare diamanti sintetici:
"Per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti, tenendo presente che per tali modi di procedere non possono essere addotte le ragioni igieniche, sociali o economiche che possono motivare la scelta della cremazione".

pubblicità: "trasformiamo in diamanti le ceneri dei tuoi cari"!
 
8. L'ultimo paragrafo richiede ai sacerdoti di essere attenti e fermi, pronti a rifiutare i funerali in chiesa se non siano rispettate fin dall'inizio queste prescrizioni:
Nel caso che il defunto avesse notoriamente disposto la cremazione e la dispersione in natura delle proprie ceneri per ragioni contrarie alla fede cristiana, si devono negare le esequie, a norma del diritto.
Quindi, cari preti, informarsi. Misericordia è anche non confondere i fedeli, e non far pensare che ogni pratica è ammessa "tanto è morto"!. La fede nella risurrezione è oggi più che mai da tutelare e proteggere. La dispersione delle ceneri va sempre contrastata, magari fornendo alternative nella chiesa parrocchiale stessa, riaprendo i loculi -di cui fino a fine '700  le nostre chiese erano piene- per accogliere le ceneri di chi, magari per motivi economici, si fa cremare e non ha soldi nemmeno per un posto al cimitero.
Anche così, dopo la morte, si aiutano i poveri che vogliono morire da cristiani.

Il testo dell'Istruzione, approvata in forma specifica da Papa Francesco, è disponibile qui


preferite questa situazione o quella raffigurata nella foto di apertura?

Testo preso da: Cantuale Antonianum http://www.cantualeantonianum.com/#ixzz4PEu77qaw
http://www.cantualeantonianum.com

venerdì 4 novembre 2016

pregare il Dies irae per i nostri morti

Dies Irae, tra i tesori liturgici e musicali che sono stati sottratti ai fedeli. Troppo medioevo...

 


Il Dies irae è una sequenza in lingua latina, molto famosa, attribuita dubitativamente a Tommaso da Celano. Sono in molti a ritenerla una composizione poetica medievale tra le più riuscite. C'è un salto di stile rispetto al latino classico: il ritmo è accentuativo e non quantitativo, e i versi sono rimati con rima baciata (AAA, BBB, CCC) a eccezione delle ultime due strofe. Il metro è trocaico. Descrive il giorno del giudizio, l'ultima tromba che raccoglie le anime davanti al trono di Dio, dove i buoni saranno salvati e i cattivi condannati al fuoco eterno. Il Dies irae è una delle parti più note del requiem e quindi del rito per la messa esequiale previsto dalla liturgia per la messa di rito romano.

Compare anche nella Liturgia delle Ore (come inno alternativo per l'ultima settimana del tempo ordinario) in una versione riveduta.

Giorno dell'ira, quel giorno che
dissolverà il mondo terreno in cenere
come annunciato da Davide e dalla Sibilla.

Quanto terrore verrà
quando il giudice giungerà
a giudicare severamente ogni cosa.

La tromba diffondendo un suono mirabile
tra i sepolcri del mondo
spingerà tutti davanti al trono.

La Morte e la Natura si stupiranno
quando risorgerà ogni creatura
per rispondere al giudice.

Sarà presentato il libro scritto
nel quale è contenuto tutto,
dal quale si giudicherà il mondo.

E dunque quando il giudice si siederà,
ogni cosa nascosta sarà svelata,
niente rimarrà invendicato.

In quel momento che potrò dire io, misero,
chi chiamerò a difendermi,
quando a malapena il giusto potrà dirsi al sicuro?

Re di tremendo potere,
tu che salvi per grazia chi è da salvare,
salva me, fonte di pietà.

Ricorda, o pio Gesù,
che io sono la causa del tuo viaggio;
non lasciare che quel giorno io sia perduto.

Cercandomi ti sedesti stanco,
mi hai redento con il supplizio della Croce:
che tanto sforzo non sia vano!

Giusto giudice di retribuzione,
concedi il dono del perdono
prima del giorno della resa dei conti.

Comincio a gemere come un colpevole,
per la colpa è rosso il mio volto;
risparmia chi ti supplica, o Dio.

Tu che perdonasti Maria di Magdala,
tu che esaudisti il buon ladrone,
anche a me hai dato speranza.

Le mie preghiere non sono degne;
ma tu, buon Dio, con benignità fa'
che io non sia arso dal fuoco eterno.

Assicurami un posto fra le pecorelle,
e tienimi lontano dai caproni,
ponendomi alla tua destra.

Una volta smascherati i malvagi,
condannati alle fiamme feroci,
chiamami tra i benedetti.

Prego supplice e in ginocchio,
il cuore contrito, come ridotto a cenere,
prenditi cura del mio destino.

Giorno di lacrime, quello,
quando risorgerà dalla cenere

Il peccatore per essere giudicato.
perdonalo, o Dio:

Pio Signore Gesù,
dona a loro la pace. Amen. 

giovedì 27 ottobre 2016

morti da bruciare

Principiis obsta

È evidente che scopo dell’istruzione è quello di limitare i danni di un’incauta e poco lungimirante decisione presa oltre cinquant’anni fa.
 
