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venerdì 19 maggio 2017

Satana il tuo nemico

Il Card. Caffarra conferma le parole di Suor Lucia sull'ultima battaglia, che riguarda la famiglia e il matrimonio. 

 

 

Al Rome Life Forum, oggi 19 maggio 2017, il cardinal Carlo Caffarra ha confermato le parole rivoltegli da Suor Lucia di Fatima: l'ultima battaglia di Satana contro Dio riguarderà la famiglia e il matrimonio. Rimarchevole che queste parole siano state confermate in pubblico dal cardinale che ha sottolineato il dovere che abbiamo di testimoniare in questa "ultima battaglia".
Ne avevamo già parlato qui. Riproduciamo lo stralcio dall'intervista:
[...] C’è una profezia di suor Lucia dos Santos che riguarda “lo scontro finale tra il Signore e regno di Satana”. E il campo di battaglia è la famiglia. Vita e famiglia. Non tutti sanno che Lei ebbe da Giovanni Paolo II l’incarico di ideare e fondare il Pontificio Istituto per Studi su Matrimonio e Famiglia che oggi ne porta il nome (il card. Caffarra ne è Professore Emerito, ndr).

Sì. All’inizio di questo lavoro affidatomi dal Servo di Dio Giovanni Paolo II, ho scritto a suor Lucia di Fatima, attraverso il vescovo perché direttamente non si poteva fare. Inspiegabilmente, benché non mi attendessi una risposta, perché chiedevo solo preghiere, mi arrivò dopo pochi giorni una lunghissima lettera autografa – ora negli archivi dell’Istituto – in cui è scritto: lo scontro finale tra il Signore e il regno di Satana sarà sulla famiglia e sul matrimonio. Non abbia paura, aggiungeva, perché chiunque lavora per la santità del matrimonio e della famiglia sarà sempre combattuto e avversato in tutti modi, perché questo è il punto decisivo.

E poi concludeva: ma la Madonna gli ha già schiacciato la testa. Si avvertiva, anche parlando con Giovanni Paolo II, che questo era il nodo, perché si toccava la colonna portante della creazione, la verità del rapporto fra l’uomo e la donna e fra le generazioni. Se si tocca la colonna portante crolla tutto l’edificio, e questo adesso noi lo vediamo, perché siamo a questo punto, e sappiamo. E mi commuovo, leggendo le biografie più sicure di Padre Pio, di come quest’uomo fosse attento alla santità del matrimonio, alla santità degli sposi, anche con giusto rigore più di una volta. [Fonte: Voce di Padre Pio, marzo 2008 (pag. 72-74)]

http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2017/05/rome-life-forum-il-card-caffarra.html

domenica 6 marzo 2016

Il Vaticano II e il latino

Il Concilio Vaticano II promuove la Liturgia in lingua latina.


 
Benedetto XVI ribadisce che i seminaristi siano preparati a celebrare la santa Messa in latino e inoltre i semplici fedeli siano educati a conoscere le più comuni preghiere in latino, come anche a cantare in gregoriano certe parti della liturgia

Il latino è senza dubbio la lingua più longeva della liturgia romana: la si utilizza infatti da più di sedici secoli, ossia da quando si perfezionò a Roma, sotto Papa Damaso († 384) il passaggio ad essa dal greco. I libri liturgici ufficiali del Rito Romano vengono pertanto a tutt'oggi pubblicati in latino (editio typica).
Il Codice di Diritto Canonico, al can. 928, stabilisce: «La celebrazione eucaristica venga compiuta in lingua latina o in altra lingua, purché i testi liturgici siano stati legittimamente approvati». Questo canone traduce in modo sintetico, e tenendo presente l'attuale situazione, l'insegnamento della Costituzione liturgica del Concilio Vaticano II.
Al celebre n. 36, la Sacrosanctum Concilium stabilisce come principio: «L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini» (§ 1).
In questo senso, il Codice afferma innanzitutto: «La celebrazione eucaristica venga compiuta in lingua latina».
Nei successivi commi, la Sacrosanctum Concilium ammette la possibilità di utilizzare anche le lingue nazionali: «Dato però che, sia nella Messa che nell'amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l'uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle monizioni, in alcune preghiere e canti, secondo le norme fissate per i singoli casi nei capitoli seguenti» (§ 2)
«In base a queste norme, spetta alla competente autorità ecclesiastica territoriale, di cui all'art. 22-2 (consultati anche, se è il caso, i vescovi delle regioni limitrofe della stessa lingua) decidere circa l'ammissione e l'estensione della lingua nazionale. Tali decisioni devono essere approvate ossia confermate dalla Sede Apostolica» (§ 3).
 
«La traduzione del testo latino in lingua nazionale da usarsi nella liturgia deve essere approvata dalla competente autorità ecclesiastica territoriale di cui sopra» (§ 4).
In base a questi successivi commi, il Codice aggiunge: «... o in altra lingua, purché i testi liturgici siano stati legittimamente approvati».
Come si vede, anche nelle attuali disposizioni normative, la lingua latina resta ancora al primo posto, come quella che la Chiesa preferisce in linea di principio, pur riconoscendo che la lingua nazionale può risultare utile per i fedeli.
 
Nell'attuale situazione concreta, la celebrazione in latino è diventata piuttosto rara. Motivo in più perché nella liturgia pontificia (ma non solo in essa) il latino sia custodito come preziosa eredità della tradizione liturgica d'Occidente. Non a caso, il servo di Dio Giovanni Paolo II ha ricordato che:
«La Chiesa romana ha particolari obblighi verso il latino, la splendida lingua dell'antica Roma e deve manifestarli ogniqualvolta se ne presenti l'occasione» (Dominicae cenae, n. 10).
In continuità con il Magistero del suo Predecessore, Benedetto XVI, oltre ad auspicare un maggior utilizzo della lingua tradizionale nella celebrazione liturgica, in particolare in occasione di celebrazioni che avvengono durante incontri internazionali, ha scritto:
«Più in generale, chiedo che i futuri sacerdoti, fin dal tempo del seminario, siano preparati a comprendere e a celebrare la santa Messa in latino, nonché ad utilizzare testi latini e a eseguire il canto gregoriano; non si trascuri la possibilità che gli stessi fedeli siano educati a conoscere le più comuni preghiere in latino, come anche a cantare in gregoriano certe parti della liturgia» (Sacramentum Caritatis, n. 62).


da Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Papa

domenica 3 gennaio 2016

un accidente per la CHIESA

L'ISCHEMIA FINALE DELLA CHIESA SESSANTOTTINA



"Siamo tornati alla chiesa anni '70, di netto ci siamo ripiombati in quel clericalismo allucinato e mortale: chi l'avrebbe detto!"


   Dico stamattina al monsignore che un tempo mi battezzò, e ancora se ne ricorda perché fui battezzato in un garage adibito a chiesa, e per tutto il rito, io che non piangevo mai, piansi disperatamente tant'è che più volte il giovane prete dovette fermarsi nella celebrazione, confuso dalle mie grida tanto da sbagliare le parole della liturgia. 

   "Era il 5 maggio, data della morte di Napoleone: peccato era stato tolto il rito dell'esorcismo, altrimenti te l'avrei praticato".

