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mercoledì 21 settembre 2016

gay e prete



di Luca Fumagalli

libIn Wilde, film del 1997 diretto da Brian Gilbert, vi è una scena fugace, solo pochi secondi, che però descrive con brillante intuizione il momento della definitiva separazione tra John Gray, giovane approdato al mondo letterario dopo una dura gavetta, e Oscar Wilde, suo amico e amante. Il loro rapporto era stato idilliaco, almeno fino a quando nell’orbita del vate irlandese aveva iniziato a gravitare l’egocentrico quanto affascinante Lord Alfred Douglas, soprannominato Bosie. Il disastroso esito della loro relazione fu il noto processo del 1895 che trascinò nel fango la reputazione del campione dell’estetismo inglese, confinandolo negli angusti spazi di una cella.
Quando Gray vede Oscar allontanarsi con Douglas, l’autocommiserazione si fa largo in lui: «Io sono solo il figlio di un falegname, mentre Bosie…». Robbie Ross, da poco diventato cattolico, non può far altro se non consolare l’amico con parole che, col senno di poi, suonano singolarmente profetiche: «Qualcun altro era figlio di un falegname».

Miseria e grandezza sono i due limiti entro cui si snodò la vita di uno dei protagonisti più discussi della Londra fin de siècle. Di umili origini, John Gray (1866-1934) dovette faticare non poco per affermarsi. Dalla sua parte vi erano la grande vivacità intellettuale e la serietà con cui si dedicava agli studi. Poeta di rara delicatezza, aperto alle influenze letterarie d’oltremanica, presto entrò a far parte del circolo decadente, legandosi tra gli altri a Ernest Dowson e a Aubrey Beardsley (di cui curò la pubblicazione postuma delle epistole).

Il suo nome iniziò a circolare sulla stampa britannica quando venne associato al protagonista de Il ritratto di Dorian Gray, chiaramente ispirato a lui. La ridda di polemiche che investì Wilde, accusato di aver scritto un romanzo immorale e impudico, fu mitigata dalla stampa cattolica, l’unica impegnata nella difesa di un testo che raccontava con precisione la progressiva discesa di un’anima negli abissi del peccato.

Vincenza Lagioia con il suo La vera storia di Dorian Gray compie un’operazione biografica singolare, soprattutto per quanto riguarda lo stile, costruendo una narrazione fatta di piccoli quadri, di tanti spiragli che si aprono senza soluzione di continuità sulla corrotta maestosità della letteratura britannica alle soglie del XX secolo. Il saggio, quasi un edificio felliniano, ripercorre con la passione di un avventuriero la biografia di John Gray, per troppo tempo rimasta celata dietro la maschera di Dorian.

In pochi, infatti, conoscono il secondo tempo della vita del giovane poeta, il cui inizio coincise proprio con l’abbandono di Wilde. La crisi che ne scaturì guidò provvidenzialmente Gray verso i sicuri lidi della Chiesa di Roma, una strada che percorse in compagnia di un nuovo amico, Andrè Raffalovich, un ebreo russo che divenne cattolico e che gli fu compagno fedele per il resto della vita.

Se è pur vero che il mondo dell’estetismo poté vantare numerose conversioni al cattolicesimo, per la maggior parte si trattò di infatuazioni passeggere, gesti provocatori che durarono lo spazio di un mattino. Quella fin de siècle, come ha scritto Griffith in un recente saggio, fu una “falsa partenza” per il revival cattolico britannico che sbocciò solamente qualche anno dopo, a ‘900 ormai avviato.

Raffalovich e Gray, al contrario, furono due sopravvissuti di quella tragica generazione. Quest’ultimo, tra l’altro, dopo gli studi presso il Collegio Scozzese di Roma – lo stesso seminario che aveva ospitato l’irrequieto Frederick Rolfe “Baron Corvo” – venne ordinato sacerdote. Entrambi divennero terziari domenicani e grazie ai loro sforzi congiunti fu costruita a Edimburgo una nuova chiesa parrocchiale.

Il poeta aveva ceduto il passo al sacerdote, un uomo pio e devoto che prendeva sul serio la sua vocazione. Lontano dagli eccessi giovanili, Gray trascorreva le giornate aiutando i bisognosi e trattenendosi per ore al confessionale. Nutriva un affetto particolare per la liturgia cattolica; ogni giorno, mentre Raffalovich occupava puntuale il suo posto in prima fila, celebrava la messa con dignità, attento a scandire le parole, rispettando il ritmo e le pause.

Negli ultimi anni di vita Gray fu in contatto anche con il domenicano McNabb, amico di Chesterton e Belloc, che tentò inutilmente di coinvolgerlo nel progetto distributista, finalizzato ad applicare i principi del cattolicesimo sociale espressi da Leone XIII nell’enciclica Rerum Novarum.

