Visualizzazione post con etichetta Il Sinodo sulla Famiglia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Il Sinodo sulla Famiglia. Mostra tutti i post

mercoledì 27 luglio 2016

chiesa e patacche .... della misericordia

L’omicidio dell’akribeia per l’oikonomia e il suo successivo suicidio


 

In questo post accennerò brevemente e chiaramente a certi temi morali che si dibattono da molto nel mondo cattolico. Per mesi nel Cattolicesimo è stata invocata la “misericordia” nei riguardi di chi vive forme diversificate di convivenza dicendo che tali persone sono credenti di “serie B” dal momento che non possono accedere all’eucarestia. Questo e discorsi analoghi sono tediosi e molto pericolosi e dirò il perché. Con tale affermazione s’invoca un’applicazione generosa della legge morale un’oikonomia, per dirla con linguaggio tecnico greco. Se non si applica tale oikonomia si finisce per non essere dei veri cristiani e, qualcuno dice, si è dei rigoristi attaccati alla legge, come i farisei di un tempo.

Per uscire dai rovi di questi discorsi semplicistici e confusi e capire qualcosa di più bisogna interrogare la storia e comprendere le scelte di fondo dell’antico Cristianesimo, assai più rigoroso di quello attuale.

San Paolo ai suoi cristiani chiedeva addirittura di non sposarsi, poiché il Signore, per lui, stava per venire e un matrimonio li avrebbe, almeno parzialmente, distratti dagli inderogabili obblighi della vita cristiana (discorso rigoroso ossia che segue l’akribeia, detto con termine greco). Poi, vedendo la realtà, san Paolo decide di applicare l’oikonomia: “È meglio sposarsi che ardere!”.

Cosa c’indica il passo paolino? Che il fine delle posizioni rigorose di akribeia è quello di mantenere aperto il cammino verso Cristo, di mantenere viva nel cuore del credente la coscienza della realtà di Dio. La legge rigorosa non ha senso per se stessa ma per scrollare l’uomo e indicargli il cammino verso il Cielo, un cammino che non è facile per nessuno. Questo perché l’uomo, lasciato ai suoi soli criteri personali, si autogiustificherebbe subito con quel criterio utilizzato spesso e che si riassume nella seguente frase: “Se ti senti bene così, allora va bene così”.
 
Per la Chiesa questo discorso, che può essere valido per la psicologia, non ha senso. La Chiesa non si muove con la psicologia (come oramai accade spesso in Occidente) ma con la spiritualità che sta su un piano totalmente diverso e implica vere e proprie percezioni interiori. La seconda non è necessariamente contro la prima ma ha fini e prospettive che la prima non può avere per sua stessa scelta.
 
Perciò l’oikonomia della Chiesa è sempre fatta per portare all’akribeia o quanto meno per tendere verso essa, l’applicazione larga della legge morale è fatta per portare ad un’applicazione sempre più rigorosa.
 
Faccio un esempio:
Nel caso di due conviventi non sposati, la Chiesa dovrebbe chiedere ad entrambi se vogliono amare Cristo. Se sì, dovrebbe loro ricordare che questo comporta una sequela che, come per tutti, impone anche dei sacrifici. Cristo accoglie tutti ma non li vuole lasciare come sono e chiede loro pian piano di cambiare per assumere la “veste nuziale” e poter entrare nella stanza dello Sposo (cfr. Mt 22, 1-14 ).
 
Il cambiamento o metanoia, è prima di tutto un atteggiamento interiore, è l’ammissione che nessun uomo è perfetto dinnanzi a Dio, che la nostra è una natura ferita, passionale, dunque soggetta ad oscurarsi e a chiudersi a Dio.
 
A quest’atteggiamento interiore e spirituale deve corrispondere pian piano una scelta esteriore e pratica: due conviventi o si sposano regolarmente o rinunciano all’uso della sessualità. Nella Chiesa la sessualità è regolata, non lasciata all’arbitrio o al capriccio personale. Tale regola ha come fine ultimo quello di non oscurare l’animo dinnanzi alle realtà celesti poiché l’uomo nell’abbondanza e nella possibilità di far ciò che vuole si taglia inevitabilmente da Dio finendo per dire a se stesso: “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia” (Lc 12, 19).

Se la scelta della castità non si può fare, anche per umani e ragionevoli motivi, la vita cristiana sarà inevitabilmente sempre piuttosto marginale alla Chiesa (*). Ciò non significa essere di “serie B” o esserne fuori, significa aver scelto da se stessi un luogo in cui stare e in quel luogo Dio aiuterà le persone di buona volontà nella misura a Lui nota e possibile.
 
