lunedì 24 aprile 2017

alla sera ti cerco ...

PREGHIERA DELLA SERA

 
Perdonami, Signore. La terra non si apre per inghiottirmi, come Datan e Abiron, i flutti del mio peccato come i flutti del mar Rosso non si rovesciano su di me ricoprendomi come il faraone e il suo esercito. 

Possa io avere la forza di Debora e di Giaele per trafiggere il nemico con la croce di Cristo e possa vedere con Manoach l'Angelo di Dio elevarsi nella fiamma. 

Fa' che io non imiti la debolezza di Sansone. Le seduzioni della carne non mi facciano perdere la tua gloria, Signore, consegnandomi nelle mani di estranei che tramano la menzogna.

domenica 23 aprile 2017

il Papa arrestato e deportato

Pio VII, Papa eroico e dimenticato. Arrestato e deportato, non si piegò mai a Napoleone





La Chiesa e i grandi poteri non hanno mai avuto ottimi rapporti. Lo Stato Pontificio è sempre stato un luogo di conflitto. Nel 1797 Pio VI venne arrestato e deportato da alcuni rivoluzionari in Francia, dove morì tre anni dopo. Anche Napoleone ha avuto i suoi conflitti con il Successore di Pietro.

Napoleone voleva estendere il proprio potere in tutta l’Europa, aspirava a creare un impero che non avesse fine e si vedeva come il grande imperatore onnipotente del continente europeo. Tutto doveva essere sotto il suo controllo e il suo potere, anche il nuovo papa, Pio VII.

All’inizio Napoleone voleva essere un alleato di Roma. Non voleva agire come i rivoluzionari, ma giungere a un accordo con lo Stato Pontificio. Venne firmato un concordato, con il quale si pensava di pacificare gli animi. Nonostante questo, Napoleone portò avanti i suoi piani. Per lui il pontificato era una semplice pedina della sua strategia militare.

Voleva umiliare papa Pio VII. La prima cosa che fece fu obbligarlo ad andare a Parigi alla sua incoronazione. Circolano due versioni: la prima parla di come Napoleone avesse preparato una sorpresa per il papa – si sarebbe incoronato da solo –, la seconda dice che fu il papa che in un atto di dignità si rifiutò e diede solo una benedizione con riluttanza.

Ma perché Napoleone volle obbligare il papa ad assistere alla sua incoronazione? L’idea di Napoleone era trattenere il pontefice in Francia, ma desistette rendendosi conto che se il papa non fosse tornato i cardinali avrebbero pensato che aveva rinunciato e avrebbero eletto un nuovo pontefice. Fu la prima delle tensioni.

Nel 1806 Napoleone minacciò il papa quando la Gran Bretagna chiese al pontefice di astenersi davanti al blocco continentale alla Francia. “Sua Santità è sovrano di Roma, ma io sono l’imperatore; tutti i miei nemici devono essere i suoi”, gli scrisse.
Nel 1808 le tensioni aumentarono. Le truppe dell’imperatore entrarono nella Città Eterna, e il papa si ritirò nel Quirinale. Napoleone riuscì ad annettere parte del territorio, ma voleva di più.

Nel 1809 decretò l’annessione del resto dei territori e lasciò che il pontefice restasse nella sua residenza di Roma. Pio VII eseguì la condanna più grave che si può verificare nella Chiesa e scomunicò l’imperatore. Alcuni diranno che non fu una scomunica perché non citava il nome del pontefice, ma non serviva. La bolla Quam memorandum era molto chiara: “scomunicava i ladri del patrimonio di San Pietro”.

I rapporti finirono per rompersi, e Napoleone decise di arrestare il papa. Quando le truppe entrarono nel Quirinale, Pio VII non oppose resistenza. In quel momento il papa pronunciò la frase più famosa del suo pontificato. Gli venne chiesto se rinunciava allo Stato Pontificio e se ritirava la scomunica, ma la risposta fu netta: “Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo”.

Venne portato a Savona, in un viaggio disumano con il quale Napoleone voleva continuare a umiliarlo. Cercò di far sì che il papa sostenesse la sua causa, ma Pio VII rifiutò i vescovi designati dall’imperatore e il suo divorzio e successivo matrimonio. Napoleone convocò un concilio a Parigi per umiliare ancor di più il pontefice, ma i vescovi appoggiarono Pio VII.

La tremenda storia di Pio VII non finì qui. Venne trasferito nel palazzo di Napoleone, e nel trasferimento fu sul punto di morire. Sopravvisse a una grave malattia, e l’imperatore pensò che il papa avrebbe potuto essergli più utile se lo avesse liberato. Si sbagliava. Pio VII non si lasciò manipolare, e Napoleone lo arrestò e lo deportò nuovamente. Venne portato da un luogo all’altro, da una città all’altra.

Pio VII sarebbe stato liberato dagli austriaci e poco dopo Napoleone avrebbe abdicato. Il papa tornò nel luogo dal quale non avrebbe mai dovuto andar via: la sua residenza di Roma.

Pio VII potrebbe arrivare agli altari, e forse presto sarà santo. Benedetto XVI rimase così colpito dalla sua storia, dal suo coraggio e dalla sua forza da dichiarare il “nihil obstat” e da concedergli il titolo di Servo di Dio. Attualmente nella diocesi di Savona-Noli è aperta la sua causa.

Anche la storia di Napoleone è forse finita in modo positivo, o almeno strano. Esiliato nell’isola di Sant’Elena, disse del pontefice: “È davvero un uomo buono, amabile e coraggioso. È un agnello, un vero uomo, che mi fa sentire piccolo”. Fu forse la conseguenza degli anni di lotte con il pontefice, della determinazione di Pio VII o di una caduta da cavallo come per San Paolo. Perché alla fine dei suoi giorni Napoleone parlò così del pontefice? Lo sa solo lui.

Il fatto è che l’imperatore francese alla fine venne sconfitto. Non il suo esercito né il suo potere, ma il suo egoismo e la sua lotta personale. In esilio si convertì e abbracciò la fede. Ma questa è un’altra storia.


[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

sabato 22 aprile 2017

La mia pace

Non come la dà il mondo

 



«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv14,27).

Eccoci giunti ad un altro dono dello Spirito Santo: la pace. Una meditazione di un certosino che ci esterna in questo brano parole su cui riflettere. Facciamone tesoro!

La pace è un altro frutto dello Spirito Santo. Essa presuppone l’assenza di agitazione, che è esattamente l’opposto della pace; presuppone il riposo della volontà in possesso stabile del bene desiderato. Questo è esattamente lo stato della persona che è totalmente consegnata allo Spirito Santo. Se ci troviamo in questa situazione, cosa sarebbe in grado di disturbare la pace? La malattia, la debolezza, le umiliazioni, le tentazioni? La persona sa che tutto questo, è permesso dal Padre del cielo e sarà per lei un gran bene. Potrebbe essere la morte? No, perché la aspetta con amore e sente che non le manca il valore ed il coraggio di accettarla, continuando, così, a vivere.

Come questa persona potrebbe non sentirsi inondata di pace, sapendo che è consegnata a Colui che è l’unico centro di tutte le cose, e avendo un unico timore: offendere, in qualsiasi modo, un Padre così buono? È pienamente immersa nell’ordine, quindi usufruisce della tranquillità che è il risultato necessario della vera pace. Questa è la pace che il Signore desiderava ai suoi discepoli dopo la risurrezione: “La pace sia con voi, vi do la mia pace”, così diversa dalla pace del mondo.