   E a proposito degli anni '70, mi dice, lui che certo non è un "conservatore":
“Non m'impressiono sai, sono diventato prete allora. Una chiesa così era destinata a morire, a viste umane. Paolo VI sembrava quasi un ultimo papa. Poi venne il papa polacco: tutto si rimise in moto, nonostante lo scoppio di qualche ruota in seguito, con pericolosi sbandamenti. Non mi sono nemmeno illuso che fosse finita lì, perché i seminaristi sessantottini sarebbero stati i vescovi di domani, dunque non poteva finire così facilmente. E infatti vedi questo revival di retoriche anni '70, questo ideologico disarmo generale ad opera delle stesse gerarchie. Avevo dimenticato che se ci fossero stati vescovi sessantottini, prima o poi ci sarebbe anche stato un papa sessantottino. Eccolo, per quanto anomalo, migliore spiritualmente e moralmente degli altri sessantottini, poco istruito e facilone al pari loro.

   Ma credimi, se ti dico una cosa, da prete che ha assistito molti moribondi. Mi è capitato di notare una cosa: anziani colpiti da una qualche ischemia, dalla quale soprendentemente si riprendevano senza apparente danno. Le prime volte, inesperto, non mi preoccupavo e dopo il perfetto recupero, se non richiesto, gli risparmiavo gli estremi sacramenti: erano tornati più in forze di prima. Grande illusione. Infatti poi, invariabilmente, dopo 3 o 6 mesi erano fulminati dalla seconda fatale ischermia. Era soltanto una "miglioria della morte", non un ritorno alla vita. Da allora li convinco "per sicurezza" a prendere tutti i sacramenti subito dopo il primo colpo, perché so che ci sarà il secondo, finale.


   Ecco, è questa la situazione ecclesiale odierna: è la seconda ischemia della vecchia chiesa sessantottina. Quella fatale. Non una reviviscenza. Dopo o ci saranno cuori nuovi e pastori nuovi o saranno cieli nuovi e terre nuove. E' contro la fine del mondo, non della chiesa, che si combatte”.

Antonio Margheriti Mastino

venerdì 18 dicembre 2015

le preghiera ti trasfigura

Il dono del carisma e lo stile liturgico

papa benedetto

Pensa agli ultimi grandi Pontefici. Sono figure molto diverse tra di loro, eppure hanno un tratto comune.
Quale? Il carisma.
Giovanni Paolo II, Benedetto XVI pur nelle loro diversità, sono unanimemente riconosciute come personalità carismatiche.
E oggi è proprio di questo che ti voglio parlare: del carisma, dell’autorevolezza e di come questi doni si intreccino con lo stile liturgico.

Il carisma, il dono e San Paolo

Partiamo dall’inizio, torniamo alle origini: è proprio il caso di dirlo.
La parola carisma, infatti, deriva dal greco antico carisma e cháris, ovvero grazia, cioè dono. La parola carisma è una parola essenzialmente cristiana, dal momento che viene usata da San Paolo per indicare il dono di una vita spesa al servizio dei fratelli. Per San Paolo, ciascuno deve mettere al servizio degli altri il dono che ha ricevuto, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio. Non intendo entrare nella discussione parlando dei carismi in senso strettamente teologico, però ritengo importante iniziare ricordando come la parola carisma abbia un’origine cristiana e come il suo significato attuale, anche in senso comune, sia ancora profondamente radicato a questa origine.

Il carisma nel senso comune

stile liturgico

Il carisma anche nel linguaggio corrente, indica una dote dall'aura religiosa, una capacità personale di attrarre, convincere e affascinare. Il carisma, dunque, è fondato sulla devozione all'eccezionale santità o al carattere esemplare di una singola persona.
Questa è sicuramente una buona definizione iniziale: e molto spesso ci accontentiamo e ci fermiamo qui, senza andare oltre. Quella del carisma può sembrarti, infatti, una qualità misteriosa, una qualità addirittura innata, ma fortunatamente non è così.
Il carisma non è solo qualcosa di impalpabile e di vago. Seguimi e ti mostrerò come il carisma si intreccia e si costruisce anche attraverso uno stile liturgico adeguato.

Gli elementi fondamentali del carisma

Lungi dall'essere un tratto inspiegabile e quasi magico, il carisma è una qualità che ognuno di noi può sviluppare e che si compone di diversi elementi. I principali fattori che determinano il carisma di una persona e quindi anche il tuo carisma come sacerdote sono sostanzialmente tre:
-      atteggiamento verso gli altri
-      personalità 
-      presenza

L’atteggiamento verso gli altri: carisma e stile liturgico

Chi è una persona carismatica? Una persona carismatica è una persona che comunica in maniera efficace: una personalità carismatica è una personalità che trasmette rispetto, disponibilità, apertura, fiducia e credibilità, ma soprattutto è una personalità che è capace di gestire la complessità delle relazioni.
Se vuoi essere un sacerdote carismatico devi imparare a comunicare con tutti, adattandoti in maniera flessibile ai diversi interlocutori senza perdere la tua posizione e la tua personalità.
Vuoi diventare un sacerdote carismatico? Devi diventare una persona autorevole e rispettata: il carisma è autorevolezza.

La tua personalità: il tuo carisma e il tuo stile liturgico

E’ vero che le competenze per una comunicazione efficace possono essere apprese e migliorate, ma per migliorare il tuo carisma non basta imparare le tecniche di comunicazione verbale e non verbale. Occorre prima di tutto che tu possieda personalità.
Ti starai chiedendo: cosa significa avere una propria personalità?
Possedere una propria personalità significa essenzialmente una cosa: avere un proprio stile.
Vuol dire che tu, come sacerdote, devi possedere un senso profondo e radicato della tua missione, sentire la responsabilità del tuo ruolo di guida di fronte alla comunità dei fedeli.
Avere uno stile liturgico significa avere una visione precisa e definita di sé, del mondo e del ruolo  evangelico della Chiesa: un sacerdote carismatico è un sacerdote che possiede un suo stile liturgico, come ci insegna anche l’esempio luminoso degli ultimi Pontefici.
Un sacerdote carismatico, infine, è un sacerdote che, contemporaneamente, non ha paura o timore di difendere la vera fede, ma allo stesso tempo possiede la capacità di porre il fedele al centro della relazione, per guidarlo nei momenti di dubbio o di smarrimento.
Ricorda sempre, infatti, che la buona comunicazione non è mai sopraffazione o prepotenza. E non è mai ostentazione. Quando sei sicuro del tuo ruolo e della tua missione e comunichi in maniera efficace non ostenti virtù, intelligenza, sensibilità, disponibilità. Non ostenti nulla, perché tutte queste tue caratteristiche si mostrano naturalmente davanti ai fedeli.

La personalità: presenza e stile liturgico

Questo è l’ultimo elemento che compone una personalità carismatica: la presenza.
La tua presenza è il modo in cui ti poni di fronte agli altri: in altri termini, possiamo anche dire che è il modo in cui ti vedono gli altri.
Per questo, le persone carismatiche sono persone che curano ogni dettaglio nel modo di presentarsi: dalla comunicazione verbale a quella non verbale - fatta di gesti e posture - per arrivare al proprio abbigliamento. E tu hai mai fatto caso a quanta attenzione poni nel presentarti ai tuoi fedeli?
Gli altri, infatti, ci percepiscono e si fanno un’opinione su di noi non solo per quello che diciamo, ma anche per come ci presentiamo.
Per questo, se sei un sacerdote che vuole essere degno testimone del messaggio di Cristo e della Chiesa devi prenderti cura anche del suo stile liturgico e delle vesti liturgiche che indossa.
Hai uno stile sciatto, trasandato, poco curato? Darai l’impressione di una personalità non sicura, non affidabile, non autorevole.
Al contrario, se hai uno stile liturgico solenne e adeguato, il tuo stile colpirà l’attenzione degli altri: perché indossare paramenti sacri solenni e rispettosi della bellezza di Dio e della Chiesa comunicherà autorevolezza, sicurezza e senso di fascinazione e bellezza. Usare e indossare paramenti sacri solenni, possedere un proprio stile liturgico ti distingue, come sacerdote, di fronte agli occhi dei fedeli: ti farà percepire come una vera e propria guida, un esempio a cui guardare e a cui ispirarsi.

