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venerdì 3 marzo 2017

Nessuna bara, solo una tavola ...






Seppellimento in comunità certosina. Nessuna bara, solo una tavola e povere bende, un sudario. Il più anziano avanza, portando la croce da affiggere sul terreno: polvere sei e polvere ritornerai. Riconsegnano alla terra il corpo del confratello, nella semplicità di una famiglia. Sprazzi di verissimo cristanesimo.

giovedì 27 ottobre 2016

morti da bruciare

Principiis obsta

È evidente che scopo dell’istruzione è quello di limitare i danni di un’incauta e poco lungimirante decisione presa oltre cinquant’anni fa.
 
 
 

Martedí scorso è stata resa nota, con una conferenza stampa del Card. Gerhard Müller, l’istruzione della Congregazione per la dottrina della fede Ad resurgendum cum Christo circa la sepoltura dei defunti e la conservazione delle ceneri in caso di cremazione, che reca la data del 15 agosto 2016. Il documento è stato presentato dai media e — va detto — è stato accolto anche da molti cattolici come se introducesse delle novità nella prassi della Chiesa in materia. In realtà l’istruzione non modifica in alcun modo l’atteggiamento della Chiesa nei confronti della cremazione. Se una novità c’è stata in questo campo, essa fu introdotta dall’istruzione del Sant’Uffizio Piam et constantem del 5 luglio 1963, con la quale si disponeva che non fossero piú negati i sacramenti e le esequie a coloro che avessero chiesto la cremazione, a condizione che tale scelta non fosse voluta «come negazione dei dogmi cristiani, o con animo settario, o per odio contro la religione cattolica e la Chiesa» (posizione successivamente recepita dal nuovo Codice di diritto canonico del 1983). Un intervento, quello del 1963, che non cambiava nulla sul piano dottrinale, ma si limitava a modificare la prassi pastorale. Si tratta, se vogliamo, del primo segnale di una tendenza che avrebbe poi dilagato nella Chiesa. Può essere quindi utile riflettere, a posteriori, sulle conseguenze, talvolta devastanti, che possono avere certe scelte a torto considerate puramente pastorali e quindi dogmaticamente innocue.

La nuova istruzione, riaffermata la fede cristiana nella risurrezione e confermata la preferenza per la tradizionale prassi della sepoltura, cerca di mettere alcuni paletti a una pratica, quella della cremazione, che si va sempre di piú diffondendo anche fra i cattolici e sta assumendo, come era prevedibile, contorni ogni giorno piú preoccupanti. I paletti sono:
1. «le ceneri del defunto devono essere conservate di regola in un luogo sacro, cioè nel cimitero o, se è il caso, in una chiesa o in un’area appositamente dedicata a tale scopo dalla competente autorità ecclesiastica» (n. 5);
2. «la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica non è consentita»; in casi eccezionali, l’Ordinario «può concedere il permesso per la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica. Le ceneri, tuttavia, non possono essere divise tra i vari nuclei familiari e vanno sempre assicurati il rispetto e le adeguate condizioni di conservazione» (n. 6); 
3. «per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti» (n. 7);
4. «nel caso che il defunto avesse notoriamente disposto la cremazione e la dispersione in natura delle proprie ceneri per ragioni contrarie alla fede cristiana, si devono negare le esequie, a norma del diritto» (n. 8).
Penso che tutti possiamo trovarci d’accordo su queste norme: è il minimo che si possa esigere. Già alcune conferenze episcopali, fra cui quella italiana, erano intervenute nel medesimo senso sulla questione. Ora la Congregazione per la dottrina della fede estende a livello universale le misure che erano state adottate a livello locale. Non si può perciò che elogiare questo quanto mai opportuno intervento della “Suprema”. 

È evidente che scopo dell’istruzione è quello di limitare i danni di un’incauta e poco lungimirante decisione presa oltre cinquant’anni fa. È proprio il caso di ripetere qui l’adagio ovidiano Principiis obsta: sero medicina paratur quum mala per longas convaluere moras (“bisogna contrastare la malattia ai primi sintomi; è troppo tardi correre ai ripari quando, dopo aver a lungo tergiversato, la malattia si è ormai irrimediabilmente aggravata”). Inutile chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. 

Mi ero già occupato di cremazione nel novembre del 2009 (qui e qui), in occasione dell’approvazione del nuovo rito delle esequie da parte dei vescovi italiani. Sono passati sette anni, ma ritengo che le considerazioni che facevo in quella sede siano tuttora sostanzialmente valide. Non merita quindi ripetersi. In quei post però toccavo un altro aspetto che viene completamente ignorato dalla nuova istruzione, ma che a me non sembra per nulla irrilevante: l’aspetto commerciale. Di fatto la cremazione è diventato un business, non solo per le agenzie che la praticano, ma talvolta anche (come si accennava in quei post) per la stessa Chiesa. Beh, dire una parola anche su questo aspetto non sarebbe stato, secondo me, fuori luogo. Come giustamente si fa notare l’incongruenza tra la scelta della cremazione per motivi economici e la trasformazione delle ceneri in gioielli (n. 7: «per tali modi di procedere non possono essere addotte le ragioni igieniche, sociali o economiche che possono motivare la scelta della cremazione»), forse non sarebbe stato male evidenziare pure la contraddizione insita nel giustificare la cremazione con motivi economici e poi trasformarla in una fonte di lucro. Per non parlare dello scandalo che certi comportamenti provocano da parte di una Chiesa che ambisce a essere, e apparire, “povera”. 
 
http://querculanus.blogspot.it/2016/10/principiis-obsta.html

venerdì 22 novembre 2013

in memoriam


Ricordo di un amico con cui scherzavamo in latino

IN SUFFRAGIO DI UN AMICO

Bravo, Domenico, e addio…
un “addio” non è mai per sempre.



Ciò che noi riteniamo un fallimento è una gloria

Parrocchia di San Renato vescovo
Moiano, 18 ottobre 2012

Concelebrazione esequiale
per il parroco
Don Domenico

Omelia

   Non senza difficoltà, estrema difficoltà, prendo la parola in questa santa assemblea, in cui celebriamo i misteri della vita del Signore, direi che la prendo in obbedienza al nostro vescovo Franco. Nostro. Sono i figli chiamati a dire parole accanto alla bara del padre e non viceversa, come accade in questo momento. In questo silenzio raggelante, ma anche colmo di fede e di speranza, facciamo risuonare nel nostro cuore la Parola che è stata proclamata, l’Unica che può abitare il silenzio, che è assenza di parole da dire, di cose da fare, quella frenata brusca che ci fa sobbalzare in avanti e ci lascia intontiti ogniqualvolta la morte ci visita, ci toglie qualcuno che affiancavamo, laddove nessuna parola umana può essere proferita, ma risuona sovrana e luminosa e incanto la Parola di Dio.

