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giovedì 11 maggio 2017

il futuro appartiene alle minoranze

"E’ ora di lasciare la panchina ed entrare in campo". La missione dei "nuovi cattolici" nel deserto spirituale francese

Intervista all’abbé Pierre-Hervé Grosjean, "il prete più conosciuto di Francia". "Siamo una minoranza, ma più visibili. Minoritari, ma più ferventi"

 

Roma. "Il cattolicesimo francese conosce una situazione inedita: in più di centocinquant’anni di storia non è mai stato così minoritario. Due esempi lo illustrano: l’età media dei sacerdoti è di 75 anni e solo un terzo dei bambini è oggi battezzato". Parte da qui, l’abbé Pierre-Hervé Grosjean,  39 anni, definito "il sacerdote più conosciuto di Francia" data la sua costante presenza sui social network,  per fotografare lo stato del cattolicesimo in Francia. Dato il quadro, "significa che ci saranno ancora meno sacerdoti e che nei prossimi venti o trent’anni gli adulti che vivranno in Francia non conosceranno più Gesù Cristo. Allo stesso tempo, io credo che noi non saremo mai una minoranza come le altre, una minoranza tra le altre : non si cancellano in un colpo millecinquecento anni di storia cristiana".

Grosjean, che è tra i fondatori di padreblog.fr, un blog di sacerdoti che dicono la loro in maniera schietta sui temi d’attualità, grandi e piccoli, da tempo parla dell’esigenza di sviluppare un "cattolicesimo senza complessi" , quasi disinibito. E questo perché, dice al Foglio, "una minoranza che non comunica è condannata a morire. Quando si è una minoranza, si è tentati di diluirsi o di richiudersi in se stessi. In un caso come nell’altro significa rinunciare a essere presenti. Si tratta di abbandono, diserzione. Una parola impossibile per i cristiani!".

"Io – aggiunge l’abbé – credo che l’avvento dei cattolici senza complessi, imperturbabili, sia una necessità : noi siamo costretti a testimoniare, a rendere conto della speranza che ci anima. Abbiamo anche bisogno di reinventare i modi per trasmettere il messaggio del cristianesimo. Questo è ciò che disse un giorno il Papa Benedetto XVI, il futuro appartiene alle minoranze creative".

La grande speranza sono i giovani, spiega padre Grosjean, autore tra le altre cose del libro Catholiques, engageons-nous! (Artège, 2016): "Le giovani generazioni hanno naturalmente le loro debolezze, ma sono particolarmente generose. Sono state prese di mira fin dalla più giovane età, hanno dovuto assicurare la sua fede cristiana, argomentare e dibattere. Ma hanno anche trovato dei luoghi di guarigione, necessari a nutrire questa testimonianza. I nostri pellegrinaggi, i nostri santuari (Lourdes, Rocamadour,...) sono frequentati da molti giovani che riscoprono pratiche un po’ abbandonate dai loro genitori, come l’adorazione eucaristica o la confessione. Nelle nostre grandi città, le parrocchie di giovani si sviluppano e sono come oasi in un deserto spirituale", dice padre Grosjean. "Molti giovani non hanno paura di impegnarsi nel mondo caritativo, nel sociale, anche nelle periferie".

Insomma, se proprio si volesse cercare uno slogan, una sintesi alla nuova forma di presenza, si potrebbe dire "inferiori di numero ma più visibili ; minoritari ma più ferventi. E’ questo che caratterizza oggi i giovani cattolici francesi. I sacerdoti che come me li accompagnano, sono influenzati dal loro desiderio di essere testimoni di un tesoro che (noi crediamo), ha sconvolto il mondo: il Vangelo".

Matteo Matzuzzi

martedì 15 dicembre 2015

'io vivo come mi pare'

"Il terrorismo forse passerà, ma il problema dell'Occidente che non conosce più se stesso rimarrà"





Il cardinale Sarah: l'islamismo "ha trovato un ventre molle da colpire. Qui conta solo l'assunto 'io vivo come mi pare'"

Roma. "L’Europa è in pericolo perché ha dimenticato Dio, e di conseguenza la sua cultura, la sua storia, le sue radici, la sua identità. Il fenomeno del terrorismo di matrice islamica potrà anche essere un fenomeno temporaneo, tutti ce lo auguriamo, ma il problema di un Occidente che non conosce più se stesso rimarrà tragicamente anche dopo". A parlare è il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti, in una lunga intervista concessa all'agenzia in lingua tedesca Kath.net. Sarah tocca molti temi, dalla liturgia – le irregolarità nel cui ambito sono dovute "a un problema di fede", visto che "senza una chiara ecclesiologia eucaristica e una cristologia centrata nella santa messa è inutile parlare di 'riforma della riforma'" – al Sinodo sulla famiglia dello scorso ottobre. Ma è necessario partire da quanto avviene nel mondo sconvolto da quella "Terza guerra mondiale a pezzi" di cui più volte ha parlato il Papa. Il porporato guineano spiega che "l'unica via perché si realizzi una convivenza tra le religioni è che si instauri tra tutti un dialogo umano sui valori umani e morali che ci uniscono, come la dignità eminente della persona umana, la vita e la famiglia". Un dialogo teologico, invece, "mi sembra oggettivamente difficile", dice. Sarah va oltre, guarda i luoghi colpiti dagli attentatori a Parigi, tutti posti "che noi riteniamo espressione della 'vita': libertà, che spesso sfocia in anarchia; divertimento; spensieratezza. Ora mi chiedo: l’Occidente è solo questo? E’ solo poter godere di una libertà sfrenata? E’ per questo che tutti dicono 'Je suis Paris', senza capire cosa significhi veramente? Io credo proprio di no", osserva Sarah, che aggiunge: "Ed è questo che la degenerazione di una parte dell’islam, che si concretizza in maniera fallace nello spirito terroristico, colpisce: questi terroristi trovano un ventre molle da colpire, in cui l’assenza di Dio e di identità ci ha reso deboli e senza difese, e quindi neppure capaci di avanzare una proposta di vita positiva che non sia l’assunto 'io vivo come mi pare'". 

