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lunedì 4 gennaio 2016

I LECCHINI DI SANTA MARTA

CANTALACAVOLATA: È TUTTA “COLPA” DELLA MADONNA!





Il frate-cortigiano si tenga Lutero, noi la Regina del Cielo e della terra.

Il 2015 è agli sgoccioli e in Vaticano non potevano che concluderlo con una bestemmia di stampo sincretista. Il cappuccino Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, nonché membro autorevole della corte dei giullari di Casa Santa Marta, nell’ultima predica dell’Avvento di quest’anno, ha affermato che, secondo lui, una via per favorire il dialogo ecumenico con le comunità protestanti sarebbe il «riconoscimento da parte di noi cattolici del fatto che spesso, specialmente negli ultimi secoli, abbiamo contribuito a rendere Maria inaccettabile ai fratelli protestanti, onorandola in modo talvolta esagerato e sconsiderato». Non poteva mancare un accenno al super-dogma, il Vaticano II, che raccomanderebbe ai «fedeli una devozione “priva di sentimentalismi e di vana credulità”».

La vera devozione sentimentalista, piena di vana credulità, la vediamo chiaramente non nella venerazione alla B.V. Maria, ma in quei raduni ecumenisti a cui Cantalamessa partecipa molto volentieri. Buffonate in cui non si prega Dio con la Chiesa per l’unità della Chiesa, ma ove si celebrano solamente eresie e ideologie, con gesti blasfemi che ha avuto come protagonista anche lo stesso frate: si è messo in ginocchio e si è fatto “imporre le mani” da un pastore protestante.




Siamo su candid-camera?

Un gesto blasfemo che Cantalamessa ripete volentieri in ambito (sedicente?) cattolico: ai raduni del Rinnovamento dello Spirito, movimento di cui è membro, s’inginocchia mentre dei laici gli “impongono le mani”.

Siamo a Scherzi a parte?

Cerchiamo di capire. Se la devozione mariana sarebbe esagerata e sconsiderata, un sacerdote che si mette in ginocchio e si fa imporre le mani da eretici e laici, che cosa sarebbe?

Cantalamessa vada a farsi disintossicare dal fumo dell' avversario e dopo a lezione di cristianesimo dai 33 minatori cileni che nel 2010 rimasero intrappolati sottoterra per 69 giorni in condizioni avverse. Giorni che scorrevano al buio, allo sporco, con pochissimi viveri, ma anche pieni di luce e speranza, perché non smisero mai di recitare il Santo Rosario. Il giorno che furono salvati, prima di abbracciare le loro famiglie, si misero in ginocchio, si fecero il Segno della Croce, e ringraziarono Cristo e sua Madre. Era il 13 ottobre, anniversario dell’ultima apparizione della Vergine a Fatima. Alla faccia della devozione sentimentalista!


Chi non è mariano, non è neppure cristiano.

http://www.papalepapale.com/strega/si-scrive-cantalamessa-si-legge-cantalacena/

 

CANTALACAVOLATA: 

È TUTTA “COLPA” DELLA MADONNA!




Papa Francesco non vuole essere un principe rinascimentale, eppure è circondato da tantissimi cortigiani che fanno di tutto per compiacerlo — “caricature” che hanno superato di gran lunga il maestro nel dare il peggio di se stessi — tra cui spicca il predicatore della Casa Pontificia, il cappuccino Raniero Cantalamessa, secondo il quale i cattolici hanno “contribuito a rendere Maria inaccettabile ai fratelli protestanti, onorandola in modo talvolta esagerato e sconsiderato”, dunque sfavorendo il dialogo ecumenista. Bel modo di chiudere il 2015!

Riportiamo – quale coronamento delle “cavolate” dell’anno 2015,  partite purtroppo da dentro la Chiesa – una riflessione del Mastino che non potevamo lasciare cadere nell’oblio:

TUTTA COLPA DELLA MADONNA!
«Tale via passa per un sincero riconoscimento da parte di noi cattolici del fatto che spesso, specialmente negli ultimi secoli, abbiamo contribuito a rendere Maria inaccettabile ai fratelli protestanti, onorandola in modo talvolta esagerato e sconsiderato e soprattutto non collocando tale devozione dentro un quadro biblico ben chiaro che ne facesse vedere il ruolo subordinato rispetto alla Parola di Dio, allo Spirito Santo e a Gesù stesso. Lo stesso Concilio Vaticano II raccomanda ai fedeli una devozione “priva di sentimentalismi e di vana credulità”» (P. Raniero Cantalamessa, cortigiano di Santa Marta).

