Visualizzazione post con etichetta femminismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta femminismo. Mostra tutti i post

domenica 10 aprile 2016

difesa del maschilismo

Apologia del maschilismo
     
maschilismo
 
 
di Gabriele Colosimo
 
Voglio dirlo subito: titolo e foto sono volutamente provocatori. Spero che la provocazione possa aiutare a far arrivare questo breve articolo anche a chi ha poco chiari i ruoli all’interno della famiglia, dal momento che assistiamo ad una sempre più martellante propaganda a favore delle stesse battaglie che hanno pian piano costruito la società dei gessetti.
 
La foto qui sopra è un chiarissimo esempio della disonestà intellettuale che caratterizza i detrattori dell’ordine naturale, com’è stato creato da Dio.

Abbiamo un uomo in sovrappeso sul divano, con indosso una maglietta di Star Wars, la nota saga di film di fantascienza, che tiene al guinzaglio una donna che stira in abiti succinti e che non sembra particolarmente contenta del trattamento (e vorrei vedere…).
 
Appare chiarissimo il riferimento alla “società patriarcale”, così come viene definita dall’attivismo LGBT, in cui la donna non sarebbe altro che la schiava del marito, il quale, a sentir loro, avrebbe diritto di vita e di morte sulla povera malcapitata. Probabilmente a forza di far entrare maomettani devono aver fatto un po’ di confusione.
 
Mi rendo conto che l’espressione “le mogli siano sottomesse ai mariti” in tempi di grave decadenza morale possa essere intesa come un’umiliazione quotidiana delle povere spose, o, peggio ancora, come un’oppressione psicologica e fisica, una sorta di continuo assoggettamento quotidiano, per intendersi.
Il matrimonio cristiano non è questo. Iniziamo con la citazione completa: “Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui, che è il Salvatore del corpo. Ora come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli devono essere sottomesse ai loro mariti in ogni cosa.” (Ef 5,22)
 
Qualcuno sano di mente potrebbe mai pensare che la Chiesa debba essere sottomessa a Cristo nel modo in cui Nostro Signore la umilia o la opprime? E’ per questo che giudico particolarmente disoneste le congetture dei “progressisti” della famiglia. Perché nulla di ciò che dicono sta in piedi. Può starci esclusivamente con una citazione parziale e male interpretata, snaturando quella sana sottomissione che è nell’ordine naturale. Quanto affermano non somiglia neanche a quanto richiesto agli sposi nel matrimonio sacramentale. E non è nulla che abbia minimamente a che fare con quel lume che è stata la civiltà cristiana.
 
Voglio citare Chesterton per far comprendere dove si insidia il cortocircuito del femminismo e dell’emancipazione femminile in genere, lo scrittore disse: “Il femminismo è mescolato con l’idea confusa per cui le donne sono libere quando servono il datore di lavoro, ma schiave quando aiutano i mariti.”
Per le femministe sono desiderabili i compromessi lavorativi, la sottomissione (questa sì nel senso deteriore del termine) all’imprenditore o al capetto di turno, è desiderabile che educhino i figli dopo otto ore passate in ufficio. Anzi, non solo va bene, ma la chiamano realizzazione! E’ qui l’errore grave.
 
Mentre scrivo queste parole penso alle donne sposate con figli che ho conosciuto in ambienti lavorativi. Credo che nessuno abbia difficoltà a credermi se dico che il denominatore comune tra loro non era esattamente la realizzazione personale.
 
Il femminismo che magari professavano a 20 anni, immaginandosi in un grattacielo di Manhattan a impartire ordini e a guadagnare uno sproposito, a 40 anni si è trasformato in lamentele e occhiaie. Forse la statistica che espongo è falsata, perché basata quasi solo sulla mia esperienza personale, ma stranamente nelle pause di lavoro la totalità  delle donne di mezza età con figli che ho conosciuto ha più volte lasciato trasparire che si trovava lì più per necessità che altro e che se ne starebbero volentieri a casa a educare i figli.
 
Non pretendo, con la mia esperienza, di entrare nelle intenzioni di tutte le donne con figli che lavorano, ma non posso non tenerne conto. Quantomeno lasciatemi giudicare assurda la logica per cui sollevare la donna, dove possibile, dagli oneri lavorativi per farla dedicare all’educazione dei figli sia da bigottosauri medievali maschilisti.
 