Dal mio punto di vista, se i conviventi non hanno rapporti sessuali per un certo tempo, la Chiesa può anche ammetterli ai sacramenti, ma sempre agendo con attenzione. In questo modo è fatta salva l’oikonomia e non si intacca l’akribeia.

Molto differente è il caso che si sta cercando di attuare: partendo dalla constatazione puramente psicologica che l’amore di due conviventi è uguale (o più elevato) all’amore di due persone regolarmente sposate, si dice che esiste una vera e propria ingiustizia a non ammetterli ai sacramenti. Esiste, dunque, chi li vorrebbe ammettere immediatamente e sempre, cosa che si fa già.

Siamo dinnanzi al caso di una oikonomia che uccide l’akribeia: chi fin ora ha seguito la via rigorosa si sentirà tradito dalla stessa Chiesa! Non ci si accorge, per di più, che tale oikonimia, dopo aver ucciso l’akribeia, non può che uccidere se stessa! Infatti, rimosso il valore della conversione, dichiarata de facto l’identica dignità di ogni forma di convivenza (probabilmente vero psicologicamente ma non spiritualmente), appoggiati unicamente su una visione psicologica e non spirituale dell’uomo, si giunge inevitabilmente al detto: “Se ti senti bene così, allora va bene così”. Questo alla lunga può veramente portare all’agnosticismo e all’abbandono di ogni pratica religiosa poiché l’uomo si concepisce autosufficiente, ossia bastante a se stesso.
Credo che in Occidente il mancato dosaggio sapienziale dell’oikonomia, l’ideologica e pregiudiziale condanna senza appello dell’akribeia, la mancanza di una prospettiva spirituale sostituita in gran parte da concezioni psicologiche porteranno alla fine dello stesso Cristianesimo.

_____

(*) Quest’argomento è spinoso. In un contesto che esalta all’inverosimile la sensualità e la sessualità  - fino al punto incredibile da paragonare le relazioni trinitarie a quelle sessuali - risulta quasi impossibile valorizzare la continenza sessuale. In realtà la Chiesa l’ha sempre  valorizzata (come non poche religioni storiche) perché l’uso indiscriminato della sessualità sfibra le energie dell’anima, abbassa o acceca la coscienza spirituale, snerva l’intuito interiore. Il logion evangelico "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio" non è pronunciato a caso e non si riferisce neppure ad una semplice condizione ultraterrena, oltrepassata la vita presente. L’intuizione della presenza divina è come l’ascolto del rumore leggero del vento (e anche qui non è un caso che la Scrittura riferisca che la presenza di Dio sta nella brezza - 1 Re 19, 11-13): come sarebbe impossibile sentire il rumore leggero del vento se ascoltassimo musica a tutto volume, così è impossibile intuire la presenza divina in un animo dedito ai piaceri sensuali e disperso nella molteplicità del mondano. Non è dunque un caso che tutte le religioni che coltivino un minimo di spiritualità sostengano la continenza sessuale, cosa alla quale sono chiamati in determinati periodi a praticare pure gli sposi cristiani. Se, viceversa come sta succedendo, quasi un’intera Chiesa perde di vista la spiritualità sostituendola con la psicologia, è inevitabile non capire più la continenza sessuale. La ribellione verso essa finirà per essere addirittura favorita da una concezione della vita legalistica e moralistica, dal momento che pure questa è sganciata da ogni genere di spiritualità ed empeirìa cristiana o equivoca la spiritualità con una concezione religiosa puramente psichica, un sottoprodotto della stessa sensualità dove Dio è un zuccheroso bonaccione mille volte distante dal "Dio sabaoth" della rivelazione biblica.

Inoltre, a ben osservare, la cosiddetta "sessuofobia" e il disprezzo del corpo, atteggiamenti malati che l’Oriente cristiano non conosce e provenienti da una matrice filosofica neoplatonica che ha affascinato il mondo latino medioevale, provengono inizialmente dalla sopraccennata conoscenza spirituale ma poi, con l'idea di migliorarla, l'hanno distorta. Perciò si deve stare ben attenti a non proiettare sulla rivelazione cristiana e sugli scritti paolini questo tipo di concezioni - alcuni dicono che san Paolo era un sessuofobo! - concezioni posteriori e che il mondo biblico era lungi dal condividere.

giovedì 31 marzo 2016

rimettere le persone nei loro corpi

Per ricostruire il matrimonio e la famiglia bisogna rimettere le persone nei loro (sacri) corpi. Spettacolare lezione di Caffarra




Pubblichiamo l’intervento con il quale il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, ha aperto ieri mattina a Roma i lavori del convegno “Matrimonio e famiglia. La questione antropologica e l’evangelizzazione della famiglia”, organizzato dalla facoltà di Diritto canonico della Pontificia Università della Santa Croce.
 