Ma io – confida Mastino blogger, vedi qui – gli rispondo che FRATELLI che non riconoscono la comune MADRE sono, ai miei occhi, dei (perdonate il termine, lo uso in senso tecnico) bastardi. E sono io a non riconoscerli come fratelli, preferisco avere una madre che non dei fratelli, a dover scegliere. Senza Maria non vale la pena essere cattolici. Chi li obbliga questi protestanti a ignorare Maria? Prendessero anche loro il rosario, quei quattro gatti rimasti, e si accodassero a noi a pregarla.
VIVA MARIA!
PRIMA DI TUTTO.
IL RESTO È DEL DEMONIO!
E DEI LECCHINI DI SANTA MARTA

Ma questo cortigiano, quale si è dimostrato essere Cantalamessa in diverse occasioni, non può ignorare che quel padrone di casa santa Marta per certi versi la pensa così tanto diversamente da lui che ci conferma, come detto in diversi articoli da noi, che gli allievi hanno superato di gran lunga il maestro nel dare il peggio di se stessi.
“SENZA MARIA, UN CRISTIANO, È ORFANO”, parola di Papa Francesco.

Ma bando alle ciance veniamo alle parole dirette del Papa Francesco, lasciando rispondere a lui direttamente a questa ulteriore cavolata di fine d’anno:
Fratelli e sorelle, vi lascio. Grazie tante dell’accoglienza.
Pregate per me e a presto! Ci vediamo presto: domani voglio andare a pregare la Madonna, alla Salus Populi Romani, perché custodisca tutta Roma.  (Primo Discorso Urbi et Orbi 13.3.2013)
Ottobre è anche il mese del Rosario, e in questa prima domenica è tradizione recitare la Supplica alla Madonna di Pompei, la Beata Vergine Maria del Santo Rosario. Ci uniamo spiritualmente a questo atto di fiducia nella nostra Madre, e riceviamo dalle sue mani la corona del Rosario: il Rosario è una scuola di preghiera, il Rosario è una scuola di fede! (Angelus 6.10.2013)
Una bellissima espressione popolare della fede è la preghiera dell’Angelus [in Brasile, l’Ora di Maria]. E’ una preghiera semplice da recitarsi in tre momenti caratteristici della giornata che segnano il ritmo delle nostre attività quotidiane: al mattino, a mezzogiorno e al tramonto. Ma è una preghiera importante; invito tutti a recitarla con l’Ave Maria. Ci ricorda un evento luminoso che ha trasformato la storia: l’Incarnazione, il Figlio di Dio si è fatto uomo in Gesù di Nazaret. (Angelus da Rio de Janeiro per la GmG  26.7.2013)
Cari fratelli e sorelle, al termine di questa celebrazione, invochiamo l’intercessione della Vergine Maria affinché ci accompagni nella Settimana Santa. Lei, che seguì con fede il suo Figlio fino al Calvario, ci aiuti a camminare dietro a Lui, portando con serenità e amore la sua Croce, per giungere alla gioia della Pasqua. La Vergine Addolorata sostenga specialmente chi sta vivendo situazioni più difficili. (Domenica delle Palme – Angelus 24.3.2013)
Prima di concludere questa celebrazione, vorrei affidare alla Madonna i cresimati e tutti voi. Questo lo dico in modo particolare a voi, che oggi avete ricevuto la Cresima: Maria vi aiuti ad essere attenti a quello che il Signore vi chiede, e a vivere e camminare sempre secondo lo Spirito Santo! (Messa per i Cresimandi  Regina Coeli 28.4.2013)
La Madonna ci aiuta anche a capire bene Dio, Gesù, a capire bene la vita di Gesù, la vita di Dio, a capire bene che cosa è il Signore, com’è il Signore, chi è Dio.(..)  Ecco, pensiamo a questo, tutti: il Padre ci ha dato la vita; Gesù ci ha dato la salvezza, ci accompagna, ci guida, ci sostiene, ci insegna; e lo Spirito Santo? Che cosa ci dà lo Spirito Santo? Ci ama! Ci dà l’amore. Pensiamo a Dio così e chiediamo alla Madonna, la Madonna nostra Madre, in fretta sempre per aiutarci, che ci insegni a capire bene com’è Dio: com’è il Padre, com’è il Figlio e com’è lo Spirito Santo. Così sia. (Omelia ai bambini di Prima Comunione 26.5.2013)
Affidiamo la nostra lode alle mani della Vergine Maria. Lei, la più umile tra le creature, grazie a Cristo è già arrivata alla meta del pellegrinaggio terreno: è già nella gloria della Trinità. Per questo Maria nostra Madre, la Madonna, risplende per noi come segno di sicura speranza. E’ la Madre della speranza; nel nostro cammino, nella nostra strada, Lei è la Madre della speranza. E’ la Madre anche che ci consola, la Madre della consolazione e la Madre che ci accompagna nel cammino. Adesso preghiamo la Madonna tutti insieme, a nostra Madre che ci accompagna nel cammino. (Angelus 26.5.2013)
