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martedì 4 luglio 2017

L' amore cancella i peccati veniali

Il Confiteor a inizio Messa elimina i peccati veniali?

 

 

Certamente l’atto penitenziale compiuto con la dovuta devozione all’inizio della Messa comporta la remissione dei peccati veniali.
Questa remissione non è automatica, perché non di rado può capitare di compierlo con totale distrazione.

In ogni caso tutta la Messa, se è vissuta con le dovute disposizioni, comporta la remissione dei peccati.
 
Questo può avvenire quando si ascolta la parola di Dio. Gesù ha detto: Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato” (Gv 15,3).
 
E, a conferma di questo, il sacerdote dopo aver proclamato il Vangelo dice sottovoce: “La parola del Vangelo cancelli i nostri peccati” (per evangelica dicta deleantur nostra delicta).
 
Molto più questa remissione avviene nel momento della consacrazione e della Santa Comunione. 
 
In breve, ogni atto di carità e cioè di amore per il Signore cancella i peccati veniali.
 
2. San Tommaso ricorda che qualsiasi atto di carità comporta la remissione dei peccati veniali, anche se in quel momento non si pensa ad essi.
Negli atti di carità – dice San Tommaso - è incluso “un dispiacere virtuale”, perché ad esempio “si ha tale affetto verso Dio e le cose di Dio da provar dispiacere per tutto ciò che venga a ritardare la sua ascesa verso di lui, e da sentir dolore per aver commesso cose del genere, anche se attualmente non ci pensa” (Somma teologica III, 87,1).
E: “Il fervore della carità implica virtualmente il dispiacere dei peccati veniali” (Ib., ad 3).
 
3. E ancora: “Ogni cosa viene eliminata dal suo contrario. Ma il peccato veniale non è contrario né alla grazia né alla carità, limitandosi a ritardarne gli atti, per il fatto che uno si attacca troppo a un bene creato, però senza andare contro Dio. Perché quindi tale peccato venga cancellato non si richiede un'infusione della grazia abituale; ma basta un moto della grazia o della carità perché venga rimesso.
Tuttavia, poiché in coloro che hanno l'uso del libero arbitrio, che poi sono i soli capaci di far peccati veniali, non può mai esserci un'infusione della grazia senza un moto del libero arbitrio verso Dio e contro il peccato, ogni volta che si ha in essi una nuova infusione della grazia si produce la remissione dei peccati veniali” (Somma teologica, III, 87, 2).

4. San Tommaso indica anche alcune vie per la remissione dei peccati veniali: “Per la remissione del peccato veniale non si richiede una nuova infusione di grazia, ma basta un atto che derivi dalla grazia col quale si detesta esplicitamente o per lo meno implicitamente il peccato, come quando uno si muove con fervore verso Dio.
Perciò una pia pratica può influire sulla remissione dei peccati veniali in tre maniere.
Primo, in quanto con essa viene infusa la grazia: poiché con l'infusione della grazia si cancellano i peccati veniali. In tal modo i peccati veniali vengono rimessi dall'Eucarestia, dall'Estrema unzione e da tutti i sacramenti della nuova legge.
Secondo, in quanto queste pratiche sono accompagnate da un moto di detestazione dei peccati. Ed è in tal modo appunto che giovano a rimettere i peccati veniali la recita del Confiteor, l'atto di battersi il petto, e la preghiera del Padre nostro: poiché in questa preghiera noi chiediamo: "Rimetti a noi i nostri debiti".
Terzo, in quanto tali pratiche sono legate a un moto di riverenza verso Dio e verso le cose di Dio. E in tal modo influiscono sulla remissione dei peccati la benedizione episcopale, l'aspersione dell'acqua benedetta, una qualsiasi unzione rituale, il pregare in una chiesa consacrata, e altre pratiche del genere” (Somma teologica, III, 87, 3).

4. Ciò non toglie alcun valore al sacramento della penitenza celebrato anche per i soli peccati veniali.
Anzi, il sacramento della penitenza costituisce sempre la via migliore perché comunica la grazia sacramentale che consiste in una particolare forza nell’allontanarsi dal peccato veniale.
Ad essa sono legati anche altri effetti salutari.
Li ha descritti Pio XII nell’enciclica Mystici Corporis quando ha scritto: “Noi ci teniamo a raccomandare vivamente questo pio uso, introdotto dalla Chiesa sotto l’impulso dello Spirito Santo, della confessione frequente, che
aumenta la vera conoscenza di sé,
favorisce l’umiltà cristiana,
tende a sradicare le cattive abitudini,
combatte la negligenza spirituale e la tiepidezza,
purifica la coscienza,
fortifica la volontà,
si presta alla direzione spirituale,
e, per l’effetto proprio del sacramento, aumenta la grazia
” (AAS 35 (1943) p. 235).
 
https://gloria.tv/article/G2mKBeYEg1LA1g9PAah3gsNEE

sabato 23 aprile 2016

La prostituta e il sacrilegio

La prostituta che scelse le lacrime
e non il sacrilegio




Tra il 2004 ed il 2007, nei miei primi anni da seminarista, ho prestato servizio presso la parrocchia di Santa Lucia, a Gascón y Honduras, nel quartiere Palermo di Buenos Aires. Lì, ogni domenica, alla messa delle 11, vedevo una prostituta di origine dominicana. Non importava quale fosse il clima, o se ci fosse qualche altro evento; lei non rinunciava mai al santo sacrificio.