 
Concludo lasciando al Catechismo Maggiore di San Pio X la risposta a qualunque accusa contro la nostra santa religione e contro l’ordine voluto da Dio:
413.  Che doveri hanno gli sposi?
Gli sposi hanno il dovere di convivere santamente, di aiutarsi con affetto costante nelle necessità spirituali e temporali, e di educare bene i figliuoli, curandone l’anima non meno del corpo, e formandoli anzitutto alla religione (cattolica) e alla virtù con la parola e con l’esempio. 
I. Preparazione al matrimonio. Chi ancora non sa a quale via il Signore lo abbia predestinato, deve cercare di conoscere la divina volontà e pregare assiduamente e umilmente, consigliarsi e studiare la propria vocazione. Nel caso che non si senta chiamato a uno stato più perfetto, sacerdozio, vita religiosa, o istituto secolare, si prepari allo stato coniugale. Chi si prepara al matrimonio deve prima di tutto pregare per giungere casto e ricco di grazia all’altare, e fare di tutto per conservare le sue forze per la futura famiglia. Preghi Dio che gli faccia trovare il compagno o la compagna degna, con cui dovrà convivere santamente e formare una buona famiglia cristiana. Nella scelta del fidanzato o della fidanzata i giovani non devono lasciarsi guidare né dal capriccio né dalla passione passeggera, che li attira verso i piaceri puramente animaleschi o li spinge a cercare soltanto l’interesse materiale e il denaro. Durante il fidanzamento i giovani devono cercare di conoscersi a vicenda, comprendersi, imparare a sopportarsi e aiutarsi, preparandosi nella preghiera, nel mutuo rispetto, nell’unità dello spirito e della carità soprannaturale, a formare una sola carne e una famiglia cristiana. Prima di celebrare il matrimonio ricevano devotamente i sacramenti della Penitenza e della Comunione, e vadano all’altare di Dio animati da viva fede, profonda devozione e retta intenzione. 
II. Doveri degli sposi.  
1) Gli sposi hanno il dovere di convivere santamente. senza imitare quei coniugi che nelle nozze cercano soltanto la soddisfazione di se stessi o l’interesse materiale; che tradiscono l’unità e l’indissolubilità del sacramento; che vogliono solo i piaceri evitando i pesi, specialmente dei figli.  
2) … di aiutarsi con affetto costante nelle necessità spirituali e temporali. Dall’amore nato spontaneo nei cuori e reso sacro ai piedi dell’altare con la benedizione di Dio: deve nascere il rispetto e l’aiuto reciproco tra i coniugi. Il marito deve provvedere alla moglie quanto le è necessario per il vitto, il vestito e l’abitazione; deve trattarla non come una serva, ma come la compagna della sua vita e la madre dei suoi figli, usando con lei delicatezza amorosa, specialmente nei periodi della maternità. A sua volta la moglie deve amare il marito, rispettarlo come capo della famiglia e padre dei suoi figli, obbedirlo, aiutarlo, custodire la casa come un santuario, facendo in modo che lo sposo trovi la maggior felicità e attrattiva tra le mura domestiche, dandosi con generosità e sacrificio. 
3)  … e di educare bene i figliuoli, curandone l’anima non meno del corpo, e formandoli anzitutto alla religione e alla virtù con la parola e con l’esempio. Il Sommo Pontefice Pio XI, nell’Enciclica «Della cristiana educazione della gioventù» (31 dicembre 1931) insegna che spetta prima di tutto ai genitori l’educazione naturale dei figli e alla Chiesa l’educazione soprannaturale. Lo stato non può né deve contrastare i doveri dei genitori e della Chiesa, né tanto meno impartire la cosiddetta educazione «laica», che in realtà è irreligiosa. E’ suo compito aiutare i genitori e la Chiesa nell’educazione della gioventù. I genitori devono non solo insegnare i primi elementi della scienza ai figli e avviarli agli studi, al lavoro e all’esercizio di un’onesta e decorosa professione; ma devono instradarli sulla via della pietà cristiana e della fede, facendone dei buoni cittadini e soprattutto dei buoni cristiani, servendosi per questo dell’aiuto dello stato e della Chiesa. Per l’educazione dei figli ha certamente molta efficacia la parola che esorta, consiglia, comanda, rimprovera, punisce: ma molto più efficaci sono l’esempio di una vita laboriosa e onesta e la pratica integrale della vita cristiana. Senza il buon esempio tutte le fatiche e tutti i discorsi saranno sprecati.