 
 

Martedí scorso è stata resa nota, con una conferenza stampa del Card. Gerhard Müller, l’istruzione della Congregazione per la dottrina della fede Ad resurgendum cum Christo circa la sepoltura dei defunti e la conservazione delle ceneri in caso di cremazione, che reca la data del 15 agosto 2016. Il documento è stato presentato dai media e — va detto — è stato accolto anche da molti cattolici come se introducesse delle novità nella prassi della Chiesa in materia. In realtà l’istruzione non modifica in alcun modo l’atteggiamento della Chiesa nei confronti della cremazione. Se una novità c’è stata in questo campo, essa fu introdotta dall’istruzione del Sant’Uffizio Piam et constantem del 5 luglio 1963, con la quale si disponeva che non fossero piú negati i sacramenti e le esequie a coloro che avessero chiesto la cremazione, a condizione che tale scelta non fosse voluta «come negazione dei dogmi cristiani, o con animo settario, o per odio contro la religione cattolica e la Chiesa» (posizione successivamente recepita dal nuovo Codice di diritto canonico del 1983). Un intervento, quello del 1963, che non cambiava nulla sul piano dottrinale, ma si limitava a modificare la prassi pastorale. Si tratta, se vogliamo, del primo segnale di una tendenza che avrebbe poi dilagato nella Chiesa. Può essere quindi utile riflettere, a posteriori, sulle conseguenze, talvolta devastanti, che possono avere certe scelte a torto considerate puramente pastorali e quindi dogmaticamente innocue.

La nuova istruzione, riaffermata la fede cristiana nella risurrezione e confermata la preferenza per la tradizionale prassi della sepoltura, cerca di mettere alcuni paletti a una pratica, quella della cremazione, che si va sempre di piú diffondendo anche fra i cattolici e sta assumendo, come era prevedibile, contorni ogni giorno piú preoccupanti. I paletti sono:
1. «le ceneri del defunto devono essere conservate di regola in un luogo sacro, cioè nel cimitero o, se è il caso, in una chiesa o in un’area appositamente dedicata a tale scopo dalla competente autorità ecclesiastica» (n. 5);
2. «la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica non è consentita»; in casi eccezionali, l’Ordinario «può concedere il permesso per la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica. Le ceneri, tuttavia, non possono essere divise tra i vari nuclei familiari e vanno sempre assicurati il rispetto e le adeguate condizioni di conservazione» (n. 6); 
3. «per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti» (n. 7);
4. «nel caso che il defunto avesse notoriamente disposto la cremazione e la dispersione in natura delle proprie ceneri per ragioni contrarie alla fede cristiana, si devono negare le esequie, a norma del diritto» (n. 8).
Penso che tutti possiamo trovarci d’accordo su queste norme: è il minimo che si possa esigere. Già alcune conferenze episcopali, fra cui quella italiana, erano intervenute nel medesimo senso sulla questione. Ora la Congregazione per la dottrina della fede estende a livello universale le misure che erano state adottate a livello locale. Non si può perciò che elogiare questo quanto mai opportuno intervento della “Suprema”. 

È evidente che scopo dell’istruzione è quello di limitare i danni di un’incauta e poco lungimirante decisione presa oltre cinquant’anni fa. È proprio il caso di ripetere qui l’adagio ovidiano Principiis obsta: sero medicina paratur quum mala per longas convaluere moras (“bisogna contrastare la malattia ai primi sintomi; è troppo tardi correre ai ripari quando, dopo aver a lungo tergiversato, la malattia si è ormai irrimediabilmente aggravata”). Inutile chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. 

Mi ero già occupato di cremazione nel novembre del 2009 (qui e qui), in occasione dell’approvazione del nuovo rito delle esequie da parte dei vescovi italiani. Sono passati sette anni, ma ritengo che le considerazioni che facevo in quella sede siano tuttora sostanzialmente valide. Non merita quindi ripetersi. In quei post però toccavo un altro aspetto che viene completamente ignorato dalla nuova istruzione, ma che a me non sembra per nulla irrilevante: l’aspetto commerciale. Di fatto la cremazione è diventato un business, non solo per le agenzie che la praticano, ma talvolta anche (come si accennava in quei post) per la stessa Chiesa. Beh, dire una parola anche su questo aspetto non sarebbe stato, secondo me, fuori luogo. Come giustamente si fa notare l’incongruenza tra la scelta della cremazione per motivi economici e la trasformazione delle ceneri in gioielli (n. 7: «per tali modi di procedere non possono essere addotte le ragioni igieniche, sociali o economiche che possono motivare la scelta della cremazione»), forse non sarebbe stato male evidenziare pure la contraddizione insita nel giustificare la cremazione con motivi economici e poi trasformarla in una fonte di lucro. Per non parlare dello scandalo che certi comportamenti provocano da parte di una Chiesa che ambisce a essere, e apparire, “povera”. 
 
http://querculanus.blogspot.it/2016/10/principiis-obsta.html

sabato 31 ottobre 2015

Per i cari defunti

CHE VALORE HA LA PREGHIERA DI SUFFRAGIO PER I NOSTRI DEFUNTI? 

UN AMICO DOMENICANO RISPONDE




1. Il dolore di qualunque persona non ci può lasciare insensibili.

2. È molto consolante il pensiero che tutto quello che con infinito affetto hai fatto per un tuo caro il Signore l’ha ritenuto fatto a sé. Non tanto per il merito (pure esso importante), ma per la gioia di aver fatto qualcosa per il Signore.