Lo stile liturgico e il carisma: 

diventa la guida gioiosa della tua comunità



Oltre a influenzare come gli altri ti percepiscono, possedere uno stile liturgico personale e vestirti  con paramenti sacri e vesti religiose adeguate può effettivamente farti sentire più sicuro di te e del tuo ruolo. E sentendoti più sicuro, potrai agire con più forza e convincimento, il che a sua volta ti renderà più convincente e più persuasivo agli occhi dei fedeli: questo è il circolo virtuoso della personalità carismatica.
Riassumiamo, allora: una personalità carismatica non è qualcosa di misterioso e di insondabile. Il  carisma non è qualcosa con cui si nasce: carismatici si può diventare. Carismatico puoi diventarlo. E puoi coltivare una personalità carismatica curando il tuo modo di porti nei confronti degli altri, curando il modo in cui comunichi sia a livello verbale che a livello non verbale.
Coltivare un proprio stile liturgico personale è un modo per coltivare il proprio carisma. E questo carisma può e deve essere messo al servizio di un compito più alto: il carisma deve servire la missione della Chiesa.
Perchè un sacerdote che possiede una personalità carismatica, un sacerdote che possiede un proprio stile liturgico è un sacerdote che può portare la parola di Dio nel mondo in maniera più convincente.
E' questo il dono di sé più grande che, come sacerdote, puoi fare alla Chiesa: offrire uno stile liturgico carismatico al servizio dell’annuncio del Vangelo, recuperando il soffio potente dello Spirito Santo per il bene e la grandezza messaggio di Dio.
http://www.paramentisacri-caliciargento.it/2015/12/stile-liturgico.html

domenica 6 dicembre 2015

Concilio Vaticano II e modernismo

La b. Caterina Emmerich aveva ragione: l’interpretazione modernista del Concilio Vaticano II




giovanni-XXIII«Vidi una strana chiesa che veniva costruita contro ogni regola… Non c’erano angeli a vigilare sulle operazioni di costruzione. In quella chiesa non c’era niente che venisse dall’alto…[…] Si tratta probabilmente di una chiesa di umana creazione,che segue l’ultima moda[…] non c’era nulla di santo in essa»: la beata Caterina Emmerich (1774-1824) fa ricorso a poche ma incisive parole per descrivere una situazione disastrosa e preoccupante per la Chiesa di Pietro. Una nuova chiesa, di origine umana, viene costruita in alternativa alla vera Chiesa, rappresentata da quel “Santo Padre afflitto, angosciato e nascosto” di cui fa menzione la stessa in un’altra visione.

Senza dubbio sono delle rivelazioni destabilizzanti per la fede di ciascuno di noi e gettano nella confusione. Per di più, apparentemente arrecano una ferita profonda alla gloriosa Tradizione Cattolica, la quale ha nell’infallibilità dottrinale della Chiesa lo snodo centrale. 
«Che la Chiesa Romana non ha mai errato; né, secondo la testimonianza delle Scritture, mai errerá per l’eternità»: lo scriveva il Santo Pontefice Gregorio VII redigendo nel 1075 il Suo “Dictatus Papae” sui diritti del Papa. Ma per un cattolico “tradizionale” come me non é di certo una novità. La voce di Ildebrando Aldobrandeschi da Soana non é di certo la sola: non possiamo dimenticare quella di Sant’Ireneo o di San Cipriano!
Eppure come conciliare le visioni della Santa tedesca con questi insegnamenti dei Padri della Chiesa? O anche come reagirebbero questi stessi, in questo anno della Fede, in questo cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II, se vedessero la maggior parte dei sacerdoti celebrare il Santo Sacrificio della Messa con stole pro gay families (per chi non lo sapesse sono quelle “simpatiche” con la bandiera multicolore) o accogliere il Sangue di Cristo in calici non preziosi o dare la Santa Eucarestia al popolo di Dio in bicchieri di plastica? Forse tacerebbero. É forse questa la “falsa Chiesa” di cui parla la Emmerich? E la colpa dei suoi abomini a chi é da imputare? A Giovanni XXIII o a Paolo VI? O più in generale al Concilio Vaticano II? 
Nessuna di queste é la risposta corretta. E allora la verità qual é?
L’allora Cardinale Ratzinger, in “Rapporto sulla fede”, ci offre la risposta ai nostri dubbi: «Sono convinto che i guasti cui siamo andati incontro in questi venti anni (1965-1985) non siano dovuti al Concilio “vero” ma allo scatenarsi, all’interno della Chiesa, di forze latenti aggressive, centrifughe, magari irresponsabili oppure semplicemente ingenue, di facile ottimismo, un’enfasi sulla modernità che ha scambiato il progresso tecnico odierno con un progresso autentico, integrale. E all’esterno, all’impatto con l’ideologia liberal-radicale di stampo individualistico, razionalistico, edonistico». Eh si, Eminenza, si é sviluppato un contro o anti-Concilio Vaticano II (“La falsa chiesa”) che,grazie all’appoggio delle correnti moderniste, si é andato soppiantando al Concilio autentico. 


D’altronde lo stesso Giovanni XXIII,nel suo discorso inaugurale del Concilio, disse:« il ventunesimo Concilio Ecumenico vuole trasmettere integra,non sminuita, non distorta la dottrina cattolica». Per lo stesso Papa bergamasco,occorreva solamente “insegnarla in modo più efficace” per inaugurare una nuova Pentecoste per la Sposa di Cristo. Tant’è vero che quasi la totalità dei documenti conciliari sono di carattere pastorale. Eppure, «é incontestabile che gli ultimi vent’anni (1965-1985) sono stati decisamente sfavorevoli per la Chiesa Cattolica. I risultati che hanno seguito il Concilio sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti» ebbe modo di confessare l’ormai Pontefice Emerito, il quale raccomanda,bensì,ai cattolici di tornare «ai testi del Vaticano II autentico».
É dello stesso pensiero anche Papa Giovanni Paolo II,come emerge dal numero 11 di “Pastores Dabo vobis” a proposito della crisi del sacerdote.
Cos’è successo dunque? Semplice: qualcuno sta operando una rilettura modernista del Concilio Vaticano II, costruendo la Falsa Chiesa Cattolica.
Non siete convinti? Bene,vediamo qualche esempio insieme.


La “Sacrosantum Concilium”,di cui ricorre il 50º anniversario, ribadisce il valore della Messa come Sacrificio incruento del Cristo (n. 47); tuttavia, a lungo andare,fregandosene dei testi dell’assise, si é cercato di ridurre la funzione religiosa alla stregua di un banchetto protestante. C’è voluto Giovanni Paolo II a ridare linfa al vero documento conciliare con la sua enciclica sull’Eucarestia. Nella stessa costituzione, troviamo scritto anche : «la Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio, perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale» (n. 116). Nulla di fatto: assistiamo giornalmente a “strimpellature” ignobili durante le celebrazioni. Per quanto riguarda,invece, la lingua da recitare durante la Messa il Concilio scrisse:« Si possa concedere, nelle Messe celebrate con partecipazione di popolo, una congrua parte alla lingua volgare, specialmente nelle letture e nella “Orazione comune”, e, secondo le condizioni dei vari luoghi, anche nelle parti spettanti al popolo. Si abbia cura però che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell’Ordinario della Messa che spettano ad essi» (n. 54). E ancora:« L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini.[…] Si possa concedere alla lingua volgare una parte più ampia, specialmente nelle lettura e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti» (n.38). E invece del latino non c’è più traccia se non nelle celebrazioni nella forma straordinaria e in qualche celebrazione del Pontefice Romano. E che dire poi delle candidature di uomini “spretati” nelle liste comuniste e socialiste,nonostante il Concilio avesse raccomandato ai cattolici di seguire la dottrina sociale della Chiesa in campo politico?