Se ne stava seduta negli ultimi banchi, come il pubblicano del Vangelo (Lc 18, 9-14) e partecipava con sincera pietà alla celebrazione. Aveva sempre, invariabilmente, la testa bassa; e il suo atteggiamento era tale che soltanto riserva e discrezione potevano circondarla.

 
Rimaneva fino alla fine della messa. Ma quando era il momento di salutare, sulla porta d'ingresso della chiesa, evitava qualsiasi conversazione con i sacerdoti e altri ministri.
 

Alzava attorno a sé un muro impenetrabile di silenzio, sicuramente per evitare di essere protagonista, al posto di Dio, dell'incontro. E al contempo affinché la muta dei chiacchieroni non commettesse altri massacri…

I suoi abiti erano in accordo con la sacralità del luogo. Mai è stata vista con abiti leggeri ne in attitudini irrispettose o irriverenti. Possedeva, in quei momenti, un pudore e un ritegno che non si vede in altre donne che pur non praticano, ufficialmente, il "mestiere del vizio"…

Ricordo di aver scambiato con lei appena i saluti e qualche altra parole di circostanza. Venni a sapere, da altre persone, che la chiamavano Vanessa; anche se dubitavo, con fondamento, che questo fosse il suo vero nome.
Su come fosse arrivata a quel punto c'erano, come al solito, le più svariate supposizioni: da chi diceva che l'avevano fatta cadere in inganno, con la promessa di un lavoro più degno, fino a chi diceva che era sposata, ma era stata poi abbandonata dal marito. Così da trovarsi cacciata senza pietà sulla strada e nel peccato.

Ovviamente, non si parlava di lei nelle conversazioni con i sacerdoti della parrocchia. La discrezione e il sigillo sacramentale, il segreto della confessione, rendevano impossibile parlarne.

Nella messa delle 11 aiutavo il celebrante sull'altare se arrivavo per tempo dal seminario. O mi mettevo nell'ultima panca, tra il popolo, se la messa era già iniziata.

Quando arrivava il momento della comunione lei rimaneva in piedi, con la testa bassa, in lacrime. Un giorno ho perfino visto un pozzetto di lacrime sull'inginocchiatoio della panca.

Non poteva ricevere sacramentalmente Gesù nel suo Corpo, Sangue, Spirito e Divinità. E quelle abbondanti e penitenti lacrime erano la cornice del suo cammino di conversione.


Mai ho sentito uscire dalla sue labbra alcuna espressione che sfidasse gli insegnamenti di Cristo e la disciplina della Chiesa sull'eucarestia, come al contrario fanno oggi tanti che non hanno neppure fede o non frequentano la messa, ma rivendicano il loro presunto "diritto ad accedere alla comunione".
Evidentemente, aveva ricevuto una buona formazione religiosa, per cui non era capace di conficcare un coltello nel Cuore di Cristo. Anche lei aveva scelto. E nel suo stato aveva scelto bene: scelse le lacrime e non il sacrilegio.

Oggi si dice, giustamente, che "la Chiesa è un grande ospedale di campo, dove si curano le ferite di guerra". Immagine molto chiara, e molto vera.

Ma bisogna dire anche che in ogni ospedale possono guarire solo quelli che sono consapevoli del loro male e che, di conseguenza, non combattono contro i medici e le medicine. Se invece di avere un atteggiamento umile e ricettivo alla cura, soltanto blandiscono disubbidienza e capricci, la cancrena sarà inevitabile. E le conseguenze, funeste.

Il Signore ci ha detto (Mt 21, 28-32) che le prostitute ci precederanno nel Regno dei Cieli. E che la durezza di cuore ha come unica conseguenza il persistere nel peccato.


La lettera e lo spirito della legge, inseparabilmente uniti, ci rendono liberi. E ci preparano, come scelti da Dio, per essere "santi e irreprensibili dinanzi a lui, avendoci predestinati nel suo amore" (Ef 1, 4-5).

Pretendere di fare appello soltanto al presunto spirito della legge è uccidere la lettera, cioè quello che Dio comanda. E con questo, la morte del peccatore è inevitabile.


Quella prostituta, che dopo tanto tempo e per via delle distanze non ho più rivisto, mi insegnò che il sale di Cristo brucia… ma guarisce. E che la migliore pastorale sta nell'essere servi, a tempo pieno, dell'unico Pastore e delle sue leggi. Unico, splendido e vivificante cammino di salvezza.


http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/04/19/amoris-l%c3%a6titia-la-prostituta-che-scelse-le-lacrime-invece-del-sacrilegio/

giovedì 30 luglio 2015

COS'E' IL PECCATO VENIALE ?

CHE COS'E' IL PECCATO VENIALE ?? 

