lunedì 3 settembre 2012

san gregorio m.

3 SETTEMBRE

SAN GREGORIO MAGNO (m)
Papa e Dottore della Chiesa
UFFICIO DELLE LETTURE

INVITATORIO
Ant.
Venite, adoriamo Cristo Signore, fonte di ogni sapienza.

prima lettura
Dal libro del Siracide  
L'uomo sapiente, esperto nelle Scritture  
Chi si applica e medita la legge dell'Altissimo,  indaga la sapienza di tutti gli antichi, si dedica allo studio delle profezie. Conserva i detti degli uomini famosi, penetra le sottigliezze delle parabole, indaga il senso recondito dei proverbi e s'occupa degli enigmi delle parabole. Svolge il suo compito fra i grandi, è presente alle riunioni dei capi, viaggia fra genti straniere, investigando il bene e il male in mezzo agli uomini. Di buon mattino rivolge il cuore al Signore, che lo ha creato, prega davanti all'Altissimo, apre la bocca alla preghiera, implora per i suoi peccati. Se quesla è la volontà del Signore grande  egli sarà ricolmato di spirito di intelligenza, come pioggia effonderà parole di sapienza, nella preghiera renderà lode al Signore. Egli dirigerà il suo consi-glio e la sua scienza, mediterà sui misteri di Dio. Farà brillare la dottrina del suo insegnamento, si vanterà della legge dell'alleanza del Signore. Molti loderanno la sua intelligenza, egli non sarà mai dimenticato, non scomparirà il suo ricordo, il suo nome vivrà di generazione in generazione. I popoli parleranno della sua sapienza, l'assemblea proclamerà le sue lodi. Se vive a lungo, lascerà un nome più noto di mille altri, se egli muore, avrà già fatto abbastanza per sé. Esporrò ancora le mie riflessioni, ne sono pieno come la luna a metà mese. Ascoltatemi, figli santi, e crescete come una pianta di rose su un torrente. Come incenso spandete un buon profumo, fate fiorire fiori come il giglio, spandete profumo e intonate un canto di Iode; benedite il Signore per tutte le opere sue. 






responsorio    (Is 63,11; Ef 4, 12)
IISignore si ricordò del suo popolo, lo trasse fuori con i pastori del suo gregge.
* Pose nell'inti­mo di lui il suo santo Spirito.
È lui che ha stabilito alcuni come pastori e maestri per rendere idonei i fratelli
a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo.
Pose nell'intimo di lui il suo santo Spirito.

Seconda Lettura
Dalle «Omelie su Ezechiele» di san Gregorio Magno, papa  (Lib. 1, 11, 4-6; CCL 142, 170-172)Non risparmio me stesso nel parlare di Cristo
«Figlio dell'uomo, ti ho posto per sentinella alla casa d'Israele» (Ez 3, 16). E' da notare che quando il Signore manda uno a predicare, lo chiama col nome di sentinella. La sentinella infatti sta sempre su un luogo elevato, per poter scorgere da lontano qualunque cosa stia per accadere. Chiunque è posto come sentinella del popolo deve stare in alto con la sua vita, per poter giovare con la sua preveggenza.
Come mi suonano dure queste parole che dico! Così parlando, ferisco m stesso, poiché né la mia lingua esercita come si conviene la predicazione, né la mia vita segue la lingua, anche quando questa fa quello che può.
Ora io non nego di essere colpevole, e vedo la mai lentezza e negligenza. Forse lo steso riconoscimento della mia colpa mi otterrà perdono presso il giudice pietoso.
Certo, quando mi trovavo in monastero ero in grado di trattenere la lingua dalla parole inutili, e di tenere occupata la mente in uno stato quasi continuo di profonda orazione. Ma da quando ho sottoposto le spalle al peso dell'ufficio pastorale, l'animo non può più raccogliersi con assiduità in se stesso, perché è diviso tra molte faccende.
Sono costretto a trattare ora le questioni delle chiese, ora dei monasteri, spesso a esaminare la vita e le azioni dei singoli; ora ad interessarmi di faccende private dei cittadini; ora a gemere sotto le spade irrompenti dei barbari e a temere i lupi che insidiano il gregge affidatomi.
Ora debbo darmi pensiero di cose materiali, perché non manchino opportuni aiuti a tutti coloro che la regola della disciplina tiene vincolati. A volte debbo sopportare con animo imperturbato certi predoni, altre volte affrontarli, cercando tuttavia di conservare la carità.
Quando dunque la mente divisa e dilaniata si porta a considerare una mole così grande e così vasta di questioni, come potrebbe rientrare in se stessa, per dedicarsi tutta alla predicazione e non allontanarsi dal ministero della parola?
Siccome poi per necessità di ufficio debbo trattare con uomini del mondo, talvolta non bado a tenere a freno la lingua. Se infatti mi tengo nel costante rigore della vigilanza su me stesso, so che i più deboli mi sfuggono e non riuscirò mai a portarli dove io desidero. Per questo succede che molte volte sto ad ascoltare pazientemente le loro parole inutili. E poiché anch'io sono debole, trascinato un poco in discorsi vani, finisco per parlare volentieri di ciò che avevo cominciato ad ascoltare contro voglia, e di starmene piacevolmente a giacere dove mi rincresce-va di cadere.
Che razza di sentinella sono dunque io, che invece di stare sulla montagna a lavorare, giaccio ancora nella valle della debolezza?
Però il creatore e redentore del genere umano ha la capacità di donare a me indegno l'eleva-tezza della vita e l'efficienza della lingua, perché, per suo amore, non risparmio me stesso nel parlare di lui. 