Questi sono pochi dei tanti esempi della contraddizione tra Vaticano II vero, “pastoralmente riformista” e inquadrabile perfettamente nel solco della Tradizione, e il Vaticano II inesistente, modernista ma ormai quello ampiamente praticato dalla maggior parte dei sacerdoti. Il Concilio ha spento le sue cinquanta candeline, é vero, ma di attuazione non vuole sentirne ancora parlare, nonostante i Pontefici abbiano richiamato al messaggio autentico del Vaticano II.
I modernisti se ne sono appropriati e lo leggono a loro piacimento: questa è la nuova astuzia di Satana per distruggere la Santa Chiesa.
Come diceva il buon vecchio Leone X: Exsurge, Domine, et iudica causam Tuam!

Gianluca Di Pietro

venerdì 23 ottobre 2015

Il peccato secondo papa Wojtyła

Il peccato sociale e il peccato personale. Distinzione tra peccato mortale e veniale nel Magistero di Papa Giovanni Paolo II



Il peccato, in senso vero e proprio, è sempre un atto della persona, perché è un atto di libertà di un singolo uomo, e non propriamente di un gruppo o di una comunità. Quest'uomo può essere condizionato, premuto, spinto da non pochi né lievi fattori esterni, come anche può essere soggetto a tendenze, tare, abitudini legate alla sua condizione personale. In non pochi casi tali fattori esterni e interni possono attenuare, in maggiore o minore misura, la sua libertà e, quindi, la sua responsabilità e colpevolezza. Ma è una verità di fede, confermata anche dalla nostra esperienza e ragione, che la persona umana è libera. Non si può ignorare questa verità, per scaricare su realtà esterne - le strutture, i sistemi, gli altri - il peccato dei singoli. Oltretutto, sarebbe questo un cancellare la dignità e la libertà della persona, che si rivelano - sia pure negativamente e disastrosamente - anche in tale responsabilità per il peccato commesso. Perciò, in ogni uomo non c'è nulla di tanto personale e intrasferibile quanto il merito della virtù o la responsabilità della colpa.
Atto della persona, il peccato ha le sue prime e più importanti conseguenze nel peccatore stesso: cioè, nella relazione di questi con Dio, che è il fondamento stesso della vita umana; nel suo spirito, indebolendone la volontà e oscurandone l'intelligenza.
A questo punto dobbiamo chiederci a quale realtà si riferivano coloro che, nella preparazione del Sinodo e nel corso dei lavori sinodali, menzionarono con non poca frequenza il peccato sociale. L'espressione e il concetto, che ad essa è sotteso, hanno invero diversi significati.
Parlare di peccato sociale vuol dire, anzitutto, riconoscere che, in virtù di una solidarietà umana tanto misteriosa e impercettibile quanto reale e concreta, il peccato di ciascuno si ripercuote in qualche modo sugli altri. E', questa, l'altra faccia di quella solidarietà che, a livello religioso, si sviluppa nel profondo e magnifico mistero della comunione dei santi, grazie alla quale si è potuto dire che «ogni anima che si eleva, eleva il mondo». A questa legge dell'ascesa corrisponde, purtroppo, la legge della discesa, sicché si può parlare di una comunione del peccato, per cui un'anima che si abbassa per il peccato abbassa con sé la Chiesa e, in qualche modo, il mondo intero. In altri termini, non c'è alcun peccato, anche il più intimo e segreto, il più strettamente individuale, che riguardi esclusivamente colui che lo commette. Ogni peccato si ripercuote, con maggiore o minore veemenza, con maggiore o minore danno, su tutta la compagine ecclesiale e sull'intera famiglia umana. Secondo questa prima accezione, a ciascun peccato si può attribuire indiscutibilmente il carattere di peccato sociale.
Alcuni peccati, però, costituiscono, per il loro oggetto stesso, un'aggressione diretta al prossimo e - più esattamente, in base al linguaggio evangelico - al fratello. Essi sono un'offesa a Dio, perché offendono il prossimo. A tali peccati si suole dare la qualifica di sociali, e questa è la seconda accezione del termine. In questo senso è sociale il peccato contro l'amore del prossimo, tanto più grave nella legge di Cristo, perché è in gioco il secondo comandamento, che è «simile al primo». E' egualmente sociale ogni peccato commesso contro la giustizia nei rapporti sia da persona a persona, sia dalla persona alla comunità, sia ancora dalla comunità alla persona. E' sociale ogni peccato contro i diritti della persona umana, a cominciare dal diritto alla vita, non esclusa quella del nascituro, o contro l'integrità fisica di qualcuno; ogni peccato contro la libertà altrui, specialmente contro la suprema libertà di credere in Dio e di adorarlo; ogni peccato contro la dignità e l'onore del prossimo. Sociale è ogni peccato contro il bene comune e contro le sue esigenze, in tutta l'ampia sfera dei diritti e dei doveri dei cittadini. Sociale può essere il peccato di commissione o di omissione da parte di dirigenti politici, economici, sindacali, che, pur potendolo, non s'impegnano con saggezza nel miglioramento o nella trasformazione della società secondo le esigenze e le possibilità del momento storico; come pure da parte di lavoratori, che vengono meno ai loro doveri di presenza e di collaborazione, perché le aziende possano continuare a procurare il benessere a loro stessi, alle loro famiglie, all'intera società.
La terza accezione di peccato sociale riguarda i rapporti tra le varie comunità umane. Questi rapporti non sempre sono in sintonia col disegno di Dio, che vuole nel mondo giustizia, libertà e pace tra gli individui, i gruppi, i popoli. Così la lotta di classe, chiunque ne sia il responsabile e, a volte, il codificatore, è un male sociale. Così la contrapposizione ostinata dei blocchi di nazioni e di una nazione contro l'altra, dei gruppi contro altri gruppi in seno alla stessa nazione, è pure un male sociale. In ambedue i casi, ci si può chiedere se si possa attribuire a qualcuno la responsabilità morale di tali mali e, quindi, il peccato. Ora si deve ammettere che realtà e situazioni, come quelle indicate, nel loro generalizzarsi e persino ingigantirsi come fatti sociali, diventano quasi sempre anonime, come complesse e non sempre identificabili sono le loro cause. Perciò, se si parla di peccato sociale, qui l'espressione ha un significato evidentemente analogico. In ogni caso, il parlare di peccati sociali, sia pure in senso analogico, non deve indurre nessuno a sottovalutare la responsabilità dei singoli, ma vuol essere un richiamo alle coscienze di tutti, perché ciascuno si assuma le proprie responsabilità, per cambiare seriamente e coraggiosamente quelle nefaste realtà e quelle intollerabili situazioni.
Ciò premesso nel modo più chiaro e inequivocabile, bisogna subito aggiungere che non è legittima e accettabile un'accezione del peccato sociale, pur molto ricorrente ai nostri giorni in alcuni ambienti, la quale nell'opporre, non senza ambiguità, peccato sociale a peccato personale, più o meno inconsapevolmente conduca a stemperare e quasi a cancellare il personale, per ammettere solo colpe e responsabilità sociali. Secondo tale accezione, che rivela facilmente la sua derivazione da ideologie e sistemi non cristiani - forse accantonati oggi da coloro stessi che ne erano già i sostenitori ufficiali - praticamente ogni peccato sarebbe sociale, nel senso di essere imputabile non tanto alla coscienza morale di una persona, quanto ad una vaga entità e collettività anonima, che potrebbe essere la situazione, il sistema, la società, le strutture, l'istituzione.