ARTICOLI CORRELATI Diavolo d'un occidente Il benedetto africano Il Papa va a toccare un pezzo della Terza guerra mondiale Notiziola: è morto l’uomo occidentale Prosciolte in Germania le ronde pro sharia. Avevano la pettorina arancione e non una divisa ufficialeLa "debolezza più grande" dell'Europa, che Robert Sarah definisce "il peccato mortale" è "l'apostasia silenziosa di cui parlava già san Giovanni Paolo II. Ovvero la volontà di costruire un umanesimo senza Dio". E' questo uno degli argomenti forti di "Dio o niente", il libro che il cardinale ha mandato in stampa nei mesi scorsi (in Italia è edito da Cantagalli): "L'Europa e la società occidentale in generale si sono allontanate da Dio, non più e non solo sulla base di un rifiuto della sua esistenza, ma anche, nelle sue estreme conseguenze, sull'indifferenza riguardo al senso religioso. Così – sottolinea – l’affermazione tipica della post-modernità, che nasce con la rivoluzione dei costumi degli anni Sessanta, per cui Dio non esiste, oggi è divenuta 'che ci sia o non ci sia, poco importa: ciascuno è libero di credere ciò che vuole, purché in privato'". Ma "questo significa negare tutto, negare che l’uomo possa ricercare la Verità (in quanto essa sarebbe inutile): infatti poiché tutto è uguale, nulla conta più. Ma questo relativismo è molto peggio del nichilismo. L’occidente perciò oggi vuole vivere escludendo la possibilità di rispondere ai grandi “perché” della vita, senza avere riferimenti al bene integrale, e ai valori della carità e della giustizia. Sempre Papa Benedetto ha detto che 'solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita, solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita'. Ecco – dice Sarah – l’occidente, non solo l’Europa, è in pericolo perché in questo processo di dimenticanza di Dio ha distrutto ciò che il cristianesimo ha dato di più alto e bello: il rispetto della vita, della dignità dell’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio".

Il problema è poi la "pretesa, spesso violenta, dell'occidente, di esportare questa sua decadenza anche in ciò che occidente non è. Ma chiedo: se la vita non ha non ha nella Verità il suo fine ultimo, ha senso vivere? Dunque io credo che possiamo ripartire solo facendo rientrare Dio nella nostra vita. Dobbiamo riuscire a rimettere Dio al centro dei nostri pensieri, al centro del nostro agire, al centro del nostra vita, all’unico posto che deve occupare, affinché il nostro cammino di cristiani possa gravitare attorno a questa roccia che è Dio, a questa solida certezza della nostra fede cristiana". La soluzione possibile? "Torniamo a pregare. Dobbiamo dare tempo a Dio".

Oggi, però, pare prevalere la necessità di seguire le mode del tempo. In tutti i campi: "Anche nella chiesa e tra molti sacerdoti, vescovi e cardinali, si ritiene che per andare incontro ai problemi del mondo ci si debba adeguare ad esso, ignorando la parola senza ambiguità di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio e staccando, per misericordia, la pastorale dalla dottrina. E lo si fa per comodità, per non rischiare, per non apparire politicamente scorretti". Questo, afferma Sarah a Kath.net, "si chiama mondanità, che è quanto di peggio possa colpire i cristiani, laici o consacrati, ed è il pericolo a cui ci richiama sempre Papa Francesco. Consiglio a tutti una bella lettura, il romanzo 'Il potere e la gloria' di Graham Greene, per verificare quanto dico. Eppure proprio Gesù ci ha chiesto di essere 'nel' mondo, non 'del' mondo (Gv 15, 18-21). Oggi anziché affermare la bellezza di un sacramento come il matrimonio, la sua apertura alla vita, l’essere base della società di domani, ci incartiamo sulle cose che non funzionano. E’ come se io dicessi che è meglio non costruire una casa per paura del terremoto, pur avendo però gli strumenti per prevenirlo e per rendere quella casa più solida".

http://www.ilfoglio.it/chiesa/2015/12/11/il-terrorismo-forse-passer-ma-il-problema-delloccidente-che-non-conosce-pi-se-stesso-rimarr-tragicamente___1-v-135954-rubriche_c154.htm

lunedì 21 settembre 2015

la corruzione della Chiesa


La crisi della Chiesa ? “Ragiona secondo il mondo”. Parla monsignor Negri.