http://www.radiospada.org/2016/03/apologia-del-maschilismo/ 

mercoledì 30 marzo 2016

maschi svirilizzati e femminilizzati

mariano-di-vaio-senza-veli-625x320

Svirilizzati e femminilizzati. L’Occidente denunciato da Eric Zemmour

Ebreo francese di origine algerina, patriota, simbolo del politicamente scorretto, opinionista di Le Figaro e animatore di trasmissioni radiofoniche (in Italia Piemme ha pubblicato il suo “L’uomo maschio”, critica della società “femminilizzata”) Zemmour è già stato definito Oltralpe l’uomo del 2014 dopo l’uscita del suo ultimo saggio Le suicide français (Il suicidio francese). Il suo motto? “La reazione è oggi sovversiva”.
 
di                                                                                  
Anche il mondo dell’editoria, come quello del giornalismo, è diventato un tempio di mercanti. Si stravolgono persino le tesi degli autori pur di trafficare libri e fare profitto. È il caso della casa editrice Piemme che poche settimane fa ha ri-editato L’uomo maschio, di cui era già editore, titolandolo questa volta Sii sottomesso. La virilità perduta che ci consegna all’Islam. Una mossa studiata a tavolino per affiancare in tutte le vetrine d’Italia questo “bestseller” scritto da Eric Zemmour nel 2005 (in Francia ha venduto oltre 100mila copie) al romanzo mal interpretato dall’intera vulgata giornalistica “Sottomissione” di Michel Houellebecq. Inserire la parola “Islam”, intesa come “islamizzazione”, nel sottotitolo non solo inserisce scorrettamente il pamphlet nella pubblicistica fallaciana dello “scontro di civiltà”, ma soprattutto devia la tesi globale manifestata dal giornalista francese.

L’uomo maschio è in realtà un trattato contro l’Occidente: femminilizzato e svirilizzato. “La società unanime sta domandando agli uomini di rivelare la femminilità che è in loro. Con sospetta, morbosa e stupefacente buona volontà gli uomini stanno facendo del loro meglio per mettere in atto questo programma ambizioso: diventare una donna come le altre. In sostanza per superare i propri istinti arcaici. La donna non è più un sesso, è un ideale”, scrive Zemmour. L’editorialista di Le Figaro identifica come responsabili di questa metamorfosi antropologica e societale l’alleanza post-sessantina tra femministe e lobby omosessuale con la complicità di multinazionali, definite “la quintessenza del capitalismo”, e mondo dello show-business il quale offre alle nuove generazioni modelli culturali profondamente degenerati, dai calciatori svirilizzati alle modelle anoressiche.

Il progressivo smantellamento di una società patriarcale ha prodotto una donna mascolinizzata e un uomo svrilizzato, dunque femminilizzato, perfettamente interscambiabili tra loro. Se prima infatti le rivendicazioni sull’uguaglianza dei sessi erano di carattere giuridico ed economico, di conseguenza ragionevoli e legittime, queste sono diventate di carattere antropologico. Sembrerebbe così disegnarsi all’orizzonte una figura nuova: l’essere umano unisex. Perché dove c’è convergenza delle identità sessuali c’è di conseguenza annullamento. Il maschile e il femminile si cancellano a vantaggio di un ibrido modello androgino in una società artificiale e post-umana. Lo stesso Alain De Benoist ne La femminilizzazione dell’Occidente aveva scritto in relazione al rapporto tra i sessi:  “la Modernità tende a sopprimere le differenze, di qualsiasi natura, a vantaggio di un modello omogeneo. Tale omogeneità risponde in primo luogo alle esigenze del capitale, cui occorre trasformare l’esistenza quotidiana in un immenso mercato, dove desideri e bisogni si somigliano”.