La pace è una condizione necessaria per una perfetta vita della grazia in noi. Ed il diavolo lo sa bene. Quindi cerca di seminare l’inquietudine, in ogni modo, particolarmente nelle persone consacrate a Dio. Questo è l’obiettivo immediato dei suoi sforzi. Una persona irrequieta, si lascia sopraffare dalla tristezza e si ripiega su se stessa, ciò la impedisce di aprirsi come un fiore al sole dell’amore divino e, quindi, di glorificare Dio come dovrebbe farlo. La via d’uscita da questa situazione, quando non se sa evitare le insidie del diavolo, è umilmente aprire il cuore al confessore o al suo maestro di novizi. Questo rimedio è più efficace quanto più spiacevole al demonio dell’orgoglio, e prepara la persona, in modo efficiente, a lasciarsi muovere dallo Spirito divino.

Infine, questa pace sarà più consolidata in noi, quanto più ci applichiamo a essere fedeli di fronte alle piccole ispirazioni della grazia, con l’unica preoccupazione di compiere la volontà di Dio, anche nei piccoli dettagli. “Grande pace hanno quelli che amano la tua legge”, canta il salmista (Sl 119). La pace è il frutto della santità e dell’amore filiale. Felice la persona che è pia – “farò scorrere verso di essa, come un fiume di pace” (Is 66, 12).
(Un certosino)

venerdì 21 aprile 2017

Il mix letale per Benedetto XVI

Il mix letale per l'Europa secondo Benedetto XVI

Ratzinger a un convegno in suo onore: "Il confronto fra concezioni radicalmente atee dello stato e il sorgere di uno stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici conducono il nostro tempo in una situazione esplosiva"



Il titolo del simposio organizzato dalla Conferenza episcopale polacca per i novant’anni del Papa Benedetto aveva per titolo “Il concetto di stato nella prospettiva dell’insegnamento del Cardinal Joseph Ratzinger-Benedetto XVI”, e quest’ultimo, dal buen retiro dei Giardini vaticani, ha spedito un messaggio che riassume in una manciata di righe il suo pensiero in proposito. Non solo, perché quella di Benedetto è una fotografia lucida sullo stato presente dell’Europa. “Il tema scelto – ha scritto Ratzinger – porta autorità statali ed ecclesiali a dialogare insieme su una questione essenziale per il futuro del nostro continente. Il confronto fra concezioni radicalmente atee dello stato e il sorgere di uno stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici conducono il nostro tempo in una situazione esplosiva, le cui conseguenze sperimentiamo ogni giorno. Questi radicalismi esigono urgentemente  che noi sviluppiamo una concezione convincente dello stato, che sostenga il confronto con queste sfide e possa superarle”.

Il Pontefice ha voluto sottolineare che il futuro dell’Europa passa solo dalla comprensione che un mix esplosivo la sta portando alla distruzione: l’ateismo (secolarismo spinto alle estreme conseguenze, dove del quaerere Deum che segnò la fortuna dell’occidente non v’è più traccia) e l’emergere sempre più prepotente del radicalismo religioso insito nei movimenti islamistici. Cioè della deriva politica di una precisa religione. Parole non troppo frequenti, oggi, nell’occidente alla ricerca dell’identità perduta.

http://www.ilfoglio.it/chiesa/2017/04/20/news/benedetto-xvi-pericoli-occidente-131094/#.WPpqZiAWgP8.facebook

una liturgia di rottura

SARAH: LA CRISI DELLA CHIESA E' UNA CRISI LITURGICA


 
Il prefetto del Culto Divino denuncia il disastro, la devastazione e lo scisma dei sacerdoti e teologi ammalati di novità che hanno rimodellato la liturgia della Chiesa secondo le loro idee
di Lorenzo Bertocchi
 
Dal 29 marzo al 1° aprile si è tenuto a Herzogenrath, in Germania, il 18° incontro liturgico di Colonia sul tema del decimo anniversario del Motu proprio Summorum pontificum di Benedetto XVI. Nel 2007 con questo motu proprio l'attuale papa emerito riportava in piena luce il cosiddetto vetus ordo, la liturgia celebrata secondo il rito romano precedente la riforma post conciliare. Il prefetto della Congregazione per il Culto divino, il guineiano cardinale Robert Sarah, non potendo essere presente all'incontro ha inviato un messaggio che certamente farà parlare di sé.

RECIPROCO ARRICHIMENTO TRA I DUE RITI
Il cardinale ha ricordato la Lettera ai vescovi che ha accompagnato il motu proprio di papa Benedetto XVI. In quel testo si precisava che la decisione di far coesistere le due forme del rito romano non aveva solo lo scopo di soddisfare i desideri di gruppi di fedeli legati alle forme liturgiche precedenti il Concilio Vaticano II, «ma anche di permettere l'arricchimento reciproco delle due forme dello stesso rito romano, vale a dire non soltanto la loro coesistenza pacifica, ma la possibilità di perfezionarsi evidenziando i migliori elementi che li caratterizzano».
Laddove il motu proprio è stato accolto, dice Sarah, «si è potuta notare una ripercussione e una evoluzione spirituale positiva nel modo di vivere le celebrazioni eucaristiche secondo la forma ordinaria [del rito], in particolare la riscoperta degli atteggiamenti di adorazione verso il Santo Sacramento (...), e anche un maggior raccoglimento caratterizzato dal silenzio sacro che deve sottolineare i momenti importanti del Santo Sacrificio della messa, per permettere ai preti e ai fedeli di interiorizzare il mistero della fede che viene celebrato». D'altra parte occorre «superare un certo "rubricismo" troppo formale spiegando i riti del Messale tridentino a quelli che non li conoscono ancora, o li conoscono in un modo parziale».

UNA RIFORMA IN ROTTURA

La liturgia «deve sempre riformarsi per essere più fedele alla sua essenza mistica. Ma per molto tempo, questa "riforma" che ha sostituito il vero "restauro" voluto dal concilio Vaticano II, è stata realizzata con uno spirito superficiale e sulla base di un solo criterio: sopprimere a tutti i costi un patrimonio percepito come totalmente negativo e sorpassato, al fine di creare un abisso tra il prima e il dopo concilio. Ora si tratta di riprendere la Costituzione sulla santa Liturgia [Sacrosantum concilium] e di leggerla onestamente, senza tradirne il senso, per vedere che il vero obiettivo del Vaticano II non era quello di intraprendere una riforma che potesse divenire l'occasione di rottura con la Tradizione, ma al contrario, di ritrovare e di confermare la Tradizione nel suo significato più profondo».

LA CRISI DELLA CHIESA E LA CRISI LITURGICA
Ricordando la famosa indicazione espressa in diverse occasioni già dall'allora cardinale Joseph Ratzinger, il prefetto ha sottolineato che «la crisi che scuote la chiesa da circa una cinquantina d'anni, soprattutto dopo il concilio Vaticano II, è legato alla crisi della liturgia, e quindi dal mancato rispetto, la desacralizzazione e la riduzione alla dimensione orizzontale degli elementi essenziali del culto divino».
Anche se il Concilio ha voluto promuovere una maggior partecipazione attiva del popolo di Dio, «noi non possiamo chiudere gli occhi sul disastro, la devastazione e lo scisma che i promotori moderni di una liturgia viva hanno provocato rimodellando la liturgia della Chiesa secondo le loro idee. Essi hanno dimenticato che l'atto liturgico è, non soltanto una preghiera, ma anche e sopratutto un mistero nel quale si realizza per noi qualche cosa che noi non possiamo comprendere pienamente, ma che noi dobbiamo accettare e ricevere nella fede, nell'amore, nell'obbedienza e nel silenzio adoratore. E questo è il vero senso della partecipazione attiva dei fedeli».

