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lunedì 21 marzo 2016

lavare i piedi alle donne ????


Card. Sarah: i sacerdoti non sono tenuti a lavare i piedi alle donne il Giovedì Santo

Una chiarificazione dopo che i presbiteri esprimono preoccupazione per la recente innovazione liturgica

 

I sacerdoti non sono obbligati a lavare i piedi delle donne durante la Messa in Coena Domini il Giovedì Santo, ha confermato il cardinale Robert Sarah.

 Il prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha detto ai giornalisti a Roma il 26 febbraio che ogni vescovo o sacerdote “deve decidere in base alla propria coscienza, e in base all’obiettivo per il quale il Signore ha istituito questa celebrazione”.

La chiarificazione del porporato giunge in risposta a un’apparente disparità tra il decreto del 6 gennaio, In Missa in Cena Domini, e la nota esplicativa di accompagnamento scritta dal segretario della Congregazione per il Culto Divino, l’arcivescovo Arthur Roche.

 Il decreto stabilisce che “i pastori possano scegliere un gruppetto di fedeli che rappresenti la varietà e l’unità di ogni porzione del popolo di Dio” e che “tale gruppetto può constare di uomini e donne”.

Nella nota esplicativa, tuttavia, l’arcivescovo Roche sembra suggerire un obbligo a scegliere un gruppo rappresentativo dell’intero popolo di Dio, senza specifiche quanto al sesso. Scrive il presule: “Spetta ai pastori scegliere un gruppetto di persone rappresentative dell’intero popolo di Dio – laici, ministri ordinati, coniugati, celibi, religiosi, sani e malati, fanciulli, giovani e anziani – e non di una sola categoria o condizione”.

 La chiarificazione del cardinale Sarah arriva dopo che vescovi e sacerdoti hanno dato voce a preoccupazioni per la nuova regola, che permette di lavare i piedi delle donne durante la messa in Coena Domini. Prima che il mandato della lavanda dei piedi venisse modificato da papa Pio XII e inserito nella Messa del Giovedì Santo, i piedi delle donne potevano essere lavati ma solo da altre donne, e la cerimonia aveva luogo al di fuori della Messa.

 In un’intervista del 2 febbraio scorso, il vescovo Athanasius Schneider, ausiliare di Astana, in Kazakistan, ha detto che in base alla sua coscienza non poteva includere le donne nella cerimonia della lavanda dei piedi del Giovedì Santo. Il vescovo Schneider ha riconosciuto che il mandato rivisto non è vincolante, affermando che “grazie a Dio nessun sacerdote o vescovo è obbligato a lavare pubblicamente i piedi delle donne il Giovedì Santo, perché non c’è alcuna norma vincolante al riguardo, e la stessa lavanda dei piedi è facoltativa”.

Il sacerdote gesuita e fondatore della Ignatius Press, padre Joseph Fessio, SJ, è intervenuto suggerendo con scetticismo che i permessi sono spesso fraintesi venendo considerati requisiti: “Ovviamente dovrebbe essere chiaro che si tratta di un permesso, non di un requisito”, ha dichiarato, “ma anche questa chiarezza non influirà su ciò che accade realmente”.

“Ecco una situazione simile della quale possiamo già vedere i risultati: quando è stato dato il permesso per le servitrici dell’altare, era un permesso dato ai vescovi, non direttamente ai sacerdoti (ovvero se un vescovo sceglieva così poteva permettere la pratica nella diocesi). Era chiaro nel decreto che nessun sacerdote doveva avere per forza delle servitrici dell’altare, anche se il vescovo aveva dato il permesso. Cosa si è fatto? Molti vescovi hanno insistito affinché l’uso regolare delle chierichette fosse normativo per tutte le Messe”.

“Anche questo nuovo permesso verrà quindi trattato (e lo è già stato) come un requisito”.

Quanto alla sostanza, padre Fessio ha aggiunto che “il rito della lavanda dei piedi non è mai un requisito. Il Diritto Canonico parla di duodecim viri, non di duodecim homines”.

“Ovviamente, in quanto legislatore supremo, il papa può (in teoria) modificare la legge in qualsiasi modo desideri”, ha riconosciuto padre Fessio, “ma il prototipo è ovviamente l’Ultima Cena in cui Gesù lava i piedi non dei suoi discepoli, non di persone scelte a caso tra la folla, ma degli apostoli, e dice loro che dovranno lavarsi i piedi a vicenda. Ciò vuol dire che i ministri ordinati dovrebbero seguire questo esempio tra di loro, il che è probabilmente il motivo per il quale, anche se le prove per il rito nella Chiesa delle origini sono molto esigue, sappiamo che nell’XI secolo il papa lavava i piedi dei suddiaconi. Sicuramente dal periodo di Trento (XVI secolo) al 1955 il rito non è stato parte della Messa”.

“Una cosa è certa”, ha dichiarato padre Fessio. “C’è una ‘dissonanza simbolica’, o una mancanza di connessione. L’umiltà e il servizio di cui Gesù dà un esempio sono una cosa che ogni cristiano deve a chiunque. Nonostante questo, l’origine storica dell’esempio è il fatto che Gesù lava i piedi dei 12 apostoli. Cercare di rendere il gesto più ‘inclusivo’ di quello che ha fatto Gesù non fa altro che confondere l’immagine storica”.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

mercoledì 3 febbraio 2016

stato di salute della chiesa

Un’intervista di mons. A. Schneider a Rorate Coeli: Chiesa post-sinodale e i non credenti nella gerarchia 

 

Riportiamo in una traduzione di Anna Bellardi Ricci, il testo integrale di un’importante intervista di S. E. mons- Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, pubblicata il 2 febbraio dal sito Rorate Cœli

Rorate Cœli: Del recente Sinodo, per qualche tempo non conosceremo l’impatto legale che avrà sulla Chiesa poiché la prossima mossa spetta al Papa. Esiste uno scisma nella Chiesa? In caso affermativo, cosa significa in termini pratici? Come si manifesterà per i cattolici tipici che vanno in chiesa?

S.E. Schneider: Secondo il can. 751 del Codice di Diritto Canonico, scisma significa il rifiuto di sottomissione al Sommo Pontefice. Bisogna distinguere il difetto nel credere o eresia dallo scisma. Il difetto nel credere o eresia è in effetti un peccato più grave dello scisma, come diceva San Tommaso d’Aquino: «La miscredenza è un peccato commesso contro Dio stesso, secondo che Egli stesso è la Verità Prima, sulla quale la fede si fonda; mentre lo scisma si oppone all’unità della Chiesa, che è un bene minore di Dio stesso. È dunque evidente che la miscredenza è per il suo genere un peccato più grave di quello dello scisma» (II-II, q.39, a.2c). La vera crisi della Chiesa di oggi consiste nel sempre crescente fenomeno che coloro che non credono pienamente e non professano l’integralità della fede cattolica occupano spesso posizioni strategiche nella vita della Chiesa, come professori di teologia, educatori nei seminari, superiori religiosi, parroci ed anche vescovi e cardinali. E queste persone con la loro fede difettosa si professano sottomessi al Papa.
Il colmo della confusione e dell’assurdità si manifesta quando questi religiosi semi-eretici accusano coloro che difendono la purezza e l’integrità della fede cattolica di essere contro il Papa, di essere, secondo loro, in qualche modo scismatici. Per i semplici cattolici che vanno a messa, una tale situazione di confusione rappresenta una vera sfida alla loro fede e nell’indistruttibilità della Chiesa. Devono mantenere salda l’integrità della loro fede in conformità alle verità cattoliche immutabili trasmesse dai nostri padri, che ritroviamo nel catechismo tradizionale e nei lavori dei Padri e dei Dottori della Chiesa.
Rorate Cœli: Parlando di cattolici tipici, cosa deve affrontare ora un tipico parroco che già non dovesse affrontare prima il Sinodo? Quali pressioni, come la lavanda dei piedi delle donne il Giovedì Santo peseranno sul parroco più di quanto non pesino già oggi?

