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lunedì 27 marzo 2017

Gesù, amaci, dall' Eucarestia



Gesù amaci, dalla tua Eucarestia
effondi sopra di me la fiamma del tuo Amore.
   Fa' che non ci abituiamo
alle meraviglie della tua Eucaristia.
   Fa' che ogni giorno
restiamo abbacinati
davanti al mistero della tua Passione e Morte.
   Fa' che non discendiamo dall'altare
se non con il cuore in subbuglio,
con il cuore amareggiato
alla vista dell'Amore Crocifisso.
   Fa' che non discendiamo dall'Altare
se non barcollando
per aver preso parte
al più tremendo e al più santo
avvenimento della Storia.
   Non abbandonarci
alla nostra Umanità, o Gesù,
in quel momento
non siamo che peccatori.
p. Mario Borzaga
6 novembre 1958


giovedì 2 marzo 2017

hanno portato via il Signore

Per favore, ridateci i tabernacoli








Non so se succede anche a voi. Quando entro in una chiesa, sempre più spesso fatico a capire dov’è il tabernacolo. Mi tocca cercarlo, come in una caccia al tesoro. E qualche volta non lo trovo proprio.

Così come la fantasia degli architetti si sbizzarrisce nel progettare ed edificare chiese che sembrano tutto tranne che chiese cattoliche (possono andare benissimo come palazzetti dello sport o come sale protestanti, ma non come luoghi di culto cattolici), allo stesso modo gli arredatori degli interni, presi da irrefrenabile voglia di novità e cambiamento, spostano il tabernacolo negli angoli più strani e a volte più remoti.

Ora io so di non avere occhi di falco. Sono miope e, quando arrivo dalla luce esterna, impiego un po’ di tempo per adattarmi alla penombra della chiesa. Però molto spesso non è questione di scarsa vista e di luce. In tante chiese, purtroppo, il tabernacolo si trova in posizioni improbabili, quasi che non fosse lui il padrone di casa, quasi che lo si volesse nascondere come si fa con qualcuno di cui ci si deve un po’ vergognare.

Mi è successo anche oggi. Entro e non vedo. Va bene, mi dico, saranno gli occhi. Guardo, riguardo. E non vedo. Perché il tabernacolo non c’è. O, per lo meno, non è lì dove dovrebbe essere. È spostato a lato, molto defilato, senza la luce rossa, nascosto dentro una specie di gabbia d’acciaio. Perché c’è da dire anche questo: più viene messo ai margini, più il tabernacolo, in quanto oggetto, diventa strano e assume fogge inverosimili e assurde.

D’accordo, dopo la riforma conciliare, con l’altare e il celebrante rivolti verso l’assemblea, il tabernacolo non può più stare sulla tavola. Ma vogliamo dirlo chiaramente? Il tabernacolo, nel presbiterio, deve stare comunque al centro, perché il suo contenuto è il centro di tutto. Al centro non deve stare la sedia, che a volte sembra un trono, del celebrante. Io non voglio adorare una sedia. No, al centro deve stare il tabernacolo, la casa di nostro Signore. Perché tabernacolo significa piccola casa, e tutto quanto l’edificio della chiesa, a ben guardare, non è che un luogo costruito per accogliere e custodire quella piccola casa dal contenuto infinitamente grande.

So che a questo punto persone molto esperte troveranno il modo di spiegare che «sì però… va bene… tuttavia…». No. Chiedo che il tabernacolo sia rimesso al centro, che sia immediatamente individuabile, che abbia la sua lucina rossa piccola ma chiara, che gli sia reso l’onore che merita. E che il fedele non debba fare la caccia al tesoro per scoprire dov’è. Perché, quando entri in un’abitazione, il padrone di casa ti viene incontro, e non è che tu devi metterti a cercarlo in giro per le stanze.

Sapete qual è il mio dubbio? Che chi sposta il tabernacolo ai margini non creda fino in fondo che lì c’è la presenza reale di Gesù. Altrimenti non si spiega una simile scelta. Se tu sai che lì c’è Gesù, se credi che quella sia la sua santa casa, ti viene naturale metterlo al centro.

Sento già l’obiezione: ma quante storie, guarda che il Signore è presente ovunque nel mondo e nell’universo, ovunque nel cuore delle persone, non c’è bisogno di costruirgli una casa e di esporla. E invece sì che c’è bisogno. Se crediamo che lì non c’è un simbolo, un ricordino, un souvenir, ma proprio Lui, allora dobbiamo concludere che al tabernacolo va riservata una posizione centrale.

