Visualizzazione post con etichetta matrimonio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta matrimonio. Mostra tutti i post

giovedì 17 novembre 2016

che bel peccato



Salvifico peccato

 

di Massimo Micaletti

Fermi tutti: c’è un peccato che redime. C’è un peccato che, avvolto nella coscienza, la giustifica e mette in comunione con Dio. Questo peccato è il concubinato.

Da sempre la Chiesa si rivolge ai pubblici concubini, ché da sempre essi esistono e sempre esisteranno. Solo che fino a qualche tempo fa la loro condizione era ritenuta peccaminosa, sulla scorta di trascurabili evidenze quali le Scritture, l’insegnamento di Papi e Santi o di esperienze forse troppo radicali tipo quella di Tommaso Moro.

Poi si è iniziato a parlare di “situazioni irregolari”[1], introducendo così nel magistero la singolare categoria della irregolarità, qualcosa che non è che vada poi bene ma che evidentemente non è peccato, ché altrimenti sarebbe stata chiamata, appunto, peccato.

In seguito, si è ipotizzato che anche questi irregolari, pur non potendo ricevere l’Eucaristia, potessero accedere alla comunione spirituale senza pentirsi affatto delle loro azioni [2]. Qui c’è già tutta la potenza redentrice del concubinato, che consente a chi lo pratica di entrare in comunione con Dio facendo a meno dei Sacramenti, che evidentemente sono riservati a quei peccatori che hanno pensato di sposarsi.

Nel frattempo, ci si è adoperati in ogni modo per liberare i concubini dal fardello della precedente erronea unione, casualmente suggellato dal Sacramento del matrimonio. Certo, abbiamo già visto che la potenza salvifica del concubinato è tale da dispensare chi lo pratica dall’accostarsi ai Sacramenti, però è brutto per un sacerdote sapere che il concubino e la concubina sono magari ancora sposati – per errore, per carità – con qualcun altro; si è provveduto quindi alla demolizione di quelle gessature proprie del procedimento per nullità matrimoniale, così povere di misericordia. Già Giovanni Paolo II aveva contribuito alla liberazione degli innamorati prigionieri mediante la riduzione da tre a due delle sentenze di nullità; ora l’ha si è portata ad una soltanto e con l’introduzione del processus brevior e del giudizio in foro interno ha finalmente fatto sì che di quel doloroso peso i promessi ri-sposi possano disfarsi agevolmente. Quindi, per i concubini il Sacramento dell’Eucaristia non serve per essere in comunione con Dio e quello del matrimonio si può agevolmente spezzare dopo averlo pubblicamente calpestato colla convivenza more uxorio: la forza salvifica del concubinato è tale che nulla può reggere dinanzi ad esso.

Qualcuno potrebbe obiettare che prima di riaccompagnarsi i promessi ri-sposi potrebbero accedere alla Rota per verificare la validità della precedente unione, anche considerata la misericordiosa snellezza che ora gli consente di emanciparsi dai gravi miserandi errori del passato, ma perché farlo, a questo punto? Se possono essere in comunione con Dio e sono dispensati dallo stato di Grazia per avere l’Eucaristia, perché cimentarsi nelle noie di un processo che, per quanto brevior, è sempre tedioso?

Ma pure questa fissa dell’Eucaristia, a che pro se sono già in comunione con Dio pur non essendo in stato di Grazia?
Non solo: il manto di misericordia che consacra il concubinato fa sì che tanti aspetti propri del peccato siano, quanto ad esso, non motivo di più severa condanna (che brutta parola!) quanto piuttosto segni di genuino affidamento al Signore ed ai Suoi precetti letti alla luce della coscienza di ciascuno. Perciò la stabilità e la pubblicità del concubinato non lo aggravano ma anzi lo redimono, perché lo accostano al matrimonio: e per carità non si obietti che il segno del maligno è proprio questo, lo scimmiottare ogni cosa che è del Padre, Sacramenti in primis. Dunque questo è l’unico peccato che più volte e più palesemente viene reiterato, più è santo.

C’è di più: il concubinato è l’unico peccato la cui pubblica professione e prassi non genera scandalo, ma anzi rende i concubini pienamente capaci di dare educazione cristiana sia come padrini che come genitori. A che pro domandarsi come si possa educare cristianamente un figlio dandogli quotidianamente esempio di ribellione a Dio ed ai suoi precetti, magari mentre si lasciano in un’altra casa (ma non in un’altra vita) i figli precedentemente avuti dal matrimonio? La vis redentrice che emana dal concubinato è tale che i concubini sono dispensati anche dalla testimonianza nell’annuncio: possono educare un figlio alla indissolubilità del matrimonio pur vivendo in palese contrasto con essa.

Quale potenza promana dal vincolo del concubinato! Magari gli sposi cattolici potessero beneficiarne: ma loro no, loro si sono sposati e lo sono anche dopo trent’anni, quindi devono essere in stato di Grazia per essere in comunione con Dio e prendere l’Eucaristia, hanno bisogno dei Sacramenti per essere vicini a Dio, devono pentirsi dei propri peccati quando vogliono accedere alla comunione spirituale, devono dare ai figli l’esempio dell’educazione che predicano. Insomma, hanno scelto la retta dottrina e che la vivano: per i concubini c’è la salvezza attraverso il peccato, o meglio l’irregolarità, o forse l’imperfezione, o chissà che.
Messa così parrebbe un po’ inquietante. Che brutto metterla così.

Mettiamola allora in un modo conciliante: alla chiesa da qualche tempo non sta più molto a cuore il matrimonio, quanto piuttosto la famiglia; non stanno più molto a cuore i cattolici, quanto piuttosto i cristiani. Allora è chiaro che in questo misericordioso abbraccio alle coscienze, in questo etero dissolversi nell’aura cristiana assieme a protestanti, anglicani, ortodossi, battisti, valdesi, evangelici e compagnia, i Sacramenti sono un tremendo ostacolo alla pietà, alla misericordia, all’accoglienza.

Perché i Sacramenti nel loro reggersi sulla stato di Grazia impongono di riconoscere il peccato e di mondarsene, e soprattutto impongono di riconoscere il peccato alla luce della Legge e dell’Amore di Dio, non in un percorso di approfondimento nella propria coscienza guidato da un sacerdote (e il sacerdote chi lo guida?): impongono un confronto non elusivo colla Verità e da questo confronto bisogna fuggire, se si vuol continuare a “pregare” lo stesso “dio” dei luterani, se si vuol continuare a benedire i conviventi, se si vuol continuare a dispensare Ostie come fossero gadget premio in vista di un redditizio contratto.

Quindi, via gli intralci: che il concubinato redima i concubini, la famiglia, la Chiesa tutta.