Attraverso gli studi di esegesi biblica conobbe inoltre il gesuita irlandese George Tyrrel, uno dei campioni del modernismo. Sebbene non condividessero una virgola delle sue idee, lui e Raffalovich gli furono vicini nei difficili momenti della scomunica, offrendogli anche un cospicuo aiuto economico (che Tyrrel rifiutò garbatamente).

La vera storia di Dorian Gray, al di là dei molti altri aneddoti che si potrebbero citare, è dunque un saggio audace, che smitizza attraverso il particolare punto di vista di John Gray, il poeta che divenne sacerdote, un’epoca sovente ridotta a trita collezione di cliché. Il volume è sopratutto la storia di una conversione, di un cuore che cambia, che riorienta il suo desiderio di bellezza passando dall’arte a Dio: «La poesia perfetta che questo sacerdote-poeta ha fatto è stato il poema finito della sua vita a Lui dedicata».

Il libro: Vincenzo Lagioia, La vera storia di Dorian Gray, Bologna, Minerva Edizioni, 2012, pagine 318, euro 19.
 http://www.radiospada.org/2016/09/john-gray-lesteta-omosessuale-che-divenne-sacerdote/?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork

martedì 2 febbraio 2016

prepararsi al martirio!!!!

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Elisabetta, Maria e i martiri inglesi: “Vieni ruota! Vieni forca!” di R. H. Benson 