LA LITURGIA COME SACRIFICIO E GLORIFICAZIONE DI DIO
C'è una «grave crisi di fede», secondo Sarah, che dobbiamo riconoscere «non solo a livello dei fedeli, ma anche e sopratutto presso numerosi preti e vescovi, che ci ha messo nell'incapacità di comprendere la liturgia eucaristica come un sacrificio, come atto identico, compiuto una volta per tutte da Gesù Cristo, e che rende presente il Sacrificio della Croce in una maniera non cruenta, ovunque nella Chiesa, attraverso tutti i tempi, luoghi, popoli e nazioni. Si ha spesso la tendenza sacrilega di ridurre la Santa messa a un semplice pasto conviviale, alla celebrazione di una festa profana e a una autocelebrazione della comunità, o peggio ancora, a un mostruoso intrattenimento contro l'angoscia di una vita che non ha più senso, o contro la paura di incontrare Dio faccia a faccia, perché il suo sguardo svela e ci obbliga a guardare in verità la nostra interiorità».
Molti «ignorano che la finalità di tutte le celebrazioni è la gloria e l'adorazione di Dio, la salute e la santificazione degli uomini, poiché, nella liturgia, "Dio è perfettamente glorificato e gli uomini santificati (Sacrosantum concilium n° 7). Questo è l'insegnamento del Concilio, una maggioranza dei fedeli, preti e vescovi compresi, lo ignorano».

L'ADORAZIONE DI DIO E NON DELL'UOMO
«Come ha spesso sottolineato Benedetto XVI», ha scritto il cardinale, «alla radice della liturgia si trova l'adorazione, e quindi Dio. Pertanto, bisogna riconoscere che la grave e profonda crisi che, dopo il Concilio, influenza e continua a influenzare la liturgia e la stessa Chiesa, è dovuta al fatto che il suo centro non è più Dio e la sua adorazione, ma gli uomini e la loro pretesa capacità di "fare" qualche cosa per occuparsi durante la celebrazione eucaristica.
Anche oggi, un numero importante di ecclesiastici sotto-stimano la grave crisi che attraversa la Chiesa: relativismo nell'insegnamento dottrinale, morale e disciplinare, gravi abusi, desacralizzazione e banalizzazione della santa liturgia, visione puramente sociale e orizzontale della missione della Chiesa. Molti credono e affermano in modo alto e forte che il concilio Vaticano II ha suscitato una vera primavera nella Chiesa. Tuttavia, un numero crescente di di ecclesiastici stanno prendendo in considerazione questa "primavera" come un rifiuto, una rinuncia del patrimonio secolare, a anche come una rimessa in causa radicale del passato della Chiesa e della sua Tradizione. Si accusa l'Europa politica di abbandonare o di negare le sue radici cristiane. Ma la prima ad avere abbandonato le sue radici e il suo passato cristiano, è incontestabilmente la Chiesa cattolica postconciliare».

LA TRADUZIONE DEL MESSALE

A proposito di un argomento attuale, vista la commissione recentemente istituita e che sta lavorando proprio su questo tema, il cardinale ha specificato che «certe Conferenze episcopali rifiutano anche di tradurre fedelmente il testo originale latino del Messale romano. Alcuni reclamano che ogni chiesa locale possa tradurre il messale romano, non secondo il patrimonio sacro della Chiesa e in base ai metodi e i principi indicati da Liturgiam authenticam, ma secondo le fantasie, le ideologie e le espressioni culturali suscettibili di essere, dicono, comprese e accettate dal popolo. Ma il popolo desidera essere iniziato al linguaggio sacro di Dio. Il Vangelo e la Rivelazione, anch'essi, sono "reinterpretati", "contestualizzati" e adattati alla cultura occidentale decadente. (...) Molti rifiutano di guardare in faccia all'opera di autodistruzione della Chiesa con le sue stesse mani, attraverso la demolizione pianificata dei suoi fondamenti dottrinali, liturgici, morali e pastorali».

IL FUTURO DI SUMMORUM PONTIFICUM

Al termine del suo lungo e articolato messaggio il prefetto del Culto divino ha indicato quella che «da lungo tempo» è una convinzione che lo abita. «La liturgia romana riconciliata nelle sue due forme, che è essa stessa frutto di uno sviluppo, (...), può lanciare il processo decisivo del "movimento liturgico" che tanti sacerdoti e fedeli attendono da tempo. Da dove cominciare? Io mi permetto di proporre tre piste che ho riassumo in queste tre lettere: SAF, silenzio, adorazione, formazione. (...) Il silenzio, senza il quale non possiamo incontrare Dio, (...) l'adorazione (...) e la formazione liturgica a partire da un annuncio della fede o catechesi avente come riferimento il Catechismo della Chiesa Cattolica, ciò che ci protegge da eventuali elucubrazioni più o meno convincenti di alcuni teologi ammalati di "novità". (...) Io vi chiedo di applicare Summorum pontificum con grande cura; non come una misura negativa e retrograda, rivolta al passato, o come qualcosa che costruisce dei muri e crea dei ghetti, ma come un importante e vero contributo all'attualità e al futuro della vita liturgica della Chiesa».
 
Titolo originale: Scismi, sacrilegi e poca fede scuotono la messa
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 02/04/2017

Ex Oriente LUX

Perché guardare a Oriente 

 

 

don Elia.

Per chi avesse dei dubbi in proposito, il nostro guardare alla Russia non nasce da un’idealizzazione romantica né da un personale gusto slavofilo. È pur vero che ci sentiamo doppiamente orfani (di Chiesa e di Nazione), ma non per questo ci sentiamo autorizzati a sceglierci a piacimento un’ideale o spirituale patria alternativa, anche perché – psicologicamente parlando – non sarebbe altro che una fuga illusoria. No. Ciò che guida il nostro orientamento è una duplice costatazione. Sul piano religioso, è il fatto che la Madonna abbia espressamente e ripetutamente chiesto la consacrazione di quel grande Paese al Suo Cuore Immacolato. Sul piano geopolitico, è il fatto che la Russia, insieme con la Cina, costituisca a livello politico, economico e militare un valido polo alternativo a quello euro-americano, responsabile di averci sprofondato in uno sfacelo che non risparmia più nulla e diventa sempre più pervasivo, non trovando più ostacoli neanche da parte della Chiesa Cattolica, i cui vertici, in buona parte, assecondano anzi la demoniaca opera di sovversione, quando non vi cooperino attivamente.

La macchina propagandistica occidentale, ovviamente, si è da anni scatenata senza ritegno in una campagna diffamatoria priva di scrupoli nei confronti del capo del Cremlino. È interessante sapere che un ufficiale del Pentagono sia stato intercettato mentre sbraitava con i suoi sottoposti in Siria per ottenere che i bombardieri americani fossero ben camuffati così da essere scambiati per aerei russi. È curioso che, dopo un presunto bombardamento con i gas, zelanti giornalisti armati di telecamere si siano trovati tempestivamente sul posto e abbiano ripreso le vittime senza riportarne danni, mentre degli operatori sanitari le maneggiavano allegramente senza guanti e, magari, senza neppure la mascherina. È incredibile che, dopo la presa di Aleppo, siano stati trovati militari occidentali nelle zone controllate dai “ribelli”. È quanto meno sospetto che la propaganda si faccia quanto mai aggressiva, proprio ora che Assad, grazie al sostegno russo, sta riprendendo il controllo del Paese e vincendo una guerra progettata, armata e guidata da israeliani, americani e sauditi.

Siamo peraltro ben consapevoli che riguardo alla Cina, d’altra parte, non ci sia proprio da star tranquilli. La tipica perfidia dei suoi dirigenti comunisti si coniuga a una saggezza millenaria che ha permesso ai cinesi di sfuggire ai tentativi di colonizzazione; lo stesso marxismo ha assunto una tinta propria, mentre l’attuale sviluppo in senso capitalistico (che ha del prodigioso), lungi dal minacciare l’egemonia della classe al potere, l’ha resa invincibile e potrebbe mettere in scacco il sistema economico basato sul dollaro (che, com’è ormai risaputo, è carta straccia). L’impero cinese rimane un enigma. Ciò che è certo è che detiene un terzo del debito pubblico degli Stati Uniti (che è una voragine senza fondo); in cambio di carta straccia sta comprando, uno dopo l’altro, i gioielli dell’industria europea; è ormai padrone, di fatto, di buona parte dell’Africa; ha forti legami con l’America Latina; ha invaso il mondo con i suoi emigranti e i suoi prodotti. La Russia è legata ad esso da accordi militari, economici ed energetici; oltre alle imponenti infrastrutture che stanno rendendo l’Asia continentale un immenso spazio comune, è stata creata una banca di sviluppo che l’affranca dai ricatti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, mentre le transazioni finanziarie in yuan sono garantite da un sistema alternativo al SWIFT.