Mons.-Luigi-Negri

“La sua crisi è gravissima, e per questo la possibilità d’incidenza della Chiesa in Italia è compromessa da una sostanziale inerzia di tante realtà cattoliche che fino ad ora erano risultate decisive”.
di Matteo Matzuzzi
“Mi rendo conto che quello che sto per dire non è in linea con l’ottimismo imperante, ma la società italiana è contraria alla Chiesa”. Mons. Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, è preoccupato. Guarda fuori l’arcivescovado, riflette e “senza scadere nei purtroppo consueti toni da bar”, fa la diagnosi dello stato di salute della chiesa nella nostra società. “Noto una certa coesione, dentro il mondo ecclesiastico e dei movimenti, sul fatto che non bisogna mettere in crisi l’unità della società.
Mons. Negri con Benedetto XVI
Mons. Negri con Benedetto XVI
Ma questi non comprendono che l’unità di questa società è l’unità contro la chiesa, e non mettersi contro un’unità che è contro la chiesa, vuol dire di fatto favorire l’attacco alla Chiesa”. E questa, dice “è la prima esperienza intellettuale e morale che si prova quando si accosta il variegato mondo della cristianità italiana”. La situazione, spiega, “è paradossale”: “L’attacco è frontale, e investe le radici stesse non tanto – o soltanto – della fede, ma della società”.
Gli esempi sono quelli di cui tanto si discute: “Penso alla questione del gender, della sacralità della vita. Di fronte a questi attacchi è come se il mondo cattolico non dico che guardi da un’altra parte ma peggio: rischia di non accorgersi affatto della pervasività di questo attacco, non vedendo cose che normalmente si vedono a occhio nudo”. C’è anche la responsabilità della chiesa o, almeno, di qualche suo settore, facciamo notare. “Certo, il fatto che molta chiesa italiana sul gender non abbia detto niente, o quasi, costituisce uno scandalo per i credenti”. Il Papa, però, le parole sul gender le ha dette. Ci sono intere catechesi del mercoledì sul tema. “Mi domando se la cosiddetta teoria del gender non sia espressione di una frustrazione che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa”, diceva lo scorso aprile, ad esempio.
“È vero”, dice l’arcivescovo di Ferrara: “Il Santo Padre è ripetutamente intervenuto sulla questione del gender, ed è stato non soltanto inequivocabile ma ha spinto a una azione sociale. Ora – dice Negri – dobbiamo riconoscere che gli inviti del Santo Padre non dico che siano stati disattesi ma certamente non sono stati un punto di promozione, tranne che per un gruppo di ecclesiastici italiani che parlando alle loro diocesi, e io mi metto fra questi, hanno reso possibile la partecipazione di tanto mondo cattolico a una manifestazione (il 20 giugno) che, anche dal punto di vista sociale, ha avuto il rilievo che conosciamo. Si tratta di chiarire dunque dove sta la ragione di questa grande debolezza”.
Domanda che si è posto anche il cardinale Rylko, a giudizio del quale “la manifestazione di Roma non è stata una manifestazione contro qualcuno, ma ha voluto essere un umile servizio alla grande causa dell’uomo, oggi minacciata da più parti”. Dove stia, la ragione della debolezza, Negri lo dice subito dopo: “Come dice san Giacomo, la religione pura consiste nel soccorrere i bisognosi ma soprattutto nel non uniformarsi alla mentalità di questo mondo”. Il problema è che “oggi ci troviamo di fronte una cristianità che ragiona secondo il mondo e che non ha la forza di opporre al mondo un’alternativa sul piano della verità della vita. In tal senso ci troviamo di fronte a una crisi culturale della cristianità italiana”. Il problema è che ormai “i criteri fondamentali di giudizio della realtà sono presi dalla mentalità mondana e ci si rassegna a occupare solo gli spazi che questa società consente, ovvero spazi di spiritualità individuale e di iniziative caritative depotenziate, come ci ricorda Benedetto XVI all’inizio della Caritas in Veritate, quando scrive che “senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo”. Un quadro allarmante, una diagnosi che necessiterebbe di una terapia forte: “Credo davvero che occorra, a tutti i livelli e ciascuno nel suo campo, riproporre il cristianesimo nella sua oggettiva radicalità, per renderlo attuale ovvero un’esperienza pienamente corrispondente alle esigenze dell’uomo d’oggi”.
Si potrebbe obiettare a mons. Negri che – considerato il livello di secolarizzazione che ormai ha permeato anche la società italiana – la terapia delineata appare di non così facile applicazione. Soprattutto, non si vede chi potrebbe metterla in pratica: “Devo dire che a questo livello la delusione più cocente – non solo mia ma di molti ecclesiastici veramente preoccupati per la presenza significativa del cristianesimo nella nostra società – è la sostanziale vanificazione del mondo associativo e laicale: è come se non ci fossero più i movimenti e le associazioni a sostenere il necessario e continuo confronto col mondo. La speciosa giustificazione è che non è più il tempo delle proposte forti che, quando ci sono, vengono additate come crociate. Senza considerare poi il fatto che un minimo di sensibilità storica dovrebbe far vergognare del modo con cui tanto mondo cattolico parla di crociate, fenomeno che non si conosce assolutamente e che viene criminalizzato sulla base di un laicismo insopportabile”. A ogni modo, dal torpore qualcuno s’è svegliato, andando oltre il caos calmo in cui versa la disorientata Cei di questo ultimo biennio: “Penso in particolare a quando alcuni vescovi hanno parlato con chiarezza, ad esempio nel caso della manifestazione del 20 giugno scorso, e la maggior parte del popolo cattolico ha risposto, totalmente incurante dei dissidi interni alla Conferenza episcopale italiana.
Questo ci dice che forse l’aspetto determinante, e l’ho anche scritto più volte, è che l’episcopato di base ha ripreso la sua funzione di guida”. Sull’associazionismo, l’arcivescovo di Ferrara è drastico: “La sua crisi è gravissima, e per questo la possibilità d’incidenza della chiesa in Italia è compromessa da una sostanziale inerzia di tante realtà cattoliche che fino ad ora erano risultate decisive”. La conversazione si sposta poi sul dramma dei cristiani perseguitati in vicino e medio oriente. “La terribile esperienza di violenze rende chiaro che l’Isis ha dichiarato esplicitamente guerra al mondo e non conosce regole, quelle regole che sono nate dalla grande civiltà del diritto, soprattutto occidentale. Lì, infatti, si ammazzano donne, bambini, anziani, si stupra, si violenta, si distruggono i grandi monumenti della cultura e dell’arte mondiale”. E per fermare lo sterminio, bisogna agire. Non ha dubbi, mons. Negri: “La nostra cristianità, a certi livelli di responsabilità culturale e istituzionale, non si è ancora resa conto che forse è il momento di riprendere, con gli opportuni aggiornamenti e con le necessarie articolazioni, quell’idea fondamentale di san Tommaso d’Aquino – fatta propria dalla tradizione della dottrina sociale della chiesa – per cui è tollerabile che esista una forte azione di legittima difesa e di protezione, anche armata se necessario”.
Agire così, però, presuppone una profonda riflessione, “perché per ipotizzare l’idea di una esperienza come questa, comunque eccezionale, bisognerebbe avere dei valori per cui si vive, per cui si lotta e per cui si è disposti a morire. Questo occidente ha tali valori?”, si domanda il presule, prima di toccare la questione che più d’ogni altra sta coinvolgendo l’Europa, con le migliaia di profughi che bussano alle porte dell’Unione: “E’ un fenomeno di migrazione epocale, certamente già accaduto ma in modo meno marcato in altri momenti della storia dell’occidente, che non si può affrontare senza una cultura adeguata. Non si può ridurre il problema a un banale ‘tutti dentro o tutti fuori’, insopportabile semplificazione di un razzismo incondivisibile, ma neanche a un buonismo che, alla lunga, non è certamente una soluzione. Occorre che l’occidente si renda conto di quello che è in gioco in tutti i suoi aspetti fino alle possibili conseguenze”.
Ma la cultura che domina oggi l’occidente, qual è? “E’ ciò che rimane dell’orrenda crisi delle ideologie moderne contemporanee con la loro presunzione ateistica? E’ una cultura di tipo individualistico, consumistico, che vede la tecnoscienza come la soluzione di tutti i problemi? Questa – dice Negri – non è affatto cultura. E non si può stare di fronte a una massiccia migrazione, come quella che sta avvenendo, se non si hanno ragioni adeguate per vivere e per affrontare correttamente la realtà”. Questo occidente, invece, “è disposto a vendere tutto, anima compresa; anche perché nella maggior parte dei casi l’occidente non sa neanche più di avere un’anima. Il che significa, a mio parere di pastore, che oggi la grande responsabilità ecclesiale è quella di una nuova radicale evangelizzazione, ovvero di un cammino educativo che riformi il popolo cristiano e che lo metta in grado di assumersi tutte le conseguenti responsabilità culturali, sociali, politiche e caritative”.
© Il Foglio (10/09/2015)