di Luca Fumagalli
A cinque anni di distanza dal suo capolavoro, Il padrone del mondo, nel 1912 R. H. Benson diede alle stampe Vieni ruota! Vieni forca! (Come rack! Come rope!), ennesimo romanzo storico ambientato tra il 1579 e il 1588, in piena epoca elisabettiana, all’inizio delle persecuzioni sistematiche nei confronti dei cattolici.
Robin Audrey, figlio primogenito di un ricco possidente, è innamorato di Marjorie Manners, ma la ragazza, pur condividendo il medesimo sentimento, lo spinge al sacerdozio. Intuisce infatti il potenziale di Robin che, oltre alla devozione personale e a una fede salda, dimostra anche quello spirito pratico necessario ad affrontare i tempi venturi che si prospettano cupi: «Era di soldati come questi, tanto quanto quelli robusti e forti, che l’esercito di Cristo era composto». L’amore di Marjorie è così grande che rinuncia a lui pur di servire la volontà di Dio. Dopo gli studi e l’ordinazione nel continente, Robin ritorna in Inghilterra per celebrare la messa dove gli è possibile, viaggiando di nascosto. Nelle sue peregrinazioni affronta molte avventure, si imbatte in celebri personaggi storici e fa di tutto pur di portare il conforto di Cristo ai bisognosi. Sulla sua anima, però, come un ombra incombono gli strumenti del supplizio, la pena capitale a cui sono condannati tutti coloro che si rifiutano di abiurare la religione dei padri.
I protagonisti di Vieni ruota! Vieni forca! si muovono all’interno di un mondo lacerato da una frattura profonda, determinata dalla scelta di Elisabetta di continuare sulla strada tracciata dal padre. Il nazionalismo protestante si scontra violentemente con la sparuta minoranza cattolica, fragile e indifesa: è la riduzione storica del conflitto simbolo della letteratura di Benson tra i “padroni del mondo” – coloro che governano con ferocia e trionfano nel secolo – e i tanti innocenti che soffrono in nome di Dio e  a cui spetta la vittoria del Cielo. 
Il rischio della mera riproposizione di un canovaccio già visto è scongiurato dall’autore con la novità del tema politico che assume in questa sede una rilevanza inedita. Lo sguardo di Benson si ferma in particolare sui contrasti interni alla minoranza rimasta fedele a Roma.
Le polemiche tra i cattolici erano iniziate con la scomunica di Elisabetta da parte di San Pio V nel 1570. Il documento, Regnans in Excelsis, non solo non risultò decisivo ma, al contrario, contribuì involontariamente all’inasprimento della querelle: «Era, a dire il vero, una delle questioni a quei tempi discusse tra i cattolici. Il Papa non era stato abbastanza rapido per alcuni, e troppo rapido per altri. Un partito diceva che aveva tuonato troppo presto, se proprio era il caso di tuonare, e che era il caso di aspettare pazientemente finché Sua Grazia la regina non si fosse pentita da sola; l’altro partito diceva che non aveva tuonato abbastanza presto. Dal che si può almeno dedurre che lui era stato perfettamente opportuno. Non si poteva però negare che, dal giorno in cui aveva dichiarato Elisabetta fuori dall’unità della Chiesa e i suoi sudditi sciolti dal loro dovere di fedeltà – ma mai, come qualcuno finse allora e ha continuato a fingere da allora, che un privato potesse ucciderla e non commettere del male – da quel giorno, la ferocia di lei era aumentata di anno in anno contro le genti cattoliche, le quali non desideravano altro che di servire sia lei che il loro Dio, se lei lo avesse permesso e reso possibile».
Nel romanzo si delineano due gruppi con visioni diametralmente opposte. Da un lato vi sono coloro che, nonostante le persecuzioni, rimangono fedeli alla regina, speranzosi in un cambio di rotta di Elisabetta verso la tolleranza e la libertà di culto. Dall’altra vi è la compagine filospagnola, convinta che solo l’intervento armato di Filippo II possa liberare definitivamente l’isola dalle grinfie del protestantesimo. Per loro Elisabetta è un tiranno illegittimo e cospirano in tutti i modi per portare al trono la cugina della sovrana, la scozzese Maria Stuart, un esempio di virtù e fedeltà al Papa. Se Elisabetta aveva dichiarato loro guerra, essi erano tenuti moralmente a considerarsi dei belligeranti: «Strumenti di tortura fisici, tra cui la ruota, erano stati impiegati contro di loro. Allora perché non avrebbero dovuto impiegare anche loro lo stesso genere di strumenti, se potevano, in risposta?».
In questo tessuto si insinua la malevolenza della propaganda anglicana che dipinge i sacerdoti clandestini come spie al soldo degli spagnoli. Dietro l’imputazione di tradimento – tematizzata anche mezzo secolo dopo nel romanzo storico L’Invincibile Armata del polacco Jan Dobraczynsky – vi è solo un calcolo politico mirante all’eliminazione di ogni resistenza interna: «È questo che cercano per incolpare noi tutti. Non suonerebbe bene che dei cristiani spargessero sangue cristiano per il cristianesimo». Quella di Elisabetta è una vera e propria crociata contro il cattolicesimo, una modalità feroce per imporre un’autorità tirannica, autoreferenziale e assoluta.
Vieni ruota! Vieni forca! svicola la ferma presa di posizione a favore dell’una o dell’altra parte per porsi su un piano ulteriore nel momento in cui esalta le figure dei grandi martiri del cattolicesimo inglese, esempi di virtù cristiana che travalicano i particolarismi e offrono il loro sacrificio come testimonianza e stimolo.
Maria Stuart viene ingiustamente accusata di aver partecipato al complotto per spodestare Elisabetta quando, in realtà, ne è completamente all’oscuro. Alla regina di Scozia, vittima di false accuse, tocca il ruolo dell’agnello sacrificale. Con compostezza accetta la morte senza inutili strepiti limitandosi a protestare la sua estraneità ai fatti. Nelle ultime parole di Maria, pronunciate poco prima di morire, non c’è spazio per l’odio: «Quelli che ritenevo amici mi hanno preso in trappola, e hanno raggiunto colore al racconto. Prego il nostro Salvatore di perdonarli come faccio io; e con quel Salvatore nel cuore […] vi dico che sono innocente di ciò che mi imputano. Morirò per la mia religione, e nient’altro».
Anche Edward Campion è un personaggio leggendario. Corsaro del cattolicesimo, il gesuita percorre di nascosto tutta l’Inghilterra amministrando i sacramenti e fuggendo dalle guardie con abili stratagemmi. Il solo nome è fumo negli occhi per gli anglicani che ne temono il carisma, l’intraprendenza e la cultura, qualità che contribuiscono a fare di lui il nemico pubblico numero uno. Ma nel suo cuore non vi è traccia di acredine alcuna nei confronti degli inglesi o di Elisabetta. La sua ben nota ironia arriva addirittura a giustificare, con una punta di provocazione, la ferocia della regina: «Diciamo che prende la legge troppo alla lettera, e che presiede il nostro letto di Procuste protestante». Per lui la palma del martirio sopraggiunge nel 1581.
Nella morte di questi martiri non si può non scorgere il disegno provvidenziale di Dio, un forte richiamo alla conversione dei cuori e delle menti, un messaggio di concordia indirizzato a un’Inghilterra gretta e sorda. Anche davanti all’approssimarsi della morte, il martire non cede alla tentazione della disperazione. Come il buon ladrone, chiunque muoia per Cristo è certo che il giorno stesso sarà con Lui in Paradiso: «E’ per la fede cattolica che muoio – quella che una volta era la fede di tutta l’Inghilterra – e che, prego, sarà un giorno nuovamente la sua fede. In essa ho vissuto, e in essa morirò. E prego Dio, inoltre, che tutti coloro che mi sentono oggi abbiano la grazia di considerarla, come me – come la vera religione cristiana (e nessun’altra) – rivelata da Cristo nostro Salvatore».
Il libro: R. H. BENSON, Vieni ruota! Vieni forca!, Verona, Fede & Cultura, 2013, pp. 446, 11 Euro.

sabato 2 gennaio 2016

Con l’Italia mai!

