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martedì 8 novembre 2016

il dono delle lacrime



Seconda Lettura
Dall'«Omelia» di un autore del secondo secolo
(Capp. 8, 1 - 9, 11; Funk, 1, 152-156)

La conversione sincera
Finché viviamo in questo mondo, facciamo penitenza. In realtà noi non siamo che un poco di fango tra le mani di chi lo plasma. Se un vasaio, che lavora un pezzo di creta per ricavarne un vaso, vede che questo gli esce sformato o che gli si spezza tra le mani, lo impasta di nuovo. Se invece pensa di mettere nella fornace lo lascia com'è. Anche nella nostra esistenza c'è una situazione nella quale è possibile un rifacimento in meglio, e un'altra nella quale non lo è più. Infatti durante la vita terrena noi abbiamo tempo e modo di far penitenza dei nostri peccati e così ottenere la salvezza dal Signore.
 
Usciti che saremo da questo mondo, non potremo più convertirci né espiare il male commesso. Perciò, fratelli, compiamo la volontà del Padre, conserviamo casto il nostro corpo e osserviamo i comandamenti del Signore, e così raggiungeremo la vita eterna. Per questo dice il Signore nel vangelo: Se non sarete stati fedeli nel poco, chi vi affiderà il molto? Perciò vi dico: Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto (cfr. Lc 16, 10-11). Vuol dire questo: conservate casto il corpo e immacolato il carattere del cristiano per essere degni di riprendere la vita. 

E nessuno di voi osi affermare che questo corpo non sarà glorificato e non risorgerà. Riflettete un poco: in quale situazione siete stati redenti e avete ricevuto la vita spirituale, se non mentre vivevate in questo corpo? Ecco perché dobbiamo custodire il corpo come un tempio di Dio. Ma poiché siete stati chiamati nel corpo, così nel corpo verrete anche giudicati. Se Cristo Signore, che ci ha salvati, volle prendere figura umana, mentre prima era solo spirito, e così ci ha chiamati a sé, anche noi riceveremo la nostra mercede in questo corpo. Amiamoci dunque gli uni gli altri, per giungere tutti nel regno di Dio. Finché abbiamo tempo per guarire, affidiamoci a Dio, nostro medico, e consegniamo nelle sue mani i nostri pochi meriti. Quali meriti? Quelli che si acquistano mediante la penitenza fatta con cuore sincero. Egli conosce ogni cosa prima che avvenga e nulla gli sfugge di tutto ciò che si agita nel nostro cuore. Diamogli lode, dunque, non solo con la bocca, ma anche col cuore, perché ci possa ricevere come figli. Per questo il Signore disse: Miei fratelli sono coloro che fanno la volontà del Padre mio (cfr. Lc 8, 21, ecc.).

Responsorio    Cfr. Ez 18, 31. 32; 2 Pt 3, 9
R.
Liberatevi da tutte le iniquità, formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo: * Io non godo della morte di chi muore, dice il Signore; convertitevi e vivrete.
V. Il Signore usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi.
R. Io non godo della morte di chi muore, dice il Signore; convertitevi e vivrete.


Preghiera per ottenere il dono delle lacrime

O Dio onnipotente e mitissimo, che hai fatto scaturire dalla roccia una fonte d'acqua viva per il popolo assetato, fa scaturire dalla durezza del nostro cuore lacrime di compunzione: affinché possiamo piangere i nostri peccati e meritare, per Tua misericordia, la loro remissione. Per il nostro Signore Gesú Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con Te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Croce Amen.

Ad petendam compunctionem cordis

Omnípotens et mitíssime Deus, qui sitiénti pópulo fontem vivéntis aquae de petra produxísti: educ de cordis nostri durítia lácrimas compunctiónis; ut peccáta nostra plángere valeámus, remissionémque eórum, te miseránte, mereámur accípere. Per Dominum nostrum Iesum Christum, Fílium tuum, qui tecum vivit et regnat, in unitate Spíritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Croce Amen.

mercoledì 26 ottobre 2016

Noi pochi, noi felici pochi




Parole che vorremmo ascoltare dai Pastori.

Memorabile scena dell' "Enrico V" di Kenneth Branagh, basato sull'opera di William Shakespeare.




Re Enrico V d'Inghilterra divenne sovrano del Regno d'Inghilterra il 20 marzo del 1413, quando aveva quasi ventisei anni. Dotato di un profondo senso del dovere e attorniato da un'aurea cavalleresca, Enrico rappresentava l'archetipo ideale di re medievale, ed era ansioso di farsi onore sul campo di battaglia, onde rinnovare le vittorie del secolo precedente ottenute dal predecessore Edoardo III sulla corona di Francia. Al tempo della sua ascesa al trono (1413), Enrico risolse celermente la questione dei Lollardi e represse una congiura nobiliare contro la persona del sovrano. Il sovrano pensò bene di trovare una soluzione che non solo avrebbe giovato al morale della popolazione, ma unito il suo regno e rafforzato la popolarità della dinastia di Lancaster su tutto il territorio, vale a dire una vittoriosa campagna contro la Francia.
Dapprima, nello stesso anno (1413), Enrico ottenne l'alleanza del duca di Borgogna, Giovanni Senza Paura e quindi, forte dell'alleanza con Giovanni, nell'agosto del 1414, Enrico avanzò delle richieste talmente oltraggiose che il governo francese non poté accettare. In breve Enrico chiedeva: la corona di Francia; i feudi angioini dei plantageneti, incluso il ducato di Normandia e parte della Provenza; la parte del riscatto del re francese Giovanni II (catturato a Poitiers nel 1356), non ancora pagata, ed infine la mano di Caterina figlia del re di Francia, Carlo VI. Per la Francia non poteva esserci un momento storico peggiore. Il governo di Carlo VI, detto "il folle" per la malattia mentale che l'affliggeva, aveva portato il paese in uno stato di totale anarchia dove Armagnacchi e Borgognoni si contendevano il potere in nome del demente sovrano.

La guerra civile francese

I negoziati tra i due paesi rivali si interruppero e Enrico continuò a preparare l'invasione della Francia.
La spedizione fu preparata con cura, era stata predisposta una grande quantità di materiale bellico (macchine d'assedio, pezzi d'artiglieria e pontoni e anche armature e armi, immagazzinate dentro a delle botti) raccolto dai provveditori reali, nei magazzini di Londra. Enrico però, per dichiarare guerra aveva bisogno di un grande esercito e di una grande flotta, mentre nel momento in cui lui salì al trono aveva a disposizione una piccolissima flotta di sole sei navi; dopo due anni riuscì comunque a farle diventare il doppio con la costruzione di navi presso i cantieri di Southampton, ma non erano ancora abbastanza per occupare i porti francesi: dovette acquistare diverse imbarcazioni dall'Olanda, e così riuscì con gli sforzi di tutte le città del Regno a mettere assieme una buona flotta. Risolto il problema della flotta bisognava allestire l'esercito terrestre: convocò i nobili del regno che dovevano rispondere alla chiamata d'armi e reclutare i piccoli contingenti dei loro castelli, inoltre emanò una coscrizione temporanea in modo da reclutare milizie e volontari a sue spese per un periodo temporaneo. L'esercito però era ancora insufficiente, e così il Re Enrico chiese aiuto alle città del regno che potevano offrire un po' di soldi, in cambio Enrico avrebbe dato la Corona del defunto re Riccardo II e Londra mise assieme 10.000 sterline, ma la corona di Riccardo II andò invece al comune di Norfolk, che diede alle casse dello stato 1000 sterline. Inoltre alla chiamata dovevano rispondere anche frati, preti, abati e vescovi insieme a tutti i componenti del clero e fu imposta una tassa al popolo (compresi i mercanti stranieri che erano anche loro obbligati a pagare questa tassa) per l'allestimento dell'esercito per la Campagna contro l'odiata Francia. Alla fine il Re Enrico mise assieme un esercito di 12.000 uomini e 20.000 cavalieri (nella battaglia di Azincourt ne arrivarono solo 6000 di quelli partiti dall'Inghilterra). E così Il 13 agosto 1415, la flotta inglese arrivò a Cap de la Hève, alla foce della Senna, nei pressi di Le Havre, il 14 l'esercito inglese era sbarcato e alcuni giorni dopo mise l'assedio a Harfleur, porto che avrebbe, una volta conquistato, fatto da tramite per il suo esercito. Contro ogni aspettativa la popolazione di Harfleur si era preparata al lungo assedio che avrebbe dettato l'esercito inglese, rinforzate le mura e allagata la pianura circostante, costrinse l'esercito della corona ad un duro assedio. Col passare del tempo, tanto tra gli assediati quanto tra gli assedianti, iniziava a scarseggiare il cibo e l'aria poco salubre delle paludi, il duro lavoro imposto ai soldati per creare efficaci avamposti d'attacco (trincee) e viceversa difendersi (la popolazione era spesso chiamata a ricostruire le mura della città rovinate dai colpi d'artiglieria), le umide notti, iniziarono a far pagare pegno, epidemie di febbri e dissenteria devastarono l'esercito inglese e la popolazione stessa.