S.E. Schneider: Un tipico parroco cattolico dovrebbe conoscere bene il significato perenne della fede cattolica, così come il significato delle norme della liturgia cattolica, e conoscendolo dovrebbe avere fermezza e sicurezza interiore. Dovrebbe sempre ricordarsi del principio fondamentale di discernimento: «Quod semper, quod unique, quod ab omnibus», ossia «Ciò che è stato creduto e praticato sempre, ovunque e da tutti».
Le categorie «sempre, ovunque, tutti» non devono esser intese in un senso aritmetico, ma morale. Un criterio concreto di discernimento è questo: Questo cambiamento in una affermazione dottrinale, in una pratica pastorale o liturgica rappresenta una rottura rispetto al passato secolare o anche millenario? Questa innovazione fa sì che la fede brilli più chiara e luminosa? Questa innovazione religiosa ci avvicina sempre più alla santità di Dio, o esprime in modo più profondo e magnifico i divini misteri? Questa innovazione disciplinare accresce davvero un più grande zelo per la santità di vita?
Per quanto concerne, concretamente, la lavanda dei piedi delle donne durante la Santa Messa dell’Ultima Cena il Giovedì Santo: questa Santa Messa celebra la commemorazione dell’istituzione dei sacramenti dell’Eucarestia e del Sacerdozio. La lavanda dei piedi delle donne quindi, insieme agli uomini, non solo distrae dall’attenzione principale sull’Eucarestia ed il Sacerdozio, ma genera confusione riguardo al simbolismo storico dei “dodici” e dall’essere gli apostoli di sesso maschile. La tradizione universale della Chiesa non ha mai consentito la lavanda dei piedi durante la Santa Messa, ma piuttosto al di fuori di essa, in una cerimonia speciale.
In ogni caso: la lavanda pubblica e in generale anche il bacio dei piedi delle donne da parte di un uomo, nel nostro caso di un prete o di un vescovo, è considerato da qualsiasi persona di buon senso in tutte le culture come improprio e anche indecente. Grazie a Dio nessun vescovo è obbligato a lavare pubblicamente i piedi delle donne il Giovedì Santo, perché non vi è una norma che lo vincoli a ciò, e lo stesso lavaggio dei piedi è facoltativo.
La Fraternità Sacerdotale di San Pio X (FSSPX)
Rorate Cœli: Una situazione atipica della Chiesa è quella della Fraternità Sacerdotale di San Pio X (FSSPX). Secondo Vostra Eccellenza, perché tanti cattolici hanno paura della FSSPX o si preoccupano all’idea di associarvisi? Dalla vostra esperienza, quali doni ritiene che la FSSPX possa apportare alla Chiesa principale (mainstream)?

S.E. Schneider: Se qualcuno o qualcosa è senza importanza, nessuno lo teme. Coloro che temono la Fraternità Sacerdotale di San Pio X temono in fin dei conti le verità cattoliche perenni e le loro esigenze nella sfera morale e liturgica.
Quando la FSSPX cerca di credere, praticare il culto e vivere moralmente come hanno fatto i nostri progenitori e i Santi più famosi nel corso di millenni, allora dobbiamo considerare la vita e l’opera di questi sacerdoti cattolici e fedeli della FSSPX come un dono per la Chiesa di oggi, ed anche come uno dei numerosi strumenti di cui si serve la Divina Provvidenza per rimediare all’enormità dell’attuale crisi generale della fede, della morale e della liturgia in seno alla Chiesa.
In alcuni settori della FSSPX vi sono tuttavia, come avviene in tutte le società umane, alcune personalità eccentriche. Queste hanno un metodo ed un atteggiamento che manca di giustizia e carità e quindi del vero “sentire cum ecclesia”, ed esiste il pericolo di un’autocefalia ecclesiastica e di essere l’ultima istanza giuridica nella Chiesa. Tuttavia, a mia conoscenza, la parte sana corrisponde alla parte maggiore della FSSPX e considero il loro Superiore Generale, Sua Eccellenza Monsignor Bernard Fellay, come un vero ed esemplare vescovo cattolico. Vi sono speranze per un riconoscimento canonico della FSSPX.
Il Sinodo e il papa
Rorate Cœli: Per tornare al Sinodo, e focalizzandoci sulla tradizione, Vostra Eccellenza pensa che i cambiamenti nella liturgia romana successivi al Vaticano II abbiano contribuito alla crisi attuale nella Chiesa, alla crisi del matrimonio, della famiglia e della morale della società in generale?

S.E. Schneider: Non lo direi in questo modo. In realtà l’origine vera dell’attuale crisi nella Chiesa, della crisi del matrimonio, della famiglia e della morale in generale non è la riforma liturgica, ma la mancanza di fede, il relativismo dottrinale, da cui deriva il relativismo morale e liturgico. Se credo in modo difettoso, vivrò una vita morale difettosa e praticherò il culto in modo difettoso e indifferente. È necessario dapprima restaurare la chiarezza e la fermezza della dottrina della fede e della morale a tutti i livelli e da lì cominciare a migliorare la liturgia. L’integrità e la bellezza della fede esigono l’integrità e la bellezza della propria vita morale e ciò richiede l’integrità e la bellezza del culto pubblico.

Rorate Cœli: Ancora sul Sinodo, è evidente, per coloro che hanno occhi per vedere, che Papa Francesco ha creato confusione invece che chiarezza nel processo sinodale, ed ha incoraggiato una svolta verso la rottura elevando il ruolo dei Cardinali Kasper e Danneels, dell’Arcivescovo Cupic, ecc. Quale è il giusto atteggiamento che un cattolico dovrebbe avere nei confronti del Papa in questi tempi difficili? I cattolici sono obbligati a far conoscere le loro opinioni ed a “resistere” come aveva detto il Cardinale Burke in una nostra intervista l’anno scorso, anche quando le loro opinioni sono critiche del papa?

S.E. Schneider: Da diverse generazioni e fino ad oggi regna nella vita della Chiesa una sorta di “papo-centrismo” o di “papolatria” che è senza dubbio eccessiva se paragonata con la visione moderata e soprannaturale della persona del Papa e la venerazione a lui dovuta, propria dei tempi passati. Un simile atteggiamento eccessivo verso la persona del Papa genera nella pratica un significato teologico eccessivo ed errato riguardo al dogma dell’infallibilità papale.
Se il Papa dicesse a tutta la Chiesa di fare qualcosa che danneggiasse direttamente una verità divina immutabile o un comandamento divino, ogni cattolico avrebbe il diritto di correggerlo, con debito rispetto, mosso da venerazione e amore per il santo ufficio, e per la persona del Papa. La Chiesa non è proprietà privata del Papa. Il Papa non può dire “Io sono la Chiesa”, come il re francese Luigi XIV che aveva detto: “Lo Stato sono io”. Il Papa è solo il Vicario, non il successore di Cristo.
Le preoccupazioni per la purezza della fede sono finalmente una questione che interessa tutti i membri della Chiesa, che è una, ed un corpo vivente unico. Nei tempi antichi, prima di affidare a qualcuno l’ufficio di sacerdote o di vescovo, veniva richiesto ai fedeli se potevano garantire che il candidato avesse la giusta fede ed un’alta condotta morale. Il vecchio Pontificale Romano dice: “Il capitano di una nave, così come i passeggeri, hanno uguale motivo di sentirsi al sicuro o in pericolo in un viaggio, e dovrebbero quindi essere unanimi nei loro interesse comune.” Fu il Concilio Vaticano II ad incoraggiare fortemente i fedeli laici a contribuire al vero bene della Chiesa, al rafforzamento della fede. Ritengo che in un’epoca in cui gran parte dei detentori dell’ufficio del Magistero sono negligenti nel loro sacro dovere, lo Spirito Santo chiama oggi, in particolare i fedeli, a intervenire e difendere coraggiosamente la fede cattolica con un autentico «sentire cum ecclesia».