______________________________________________________________________________
[1] https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2010/january/documents/hf_ben-xvi_spe_20100129_rota-romana.html
[2] http://www.radiospada.org/2013/10/mons-muller-sulleucaristia-ai-divorziati-risposati-la-forza-della-grazia-ed-il-peccato-persistente/

mercoledì 7 settembre 2016

vogliamo essere felici

 La farsa del ‘Fertility day’ rivela la tristezza libertaria. E noi invece vogliamo essere felici 

 di Massimo Micaletti


Com’era prevedibile, l’iniziativa del Ministro Lorenzin denominata, con tanta ma tanta fantasia “Fertility Day” (ed in ordine alla quale lo stesso Ministro ha chiarito immediatamente che non si tratta – non sia mai! – di una campagna per la natalità ma solo per la consapevolezza sulla fertilità) ha suscitato un polverone, riportando alla ribalta slogan e trigger femministi che nella mareggiata LGBT si erano un po’ persi. Povere femmine, sembrava che tra gay e lesbiche non interessassero più a nessuno, che le si desse un po’ per scontate, e invece – tadàn! – eccole qua che ci sono, riaprono gli scatoloni degli Anni Settanta e tirano fuori roba un po’ impolverata ma che insomma fa sempre la sua figura, specie se data in pasto a giornalisti che la pensano allo stesso modo. ‘Na mezza rimpatriata, insomma, coi nipotini (de zia) Saviano e Scanzi a far la solita comparsa con dichiarazioni tanto imprevedibili che i bookmaker le avrebbero date a zero.

Però, a fianco di chi grida alla nazionalizzazione fascista degli organi riproduttivi femminili (perché chiaramente la fertilità è roba solo di donne, no? siamo negli Anni Settanta o no, eccheddiamine?) ci sono le menti più pensose, forse ironiche, magari accorate, che sostengono con sdegno pari a quello delle consorelle ma signorilmente composto che insomma i problemi sono altri, che ci vorrebbero più politiche sociali, che mancano gli asili, che i pannolini non li passa lo Stato, che bisogna riformare la maternità delle lavoratrici, che qui e che lì.

Politiche sociali, asili, pannolini… Tutte cose bellissime, per carità, e giustissime: peccato che queste stesse signore, signorine e i loro accoliti maschietti non ne abbiano mai parlato prima, né ci abbiano neppure mai pensato.

Non dimentichiamo che siamo in un Paese in cui la CGIL ha promosso un ricorso farsa – bocciato dagli organi europei – asserendo che in Italia i medici non obiettori di coscienza sarebbero discriminati e che l’accesso all’aborto sarebbe disagevole: ecco quello che fanno per le lavoratrici madri gli amichetti e le amichette di quelli che dinanzi al Fertility Day vanno frignando che alla denatalità non si risponde colle campagne di sensibilizzazione.

Non dimentichiamo che siamo in un Paese che demanda la “Tutela sociale della maternità” alla Legge 194/78, ossia alla legge sull’aborto, che ha fatto sì che sei milioni di italiani finissero tra i rifiuti ospedalieri in nome di quella stessa idea di maternità che ci ha portato al punto in cui siamo e che viene strenuamente difesa da queste neonate vestali della natalità in salsa Capalbio ma pure dalla stessa Lorenzin.

Non dimentichiamo soprattutto che esiste un nesso naturale tra fertilità, maternità, famiglia e natalità e questo nesso è – lo ripeto – naturale, ossia non può essere mutato né spezzato pena l’estinzione della specie (che è poi più o meno quanto sta avvenendo) e che quelle stesse signore, signorine e maschietti si battono proprio affinché esso sia mutato e spezzato.

La fertilità è il profilo biologico della procreazione, e attiene non solo alla donna (che nel dibattito degli ultimi cinquant’anni se ne è impossessata: e con che diritto?). Colla cultura della contraccezione, si è agito da subito col preciso intento di violare e piegare la fertilità alle scelte dell’individuo.

La maternità – o meglio, la genitorialità – ne è la proiezione nel rapporto col nascituro e col nato, col figlio in tutti momenti della sua vita. E’ un fenomeno dinamico, non si ferma mai neppure dopo la morte di uno dei protagonisti (madre, padre, figlio) ed è stato decapitato coll’introduzione dell’aborto finanziato dallo Stato, che non solo ha conferito alla gestante potere di vita o di morte sul concepito ma ha reso quei soggetti che di natura dovrebbero proteggere il rapporto tra genitori e figli – ossia il medico e la collettività – attori efficienti ed efficaci nella distruzione dell’essere umano in grembo e quindi della maternità e della genitorialità stesse.

La famiglia è la struttura sociale, naturale, ordinata nella quale la vita trova accoglienza ed accadimento. Essa è stata divelta e disarticolata dal pullulare di forme di unione, convivenza, consessualità più o meno evolute e complesse che nell’affiancarsi ad essa l’hanno sfigurata e fiaccata. Possiamo dire, scrivere e gridare quanto vogliamo che “famiglia” è qualunque cosa noi vogliamo purché ci si voglia bene, la realtà dei fatti dimostrerà sempre un’altra cosa, che se ne voglia prendere atto o no.

La natalità è il dato fenomenologico e statistico che registra l’impatto degli altri tre su un popolo, quindi in definitiva sul benessere e sull’esistenza di tutte le persone prese a riferimento.

E l’esistenza del nesso tra fertilità, maternità, famiglia e natalità dà fastidio, e questo nesso è l’obiettivo, il nemico giurato di una guerra ottusa condotta dalle zie e dai nipotini di cui sopra e dai loro mentori con gli strumenti cui ho fatto cenno. Questo nesso è ingombrante non solo per una concezione individualista della maternità come libera scelta, ma anche per tutte le alchimie in tema di famiglia che quelle stesse persone sostengono.

E’ dunque eretico parlare di natalità in un Paese che celebra unioni civili e che ogni giorno somministra più o meno trecento aborti e distrugge ancor più embrioni nel business della fecondazione artificiale, perché della natalità gli inquisitori dalla penna rossa non vogliono sentir parlare e non vogliono sentirne parlare perché è la prova provata che il loro modello fatto di preservativo+pillola+divorzio+aborto+LGBT porta all’autodistruzione e lo sanno benissimo, per questo frignano che la colpa è dello Stato che non fa politiche sociali (pur vero).

Frignano perché hanno ben chiaro che è colpa loro, è colpa di quello in cui hanno creduto per anni e che li ha arricchiti con libri, film, conferenze, su cui hanno scommesso la loro vita, vita che non a caso i più di loro chiedono di poter chiudere con un suicidio medico. Non riescono ad uscirne, sono prigionieri di un pensiero sterile che alla fine li soffoca nell’eutanasia.
Un pensiero sterile che grazie a Dio non ci riguarda.

Mentre questi continuano a suonare la loro redditizia e monotona orchestrina sul Titanic, noi dunque rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo di rimediare ai disastri che hanno combinato e che continuano a difendere.