Il 22 settembre 1415 la città cadde e, dopo alcuni giorni, re Enrico decise, contro il parere di tutti, di proseguire la sua marcia verso Calais, dove avrebbe voluto svernare. Lasciato un piccolo contingente di 1200 uomini a difendere Harfleur, il re iniziò la propria marcia con un seguito di circa 6000 uomini, di cui 5000 arcieri e solo 1000 uomini d'arme (per Alfred Coville erano 13.000 soldati).

Nel frattempo, conti, duchi, signorotti e nobili di tutta la Francia, avevano risposto alla chiamata alle armi fatta dal Delfino di Francia e dal re; ma l'esercito, anche se numericamente ben fornito (valutato dallo storico Alfred Coville sulle 50.000 unità), si era riunito presso la città di Rouen, solo ad ottobre, e le forze giunte sotto la guida dei duchi di Berry, d'Alençon, di Borbone e d'Angiò, si riunirono sotto il comando del connestabile di Francia, Carlo I d'Albret.

La battaglia

Durante la marcia dell'invasore verso Calais, l'esercito francese cercò più volte, senza apprezzabili risultati, di tendere imboscate che indebolissero fino alla distruzione l'esercito inglese, che, arrivato in Piccardia, si trovò di fronte l'armata francese.

Nonostante il parere negativo del duca di Berry, i nobili francesi approvarono, non senza disaccordi, un attacco frontale che annientasse il nemico.

Due araldi vennero inviati ad Enrico dai nobili francesi, essi riferirono al re che dal momento che lui era venuto a conquistare il loro paese, i francesi l'avrebbero combattuto in qualsiasi luogo e momento. Enrico replicò dicendo che avrebbe proseguito la propria marcia verso Calais e che i francesi avrebbero ostacolato la sua marcia a loro rischio e pericolo, poi ricompensò gli araldi con dell'oro e accampò il proprio esercito nella cittadina di Maisoncelle. All'alba del 25 ottobre 1415, giorno di San Crispino e Crispiniano, i due eserciti cominciarono a schierarsi. I francesi schierarono il loro esercito nella pianura adiacente tra Azincourt (Agincourt)e Tramecourt, come per sbarrare la via verso Calais; ordinato su tre file di uomini, lo schieramento francese prevedeva l'utilizzo di uomini d'arme appiedati al centro, sostenuti da arcieri e balestrieri e, ai lati, formazioni di cavalleria pesante.

Dal canto suo, Enrico V, schierò in tre piccole formazioni gli uomini d'arme capitanate dal duca di York, da Lord Camoys e dal re in persona. Gli armigeri vennero rafforzati dagli arcieri che, in formazioni triangolari, andarono a comporre una linea d'attacco leggermente concava.

Alle undici del 25 ottobre del 1415, si iniziò la battaglia. Il re ordinò al vecchio maresciallo dell'esercito sir Thomas Erpingham di dare le ultime disposizioni ai suoi, quindi urlò : «Avanti o bandiera! In nome di Dio Onnipotente, e che San Giorgio sia oggi il tuo aiuto!». Ogni inglese si inginocchiò, si fece il segno della croce, baciò la terra e se ne mise una zolla in bocca, poi cominciò il rullo dei tamburi e la lenta avanzata. I francesi nettamente superiori per numero, convinti di dettar le regole del gioco, si sentivano ora disorientati. Giunti a 200 metri dalle forze francesi, gli arcieri del re iniziarono a piantare una serie di pali appuntiti nel terreno fangoso e una volta difesi iniziarono a riversare frecce sui francesi. La cavalleria scelta francese provò a controbattere, ma le condizioni del terreno e la pioggia di dardi rendevano nulla la corsa dei cavalieri che, in più, giunti alle palizzate erano facili vittime del nemico. La grande colonna dei cavalieri appiedati invece avanzava molto lentamente nel fango. Solo un attacco frontale andò a segno e fece indietreggiare le linee inglesi, ma per poco. Enrico passò all'offensiva e dopo un'altra ondata di frecce, ordinò una carica generale, alla quale si unirono anche gli arcieri equipaggiati con armature leggere e nell'imbuto che si era creato caddero migliaia di nobili, conti e duchi di tutte le parti della Francia, molti morirono subito, altri vennero catturati e uccisi, oltre che per paura di ritorsioni future, anche e soprattutto per l'instabile situazione che vedeva i pochi inglesi timorosi che, ad un eventuale contrattacco francese, portato da forze fresche o dalla riorganizzazione di quelle in rotta, i numerosi prigionieri potessero raccogliere l'immensa quantità di armi sul terreno e sopraffarli. Infine, una parte del grande esercito francese (composto, a seconda delle stime, da 10.000 fanti e 8.000 cavalieri oppure da un totale di 25.000 uomini oppure, secondo il Coville, da 50.000 uomini), segnatamente la terza linea, disertò ingloriosamente in massa, dopo aver visto il tragico destino delle due linee che la precedevano, e si disperse nella boscaglia. Questo però lasciò agli inglesi il dubbio che potesse trattarsi di una manovra di aggiramento ed il susseguente attacco al campo inglese, in realtà una semplice opera di brigantaggio, priva di qualsivoglia intento tattico, del signore di Azincourt che si impossessò persino della corona di Enrico, fece davvero temere che tale aggiramento fosse in atto. In effetti Enrico, vista l'esiguità delle sue forze ed il grande numero di francesi in rotta, ebbe ancora per diversi giorni il timore di un secondo attacco nemico che avrebbe potuto capovolgere l'esito della battaglia.

Alle quattro del pomeriggio la battaglia era già finita con un disastro francese ove morirono, combattendo per la Francia, dai 7000 ai 15000 uomini tra cui il connestabile di Francia, Carlo I d'Albret, e il fratello di Giovanni Senza Paura, Filippo Conte di Nevers, mentre caddero prigionieri, oltre ad uno dei comandanti sul campo, Jean II Le Meingre, il capo della fazione degli armagnacchi, il duca d'Orleans Carlo, e l'altro fratello di Giovanni Senza Paura, Antonio Duca del Brabante, che poi fu ucciso con altri prigionieri francesi. Fu una grande vittoria, ed Enrico V ben presto rivendicò le sue pretese. Nella battaglia andò perso anche l'Oriflamme, lo stendardo da guerra francese che era stato usato dai re di francia sin dal XII secolo. Prima della battaglia era stato consegnato a Guillaume Martel, che lo lasciò sul campo di battaglia dopo la sua morte e non fu più ritrovato.

La Francia aveva peccato di presunzione sentendosi più forte numericamente, credendo nei suoi uomini più importanti, che poi finirono in rovina, l'Inghilterra si fece lustro grazie all'ingegno di Enrico V, che fu ammirato in tutta Europa.

https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Azincourt

venerdì 9 settembre 2016

W i preti sposati

Si prepara in silenzio un sinodo sull’Amazzonia. “Viri Probati” (ed ecologia) temi chiave. Il disegno di Hummes  –  di Marco Tosatti

 

Il cardinale Claudio Hummes, 82 anni, già prefetto della Congregazione per il Clero, sta lavorando intensamente a un suo progetto. Un Sinodo delle diocesi dell’Amazzonia, in cui si dovrebbe discutere di ecologia – naturalmente – ma anche e forse soprattutto di trasformare i diaconi permanenti in “viri probati”. 

Una specie di amministratori laici dei sacramenti, in sostituzione dei preti. Ma c’è chi vede in questo progetto la punta del cuneo per modificare le regole che riguardano il celibato dei sacerdoti nel rito latino.

Hummes sostiene di parlare spesso e volentieri a nome del Papa. Lo fa talvolta anche nelle riunioni della Conferenza episcopale, a cui non potrebbe partecipare se non invitato, come vescovo emerito. Tanto che di recente gli è stato fatto osservare che i vescovi sono cattolici; hanno rispetto e obbedienza per il Papa; ma se il Pontefice ha qualche cosa da comunicare loro preferirebbero che lo facesse direttamente.

Un vescovo francescano, molto “liberazionista” quello di Osasco, che l’ha invitato. Dai colloqui sarebbe emerso, secondo quanto racconta uno dei partecipanti, che in Amazzonia hanno già preparato tutto per fare un Sinodo sull’Amazzonia.

In Amazzonia il rapporto fra popolazione, ampiezza del territorio e numero di preti è in grande disequilibrio. Ma quando qualcuno, durante la conferenza di Hummes, ha proposto di lanciare un appello a tutti gli ordini missionari, affinché mandassero ciascuno due sacerdoti, Hummes ha detto che no, no , il Papa non vuole questo, dopo il Concilio non devono più esistere missionari, ogni popolo deve evangelizzarsi da solo; solo clero autoctono, preti e vescovi anche senza formazione accademica.

