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giovedì 23 giugno 2016

Tommaso Moro: un uomo

S. Tommaso Moro:
morire per l'obiezione di coscienza
 
 
 
di Alfredo Incollingo

Thomas More era il Lord Cancelliere del re inglese Enrico VIII
. Ricopriva un ruolo di degno rispetto nella corte reale ed era probabilmente il notabile più invidiato e “quotato” nel regno e in Europa. La sua fama lo precedeva dovunque e, prima di divenire un alto dignitario, svolse con successo le numerose missioni diplomatiche nel continente che gli valsero la stima e il rispetto del monarca. Thomas era anche un noto e apprezzato umanista, amico di Erasmo da Rotterdam e un autore raffinato. “Utopia”, l'opera più conosciuta del More, divenne un testo letto nei principali circoli umanisti dell'epoca e ancora oggi conserva la sua positività, nonostante si parli di un mondo utopico, inarrivabile. 

 More aveva le “carte in regola” per assicurarsi una vita di successo e di ricchezza per sé e per i suoi discendenti, ma preferì morire piuttosto che andare contro la sua coscienza e la sua fedeltà alla Chiesa Cattolica.

Thomas More, come i primi martiri della Chiesa, è un obiettore di coscienza. Anche oggi esistono e per fortuna aumentano di numero tra le tante invettive dei media e dell'intellighenzia libertina e progressista. Con tenacia si resiste alle polemiche e alle parole blasfeme, ma, lo possiamo dire, oggi siamo fortunati, non siamo ancora arrivati alla condanna a morte, sebbene vi siano già delle avvisaglie di persecuzione. Il “caso More” è un monito a non cedere, anche di fronte alle ripercussioni più dure: portare avanti la propria battaglia contro l'aborto e l'eutanasia, per esempio, costa in visibilità e nei rapporti personali, ma il premio sarà enorme e non c'è dubbio che il nostro “sacrificio” darà adito ad altri obiettori. La prassi è più forte delle parole e, chi non ha coraggio di mostrare in pubblico le proprie idee, avrà la sicurezza necessaria per farlo con determinazione.

Thomas More ne aveva molto di coraggio, un atteggiamento che nasce da una fede salda e mai cedevole. Questo è il cristiano: un uomo o una donna capaci di testimoniare il Vangelo senza paura.

 More aveva tutto, ma decise di lasciare ogni cosa pur di non recare torto alla propria coscienza e vivere di rimorsi.

Nel 1532 Enrico VIII impose ai propri sudditi un giuramento di supremazia del re inglese quale nuovo “capo”  politico e teologico della chiesa anglicana in risposta al rifiuto di Papa Clemente VII di sancire il suo divorzio da Caterina d'Aragona. Il clero fu costretto a sottomettersi alle volontà reali, ma Thomas More, pur essendo laico, protestò e criticò la scelta del re, lasciando il 16 maggio 1532 il suo incarico di Cancelliere. La riforma di Enrico VIII era chiaramente anti-papale e il Lord, fedele cattolico, non poteva prestar giuramento ad un atto “contro coscienza”. La sua fede era più forte delle beghe politiche ma queste finirono per travolgerlo. Thomas fu invitato (non senza minacce) a giurare fedeltà al monarca nell'aprile del 1535. Rifiutò categoricamente e venne imprigionato nella Torre di Londra: nella prigionia More stoicamente continuò il suo lavoro intellettuale, scrivendo senza sosta con il costante conforto dalla figlia Margaret. Non palesò mai il rimpianto di aver perso tutto per restare fedele alla propria “causa” e men che meno dimostrò sofferenza per la sua condizione. Fu allestito un processo che si risolse con una condanna a morte che fu eseguita il 6 luglio 1535. Le testimonianze ricordano la compostezza di Moro nell'accettare da buon funzionario la decisione del re e da buon cristiano la difesa del Vangelo e della Chiesa di Cristo.

Venne canonizzato da Papa Pio XI nel 1935 e riconosciuto “patrono” degli avvocati e degli statisti da San Giovanni Paolo II nel 2000. Fu un atto importante per tutto il mondo cattolico perché si riconobbe la rilevanza della vita e del gesto ultimo del More.  I “principi del foro” cattolici e i politici (veramente cristiani) ogni giorno affrontano la missione di difendere Cristo dai veleni del mondo, come tanti More vessati dalla pubblica società.

lunedì 12 ottobre 2015

Bergoglio è il Papa della collegialità?

Sinodo, il Papa della collegialità deciderà tutto da solo?

C'è una grande confusione sotto il cielo romano, visto che non solo le regole del Sinodo, ma il suo svolgimento e la sua conclusione sembrano cambiare di continuo, generando inevitabilmente dicerie e pettegolezzi che non fanno bene alla chiesa.


Nel suo blog, san Pietro e dintorni, il vaticanista Marco Tosatti ha scritto recentemente: "Secondo quello che ci è stato riferito, non mancano quelli che propongono di studiare teologicamente la possibilità di affidare tutto a chi ha il potere di legare e di sciogliere, “un tesoro che non è stato ancora sviscerato a pieno”. Tradotto: lasciare mano libera al Papa di fare quello che gli pare e gli piace, senza curarsi di voti e assemblee. Il Sinodo parla, il Papa decide…".