Rifletterò sulla comunicazione della proposta cristiana circa il matrimonio dentro la cultura occidentale e presenterò il mio ragionamento in tre tempi. Nel primo cercherò di disegnare uno schizzo della condizione culturale in cui oggi versa il matrimonio in Occidente. Nel secondo cercherò di individuare i problemi fondamentali che questa condizione culturale pone alla proposta cristiana riguardante il matrimonio. Nel terzo indicherò alcune modalità fondamentali con cui il Vangelo del matrimonio oggi deve proporsi.
 
Condizione del matrimonio oggi
«Rari nantes in gurgite vasto». Il famoso verso virgiliano fotografa perfettamente la condizione del matrimonio in Occidente. L’edificio del matrimonio non è stato distrutto; è stato de-costruito, smontato prezzo per pezzo. Alla fine abbiamo tutti i pezzi, ma non c’è più l’edificio.
 
Esistono ancora tutte le categorie che costituiscono l’istituzione matrimoniale: coniugalità; paternità-maternità; figliazione-fraternità. Ma esse non hanno più un significato univoco.
 
Perché e come è potuto accadere questa de-costruzione? Cominciando a scendere in profondità, costatiamo che è in opera una istituzionalizzazione del matrimonio che prescinde dalla determinazione bio-sessuale della persona. Diventa sempre più pensabile il matrimonio separandolo totalmente dalla sessualità propria di ciascuno dei due coniugi. Questa separazione è giunta perfino a coinvolgere anche la categoria della paternità-maternità.
 
La conseguenza più importante di questa de-biologizzazione del matrimonio è la sua riduzione a mera emozione privata, senza una rilevanza pubblica fondamentale.
 
Il processo che ha portato alla separazione dell’istituto matrimoniale dall’identità sessuale dei coniugi, è stato lungo e complesso. Non posso che accennarlo nei suoi momenti essenziali.
 


Ferrandina
d. Luciano Micheli
 
Il primo momento è costituito dal modo di pensare il rapporto della persona al proprio corpo, un tema che ha sempre accompagnato il pensiero cristiano. Mi sia consentito ci descrivere come sono andate le cose attraverso una metafora. Il pensiero cristiano ha ingerito la visione platonica e neo-platonica dell’uomo, ed una tale decisione ha creato gravi problemi di “metabolismo”. Come amavano esprimersi i teologi medievali, il vino della fede rischiava di trasformarsi nell’acqua di Platone, anziché l’acqua di Platone nel vino della fede. La difficoltà propriamente teologica non poteva non divenire anche difficoltà antropologica riguardante precisamente il rapporto persona-corpo. La grande tesi di S. Tommaso che affermava l’unità sostanziale della persona non è risultata vincente.
 
Secondo momento. La separazione del corpo dalla persona trova un nuovo impulso nella metodologia propria della scienza moderna, la quale bandisce dal suo oggetto di studio ogni riferimento alla soggettività, in quanto grandezza non misurabile. Il percorso della separazione del corpo dalla persona può dirsi sostanzialmente concluso: la riduzione, la trasformazione del corpo in puro oggetto.
 
Da una parte il dato biologico viene progressivamente espulso dalla definizione di matrimonio, dall’altra, e di conseguenza in ordine alla definizione di matrimonio le categorie di una soggettività ridotta a pura emotività diventano centrali.
 
Mi fermo un poco su questo. Prima della svolta de-biologizzante, in sostanza il “genoma” del matrimonio e famiglia era costituito dalla relazione fra due relazioni: la relazione di reciprocità [la coniugalità] e la relazione inter-generazionale [la genitorialità]. Tutte e tre le relazioni erano intra-personali: erano pensate come relazioni radicate nella persona. Esse non si riducevano certamente al dato biologico, ma il dato biologico veniva assunto ed integrato dentro la totalità della persona. Il corpo è un corpo-persona e la persona è una persona-corpo.
 
Ora la coniugalità può essere sia etero che omosessuale; la genitorialità può essere ottenuta da un procedimento tecnico. Come giustamente ha dimostrato P.P. Donati, stiamo assistendo non ad un cambiamento morfologico, ma ad un cambiamento del genoma della famiglia e del matrimonio.
 
matrimonio-shutterstock_132553037

 
Problemi posti dal Vangelo del matrimonio
In questo secondo punto vorrei individuare i problemi fondamentali che questa condizione culturale pone alla proposta cristiana del matrimonio.
 