Abbiamo ascoltato nel giorno della Festa di San Luca la pagina, quasi certamente a tutti noi più cara tra i racconti della Risurrezione; è stata scelta questa pagina perché Don Domenico l’ha voluta per questa comunità come traccia per un mese intero di predicazione e di riflessione lo scorso giugno, ai piedi del Cuore di Gesù, o nel suo Cuore. E la rileggiamo adesso davanti alla sua bara ma in comunione - cosa più importante e gioiosa - con lui, vivo, presente nella comunione dei Santi, con noi in questa celebrazione, benché invisibile, e la riascoltiamo per trovare un’uscita di sicurezza da questa strettoia che ci opprime il cuore.
Ci presentiamo sempre così a Gesù sulle strade della vita, con storie a pezzi, che non riusciamo più a comporre, di cui ci sfugge il senso. Gesù cammina con noi in questa liturgia della Parola, ci accompagna, si interessa al nostro dolore, alle nostre vicende; Egli già sa cosa ci sia nel cuore di ciascuno ma quasi ci invita a raccontargliele, perché le persone che amano amano sentirsi dire quello che già sanno dai figli bambini.
Cosa avevano in mano i discepoli scoraggiati in cammino verso Emmaus in quel pomeriggio di Pasqua?, e cosa abbiamo in mano noi?
Dei brandelli, storie a pezzi, cuori lacerati, abbracci interrotti, dialoghi che avevano bisogno di ben altro tempo, tempi che sono finiti e di cui avevamo ancora estremo bisogno per spiegarci storie e dialoghi e parole e frasi sconnesse.
Sono così le nostre vite, fratelli e sorelle, ed è così la nostra situazione in questa celebrazione, almeno sulle prime, all’atto in cui i “perché” sono tanti, imperiosi, ci feriscono, mettono a dura prova la nostra fede, il “perché” della sofferenza, il “perché” del dolore, il “perché” di una vita che si stronchi a trentatré anni da parte di un pastore che era appena all’inizio della sua opera.
Ecco, Signore Gesù, siamo così, con i nostri pensieri interrotti, con le nostre conversazioni a pezzi, e Tu ti metti in cammino con noi, ci chiedi e noi Ti raccontiamo di noi, noi Ti raccontiamo di questa comunità, - vorrei farlo a nome di questa comunità parrocchiale, della comunità diocesana - di speranze, di attese, di progetti… Ti raccontiamo, per esempio, di una esperienza esaltante, che la nostra Diocesi visse sei anni fa, il 3 di maggio, a Sorrento. Sono qui gli altri di quella covata numerosa e prodigiosa come mai ci era capitato d’avere: sette preti in una volta.
Quanti ragazzi! È qui Marino, Maurizio, Domenico, Franco, Armando, Tonino, Enrico. Erano lì pieni di vita, avrebbero cambiato il mondo, erano lanciati nella Storia, già bella, della nostra Chiesa, bella e dolorosa, e Ti raccontiamo e ci ricordiamo di quella sera e dei loro volti radiosi, e dei nostri, e delle speranze.
Cosa significa essere prete, Gesù?
E questo epilogo - di uno di quei magnifici sette, come furono definiti - questo epilogo nella bara, no, non nella bara, ma nella morte, questo epilogo che viene a stroncare una pastoralità, una carità pastorale, immensa e piena di promesse, è un incidente, o era già scritto quel giorno. E noi, che celebriamo l’Eucaristia ogni giorno, e da quel giorno voi sei: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue» sono parole esterne, sono parole che diciamo sul pane e sul vino, o anche parole che diciamo su di noi, presentandoci, offrendoci, unendoci a Gesù Pastore e vittima, a Gesù che dà la vita per il suo gregge.
Questo è il mio corpo.
In questa chiesa Don Domenico l’ha detto tante volte spezzando il pane per voi, il Pane della Parola e il Pane eucaristico, ma dandovi il Corpo di Gesù vi consegnava anche il suo, la sua giovinezza, le sue piaghe, il suo essere divorato dal cancro, il suo voler a morsi prendere ancora del tempo, per fare qualcosa con voi.
E nuovamente mi torna l’interrogativo:
ma questo è un incidente?
E la risposta è “no”, no, no, Domenico, e tu lo sai bene ora che non è un incidente, era già in quel “sì, lo voglio, sì, lo voglio, sì, lo voglio, sì, con la grazia di Dio lo voglio”.

Carissimo vescovo Franco,
che non hai avuto il tempo di conoscerlo Don Domenico, devo dire innanzi tutto, io sono forse l’unico che può dirlo senza che nessuno si offenda, che la grazia battesimale e poi quella dell’Ordine scese, è scesa su un uomo violento, è scesa su un’indole inquieta, un rivoluzionario, un attaccabrighe.
Questo era Domenico, starà sorridendo mentre io lo descrivo così - i padri possono dire questo dei figli - era difficile, Franco, stare accanto a Domenico senza esserne feriti; era il suo carattere.
Ci siamo sempre detti, scherzando, che cosa sarebbe divenuto se non avesse incrociato gli occhi di Gesù a diciott’anni in un Corso di Esercizi spirituali ad Avezzano, se non fosse stato un prete, cosa sarebbe diventato Domenico con il carattere che aveva, ma la grazia di Dio predispone ogni cosa per una finalità di tempo, perché la grazia è scesa su quella umanità, così irruente, così polemica, aveva una vis-polemica Domenico come non l’ho mai vista. Ho ancora dolente il piede in tutti questi anni perché l’ho dovuto tenere premuto sul freno nella sua vita per quello che c’era da dire e da fare, eppure oggi guardando questa bara, ma ancor più contemplando con gli occhi della fede la luce, la pace, in cui egli finalmente è entrato, dobbiamo dire: “grande, mirabile fede - come canta il Manzoni - ai trionfi avvezza”, perché la fede ha avuto la meglio su quel carattere impossibile, trasformandolo, moderandolo, e volgendo al bene, alla creatività pastorale, a quell’azione rivoluzionaria, a cui un prete è chiamato, quelle energie che altrimenti sarebbero finite in corto circuito.
Com’è bello vedere i giochi di Dio nelle nostre umanità,
com’è bello considerare come Egli tenga tutto di noi, anche gli aspetti meno amabili, e riesca a volgerli ad una finalità di bene,
com’è bello vedere che Domenico ai Campi scuola, Domenico agli Esercizi spirituali, Don Domenico, alla guida di questa comunità, che suona la chitarra, che canta meravigliosamente, che… è generoso fino all’inverosimile, perché dentro quel riccio di mare, che non si poteva toccare, c’era e c’è un grande cuore, di cui tutti noi, o quasi, abbiamo fatto esperienza.
E questa è opera della grazia, e questo lo ha fatto il Signore, e di questo Domenico, tra l’altro, loda, ringrazia e benedice il Padre, autore di ogni bene, e benedice Gesù, che lo ha attirato nella sua rete, perché egli, a sua volta, diventasse pescatore di uomini.
E Domenico rilegge la sua infanzia, la sua adolescenza inquieta, inquieta, la sua giovinezza, il suo essere in Seminario sempre con i denti stretti, come un’occasione di purificazione e di grazia, che il Signore gli ha offerto, e solo ora, solo ora, più di quanto non appaia a noi, quella vita interrotta e a cocci egli la vede come un capolavoro, capolavoro della grazia.
Ho conosciuto Domenico, quando era ancora bambino dietro a Maria, oggi suor Chiara Damiana, sua cugina, che se lo portava dietro, un bambino dai capelli rossi, impossibile a tenersi, e poi un adolescente insieme a Filippo, Florindo e gli altri, il gruppo di Imma, e poi ministrante, impeccabile, come siete voi qui adesso a Moiano, un turiferaio, che incensava alla perfezione, un seminarista a mille Campi scuola, la salita al Molare, la Quinta alpini, sempre a protestare, ma devo riconoscere che Domenico con me ha avuto una docilità che mi meraviglia a tutt’oggi.

