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martedì 20 dicembre 2016

viva il poliamore!!!

Matrimonio senza fedeltà, poliamore e … i soldi!



Vogliono abolire il matrimonio, per abolire la famiglia. Il disegno esce sempre più allo scoperto.

Il 25 gennaio, in concomitanza con l’approvazione del maxiemendamento che introduceva l’istituto dell’unione civile in Italia – seppure stralciato della stepchild adoption e dell’obbligo di fedeltà per le unioni dello stesso sesso – è stato depositato in Senato un altro ddl (ne abbiamo parlato qui) a firma di Laura Cantini (tra i cofirmatari appaiono Monica Cirinnà e Sergio Lo Giudice), che mira a sopprimere l’obbligo di reciproca fedeltà coniugale sancito dall’articolo 143 del Codice Civile.

Il vincolo di fedeltà nel matrimonio, spiega a Repubblica la prima firmataria, è «un retaggio di una visione superata e vetusta», definitivamente rottamata dal modello dell’unione civile che «recepisce un modello molto più avanzato, che dovrà essere recepito dal codice civile».

Questo ddl, se avesse corso in Parlamento, completerebbe il vulnus inflitto alla fedeltà matrimoniale da oltre quarant’anni di legislazione divorzista, a partire dalla quale il vincolo di fedeltà è stato progressivamente svuotato di senso dalla pratica e dalla teoria giurisprudenziale.

Come scriveva nel 2008 l’avvocato Massimiliano Fiorin, «l’infedeltà coniugale, in linea di principio, è ancora un fatto oggettivamente rilevate per la legge italiana. […] In realtà, nell’applicazione quotidiana del diritto, da molti anni l’infedeltà coniugale è stata ampiamente derubricata dal novero delle colpe gravi. Anzi, è sempre meno sostenibile che si tratti di una colpa in senso giuridicamente apprezzabile. Al contrario, tutto fa pensare che ormai si sia affermato un vero e proprio diritto a tradire» (1).

Antonio Grizzuti sull’Huffington Post osserva acutamente che l’obbligo di fedeltà non va affatto considerato il retaggio di un’ingerenza clericale. Il codice civile “Pisanelli” emanato nel 1865 recita all’articolo 130 che «il matrimonio impone ai coniugi la obbligazione reciproca alla coabitazione, della fedeltà e della assistenza». Grizzuti cita le parole di Natascia Marchei, docente di Diritto Ecclesiastico alla Bicocca di Milano, che fa notare che quello stesso codice «nell’attribuire efficacia all’ordinamento dello Stato al solo matrimonio contratto civilmente, aveva ridotto all’irrilevanza insieme a tutti i matrimoni religiosi».

«Cosa rimane al matrimonio spogliato della fedeltà?» chiosa l’editorialista dell’Huffington Post. La risposta è semplice: «Ovvio: solo l’interesse economico. Una volta che questo verrà meno “liberi tutti”, anche – perché no – di tenere in piedi una relazione poliamorosa. Mazziati lo siamo già, di questo passo cornuti lo diventeremo ben presto senza possibilità nemmeno di appellarci alla legge. È la modernità, baby».

L’accenno al poliamore si attaglia perfettamente e conferma che il Pd non è altro che il comitato d’affari della borghesia neocapitalistica.


poliamore_pedofilia_zoofilia_matrimonioIl poliamore infatti è quella socialità avveniristica annunciata dal visionario tecnocrate Jacques Attali. Secondo Attali si approssima una nuova maniera di relazionarsi denominata netloving in cui uomini e donne, collegati tra loro secondo la modalità della connessione di rete, «potranno avere relazioni sentimentali e/o sessuali simultanee, trasparenti e contrattuali con più persone che avranno a loro volta partner multipli» (2).

Non c’è futuro, nell’ottica del poliamore, per l’esclusività del legame amoroso, giacché «la fedeltà di tipo monogamico sarà considerata un’impostura e un residuo di consuetudini barbare» (3).

Il poliamore riconosce legittimità solo alla «coppia monogama precaria e al matrimonio a contrattualità limitata» (4).

Attali arriva a ipotizzare il matrimonio a scadenza: un’unione strutturalmente provvisoria, che durerà solo un certo numero di anni (come i prodotti del supermercato) e dovrà essere rinnovata esplicitamente col mutuo consenso delle parti, pena l’invalidità del legame. Il divorzio così non sarà più necessario: per restare assieme ci si dovrà risposare.

Le parole del grand commis francese sembrano il calco di quelle della senatrice Cantini: «Nella sua vita ognuno formerà un numero crescente di coppie e l’indissolubilità della famiglia monogamica verrà denunciata come un anacronismo e un lascito della società feudale, ci si prenderà gioco della fedeltà come di un’impostura, di una convenzione artificiale quasi barbara e il divorzio non verrà più vissuto come un fallimento» (5).

Queste teorie dovrebbero inquietare chiunque abbia a cuore le sorti dell’umanità. C’è infatti una differenza sostanziale, ha fatto osservare Albert O. Hirschman, tra la società mercantile e la società famigliare (6).
La società mercantile si regge sul principio di exit (defezione), che definisce la possibilità e la facilità di uscire da un rapporto sociale (nella sua forma tipica un contratto) mentre la società domestica è imperniata sul principio di lealtà o di fedeltà (loyalty).

Sta prendendo forma, grazie alle leggi votate dal Pd e dai suoi fiancheggiatori, la mercantilizzazione-contrattualizzazione di tutti i rapporti sociali. Il poliamore non è altro che un dispositivo congegnato per estendere al campo delle relazioni più intime i princìpi di flessibilità e precarizzazione già applicati al mondo del lavoro in modo da assimilarlo a una merce agganciata alle fluttuazioni del mercato. Il progetto politico renziano rivela così la propria sudditanza a quel modello di «società flessibile», dove la flessibilità si impone quale caratteristica dominante di ogni elemento della vita sociale (7).

