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mercoledì 3 febbraio 2016

stato di salute della chiesa

Un’intervista di mons. A. Schneider a Rorate Coeli: Chiesa post-sinodale e i non credenti nella gerarchia 

 

Riportiamo in una traduzione di Anna Bellardi Ricci, il testo integrale di un’importante intervista di S. E. mons- Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, pubblicata il 2 febbraio dal sito Rorate Cœli

Rorate Cœli: Del recente Sinodo, per qualche tempo non conosceremo l’impatto legale che avrà sulla Chiesa poiché la prossima mossa spetta al Papa. Esiste uno scisma nella Chiesa? In caso affermativo, cosa significa in termini pratici? Come si manifesterà per i cattolici tipici che vanno in chiesa?

S.E. Schneider: Secondo il can. 751 del Codice di Diritto Canonico, scisma significa il rifiuto di sottomissione al Sommo Pontefice. Bisogna distinguere il difetto nel credere o eresia dallo scisma. Il difetto nel credere o eresia è in effetti un peccato più grave dello scisma, come diceva San Tommaso d’Aquino: «La miscredenza è un peccato commesso contro Dio stesso, secondo che Egli stesso è la Verità Prima, sulla quale la fede si fonda; mentre lo scisma si oppone all’unità della Chiesa, che è un bene minore di Dio stesso. È dunque evidente che la miscredenza è per il suo genere un peccato più grave di quello dello scisma» (II-II, q.39, a.2c). La vera crisi della Chiesa di oggi consiste nel sempre crescente fenomeno che coloro che non credono pienamente e non professano l’integralità della fede cattolica occupano spesso posizioni strategiche nella vita della Chiesa, come professori di teologia, educatori nei seminari, superiori religiosi, parroci ed anche vescovi e cardinali. E queste persone con la loro fede difettosa si professano sottomessi al Papa.
Il colmo della confusione e dell’assurdità si manifesta quando questi religiosi semi-eretici accusano coloro che difendono la purezza e l’integrità della fede cattolica di essere contro il Papa, di essere, secondo loro, in qualche modo scismatici. Per i semplici cattolici che vanno a messa, una tale situazione di confusione rappresenta una vera sfida alla loro fede e nell’indistruttibilità della Chiesa. Devono mantenere salda l’integrità della loro fede in conformità alle verità cattoliche immutabili trasmesse dai nostri padri, che ritroviamo nel catechismo tradizionale e nei lavori dei Padri e dei Dottori della Chiesa.
Rorate Cœli: Parlando di cattolici tipici, cosa deve affrontare ora un tipico parroco che già non dovesse affrontare prima il Sinodo? Quali pressioni, come la lavanda dei piedi delle donne il Giovedì Santo peseranno sul parroco più di quanto non pesino già oggi?

S.E. Schneider: Un tipico parroco cattolico dovrebbe conoscere bene il significato perenne della fede cattolica, così come il significato delle norme della liturgia cattolica, e conoscendolo dovrebbe avere fermezza e sicurezza interiore. Dovrebbe sempre ricordarsi del principio fondamentale di discernimento: «Quod semper, quod unique, quod ab omnibus», ossia «Ciò che è stato creduto e praticato sempre, ovunque e da tutti».
Le categorie «sempre, ovunque, tutti» non devono esser intese in un senso aritmetico, ma morale. Un criterio concreto di discernimento è questo: Questo cambiamento in una affermazione dottrinale, in una pratica pastorale o liturgica rappresenta una rottura rispetto al passato secolare o anche millenario? Questa innovazione fa sì che la fede brilli più chiara e luminosa? Questa innovazione religiosa ci avvicina sempre più alla santità di Dio, o esprime in modo più profondo e magnifico i divini misteri? Questa innovazione disciplinare accresce davvero un più grande zelo per la santità di vita?
Per quanto concerne, concretamente, la lavanda dei piedi delle donne durante la Santa Messa dell’Ultima Cena il Giovedì Santo: questa Santa Messa celebra la commemorazione dell’istituzione dei sacramenti dell’Eucarestia e del Sacerdozio. La lavanda dei piedi delle donne quindi, insieme agli uomini, non solo distrae dall’attenzione principale sull’Eucarestia ed il Sacerdozio, ma genera confusione riguardo al simbolismo storico dei “dodici” e dall’essere gli apostoli di sesso maschile. La tradizione universale della Chiesa non ha mai consentito la lavanda dei piedi durante la Santa Messa, ma piuttosto al di fuori di essa, in una cerimonia speciale.
In ogni caso: la lavanda pubblica e in generale anche il bacio dei piedi delle donne da parte di un uomo, nel nostro caso di un prete o di un vescovo, è considerato da qualsiasi persona di buon senso in tutte le culture come improprio e anche indecente. Grazie a Dio nessun vescovo è obbligato a lavare pubblicamente i piedi delle donne il Giovedì Santo, perché non vi è una norma che lo vincoli a ciò, e lo stesso lavaggio dei piedi è facoltativo.
La Fraternità Sacerdotale di San Pio X (FSSPX)
Rorate Cœli: Una situazione atipica della Chiesa è quella della Fraternità Sacerdotale di San Pio X (FSSPX). Secondo Vostra Eccellenza, perché tanti cattolici hanno paura della FSSPX o si preoccupano all’idea di associarvisi? Dalla vostra esperienza, quali doni ritiene che la FSSPX possa apportare alla Chiesa principale (mainstream)?