Qualcuno dirà: ma, scusa tanto, quando la cena è terminata la tavola viene sparecchiata, e dunque perché il pane dovrebbe restare lì, al centro? Non è forse vero che, finito il banchetto, tutto quanto viene riposto da un’altra parte?
Certo che sì. Ma per noi cattolici quello non è solo pane. È il pane della vita, è nostro Signore in persona. Quindi non va riposto in un angolo, coma una suppellettile qualsiasi.

Si dimentica anche che in ogni chiesa il fedele fa un percorso, anzi un vero e proprio pellegrinaggio, un cammino spirituale il cui culmine non è la sedia del celebrante e nemmeno l’altare, e nemmeno qualche statua di santi. È nostro Signore.

E come non notare che questa tendenza a emarginare nostro Signore va di pari passo con la tendenza a non inginocchiarsi? Troppo spesso si entra in chiesa come in una semplice sala per assemblee, nella quale chiacchierare e intrattenersi con gli altri fedeli. Ma tutto ciò un cattolico non lo può accettare. L’atto di inginocchiarsi rispecchia la disposizione dello spirito. È atto di adorazione. Non si entra in chiesa per incontrare il signor parroco o gli amici. Vi si entra per adorare nostro Signore. Ecco perché resto male quando in chiesa le persone non si inginocchiano, non fanno bene il segno della croce e non stanno in silenzio, ma chiacchierano fra di loro, formano capannelli, si salutano come se si incontrassero per la strada.
Lo ripeto: noi cattolici non entriamo in chiesa come se fosse un’aula per le assemblee della comunità. Entriamo nella casa del Signore, dove dobbiamo tributargli tutto il nostro rispetto e tutta la nostra adorazione. E se la Chiesa è casa di Dio, tutto deve essere in funzione di Dio che si è fatto uomo ed è morto e risorto per noi. Non deve essere in funzione di noi fedeli che vi entriamo.

Vorrei dunque fare una modesta proposta a vescovi, parroci, religiosi: per favore, ridateci il tabernacolo. Sia ben visibile e riconoscibile, al centro dell’abside. Ai lati mettiamoci la sedia del celebrante, che è un ministro, un servitore, non il protagonista di uno spettacolo. Sulle pareti non mettiamo cartelli, cartelloni e tazebao, ma ci sia posto solo per immagini sacre, prima di tutto di Maria e poi dei santi, così che possano sostenerci nell’adorazione e nella preghiera. Il tutto, come si legge nel «Messale romano», sia ispirato a nobile semplicità e dignità. La chiesa non è un luogo in cui procedere per accumulo di oggetti, immagini, scritte, manufatti vari. E il Santissimo Sacramento, all’interno del tabernacolo, sia collocato «in una parte della chiesa assai dignitosa, insigne, ben visibile, ornata decorosamente e adatta alla preghiera». Nel caso in cui questo luogo sia una cappella, si faccia in modo che anch’essa sia ben visibile, adatta all’adorazione e alla preghiera e unita strutturalmente al resto della chiesa, così che non sembri un’aggiunta. E presso il tabernacolo resti sempre accesa una lampada (non un faro da set cinematografico o da studio televisivo, come ho visto in alcuni casi).
Sembrano accorgimenti di poco conto, ma non è così. È rispetto, è coerenza, è fede.

Benedetto XVI, nell’esortazione postsinodale «Sacramentum caritatis», lo spiega bene: è necessario che «il luogo in cui sono conservate le specie eucaristiche sia facilmente individuabile, grazie anche alla lampada perenne, da chiunque entri in chiesa». Il fedele deve essere aiutato e facilitato nel riconoscere la presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento. Non deve essere sviato, ostacolato, impedito.

A meno che non lo si voglia proprio sviare e ostacolare.