Andreas Hofer

(1) Massimiliano Fiorin, La fabbrica dei divorzi, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi), 2008, pp. 60-61).
(2) Jacques Attali, Amori. Storia del rapporto uomo-donna, in collaborazione con Stéphanie Bonvicini, Fazi, Roma 2008, p. 225.
(3) Leonetta Bentivoglio, Attali e la coppia ai tempi del consumismo: «Addio monogamia benvenuto “poliamore”», “La Repubblica”, 19 agosto 2014.
(4) J. Attali, Amori, cit., p. 224.
(5) Ivi, p. 223.
(6) Cfr. Albert O. Hirschman, Lealtà, defezione, protesta, Bompiani, Milano 1982.
(7) Cfr. Luciano Galllino, Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, Laterza, Roma-Bari 2007; Id., Il costo umano della flessibilità, Laterza, Roma-Bari 2003.

mercoledì 14 settembre 2016

Il resto sono chiacchiere.

Amoris Laetitia, il dibattito non è finito

 
di Riccardo Cascioli
 
In questi giorni ha creato un certo scalpore e perplessità la notizia di una lettera privata di papa Francesco che approva incondizionatamente le linee guida di Amoris Laetitia diffuse dai vescovi della regione di Buenos Aires per l’interpretazione del famoso capitolo VIII dell’esortazione apostolica. La notizia sta nel fatto che, di fronte a indicazioni che alla fine prevedono – in alcuni casi e a certe condizioni – che coppie di divorziati risposati possano accedere all’Eucarestia, il Papa dice che «non c’è altra interpretazione possibile» (clicca qui).

Finora infatti, di fronte a passaggi ambigui del capitolo VIII di Amoris Laetitia, si sono avute interpretazioni diverse, anzi diametralmente opposte, da parte di teologi e vescovi, e diversi cardinali e vescovi hanno anche chiesto chiarimenti al Papa su alcuni specifici punti controversi. Finora da parte di Francesco nessuna risposta ufficiale, ora però ecco una lettera privata che sarebbe stata destinata a rimanere tale se qualcuno non l’avesse passata alla stampa. Subito dai soliti ambienti progressisti si sono levare urla di giubilo e sberleffi a quegli irriducibili conservatori che si ostinavano a non capire. 

Se dovessimo dare retta a quanti affermano che con questo «il dibattito è chiuso», avremmo questa situazione:
  1. Un cambiamento oggettivo di dottrina: laddove Familiaris Consortio (no. 84) ribadiva «la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati», con Amoris Laetitia l’ammissione diventerebbe possibile, anche se solo in alcuni casi. Chi sostiene che si tratterebbe soltanto di cambiamento di approccio pastorale e non di dottrina, deve avere evidentemente qualche problema con il principio di non contraddizione;
  2. Tale cambiamento di dottrina avverrebbe non per dichiarazione esplicita ma grazie a una possibile interpretazione delle note (ripeto: note) 329, 336 e 351 della Amoris Laetitia;
  3. L’interpretazione autentica – e definitiva - sarebbe affidata a una lettera privata del Papa ad alcuni vescovi. Vale a dire che, senza qualche manina che la passasse a un giornale, forse i cattolici sparsi nel mondo non l’avrebbero mai conosciuta.
Si tratta di un quadro francamente surreale, che prescinde da ciò che oggettivamente è Magistero, e funzionale a chi vuole il cambiamento dottrinale della Chiesa in una certa direzione e usa di qualsiasi mezzo per arrivarci, puntando a creare una mentalità favorevole a tale cambiamento. In tutto questo i pronunciamenti magisteriali diventano un optional: si ripete ancora una volta lo schema dello "spirito del Concilio" che prescinde totalmente da ciò che i documenti effettivi del Concilio affermano.

In aggiunta però ci sono alcuni elementi che fanno ritenere la vicenda un po’ più complessa di come appaia a prima vista. Anzitutto le date: il documento dei vescovi argentini porta la data del 5 settembre, e del 5 settembre è anche la risposta di papa Francesco, una rapidità davvero insolita per la risposta di un Papa che deve riflettere su questioni e procedure piuttosto complesse. 

Inoltre dopo la pubblicazione dei documenti sul sito Infocatolica, ci deve essere stata una reazione di almeno parte dell’episcopato argentino, perché successivamente è stato affermato che le linee guida dei vescovi non sono ancora definitive, si tratta di una bozza ancora da rivedere. Ma se questo è vero, chi ha coinvolto il Papa nell’approvazione di linee guida non ancora adottate? 

Domande a cui forse nei prossimi giorni si potrà avere risposta, ma tornando alla vicenda principale c’è da chiedersi cosa potrà accadere prossimamente, quali reazioni potranno avere vescovi e cardinali che hanno già chiesto chiarimenti ufficiali al Papa o che nelle loro linee guida hanno dato ben altra interpretazione al capitolo VIII dell’Amoris Laetitia. 

Di sicuro però, anche se la lettera firmata da Francesco rispecchiasse il suo vero pensiero in materia, questo non significa che essa possa essere considerata la fine del dibattito. Per il semplice fatto che cambiamenti dottrinali o indicazioni pastorali devono essere “insegnate” (magistero vuol dire insegnamento) nelle modalità richieste e in modo chiaro, inequivoco (altrimenti che insegnamento è?). In altre parole: se papa Francesco – come chiunque altro Papa - desiderasse davvero cambiare le condizioni per l’accesso all’Eucarestia, sarebbe necessario che lo dicesse esplicitamente rivolgendosi a tutti i cristiani: una lettera privata destinata ad essere letta da pochi intimi non è un atto di magistero, né lo possono essere frasi - o addirittura note - poco chiare. Il resto sono chiacchiere.

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-amoris-laetitiail-dibattito-non-e-finito-17388.htm#.V9e7PHpNjgE.facebook

mercoledì 27 luglio 2016

chiesa e patacche .... della misericordia

L’omicidio dell’akribeia per l’oikonomia e il suo successivo suicidio


 

In questo post accennerò brevemente e chiaramente a certi temi morali che si dibattono da molto nel mondo cattolico. Per mesi nel Cattolicesimo è stata invocata la “misericordia” nei riguardi di chi vive forme diversificate di convivenza dicendo che tali persone sono credenti di “serie B” dal momento che non possono accedere all’eucarestia. Questo e discorsi analoghi sono tediosi e molto pericolosi e dirò il perché. Con tale affermazione s’invoca un’applicazione generosa della legge morale un’oikonomia, per dirla con linguaggio tecnico greco. Se non si applica tale oikonomia si finisce per non essere dei veri cristiani e, qualcuno dice, si è dei rigoristi attaccati alla legge, come i farisei di un tempo.