E ha continuato dicendo che se prima era un tabù parlare di preti sposati, ora se ne può parlare tranquillamente, parlatene fra di voi. Il Papa gli avrebbe consigliato di dire ai vescovi di ordinare un grande numero di diaconi permanenti.

L’obiettivo sarebbe quello di aprire la strada all’ordinazione di laici, sposati, per supplire alla carenza di sacerdoti. Qualche giorno fa ha avuto luogo una riunione dei vescovi dell’Amazzonia, insieme a due teologi, consigliati da Hummes, per preparare le tematiche del Sinodo. Hummes ha già visitato 22 delle 38 diocesi dell’Amazzonia nel suo lavoro di galvanizzazione; e afferma che il Papa lo avrebbe esortato a visitare in fretta le rimanenti. Fra poco dovrebbero partire le lettere di richiesta dell’autorizzazione allo svolgimento del Sinodo.

L’idea di supplire con i diaconi permanenti – trasformati in sacerdoti “laici” – alla scarsità di vocazioni, che trova sostegno anche in Germania, è da tempo allo studio da parte di Hummes. Quando era Prefetto del Clero ai vescovi tedeschi e americani consigliava di far studiare i futuri diaconi agli stessi corsi dei sacerdoti. Adesso, vista la scarsità di tempo sarebbe disposto ad accettarli anche con una preparazione molto sommaria.


 

sabato 27 agosto 2016

processi virtuosi???

"Che si tratti di processi virtuosi 

nessuno per ora può dirlo"









di Giulio Meiattini OSB

Si ha l’impressione che l’affermazione della superiorità del tempo sullo spazio obbedisca a un interesse: quello di avviare processi. […] Ma pur apprezzando lo stimolo di papa Francesco, davvero l’avviare processi è così vitale oggi, tanto da diventare una priorità? Davvero puntare a questo obiettivo e richiamarlo in modo pressante è ciò di cui hanno più bisogno l’uomo o la società attuali, in specie i cattolici? È questo ciò che serve maggiormente in questa congiuntura globale della vita della Chiesa?

Mi sia lecito esprimere un forte dubbio in proposito. Oggi è già in atto un grandissimo numero di processi, per giunta addirittura travolgenti e di proporzioni spesso gigantesche. La tanto citata “liquidità” della nostra società e delle nostre culture, le migrazioni dal sud al nord del mondo, lo spostamento degli equilibri geopolitici, i mutamenti valoriali e le trasformazioni apportate dalla tecnica nella sfera dell’etica, giustificano appieno la felice espressione dello stesso pontefice: “Non stiamo vivendo un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca”.

I mutamenti sono già in atto, sono numerosi, di portata enorme e dall’estensione planetaria. […] Tanto che mi sembra di poter dire che il problema principale dell’uomo odierno non è quello dell’immobilismo, quanto il non aver più dei marcatori e dei misuratori dei processi in atto. I movimenti in corso sono altamente autoreferenziali: cioè non hanno delle esternalità relativamente stabili che li possano in qualche modo misurare od orientare. Non hanno delle finalità o un senso. […]. Se tutto si muove, e se il “cambiamento” fine a se stesso sembra essere l’unica cosa che rimane, tutto è reso equipollente. […] La parola stessa “processo”, che il papa usa, appare così neutra che di per sé qualunque cambiamento è definibile come processo. Anche il degrado è un processo. Ma se l’importante è processualizzare e cambiare, e non mi si dice il dove e il come a cui deve portare il processo-cambiamento né il suo perché, allora, nella moltiplicazione dei cambiamenti, tutto si equivale. […]

La mia opinione è che oggi, da parte della Chiesa, la parola che ci si aspetterebbe non è: avviare processi. Questi, come ho detto, già sono in atto a dismisura, sia positivi sia negativi, e non aspettano noi cristiani per continuare la loro corsa o per autoalimentarsi.

I processi avviati al tempo della caduta dell’impero romano e delle invasioni dei nuovi popoli euroasiatici, non furono avviati dal cristianesimo: ma questo seppe renderli meno devastanti e gradualmente incanalarli grazie a una visione orientata del mondo.

Anche oggi ci si aspetterebbe che nella labilità e provvisorietà delle configurazioni sociali e culturali, economiche, politiche ed etiche, si offrissero dei criteri di valutazione e discernimento, dei riferimenti, delle topografie che servissero per comprendere all’incirca dove siamo e dove forse andiamo. Insomma, delle bussole e delle carte per orientare i fedeli e gli uomini del nostro tempo.

L’umanità attuale, soprattutto nei paesi riconducibili alla cultura occidentale e al suo influsso, non soffre di immobilismo, ma di disorientamento per eccessiva mobilità. Si tratta di guidare e governare, per quanto possibile, le energie già in moto, perché non confluiscano in un pericoloso caos, ma diventino costruttive di nuovi assetti vivibili. Anche le grandi lobby di potere, non di rado, si servono della strategia della destabilizzazione – avviando processi, guarda un po’! – per ottenere determinate reazioni a loro favorevoli. Avviare processi non è per principio innocente, farlo può essere anche nell’interesse del potere da cui il papa giustamente ci mette in guardia. […]

La conclusione alla quale personalmente approdo è che dai pronunciamenti magisteriali sarebbe da attendersi un linguaggio più sorvegliato e una maggiore lucidità di pensiero. Per il bene di tutti, dal momento che un esercizio corretto della ragione è un buon servizio non solo per la teologia e la vita della Chiesa, ma anche per una comunicazione virtuosa col mondo della cultura. Perché più che una maggiore importanza della realtà sull’idea, andrebbe ricordato che l’idea fa parte della realtà, essendo il pensiero un modo dell’essere e il "medium" attraverso cui l’essere per noi è conoscibile e diventa "verum".

Non curare l’idea e il processo di ideazione (anch’essa un processo!), cioè il pensiero, rischierebbe di estraniarci dall’essere che viene all’idea. L’imprecisione nell’uso dei concetti e nell’esercizio del pensiero non crea intesa, ma equivoci e confusione. La costituzione conciliare "Dei Verbum", espressione di una ricca teologia della storia della salvezza e in piena conformità alla natura sacramentale della Chiesa, ci ricorda l’inseparabilità dei gesti e delle parole, dei fatti e del linguaggio. Non esiste una superiorità dei gesti sulle parole né viceversa.

Mi preoccupa constatare che del principio-postulato qui esaminato viene fatto un uso enigmatico anche nel contesto di un documento come "Amoris laetitia":

“Ricordando che il tempo è superiore allo spazio, desidero ribadire che non tutte le discussioni dottrinali, morali e pastorali devono essere risolte con interventi del magistero” (n. 3).

Mi chiedo: quale nesso c’è fra il principio richiamato e la conseguenza tratta? Forse si intende dire che i pronunciamenti del magistero (anche di "Amoris laetitia"?) sono un sintomo di fissazione immobilista o conservazione di “spazi di potere”? L’implicito sinceramente mi sfugge.

In ogni caso possiamo dire che, all’insegna di questo principio, l’effetto c’è stato: si è avviata, a seguito dell’esortazione postsinodale sulla famiglia, una serie di “processi”: dibattiti, controversie, interpretazioni diametralmente opposte, polarizzazioni, perplessità di fedeli e sacerdoti, incertezze nelle conferenze episcopali. 

Che si tratti di processi virtuosi questo nessuno per ora può dirlo. Personalmente oso dire che forse non è questo che sul tema della famiglia oggi maggiormente serviva. 

Perché, dopo ben due sinodi, neanche una pagina è stata spesa in questa esortazione sulla preparazione e formazione al matrimonio cristiano? E dire che la "relatio finalis" del secondo sinodo vi aveva dedicato un’attenzione significativa, anche se ancora non del tutto sufficiente, a mio parere. Siamo proprio sicuri che oggi i sacramenti vengano dati a dei “cristiani”?

Sono convinto che questo sia il vero processo che la Chiesa ha urgente bisogno di avviare: generare alla fede e alla vita cristiana degli autentici credenti attraverso il battesimo e l’iniziazione cristiana. Poi viene il resto, anche il matrimonio, anche la costruzione della pace sociale e del bene comune.

Ma al battesimo e al catecumenato c’è ancora qualcuno che pensa sul serio? Il battesimo non è un postulato, né un’idea astratta. Battezzare e rendere discepoli i popoli è il cuore della missione della Chiesa, è il mandato di Gesù.

https://apostatisidiventa.blogspot.it/2016/08/capitan-uncini.html


mercoledì 6 aprile 2016

VIVA il Patriarca

Anticipazioni del mondo che verrà
dopo il Trionfo del Cuore Immacolato
e la Conversione della Russia  

 
Il Patriarca di Mosca Kirill si è scagliato contro quella che ha definito l’“eresia dell’inchinarsi all’uomo” e della difesa dei suoi diritti, che esilia Dio dalla società. Il primate russo ortodosso ha parlato in questi termini durante la sua omelia nella liturgia del 21 marzo in occasione della festa del Trionfo dell’ortodossia, che si celebra la prima domenica di Quaresima.