MA QUALCUNO ANCORA 

SE LO DOMANDA ?





di Alessandro Gnocchi per www.riscossacristiana.it
del 5 giugno 2015
“In termini liturgici la perdita dell’identità significa perdita della vocazione religiosa, e il permissivismo morale significa perdita del bisogno della confessione. Laddove molti ricorrevano alla confessione e relativamente pochi alla comunione, ora pochissimi si confessano mentre molti ricorrono alla comunione”. (Marshall McLuhan , da “La liturgia e il microfono”)
di Alessandro Gnocchi
.
E’ arrivato una bastimento carico di misericordia, ma il mondo non sa che cosa farsene. E il cristianesimo mondano, che gliel’ha condotto fin dentro il porto di casa, non è in grado di dare ragione del grazioso cadeau: dopo aver chiuso negli armadi dei lini e delle vecchie lavande gli anatemi dei tempi andati, non ha più nulla da perdonare e, dunque, nessun motivo per cui essere misericordioso. E, in perfetta e inesorabile simmetria, il mondo, che improvvisamente ha scoperto di non essere più in peccato, non vede proprio come far fruttare il misericordioso abbraccio. Tolta l’impellenza della conversione e della rinuncia a satana, sola ragione dell’unico discorso possibile tra chiesa e mondo, l’una e l’altro hanno finito per incontrasi in un accidioso convivio sotto il segno del demone meridiano, quel sortilegio in cui si vive solo per compiacersi del proprio malessere.


Ma non è colpa del mondo, povera preda di un male che solo l’incisione affilata e incandescente del verbo cristiano sapeva curare chiamandolo con il suo nome: peccato. Nella guerra a una chiesa che gli muoveva guerra per la sua salvezza, il secolo trovava almeno una vena di linfa vitale, un fugace balenìo dello spirito tremendo eppure desiderato che ora, nella pace, non scorge più. Eppure ne ha sete, molto più che della misericordiosa condiscendenza, ma il cristianesimo mondano non ha più di questa acqua. Così il secolo, che coltiva nel suo intimo il desiderio di sentirsi peccatore pur negando l’idea del peccato, si trova smarrito davanti a cristiani che non si sentono peccatori perché quell’idea l’hanno dimenticata.
L’una e l’altra parte hanno smarrito la propria identità provocando, come spiegava nel 1974 Marshall McLuhan nel saggio “La liturgia e il microfono”, un invincibile bisogno di sentirsi desiderati che conduce inevitabilmente al permissivismo. “In termini liturgici” diceva lo studioso canadese “la perdita dell’identità significa perdita della vocazione religiosa, e il permissivismo morale significa perdita del bisogno della confessione. Laddove molti ricorrevano alla confessione e relativamente pochi alla comunione, ora pochissimi si confessano mentre molti ricorrono alla comunione”. Ai primi del Novecento, il trappista dom Jean-Baptiste Chautard, nella sua “Anima di ogni apostolato”, aveva diagnosticato la causa di questo male: “A sacerdote santo, si dice, corrisponde un popolo fervente; a sacerdote fervente un popolo pio; a sacerdote pio un popolo onesto; a sacerdote onesto un popolo empio”.