Per uscire dai rovi di questi discorsi semplicistici e confusi e capire qualcosa di più bisogna interrogare la storia e comprendere le scelte di fondo dell’antico Cristianesimo, assai più rigoroso di quello attuale.

San Paolo ai suoi cristiani chiedeva addirittura di non sposarsi, poiché il Signore, per lui, stava per venire e un matrimonio li avrebbe, almeno parzialmente, distratti dagli inderogabili obblighi della vita cristiana (discorso rigoroso ossia che segue l’akribeia, detto con termine greco). Poi, vedendo la realtà, san Paolo decide di applicare l’oikonomia: “È meglio sposarsi che ardere!”.

Cosa c’indica il passo paolino? Che il fine delle posizioni rigorose di akribeia è quello di mantenere aperto il cammino verso Cristo, di mantenere viva nel cuore del credente la coscienza della realtà di Dio. La legge rigorosa non ha senso per se stessa ma per scrollare l’uomo e indicargli il cammino verso il Cielo, un cammino che non è facile per nessuno. Questo perché l’uomo, lasciato ai suoi soli criteri personali, si autogiustificherebbe subito con quel criterio utilizzato spesso e che si riassume nella seguente frase: “Se ti senti bene così, allora va bene così”.
 
Per la Chiesa questo discorso, che può essere valido per la psicologia, non ha senso. La Chiesa non si muove con la psicologia (come oramai accade spesso in Occidente) ma con la spiritualità che sta su un piano totalmente diverso e implica vere e proprie percezioni interiori. La seconda non è necessariamente contro la prima ma ha fini e prospettive che la prima non può avere per sua stessa scelta.
 
Perciò l’oikonomia della Chiesa è sempre fatta per portare all’akribeia o quanto meno per tendere verso essa, l’applicazione larga della legge morale è fatta per portare ad un’applicazione sempre più rigorosa.
 
Faccio un esempio:
Nel caso di due conviventi non sposati, la Chiesa dovrebbe chiedere ad entrambi se vogliono amare Cristo. Se sì, dovrebbe loro ricordare che questo comporta una sequela che, come per tutti, impone anche dei sacrifici. Cristo accoglie tutti ma non li vuole lasciare come sono e chiede loro pian piano di cambiare per assumere la “veste nuziale” e poter entrare nella stanza dello Sposo (cfr. Mt 22, 1-14 ).
 
Il cambiamento o metanoia, è prima di tutto un atteggiamento interiore, è l’ammissione che nessun uomo è perfetto dinnanzi a Dio, che la nostra è una natura ferita, passionale, dunque soggetta ad oscurarsi e a chiudersi a Dio.
 
A quest’atteggiamento interiore e spirituale deve corrispondere pian piano una scelta esteriore e pratica: due conviventi o si sposano regolarmente o rinunciano all’uso della sessualità. Nella Chiesa la sessualità è regolata, non lasciata all’arbitrio o al capriccio personale. Tale regola ha come fine ultimo quello di non oscurare l’animo dinnanzi alle realtà celesti poiché l’uomo nell’abbondanza e nella possibilità di far ciò che vuole si taglia inevitabilmente da Dio finendo per dire a se stesso: “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia” (Lc 12, 19).

Se la scelta della castità non si può fare, anche per umani e ragionevoli motivi, la vita cristiana sarà inevitabilmente sempre piuttosto marginale alla Chiesa (*). Ciò non significa essere di “serie B” o esserne fuori, significa aver scelto da se stessi un luogo in cui stare e in quel luogo Dio aiuterà le persone di buona volontà nella misura a Lui nota e possibile.
 
Dal mio punto di vista, se i conviventi non hanno rapporti sessuali per un certo tempo, la Chiesa può anche ammetterli ai sacramenti, ma sempre agendo con attenzione. In questo modo è fatta salva l’oikonomia e non si intacca l’akribeia.

Molto differente è il caso che si sta cercando di attuare: partendo dalla constatazione puramente psicologica che l’amore di due conviventi è uguale (o più elevato) all’amore di due persone regolarmente sposate, si dice che esiste una vera e propria ingiustizia a non ammetterli ai sacramenti. Esiste, dunque, chi li vorrebbe ammettere immediatamente e sempre, cosa che si fa già.

Siamo dinnanzi al caso di una oikonomia che uccide l’akribeia: chi fin ora ha seguito la via rigorosa si sentirà tradito dalla stessa Chiesa! Non ci si accorge, per di più, che tale oikonimia, dopo aver ucciso l’akribeia, non può che uccidere se stessa! Infatti, rimosso il valore della conversione, dichiarata de facto l’identica dignità di ogni forma di convivenza (probabilmente vero psicologicamente ma non spiritualmente), appoggiati unicamente su una visione psicologica e non spirituale dell’uomo, si giunge inevitabilmente al detto: “Se ti senti bene così, allora va bene così”. Questo alla lunga può veramente portare all’agnosticismo e all’abbandono di ogni pratica religiosa poiché l’uomo si concepisce autosufficiente, ossia bastante a se stesso.
Credo che in Occidente il mancato dosaggio sapienziale dell’oikonomia, l’ideologica e pregiudiziale condanna senza appello dell’akribeia, la mancanza di una prospettiva spirituale sostituita in gran parte da concezioni psicologiche porteranno alla fine dello stesso Cristianesimo.