Penso che non si tratti in primo luogo di un problema etico, di condotte umane. La condizione in cui versa oggi il matrimonio e la famiglia non può essere affrontata in primo luogo con esortazioni morali. È una questione radicalmente antropologica quella che viene posta all’annuncio del vangelo del matrimonio. Vorrei ora precisare in che senso.
 
– La prima dimensione della questione antropologica è la seguente. È noto che secondo la dottrina cattolica, il matrimonio sacramento coincide col matrimonio naturale. La coincidenza fra i due penso che non si possa più oggi mettere teologicamente in dubbio.
 
Ora ciò che la Chiesa intendeva ed intende per “matrimonio naturale” è stato demolito nella cultura contemporanea. È stata tolta la “materia”, mi sia consentito dire, al sacramento del matrimonio.
 
Giustamente teologi, canonisti, e pastori si stanno interrogando sul rapporto fede-sacramento del matrimonio. Ma esiste un problema più radicale. Chi chiede di sposarsi sacramentalmente, è capace di sposarsi naturalmente? Oppure: non la sua fede, ma la sua umanità è così devastata da non essere più in grado di sposarsi?
 
– La questione antropologica ha una seconda dimensione. Essa consiste nell’incapacità di percepire la verità e quindi la preziosità della sessualità umana. Mi sembra che Agostino abbia descritto nel modo più preciso questa condizione: «Sommerso ed accecato come ero, non ero capace di pensare alla luce della verità e ad una bellezza che meritasse di essere amata per se stessa che non fosse visibile agli occhi della carne, ma nell’interiorità».
 
La Chiesa deve chiedersi perché ha di fatto ignorato il magistero di S. Giovanni Paolo II sulla sessualità e l’amore umano. Dobbiamo chiederci anche: la Chiesa possiede una grande scuola in cui impara la profonda verità del corpo-persona, la Liturgia. Come e perché non ha saputo farne tesoro anche in ordine alla domanda antropologica di cui stiamo parlando? Fino a che punto la Chiesa ha coscienza del fatto che la teoria del gender è un vero tsunami, che non ha di mira principalmente il comportamento degli individui, ma la distruzione totale del matrimonio e della famiglia?
 
In sintesi: il secondo problema fondamentale che si pone oggi alla proposta cristiana del matrimonio è la ricostruzione di una teologia e filosofia del corpo e della sessualità, che generino un nuovo impegno educativo in tutta la Chiesa.
– La questione antropologica posta dalla condizione in cui versa il matrimonio alla proposta cristiana dello stesso ha una terza dimensione: la più grave.
 
Il collasso della ragione nella sua tensione verso la verità di cui parla la Fides et ratio [cfr. 81-83] ha trascinato con sé anche la volontà e la libertà della persona. L’impoverimento della ragione ha generato l’impoverimento della libertà. In conseguenza del fatto che disperiamo della nostra capacità di conoscere una verità totale e definitiva, noi abbiamo difficoltà a credere che la persona umana possa realmente donare se stessa in modo totale e definitivo, e ricevere l’auto-donazione totale e definitiva di un altro.
 
L’annuncio del Vangelo del matrimonio ha a che fare con una persona la cui volontà e libertà è privata dalla sua consistenza ontologica. Nasce da questa inconsistenza l’incapacità oggi della persona di pensare l’indissolubilità del matrimonio se non in termini di una legge «exterius data»: una grandezza inversamente proporzionale alla grandezza della libertà. È questa una questione molto seria anche nella Chiesa.
 
– Con quest’ultima costatazione siamo entrati nella quarta ed ultima dimensione della questione antropologica posta all’annuncio del Vangelo del matrimonio: la logica interna propria degli ordinamenti giuridici degli Stati riguardo a matrimonio e famiglia. Sulla questione in generale, Benedetto XVI ha espresso il Magistero della Chiesa in uno dei suoi discorsi fondamentali, quello tenuto davanti al Parlamento della Rep. Federale tedesca a Berlino il 22 settembre 2011.
 
Gli ordinamenti giuridici sono andati progressivamente sradicando il diritto di famiglia dalla natura della persona umana. È una sorta di tirannia dell’artificialità, che si va imponendo, riducendo la legittimità alla procedura. Le leggi attuali di equiparazione si attribuiscono l’autorità di creare la capacità di esercitare il diritto di sposarsi, di rendere artificialmente possibile ciò che naturalmente non lo è.
 