Orbene la Chiesa, quando parla di situazioni di peccato o denuncia come peccati sociali certe situazioni o certi comportamenti collettivi di gruppi sociali più o meno vasti, o addirittura di intere nazioni e blocchi di nazioni, sa e proclama che tali casi di peccato sociale sono il frutto, l'accumulazione e la concentrazione di molti peccati personali. Si tratta dei personalissimi peccati di chi genera o favorisce l'iniquità o la sfrutta; di chi, potendo fare qualcosa per evitare, o eliminare, o almeno limitare certi mali sociali, omette di farlo per pigrizia, per paura e omertà, per mascherata complicità o per indifferenza; di chi cerca rifugio nella presunta impossibilità di cambiare il mondo; e anche di chi pretende estraniarsi dalla fatica e dal sacrificio, accampando speciose ragioni di ordine superiore. Le vere responsabilità, dunque, sono delle persone.

Una situazione - e così un'istituzione, una struttura, una società - non è, di per sé, soggetto di atti morali; perciò, non può essere, in se stessa, buona o cattiva. Al fondo di ogni situazione di peccato si trovano sempre persone peccatrici. Ciò è tanto vero che, se tale situazione può essere cambiata nei suoi aspetti strutturali e istituzionali per la forza della legge o - come più spesso avviene, purtroppo - per la legge della forza, in realtà il cambiamento si rivela incompleto, di poca durata e, in definitiva, vano e inefficace - per non dire controproducente -, se non si convertono le persone direttamente o indirettamente responsabili di tale situazione.



Mortale, veniale
17. Ma ecco, nel mistero del peccato, una nuova dimensione, sulla quale l'intelligenza dell'uomo non ha mai cessato di meditare: quella della sua gravità. E' una questione inevitabile, alla quale la coscienza cristiana non ha mai rinunciato a dare una risposta: perché e in quale misura il peccato è grave nell'offesa che fa a Dio e nella sua ripercussione sull'uomo? La Chiesa ha una sua dottrina in proposito e la riafferma nei suoi elementi essenziali, pur sapendo che non sempre è facile, nella concretezza delle situazioni, operare nette delimitazioni di confini.
Già nell'Antico Testamento, per non pochi peccati - quelli commessi con deliberazione, le varie forme di impudicizia, di idolatria, di culto dei falsi dèi - si dichiarava che il reo doveva essere «eliminato dal suo popolo», ciò che poteva anche significare condannato a morte. Ad essi si contrapponevano altri peccati, soprattutto quelli commessi per ignoranza, che venivano perdonati mediante un sacrificio.
Anche in riferimento a quei testi la Chiesa, da secoli, costantemente parla di peccato mortale e di peccato veniale. Ma questa distinzione e questi termini ricevono luce soprattutto dal Nuovo Testamento, nel quale si trovano molti testi che enumerano e riprovano con forti espressioni i peccati particolarmente meritevoli di condanna, oltre alla conferma del Decalogo fatta da Gesù stesso. Voglio qui riferirmi specialmente a due pagine significative e impressionanti.
In un testo della sua prima lettera, san Giovanni parla di un peccato che conduce alla morte («pròs thánaton») in contrapposizione a un peccato che non conduce alla morte («mè pròs thánaton»). Ovviamente, qui il concetto di morte è spirituale: si tratta della perdita della vera vita o «vita eterna», che per Giovanni è la conoscenza del Padre e del Figlio, la comunione e l'intimità con loro. Il peccato che conduce alla morte sembra essere in quel brano la negazione del Figlio, o il culto di false divinità. Comunque, con tale distinzione di concetti Giovanni sembra voler accentuare l'incalcolabile gravità di ciò che è l'essenza del peccato, il rifiuto di Dio, che si attua soprattutto nell'apostasia e nell'idolatria, cioè nel ripudiare la fede nella verità rivelata e nell'equiparare a Dio certe realtà create, erigendole a idoli o falsi dèi. Ma l'apostolo in quella pagina intende anche mettere in luce la certezza che viene al cristiano dal fatto di essere «nato da Dio» per la venuta del Figlio: c'è in lui una forza che lo preserva dalla caduta nel peccato; Dio lo custodisce, «il maligno non lo tocca». Che se pecca per debolezza o per ignoranza, c'è in lui la speranza della remissione, anche per il sostegno che gli proviene dalla preghiera congiunta dei fratelli.
In un'altra pagina del Nuovo Testamento, nel Vangelo di Matteo (Mt 12,31s), Gesù stesso parla di una «bestemmia contro lo Spirito Santo», la quale è «irremissibile», poiché essa è nelle sue manifestazioni un ostinato rifiuto di conversione all'amore del Padre delle misericordie.
Si tratta, beninteso, di espressioni estreme e radicali: rifiuto di Dio, rifiuto della sua grazia e, quindi, opposizione al principio stesso della salvezza, per cui l'uomo sembra volontariamente precludersi la via della remissione. E' da sperare che ben pochi vogliano ostinarsi fino alla fine in questo atteggiamento di ribellione o addirittura di sfida contro Dio, il quale, d'altra parte, nel suo amore misericordioso è più grande del nostro cuore - come ci insegna ancora san Giovanni - e può vincere tutte le nostre resistenze psicologiche e spirituali, sicché - come scrive san Tommaso d'Aquino - «non c'è da disperare della salvezza di nessuno in questa vita, considerata l'onnipotenza e la misericordia di Dio».
Ma dinanzi al problema dell'incontro di una volontà ribelle col Dio infinitamente giusto non si può non nutrire sentimenti di salutare «timore e tremore», come suggerisce san Paolo; mentre l'ammonimento di Gesù circa il peccato che non è «remissibile» conferma l'esistenza di colpe, che possono attirare sul peccatore, come pena, la «morte eterna».
Alla luce di questi e altri testi della Sacra Scrittura, i dottori e i teologi, i maestri spirituali e i pastori hanno distinto i peccati in mortali e veniali. Sant'Agostino, fra gli altri, parla di «letalia» o «mortifera crimina», opponendoli a «venialia», «levia» o «quotidiana». Il significato che egli attribuisce a questi qualificativi influirà nel magistero successivo della Chiesa. Dopo di lui, sarà san Tommaso d'Aquino a formulare nei termini più chiari possibili la dottrina divenuta costante nella Chiesa.
Nel definire e distinguere i peccati mortali e veniali, non poteva essere estraneo a san Tommaso e alla teologia del peccato, che si rifà a lui, il riferimento biblico e, quindi, il concetto di morte spirituale. Secondo il Dottore Angelico, per vivere spiritualmente l'uomo deve rimanere in comunione col supremo principio della vita, che è Dio, in quanto è il fine ultimo di tutto il suo essere e il suo agire. Ora il peccato è un disordine perpetrato dall'uomo contro questo principio vitale. E quando, «per mezzo del peccato, l'anima commette un disordine che va fino alla separazione dal fine ultimo - Dio -, al quale essa è legata per la carità, allora si ha il peccato mortale; invece, ogni volta che il disordine rimane al di qua della separazione da Dio, allora il peccato è veniale». Per questa ragione, il peccato veniale non priva della grazia santificante, dell'amicizia con Dio, della carità, né quindi della beatitudine eterna, mentre siffatta 
privazione è appunto conseguenza del peccato mortale.
Considerando, inoltre, il peccato sotto l'aspetto della pena che include, san Tommaso con altri dottori chiama mortale il peccato che, se non rimesso, fa contrarre una pena eterna; veniale il peccato che merita una semplice pena temporale (cioè parziale ed espiabile in terra o nel purgatorio).
Se poi si guarda alla materia del peccato, allora le idee di morte, di rottura radicale con Dio, sommo bene, di deviazione dalla strada che porta a Dio o di interruzione del cammino verso di lui (tutti modi di definire il peccato mortale) si congiungono con l'idea di gravità del contenuto oggettivo: perciò, il peccato grave si identifica praticamente, nella dottrina e nell'azione pastorale della Chiesa, col peccato mortale.
Cogliamo qui il nucleo dell'insegnamento tradizionale della Chiesa, ribadito spesso e con vigore nel corso del recente Sinodo. Questo, infatti, non soltanto ha riaffermato quanto è stato proclamato dal Concilio Tridentino sull'esistenza e la natura dei peccati mortali e veniali, ma ha voluto ricordare che è peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso. E' doveroso aggiungere - come è stato anche fatto nel Sinodo - che alcuni peccati, quanto alla loro materia, sono intrinsecamente gravi e mortali. Esistono, cioè, atti che, per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze, sono sempre gravemente illeciti, in ragione del loro oggetto. Questi atti, se compiuti con sufficiente consapevolezza e libertà, sono sempre colpa grave.
Questa dottrina fondata sul Decalogo e sulla predicazione dell'Antico Testamento, ripresa nel kerigma degli apostoli e appartenente al più antico insegnamento della Chiesa, che la ripete fino ad oggi, ha un preciso riscontro nell'esperienza umana di tutti i tempi. L'uomo sa bene, per esperienza, che nel cammino di fede e di giustizia che lo porta verso la conoscenza e l'amore di Dio in questa vita e verso la perfetta unione con lui nell'eternità, può sostare o distrarsi, senza però abbandonare la via di Dio: in questo caso si ha il peccato veniale, il quale, tuttavia, non dovrà essere attenuato quasi che sia automaticamente qualcosa di trascurabile o un «peccato di poco conto».
Sennonché l'uomo sa pure, per dolorosa esperienza, che con atto consapevole e libero della sua volontà può fare un'inversione di marcia, camminare nel senso opposto al volere di Dio e così allontanarsi da lui («aversio a Deo»), rifiutando la comunione di amore con lui, staccandosi dal principio di vita che è lui, e scegliendo, dunque, la morte.
Con tutta la tradizione della Chiesa noi chiamiamo peccato mortale questo atto, per il quale un uomo, con libertà e consapevolezza, rifiuta Dio, la sua legge, l'alleanza di amore che Dio gli propone, preferendo volgersi a se stesso, a qualche realtà creata e finita, a qualcosa di contrario al volere divino («conversio ad creaturam»). Il che può avvenire in modo diretto e formale, come nei peccati di idolatria, di apostasia, di ateismo; o in modo equivalente, come in tutte le disubbidienze ai comandamenti di Dio in materia grave. L'uomo sente che questa disubbidienza a Dio tronca il collegamento col suo principio vitale: è un peccato mortale, cioè un atto che offende gravemente Dio e finisce col rivolgersi contro l'uomo stesso con un'oscura e potente forza di distruzione.
Durante l'assemblea sinodale è stata proposta da alcuni padri una distinzione tripartita fra i peccati, che sarebbero da classificare come veniali, gravi e mortali. La tripartizione potrebbe mettere in luce il fatto che fra i peccati gravi esiste una gradazione. Ma resta sempre vero che la distinzione essenziale e decisiva è fra peccato che distrugge la carità e peccato che non uccide la vita soprannaturale: fra la vita e la morte non si dà via di mezzo.
Parimenti, si dovrà evitare di ridurre il peccato mortale a un atto di «opzione fondamentale» - come oggi si suol dire - contro Dio, intendendo con essa un esplicito e formale disprezzo di Dio o del prossimo. Si ha, infatti, peccato mortale anche quando l'uomo, sapendo e volendo, per qualsiasi ragione sceglie qualcosa di gravemente disordinato. In effetti, in una tale scelta è già contenuto un disprezzo del precetto divino, un rifiuto dell'amore di Dio verso l'umanità e tutta la creazione: l'uomo allontana se stesso da Dio e perde la carità. L'orientamento fondamentale, quindi, può essere radicalmente modificato da atti particolari. Senza dubbio si possono dare situazioni molto complesse e oscure sotto l'aspetto psicologico, che influiscono sulla imputabilità soggettiva del peccatore. Ma dalla considerazione della sfera psicologica non si può passare alla costituzione di una categoria teologica, qual è appunto l'«opzione fondamentale», intendendola in modo tale che, sul piano oggettivo, cambi o metta in dubbio la concezione tradizionale di peccato mortale.