S.E. Schneider: Se qualcuno o qualcosa è senza importanza, nessuno lo teme. Coloro che temono la Fraternità Sacerdotale di San Pio X temono in fin dei conti le verità cattoliche perenni e le loro esigenze nella sfera morale e liturgica.
Quando la FSSPX cerca di credere, praticare il culto e vivere moralmente come hanno fatto i nostri progenitori e i Santi più famosi nel corso di millenni, allora dobbiamo considerare la vita e l’opera di questi sacerdoti cattolici e fedeli della FSSPX come un dono per la Chiesa di oggi, ed anche come uno dei numerosi strumenti di cui si serve la Divina Provvidenza per rimediare all’enormità dell’attuale crisi generale della fede, della morale e della liturgia in seno alla Chiesa.
In alcuni settori della FSSPX vi sono tuttavia, come avviene in tutte le società umane, alcune personalità eccentriche. Queste hanno un metodo ed un atteggiamento che manca di giustizia e carità e quindi del vero “sentire cum ecclesia”, ed esiste il pericolo di un’autocefalia ecclesiastica e di essere l’ultima istanza giuridica nella Chiesa. Tuttavia, a mia conoscenza, la parte sana corrisponde alla parte maggiore della FSSPX e considero il loro Superiore Generale, Sua Eccellenza Monsignor Bernard Fellay, come un vero ed esemplare vescovo cattolico. Vi sono speranze per un riconoscimento canonico della FSSPX.
Il Sinodo e il papa
Rorate Cœli: Per tornare al Sinodo, e focalizzandoci sulla tradizione, Vostra Eccellenza pensa che i cambiamenti nella liturgia romana successivi al Vaticano II abbiano contribuito alla crisi attuale nella Chiesa, alla crisi del matrimonio, della famiglia e della morale della società in generale?

S.E. Schneider: Non lo direi in questo modo. In realtà l’origine vera dell’attuale crisi nella Chiesa, della crisi del matrimonio, della famiglia e della morale in generale non è la riforma liturgica, ma la mancanza di fede, il relativismo dottrinale, da cui deriva il relativismo morale e liturgico. Se credo in modo difettoso, vivrò una vita morale difettosa e praticherò il culto in modo difettoso e indifferente. È necessario dapprima restaurare la chiarezza e la fermezza della dottrina della fede e della morale a tutti i livelli e da lì cominciare a migliorare la liturgia. L’integrità e la bellezza della fede esigono l’integrità e la bellezza della propria vita morale e ciò richiede l’integrità e la bellezza del culto pubblico.

Rorate Cœli: Ancora sul Sinodo, è evidente, per coloro che hanno occhi per vedere, che Papa Francesco ha creato confusione invece che chiarezza nel processo sinodale, ed ha incoraggiato una svolta verso la rottura elevando il ruolo dei Cardinali Kasper e Danneels, dell’Arcivescovo Cupic, ecc. Quale è il giusto atteggiamento che un cattolico dovrebbe avere nei confronti del Papa in questi tempi difficili? I cattolici sono obbligati a far conoscere le loro opinioni ed a “resistere” come aveva detto il Cardinale Burke in una nostra intervista l’anno scorso, anche quando le loro opinioni sono critiche del papa?

S.E. Schneider: Da diverse generazioni e fino ad oggi regna nella vita della Chiesa una sorta di “papo-centrismo” o di “papolatria” che è senza dubbio eccessiva se paragonata con la visione moderata e soprannaturale della persona del Papa e la venerazione a lui dovuta, propria dei tempi passati. Un simile atteggiamento eccessivo verso la persona del Papa genera nella pratica un significato teologico eccessivo ed errato riguardo al dogma dell’infallibilità papale.
Se il Papa dicesse a tutta la Chiesa di fare qualcosa che danneggiasse direttamente una verità divina immutabile o un comandamento divino, ogni cattolico avrebbe il diritto di correggerlo, con debito rispetto, mosso da venerazione e amore per il santo ufficio, e per la persona del Papa. La Chiesa non è proprietà privata del Papa. Il Papa non può dire “Io sono la Chiesa”, come il re francese Luigi XIV che aveva detto: “Lo Stato sono io”. Il Papa è solo il Vicario, non il successore di Cristo.
Le preoccupazioni per la purezza della fede sono finalmente una questione che interessa tutti i membri della Chiesa, che è una, ed un corpo vivente unico. Nei tempi antichi, prima di affidare a qualcuno l’ufficio di sacerdote o di vescovo, veniva richiesto ai fedeli se potevano garantire che il candidato avesse la giusta fede ed un’alta condotta morale. Il vecchio Pontificale Romano dice: “Il capitano di una nave, così come i passeggeri, hanno uguale motivo di sentirsi al sicuro o in pericolo in un viaggio, e dovrebbero quindi essere unanimi nei loro interesse comune.” Fu il Concilio Vaticano II ad incoraggiare fortemente i fedeli laici a contribuire al vero bene della Chiesa, al rafforzamento della fede. Ritengo che in un’epoca in cui gran parte dei detentori dell’ufficio del Magistero sono negligenti nel loro sacro dovere, lo Spirito Santo chiama oggi, in particolare i fedeli, a intervenire e difendere coraggiosamente la fede cattolica con un autentico «sentire cum ecclesia».

La Tradizione ed i suoi nemici interni
Rorate Cœli: Il Papa è la misura della tradizione o è misurato dalla tradizione? Ed i fedeli cattolici dovrebbero pregare perché venga presto un papa tradizionale?

S.E. Schneider: Certamente il Papa non è la misura della tradizione, ma piuttosto il contrario. Dobbiamo sempre tenere a mente il seguente insegnamento dogmatico del Primo Concilio Vaticano: L’ufficio del successore di Pietro non consiste nel rendere nota qualche nuova dottrina, ma nella salvaguardia e nell’esposizione fedele del deposito di fede trasmesso dagli apostoli (v. la Costituzione dogmatica Pastor æternus, cap. 4)
Nell’adempimento di uno dei suoi compiti più importanti, il Papa deve mirare a che “l’intero gregge di Cristo sia tenuto al riparo dal cibo avvelenato dell’errore” (Primo Concilio Vaticano, ibid.). La seguente espressione che era in uso fin dai primi secoli della Chiesa è una delle espressioni più evidenti dell’ufficio papale, e deve in qualche modo essere una seconda natura di ogni Papa: “Aderire fedelmente alla tradizione ricevuta fin dall’inizio della Fede cristiana” (Primo Concilio Vaticano, ibid.).
Dobbiamo sempre pregare affinché Dio doni alla Sua Chiesa dei Papi con un orientamento tradizionale. Dobbiamo tuttavia ricordare queste parole: “Non spetta a voi conoscere il tempo e l’ordine degli eventi che il Padre ha riservato alla sua scelta” (Atti, 1, 7).
Rorate Cœli: Sappiamo che numerosi vescovi e cardinali, forse la maggioranza, vogliono cambiare il linguaggio dottrinale della Chiesa e la sua consolidata disciplina, col pretesto dell’ “evoluzione della dottrina” e della “compassione pastorale”. Cosa è sbagliato nel loro ragionamento?