Aldo Maria Valli

lunedì 29 febbraio 2016

la bellezza salverà il mondo





TEMPO DI 40 ORE

Gesù amaci, dalla tua Eucarestia
effondi sopra di me la fiamma del tuo Amore.
   Fa' che non ci abituiamo
alle meraviglie della tua Eucaristia.
   Fa' che ogni giorno
restiamo abbacinati
davanti al mistero della tua Passione e Morte.
   Fa' che non discendiamo dall'altare
se non con il cuore in subbuglio,
con il cuore amareggiato
alla vista dell'Amore Crocifisso.
   Fa' che non discendiamo dall'Altare
se non barcollando
per aver preso parte
al più tremendo e al più santo
avvenimento della Storia.
   Non abbandonarci
alla nostra Umanità, o Gesù,
in quel momento
non siamo che peccatori.

p. Mario Borzaga
6 novembre 1958

giovedì 19 febbraio 2015

COME COMPORTARSI IN CHIESA

I DIECI COMANDAMENTI 
PER LA CASA DEL SIGNORE.
Per un corretto rapporto col Tempio di Dio 
e con i fratelli.

1. Molti vanno in Chiesa, ma non tutti sanno di entrare nella casa di Dio. Preparati nell’andare: spiritualmente, mentalmente e con il cuore.
2. Recati alla Santa Messa almeno cinque o dieci minuti prima del suo inizio, per prepararti nella preghiera e nel raccoglimento ad una migliore partecipazione al mistero della salvezza.
3. Entrando in Chiesa, davanti al Signore, inginocchiati, così lo adorerai pubblicamente. Chinare la testa, come oggi fanno molti, è solo un segno di venerazione e non di adorazione come si conviene a Dio. Nella lettera ai Filippesi si trova scritto: “nel nome di Gesù, ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sotto terra”. Non volerti dunque macchiare di grave irriverenza verso il tuo Signore.
4. Osserva, nella casa di Dio, un rigoroso silenzio. Nel luogo sacro non possono essere giustificate le vane chiacchiere. Si può parlare solo per una vera, grave e urgente necessità, per il tempo strettamente indispensabile e sempre e solo sottovoce. Controlla sempre che il tuo telefonino sia spento.
5. Non entrare mai in Chiesa vestito in maniera indecorosa o, peggio, indecente. Mantieni sempre un atteggiamento edificante, non andando in giro qua e là con lo sguardo, non voltandoti a vedere chi entra e chi esce, ma occupandoti solo di parlare con Dio, pensando alle cose di Dio, occupandoti degli affari divini riguardanti il bene dell’anima tua e di quelli che porti nel cuore.
6. Nella Messa, almeno durante la consacrazione, procura di stare in ginocchio ed in assoluto silenzio adorante. Se anche sei fuori dei banchi, sappi che il Signore gradisce molto il sacrificio di stare in ginocchio sulla nuda terra. Sappi che se, senza grave necessità, rimani in piedi, pecchi gravemente di irriverenza verso Colui che si sta umiliando scendendo sull’altare e rinnovando l’offerta del Suo Sacrificio per le mani del sacerdote. Se sei un’anima generosa, prolunga il tempo della tua adorazione in ginocchio per tutta la preghiera eucaristica.
7. Se vuoi ricevere Gesù nella santa comunione eucaristica, ricorda che devi essere in stato di grazia ed a digiuno da almeno un’ora da cibi e bevande non alcoliche (tre ore dalle bevande alcoliche). Se sei consapevole di aver peccato mortalmente, non accostarti alla santa comunione senza aver prima ricevuto l’assoluzione nel sacramento della Penitenza: commetteresti sacrilegio. Se hai violato le norme sul digiuno, per comunicarti devi chiedere la dispensa al Parroco prima che cominci la santa Messa. Sappi che il digiuno è rotto anche da un cioccolatino, una caramella, un caffè o una gomma da masticare.
8. Prima di ricevere la santa Comunione, chiedi umilmente perdono per le tue debolezze e mancanze recitando l’atto di dolore. Accostati a Lui con molto rispetto e riverenza, consapevole che stai andando a ricevere il Signore del cielo e della terra. Ricorda che anche per ricevere la santa comunione, l’atteggiamento più indicato è quello di ricevere il tuo Signore stando umilmente in ginocchio.
9. Dopo aver ricevuto Gesù, adoralo, benedicilo e ringrazialo. Tornato al banco, non metterti seduto: hai Dio dentro di te! Non uscire di fretta dalla Chiesa, ma soffermati in silenziosa preghiera, perché Gesù rimane, nelle Sacre Specie, vivo dentro di te, per almeno un quarto d’ora da quando l’hai ricevuto. L’ideale, quindi, sarebbe che ti trattenessi in preghiera ed in ringraziamento almeno per questo tempo.
10. Quando Gesù è solennemente esposto nell’Adorazione eucaristica, non privarlo della tua presenza. Egli ti sta aspettando per amarti, benedirti, concederti grazie, donarti la sua pace, in cambio di un po’ del tuo amore e del tempo. Sii fiero di rimanere per un po’in ginocchio davanti alla sua divina presenza.