Se è da apprezzare ogni tentativo sincero e prudente di chiarire il mistero psicologico e teologico del peccato, la Chiesa però ha il dovere di ricordare a tutti gli studiosi di questa materia la necessità, da una parte, di essere fedeli alla parola di Dio che ci istruisce anche sul peccato, e il rischio, dall'altra, che si corre di contribuire ad attenuare ancora di più, nel mondo contemporaneo, il senso del peccato.

Perdita del senso del peccato
18. Dal Vangelo letto nella comunione ecclesiale la coscienza cristiana ha acquisito, lungo il corso delle generazioni, una fine sensibilità e un'acuta percezione dei fermenti di morte, che sono contenuti nel peccato. Sensibilità e capacità di percezione anche per individuare tali fermenti nelle mille forme assunte dal peccato, nei mille volti sotto i quali esso si presenta. E' ciò che si suol chiamare il senso del peccato.
Questo senso ha la sua radice nella coscienza morale dell'uomo e ne è come il termometro. E' legato al senso di Dio, giacché deriva dal rapporto consapevole che l'uomo ha con Dio come suo creatore, Signore e Padre. Perciò, come non si può cancellare completamente il senso di Dio né spegnere la coscienza, così non si cancella mai completamente il senso del peccato.
Eppure, non di rado nella storia, per periodi di tempo più o meno lunghi e sotto l'influsso di molteplici fattori, succede che viene gravemente oscurata la coscienza morale in molti uomini. «Abbiamo noi un'idea giusta della coscienza»? - domandavo due anni fa in un colloquio con i fedeli -. «Non vive l'uomo contemporaneo sotto la minaccia di un'eclissi della coscienza? di una deformazione della coscienza? di un intorpidimento o di un'"anestesia" delle coscienze?». Troppi segni indicano che nel nostro tempo esiste una tale eclissi, che è tanto più inquietante, in quanto questa coscienza, definita dal Concilio «il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo» («Gaudium et Spes», 16), è «strettamente legata alla libertà dell'uomo (...). Per questo la coscienza in misura principale sta alla base della dignità interiore dell'uomo e, nello stesso tempo, del suo rapporto con Dio». E' inevitabile, pertanto, che in questa situazione venga obnubilato anche il senso di Dio, il quale è strettamente connesso con la coscienza morale, con la ricerca della verità, con la volontà di fare un uso responsabile della libertà. Insieme con la coscienza viene oscurato anche il senso di Dio, e allora, smarrito questo decisivo punto di riferimento interiore, si perde il senso del peccato. Ecco perché il mio predecessore Pio XII, con una parola diventata quasi proverbiale, poté dichiarare un giorno che «il peccato del secolo è la perdita del senso del peccato».
Perché questo fenomeno nel nostro tempo? Uno sguardo a talune componenti della cultura contemporanea può aiutarci a capire il progressivo attenuarsi del senso del peccato, proprio a causa della crisi della coscienza e del senso di Dio, sopra rilevata.
Il «secolarismo», il quale, per la sua stessa natura e definizione, è un movimento di idee e di costumi che propugna un umanesimo che astrae totalmente da Dio, tutto concentrato nel culto del fare e del produrre e travolto nell'ebbrezza del consumo e del piacere, senza preoccupazione per il pericolo di «perdere la propria anima», non può non minare il senso del peccato. Quest'ultimo si ridurrà tutt'al più a ciò che offende l'uomo. Ma proprio qui si impone l'amara esperienza, a cui già accennavo nella mia prima enciclica, che cioè l'uomo può costruire un mondo senza Dio, ma questo mondo finirà per ritorcersi contro l'uomo. In realtà, Dio è la radice e il fine supremo dell'uomo, e questi porta in sé un germe divino. Perciò, è la realtà di Dio che svela e illumina il mistero dell'uomo. E' vano, quindi, sperare che prenda consistenza un senso del peccato nei confronti dell'uomo e dei valori umani, se manca il senso dell'offesa commessa contro Dio, cioè il senso vero del peccato.