S.E. Schneider: Espressioni come “sviluppo della dottrina” e “compassione pastorale” sono infatti in genere dei pretesti per cambiare l’insegnamento di Cristo, contro il suo significato e la sua integrità perenne così come gli Apostoli l’hanno trasmessa a tutta la Chiesa e come è stata fedelmente preservata dai i Padri della Chiesa e dagli insegnamenti dogmatici dei Concili Ecumenici e dei Papi.
Alla fine quei religiosi vogliono un’altra Chiesa, ed anche un’altra religione: una religione naturalistica, adattata allo spirito del tempo. Dei simili chierici sono veri lupi travestiti da agnelli, e flirtano spesso col mondo. Non già pastori coraggiosi, ma vili conigli.
Il ruolo delle donne nella Chiesa
Rorate Cœli: Si sente parlare molto del ruolo delle donne oggi nella Chiesa, del cosiddetto “genio femminile”. Le donne hanno avuto evidentemente un ruolo cruciale della Chiesa fin dall’inizio, cominciando dalla Vergine Maria. Ma Gesù Cristo ha reso chiarissima la Sua posizione, così come hanno fatto i papi pre-conciliari. Vostra Eccellenza considera che l’implicazione delle donne nella liturgia, come nella Messa Novus Ordo oppure come le bambine-chierichette, abbia avuto un ruolo positivo o negativo nella Chiesa durante gli ultimi quattro decenni?

S.E. Schneider: Non vi è dubbio che l’implicazione femminile nei servizi liturgici all’altare (lettura dei Testi, servizio all’altare, distribuzione della S. Comunione) rappresenti una rottura radicale con l’intera e universale tradizione della Chiesa. Una simile pratica è contraria alla Tradizione apostolica.
Questa pratica ha dato alla liturgia della Santa Messa una forma protestante evidente, un carattere di incontro informale di preghiera o di un evento catechetico. È una pratica del tutto contraria agli intenti dei Padri del Secondo Concilio Vaticano e non se ne trova la minima indicazione nella Costituzione sulla Sacra Liturgia.
La Messa Latina Tradizionale
Rorate Cœli: Vostra Eccellenza è ben nota per celebrare la Messa Latina tradizionale in tanti luoghi del mondo. Quali ritiene siano le lezioni più profonde che ha appreso, come prete e come vescovo, dalla celebrazione della Messa Latina, e che altri preti e vescovi possono sperare di acquisire dicendo essi stessi la Messa tradizionale?

S.E. Schneider: La lezione più profonda che ho appreso dalla celebrazione della forma tradizionale della Messa è che non sono che un povero strumento di un’azione soprannaturale e sommamente sacra, il cui primo celebrante è Gesù Cristo, l’Eterno Sommo Sacerdote. Sento che durante la celebrazione della Messa perdo in qualche modo la mia libertà individuale, poiché le parole e i gesti sono stabiliti fin nei minimi dettagli, e non posso disporne. Sento nel più profondo del cuore che sono solo un servo ed un ministro, che pur volendo liberamente, con fede e amore, compio non la mia volontà ma quella di Un Altro.
Il rito tradizionale e più che millenario della Santa Messa, che nemmeno il Concilio di Trento aveva cambiato, poiché l’Ordo Missae prima e dopo quel Concilio era pressoché identico, proclama ed evangelizza con forza l’Incarnazione e l’Epifania del Dio ineffabilmente santo ed immenso, che nella liturgia del “Dio è con noi,” come “Emanuele”, si fa così piccolo e così vicino a noi. Il rito tradizionale della Messa è di un’alta sapienza e al tempo stesso una potente proclamazione del Vangelo, che compie l’opera della nostra salvezza.
Rorate Cœli: Se ha ragione il Papa Benedetto quando dice che il Rito Romano esiste attualmente (benché in modo paradossale) in due forme piuttosto che in una, perché non avviene ancora che a tutti i seminaristi sia richiesto di studiare ed apprendere la Messa Latina tradizionale, come parte della loro formazione seminariale. Come può un parroco della Chiesa Romana non conoscere entrambe le forme dell’unico rito della sua Chiesa? E come possono tanti cattolici essere ancora privati della Messa tradizionale e dei sacramenti se si tratta di una forma equivalente?

S.E. Schneider: Secondo l’intenzione del Papa Benedetto XVI, e le chiare norme dell’Istruzione “Universae Ecclesiae”, tutti i seminaristi cattolici devono conoscere la forma tradizionale della Messa ed essere capaci di celebrarla. Lo stesso documento afferma che questa forma della Messa è un tesoro per l’intera Chiesa, lo è dunque per tutti i fedeli.
Il Papa Giovanni Paolo II aveva rivolto un appello urgente a tutti i vescovi di accogliere generosamente il desiderio dei fedeli di celebrare la forma tradizionale della Messa. Quando il clero ed i vescovi ostacolano o limitano la celebrazione della Messa tradizionale, essi non obbediscono a ciò che lo Spirito Santo dice alla Chiesa, e si comportano in maniera molto anti-pastorale. Si comportano come se fossero i possessori del tesoro della liturgia, che non appartiene loro, perché ne sono solo gli amministratori.
Negando la celebrazione della Messa tradizionale o facendo ostruzione e discriminazione nei suoi confronti, si comportano come un amministratore infedele ed inaffidabile che tiene la dispensa chiusa a chiave, contrariamente agli ordini del padrone di casa, oppure come una cattiva matrigna che dà ai bambini un cibo scarso.
Questi religiosi temono forse che il grande potere della verità s’irradi dalla celebrazione della Messa tradizionale. Possiamo paragonare la Messa tradizionale ad un leone: Liberatelo e saprà difendersi.
La Russia non è stata esplicitamente consacrata
Rorate Cœli: Vi sono molti Russi Ortodossi dove vive Vostra Eccellenza. Aleksandr di Astana o chiunque altro del Patriarcato di Mosca l’ha forse interrogata sul recente Sinodo o su quello che avviene nella Chiesa sotto Francesco? Se ne interessano fino a questo punto?