3. Il Catechismo della Chiesa Cattolica a proposito dei defunti dice che "la nostra preghiera per loro non solo può aiutarli, ma può anche rendere efficace la loro intercessione in nostro favore" (n. 958).
Pertanto la nostra preghiera, mentre alimenta una comunione di vita che ci è preziosa, ha una duplice efficacia: aiuta le loro anime a purificarsi, e giova a noi perché è come se aprissimo un varco tra noi e loro che ci permette di sentire quanto sia potente la loro intercessione davanti a Dio a nostro favore.
Dobbiamo sapere che le preghiere e i meriti della loro vita precedente stanno sempre in atteggiamento di supplica davanti a Dio per noi.

4. Portare un fiore sulle loro tombe è una testimonianza di fede nella comunione di vita che c’è tra noi e loro.
Sappiamo che ai nostri morti la vita non è tolta, ma trasformata, come dice la Liturgia della Chiesa.
Portare un fiore è un segno di affetto che senza dubbio è gradito a Dio ed è gradito anche ai nostri morti che dall’aldilà possono apprezzare il nostro gesto.

5. Ma indubbiamente vi sono altri fiori, ancor più preziosi che noi possiamo loro donare.
E questi fiori sono costituiti dalla celebrazione della S. Messa per loro e dalle altre opere di suffragio.

6. A questo proposito il Catechismo ricorda “la preghiera per i defunti di cui la Sacra Scrittura già parla: «Perciò Giuda Maccabeo fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato» (2 Mac 12,45)” (n. 1032).
E afferma che “fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio.
La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti” (CCC 1032).


7. Ti esorto a largheggiare più che puoi nel donare soprattutto questi fiori, che non diventano mai vecchi e il cui merito dura in eterno. 
Padre Angelo


venerdì 22 novembre 2013

in memoriam


Ricordo di un amico con cui scherzavamo in latino

IN SUFFRAGIO DI UN AMICO

Bravo, Domenico, e addio…
un “addio” non è mai per sempre.



Ciò che noi riteniamo un fallimento è una gloria

Parrocchia di San Renato vescovo
Moiano, 18 ottobre 2012

Concelebrazione esequiale
per il parroco
Don Domenico

Omelia

   Non senza difficoltà, estrema difficoltà, prendo la parola in questa santa assemblea, in cui celebriamo i misteri della vita del Signore, direi che la prendo in obbedienza al nostro vescovo Franco. Nostro. Sono i figli chiamati a dire parole accanto alla bara del padre e non viceversa, come accade in questo momento. In questo silenzio raggelante, ma anche colmo di fede e di speranza, facciamo risuonare nel nostro cuore la Parola che è stata proclamata, l’Unica che può abitare il silenzio, che è assenza di parole da dire, di cose da fare, quella frenata brusca che ci fa sobbalzare in avanti e ci lascia intontiti ogniqualvolta la morte ci visita, ci toglie qualcuno che affiancavamo, laddove nessuna parola umana può essere proferita, ma risuona sovrana e luminosa e incanto la Parola di Dio.

Abbiamo ascoltato nel giorno della Festa di San Luca la pagina, quasi certamente a tutti noi più cara tra i racconti della Risurrezione; è stata scelta questa pagina perché Don Domenico l’ha voluta per questa comunità come traccia per un mese intero di predicazione e di riflessione lo scorso giugno, ai piedi del Cuore di Gesù, o nel suo Cuore. E la rileggiamo adesso davanti alla sua bara ma in comunione - cosa più importante e gioiosa - con lui, vivo, presente nella comunione dei Santi, con noi in questa celebrazione, benché invisibile, e la riascoltiamo per trovare un’uscita di sicurezza da questa strettoia che ci opprime il cuore.
Ci presentiamo sempre così a Gesù sulle strade della vita, con storie a pezzi, che non riusciamo più a comporre, di cui ci sfugge il senso. Gesù cammina con noi in questa liturgia della Parola, ci accompagna, si interessa al nostro dolore, alle nostre vicende; Egli già sa cosa ci sia nel cuore di ciascuno ma quasi ci invita a raccontargliele, perché le persone che amano amano sentirsi dire quello che già sanno dai figli bambini.
Cosa avevano in mano i discepoli scoraggiati in cammino verso Emmaus in quel pomeriggio di Pasqua?, e cosa abbiamo in mano noi?
Dei brandelli, storie a pezzi, cuori lacerati, abbracci interrotti, dialoghi che avevano bisogno di ben altro tempo, tempi che sono finiti e di cui avevamo ancora estremo bisogno per spiegarci storie e dialoghi e parole e frasi sconnesse.
Sono così le nostre vite, fratelli e sorelle, ed è così la nostra situazione in questa celebrazione, almeno sulle prime, all’atto in cui i “perché” sono tanti, imperiosi, ci feriscono, mettono a dura prova la nostra fede, il “perché” della sofferenza, il “perché” del dolore, il “perché” di una vita che si stronchi a trentatré anni da parte di un pastore che era appena all’inizio della sua opera.
Ecco, Signore Gesù, siamo così, con i nostri pensieri interrotti, con le nostre conversazioni a pezzi, e Tu ti metti in cammino con noi, ci chiedi e noi Ti raccontiamo di noi, noi Ti raccontiamo di questa comunità, - vorrei farlo a nome di questa comunità parrocchiale, della comunità diocesana - di speranze, di attese, di progetti… Ti raccontiamo, per esempio, di una esperienza esaltante, che la nostra Diocesi visse sei anni fa, il 3 di maggio, a Sorrento. Sono qui gli altri di quella covata numerosa e prodigiosa come mai ci era capitato d’avere: sette preti in una volta.
Quanti ragazzi! È qui Marino, Maurizio, Domenico, Franco, Armando, Tonino, Enrico. Erano lì pieni di vita, avrebbero cambiato il mondo, erano lanciati nella Storia, già bella, della nostra Chiesa, bella e dolorosa, e Ti raccontiamo e ci ricordiamo di quella sera e dei loro volti radiosi, e dei nostri, e delle speranze.
Cosa significa essere prete, Gesù?
E questo epilogo - di uno di quei magnifici sette, come furono definiti - questo epilogo nella bara, no, non nella bara, ma nella morte, questo epilogo che viene a stroncare una pastoralità, una carità pastorale, immensa e piena di promesse, è un incidente, o era già scritto quel giorno. E noi, che celebriamo l’Eucaristia ogni giorno, e da quel giorno voi sei: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue» sono parole esterne, sono parole che diciamo sul pane e sul vino, o anche parole che diciamo su di noi, presentandoci, offrendoci, unendoci a Gesù Pastore e vittima, a Gesù che dà la vita per il suo gregge.
Questo è il mio corpo.
In questa chiesa Don Domenico l’ha detto tante volte spezzando il pane per voi, il Pane della Parola e il Pane eucaristico, ma dandovi il Corpo di Gesù vi consegnava anche il suo, la sua giovinezza, le sue piaghe, il suo essere divorato dal cancro, il suo voler a morsi prendere ancora del tempo, per fare qualcosa con voi.
E nuovamente mi torna l’interrogativo:
ma questo è un incidente?
E la risposta è “no”, no, no, Domenico, e tu lo sai bene ora che non è un incidente, era già in quel “sì, lo voglio, sì, lo voglio, sì, lo voglio, sì, con la grazia di Dio lo voglio”.