Non abbiamo paura dei figli, dei bambini: affidiamo i nostri figli e noi a Dio con intelligenza, responsabilità e soprattutto Fede e Speranza.
Concepire, far nascere, allevare, educare, consigliare, aspettare, lasciare una vita nuova che Dio ha donato all’amore nostro e della nostra famiglia è una via meravigliosa per rendere gloria a Dio: il che vuol dire poi in concreto – in concreto, adesso, nel quotidiano! –  complicarsi la vita, soffrire, temere, gioire, commuoversi, ascoltare, tacere, pregare, sorridere. Ossia, essere felici.


mercoledì 27 luglio 2016

chiesa e patacche .... della misericordia

L’omicidio dell’akribeia per l’oikonomia e il suo successivo suicidio


 

In questo post accennerò brevemente e chiaramente a certi temi morali che si dibattono da molto nel mondo cattolico. Per mesi nel Cattolicesimo è stata invocata la “misericordia” nei riguardi di chi vive forme diversificate di convivenza dicendo che tali persone sono credenti di “serie B” dal momento che non possono accedere all’eucarestia. Questo e discorsi analoghi sono tediosi e molto pericolosi e dirò il perché. Con tale affermazione s’invoca un’applicazione generosa della legge morale un’oikonomia, per dirla con linguaggio tecnico greco. Se non si applica tale oikonomia si finisce per non essere dei veri cristiani e, qualcuno dice, si è dei rigoristi attaccati alla legge, come i farisei di un tempo.

Per uscire dai rovi di questi discorsi semplicistici e confusi e capire qualcosa di più bisogna interrogare la storia e comprendere le scelte di fondo dell’antico Cristianesimo, assai più rigoroso di quello attuale.

San Paolo ai suoi cristiani chiedeva addirittura di non sposarsi, poiché il Signore, per lui, stava per venire e un matrimonio li avrebbe, almeno parzialmente, distratti dagli inderogabili obblighi della vita cristiana (discorso rigoroso ossia che segue l’akribeia, detto con termine greco). Poi, vedendo la realtà, san Paolo decide di applicare l’oikonomia: “È meglio sposarsi che ardere!”.

Cosa c’indica il passo paolino? Che il fine delle posizioni rigorose di akribeia è quello di mantenere aperto il cammino verso Cristo, di mantenere viva nel cuore del credente la coscienza della realtà di Dio. La legge rigorosa non ha senso per se stessa ma per scrollare l’uomo e indicargli il cammino verso il Cielo, un cammino che non è facile per nessuno. Questo perché l’uomo, lasciato ai suoi soli criteri personali, si autogiustificherebbe subito con quel criterio utilizzato spesso e che si riassume nella seguente frase: “Se ti senti bene così, allora va bene così”.
 
Per la Chiesa questo discorso, che può essere valido per la psicologia, non ha senso. La Chiesa non si muove con la psicologia (come oramai accade spesso in Occidente) ma con la spiritualità che sta su un piano totalmente diverso e implica vere e proprie percezioni interiori. La seconda non è necessariamente contro la prima ma ha fini e prospettive che la prima non può avere per sua stessa scelta.
 
Perciò l’oikonomia della Chiesa è sempre fatta per portare all’akribeia o quanto meno per tendere verso essa, l’applicazione larga della legge morale è fatta per portare ad un’applicazione sempre più rigorosa.
 
Faccio un esempio:
Nel caso di due conviventi non sposati, la Chiesa dovrebbe chiedere ad entrambi se vogliono amare Cristo. Se sì, dovrebbe loro ricordare che questo comporta una sequela che, come per tutti, impone anche dei sacrifici. Cristo accoglie tutti ma non li vuole lasciare come sono e chiede loro pian piano di cambiare per assumere la “veste nuziale” e poter entrare nella stanza dello Sposo (cfr. Mt 22, 1-14 ).
 
Il cambiamento o metanoia, è prima di tutto un atteggiamento interiore, è l’ammissione che nessun uomo è perfetto dinnanzi a Dio, che la nostra è una natura ferita, passionale, dunque soggetta ad oscurarsi e a chiudersi a Dio.
 
A quest’atteggiamento interiore e spirituale deve corrispondere pian piano una scelta esteriore e pratica: due conviventi o si sposano regolarmente o rinunciano all’uso della sessualità. Nella Chiesa la sessualità è regolata, non lasciata all’arbitrio o al capriccio personale. Tale regola ha come fine ultimo quello di non oscurare l’animo dinnanzi alle realtà celesti poiché l’uomo nell’abbondanza e nella possibilità di far ciò che vuole si taglia inevitabilmente da Dio finendo per dire a se stesso: “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia” (Lc 12, 19).

Se la scelta della castità non si può fare, anche per umani e ragionevoli motivi, la vita cristiana sarà inevitabilmente sempre piuttosto marginale alla Chiesa (*). Ciò non significa essere di “serie B” o esserne fuori, significa aver scelto da se stessi un luogo in cui stare e in quel luogo Dio aiuterà le persone di buona volontà nella misura a Lui nota e possibile.
 
Dal mio punto di vista, se i conviventi non hanno rapporti sessuali per un certo tempo, la Chiesa può anche ammetterli ai sacramenti, ma sempre agendo con attenzione. In questo modo è fatta salva l’oikonomia e non si intacca l’akribeia.

Molto differente è il caso che si sta cercando di attuare: partendo dalla constatazione puramente psicologica che l’amore di due conviventi è uguale (o più elevato) all’amore di due persone regolarmente sposate, si dice che esiste una vera e propria ingiustizia a non ammetterli ai sacramenti. Esiste, dunque, chi li vorrebbe ammettere immediatamente e sempre, cosa che si fa già.

Siamo dinnanzi al caso di una oikonomia che uccide l’akribeia: chi fin ora ha seguito la via rigorosa si sentirà tradito dalla stessa Chiesa! Non ci si accorge, per di più, che tale oikonimia, dopo aver ucciso l’akribeia, non può che uccidere se stessa! Infatti, rimosso il valore della conversione, dichiarata de facto l’identica dignità di ogni forma di convivenza (probabilmente vero psicologicamente ma non spiritualmente), appoggiati unicamente su una visione psicologica e non spirituale dell’uomo, si giunge inevitabilmente al detto: “Se ti senti bene così, allora va bene così”. Questo alla lunga può veramente portare all’agnosticismo e all’abbandono di ogni pratica religiosa poiché l’uomo si concepisce autosufficiente, ossia bastante a se stesso.
Credo che in Occidente il mancato dosaggio sapienziale dell’oikonomia, l’ideologica e pregiudiziale condanna senza appello dell’akribeia, la mancanza di una prospettiva spirituale sostituita in gran parte da concezioni psicologiche porteranno alla fine dello stesso Cristianesimo.