S.E. Schneider: I Prelati Ortodossi con i quali ho dei contatti non sono in genere bene informati delle dispute interne alla Chiesa Cattolica, o almeno non mi hanno mai parlato di queste questioni. Anche se non riconoscono il primato giurisdizionale del Papa, vedono tuttavia nel Papa la prima carica gerarchica della Chiesa, dal punto di vista dell’ordine protocollare.

Rorate Cœli: Manca solo un anno dal centesimo anniversario di Fatima. La Russia non è stata, probabilmente, consacrata al Cuore Immacolato di Maria e di sicuro non è stata convertita. La Chiesa, pur sempre senza macchia, è completamente allo sbando, forse peggio che durante l’Eresia Ariana. Le cose sono destinate ancora a peggiorare prima di poter migliorare e come devono prepararsi i cattolici veramente fedeli a quello che deve succedere?

S.E. Schneider: Dobbiamo credere fermamente che la Chiesa non è nostra, e neanche del Papa. La Chiesa è di Cristo e Lui solo la tiene e la conduce anche attraverso i periodi più oscuri di crisi, quale è in effetti la nostra situazione attuale.
È una dimostrazione del carattere divino della Chiesa. La Chiesa è essenzialmente un mistero, un mistero soprannaturale, e non possiamo accostarla come se fosse un partito politico o una società puramente umana. Al tempo stesso, la Chiesa è umana ed al suo livello umano sopporta oggi una passione dolorosa, che la fa partecipare alla Passione di Gesù.
Possiamo pensare che la Chiesa oggi è flagellata come Nostro Signore, è denudata come lo è stato Nostro Signore, alla decima stazione della Croce. La Chiesa, nostra madre, è tenuta legata non solo dai nemici di Gesù ma anche da alcuni suoi collaboratori nelle fila del clero, talvolta anche dell’alto clero.
Noi tutti buoni figli di Madre Chiesa dobbiamo, come soldati valorosi, cercare di liberare questa madre, con le armi spirituali della difesa e della proclamazione della verità, promuovendo la liturgia tradizionale, l’Adorazione Eucaristica, la Crociata del Santo Rosario, la lotta contro il peccato nella nostra vita privata e l’aspirazione alla santità.

Dobbiamo pregare affinché il Papa consacri presto esplicitamente la Russia al Cuore Immacolato di Maria, ed allora Essa vincerà, pregando così come la Chiesa ha pregato fin dai tempi antichi : “Rallegrati, o Vergine Maria, perché da sola hai distrutto tutte le eresie nel mondo intero” (Gaude, Maria Virgo, cunctas haereses sola interemisti in universo mundo).

lunedì 19 ottobre 2015

togliere il microfono a Gesù Cristo

Dalla “centralità” della Parola al Gesù imbavagliato


Gagging1
Sinodo dei vescovi
C’è da rifletterci, e per conto mio con la consueta pietosa crudeltà ci rifletto.
Per esempio penso ai protestantesimi storici. Hanno soppresso praticamente tutti i sacramenti per preservare il “sola scriptura”, pura, alla lettera, senza mediazioni e senza tradizione, facendo in una religione che non è “del libro”, del libro un idolo. E come è finita? Che hanno dovuto infine, volta per volta, riscrivere e tagliare o tacere Il Libro per accomodarlo a tutte le mode del momento, e continuano così. Sino al parossismo estremo di abbandonare il Libro direttamente e adottare l’agenda liberal-radicale.
Come è successo ai valdesi, i primi che si ribellarono a Roma in nome, anche, del Libro e sempre si sono fatti vanto di questa loro fedeltà alla “pura” Parola. Negli ultimi anni invece hanno man mano cassato dal Libro le parti che parlano in termini “politicamente scorretti” di omosessualità, matrimonio indissolubile e tutto il resto che allude alle “conquiste civili” in modo non allineato con lo “spirito dei tempi”, ossia l’agenda radicale, comprensiva di aborto, eutanasia, contraccezione, atti impuri, femminismo più radicale etc etc., cose in favore delle quali oggi dai loro desolati pulpiti predicano.
L’Eterogenesi dei fini!
Poi faccio comparazioni tra Concilio ultimo e Sinodo attuale.
Il primo disse, giacchè si voleva imitare i protestantesimi europei in disarmo come fossero in rimonta, che bisognava ridare “centralità” alla Parola nella liturgia: e ci sta! Tanto di cappello!
E glissiamo pure sull’insignificante particolare che da allora in poi mai c’è stata tanta ignoranza delle Scritture tra i laici e tanto analfabetismo sui novissimi; mai quanto da allora i sacerdoti avendo ottenuto la “centralità della Parola”, la parola l’hanno tolta a Dio per prendersela loro con i “secondo me” succeduti al “Secondo Giovanni… Marco… Luca”. E sono diventati gli oracoli delle mode del momento che rimpiazzano gli Oracoli del Signore che non avevano tempo.
jesus-christ-gaggedGlissiamo. E veniamo al secondo, il Sinodo. I cui soloni liberal, quegli stessi liberal che all’epoca del Concilio dopo aver ottenuto la “centralità della Parola” e averla subito messa da parte per poter meglio dire che gli pareva, adesso sono giunti alla resa dei conti: la Parola “è lettera morta” dicono, “è solo un simbolo”, una “mitologia”, in ogni caso da non prendere “alla lettera”… come per dire “seriamente”. Anzi, già che ci si trova, specificano di non prenderla proprio in considerazione, perché adesso come adesso “c’è la parola viva”, dice Kasper al Corriere e dice che pure il papa gliel’ha avrebbe detta, e sarebbe:  la sua  e quella dei media.
Quindi proprio i teorici dell’esaltazione della “Parola”, della chiesa “più evangelica”, in un paradosso estremo, sono infine giunti, al pari dei protestanti, a censurare la Parola, tagliando via i passi poco accomodanti o, peggio, in contrasto con la parola d’ordine in vigore nel mondo. Insomma: volevano far parlare Gesù a messa, e dopo avergli dato sulla voce, gli hanno tolto il microfono, e siccome ancora qualcuno poteva sentirlo urlare, hanno finito per mettergli il bavaglio. Perché non disturbi il Manovratore. Nemmeno al Sinodo.
A quei “tradizionalisti” che un tempo storcevano il naso dinanzi a tutta questa “centralità della Parola” a messa e che furono tacciati allora dai liberal d’essere farisei e anti-evangelici e per giunta contrari al dialogo coi “fratelli separati” protestanti, adesso dinanzi alle loro richieste di dare “centralità alla Parola” di Gesù nel Sinodo, gli stessi liberal indispettiti li accusano sempre di essere non solo “farisei e anti-evangelici” ma per giunta “calvinisti”. Peggio: di essere “i soliti protestanti convertiti al cattolicesimo”, così hanno scritto gli amichetti di Kasper sul Venerdì di Repubblica. Alla faccia dei “fratelli separati!”.
http://www.papalepapale.com/cucciamastino/senza-categoria/dalla-centralita-della-parola-al-gesu-imbavagliato/?fb_ref=8411af79fb5b4a4ebd84c69c5051af96-Facebook