La china lungo cui hanno preso a scendere chiesa e mondo si è fatta sempre più difficile da risalire quando i cristiani hanno acquisito familiarità con il peccato veniale. Quando, nei giardini segreti delle anime, si è cominciato a coltivare i fiori malati dei piccoli reati contro Dio concimandoli con il compiacimento per la propria fragilità, in quel meriggiare della vita spirituale che tanto si confà ai disegni del demonio. Spesso lo si è fatto in punta di dottrina, perché molti sapevano quanto, per esempio, spiega il “Catechismo” di San Pio X, al punto 148: “Che cos’è il peccato veniale? Il peccato veniale è una disobbedienza alla legge di Dio in cosa leggera, o anche in cosa di per sé grave, ma senza tutta l’avvertenza e il consenso” e poi, al punto 149: “Perché il peccato non grave si chiama veniale? Il peccato non grave si chiama veniale, cioè perdonabile, perché non toglie la grazia e può aversene il perdono col pentimento o con opere buone, anche senza la confessione sacramentale”. Ma si ometteva pelosamente quanto detto al punto 150: “Il peccato veniale è dannoso all’anima? Il peccato veniale è dannoso all’anima perché la raffredda nell’amor di Dio, la dispone al peccato mortale, e la rende degna di pene temporanee in questa vita e nell’altra”.
Prima tollerato e poi vezzeggiato come estremo legame con il mondo, il peccato veniale ha indotto alla tiepidezza e oscurato il cielo delle ultime generazioni cristiane. “Quelli che commettono spesso peccati leggeri” ammoniva San Gregorio Magno “non devono considerare la qualità dei loro peccati, ma la loro quantità. Se non li impensierisce la gravità, li spaventerà il numero. (…) chi trascura di piangere e schivare i peccati leggeri cadrà non già di colpo, ma un po’ alla volta, dallo stato di giustizia a quello mortale”. E San Tommaso, nella “Summa”, spiega che “un peccato veniale può predisporre a un peccato che è mortale dalla parte di chi lo compie, a modo di conseguenza. Aumentata infatti la disposizione o l’abito con gli atti del peccato veniale, l’attrattiva del peccato può aumentare fino al punto che colui che pecca giungerà a porre il proprio fine nel peccato veniale: infatti, in chiunque ha un abito, di per sé, il fine è l’operare secondo tale abito. E così, con la ripetizione dei molti peccati veniali, uno si disporrà al peccato mortale”.
Il calendario liturgico è un rosario fiorito di santi che hanno fatto della loro vita la lotta anche alla più piccole delle offese a Dio. Nelle lettere ai suoi figli spirituali, padre Pio diceva che “gli spioni che sono i peccati veniali” si aggirano dentro il territorio delle anime per capire dove è minore la resistenza a quelli mortali. Fin sul limitare degli Anni Sessanta del secolo scorso, la vita ascetica del fedele ordinario aveva a modello esempi come San Domenico Savio, che avrebbe preferito morire piuttosto che macchiarsi di una sola colpa veniale. La formazione spirituale era fondata sull’alternativa radicale tra salvezza e dannazione eterne e generava pensieri, parole e opere che oggi il mondo vorrebbe tanto ammirare nei cristiani che, invece, ne sono atterriti. Pensieri, parole e opere, per esempio, come quelli che Sant’Ambrogio depose nell’eloquente “De bono mortis”, il bene della morte: “E l’Ecclesiate dice ancora ‘il mio cuore è andato in giro affinché io potessi conoscere la gioia dell’empio e considerassi e cercassi la sapienza e la moderazione, e conoscessi la felicità attraverso il comando, nonché i travagli e gli avvilimenti, e conobbi questa felicità come più amara della morte’: questo non perché la morte sia in sé amara, ma poiché lo è per l’empio. E’ infatti peggio vivere per il peccato che morire nel peccato, poiché quanto più a lungo l’empio vive, tanto più aumenterà il suo peccato, ma se muore cessa di peccare”.
Generazioni e generazioni di cristiani si sono formate lungo i secoli su questo tema ascetico. Nobili destinati allo splendore delle corti e capaci di portare i cilici sotto vesti da fiaba, contadini, operai e mendici a cui facevano da cilicio i panni e la fatica quotidiani. Tutti animati dallo stesso fervore, segnati dalla stessa luce catturata negli interni del Caravaggio, nel sorriso delle Madonne di Raffaello, nell’immobilità delle scene di Piero della Francesca, negli ori di Giotto o di certe icone dipinte nelle aurore russe. Ma anche il più spirituale dei capolavori, riesce a descrivere solo in piccolissima parte ciò che il fervore e la purezza producono nelle creature. “Primieramente” scrive Pietro Giacomo Bacci nella biografia di San Filippo Neri “il verginal candore era tale che gli risplendeva anche nel volto, ed in particolare negli occhi: i quali aveva eziandio negli ultimi anni della sua vita, come di giovanetto, così chiari e risplendenti, che non si è trovato mai pittore che gli abbia mai potuti ben esprimere con il pennello, ancorché molti con ogni diligenza vi abbiano provato; non si poteva in oltre così facilmente fissar la vista nella sua faccia; avvegnacché se gli vedeva uscir dagli occhi come una luce che ripercoteva negli occhi di chi lo mirava; sicché alcuni han detto che solamente in guardarlo sembrava un angelo di paradiso”.


Il mondo, fosse solo per il sollievo di un istante, per un attimo di quiete prima rituffarsi tra le braccia del suo principe, va in cerca di sguardi fervorosi come questo, frutto di acuminato e indefettibile odio per il peccato. Non mendica l’indulgente e misericordiosa tiepidezza perché, anche se ignora che i tiepidi saranno vomitati dal Signore nel giorno del giudizio, sa bene che basta l’ordinaria brutalità della vita per schiacciarli.
Sul versante religioso e su quello mondano, sono stati i francesi ha scrivere in proposito pagine di immortale drammaticità. Il Mauriac di “Groviglio di vipere”, il Bernanos del “Diario di un curato di campagna” e di “Un delitto”, il Bourget del “Demone meridiano”, e poi Gide, Camus, Sartre hanno narrato, chi volendolo e chi no, la discesa agli inferi degli esseri umani che si consegnano al peccato veniale come fine dell’esistenza. Tra i più efficaci vi è Georges Simenon, belga donato alla Francia, cronista di un mondo dove borghesi e proletari, nobili e diseredati sono prigionieri di vite sottratte alla grazia, fosse pure intesa come sola possibilità di compiere un gesto innocente. Raccontarlo è stata una prova tremenda persino per la sua scrittura folle e compulsiva. Tanto da sentire il bisogno di redimere i personaggi dei suoi “roman-roman” creando l’universo parigino del commissario Maigret, il poliziotto che “di mestiere avrebbe voluto fare il riparatore di destini”. Ma l’eco di un cattolicesimo non del tutto sopito ha suscitato in Simenon l’idea che l’azione di giustizia si alimenta di ritualità e di orazione, e lui l’ha cristallizzata con definitiva genialità letteraria nell’invenzione della signora Maigret. E’ questa piccola borghese timida e discreta, con le sue buone abitudini quotidiane da liturgia domestica, a tessere il velo che preserva la sua casa dalla colpevolezza del mondo: quasi una versione laica del fervore religioso in cui l’inesauribile sdegno al cospetto del male ha per contrappunto un candore bisognoso di riparo.