Il grido della pace si levi alto perché giunga al cuore di tutti e tutti depongano le armi e si lascino guidare dall’anelito di pace. Per questo, fratelli e sorelle, ho deciso di indire per tutta la Chiesa, il 7 settembre prossimo, vigilia della ricorrenza della Natività di Maria, Regina della Pace, una giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente, e nel mondo intero. A Maria chiediamo di aiutarci a rispondere alla violenza, al conflitto e alla guerra, con la forza del dialogo, della riconciliazione e dell’amore. Lei è madre: che Lei ci aiuti a trovare la pace; tutti noi siamo i suoi figli! Aiutaci, Maria, a superare questo difficile momento e ad impegnarci a costruire ogni giorno e in ogni ambiente un’autentica cultura dell’incontro e della pace. [Recita dell’Angelus] Maria, Regina della Pace, prega per noi! Maria, Regina della Pace, prega per noi! (Angelus 1.9.2013)
Cari fratelli, oggi ricordiamo anche la Natività della Vergine Maria, festa particolarmente cara alle Chiese Orientali. (..) Gesù è il sole, Maria è l’aurora che preannuncia il suo sorgere. Ieri sera abbiamo vegliato affidando alla sua intercessione la nostra preghiera per la pace nel mondo, specialmente in Siria e in tutto il Medio Oriente. La invochiamo ora come Regina della Pace. Regina della Pace prega per noi! Regina della Pace prega per noi! (Angelus 8.9.2013)
Qui, ai piedi della Madonna, vorrei ringraziare tutti e ciascuno di voi, cari fedeli, i sacerdoti, i religiosi e le religiose,(…) voglio affidarvi a Maria, Nostra Signora di Bonaria. (..) penso a tutti i numerosi santuari mariani della Sardegna: la vostra terra ha un legame forte con Maria, un legame che esprimete nella vostra devozione e nella vostra cultura. Siate sempre veri figli di Maria e della Chiesa, e dimostratelo con la vostra vita, seguendo l’esempio dei santi! (Angelus da Cagliari 22.9.2013)
La Vergine Maria è nostro modello. Le chiediamo che ci insegni a incontrarci ogni giorno con Gesù. E quando facciamo finta di niente, perché abbiamo molte cose da fare e il tabernacolo rimane abbandonato, che ci prenda per mano. Chiediamoglielo! Guarda, Madre, quando sono disorientato, conducimi per mano. (Omelia Messa con i Vescovi per la XXVIII GMG 27.7.2013)
La Madre di Cristo e della Chiesa è sempre con noi. Sempre, cammina con noi, è con noi. Maria ci accompagna, lotta con noi, sostiene i cristiani nel combattimento contro le forze del male. La preghiera con Maria, in particolare il Rosario – ma sentite bene: il Rosario. Voi pregate il Rosario tutti i giorni? Ma, non so … [la gente grida: Sì!] Sicuro? Ecco, la preghiera con Maria, in particolare il Rosario ha anche questa dimensione “agonistica”, cioè di lotta, una preghiera che sostiene nella battaglia contro il maligno e i suoi complici. Anche il Rosario ci sostiene nella battaglia. (Omelia Solennità Assunta 15.8.2013) Questo ti chiediamo questa sera, O Maria, Salus Populi Romani, per il popolo di Roma, per tutti noi: donaci la salute che solo tu puoi donarci, per essere sempre segni e strumenti di vita. Amen.
Viva la Salus Populi Romani. Viva la Madonna. E’ la nostra Madre. Affidiamoci a lei, perché lei ci custodisce come una buona mamma. Io prego per voi, ma vi chiedo di pregare per me, perché ne ho bisogno. Tre “Ave” per me. (Rosario a Santa Maria Maggiore 4.5.2013)
Chiediamo alla Vergine Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa, di sanare le ferite del peccato che ognuno di noi porta nel suo cuore e di sostenere la Chiesa e la Curia affinché siano sane e risanatrici; sante e santificatrici, a gloria del suo Figlio e per la salvezza nostra e del mondo intero. Chiediamo a Lei di farci amare la Chiesa come l’ha amata Cristo, suo figlio e nostro Signore, e di avere il coraggio di riconoscerci peccatori e bisognosi della sua Misericordia e di non aver paura di abbandonare la nostra mano tra le sue mani materne. (Discorso alla Curia 22.12.2014)
Già oggi, adesso, il Signore vi chiama: volete rispondergli? Non abbiate paura. Non siamo soli! Siamo sempre con il Padre celeste, con Gesù nostro Fratello e Signore, con lo Spirito Santo; e abbiamo la Chiesa e Maria per madre. La Madonna vi protegga e vi dia sempre la gioia e il coraggio di testimoniare il Vangelo. (ai giovani 6.6.2015)
E, per concludere, ma ci sarebbe tanto altro da riportare, riferiamo di altre due battute del Papa fatte a braccio; durante la meditazione svolta  in lingua spagnola  nella basilica di San Giovanni in Laterano al raduno mondiale dei sacerdoti:
«Non è femminismo osservare che Maria è molto più importante degli apostoli».
E ai giovani: «SENZA MARIA, UN CRISTIANO, È ORFANO. Un cristiano senza la Madonna è orfano. Un cristiano senza Chiesa è anche un orfano. Un cristiano ha bisogno di queste due donne, due donne Madri, due donne Vergini: la Chiesa e la Madonna».

