Visualizzazione post con etichetta commemorazione dei fedeli defunti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta commemorazione dei fedeli defunti. Mostra tutti i post

giovedì 27 ottobre 2016

morti da bruciare

Principiis obsta

È evidente che scopo dell’istruzione è quello di limitare i danni di un’incauta e poco lungimirante decisione presa oltre cinquant’anni fa.
 
 
 

Martedí scorso è stata resa nota, con una conferenza stampa del Card. Gerhard Müller, l’istruzione della Congregazione per la dottrina della fede Ad resurgendum cum Christo circa la sepoltura dei defunti e la conservazione delle ceneri in caso di cremazione, che reca la data del 15 agosto 2016. Il documento è stato presentato dai media e — va detto — è stato accolto anche da molti cattolici come se introducesse delle novità nella prassi della Chiesa in materia. In realtà l’istruzione non modifica in alcun modo l’atteggiamento della Chiesa nei confronti della cremazione. Se una novità c’è stata in questo campo, essa fu introdotta dall’istruzione del Sant’Uffizio Piam et constantem del 5 luglio 1963, con la quale si disponeva che non fossero piú negati i sacramenti e le esequie a coloro che avessero chiesto la cremazione, a condizione che tale scelta non fosse voluta «come negazione dei dogmi cristiani, o con animo settario, o per odio contro la religione cattolica e la Chiesa» (posizione successivamente recepita dal nuovo Codice di diritto canonico del 1983). Un intervento, quello del 1963, che non cambiava nulla sul piano dottrinale, ma si limitava a modificare la prassi pastorale. Si tratta, se vogliamo, del primo segnale di una tendenza che avrebbe poi dilagato nella Chiesa. Può essere quindi utile riflettere, a posteriori, sulle conseguenze, talvolta devastanti, che possono avere certe scelte a torto considerate puramente pastorali e quindi dogmaticamente innocue.

La nuova istruzione, riaffermata la fede cristiana nella risurrezione e confermata la preferenza per la tradizionale prassi della sepoltura, cerca di mettere alcuni paletti a una pratica, quella della cremazione, che si va sempre di piú diffondendo anche fra i cattolici e sta assumendo, come era prevedibile, contorni ogni giorno piú preoccupanti. I paletti sono:
1. «le ceneri del defunto devono essere conservate di regola in un luogo sacro, cioè nel cimitero o, se è il caso, in una chiesa o in un’area appositamente dedicata a tale scopo dalla competente autorità ecclesiastica» (n. 5);
2. «la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica non è consentita»; in casi eccezionali, l’Ordinario «può concedere il permesso per la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica. Le ceneri, tuttavia, non possono essere divise tra i vari nuclei familiari e vanno sempre assicurati il rispetto e le adeguate condizioni di conservazione» (n. 6); 
3. «per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti» (n. 7);
4. «nel caso che il defunto avesse notoriamente disposto la cremazione e la dispersione in natura delle proprie ceneri per ragioni contrarie alla fede cristiana, si devono negare le esequie, a norma del diritto» (n. 8).
Penso che tutti possiamo trovarci d’accordo su queste norme: è il minimo che si possa esigere. Già alcune conferenze episcopali, fra cui quella italiana, erano intervenute nel medesimo senso sulla questione. Ora la Congregazione per la dottrina della fede estende a livello universale le misure che erano state adottate a livello locale. Non si può perciò che elogiare questo quanto mai opportuno intervento della “Suprema”. 

È evidente che scopo dell’istruzione è quello di limitare i danni di un’incauta e poco lungimirante decisione presa oltre cinquant’anni fa. È proprio il caso di ripetere qui l’adagio ovidiano Principiis obsta: sero medicina paratur quum mala per longas convaluere moras (“bisogna contrastare la malattia ai primi sintomi; è troppo tardi correre ai ripari quando, dopo aver a lungo tergiversato, la malattia si è ormai irrimediabilmente aggravata”). Inutile chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. 