Carissimo vescovo Franco,
che non hai avuto il tempo di conoscerlo Don Domenico, devo dire innanzi tutto, io sono forse l’unico che può dirlo senza che nessuno si offenda, che la grazia battesimale e poi quella dell’Ordine scese, è scesa su un uomo violento, è scesa su un’indole inquieta, un rivoluzionario, un attaccabrighe.
Questo era Domenico, starà sorridendo mentre io lo descrivo così - i padri possono dire questo dei figli - era difficile, Franco, stare accanto a Domenico senza esserne feriti; era il suo carattere.
Ci siamo sempre detti, scherzando, che cosa sarebbe divenuto se non avesse incrociato gli occhi di Gesù a diciott’anni in un Corso di Esercizi spirituali ad Avezzano, se non fosse stato un prete, cosa sarebbe diventato Domenico con il carattere che aveva, ma la grazia di Dio predispone ogni cosa per una finalità di tempo, perché la grazia è scesa su quella umanità, così irruente, così polemica, aveva una vis-polemica Domenico come non l’ho mai vista. Ho ancora dolente il piede in tutti questi anni perché l’ho dovuto tenere premuto sul freno nella sua vita per quello che c’era da dire e da fare, eppure oggi guardando questa bara, ma ancor più contemplando con gli occhi della fede la luce, la pace, in cui egli finalmente è entrato, dobbiamo dire: “grande, mirabile fede - come canta il Manzoni - ai trionfi avvezza”, perché la fede ha avuto la meglio su quel carattere impossibile, trasformandolo, moderandolo, e volgendo al bene, alla creatività pastorale, a quell’azione rivoluzionaria, a cui un prete è chiamato, quelle energie che altrimenti sarebbero finite in corto circuito.
Com’è bello vedere i giochi di Dio nelle nostre umanità,
com’è bello considerare come Egli tenga tutto di noi, anche gli aspetti meno amabili, e riesca a volgerli ad una finalità di bene,
com’è bello vedere che Domenico ai Campi scuola, Domenico agli Esercizi spirituali, Don Domenico, alla guida di questa comunità, che suona la chitarra, che canta meravigliosamente, che… è generoso fino all’inverosimile, perché dentro quel riccio di mare, che non si poteva toccare, c’era e c’è un grande cuore, di cui tutti noi, o quasi, abbiamo fatto esperienza.
E questa è opera della grazia, e questo lo ha fatto il Signore, e di questo Domenico, tra l’altro, loda, ringrazia e benedice il Padre, autore di ogni bene, e benedice Gesù, che lo ha attirato nella sua rete, perché egli, a sua volta, diventasse pescatore di uomini.
E Domenico rilegge la sua infanzia, la sua adolescenza inquieta, inquieta, la sua giovinezza, il suo essere in Seminario sempre con i denti stretti, come un’occasione di purificazione e di grazia, che il Signore gli ha offerto, e solo ora, solo ora, più di quanto non appaia a noi, quella vita interrotta e a cocci egli la vede come un capolavoro, capolavoro della grazia.
Ho conosciuto Domenico, quando era ancora bambino dietro a Maria, oggi suor Chiara Damiana, sua cugina, che se lo portava dietro, un bambino dai capelli rossi, impossibile a tenersi, e poi un adolescente insieme a Filippo, Florindo e gli altri, il gruppo di Imma, e poi ministrante, impeccabile, come siete voi qui adesso a Moiano, un turiferaio, che incensava alla perfezione, un seminarista a mille Campi scuola, la salita al Molare, la Quinta alpini, sempre a protestare, ma devo riconoscere che Domenico con me ha avuto una docilità che mi meraviglia a tutt’oggi.