Il pamphletista Zemmour denuncia così l’uomo sottomesso all’ideologia dominante, il quale ha perso la sua autorità e autorevolezza all’interno del nucleo famigliare quanto in quello sociale. L’uomo ideale oggi? “Si depila. Fa incetta di prodotti di bellezza. Indossa gioielli. Crede fermamente ai valori femminili”, mentre la donna, ora integrata, più o meno, nel mercato del lavoro (forzato), cerca di emanciparsi anch’essa indossando i pantaloni e inseguendo il mito della donna in carriera, in stile Vanity Fair, senza però abbandonare il sentimentalismo di Sex and the City. Perché in fondo tutto ciò che è emotivo è propenso al consumo di notizie, immagini e prodotti. Il sesso femminile, nettamente più compulsivo di quello maschile come aveva fatto notare un secolo prima in Sesso e Carattere lo scrittore austriaco Otto Weininger, è di conseguenza più esposto alla civiltà dei consumi.

Torna a far scandalo tra le anime belle la ri-edizioni de “L’uomo maschio”. Ma le sue posizioni politicamente scorrette e “reazionarie” non avrebbero potuto avere successo in Francia se Zemmour non fosse un uomo raffinato e di vastissima cultura. Eric Zemmour è già stato definito Oltralpe come l’uomo del 2014 dopo l’uscita del suo ultimo saggio Le suicide français (Il suicidio francese) che ha venduto più di 400mila copie. L’editorialista di Le Figaro ricostruisce in cinquecento pagine la storia dell’egemonia politica sessantottina in un contesto che vede trionfare la globalizzazione e quindi la distruzione della cultura e dell’identità francese.

http://www.lintellettualedissidente.it/editoriale/svirilizzati-e-femminilizzati-loccidente-denunciato-da-eric-zemmour/

mercoledì 17 dicembre 2014

ELOGIO DELLA CASALINGA

housework

 ELOGIO DELLA CASALINGA
di Patrizia Stella
Perché mai dedicare ogni anno una giornata alla “donna”? Quale merito può avere una persona solo per appartenere alla categoria sessuale femminile piuttosto che a quella maschile? Non va elogiata la categoria in generale, anonima, impersonale, ma la persona singola, che si distingue per particolari doti, cioè per le azioni buone che può compiere. Infatti ci sono donne brave, laboriose, eroiche, e ci sono donne cattive, perfide, profittatrici. Le elogiamo tutte? Altrettanto dicasi per l’uomo.
Contrapporre il sesso femminile a quello maschile, in pratica la donna all’uomo, come due nemici atavici, anzi, presentare la donna, come si usa fare da qualche anno, come la povera vittima dell’uomo considerato il suo aguzzino non fa altro che aumentare l’odio tra i due sessi, mentre si chiudono gli occhi sulla vera risoluzione del problema che non si vuole affrontare.  In realtà viene messo in risalto dai media solo ciò che suscita scandalo e orrore, ma si tace invece sul lavoro discreto, spesso silenzioso ma efficace di moltissime donne in tutti i settori, oltre che sulla bellezza del rapporto uomo-donna che è quello che vive la stragrande maggioranza delle coppie senza fare tanto strepito. L’uomo e la donna non sono due antagonisti in perenne battaglia tra loro per la difesa dei loro territori, ma due figure complementari sia fisicamente che psicologicamente, quindi necessarie l’uno all’altra, con ruoli diversi ma di uguale valore a tal punto che solo dall’unione intima di un uomo con una donna si può realizzare quel disegno d’amore voluto da Dio che è la famiglia e la vita.


L’aver spinto la donna a sentirsi realizzata solo liberandosi dall’uomo e dalla famiglia è stata una vera trappola per la donna, perché l’ha costretta a cercare spasmodicamente dappertutto, tranne che in famiglia, dei “luoghi” dove sentirsi realizzata, applaudita, considerata, senza mai trovarli, oppure, una volta trovati, ha scoperto che non erano poi così appetibili e gratificanti come lei immaginava e allora frustrazione si aggiunge a frustrazione, perché in molti casi la povera donna rischia di perdere lavoro e affetti famigliari, ritrovandosi in una solitudine amara che purtroppo lei stessa molte volte si è cercata.
Infatti la donna non ha ancora capito che la sua vera emancipazione non si realizza imitando l’uomo nella sua vita professionale, facendo a gara con lui nell’intento di portargli via delle “quote lavoro” in parlamento o all’università o altrove, perché non ne ha bisogno, per il semplice fatto che la donna possiede già “una marcia in più” per natura rispetto all’uomo, una “marcia” che le deriva innanzitutto dal fatto di possedere un livello di sofferenza più forte dell’uomo per cui è capace di affrontare con coraggio, decisione, intuizione e concretezza molte difficoltà trovandone anche adeguate soluzioni, mentre l’uomo si suicida per una cartella dell’esattoria o poco più.