La Tradizione ed i suoi nemici interni
Rorate Cœli: Il Papa è la misura della tradizione o è misurato dalla tradizione? Ed i fedeli cattolici dovrebbero pregare perché venga presto un papa tradizionale?

S.E. Schneider: Certamente il Papa non è la misura della tradizione, ma piuttosto il contrario. Dobbiamo sempre tenere a mente il seguente insegnamento dogmatico del Primo Concilio Vaticano: L’ufficio del successore di Pietro non consiste nel rendere nota qualche nuova dottrina, ma nella salvaguardia e nell’esposizione fedele del deposito di fede trasmesso dagli apostoli (v. la Costituzione dogmatica Pastor æternus, cap. 4)
Nell’adempimento di uno dei suoi compiti più importanti, il Papa deve mirare a che “l’intero gregge di Cristo sia tenuto al riparo dal cibo avvelenato dell’errore” (Primo Concilio Vaticano, ibid.). La seguente espressione che era in uso fin dai primi secoli della Chiesa è una delle espressioni più evidenti dell’ufficio papale, e deve in qualche modo essere una seconda natura di ogni Papa: “Aderire fedelmente alla tradizione ricevuta fin dall’inizio della Fede cristiana” (Primo Concilio Vaticano, ibid.).
Dobbiamo sempre pregare affinché Dio doni alla Sua Chiesa dei Papi con un orientamento tradizionale. Dobbiamo tuttavia ricordare queste parole: “Non spetta a voi conoscere il tempo e l’ordine degli eventi che il Padre ha riservato alla sua scelta” (Atti, 1, 7).
Rorate Cœli: Sappiamo che numerosi vescovi e cardinali, forse la maggioranza, vogliono cambiare il linguaggio dottrinale della Chiesa e la sua consolidata disciplina, col pretesto dell’ “evoluzione della dottrina” e della “compassione pastorale”. Cosa è sbagliato nel loro ragionamento?

S.E. Schneider: Espressioni come “sviluppo della dottrina” e “compassione pastorale” sono infatti in genere dei pretesti per cambiare l’insegnamento di Cristo, contro il suo significato e la sua integrità perenne così come gli Apostoli l’hanno trasmessa a tutta la Chiesa e come è stata fedelmente preservata dai i Padri della Chiesa e dagli insegnamenti dogmatici dei Concili Ecumenici e dei Papi.
Alla fine quei religiosi vogliono un’altra Chiesa, ed anche un’altra religione: una religione naturalistica, adattata allo spirito del tempo. Dei simili chierici sono veri lupi travestiti da agnelli, e flirtano spesso col mondo. Non già pastori coraggiosi, ma vili conigli.
Il ruolo delle donne nella Chiesa
Rorate Cœli: Si sente parlare molto del ruolo delle donne oggi nella Chiesa, del cosiddetto “genio femminile”. Le donne hanno avuto evidentemente un ruolo cruciale della Chiesa fin dall’inizio, cominciando dalla Vergine Maria. Ma Gesù Cristo ha reso chiarissima la Sua posizione, così come hanno fatto i papi pre-conciliari. Vostra Eccellenza considera che l’implicazione delle donne nella liturgia, come nella Messa Novus Ordo oppure come le bambine-chierichette, abbia avuto un ruolo positivo o negativo nella Chiesa durante gli ultimi quattro decenni?

S.E. Schneider: Non vi è dubbio che l’implicazione femminile nei servizi liturgici all’altare (lettura dei Testi, servizio all’altare, distribuzione della S. Comunione) rappresenti una rottura radicale con l’intera e universale tradizione della Chiesa. Una simile pratica è contraria alla Tradizione apostolica.
Questa pratica ha dato alla liturgia della Santa Messa una forma protestante evidente, un carattere di incontro informale di preghiera o di un evento catechetico. È una pratica del tutto contraria agli intenti dei Padri del Secondo Concilio Vaticano e non se ne trova la minima indicazione nella Costituzione sulla Sacra Liturgia.
La Messa Latina Tradizionale
Rorate Cœli: Vostra Eccellenza è ben nota per celebrare la Messa Latina tradizionale in tanti luoghi del mondo. Quali ritiene siano le lezioni più profonde che ha appreso, come prete e come vescovo, dalla celebrazione della Messa Latina, e che altri preti e vescovi possono sperare di acquisire dicendo essi stessi la Messa tradizionale?

S.E. Schneider: La lezione più profonda che ho appreso dalla celebrazione della forma tradizionale della Messa è che non sono che un povero strumento di un’azione soprannaturale e sommamente sacra, il cui primo celebrante è Gesù Cristo, l’Eterno Sommo Sacerdote. Sento che durante la celebrazione della Messa perdo in qualche modo la mia libertà individuale, poiché le parole e i gesti sono stabiliti fin nei minimi dettagli, e non posso disporne. Sento nel più profondo del cuore che sono solo un servo ed un ministro, che pur volendo liberamente, con fede e amore, compio non la mia volontà ma quella di Un Altro.
Il rito tradizionale e più che millenario della Santa Messa, che nemmeno il Concilio di Trento aveva cambiato, poiché l’Ordo Missae prima e dopo quel Concilio era pressoché identico, proclama ed evangelizza con forza l’Incarnazione e l’Epifania del Dio ineffabilmente santo ed immenso, che nella liturgia del “Dio è con noi,” come “Emanuele”, si fa così piccolo e così vicino a noi. Il rito tradizionale della Messa è di un’alta sapienza e al tempo stesso una potente proclamazione del Vangelo, che compie l’opera della nostra salvezza.
Rorate Cœli: Se ha ragione il Papa Benedetto quando dice che il Rito Romano esiste attualmente (benché in modo paradossale) in due forme piuttosto che in una, perché non avviene ancora che a tutti i seminaristi sia richiesto di studiare ed apprendere la Messa Latina tradizionale, come parte della loro formazione seminariale. Come può un parroco della Chiesa Romana non conoscere entrambe le forme dell’unico rito della sua Chiesa? E come possono tanti cattolici essere ancora privati della Messa tradizionale e dei sacramenti se si tratta di una forma equivalente?