Sarebbe un grave errore il pensare – e agire di conseguenza – che il matrimonio civile non interessi il Vangelo del matrimonio, al quale interesserebbe solo il sacramento del matrimonio.
 
 
Modalità dell’annuncio
Vorrei ora in questo terzo ed ultimo punto indicare alcune modalità in cui la proposta cristiana del matrimonio non deve essere fatta, ed alcune modalità in cui può essere fatta.
 
Vi sono tre modalità che vanno evitate. La modalità tradizionalista, la quale confonde una particolare forma di essere famiglia con la famiglia ed il matrimonio come tale. La modalità catacombale, la quale sceglie di ritornare o rimanere nelle catacombe. Concretamente: bastano le virtù “private degli sposi”; è meglio lasciare che il matrimonio, dal punto di vista istituzionale, sia definito da ciò che la società liberale decide. La modalità buonista, la quale ritiene che la cultura di cui ho parlato sopra, sia un processo storico inarrestabile. Propone di venire, quindi, a compromessi con esso, salvando ciò che in esso sembra essere riconoscibile come buono.
 
Non ho ora il tempo per rifletter più a lungo su ciascuna di queste tre modalità, e passo quindi all’indicazione di alcune modalità positive.
 
Parto da una costatazione. La ricostruzione della visione cristiana del matrimonio nella coscienza dei singoli e nella cultura dell’Occidente è da pensarsi come un processo lungo e difficile. Quando una pandemia si abbatte su un popolo, la prima urgenza è sicuramente curare chi è stato colpito, ma è anche necessario eliminare le cause.
 
La prima necessità è la riscoperta delle evidenze originarie riguardanti il matrimonio e la famiglia. Togliere dagli occhi del cuore la cataratta delle ideologie, le quali ci impediscono di vedere la realtà. È la pedagogia [socratico-agostiniana] del maestro interiore, non semplicemente del consenso. Cioè: recuperare quel “conosci te stesso” che ha accompagnato il cammino spirituale dell’Occidente.
Le evidenze originarie sono inscritte nella stessa natura della persona umana. La verità del matrimonio non è una lex exterius data, ma una veritas indita.
 
La seconda necessità è la riscoperta della coincidenza del matrimonio naturale col matrimonio-sacramento. La separazione fra i due finisce da una parte a pensare la sacramentalità come qualcosa di aggiunto, di estrinseco, e dall’altra parte rischia di abbandonare l’istituto matrimoniale a quella tirannia dell’artificiale di cui parlavo.
 
La terza necessità è la ripresa della “teologia del corpo” presente nel Magistero di S. Giovanni Paolo II. Il pedagogo cristiano si trova oggi ad aver bisogno di un lavoro teologico e filosofico che non può più essere rimandato, o limitato ad una particolare istituzione.
Come vedete si tratta di prendere sul serio quella superiorità del tempo sullo spazio di cui parla l’Evangelii gaudium [222-225]: ho indicato tre processi più che tre interventi di urgenza.
Sono anch’io, alla fine, del parere di G. Weigel che alla base delle discussioni del Sinodo è il rapporto che la Chiesa vuole avere colla post-modernità, nella quale i relitti della decostruzione del matrimonio sono la realtà più drammatica ed inequivocabile.
 
Foto matrimonio da Shutterstock

Leggi di Più: Caffarra: matrimonio, sacramento e sessualità | Tempi.it
Follow us: @Tempi_it on Twitter | tempi.it on Facebook

lunedì 6 ottobre 2014

La Chiesa, la fede e le “aperture"

La Chiesa, la fede e le “aperture”