sabato 23 maggio 2015

NON INGANNATE LA POVERA GENTE

SARAH: NON INGANNARE LA GENTE CON LA PAROLA «MISERICORDIA». DIO PERDONA I PECCATI, MA SE CI PENTIAMO








«Se si considera l’eucarestia come un pasto da condividere, da cui nessuno può essere escluso, allora si perde il senso del Mistero». Così ha detto il cardinale Robert Sarah, da pochi mesi prefetto della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti, intervenuto al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia in occasione della presentazione della collana “Famiglia, lavori in corso”, una raccolta di saggi editi dalla casa editrice Cantagalli, in vista del prossimo Sinodo ordinario di ottobre. Una collana che ha l’obiettivo di stimolare il confronto e di toccare tutti i temi “caldi”: omosessualità, sessualità, divorzio, procreazione assistita, eutanasia, celibato. Tre volumi hanno aperto la collana, due dei quali scritti da docenti presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia: “Eucaristia e divorzio: cambia la dottrina?” di José Granados (che è anche stato nominato consultore del Sinodo dei vescovi) e “Famiglie diverse: espressioni imperfette dello stesso ideale?” di Stephan Kampowski. Il terzo, “Cosa ne pensa Gesù dei divorziati risposati?” è opera di Luis Sanchez Navarro, ordinario di Nuovo Testamento alla Università San Damaso di Madrid. Il Foglio aveva anticipato ampi estratti dei libri dei professori Granados e Sanchez il 15 aprile scorso.

«L’Occidente – ha detto Sarah rispondendo a braccio ad alcune domande che gli sono state poste dall'uditorio – si sta adeguando sulle proprie illusioni». Il problema di tutto, ha rimarcato più volte il porporato, di cui Il Foglio ha anticipato per l’Italia lo scorso 13 marzo un lungo estratto del libro “Dieu ou rien” uscito in Francia presso Fayard, è nella fede. «Se si pensa che anche nel rito del Battesimo non si menziona più la parola "fede", quando ai genitori viene domandato cosa si chiede per il bambino alla Chiesa di Dio, si comprende l’entità del problema», ha aggiunto il cardinale guineano, che ha anche biasimato il senso che viene dato oggi al Catechismo: «I bambini fanno disegni e non imparano nulla, non vanno a Messa». Quanto al Sinodo prossimo venturo, l’invito è a non farsi illusioni su cambiamenti epocali: «La gente crede che ci sarà una rivoluzione, ma non potrà essere così. Perché la dottrina non appartiene a qualcuno, ma è di Cristo». Dopo l'appuntamento dello scorso ottobre, ha osservato Sarah presentando i tre volumi, «fu chiaro che il vero fulcro non era e non è solo la questione dei divorziati risposati», bensì «se la dottrina della Chiesa sia da considerare un ideale irraggiungibile, irrealizzabile e necessitante quindi di un adattamento al ribasso  per essere proposta alla società odierna. Se così stanno le cose, si impone necessariamente una chiarificazione se il Vangelo sia una buona notizia per l'uomo o un fardello inutile e non più proponibile». La ricchezza del cattolicesimo – ha aggiunto – «non può essere svelata da considerazioni dettate da un certo pragmatismo e dal sentire comune. La Rivelazione indica all'umanità la via della pienezza e la felicità. Disconoscere questo dato significherebbe affermare la necessità di ripensare i fondamenti stessi dell'azione salvifica della Chiesa che si attua attraverso i sacramenti».

Il problema è anche di quei «sacerdoti e vescovi» che contribuiscono con le loro parole a «contraddire la parola di Cristo» E questo, ha detto Sarah, «è gravissimo». Permettere a livello di diocesi particolari quel che ancora non è stato autorizzato dal Sinodo (il riferimento era alla prassi seguita in molte realtà dell’Europa centro-settentrionale) significa «profanare Cristo». Poco vale invocare la misericordia: «Inganniamo la gente parlando di misericordia senza sapere quel che vuol dire la parola. Il Signore perdona i peccati, ma se ci pentiamo». Le divisioni che si sono viste lo scorso ottobre, «sono tutte occidentali. In Africa siamo fermi, perché in quel continente c’è tanta gente che per la fede ha perso la vita».

Un appello, il cardinale, l’ha anche lanciato contro chi – membro del clero – usa un linguaggio non corretto: «E’ sbagliato per la Chiesa usare il vocabolario delle Nazioni Unite. Noi abbiamo un nostro vocabolario». Una puntualizzazione, poi, l’ha voluta fare su una delle massime che vanno per la maggiore dal 2013, e cioè l’uscita in periferia. Proposito corretto, naturalmente, ma a una condizione: «È facile andare nelle periferie, ma dipende se lì portiamo Cristo. Oggi è più coraggioso stare con Cristo sulla croce, il martirio. Il nostro dovere è quello di andare controcorrente» rispetto alle mode del tempo, a «quel che dice il mondo». E poi, «se la Chiesa smette di dire il Vangelo, essa è finita. Può farlo con i modi d'oggi, ma con fermezza».  Infine, un appunto sul calo delle vocazioni sacerdotali nel mondo: «Il problema non è che ci sono pochi preti, quanto capire se quei preti sono davvero sacerdoti di Cristo».

mercoledì 4 marzo 2015

diritti dei gay

San Francisco contro il vescovo che vuole il rispetto dei valori cattolici nelle scuole cattoliche

San Francisco critica il regolamento dell'arcivescovo Salvatore Cordileone: “Chi sei tu per giudicare?”