Responsorio   Dalle profondità delle Scritture trasse norme di azione e contemplazione, e immise nella vita del popolo l'acqua viva del Vangelo. * La sua voce continua a risuonare nella Chiesa.
Come aquila colse dall'alto il senso delle cose;
con la forza della carità provvide agli umili e ai grandi.
La sua voce continua a risuonare nella Chiesa.
VANGELO Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-19              
Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
TERZA LETTURA:  Dal traltato «Sulla Trinità» dì sant'Ilario, vescovo
Questa fede è fondamento della Chiesa
Non è basata sul vangelo e sulla dottrina degli apo­stoli una fede che credesse che il Figlio di Dio lo è solo di nome e non per natura. Se si tratta solo di adozione, e non è proprio il Figlio genera-to da Dio, mi domando per qual motivo il beato Pietro, figlio di Giona, ha confessalo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). Forse perché tutti possono rinascere come figli di Dio mediante il sacramento del battesimo? Se Cristo è Figlio di Dio secondo questa denominazione, domando come mai disse a Pietro: «Né la carne, né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli»? (Mt 16,17). Che merito c'è in una profes­sione di fede tanto generica? O qual gloria di spe­ciale rivelazione vi può essere nel conoscere ciò che è comune a tutti gli altri santi? Ma la fede del­l'apostolo si spinge oltre i limiti dell'intelligenza umana.
Aveva già sentito altre volte:  «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10,40). Non ignorava che era il Messia, e da colui che egli conosceva bene come l'inviato  del  Padre  aveva  sentito  proclamare: «Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno cono­sce il Padre se non il Figlio» (Mt 11,27). Che cos'è dunque quello che adesso il Padre rivela a Pietro e che gli procura la gloria di una splendida testimonianza? Non conosceva forse già il nome del Padre e del Figlio? Anzi, l'aveva sentito tante volte. Ma Pietro afferma ciò che voce umana non aveva ancora mai proferito: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). Benché infatti Cristo, pur rimanendo nel corpo, avesse affermato di essere Figlio di Dio, tuttavia soltanto adesso per la prima volta la fede dell'apostolo riconobbe in lui la natu­ra divina.
Pietro infatti fu lodato non tanto per l'onore pro­clamato, quanto perché aveva conosciuto il mi-stero: perché aveva confessato non solo che era il Cristo, ma che il Cristo era il Figlio di Dio. Con le parole «Tu sei» espresse la forza e la proprietà della realtà della natura. Il Padre poi, dicendo: «Questi è il Figlio mio» (Mt 17,5), rivelò a Pietro che dicesse: «Tu sei il Figlio di Dio» (Mt 16,16). Nell'affermazione «Questi è» abbiamo l'indicazio­ne di chi rivela; nella risposta «Tu sei», abbiamo la conoscenza di chi confessa. Dunque su questa pietra della confessione poggia l'edificio della Chiesa. Ma il sentimento della carne e del sangue non rivela la profonda conoscenza di questa confessione. Appartiene al mistero della divina rivelazione non solo chiamare Cristo Figlio di Dio, ma crederlo in­timamente.
Questa fede è il fondamenlo della Chiesa: in virtù di questa fede le porte degli inferi nulla possono contro di essa. Questa fede detiene le chiavi del regno dei cieli. Tutto ciò che questa fede avrà sciol­to o legato su questa terra, sarà legato o sciolto nel cielo. Questa fede è dono della rivelazione del Padre: non immaginare erroneamente che Cristo sia creatura fatta dal nulla, ma confessare che egli è il Figlio di Dio per natura.
O empio furore di una povera follia che non com­prende la testimonianza di un beato e fedele mar­tire, del martire Pietro, per il quale era stato pre­gato il Padre perché la sua fede non venisse meno nella prova! L'apostolo dopo aver due volte confes­sato di amare Dio, alla domanda di Gesù, la terza volta, gemette, quasi fosse messo alla prova come incerto e vacillante nell'amore. Ma per questo, do­po la terza interrogazione, purificato dalla sua de­bolezza nella prova, meritò di sentite dal Signore tre volte: «Pasci le mie pecorelle» (Gv 21,17). Nel silenzio generale di tutti gli altri apostoli, cono­scendo oltre i limiti dell'umana debolezza, per ri­velazione del Padre, il Figlio di Dio, meritò per la confessione della sua santa fede una gloria eccelsa.