Carissimo Don Franco,
Domenico è il figlio della parabola che dice “no”, ma … , a differenza di quelli che si impettiscono con le loro virtù e poi battono la fiacca e si imboscano, Domenico protestava ma alla fine era obbediente, era polemico ma amava, sapeva recuperare, aveva dei gesti di tenerezza, e qui a Moiano l’avete sperimentato tante volte voi giovani, e non solo, che lasciavano con il fiato sospeso.
E questo chi l’ha fatto?
E questo lo ha fatto il Signore, ma anche, anche lui, Domenico, si è reso disponibile alla grazia e si è lasciato pervadere da Gesù fino ad assumerne il volto piagato.
“Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?”
Ecco, Gesù, noi siamo qui a presentarti in tanti ricordi, in tante foto, in tante parole, dette, ascoltate da questo pulpito, magari con furia, la parola forse più cara a Domenico: “sono venuto a portare il fuoco sulla terra, come vorrei che fosse già acceso”.
Parliamo del bene che Domenico ha fatto e del bene che Domenico avrebbe potuto fare, che sembra fermarsi qui, ma non è così, tu ce lo dici: “Duri e tardi di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti”, non bisognava - lo so che Domenico vi ha tenuto un’omelia su questo a giugno, in una delle poche volte che è riuscito a trascinarsi qui con una caparbietà sull’”oportebat” – non bisognava, era necessario, Domenico; era necessario, Domenico, anche questo distacco per noi; erano necessari dei fallimenti, era necessario che Cristo subisse tutte queste cose; “oportebat” era scritto, è scritto ai piedi della Croce, alla quale siamo venuti pellegrini tante volte sul tuo letto di dolore.
Damiana, brava iconografa, in tempi non sospetti aveva scritto “oportebat”.
Era necessario.
Ciò che noi riteniamo un fallimento è una gloria.

Carissimi fratelli e sorelle, la Chiesa canta nell’abiezione, la Chiesa danza quando ci sarebbe da disperare, la Chiesa crede nel Signore anche quando sembra non averci ascoltato, noi speravamo… E tanti di voi, tanti di noi siamo venuti qui con questa amarezza: noi speravamo, noi abbiamo pregato…
E Domenico ha fatto sue le espressioni di un altro grande ammalato di cancro, Davide Maria Turoldo, che in “Canti Ultimi”, a proposito di una guarigione chiesta da altri, ha detto: “Tu non puoi, tu non devi”, rivolto a Gesù.
Questa è la fede della fede e questo è il cuore della fede, e non una fede che chiede e pensa di ottenere subito nella direzione in cui noi formuliamo la preghiera; noi siamo sempre ascoltati anche quando chiediamo pani e ci danno sassi.
“Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più grande e più certa”, dice il Manzoni alla fine dell’Addio ai Monti.
E noi questo, Domenico, vogliamo credere; per te non c’è più bisogno di crederlo perché tu lo vedi, per te è evidenza, tu però non hai più bisogno di fede e di speranza ma vivi nell’Amore, noi no, noi siamo qui in questa sera, che tra poco ci precipiterà sulle spalle, come sui tetti di Emmaus, e ci sentiamo spauriti, disorientati:
“Resta con noi, Signore, perché si fa sera.
Il Signore Gesù visita le nostre sere, ha visitato la sera di Domenico, le sere di Domenico, i suoi momenti di tentazione, di sofferenza, egli ci sostiene.
“Entrò per rimanere con loro”, e con noi.

Carissimo vescovo Franco,
tante foto vorrei consegnarti di Domenico, ho pensato alla fine ad una un po’ strana, poteva costituire per te un dono oggi. Ho visto piangere Domenico molte volte, soprattutto in questi anni, soprattutto quando, mi riferisco a due volte, in cui sono venuto qui a Moiano, angelo della morte e con la morte nel cuore, la prima volta due anni fa a novembre ed era una bellissima giornata, come quella di oggi, e come si fa a parlare di cancro in una giornata come questa? ma ero latore di un annuncio: Hai un cancro, Domenico.
E ci sono tornato un anno dopo, oltre ad altre volte ovviamente, con lo stesso annuncio, ancora più tragico: Domenico, non è il caso di continuare la chemio perché il cancro non demorde e gli effetti collaterali sono eccessivi.
Grazie a Laura, a proposito la nostra Chiesa dovrebbe dirglielo, grazie a Laura che con competenza e con amore da figlia è diventata il medico che ha reso possibile a Domenico di restare qui, senza essere a lungo ospedalizzato.
Ebbene, dicevo, Franco, ho visto Domenico piangere ma… silenziosamente, versare lacrime anche in qualcuna delle ultime visite, quando l’essere è impossibilitato anche a scendere in chiesa, e gli sembrava il più grande smacco. Mi ricordo che Domenico ha fatto un Campo scuola sulle Alpi, nonostante le mie controindicazioni e quelle di Laura, appena pochi mesi fa, perché il tempo bisogna prenderselo fino in fondo – è uno dei tanti insegnamenti - perché “bisogna dare vita agli anni e non anni alla vita”.
Non è di queste volte, Franco, la foto che voglio consegnarti, ma porta una data, dolorosissima, forse possono capire solo i preti, ed è, credo, del gennaio 2007. Eravamo alla conclusione di un Corso di Esercizi spirituali, forse a Sepino, ma sul luogo posso sbagliarmi, ed io dovevo preparare questo figlio, come altri, ad una sorta di distacco da parte di un confratello che abbandonava il ministero; cercai di farlo nella maniera più dolce e graduale. Ma ieri e oggi quel pianto disperato mi è tornato alla mente e mi ha lacerato nuovamente. Domenico non piangeva come un bambino perché perdeva un amico-prete, ma perché perdeva un prete-amico e fratello.
Perché ti consegno questa foto di Domenico, tra le tante che altri ti consegneranno, di cui potrei parlarti per ore? - chiedo scusa della lungaggine - Perché in quel pianto, a dirotto, irrefrenabile, che non ho visto neanche nei giorni della malattia, c’era l’amore alla Chiesa. Quel pianto dice quanto un prete, ordinato pochi mesi prima, fosse legato al suo Presbiterio e ad essere prete e tenesse per sé e per gli altri, così quello che dobbiamo continuamente temere, tenendoci d’occhio, una uguale e drammatica uscita di sicurezza.
Ecco, ti consegno, carissimo vescovo Franco, questa foto di Domenico: Gennaio 2007.
Non riuscii a consolarlo in nessuna maniera, e più di me, più di altri, è stato così duro, e adesso l’interessato lo capirà, così duro a riprendere i contatti, così come sapeva esserlo Domenico, ma quella durezza, e quel pianto soprattutto, parlava di un amore.