L'arcivescovo di San Francesco Salvatore Cordileone

Roma. “In questa città che ha contribuito a dar vita al movimento per i diritti dei gay”, come scrive il New York Times, una cosa così non si sarebbe mai potuta immaginare. L’arcivescovo Salvatore Cordileone ha firmato e promulgato un regolamento in cui si chiarisce che nelle scuole superiori cattoliche della diocesi da lui amministrata i docenti dovranno tener presente, d’ora in poi, quelli che sono ancora i princìpi della morale cattolica. Non è opportuno, quindi, che davanti al crocifisso appeso al muro si dica agli studenti che “gli atti omosessuali non sono contrari alla legge naturale”, che la contraccezione non è “intrinsecamente una cosa negativa” e che la ricerca sulle cellule staminali è una grande conquista della scienza. In pratica, è quel che fa ogni azienda che si rispetti con il codice deontologico fatto imparare ai propri dipendenti, in cui si mettono nero su bianco i limiti da non valicare. Ma a S. Francisco le rimostranze si sono presto trasformate in una quasi sommossa.

“La nostra comunità è addolorata, i nostri insegnanti sono terrorizzati”, dice quasi tra le lacrime miss Jessica Hyman, da parecchi lustri docente in una delle quattro scuole raggiunte dalle regole fissate dal vescovo. Le sigle lgbt hanno subito steso lunghi comunicati di condanna in cui tirano in ballo, ça va sans dire, Papa Francesco, accusando il capo della diocesi californiana di “chiudere la porta” anche a “professionisti qualificati, tra cui molti fedeli cattolici gay”. Altri, parlano addirittura di un regolamento che sa tanto di “test di purezza”, evocando il ritorno all’Europa degli anni Trenta. La protesta è montata, tra studenti e professori, tanto che è stata organizzata una marcia silenziosa illuminata dalle candele verso la cattedrale di St. Mary, il cui profilo moderno la fa sembrare un centro benessere. Qua e là, nel buio della sera, qualche cartello con la celeberrima frase papale “chi sono io per giudicare?”, stampata in ogni carattere disponibile su Word e declinata ormai in ogni contesto utile a mettere contro gerarchie episcopali e desiderata personali. Un docente all’istituto del Sacro Cuore, tale Gus O’Sullivan, candela alla mano ha spiegato di essere lì raccolto in preghiera “per l’arcivescovo, il cui cuore è cambiato”.

Ma quale “caccia alle streghe!”, ha reagito mons. Cordileone: “Qui nessuno vuole licenziare nessuno”. I punti del documento tanto contestato, ha spiegato, sono tutti “presi dal catechismo della chiesa cattolica, e non contengono nulla di nuovo”. Semmai, in un’epoca contrassegnata da dibattiti scottanti su fede e morale, il presule conservatore (gli viene rinfacciato dai contestatori il no ai matrimoni tra persone dello stesso sesso e la partecipazione – nonostante gli appelli di vip e decine di intellettuali – alla Marcia per la vita di Washington dello scorso anno) ha detto di aver ritenuto “importante aiutare gli insegnanti a fornire ai propri studenti valide prospettive” su argomenti che potrebbero dare adito a qualche confusione di troppo: “Le nuove generazioni sono oggi sotto la forte pressione di chi li vuole conformati a certi standard contrari a ciò in cui crediamo”. Una motivazione che non ha però convinto otto legislatori locali, i quali hanno chiesto a Cordileone di ritirare immediatamente “le norme discriminatorie”. L’accusa è di “aver usato la religione come un cavallo di Troia per privare i nostri concittadini dei loro diritti fondamentali”.

sabato 28 febbraio 2015

ispirarsi a Martin Lutero

I cardinali si opporranno ai cardinali, i vescovi ai vescovi . Babilonia nella Chiesa



Il Prelato, allargando le braccia a modo di orazione, mi disse : " Bisogna pregare per il Papa: si trova in una situazione ancor più grave di Benedetto XVI !"
In effetti leggendo soprattutto questo articolo ( simile ad  altri  presenti in diverse testate e blog) si può notare come l'attuale Successore di Pietro, che per sua permeante natura deve essere ancorato al Vangelo e al Magistero, è divenuto oggetto di una  ribellione  che  esplicitamente si identifica nel Clero di quell'Europa del Nord che urleggia prepotentemente perchè si sente ( ed è) forte a causa della  posizione economica di cui gode ( quindi riesce a controllare le informazioni mass mediatiche naturalmente a discapito della Dottrina della Chiesa).
Un virus epidemico presente nella Chiesa da diversi lustri che si rilevò determinante nel condizionare i lavori del Concilio Vaticano II e tradendo la natura cattolicamente riformatrice che il Santo Pontefice Giovanni XXIII avrebbe voluto imprimere a quell'assise universale. 
"Le Rhin se jette dans le Tibre" è l'efficace slogan coniato in ambienti tradizionali che meglio riassume quanto è avvenutodurante il Concilio Vaticano II ad opera dell'alleanza nordica ( soprattutto franco-tedesca) .  
Ma i "nordici" non si sono fermati all'impronta data al Concilio perchè hanno moltiplicato, al pari dei frantumatissimi protestanti, il virus infettivo a dànno, in primis, delle loro stesse comunità ridotte al lumicino.
In tempo di scarsità dei risolutivi medicinali Papa San Giovanni Paolo II con il suo carisma personale concentrò l'ecclesìa sulla sua persona.
Ma fu solo una lunga pausa anestetizzante.
Papa Benedetto XVI tentò con il sano ragionamento teologico e filosofico di implantare il buon senso nella mente dei chierici ribelli al fine di  raddrizzare la rotta della Barca.
Ma fu solo un santo ( e debole) tentativo.
Ci fu poi il "Concilio di Milano" vistosamente portato alla ribalta dalla morte del Cardinale Carlo Maria Martini.
Scrivemmo: «Però solo ora ( dopo la rinuncia di Papa Benedetto XVI N.d.R.) mi sovviene quanto un alto prelato ( di impronta innovatrice ) mi disse pochi giorni dopo i funerali del Cardinale Martini (provo a citare a memoria): “ I funerali – che videro un’enorme partecipazione di Cardinali, Vescovi e Sacerdoti – sono stati un concilio : il concilio di Milano !
Questa E’ la chiesa : a Roma ne debbono prendere atto ! »
A Roma ne dovettero prendere atto durante il Conclave che elesse Papa Francesco.