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(*) Quest’argomento è spinoso. In un contesto che esalta all’inverosimile la sensualità e la sessualità  - fino al punto incredibile da paragonare le relazioni trinitarie a quelle sessuali - risulta quasi impossibile valorizzare la continenza sessuale. In realtà la Chiesa l’ha sempre  valorizzata (come non poche religioni storiche) perché l’uso indiscriminato della sessualità sfibra le energie dell’anima, abbassa o acceca la coscienza spirituale, snerva l’intuito interiore. Il logion evangelico "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio" non è pronunciato a caso e non si riferisce neppure ad una semplice condizione ultraterrena, oltrepassata la vita presente. L’intuizione della presenza divina è come l’ascolto del rumore leggero del vento (e anche qui non è un caso che la Scrittura riferisca che la presenza di Dio sta nella brezza - 1 Re 19, 11-13): come sarebbe impossibile sentire il rumore leggero del vento se ascoltassimo musica a tutto volume, così è impossibile intuire la presenza divina in un animo dedito ai piaceri sensuali e disperso nella molteplicità del mondano. Non è dunque un caso che tutte le religioni che coltivino un minimo di spiritualità sostengano la continenza sessuale, cosa alla quale sono chiamati in determinati periodi a praticare pure gli sposi cristiani. Se, viceversa come sta succedendo, quasi un’intera Chiesa perde di vista la spiritualità sostituendola con la psicologia, è inevitabile non capire più la continenza sessuale. La ribellione verso essa finirà per essere addirittura favorita da una concezione della vita legalistica e moralistica, dal momento che pure questa è sganciata da ogni genere di spiritualità ed empeirìa cristiana o equivoca la spiritualità con una concezione religiosa puramente psichica, un sottoprodotto della stessa sensualità dove Dio è un zuccheroso bonaccione mille volte distante dal "Dio sabaoth" della rivelazione biblica.

Inoltre, a ben osservare, la cosiddetta "sessuofobia" e il disprezzo del corpo, atteggiamenti malati che l’Oriente cristiano non conosce e provenienti da una matrice filosofica neoplatonica che ha affascinato il mondo latino medioevale, provengono inizialmente dalla sopraccennata conoscenza spirituale ma poi, con l'idea di migliorarla, l'hanno distorta. Perciò si deve stare ben attenti a non proiettare sulla rivelazione cristiana e sugli scritti paolini questo tipo di concezioni - alcuni dicono che san Paolo era un sessuofobo! - concezioni posteriori e che il mondo biblico era lungi dal condividere.

mercoledì 13 luglio 2016

BURKE: “rapporti sessuali con una persona che non è il coniuge è o fornicazione o adulterio”

 
 
Nicola Bux
        
Il Sacerdote barese monsignor Nicola Bux nei suoi incontri, come nei suoi scritti, non ha peli sulla lingua. Quello che davvero non gli fa difetto è la chiarezza ed il coraggio (ed una grande conoscenza teologica, soprattutto sulla Sacra Liturgia). Ha detto testuale “non è un peccato criticare il Papa” . Per chiarezza ed intrepida fede brilla anche il Cardinale americano Raymond Leo Burke. Dopo la pubblicazione dell’esortazione post-sinodale Amoris laetitia il cardinale  Burke aveva espressamente detto che il documento, a suo parere, ha “una natura personale cioè non magisteriale”.
 
 
A questa sua affermazione sono seguite una serie di risposte, più o meno dirette. L’ultima in ordine di tempo è quella di don Vitali, teologo dell’Università Gregoriana di Roma, che all’agenzia Sir ha dichiarato: “Appare del tutto specioso l’argomento di chi, dopo aver intimato a Francesco di non toccare la dottrina, ora pretende di derubricare la sua esortazione a opinione personale. Per essere magistero autentico, non è detto che un documento debba sempre contenere dichiarazioni dottrinali e norme imperative”.
 
Ma il cardinale Burke rilancia dalle colonne del seguitissimo portale americano Lifesitenews.
“Qualcuno”, ha detto il porporato, “mi ha criticato per aver detto che il documento non è magistero; costoro hanno affermato che si tratta di una Esortazione post-sinodale e, perciò, deve essere parte del magistero; ma non è il titolo del documento che gli conferisce la qualifica di magistero. Bisogna leggere i contenuti e, se lo si fa, si vede che questo documento va letto criticamente, alla luce del Catechismo, alla luce del magistero della Chiesa. Quelle parti che sostengono e danno piena espressione al magistero della Chiesa vanno bene, ma ci possono essere altre cose che sono riflessioni del Santo Padre ma non sono magistero”.
 
Alla domanda circa il turbamento che abiterebbe nell’animo di molti fedeli, soprattutto perché l’autore del testo è il Papa, il cardinale risponde dicendo che “non siamo stati abituati a questo tipo di scrittura da parte del Santo Padre. In passato il Santo Padre parlava molto di rado, o scriveva molto raramente, e lo faceva sempre con una grande attenzione al fatto che egli è il Vicario di Cristo in terra e, quindi, che ogni espressione della Fede deve essere aderente alla verità del magistero della Fede […] Papa Francesco ha scelto di scrivere e parlare in un modo tale per cui vi è una sorta di commistione tra l’esposizione dell’insegnamento della Chiesa e l’espressione dei propri pensieri personali, e molte volte lo fa in un linguaggio molto colloquiale, nel quale a volte non è così facile capire esattamente che cosa vuole dire.
 
E quindi penso che dobbiamo renderci conto che qui abbiamo un diverso modo di scrivere del Papa, e noi possediamo tutti gli strumenti nella nostra fede per comprendere correttamente questo modo di scrivere, ma non ci è familiare. Tuttavia è semplicemente non vero sostenere che questo documento sia parte del magistero come lo erano, per esempio, la Lettera Enciclica Evangelium vitae, o Familiaris consortio – che era anch’essa una Esortazione Apostolica post-sinodale -, giacché questo documento non è scritto nello stesso modo di quelli. E’ scritto in un modo molto differente.
 