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I Mille del Papa: sottane, pastori e anatre selvatiche in difesa di Pio IX




di Luca Fumagalli 
Accanto ai grandi avvenimenti della storia sorge sempre un corollario di aneddoti più o meno fantasiosi. Tra quelli connessi alle imprese dei volontari di Pio IX, uomini che da tutto il mondo raggiunsero il piccolo Stato pontificio per difendere il Papa dalle mire espansionistiche di Cavour e di Vittorio Emanuele II, ve ne è uno davvero singolare che riguarda la famosa medaglia d’argento “Pro Petri Sede” distribuita ai sopravvissuti della battaglia di Castelfidardo. Una consolidata tradizione orale garantisce che una di queste sia stata rinvenuta fra le spoglie del famoso capo pellerossa Toro Seduto. L’avrebbe strappata a un soldato irlandese passato dall’esercito papale a quello statunitense. Coinvolto nello scontro di Little Bighorn, dove gran parte del reggimento a cavallo del generale Custer fu massacrato, il soldato si comportò con tale coraggio da suscitare l’ammirazione dei vincitori. Toro Seduto si appropriò quindi della medaglia ritenendola un amuleto di forza e temerarietà.
Dato il triste destino del capo indiano, sembra che il feticcio tutto sommato non abbia sortito l’effetto sperato. Ma l’episodio, sebbene marginale, testimonia l’enorme eco internazionale che ebbero le imprese dei crociati antirisorgimentali accorsi a Roma tra il 1860 e il 1870. Nella Città Eterna in dieci anni transitarono volontari di ben ventisette nazioni. In tutto mai superarono le quindicimila unità, ma le scarse disponibilità economiche della casse pontificie non permettevano di mantenere un esercito più grande. I richiedenti furono numerosissimi e alcune fonti parlano addirittura di centomila giovani pronti a partire dal solo Quebec. Le reclute vennero dunque inquadrate in diversi corpi, il più famoso dei quali fu quello degli Zuavi, nato ufficialmente il 1 gennaio 1861 sui resti dei Tiragliatori franco-belgi.
I mazziniani accusavano la Chiesa di opporsi alla modernità, di arroccarsi dietro i bastioni dell’assolutismo per tentare inutilmente di proteggersi dall’inevitabile avanzata repubblicana. Forse non si accorsero – o non vollero accorgersi – che mai come nell’esercito papale la democrazia aveva trovato più vasta applicazione. Infatti, per la prima volta nella storia, il fabbro bavarese combatteva fianco a fianco con il conte francese, lo studente italiano con l’agricoltore irlandese, l’ex seminarista fiammingo con il cacciatore di bisonti statunitense. Nobili e popolino avevano trovato nella Fede e nella comune causa della difesa del potere temporale della Chiesa un collante così efficace da travalicare qualsiasi steccato sociale. Inoltre, diversi ufficiali che avevano edificato la propria carriera sui più famosi campi di battaglia europei dettero prova di grande umiltà arruolandosi a Roma come soldati semplici, e furono numerosi quelli che rinunciarono allo stipendio per devolverlo in favore di opere pie.
L’appassionante vicenda dei volontari di Pio IX, spesso ignorata dalla storiografia risorgimentale mainstream, è raccontata nel recente saggio di Alfio Caruso intitolato Con l’Italia mai! La storia mai raccontata dei Mille del Papa (Longanesi, 2015). Caruso, giornalista e scrittore, si accolla l’oneroso compito di scavare nuovamente nel passato scomodo dell’Italia per riportare alla luce una delle pagine più contraddittorie della storia nazionale. I Mille a cui si riferisce il sottotitolo, in particolare, furono coloro che come Kanzler, De Courten, Allet, Azzanesi e Ungarelli maturarono una lunga carriera nell’esercito pontificio: giovani tenenti nel 1848 durante la difesa di Vicenza a fianco dei soldati di Carlo Alberto, divennero i generali che nel 1870 tentarono l’ultima e disperata resistenza a Roma. Caruso parte dalla loro esperienza individuale per imbastire una narrazione di taglio giornalistico, frizzante e accattivante, che non risparmia elogi e critiche a entrambe le parti in lotta. L’ago della bilancia in ultima istanza sembra però pendere più dalla parte dei militi del Papa per cui l’autore prova una naturale ammirazione. La prospettiva complessiva tende comunque all’oggettività e l’apparato bibliografico – piuttosto limitato, ma adatto per un lavoro a scopo divulgativo – rivela l’utilizzo di fonti composite che vanno delle testimonianze dei reduci agli studi di Montanelli e di Denis Mack Smith.
Il volume abbraccia un arco temporale piuttosto lungo, dall’elezione di Pio IX nel 1846 alla caduta di Roma nel 1870. Dal tema centrale si dipanano poi diverse piste che approfondiscono vicende collaterali come il complesso quadro politico internazionale dell’epoca, la fine del Regno delle Due Sicilie, l’esilio romano di Francesco II, il Concilio Vaticano, il brigantaggio e, in generale, i tanti nodi irrisolti dell’unità. A questo proposito il giudizio dell’autore è tranciante: «L’Italia è da subito un grande mercato nel quale ciascuno prova a concludere l’affare migliore. A cominciare dai Savoia nessuno ha l’autorità morale per ergersi a custode della nazione; stanno sul trono per una serie di eventi spesso indipendenti dai loro desideri, dalla loro volontà. A differenza di quanto ancor oggi si ripete, non sono stati loro a fare l’Italia, è l’Italia che se li è trovati sul groppone essendo stata l’unica dinastia a guardare oltre i propri confini».