giovedì 12 febbraio 2015

sinodo per la Famiglia o contro?

«TEOREMA KASPER», UN ALTRO LIBRO LO DEMOLISCE. MENTRE NESSUNO PORTA ARGOMENTI SOLIDI A SUA DIFESA




Si tiene stasera all’Università Francisco de  Vitoria di Madrid la presentazione del libro Eucaristía y divorcio: ¿Hacia un cambio de doctrina? Ensayo sobre la fecundidad de la enseñanza cristiana (Eucaristia e divorzio: verso un cambiamento della dottrina? Saggio sulla fecondità dell’insegnamento cristiano), pubblicato dalla BAC (Biblioteca de Autores Cristianos) una delle più grandi editrici cattoliche in lingua spagnola, scritto da padre José Granados García, religioso dei Discepoli dei Cuori di Gesù e Maria.
Granados, una laurea in ingegneria elettronica alle spalle, è oggi vice preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia e consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede (nel corso dei suo studi è stato allievo sia del cardinale Gerhard Ludwig Müller, che del gesuita Luis Ladaria, ovvero il numero 1 e il numero 2 della Congregazione per la Dottrina della Fede).

Il libro, come suggerisce il titolo, è una spiegazione della dottrina di sempre sul matrimonio cristiano, della sua indissolubilità e della relativa impossibilità della comunione per i divorziati risposati. E’ un’ampia confutazione delle tesi e delle proposte avanzate dal cardinale Kasper e poi riprese da altri all’ultimo Sinodo sulla famiglia.

Il libro si inserisce in una serie nutrita di pubblicazioni uscite nell’arco di soli sei, sette mesi, per confutare il cosiddetto teorema Kasper. Per citare soli le più note: Permanere nella verità di Cristo, il libro dei cinque cardinali uscito proco prima del Sinodo, il saggio uscito sulla rivista Nova et Vetera firmato da otto teologi di punta statunitensi, l’intervento sulla rivista Communio del cardinali Scola e Ouellet, Il Vangelo della famiglia nel dibattito sinodale. Oltre la proposta del cardinale Kasper scritto dal filosofo Stephan Kampowski e dal teologo Juan José Pérez-Soba.

Quello che non può non colpire è che, a fronte di una produzione copiosa e di alto livello scientifico – che indaga la questione alla luce del Magistero bimillenario, della storia della Chiesa, della patristica e dell’esegesi neotestamentaria – dalla parte dei sostenitori della tesi associata al nome di Kasper si è registrato il silenzio. Non un titolo o un saggio di spessore appunto accademico che abbia cercato di dimostrare la fondatezza scritturistica, patristica, teologica della proposta della comunione ai divorziati e risposati, se non meditazioni e riflessioni incentrate su un concetto soggettivistico di “misericordia”, usato come jolly etico-teologico. 
L’unico libro organico, con pretese di scientificità, a cui ha fatto riferimento Kasper, Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva di Giovanni Cereti, uscito in prima edizione nel 1977, sarebbe rimasto nel dimenticatoio se non fosse stato rilanciato dal cardinale tedesco, essendo stato considerato dagli specialisti fragile e pretestuoso. Ha avuto buon gioco a demolirlo, recentemente, anche il decano degli storici della Chiesa, il cardinale Walter Brandmüller. 

http://www.iltimone.org/32713,News.html

venerdì 19 dicembre 2014

preti più coerenti?

A Natale siamo tutti più buoni ... ma i preti è meglio che siano anche più obbedienti


Con l'arrivo del Natale, si sa, al confessionale c'è la coda (meno male); le richieste di ricevere la comunione - gioiosamente - aumentano, a volte in maniera troppo rapida. E visto che come dice il detto: a Natale siamo tutti più buoni.... anche i preti rischiano di essere più compassionevoli per sentimento che obbedienti al Vangelo e alle sue esigenze. 

In questo frangente, poi, tra Sinodi di vescovi e chiacchiere di teologi, più di un sacerdote è un tantino in confusione sulla retta dottrina e conseguente prassi che ne discende (e non parliamo dei laici!). È meglio, allora, riprendere in mano i documenti vigenti, che regolano proprio adesso, non domani o chissà quando, la distribuzione della Sacra Comunione: quello stesso Corpo che la Vergine Maria depose nella mangiatoia a Betlemme e viene offerto ogni giorno - a chi è pentito e con le dovute disposizioni - dalla Madre Chiesa.

Vi posto, perciò, un documento uscito nel 2000. Si tratta della Dichiarazione sul canone 915 del Codice di Diritto Canonico, dichiarazione intesa a togliere ogni dubbio sulla questione della ricezione della comunione da parte di persone che vivono altre unioni, pur essendo legate da un matrimonio ecclesialmente valido.
Aggiungo qualche commento esplicativo al testo che, lo ribadisco, elimina con molta gentilezza - ma con chiara fermezza - i dubbi che sono stati sollevati in questi mesi (e lo fa con 14 anni di anticipo: e dire che c'è chi afferma che la Chiesa arriva sempre 200 anni dopo....)