S.E. Schneider: Secondo l’intenzione del Papa Benedetto XVI, e le chiare norme dell’Istruzione “Universae Ecclesiae”, tutti i seminaristi cattolici devono conoscere la forma tradizionale della Messa ed essere capaci di celebrarla. Lo stesso documento afferma che questa forma della Messa è un tesoro per l’intera Chiesa, lo è dunque per tutti i fedeli.
Il Papa Giovanni Paolo II aveva rivolto un appello urgente a tutti i vescovi di accogliere generosamente il desiderio dei fedeli di celebrare la forma tradizionale della Messa. Quando il clero ed i vescovi ostacolano o limitano la celebrazione della Messa tradizionale, essi non obbediscono a ciò che lo Spirito Santo dice alla Chiesa, e si comportano in maniera molto anti-pastorale. Si comportano come se fossero i possessori del tesoro della liturgia, che non appartiene loro, perché ne sono solo gli amministratori.
Negando la celebrazione della Messa tradizionale o facendo ostruzione e discriminazione nei suoi confronti, si comportano come un amministratore infedele ed inaffidabile che tiene la dispensa chiusa a chiave, contrariamente agli ordini del padrone di casa, oppure come una cattiva matrigna che dà ai bambini un cibo scarso.
Questi religiosi temono forse che il grande potere della verità s’irradi dalla celebrazione della Messa tradizionale. Possiamo paragonare la Messa tradizionale ad un leone: Liberatelo e saprà difendersi.
La Russia non è stata esplicitamente consacrata
Rorate Cœli: Vi sono molti Russi Ortodossi dove vive Vostra Eccellenza. Aleksandr di Astana o chiunque altro del Patriarcato di Mosca l’ha forse interrogata sul recente Sinodo o su quello che avviene nella Chiesa sotto Francesco? Se ne interessano fino a questo punto?

S.E. Schneider: I Prelati Ortodossi con i quali ho dei contatti non sono in genere bene informati delle dispute interne alla Chiesa Cattolica, o almeno non mi hanno mai parlato di queste questioni. Anche se non riconoscono il primato giurisdizionale del Papa, vedono tuttavia nel Papa la prima carica gerarchica della Chiesa, dal punto di vista dell’ordine protocollare.

Rorate Cœli: Manca solo un anno dal centesimo anniversario di Fatima. La Russia non è stata, probabilmente, consacrata al Cuore Immacolato di Maria e di sicuro non è stata convertita. La Chiesa, pur sempre senza macchia, è completamente allo sbando, forse peggio che durante l’Eresia Ariana. Le cose sono destinate ancora a peggiorare prima di poter migliorare e come devono prepararsi i cattolici veramente fedeli a quello che deve succedere?

S.E. Schneider: Dobbiamo credere fermamente che la Chiesa non è nostra, e neanche del Papa. La Chiesa è di Cristo e Lui solo la tiene e la conduce anche attraverso i periodi più oscuri di crisi, quale è in effetti la nostra situazione attuale.
È una dimostrazione del carattere divino della Chiesa. La Chiesa è essenzialmente un mistero, un mistero soprannaturale, e non possiamo accostarla come se fosse un partito politico o una società puramente umana. Al tempo stesso, la Chiesa è umana ed al suo livello umano sopporta oggi una passione dolorosa, che la fa partecipare alla Passione di Gesù.
Possiamo pensare che la Chiesa oggi è flagellata come Nostro Signore, è denudata come lo è stato Nostro Signore, alla decima stazione della Croce. La Chiesa, nostra madre, è tenuta legata non solo dai nemici di Gesù ma anche da alcuni suoi collaboratori nelle fila del clero, talvolta anche dell’alto clero.
Noi tutti buoni figli di Madre Chiesa dobbiamo, come soldati valorosi, cercare di liberare questa madre, con le armi spirituali della difesa e della proclamazione della verità, promuovendo la liturgia tradizionale, l’Adorazione Eucaristica, la Crociata del Santo Rosario, la lotta contro il peccato nella nostra vita privata e l’aspirazione alla santità.

Dobbiamo pregare affinché il Papa consacri presto esplicitamente la Russia al Cuore Immacolato di Maria, ed allora Essa vincerà, pregando così come la Chiesa ha pregato fin dai tempi antichi : “Rallegrati, o Vergine Maria, perché da sola hai distrutto tutte le eresie nel mondo intero” (Gaude, Maria Virgo, cunctas haereses sola interemisti in universo mundo).

mercoledì 16 dicembre 2015

la situazione peggiorerà

Per risalire bisogna toccare il fondo


È mia impressione che la situazione peggiorerà. A volte le cose devono arrivare fino in fondo e allora vedrete il collasso di questo sistema clericale antropocentrico, sistema clericale, che abusa del potere amministrativo della Chiesa, abusa della liturgia, abusa della Parola di Dio, abusa della fede e della devozione dei piccoli in seno alla Chiesa. Poi vedremo l’ascesa di una Chiesa rinnovata. Questo si sta già preparando. Poi questo edificio clericale liberale crollerà perché non ha né radici né frutti.
S. E. Mons. Vescovo Athanasius Schneider

giovedì 5 novembre 2015

non entrare in quella mischia diabolica

UNA LOTTA DI SOLI DEMONI. 


Io sto a guardare, ogni tanto borbottando...
Chi poteva dirmelo, qualcuno di molto saggio, del quale ho la massima fiducia, proprio ieri mi diceva, fra le altre cose, e gli do ragione riguardo agli ultimi tempi di questa Roma cattolica:
"... Ma visto che sento lo stesso dolore che sente lei riguardo al divide et impera calato dai vertici, che considero un atto puramente diabolico, posso dirle almeno ciò che penso. Credo che in questo clima, è meglio scrivere d'altro, di storia o di alimentazione, di apologetica se vuole, delle altre sue predilezioni, ma non di Chiesa, nel senso di vaticanismo. Ci si salva l'anima e si evita di sentirsi dalla parte del torto. Perché, in queste condizioni, ci si sentirebbe nel torto. Chi ha una mente eletta, deve sapere quando è il caso di guardare in prospettiva. Ora è un momento così.
Anch'io sento qualcosa di catastrofico, e non "alle porte" ma "dentro casa". Ma sento anche che Dio vede tutto e non ci lascerà alla deriva. Io penso che chi ha, come lei, il potere di influire sulle menti della gente attraverso ciò che scrive, non deve in questo periodo scrivere nulla sulla Chiesa, perché qualunque cosa scrivesse, fa più male che bene. La confusione è troppo grande ed è generale. E' una lotta tra demoni, nemmeno più tra Bene e Male, ma tra le varie falangi del Male. Penso che il Bene si è messo un attimo da parte, per vedere come finirà la lotta che è in corso e quali demoni resteranno in arena e solo allora interverrà. La vedo così ...... E il Bene, in questo momento, non è in mezzo a quella lotta, ma sta da parte e guarda".
Dopo che si saranno massacrati quasi tutti gli uni gli altri, tra uomini e donne iniqui che albergano in Vaticano secernendo la loro bava velenosa, sarà la volta di Dio. E non resteranno nemmeno brandelli. Lasciamoli fare. Per conto mio, resistendo alla tentazione di entrare in quella mischia diabolica, mi concentro sull'Essenziale.
Ma riguardo lo stato attuale delle cose, penso spesso in questi giorni a quelle parole dell'Apocalisse, laddove dice della "Sesta Tromba":
Eppure gli altri uomini, quelli che non erano stati uccisi da questi flagelli, non abbandonarono gli idoli fatti con le loro mani, e non smisero di inginocchiarsi davanti ai demòni e agli idoli d'oro, d'argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non sono in grado di vedere, di udire e di camminare. Non rinunziarono neppure ai loro delitti, alla magia, alla prostituzione e ai furti.

mercoledì 4 novembre 2015

non accetterò un discorso nebuloso

Il non possumus di Mons. A. Schneider. La voce di un intrepido Pastore


Pubblichiamo anche noi, nella traduzione lodevolmente preparata dall’inglese a cura di Corrispondenza Romana, il testo di un importante intervento, pubblicato da Sua Eccellenza mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliario di Astana, sul sito Rorate Caeli.
 