lunedì 19 gennaio 2015

omosessuali cattolici

omosessuali cattolici 
la testimonianza di alberto
Nel presentare questa stupenda testimonianza di vita (che si aggiunge a quella di Jovi, condivisa qualche tempo fa) invitiamo tutti i nostri amici e lettori a pregare quotidianamente perché tutti, e soprattutto i giovani, possano vivere la purezza secondo la propria condizione. [RS]



Mi chiamo Alberto, ho 40 anni e sono una persona con attrazione per lo stesso sesso, che per grazia di Dio e buona volontà si sforza di vivere la castità come mi è indicato da Cristo e proposto dalla Chiesa.
Dopo un infanzia difficile, in cui ho subito gli effetti negativi del divorzio dei miei genitori ed il trauma di un introduzione violenta alla sessualità, ho cominciato a sviluppare, già in età preadolescenziale, un’attrazione erotica per persone del mio stesso sesso. Crescendo ho provato difficoltà ad accettare questo orientamento sessuale nella sua giusta dimensione di ferita dell’anima, restando in bilico tra pulsioni inutilmente represse e la coscienza, legata al senso comune, che in queste ci fosse qualcosa di profondamente innaturale.
La fonte maggiore di sofferenza era dovuta a due fattori: il primo è il senso di isolamento rispetto ai miei coetanei, accentuato dall’incapacità di comunicare questa mia condizione; il secondo è un bisogno insopprimibile di affetto che, erroneamente, credevo potesse essere soddisfatto solo da una persona del mio stesso sesso. Col tempo ho cominciato gradualmente a vivere una vita sempre più disordinata, in una frustrante ricerca di calore umano.
Nonostante il ripetersi di relazioni, dapprima più stabili e poi sempre più nevrotiche e inconsistenti, non riuscivo a saziare con la carne quella sete profonda che, ora comprendo, ha una natura spirituale. Ai disordini sessuali, a tratti anche compulsivi, si sono rapidamente aggiunti un consumo problematico di alcol, psicofarmaci e stupefacenti. In tutto questo la mia fede viveva come un’altalena di avvicinamenti seguiti da fughe. Si succedevano i propositi di cambiar vita con rovinose ricadute. Fino a quando mi sono trovato al collasso spirituale, economico, sociale e fisico.


In quel momento, difronte allo spettacolo desolato del mio fallimento esistenziale sono state provvidenziali le parole ferme e caritatevoli di un sacerdote che mi ha ammonito, dicendomi che se non avessi preso una sincera decisione di cambiare vita non avrebbe più potuto darmi l’assoluzione. Questo mi ha fatto comprendere come fossi al punto di non ritorno e allora ho intrapreso nella Chiesa un cammino, non facile ma necessario, che gradualmente mi sta restituendo ad una vita di pienezza.
Presso la basilica di sant’Anastasia al Palatino di Roma, la mia città, è sorto non a caso a fianco all’adorazione eucaristica perpetua il servizio Courage (www.courageitalia.it) di accoglienza della Chiesa cattolica per consentire alle persone omosessuali di vivere una vita casta, dedicando la propria vita a Cristo attraverso il servizio agli altri, la lettura spirituale, la preghiera, la meditazione, la direzione spirituale individuale, la partecipazione assidua alla Messa e la ricezione frequente dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Si tratta di gruppi di autoaiuto animati da uno spirito di comunione in cui tutti possono condividere pensieri ed esperienze, e così garantire che nessuno debba affrontare i problemi dell’omosessualità da solo, nella consapevolezza della verità che le amicizie caste sono non solo possibili ma necessarie, in una vita cristianamente casta e in questo modo aiutarsi reciprocamente per instaurarle e sostenerle per vivere una vita che possa servire da buon esempio per gli altri.
Nella bellezza di Cristo, reso visibile nel sacramento della Santa Eucaristia, ho identificato la bellezza della mia vita in Cristo, sono stato ispirato ad una vita più piena in Cristo, e ricevo la grazia per viverla. Per me, persona che prova attrazione per lo stesso sesso, l’incontro con Cristo, che è la pienezza della bellezza è, in un modo particolare, l’incontro con Colui che rivela la verità dell’amore casto.

venerdì 20 giugno 2014

memento

Fragmenta sunt Sacramenta!