Carissimo Don Franco,
Domenico è il figlio della parabola che dice “no”, ma … , a differenza di quelli che si impettiscono con le loro virtù e poi battono la fiacca e si imboscano, Domenico protestava ma alla fine era obbediente, era polemico ma amava, sapeva recuperare, aveva dei gesti di tenerezza, e qui a Moiano l’avete sperimentato tante volte voi giovani, e non solo, che lasciavano con il fiato sospeso.
E questo chi l’ha fatto?
E questo lo ha fatto il Signore, ma anche, anche lui, Domenico, si è reso disponibile alla grazia e si è lasciato pervadere da Gesù fino ad assumerne il volto piagato.
“Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?”
Ecco, Gesù, noi siamo qui a presentarti in tanti ricordi, in tante foto, in tante parole, dette, ascoltate da questo pulpito, magari con furia, la parola forse più cara a Domenico: “sono venuto a portare il fuoco sulla terra, come vorrei che fosse già acceso”.
Parliamo del bene che Domenico ha fatto e del bene che Domenico avrebbe potuto fare, che sembra fermarsi qui, ma non è così, tu ce lo dici: “Duri e tardi di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti”, non bisognava - lo so che Domenico vi ha tenuto un’omelia su questo a giugno, in una delle poche volte che è riuscito a trascinarsi qui con una caparbietà sull’”oportebat” – non bisognava, era necessario, Domenico; era necessario, Domenico, anche questo distacco per noi; erano necessari dei fallimenti, era necessario che Cristo subisse tutte queste cose; “oportebat” era scritto, è scritto ai piedi della Croce, alla quale siamo venuti pellegrini tante volte sul tuo letto di dolore.
Damiana, brava iconografa, in tempi non sospetti aveva scritto “oportebat”.
Era necessario.
Ciò che noi riteniamo un fallimento è una gloria.

Carissimi fratelli e sorelle, la Chiesa canta nell’abiezione, la Chiesa danza quando ci sarebbe da disperare, la Chiesa crede nel Signore anche quando sembra non averci ascoltato, noi speravamo… E tanti di voi, tanti di noi siamo venuti qui con questa amarezza: noi speravamo, noi abbiamo pregato…
E Domenico ha fatto sue le espressioni di un altro grande ammalato di cancro, Davide Maria Turoldo, che in “Canti Ultimi”, a proposito di una guarigione chiesta da altri, ha detto: “Tu non puoi, tu non devi”, rivolto a Gesù.
Questa è la fede della fede e questo è il cuore della fede, e non una fede che chiede e pensa di ottenere subito nella direzione in cui noi formuliamo la preghiera; noi siamo sempre ascoltati anche quando chiediamo pani e ci danno sassi.
“Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più grande e più certa”, dice il Manzoni alla fine dell’Addio ai Monti.
E noi questo, Domenico, vogliamo credere; per te non c’è più bisogno di crederlo perché tu lo vedi, per te è evidenza, tu però non hai più bisogno di fede e di speranza ma vivi nell’Amore, noi no, noi siamo qui in questa sera, che tra poco ci precipiterà sulle spalle, come sui tetti di Emmaus, e ci sentiamo spauriti, disorientati:
“Resta con noi, Signore, perché si fa sera.
Il Signore Gesù visita le nostre sere, ha visitato la sera di Domenico, le sere di Domenico, i suoi momenti di tentazione, di sofferenza, egli ci sostiene.
“Entrò per rimanere con loro”, e con noi.

Carissimo vescovo Franco,
tante foto vorrei consegnarti di Domenico, ho pensato alla fine ad una un po’ strana, poteva costituire per te un dono oggi. Ho visto piangere Domenico molte volte, soprattutto in questi anni, soprattutto quando, mi riferisco a due volte, in cui sono venuto qui a Moiano, angelo della morte e con la morte nel cuore, la prima volta due anni fa a novembre ed era una bellissima giornata, come quella di oggi, e come si fa a parlare di cancro in una giornata come questa? ma ero latore di un annuncio: Hai un cancro, Domenico.
E ci sono tornato un anno dopo, oltre ad altre volte ovviamente, con lo stesso annuncio, ancora più tragico: Domenico, non è il caso di continuare la chemio perché il cancro non demorde e gli effetti collaterali sono eccessivi.
Grazie a Laura, a proposito la nostra Chiesa dovrebbe dirglielo, grazie a Laura che con competenza e con amore da figlia è diventata il medico che ha reso possibile a Domenico di restare qui, senza essere a lungo ospedalizzato.
Ebbene, dicevo, Franco, ho visto Domenico piangere ma… silenziosamente, versare lacrime anche in qualcuna delle ultime visite, quando l’essere è impossibilitato anche a scendere in chiesa, e gli sembrava il più grande smacco. Mi ricordo che Domenico ha fatto un Campo scuola sulle Alpi, nonostante le mie controindicazioni e quelle di Laura, appena pochi mesi fa, perché il tempo bisogna prenderselo fino in fondo – è uno dei tanti insegnamenti - perché “bisogna dare vita agli anni e non anni alla vita”.
Non è di queste volte, Franco, la foto che voglio consegnarti, ma porta una data, dolorosissima, forse possono capire solo i preti, ed è, credo, del gennaio 2007. Eravamo alla conclusione di un Corso di Esercizi spirituali, forse a Sepino, ma sul luogo posso sbagliarmi, ed io dovevo preparare questo figlio, come altri, ad una sorta di distacco da parte di un confratello che abbandonava il ministero; cercai di farlo nella maniera più dolce e graduale. Ma ieri e oggi quel pianto disperato mi è tornato alla mente e mi ha lacerato nuovamente. Domenico non piangeva come un bambino perché perdeva un amico-prete, ma perché perdeva un prete-amico e fratello.
Perché ti consegno questa foto di Domenico, tra le tante che altri ti consegneranno, di cui potrei parlarti per ore? - chiedo scusa della lungaggine - Perché in quel pianto, a dirotto, irrefrenabile, che non ho visto neanche nei giorni della malattia, c’era l’amore alla Chiesa. Quel pianto dice quanto un prete, ordinato pochi mesi prima, fosse legato al suo Presbiterio e ad essere prete e tenesse per sé e per gli altri, così quello che dobbiamo continuamente temere, tenendoci d’occhio, una uguale e drammatica uscita di sicurezza.
Ecco, ti consegno, carissimo vescovo Franco, questa foto di Domenico: Gennaio 2007.
Non riuscii a consolarlo in nessuna maniera, e più di me, più di altri, è stato così duro, e adesso l’interessato lo capirà, così duro a riprendere i contatti, così come sapeva esserlo Domenico, ma quella durezza, e quel pianto soprattutto, parlava di un amore.