Lo spirito revisionistico del libro è ben esemplificato dalla descrizione dell’incontro tra il giovane tenente Riccardo Mortara, da poco entrato a Roma con gli italiani, e il fratello minore Edgardo, sottratto dodici anni prima a Bologna ai genitori per espresso volere delle gerarchie ecclesiastiche. Il “caso Mortara”, che all’epoca suscitò un moto d’indignazione in tutta Europa, ebbe luogo il 23 giugno del 1858, quando la polizia venne a sapere che la cameriera dei Mortara, agiati ebrei romagnoli, aveva battezzato a due anni il bambino, gravemente malato. Il battesimo, secondo la legge allora in vigore, escludeva che Edgardo fosse allevato da genitori non cattolici: il giovane fu quindi condotto nella capitale. Ciò che però si tace è che l’incontro tra i due fratelli nel 1870 fu tutt’altro che piacevole. Edgardo, da tre anni accolto nell’ordine dei Canonici regolari del Laterano, non accettò di tornare in famiglia: l’unica che ormai riconosceva era quella clericale.
Ma il grande merito del testo di Caruso è quello di soffermarsi sui protagonisti, grandi e piccoli, che animarono l’azione antirisorgimentale di Pio IX, il più grande nemico dell’Italia massonica, lo stesso che fu scambiato nei primi anni di pontificato per un convinto liberale. Sotto di lui, mossi innanzitutto dall’affetto per il Papa e dalla convinzione che la perdita del potere temporale avrebbe scosso la Chiesa dalle fondamenta, tanti impugnarono le armi per difendere le prerogative del trono e dell’altare.
È questo il caso, per esempio, delle “anatre pazze”, soprannome affibbiato dai romani ai tumultuosi irlandesi, intrattabili dopo aver alzato il gomito in qualche osteria – cosa che, detto per inciso, accadeva spesso – ma soldati estremamente affidabili in battaglia. Cresciuti a patate e Vangelo, molti di essi compirono azioni eroiche guadagnandosi le lodi dei superiori e numerosi riconoscimenti. Meritano di essere citati anche i “zampitti”, pastori e contadini ciociari che ebbero un ruolo determinante soprattutto nello sgominare le bande di briganti penetrate nel Lazio meridionale. Sudditi fedeli, arruolati soprattutto per la conoscenza del territorio, si rivelarono presto instancabili cacciatori di fuorilegge.
A sostenere le peripezie di un esercito costantemente in inferiorità numerica e inevitabilmente votato alla sconfitta accorsero anche diverse donne che, accanto a frati e suore, svolgevano mansioni infermieristiche. La Rosalia Montmasson dei pontifici fu l’inglese Katherine Stone. Sanfedista tutta d’un pezzo, era solita aggirarsi tra i feriti completamente vestita di nero, in testa indossava un baschetto inforcato da una piuma alla cacciatora con il velo ripiegato intorno e trattenuto da un fermaglio rappresentante la medaglia di San Pietro. Di stanza presso le Suore della Carità, si comportò egregiamente portando ai sofferenti non solo i medicinali, ma anche il conforto di un sorriso e di una preghiera.
Accanto ai volontari mossi da nobili ideali non mancarono diversi che giunsero nello Stato della Chiesa solo per sfuggire alla giustizia dei rispettivi paesi o attirati dalla prospettiva di uno stipendio sicuro. Famoso fu il caso di John Surrat, ex soldato confederato accusato di aver preso parte alla cospirazione per uccidere Lincoln. Arruolatosi negli Zuavi sotto falso nome, fu riconosciuto e costretto a scappare. Catturato ad Alessandria d’Egitto e ricondotto negli Stati Uniti, per sua fortuna venne scagionato per insufficienza di prove.
Principi, banditi e uomini di Fede, la storia dei Mille del Papa si concluse a Roma il 20 settembre 1870. Dopo che le speranze di vittoria erano presto naufragate davanti alla preponderanza delle armate guidate da Cadorna, lo stato maggiore papalino, su consiglio di Pio IX, puntò a una resistenza poco più che simbolica. Qualche cannonata, alcune decine di morti e la città si arrese: la rivoluzione italiana alla fine aveva trionfato. I reparti pontifici, il cui bivacco si trovava in piazza San Pietro, alla sera cantarono per l’ultima volta “L’inno a Pio IX” composto da Charles Gounod; il giorno dopo avrebbero dovuto abbandonare la Città Eterna, condannati fino alla morte a vivere la misera condizione di stranieri in patria. L’unica consolazione che dava alla piazza ancora la forza di abbozzare un sorriso tra le lacrime era quella che, almeno in cielo, Qualcuno si sarebbe ricordato di loro.
Il libro: A. CARUSO, Con l’Italia mai! La storia mai raccontata dei Mille del Papa, Milano, Longanesi, 2015, pp. 313, prezzo 18,60 Euro.