A tal proposito, inoltre, credo che la cosa importante sia che quando si legge in modo critico il documento, si sia sempre rispettosi della persona del Papa. Indulgere a mancanza di carità rispetto a qualsiasi compagno di fede, e in modo particolare verso il Romano Pontefice, è del tutto inappropriato e sbagliato”.
Interessante è anche la risposta che il cardinale Burke ha dato a proposito della questione delle circostanze attenuanti nel caso dell’accesso all’eucaristia per le coppie di divorziati risposati. “Le circostanze attenuanti”, ha detto, “si applicano a singoli atti, e rimane vero che per un atto individuale ci può essere qualche circostanza che diminuisce il grado di colpevolezza. Ma per quanto riguarda il vivere pubblicamente in stato di peccato, dato che nostro Signore provvede ad ogni persona che è sposata la grazia per vivere nella fedeltà a quel matrimonio, si può dire che, sì, possono vivere in fedeltà nel matrimonio perché hanno la grazia per farlo. Malgrado ci possa essere ogni tipo di  obbligo grave – bambini da educare e ai quali fornire una casa ecc. -, tutti questi obblighi possono essere rispettati rimanendo fedeli all’unione matrimoniale”.
 
Per questo, dice Burke, “se costoro [divorziati risposati] vivono in quello che appare essere uno stato di peccato, ma in effetti non stanno peccando – in altre parole: se costoro vivono come fratello e sorella -, allora è vero [possono accedere all’eucaristia, NdR]. Ma se costoro sono impegnati in relazioni more uxorio, ciò è oggettivamente peccaminoso e non può essere diversamente. Non può essere non peccato e peccato allo stesso tempo. Oggettivamente, avere rapporti sessuali con una persona che non è il coniuge è o fornicazione o adulterio”.
 

giovedì 23 giugno 2016

Tommaso Moro: un uomo

S. Tommaso Moro:
morire per l'obiezione di coscienza
 
 
 
di Alfredo Incollingo

Thomas More era il Lord Cancelliere del re inglese Enrico VIII
. Ricopriva un ruolo di degno rispetto nella corte reale ed era probabilmente il notabile più invidiato e “quotato” nel regno e in Europa. La sua fama lo precedeva dovunque e, prima di divenire un alto dignitario, svolse con successo le numerose missioni diplomatiche nel continente che gli valsero la stima e il rispetto del monarca. Thomas era anche un noto e apprezzato umanista, amico di Erasmo da Rotterdam e un autore raffinato. “Utopia”, l'opera più conosciuta del More, divenne un testo letto nei principali circoli umanisti dell'epoca e ancora oggi conserva la sua positività, nonostante si parli di un mondo utopico, inarrivabile. 

 More aveva le “carte in regola” per assicurarsi una vita di successo e di ricchezza per sé e per i suoi discendenti, ma preferì morire piuttosto che andare contro la sua coscienza e la sua fedeltà alla Chiesa Cattolica.

Thomas More, come i primi martiri della Chiesa, è un obiettore di coscienza. Anche oggi esistono e per fortuna aumentano di numero tra le tante invettive dei media e dell'intellighenzia libertina e progressista. Con tenacia si resiste alle polemiche e alle parole blasfeme, ma, lo possiamo dire, oggi siamo fortunati, non siamo ancora arrivati alla condanna a morte, sebbene vi siano già delle avvisaglie di persecuzione. Il “caso More” è un monito a non cedere, anche di fronte alle ripercussioni più dure: portare avanti la propria battaglia contro l'aborto e l'eutanasia, per esempio, costa in visibilità e nei rapporti personali, ma il premio sarà enorme e non c'è dubbio che il nostro “sacrificio” darà adito ad altri obiettori. La prassi è più forte delle parole e, chi non ha coraggio di mostrare in pubblico le proprie idee, avrà la sicurezza necessaria per farlo con determinazione.

Thomas More ne aveva molto di coraggio, un atteggiamento che nasce da una fede salda e mai cedevole. Questo è il cristiano: un uomo o una donna capaci di testimoniare il Vangelo senza paura.

 More aveva tutto, ma decise di lasciare ogni cosa pur di non recare torto alla propria coscienza e vivere di rimorsi.

Nel 1532 Enrico VIII impose ai propri sudditi un giuramento di supremazia del re inglese quale nuovo “capo”  politico e teologico della chiesa anglicana in risposta al rifiuto di Papa Clemente VII di sancire il suo divorzio da Caterina d'Aragona. Il clero fu costretto a sottomettersi alle volontà reali, ma Thomas More, pur essendo laico, protestò e criticò la scelta del re, lasciando il 16 maggio 1532 il suo incarico di Cancelliere. La riforma di Enrico VIII era chiaramente anti-papale e il Lord, fedele cattolico, non poteva prestar giuramento ad un atto “contro coscienza”. La sua fede era più forte delle beghe politiche ma queste finirono per travolgerlo. Thomas fu invitato (non senza minacce) a giurare fedeltà al monarca nell'aprile del 1535. Rifiutò categoricamente e venne imprigionato nella Torre di Londra: nella prigionia More stoicamente continuò il suo lavoro intellettuale, scrivendo senza sosta con il costante conforto dalla figlia Margaret. Non palesò mai il rimpianto di aver perso tutto per restare fedele alla propria “causa” e men che meno dimostrò sofferenza per la sua condizione. Fu allestito un processo che si risolse con una condanna a morte che fu eseguita il 6 luglio 1535. Le testimonianze ricordano la compostezza di Moro nell'accettare da buon funzionario la decisione del re e da buon cristiano la difesa del Vangelo e della Chiesa di Cristo.

Venne canonizzato da Papa Pio XI nel 1935 e riconosciuto “patrono” degli avvocati e degli statisti da San Giovanni Paolo II nel 2000. Fu un atto importante per tutto il mondo cattolico perché si riconobbe la rilevanza della vita e del gesto ultimo del More.  I “principi del foro” cattolici e i politici (veramente cristiani) ogni giorno affrontano la missione di difendere Cristo dai veleni del mondo, come tanti More vessati dalla pubblica società.

sabato 23 aprile 2016

La prostituta e il sacrilegio

La prostituta che scelse le lacrime
e non il sacrilegio




Tra il 2004 ed il 2007, nei miei primi anni da seminarista, ho prestato servizio presso la parrocchia di Santa Lucia, a Gascón y Honduras, nel quartiere Palermo di Buenos Aires. Lì, ogni domenica, alla messa delle 11, vedevo una prostituta di origine dominicana. Non importava quale fosse il clima, o se ci fosse qualche altro evento; lei non rinunciava mai al santo sacrificio.