responsorio
“Beato te, Simone figlio di Giona, perché ne la carne, né il sangue te l'hanno rivelato,
ma il Padre mio che sta nei cieli”, * ha detto il Signore.
Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa,
ha detto il Signore

vangelo Dal vangelo secondo Giovanni (21, 15-17)
In quel tempo, quando si fu manifestato ai disce­poli ed essi ebbero mangiato,
Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?».
Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo».
Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?».
Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo».
Gli disse: «Pasci le mie pecorelle».
Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?».
Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse:
«Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle».

terza lettura:  Dalle «Omelie» di san Beda il Venerabile
A Pietro è conferito il primato per affermare l'unità della Chiesa,
Questo passo del santo vangelo ci raccomanda la virtù dell'amore perfetto. Amore perfetto è quello con cui ci è comandato di amare il Signore con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze, e il prossimo come noi stessi. Ora, né l'uno né l'altro di questi due amori può essere perfetto se l'al­tro manca, perché non si può amare veramente Dio senza amare il prossimo, né il prossimo senza amare Dio. Por cui, avendo il Signore domandato più volle a Pietro se lo amasse e rispondendogli questi che, come lui stesso ben sapeva, lo amava, a ogni risposta soggiunse, per concludere: «Pasci le mie pecorelle» (Gv 21,16 s.), oppure: «Pasci i miei agnelli» (Gv 21,15), come per dire apertamente che la sola e vera prova di un amore totale per Dio con­siste nell'esercizio di una premurosa e laboriosa sol­lecitudine per i fratelli.
È sapiente bontà da parte del Signore il domanda­re a Pietro per tre volte se lo ama, perché con quel­la triplice dichiarazione egli possa spezzare le catene che lo avevano legato quando per tre volte lo rinnegò. E quante volte aveva negato di conoscerlo sotto l'effetto dello spavento causategli dalla sua passione, altrettante volte, rianimato dalla sua risurrezione, attesta di amarlo con tutto il cuore. Per una sapiente disposizione, a lui che per tre volte gli dichiara il suo amore, per tre volte ugual­mente affida le sue pecore da pascere, perché era conveniente che quante volte aveva vacillato nella fedeltà al Pastore, altrettante volte gli venisse co­mandato di curare, con rinnovata fedeltà, anche le membra del suo Pastore. Quel che infatti gli dice in ques-to momento «Pasci le mie pecorelle», è esat­tamente quanto gli aveva detto con più chiarezza prima della passione: «Ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta rav­veduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,32). Pascere le pecorelle di Cristo equivale dunque a confer­mare i credenti in Cristo perché non abbandonino la fede, e affaticarsi perché in essa abbiano a pro­gredire sempre di più.