Bravo Domenico! Beato te, Domenico, che sei stato fotografato per sempre nella grazia della giovinezza e non hai conosciuto la mediocrità dei 40’anni, dei 50’anni, dei 60’anni.
Bravo pure, perché hai resistito.
Bravo perché hai conservato la fede (A Damiana nell’ultima telefonata hai detto: ho paura di perdere la fede) e ci sono tutti gli estremi quando si è in quella condizione di perderla la fede.
Bravo perché l’hai tenuta stretta fino alla fine.
Bravo per questi due giorni ultimi, dove hai combattuto corpo a corpo con la morte e hai perso, perché noi perdiamo sempre, Domenico; la nostra vittoria è questa perdita senza fine, a partire dal perdersi di Gesù per noi sulla Croce.

Prega per noi, Domenico, perché ancora fai parte di questo Presbiterio nella comunione dei Santi.
Prega per i tuoi fratelli, per il tuo vescovo, prega per noi su cui sta per scendere questa inesorabile sera.
Bravo e addio!
E un ”addio” non è mai per sempre.

˜˜˜
Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

giovedì 10 gennaio 2013

Canto Gregoriano: Requiem Aeternam HD

Requiem aeternam

Il requiem in gregoriano: un capolavoro artistico ineguagliato e, forse, ineguagliabile. Una vetta di spiritualità e contemplazione della grandezza di Dio e della nostra miseria: "memento, homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris" (Gn. 3,19)  Juanne Nigola Buzzoffiu


INTROITUS Requiem * aeternam dona eis, Domine: et lux perpetua luceat eis.
Te decet hymnus, Deus, in Sion, et tibi reddetur votum in Jerusalem:
exaudi orationem meam, ad te omnis caro veniet.
et repetitur
Requiem * aeternam dona eis, Domine: et lux perpetua luceat eis.

mercoledì 12 dicembre 2012

Schicchi: RE DEL PORNO!!!!!

Funerali di Schicchi: RE DEL PORNO!!!!! 

 

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   Ieri alla parrocchia dei Santi Pietro e Paolo all’Eur padre Francesco Bartolucci ha celebrato i funerali di Riccardo Schicchi, il “re del porno” italiano, il talent scout delle pornodive Ilona Staller “Cicciolina”, Moana Pozzi, Eva Henger (con quest’ultima Schicchi era stato sposato e ha avuto dei figli: lei, nonostante le separazione, gli è stata vicina e lo ha assistito nella fase finale della malattia).


Com’era comprensibile, alle esequie hanno partecipato molte pornostar, alcune ancora in attività, che si sono messe ordinatamente in fila per ricevere la comunione. Alla fine della cerimonia Ilona Staller è salita sul pulpito e parlando di lei e di Schicchi ha detto: «Abbiamo fatto tanta poesia, si può dire, perché anche se era erotismo e pornografia, per noi era poesia… Giocherellando, abbiamo fatto quello che, magari, tantissime persone hanno paura di fare».

Prima di lei dal pulpito aveva parlato Rocco Siffredi, star delle luci rosse made in Italy, che ha detto: «Mi dicono che ho fatto sdoganare il porno, ma io non ho fatto sdoganare proprio nulla. Riccardo ha iniziato ed è grazie a lui se sono qui e se sono quello che sono».

Ecco, mi piacerebbe rivolgere qualche domanda a padre Francesco. Bene ha fatto, credo, a celebrare le esequie chieste dalla madre di Schicchi. Non sappiamo come il re del porno italiano abbia vissuto la sua malattia, come si sia preparato alla morte che non è arrivata all’improvviso. Capisco anche che il sacerdote romano non potesse fare altro al momento della comunione, anche se provo a mettermi nei panni di quegli uomini e di quelle donne divorziate e risposate che vedono le immagini di quelle comunioni, essendo loro esclusi dal sacramento.