Il patriarca ha denunciato che oggi il criterio universale di verità è diventato la persona e i suoi diritti ed “è iniziato un rivoluzionario esilio di Dio dalla vita dell’uomo e da quella della società”. A suo dire si tratta di un movimento che è partito dall’Europa occidentale e dall’America e che ora è arrivato anche in Russia.

“L’idea di una vita senza Dio si sta sviluppando su vasta scala in tutto il pianeta”, ha avvertito, spiegando che “in molti Paesi sviluppati si intraprendono sforzi per approvare con leggi il diritto della persona a qualsiasi scelta, compresa quella del peccato”. “Oggi - ha continuato, come riporta Interfax - parliamo di un’eresia globale dell’inchinarsi all’uomo, una nuova idolatria, che stacca Dio dalla vita umana. Una cosa di questo genere a livello globale non c’era mai stata”.

Kirill ha poi spiegato che proprio verso il contrasto di questa “eresia della contemporaneità, le cui conseguenze possono essere eventi apocalittici”, la Chiesa deve indirizzare “le sue forze, la sua parola e il suo pensiero”.
 
le affermazioni del Patriarca Kirill sono verissime, e suonano a condanna di chi nella chiesa conciliare tace queste verità o addirittura le nega.

domenica 3 gennaio 2016

un accidente per la CHIESA

L'ISCHEMIA FINALE DELLA CHIESA SESSANTOTTINA



"Siamo tornati alla chiesa anni '70, di netto ci siamo ripiombati in quel clericalismo allucinato e mortale: chi l'avrebbe detto!"


   Dico stamattina al monsignore che un tempo mi battezzò, e ancora se ne ricorda perché fui battezzato in un garage adibito a chiesa, e per tutto il rito, io che non piangevo mai, piansi disperatamente tant'è che più volte il giovane prete dovette fermarsi nella celebrazione, confuso dalle mie grida tanto da sbagliare le parole della liturgia. 

   "Era il 5 maggio, data della morte di Napoleone: peccato era stato tolto il rito dell'esorcismo, altrimenti te l'avrei praticato".

   E a proposito degli anni '70, mi dice, lui che certo non è un "conservatore":
“Non m'impressiono sai, sono diventato prete allora. Una chiesa così era destinata a morire, a viste umane. Paolo VI sembrava quasi un ultimo papa. Poi venne il papa polacco: tutto si rimise in moto, nonostante lo scoppio di qualche ruota in seguito, con pericolosi sbandamenti. Non mi sono nemmeno illuso che fosse finita lì, perché i seminaristi sessantottini sarebbero stati i vescovi di domani, dunque non poteva finire così facilmente. E infatti vedi questo revival di retoriche anni '70, questo ideologico disarmo generale ad opera delle stesse gerarchie. Avevo dimenticato che se ci fossero stati vescovi sessantottini, prima o poi ci sarebbe anche stato un papa sessantottino. Eccolo, per quanto anomalo, migliore spiritualmente e moralmente degli altri sessantottini, poco istruito e facilone al pari loro.

   Ma credimi, se ti dico una cosa, da prete che ha assistito molti moribondi. Mi è capitato di notare una cosa: anziani colpiti da una qualche ischemia, dalla quale soprendentemente si riprendevano senza apparente danno. Le prime volte, inesperto, non mi preoccupavo e dopo il perfetto recupero, se non richiesto, gli risparmiavo gli estremi sacramenti: erano tornati più in forze di prima. Grande illusione. Infatti poi, invariabilmente, dopo 3 o 6 mesi erano fulminati dalla seconda fatale ischermia. Era soltanto una "miglioria della morte", non un ritorno alla vita. Da allora li convinco "per sicurezza" a prendere tutti i sacramenti subito dopo il primo colpo, perché so che ci sarà il secondo, finale.


   Ecco, è questa la situazione ecclesiale odierna: è la seconda ischemia della vecchia chiesa sessantottina. Quella fatale. Non una reviviscenza. Dopo o ci saranno cuori nuovi e pastori nuovi o saranno cieli nuovi e terre nuove. E' contro la fine del mondo, non della chiesa, che si combatte”.

Antonio Margheriti Mastino

martedì 1 dicembre 2015

si farà buio per 3 giorni su tutta la terra

“E si farà buio per 3 giorni su tutta la terra”. la profezia della b. Anna M. Taigi


La beata Anna Maria Taigi fu una donna dotata da Dio di straordinari carismi, tra i quali spicca quello della profezia. Dopo un’infanzia difficile, si sposò nel 1789 ed ebbe 7 figli, di cui solo 4 sopravvissero. La conversione arrivò poco più tardi del suo matrimonio, e Dio le fece dono di un sole con all’interno una corona di spine, che la accompagnò per 47 anni.
In questo sole Anna Maria vedeva il male ed il bene, il presente ed il futuro, l’anima più intima delle persone. Cominciò ad esternare le sue profezie riguardo uomini e donne che non aveva mai conosciuto dal vivo, ma di cui osservava il futuro nel suo sole. Nessuna delle sue previsioni si dimostrò infondata, e previde con largo anticipo eventi quali la data e l’ora della sua morte, la sconfitta di Napoleone in Russia, la presa dell’Algeria da parte dell’esercito francese, la libertà per gli schiavi americani, le cadute e le ascese di intere nazioni europee, le epidemie, vari flagelli naturali, la morte di Napoleone a Sant’Elena, la nomina a Papa di Giovanni Mastai Ferretti, quel Pio IX che ai tempi non era nemmeno Cardinale.
La fama che questo dono le procurò attirò a lei una folla di fedeli che le chiedevano di conoscere il proprio futuro, e consigli su come modificarlo. La sua risposta, dopo le profezie, era una sola: preghiera e pentimento. Ma la più famosa delle sue profezie non s’è ancora avverata:
“Dio manderà due castighi: uno sarà sotto forma di guerre, rivoluzioni e altri mali; avrà origine sulla terra. L’altro sarà mandato dal Cielo. Verrà sopra la terra l’oscurità immensa che durerà tre giorni e tre notti. Nulla sarà visibile e l’aria sarà nociva e pestilenziale e recherà danno, sebbene non esclusivamente ai nemici della Religione.
Durante questi tre giorni la luce artificiale sarà impossibile; arderanno soltanto le candele benedette. Durante tali giorni di sgomento, i fedeli dovranno rimanere nelle loro case a recitare il Rosario e a chiedere Misericordia a Dio. Tutti i nemici della chiesa (visibili e sconosciuti) periranno sulla Terra durante questa oscurità universale, eccettuati soltanto quei pochi che si convertiranno.
L’aria sarà infestata da demoni che appariranno sotto ogni specie di orribili forme. Dopo i tre giorni di buio, San Pietro e San Paolo […] designeranno un nuovo papa. Allora il Cristianesimo si diffonderà in tutto il mondo.”
La precisione con cui la Beata ha sempre descritto eventi non ancora accaduti, e puntualmente realizzati, non lascia dubbi sul fatto che quanto Anna Maria Taigi afferma riguardo i tre giorni di buio sulla Terra effettivamente accadrà. Della stessa visione, con minor dovizia di particolari, riferiscono altri Beati e Santi della Chiesa Cattolica, come San Gaspare del Bufalo, la beata Maria di Gesù Crocifisso, la beata Elisabetta Canori Mora.
Visioni confermate da numerosi passi della Bibbia. Occorre quindi un sano ripensamento su tutto quanto ci allontana dalla Grazia del Signore, perchè al momento della resa dei conti la morte non ci trovi impreparati.
https://diariodeglieremiti.wordpress.com/2015/10/21/e-si-fara-buio-per-3-giorni-su-tutta-la-terra-la-profezia-della-beata-anna-maria-taigi/