Sulla Cina – e soprattutto sui suoi attuali rapporti con il Vaticano – bisognerà tornare. Qui ci preme capire semplicemente da che parte tiri il vento nei destini del mondo (e nei piani divini che li governano). Visto come stanno le cose, le continue provocazioni occidentali alla Russia non possono che apparire totalmente irrazionali. Vladimir Putin, parlando ai giornalisti, ha chiaramente messo in guardia gli idioti che ci dirigono dal compiere atti irreparabili, ma sembra proprio che da noi ci sia chi voglia a tutti i costi la guerra; tanto loro (idioti, ma non del tutto) hanno rifugi sotterranei dotati di ogni comfort dove si può egregiamente sopravvivere per anni. Del resto una nuova guerra globale (come già le prime due) servirebbe alle menti che manovrano gli idioti per instaurare il nuovo ordine mondiale. Se è vero che la globalizzazione ha favorito soprattutto la Cina, mentre artificiali crisi finanziarie hanno indebolito l’economia occidentale, questo procedere apparentemente contraddittorio fa pensare a un potere occulto che, stando al di sopra degli uni e degli altri, si stia servendo di tutti all’unico scopo di raggiungere i suoi scopi, per poi sbarazzarsi di tutti quando non servano più.

Per questo risulta sempre più necessaria la consacrazione della Russia: per poter contrastare efficacemente quanti si sono messi a servizio delle potenze infernali per chiudere la partita, in definitiva, con il Nazareno liquidando il mondo che da Lui è nato, deve scendere in campo una potenza soprannaturale, ma è pur necessario che ci sia chi si metta a sua disposizione come attivo strumento. Se a questo fine si pensa che sia necessaria una previa conversione del popolo russo alla fede cattolica, credo che, almeno per ora, ci si possa mettere una pietra sopra. Per toglierci ogni fantasia idealizzante e ogni pretesa di stampo integralistico, ci basta ascoltare le omelie del patriarca Kirill. In una di esse, egli sottolinea con forza il fatto di essere stato intronizzato proprio nel giorno in cui si celebra san Marco di Efeso, cioè l’unico metropolita ortodosso che si rifiutò di firmare i decreti di unione al Concilio di Firenze. La coincidenza è interpretata da Kirill come un esplicito richiamo ad adempiere la sua missione di difensore dell’Ortodossia; egli ricorda che l’unione con omelie del patriarca Kirill, immersa in un contesto estremamente degradato e corrotto, non può essere dettata da motivi politici. Ora, se è vero – come è vero – che gli orientali, specie in occasioni particolarmente solenni, non rievocano il passato se non per mandare precisi messaggi, non ci è difficile intuire che cosa valgano realmente, per i Pastori della santa Russia, le farse degli incontri ecumenici e delle dichiarazioni congiunte, tanto enfatizzate a casa nostra.

Il ritorno della Russia all’unità cattolica dell’unica Chiesa di Cristo rimane comunque un obiettivo, ma non saranno certo quattro modernisti finocchi a raggiungerlo con le loro ridicole manfrine. La Chiesa russa è governata da uomini, i quali avvieranno un dialogo serio con i cattolici solo quando avranno di fronte altri uomini come interlocutori – uomini di Dio, intendo. Per questo dobbiamo chiedere alla Madonna di suscitarli e di condurli ad avere dei ruoli di responsabilità nella Chiesa Cattolica; dall’altra parte c’è già chi (sicuramente dietro suggerimento del suo Patriarca) ha messo se stesso e il proprio Paese sotto la protezione della Madre di Dio, per cui dobbiamo semplicemente pregare che si lascino effettivamente guidare da Lei. Quando Suo Figlio vorrà – e nel modo in cui vorrà – ritroveremo anche la piena comunione; per ora supplichiamoli di servirsi degli strumenti da Loro scelti per affrancarci dal potere nefasto della banda di depravati che sta rovinando anche i nostri bambini per farne dei sudditi incoscienti delle loro voglie perverse.

Non è il momento delle grandi manifestazioni pubbliche, che vengono comunque ignorate, ma espongono i sacerdoti promotori a provvedimenti disciplinari che possono facilmente trasformarsi in esclusione irreversibile. Il Signore non ci chiede di correre al massacro per farci mettere fuori gioco in modo irrimediabile; è Lui che salverà la Chiesa, non noi. Questo è il momento della preghiera, della penitenza e della riparazione. Bisogna sì alzare la voce perché in alto capiscano che non tutti sono con loro e che non potranno mai imbavagliare chiunque dissenta; ma non è questo che affretta l’intervento di Cristo, bensì i sacrifici nascosti di quanti si immolano silenziosamente per pura fede, speranza e carità, rimanendo aggrappati alla verità e ai mezzi della grazia per non essere risucchiati nel vortice e aiutare altri a venirne fuori.
 

giovedì 20 aprile 2017

chiesa - peccato




Oggi noi cattolici celebriamo un rito comunitario in cui la dimensione trascendente è ignorata ad esclusivo vantaggio di un’immanenza di matrice modernista, di un sentimentalismo irrazionale. In questa comunità si intende imbandire una cena che seduca i cuori e inebri le menti di chi ha comunque già smarrito la Fede. Ma per estendere l’invito al banchetto anche ai lontani, occorre eliminare da esso tutto ciò che può creare divisione. Una cena in cui ci si limita a procurare diletto agli altri, a vederli godere.

Ma Cristo è elemento di scandalo ed è dunque necessario non parlare di Lui. Tacere il Suo insegnamento, i Suoi comandamenti, la Sua legge. Finendo insomma per identificare il bene e il male, in nome di un’unità e di una fraternità che pare basata sull’omissis eretto a sistema teologico, in cui l’Incarnazione e la Passione di Cristo non hanno importanza, non essendovi differenza tra vizio e virtù, tra dannazione e salvezza.

Conclusione:
Oggi ci si rifiuta di compiere alcuna scelta tra bene e male, e si ritiene pragmaticamente queste categorie come apparenze, astratte entità fenomeniche.

l’Eucaristia ci salverà

Il card. Caffarra: «Fino a quando sulle nostre spirituali rovine sarà celebrata l’Eucaristia, esse potranno risorgere


L’attuale arcivescovo emerito di Bologna — nonché profondo e acuto teologo — nella festa di sant’Agostino 2016 lanciò un accorato appello ai cristiani fedeli affinché non si scoraggino nel deserto spirituale e nella confusione che contraddistinguono l’attuale frangente della vita della società e della Chiesa pubblicata dalla benemerita rivista  Cultura e Identitàn.13 del 30-9-16.