DICHIARAZIONE

CIRCA L’AMMISSIBILITÀ ALLA SANTA COMUNIONE DEI DIVORZIATI RISPOSATI

(L’Osservatore Romano, 7 luglio 2000, p. 1; Communicationes, 32 [2000], pp. )


Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che: «Non siano ammessi alla sacra Comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» (can. 915). Negli ultimi anni alcuni autori hanno sostenuto, sulla base di diverse argomentazioni, che questo canone non sarebbe applicabile ai fedeli divorziati risposati [tra questi autori già c'era il cardinal Kasper e altri le cui tesi già cassate vengono di continuo riproposte]. 

Viene riconosciuto che l’Esortazione Apostolica Familiaris consortio (1) del 1981 aveva ribadito, al n. 84, tale divieto in termini inequivocabili [ma se era inequivocabile perché si continua a voler equivocare?], e che esso è stato più volte riaffermato in maniera espressa [non solo una volta allora, e con totale certezza], specialmente nel 1992 dal Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1650, e nel 1994 dalla Lettera Annus internationalis Familiae della Congregazione per la Dottrina della Fede (2). Ciò nonostante, i predetti autori offrono varie interpretazioni del citato canone che concordano nell’escludere da esso in pratica la situazione dei divorziati risposati [si torna sempre alla carica, e anche oggi non è diverso]. 

Ad esempio, poiché il testo parla di «peccato grave» ci sarebbe bisogno di tutte le condizioni, anche soggettive, richieste per l’esistenza di un peccato mortale, per cui il ministro della Comunione non potrebbe emettere ab externo un giudizio del genere; inoltre, perché si parli di perseverare «ostinatamente» in quel peccato, occorrerebbe riscontrare un atteggiamento di sfida del fedele, dopo una legittima ammonizione del Pastore.

Davanti a questo preteso contrasto tra la disciplina del Codice del 1983 e gli insegnamenti costanti della Chiesa in materia, questo Pontificio Consiglio, d’accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede e con la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, dichiara quanto segue [qui si dice che non c'è nessun contrasto, e che le Congregazioni nel 2000 erano assolutamente d'accordo. E allora che cosa sarebbe cambiato oggi?]:

1. La proibizione fatta nel citato canone, per sua natura, deriva dalla legge divina e trascende l’ambito delle leggi ecclesiastiche positive: queste non possono indurre cambiamenti legislativi che si oppongano alla dottrina della Chiesa. [chi fa il furbetto e vuol "cambiare solo la prassi" deve ricredersi, non sta alla Chiesa, né tantomeno agli uomini di Chiesa] Il testo scritturistico cui si rifà sempre la tradizione ecclesiale è quello di San Paolo: «Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11, 27-29) (3).

Questo testo concerne anzitutto lo stesso fedele e la sua coscienza morale, e ciò è formulato dal Codice al successivo canone 916. Ma l’essere indegno perché si è in stato di peccato pone anche un grave problema giuridico nella Chiesa: appunto al termine «indegno» si rifà il canone del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali che è parallelo al can. 915 latino: «Devono essere allontanati dal ricevere la Divina Eucaristia coloro che sono pubblicamente indegni» (can. 712). In effetti, ricevere il corpo di Cristo essendo pubblicamente indegno costituisce un danno oggettivo per la comunione ecclesiale; è un comportamento che attenta ai diritti della Chiesa e di tutti i fedeli a vivere in coerenza con le esigenze di quella comunione. Nel caso concreto dell’ammissione alla sacra Comunione dei fedeli divorziati risposati, lo scandalo, inteso quale azione che muove gli altri verso il male, riguarda nel contempo il sacramento dell’Eucaristia e l’indissolubilità del matrimonio. [lo scandalo è ciò che muove altri verso il male, ovvero a dire faccio anche io così. Non è ciò che fa gridare scandalizzati, ma anzi, ciò che induce in tentazione]. Tale scandalo sussiste anche se, purtroppo, siffatto comportamento non destasse più meraviglia: anzi è appunto dinanzi alla deformazione delle coscienze, che si rende più necessaria nei Pastori un’azione, paziente quanto ferma, a tutela della santità dei sacramenti, a difesa della moralità cristiana e per la retta formazione dei fedeli. [Viene affermato che lungi dal ritenere ormai accettabile una prassi per il vasto numero di casi, bisogna adesso, ancora con più coerenza, richiamare i vacillanti e soccorrere i caduti, non distribuire sacramenti tanto per quietare le rivendicazioni].

2. Qualunque interpretazione del can. 915 che si opponga al suo contenuto sostanziale, dichiarato ininterrottamente dal Magistero e dalla disciplina della Chiesa nei secoli, è chiaramente fuorviante [capito: qualunque interpretazione contraria è fuorviante, lo dice il Vaticano]. Non si può confondere il rispetto delle parole della legge (cfr. can. 17) con l’uso improprio delle stesse parole come strumenti per relativizzare o svuotare la sostanza dei precetti [è l'atteggiamento dei farisei, rispettare le parole evangeliche e svuotarle per fare il contrario quando sono viste troppo esigenti].

La formula «e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» è chiara e va compresa in un modo che non deformi il suo senso, rendendo la norma inapplicabile. Le tre condizioni richieste sono:
a) il peccato grave, inteso oggettivamente, perché dell’imputabilità soggettiva il ministro della Comunione non potrebbe giudicare [qualcuno al Sinodo è tornato a chiedere l'analisi dal punto di vista soggettivo, già esclusa e motivatamente qui];

b) l’ostinata perseveranza, che significa l’esistenza di una situazione oggettiva di peccato che dura nel tempo e a cui la volontà del fedele non mette fine, non essendo necessari altri requisiti (atteggiamento di sfida, ammonizione previa, ecc.) perché si verifichi la situazione nella sua fondamentale gravità ecclesiale;

c) il carattere manifesto della situazione di peccato grave abituale.
[Dopo aver chiarito la giustizia, ecco che però arriva la misericordia: non è stata inventata da poco e la Chiesa è Madre da parecchio....: ]