I furbetti del Sinodino


«Negli ultimi due secoli la chiesa delle condanne aveva rinunciato alla via dell’annuncio per condannare tutto — la modernità borghese, il liberalismo, il capitalismo, il comunismo, la cultura dei diritti, eccetera». È un passaggio esemplare del pensiero di Alberto Melloni messo nero su bianco sul Corriere della Sera del 28 dicembre. Esemplare perché è solo l’ultimo degli interventi di intellettuali, teologi, vescovi che intendono dimostrare come nella Chiesa sia in atto una rivoluzione che taglia drasticamente con il passato: il pontificato di Francesco come la “nuova Chiesa” che finalmente si afferma pur tra mille resistenze. Da qui anche la necessità di inventarsi cospirazioni e nemici, così da poter legittimare qualsiasi balzo in avanti. Melloni stesso – vera guida della progressista “Scuola di Bologna” - è stato ai tempi del Sinodo fra i più attivi cacciatori di cospiratori.
Proprio il Sinodo è stata l’occasione per intensificare questa lettura della Chiesa che non ha nulla a che vedere con quanto la Chiesa invece ha sempre creduto: ogni Papa ha certamente una sua sensibilità, una sua spiritualità, le sue priorità pastorali ma al fondo c’è una continuità che non può essere interrotta dal momento in cui Cristo stesso ha istituito la Chiesa e fino a quando essa «avrà il suo compimento» al ritorno di Gesù. Né il magistero di un Papa può negare il patrimonio di fede che la Chiesa tramanda da duemila anni. 
Nella narrativa di Melloni e soci invece c’è un passato da cancellare e i due secoli “condannati” corrispondono più o meno al periodo che inizia con l’affermarsi della Rivoluzione francese; periodo di tempo non casuale se anche il cardinale Carlo Maria Martini nel suo testamento spirituale aveva parlato di una Chiesa in ritardo di due secoli. Insomma a sentire costoro, fino a poco meno di tre anni fa la Chiesa avrebbe vissuto arroccata, costruendo muri, condannando, chiudendo le porte, negando la misericordia. C’è stata sì la stagione del Concilio Vaticano II che ha finalmente cambiato il corso della storia della Chiesa, ma purtroppo i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno richiuso quelle porte che ora finalmente Francesco sta riaprendo (da notare che coloro che oggi brandiscono l’obbedienza cieca al Papa contro chiunque si azzardi a fare anche delle semplici domande, sono gli stessi che fino a ieri teorizzavano e organizzavano la disobbedienza).
Inutile ricordare che Giovanni Paolo II è stato il Papa “missionario” per eccellenza, che ovunque è andato ha invitato ad «aprire, anzi spalancare le porte a Cristo», che ha dato un contributo rilevante all’abbattimento del vero muro che esisteva tra Oriente e Occidente, che ha istituito la festa liturgica della Divina Misericordia a cui ha dedicato anche un’enciclica, che ha “inventato” le Giornale mondiali della Gioventù e gli Incontri  mondiali delle famiglie; altrettanto inutile ricordare che a proposito di Concilio Vaticano II, avendovi partecipato Benedetto XVI ha qualche titolo in più di Melloni per spiegarlo, che lo stesso Benedetto ha posto in modo chiaro i termini del dialogo con il mondo islamico. È inutile ricordarlo a chi lo sa bene ma non aspettava che l'occasione di seppellire la memoria per affermare un progetto ideologico di Chiesa.
È però stupefacente notare come tanti uomini di Chiesa, tanti vescovi che pure fino a poco tempo fa parlavano in altro modo vadano dietro – in maniera più o meno esplicita – a questa lettura che nega la continuità. Da questo punto di vista il doppio Sinodo sulla famiglia è stato una palestra e il direttore della Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, autonominatosi interprete ufficiale del pensiero di papa Francesco, con il suo continuo inno alla rivoluzione in corso è certamente un caposcuola. Non per niente di tutti i temi che riguardano la situazione della famiglia, l’unico che per costoro è davvero importante è l’accesso alla comunione dei divorziati risposati, e se non fosse bastato il Sinodo ce lo hanno fatto abbondantemente capire nel dopo-Sinodo, quando si sono sprecate le interpretazioni da veri “dottori della legge”. Vale a dire: deciso che si vuole ottenere una cosa, si cercano cavilli giuridici, appigli storici, usanze pastorali per giustificarla. Ovviamente scegliendo dei particolari e omettendone altri.
L’ultimo esempio lo troviamo nel saggio del vescovo di Albano Marcello Semeraro («Il Sinodo della famiglia raccontato alla mia Chiesa») così come presentato da Vatican Insider. Cosa racconta dunque Semeraro ai suoi fedeli riguardo a coloro che si trovano in situazioni irregolari? Sostanzialmente, spiega Vatican Insider, fino all’avvento di Giovanni Paolo II nella Chiesa si procedeva già caso per caso, ammettendo quindi ai sacramenti anche i divorziati risposati nell’applicazione della «approvata prassi della Chiesa in foro interno», richiamata anche nell’ultimo Sinodo. Per foro interno si intende un processo che vede coinvolto un fedele (la sua coscienza) con un sacerdote nel sacramento della riconciliazione e della penitenza.