_____

(*) Quest’argomento è spinoso. In un contesto che esalta all’inverosimile la sensualità e la sessualità  - fino al punto incredibile da paragonare le relazioni trinitarie a quelle sessuali - risulta quasi impossibile valorizzare la continenza sessuale. In realtà la Chiesa l’ha sempre  valorizzata (come non poche religioni storiche) perché l’uso indiscriminato della sessualità sfibra le energie dell’anima, abbassa o acceca la coscienza spirituale, snerva l’intuito interiore. Il logion evangelico "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio" non è pronunciato a caso e non si riferisce neppure ad una semplice condizione ultraterrena, oltrepassata la vita presente. L’intuizione della presenza divina è come l’ascolto del rumore leggero del vento (e anche qui non è un caso che la Scrittura riferisca che la presenza di Dio sta nella brezza - 1 Re 19, 11-13): come sarebbe impossibile sentire il rumore leggero del vento se ascoltassimo musica a tutto volume, così è impossibile intuire la presenza divina in un animo dedito ai piaceri sensuali e disperso nella molteplicità del mondano. Non è dunque un caso che tutte le religioni che coltivino un minimo di spiritualità sostengano la continenza sessuale, cosa alla quale sono chiamati in determinati periodi a praticare pure gli sposi cristiani. Se, viceversa come sta succedendo, quasi un’intera Chiesa perde di vista la spiritualità sostituendola con la psicologia, è inevitabile non capire più la continenza sessuale. La ribellione verso essa finirà per essere addirittura favorita da una concezione della vita legalistica e moralistica, dal momento che pure questa è sganciata da ogni genere di spiritualità ed empeirìa cristiana o equivoca la spiritualità con una concezione religiosa puramente psichica, un sottoprodotto della stessa sensualità dove Dio è un zuccheroso bonaccione mille volte distante dal "Dio sabaoth" della rivelazione biblica.

Inoltre, a ben osservare, la cosiddetta "sessuofobia" e il disprezzo del corpo, atteggiamenti malati che l’Oriente cristiano non conosce e provenienti da una matrice filosofica neoplatonica che ha affascinato il mondo latino medioevale, provengono inizialmente dalla sopraccennata conoscenza spirituale ma poi, con l'idea di migliorarla, l'hanno distorta. Perciò si deve stare ben attenti a non proiettare sulla rivelazione cristiana e sugli scritti paolini questo tipo di concezioni - alcuni dicono che san Paolo era un sessuofobo! - concezioni posteriori e che il mondo biblico era lungi dal condividere.

domenica 10 aprile 2016

difesa del maschilismo

Apologia del maschilismo
     
maschilismo
 
 
di Gabriele Colosimo
 
Voglio dirlo subito: titolo e foto sono volutamente provocatori. Spero che la provocazione possa aiutare a far arrivare questo breve articolo anche a chi ha poco chiari i ruoli all’interno della famiglia, dal momento che assistiamo ad una sempre più martellante propaganda a favore delle stesse battaglie che hanno pian piano costruito la società dei gessetti.
 
La foto qui sopra è un chiarissimo esempio della disonestà intellettuale che caratterizza i detrattori dell’ordine naturale, com’è stato creato da Dio.

Abbiamo un uomo in sovrappeso sul divano, con indosso una maglietta di Star Wars, la nota saga di film di fantascienza, che tiene al guinzaglio una donna che stira in abiti succinti e che non sembra particolarmente contenta del trattamento (e vorrei vedere…).
 
Appare chiarissimo il riferimento alla “società patriarcale”, così come viene definita dall’attivismo LGBT, in cui la donna non sarebbe altro che la schiava del marito, il quale, a sentir loro, avrebbe diritto di vita e di morte sulla povera malcapitata. Probabilmente a forza di far entrare maomettani devono aver fatto un po’ di confusione.
 
Mi rendo conto che l’espressione “le mogli siano sottomesse ai mariti” in tempi di grave decadenza morale possa essere intesa come un’umiliazione quotidiana delle povere spose, o, peggio ancora, come un’oppressione psicologica e fisica, una sorta di continuo assoggettamento quotidiano, per intendersi.
Il matrimonio cristiano non è questo. Iniziamo con la citazione completa: “Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui, che è il Salvatore del corpo. Ora come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli devono essere sottomesse ai loro mariti in ogni cosa.” (Ef 5,22)
 
Qualcuno sano di mente potrebbe mai pensare che la Chiesa debba essere sottomessa a Cristo nel modo in cui Nostro Signore la umilia o la opprime? E’ per questo che giudico particolarmente disoneste le congetture dei “progressisti” della famiglia. Perché nulla di ciò che dicono sta in piedi. Può starci esclusivamente con una citazione parziale e male interpretata, snaturando quella sana sottomissione che è nell’ordine naturale. Quanto affermano non somiglia neanche a quanto richiesto agli sposi nel matrimonio sacramentale. E non è nulla che abbia minimamente a che fare con quel lume che è stata la civiltà cristiana.
 
Voglio citare Chesterton per far comprendere dove si insidia il cortocircuito del femminismo e dell’emancipazione femminile in genere, lo scrittore disse: “Il femminismo è mescolato con l’idea confusa per cui le donne sono libere quando servono il datore di lavoro, ma schiave quando aiutano i mariti.”
Per le femministe sono desiderabili i compromessi lavorativi, la sottomissione (questa sì nel senso deteriore del termine) all’imprenditore o al capetto di turno, è desiderabile che educhino i figli dopo otto ore passate in ufficio. Anzi, non solo va bene, ma la chiamano realizzazione! E’ qui l’errore grave.
 
Mentre scrivo queste parole penso alle donne sposate con figli che ho conosciuto in ambienti lavorativi. Credo che nessuno abbia difficoltà a credermi se dico che il denominatore comune tra loro non era esattamente la realizzazione personale.
 
Il femminismo che magari professavano a 20 anni, immaginandosi in un grattacielo di Manhattan a impartire ordini e a guadagnare uno sproposito, a 40 anni si è trasformato in lamentele e occhiaie. Forse la statistica che espongo è falsata, perché basata quasi solo sulla mia esperienza personale, ma stranamente nelle pause di lavoro la totalità  delle donne di mezza età con figli che ho conosciuto ha più volte lasciato trasparire che si trovava lì più per necessità che altro e che se ne starebbero volentieri a casa a educare i figli.
 
Non pretendo, con la mia esperienza, di entrare nelle intenzioni di tutte le donne con figli che lavorano, ma non posso non tenerne conto. Quantomeno lasciatemi giudicare assurda la logica per cui sollevare la donna, dove possibile, dagli oneri lavorativi per farla dedicare all’educazione dei figli sia da bigottosauri medievali maschilisti.
 