lunedì 30 novembre 2015

l' occidente versso la religione luciferina

Per quali valori ci chiedono di combattere

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Veniamo, ora, a scoprire che Abdelhamid Abaaoud, l’organizzatore del multiplo attacco terroristico a Parigi – jihadista con il Corano in una mano ed il mitra nell’altra –, già condannato, prima di diventare terrorista, per rapina, il giorno dopo della strage beveva in abbondanza birra e fumava spinelli.
Sua cugina, la ventiseienne Hasna Ait Boulahcen, abbiamo poi appreso, era una bella ragazza dalla difficile infanzia ed adolescenza, vessata da maltrattamenti familiari, che si era allontanata dalla famiglia d’origine fino a ripudiare pubblicamente l’Islam e dichiarandosi non mussulmana. Si era data ad una vita bohemienne a base di sesso, droga e musica rock. Poi la svolta radicale in favore del “jihad” al seguito del cugino. Un svolta dettata dalla stessa rabbia verso il mondo che l’aveva portata a ripudiare le sue origini ed alla dissipazione drogastica. Negli anni ’70 probabilmente avrebbe fatto la stessa scelta nichilista arruolandosi nella fila delle brigate rosse o in quella neonaziste.
Anche Salah Abdesalam, il terrorista ancora vivo ed attualmente fuggiasco, è nato nella periferia povera di Bruxelles, la capitale del Belgio, dove sembra sia tornato ed abbia fatto sapere di temere, ora, la vendetta delle altre cellule terroristiche dell’Is, presenti in terra belga, per non essersi fatto saltare in aria come “martire”. Quasi a sua giustificazione verso gli ex compagni, ha confessato di aver avuto paura di morire: uno scampolo di umanità – la paura – in una vita ormai perduta agli uomini.
Insomma, si tratta di terroristi dell’Is senza dubbio ma nati e cresciuti in Occidente, nelle periferie delle grandi città occidentali ossia nel vuoto del non senso, del nulla, delle nostre città.
Un vuoto che pesa su ognuno di noi, non solo sui giovani. Questi ne soffrono forse in modo più manifesto e cercano di reagire ad esso o abbracciando il consumo famelico, anche quando sono poveri, oppure ponendosi in una posizione di contrasto assoluto che un tempo trovava alimento nelle ideologie, nutrite di pensiero forte, che erano un surrogato della fede, ed oggi, paradossalmente, nella religione ridotta ad ideologia che diventa a sua volta, nel deserto occidentale, un surrogato delle tramontate ideologie politiche.
Ho potuto constatare, in altri contesti, che altri giovani invece trovano, per grazia di Dio, diverse vie di recupero del senso della vita, fuggendo dal deserto occidentale, nella riscoperta delle ragioni profonde della fede cristiana. Ma la maggior parte dei loro coetanei al contrario muoiono esistenzialmente, in un modo o nell’altro, nel deserto spirituale postmoderno.
Del resto, se i terroristi di Parigi hanno ucciso usando blasfemamente del Nome di Dio, altri loro coetanei uccidono in nome della propria “fede calcistica”. Dove sta la differenza?
Franco Cardini, l’altra sera da Bruno Vespa a “Porta a Porta”, ricordava che i soldati nazisti portavano sui loro cinturoni il motto “Gott mit üns” e protestava che Al Baghdadi ed i suoi seguaci non possono essere ritenuti mussulmani, come i soldati di Hitler non potevano essere ritenuti cristiani.
Vorrei aggiungere che l’Occidente il Nome di Dio lo ha bestemmiato – e continua ogni giorno a bestemmiarlo – non solo al modo dei soldati nazisti ma anche sul frontespizio del dollaro statunitense dove campeggia la scritta: “In God we trust”, ad indicare quale “dio” esso in realtà adora.