Chiedo: era davvero necessario che la Staller e Siffredi parlassero dal pulpito rivendicando in chiesa lo sdoganamento del porno come principale merito del defunto? Padre Bartolucci, non si poteva evitare?
Andrea Tornielli

mercoledì 21 novembre 2012

DIES IRAE

DIES IRAE



Il canto nel video è il Dies Irae, la Sequenza che si fa normalmente, per la Messa dei Defunti, con la Messa nella forma Straordinaria che il Papa ci ha ridonato .... e che chiunque può imparare e, perchè no, utilizzare nella Messa per un proprio Defunto o durante un funerale .... leggiamo queste parole della Sequenza e facciamole nostre!

- Giorno dell'ira sarà quel giorno
dissolverà il mondo terreno in cenere
come annunciato da David e dalla Sibilla.
- Quanto terrore verrà
quando giungerà il giudice
a giudicare severamente ogni cosa.
- La tromba diffondendo un suono stupefacente
tra i sepolcri del mondo
spingerà tutti davanti al trono.
- La Morte si stupirà, e anche la Natura
quando risorgerà ogni creatura
per rispondere al giudice.
- Sarà portato il libro scritto
nel quale tutto è contenuto,
dal quale si giudicherà il mondo.
- E dunque quando il giudice si siederà,
ogni cosa nascosta sarà svelata,
niente rimarrà invendicato.
- In quel momento che potrò dire io, misero,
chi chiamerò a difendermi,
quando a malapena il giusto potrà dirsi al sicuro?
- Re di tremenda maestà,
tu che salvi per grazia chi è da salvare,
salva me, fonte di pietà.
- Ricorda, o Gesù pio,
che io sono la causa della tua venuta;
non lasciare che quel giorno io sia perduto.
- Cercandomi ti sedesti stanco,
mi hai redento patendo la Croce:
che tanta fatica non sia vana!
- Giusto giudice di retribuzione,
concedi il dono del perdono
prima del giorno della resa dei conti.
- Comincio a gemere come un colpevole,
per la colpa è rosso il mio volto;
risparmia chi ti supplica, o Dio.
- Tu che perdonasti Maria di Magdala,
tu che esaudisti il buon ladrone,
anche a me hai dato speranza.
- Le mie preghiere non sono degne;
ma tu, buon Dio, con benignità fa'
che io non sia arso dal fuoco eterno.
- Assicurami un posto fra le pecore,
e tienimi lontano dai capri,
ponendomi alla tua destra.
- Smascherati i malvagi,
condannati alle aspre fiamme,
chiamami tra i benedetti.
- Prego supplice e in ginocchio,
il cuore contrito, come ridotto in cenere,
prenditi cura del mio destino.
- Quel giorno sarà un giorno di lacrime,
quando risorgerà dalla cenere
il peccatore per essere giudicato.
- Perdonalo, o Dio:
pio Signore Gesù,
dona a loro la pace. Amen.

venerdì 2 novembre 2012

defunti

2 NOVEMBRE
COMMEMORAZIONE
DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI


Rit.: Ad morte festinamus
       Peccare desistamus.

1 - Scribere proposui
de contempu mundano
ut degentes seculi
non mulcentur in vano.
Iam est hora surgere
A sompno mortis pravo.


2 - Vita brevis breviter
in brevi finietur
mors venit velociter
quae neminem veretur.
Omnia mors perimit
et nulli miseretur.



3 - Ni conversus fueris
et sicut puer factus,
et vitam mutaveris
in meliores actus,
intrare non poteris
regnum Dei beatus.


4 - Tuba cum sonuerit,
dies erit estrema
et iudex advenerit,
vocabit sempiterna
electos in patria
prescitos ad inferna.


5 - Quam felices fuerint
qui cum Christo regnabunt,
facie ad faciem
sic eum spectabunt,
Sanctus, sanctus Dominus
Sabaoth conclamabunt.




6 - Et quam tristes fuerint
qui eternae peribunt,
pene non deficient
nec propter has obibunt.
Heu, heu, miserissimi,
nunquam inde exibunt.



7 - Cuncti reges seculi
et in mundo magnates
advertant et clerici
omnesque potestates:
fiant velut parvuli,
dimittant vanitates.


 
8 - Heu frates carissimi,
si digne contempiemus
passionem Domini,
amara et si flemus,
ut pupillam oculi
servabit ne peccemus.


 

9 - Alma Virgo Virginum,
in caelis coronata
apud tuum filium
sis nobis advocata.
Et post hoc exilium
occurrens mediata.


10 - Vile cadaver eris:
cur non peccare vereris?
Cur intumescere quaeris?
Ut quid pecuniam quaeris?
Quid vestes pomposas geris?
Cur non paenitens confiteris?
Contra proximum non laeteris?



Oratio: In die depositionis defuncti
Absolve, quæsumus, Domine, animam famuli tui N. (famulæ tuæ N.), ut defunctus (-a) sæculo tibi vivat: et, quæ per fagilitatem carnis humana conversatione commisit, tu venia misericordis-simæ pietatis absterge. Per Dominum nostrum Iesum Christum Filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.