È una domanda che mi pongo da tantissimi anni, da quando, cioè, ero studente di Teologia, e alla quale non ho mai trovato risposta; ma che ho sempre sentito ripetere da chi avalla – a spada tratta – la comunione sulla mano e giustifica la noncuranza per la dispersione dei  frammenti eucaristici.




di Vito Abbruzzi

Quale Padre o Auctor probatus ha mai detto: “Fragmenta non sunt Sacramenta”?
È una domanda che, francamente, mi pongo da tantissimi anni, da quando, cioè, ero studente di Teologia, e alla quale non ho mai trovato risposta; ma che ho sempre sentito ripetere da chi avalla – a spada tratta – la comunione sulla mano e giustifica la noncuranza per la dispersione dei  frammenti eucaristici.

Che si tratti dell’Aquinate, a cui l’infelice frase si vuole attribuire, lo escludo categoricamente, visto che nelle strofe XIX e XX del Lauda Sion, la sequenza della messa del Corpus Domini composta dal Dottore Angelico nel 1264, è detto testualmente:

Fracto demum Sacraménto,
ne vacílles, sed memento,
tantum esse sub fragménto,
quantum toto tégitur.
Nulla rei fit scissúra:
signi tantum fit fractúra:
qua nec status nec statúra
signáti minúitur.

Alla lettera: “Spezzato finalmente il Sacramento, non tentennare, ma ricorda che tanto c’è sotto un frammento quanto si nasconde nell’intero. Nessuna scissura si fa della sostanza; si fa rottura solo del segno: per cui né lo stato né la dimensione del Segnato è sminuita”.
È così, perbacco! La stessa scienza lo dimostra! Basti pensare agli studi – ormai noti a tutti, persino ai bambini – condotti sulla celiachia: patologia diffusa più di quanto si pensi. È sufficiente venire a contatto anche con una sola particella infinitesimale (microscopica) di sostanza contenente glutine – e il pane eucaristico,normalmente confezionato, contiene glutine – che il danno è fatto, scatenando nel celiaco quel processo autoimmunitario che lo porta a stare male.
E, allora, onde evitare che tutto questo accada, persino quel sacerdote che non dà affatto importanza alla dispersione dei frammenti eucaristici, credendo ostinatamente che “fragmenta non sunt Sacramenta”, diventa – guarda caso – scrupolosissimo a non contaminare, col solo contatto delle dita, l’ostia del celiaco, dopo aver manipolato le altre ostie; celiaco che può, a giusta ragione, autocomunicarsi, prendendo la sua ostia custodita nella propria teca posata sull’altare accanto alle oblate.



 Se imparassimo dall’esperienza quotidiana più che dalle teorie astratte,  astruse e fuorvianti, saremmo meno faciloni e distratti, prendendo sul serio quanto il Codice di Diritto Canonico autorevolmente insegna e raccomanda:

“Augustissimo Sacramento è la santissima Eucaristia, nella quale lo stesso Cristo Signore è presente, viene offerto ed è assunto, e mediante la quale continuamente vive e cresce la Chiesa […], è significata e prodotta l'unità del popolo di Dio e si compie l'edificazione del Corpo di Cristo” (can. 897).

“I fedeli abbiano in sommo onore (maximo in honore) la santissima Eucaristia, partecipando attivamente nella celebrazione dell’augustissimo Sacrificio, ricevendo con frequenza e massima devozione questo sacramento e venerandolo con somma adorazione; i pastori d'anime che illustrano la dottrina di questo sacramento, istruiscano diligentemente i fedeli circa questo obbligo” (can. 898).