“Non potere servire due padroni: Dio e il mammona” ammonisce Nostro Signore Gesù Cristo.
Non solo. L’Occidente il Nome Santo lo bestemmia anche mediante il suo mimetismo sacrale.
La contro-religione umanitaria è stata celebrata, in questi giorni, in tutto il suo ritualismo secolarizzato. I parigini, in massa, si sono recati a deporre lumini e fiori ai piedi della statua della Marianna giacobina, in Place de la Republique, come un tempo i loro antenati deponevano, nelle chiese, ceri e fiori di campo ai piedi dell’Icona della Vergine Maria, Madre di Dio e madre nostra. Non credo che sia fuori luogo evidenziare – Mircea Eliade lo avrebbe fatto – il carattere “religioso” delle manifestazioni parigine cui abbiamo assistito. Ciò conferma che l’uomo è homo religiosus e che l’ateismo non esiste. Tutto sta nel capire se siamo – nel caso dell’Is come in quello del laicismo francese – in un ambito autenticamente religioso o invece mistificatorio. Le vittime povere del Bataclan erano lì accorse per ascoltare un gruppo rock, gli “Eagles of death metal”, le cui canzoni sono tutte un invito alla religio luciferina: “Kiss the devil” e titoli simili costituiscono il repertorio di quella band. Quelle vittime, compresa la nostra bella Valeria Solesin, volontaria umanitaria di Emergency (quanto ci sarebbe da dire, purtroppo, sul retroterra “a-teistico” di tante organizzazioni che mirano a laicizzare la Caritas cristiana), sono “povere” non solo e non tanto per essere state brutalmente uccise ma innanzitutto per il vuoto spirituale nel quale hanno tristemente vissuto pur senza rendersene conto. E’ dal 1789 che gli “immortali principi” sono stati innalzati a fondamento della liberazione dell’Umanità, con la “U” maiuscola al modo massonico. Liberazione dell’umanità dall’oscurantismo religioso. Nel conflitto storico iniziato nel XVIII secolo quell’oscurantismo era identificato con il Cattolicesimo. Oggi è identificato, dai cultori della religione umanitaria, più in generale, nell’“eccezione abramitica” tout court, intendendo per eccezione abramitica, in un panorama religioso, come quello antico, contrassegnato dal panteismo olistico pagano, la Rivelazione della Trascendenza, dell’Altro oltre il mondo nonché Signore del cosmo).
Mentre le masse occidentali celebravano il rito muratorio, ormai inconsapevolmente da esse adottato, nessuno, tuttavia, si è chiesto se gli “immortali principii” sono davvero tali ossia radicati nell’Immortale. Infatti rispondere a questa domanda significherebbe dover ammettere la loro natura mistificatoria di contraffazione dell’etica cristiana e di conseguenza ammettere che è impossibile costruire sulla loro base una qualsiasi convivenza tra gli uomini, come i fatti in questi due secoli si sono incaricati di dimostrare.
In mancanza di fondamento metafisico la Liberté ha come esito l’individualismo, l’Egalité il totalitarismo, la Fraternité la globalizzazione in nome della quale giustificare, come osservava Carl Schmitt, la guerra contro i “Nemici dell’Umanità” ossia contro chi disturba l’ordine imposto a tutela del Mercato Mondiale, del Mammona che l’Occidente adora come proprio “dio”.
In questo contesto, la persona umana, realtà ontologica alla quale si richiamano puntualmente i paladini dell’Occidente libero-muratorio anche per cercare di accattivarsi le simpatie dei cristiani, viene confusa con l’individuo, mero concetto astratto senza alcuna rilevanza ontologica, secondo una strategia che mira a fare del “giudeocristianesimo” la religione dell’Occidente nello scontro di civiltà con l’Islam. Oltretutto sorvolando silenziosamente sulla diversificazione iniziata con Cristo, da subito ossia sin dal primo Concilio di Gerusalemme, tra vero ebraismo, adempiuto dal Sacrificio d’Amore della Croce e incredulo postebraismo ad esso successivo.
Nei fatti l’unico esito della libertà individualistica, dell’eguaglianza totalitaria e della fraternità umanitaria è, inevitabilmente, il nichilismo, lo stesso nulla e vuoto di senso che alimenta, benché per reazione distorta, anche i fanatici dell’Is.
Solo nella prospettiva cristiana del primato della Verità è possibile tenere insieme libertà, eguaglianza e fraternità. Perché solo in tale prospettiva la libertà non diventa illimitata ed autoreferenziale; l’eguaglianza evita l’uniformità meccanicista grazie alla convergenza organica, quindi differenziale ed ad un tempo armonica, tra il singolo ed il comune, la persona e la comunità; la fraternità ha il volto vero della Carità che pur universalmente rivolta al prossimo in senso etimologico, chiunque esso sia, sfugge alla riduzione globalista perché non elimina, piuttosto perfeziona, i legami naturali, compresi quelli che ci uniscono, storicamente e culturalmente, ai nostri connazionali.
Non concentrare l’attenzione su questo rischia di portarci a tragici errori che servono solo a rafforzare la tensione artificialmente preparata per lo scontro di civiltà. Il compianto cardinal Giacomo Biffi era solito sostenere un opinabile giudizio secondo il quale l’Europa, in futuro, sarà o cristiana o mussulmana, invitando l’Europa stessa a riscoprire le sue radici cristiane per non diventare mussulmana. Eppure lo stesso Biffi aveva compreso che la radice del male, anche del terrorismo, è tutta nella “cultura occidentale del vuoto, del nulla” e che questo è il terreno di coltura del fanatismo fondamentalista. Intervistato a seguito dei fatti parigini, l’imam di Bruxelles, considerato moderato, ha dichiarato che l’Europa prima o poi dovrà far i conti con la sharia.
Come si vede, sia da parte di un esponente della gerarchia cattolica sia da parte di un esponente della umma mussulmana, il ragionamento è lo stesso, quello dell’antagonismo religioso, senza chiedersi a chi gioverà, in definitiva, tale antagonismo. E’ il caso, forse, che, al contrario, cristiani, islamici ed ebrei si siedano intorno ad un tavolo per esaminare la situazione e verificare se esiste un comune nemico che rischia di utilizzare le tre fedi abramitiche allo scopo di imporre una neo-religione globale alternativa a quelle tradizionali (cristiani, islamici ed ebrei, almeno quelli spiritualmente consapevoli, sanno molto bene che il “Nemico” esiste e che non ha natura umana ma angelica, di volta in volta variamente denominato al-Djjall, il Mentitore, l’Impostore, l’Avversario, l’Anticristo, il Figlio della Predizione, Colui che si oppone, Il Caduto, l’Omicida, etc.).
A parziale riprova della evidente radice nichilista, dunque moderna e postmoderna, dell’ideologia dei criminali dell’Is va osservato che essi, non a caso, usano egregiamente la tecnologia occidentale più raffinata, proprio quella che ha permesso l’egemonia mammonica dell’Occidente. Prima ed insieme che essere criminali sono anche imbecilli perché non si rendono conto di fungere da utili idioti per cementare un mondo, quello occidentale, che senza un nemico esterno, vero o presunto, continuerebbe, come d’altronde farà, ad affogare nei gorghi delle sue contraddizioni dovute alla mancanza di salde fondamenta metafisiche.
Nella gestione della pluridecennale crisi vicino-orientale l’Occidente – ormai lo riconoscono persino coloro che a suo tempo sono stati ultrà della politica neoconservatrice di Bush – ha fatto enormi errori strategici e di valutazione. Tuttavia chiediamoci in quale modo, dopo Parigi, esso ha risposto, tra choc e fobia di massa, al dramma in atto che lo ha duramente colpito? Ancora una volta ricorrendo alla retorica dello scontro di civiltà ed innalzando orgogliosamente le bandiere della sua concezione del mondo, quella che, dietro il seducente slogan “liberté, egalité, fraternité”, sin dal 1789, sta in realtà realizzando il potere totalitario del Mammona.
In apertura della partita di calcio tra le nazionali francese ed inglese, l’intero stadio, sia la tifoseria transalpina che quella d’oltremanica, ha cantato all’unisono la Marsigliese mentre i giocatori della due squadre cantavano a loro volta abbracciati. Contemporaneamente, nello stadio di Istanbul, in Turchia, il pubblico ha risposto all’invito ad un minuto di silenzio, in memoria delle povere vittime di Parigi, con urla, fischi e slogan contro l’Occidente. Fischi, certo, esecrabili ma, per rovescio, significativi del sostegno alla ambigua politica di Erdogan che non nasconde, visto che l’Is combatte i curdi, secolare spina nel fianco dello Stato turco, simpatie per il Califfo. Si badi, però, che questo non spiega del tutto quei fischi anti-occidentali nello stadio di Istanbul. Infatti, i turchi, nonostante Erdogan, non hanno, generalmente, un rapporto fondamentalista con la fede islamica. Quasi un secolo di kemalismo modernizzatore e laicizzante non è passato invano, come dimostra la continua ribellione, in nome degli stessi valori occidentali, contro il potere neo-ottomano di Erdogan. Ed allora a chi fischiavano i tifosi turchi durante il minuto di silenzio? Una domanda che nessuno, nei media occidentali, si è posto al di là dell’esecrazione dell’offesa alle vittime parigine.
E se i turchi, lungi dall’intenzione di offendere la memoria delle vittime del terrorismo, avessero soltanto voluto rispondere al modo nel quale l’Occidente ha mediaticamente, e quindi globalmente, posto la questione della strage parigina, oggi come a gennaio in occasione dell’assalto a Charlie Hebdo, ossia alla stregua di un attacco di civiltà, un attacco alla sua civiltà ovvero agli “immortali principii” del 1789 che, dopo aver sradicato le radici cristiane del Vecchio Continente, portati con la sopraffazione e la violenza negli altri continenti, per i popoli extra-europei hanno sempre avuto il volto del dominio coloniale, fino alla bushista esportazione manu militari della democrazia ad imitazione di quanto già perpetrato, proprio nel XVIII secolo, dalle truppe della Francia rivoluzionaria con l’invasione dell’intera Europa e l’inaugurazione della moderna guerra ideologica in luogo dell’antica guerra dinastico-territoriale?