Non si trovano invece in situazione di peccato grave abituale i fedeli divorziati risposati che, non potendo per seri motivi -quali, ad esempio, l’educazione dei figli- «soddisfare l’obbligo della separazione, assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Familiaris consortio, n. 84), e che sulla base di tale proposito hanno ricevuto il sacramento della Penitenza. Poiché il fatto che tali fedeli non vivono more uxorio è di per sé occulto, mentre la loro condizione di divorziati risposati è di per sé manifesta, essi potranno accedere alla Comunione eucaristica solo remoto scandalo. [chi trasforma il secondo matrimonio in una amicizia anche stabile, per il bene dei figli, può confessarsi e comunicarsi, in modo che questo però non sia interpretato malamente da chi li conosce]

3. Naturalmente la prudenza pastorale consiglia vivamente di evitare che si debba arrivare a casi di pubblico diniego della sacra Comunione. I Pastori devono adoperarsi per spiegare ai fedeli interessati il vero senso ecclesiale della norma, in modo che essi possano comprenderla o almeno rispettarla [nella predicazione o nei consigli nel confessionale, cari amici sacerdoti, perdiamo un po' di tempo, non lasciamo solo a giornali e TV il privilegio di formare le coscienze delle persone affidate alle nostre cure pastorali!].

Quando però si presentino situazioni in cui quelle precauzioni non abbiano avuto effetto o non siano state possibili, il ministro della distribuzione della Comunione deve rifiutarsi di darla a chi sia pubblicamente indegno. Lo farà con estrema carità, e cercherà di spiegare al momento opportuno le ragioni che a ciò l’hanno obbligato. [Questa evidentemente è l'extrema ratio, la difesa a gesti di sfida, ahimé non così infrequenti]. Deve però farlo anche con fermezza, consapevole del valore che tali segni di fortezza hanno per il bene della Chiesa e delle anime.

Il discernimento dei casi di esclusione dalla Comunione eucaristica dei fedeli, che si trovino nella descritta condizione, spetta al Sacerdote responsabile della comunità. Questi darà precise istruzioni al diacono o all’eventuale ministro straordinario circa il modo di comportarsi nelle situazioni concrete. [il parroco ha la cura pastorale: il diacono si deve adeguare al suo pastore, non può scegliere in proprio, tantomeno gli eventuali ministri straordinari.]

4. Tenuto conto della natura della succitata norma (cfr. n. 1), nessuna autorità ecclesiastica può dispensare in alcun caso da quest’obbligo del ministro della sacra Comunione, né emanare direttive che lo contraddicano. [questo num. 4 è fortissimo: nessuna autorità ecclesiastica comprende il Romano Pontefice. Chiaro? Non mettiamo dunque in giro false aspettative. E se vengono emanate direttive contrarie da un vescovo o da un prete, sono da considerarsi irrilevanti, da non seguire.]

5. La Chiesa riafferma la sua sollecitudine materna per i fedeli che si trovano in questa situazione o in altre analoghe, che impediscano di essere ammessi alla mensa eucaristica. Quanto esposto in questa Dichiarazione non è in contraddizione con il grande desiderio di favorire la partecipazione di quei figli alla vita ecclesiale, che si può già esprimere in molte forme compatibili con la loro situazione. [ancora sulla misericordia e sulla verità, che fa parte della carità del pastore per le pecore a lui affidate]. Anzi, il dovere di ribadire questa non possibilità di ammettere all’Eucaristia è condizione di vera pastoralità, di autentica preoccupazione per il bene di questi fedeli e di tutta la Chiesa, poiché indica le condizioni necessarie per la pienezza di quella conversione, cui tutti sono sempre invitati dal Signore, in modo particolare durante quest’Anno Santo del Grande Giubileo.

Dal Vaticano, 24 giugno 2000. 

Solennità della Natività di San Giovanni Battista

Julián Herranz 
Arcivescovo tit. di Vertara
Presidente
Bruno Bertagna 
Vescovo tit. di Drivasto
Segretario


Note:
(1) AAS, 73 (1981), pp. 185-186.
(2) AAS, 86 (1994), pp. 974-979.
(3) Cfr. CONCILIO DI TRENTO, Decreto sul sacramento dell’Eucaristia: DH 1646-1647, 1661.

La presente dichiarazione è consultabile qui sul sito del Vaticano


Testo preso da: Cantuale Antonianum http://www.cantualeantonianum.com/#ixzz3MOHY6QZy
http://www.cantualeantonianum.com 

giovedì 16 ottobre 2014

attori che cercano di sopravvivere a se stessi

Sinodo, Cacciari: “Chiesa è forte se resta inattuale, non è agenzia qualunque”

di Marco Guerra
“La forza della Chiesa è nel diffondere un messaggio inattuale che non appartiene ad un determinato periodo storico”. A pronunciare questo giudizio non è uno vescovo tradizionalista o un intellettuale conservatore ma il filoso e politico Massimo Cacciari che, sentito da IntelligoNews, ha espresso grande  apprezzamento per la capacità di confronto manifestata dalla Chiesa in occasione del Sinodo pur mettendo a fuoco i rischi legati al voler essere a tutti costi “al passo con i tempi”.
Cacciari, che immagine sta dando la Chiesa di se stessa con questo Sinodo?
“Certamente con questo Sinodo la Chiesa sta dando un’immagine di grande vivacità. Si possono avere  giudizi anche negativi sulle posizioni progressiste di Kasper, tuttavia va comunque preso atto del dibattito che riguarda non solo i fedeli ma la società in generale perché al centro del Sinodo sulla famiglia ci sono questioni che riguardano tutti da un punto di vista antropologico. La Chiesa sta affrontando tutto questo ad una certa ‘altezza’ e con grande serietà, malgrado le chiacchiere che arrivano sui media, e si dimostra consapevole della pregnanza di questi temi nella società odierna”.
Da dopo il ’68 la Chiesa è stata una delle ultime agenzie di senso, anche se il termine non è religioso. È ancora così o servono dei cambiamenti per mantenere questo ruolo?
“La Chiesa rimarrà  un’”agenzia di senso”, per usare il suo termine, fino a quando darà voce a delle finalità complessive dell’essere umano; è chiaro che non può ridursi a compromessi con le mode del momento, l’inattualità è proprio la forza della Chiesa. Insomma il discorso dell’indissolubilità del matrimonio può anche non piacere, o persino far sorridere ai tempi di oggi, ma la forza del messaggio della Chiesa è proprio il ‘non essere del tempo’. Scendere ad accomodamenti della dottrina per stare ai tempi significa far diventare la Chiesa una delle tante agenzie del mondo moderno”
sinodo. Secondo Mario Adinolfi c’è la necessità di un Sinodo dei laici per discutere dei grandi temi della vita: nascere, amare e morire. Lei che ne pensa?
“E chi sarebbero questi laici chiamati a discutere? E a nome di chi? No, non sono d’accordo, i laici hanno le loro sedi per discutere e se ne hanno voglia si incontrano”.
Non crede che sia il caso di alzare il livello della discussione? In Italia i temi etici sono affrontati in modo superficiale nei siparietti dei comici da prima serata …
“No, ci sono anche intellettuali laici che affrontano e approfondiscono seriamente questi temi con libri, studi e convegni. È chiaro però che fa più eco il sinodo dei vescovi, anche perché i laici non sono investiti da nessuno e spesso assumono posizioni autoreferenziali, per questo troverei ridicolo un sinodo dei laici”.
Il confronto sui temi fondamentali della vita umana sembra ormai scomparso dalla politica. Secondo alcuni, la cena a villa Certosa tra Luxuria e Berlusconi ha mostrato le due vere facce della medaglia della cultura liberale post sessantottina …
“Ma quale risvolto culturale ci vuoi vedere nell’incontro tra Berlusconi e Luxuria?! Ma figuriamoci! Sono solo due uomini di spettacolo che cercano di sopravvivere a se stessi”.