Effettivamente c'è una grande confusione sotto il cielo romano, visto che non solo le regole del Sinodo, ma il suo svolgimento e la sua conclusione sembrano cambiare di continuo, generando inevitabilmente dicerie e pettegolezzi che non fanno bene alla chiesa.

ARTICOLI CORRELATI Al Sinodo è l’ora delle lobby: ai briefing tedeschi rispondono gli africani Appello per un sinodo laico Dal nazismo alla sociologia divorzista, il “moderno” non è un valore in sé. Sinodo, parla Spaemann In attesa di dispute vere, tra i padri c’è chi fa il bookmaker sull’esito finaleMa la conclusione che alcuni padri paventano (nessuna relazione finale, decide tutto il papa in solitudine), sebbene possibile, dal momento che è nelle facoltà petrine, sembra del tutto improbabile. Perché si genererebbero nella chiesa dissapori e scontri difficilmente sanabili. E perché se il Papa ha taciuto sino ad oggi, non può essere che per un motivo: vuole davvero ascoltare.
Il sinodo sulla famiglia che si svolge in questi giorni, infatti, nasce come un inno alla collegialità. Dal principio del suo pontificato Papa Francesco ha ribadito l'importanza di una chiesa che rifletta tutta insieme, che si confronti, che discuta. Della collegialità e della sinodalità il Papa ha parlato in molte occasioni, molto di più di quanto non facesse il suo predecessore. Il quale, sia detto tra parentesi, ha purtroppo inficiato parte della sua missione proprio per l'eccesso di consigli e consiglieri a cui in tante occasioni ha dato ascolto, mentre forse, a giudizio di chi scrive, avrebbe dovuto decidere con maggiore autonomia. Benedetto XVI è stato infatti il contrario del papa tedesco, dittatoriale e risoluto, che si suole dipingere: ha proposto riforme, come quella liturgica, senza mai andare sino in fondo, proprio perché convinto di doversi portare dietro tutta la Chiesa, compreso l'ultimo parroco di campagna. Anche nella nomine, vescovili e cardinalizie, il papa tedesco che parlava poco di collegialità e che non ha mai oscurato, in linea teorica, il primato petrino, ha spesso fatto ciò che gli proponevano o "imponevano" altri, nominando al suo fianco anche persone che gli erano più o meno palesemente ostili, o che avevano comunque idee molto differenti dalle sue.

Francesco, al contrario, si è presentato sin dal principio come il vescovo di Roma, il vescovo tra i vescovi, un primus inter pares. Nominando con molta prudenza persino la parola "papa". Questo non significa che il suo carattere, la sua indole personale, siano risultati sempre i più inclini alla collegialità professata. Lui stesso, in svariate occasioni, ha ricordato di avere una certa tendenza innata al decisionismo.

Molti osservatori interni ed esterni alla Chiesa hanno infatti potuto notare, in più occasioni, una qualche discrepanza – non assente, si ripete, anche nel pontificato precedente –, tra parole e azioni. Per esempio nella nomina dei vescovi: le normali consultazioni, le terne proposte collegialmente, ad esempio dai vescovi di una certa regione per la nomina di qualche confratello, sono state spesso ignorate. Non si sa cosa succederà per la nomina di Bologna, ma se il sostituto del cardinal Caffarra sarà davvero mons. Zuppi, come si vocifera, allora saremo di fronte ad una decisione che ignora i desiderata dei vescovi dell'Emilia Romagna. E forse anche quelli della Congregazione dei vescovi, presieduta dal Cardinal Ouellet, che da tempo sembra, per dirla così, "con poco lavoro".

Tornando alla collegialità il sinodo del 2014 ha rappresentato il culmine di una collegialità cercata, auspicata, ma in parte non realizzata: un piccolo gruppo ha redatto una Relatio post disceptationem estranea a quello che era stato il dibattito tra i padri, minando così proprio la collegialità e la parresia auspicate. Questo ha creato molti malumori tra i padri sinodali, che si sono sentiti presi in giro, nel momento in cui hanno visto che il presunto risultato delle prime consultazioni era in verità... il parere di alcuni singoli padri.

Proprio le forzature accadute nel sinodo del 2014, sino al fatto che si è cercato invano, da parte di qualcuno, di impedire la pubblicazione dei risultati delle consultazioni svolte nei cosiddetti circuli minores, spingono a credere che non si lascerà che tutto ciò si ripeta. Se il papa ha voluto il Sinodo per sentire la voce della Chiesa, e perché convinto che attraverso di esso si manifesti lo Spirito Santo, i cardinali Marx e Kasper, e altri novatori, dovranno rassegnarsi a quello che, come ormai sembra chiaro, è il segnale che esce dalle stanze sinodali: le grandi encicliche su vita e famiglia dei pontefici passati (da Humanae vitae a Familiaris consortio) non sono da rottamare. Semmai da comprendere meglio, e da applicare.