L’avvio del Sinodo straordinario sulla famiglia è stato preceduto, come ben sa chiunque abbia seguito anche parzialmente il dibattito delle ultime settimane, da accese discussioni ed interventi appassionati da parte degli stessi Cardinali, interventi in qualche caso sfociati in veri e propri botta e risposta sulla stampa. Al di là di considerazioni circa l’opportunità di più di qualcuno di detti interventi, che hanno di fatto animato un Sinodo “mediatico” antecedente quello in corso in questi giorni, e senza addentrarci al cuore delle questioni più dibattute – in primis la possibilità di concedere la Comunione ai divorziati risposati -, alcune brevi riflessioni, in particolare per quanto riguarda il rapporto fra fede, condotta morale e famiglia, possono forse fornire elementi utili per confronti su argomenti che spesso, purtroppo, non solo non sono affrontati con la necessaria prudenza, ma vengono liquidati a colpi di slogan.
La prima considerazione verte sulla difficoltà generale, non solo in famiglia, di essere cristiani. Oggi appare particolarmente difficile – sostengono molti – vivere «come dice la Chiesa». Ora, a parte il fatto che la Chiesa non «dice» proprio nulla ma, semplicemente, si sforza di testimoniare, rendere vivi e ripetere gli insegnamenti di Gesù Cristo, c’è da dire che non solo l’essere cristiani mai è stato semplice, ma la difficoltà appare connaturata alla storia stessa Cristianesimo. Erano discepoli coloro che, anziché rispondere all’invito di Gesù, si assopirono – «Non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora?» (Matteo 26,41) – e fu nientemeno che Pietro, lui che Gesù aveva avuto il privilegio di conoscerlo da vicino, a rinnegarlo tre volte dopo essersi impegnato alla fedeltà assoluta: «Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò» (Matteo 26, 35). Ne consegue che quando si nota la difficoltà, a volte, di seguire integralmente Gesù non si dice nulla di nuovo.
Una seconda considerazione merita d’essere svolta sul rapporto fra morale e fede. E’ opinione comune che con più “aperture” la Chiesa sarebbe più seguita e alle funzioni domenicali accorrerebbero più fedeli; ad una morale più “elastica” corrisponderebbe quindi più fede. Un pensiero diffuso, abbiamo detto, ma falso. Lo insegna il caso delle confessioni “liberal” quali quelle protestanti presenti nel Nord Europa, confessioni che le “aperture” tanto richieste dai mass media a Papa Francesco – da nuova etica dall’aborto alle unioni omosessuali – le hanno effettuate da tempo. Risultato: il numero dei fedeli è in caduta libera. E mentre questo accade, notano specialisti come Massimo Introvigne, le denominazioni conservatrici che propongono un’etica sessuale talvolta anche più rigida di quella cattolica crescono a ritmi imprevisti. Abbiamo perciò ottime ragioni – anche sorvolando sul fondamento divino ed intangibile dei precetti – per credere che, proponendo una morale più “elastica”, otterremmo solo una fede più “elastica”.
Un ultimo fondamentale aspetto – tanto più alla luce del Sinodo – da considerare è il ruolo decisivo che riveste la fede nella vita di coppia. A questo proposito, la letteratura scientifica e specialmente sociologica ha tanto da dirci; infatti, non solo si è registrato come la fede religiosa sia associata alla stabilità coniugale (Journal of Family Psychology, 2001), ci sono pure elementi che indicano come la stessa partecipazione alle funzioni diminuisca il rischio di tradimenti (Journal of Marriage and Family, 2008) e come pregare per il proprio partner accresca la percezione della sacralità del rapporto di coppia riducendo conseguentemente pensieri e condotte infedeli (Journal of Personality and Social Psychology, 2010). Nella Chiesa come nelle famiglie, insomma, è anzitutto la fede a fare la differenza. In tal senso sarebbe opportuno che i cattolici, a prescindere dall’esito del Sinodo, tenessero a mente che, per quanto riguarda le difficoltà a formare e a tenere unita una famiglia, il centro di tutto rimane Lui. Che ha parlato chiaro: «Senza di me non potete fare nulla» (Giovanni 15,5).
http://giulianoguzzo.com/2014/10/06/la-chiesa-la-fede-e-le-aperture/

sabato 4 ottobre 2014

cavalli di Troia

E occhio ai cavalli di Troia

Sinodo sulla famiglia: tornare all’essenziale. 
E occhio ai cavalli di Troia

la questione dei divorziati risposati, che per come si stanno mettendo le cose rischia di diventare un cavallo di Troia, per far passare poi matrimonio gay, poligamia, ........ e chi più ne ha ......



Il Prof. De Mattei ha ragione quando scrive (Foglio del 1 ottobre) che la posta in gioco al Sinodo straordinario sulla famiglia che si apre domenica prossima non è “una semplice divergenza di opinioni, ma il chiarimento sulla missione della chiesa”. In realtà ci sarebbe poco da chiarire, posto che la missione della chiesa è l’annuncio del Vangelo. 