 
Concludo lasciando al Catechismo Maggiore di San Pio X la risposta a qualunque accusa contro la nostra santa religione e contro l’ordine voluto da Dio:
413.  Che doveri hanno gli sposi?
Gli sposi hanno il dovere di convivere santamente, di aiutarsi con affetto costante nelle necessità spirituali e temporali, e di educare bene i figliuoli, curandone l’anima non meno del corpo, e formandoli anzitutto alla religione (cattolica) e alla virtù con la parola e con l’esempio. 
I. Preparazione al matrimonio. Chi ancora non sa a quale via il Signore lo abbia predestinato, deve cercare di conoscere la divina volontà e pregare assiduamente e umilmente, consigliarsi e studiare la propria vocazione. Nel caso che non si senta chiamato a uno stato più perfetto, sacerdozio, vita religiosa, o istituto secolare, si prepari allo stato coniugale. Chi si prepara al matrimonio deve prima di tutto pregare per giungere casto e ricco di grazia all’altare, e fare di tutto per conservare le sue forze per la futura famiglia. Preghi Dio che gli faccia trovare il compagno o la compagna degna, con cui dovrà convivere santamente e formare una buona famiglia cristiana. Nella scelta del fidanzato o della fidanzata i giovani non devono lasciarsi guidare né dal capriccio né dalla passione passeggera, che li attira verso i piaceri puramente animaleschi o li spinge a cercare soltanto l’interesse materiale e il denaro. Durante il fidanzamento i giovani devono cercare di conoscersi a vicenda, comprendersi, imparare a sopportarsi e aiutarsi, preparandosi nella preghiera, nel mutuo rispetto, nell’unità dello spirito e della carità soprannaturale, a formare una sola carne e una famiglia cristiana. Prima di celebrare il matrimonio ricevano devotamente i sacramenti della Penitenza e della Comunione, e vadano all’altare di Dio animati da viva fede, profonda devozione e retta intenzione. 
II. Doveri degli sposi.  
1) Gli sposi hanno il dovere di convivere santamente. senza imitare quei coniugi che nelle nozze cercano soltanto la soddisfazione di se stessi o l’interesse materiale; che tradiscono l’unità e l’indissolubilità del sacramento; che vogliono solo i piaceri evitando i pesi, specialmente dei figli.  
2) … di aiutarsi con affetto costante nelle necessità spirituali e temporali. Dall’amore nato spontaneo nei cuori e reso sacro ai piedi dell’altare con la benedizione di Dio: deve nascere il rispetto e l’aiuto reciproco tra i coniugi. Il marito deve provvedere alla moglie quanto le è necessario per il vitto, il vestito e l’abitazione; deve trattarla non come una serva, ma come la compagna della sua vita e la madre dei suoi figli, usando con lei delicatezza amorosa, specialmente nei periodi della maternità. A sua volta la moglie deve amare il marito, rispettarlo come capo della famiglia e padre dei suoi figli, obbedirlo, aiutarlo, custodire la casa come un santuario, facendo in modo che lo sposo trovi la maggior felicità e attrattiva tra le mura domestiche, dandosi con generosità e sacrificio. 
3)  … e di educare bene i figliuoli, curandone l’anima non meno del corpo, e formandoli anzitutto alla religione e alla virtù con la parola e con l’esempio. Il Sommo Pontefice Pio XI, nell’Enciclica «Della cristiana educazione della gioventù» (31 dicembre 1931) insegna che spetta prima di tutto ai genitori l’educazione naturale dei figli e alla Chiesa l’educazione soprannaturale. Lo stato non può né deve contrastare i doveri dei genitori e della Chiesa, né tanto meno impartire la cosiddetta educazione «laica», che in realtà è irreligiosa. E’ suo compito aiutare i genitori e la Chiesa nell’educazione della gioventù. I genitori devono non solo insegnare i primi elementi della scienza ai figli e avviarli agli studi, al lavoro e all’esercizio di un’onesta e decorosa professione; ma devono instradarli sulla via della pietà cristiana e della fede, facendone dei buoni cittadini e soprattutto dei buoni cristiani, servendosi per questo dell’aiuto dello stato e della Chiesa. Per l’educazione dei figli ha certamente molta efficacia la parola che esorta, consiglia, comanda, rimprovera, punisce: ma molto più efficaci sono l’esempio di una vita laboriosa e onesta e la pratica integrale della vita cristiana. Senza il buon esempio tutte le fatiche e tutti i discorsi saranno sprecati.

http://www.radiospada.org/2016/03/apologia-del-maschilismo/ 

giovedì 31 marzo 2016

rimettere le persone nei loro corpi

Per ricostruire il matrimonio e la famiglia bisogna rimettere le persone nei loro (sacri) corpi. Spettacolare lezione di Caffarra




Pubblichiamo l’intervento con il quale il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, ha aperto ieri mattina a Roma i lavori del convegno “Matrimonio e famiglia. La questione antropologica e l’evangelizzazione della famiglia”, organizzato dalla facoltà di Diritto canonico della Pontificia Università della Santa Croce.
 
Rifletterò sulla comunicazione della proposta cristiana circa il matrimonio dentro la cultura occidentale e presenterò il mio ragionamento in tre tempi. Nel primo cercherò di disegnare uno schizzo della condizione culturale in cui oggi versa il matrimonio in Occidente. Nel secondo cercherò di individuare i problemi fondamentali che questa condizione culturale pone alla proposta cristiana riguardante il matrimonio. Nel terzo indicherò alcune modalità fondamentali con cui il Vangelo del matrimonio oggi deve proporsi.
 
Condizione del matrimonio oggi
«Rari nantes in gurgite vasto». Il famoso verso virgiliano fotografa perfettamente la condizione del matrimonio in Occidente. L’edificio del matrimonio non è stato distrutto; è stato de-costruito, smontato prezzo per pezzo. Alla fine abbiamo tutti i pezzi, ma non c’è più l’edificio.
 
Esistono ancora tutte le categorie che costituiscono l’istituzione matrimoniale: coniugalità; paternità-maternità; figliazione-fraternità. Ma esse non hanno più un significato univoco.
 
Perché e come è potuto accadere questa de-costruzione? Cominciando a scendere in profondità, costatiamo che è in opera una istituzionalizzazione del matrimonio che prescinde dalla determinazione bio-sessuale della persona. Diventa sempre più pensabile il matrimonio separandolo totalmente dalla sessualità propria di ciascuno dei due coniugi. Questa separazione è giunta perfino a coinvolgere anche la categoria della paternità-maternità.
 
La conseguenza più importante di questa de-biologizzazione del matrimonio è la sua riduzione a mera emozione privata, senza una rilevanza pubblica fondamentale.
 
Il processo che ha portato alla separazione dell’istituto matrimoniale dall’identità sessuale dei coniugi, è stato lungo e complesso. Non posso che accennarlo nei suoi momenti essenziali.
 


Ferrandina
d. Luciano Micheli
 
Il primo momento è costituito dal modo di pensare il rapporto della persona al proprio corpo, un tema che ha sempre accompagnato il pensiero cristiano. Mi sia consentito ci descrivere come sono andate le cose attraverso una metafora. Il pensiero cristiano ha ingerito la visione platonica e neo-platonica dell’uomo, ed una tale decisione ha creato gravi problemi di “metabolismo”. Come amavano esprimersi i teologi medievali, il vino della fede rischiava di trasformarsi nell’acqua di Platone, anziché l’acqua di Platone nel vino della fede. La difficoltà propriamente teologica non poteva non divenire anche difficoltà antropologica riguardante precisamente il rapporto persona-corpo. La grande tesi di S. Tommaso che affermava l’unità sostanziale della persona non è risultata vincente.
 
Secondo momento. La separazione del corpo dalla persona trova un nuovo impulso nella metodologia propria della scienza moderna, la quale bandisce dal suo oggetto di studio ogni riferimento alla soggettività, in quanto grandezza non misurabile. Il percorso della separazione del corpo dalla persona può dirsi sostanzialmente concluso: la riduzione, la trasformazione del corpo in puro oggetto.
 
Da una parte il dato biologico viene progressivamente espulso dalla definizione di matrimonio, dall’altra, e di conseguenza in ordine alla definizione di matrimonio le categorie di una soggettività ridotta a pura emotività diventano centrali.
 