Nella Relazione Finale del Sinodo porta aperta ad una prassi neo-mosaica
La XIV Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi (4-25 ottobre 2015), dedicata al tema “La vocazione e la missione della Famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”, ha pubblicato una Relazione Finale con alcune proposte pastorali ora sottoposte al discernimento del Papa. Lo stesso documento è solo di natura consultiva e non possiede alcun formale valore magisteriale.

Eppure, durante il Sinodo, sono apparsi autentici neo-discepoli di Mosé e neo-farisei, che ai numeri 84-86 della Relazione Finale hanno aperto una porta secondaria o collocato bombe ad orologeria a scoppio ritardato circa l’ammissione dei divorziati risposati alla Santa Comunione.
Contemporaneamente, chi tra i Vescovi ha intrepidamente difeso «la fedeltà propria della Chiesa a Cristo ed alla Sua Verità» (Papa Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Familiaris Consortio, 84), è stato ingiustamente etichettato da alcuni media come fariseo.

I nuovi discepoli di Mosé ed i nuovi farisei durante le ultime due Assemblee del Sinodo (2014 e 2015) hanno nascosto il fatto d’aver negato nella prassi l’indissolubilità del matrimonio e di aver come sospeso il sesto Comandamento sulla base del “caso per caso”, sotto un apparente concetto di misericordia, usando espressioni come “via del discernimento”, “accompagnamento”, “orientamenti del Vescovo”, “dialogo col sacerdote”, “foro interno”, “un’integrazione più piena nella vita della Chiesa”, per indicare una possibile eliminazione dell’imputabilità per i casi di convivenza all’interno di unioni irregolari (cfr.Relazione Finale, nn. 84-86).

Questi brani della Relazione Finale contengono infatti tracce di una nuova prassi di divorzio di stampo neo-mosaico, benché i redattori abbiano abilmente e scaltramente evitato qualsiasi mutamento esplicito della Dottrina della Chiesa. Pertanto, tutti gli attori in gioco, tanto i promotori della cosiddetta agenda Kasper quanto i loro avversari, possono apparentemente  dirsi soddisfatti: “E’ tutto OK. Il Sinodo non ha cambiato la Dottrina”. Quest’opinione però è del tutto ingenua, poiché ignora la porta secondaria e le incombenti bombe ad orologeria presenti nei brani sopra citati che si rendono evidenti se si esamina attentamente il testo  alla luce di criteri interpretativi interni.

Anche quando, parlando di una “via del discernimento”, si fa riferimento al “pentimento” (Relazione Finale, n. 85), il testo rimane comunque carico di ambiguità. Infatti, secondo le reiterate affermazioni del Card. Kasper e degli uomini di Chiesa che la pensano allo stesso modo, tale pentimento riguarderebbe i peccati commessi in passato contro il coniuge del primo matrimonio, quello valido, mentre non si riferirebbe in alcun modo al fatto della convivenza coniugale col nuovo partner, sposato civilmente.

Resta ambigua l’assicurazione contenuta nel testo ai numeri 85 ed 86 della Relazione Finale secondo cui tale discernimento debba essere fatto in accordo con l’insegnamento della Chiesa ed essere formulato secondo un retto giudizio. Infatti, il Card. Kasper ed i prelati che ne condividono la posizione, hanno ripetutamente e vigorosamente garantito che l’ammissione alla Santa Comunione dei divorziati e risposati civilmente non intaccherebbe  il dogma dell’indissolubilità e della sacramentalità del matrimonio, ma hanno anche sostenuto che un giudizio secondo coscienza in tali casi sarebbe da considerarsi corretto quand’anche i divorziati risposati continuassero a convivere in modo coniugale, senza che sia richiesta loro una vita di completa continenza, come fratelli e sorelle.

Citando il famoso punto n. 84 dell’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio di papa Giovanni Paolo II all’interno del n. 85 della Relazione Finale, i redattori ne hanno censurato il testo, tagliando la seguente formulazione, decisiva: «L’Eucarestia può essere concessa solo a quanti facciano proprio l’impegno di vivere in piena continenza, cioè astenendosi dagli atti propri dei coniugi».

Tale prassi della Chiesa è fondata sulla Divina Rivelazione della Parola di Dio, scritta e trasmessa attraverso la Tradizione. E’ espressione di un’ininterrotta Tradizione, che dagli Apostoli è rimasta immutata ed immutabile in tutti i tempi. Già Sant’Agostino affermava: «Chi respinge la moglie adultera e sposa un’altra donna, vivente la prima moglie,  si trova in perpetuo stato di adulterio. Costui non compie alcuna penitenza davvero efficace, qualora si rifiutasse di abbandonare la nuova moglie. Se è catecumeno, non può essere ammesso al Battesimo, poiché la sua volontà resta radicata nel male. Se è penitente (battezzato), non può ricevere la riconciliazione (ecclesiastica), finché non interrompa la propria condotta negativa» (De adulterinis coniugiis, 2, 16). Di fatto, la parte dell’insegnamento della Familiaris Consortio, intenzionalmente censurata al n. 85 della Relazione Finale rappresenta, per qualsiasi sana ermeneutica, la vera chiave interpretativa per la comprensione del brano sui divorziati risposati (nn. 84-86).

Ai nostri giorni viene esercitata una pressioni ideologica permanente ed onnipresente da parte dei mass-media, allineati al pensiero unico imposto da poteri mondiali anti-cristiani, con l’obiettivo di abolire la verità sull’indissolubilità del matrimonio – banalizzando il carattere sacro di questa divina istituzione mediante la diffusione di un’anti-cultura del divorzio e del concubinato. Già 50 anni fa, il Concilio Vaticano II affermò che i tempi moderni sono infettati dalla piaga del divorzio (cfr. Gaudium et Spes, 47). Lo stesso Concilio avvertì come il matrimonio cristiano in quanto Sacramento di Cristo non debba «mai venire profanato dall’adulterio o dal divorzio» (Gaudium et Spes, 49).

La profanazione del «grande Sacramento» (Ef 5, 32) del matrimonio tramite adulterio e divorzio ha assunto proporzioni enormi ed un ritmo di crescita allarmante non soltanto nella società civile, ma anche tra i cattolici. Quando i cattolici, attraverso il divorzio e l’adulterio, ripudiano, nella teoria o nella prassi la volontà di Dio espressa nel sesto Comandamento, si pongono in uno stato di grave pericolo spirituale : quello di perdere la salvezza eterna.
L’atto più misericordioso da compiersi come Pastori della Chiesa è quello di richiamare l’attenzione su questo rischio con un chiaro – ed allo stesso tempo amorevole – monito sulla necessità di accettare pienamente il sesto Comandamento di Dio. Essi devono chiamare le cose col loro giusto nome, ammonendo : “il divorzio è divorzio”, “l’adulterio è adulterio” e “chi commette consapevolmente e liberamente peccati gravi contro i Comandamenti di Dio – ed in questo caso contro il sesto Comandamento – e muore impenitente riceverà la condanna eterna e verrà escluso per sempre dal Regno di Dio”.
In questo monito ed in quest’esortazione consiste la vera azione dello Spirito Santo, come Cristo ha insegnato: «Convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia ed al giudizio» (Gv 16, 8). Spiegando l’azione dello Spirito Santo nel «convincere circa il peccato», papa Giovanni Paolo II ha affermato: «Ogni peccato, dovunque ed in qualsiasi momento commesso, viene riferito alla Croce di Cristo – e, dunque, indirettamente anche al peccato di coloro che “non hanno creduto in Lui”, condannando Gesù Cristo alla morte di Croce» (Enciclica Dominum et Vivificantem, 29). Coloro che conducono una vita coniugale con un partner, che non sia il legittimo sposo, come nel caso delle persone divorziate e civilmente risposate, rigettano la volontà di Dio. Convincere costoro del proprio peccato è opera mossa dallo Spirito Santo e comandata da Gesù Cristo, il che lo rende un’opera eminentemente pastorale e misericordiosa.