Quando usavano ancora dire il breviario, i cattolici davano forma liturgica alla necessità di porsi al rifugio dalle colpe anche veniali negli splendidi inni risalenti all’epoca ambrosiana. A ciascuna ora canonica il suo, a seconda di ciò che travaglia le anime in un dato frangente della giornata. “Lingua refrénans témperet” recita per esempio la seconda strofa dell’ora Prima, quando l’astro del giorno è già sorto, “Ne litis horror ínsonet: visum fovéndo cóntegat, ne vanitátes háuriat”, Dio moderi e freni la lingua, affinché non risuoni l’orrore delle liti, custodisca e contenga lo sguardo perché non raccolga alcuna vanità. E a Compieta, subito dopo l’esame di coscienza e il Confiteor in cui chiede perdono a Dio onnipotente, alla beata Maria sempre Vergine, a San Michele Arcangelo, a San Giovanni Battista, ai santi apostoli Pietro e Paolo, a tutti i santi e fino all’ultimo dei fratelli, l’orante chiede il soccorso divino in vista del sonno: “Procul recédant somnia, et nóctium phantásmata; hostémque nostrum cómprime, ne polluántur córpora”, fuggano lontano da noi i sogni e i fantasmi della notte, reprimi il nostro nemico affinché il nostro corpo non sia macchiato.
Ma questo luminoso monologo penitenziale è stato spazzato via dall’irrompere orgoglioso della dialettica, ricettacolo di un velenoso divenire. La sapienza depositata dai secoli nel Breviario è stata rimpiazzata dalla trinità mondana composta da tesi, antitesi e sintesi racchiusa nei bigini di filosofia. “Tesi: determinazione dell’infinito che si afferma su un piano astratto intellettivo. Antitesi: potenza del negativo che consente alla dialettica di procedere. Sintesi: superamento dei due momenti precedenti che, a sua volta, diventa nuova tesi da superare”. Ormai, anche nella predicazione e nelle aule di catechismo si insegna che la manifestazione reale ha bisogno del suo opposto, dell’antitesi, che la porta alla corruzione per generare la sintesi. E così per sempre, in un ritmo ternario fatto di pulsioni mortifere. Non si può dire “vita” senza richiamare la “morte”. Tutto ciò che esiste è vero solo in quanto si dovrà corrompere. Engels ha spiegato che la regola della dialettica hegeliana si risolve in questa affermazione: “Tutto ciò che esiste deve morire”. In altre parole, la realtà necessita della potenza del momento negativo, del male.

L’uomo moderno è convinto di essere autentico solo se tocca con mano la propria corruzione, solo se apre il suo cuore alla dannazione, solo se evoca la malvagità nella storia. E, continuando a rincorrere il male, cade nel baratro del nulla. Ma, proprio per questo, non può educare al bene e, sopra ogni cosa, rifugge il fervore, la rinuncia estrema al peccato. E il cristiano, scimmia di luce di follia, ha fatto propria tale visione finendo per credere che la fede non sia vera se non si accompagna al dubbio. Un credente autentico, si sente dire sempre più spesso dai pulpiti, deve assaporare dentro di sé l’esistenza dell’ateo, per essere santi bisogna essere anche grandi peccatori.

In un simile brodo di coltura, la derubricazione del peccato veniale ha finito per travolgere qualsiasi concetto di colpa, fino a quella originale. Così, il peccato di Adamo viene presentato in una nuova forma e in una nuova valutazione, come usa dire, pastorale. Assume il nome malaticcio e fascinoso di “fragilità”, scava nell’anima dei credenti, si fa accettare, si fa coccolare, si fa coltivare e monopolizza la vita e il pensiero, la prassi e la dottrina. E diventa tema dei convegni ecclesiali, del dibattere nelle commissioni pastorali, dei chilometrici documenti degli uffici diocesani, della catechesi nelle parrocchie, dei campi estivi degli oratori. L’uomo, si sente dire con sempre maggior insistenza, è grande perché è fragile.
E il cerchio si chiude su un panorama in cui fede e ragione, minati dalla dialettica, hanno intrinsecamente bisogno del negativo: l’errore diventa un valore per la gnoselogia, l’eresia per la dottrina, il peccato per la morale. Non è un caso se uno dei personaggi più luminosi della letteratura come la Lucia dei “Promessi sposi”, esemplare incarnazione letteraria del fervore, è divenuta incomprensibile ai cattolici contemporanei. C.S. Lewis aveva previsto tale esito nelle “Lettere di Berlicche”. Era solo il 1942 quando narrava le istruzioni del diavolo Berlicche al nipote Malacoda, comandato a pilotare la perdizione di un neoconvertito: “In una settimana o due gli metterai il dubbio che forse nei primi giorni della sua vita cristiana egli era un pochino eccessivo. Parlagli della ‘moderazione in tutto’. Se ti riuscirà di condurlo al punto di pensare che ‘la religione, sì, va bene, ma fino a un certo punto’, potrai sentirti felicissimo nei riguardi della sua anima. Per noi una religione moderata vale quanto una religione nulla, ed è più divertente”. E Paul Bourget, nel 1914, concludeva “Il demone meridiano” con una fulminate constatazione: “Bisogna vivere come si pensa, se no, prima o poi, si finisce con il pensare come si è vissuto”.