E’ necessario tuttavia osservare accuratamente co­me questo pascere il gregge del Signore richieda un impegno non già uniforme ma diversificato. Poiché è necessario che il superiore provveda dili­gentemente a che non manchino ai sudditi gli aiuti materiali e abbia cura di offrir loro, insieme con la parola della predicazione, anche esempi di virtù. Se poi si accorgesse che c'è chi si oppone al loro bene spirituale ovvero anche a quello materiale, deve resistere più che può alla loro violenza. Che se i suoi stessi sudditi peccassero, secondo il detto del salmista, il giusto li corregga e rimproveri con misericordia, guardandosi dal blandire i loro cuori con l'olio di un dannoso consenso (cfr. Sal 140,5). Poiché anche questo rientra nel compito di un buon pastore. Chi trascurasse infatti di correggere gli errori dei sudditi e di curare, per quanto ne è capace, le ferite dei loro peccati, con quale ardire potrebbe pretendere  di esser annoverato tra i pastori delle pecorelle di Cristo? Ma pure questo il pastore deve avere ben impresso nell'animo: deve ricordarsi cioè di trattare coloro a cui è preposto non già come se appartenessero a lui, bensì come gregge del suo Signore, secondo ciò che vien detto a Pietro: se mi ami, «pasci le mie pecorelle». Le «mie», dice, non le tue. Sappi che ti vengono affi­date le mie pecore e, se mi ami perfettamente, ricordati di governarle appunto in quanto mie, in modo cioè che in esse tu abbia a cercare la mia gloria, il mio dominio, i miei interessi, e non i tuoi. Poiché ciò che è stato detto a Pietro, «Pasci le mie pecorelle», è stato detto a tutti. Gli altri apostoli infatti erano ciò che era Pietro, ma a Pietro viene conferito il primato per affermare l'unità della Chiesa. Tutti sono pastori ma viene presentato un unico gregge che allora era governato da tutti gli apostoli con unanime consenso, e in seguito viene governato con impegno comune dai loro succes­sori, dei quali un gran numero hanno glorificato il loro Creatore con la morte e tutti con la vita. E non soltanto quei sommi luminari della Chiesa, ma anche la rimanente folla degli eletti, vivendo o morendo, ciascuno a suo tempo, glorifica Dio. Anche noi, fratelli miei, nel nostro tempo, dobbia­mo seguire le loro orme, sia regolando la nostra condotta sull'esempio dei buoni, sia perseverando sino alla morte nel proposito di una vita santa, cosicché, uniti a loro nell'impegno di vita, meritia­mo di esserlo anche quanto alla corona. Ciò che faremo se, ascoltando l'invito che ci viene da questa santa lettura, ci stringiamo al nostro Redentore con l'affetto che gli è dovuto e vegliamo con sollecitudine fraterna sulla salvezza del pros­simo, con l'aiuto di colui che a noi comanda di fare così e, per parte sua, promette di ricompensare ciò che avremo fatto: nostro Signore Gesù Cristo, che è Dio, e vive e regna con Dio Padre, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

responsorio
Sii esempio ai fedeli perché tutti progrediscano:
* così facendo salverai te e coloro che ti ascoltano.
Dedicati alla lettura,
all'esortazione e all'insegnamento:
così facendo salverai te stesso
e coloro che ti ascoltano.

orazione       O Dio, che guidi il tuo popolo con la soavità e la forza del tuo amore, per intercessione del papa san Gregorio Magno, dona il tuo spirito di sapien­za a coloro che hai posto maestri e guide nella Chiesa, perché il progresso dei fedeli sia gioia eterna dei pastori. Per il nostro Signore.

Deus, qui pópulis tuis indulgéntia cónsulis et amóre domináris, da spíritum sapiéntiae, intercedénte beáto Gregório papa, quibus dedísti régimen disciplínae, ut de proféctu sanctárum óvium fiant gáudia aetérna pastórum. Per Dóminum.

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