La Relazione Finale del Sinodo, sfortunatamente, omette di convincere i divorziati risposati in merito al loro peccato. Al contrario, col pretesto della misericordia e di un falso senso della pastoralità, i Padri Sinodali, che hanno sostenuto le teorie formulate nei numeri 84-86 della Relazione, hanno tentato di occultare la condizione di pericolo spirituale in cui si trovano i divorziati risposati.

Difatti, gli si dice che il loro peccato di adulterio non è un peccato e non può essere definito adulterio. O quanto meno non è un peccato grave e la loro condizione di vita non comporta alcun pericolo spirituale. Un atteggiamento di questo tipo da parte dei Pastori è direttamente in contrasto con l’azione dello Spirito Santo ed è pertanto anti-pastorale, opera di falsi profeti cui si possono applicare le seguenti parole della Sacra Scrittura: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro» (Is 5, 20) e «I tuoi profeti hanno avuto per te visioni di cose vane e insulse, non hanno svelato le tue iniquità per cambiare la tua sorte; ma ti han vaticinato lusinghe, vanità e illusioni» (Lam 2, 14). A questi Vescovi l’Apostolo Paolo senza alcun dubbio rivolgerebbe oggi queste parole: «Questi tali sono falsi apostoli, operai fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Cristo» (II Cor 11, 13).

Il testo della Relazione Finale del Sinodo non solo omette di convincere senza ambiguità coloro che sono divorziati e risposati civilmente circa la realtà adultera e quindi il carattere gravemente peccaminoso della loro condizione di vita. Esso la giustifica indirettamente collocando la questione, in definitiva,  nell’area della coscienza individuale ed applicando, in modo improprio, il principio morale dell’imputabilità al caso della convivenza tra divorziati risposati. Tuttavia, l’applicazione di tale principio ad uno stato stabile, permanente e pubblico di adulterio è inappropriata ed ingannevole.

La diminuzione della responsabilità soggettiva si dà solo nel caso in cui i partner abbiano la ferma intenzione di vivere in completa continenza e di compiere per questo sforzi sinceri. Finché persistono intenzionalmente in un’esistenza peccaminosa, non può esservi alcuna sospensione d’imputabilità. La Relazione Finale dà invece l’impressione di voler suggerire che una condizione pubblica di adulterio – come nel caso di quanti si siano risposati civilmente – non violi alcun vincolo di matrimonio sacramentale indissolubile oppure che non rappresenti in ogni caso un peccato mortale o grave ed, in ultimo, che si tratti di una questione di coscienza privata. In questo modo la si può definire una situazione più vicina al principio protestante del giudizio soggettivo in materia di fede e di disciplina ed una prossimità intellettuale all’erronea teoria dell’“opzione fondamentale” già condannata dal Magistero (cfr. papa Giovanni Paolo II, Enciclica Veritatis Splendor, 65-70).

I Pastori della Chiesa non dovrebbero in alcun modo promuovere una cultura del divorzio tra i fedeli. Anche il più piccolo cenno di cedimento alla prassi o alla teoria del divorzio dovrebbe essere evitato. La Chiesa nel suo insieme dovrebbe dare una testimonianza convincente e forte circa l’indissolubilità del matrimonio. Papa Giovanni Paolo II ha definito il divorzio «una piaga che va, al pari delle altre, intaccando sempre più largamente anche gli ambienti cattolici, il problema dev’essere affrontato con premura indilazionabile» (Familiaris Consortio, 84).

La Chiesa deve aiutare i divorziati risposati con amore e pazienza a riconoscere il loro peccato ed a convertirli con tutto il cuore a Dio, obbedendo alla Sua Santa volontà, come dice il sesto Comandamento. Finché proseguono nel dare una pubblica contro-testimonianza sull’indissolubilità del matrimonio e finché contribuiscono a diffondere una cultura divorzista, essi non possono esercitare nella Chiesa quei ministeri liturgici, catechetici ed istituzionali, che richiedono per loro stessa natura una vita pubblica conforme ai Comandamenti di Dio.
E’ ovvio che i pubblici trasgressori, ad esempio, del quinto e del  settimo Comandamento, come i titolari di una clinica abortista o i membri di una rete di corruzione, non solo non possono ricevere la Santa Comunione, ma non possono evidentemente neanche essere ammessi ai pubblici servizi liturgici e catechetici. In modo analogo, anche i trasgressori pubblici del sesto Comandamento, quali i divorziati risposati, non possono essere ammessi agli uffici di lettore, padrino o catechista. Naturalmente, occorre distinguere in termini di gravità il male provocato da chi promuova pubblicamente l’aborto e la corruzione da quello dell’adulterio proprio delle persone divorziate. Non si possono porre sullo stesso piano. Sostenendo però l’ammissione dei divorziati risposati al ruolo di padrini e catechisti, in ultima analisi, non si fa il vero bene spirituali dei bambini, ma sembra invece essere la strumentalizzazione di un preciso programma ideologico. E’ un atteggiamento disonesto ed una presa in giro dell’istituzione di padrini o catechisti i quali, tramite una promessa pubblica, si sono assunti il compito di educare alla fede.
Se i divorziati risposati facessero i padrini o i catechisti, la loro vita contraddirebbe in continuazione le loro parole, per cui dovrebbero rispondere all’ammonizione dello Spirito Santo per bocca dell’Apostolo San Giacomo: «Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi» (Gc 1, 22). Purtroppo, il n. 84 della Relazione Finale invoca l’ammissione dei divorziati risposati agli uffici liturgici, pastorali ed educativi. Tale proposta rappresenta un supporto indiretto alla cultura divorzista, nonché la negazione pratica di uno stile di vita oggettivamente peccaminoso. Papa Giovanni Paolo II, al contrario, ha indicato loro solo le seguenti possibilità di partecipazione alla vita della Chiesa, con l’obiettivo di agevolare un’autentica conversione: «Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità ed alle iniziative della comunità in favore della giustizia, ad educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio» (Familiaris Consortio, n. 84).