Ma ai "nordici" ultra-progressisti non bastano le "aperture" iper populiste del Papa e le rinunce, apparenti, del Pontefice di ogni atto esteriore conducibile al Papato di un tempo: i Cherici, per bocca di alcuni importanti Cardinali, dichiarano che sanno fare a meno del Papa ( cosa che avviene di fatto da decenni...)
La spaccatura nella Chiesa c'è da tempo ma facciamo finta di non vederla un po' per nostro tornaconto ( non siamo abituati alla lotta tantomeno a quella fratricida) e anche perchè ci pare di confondere le idee umanistiche/umanitarie di natura mondana con quell'amore e rispetto che cristianamente tributiamo nei confronti di coloro che "sono caduti" ed aspettano di rialzarsi con l'aiuto di Dio.
Noi che senza alcun merito siamo stati vocati al rispetto della tradizione dobbiamo pregare per il Papa e per la Chiesa tutta rigettando con decisione tutte le squallide manovre da veri "congiurati" che alcuni Uomini di Chiesa stanno facendo per far prevalere la confusione (e l'errore) a discapito della buona dottrina ( Leggere QUI )
Noi dobbiamo essere gli artefici dell'unità nella verità cattolica.
I cospiratori rimarranno sempre dei cospiratori.
I congiurati rimarranno sempre dei congiurati.
I furiosi rimarranno sempre dei furiosi.
Questo lo sanno bene a Roma .

A Roma tutti ricordano  le parole del Salmo 
" abyssus abyssum invocat " ...

da: http://traditiocatholica.blogspot.it/2015/02/i-cardinali-si-opporranno-ai-cardinali.html

Vescovi tedeschi contro il Papa: "Sulla famiglia decidiamo noi"

Durissima dichiarazione dell'episcopato germanico: "Non siamo una filiale di Roma. Il Sinodo non può dirci nel dettaglio cosa fare in Germania"
Articolo di Giovanni Masini



È un vero e proprio schiaffo in faccia a Roma, quello dei vescovi tedeschi.

Che in una conferenza stampa, ieri pomeriggio, ha chiarito per bocca del presidente della Conferenza episcopale, cardinale Marx, di "non essere una filiale di Roma."

Il terreno del contendere è il Sinodo ordinario sulla famiglia, in calendario per il prossimo ottobre, chiamato a fornire risposte certe su temi etici e morali di grande rilevanza in seno alla pastorale familiare: dalla comunione ai divorziati risposati all'accoglienza delle coppie conviventi, etero ed omosessuali.

Tutti argomenti su cui si era già espresso il Sinodo straordinario convocato da Francesco nello scorso autunno, rivelando profonde spaccature nel corpo della Chiesa: da un lato il papa e i vescovi europei più progressisti, ansiosi di adeguare la dottrina al secolo; dall'altro vescovi e cardinali conservatori, timorosi di fughe in avanti dettate più dalla fretta che da una relazione ponderata. 
Il Sinodo straordinario si era concluso con una Relatio essenzialmente di mediazione, che ha rimandato a una successiva discussione i temi più controversi.

Da qualche anno l'episcopato tedesco si segnala come il più compattamente progressista su questi temi: al Sinodo straordinario si era presentato con un documento votato a larga maggioranza in cui si esprimeva parere favorevole alla Comunione ai divorziati risposati. 
Posizioni che avevano trovato accoglienza positiva anche in altri episcopati - ad esempio quello olandese. 
Tuttavia, almeno al Sinodo Straordinario, queste tesi non erano "passate."

Ora i vescovi tedeschi tornano a fare la voce grossa: il cardinale di Monaco Reinhard Marx, stretto collaboratore di papa Bergoglio come membro del "C9" (il consiglio di nove cardinali che lavora alla riforma della Curia) e presidente del Consiglio vaticano per l'Economia ha spiegato che, "se nell'insegnamento si rimane in comunione con la Chiesa, nelle questioni puramente pastorali il Sinodo non può prescrivere nel dettaglio ciò che dobbiamo fare in Germania".

"Non possiamo aspettare fino a quando un Sinodo ci dirà come dobbiamo comportarci qui sul matrimonio e la pastorale familiare" conclude il porporato. Curiosamente, sono proprio i vescovi di quelle Conferenze per tanti versi più vicine a papa Francesco nell'insistenza sui temi dell'accoglienza e della misericordia a mal tollerare i meccanismi sinodali.

Che, a loro volta e altrettanto curiosamente, sono proprio il segno tangibile della preferenziale bergogliana per una Chiesa sempre più democratica.

Fonte : Il Giornale

L’ispiratore delle riforme della chiesa sia Lutero, dice il card. Marx



Roma. Anche i cattolici farebbero bene a prepararsi per il cinquecentesimo anniversario della riforma di Martin Lutero, in programma nel 2017. Il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, capo della conferenza episcopale tedesca e coordinatore del consiglio per l’economia istituito dal Papa per rendere trasparenti le finanze vaticane, non ha dubbi: Lutero deve fare da ispiratore alle grandi riforme  – spirituali e di governo – che attendono la chiesa nei prossimi anni. Una sorta di bussola che orienti la chiesa, insomma. Dopotutto, il monaco agostiniano “non aveva lo scopo di dividere la chiesa” e, anzi, si può dire – come ha fatto il cardinale Kurt Koch nei mesi scorsi – che “nonostante la data del 1517 sia stata usata e percepita come anticattolica, Lutero a quel tempo poteva considerarsi ancora un cattolico”. Il suo obiettivo, ha spiegato Marx in un commento scritto di proprio pugno per il giornale culturale Politik&Kultur, era solo quello di “richiamare l’attenzione su ciò che oscurava il messaggio del Vangelo”.