Svanisce questo senso del peccato nella società contemporanea anche per gli equivoci in cui si cade nell'apprendere certi risultati delle scienze umane. Così in base a talune affermazioni della psicologia, la preoccupazione di non colpevolizzare o di non porre freni alla libertà, porta a non riconoscere mai una mancanza. Per un'indebita estrapolazione dei criteri della scienza sociologica si finisce - come ho già accennato - con lo scaricare sulla società tutte le colpe, di cui l'individuo vien dichiarato innocente. Anche una certa antropologia culturale, a sua volta a forza di ingrandire i pur innegabili condizionamenti e influssi ambientali e storici che agiscono sull'uomo, ne limita tanto la responsabilità da non riconoscergli la capacità di compiere veri atti umani e, quindi, la possibilità di peccare.
Scade facilmente il senso del peccato anche in dipendenza di un'etica derivante da un certo relativismo storicistico. Essa può essere l'etica che relativizza la norma morale, negando il suo valore assoluto e incondizionato, e negando, di conseguenza, che possano esistere atti intrinsecamente illeciti, indipendentemente dalle circostanze in cui sono posti dal soggetto. Si tratta di un vero «rovesciamento e di una caduta di valori morali», e «il problema non è tanto di ignoranza dell'etica cristiana», ma «piuttosto è quello del senso, dei fondamenti e dei criteri dell'atteggiamento morale». L'effetto di questo rovesciamento etico è sempre anche quello di attutire a tal punto la nozione di peccato, che si finisce quasi con l'affermare che il peccato c'è, ma non si sa chi lo commette.
Svanisce, infine, il senso del peccato quando - come può avvenire nell'insegnamento ai giovani, nelle comunicazioni di massa, nella stessa educazione familiare - esso viene erroneamente identificato col sentimento morboso della colpa o con la semplice trasgressione di norme e precetti legali.
La perdita del senso del peccato, dunque, è una forma o un frutto della negazione di Dio: non solo di quella ateistica, ma anche di quella secolaristica. Se il peccato è l'interruzione del rapporto filiale con Dio per portare la propria esistenza fuori dell'obbedienza a lui, allora peccare non è soltanto negare Dio; peccare è anche vivere come se egli non esistesse, è cancellarlo dal proprio quotidiano. Un modello di società mutilato o squilibrato nell'uno o nell'altro senso, quale è spesso sostenuto dai mezzi di comunicazione, favorisce non poco la progressiva perdita del senso del peccato. In tale situazione l'offuscamento o affievolimento del senso del peccato risulta sia dal rifiuto di ogni riferimento al trascendente in nome dell'aspirazione all'autonomia personale; sia dall'assoggettarsi a modelli etici imposti dal consenso e costume generale, anche se condannati dalla coscienza individuale; sia dalle drammatiche condizioni socio-economiche che opprimono tanta parte dell'umanità, generando la tendenza a vedere errori e colpe soltanto nell'ambito del sociale; sia, infine e soprattutto, dall'oscuramento dell'idea della paternità di Dio e del suo dominio sulla vita dell'uomo.
Persino nel campo del pensiero e della vita ecclesiale alcune tendenze favoriscono inevitabilmente il declino del senso del peccato. Alcuni, ad esempio, tendono a sostituire esagerati atteggiamenti del passato con altre esagerazioni: essi passano dal vedere il peccato dappertutto al non scorgerlo da nessuna parte; dall'accentuare troppo il timore delle pene eterne al predicare un amore di Dio, che escluderebbe ogni pena meritata dal peccato; dalla severità nello sforzo per correggere le coscienze erronee a un presunto rispetto della coscienza, tale da sopprimere il dovere di dire la verità. E perché non aggiungere che la confusione, creata nella coscienza di numerosi fedeli dalle divergenze di opinioni e di insegnamenti nella teologia, nella predicazione, nella catechesi, nella direzione spirituale, circa questioni gravi e delicate della morale cristiana, finisce per far diminuire, fin quasi a cancellarlo, il vero senso del peccato? Né vanno taciuti alcuni difetti nella prassi della penitenza sacramentale: tale è la tendenza a offuscare il significato ecclesiale del peccato e della conversione, riducendoli a fatti meramente individuali, o viceversa, ad annullare la valenza personale del bene e del male per considerarne esclusivamente la dimensione comunitaria; tale è anche il pericolo, non mai totalmente scongiurato, del ritualismo abitudinario che toglie al sacramento il suo pieno significato e la sua efficacia formativa.


Ristabilire il giusto senso del peccato è la prima forma per affrontare la grave crisi spirituale incombente sull'uomo del nostro tempo. Ma il senso del peccato si ristabilisce soltanto con un chiaro richiamo agli inderogabili principi di ragione e di fede, che la dottrina morale della Chiesa ha sempre sostenuto.
E' lecito sperare che soprattutto nel mondo cristiano ed ecclesiale riaffiori un salutare senso del peccato. A ciò serviranno una buona catechesi, illuminata dalla teologia biblica dell'alleanza, un attento ascolto e una fiduciosa accoglienza del magistero della Chiesa, che non cessa di offrire luce alle coscienze, e una prassi sempre più accurata del sacramento della penitenza.

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giovedì 16 luglio 2015

tra uomo e donna

Ecco perché l'unica relazione d'amore possibile è tra uomo e donna

L'antropologa Brancatisano: l'enciclica Humanae Vitae completa Mulieris Dignitatem di Giovanni Paolo II, mi auguro che il Sinodo riscatterà il valore di questi due atti del Magistero





Che il Sinodo sia l'occasione per rilanciare due "principi": la relazione tra uomo e donna, e la sessualità. Ripartendo da due documenti "bussola": l'enciclica Humanae Vitae di Paolo VI, datata 1968, e la lettera Mulieris Dignitatem di Giovanni Paolo II, del 1988. 

Due importanti atti di Magistero pontificio - il primo che stabilisce la connessione inscindibile tra il significato unitivo e quello procreativo dell'atto coniugale e l'illiceità di aborto e contraccezione, il secondo improntato alla dignità e vocazione della donna - che andrebbero innestati su una visione antropologica di questi due "principi". 
Attualizzando in questa direzione l'insegnamento della Chiesa, il Sinodo darebbe vita ad un confronto forse decisivo su temi tanto roventi quanto vitali per l'umanità e per la Chiesa stessa. 