Mi fermo un poco su questo. Prima della svolta de-biologizzante, in sostanza il “genoma” del matrimonio e famiglia era costituito dalla relazione fra due relazioni: la relazione di reciprocità [la coniugalità] e la relazione inter-generazionale [la genitorialità]. Tutte e tre le relazioni erano intra-personali: erano pensate come relazioni radicate nella persona. Esse non si riducevano certamente al dato biologico, ma il dato biologico veniva assunto ed integrato dentro la totalità della persona. Il corpo è un corpo-persona e la persona è una persona-corpo.
 
Ora la coniugalità può essere sia etero che omosessuale; la genitorialità può essere ottenuta da un procedimento tecnico. Come giustamente ha dimostrato P.P. Donati, stiamo assistendo non ad un cambiamento morfologico, ma ad un cambiamento del genoma della famiglia e del matrimonio.
 
matrimonio-shutterstock_132553037

 
Problemi posti dal Vangelo del matrimonio
In questo secondo punto vorrei individuare i problemi fondamentali che questa condizione culturale pone alla proposta cristiana del matrimonio.
 
Penso che non si tratti in primo luogo di un problema etico, di condotte umane. La condizione in cui versa oggi il matrimonio e la famiglia non può essere affrontata in primo luogo con esortazioni morali. È una questione radicalmente antropologica quella che viene posta all’annuncio del vangelo del matrimonio. Vorrei ora precisare in che senso.
 
– La prima dimensione della questione antropologica è la seguente. È noto che secondo la dottrina cattolica, il matrimonio sacramento coincide col matrimonio naturale. La coincidenza fra i due penso che non si possa più oggi mettere teologicamente in dubbio.
 
Ora ciò che la Chiesa intendeva ed intende per “matrimonio naturale” è stato demolito nella cultura contemporanea. È stata tolta la “materia”, mi sia consentito dire, al sacramento del matrimonio.
 
Giustamente teologi, canonisti, e pastori si stanno interrogando sul rapporto fede-sacramento del matrimonio. Ma esiste un problema più radicale. Chi chiede di sposarsi sacramentalmente, è capace di sposarsi naturalmente? Oppure: non la sua fede, ma la sua umanità è così devastata da non essere più in grado di sposarsi?
 
– La questione antropologica ha una seconda dimensione. Essa consiste nell’incapacità di percepire la verità e quindi la preziosità della sessualità umana. Mi sembra che Agostino abbia descritto nel modo più preciso questa condizione: «Sommerso ed accecato come ero, non ero capace di pensare alla luce della verità e ad una bellezza che meritasse di essere amata per se stessa che non fosse visibile agli occhi della carne, ma nell’interiorità».
 
La Chiesa deve chiedersi perché ha di fatto ignorato il magistero di S. Giovanni Paolo II sulla sessualità e l’amore umano. Dobbiamo chiederci anche: la Chiesa possiede una grande scuola in cui impara la profonda verità del corpo-persona, la Liturgia. Come e perché non ha saputo farne tesoro anche in ordine alla domanda antropologica di cui stiamo parlando? Fino a che punto la Chiesa ha coscienza del fatto che la teoria del gender è un vero tsunami, che non ha di mira principalmente il comportamento degli individui, ma la distruzione totale del matrimonio e della famiglia?
 
In sintesi: il secondo problema fondamentale che si pone oggi alla proposta cristiana del matrimonio è la ricostruzione di una teologia e filosofia del corpo e della sessualità, che generino un nuovo impegno educativo in tutta la Chiesa.
– La questione antropologica posta dalla condizione in cui versa il matrimonio alla proposta cristiana dello stesso ha una terza dimensione: la più grave.
 
Il collasso della ragione nella sua tensione verso la verità di cui parla la Fides et ratio [cfr. 81-83] ha trascinato con sé anche la volontà e la libertà della persona. L’impoverimento della ragione ha generato l’impoverimento della libertà. In conseguenza del fatto che disperiamo della nostra capacità di conoscere una verità totale e definitiva, noi abbiamo difficoltà a credere che la persona umana possa realmente donare se stessa in modo totale e definitivo, e ricevere l’auto-donazione totale e definitiva di un altro.
 
L’annuncio del Vangelo del matrimonio ha a che fare con una persona la cui volontà e libertà è privata dalla sua consistenza ontologica. Nasce da questa inconsistenza l’incapacità oggi della persona di pensare l’indissolubilità del matrimonio se non in termini di una legge «exterius data»: una grandezza inversamente proporzionale alla grandezza della libertà. È questa una questione molto seria anche nella Chiesa.
 
– Con quest’ultima costatazione siamo entrati nella quarta ed ultima dimensione della questione antropologica posta all’annuncio del Vangelo del matrimonio: la logica interna propria degli ordinamenti giuridici degli Stati riguardo a matrimonio e famiglia. Sulla questione in generale, Benedetto XVI ha espresso il Magistero della Chiesa in uno dei suoi discorsi fondamentali, quello tenuto davanti al Parlamento della Rep. Federale tedesca a Berlino il 22 settembre 2011.
 
Gli ordinamenti giuridici sono andati progressivamente sradicando il diritto di famiglia dalla natura della persona umana. È una sorta di tirannia dell’artificialità, che si va imponendo, riducendo la legittimità alla procedura. Le leggi attuali di equiparazione si attribuiscono l’autorità di creare la capacità di esercitare il diritto di sposarsi, di rendere artificialmente possibile ciò che naturalmente non lo è.
 
Sarebbe un grave errore il pensare – e agire di conseguenza – che il matrimonio civile non interessi il Vangelo del matrimonio, al quale interesserebbe solo il sacramento del matrimonio.
 
 
Modalità dell’annuncio
Vorrei ora in questo terzo ed ultimo punto indicare alcune modalità in cui la proposta cristiana del matrimonio non deve essere fatta, ed alcune modalità in cui può essere fatta.
 
Vi sono tre modalità che vanno evitate. La modalità tradizionalista, la quale confonde una particolare forma di essere famiglia con la famiglia ed il matrimonio come tale. La modalità catacombale, la quale sceglie di ritornare o rimanere nelle catacombe. Concretamente: bastano le virtù “private degli sposi”; è meglio lasciare che il matrimonio, dal punto di vista istituzionale, sia definito da ciò che la società liberale decide. La modalità buonista, la quale ritiene che la cultura di cui ho parlato sopra, sia un processo storico inarrestabile. Propone di venire, quindi, a compromessi con esso, salvando ciò che in esso sembra essere riconoscibile come buono.
 
Non ho ora il tempo per rifletter più a lungo su ciascuna di queste tre modalità, e passo quindi all’indicazione di alcune modalità positive.
 
Parto da una costatazione. La ricostruzione della visione cristiana del matrimonio nella coscienza dei singoli e nella cultura dell’Occidente è da pensarsi come un processo lungo e difficile. Quando una pandemia si abbatte su un popolo, la prima urgenza è sicuramente curare chi è stato colpito, ma è anche necessario eliminare le cause.
 