Ma la “marcia in più” per eccellenza le deriva direttamente da Dio avendola destinata nientemeno che al compito di trasmettere la vita! E mentre una donna potrà anche diventare, per le sue capacità professionali che vanno sicuramente tenute in conto e valorizzate, primo ministro, o docente universitario, o astronauta o paracadutista,… per contro l’uomo non potrà mai e poi mai mettere al mondo un figlio e ancor meno allattarlo, neppure con le utopie del gender perché il DNA parla chiaro, anzi chiarissimo: o uomo o donna per tutta l’eternità. Stop. Vi pare poco questo privilegio care donne?
La maternità con le dolcissime peculiarità che comporta: allattamento, svezzamento, profusione di amore tra madre e neonato, ecc. fa talmente parte della natura femminile (a parte le scelte di verginità per il Regno dei Cieli che non sono affatto scomparse e che sono segno di una maternità spirituale feconda) che, se si arriva a toccare la quarantina senza aver ancora formato una famiglia e messo al mondo almeno un figlio, pur avendo avuto onori, gratificazioni e lodi da tutti, si diventa inquiete, insoddisfatte, insopportabili, nella ricerca di “qualunque” mezzo, lecito o illecito, che ti faccia sperimentare quella “marcia in più”, quella della maternità, prima che sia troppo tardi e che tutto l’apparato si arrugginisca per sempre! E qui entrano in gioco, purtroppo, anche decisioni affrettate e inopportune sulla scelta del marito o del compagno con cui fare un figlio che di solito è solo la donna, poi a pagare.
E anche se adesso molte donne reclamano un figlio per il loro egoismo, sganciato perfino dalla presenza di un marito che disturba i loro progetti, tuttavia nella maggioranza dei casi la donna capisce che la maternità chiama in causa direttamente la famiglia, secondo il disegno di Dio, cioè un uomo con cui condividere la vita e quella dei nascituri, e una casa dove vivere questo amore che non è la sede dell’ufficio, o della scuola, o del parlamento, tanto meno dell’ospedale… ma solo quella casa particolare che serve a custodire il “nido d’amore” che è la famiglia. Sì! proprio nido d’amore anche se questa espressione anacronistica fa ridere al giorno d’oggi col disprezzo che esiste per la famiglia. Ma questo “nido” è indispensabile per vivere, anzi per sopravvivere, perché è un nido speciale, dove ci si aiuta, ci si perdona, ci si incoraggia, si litiga anche se occorre, ma si supera tutto perché ci si ama veramente, spiritualmente, e anche sessualmente, solo tra marito e moglie, secondo il disegno di Dio, l’unico garante della nostra felicità.
Se lo Stato assegnasse alla donna che sceglie liberamente di lavorare in famiglia, un congruo assegno mensile per ogni figlio, moltissime donne sceglierebbero di tornare ad essere, come una volta, le “regine” della loro casa, dove possono organizzarsi come meglio credono, senza obbedire al capo-ufficio, entrano ed escono quando vogliono, portano i figli in palestra e vanno dal parrucchiere con calma, mantenendo tutti i contatti relazionali senza nevrosi, soprattutto con marito e figli. In tal modo avremmo anche risolto buona parte del problema della disoccupazione.
Cara donna, sii felice di essere donna soprattutto perché Dio ti ha dato una “marcia in più” che è la tua femminilità legata alla maternità e alla tua possibilità di trasformare il tuo lavoro di casalinga, di per sé umile e silenzioso, in oro prezioso da distribuire ai tuoi stretti famigliari e a tutti quelli che fanno corona attorno al tuo “nido d’amore” e che trovano in esso gioia, serenità e voglia di ritornarci presto.

http://radiospada.org/2014/03/elogio-della-casalinga/

lunedì 10 novembre 2014

Elogio della famiglia anarchica

Elogio della famiglia selvaggia,

anarchica e preistorica 

(se basta l’amore, per allevare i bambini

vanno bene gli orfanotrofi)