Se ne stava seduta negli ultimi banchi, come il pubblicano del Vangelo (Lc 18, 9-14) e partecipava con sincera pietà alla celebrazione. Aveva sempre, invariabilmente, la testa bassa; e il suo atteggiamento era tale che soltanto riserva e discrezione potevano circondarla.

 
Rimaneva fino alla fine della messa. Ma quando era il momento di salutare, sulla porta d'ingresso della chiesa, evitava qualsiasi conversazione con i sacerdoti e altri ministri.
 

Alzava attorno a sé un muro impenetrabile di silenzio, sicuramente per evitare di essere protagonista, al posto di Dio, dell'incontro. E al contempo affinché la muta dei chiacchieroni non commettesse altri massacri…

I suoi abiti erano in accordo con la sacralità del luogo. Mai è stata vista con abiti leggeri ne in attitudini irrispettose o irriverenti. Possedeva, in quei momenti, un pudore e un ritegno che non si vede in altre donne che pur non praticano, ufficialmente, il "mestiere del vizio"…

Ricordo di aver scambiato con lei appena i saluti e qualche altra parole di circostanza. Venni a sapere, da altre persone, che la chiamavano Vanessa; anche se dubitavo, con fondamento, che questo fosse il suo vero nome.
Su come fosse arrivata a quel punto c'erano, come al solito, le più svariate supposizioni: da chi diceva che l'avevano fatta cadere in inganno, con la promessa di un lavoro più degno, fino a chi diceva che era sposata, ma era stata poi abbandonata dal marito. Così da trovarsi cacciata senza pietà sulla strada e nel peccato.

Ovviamente, non si parlava di lei nelle conversazioni con i sacerdoti della parrocchia. La discrezione e il sigillo sacramentale, il segreto della confessione, rendevano impossibile parlarne.

Nella messa delle 11 aiutavo il celebrante sull'altare se arrivavo per tempo dal seminario. O mi mettevo nell'ultima panca, tra il popolo, se la messa era già iniziata.

Quando arrivava il momento della comunione lei rimaneva in piedi, con la testa bassa, in lacrime. Un giorno ho perfino visto un pozzetto di lacrime sull'inginocchiatoio della panca.

Non poteva ricevere sacramentalmente Gesù nel suo Corpo, Sangue, Spirito e Divinità. E quelle abbondanti e penitenti lacrime erano la cornice del suo cammino di conversione.


Mai ho sentito uscire dalla sue labbra alcuna espressione che sfidasse gli insegnamenti di Cristo e la disciplina della Chiesa sull'eucarestia, come al contrario fanno oggi tanti che non hanno neppure fede o non frequentano la messa, ma rivendicano il loro presunto "diritto ad accedere alla comunione".
Evidentemente, aveva ricevuto una buona formazione religiosa, per cui non era capace di conficcare un coltello nel Cuore di Cristo. Anche lei aveva scelto. E nel suo stato aveva scelto bene: scelse le lacrime e non il sacrilegio.

Oggi si dice, giustamente, che "la Chiesa è un grande ospedale di campo, dove si curano le ferite di guerra". Immagine molto chiara, e molto vera.

Ma bisogna dire anche che in ogni ospedale possono guarire solo quelli che sono consapevoli del loro male e che, di conseguenza, non combattono contro i medici e le medicine. Se invece di avere un atteggiamento umile e ricettivo alla cura, soltanto blandiscono disubbidienza e capricci, la cancrena sarà inevitabile. E le conseguenze, funeste.

Il Signore ci ha detto (Mt 21, 28-32) che le prostitute ci precederanno nel Regno dei Cieli. E che la durezza di cuore ha come unica conseguenza il persistere nel peccato.


La lettera e lo spirito della legge, inseparabilmente uniti, ci rendono liberi. E ci preparano, come scelti da Dio, per essere "santi e irreprensibili dinanzi a lui, avendoci predestinati nel suo amore" (Ef 1, 4-5).

Pretendere di fare appello soltanto al presunto spirito della legge è uccidere la lettera, cioè quello che Dio comanda. E con questo, la morte del peccatore è inevitabile.


Quella prostituta, che dopo tanto tempo e per via delle distanze non ho più rivisto, mi insegnò che il sale di Cristo brucia… ma guarisce. E che la migliore pastorale sta nell'essere servi, a tempo pieno, dell'unico Pastore e delle sue leggi. Unico, splendido e vivificante cammino di salvezza.


http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/04/19/amoris-l%c3%a6titia-la-prostituta-che-scelse-le-lacrime-invece-del-sacrilegio/

martedì 5 gennaio 2016

una famiglia santa non è fatta di angeli

K. Bryant: perché una famiglia 

santa non è fatta di angeli




Kobe Bryant, una delle stelle del basket di tutti i tempi, che ha annunciato di recente il suo ritiro a fine della stagione, è il protagonista di un post su Church Pop che viene a proposito in occasione della festa della Sacra Famiglia. Perché?
Molti non sanno che Bryant, nato a Philadelphia nel 1978, è cresciuto in una famiglia cattolica e che a sei anni la sua famiglia si è trasferita a un’ora da Roma, tanto che ancora oggi il campione Nba ha un’ottima padronanza dell’italiano.


Nel 2001, quando aveva 23 anni, Bryant ha sposato la 19enne Vanessa Laine, anche lei cattolica. Nel 2003 è nato il loro primo figlio.
Nello stesso anno, Bryant è stato accusato di aver stuprato una ragazza nella sua camera d’albergo mentre si trovava in Colorado per un intervento al ginocchio. Il giocatore ha ammesso di aver avuto un rapporto con la ragazza, ma ha negato lo stupro. Dopo queste accuse molti sponsor lo hanno abbandonato mentre la sua reputazione ha subìto un forte contraccolpo.
Nel 2004 un giudice ha archiviato le accuse di stupro, ma la donna ha presentato un ricorso civile contro Bryant, risolto al di fuori dei tribunali.
Bryant e sua moglie sono rimasti insieme per qualche anno dopo le accuse, e hanno anche avuto un secondo figlio, ma nel 2011 la moglie ha chiesto il divorzio.
Ma la storia non finisce qui…

In un’intervista rilasciata a GQ nel febbraio scorso, Bryant ha spiegato come la sua fede cattolica lo abbia aiutato ad affrontare il brutto momento provocato dalla sua infedeltà.