La prima necessità è la riscoperta delle evidenze originarie riguardanti il matrimonio e la famiglia. Togliere dagli occhi del cuore la cataratta delle ideologie, le quali ci impediscono di vedere la realtà. È la pedagogia [socratico-agostiniana] del maestro interiore, non semplicemente del consenso. Cioè: recuperare quel “conosci te stesso” che ha accompagnato il cammino spirituale dell’Occidente.
Le evidenze originarie sono inscritte nella stessa natura della persona umana. La verità del matrimonio non è una lex exterius data, ma una veritas indita.
 
La seconda necessità è la riscoperta della coincidenza del matrimonio naturale col matrimonio-sacramento. La separazione fra i due finisce da una parte a pensare la sacramentalità come qualcosa di aggiunto, di estrinseco, e dall’altra parte rischia di abbandonare l’istituto matrimoniale a quella tirannia dell’artificiale di cui parlavo.
 
La terza necessità è la ripresa della “teologia del corpo” presente nel Magistero di S. Giovanni Paolo II. Il pedagogo cristiano si trova oggi ad aver bisogno di un lavoro teologico e filosofico che non può più essere rimandato, o limitato ad una particolare istituzione.
Come vedete si tratta di prendere sul serio quella superiorità del tempo sullo spazio di cui parla l’Evangelii gaudium [222-225]: ho indicato tre processi più che tre interventi di urgenza.
Sono anch’io, alla fine, del parere di G. Weigel che alla base delle discussioni del Sinodo è il rapporto che la Chiesa vuole avere colla post-modernità, nella quale i relitti della decostruzione del matrimonio sono la realtà più drammatica ed inequivocabile.
 
Foto matrimonio da Shutterstock

Leggi di Più: Caffarra: matrimonio, sacramento e sessualità | Tempi.it
Follow us: @Tempi_it on Twitter | tempi.it on Facebook

domenica 24 gennaio 2016

il bene di una donna ... che ama solo te

Meraviglioso






... ho riascoltato oggi una bella canzone di D. Modugno: Meraviglioso .... ed ho scoperto che Negroamaro hanno riportato in luce questa canzone con un videoclip rispettando la musica e le parole nell'originale..

la canzone parla di un pensiero al suicidio ma poi scopre che la vita è e il tutto è, appunto ... meraviglioso, anche il dolore, gli sbagli .... una volta superati gli errori si scopre che tutto ciò che viviamo in questa lotta è meraviglioso Dorotea Lancellotti
Emoticon smile



E' vero
credetemi è accaduto
di notte su di un ponte
guardando l'acqua scura
con la dannata voglia
di fare un tuffo giù uh
D'un tratto
qualcuno alle mie spalle
forse un angelo
vestito da passante
mi portò via dicendomi
Così ih:
Meraviglioso
ma come non ti accorgi
di quanto il mondo sia
meraviglioso
Meraviglioso
perfino il tuo dolore
potrà guarire poi
meraviglioso
Ma guarda intorno a te
che doni ti hanno fatto:
ti hanno inventato
il mare eh!
Tu dici non ho niente
Ti sembra niente il sole!
La vita
l'amore
Meraviglioso
il bene di una donna
che ama solo te
meraviglioso
La luce di un mattino
l'abbraccio di un amico
il viso di un bambino
meraviglioso
meraviglioso...
ah!...
(vocalizzato)
Ma guarda intorno a te
che doni ti hanno fatto:
ti hanno inventato
il mare eh!
Tu dici non ho niente
Ti sembra niente il sole!
La vita
l'amore
meraviglioso
(vocalizzato)
La notte era finita
e ti sentivo ancora
Sapore della vita
Meraviglioso
Meraviglioso

mercoledì 14 ottobre 2015

Card. De Paolis: "famiglia minacciata fuori e dentro la Chiesa”

Card. De Paolis: momento grave anche all'interno della Chiesa


Convegno della Fondazione Lepanto e dell’Associazione Famiglia Domani sul tema “Matrimonio e famiglia/ Tra dogma e prassi della Chiesa” – Intervento di grande spessore del cardinale Velasio De Paolis:
“Non bisogna confondere la misericordia con l’amore, che per essere autentico ha bisogno di verità”  e “Chi siamo noi per mettere in discussione la sacralità del matrimonio?” -  In apertura le considerazioni sull’argomento da parte di Roberto de Mattei, Giovanni Turco, mons. Antonio Livi.
  
“Le famiglie oggi sono in difficoltà sia nella società civile che anche dentro la Chiesa”, ha constatato il Card. Velasio De Paolis: E’ evidente che tra ‘società civile’ e ‘Chiesa’ l’influsso è reciproco, poiché, “quando è in crisi l’una, anche l’altra ne risente”. Che fare? Prima di tutto occorre evidenziare il “patrimonio ricchissimo” di testi ecclesiali esistenti in materia di famiglia. Purtroppo i nostri tempi valorizzano la liquidità e, come osservava sarcasticamente e nel contempo amaramente il card. Biffi, “Oggi le idee sono come le uova. Se non sono di giornata, non valgono più”. Ciò non meraviglia, poiché è la verità che non viene più perseguita. Eppure “ne abbiamo tanto bisogno”. Nel nostro mondo “si parla tanto di compassione, carità, amore”, ma “senza verità siamo fuori strada”. Lo ricordava anche Benedetto XVI: “La carità, se non è illuminata dalla verità, è sentimentalismo”.
Ha proseguito il cardinale: “Non bisogna confondere la misericordia con l’amore, che per essere autentico ha bisogno di verità”. E può esigere fermezza, come sa chi ha un figlio neghittoso nello studio.
L’ottantenne porporato ha poi ricordato che per un cattolico sacramentalità e naturalità sono inseparabili. “Chi siamo noi per mettere in discussione tutto questo?” . Forse che per ogni difficoltà incontrata nella vita quotidiana dobbiamo ridiscutere ogni certezza? Purtroppo oggi è abituale “parlare in modo sconclusionato” anche dentro la Chiesa. C’è chi vuole “rifondare” la Chiesa. Ma dimentica che essa è stata fondata da Gesù Cristo.
Il tema dei divorziati risposati non è nuovo ed è già emerso negli Anni Ottanta del secolo scorso. Oggi riemerge con forza. Si dice: dobbiamo adattarci ai cambiamenti della società, dobbiamo conciliarci con la cultura dominante, rischiamo altrimenti di perdere le nuove generazioni. Insomma: l’adattamento è considerato necessario, considerati i tempi “tristi e difficili sia all’esterno che all’interno della Chiesa”. Ma, se vogliamo cambiare, che cosa e come? “Se non hai capito le cause della malattia e vuoi cambiare medicina, rischi di far morire il malato”.
La società è in crisi, “perché sono in crisi i valori morali, i valori religiosi e siamo tutti secolarizzati”. E così, “se io non conosco la verità delle cose e dunque non ho nessun riferimento morale, chi mi può convincere a non abortire o a negare l’eutanasia?”. Qui il cardinale De Paolis si è rivolto ai presenti: “Sapete che si pratica l’aborto ‘per misericordia’? L’eutanasia ‘per bontà’ “? Ormai, ha chiosato amaramente, “le parole non significano più niente”.
Il porporato ha poi ricordato che “l’Eucaristia non è una cosa, ma una persona”, proseguendo con il monito di San Paolo a “non mangiare la propria condanna”. Per poter ricevere l’Eucaristia è necessario avere la coscienza pulita. Per avere la coscienza pulita occorre avere ricevuto il perdono. Per ricevere il perdono, bisogna essere disposti ad accoglierlo. Si è disposti ad accoglierlo se si vuole convertirsi, guarire dal peccato. Allora: “Se ho un motivo per non guarire, non posso godere dell’efficacia della misericordia di Dio. Ovvero: non accetto di essere perdonato, perché preferisco restare nella mia situazione”. Qui ha detto il card. De Paolis: “Ammettere ai sacramenti senza un rinnovamento interiore significa che tali sacramenti non sono cristiani. Si riducono a riti esterni che non valgono nulla”.
La norma della Chiesa è che non si deve permettere l’accesso ai sacramenti a chi è conscio di essere in peccato mortale, come è il caso di chi vive coniugalmente un secondo matrimonio, essendo valido il primo. Perciò “non possiamo immaginare una pastorale che vada contro la dottrina. Oltre che un’aberrazione, sarebbe una presa in giro e un’illogicità clamorosa”. Dev’essere chiaro che “una pastorale che non si regge sulla dottrina, non è una pastorale cattolica”. Si sente ogni tanto l’idea che “l’Eucaristia perdona i peccati”: anche questa è un’affermazione ‘aberrante”. Altra proposta quella del ‘cammino penitenziale’ prima di una possibile riammissione dei divorziati risposati alla Comunione: “E’ una proposta piena di equivoci. Che significa penitenza? Non può essere come il castigo imposto allo scolaro disobbediente. No, dev’essere molto di più, dev’essere un cambiare vita”. Nell’intervento del card. De Paolis è stato citato a tale proposito il confratello Kasper, le cui tesi in materia “sembrano un’enormità”.