A conferma di questa tesi il vescovo Semeraro cita un documento del 1973 della Congregazione per la Dottrina della Fede, approvato da Paolo VI, che dice: «Per quanto riguarda l’ammissione ai sacramenti gli ordinari del luogo vogliano, da una parte, invitare all’osservanza della disciplina vigente nella Chiesa, e, dall’altra, fare in modo che i pastori delle anime abbiano una particolare sollecitudine verso coloro che vivono in una unione irregolare, applicando nella soluzione di tali casi, oltre ad altri giusti mezzi, l’approvata prassi della Chiesa in foro interno». Specifica Vatican Insider che si parla chiaramente di ammissione ai sacramenti di quanti sono in unioni irregolari:  «Senza però l’aggiunta di ulteriori specificazioni o restrizioni. Chi ritenne di aggiungere la clausola dell’impegno a vivere «in piena astinenza», fino a quel momento assente, fu Giovanni Paolo II, nell’omelia per la chiusura del VI Sinodo dei vescovi (25 ottobre 1980)».
Il messaggio è chiaro: fino a Paolo VI la Chiesa già ammetteva alla comunione – a certe condizioni e caso per caso – i divorziati risposati. Il problema, il muro, è stato creato da Giovanni Paolo II e confermato da Benedetto XVI.
Fosse davvero così sarebbe uno scoop, neanche i padri sinodali si erano accorti che già c’era una prassi del genere approvata dal Papa fino al 1980. E infatti nessuno ha finora impugnato questo argomento. Il motivo forse sta nel fatto che nel racconto del vescovo Semeraro manca una parte della storia. Infatti alla domanda di chiarimenti da parte di alcuni vescovi sul significato della “pratica approvata in foro interno”, l'arcivescovo Jean Hamer, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, rispose il 21 marzo del 1975 chiarendo così: «Vorrei affermare ora che questa frase [probata praxis Ecclesiae] dev’essere intesa nel contesto della tradizionale teologia morale. Queste coppie [cattolici che vivono in unioni coniugali irregolari] possono essere autorizzate a ricevere i sacramenti a due condizioni: che cerchino di vivere secondo le esigenze dei principi morali cristiani e che ricevano i sacramenti in chiese in cui non sono conosciute in modo da non creare alcun scandalo». 
Dunque Giovanni Paolo II non ha introdotto nulla, nella fattispecie ha solo ribadito con chiarezza ciò che era già magistero della Chiesa. 
Ah, questi dottori della legge….
http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-i-furbettidel-sinodino-14831.htm#.VoaMPrbhCt9

domenica 3 gennaio 2016

un accidente per la CHIESA

L'ISCHEMIA FINALE DELLA CHIESA SESSANTOTTINA



"Siamo tornati alla chiesa anni '70, di netto ci siamo ripiombati in quel clericalismo allucinato e mortale: chi l'avrebbe detto!"


   Dico stamattina al monsignore che un tempo mi battezzò, e ancora se ne ricorda perché fui battezzato in un garage adibito a chiesa, e per tutto il rito, io che non piangevo mai, piansi disperatamente tant'è che più volte il giovane prete dovette fermarsi nella celebrazione, confuso dalle mie grida tanto da sbagliare le parole della liturgia. 

   "Era il 5 maggio, data della morte di Napoleone: peccato era stato tolto il rito dell'esorcismo, altrimenti te l'avrei praticato".