Il secondo tempo del Sinodo straordinario sulla famiglia si giocherà fra il 4 e il 25 ottobre dell’anno prossimo, quando l’argomento sarà ripreso dal Sinodo ordinario sotto il titolo “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”. E visto come è andata la prima metà della partita, sarà meglio allenarsi di più e prepararsi a dare ciascuno il proprio contributo al gioco di squadra. Molto utile a questo proposito può rivelarsi la lettura approfondita di Qu’est-ce qu’une famille?, l’ultimo libro scritto da Fabrice Hadjadj, il pensatore cattolico francese direttore della Fondazione Anthropos a Losanna.
Autore sempre geniale, sorprendente e provocatorio, come anche stavolta si evince sin dal sottotitolo, che suona così: suivi de La Transcendance en culottes et autres propos ultra-sexistes. Cioè “risultato de La Trascendenza nelle mutande e altre proposizioni ultrasessiste”. La famiglia per Hadjadj è a livello umano quello che a livello cosmico è l’acqua per Talete o l’aria per Anassimandro: il principio anteriore a tutto il resto, il fondamento che non può essere spiegato proprio perché è un fondamento. Solo se ne può prendere atto, constatando che a dargli forma è la differenza sessuale che si manifesta come attrazione fra l’uomo e la donna. La famiglia è anzitutto natura, ma sempre ordinata e presa in mano dalla cultura. Perché il nascere, proprio di ogni forma naturale, presso gli umani è sempre circondato da un “far nascere”. E dal far nascere della levatrice alla maieutica di Socrate (non a caso figlio di una levatrice), che aiuta a far nascere la verità che è dentro ad ogni uomo, il passo è breve e necessario.
Nel libro, di cui si attende presto una traduzione in lingua italiana, Hadjadj individua principalmente tre nemici della famiglia nelle società occidentali: le ultime tecnologie elettroniche, la trasformazione della procreazione in produzione ingegneristica di esseri umani, e le derive fallocentriche (proprio così) della maggior parte dei femminismi odierni. Su questi argomenti Tempi lo ha intervistato.

Il suo libro è apparso alla vigilia del Sinodo dei vescovi sulla famiglia. Le pare che i lavori e il documento finale del Sinodo riflettano alcune delle sue preoccupazioni?
Il problema di un Sinodo è che deve parlare per la Chiesa universale, mentre le situazioni che la famiglia vive possono essere molto differenti da un paese all’altro, addirittura radicalmente opposte. Per quello che mi riguarda, si tratta di pensare quello che succede alla famiglia nelle società post-industriali, contrassegnate dall’economia liberale. La Relatio Synodi, nella sua diagnosi si accontenta di evocare una volta di più l’«individualismo» e l’«edonismo», mentre i dibattiti si sono cristallizzati attorno alla questione dei «divorziati risposati» o alla benedizione delle persone omosessuali. In questo modo mi sembra si manchi completamente ciò che è assolutamente proprio della nostra epoca, intendo dire la rivoluzione antropologica che si sta operando: il passaggio dalla famiglia all’azienda, e dalla nascita alla fabbricazione – o se preferite dal concepimento oscuro nel ventre di una madre, al concepimento trasparente nello spirito dell’ingegnere… La famiglia è attaccata sul piano ideologico fin dagli inizi del cristianesimo. Per esempio dagli gnostici. Ma oggi l’attacco è più radicale: esso non proviene tanto dall’ideologia, quanto dal dispositivo tecnologico. Non è più questione di teoria, ma di pratica, di mezzi efficaci per produrre al di fuori dei rapporti sessuali degli individui più adatti, più performanti.