Come detto il Convegno è incominciato con le considerazioni di Roberto de Mattei (presidente della Fondazione Lepanto e direttore della rivista mensile “Radici cristiane”, oltre che dell’agenzia “Corrispondenza romana”). Lo storico ha subito evidenziato lo sconcerto di molti cattolici, confrontati con il fatto che “un’istituzione centrale e fondamentale come la famiglia sia minacciata dal di fuori ma anche dal di dentro della Chiesa”. E’ una novità che sbigottisce, dato che tale istituzione “non era mai stata messa in discussione” all’interno della Chiesa: “Oggi invece tra i vescovi si discute di matrimonio, come se fosse qualcosa di opinabile”.
E’ in pieno sviluppo “un progetto di ribaltamento della morale cattolica”. Eppure si dovrebbe guardare alla storia - maestra di verità e di vita – per capire che la Chiesa non è mai venuta meno al suo dovere di difendere l’indissolubilità del matrimonio. Basti pensare a Clemente VII, che ha preferito “perdere un regno” piuttosto che “dichiarare la nullità del matrimonio di Enrico VIII con Caterina d’Aragona”, così che il re, che era insignito del titolo di defensor fidei, potesse sposare l’irlandese Anna Bolena. Ha evidenziato qui de Mattei che “neppure i successori di Clemente VII modificarono la sua decisione: essi infatti non vollero scegliere il ‘male minore’ . Il perché è semplice: “La legge divina non è flessibile, non tollera eccezioni”. C’è poi un’altra osservazione interessante: “Quando Enrico VIII si staccò da Roma creando la Chiesa d’Inghilterra, modificò la prassi e la modifica si estese subito al piano dottrinale”.

Qualcosa di analogo nelle conseguenze capitò anche alla Chiesa ortodossa, che nel VI secolo e seguenti fu molto remissiva nei confronti degli imperatori che, a partire da Giustiniano, avevano introdotto la possibilità del divorzio. A tale tolleranza nella prassi seguì inevitabilmente con lo scorrere del tempo un cambiamento anche di dottrina.
In campo cattolico il prof. de Mattei ha evidenziato la forte reazione dopo il Mille di Gregorio VII, Cluny, san Pier Damiani contro il concubinato dei preti e gli atti contro natura: “Meglio che la comunità resti senza sacerdoti e vescovi che guidata da sodomiti”. Ha commentato il relatore, con chiara attinenza all’odierna realtà di teologi, moralisti, prelati ‘progressisti’: “San Pier Damiani non si fece intimidire dal mondo, non moderò il linguaggio, non invocò la legge della gradualità, non invitò a cogliere gli elementi positivi nelle unioni, non auspicò che la Chiesa cambiasse il suo approccio in materia”. Non fece cioè quello che per taluni è considerato ormai necessario e urgente: “conformare la verità alla vita.”

La parola è passata al prof. Giovanni Turco, docente di Filosofia del diritto pubblico presso l’Università di Udine e socio corrispondente della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino. Per Turco non può essere (“Sarebbe sbagliato già alla radice”) che la teologia e la pastorale si ispirino alla sociologia. E non può essere nemmeno che venga negato il principio di non contraddizione: “Il matrimonio è indissolubile o non lo è”. La pastorale non può inventarsi vie mediane in materia. Anche la verità o è o non è: non c’è via di mezzo. Attenti dunque a impostare in modo corretto i problemi sul tappeto del Sinodo, per non addivenire a “false conclusioni”.

Mons. Antonio Livi, decano emerito della facoltà di Filosofia della Lateranense e socio ordinario della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino, ha evidenziato come le tesi del card. Kasper a proposito di divorziati risposati dimenticano che la pastorale è l’applicazione del dogma alla comunità e ai singoli. “Il card. Kasper non può far finta di non saperlo. Le sue affermazioni sono talmente incoerenti che è impossibile le possa pensare veramente. Fa dunque puro esercizio di retorica. E la retorica è falsità”.
 (rossoporpora.org)
http://www.corsiadeiservi.it/it/default1.asp?page_id=1299



Più volte ci siamo chiesti chi c’è dietro Maurizio Crozza, uomo di spettacolo e comico di grande talento, perché ciò che sino a ieri era un nostro sospetto oggi si sta mutando in una certezza: dietro i suoi testi, ci sono forse alcune menti ecclesiastiche e teologiche raffinate? Perché le cose stanno in questi termini: o Maurizio Crozza è un profondo conoscitore della storia, della tradizione e della teologia cattolica, oppure qualcuno gli fornisce dei testi molto intelligenti e mirati, al punto da spingerci a dire: mentre preti e vescovi stanno trascinando giorno dietro giorno la Chiesa nel baratro tra omissioni e silenzi omertosi, i comici, per paradosso, forse la salveranno? Questo sketch di Maurizio Crozza merita veramente attenta analisi e riflessione, perché quando un comico, tra un sorriso e una risata, pone in risalto ed a suo modo difende gli eterni e immutabili valori della fede, è giunto proprio il momento di riflettere molto seriamente …

http://isoladipatmos.com/i-comici-salveranno-la-chiesa/