Poi però vai a vedere e ti accorgi che non è tutto così chiaro, e non per tutti. E scopri, ad esempio, che esistono tanti vangeli quanti sono gli ambiti in cui si dipana la vita umana (inclusa ovviamente la famiglia), e questo perché a partire dagli anni ’60 del secolo scorso la pastorale (e prima ancora la teologia), per darsi una patina di modernità e mettersi al passo con i tempi, ha voluto specializzarsi. 
Con i risultati che sappiamo e che si commentano da soli. Il Sinodo almeno questo abbia chiaro: non servono né vangeli specialistici né nuovi piani e programmi pastorali. Ciò che serve è tornare ad annunciare il Vangelo e basta. Con un linguaggio nuovo, più esistenziale, meno astratto e moralistico, d’accordo. Ma che si annunci il Vangelo, ovvero quelle poche parole racchiuse in quei quattro libriccini scritti da Marco, Matteo, Luca e Giovanni. Inutile girarci intorno: la crisi della famiglia è innanzitutto crisi di fede. Una crisi che parte da lontano e sulle cui cause tanto si è detto e scritto (la secolarizzazione, il laicismo imperante, ecc.); il risultato è che la nostra società “sazia e disperata” (copyright card. Biffi) vive di fatto etsi Deus non daretur, pervasa da un mix micidiale di ateismo pratico e nichilismo che – la vogliamo dire tutta? – se ne fotte bellamente di Cristo e del Vangelo. E in alcuni casi lo combatte pure. 
Ma se questa è la situazione, davvero qualcuno può pensare che sia sufficiente rivedere e aggiornare la pastorale? Non scherziamo. Tanto seria è la malattia, tanto forte, incisiva e profonda deve essere la cura. Non è la prima volta, e non sarà l’ultima, che la Chiesa si trova a dover affrontare un mondo che sembra allontanarsi sempre più dalla bussola della fede. Per non parlare delle difficoltà interne alla Chiesa stessa. Nulla di nuovo sotto il sole. Nella sua storia bimillenaria la chiesa ha sempre trovato la forza di rialzarsi e di soccorrere l’umanità ferita. E anche stavolta si tratta di una mission possible. A patto di restare fedele al suo Signore, e di seguirne le orme. Ciò di cui la famiglia ha bisogno è che la linfa del Vangelo torni a scorrere nelle sue vene. Solo così gli uomini e le donne di oggi potranno tornare a credere che vale la pena stare insieme per tutta la vita, accettarsi e volersi bene così come si è, essere aperti alla vita accogliendo i figli che Dio dona. Perché ci vuole fede per amare sul serio qualcuno. E’ da qui che bisogna ripartire, tutto il resto viene dopo. In primis, la questione dei divorziati risposati, che per come si stanno mettendo le cose rischia di diventare un cavallo di Troia.

02 - 10 - 2014Luca Del Pozzo
http://www.formiche.net/2014/10/02/sinodo-sulla-famiglia-tornare-allessenziale-occhio-ai-cavalli-troia/

mercoledì 1 ottobre 2014

Vescovi contro

Vescovi contro

Chi è il giovane e combattivo monsignore tedesco che sulla famiglia non accetta compromessi



Roma. Quello dell’ostia ai divorziati risposati è un bel problema che infiamma gli spiriti e scatena battaglie teologiche come da tempo non si vedevano. Ma è un problema soprattutto per la Germania e l’occidente secolarizzato dove le chiese spesso si trasformano in musei o mercati, dice monsignor Stefan Oster, giovane vescovo quarantanovenne di Passau, in Baviera. Allievo del filosofo Ferdinand Ulrich all’Università di Ratisbona (dove nel 1994 ha conseguito il Magister artium), chi lo conosce lo descrive come abile comunicatore e uomo capace di analisi raffinata. Teologo, professore di Dogmatica e di Storia del dogma, in passato perfino giornalista, è la figura emergente dell’episcopato che, guidato da Marx, promette battaglia ed è pronto a calare su Roma con un documento innovatore recante in calce le firme dei numerosi sottoscrittori favorevoli e fedeli alle proposte misericordiose del cardinale Walter Kasper.

ARTICOLI CORRELATI Anche se tutti, noi no Grandi cambiamenti ma anche no, Francesco e i suoi fratelli incerti Il vangelo non è pansessualista Pasticcio Kasper Sinodo segretoLui, Oster, sta dall’altra parte. Non vuole sentir neppure parlare di compromessi in materia dottrinale, tantomeno di rotture, visto che queste non sarebbero altro che espressione del rifiuto della grazia divina e quindi negazione della verità. Ha la sensazione che dall’assemblea che s’aprirà domenica prossima a Roma, come pure da quella ordinaria dell’anno prossimo, non arriverà alcuna risposta decisiva e definitiva e che quindi “la delusione in Germania sarà grande”. Dopotutto, ha notato qualche settimana fa conversando con i media locali, “le aspettative sono diventate enormi, anche in conseguenza del dialogo avviato dai vescovi tedeschi”. E alla fine, se queste attese non dovessero concretizzarsi – “ci sono attese che non potranno rimanere disattese”, era stato l’avvertimento del  Johan Bonny, a margine della presentazione della sua relazione concistoriale  dello scorso febbraio – “molti diranno che Francesco non ha fatto alcuna riforma”. A quel punto, uscirne indenni sarebbe difficile, il rischio concreto sarebbe di ripiombare nel clima che seguì la promulgazione da parte di Paolo VI della Humanae Vitae, nel 1969.