Card. Carlo Caffarra
 Eccellenza venerata e carissima; Signor Sindaco di questa città splendida per storia, arte, e scienza; Gentili Autorità Civili e Militari, la cui presenza onora la celebrazione: considero grande dono fattomi dal Signore celebrare questa Santa Eucaristia presso le spoglie mortali di Agostino, Padre della Chiesa e dell’Occidente. Devo questo dono alla benevolenza del Vs. Ecc.mo Vescovo, giovane in età ma non in sapienza. Grazie, fratello carissimo. 
1. Cari fratelli e sorelle, le tre letture appena proclamate nel loro insieme ci hanno presentato la realtà della Chiesa nella sua condizione storica.
La Chiesa, come ci viene detto nella prima lettura, è l’unità umana ricostruita dall’obbedienza al-l’insegnamento degli Apostoli e dalla “frazione del pane”, cioè dalla celebrazione eucaristica. L’espressione inequivocabile dell’unità riedificata dalla fede e dal Sacramento, è la scomparsa delle categorie “mio-tuo”: «tenevano ogni cosa in comune».
Se dalla prima lettura passiamo alla pagina evangelica, la presentazione della Chiesa diventa drammatica. Accanto all’amabile ed attraente figura del Buon Pastore, si muovono lupi rapaci. Essi si sono introdotti nel gregge del Signore “per rapire e disperdere”; e di fronte ai lupi vi sono pastori-mercenari che fuggono, impauriti dal pericolo.
Ma la seconda lettura è ancora più drammatica. Essa preannuncia per la Chiesa «un giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina […] rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» [2Tm, 4, 3-4]. Cari amici, il contrasto non poteva essere più violento: una Chiesa costruita sull’ascolto dell’insegnamento degli Apostoli — una Chiesa percorsa dal «prurito di udire qualcosa» [ibid., 4, 3] di diverso, dando ascolto ad affabulatori, «secondo le proprie voglie» [ibidem].
A questo punto non dobbiamo commettere l’errore di intendere la Parola di Dio in senso cronologico, come se ognuna delle tre letture narrasse periodi storici diversi della Chiesa: ad una Chiesa santa ed immacolata degli inizi succede a lungo tempo una Chiesa corrotta e mondana. No, non è questo che la Parola di Dio vuole dirci. Che cosa allora? E cominciamo allora ad andare alla scuola del vostro Santo Compatrono, il quale, in un testo bellissimo, risponde alla nostra domanda.
Agostino commenta il testo biblico che narra la misteriosa lotta tra Giacobbe e l’Angelo. Da essa il padre del popolo ebraico esce benedetto da Dio, ma azzoppato per tutta la vita. Scrive dunque Agostino: «la parte lesa di Giacobbe rappresenta i cattivi cristiani, perché nello stesso Giacobbe ci sia e la benedizione e lo zoppicare […]. Ora la Chiesa zoppica. Poggia solidamente su un solo piede, l’altro è invalido»

[1]. La Chiesa della quale parla la prima lettura è la stessa Chiesa della quale parla Paolo nella seconda lettura. La Chiesa vera e la Chiesa — chiamiamola così — del quotidiano è la stessa realtà; è la stessa Chiesa quella che, come Giacobbe, poggia saldamente su un piede e sull’altro zoppica. Un grande scrittore inglese ha detto: «Per i grandi santi e per i grandi peccatori c’è la Chiesa Cattolica; per la gente dabbene basta la Chiesa Anglicana»[2].
«Ecco perché — scrive Agostino — la Chiesa di Cristo ha fedeli saldi nella fede, ma ha pure fedeli tentennanti, e non può non essere senza quelli stabili nella fede, né senza quelli instabili»[3].

2. Come dobbiamo vivere dentro alla nostra casa che è la Chiesa, nella quale, come ci ha appena detto Agostino, ci sono cristiani forti nella fede e cristiani deboli?
La Parola di Dio ascoltata risponde a questa domanda, rivolgendosi distintamente a noi pastori e a voi fedeli.
2.1 A noi pastori. «Carissimo […] annunzia la Parola, insisti in ogni occasione opportuna ed inopportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina […] compi la tua opera di annunciatore del Vangelo». Quali parole tremende sono rivolte a noi pastori! «Voi» — dice Agostino, rivolto a voi fedeli «ascoltate[le] con attenzione, noi [le] ascolteremo con tremore […]. Quanto a voi ascoltate come pecore di Dio e osservate come Dio vi abbia posto al sicuro. Qualunque sia il comportamento di chi vi sta a capo, cioè di noi, voi state sempre al sicuro per la sicurezza che vi ha donato il Pastore d’Israele. Dio non abbandona le sue pecore»[4].
Le nostre città, la nostra nazione, la nostra Europa stanno attraversando una crisi mortale. La cifra della loro agonia è il freddo inverno demografico che stiamo attraversando. La parola che Dio rivolge a noi pastori ci costringe ad alcune domande: stiamo compiendo l’opera di annunciare il Vangelo o ci accontentiamo di esortare le persone a buoni sentimenti morali, quali per esempio tolleranza, apertura, accoglienza? Non dobbiamo essere sordi al vero bisogno, alla struggente necessità che abita nel cuore di uomini e donne che vivono con ansia i giorni cupi e tristi che stiamo attraversando. Non dobbiamo, noi pastori, essere sordi all’angoscia che abita nel cuore di padri e madri, che pensano con paura al futuro dei loro bambini. È necessario che i pastori della Chiesa testimonino, dicano che dentro ogni istante, dentro ogni evento abita una Presenza, un Ospite che guida tutto ciò che accade al bene di coloro che Dio ama.
 Fino a quando sulle nostre spirituali rovine sarà celebrata l’Eucarestia, esse potranno risorgere. Le pie esortazioni morali lasciamole ad altri.
Quando il 24 agosto 410 Alarico I re dei Visigoti [370 ca.-410] saccheggiò Roma, nello sconcerto generale — era dal tempo di Brenno [?-dopo 390 a.C.] che non accadeva — Girolamo [347-419/420)] scrisse: «[...] è occupata la città che aveva occupato il mondo intero»[5]. Ed aggiunge con un’immensa angoscia: «in una sola città tutto il mondo è perito». Girolamo non vedeva più futuro.
Ben diversa fu la reazione di Agostino. Egli non soffre meno per le notizie che gli arrivano da Roma: […] su tutte abbiamo gemuto, spesso abbiamo pianto, siamo appena riusciti a consolarci»[6]. Ma egli portò a compimento La Città di Dio, vera pietra miliare della nostra civiltà. Il santo vescovo insegnò ai suoi fedeli il modo giusto di porsi dentro la storia; e dentro alle rovine dell’Impero gettò i semi di una nuova civiltà.
Ciò che desiderava, ciò che Agostino voleva, era trasmettere vera speranza, e proprio in un momento in cui tutto l’Impero ed in esso la sua Africa stavano crollando. Sul suo letto di morte egli seppe che i Vandali erano entrati in città.
Trasmettere la speranza fondata sulla fede la quale, rinunciando al progetto di una vita ritirata fatta di preghiera e studio, lo fece capace di partecipare veramente all’edificazione della Chiesa e della città. La speranza che Agostino seppe trasmette era incrollabile, perché era certo che Dio era venuto a vivere la nostra tribolata vicenda umana, e dal di dentro l’aveva salvata. È questo Dio che ci dà il diritto di sperare, non un qualsiasi Dio, ma solo il Dio che ha un volto umano perché si è fatto uomo.
Il Signore dunque faccia tacere sulle nostre labbra di pastori parole vuote, e metta sulla nostra bocca parole vere.
2.2  La Parola di Dio si rivolge anche a voi fedeli. E vi dice: «Non siate tra coloro che non sopportano più la sana dottrina, ma per il prurito di sentire qualcosa di nuovo, non circondatevi di maestri che vi dicono ciò che voi avete piacere sentirvi dire, rifiutando di dare ascolto alla verità, per volgervi alle favole». Ma è Gesù che nel Santo Vangelo vi dice parole di consolazione. Egli vi dice: «Io sono la porta delle pecore […] se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà ed uscirà e troverà pascolo» [Gv 10, 9].
Ecco come le spiega Agostino. «Si può dire che noi entriamo quando ci raccogliamo nella nostra interiorità per pensare, e che usciamo quando ci esteriorizziamo mediante l’azione; e poiché, come dice l’Apostolo, è per mezzo della fede che Cristo abita nel nostro cuore, entrare per Cristo significa pensare alla luce della fede, mentre uscire per Cristo significa tradurre la fede in azione davanti agli uomini»[7]. Ecco, cari fedeli, che cosa vi dice il Buon Pastore: pensate alla luce della fede; traducete la fede in atti.
Concludo. In uno scritto contro i Manichei, Agostino ci rivela le ragioni per cui resta nella Chiesa. Eccole.
«Mi mantiene fermo [nella Chiesa] il consenso dei popoli e delle genti; mi mantiene fermo quell’autorità avviata dai miracoli, nutrita dalla speranza, aumentata dalla carità, confermata dall’antichità; mi mantiene fermo la successione dei Vescovi sulla stessa sede di Pietro […] fino al presente Sommo Pontefice; mi mantiene fermo infine lo stesso nome di Cattolica»[8].
Cari fedeli, ascoltate il vostro Compatrono. In questi momenti di grave incertezza mantenetevi fermi nella Chiesa. Abbiamo ragioni vere e belle per farlo. È in essa che incontriamo il nostro Salvatore.