Bravo Domenico! Beato te, Domenico, che sei stato fotografato per sempre nella grazia della giovinezza e non hai conosciuto la mediocrità dei 40’anni, dei 50’anni, dei 60’anni.
Bravo pure, perché hai resistito.
Bravo perché hai conservato la fede (A Damiana nell’ultima telefonata hai detto: ho paura di perdere la fede) e ci sono tutti gli estremi quando si è in quella condizione di perderla la fede.
Bravo perché l’hai tenuta stretta fino alla fine.
Bravo per questi due giorni ultimi, dove hai combattuto corpo a corpo con la morte e hai perso, perché noi perdiamo sempre, Domenico; la nostra vittoria è questa perdita senza fine, a partire dal perdersi di Gesù per noi sulla Croce.

Prega per noi, Domenico, perché ancora fai parte di questo Presbiterio nella comunione dei Santi.
Prega per i tuoi fratelli, per il tuo vescovo, prega per noi su cui sta per scendere questa inesorabile sera.
Bravo e addio!
E un ”addio” non è mai per sempre.

˜˜˜
Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

giovedì 10 gennaio 2013

Canto Gregoriano: Requiem Aeternam HD

Requiem aeternam

Il requiem in gregoriano: un capolavoro artistico ineguagliato e, forse, ineguagliabile. Una vetta di spiritualità e contemplazione della grandezza di Dio e della nostra miseria: "memento, homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris" (Gn. 3,19)  Juanne Nigola Buzzoffiu


INTROITUS Requiem * aeternam dona eis, Domine: et lux perpetua luceat eis.
Te decet hymnus, Deus, in Sion, et tibi reddetur votum in Jerusalem:
exaudi orationem meam, ad te omnis caro veniet.
et repetitur
Requiem * aeternam dona eis, Domine: et lux perpetua luceat eis.

mercoledì 12 dicembre 2012

Schicchi: RE DEL PORNO!!!!!

Funerali di Schicchi: RE DEL PORNO!!!!! 

 

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   Ieri alla parrocchia dei Santi Pietro e Paolo all’Eur padre Francesco Bartolucci ha celebrato i funerali di Riccardo Schicchi, il “re del porno” italiano, il talent scout delle pornodive Ilona Staller “Cicciolina”, Moana Pozzi, Eva Henger (con quest’ultima Schicchi era stato sposato e ha avuto dei figli: lei, nonostante le separazione, gli è stata vicina e lo ha assistito nella fase finale della malattia).


Com’era comprensibile, alle esequie hanno partecipato molte pornostar, alcune ancora in attività, che si sono messe ordinatamente in fila per ricevere la comunione. Alla fine della cerimonia Ilona Staller è salita sul pulpito e parlando di lei e di Schicchi ha detto: «Abbiamo fatto tanta poesia, si può dire, perché anche se era erotismo e pornografia, per noi era poesia… Giocherellando, abbiamo fatto quello che, magari, tantissime persone hanno paura di fare».

Prima di lei dal pulpito aveva parlato Rocco Siffredi, star delle luci rosse made in Italy, che ha detto: «Mi dicono che ho fatto sdoganare il porno, ma io non ho fatto sdoganare proprio nulla. Riccardo ha iniziato ed è grazie a lui se sono qui e se sono quello che sono».

Ecco, mi piacerebbe rivolgere qualche domanda a padre Francesco. Bene ha fatto, credo, a celebrare le esequie chieste dalla madre di Schicchi. Non sappiamo come il re del porno italiano abbia vissuto la sua malattia, come si sia preparato alla morte che non è arrivata all’improvviso. Capisco anche che il sacerdote romano non potesse fare altro al momento della comunione, anche se provo a mettermi nei panni di quegli uomini e di quelle donne divorziate e risposate che vedono le immagini di quelle comunioni, essendo loro esclusi dal sacramento.

Chiedo: era davvero necessario che la Staller e Siffredi parlassero dal pulpito rivendicando in chiesa lo sdoganamento del porno come principale merito del defunto? Padre Bartolucci, non si poteva evitare?
Andrea Tornielli

mercoledì 24 ottobre 2012

don domenico


IN SUFFRAGIO DI UN AMICO

Bravo, Domenico, e addio…
un “addio” non è mai per sempre.




Ciò che noi riteniamo un fallimento è una gloria

Parrocchia di San Renato vescovo
Moiano, 18 ottobre 2012

Concelebrazione esequiale
per il parroco
Don Domenico

Omelia

   Non senza difficoltà, estrema difficoltà, prendo la parola in questa santa assemblea, in cui celebriamo i misteri della vita del Signore, direi che la prendo in obbedienza al nostro vescovo Franco. Nostro. Sono i figli chiamati a dire parole accanto alla bara del padre e non viceversa, come accade in questo momento. In questo silenzio raggelante, ma anche colmo di fede e di speranza, facciamo risuonare nel nostro cuore la Parola che è stata proclamata, l’Unica che può abitare il silenzio, che è assenza di parole da dire, di cose da fare, quella frenata brusca che ci fa sobbalzare in avanti e ci lascia intontiti ogniqualvolta la morte ci visita, ci toglie qualcuno che affiancavamo, laddove nessuna parola umana può essere proferita, ma risuona sovrana e luminosa e incanto la Parola di Dio.