http://www.intelligonews.it/sinodo-cacciari-bene-il-dibattito-ma-chiesa-e-forte-se-resta-inattuale-non-e-agenzia-qualunque/

lunedì 13 ottobre 2014

vieni e continua a peccare

Cari padri sinodali, non rubateci la speranza

di Riccardo Cascioli


Cari padri sinodali,
in questi giorni sono stati diversi gli interventi dentro e fuori l’aula del Sinodo che hanno dipinto coloro che sono contrari alla comunione per i divorziati risposati come persone che vogliono una “Chiesa dei puri”, “dei perfetti”, perciò una Chiesa elitaria, mentre Gesù è venuto per i peccatori e la Chiesa deve essere aperta a tutti. Ovviamente questa descrizione fa la gioia di tanti giornalisti e intellettuali, che già di loro tendono a dividere la Chiesa in buoni e cattivi.

Ma non è questo il problema. Lo è invece il fatto che personalmente non mi ritrovo affatto in questo giudizio. Per quanto mi riguarda sono ben cosciente di essere un povero peccatore e di avere un estremo bisogno della Misericordia del Signore. Non potrei per questo vagheggiare una “Chiesa dei puri”, perché ne sarei irrimediabilmente escluso. Eppure sono contrario alla Comunione per i divorziati risposati, o comunque per chi vive in situazioni irregolari. Anzi, è proprio perché sono cosciente di essere un peccatore che sono contrario.

Provo a spiegarmi: la consapevolezza del mio peccato mi fa desiderare che qualcuno venga a salvarmi. E salvare vuol dire che qualcuno mi liberi da questa situazione, non che metta in pace la coscienza dicendomi che va bene così. È come quando uno è in mare aperto e sa di non sapere nuotare fino a riva: spera che passi una nave, una barca, andrebbe bene anche un gommone o una tavola di legno, qualcosa insomma che possa dare la possibilità di arrivare sano e salvo a riva, che faccia uscire dall’acqua. Che aiuto sarebbe se passasse un peschereccio e invece di trarre in salvo il naufrago i pescatori lo valorizzassero lodandolo per come sa stare bene a galla? Nell’immediato magari darebbe sollievo psicologico, ma sarebbe la condanna a morte.

Ecco, la speranza che mi è nata incontrando Cristo si fonda proprio nella certezza che un’altra vita è possibile; una certezza che nasce dallo sperimentare la misericordia di Dio ogni volta che cado, ma dove anche «propongo di non farlo mai più». È proprio questo proposito che mi rilancia nella vita. Per non stancarsi mai di chiedere perdono, come tante volte ci ha invitato papa Francesco, c’è bisogno di sapere che dalla mia condizione posso uscire. Concretamente, non metaforicamente. «Anch’io non ti condanno, Va’ e non peccare più». Se la frase di Gesù si fermasse a «..Va’» non ci sarebbe speranza, perché l’esperienza del peccato è davvero l’esperienza della morte; e bisogna sapere che c’è la vita per poter sperare. 

Come nella parabola del padre misericordioso (o del figliol prodigo): il figlio si rende conto di aver sbagliato e abbandona il peccato per tornare alla casa del padre. Non ci torna con prostitute e maiali («nel senso del purcel», direbbe Jannacci), né il padre gli dice di andarli a prendere che tanto gli vuole bene lo stesso.

Se non fosse chiaro cosa è bene e cosa è male, e non fosse chiaro il confine da superare per passare da una condizione all’altra non ci sarebbe più neanche la speranza del bene.

Mi rendo conto che ci sono situazioni davvero difficili, di sofferenza, ma l’appartenenza alla Chiesa non coincide con l’accostarsi alla comunione. Perché non guardare e non ascoltare quelle tante coppie, tante famiglie che vivono quotidianamente la stessa o altre sofferenze seguendo le indicazioni della Chiesa e proprio per questo vi sperimentano un’appartenenza più profonda? Non possono queste essere un esempio anche per le altre coppie che si sentono frustrate? Se davvero siete pastori che sentono l’odore delle pecore non potete non conoscere esempi meravigliosi di coppie che si santificano nel seguire il magistero della Chiesa. Perché di queste coppie non v’è traccia al Sinodo? 

Stabilire per principio (e ribadisco per principio) che nella situazione di peccato si può permanere essendo contemporaneamente in stato di grazia (condizione necessaria per accostarsi alla comunione), non è un atto di misericordia, è l’assassinio della speranza. Mantenere con chiarezza il confine tra il bene e il male non è la condanna di noi peccatori, ma la nostra speranza. 

Papa Francesco tante volte ci ha invitato a «non lasciarci rubare la speranza».

Ecco, per questo cari padri sinodali, vi chiedo: a noi peccatori non rubate la speranza.
Riccardo Cascioli