[1] Sant’Agostino, Discorso 5, 8, trad. it., in Opera Omnia di Sant’Agostino, a cura della Nuova Biblioteca Agostiniana (NBA), Città Nuova, Roma, vol. XXIX, Discorsi 1-50. Sul Vecchio Testamento, 1979, pp. 94-95. La sottolineatura è mia.
[2] Cfr. «The Catholic Church is for saints and sinners alone. For respectable people, the Anglican Church will do» (Oscar Wilde, cit. in Richard Ellman (1918-1987), Oscar Wilde, Penguin, Londra 1988, p. 548).
[3] Sant’Agostino, Discorso 76, 3.4, in Opera Omnia di Sant’Agostino, cit., vol. XXX/1, Discorsi 51-85. Sul nuovo Testamento, 1982, p. 519.
[4] Idem, Discorso 46,1.2, ibid., vol. XXIX, cit., pp. 796.797.
[5] San Girolamo, Lettera a Principia, CXXVII,12; CSEL, t. LVI, p.154, 16].
[6] Sant’Agostino, Discorso sulla caduta di Roma, 6; PL 40, pp. 715-724.
[7] Idem, Commento al Vangelo di Giovanni 45,15, in Opera Omnia di Sant’Agostino, cit., vol. XXIV, Discorsi 341-400. Su argomenti vari, 1989, p. 913.
[8] Idem, Contro la Lettera di Mani detta del Fondamento 4.5, ibid., vol. XIII/2, Contro I Manichei II, p. 307.

l' ostilità dei preti ....

Ratzinger: "È ancora troppo grande l’avversione di molti cattolici, insinuata in essi per molti anni, contro la liturgia tradizionale che con sdegno chiamano «preconciliare»"

 
 

Il Corriere della Sera ha pubblicato sabato santo scorso un testo inedito di Joseph Ratzinger: "la prefazione all'edizione russa delle opere di Benedetto XVI".  
L'articolo si è rapidamente diffuso anche su alcuni siti italiani e stranieri legati alla Liturgia antica.
 
Su Messainlatino - MiL - ( QUI ) ad esempio nonostante giorno festivo e vacanziero di "Pasquetta" l'articolo del Corriere  ha avuto un record di visite dei Lettori italiani e stranieri.
 

L'  interesse prioritario ed urgente che i Fedeli riservano alla Sacra Liturgia spazza via ogni bla,bla,bla di una parte della Gerarchia post-sessantottina parolaia e ideologica.


Il testo ratzingeriano è chiarissimo nella sua santa ispirazione :"Negli anni successivi al Concilio Vaticano II sono nuovamente divenuto consapevole della priorità di Dio e della liturgia divina. 
 
Il malinteso della riforma liturgica che si è ampiamente diffuso nella Chiesa cattolica portò al mettere sempre più in primo piano l’aspetto dell’istruzione e della propria attività e creatività. 
 
Il fare degli uomini fece quasi dimenticare la presenza di Dio.  In una tale situazione divenne sempre più chiaro che l’esistenza della Chiesa vive della giusta celebrazione della liturgia e che la Chiesa è in pericolo quando il primato di Dio non appare più nella liturgia e così nella vita. 
 
La causa più profonda della crisi che ha sconvolto la Chiesa risiede nell’oscuramento della priorità di Dio nella liturgia. 
 
Tutto questo mi portò a dedicarmi al tema della liturgia più ampiamente che in passato perché sapevo che il vero rinnovamento della liturgia è una condizione fondamentale per il rinnovamento della Chiesa. "
 


Il Pastore/Teologo aveva più volte espresso il suo pensiero sulla Liturgia prioritario per la buona salute della Chiesa e del popolo santo di Dio! Lex orandi, lex credendi.

Ricordo, ad esempio, la  "Lettera del 2003, dell'allora Card. Joseph Ratzinger, (nella quale) sostiene, come teologo privato, che in futuro
preferirebbe un solo Rito romano, più o meno come l'attuale Rito Extraordinario. ( un forte e romantico sogno interpretativo del commentatore dell'articolo N.d.R.)
 
Le decisioni del recente Motu proprio, intese a liberalizzare l'uso del Messale antico, potrebbero pertanto implicare che tale rito non deve essere solo eccezione."



Al dott. Heinz-Lothar Barth, 23 giugno 2003

Caro dottor Barth,
la ringrazio cordialmente per la sua lettera del 6 aprile cui trovo il tempo di rispondere solo ora. 

Lei mi chiede di attivarmi per una più ampia disponibilità del rito romano antico. 
In effetti, lei sa da sé che non sono sordo a tale richiesta. Nel contempo, il mio lavoro a favore di questa causa è ben noto.

Al quesito se la Santa Sede «riammetterà l’antico rito ovunque e senza restrizioni», come lei desidera e ha udito mormorare, non si può rispondere semplicemente o fornire conferma senza qualche fatica. 

È ancora troppo grande l’avversione di molti cattolici, insinuata in essi per molti anni, contro la liturgia tradizionale che con sdegno chiamano «preconciliare». 

E si dovrebbe fare i conti con la considerevole resistenza da parte di molti vescovi contro una riammissione generale.

Diverso è tuttavia pensare a una riammissione limitata. 

La stessa domanda verso l’antica liturgia è limitata.

So che il suo valore, naturalmente, non dipende dalla domanda nei suoi confronti, ma la questione del numero di sacerdoti e laici interessati, ciononostante, gioca un certo ruolo. 

Oltre a ciò, una tale misura, a soli 30 anni dalla riforma liturgica di Paolo VI, può essere attuata solo per gradi. Qualunque ulteriore fretta non sarebbe di sicuro buona cosa.
Credo tuttavia, che a lungo termine la Chiesa romana deve avere di nuovo un solo rito romano. 

L’esistenza di due riti ufficiali per I vescovi e per i preti è difficile da «gestire» in pratica. 

Il rito romano del futuro dovrebbe essere uno solo, celebrato in latino o in vernacolo, ma completamente nella tradizione del rito che è stato tramandato. 

Esso potrebbe assumere qualche elemento nuovo che si è sperimentato valido, come le nuove feste, alcuni nuovi prefazi della Messa, un lezionario esteso – più scelta di prima, ma non troppa –, una «oratio fidelium», cioè una litania fissa di intercessioni che segue gli Oremus prima dell’offertorio dove aveva prima la sua collocazione.

Caro dott. Barth, se lei si impegnerà a lavorare per la causa della liturgia in questa maniera, sicuramente non si troverà solo, e preparerà «l’opinione pubblica ecclesiale» a eventuali misure in favore di un uso esteso dei libri liturgici di prima. 

Tuttavia bisogna essere attenti a non risvegliare aspettative troppo alte o massimali tra i fedeli tradizionali.

Colgo l’occasione per ringraziarla del suo apprezzabile impegno per la liturgia della Chiesa romana nei suoi libri e nelle sue lezioni, anche se qua e là desidererei ancora più carità e comprensione verso il magistero del papa e dei vescovi. 