L’Occidente è solito accusare l’Islam per la sua incapacità di separare la sfera del religioso da quella del politico e del civile. Separazione che l’Occidente avrebbe invece conquistato per merito di Lutero e di Locke. Tuttavia la distinzione (non la separazione) tra Sacro e Politico non l’hanno inventata né Lutero né Locke ma è nel Vangelo. Esiste, però, un modo di intendere questa distinzione che è altrettanto “terrorista” del fanatismo dell’Is. Tra gli intervistati parigini, i telegiornali hanno mandato in onda la dichiarazione, a modo suo esemplare, di un giovani, ai piedi della statua della Marianne, un coetaneo delle povere vittime, che ha detto: “Loro uccidono in nome della religione, noi rispondiamo in nome dell’Umanità”. Non so se nelle sue intenzioni la parola “umanità” doveva essere usata con la maiuscola. Sono, però, sicuro che, se l’avesse scritta quella parola, il giovane in questione così avrebbe fatto. Ora, questo giovane non avrebbe potuto meglio di così individuare nell’ideologia umanitaria il vero fondamento della Francia e dell’Occidente. Anche in passato – è vero – si è usato il Nome di Dio per uccidere. Ma il mondo moderno in nome dell’Umanità ha fatto lo stesso, e con una potenza di fuoco, se non altro per il progresso tecnologico, molto più alta. Anzi, non solo in passato: proprio l’Is e le esportazioni bombarole della democrazia dimostrano che le aberrazioni in questione sono cose anche dell’oggi e quindi si potrebbe dire tentazioni umane di sempre.
Come cattolico conosco bene gli errori, contrari al Vangelo, dei miei correligionari del passato, pur comprendendoli nel contesto dei loro tempi che era tale da non farli sembrare, loro, errori (e spesso effettivamente non lo erano, almeno laddove era in gioco uno scontro sui contenuti essenziali delle fede e della stessa possibilità di preservarla). So, però, bene che nel tempo, e non solo dal Vaticano II in poi, la stessa Chiesa ha meglio compreso la Rivelazione, la – si badi – medesima ed unica Rivelazione che, lungi dall’essere una elaborazione storicisticamente condizionata, tuttavia si è data all’uomo un poco alla volta fino all’adempimento definitivo in Gesù Cristo. L’ebraismo, non tutto (non gli ultraortodossi fanatici), ha fatto un percorso simile almeno in Europa. L’Islam forse lo ha fatto nelle sue élite religiose, in particolare in quelle sciite (tra l’islam iraniano, più colto e più tollerante, erede anche della Persia pre-islamica, e il fanatismo salafita non ci possono essere paragoni). Per complesse ragioni storiche, tra le quali il colonialismo occidentale, i paesi di matrice arabo-mussulmano non hanno conosciuto alcuna modernizzazione, nonostante i tentativi dei regimi “nazionalsocialisti” di Gheddafi, di Saddam Hussein e di Assad. Ma quella del socialismo arabo, una sorta, a dire il vero, di fascismo orientale, è stata una modernizzazione non del tutto compiuta benché sia stata importante. Tributaria, in ogni caso, di una ideologia comunque di matrice europea. Si aggiungano le contraddizioni sociali in quell’Occidente dal quale provengono molti dei militanti dell’Is, compresi gli stragisti parigini, ed il mix esplosivo è bello e pronto.
Quel che, in un’ottica abramitica, deve invece essere posto in evidenza, tanto dai cristiani quanto dagli ebrei e dagli islamici, è piuttosto il contenuto “luciferino” della dichiarazione del giovane parigino di cui sopra. Essa, infatti, afferma una sorta di diritto all’autosalvazione che è, biblicamente e quindi anche coranicamente, la tentazione perenne dell’uomo. I fanatici dell’Is, in fondo, agiscono nella stessa ottica “umanitaria” di autocostruzione del mondo: pretendono di imporre loro a Dio come e quando intervenire nella storia, riducendo così la fede ad una ideologia, invece di aspettare, pregando, che la salvezza del mondo giunga misericordiosamente, come un dono di grazia, dall’Alto.
I Neturei Karta (“Guardiani della Città”), un gruppo di ebrei ortodossi ma non fanatici, tra gli ultimi esponenti dell’originario atteggiamento di rifiuto del sionismo da parte dell’ebraismo tradizionale, non riconoscono lo Stato di Israele, creato dai sionisti con la astuzia politica e la violenza contro gli arabi, anzi lo considerano un fatto blasfemo agli occhi dell’Onnipotente, perché, dicono, il ritorno degli esuli alla Terra Promessa ed il ristabilimento di Israele, nella Pace con i non goym che per essi non sono meno degli ebrei al cospetto di Dio, avverrà solo quando e come l’Altissimo vorrà e non con mezzi ed inganni politici e militari. Per questi ebrei “tradizionalisti” il grande peccato dei sionisti è quello di voler forzare la mano a Dio. Esattamente come fanno i fanatici dell’Islam (o anche del Cristianesimo, si pensi ai protestanti fondamentalisti americani). I rabbini “modernisti”, ormai la maggior parte, che hanno invece abdicato al sionismo vedono in esso, al contrario, lo strumento, laico ma inconsapevole, di Dio per ristabilire Israele. Ecco, questa è la incolmabile differenza tra una posizione religiosa, per sua natura di Pace, ed una posizione “auto-costruttivista” come sono, anche, quelle falsamente religiose ma sostanzialmente ideologiche: chi si pone nella prima prospettiva aspetta la salvezza come dono, chi si pone, invece, nella seconda la pretende come diritto e vuole realizzarla come progetto mondano. Gli esiti sono diametralmente opposti e possono simbolicamente rappresentarsi con, da un lato, san Francesco che predica al sultano la Pace di Cristo e, dall’altro, dato che siamo in argomento, con la tragica sera parigina del 13 novembre scorso.
Mi si consenta di aggiungere, ad estremo chiarimento, una considerazione intra-abramitica. Il Dio “misericordioso e lento all’ira” degli ebrei, del Vecchio Testamento che è anche cristiano, ed il Dio “clemente e misericordioso” dell’Islam, è innegabilmente, non solo da un punto di vista culturale e storico, lo stesso Dio cristiano, lo stesso Dio di Gesù Cristo, Seconda Persona della Uni-Trinità Divina. Nell’ebraico biblico, oltre a “hesed” dal tono piuttosto maschile e legale anche se non privo di richiamo alla gratuità dell’amore, il termine usato per indicare la Misericordia di Dio è “rahamin” (da “rehem ossia grembo materno) che ha il senso dell’“amore viscerale ed assolutamente gratuito, fino al sacrificio di sé, della madre per il proprio figlio” (ad esempio in Isaia 49,15). In quanto cattolico, dunque, posso rivendicare come propri del Dio cristiano non solo la viscerale misericordia a Lui attribuita dall’Antico Testamento ma anche gli attributi “clemente e misericordioso” che gli islamici riconoscono propri della Natura di Dio.
Per noi cristiani, ebrei ed islamici sono attualmente soltanto “fratelli in Abramo”. Nell’attesa di poterli chiamare anche “Fratelli in Cristo” come promesso dal Signore nel giorno che nessuno, al di fuori di Lui, conosce. Gli ebrei sono rami separati dall’Olivo Santo di Israele ma nella promessa del reinnesto quando la benda dei loro occhi finalmente cadrà per riconoscere in Gesù di Nazareth il Messia; gli islamici sono in attesa, coranica, della Venuta Escatologica di Isa, il Figlio di Myriam Sempre Vergine e Verbo, o Segno, di Allah, benché essi non sappiamo attualmente cogliere tutto il profondo senso incarnazionista e divino-umano di questa denominazione – Parola di Dio – che il Corano attribuisce a Gesù.
E’ per questo che, da cattolico, dico con estrema chiarezza e franchezza ad ebrei ed islamici che un Dio “lento all’ira”, un Dio “clemente e misericordioso”, non è tale se kenoticamente non si incarna, non assume su di Sé quella natura umana, originariamente creata a Sua Icona, per redimerne, nel Sacrificio d’Amore della Croce (“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”, Gv. 15,13), debolezze, miserie, fragilità. Senza Incarnazione – che inizia con la Sua Rivelazione, mediante Israele, nella storia umana, per adempiersi compiutamente e definitivamente nella Sua Umanità ipostaticamente unita alla Sua Divinità –Dio, il Dio di Abramo, resta lontano, inaccessibile, inattingibile. Se Dio non si fa Uomo come potrebbe essere lento all’ira, clemente e misericordioso? Sarebbe solo Dio di Giustizia. Ma, per nostra fortuna, in Lui la Misericordia sovrabbonda sulla Giustizia benché anche quest’ultima deve trovare la sua soddisfazione a causa del peccato dell’uomo. Il peccato adamitico è stato, anzi è, di natura tale che nessun uomo può porvi, da solo, rimedio. A meno che Dio stesso non provveda incarnandosi. Ecco perché senza la Divino-Umanità di Nostro Signore Gesù Cristo non c’è salvezza, nessuna salvezza sarebbe possibile. Ed è su questo che i fratelli ebrei ed islamici devono ancora riflettere a fondo. Lo facciano anche alla luce del Vecchio Testamento come del Corano ma che lo facciano se vogliono giungere alla Pienezza della Promessa fatta da Dio ad Abramo. Quella Pienezza ha un Nome ed un Volto: quelli di Gesù Cristo.
Il dramma dell’Occidente post ed anticristiano – un dramma che, a ben pensarci, non poteva non manifestarsi proprio nella antiche terre nelle quali la Fede nell’Incarnazione di Dio aveva attecchito – sta in questo: nell’aver rovesciato la prospettiva del Dio che si fa Uomo in quella, ateistica e prometeica, dell’uomo che pretende (senza riuscirci) di farsi Dio.
Secondo la fede islamica il Corano è la Parola di Dio. Per questo il Libro è immutabile: perché consustanziale con Dio, della stessa Natura Divina (ciò non toglie che, poi, nell’islam, la giurisprudenza – non dimentichiamo che l’Islam è una religione a suo modo molto legalistica come l’ebraismo – possa fornire adattamenti esegetici del Corano alle varie diverse situazioni storiche). L’essenza della Parola di Dio è, coranicamente, l’Amore di Dio per l’uomo quale fondamento dell’amore tra gli uomini.
Nostro Signore Gesù Cristo, in polemica con il legalismo rigorista dei farisei, ci ha definitivamente rivelato che il cuore della Legge sta tutto nell’Amore di Dio e del prossimo (Mt. 22, 37-40). Ma come potrebbe Dio essere Amore e chiedere amore agli uomini se Egli stesso non fosse disposto a piegarsi verso i miseri – misericordia significa “avere cuore per i miseri” – fino all’estremo sacrificio di Sé? Come potrebbe Dio essere Amore se l’Amore non fosse ad intra la sua Essenza, la sua Natura? Infatti affinché ci sia Amore è necessaria la relazione tra Persone, altrimenti vi sarebbe solo il pur magnifico e glorioso solipsismo autoreferente di una Divina Monade chiusa in Sé stessa e per questo persino incapace di, amandola, concepire – si badi: in Sé, ossia partecipe di Sé – la creatura. Incapace, in altri termini, persino di creare.