Abbiamo ascoltato nel giorno della Festa di San Luca la pagina, quasi certamente a tutti noi più cara tra i racconti della Risurrezione; è stata scelta questa pagina perché Don Domenico l’ha voluta per questa comunità come traccia per un mese intero di predicazione e di riflessione lo scorso giugno, ai piedi del Cuore di Gesù, o nel suo Cuore. E la rileggiamo adesso davanti alla sua bara ma in comunione - cosa più importante e gioiosa - con lui, vivo, presente nella comunione dei Santi, con noi in questa celebrazione, benché invisibile, e la riascoltiamo per trovare un’uscita di sicurezza da questa strettoia che ci opprime il cuore.
Ci presentiamo sempre così a Gesù sulle strade della vita, con storie a pezzi, che non riusciamo più a comporre, di cui ci sfugge il senso. Gesù cammina con noi in questa liturgia della Parola, ci accompagna, si interessa al nostro dolore, alle nostre vicende; Egli già sa cosa ci sia nel cuore di ciascuno ma quasi ci invita a raccontargliele, perché le persone che amano amano sentirsi dire quello che già sanno dai figli bambini.
Cosa avevano in mano i discepoli scoraggiati in cammino verso Emmaus in quel pomeriggio di Pasqua?, e cosa abbiamo in mano noi?
Dei brandelli, storie a pezzi, cuori lacerati, abbracci interrotti, dialoghi che avevano bisogno di ben altro tempo, tempi che sono finiti e di cui avevamo ancora estremo bisogno per spiegarci storie e dialoghi e parole e frasi sconnesse.
Sono così le nostre vite, fratelli e sorelle, ed è così la nostra situazione in questa celebrazione, almeno sulle prime, all’atto in cui i “perché” sono tanti, imperiosi, ci feriscono, mettono a dura prova la nostra fede, il “perché” della sofferenza, il “perché” del dolore, il “perché” di una vita che si stronchi a trentatré anni da parte di un pastore che era appena all’inizio della sua opera.
Ecco, Signore Gesù, siamo così, con i nostri pensieri interrotti, con le nostre conversazioni a pezzi, e Tu ti metti in cammino con noi, ci chiedi e noi Ti raccontiamo di noi, noi Ti raccontiamo di questa comunità, - vorrei farlo a nome di questa comunità parrocchiale, della comunità diocesana - di speranze, di attese, di progetti… Ti raccontiamo, per esempio, di una esperienza esaltante, che la nostra Diocesi visse sei anni fa, il 3 di maggio, a Sorrento. Sono qui gli altri di quella covata numerosa e prodigiosa come mai ci era capitato d’avere: sette preti in una volta.
Quanti ragazzi! È qui Marino, Maurizio, Domenico, Franco, Armando, Tonino, Enrico. Erano lì pieni di vita, avrebbero cambiato il mondo, erano lanciati nella Storia, già bella, della nostra Chiesa, bella e dolorosa, e Ti raccontiamo e ci ricordiamo di quella sera e dei loro volti radiosi, e dei nostri, e delle speranze.
Cosa significa essere prete, Gesù?
E questo epilogo - di uno di quei magnifici sette, come furono definiti - questo epilogo nella bara, no, non nella bara, ma nella morte, questo epilogo che viene a stroncare una pastoralità, una carità pastorale, immensa e piena di promesse, è un incidente, o era già scritto quel giorno. E noi, che celebriamo l’Eucaristia ogni giorno, e da quel giorno voi sei: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue» sono parole esterne, sono parole che diciamo sul pane e sul vino, o anche parole che diciamo su di noi, presentandoci, offrendoci, unendoci a Gesù Pastore e vittima, a Gesù che dà la vita per il suo gregge.
Questo è il mio corpo.
In questa chiesa Don Domenico l’ha detto tante volte spezzando il pane per voi, il Pane della Parola e il Pane eucaristico, ma dandovi il Corpo di Gesù vi consegnava anche il suo, la sua giovinezza, le sue piaghe, il suo essere divorato dal cancro, il suo voler a morsi prendere ancora del tempo, per fare qualcosa con voi.
E nuovamente mi torna l’interrogativo:
ma questo è un incidente?
E la risposta è “no”, no, no, Domenico, e tu lo sai bene ora che non è un incidente, era già in quel “sì, lo voglio, sì, lo voglio, sì, lo voglio, sì, con la grazia di Dio lo voglio”.

Carissimo vescovo Franco,
che non hai avuto il tempo di conoscerlo Don Domenico, devo dire innanzi tutto, io sono forse l’unico che può dirlo senza che nessuno si offenda, che la grazia battesimale e poi quella dell’Ordine scese, è scesa su un uomo violento, è scesa su un’indole inquieta, un rivoluzionario, un attaccabrighe.
Questo era Domenico, starà sorridendo mentre io lo descrivo così - i padri possono dire questo dei figli - era difficile, Franco, stare accanto a Domenico senza esserne feriti; era il suo carattere.
Ci siamo sempre detti, scherzando, che cosa sarebbe divenuto se non avesse incrociato gli occhi di Gesù a diciott’anni in un Corso di Esercizi spirituali ad Avezzano, se non fosse stato un prete, cosa sarebbe diventato Domenico con il carattere che aveva, ma la grazia di Dio predispone ogni cosa per una finalità di tempo, perché la grazia è scesa su quella umanità, così irruente, così polemica, aveva una vis-polemica Domenico come non l’ho mai vista. Ho ancora dolente il piede in tutti questi anni perché l’ho dovuto tenere premuto sul freno nella sua vita per quello che c’era da dire e da fare, eppure oggi guardando questa bara, ma ancor più contemplando con gli occhi della fede la luce, la pace, in cui egli finalmente è entrato, dobbiamo dire: “grande, mirabile fede - come canta il Manzoni - ai trionfi avvezza”, perché la fede ha avuto la meglio su quel carattere impossibile, trasformandolo, moderandolo, e volgendo al bene, alla creatività pastorale, a quell’azione rivoluzionaria, a cui un prete è chiamato, quelle energie che altrimenti sarebbero finite in corto circuito.
Com’è bello vedere i giochi di Dio nelle nostre umanità,
com’è bello considerare come Egli tenga tutto di noi, anche gli aspetti meno amabili, e riesca a volgerli ad una finalità di bene,
com’è bello vedere che Domenico ai Campi scuola, Domenico agli Esercizi spirituali, Don Domenico, alla guida di questa comunità, che suona la chitarra, che canta meravigliosamente, che… è generoso fino all’inverosimile, perché dentro quel riccio di mare, che non si poteva toccare, c’era e c’è un grande cuore, di cui tutti noi, o quasi, abbiamo fatto esperienza.
E questa è opera della grazia, e questo lo ha fatto il Signore, e di questo Domenico, tra l’altro, loda, ringrazia e benedice il Padre, autore di ogni bene, e benedice Gesù, che lo ha attirato nella sua rete, perché egli, a sua volta, diventasse pescatore di uomini.
E Domenico rilegge la sua infanzia, la sua adolescenza inquieta, inquieta, la sua giovinezza, il suo essere in Seminario sempre con i denti stretti, come un’occasione di purificazione e di grazia, che il Signore gli ha offerto, e solo ora, solo ora, più di quanto non appaia a noi, quella vita interrotta e a cocci egli la vede come un capolavoro, capolavoro della grazia.
Ho conosciuto Domenico, quando era ancora bambino dietro a Maria, oggi suor Chiara Damiana, sua cugina, che se lo portava dietro, un bambino dai capelli rossi, impossibile a tenersi, e poi un adolescente insieme a Filippo, Florindo e gli altri, il gruppo di Imma, e poi ministrante, impeccabile, come siete voi qui adesso a Moiano, un turiferaio, che incensava alla perfezione, un seminarista a mille Campi scuola, la salita al Molare, la Quinta alpini, sempre a protestare, ma devo riconoscere che Domenico con me ha avuto una docilità che mi meraviglia a tutt’oggi.