Possa il seme da lei seminato germinare e portare molto frutto per la rinnovata vita della Chiesa la cui «sorgente e culmine», davvero il suo vero cuore, è e deve rimanere la liturgia.

Con piacere le impartisco la benedizione che lei ha domandato. 

Saluti sinceri.

+ Joseph Cardinal Ratzinger
 
 
 
Testo originale in tedesco e fonte QUI

mercoledì 19 aprile 2017

x una chiesa tutta in uscita

Quando la celebrazione della messa diventa una questione di contabilità

Il parroco del Veneziano che ha sospeso la celebrazione per mancanza di fedeli e le parole di Gesù: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”
 


Matteo Matzuzzi 

Roma. Magari il patriarca Francesco Moraglia quel cartello non l’avrebbe appeso sul portale della chiesa, ma tutto sommato la decisione di don Mario Sgorlon, il parroco che ha deciso di sospendere le messe nella chiesa delle Vignole per mancanza di fedeli, è ritenuta “comprensibile”. Dal patriarcato di Venezia spiegano al Foglio che “la situazione è originalissima”, essendo il luogo in questione periferico e abitato da poche decine di persone per lo più in età avanzata. E infatti, nella motivazione che ha portato già dallo scorso inverno il sacerdote a decidere di celebrare solo su richiesta di un congruo numero di fedeli (da quantificare, a quanto pare) c’è l’esiguo numero di partecipanti al rito. “Diciamo che riesco a officiare il rito circa una volta al mese. D’inverno, soprattutto, non viene nessuno perché fa freddo ed è umido, la gente si ammala e non esce di casa: una volta ci siamo trovati in tre. Insomma, celebrare così non ha senso”. E’ questo, semmai, il passaggio che stona: il senso di celebrare la messa con “poco” pubblico, quasi fosse una mera questione contabile. E poi, “tre” significa che qualcuno, volenteroso anche se anziano o ammalato, in chiesa c’era. E tanto basta, anche perché dopotutto, “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20), diceva Gesù, se può servire al caso di specie.





Troppe parrocchie e messe poco frequentate. Sacerdoti chiamati a guidare fino a 15 comunità, messe "non garantite". Un cambiamento sociale e culturale che affonda le radici negli scorsi decenni. Un'inchiesta 

Don Mario dice di non capire il clamore suscitato dalla vicenda, anche perché quel cartello è affisso da mesi e i residenti concordano con la scelta di ridurre al minimo la frequenza delle liturgie domenicali date le condizioni particolari (“originalissime”, appunto) della parrocchia. “A richiesta”, si fa sapere poi, le celebrazioni saranno ripristinate, magari in estate, quando le orde di turisti che calano su Venezia potrebbero rimpinguare le presenze sui banchi dei luoghi di culto cattolici, benché i precedenti – a detta di don Sgorlon – non inducano a essere ottimisti. “Sono qui a fare il parroco da oltre quindici anni e non era mai successo che fossi costretto a chiudere, ma così vanno i tempi. Non ci si può fare niente. Quando i fedeli torneranno, io sarò qui ad aspettarli”, ha sottolineato. 

Non è neanche un problema di troppe parrocchie da amministrare e di messe da far saltare per carenza di clero, come pure da tante altre parti d’Italia accade da tempo. Qui manca la folla. “Non ci vedo niente di strano, è il destino di tutte le piccole località”, sospira in tono un po’ inquietate don Mario, che dà l’idea di considerare ormai perso il recinto, con le pecore scappate e non più raggiungibili. 

Una resa, insomma, davanti a “questi tempi” in cui le folle non bussano alle porte delle chiese e quel senso religioso così vivo nell’Italia di qualche decennio fa è assai sbiadito. Non è valso neppure il laicissimo esempio di Giovanni Mongiano, l’attore sessantacinquenne che qualche settimana fa decise di andare in scena al Teatro del Popolo di Gallarate nonostante in sala non ci fosse nessuno. Glielo avevano detto, con imbarazzo, e alla fine l’unico spettatore era la cassiera del teatro. Un’ora e venti di monologo, senza saltare neppure una battuta. E non è valsa neanche la lezione di vita di padre Ernest Simoni, il prete albanese creato cardinale da Francesco che ha passato gran parte della vita in carcere e ai lavori forzati durante la dittatura di Hoxa: “Celebravo la messa tutti i giorni, a memoria, in latino, sfruttando ciò che avevo a disposizione. L’ostia la cuocevo di nascosto su piccoli fornelli a petrolio che servivano per il lavoro. Se non potevo utilizzare il fornello, mettevo da parte un po’ di legna secca e accendevo il fuoco. Il vino lo sostituivo con il succo dei chicchi d’uva che spremevo”.

il loro sorriso parlava

Speranza. Sempre


Ieri sono stato invitato a tenere una conferenza sui rapporti Stato-Chiesa in Italia da una congregazione di suore qui a Roma. Sono andato e ho trovato decine e decine di suore giovani, vestite come suore, che parlavano come suore, ragionavano come suore, si comportavano come suore ed erano serene nel volto e dell'anima: il loro sorriso parlava di Carità.

Ho visto decine di suore - per lo più giovani e di una congregazione giovanissima ma già diffusa in tutto il mondo - che ancora credono in Dio e vivono la Fede di sempre. E sono consapevoli di quanto accade.


Non tutto è perduto. Dio soffia il suo Spirito in pochi luoghi prescelti per lo scopo finale.
 

Ovviamente, mi astengo dal dire il nome della congregazione al fine di evitare la loro distruzione. Sapete com'è... sono ancora cattoliche.

Speranza, amici miei, speranza sempre. "Dio non muore!", come ebbe a dire il grande martire Gabriel Garcia Moreno, Presidente dell'Ecuador, prima di morire accoltellato da esponenti della massoneria locale. 


E chi è con Lui nemmeno muore mai. Sono gli altri che, prima o poi, moriranno, infallibilmente. Tutti.


Massimo Viglione 

martedì 18 aprile 2017

ius soli - ius sanguinis

“Siamo al disastro perché ci siamo illusi di integrare l'islam” 

 

 

E' morto Giovanni Sartori, fiorentino, considerato fra i massimi esperti di scienza politica a livello internazionale, attento osservatore delle questioni chiave di oggi: immigrazione, Islam, Europa. Ѐ stato docente in numerose università, incluse le straniere più prestigiose ed era tra i più autorevoli e pungenti commentatori dell’attualità politica.
 
Ne riprendiamo l'intervista riportata di seguito, che risale ad un anno fa ma non ha perso di attualità, con l'aggiunta di alcune delle sue puntuali osservazioni all'ex ministro Kyenge sulla questione dello ius soli (ne parlavamo qui), tirato in ballo anche di recente in chiave pre-elettorale.

Cose già dette; ma purtroppo non abbastanza consolidate nell'opinione pubblica. E per questo repetita iuvant, soprattutto per chi si affaccia a queste pagine soltanto ora.
 

“Siamo al disastro perché ci siamo illusi di integrare l'islam”

Professore su queste parole si gioca il nostro futuro.
«Su queste parole si dicono molte sciocchezze».

Su queste parole, in Francia, intellettuali di sinistra ora cominciano a parlare come la destra. Dicono che il multiculturalismo è fallito, che i flussi migratori dai Paesi musulmani sono insostenibili, che l'Islam non può integrarsi con l'Europa democratica...
«Sono cose che dico da decenni».

Anche lei parla come la destra?
«Non mi importa nulla di destra e sinistra, a me importa il buonsenso. Io parlo per esperienza delle cose, perché studio questi argomenti da tanti anni, perché provo a capire i meccanismi politici, etici e economici che regolano i rapporti tra Islam e Europa, per proporre soluzioni al disastro in cui ci siamo cacciati».

