Visualizzazione post con etichetta cattolici gay. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cattolici gay. Mostra tutti i post

sabato 16 luglio 2016

prendere posizione senza prendere posizione

“Il ‘pastoralismo’, malattia infantile del catto-pietismo
 
 
 
Nell’attuale desolante panorama del mondo cattolico è davvero raro, purtroppo, trovare voci coraggiose e intelligenti. Una di queste è senz’altro quelle di Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa.

Rileggevo qualche giorno fa un suo splendido intervento pubblicato sulla Nuova Bussola Quotidiana lo scorso gennaio, dal titolo “Il ‘pastoralismo’, malattia infantile del catto-pietismo”.
 
Con malinconica tristezza ho dovuto rilevarne la drammatica verità e, soprattutto, la cocente attualità, a seguito dell’approvazione definitiva della legge sul simil-matrimonio omosessuale.
 
Fontana ha avuto l’indubbio coraggio di dare un nome e cognome a quella grave patologia cui è affetta oggi la Chiesa italiana, e che rappresenta la causa principale della sua odierna paralisi.
 
In questo, ha seguito l’insegnamento di San Giovanni Paolo II, per cui «occorre avere più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno» (EV n.58). Sante parole, oggi quasi completamente dimenticate soprattutto “intra Ecclesiam”.
La malattia che Stefano Fontana denuncia si chiama “pastoralismo”.
Dieci sono i suoi effetti diretti e collaterali. Tutti devastanti.
  1. Il pastoralismo ha fatto dire a tanti vescovi e sacerdoti che le manifestazioni di piazza rompono il dialogo e non costruiscono.
  2. Il pastoralismo ha fatto pensare a molti che non bisogna più intervenire sulle leggi, ma solo sulle coscienze delle persone.
  3. Il pastoralismo ha fatto pensare che la Chiesa debba solo formare – chissà poi chi, dove e come –, per lasciare, poi, che ognuno possa entrare nella pubblica piazza con la propria coscienza.
  4. Il pastoralismo ha fatto ritenere a tanti preti che la Chiesa non debba dire mai di no, ma piuttosto accompagnare tutti e sempre.
  5. Il pastoralismo ha fatto credere che una presa di posizione contro l’omosessualità toglierebbe spazio alla pastorale delle situazioni di frontiera, tra cui quella delle persone con tendenze omosessuali. 
  6. Il pastorialismo ha fatto ritenere che scendendo sul terreno delle leggi civili la fede cattolica diventi ideologia.
  7. Il pastoralismo ha impedito a tante comunità cattoliche di trattare certi temi, perché troppo carichi di valenze politiche e quindi potenzialmente divisivi.
  8. Il pastoralismo ha indirizzato tante Diocesi a trattare certi temi, ma con l’intervento di tutte le opinioni in campo e senza prendere posizione.
  9. Il pastoralismo, col pretesto di non precludere la via dell’azione pastorale, ha bloccato ogni azione, rendendo, di fatto, la Chiesa molto pastorale, ma per questo afasica e aprassica.
  10. Il pastoralismo ha fatto credere che non solo noi, ma anche Dio debba astenersi dal giudicare le situazioni e i comportamenti, perché giudicando impedirebbe l’incontro pastorale con tutti. Al punto che – come giustamente sottolinea Fontana – nemmeno una legge si può giudicare, perché in questo caso la fede diventerebbe dottrina imposta e impedirebbe la pastorale: giudicata male una legge, ti tagli i rapporti con coloro che invece in quella legge credono. Ma in questo modo si evidenzia in maniera inequivocabile che «il pastoralismo è senza verità, perché senza giudizio non c’è più verità».

Senza alcuna possibilità di giudizio, – ha spiegato perfettamente Stefano Fontana – il pastoralismo si riduce ad «un sentimento, un atteggiamento agnostico, un prendere posizione senza prendere posizione», in ultima analisi ad «un inganno».
 
 

domenica 24 maggio 2015

GAY è BELLO, i giornalisti lo devono dire

Come l'Ordine rieduca i professionisti dei media

di Andrea Lavelli e Caterina Vitale


Premessa d’obbligo: dallo scorso anno i giornalisti sono alle prese con l’ansia da formazione. L’Ordine dei Giornalisti infatti, dal 2014, recependo una direttiva europea, ha istituito l’obbligo per tutti gli iscritti – professionisti, praticanti e pubblicisti – di partecipare a corsi di formazione e maturare relativi crediti nell’arco di tre anni, pena sanzioni da parte dello stesso Ordine.

Sui corsi in questione è già stato scritto di tutto e di più, ai non addetti ai lavori basti sapere che si tratta di lezioni spesso tenute in orari di lavoro, alcune a pagamento e che quando è stata aperta la piattaforma on line per l’iscrizione c’è stata una specie di sollevazione per la presenza di liste a numero chiuso che limitavano fortemente le opzioni di scelta. Ma i crediti sono obbligatori, quindi ci si arrangia come si può. E ci si iscrive dove capita, dove c’è posto. Per intenderci il caporedattore di una rivista che si occupa, ad esempio, di spettacoli, per questioni di orari lavorativi, di liste e di coincidenze varie potrebbe trovarsi obbligato a frequentare lezioni dal titolo "Il settore dell'acqua: la nuova regolazione dei servizi idrici, problemi e prospettive". 