Lei oppone la tavola in legno, attorno alla quale si riunisce la famiglia, al tablet elettronico, che ne separa e isola i membri, e la sua conclusione è che la tecnologia ha fatto collassare la famiglia e che assistiamo alla sua «distruzione tecnologica». Siamo davanti al più grande nemico della famiglia?
Qual è il luogo dove si tesse il tessuto familiare? Qual è il luogo dove le generazioni si incontrano, conversano, talvolta litigano e tuttavia, attraverso l’atto molto primitivo di mangiare insieme, continuano a condividere e ad essere in comunione? Questo luogo è tradizionalmente la tavola. Oggi invece sempre di più ciascuno mangia davanti alla porta del frigorifero per tornare più rapidamente al proprio schermo individuale. Non si tratta nemmeno più di individualismo, ma di «dividualismo», perché su quello schermo ciascuno apre più finestre e si divide, si frammenta, si disperde, perde il suo volto per diventare una moltitudine di «profili», perde la sua filiazione per avere un «prefisso». La tavola implica il raggrupparsi, entro una trasmissione genealogica e carnale. Il tablet implica la disgregazione, entro un divertimento tecnologico e disincarnato. D’altra parte l’innovazione tecnologica fa sì che ciò che è più recente sia migliore di ciò che è antico, e dunque distrugge il carattere venerabile di ciò che è antico e dell’esperienza. Se la tavola scompare, è anche perché l’adolescente diventa capofamiglia: è lui che sa maneggiare meglio gli ultimi gadget elettronici, e né il nonno né il papà hanno niente da insegnargli.

Lei scrive, molto provocatoriamente, che se davvero pensiamo che tutto ciò di cui hanno bisogno i figli siano l’amore e l’educazione, allora non soltanto una coppia di persone dello stesso sesso può assolvere alla bisogna, ma pure un orfanotrofio di qualità. Se l’essenziale sono l’amore e l’educazione, non è detto che una famiglia sia necessariamente il posto migliore per un bambino. Allora perché la famiglia padre-madre merita di essere privilegiata?
È la questione posta nel Mondo nuovo di Aldous Huxley: se avete un figlio per la via sessuale, è semplicemente perché siete andati a letto con una donna. Ciò non offre garanzie sulle vostre qualità riproduttive né sulle vostre competenze di educatore. Ecco perché sarebbe meglio, per il benessere del nuovo essere creato, che sia messo a punto dentro a un’incubatrice ed educato da degli specialisti. Questa argomentazione è molto forte. Fino a quando i cristiani continueranno a definire la famiglia come il luogo dell’educazione e dell’amore, essi non la contraddiranno, daranno anzi delle armi ai loro avversari, che potranno concludere che due uomini capaci di affetto e specializzati in pedagogia sono molto più adatti di un padre e di una madre. Ma il problema è che è ancora il primato del tecnologico sul genealogico che presiede a questa idea e ci spinge a sostituire la madre con la matrice e il padre con l’esperto.
Dietro a tutto questo c’è l’errore di cercare il bene del bambino e di non considerare più il suo essere. Ora, l’essere del bambino è di essere il figlio o la figlia di un uomo e di una donna, attraverso l’unione sessuale. Attraverso questa unione, il bambino arriva come un sovrappiù dell’amore: non è il prodotto di un fantasma né il risultato di un progetto, ma un’altra persona che sorge, singolare, incalcolabile, che supera i nostri piani. Quanto al padre, dal semplice fatto che ha trasmesso la vita riceve un’autorità senza competenza, e ciò è molto meglio di qualunque competenza professionale. Perché il padre è anzitutto là per manifestare al bambino il fatto che esistere è cosa buona, mentre gli esperti sono là per mostrare che è cosa buona riuscire. E poi la sua autorità senza competenza lo spinge a riconoscere davanti al bambino che lui non è il Padre assoluto, e dunque a rivolgersi insieme al suo bambino verso questo Padre dal quale ogni paternità trae il suo nome.