Nessuna paura, dunque, nel riprendere in mano le sue tesi e teorie, anche quelle affisse sul portale della chiesa di Wittenberg, scatenando l’ira funesta di Papa Leone X Medici che da Roma, la novella “meretrice di Babilonia”, gli intimava di schiodare quelle novantacinque frasi e di tacere. Il tempo passa e “dopo cinquant’anni di dialogo ecumenico congiunto è possibile per un cristiano cattolico leggere gli scritti di Lutero apprezzandoli”, ha aggiunto il porporato, a giudizio del quale è opportuno anche che il cattolico “impari dai pensieri” del monaco di Eisleben. Il 2017, per Marx, sarà l’anno della svolta, l’occasione per mettere Cristo ancor più al centro dell’attenzione, stimolando “una collaborazione sempre più stretta tra le confessioni cristiane” per far fronte alla “secolarizzazione della società”. Il fine è nobile: “La mia speranza è che la commemorazione della Riforma rappresenti un passo in avanti verso la piena e visibile unità della chiesa”. Il cardinale svizzero Koch, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, partecipando lo scorso ottobre alla Conferenza della federazione luterana mondiale, aveva anticipato la presa di posizione di Marx, benché avesse sottolineato in tale circostanza che il contributo teologico fondamentale di Lutero sia stata la sua “domanda su Dio”.

Koch aveva ricordato le parole pronunciate da Benedetto XVI nel discorso tenuto a Erfurt davanti al consiglio della chiesa evangelica di Germania: “Qual è la posizione di Dio nei miei confronti, come mi trovo io davanti a Dio? Questa scottante domanda di Lutero”, disse Joseph Ratzinger, “deve diventare di nuovo, e certamente in forma nuova, anche la nostra domanda, non accademica, ma concreta”. Il cardinale Koch, facendo riferimento alla Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione della fede firmata nel 1999, auspicava che a quel testo “un giorno potesse seguire una ulteriore dichiarazione congiunta su chiesa, eucaristia e ministero”. Tuttavia, a differenza dell’ottimista Marx, che suggerisce ai cattolici di immergersi fin d’ora sulle riflessioni di Lutero, il successore di Walter Kasper nel dicastero per l’ecumenismo osservava che questo è sì “l’orizzonte del nostro dialogo”, ma, “me ne rendo conto, di lungo periodo”.

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/124404/rubriche/lispiratore-delle-riforme-della-chiesa-sia-lutero-dice-il-card-marx.htm

domenica 18 gennaio 2015

Suore "eretiche": «Va tutto bene»!!!!!!

Suore americane "eretiche": «Va tutto bene»
di Matteo Matzuzzi



Tutto è bene quel che finisce bene. Dopo sei anni di indagine, la visita apostolica «che non ha precedenti» a 341 istituti religiosi femminili impegnati in ministeri apostolici su tutto il territorio degli Stati Uniti s’è conclusa in modo positivo. Il giudizio della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di vita apostolica è stato svelato ieri mattina durante una conferenza stampa in Vaticano, cui hanno partecipato il cardinale prefetto João Braz de Aviz, il segretario del dicastero mons. José Rodriguez Carballo, la visitatrice Madre Mary Clare Millea, la coordinatrice del Council of Major Superior of Women Religious, suor Agnes Mary Donovan e la presidente della Leadership Conference of Women Religious, suor Sharon Holland.

Nel 2008, l’allora prefetto, il cardinale sloveno Franc Rodé aveva istruito la visita in quanto dagli Stati Uniti erano giunti a Roma segnali inquietanti circa certe derive maturate all’interno di diversi istituti femminili locali. Spiegava Rodé alla Radio Vaticana  che «in un certo senso, si può dire di una certa mentalità secolarista che si è propagata in queste famiglie religiose, forse anche un certo spirito femminista». Inoltre, precisava il porporato, vi era la necessità di indagare sul drastico calo di vocazioni registrato negli ultimi decenni in America del nord. «Sotto l’influsso del Concilio Vaticano II, i religiosi hanno rifiutato la penitenza e l’ascetismo come cose del passato, si sono sentiti a disagio nel vestire l’abito e hanno fatto della agitazione sociale e politica l’acme della loro azione apostolica”, aggiungeva ancora. Intanto, a Roma le cose cambiavano: Rodé andava in pensione e al suo posto arrivava il meno “ostile” Braz de Aviz, focolarino brasiliano di certo non in linea con la posizione inflessibile del predecessore. 

Ieri il primo a prendere la parola è stato proprio il cardinale Braz de Aviz, che fin da subito ha colto l’occasione per «esprimere la nostra disponibilità a instaurare un dialogo rispettoso e fruttuoso con gli Istituti che non sono stati pienamente condiscendenti con il corso della visita».

È questo, infatti, il passaggio più interessante di una relazione che in realtà non ha svelato nulla di nuovo, visto che già da settimane si dava per certa nelle indiscrezioni d’Oltretevere una valutazione positiva della visita. Il porporato brasiliano e il segretario francescano – nella circostanza estremamente disponibili al dialogo e al confronto anche con gli Istituti che hanno negato l’accesso ai visitatori lì mandati da Roma – hanno infatti spiegato che sebbene fin dal principio il 78 per cento delle superiore generali si sia volontariamente impegnata «in un dialogo personale con il visitatore o visitatrice», non è possibile «ignorare che la visita apostolica è stata vissuta con apprensione da alcune suore, come pure della decisione, da parte di alcuni istituti, di non collaborare del tutto nello svolgimento di essa». E questo, ha sottolineato il cardinale Braz de Aviz, «è stato per noi motivo di amarezza». 

A ogni modo, nessuna punizione né commissariamento in vista: la congregazione «esprime la gratitudine alle religiose degli Stati Uniti per la loro presenza e per tutto ciò con cui contribuiscono alla missione di evangelizzazione della Chiesa», visto che fin «dagli inizi della Chiesa cattolica nel loro Paese le religiose sono state coraggiosamente in prima linea nella missione di evangelizzare». Il segretario Rodriguez Carballo ha chiarito qual è stato il metodo di lavoro usato negli incontri con le religiose: «Si è voluto trasmettere il sostegno premuroso della Chiesa, in un rispettoso dialogo da sorella a sorella. Si è cercato di ascoltare la realtà vissuta dalle religiose, di capire la loro ricca eredità, le sfide attuali e le speranze future, nell’ambito della comunità ecclesiale». 