martedì 29 dicembre 2015

una nuova messa x una nuova chiesa

L’indulto di Agatha Christie



 da Radiospada
di Luca Fumagalli
Lo scrittore Julien Green, nom de plume di Julian Hartridge Green, un anglicano convertitosi al cattolicesimo, dopo che ebbe la ventura di assistere per la prima volta alla nuova messa di Paolo VI, stupito per averla trovata incredibilmente simile al rito protestante, si rivolse alla sorella Mary chiedendole: «Ma, allora, perché mai ci siamo convertiti?».
Quello di Green è solamente uno dei tanti aneddoti che raccontano dello sconcerto che molti provarono innanzi alle innovazioni liturgiche introdotte con il Concilio Vaticano II. Furono soprattutto i paesi a maggioranza protestante, tra cui l’Inghilterra, i primi focolai della contestazione. Le sparute comunità cattoliche che lì risiedevano colsero immediatamente e più facilmente di altri la pericolosa somiglianza tra il Novus Ordo Missae e i riti luterani e calvinisti dei propri connazionali. Non a caso fu un’eminente psicologa norvegese, la dr. Borghild Krane, la prima a lanciare l’allarme a tutti i cattolici del mondo affinché si organizzasse un’azione comune per preservare il secolare patrimonio liturgico della messa tradizionale.
L’appello ebbe come esito la nascita di numerose associazioni tra il 1964 e il 1965, anno in cui i delegati di sei stati europei si riunirono a Roma e decisero di costituire un coordinamento internazionale, comunemente noto come “Una Voce“, formalizzato a Zurigo l’8 gennaio 1967. La britannica Latin Mass Society, con il suo amore per il rito tridentino, occupò sin da subito un posto di grande rilievo tra i gruppi federati.
È testimonianza dello spirito vivace e intraprendente dell’associazione un primo appello inviato nel 1965 a Paolo VI in cui veniva denunciato come «la discontinuità rispetto all’uso della lingua latina nella santa messa» si sarebbe tradotta in una «grande privazione spirituale». Nel documento si implorava poi Montini di poter almeno «continuare a celebrare regolarmente la messa in latino» accanto al Novus Ordo in lingua volgare.La supplica non ottenne alcuna risposta e la riforma fu varata nella confusione generale, mostrando da subito le diverse falle in cui presto si inserì l’ulteriore “fumo di Satana” della creatività liturgica e dell’eterodossia.
Con l’introduzione del nuovo messale, onde evitare che le grandi tradizioni della Chiesa finissero nella discarica della storia come un mucchio d’inutile ferraglia, la Latin Mass Society, nella figura dello scrittore e poeta Alfred Marnau, decise di prendere nuovamente l’iniziativa. Occorreva questa volta rompere gli indugi con un’azione incisiva ed eclatante. Marnau propose quindi di inoltrare una petizione a Paolo VI. A differenza di tutte le richieste precedenti, puntualmente cadute nel vuoto, questa volta avrebbe dovuto essere sottoscritta anche da eminenti personalità della cultura, dell’arte, dello spettacolo e della politica, anche lontani dal cattolicesimo.
Elaborato il testo della richiesta e approvato il piano d’azione, agli inizi del 1971 Marnau, spinto dall’urgenza, in quasi tre settimane raccolse 57 firme tra cui quelle di personaggi del calibro di Graaham Greene, Herman Grisewood, Kathleen Raine, Cacil Day Lewis e, naturalmente, Agatha Christie il cui nome è stato successivamente associato all’indulto concesso dallo stesso Montini.
L’esito felice dell’iniziativa è però da attribuire alle doti diplomatiche dell’allora arcivescovo di Westminister, il cardinale John Carmel Heenan. Fu lui, nell’udienza del 29 ottobre del 1971, che convinse Paolo VI ad accogliere le richieste dei fedeli inglesi. C’è chi arrivò persino a sostenere che l’atteggiamento benevolo nei confronti dell’appello fu determinato dalla scoperta da parte di Montini della firma della Christie, di cui era un noto estimatore. Molto più verosimilmente, Paolo VI rimase favorevolmente colpito dagli argomenti del cardinale, tra l’altro suo stretto collaboratore. Heenan, anticipando ogni possibile obiezione, puntò soprattutto sulla recente canonizzazione dei Quaranta Martiri – morti per difendere la messa in latino – e, soprattutto, garantì che l’eventuale indulto non avrebbe prodotto alcuna frattura in senso alla Chiesa inglese. Montini si rese poi conto che quella richiesta non era la solita petizione promossa dai “nostalgici” della Latin Mass Society, ma un accorato appello che proveniva da quel mondo moderno che tanto gli stava a cuore e con il quale era così desideroso di dialogare.
La vicenda si concluse dunque positivamente. Il 5 novembre 1971 fu ufficialmente comunicata la decisione al cardinale Heenan: Paolo VI avrebbe concesso ai fedeli inglesi il tanto agognato indulto.
L’incredibile storia dell’iniziativa che portò a «salvare la messa tridentina in Inghilterra» è raccontata per la prima volta al pubblico italiano nel saggio L’indulto di Agatha Christie, frutto dalla prolifica penna di Gianfranco Amato, presidente nazionale dell’organizzazione “Giuristi per la Vita” e da tempo impegnato in prima linea nella lotta contro l’ideologia gender. Il libro, completo e interessante, si occupa non solo di ripercorrere le fasi della resistenza inglese al nuovo messale, ma anche e soprattutto di studiare le innovazioni conciliari. È proprio riguardo quest’ultimo punto, però, che il lavoro di Amato mostra le pecche più evidenti. Non convince, infatti, la teoria per cui il Concilio fu un evento positivo rovinato solo dalle interpretazioni tendenziose successivamente operate dai teologi progressisti; così, allo stesso modo, poco chiare appaiono le ragioni che sostennero l’opportunità di un indulto. In ultimo, lo spirito di “restaurazione ratzingeriana” che permea il libro – pubblicato per la prima volta nel marzo 2013 – al vaglio della storia mostra tutta la sua chimerica inconsistenza.
Al netto di questo, comunque, L’indulto di Agatha Christie merita di essere letto, quantomeno per riscoprire le origini storiche e le tappe che portarono una periferia della cattolicità, almeno per qualche tempo, a diventare un portastendardo della «tradizione vivente» della Chiesa. Là, nelle nebbiose brughiere inglesi, qualcuno custodiva ancora un barlume di quel mondo ritenuto ormai perduto in mezzo al fango del progressismo più folle e ideologico.
Il libro: G. AMATO, L’indulto di Agatha Christie. Come si è salvata la Messa Tridentina in Inghilterra, Verona, Fede & Cultura, 2013, pp. 220, prezzo 18 Euro.