Mi ero già occupato di cremazione nel novembre del 2009 (qui e qui), in occasione dell’approvazione del nuovo rito delle esequie da parte dei vescovi italiani. Sono passati sette anni, ma ritengo che le considerazioni che facevo in quella sede siano tuttora sostanzialmente valide. Non merita quindi ripetersi. In quei post però toccavo un altro aspetto che viene completamente ignorato dalla nuova istruzione, ma che a me non sembra per nulla irrilevante: l’aspetto commerciale. Di fatto la cremazione è diventato un business, non solo per le agenzie che la praticano, ma talvolta anche (come si accennava in quei post) per la stessa Chiesa. Beh, dire una parola anche su questo aspetto non sarebbe stato, secondo me, fuori luogo. Come giustamente si fa notare l’incongruenza tra la scelta della cremazione per motivi economici e la trasformazione delle ceneri in gioielli (n. 7: «per tali modi di procedere non possono essere addotte le ragioni igieniche, sociali o economiche che possono motivare la scelta della cremazione»), forse non sarebbe stato male evidenziare pure la contraddizione insita nel giustificare la cremazione con motivi economici e poi trasformarla in una fonte di lucro. Per non parlare dello scandalo che certi comportamenti provocano da parte di una Chiesa che ambisce a essere, e apparire, “povera”. 
 
http://querculanus.blogspot.it/2016/10/principiis-obsta.html

mercoledì 28 novembre 2012

parrocchia s. maria del borgo

SAN NICANDRO GARGANICO

Parr. S. Maria del Borgo

Il colore liturgico per i funerali e la Commemorazione dei defunti è ancora il nero. Chi dice il contrario è "fuori strada"



Per il 2 Novembre e nelle Messe da Requiem un appello accorato in favore del colore liturgico nero.

Scriveva (il profetico) Pio XII di venerata memoria nella sua enciclica "Mediator Dei" sulla Sacra Liturgia (1947) a proposito delle innovazioni temerarie che sentiva turbinare intorno a sè già al suo tempo, con il pretesto del presunto "ritorno all'antico":

È certamente cosa saggia e lodevolissima risalire con la mente e con l'anima alle fonti della sacra Liturgia, perché il suo studio, riportandosi alle origini, aiuta non poco a comprendere il significato delle feste e a indagare con maggiore profondità e accuratezza il senso delle cerimonie; ma non è certamente cosa altrettanto saggia e lodevole ridurre tutto e in ogni modo all'antico. Così, per fare un esempio, è fuori strada chi vuole restituire all'altare l'antica forma di mensa; chi vuole eliminare dai paramenti liturgici il colore nero; chi vuole escludere dai templi le immagini e le statue sacre; chi vuole cancellare nella raffigurazione del Redentore crocifisso i dolori acerrimi da Lui sofferti; chi ripudia e riprova il canto polifonico anche quando è conforme alle norme emanate dalla Santa Sede.
 
     
Queste parole, pur valide e confermate tuttora per la messa di Paolo VI dall' Ordinamento Generale del Messale Romano al num. 346  sono rese  - come spesso succede nell'odierna e superopzionale liturgia latina - carta straccia da un semplice "oppure": l'insidiosa alternativa al ribasso. 
Infatti il numero 346 dell'Ordinamento in vigore afferma con forza: "Riguardo al colore delle sacre vesti, si mantenga l’uso tradizionale". L'uso tradizionale, in Italia, fino agli anni '70 era (e sarebbe ancora), per i funerali e la commemorazione dei defunti, il nero.
 
 
Quindi, secondo il capoverso e) Il colore nero si può usare, dove è prassi consueta, nelle Messe per i defunti. Peccato che in tutto l'orbe latino sarebbe prassi consueta questo colore, a parte il Giappone che godeva già di un'eccezione, perchè il colore del lutto è laggiù il bianco e non nero. Purtroppo, prima, il paragrafo d) aveva introdotto già fatto scattare l'opzione: d) Il colore viola si usa nel tempo di Avvento e di Quaresima. Si può usare negli Uffici e nelle Messe per i defunti. 
 