Ma il vero cruccio per Roma era (ed è tuttora) rappresentato da un’altra indagine, questa volta tenuta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, sotto la cui lente è finita da anni la Leadership Conference of Women Religious (Lcwr), la più vasta comunità di religiose statunitensi (ma con vocazioni in forte calo) la cui attuale leader, suor Sharon Holland, era seduta al banco dei conferenzieri e ha anche preso la parola, nonostante sulla sua associazione penda la scure del Sant’Uffizio. È forse il sintomo, questo, d’una diversità di vedute tra la Congregazione per i Religiosi (più aperta e flessibile) e quella per la Dottrina della Fede, assai più ferma e severa nel voler fare chiarezza sulle criticità interne alla Lcwr (CLICCA QUI)

Qualcuno parla anche di un messaggio spedito all’attuale prefetto Gerhard Ludwig Müller, che lo scorso aprile aveva accusato parte dell’associazione di seguire tesi «opposte alla rivelazione cristiana».  Fu il prefetto William J. Levada a mettere nero su bianco una durissima valutazione dottrinale in cui le si accusava di «andare oltre la Chiesa e oltre Cristo» in virtù di posizioni non conciliabili con la dottrina cattolica in tema di aborto, eutanasia, apertura all’omosessualità.

Inoltre, le suore della Lcwr reclamavano il diritto di celebrare la santa Messa, nonostante Roma avesse negato a più riprese tale possibilità. Suor Theresa Kane, già presidente dell’associazione, replicava che l’ultimo a ribadire il no a tale richiesta era stato Giovanni Paolo II, «che però è morto», lasciando dunque intendere che qualche apertura sarebbe stata possibile in futuro. Ma la doccia gelata, l’ennesima, è arrivata da Francesco, che oltre a confermare la validità della valutazione dottrinale del 2012, ribadiva che «quel discorso è chiuso».

Il caso è delicato, al punto che ieri, aprendo la conferenza stampa, è stato chiesto ai giornalisti di non porre domande sulla questione della Leadership Conference of Women Religious. Qualche mese fa, la Lcwr aveva insignito del premio annuale la teologa (e suora) Elisabeth Johnson, teorica della non unicità del Cristo salvatore e del fatto che la Verità è conoscibile solo mettendo insieme il meglio di cristianesimo, islamismo, induismo e buddhismo. Tanto che il Müller si mostrava preoccupato dall’eventualità che le religiose si fossero “allontanate dalla capacità di sentire veramente cum ecclesia”. 

mercoledì 15 ottobre 2014

Sinodo = camminare insieme?

MÜLLER: «RELAZIONE VERGOGNOSA, TOTALMENTE SBAGLIATA»




«Indegna, vergognosa, completamente sbagliata». Condanna senza appello della relazione sulla prima settimana di lavori sinodali sulla famiglia (la Relatio post disceptationem) letta ieri davanti a papa Francesco dal cardinale ungherese Peter Erdo. L'ha pronunciata, intervenendo ad uno dei circoli minores (le commissioni), non un padre sinodale “qualsiasi”, ma il custode dell'ortodossia della fede cattolica, il cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (l'ex Sant'Uffizio), assurto negli ultimi giorni a voce di punta di quanti nel Sinodo contestano le annunciate aperture su divorziati risposati, unioni di fatto, convivenze, coppie omosessuali. 

Lo stesso cardinale che nel corso della passata settimana si è più volte lamentato pubblicamente su un presunto atteggiamento censorio del Vaticano nei confronti di quei relatori che hanno parlato in difesa della dottrina tradizionale cattolica, con particolare riferimento all'indissolubilità del sacramento del matrimonio. Posizioni che Müller ed altri 4 porporati avevano già espresso in un libro pubblicato alla vigilia del Sinodo, ma che nei giorni scorsi sono state ribadite in piene assise sinodali, trovando però  -  a parere dello stesso Müller - una eco piuttosto limitata nella Relatio letta dal cardinale Erdo. Da qui l'alzata di scudi del Prefetto dell'ex Sant'Uffizio, che nel suo intervento ai circoli minores ha bocciato severamente in particolare i capitoli della relazione dedicati alle aperture in materia di coppie omosessuali, convivenze, sacramenti ai divorziati risposati, esprimendo tutta la sua "contrarietà per una relazione indegna e vergognosa". 

Parole dette da Müller - ha tenuto a specificare sia oggi che nei giorni scorsi quando ha accusato i responsabili del Sinodo di censurare le voci contrarie alle aperture - nella sua veste di Prefetto della Congregazione della Dottrina delle fede e per questo potenzialmente destinate a mettere il freno a quanto riferito dal collega Erdo. Ma nella prima giornata di lavoro dei circoli minores non è stato solo Müller a prendere le distanze dal documento di "medio" termine». (Orazio La Rocca, Repubblica)





«Se lunedì la conferenza stampa seguita alla lettura della Relatio post disceptationem del cardinale Peter Erdo era stata all’insegna dei parallelismi con il Concilio Vaticano II, ventiquattro ore dopo la Segreteria generale del Sinodo riteneva necessario emettere una dichiarazione ufficiale in cui si spiega a tutti, giornalisti e fedeli laici, che quella relazione è solo un documento di lavoro. Una bozza, insomma. Modificabile ed emendabile. Niente di definitivo. 

Anche perché appena Erdo ha finito di leggere il testo da altri in gran parte scritto (notevole il ruolo che ha rivestito nella stesura il segretario speciale, mons. Bruno Forte) e le telecamere del Centro televisivo vaticano si sono spente, nell’aula il clima si è surriscaldato, con quarantuno interventi tesi per lo più a smontare la relazione. Pell, Ouellet, Dolan, Vingt-Trois, Burke, Müller, Scola, Caffarra: a loro non sono piaciuti i paragrafi sulle aperture ai matrimoni civili, alle convivenze e alle coppie omosessuali. E con loro hanno sollevato dubbi tanti vescovi africani, i quali hanno chiesto lumi su certi passaggi che in assemblea mai erano stati discussi. Qualche padre s’è pure accorto che nel documento “la parola peccato non è quasi presente”. Così come è stato ricordato “il tono profetico delle parole di Gesù, per evitare il rischio di conformarsi alla mentalità del mondo presente”.

Durante il briefing quotidiano, il cardinale sudafricano Wilfrid Fox Napier ha usato l’accetta, avanzando perfino il sospetto che i responsabili del Sinodo siano impegnati a favorire “non le opinioni di tutto il sinodo, ma di un gruppo particolare”. E poi, il testo di Erdo “non riflette il dibattito in assemblea”, ha aggiunto. “La mia paura”, ha osservato il porporato arcivescovo di Durban, è che “ciò che è uscito non corrisponda alla realtà”». (Matteo Matzuzzi, La Nuova Bussola Quotidiana)