domenica 1 giugno 2014

cambiare la Messa per cambiare la Fede

IL “NOVUS ORDO” 

NELL’EPOCA ELISABETTIANA

Non era più la Pietra del Sacrificio, da dove il fumo del Calvario mistico saliva giorno dopo giorno: era la tavola dove pane e vino venivano mangiati e bevuti in memoria di un evento la cui energia immortale aveva cessato, almeno in questo posto, di operare, e niente più. Però era qui, pensò Marjorie, che solo quarant’anni fa, poco più di vent’anni prima che lei nascesse, in questa Notte, la grande chiesa aveva ronzato e vibrato di vita.



E’ impressionante, ancora una volta, scoprire le affinità esistenti tra la cosiddetta “nuova messa” e la liturgia protestante. Robert Hugh Benson, nel suo libro “Vieni ruota! Vieni forca!” (“Come rack! Come rope!”), un romanzo ambientato durante il regno di Elisabetta I d’Inghilterra e le persecuzioni anticattoliche, racconta infatti l’incredibile storia di tanti uomini morti per Cristo e per la Fede, in un’epoca di grandi stravolgimenti teologici, politici e culturali sia per l’Inghilterra che per l’intera Europa. Sono gli anni in cui la salita al trono di una regina apertamente protestante modifica per sempre il destino di un’isola.

In particolare, nel passaggio citato, un gruppo di cattolici entra nella cattedrale di San Paolo a Londra, la sera di Natale. Al suo interno nulla è più come prima: tutto è freddo e vuoto, e le poche persone al suo interno stanno tutte abbandonando l’edificio. Tutti quegli altari dove una volta veniva celebrato il Santo Sacrificio della Messa sono scomparsi per far posto al tavolo del pane e del vino, necessari per rievocare la memoria dell’ultima cena. La cattedrale rimane pressoché identica nell’architettura ma è chiaramente diventata il luogo di culto di un’altra religione …

Ed ora, la vigilia di Natale, Robin, Anthony e le due signore entrarono nella Cattedrale mentre il buio stava scendendo – prima passando attraverso il cimitero, sopra il muro del quale incombevano le file di case, nelle cui finestre le luci avevano cominciato ad ardere.
L'oscurità dell’aria rese più impressionanti le enormi altezze della grande chiesa. Davanti a loro si stendeva la lunga navata, oltre settecento piedi dall’inizio alla fine; dal pavimento al tetto l’occhio viaggiava sui gruppi di sottili colonne fino al soffitto scuro, rimesso a nuovo dopo l’incendio, circa centocinquanta piedi. Le alte finestre su ciascun lato, e le luci della vetrata soprastante, baluginavano pallidamente nell’oscurità che avanzava.