CHIESA E CULTURA MODERNA
Premette ad Aleteia l'autorevole antropologa cattolica Marta Brancatisano, docente di Antropologia Duale alla Pontificia Università della Santa Croce e direttore del Master "Amore, famiglia, educazione" sempre allo stesso Ateneo: «La nostra cultura - e la Chiesa recepisce il clima culturale - ha incertezze sul significato dell'essere umano e della relazione tra uomo e donna. Tutto questo è strano perché le scienze umane sono in grado di dare delle risposte molto precise sulla relazionalità come fondamento della vita e sulla femminilità e mascolinità come elementi dell'umanità».  






LA BELLEZZA DELLA SESSUALITA'
La sessualità, prosegue l'antropologa, «reclama di essere espressa in tutta la sua bellezza e in tutto il suo valore, proprio dalla cultura cristiana. Ricordiamo che in Mulieris Dignitatem, San Giovanni Paolo II ne parla come di carattere ontologico, non mera funzione». Ciò che oggi sta venendo meno, a causa di una diffusione sempre maggiore della cultura della contraccezione, «è la mancanza di una pienezza e la completezza spirituale e fisica dell'amore, che può manifestasi solo nella relazione tra uomo e donna».  

CONTRACCEZIONE E PROCREAZIONE
Brancatisano evidenzia: «La cultura della contraccezione non poteva non lambire i confini della cultura cattolica, ferma nei millenni dalla stessa visione - antropologica e sacramentale - del matrimonio. Vero è che in questo ambito le motivazioni a sostegno della volontaria separazione tra amore e procreazione non sono mai imputate a una diversa valutazione dei due beni, bensì ad una necessità, direi contingente, di venire incontro alle difficoltà che il mondo attuale presenta agli sposi come genitori, ad esempio difficoltà economiche, mutamento del ruolo della donna, ecc». 

"LO SCISMA SILENZIOSO"
Pertanto si forma - anche qui brevemente - una corrente di pensiero «che tende a far compatibile la contraccezione con l'identità del matrimonio, sia pure considerandola un espediente, un male minore, piuttosto che un diritto da rivendicare. A questa situazione si indirizza la risposta di Humanae Vitae, risposta tanto chiara quanto recepita come ostica, al punto da suscitare tra i cattolici quello che è stato definito lo "scisma silenzioso", ovvero l'allontanamento di fatto di larga parte di fedeli dai dettami del Magistero, riguardo al matrimonio e al significato della sessualità».

LA LETTERA DI GIOVANNI PAOLO II
Nel 1988, a vent'anni di distanza, Mulieris Dignitatem, lettera apostolica di Giovanni Paolo II «costituisce secondo una valutazione oggi diffusa, un documento inedito nella storia della chiesa perché apre una prospettiva antropologica: i contenuti dell'esegesi compita da Giovanni Paolo II, (ispirati alla Genesi e Matteo 19) «completano» Humanae Vitae. In questo modo «si coglie l'intima connessione tra procreazione e struttura antropologica espressa nella relazione tra uomo e donna». 

CREAZIONE E COPPIA UOMO-DONNA
Dal duplice racconto della creazione dell'essere umano, secondo l'esegesi che ne fa l'autore di Mulieris Dignitatem, osserva Brancatisano, «emergono i tratti indennitari dell'uomo e della donna, ma emerge ancora di più che la creazione dell'essere umano si completa soltanto con la costituzione della coppia uomo-donna».
Dalla Genesi «sappiamo che ogni atto creativo era seguito dall'approvazione divina Soltanto di fronte all'uomo questa ondata di compiacimento divino ("e vide che era cosa buona") si infrange contro uno scioglio: "non è bene che l'uomo sia solo"».

AIUTO E TOTALITA' DELLA RELAZIONE
Qui emergono alcuni concetti fondamentali che l'antropologa classifica così: 1) Solitudine/aiuto, poiché di fronte alla negatività dello status di solitudine, il Creatore dispone come antidoto lo status di aiuto: questi preannuncia la dimensione relazionale e la ontologica interdipendenza tra l'uomo e la donna; 2) totalità della relazione, poiché le parole "l'uomo lascerà suo padre e sua madre" indicano la preminenze di questa nuova relazione sulle altre, anche se vitali come la filiazione/paternità e maternità.

"UNA CARO"
La totalità si desume anche dalla modalità «con cui la relazione si realizza, una modalità specifica e inedita, indicata con le parole "una caro"."Una caro" esprime letteralmente unità e corporeità. Il modo di unirsi e di essere l'uno per l'altra, che caratterizza la relazione tra uomo e donna, è indicato nella sua fisicità non per restringere la sua portata alla sola parte materiale, ma per indicare la totalità della persona, la cui parte corporea significa e testimonia quella spirituale invisibile». 

IL SESSO, MASCOLINITA' E FEMIMINILITA'
In questo modo, prosegue il ragionamento dell'antropologa, si mette in luce «un carattere dell'essere umano che Giovanni Paolo II definisce ontologico: il sesso. Questo salto di dimensione - da funzione predisposta per la produzione di un effetto, quello procreativo, a elemento costitutivo della persona - mentre sancisce la complementarietà come condizione per la pienezza di umanità, afferma che femminilità e mascolinità sono due modi di essere "essere umano", pensati dal Creatore per l'unione e fondati su una differenza stimolatrice di essere». 

SI ARRIVA ALLO "STATUS DI PIENEZZA"
E' peraltro «esperienza umana universale» che nell'unione d'amore «fatta di accettazione piena, stupore gioioso, donazione totale, l'uomo si fa uomo, cioè mette a fuoco la propria mascolinità, e la donna fa lo stesso». Da questo «status di pienezza» si sprigiona «energia vitale che inonda la coppia e dalla coppia si riversa all'esterno: sia producendo una nuova vita, che rafforzando nella vita le relazioni circostanti, secondo la dinamica che da sempre individua nella famiglia la base della società». 

CONTRO LA VISIONE RISTRETTA DELLA VITA
Questa riflessione di Brancatisano "smonta" la tesi a supporto della "cultura della contraccezione”, secondo cui la relazione «trae perfezione proprio dalla separazione unione e procreazione, come se quest'ultima fosse un limite intrinseco all'amore». 
Tenere fuori dall'unione la propria capacità generativa, precisa la docente del'Università Santa Croce, «è rendere parziale ciò che era totale: significa sostituire l'atto di fede nell'altro e nella capacità umana di amare - esperienze così incommensurabili da costituire il punto di contatto con Dio - con una visione più ristretta del senso della vita, totalmente umana e chiusa al trascendente, suscettibile di calcolo e misurazione».   

UN DISEGNO CHE RINUNCIA ALLA FELICITA'
L'aver messo al centro di queste riflessioni la relazione d'amore tra uomo e donna come fondamento antropologico, «non restringe al matrimonio la scelta esistenziale. Semplicemente svela la struttura umana e interpreta in chiave sponsale l'orientamento umano dell'essere». 
Amore e vita sono infatti «sinonimi» e si trovano, si vivono, si realizzano «nel rapporto di donazione totale tra uomo e donna. La cultura della contraccezione ha spostato l'amore umano dal suo status originario di somiglianza con Dio (chiamato ad essere infinito, perfetto e creativo) a quello "umano", dove è l'uomo che da solo disegna se stesso e la vita. Un disegno - conclude Brancatisano - che intende annullare i rischi, che in nome della sicurezza rinuncia alla felicità e si adatta ad una serenità senza slanci».  

sources: ALETEIA