“La perdita di consensi era l’ultima delle mie preoccupazioni. Avevo paura di andare in prigione? Sì. Avevo 25 anni. Ero terrorizzato. L’unica cosa che mi ha aiutato davvero durante quel processo – sono cattolico, sono cresciuto come cattolico, i miei figli sono cattolici – è stato parlare con un sacerdote”.

“È stato quasi divertente. Mi ha guardato e mi ha detto: ‘L’hai fatto?’, e io ‘Ovviamente no’. Poi mi ha chiesto: ‘Hai un buon avvocato?’, ed io ‘Sì, è fenomenale’. Al che lui ha detto solamente questo: ‘Lascia stare, vai avanti. Dio non ti darà nulla che tu non possa affrontare, e ora è tutto nelle sue mani. È una cosa che non puoi controllare, quindi lascia stare’. E quello è stato il punto di svolta”.

Nel 2013, Bryant e la moglie hanno annunciato di essersi riconciliati e di aver sospeso la questione relativa al divorzio.
In questa giornata in cui i cattolici ricordano la Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, è importante ricordare che essere una sacra famiglia non è un’astrazione, ma una realtà concreta.

Una sacra famiglia non è fatta di angeli ma di peccatori, il cui amore per Dio e il cui amore reciproco non permettono che la morte provocata dal peccato impedisca di cercare la vita risorta che deriva dal perdono.

Moltissime persone sono cresciute nella fede cattolica, si sono sposate con un cattolico secondo la Chiesa cattolica e stanno cercando di rimanere fedeli ai propri voti e di allevare i propri figli come cattolici.
Al giorno d’oggi è difficile riuscire a fare tutto questo. Il peccato e la mancanza di perdono non fanno altro che aumentare l’oscurità che troppo spesso porta alla morte di matrimoni e famiglie.
Bryant e la moglie sono evangelizzatori cattolici che attraverso l’esempio della loro vita insegnano ad altri sposi e ad altri genitori che vivono un momento buio e sono sull’orlo della disperazione a percepire la luce nell’oscurità, a imparare da questa esperienza e a nascere nuovamente in Cristo come sposi e genitori, secondo la volontà di Dio.
[Traduzione e adattamento dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]
http://it.aleteia.org/2015/12/30/lesempio-di-kobe-bryant-perche-una-famiglia-santa-non-e-fatta-di-angeli/