Il primo canone ricorda che siamo “corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” (1Cor 12,27), di cui nessuno – proprio nessuno, anche il più piccolo ed insignificante – può andare perduto (cfr. Mt 18,14; Gv 6,39); significato, appunto, dalla santissima Eucaristia, i cui frammenti, compresi quelli invisibili, non devono andare assolutamente dispersi (cfr. Gv 6,12).
Il secondo canone sembra evocare la celebre sentenza di Giovenale, assunta a motto da varie agenzie educative: “Maxima debetur puero reverentia” (Satire, XIV, 47). Se è vero – come è vero – che al fanciullo si deve il massimo rispetto, quanto più questo massimo rispetto si deve alla santissima Eucaristia, da venerarsi con  “somma adorazione”! E questo a partire dai sacri ministri, che devono diligentemente evitare di commettere e far commettere i tanto deprecati abusi liturgici – e la dispersione dei frammenti eucaristici, seppure non intenzionale, è un abuso liturgico, stigmatizzato dalla pietà eucaristica come oltraggio, sacrilegio,indifferenza – che inevitabilmente “contribuiscono ad oscurare la retta fede e la dottrina cattolica su questo mirabile Sacramento” (Redemptionis Sacramentum, n. 6); tanto mirabile da essere appellato “augustissimo Sacramento”, “augustissimo Sacrificio”!
La diligenza richiesta ai pastori d’anime nell’insegnare ai fedeli ad avere in massimo onore la santissima Eucaristia, non può non produrre il rispetto nei loro confronti, da parte di Dio e da parte degli uomini, come insegna la Scrittura: “Chi custodisce santamente le cose sante sarà santificato e chi si è istruito in esse vi troverà una difesa” (Sap 6,10). Mentre a chi questa diligenza manca è riservata l’ignominia: “Vìolano la mia legge, profanano le cose sante. Non fanno distinzione fra il sacro e il profano, non insegnano a distinguere fra puro e impuro, […] e io sono disonorato in mezzo a loro” (Ez 22,26).
Ci serva di monito la lezione di Gesù: “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi” (Mt 7,6).
Poi non lamentiamoci se la gente ci crede sempre meno e l’indifferenza religiosa aumenta sempre più.


http://www.scuolaecclesiamater.org/2014/06/fragmenta-sunt-sacramenta.html

giovedì 7 giugno 2012

tabernacolo

CRISTO NEL SACRAMENTO ABITA LA SUA CASA!




"Una interpretazione unilaterale del Concilio Vaticano II ha penalizzato questa dimensione, restringendo in pratica l’Eucaristia al momento celebrativo. In effetti, è stato molto importante riconoscere la centralità della celebrazione, in cui il Signore convoca il suo popolo, lo raduna intorno alla duplice mensa della Parola e del Pane di vita, lo nutre e lo unisce a Sé nell’offerta del Sacrificio. Questa valorizzazione dell’assemblea liturgica, in cui il Signore opera e realizza il suo mistero di comunione, rimane ovviamente valida, ma essa va ricollocata nel giusto equilibrio. In effetti – come spesso avviene – per sottolineare un aspetto si finisce per sacrificarne un altro. In questo caso, l’accentuazione posta sulla celebrazione dell’Eucaristia è andata a scapito dell’adorazione, come atto di fede e di preghiera rivolto al Signore Gesù, realmente presente nel Sacramento dell’altare. Questo sbilanciamento ha avuto ripercussioni anche sulla vita spirituale dei fedeli. Infatti, concentrando tutto il rapporto con Gesù Eucaristia nel solo momento della Santa Messa, si rischia di svuotare della sua presenza il resto del tempo e dello spazio esistenziale. E così si percepisce meno il senso della presenza costante di Gesù in mezzo a noi e con noi, una presenza concreta, vicina, tra le nostre case, come «Cuore pulsante» della città, del paese, del territorio con le sue varie espressioni e attività. Il Sacramento della Carità di Cristo deve permeare tutta la vita quotidiana. In realtà, è sbagliato contrapporre la celebrazione e l’adorazione, come se fossero in concorrenza l’una con l’altra. E’ proprio il contrario: il culto del Santissimo Sacramento costituisce come l’«ambiente» spirituale entro il quale la comunità può celebrare bene e in verità l’Eucaristia. Solo se è preceduta, accompagnata e seguita da questo atteggiamento interiore di fede e di adorazione, l’azione liturgica può esprimere il suo pieno significato e valore. L’incontro con Gesù nella Santa Messa si attua veramente e pienamente quando la comunità è in grado di riconoscere che Egli, nel Sacramento, abita la sua casa, ci attende, ci invita alla sua mensa, e poi, dopo che l’assemblea si è sciolta, rimane con noi, con la sua presenza discreta e silenziosa, e ci accompagna con la sua intercessione, continuando a raccogliere i nostri sacrifici spirituali e ad offrirli al Padre."
 
M. Botta: Chiesa del Volto Santo - Torino
(Dall'Omelia di Benedetto XVI per la Santa Messa del Corpus Domini, Roma, 7 Giugno 2012)