Deve restare una salutare area di esclusione (non ammissione ai Sacramenti ed agli uffici pubblici liturgici e catechetici), per ricordare alle persone divorziate la loro reale condizione spirituale, grave e pericolosa, ed allo stesso tempo per promuovere nelle loro anime un atteggiamento di umiltà, di obbedienza e di anelito ad un’autentica conversione. Umiltà significa coraggio verso la verità e solo coloro che umilmente si sottomettono a Dio possono ricevere le Sue grazie.
I fedeli, non ancora disposti a porre termine alla propria condizione di adulteri e privi della volontà necessaria per farlo, devono essere aiutati spiritualmente. Il loro stato è simile ad una sorta di “catecumenato” riguardo al Sacramento della Penitenza. Possono ricevere il Sacramento della Confessione, chiamato nella Tradizione della Chiesa “secondo Battesimo” o “seconda penitenza”, solo quanti siano decisi a por fine alla convivenza adultera e ad evitare il pubblico scandalo in una modalità analoga a quanto fanno i catecumeni, i candidati al Battesimo. La Relazione Finale omette di richiamare i divorziati risposati all’umile riconoscimento del proprio stato di peccato oggettivo ed evita d’incoraggiarli ad accettare con spirito di fede la loro non ammissione ai Sacramenti ed agli uffici pubblici, liturgico e catechetico. Senza tale riconoscimento realistico ed umile della propria condizione spirituale, non v’è progresso effettivo verso un’autentica conversione cristiana, che nel caso dei divorziati risposati consiste in una vita di piena continenza, cessando di peccare contro la santità del Sacramento del matrimonio e di disobbedire pubblicamente al sesto Comandamento di Dio.

I Pastori della Chiesa e soprattutto i testi pubblici del Magistero devono parlare in modo estremamente chiaro, poiché questo è ciò che caratterizza essenzialmente il compito proprio di coloro che ufficialmente esercitano l’insegnamento. Cristo richiede a tutti i Suoi discepoli di agire così: «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt 5, 37). Ciò vale tanto più quando i Pastori della Chiesa predichino o quando il Magistero si esprima in un documento.

Nei brani 84-86, la Relazione Finale rappresenta, purtroppo, un grave distacco da questo comando divino. Infatti, nei passaggi citati, non si chiede direttamente di legittimare l’ammissione dei divorziati risposati alla Santa Comunione, ed evita addirittura di parlare di “Santa Comunione” o di “Sacramenti”. Il testo, attraverso strumenti tattici diretti a confondere, ricorre ad espressioni ambigue come «una partecipazione più piena alla vita della Chiesa» e «discernimento e integrazione».

Con tali metodi la Relazione Finale di fatto piazza bombe ad orologeria ed apre una porta secondaria, con cui ammettere i divorziati risposati alla Santa Comunione, profanando i due grandi Sacramenti del Matrimonio e dell’Eucaristia, nonché contribuendo, almeno indirettamente, ad una cultura divorzista – a diffondere cioè la «piaga del divorzio» (Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, 47).

Una lettura attenta dell’equivoca sezione intitolata “Discernimento e integrazione” nellaRelazione Finale, suscita l’impressione di un’ambiguità elaborata con finezza ed abilità. Vengono alla mente le seguenti parole di S. Ireneo in Adversus Haereses: «Così chi conserva salda in sé stesso la regola della Verità, che ha ricevuto per mezzo del Battesimo, riconoscerà bensì le parole, le frasi e le parabole delle Scritture, ma non riconoscerà il blasfemo insegnamento che gli uomini ne fanno. Perché, se anche riconoscerà le pietre preziose, non accetterà la volpe fatta con esse al posto dell’immagine del re. Poiché però a questa rappresentazione manca l’atto finale, che cioè qualcuno riveli la loro farsa dandole il colpo di grazia, crediamo necessario mostrare in primo luogo quelle cose sulle quali i padri di questa favola siano in disaccordo tra loro, tributari come sono di diversi spiriti erronei. In tal modo si potrà scoprire perfettamente, anche prima della dimostrazione, la saldezza della verità predicata dalla Chiesa e la falsità delle favole inventate da loro» (I, 9, 4-5).

La Relazione Finale sembra lasciare alle autorità della Chiesa locale la risoluzione della questione relativa all’ammissione dei divorziati risposati alla Santa Comunione: «l’accompagnamento dei sacerdoti» e «gli orientamenti del Vescovo». La materia è in ogni caso connessa essenzialmente al deposito della fede, cioè alla Parola di Dio rivelata. La non ammissione dei divorziati, che vivano in stato di pubblico adulterio, discende dalla verità immutabile della Legge propria della fede cattolica e, di conseguenza, anche dalla Legge della prassi liturgica cattolica.

La Relazione Finale sembra inaugurare una cacofonia dottrinale e disciplinare nella Chiesa Cattolica, che contraddice l’essenza propria del Cattolicesimo. Si devono ricordare le parole di Sant’Ireneo circa la forma autentica della Chiesa in ogni tempo ed in ogni luogo: «In realtà, la Chiesa, sebbene diffusa in tutto il mondo fino alle estremità della terra, avendo ricevuto questa predicazione e questa fede, le conserva con cura, come se abitasse un’unica casa. Crede anche in uno stesso identico modo, come se avesse una sola anima ed un cuore solo, e predica le verità della fede, le insegna e le trasmette con voce unanime, come se avesse una sola bocca. Infatti, anche se le lingue nel mondo sono varie, il contenuto della Tradizione è però unico e identico. E non hanno altra fede o altra Tradizione né le Chiese che sono in Germania, né quelle che sono in Spagna, né quelle che sono in Gallia, né quelle dell’Oriente, dell’Egitto, della Libia, né quelle che si trovano al centro del mondo (Italia). Ma come il sole, creazione di Dio, è uno e lo stesso in tutto il mondo, così anche la predicazione della Verità risplende ovunque e illumina tutti gli uomini disposti a conoscere la Verità medesima. Né alcuno dei capi delle Chiese, per quanto dotato di grande talento nell’eloquenza, insegna dottrine diverse da questa (poiché nessuno è più grande del Maestro); né, d’altra parte, chi manchi in capacità espressiva può infliggere ferite alla tradizione. Per la fede che è sempre stata una e la stessa, nessuno è tanto abile da discorrerne a lungo, aggiungendovi o togliendovi alcunché» (Adversus haereses, I, 10, 2).

La Relazione Finale nella sezione relativa ai divorziati risposati evita sistematicamente di ammettere il principio immutabile dell’intera tradizione cattolica ovvero che quanti vivano un’unione coniugale invalida possono essere ammessi alla Santa Comunione solo a condizione di promettere di vivere in piena continenza e di evitare il pubblico scandalo. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno confermato con forza tale principio cattolico. Evitare intenzionalmente di menzionarlo e di riaffermarlo nel testo della Relazione Finale può essere paragonato alla programmatica elusione dell’espressione “homoousios” da parte degli avversari del dogma del Concilio di Nicea nel IV secolo – gli Ariani formali ed i cosiddetti semi-Ariani –, che hanno inventato, una dopo l’altra, altre espressioni per non riconoscere direttamente la consustanzialità del Figlio di Dio a Dio Padre.

Tale allontanamento da un’aperta professione cattolica da parte di una maggioranza dell’episcopato nel IV secolo provocò una febbrile attività ecclesiastica con continui incontri sinodali ed una proliferazione di nuove formule dottrinali aventi quale comune denominatore quello di evitare la chiarezza terminologica dell’espressione “homoousios”. Allo stesso modo, ai nostri giorni i due Sinodi sulla Famiglia hanno evitato di nominare e di ammettere con chiarezza il principio proprio dell’intera tradizione cattolica per il quale, chi vive un’unione coniugale invalida può essere ammesso alla Santa Comunione solo a condizione che prometta di vivere una completa continenza e di evitare il pubblico scandalo.