martedì 26 agosto 2014

disonestà intellettuale

DIVORZIATI "RISPOSATI", 

GLI STUDIOSI RIMBECCANO KASPER




A seguito dell’apertura - sedicente pastorale - verso i divorziati “risposati” proposta dal cardinale Walter Kasper al concistoro del 20 febbraio 2014 in preparazione al sinodo sulla famiglia che deve tenersi il prossimo ottobre, molte riviste accademiche hanno pubblicato studi che sostengono la dottrina della Chiesa e rigettano gli argomenti del cardinal Kasper.
Nella rivista Die Neue Ordnung (n°3/2014, pp. 180-191) il cardinal Walter Brandmueller, ex presidente del Comitato pontificale delle scienze storiche, evoca il conflitto che oppose, nel IX secolo, il papa Niccolò I ed il re di Lotaringia Lotario II.
Lotario, inizialmente unito, senza essere sposato, a Valdrada, sposò poi per ragioni d’interesse politico Teoberga. In seguito si separò da costei per risposarsi con la sua precedente concubina; volle ad ogni costo che il papa riconoscesse la validità di questo secondo matrimonio. Ma, benché Lotario beneficiasse dell’appoggio dei vescovi della sua regione e del sostegno dell’imperatore Lodovico II, che arrivò ad entrare in Roma colla sua armata, il papa Niccolò I (oggi venerato come santo) non si sottomise alle sue pretese e non riconobbe mai come legittimo il secondo "matrimonio" di Lotario.
Al termine di questo richiamo storico, il cardinal Brandmueller ricava una lezione per la Chiesa di oggi. Ecco la sua conclusione, che riprendiamo dal sito del vaticanista Sandro Magister:
E' necessario – come già osservato – che la Chiesa possa essere certa dell’aiuto costante dello Spirito Santo, che è il suo principio vitale più intimo, il quale garantisce ed opera la sua identità nonostante tutti i cambiamenti storici.
Così, dunque, lo sviluppo effettivo del dogma, del sacramento e della gerarchia del diritto divino non sono prodotti casuali della storia, ma sono guidati e resi possibili dallo Spirito di Dio. Per questo tale sviluppo è irreversibile e aperto solo in direzione di una comprensione più completa. La tradizione in tal senso ha pertanto carattere normativo.
Nel caso esaminato, ciò significa che dal dogma dell’unità, della sacramentalità e dell’indissolubilità, radicati nel matrimonio tra due battezzati, non c’è una strada che porti indietro, se non quella – inevitabile e per questo da rigettare – del ritenerli un errore dal quale emendarsi.
Il modo di agire di Niccolò I nella disputa sul nuovo matrimonio di Lotario II, tanto consapevole dei principi quanto inflessibile ed impavido, costituisce una tappa importante sul cammino per l’affermazione dell’insegnamento sul matrimonio nell’ambito culturale germanico.
Il fatto che il papa, come anche suoi diversi successori in occasioni analoghe, si sia dimostrato avvocato della dignità della persona e della libertà dei deboli – per la maggior parte erano donne – ha fatto meritare a Niccolò I il rispetto della storiografia, la corona della santità ed il titolo di "Magnus".
In un contributo datato 9 giugno 2014, sette teologi e canonisti, originari di quattro paesi europei, si sono espressi in favore dell’indissolubilità del matrimonio senza eccezioni, nemmeno attraverso il ricorso al concetto abusato di “misericordia”, e quindi contro l’accesso dei divorziati risposati alla comunione (qui il documento).
La rivista francese Catholica pubblica uno studio del padre Laurent Jestin, intitolato "Kasperiana", che si apre in questi termini:
Blaise Pascal a suo tempo s’era opposto ai casuisti accusandoli di compiacenza: “È così che i nostri Padri liberano gli uomini del penoso dovere di amare veramente Dio (…) voi vedrete che (per loro) questa dispensa dal fastidioso dovere di amare Dio è il privilegio della legge evangelica sulla legge giudaica.” (Lettere provinciali, X). Il cardinal Walter Kasper ha un bel difendersi e volersi porre su un modesto piano pastorale: la conferenza pronunciata davanti il concistoro straordinario dei cardinali il 20 e 21 febbraio 2014, su richiesta di papa Francesco, rinvia a questa indignazione dell’autore delle Provinciali, aggravata dall’impressione di una certa disonestà intellettuale.
Circa questa disonestà intellettuale p. Jestin mostra che il card. Kasper non agisce diversamente dalla maggior parte dei membri della commissione teologica che, nel 1966, consigliò a Paolo VI di rinunciare alla dottrina della chiesa sulla contraccezione. Il papa non seguì questi teologi e pubblicò l’enciclica Humanae vitae il 25 luglio 1968.
Nella rivista svizzera Nova et vetera del mese di agosto si trova una "valutazione teologica" delle "recenti proposte per l’accompagnamento pastorale delle persone divorziate e risposate" da parte di otto teologi americani, fra cui sette domenicani. Gli autori vi affermano che le questioni sollevate dal cardinal Kasper sono già state disciplinate all’epoca della controversia con la Riforma, nel XVI secolo:
La Riforma contestava direttamente gl’insegnamenti della Chiesa sul matrimonio e l’umana sessualità, con degli argomenti molto simili a quelli d’oggi. Si diceva che il celibato del clero era troppo difficile, un troppo grave peso da portare per la natura umana, anche se con la grazia. Era negata la natura sacramentale del matrimonio cristiano, come lo era la sua indissolubilità. In Germania fu introdotto il divorzio civile con il pretesto che non ci si poteva aspettare dallo Stato che privilegiasse incoraggiasse e difendesse il matrimonio per tutta la vita. Insomma la Riforma ha radicalmente ridefinito il matrimonio.
Il Concilio di Trento ha risposto a questa crisi in quattro modi. Innanzitutto, il Concilio ha definito dogmaticamente l’insegnamento tradizionale sul carattere sacramentale ed indissolubile del matrimonio cristiano, identificando esplicitamente il risposarsi con l’adulterio. In secondo luogo, ha resa obbligatoria la forma pubblica ed ecclesiale del matrimonio, correggendo l’abuso dei matrimoni privati e clandestini (in simili casi, uno degli sposi abbandonava talvolta il suo matrimonio basato unicamente sulla propria decisione privata e soggettiva ed in seguito si risposava pubblicamente: il Concilio ha vietato quest’approccio soggettivo e privatizzato). Quindi, il Concilio di Treno ha definito come dogma la giurisdizione della Chiesa sui casi di matrimonio, esigendo per preservare l’integrità dei sacramenti che essi fossero giudicati sulla base di modelli oggettivi nei tribunali ecclesiastici. Infine, ha insegnato esplicitamente che gli adulteri perdono la grazia giustificante: gli adulteri e tutti gli altri che commettono peccati mortali, benché non perdano la fede, perdono la grazia giustificante e sono esclusi dal Regno di Dio, a meno che non si pentano ed abbandonino e detestino il loro peccato, e facciano la confessione sacramentale (in un altro luogo, il Concilio tridentino decretò ch’essi non potevano ricevere la santa comunione fintanto che non facessero questo).
Non è proprio possibile ammettere alla santa comunione coloro che perseverano nell’adulterio ed affermare allo stesso tempo queste dottrine conciliari. Le definizioni tridentine di adulterio, giustificazione (che implica la carità oltre che la fede), o del senso e significato dell’eucaristia, ne risulterebbero mutate. La Chiesa non può trattare il matrimonio come una questione privata, né come una questione appannaggio dello Stato, né come qualcosa che si decida a partire dalla coscienza individuale.

Fonte: DICI n°299 du 01/08/14 [traduzione a cura di Franciscus Pentagrammuli]

mercoledì 18 dicembre 2013

IL CRISTO IDEALIZZATO


Il b. Giovanni Paolo II ai giovani


 

“Ma siete proprio sicuri che l’idea che vi fate di Cristo corrisponda pienamente 
alla realtà della sua persona? 

Il Vangelo, in verità, ci presenta un Cristo molto esigente. 
In particolare, per quanto concerne la sfera sessuale, 
è nota la ferma posizione da lui presa in difesa dell’indissolubilità del matrimonio 
e la condanna pronunciata anche nei confronti del semplice adulterio del cuore. 
Avendo questi precisi riferimenti evangelici, 
è realistico immaginare un Cristo “permissivo” nel campo della vita matrimoniale, 
in fatto di aborto, di rapporti sessuali prematrimoniali, extra-matrimoniali o omosessuali? 

Certo, permissiva non è stata la comunità cristiana primitiva, 
ammaestrata da coloro che avevano conosciuto personalmente il Cristo. 
Basti qui rimandare ai numerosi passi delle lettere paoline 
che toccano questa materia (cf. Rm 1, 26 ss; 1 Cor 6, 9; Gal 5, 19). 
Le parole dell’apostolo non mancano certo di chiarezza e di rigore. 
E sono parole ispirate dall’alto. 
Esse restano normative per la Chiesa di ogni tempo. 
Pertanto, se oggi la Chiesa dice delle cose che non piacciono, 
è perché essa sente l’obbligo di farlo. Essa lo fa per dovere di lealtà.” 

Il Beato Giovanni Paolo II ai giovani di Utrecht maggio 1985