lunedì 12 gennaio 2015

Dio fa sempre giustizia

Quando il vaso trabocca … 



di Don Giorgio Ghio
zzallvnFra la gente accade ultimamente di udire una domanda ricorrente circa i recenti disastri naturali che si sono ripetutamente abbattuti su un’importante città italiana, un tempo fiorente Repubblica marinara: come mai la natura si accanisce tanto su quella città con alluvioni e devastazioni che sembrano non avere termine?
Considerando i fatti da un punto di vista puramente terreno, è innegabile che una buona parte della responsabilità ricada sulla cementificazione selvaggia e sulla mancata manutenzione di fiumi e torrenti; a un livello più alto, i famigerati cambiamenti climatici dovuti all’inquinamento – ci dicono gli esperti – comportano un’alterazione del regime delle precipitazioni, sempre più improvvise e violente. Si tratterebbe quindi di cause umane, riconducibili ad una cattiva gestione dell’ambiente e, quindi, a varie forme di peccato e di omissione.
Nelle catastrofi provocate dall’uomo stesso, tuttavia, l’occhio del credente che si sforza di leggere la storia in chiave teologica scorge anche la mano di quella Giustizia soprannaturale che regola infallibilmente il mondo creato; con l’aiuto dello Spirito Santo egli anticipa così, nella misura del possibile, la valutazione che ne darà nell’altra vita, quando vedrà il tutto (a cominciare dalla propria stessa esistenza) nella piena luce di Dio. Guardando i fatti a partire dalla verità eterna, dunque, ci si rende conto che in quella medesima città, ora così pesantemente flagellata dai flutti, si è verificato l’anno scorso un avvenimento che non poteva certo essere foriero di benedizioni.
Il 22 maggio 2013 vi è deceduto un prete di idee marxiste – sembra assurdo, ma ce ne sono ancora! – che per decenni era vissuto in odore di eresia e in aperta disobbedienza alla Chiesa, trascinando innumerevoli anime nella sua aberrazione e compiendo un numero imprecisabile di sacrilegi nell’amministrazione dei Sacramenti a persone che, vivendo in peccato mortale manifesto e continuato, non avrebbero dovuto riceverli se non dopo sincera conversione e definitiva rinuncia alle loro condotte, comprese peccati che gridano vendetta al cospetto del Creatore e sfigurano la dignità degli esseri creati a sua immagine. Egli stesso era incorso, con ogni probabilità, nella scomunica latae sententiae per aver attivamente promosso l’aborto e altri comportamenti gravemente immorali.
Lasciamo al giudizio divino la sorte eterna di questo defunto; come possiamo però arguire senza alcuna temerarietà, chi ha perseverato nell’errore e nella disobbedienza per tutta la vita, resistendo ostinatamente a qualsiasi richiamo e compiacendosi anzi di provocazioni plateali, non deve certo trovarsi in una situazione molto confortevole, dall’altra parte. L’unica scusante, sul piano della responsabilità morale, sarebbe l’errore invincibile: ma è ammissibile in un sacerdote cattolico? Dato che è morto senza dare il minimo segno di pentimento, secondo il Codice egli non avrebbe avuto nemmeno diritto alle esequie ecclesiastiche, come recita il canone 1184; al massimo, esse si sarebbero forse potute celebrare in forma strettamente privata, se mai fossero state di giovamento alla sua anima.
I suoi funerali, invece, sono stati solennemente celebrati con gran concorso di anarchici, drogati, prostitute, sodomiti e quant’altro, che li hanno trasformati in una vera e propria apoteosi. Ma non basta: dette esequie sono state celebrate con sentite parole di elogio per il defunto (che si sarebbe piuttosto dovuto sanzionare finché era in vita), con la santissima Eucaristia indistintamente a tutti. Quel giorno, nella Superba di un tempo, sono state dunque perpetrate in un colpo solo centinaia, se non migliaia di comunioni sacrileghe, con gravissimo danno spirituale per la Chiesa e gravissimo scandalo dei fedeli. A questo punto chiunque, in qualsiasi stato morale oggettivamente si trovi, può ritenersi in diritto di ricevere i Sacramenti senza le necessarie disposizioni.
A Fatima la Vergine Maria, apparendo a tre fanciulli, mostrò loro l’Inferno per spronarli a pregare e offrire sacrifici per la conversione dei poveri peccatori, che purtroppo vi precipitano così numerosi; Lucia, fattasi poi suora, confiderà più tardi che la visione durò fortunatamente soltanto un attimo, ma fu così spaventosa che, se si fosse prolungata di un solo istante, ella sarebbe morta di terrore. Il compito per cui degli uomini, per quanto indegni, sono scelti da Dio e da Lui costituiti Pastori è procurare la salvezza delle anime, strappandole al diavolo e al peccato per rigenerarle con il Sangue di Cristo e consegnarle alla Sua signoria salvifica. Sul modo in cui avranno adempiuto tale compito essi saranno giudicati da Dio, non dai mass-media; la gogna mediatica non è nulla in confronto al cadere nelle mani del Dio vivente (Eb 10, 31).
I Pastori sono responsabili davanti a Dio del proprio popolo, in bene e in male. V’è realmente da chiedersi se, nella violazione dell’ordine che governa il mondo, il sacrilegio di Genova non sia stato la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso; quando poi il vaso, per l’appunto, trabocca, non si può pretendere che l’acqua faccia distinzione, passando sugli uni e non sugli altri … Il prezzo lo pagano tutti, anche perché la corruzione e l’immoralità non sono certo appannaggio esclusivo di certe categorie di persone: a livello morale, tutta la società odierna è travolta da fiumi di fango e rigurgiti di fogna. Come non pensare che quanto sta avvenendo sul piano naturale sia semplicemente segno visibile dello stato in cui si trovano, purtroppo, le anime e le coscienze di tantissimi uomini?
Un’ultima annotazione: siamo ormai a milioni di anni-luce, nella Chiesa, da certe figure di santi che ne hanno fatto rifulgere la gloria. Penso a un sant’Ambrogio che impone all’Imperatore Teodosio la penitenza pubblica (che prima dell’assoluzione comportava l’esclusione dai Sacramenti per mesi o anni) per il massacro di Tessalonica; a un san Gregorio VII che induce Enrico IV al sacco a piedi nudi nella neve; o, in tempi più recenti, al venerabile Pio XII (quando beato e santo?) che commina la scomunica ai comunisti perché si ravvedano … Oltre la sana dottrina, la grazia di stato e un’eccelsa santità personale, quei Pastori erano dotati degli attributi virili: gratia supponit naturam!
P.S.: Ogni implicito riferimento ai recenti inchini curiali alle lobby omosessuali non può che essere … puramente voluto. Tra il Po e la Dora da una parte, Lambro, Olona, Naviglio ecc. dall’altra … speriamo bene.