   E a proposito degli anni '70, mi dice, lui che certo non è un "conservatore":
“Non m'impressiono sai, sono diventato prete allora. Una chiesa così era destinata a morire, a viste umane. Paolo VI sembrava quasi un ultimo papa. Poi venne il papa polacco: tutto si rimise in moto, nonostante lo scoppio di qualche ruota in seguito, con pericolosi sbandamenti. Non mi sono nemmeno illuso che fosse finita lì, perché i seminaristi sessantottini sarebbero stati i vescovi di domani, dunque non poteva finire così facilmente. E infatti vedi questo revival di retoriche anni '70, questo ideologico disarmo generale ad opera delle stesse gerarchie. Avevo dimenticato che se ci fossero stati vescovi sessantottini, prima o poi ci sarebbe anche stato un papa sessantottino. Eccolo, per quanto anomalo, migliore spiritualmente e moralmente degli altri sessantottini, poco istruito e facilone al pari loro.

   Ma credimi, se ti dico una cosa, da prete che ha assistito molti moribondi. Mi è capitato di notare una cosa: anziani colpiti da una qualche ischemia, dalla quale soprendentemente si riprendevano senza apparente danno. Le prime volte, inesperto, non mi preoccupavo e dopo il perfetto recupero, se non richiesto, gli risparmiavo gli estremi sacramenti: erano tornati più in forze di prima. Grande illusione. Infatti poi, invariabilmente, dopo 3 o 6 mesi erano fulminati dalla seconda fatale ischermia. Era soltanto una "miglioria della morte", non un ritorno alla vita. Da allora li convinco "per sicurezza" a prendere tutti i sacramenti subito dopo il primo colpo, perché so che ci sarà il secondo, finale.


   Ecco, è questa la situazione ecclesiale odierna: è la seconda ischemia della vecchia chiesa sessantottina. Quella fatale. Non una reviviscenza. Dopo o ci saranno cuori nuovi e pastori nuovi o saranno cieli nuovi e terre nuove. E' contro la fine del mondo, non della chiesa, che si combatte”.

Antonio Margheriti Mastino

sabato 26 dicembre 2015

il papa è morto, la tomba di Pietro è vuota, Roma è distrutta


I primi cristiani di nuovo, 

non gli ultimi. 

Uno strano sogno alla Vigilia


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12144786_437857639741531_1045654242895536113_nil Mastino

Qualcuno me lo ha fatto notare, io stesso ne sentivo una sorta di dovere morale: scrivere un quasi scalfariano “sermone” natalizio. Ma per dire cosa? Più che non aver nulla da raccontare, erano fin troppe le cose da narrare: da dove cominciare? Quali fatti selezionare? Come rielaborarli in modo incisivo? È allora che un pigro come me si arrende: i pigri parlano quando non c’è nulla da dire, non quando c’è troppo. Onde, mi sono arreso: non scrivo nulla.

Mi è rimasto impresso quando, ridendo, Antonio Socci mi domandò «stai prendendo nota di tutto? Occorre annotare ogni cosa: per un domani. Domani, quando tutto sarà passato, dovremo rendere testimonianza degli accadimenti paradossali di questi tempi, dei quali siamo stati testimoni, vittime, capri espiatori anche. Non ci si crederà, ma sarà bellissimo raccontarlo». Sperando ci sia rimasto qualcuno ad ascoltare.

Ma insomma, il fatto è che sto scrivendovi per dire che non ho nulla da dire, essendo troppe le cose che andrebbero dette. Ma quando le parole finiscono – essendo il numero delle parole inferiore al numero dei fatti, di questi tempi –iniziano i sogni.

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Già, perché di un sogno nella notte di questa Vigilia voglio brevemente 
narrarvi, sogno in senso letterale non metaforico, fatto onirico.

Qualcuno mi spiegava che i sogni sono di tre tipi: «Se il sogno è da attribuirsi al classico peccato sopra la cintola o gastrimargico, non ha significato, reminiscenze psicologiche. Se il sogno è confuso, turbato, è un incubo malefico. Se invece è limpido, chiaro e ben impresso, quasi a rivederlo, ha un senso. In questo caso ogni dettaglio ha valore, letterale o simbolico…».

Sono stato sino a tardi a leggere, il libro di Milly Gualteroni “Strappata all’abisso: dagli psicofarmaci alla fede”, consigliato da Messori – bello e terribile, ve ne dirò a suo tempo. Era già l’alba quando mi sono assopito, profondamente.
Ricordo che è stato prima di svegliarmi, e ho come l’impressione sia stato un sogno lunghissimo, pieno di accadimenti, dettagli, che non ho voglia di riportare alla mente e rievocare.
Vengo al fatto onirico.