Quale disastro?
«Illudersi che si possa integrare pacificamente un'ampia comunità musulmana, fedele a un monoteismo teocratico che non accetta di distinguere il potere politico da quello religioso, con la società occidentale democratica. Su questo equivoco si è scatenata la guerra in cui siamo».

Perché?
«Perché l'Islam che negli ultimi venti-trent'anni si è risvegliato in forma acuta - infiammato, pronto a farsi esplodere e assistito da nuove tecnologie sempre più pericolose - è un Islam incapace di evolversi. È un monoteismo teocratico fermo al nostro Medioevo. Ed è un Islam incompatibile con il monoteismo occidentale. Per molto tempo, dalla battaglia di Vienna in poi, queste due realtà si sono ignorate. Ora si scontrano di nuovo».

Perché non possono convivere?
«Perché le società libere, come l'Occidente, sono fondate sulla democrazia, cioè sulla sovranità popolare. L'Islam invece si fonda sulla sovranità di Allah. E se i musulmani pretendono di applicare tale principio nei Paesi occidentali il conflitto è inevitabile».

Sta dicendo che l'integrazione per l'islamico è impossibile?
«Sto dicendo che dal 630 d.C. in avanti la Storia non ricorda casi in cui l'integrazione di islamici all'interno di società non-islamiche sia riuscita. Pensi all'India o all'Indonesia».

Quindi se nei loro Paesi i musulmani vivono sotto la sovranità di Allah va tutto bene, se invece...
«...se invece l'immigrato arriva da noi e continua ad accettare tale principio e a rifiutare i nostri valori etico-politici significa che non potrà mai integrarsi. Infatti in Inghilterra e Francia ci ritroviamo una terza generazione di giovani islamici più fanatici e incattiviti che mai».

Ma il multiculturalismo...
«Cos'è il multiculturalismo? Cosa significa? Il multiculturalismo non esiste. La sinistra che brandisce la parola multiculturalismo non sa cosa sia l'Islam, fa discorsi da ignoranti. Ci pensi. I cinesi continuano a essere cinesi anche dopo duemila anni, e convivono tranquillamente con le loro tradizioni e usanze nelle nostre città. Così gli ebrei. Ma i musulmani no. Nel privato possono e devono continuare a professare la propria religione, ma politicamente devono accettare la nostra regola della sovranità popolare, altrimenti devono andarsene».

Se la sente un benpensante di sinistra le dà dello xenofobo.
«La sinistra è vergognosa. Non ha il coraggio di affrontare il problema. Ha perso la sua ideologia e per fare la sua bella figura progressista si aggrappa alla causa deleteria delle porte aperte a tutti. La solidarietà va bene. Ma non basta».

Cosa serve?
«Regole. L'immigrazione verso l'Europa ha numeri insostenibili. Chi entra, chiunque sia, deve avere un visto, documenti regolari, un'identità certa. I clandestini, come persone che vivono in un Paese illegalmente, devono essere espulsi. E chi rimane non può avere diritto di voto, altrimenti i musulmani fondano un partito politico e con i loro tassi di natalità micidiali fra 30 anni hanno la maggioranza assoluta. E noi ci troviamo a vivere sotto la legge di Allah. Ho vissuto trent'anni negli Usa. Avevo tutti i diritti, non quello di voto. E stavo benissimo».

E gli sbarchi massicci di immigrati sulle nostre coste?
«Ogni emergenza ha diversi stadi di crisi. Ora siamo all'ultimo, lo stadio della guerra - noi siamo gli aggrediti, sia chiaro - e in guerra ci si difende con tutte le armi a disposizione, dai droni ai siluramenti».

Cosa sta dicendo?
«Sto dicendo che nello stadio di guerra non si rispettano le acque territoriali. Si mandano gli aerei verso le coste libiche e si affondano i barconi prima che partano. Ovviamente senza la gente sopra. È l'unico deterrente all'assalto all'Europa. Due-tre affondamenti e rinunceranno. Così se vogliono entrare in Europa saranno costretti a cercare altre vie ordinarie, più controllabili».

Se la sente uno di quegli intellettuali per i quali la colpa è sempre dell'Occidente...
«Intellettuali stupidi e autolesionisti. Lo so anch'io che l'Inquisizione è stata un orrore. Ma quella fase di fanatismo l'Occidente l'ha superata da secoli. L'Islam no. L'Islam non ha capacità di evoluzione. È, e sarà sempre, ciò che era dieci secoli fa. È un mondo immobile, che non è mai entrato nella società industriale. Neppure i Paesi più ricchi, come l'Arabia Saudita. Hanno il petrolio e tantissimi soldi, ma non fabbricano nulla, acquistano da fuori qualsiasi prodotto finito. Il simbolo della loro civiltà, infatti, non è l'industria, ma il mercato, il suq».

Si dice che il contatto tra civiltà diverse sia un arricchimento per entrambe.
«Se c'è rispetto reciproco e la volontà di convivere sì. Altrimenti non è un arricchimento, è una guerra. Guerra dove l'arma più potente è quella demografica, tutta a loro favore».

E l'Europa cosa fa?
«L'Europa non esiste. Non si è mai visto un edificio politico più stupido di questa Europa. È un mostro. Non è neppure in grado di fermare l'immigrazione di persone che lavorano al 10 per cento del costo della manodopera europea, devastando l'economia continentale. Non è questa la mia Europa».

Qual è la sua Europa?
«Un'Europa confederale, composta solo dai primi sei/sette stati membri, il cui presidente dev'essere anche capo della Banca europea così da avere sia il potere politico sia quello economico-finanziario, e una sola Suprema corte come negli Usa. L'Europa di Bruxelles con 28 Paesi e 28 lingue diverse è un'entità morta. Un'Europa che vuole estendersi fino all'Ucraina... Ridicolo. Non sa neanche difenderci dal fanatismo islamico».

Come finirà con l'Islam?
«Quando si arriva all'uomo-bomba, al martire per la fede che si fa esplodere in mezzo ai civili, significa che lo scontro è arrivato all'entità massima».

* * *

“Giuridicamente parlando, la cittadinanza italiana è fondata sullo ius sanguinis: siamo cittadini italiani se siamo nati in Italia da cittadini italiani”.
 
Lo ius soli, la “soluzione opposta”, prevede che “si diventa cittadini del Paese nel quale entriamo e ci insediamo”. Una soluzione adottata storicamente, ricorda, “dai Paesi sotto-popolati”, che “adottano lo ius soli perché hanno bisogno di popolazione”. Per Sartori la “distinzione in questione è logica e storicamente giustificata”. Secondo le statistiche “i Paesi che adottano il criterio dello ius sanguinis sono ancora una maggioranza. Ma molti Paesi – sottolinea – sono oggi piccole isole sperdute nei vari oceani”.
 
“Lo ius soli è un errore gravissimo. Sarebbe un disastro in un paese con altissima disoccupazione. Aumenterebbe le file dei lavoratori sottopagati e la delinquenza per le strade. Io non sono mai stato di destra ma non sto con una sinistra che pensa a quote riservate agli immigrati nella società. Siamo alla demenza. La gente ormai ha paura ad uscire la sera e si vuole favorire la negritudine come in Francia. Ma noi possiamo farne a meno”.
 
“Tutti meticci? Mai” – Sartori ricorda poi alla Kyenge che “integrare non è lo stesso che assimilare, e che la integrazione in questione è soltanto l’integrazione etico-politica”. Per esempio, “per i musulmani tutto è deciso dal volere di Allah, dal volere di Dio. Qui il potere discende soltanto dall’alto. Per le nostre democrazie, invece, il potere deriva dalla volontà popolare, e quindi nasce dal basso, deve essere legittimato dal demos”. Infine l’ultima bordata: “L’ex ministro Kyenge ha dichiarato che siamo tutti meticci. Si sbaglia. Qualsiasi buon dizionario glielo può spiegare”.