Ma dire relazione in Dio significa dire relazione ad intra tra Persone eguali e consustanziali per Natura. Significa dire Trinità, Monoteismo Trinitario, nell’Amore tra la Persona del Padre e la Persona del Figlio, Amore che è a sua volta Terza Persona e che si riversa ad extra innanzitutto nell’atto creativo e poi in quello salvifico. Gli islamici non ancora comprendono che affermare la consustanzialità della Parola di Dio, del Corano, con Dio stesso è già dire, implicitamente, relazione intra-divina, è già affermare l’Amore che unisce essenzialmente Dio e la Sua Parola. Gratta gratta le sure, prima o poi gli islamici – ad alcuni di essi è già accaduto – scopriranno che lo stesso Corano porta al Mistero Trinitario di Dio e finalmente comprenderanno che la Parola di Dio non è, meramente, un Libro ma è Persona divino-umana. E’ Gesù Cristo Dio-Uomo.
Diventerà allora chiaro anche ad essi quanto già spiegato da Louis Massignon e da padre Giulio Bassetti Sani ofm, tra i più noti islamologi contemporanei, ossia che il Corano è profezia del Cristo Venturo, del Cristo della Seconda Venuta atteso anche dai cristiani (ed a modo loro dagli ebrei). L’Islam, pertanto, può ritenersi “sigillo della Profezia” solo a patto che abbandoni la sua infondata pretesa di essere l’ultima rivelazione, quella “perfetta”, e umilmente riconosca che Muhammad – il quale ha sempre ammesso che l’al-Ghayb della sura 7, ossia il Mistero Divino per eccellenza, non gli è stato rivelato – è sì, pur a posteriori (ma in Dio ciò che per noi è temporalmente antecedente e successivo si da invece nell’eterna contemporaneità), nella linea della profezia veterotestamentaria ma, appunto, in quanto tale, come qualunque profeta, impossibilitato ad accedere definitivamente e pienamente al Mistero Divino che è il Logos, la Parola di Dio colta nella Sua Essenza. A meno che quella Parola non si dia all’uomo in forma umana ossia incarnandosi come è avvenuto all’annuncio a Maria dell’arcangelo Gabriele, lo stesso che annuncia a Muhammad, in preda alle febbri mistiche, le sure del Corano.
Noi cristiani abbiamo il diritto-dovere di sollecitare i nostri fratelli abramitici, ebrei ed islamici, a comprendere che le loro vie, se ben intese, portano inevitabilmente a Nostro Signore Gesù Cristo, Signore del cosmo e della storia. Perché al di fuori del Suo Nome non c’è salvezza.
La prospettiva mistica e teologica come si vede, se colta nella Luce del Signore ossia immune da riduzionismi esegetici e strumentalizzazioni ideologiche, può aprirci possibilità inedite di convivenza senza massonici indifferentismi e relativismi. Non a caso mentre siamo ancora qui a medicare le ferite parigine ed a pregare per le vittime, si sta per aprire il Giubileo della Misericordia. La data non è casuale: l’otto dicembre, festività della Immacolata Concezione di Maria, Madre della Divina Misericordia. Il credente sa che nulla accade a caso nella storia e che Dio ci parla mediante segni concreti.
Un’ultima riflessione sulle scelte che l’Islam europeo dovrà inevitabilmente fare in un contesto secolarizzato come quello occidentale. Credo che il benessere occidentale smorserà, prima o poi, il fondamentalismo. Ma solo a lungo andare. Nell’immediato la reazione è quella “antagonista” che abbiamo visto emergere proprio nei mussulmani europei di seconda generazione alle prese con il vuoto del nulla, con il quale gli occidentali ormai tristemente convivono da decenni. Ora però esiste un ulteriore problema, quello spirituale. Intendo dire che se la secolarizzazione smorzerà il “jihad”, mal inteso come guerra esteriore, al tempo stesso essa, però, annichilirà la spiritualità islamica. Questo è già accaduto ai cristiani occidentali. Ma il Cristianesimo ha, però, saputo ritrovare una migliore qualità della propria, benché ormai minoritaria, dimensione religiosa. I tradizionalisti cattolici lamentano la scomparsa della Cristianità che, certo, addolora anche me. Sul piano storiografico difendo, a spada tratta, le ragioni della perduta Cristianità contro tutte le mistificazione e false “leggende nere”. Ma è inevitabile riconoscere che la Cristianità è alle nostre spalle e che non sarà un decreto legge, ossia l’affermazione politica di forze conservatrici, a restituircela. Se, però, la perdita della Cristianità dovesse significare ritrovare ad un livello più alto le ragioni della fede, allora forse se ne può scorgere il senso provvidenziale di prova con cui Dio sta saggiando la fede dei cristiani. La nostra speranza non può, certo, non essere quella che un domani possa risorgere un’altra Cristianità, consapevole ed immunizzata dagli errori della precedente Cristianità in modo da non ripeterli. Una Cristianità migliore. Tornando all’Islam, se, quindi, il “virus” della secolarizzazione dovesse agire anche su di esso, quello che c’è da augurarsi è che esso sappia rispondere come ha fatto il Cristianesimo. Questo comporterà, inevitabilmente, una non rinviabile riflessione, intra-islamica, sui rapporti tra sharia e legge civile. Con buona pace delle illusioni dell’imam di Bruxelles, se l’Islam riuscirà a fare questo allora ritroverà, migliorata, anche la sua dimensione religiosa. Altrimenti potrebbe deflagrare nella tensione, esercitata sugli stessi mussulmani, tra i seducenti richiami della secolarizzazione occidentale e l’ingannevole fondamentalismo jihadista. Non sarebbe da escludere neanche una tragica “guerra civile” intra-islamica.
A conclusione di queste riflessioni, non è possibile, naturalmente, che lo scrivente si esima da qualche considerazione più terrena, politica e geopolitica. Dunque qualche parola sul cosa fare, concretamente, dopo Parigi bisogna spenderla, anche a chiarimento, per eventuali imbecilli intellettualmente trogloditi, che queste riflessioni se certo non sono filo-occidentali non sono, però, né una apologia della follia terroristica né una svalutazione della gravità dei fatti parigini.
Che, in concreto, si debbano unire le forze – occidentali, russe, arabe, iraniane – per debellare militarmente l’Is è cosa talmente chiara ed evidente che non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo. Sembra, finalmente, che ora anche americani ed europei lo abbiano compreso, tendendo una mano a Putin.
Sostengo la immediata necessità di una azione militare mirata contro l’Is. Per questo ho approvato la decisione di Putin, precedente ai fatti parigini, di intervenire direttamente nel Vicino Oriente – diciamolo pure: egli è l’unico vero statista sulla scena internazionale attuale – benché tutti la sappiamo motivata anche dagli interessi geopolitici russi in Siria. Ma, chiarito questo, bisogna poi anche valutare chi, e con quali scopi, parteciperà all’azione. Perché il problema è soprattutto pianificare il futuro, il post. Questa mancanza di programmazione, oltre all’improvvisazione, è stato un ingrediente tragico del dramma apertosi con la guerra bushista in Afghanistan ed in Iraq, che ci ha condotto al punto attuale. Chi governerà dopo lo sradicamento dell’Is in quelle terre come anche, dopo Assad, in Siria? E chi bisogna aiutare nel caos libico, visto che proprio i francesi hanno la grande storica responsabilità di aver aperto il vaso di pandora del dopo Gheddafi? Con la sconfitta dell’Is avremmo davvero risolto tutti i problemi compreso il terrorismo in Europa? Oppure è necessario, appunto, che l’Occidente la finisca con la sua “Israelolatria” e finalmente imponga ad Israele un limite ed il fermo rispetto dei patti sanzionati dall’Onu, naturalmente, imponendo, di contro, anche al mondo arabo il rispetto di un Israele tornato nei suoi originari confini? In una tale prospettiva, inoltre, almeno la città vecchia di Gerusalemme, centro universale per le tre fedi abramitiche, deve essere internazionalizzata. Essa non può, per via della sua storia ed universale importanza religiosa, essere derubricata a parte della capitale di uno Stato nazionale. Sarà necessario anche che sauditi e qatariani la smettano di destabilizzare il Vicino Oriente finanziando l’Is contro l’Iran, il quale ha ormai abbandonato ogni velleità nucleare se mai l’ha davvero coltivata, e che Erdogan abbandoni il suo impossibile sogno neo-ottomano.
Come si vede, alla fine, il problema del terrorismo potrà – e sia chiaro: dovrà ed anche al più presto – essere risolto abbattendo l’Is ma nulla ci assicura che in futuro esso non rinasca in qualche forma se non saranno risolti i problemi atavici di quelle terre. Purtroppo sotto questo profilo è vero quanto dicono in molti ossia che questa guerra, la prima guerra globale ed a-statuale, durerà decenni.
Ho letto, di recente, queste parole di un commentatore ai fatti parigini, che si lamentava dei madornali errori geopolitici e strategici dell’Occidente: “Ma una cosa la devo dire: smettiamola con quello che abbiamo fatto negli ultimi 14 anni. (…). Lasciamo il Medio Oriente da solo”. Questa posizione sembra in apparenza saggia ma non lo è e, soprattutto, nel suo ingenuo ed arrendevole irenismo, non tiene conto di due questioni:
  • l’Occidente non sta nel Vicino Oriente per fare una gita culturale ma per il controllo delle fonti petrolifere, essenziali per la sua economia;
  • Come la mettiamo con Israele? Lo sappiamo tutti che la lobby ebraica ha un enorme potere di influenza sulla politica americana (senza il suo consenso in Usa non si vincono le elezioni) e che, quindi, gli Stati Uniti sono inevitabilmente costretti a favorire Israele, sicché giammai lasceranno il Vicino Oriente ossia non lasceranno mai Israele alla mercé dei suoi nemici alcuni dei quali, d’altronde, pur avendo molte buone ragioni, ma non tutte, per avercela con lo Stato sionista, volentieri godrebbero della sua scomparsa, cosa che, però, ed i nemici politici dello Stato di Israele a loro volta non se ne rendono conto, sarebbe non la conclusione del dramma orientale ma l’apertura di una sua altra, e ben più complicata e drammatica, fase.
Ergo, l’Occidente non può, pure se lo volesse, lasciare il Vicino Oriente. Ma con tutta evidenza non può però neanche continuare nella sua politica esclusivamente e partigianamente filo-israeliana senza mettere in conto che, in questo modo, la risposta sarà sempre e comunque di tipo violento. Che tale violenza trovi giustificazioni nazionaliste, come in passato, o religiose, come oggi, non cambia nulla per un Occidente cieco nella convinzione della superiorità dei suoi “immortali principii” antimetafisici ed annichilenti.
Come diceva Benedetto XVI, i popoli extra-occidentali non rifiutano, di per sé, la fede cristiana ma hanno paura del vuoto che l’Occidente porta con sé insieme alla sua potenza tecnologica ed economica.
 Luigi Copertino