134205232-3b0f0797-530d-4dac-809b-3633092be9c5Anche in questo sogno è la vigilia di Natale, è notte fonda, di un umido freddo: la messa “della comunità dei cristiani” – chissà perché penso questa formula nel sogno – si celebrerà a un’ora indeterminata della notte, in un posto che non è ancora chiaro. Mi aggiro per questo paese che riconosco essere meridionale, mi pare la città di Mesagne, presso Brindisi, è molto vecchia, non ha nulla di moderno è così come poteva apparire 100 anni fa, ma è piena di cattedrali gotiche, guglie, chiese romaniche, barocche, e sono tutte vuote, chiuse, spente.

La città è vuota, illuminata solo da flebili e sporadiche luci giallastre e celestine smerigliate dalla nebbia fluttuante. Sembra una città settecentesca dopo la peste, dove tutti sono scappati, ed è silenzio, desolazione, solitudine e morte. Eppure, paradossalmente – con amarezza lo noto – su alcune rarissime case sono accese delle lucine natalizie.

Giunge alle mie spalle un cardinale, giovane, molto giovane e nero, che sembra conoscermi bene, è vestito come me, da laico, infagottato tra i piumini, le sciarpe, i cappelli di lana. Mi prende sotto braccio, quasi a sedare i brividi di freddo.
«Laddove vedi delle lucine natalizie sulle porte, lì abitano ancora dei cristiani, ma non deve sapere nessuno del significato: è per riconoscerci tra di noi», dice il cardinale nero. Camminiamo, camminiamo in questa città desolata, soli, in cerca di qualcosa, di una meta, di un segno che ci indichi che l’abbiamo raggiunta.

Stiamo cercando una chiesa in particolare, tra tutte quelle, non ne conosciamo il nome, ma avrà delle lucine natalizie accese su una finestrella in cima a un campanile le cui campane, come per le altre chiese, sono state staccate e fuse. Dopo un breve peregrinare la troviamo, è una chiesa tipicamente meridionale, settecentesca, sobria, sulla facciata le statue degli apostoli Pietro e Paolo.

Ci accostiamo di soppiatto, come clandestini. Spunta fuori qualcuno dall’ombra e ci stringiamo spaventati col cardinale: «Non vi spaventate» sussurra quello «sono un cristiano: vi attendevamo».

All’improvviso mi rendo conto che in questo panorama desertificato e silente, non sono triste, ma sprizzo gioia da tutte le parti, persino i brividi di paura si fanno vibrazioni positive. Questo fare da braccati, quest’atmosfera di proibito, questa sensazione di essere eversivi, mi eccita. Ma perché c’è quest’aria? Ancora non ne sono del tutto consapevole, nel sogno.

L’omino ci fa strada nel buio, ci porta alle spalle della chiesa e ci apre una porticina che affonda nell’asfalto. «Qui la chiamiamo grotta, è sotto la chiesa, ci riuniamo lì, sono tutti lì: vi aspettano» sussurra pianissimo, come qualcuno potesse sentirci.

Ci curviamo e scendiamo, ho un sentore di cera che brucia nel mentre. Quando all’improvviso sento un’aria tellurica, calda e fresca insieme che mi carezza il volto: mi trovo dinanzi a un’amplissima antica sala rupestre, risalente ai primi secoli so, placcata di maioliche lise e lustre opera di monaci basiliani dell’epoca. E illuminata da centinaia di candele, solo candele, ciascuno ne porta una.

ul«Mastino… Mastino… è il Mastino, è vivo», sento dire a destra e manca. E lo pronunciano come un gran sollievo, sono quasi rassicurati dalla mia presenza. Mi si accostano, mi sento abbracciare forte, prendono le mie mani, è tutta gente che sta aspettandosi qualcosa di grosso da me. Man mano che mi si avvicinano, alla luce della candela che portano, distinguo tanti volti sconosciuti e soprattutto conosciuti: sono cattolici, amici cattolici del mio facebook, gente che ho conosciuto tramite i miei scritti, che interagisce con me su internet e anche fuori.

«I vecchi, dove sono i vecchi?» chiedo a tutti questi presenti, giovani tutti quanti: «Sono morti, Mastino, sono stati i primi ad essere abbattuti: siamo rimasti solo noi perché potevamo correre e nasconderci».

Sento i loro cuori, che battono all’unisono nel silenzio e poi dico a tutti “Ascolto il vostro cuore”. E loro tacciono e danno voce solo al battito cardiaco che mi trasmette il suo messaggio unanime. Osservo i loro sguardi: hanno la stessa espressione di quando, in tempi senza cellulare, ti perdevi in una città sconosciuta e lontana, e ti sembrava di affogare nell’angoscia e nel panico, e dopo tanto penare e vagare d’improvviso ti imbattevi, come una grazia celeste, nel volto di uno che conoscevi. Un amico di antica data. Ecco, questo sento nei loro sguardi che mi puntano: cercano la speranza.