L’altra causa di distruzione della famiglia che lei cita è il rifiuto della nascita come nascita, cioè come qualcosa di naturale e imprevisto. Chi è favorevole alla tecnologizzazione della nascita dice che bisogna vigilare per un’utilizzazione delle biotecnologie vantaggiosa per il bambino che deve nascere, ma che comunque queste tecniche sono buone. Che cosa risponderebbe loro?
Se le biotecnologie vengono utilizzate per accompagnare o restaurare una fertilità naturale, sono favorevole ad esse: è il senso stesso della medicina. Ma se consistono nel farci entrare in una produzione artificiale, non si tratta più di medicina, ma di ingegneria. Quel che allora succede, è che il bambino diventa un diritto che viene rivendicato, e non più un dono di cui ci si sente indegni. A partire da ciò, voi potete immaginare le influenze che subirà. Ma la cosa più grave sta in un altro fatto, in quella che chiamerei la confusione fra novità e innovazione. Se il nuovo nato rinnova il mondo, è perché egli in qualche modo viene fuori preistorico: non ci sono differenze fondamentali fra il bebè dell’italiano di oggi e quello dell’uomo delle caverne. È sempre un piccolo primitivo, un piccolo selvaggio che sbarca nella famiglia, e che porta con sé un inizio assoluto, la promessa rinnovata dell’aurora. Se in futuro la nascita sarà misurata sul metro dell’innovazione, se si fabbricheranno principalmente dei bebè transumani, essi saranno vecchi già prima di nascere, perché riproporranno la logica del progresso e quindi anche della fatale obsolescenza degli oggetti tecnici. Corrisponderanno agli obiettivi di chi li commissiona, alle attese della loro società. Ci ritroviamo di fronte a un’inversione delle formule del Credo: si vuole un essere che sia «nato dal secolo prima di tutti i padri, creato e non generato».

Lei scrive: «Grazie alla tecnologia, la dominazione fallica è assicurata principalmente da donne isteriche prodotto di uomini castrati». Cosa intendete dire?
Il proprio del femminile, nella maternità, è di accogliere dentro di sé un processo oscuro, quello della vita che si dona da sé. Creare degli uteri artificiali può apparire come un’emancipazione della donna, ma in realtà è una confisca dei poteri che le sono più propri. Da una parte per far sì che la donna, non essendo più madre, diventi un’impiegata o una padrona (come se fosse una liberazione); dall’altra perché il processo vitale oscuro diventi una procedura tecnica trasparente, quella di un lavoro esterno e controllato, che è ciò a cui si limita l’operazione dell’uomo, che non ha un utero e fabbrica con le proprie mani. Ed eccoci di fronte al paradosso della maggior parte dei femminismi: essi non sono che un machismo della donna, un rivendicare l’eguaglianza ma sulla scala dei valori maschili, un volere una promozione in pieno accordo con la visione fallica del mondo. Perché la fecondazione e la gestazione in vitro sono quanto di più prossimo ci sia a un dominio fallico sulla fecondità: non avere più bisogno del femminile, fare entrare la procreazione nel gioco della fabbricazione, della trasparenza e della concorrenza. Come ho già parlato di un’inversione del Credo, potrei parlare in questo caso di una Contro-Annunciazione. Nell’Annunciazione evangelica, Maria accetta una gravidanza che la supera due volte, dal punto di vista naturale e da quello sovrannaturale. Nella Contro-Annunciazione tecnologica, la donna rifiuta ogni gravidanza, ed esige che la procreazione sia una pianificazione integrale, che non la supera più, ma s’inserisce nel suo progetto di carriera.

Lei è d’accordo con Chesterton che la famiglia è «l’istituzione anarchica per eccellenza». Che cosa significa? La famiglia ancora oggi è accusata di autoritarismo, o di essere un residuo dell’epoca del potere patriarcale.
La famiglia è un’istituzione anarchica nel senso che è anteriore allo Stato, al diritto e al mercato. Dipende dalla natura prima di essere ordinata dalla cultura, poichè naturalmente l’uomo nasce dall’unione di un uomo e di una donna. In poche parole, ha il suo fondamento nelle nostre mutande. È qualcosa di animale – il maschio e la femmina – e nello stesso tempo noi crediamo che questa animalità sia molto spirituale, di una spiritualità divina, iscritta nella carne: «Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò». C’è qualcosa che è donato, e non costruito. Tanto che anche il patriarca, come si vede nella Bibbia, è sempre sorpreso e pure esasperato dai suoi figli. Pensate alla storia di Giacobbe. Pensate a Giuseppe, il padre di Gesù. Non si può certo dire che tengono sotto controllo la situazione. L’autorità del padre si trasforma in autoritarismo quando finge di avere tutto sotto controllo e di essere perfettamente competente. Ma come ho detto prima, la sua vera e più profonda autorità sta nel riconoscere che non è all’altezza, e che è obbligato a volgersi verso il Padre eterno.

Leggi di Più: Hadjadj: Elogio della famiglia selvaggia e preistorica | Tempi.it 
Follow us: @Tempi_it on Twitter | tempi.it on Facebook