Il punto, spiega mons. Oster, è che più di comunione ai divorziati risposati, bisognerebbe tornare a scoprire le fondamenta della fede, insegnando ai credenti “fin dal principio cosa è la chiesa”. Chiesa che oggi, ha aggiunto “è ridotta a una dimensione sociologica” e poco altro. C’è bisogno di una “educazione continua”. Non è possibile, ha aggiunto, seguire le mode, dar semplicemente retta “alla volontà della maggioranza dei fedeli”, come vorrebbe invece chi da mesi sbandiera le alte percentuali dei rispondenti ai questionari diffusi un anno fa alle diocesi di tutto il mondo. Compreso il vescovo fiammingo di Anversa, mons. Johan Bonny, che ha pubblicato – tramite lungo e argomentato pamphlet tradotto in più lingue – le sue tesi invocanti cambiamenti radicali alla dottrina e alla pastorale circa la morale sessuale cattolica. A lui, mons. Oster ha replicato dicendo che “è vero che Gesù Cristo ama il peccatore, ma è altrettanto vero che sia lui sia suo Padre odiano il peccato”.
© FOGLIO QUOTIDIANO

sabato 20 settembre 2014

come manovrare Cristo

Sinodo: come lo manovro…




Il Sinodo sulla Famiglia parlerà di tante cose, ma i mass media parleranno probabilmente di una cosa sola, e cioè della possibilità per persone sposate, in chiesa, divorziate (senza riconoscimento di nullità del precedente legame) e risposate di poter avere la comunione. E c'è un piano per manovrarlo....

MARCO TOSATTI
 Il Sinodo sulla Famiglia parlerà di tante cose, ma i mass media parleranno probabilmente di una cosa sola, e cioè della possibilità per persone sposate, in chiesa, divorziate (senza riconoscimento di nullità del precedente legame) e risposate di poter avere la comunione.  

Succede già in una quantità di casi, in cui i sacerdoti, anche quelli “conservatori”, esaminano la situazione personale e prendono su di sé la responsabilità di dire: fai la comunione, ma in maniera discreta. Così è dai tempi di Giovanni Paolo II.  

Ma tant’è! Il cardinale Kasper, che già vent’anni fa aveva una sua idea in proposito, non accettata in quei due regni, ha visto con l’avvento di Bergoglio l’opportunità di riproporla. A dispetto del fatto che da Manila a Berlino, da New York all’Africa la grande maggioranza dei suoi colleghi abbiano, ancora una volta, riaffermato la Dottrina della Chiesa, basata, ahimé, sulle parole di Gesù; uno dei pochi casi in cui l’enunciazione appare netta, chiara, definitiva, e neanche messa in dubbio dai tagliuzzatori professionisti di epicopi…  

Insomma, le cose per & C. non hanno l’aria di mettersi molto bene. Ma forse c’è un modo, per aiutarlo. E per cercare di impedire che le voci fastidiose lo siano troppo rumorose. 

Il primo punto consiste nel chiedere che gli interventi scritti siano consegnati con largo anticipo. Il che è stato fatto. Entro l’8 settembre chi voleva intervenire al Sinodo dove far pervenire il suo temino.  

Secondo: leggere attentamente tutti gli interventi, e nel caso che alcuni di essi fossero particolarmente pepati, dare la parola a un oratore che prima dell’intervento spinoso, cercasse già di rispondere, in tutto o in parte, ai problemi sollevati dall’intervento stesso.  

Terzo: se qualche intervento appare proprio problematico, dire che purtroppo non c’è il tempo necessario per dare la parola a tutti, ma comunque il testo è stato acquisito, e resta agli atti e di sicuro se ne terrà conto nell’elaborazione finale.  

E in effetti non tanto il Sinodo, sarà importante, ma la sintesi che ne verrà preparata, e che porterà la firma del Papa come “Esortazione post-sinodale”. E’ molto probabile che non sarà un testo chiaro e definitivo, ma basato su un’interpretazione “fluttuante”. In modo che ciascuno leggendolo, possa tirarselo dalla parte che più gli fa comodo.  

Umile osservazione di un povero cronista: ma se uno ha un piano così elaborato e astuto, perché parlarne di fronte a perfetti estranei durante una cena sontuosa?