 
 
Si può fare così oppure colà. La regola sarebbe il nero, ma visto che lo vogliamo eliminare e non possiamo, si son detti gli estensori della riforma, facciamo una bella opzione, poi screditiamo quello che si è sempre fatto e ritenuto ovvio e così introduciamo dovunque la seconda scelta.
E con questo "oppure", anche a causa del neo-cristiano-falso-povero uso di risparmiare sulle casule e paramenti, il nero è andato scomparendo: tanto si può usare il viola. La stessa fine ha fatto il rosaceo, che per sole due domeniche all'anno, non ha proprio la minima possibilità di sopravvivere ai tagli del budget in sacrestia!
 

 
Così è velocemente sparito un colore, il nero, che faceva parte integrante del linguaggio religioso della morte e del lutto. E' rimasto tenacemente fino ad oggi come colore socialmente atteso per il funerale (e vestito dai convenuti), ma è sparito dai presbiteri e dai presbitéri. E questo con oltraggiose motivazioni ideologiche del tipo: "è lugubre, fa pensare alla morte, ma noi celebriamo la risurrezione, mica la morte!". Allora - se proprio fosse vera questa la motivazione - si abbia il coraggio di passare direttamente al bianco, come fanno negli Stati Uniti, dove tutti i cattolici ormai sono sepolti con il colore dei Santi e dei Beati confessori. Il viola invece dice penitenza: ma la penitenza è per i vivi, che penitenza deve fare ormai il povero defunto? Il viola dice attesa (Avvento): oramai, per il caro trapassato, è tardi per attendere, non aspetta più nulla, l'incontro è già avvenuto.
Il viola - infine - nell'unione di blu e rosso parla dell'unione fra divino e umano: ma nel defunto noi vediamo invece la separazione dell'anima dal corpo, lo spirito torna al creatore e il corpo alla terra.
Il viola, dunque, non ha nessuna delle proprietà simboliche necessarie per significare la morte, nè la speranza della risurrezione. Tuttavia, pur di eliminare il nero (come già presagiva Pio XII parlando di andare "fuori strada") è stato comunque  introdotto questo colore per le celebrazioni funebri.. 
 
 

Se invece si ha la fortuna di possedere nell'armadio della propria chiesa qualche pianeta funebre di un tempo, o si fa un giro sui cataloghi più recenti dei fornitori liturgici, si vedrà con sorpresa che i paramenti neri hanno una proprietà speciale. Sono sempre ricamati o intessuti di argento o d'oro.
Proprio per motivi simbolici. Stanno a dire, con il linguaggio del colore che si usa solo per le occasioni funebri:  tutto sembra nero, come la morte, la fine, la mancanza di vita, ma si intravvede - invece - sul nero la luce (oro e argento) che viene dalla speranza, anzi dalla certezza della fede nel Signore Risorto. E' lui la luce che illumina e anzi risalta meglio sullo sfondo oscuro della presente situazione di morte, lutto e distacco.
Antropologicamente rispettosi della serietà della morte e insieme teologicamente annuncianti l'irrompere della luce eterna che viene dal Risorto: questo sono i paramenti neri, mai aboliti da nessuno, ma semplicemente nascosti dall'ignoranza del clero e dal credere alle "leggende sacrestane" messe in giro dagli innovatori a tutti i costi.
 

 
QUINDI: consiglio per chi vuole fare un bel regalo alla sua Chiesa, magari in memoria di un familiare defunto, una casula nera.                            
Se poi potete spendere di più potete salvare qualcuna delle pianete antiche e ricamate che si trovano in giro, cacciate dalle sacrestie e vendute per due soldi trenta-quarant'anni fa, e adesso ricercate e rivendute (agli unici che possono usarle, i preti) a caro prezzo!

Testo preso da: Il colore liturgico per i funerali e la Commemorazione dei defunti è ancora il nero. Chi dice il contrario è "fuori strada" http://www.cantualeantonianum.com/2010/10/il-colore-liturgico-per-i-funerali-e-la.html#ixzz1cMz4LA7Z
http://www.cantualeantonianum.com