Carissimo Don Franco,
Domenico è il figlio della parabola che dice “no”, ma … , a differenza di quelli che si impettiscono con le loro virtù e poi battono la fiacca e si imboscano, Domenico protestava ma alla fine era obbediente, era polemico ma amava, sapeva recuperare, aveva dei gesti di  tenerezza, e qui a Moiano l’avete sperimentato tante volte voi giovani, e non solo, che lasciavano con il fiato sospeso.
E questo chi l’ha fatto?
E questo lo ha fatto il Signore, ma anche, anche lui, Domenico, si è reso disponibile alla grazia e si è lasciato pervadere da Gesù fino ad assumerne il volto piagato.
“Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?”
Ecco, Gesù, noi siamo qui a presentarti in tanti ricordi, in tante foto, in tante parole, dette, ascoltate da questo pulpito, magari con furia, la parola forse più cara a Domenico: “sono venuto a portare il fuoco sulla terra, come vorrei che fosse già acceso”.
Parliamo del bene che Domenico ha fatto e del bene che Domenico avrebbe potuto fare, che sembra fermarsi qui, ma non è così, tu ce lo dici: “Duri e tardi di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti”, non bisognava - lo so che Domenico vi ha tenuto un’omelia su questo a giugno, in una delle poche volte che è riuscito a trascinarsi qui con una caparbietà sull’”oportebat” – non bisognava, era necessario, Domenico; era necessario, Domenico, anche questo distacco per noi; erano necessari dei fallimenti, era necessario che Cristo subisse tutte queste cose; “oportebat” era scritto, è scritto ai piedi della Croce, alla quale siamo venuti pellegrini tante volte sul tuo letto di dolore.
Damiana, brava iconografa, in tempi non sospetti aveva scritto “oportebat”.
Era necessario.
Ciò che noi riteniamo un fallimento è una gloria.

Carissimi fratelli e sorelle, la Chiesa canta nell’abiezione, la Chiesa danza quando ci sarebbe da disperare, la Chiesa crede nel Signore anche quando sembra non averci ascoltato, noi speravamo… E tanti di voi, tanti di noi siamo venuti qui con questa amarezza: noi speravamo, noi abbiamo pregato…
E Domenico ha fatto sue le espressioni di un altro grande ammalato di cancro, Davide Maria Turoldo, che in “Canti Ultimi”, a proposito di una guarigione chiesta da altri, ha detto: “Tu non puoi, tu non devi”, rivolto a Gesù.
Questa è la fede della fede e questo è il cuore della fede, e non una fede che chiede e pensa di ottenere subito nella direzione in cui noi formuliamo la preghiera; noi siamo sempre ascoltati anche quando chiediamo pani e ci danno sassi.
“Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più grande e più certa”, dice il Manzoni alla fine dell’Addio ai Monti.
E noi questo, Domenico, vogliamo credere; per te non c’è più bisogno di crederlo perché tu lo vedi, per te è evidenza, tu però non hai più bisogno di fede e di speranza ma vivi nell’Amore, noi no, noi siamo qui in questa sera, che tra poco ci precipiterà sulle spalle, come sui tetti di Emmaus, e ci sentiamo spauriti, disorientati:
“Resta con noi, Signore, perché si fa sera.
Il Signore Gesù visita le nostre sere, ha visitato la sera di Domenico, le sere di Domenico, i suoi momenti di tentazione, di sofferenza, egli ci sostiene.
“Entrò per rimanere con loro”, e con noi.

Carissimo vescovo Franco,
tante foto vorrei consegnarti di Domenico, ho pensato alla fine ad una un po’ strana, poteva costituire per te un dono oggi. Ho visto piangere Domenico molte volte, soprattutto in questi anni, soprattutto quando, mi riferisco a due volte, in cui sono venuto qui a Moiano, angelo della morte e con la morte nel cuore, la prima volta due anni fa a novembre ed era una bellissima giornata, come quella di oggi, e come si fa a parlare di cancro in una giornata come questa? ma ero latore di un annuncio: Hai un cancro, Domenico.
E ci sono tornato un anno dopo, oltre ad altre volte ovviamente, con lo stesso annuncio, ancora più tragico: Domenico, non è il caso di continuare la chemio perché il cancro non demorde e gli effetti collaterali sono eccessivi.
Grazie a Laura, a proposito la nostra Chiesa dovrebbe dirglielo, grazie a Laura che con competenza e con amore da figlia è diventata il medico che ha reso possibile a Domenico di restare qui, senza essere a lungo ospedalizzato.
Ebbene, dicevo, Franco, ho visto Domenico piangere ma… silenziosamente, versare lacrime anche in qualcuna delle ultime visite, quando l’essere è impossibilitato anche a scendere in chiesa, e gli sembrava il più grande smacco. Mi ricordo che Domenico ha fatto un Campo scuola sulle Alpi, nonostante le mie controindicazioni e quelle di Laura, appena pochi mesi fa, perché il tempo bisogna prenderselo fino in fondo – è uno dei tanti insegnamenti - perché “bisogna dare vita agli anni e non anni alla vita”.
Non è di queste volte, Franco, la foto che voglio consegnarti, ma porta una data, dolorosissima, forse possono capire solo i preti, ed è, credo, del gennaio 2007. Eravamo alla conclusione di un Corso di Esercizi spirituali, forse a Sepino, ma sul luogo posso sbagliarmi, ed io dovevo preparare questo figlio, come altri, ad una sorta di distacco da parte di un confratello che abbandonava il ministero; cercai di farlo nella maniera più dolce e graduale. Ma ieri e oggi quel pianto disperato mi è tornato alla mente e mi ha lacerato nuovamente. Domenico non piangeva come un bambino perché perdeva un amico-prete, ma perché perdeva un prete-amico e fratello.
Perché ti consegno questa foto di Domenico, tra le tante che altri ti consegneranno, di cui potrei parlarti per ore? - chiedo scusa della lungaggine - Perché in quel pianto, a dirotto, irrefrenabile, che non ho visto neanche nei giorni della malattia, c’era l’amore alla Chiesa. Quel pianto dice quanto un prete, ordinato pochi mesi prima, fosse legato al suo Presbiterio e ad essere prete e tenesse per sé e per gli altri, così quello che dobbiamo continuamente temere, tenendoci d’occhio, una uguale e drammatica uscita di sicurezza.
Ecco, ti consegno, carissimo vescovo Franco, questa foto di Domenico: Gennaio 2007.
Non riuscii a consolarlo in nessuna maniera, e più di me, più di altri, è stato così duro, e adesso l’interessato lo capirà, così duro a riprendere i contatti, così come sapeva esserlo Domenico, ma quella durezza, e quel pianto soprattutto, parlava di un amore.