«Mastino, che notizie porti da Roma?» mi domandano in coro, in un moto di angoscia collettiva. «Roma è distrutta, il papa è morto, la tomba di Pietro è vuota». Sento pianti sommessi nella folla. E adesso cosa succede?, mi chiedono smarriti. Il giovane cardinale nero che nessuno sembra conoscere, fa un gesto come a dire, “non ti esporre tu, adesso parlo io”.
«Ora succederà come successe all’inizio e tante volte è successo: festeggeremo il santo natale dei cristiani in questa grotta segreta, finalmente tra di noi, solo noi suoi seguaci di Lui: siamo rimasti in pochi». Qualcuno posa ai suoi piedi una casula ricavata da una tovaglia, delle suppellettili “sacre” ricavate in qualche cucina, compreso del vino e dei pezzi di pane un po’ flosci e schiacciati a mano.

Tutti gli sguardi – sto vedendo solo gli occhi, nella penombra – si spostano dal cardinale su di me: «Siamo i primi cristiani un’altra volta, non gli ultimi: come diceva Tertulliano il nostro sangue è semenza, e ci moltiplicheremo. Questa è una catacomba, sopra e sotto di noi ci sono morti. Pietro non muore, ed è qui», indico il cardinale, Habemus Papam! «Ora con gioia celebreremo questa nostra natività!». Una grande euforia si propala nell’aula catacombale, la gioia esplode, ci sentiamo tutti una famiglia davvero, come i primi apostoli, è bellissimo essere cristiani clandestini, delle catacombe, solo noi, e siamo tutti quanti: c’è l’entusiasmo di quando si deve cominciare insieme a creare una grande cosa con lo spirito dei pionieri. Ci facciamo battute l’un l’altro sul fatto che se mettiamo la testa fuori può darsi ce la tagliano, che se ci beccano ci fanno la pelle a tutti. Ma la gioia non si spegne, anzi si fa ilarità: persino della morte si ride, a crepapelle. Siamo i primi di nuovo, non gli ultimi.
Il cardinale che ormai è Pietro siede a capotavola e noi tutti intorno, a condividere la mensa e la sorte di Cristo.

Ci addormentiamo tutti felici nella navata della chiesa superiore, svuotata di tutto, ogni altare divelto, senza più immagini sante, il sancta sanctorum violato, pieni di fervore, invasati di Spirito, e contenti all’idea che bisognerà staccarsi in gruppi e fondare ovunque piccole chiese domestiche. Nella certezza che domani si sarebbero fatte di nuovo cattedrali. E la vita sarebbe tornata nella città. Così come Pietro nella nuova Roma.
A questo punto mi sveglio. Sereno.

Svegliandomi mi sono ricordato di quanto sulla mia pagina facebook avevo scritto nel giorno dell’Immacolata, vedendo le immagini di una chiesa immersa nel buio, dove si celebra a lume di candela, nella notte, nel cuore di New York, e scrissi:

Una chiesa nella notte: la catacomba metropolitana

Una chiesa nella notte:
la catacomba metropolitana
E non ero avvilito, guardando quelle immagini crepuscolari, ma pieno di eccitazione: pensate l’entusiasmo, il calore di alcuni cristiani redivivi banditi dalle nazioni della terra che debbono incontrarsi come ladri nella notte, riunirsi a lume di candela nelle viscere della terra da clandestini, e tutti insieme così poveri, soli e perseguitati cantare la gloria di Dio e la gioia di essere cristiani, nella certezza comunque del trionfo finale. Sentendosi, quei superstiti, per la prima volta davvero fratelli in Cristo, nella “sventura” che unisce, nasce l’amicizia e un’allenza tra uomini perfettamente liberi e perfettamente soli.

Le catacombe non sono una disgrazia, sono invece il luogo della grazia: dove davvero tutto si dà a Cristo, ed essendo rimasti senza più nulla in mano, Gesù ti restituisce la gioia in terra e mette da parte un tesoro per te in cielo.

IO NON HO PAURA, non delle catacombe: ci si divertirebbe un casino. E ci si salverebbe gioendo e piangendo. Ho paura delle demogogie e della chiesa predicata dai sermoni di Scalfari e dai vescovi tedeschi: sazia e indifferente, borghese, burocratica, conformista, populista e senz’anima. Piena di paura e triste: perduta in questo mondo e nell’altro.

Mentre contemplavo e pensavo tutto questo, la Basilica dell’Apostolo era sommersa dalle abbaglianti oscene luci del mondo alla rovescia, mentre, quella chiesa borghese e populista, gli apriva oltre che le braccia le gambe.