Oratio: Vel alia oratio
Deus, cui proprium est misereri semper et parcere, te supplices exoramus pro anima famuli tui N. (famulæ tuæ N.), quam hodie de hoc sæculo migrare iussisti: ut non tradas eam in manus inimici, neque obliviscaris in finem, sed iubeas eam a sanctis Angelis suscipi, et ad patriam paradisi perduci; ut, quia in te speravit et credidit, non pœnas inferni sustineat, sed gaudia æterna possideat. Per Dominum nostrum Iesum Christum Filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.

Oratio: In die tertio, septimo et trigesimo depositionis defuncti
Quæsumus, Domine, ut animæ famuli tui N. (famulæ tuæ N.), cuius depositionis diem tertium (vel septimum, vel trigesimum) commemoramus, Sanctorum atque electorum tuorum largiri digneris consortium; et rorem misericordiæ tuæ perennem infundas. Per Dominum nostrum Iesum Christum Filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.

Oratio: In anniversario
Deus, indulgentiarum Domine: da animæ famuli tui N. (famulæ tuæ N., vel animabus famu-lorum famularumque tuarum), cuius (quorum) anniversarium depostionis diem commemora-mus, refrigerii sedem, quietis beatitudinem, et luminis claritatem. Per Dominum nostrum Iesum Christum Filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.

Oratio: Pro defuncto Summo Pontifice
Deus, qui inter summos sacerdotes famulum tuum N. ineffabili tua dispositione connumerari voluisti: præsta, quæsumus; ut, qui unigeniti Filii tui vices in terris gerebat, sanctorum tuorum Pontificum consortio perpetuo aggregetur. Per eundem Dominum nostrum Iesum Christum Filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.

Oratio: Pro defuncto Episcopo
Deus, qui inter apostolicos sacerdotes famulum tuum N. (famulos tuos N. et N.) pontificali fecisti dignitate vigere; præsta, quæsumus; ut, eorum quoque perpetuo aggrege(n)tur consortio. Per Dominum nostrum Iesum Christum Filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.

Pro Episcopo Cardinali defuncto dicantur: famulum tuum N. Episcopum Cardinalem pontificali fecisti dignitate.
Pro Presbytero Cardinali, qui episcopali dignitate auctus fuerit: famulum tuum N. Presyterum Cardinalem pontificali fecisti dignitate..
Pro Presbytero Cardinali, qui episcopali dignitate auctus non fuerit: famulum tuum N. Presbyterum Cardinalem sacerdotali fecisti dignitate..
Pro Diacono Cardinali, qui fuerit Sacerdos: famulum tuum N. Diaconum Cardinalem sacerdotali fecisti dignitate..
Pro Diacono autem Cardinali, qui in ordine Presbyteratus non fuerit constitutus, dicatur oratio Inclina, Domine, qua habetur paulo infra, hoc modo: ut animam famuli tui N. Diaconi Cardinalis, quam de hoc sæculo, etc.

Oratio: Pro defuncto Sacerdote
Deus, qui inter apostolicos sacerdotes famulum tuum N. (famulos tuos N. et N.) sacerdotali fecisti dignitate vigere: præsta, quæsumus; ut eorum quoque perpetuo aggrege(n)tur consortio. Per Dominum nostrum Iesum Christum Filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.

Oratio: Alia Oratio
Præsta, quæsumus, Domine: ut anima famuli tui N. Sacerdotis, quem, in hoc sæculo commorantem, sacris muneribus decorasti, in cælesti sede gloriosa semper exsultet. Per Dominum nostrum Iesum Christum Filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.

Oratio: Pro uno defuncto
Inclina, Domine, aurem tuam ad preces nostras, quibus misericordiam tuam supplices deprecamur: ut animam famuli tui N. quam de hoc sæculo migrare iussisti, in pacis ac lucis regione constituas, et Sanctorum tuorum iubeas esse consortem. Per Dominum nostrum Iesum Christum Filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.

Oratio: Pro una defuncta
Quæsumus, Domine, pro tua pietate miserere animæ famulæ tuæ N.: et a contagiis mortali-tatis exutam, in æternæ salvationis partem restitue. Per Dominum nostrum Iesum Christum Filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.

Oratio: Pro defunctis fratribus, propinquis et benefactoribus
Deus, veniæ largitor et humanæ salutis amator: quæsumus clementiam tuam; ut nostæ congregationis fratres, propinquos et benefactores, qui ex hoc sæculo transierunt, beata Maria semper Virgine intercedente cum omnibus Sanctis tuis, ad perpetuæ beatitudinis consortium pervenire concedas. Per Dominum nostrum Iesum Christum Filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.

Oratio: Pro patre et matre
Deus, qui nos patrem et matrem honorare præcepisti: miserere clementer animabus patris et matris meæ, eorumque peccata dimitte; meque eos in æternæ claritatis gaudio fac videre. Per Dominum nostrum Iesum Christum Filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.
Pro pluribus, dicatur: animabus parentum nostrorum, et ubi dicitur meque, dicatur nosque.
Pro patre tantum, dicatur: animæ patris mei, vel nostri.
Pro matre tantum, dicatur: animæ matris meæ, vel nostræ.

Oratio: In Officio pro defunctis in genere
Fidelium, Deus, omnium Conditor et Redemptor, animabus famulorum famularumque tuarum remissionem cunctorum tribue peccatorum: ut indulgentiam, quam semper optaverunt, piis supplicationibus consequantur: Qui vivis et regnas cum Deo Patre in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.