Bravo Domenico! Beato te, Domenico, che sei stato fotografato per sempre nella grazia della giovinezza e non hai conosciuto la mediocrità dei 40’anni, dei 50’anni, dei 60’anni.
Bravo pure, perché hai resistito.
Bravo perché hai conservato la fede (A Damiana nell’ultima telefonata hai detto: ho paura di perdere la fede) e ci sono tutti gli estremi quando si è in quella condizione di perderla la fede.
Bravo perché l’hai tenuta stretta fino alla fine.
Bravo per questi due giorni ultimi, dove hai combattuto corpo a corpo con la morte e hai perso, perché noi perdiamo sempre, Domenico; la nostra vittoria è questa perdita senza fine, a partire dal perdersi di Gesù per noi sulla Croce.

Prega per noi, Domenico, perché ancora fai parte di questo Presbiterio nella comunione dei Santi.
Prega per i tuoi fratelli, per il tuo vescovo, prega per noi su cui sta per scendere questa inesorabile sera.
Bravo e addio!
E un ”addio” non è mai per sempre.

˜˜˜
Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

sabato 3 marzo 2012

funerali

E "adattarono" il rito delle Esequie smentendo Paolo VI. Vien proprio voglia di dire: "mai dire mai"




Avete capito bene il titolo: non sto parlando di Paolo IV o di san Pio V, ma di affermazioni chiare e precise, approvate in forma specifica da Paolo IV appena nel 1963, ribadite dall'edizione latina delle Esequie (1969) e mai mutate. Ne ho fatto un post più di due anni fa, quando già si parlava dell'imminente uscita del nuovo "adattamento" del rito delle Esequie, e pareva surreale quello che poi è davvero successo.
Pare che non si possa più, neanche in Italia, tradurre la liturgia Romana creata l'altro ieri. No! Bisogna adattare, neanche fossimo in Africa subsahariana. Dove pensano si siano sviluppati i riti romani delle Esequie coloro che hanno confezionato il nuovo adattamento, in Scandinavia?
Non bastava il massiccio "adattamento" del rito del Matrimonio, dove adesso si può cambiare - a piacere della coppia - perfino la formula sacramentale del consenso.... Ora si passa a riempire di ulteriori "oppure" il funerale, in modo da non avere mai una celebrazione non dico uguale, ma nemmeno simile all'altra. Un tempo si diceva che almeno la morte rende tutti uguali (e dal Papa fino all'ultimo fedele laico tutti avevano gli stessi canti nell'ultimo saluto terreno...)

Ma quello che mi sconcerta di più è la quasi totale accettazione della cremazione, e si arriva ad inventare una ritualità e una gestualità estranee al rito vigente, e pure espressamente vietate da un testo approvato dal Papa del Concilio, Paolo VI.
I fautori del Concilio Vaticano Terzo ormai prevengono i concili, mica li aspettano! Aveva approvato il buon papa Paolo queste ovvie parole (vedi qui): "i riti della sepoltura ecclesiastica ed i susseguenti suffragi non si celebreranno mai nel luogo ove avviene la cremazione e neppure vi si accompagnerà il cadavere". [MAI non vuol dire MAI, ovviamente. Infatti ora tutto questo non solo è permesso, ma anzi incoraggiato!]

Questo era il "retrogrado" testo del 1963, che faceva comunque storia per la sua "larghezza", ora leggo con mio stupore e tristezza il seguente paragrafo nella presentazione ufficiale del nuovo Rito delle Esequie:

4. La novità più significativa della seconda edizione del rituale è costituita sicuramente dall’Appendice dedicata alle «Esequie in caso di cremazione». Questa parte è articolata in tre capitoli: «Nel luogo della cremazione», «Monizioni e preghiere per la celebrazione esequiale dopo la cremazione in presenza dell’urna cineraria», «Preghiere per la deposizione dell’urna». Dall’esame delle sequenze rituali proposte e delle indicazioni di carattere pastorale [E il MAI nel luogo della cremazione dove va a finire? Tanto con i motivi pastorali si aggiusta tutto, anche le più grosse novità senza radici passano per motivi pastorali. Quelli che non hanno cittadinanza sono i motivi dottrinali] possiamo dedurre alcune considerazioni [ma le considerazioni si adducono o si deducono?].
- La denominazione di Appendice, oltre a segnalare che non esiste una sua corrispondenza nell’edizione tipica latina [ci stanno dicendo che si sono inventati un'intera liturgia che non esiste nell'editio typica. Miracolo: si adatta pure quello che non c'è!], vuole richiamare il fatto che la Chiesa, anche se non si oppone alla cremazione dei corpi quando non viene fatta in odium fidei, [e chi ha detto che non si oppone? Ma li leggono i documenti? La chiesa non si oppone, di più: RIFUGGE dalla cremazione; ne ha AVVERSIONE, questo dicono i documenti, non le chiacchiere delle conferenze stampa] continua a ritenere la sepoltura del corpo dei defunti la forma più idonea a esprimere la fede nella risurrezione della carne , ad alimentare la pietà dei fedeli verso coloro che sono passati da questo mondo al Padre e a favorire il ricordo e la preghiera di suffragio da parte di familiari e amici.[L'inumazione non è la forma "più idonea", ma l'unica idonea ad esprimere la risurrezione. La cremazione al massimo esprime simbolicamente e in maniera ottima, la pena dell'inferno]
- I vari capitoli dell’Appendice sono preceduti da un’introduzione nella quale vengono segnalati i cambiamenti sociali in atto, ribaditi i riferimenti alla dottrina cristiana e offerte indicazioni di carattere pastorale.
- La celebrazione delle esequie precede di norma la cremazione: in questo caso va posta particolare attenzione alla scelta dei testi più adatti alla circostanza. [Di norma? Perché ti possono portare in Chiesa invece di un corpo, un mucchietto di ceneri che NON SONO PIU' un cadavere? E io le dovrei incensare e benedire? A parte il Mercoledì delle Ceneri, non se ne benedicono altre in Chiesa...]
- Eccezionalmente i riti previsti nella cappella del cimitero o presso la tomba si possono svolgere nella stessa sala crematoria, evitando ogni pericolo di scandalo e l’introdursi di consuetudini estranee ai valori della tradizione cristiana. [altro che evitando il pericolo di scandalo, già a leggere queste cose mi vengono i brividi: i fuochisti accendono il fuoco per bruciare la nonnina e il prete prega per il "refrigerio eterno" della cara defunta. Ma scherziamo? Nella sala crematoria? Ma cosa siamo nei LAGER NAZISTI?]
- Si raccomanda l’accompagnamento del feretro al luogo della cremazione. [Questo è in aperto contrasto con le norme in vigore fino ad oggi, che vietavano di accompagnare il feretro alla cremazione, per non far pensare che sia un'opzione normale tra due possibilità equivalenti!!]
- Particolarmente importante l’affermazione che la cremazione si ritiene conclusa con la deposizione dell’urna nel cimitero da leggersi come conseguenza di quanto affermato al n. 165 a proposito della prassi di spargere le ceneri in natura o di conservarle in luoghi diversi dal cimitero. Tale prassi infatti solleva non poche perplessità sulla sua piena coerenza con la fede cristiana [solleva perplessità... sentite che soft... Si dovrebbe dire chiaro: disperdere le ceneri è in aperto contrasto anche con il minimo della fede cristiana, altro che "piena coerenza"], soprattutto quando sottintende concezioni panteistiche o naturalistiche. Anche se il rituale non prende netta posizione sul versante disciplinare [sdoganamento totale: come dire "io ti dico di non disperdere le ceneri, perchè te lo devo dire, ma tu fai come vuoi, non ci sono sanzioni. Esattamente il contrario di quanto si faceva fino a oggi], offre però sufficienti elementi per una catechesi e un’azione pastorale che sappiano sapientemente educare il popolo di Dio alla fede nella risurrezione dei morti, alla dignità del corpo, all’importanza della memoria dei defunti, alla testimonianza della speranza nella risurrezione. [Quest'ultima frase è il tocco finale: va catechizzato il bruciare il corpo, invece di deporlo nella terra a mo' di seme, come prescrive la Scrittura (san Paolo) e come ha fatto con ovvietà ogni cristiano fin dalle origini, distanziandosi dai riti pagani, ove c'erano, di cremazione. E questo è il ritorno alle origini della liturgia? Ma quali testi possono citare a supporto di queste inaudite innovazioni? E che catechesi volete che rimanga? Brucia tutto, tanto non serve più, SOLO l'anima conta... Si va verso lo spiritualismo negatore della risurrezione. Alla faccia della nuova Evangelizzazione. Devo dire che sono amareggiato che tale testo abbia ricevuto la recognitio.]