martedì 26 agosto 2014

disonestà intellettuale

DIVORZIATI "RISPOSATI", 

GLI STUDIOSI RIMBECCANO KASPER




A seguito dell’apertura - sedicente pastorale - verso i divorziati “risposati” proposta dal cardinale Walter Kasper al concistoro del 20 febbraio 2014 in preparazione al sinodo sulla famiglia che deve tenersi il prossimo ottobre, molte riviste accademiche hanno pubblicato studi che sostengono la dottrina della Chiesa e rigettano gli argomenti del cardinal Kasper.
Nella rivista Die Neue Ordnung (n°3/2014, pp. 180-191) il cardinal Walter Brandmueller, ex presidente del Comitato pontificale delle scienze storiche, evoca il conflitto che oppose, nel IX secolo, il papa Niccolò I ed il re di Lotaringia Lotario II.
Lotario, inizialmente unito, senza essere sposato, a Valdrada, sposò poi per ragioni d’interesse politico Teoberga. In seguito si separò da costei per risposarsi con la sua precedente concubina; volle ad ogni costo che il papa riconoscesse la validità di questo secondo matrimonio. Ma, benché Lotario beneficiasse dell’appoggio dei vescovi della sua regione e del sostegno dell’imperatore Lodovico II, che arrivò ad entrare in Roma colla sua armata, il papa Niccolò I (oggi venerato come santo) non si sottomise alle sue pretese e non riconobbe mai come legittimo il secondo "matrimonio" di Lotario.
Al termine di questo richiamo storico, il cardinal Brandmueller ricava una lezione per la Chiesa di oggi. Ecco la sua conclusione, che riprendiamo dal sito del vaticanista Sandro Magister:
E' necessario – come già osservato – che la Chiesa possa essere certa dell’aiuto costante dello Spirito Santo, che è il suo principio vitale più intimo, il quale garantisce ed opera la sua identità nonostante tutti i cambiamenti storici.
Così, dunque, lo sviluppo effettivo del dogma, del sacramento e della gerarchia del diritto divino non sono prodotti casuali della storia, ma sono guidati e resi possibili dallo Spirito di Dio. Per questo tale sviluppo è irreversibile e aperto solo in direzione di una comprensione più completa. La tradizione in tal senso ha pertanto carattere normativo.
Nel caso esaminato, ciò significa che dal dogma dell’unità, della sacramentalità e dell’indissolubilità, radicati nel matrimonio tra due battezzati, non c’è una strada che porti indietro, se non quella – inevitabile e per questo da rigettare – del ritenerli un errore dal quale emendarsi.
Il modo di agire di Niccolò I nella disputa sul nuovo matrimonio di Lotario II, tanto consapevole dei principi quanto inflessibile ed impavido, costituisce una tappa importante sul cammino per l’affermazione dell’insegnamento sul matrimonio nell’ambito culturale germanico.
Il fatto che il papa, come anche suoi diversi successori in occasioni analoghe, si sia dimostrato avvocato della dignità della persona e della libertà dei deboli – per la maggior parte erano donne – ha fatto meritare a Niccolò I il rispetto della storiografia, la corona della santità ed il titolo di "Magnus".
In un contributo datato 9 giugno 2014, sette teologi e canonisti, originari di quattro paesi europei, si sono espressi in favore dell’indissolubilità del matrimonio senza eccezioni, nemmeno attraverso il ricorso al concetto abusato di “misericordia”, e quindi contro l’accesso dei divorziati risposati alla comunione (qui il documento).
La rivista francese Catholica pubblica uno studio del padre Laurent Jestin, intitolato "Kasperiana", che si apre in questi termini:
Blaise Pascal a suo tempo s’era opposto ai casuisti accusandoli di compiacenza: “È così che i nostri Padri liberano gli uomini del penoso dovere di amare veramente Dio (…) voi vedrete che (per loro) questa dispensa dal fastidioso dovere di amare Dio è il privilegio della legge evangelica sulla legge giudaica.” (Lettere provinciali, X). Il cardinal Walter Kasper ha un bel difendersi e volersi porre su un modesto piano pastorale: la conferenza pronunciata davanti il concistoro straordinario dei cardinali il 20 e 21 febbraio 2014, su richiesta di papa Francesco, rinvia a questa indignazione dell’autore delle Provinciali, aggravata dall’impressione di una certa disonestà intellettuale.
Circa questa disonestà intellettuale p. Jestin mostra che il card. Kasper non agisce diversamente dalla maggior parte dei membri della commissione teologica che, nel 1966, consigliò a Paolo VI di rinunciare alla dottrina della chiesa sulla contraccezione. Il papa non seguì questi teologi e pubblicò l’enciclica Humanae vitae il 25 luglio 1968.
Nella rivista svizzera Nova et vetera del mese di agosto si trova una "valutazione teologica" delle "recenti proposte per l’accompagnamento pastorale delle persone divorziate e risposate" da parte di otto teologi americani, fra cui sette domenicani. Gli autori vi affermano che le questioni sollevate dal cardinal Kasper sono già state disciplinate all’epoca della controversia con la Riforma, nel XVI secolo:
La Riforma contestava direttamente gl’insegnamenti della Chiesa sul matrimonio e l’umana sessualità, con degli argomenti molto simili a quelli d’oggi. Si diceva che il celibato del clero era troppo difficile, un troppo grave peso da portare per la natura umana, anche se con la grazia. Era negata la natura sacramentale del matrimonio cristiano, come lo era la sua indissolubilità. In Germania fu introdotto il divorzio civile con il pretesto che non ci si poteva aspettare dallo Stato che privilegiasse incoraggiasse e difendesse il matrimonio per tutta la vita. Insomma la Riforma ha radicalmente ridefinito il matrimonio.
Il Concilio di Trento ha risposto a questa crisi in quattro modi. Innanzitutto, il Concilio ha definito dogmaticamente l’insegnamento tradizionale sul carattere sacramentale ed indissolubile del matrimonio cristiano, identificando esplicitamente il risposarsi con l’adulterio. In secondo luogo, ha resa obbligatoria la forma pubblica ed ecclesiale del matrimonio, correggendo l’abuso dei matrimoni privati e clandestini (in simili casi, uno degli sposi abbandonava talvolta il suo matrimonio basato unicamente sulla propria decisione privata e soggettiva ed in seguito si risposava pubblicamente: il Concilio ha vietato quest’approccio soggettivo e privatizzato). Quindi, il Concilio di Treno ha definito come dogma la giurisdizione della Chiesa sui casi di matrimonio, esigendo per preservare l’integrità dei sacramenti che essi fossero giudicati sulla base di modelli oggettivi nei tribunali ecclesiastici. Infine, ha insegnato esplicitamente che gli adulteri perdono la grazia giustificante: gli adulteri e tutti gli altri che commettono peccati mortali, benché non perdano la fede, perdono la grazia giustificante e sono esclusi dal Regno di Dio, a meno che non si pentano ed abbandonino e detestino il loro peccato, e facciano la confessione sacramentale (in un altro luogo, il Concilio tridentino decretò ch’essi non potevano ricevere la santa comunione fintanto che non facessero questo).
Non è proprio possibile ammettere alla santa comunione coloro che perseverano nell’adulterio ed affermare allo stesso tempo queste dottrine conciliari. Le definizioni tridentine di adulterio, giustificazione (che implica la carità oltre che la fede), o del senso e significato dell’eucaristia, ne risulterebbero mutate. La Chiesa non può trattare il matrimonio come una questione privata, né come una questione appannaggio dello Stato, né come qualcosa che si decida a partire dalla coscienza individuale.

Fonte: DICI n°299 du 01/08/14 [traduzione a cura di Franciscus Pentagrammuli]