Ma, agli occhi cattolici che guardavano su di essa, la desolazione appariva più dello splendore. C’era moltissima gente, a dire il vero; gruppi si muovevano su e giù, parlando, dirigendosi sempre più verso le uscite, man mano che la notte avanzava, perché la chiesa sarebbe stata chiusa presto; in una navata un uomo stava parlando forte, come se tenesse una conferenza, con una folla di teste intorno. In un’altra alcuni uomini sobriamente vestiti stavano disponendo le loro carte e inchiostri sui tavolini che stavano in fila – questo era l’Angolo degli Scrivani, le dissero; da una terza una mezza dozzina di persone stavano andandosene scoraggiate – questi erano servitori che avevano atteso di essere presi a servizio. Ma l’anima del posto era perduta. Quando uscirono nei transetti, Anthony li fermò con un gesto, mentre una coppia di uscieri, che portavano scatole sulla testa, avanzavano spintonando, nel loro breve scorciatoia attraverso la Cattedrale.

“Era qui,” disse, “che stava l’altare.”
Indicò tra le colonne, sui due lati, e là, sopra gradini poco alti, giacevano i pavimenti delle cappelle. Ma dentro tutto era vuoto, tranne una tomba o due, alcuni colori scrostati e i fonti battesimali ancora al loro posto. Dove c’erano stati gli altari c’erano spazi bianchi di muro; impilate in uno di questi posti c’erano file di sedili di legno piazzati lì per le necessità della stanza.

Di fronte all’entrata del coro, dove un tempo sopra le teste pendeva il grande Crocefisso, i quattro restarono a sbirciare attraverso un buco, che i muratori stavano riparando nell’alto muro che aveva separato il coro dalla navata. Da ambo le parti, come prima, ancora si innalzavano torreggianti gli scanni intagliati; lo splendido pavimento ancora risplendeva sotto, rifrangendo sulla superficie il bagliore della luce dalle finestre colorate in alto; ma la testa era sparita dal corpo. Da qualche parte, sotto il drappo profondamente ombreggiato, poterono distinguere una costruzione che poteva essere un altare, solo che sapevano che non lo era. Non era più la Pietra del Sacrificio, da dove il fumo del Calvario mistico saliva giorno dopo giorno: era la tavola dove pane e vino venivano mangiati e bevuti in memoria di un evento la cui energia immortale aveva cessato, almeno in questo posto, di operare, e niente più. Però era qui, pensò Marjorie, che solo quarant’anni fa, poco più di vent’anni prima che lei nascesse, in questa Notte, la grande chiesa aveva ronzato e vibrato di vita. Attorno ai muri si erano seduti preti, ognuno al suo posto; e accanto ad ognuno si era inginocchiato un penitente, che si preparava ancora una volta alla gioia di Betlemme – saggio e semplice – Pastori e Magi – ma tutti resi semplici davanti allo sconcertante ed estasiante Mistero. C’erano stati passi e voci anche – ma di uomini che erano indaffarati degli affari del loro Padre nella casa del loro Padre, e non dei loro. Erano andati di altare in altare, parlando coi loro Amici a Corte; e qui, di fronte a dove lei stava e sbirciava nella vuota e fredda oscurità, avevano bruciato lumi davanti al Trono di Colui che aveva creato Cielo e terra, e fatto la Volontà di Suo Padre sulla Terra come veniva fatta in Cielo … Quarant’anni fa la vita in questa chiesa stava crescendo proprio in questa notte, con il mormorio come di una moltitudine che si avvicina, di ora in ora, illuminandosi e affrettandosi man mano che arrivava, fino alla gloria della Messa di Mezzanotte, la chiesa affollata, illuminata da un'estremità all'altra, l'odore di bosso e alloro nell'aria, che presto sarebbe stato confuso e sovrastato dall'aroma del fumo d'incenso; e anche il mondo dello spirito si affrettava intorno a loro; e gli angeli (lei pensava) scendevano dal Paradiso, come gli uomini dalla città tutt'intorno, per salutare Colui che è Re sia degli angeli che degli uomini.

E adesso, in questa nuova Inghilterra, la chiesa, vuota della Presenza Divina, si stava svuotando anche dei suoi visitatori umani. Udiva grandi porte sbattere da qualche parte, e il riverbero rotolare sotto le volte di pietra. Sarebbe stata presto vuota, desolata e scura; e sarebbe stata così tutta la notte… Perché non piangevano anche le pietre?
Mistress Alice la toccò su un braccio.
“Dobbiamo andare,” disse. “Stanno chiudendo la chiesa.”

a cura di Luca Fumagalli

http://radiospada.org/2013/03/il-novus-ordo-nellepoca-elisabettiana/