Siamo al trionfo del linguaggio politically correct. Della correzione e ribaltamento - a seconda del cambiamento del vento che spira nella società -  perfino della dottrina. Quello che l'altro ieri era vietato, ieri era poi tollerato, oggi è ammesso di diritto e domani sarà l'unica forma rimasta. Un passo dopo l'altro si cambia la liturgia e si finisce per cambiare - invevitabilmente - la dottrina. Perché la liturgia plasma l'anima dei fedeli.
E tutto in nome del "sentimento", della "vicinanza pastorale". Non importa la verità del segno (che in altri contesti invece pare un dogma di fede), è prioritario non offendere, non dare l'impressione che la Chiesa non approvi... Non bisogna essere fraintesi. Non bisogna apparire attaccati ai propri riti secolari, l'importante e non allontanare. "Tanto i morti non si lamentano" (mi ha detto un prete!!!).

Mi domando: a quando il rito delle seconde nozze dei divorziati nell' "Appendice" del prossimo "adattamento" del rituale del Matrimonio? E perché non pensare di inserire nel Messale di prossima stampa un "rito straordinario" della "celebrazione festiva" in assenza del presbitero presidente. Il rito c'è già, basta metterlo in appendice. Non importa se non esiste il latino, suvvia, un po' di fantasia.  E dimenticavo: la confessione per telefono? Perché non introdurla? Era vietata prima, ma adesso chi non ha un telefonino in tasca? I tempi sono cambiati.... Quello che si faceva ieri, anzi oggi, domani cambia.

Se pensate che abbia esagerato, vi ristampo qui sotto le norme TUTTORA VIGENTI del 1963 approvate da Paolo VI e che aveva portato all'equilibrata soluzione che fino ad oggi esisteva. Ecco l'istruzione sulla Cremazione dei cadaveri, nella sua parte normativa:

La santa madre Chiesa, attenta direttamente al bene spirituale dei fedeli, ma non ignara delle altre necessità, decide di ascoltare benignamente queste richieste, stabilendo quanto segue:
1. Deve essere usata ogni cura perché sia fedelmente mantenuta la consuetudine di seppellire i cadaveri dei fedeli; perciò gli ordinari con opportune istruzioni ed ammonimenti cureranno che il popolo cristiano rifugga dalla cremazione dei cadaveri, e non receda, se non in casi di vera necessità, dall'uso della inumazione, che la Chiesa sempre ritenne e adornò di solenni riti.
2. Tuttavia, per non accrescere le difficoltà di ogni sorta e per non moltiplicare i casi di dispensa dalle leggi vigenti, è sembrato conveniente apportare qualche mitigazione alle disposizioni del diritto canonico, cosí che quanto è stabilito nel can. 1203, pp. 2 (vietata esecuzione del mandato di cremazione) e nel can. 1240, pp. 1, n. 5 (diniego di sepoltura ecclesiastica a chi ha chiesto la cremazione) non sia piú da osservarsi in tutti i casi ma solo quando consti che la cremazione sia voluta come negazione dei dogmi cristiani, o con animo settario, o per odio contro la religione cattolica e la Chiesa.
3. Ne segue che a chi abbia chiesto la cremazione del proprio cadavere non dovranno essere negati, per questo motivo, i sacramenti ed i pubblici suffragi, a meno che consti avere egli fatto tale richiesta per i motivi sopra indicati, ostili alla vita cristiana.
4. Per non indebolire l'attaccamento del popolo cristiano alla tradizione ecclesiastica e per mostrare l'avversione della Chiesa alla cremazione, i riti della sepoltura ecclesiastica ed i susseguenti suffragi non si celebreranno mai nel luogo ove avviene la cremazione e neppure vi si accompagnerà il cadavere.
Gli em.mi padri preposti alla difesa della fede e dei costumi hanno riveduto questa Istruzione l'8 maggio 1963; e il Papa Paolo VI si è degnato di approvarla nell'udienza concessa all'em.mo segretario del Sant'Offizio il 5 luglio dello stesso anno.


Qui di seguito trovate i due articoli che scrivevo nel 2009, quando ancora si era lontani da quello che poi, purtroppo si è realizzato:
° "L'avversione della Chiesa alla cremazione": riti liturgici per l'incenerimento?
° Catacombe vs Pire: la cremazione è e resta una pratica simbolica anti-cristiana

Vi aggiungo un paio di video che mostrano cosa si fa realmente in un forno crematorio
GUARDATELI SOLO SE SIETE ABBASTANZA FORTI, NON SONO PER TUTTI.



Questo secondo video mostra come, se tutto va bene, vengono trattati i resti delle ossa del defunto: sminuzzati nel tritatutto, e ridotti in polvere, perchè il fuoco, signori, non basta. Ecco l'officina dei cadaveri!



Testo preso da: Cantuale Antonianum http://www.cantualeantonianum.com/#ixzz1o66og3BO
http://www.cantualeantonianum.com