Ciò è provato anche dall’inequivocabile ed immediata reazione avuta dai media secolarizzati, nonché dai principali fautori della nuova pratica non-cattolica di ammettere i divorziati risposati alla Santa Comunione, pur permanendo la loro condizione di pubblico adulterio. Il Card. Kasper, il Card. Nichols e l’Arcivescovo Forte, ad esempio, hanno apertamente dichiarato che, secondo la Relazione Finale, si può supporre che una porta in qualche modo sia stata aperta alla Comunione ai divorziati risposati. V’è anche un considerevole numero di Vescovi, sacerdoti e laici, che gioiscono di fronte alla prospettiva di questa “porta aperta”, trovata nella Relazione Finale. Anziché guidare i fedeli ad una Dottrina chiara ed in sommo grado inequivocabile, la Relazione Finale ha provocato una situazione di oscurità, di confusione, di soggettivismo (il giudizio di coscienza sul divorzio ed il foro interno) ed un particolarismo dottrinale e disciplinare, a sua volta non cattolico, in una materia essenzialmente collegata al deposito della fede trasmesso dagli Apostoli.

Coloro che ai nostri giorni difendono strenuamente la santità dei Sacramenti del Matrimonio e dell’Eucaristia vengono etichettati come farisei. Tuttavia, dal momento che il principio logico di non contraddizione è valido ed il senso comune funziona ancora, è vero il contrario.
Son più simili ai farisei coloro che offuscano la Verità divina nella Relazione Finale. Pur di conciliare una vita adultera con la ricezione della Santa Comunione, si sono abilmente inventati nuovi significati, una nuova legge di «discernimento e integrazione», introducendo nuove tradizioni umane contro il cristallino Comandamento di Dio. Ai sostenitori della cosiddetta agenda Kasper sono rivolte queste parole di Verità incarnata: «Avete fatto decadere la Parola di Dio con la tradizione che voi avete tramandato» (Mc 7, 13). Coloro che per duemila anni han parlato incessantemente e con la massima chiarezza dell’immutabilità della Verità divina, spesso a costo della propria vita, oggi verrebbero pertanto etichettati come farisei: così San Giovanni il Battista, San Paolo, Sant’Ireneo, Sant’Atanasio, San Basilio, San Tommaso Moro, San Giovanni Fisher, San Pio X, solo per citarne gli esempi più luminosi.

Il vero risultato del Sinodo nella percezione tanto dei fedeli quanto dell’opinione pubblica secolarizzata è l’impressione che, in pratica, si sia focalizzata soltanto la questione dell’ammissione delle persone divorziate alla Santa Comunione. Si può affermare che il Sinodo in un certo senso si sia rivelato agli occhi dell’opinione pubblica come il Sinodo dell’adulterio, non della Famiglia. In effetti, tutte le belle affermazioni della Relazione Finalesul matrimonio e sulla famiglia vengono poste in ombra dalle dichiarazioni ambigue dei brani sui divorziati risposati, argomento peraltro già definito e risolto dal Magistero degli ultimi Pontefici Romani in fedele conformità all’insegnamento bimillenario ed alla prassi della Chiesa. E’ pertanto una vera vergogna che i Vescovi cattolici, i successori degli Apostoli, abbiano utilizzato le assemblee sinodali per attentare alla costante ed immutabile prassi della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio ovvero sulla non ammissione ai Sacramenti dei divorziati, che vivano un’unione adulterina.

Nella sua lettera a papa Damaso, San Basilio ha tracciato un quadro realistico della confusione dottrinale provocata all’epoca da quegli ecclesiastici alla ricerca di un vacuo compromesso e di un accomodamento allo spirito del mondo: «Le tradizioni non sono fissate a nulla; i piani degli innovatori sono di moda nelle chiese; vi son più ideatori di astuti meccanismi che teologi; la sapienza di questo mondo conquista i riconoscimenti più alti e rifiuta la gloria della Croce. Gli anziani si rammaricano, quando confrontano il presente al passato. Ancor più v’è da compatire i più giovani, poiché non sanno nemmeno di cosa siano stati privati» (Ep. 90, 2).

In una lettera a papa Damaso ed ai Vescovi occidentali, San Basilio descrisse così la confusa situazione vigente nella Chiesa: «Le leggi della Chiesa sono preda della confusione. L’ambizione degli uomini, che non hanno timore di Dio, li fa balzare ai posti più elevati e chi magnifica il rito è ora conosciuto da tutti come preda dell’empietà. L’esito è che più un uomo bestemmia, più la gente pensa che sia un vescovo. La dignità clericale è una cosa del passato. Non vi è alcuna conoscenza precisa dei Canoni. Vi è totale immunità nel peccare; chi ha raggiunto un determinato incarico col favore degli uomini, è obbligato a restituirlo, mostrandosi in continuazione indulgente verso i trasgressori. Anche il retto giudizio è una cosa del passato ed ognuno procede secondo le brame del proprio cuore. Chi detiene l’autorità ha paura di parlare, chi ha raggiunto il potere in virtù dell’umano interesse è schiavo di coloro ai quali deve la propria affermazione. Ed ora rivendicare l’autentica ortodossia viene visto in taluni ambienti come l’opportunità per attaccarsi reciprocamente; gli uomini occultano nell’intimo la loro cattiva volontà e pretendono che il loro atteggiamento ostile tragga interamente motivo dall’amore della verità. Mentre i miscredenti ridono, gli uomini deboli nella fede restano scossi, il credere è incerto, le anime sono immerse nell’ignoranza, poiché chi adultera le parole imita la verità. I migliori tra i laici evitano le chiese come cattedre di empietà e levano le loro mani al cielo nel deserto con sospiri e lacrime rivolti al loro Signore. La fede ricevuta dai Padri, quella che sappiamo segnata col simbolo degli Apostoli, a questa fede noi diamo il nostro assenso, così come a tutto quanto in passato era stato promulgato canonicamente e legalmente» (Ep. 92, 2).

Ogni periodo di confusione nella storia della Chiesa è allo stesso tempo un periodo in cui è possibile ricevere grandi grazie di forza e di coraggio, nonché un’opportunità di mostrare il proprio amore per Cristo, Verità incarnata. A Lui ogni battezzato, ogni sacerdote ed ogni Vescovo ha promesso fedeltà inviolabile, ciascuno nel proprio stato: mediante le promesse battesimali, quelle sacerdotali e quella solenne dell’ordinazione episcopale: «Io manterrò puro ed integro il deposito della fede, secondo la tradizione sempre ed ovunque preservata nella Chiesa». L’ambiguità contenuta nella sezione divorziati risposati della Relazione Finale contraddice il solenne giuramento episcopale sopra riportato. Nonostante ciò, tutti nella Chiesa – dal semplice fedele ai detentori del Magistero – dovrebbero dire:
“Non possumus!”. Io non accetterò un discorso nebuloso né una porta secondaria abilmente occultata per profanare il Sacramento del Matrimonio e dell’Eucaristia. Allo stesso modo, non accetterò che ci si prenda gioco del sesto Comandamento di Dio. Preferisco esser io ridicolizzato e perseguitato piuttosto che accettare testi ambigui e metodi non sinceri. Preferisco la cristallina «immagine di Cristo Verità all’immagine della volpe ornata con pietre preziose» (S. Ireneo), perché «conosco ciò in cui ho creduto», «Scio cui credidi» (II Tm 1, 12).
 
2 novembre 2015
+ Athanasius Schneider, Vescovo Ausiliare dell’Arcidiocesi di Santa Maria ad Astana

(Fonte: Rorate Caeli. Trad. it. di Mauro Faverzani per Corrispondenza Romana)