Nelle opzioni possibili qualche tempo fa è comparso un corso dal titolo “Il diritto di essere omosessuale”. Data 12 maggio 2015, docente Marilisa D’Amico, crediti 2, luogo via Festa del Perdono, ovvero all’Università Statale di Milano. Marilisa D’Amico è docente di Diritto costituzionale alla Statale, è Coordinatore della Sezione di Diritto Costituzionale ed è titolare di uno studio legale che si occupa di diritti contesi, specializzato, si legge sul suo sito, nel far valere i profili di illegittimità costituzionale, di violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e della Carta Sociale Europea. Componente della direzione nazionale del Pd, ha collaborato con lo staff del sindaco Pisapia per l’elaborazione del registro sulle unioni civili ed è stata ascoltata da poco in Commissione Giustizia al Senato durante l’elaborazione del ddl sulle “unioni civili” (il cosiddetto ddl Cirinnà).

Collabora con la Rete Lenford, avvocatura per i diritti LGBT, è stata tra i primi studiosi di diritto costituzionale ad occuparsi di pari opportunità e di discriminazioni di genere: oggi è una dei maggiori giuristi in Italia a portare avanti le istanze del cosiddetto mondo LGBT. Infine è responsabile scientifico del laboratorio “Omosessualità, un mondo nel mondo”, promosso da Gaystatale,  “un gruppo politico e apartitico che riunisce gli studenti LGBT dell'Università degli Studi di Milano”. Proprio il penultimo appuntamento di questa iniziativa è stato proposto dall’Ordine come corso formativo per i giornalisti iscritti agli Albi.

Si tratta di un ciclo di 10 incontri tutti incentrati sulle tematiche dell’omosessualità. Sarebbe interessate capire chi e in base a cosa ha ritenuto inserire questa lezione (e la successiva, “Omosessualità e Lavoro”, poi cancellata, almeno per i giornalisti) nelle possibilità di formazione obbligatoria per i giornalisti, e per quale ragione. Il pensiero non può non andare alle «Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT» emanate nel 2013 e di cui La Nuova Bussola Quotidiana aveva a suo tempo parlato denunciando l’ennesimo tentativo di indottrinare chi per professione dovrebbe solo raccontar la verità. 

E proprio per amore di verità, siamo andati a sentire di cosa si trattava. Si parte dall’assunto che essere omosessuali in Italia oggi significa “mancanza di tutela e rispetto. E mancanza di tutela è il modo in cui la società ancora considera le tematiche legate all’omosessualità. È un tradimento profondo della nostra Costituzione”. Sono le parole della stessa Marilisa D’Amico che quando parla di tradimento della Carta si riferisce in particolare all’attuale stallo del provvedimento sulle unioni civili, subissato di emendamenti, oltre 4000, in Parlamento.

E allora che fare?  “Laddove non arriva la politica – spiega – in parte possono arrivare i giudici. Se c’è discriminazione possiamo studiare come giuristi il modo di portare davanti a un giudice questa discriminazione. Se un diritto viene riconosciuto da un giudice può darsi che questa sia la strada poi per un riconoscimento più generale”. 

Proprio quello che ha fatto Rete Lenford, “un gruppo di avvocati che difendono i diritti delle persone omosessuali, che ha fatto una campagna per un’azione civile sul matrimonio ugualitario”. Ma in che modo? La strategia è semplice: “per andare davanti ai giudici è importante che ci siano persone che ci mettano la faccia”. Così “sono state raggiunte coppie omosessuali in tutta Italia e ci si è detti: se invece di un ricorso [alla Corte Costituzionale] ne facciamo tanti avremo più forza di fronte alla Corte”. E infatti “davanti alla Corte sono state sollevate alcune questioni e nel 2010 è stata emessa una sentenza” che sollecita di fatto il nostro ordinamento giuridico ad approvare una norma generale su questo tema. “Su questa decisione si basa il testo Cirinnà che parla di unioni civili”.

Alcuni forse già si rassereneranno, pensando che in fondo non si parla di matrimonio, ma di “unioni civili”… ma cosa sono esattamente queste “unioni civili”? Marilisa D’Amico lo spiega benissimo:  “È un matrimonio con un nome diverso perché nel modo in cui è disciplinato è esattamente un istituto che, tranne sull’adozione, comporta gli stessi diritti e gli stessi doveri delle coppie sposate. Anzi la cosa interessante è che in questo disegno di legge si rinvia alla disciplina civilistica del matrimonio. Per la regolarizzazione dei diritti e doveri dei componenti dell’unione civile e poi è stato fatto un elenco, perché volevano togliere dei diritti, poi non si sono resi conto che in realtà li han messi dentro tutti”.

Matrimoni gay

Quanto all’adozione, che nel Cirinnà manca (sebbene ci sia l’introduzione dell’istituto della Stepchild adoption che permette l’adozione del figlio di uno dei due partner da parte dell’altro componente della coppia dello stesso sesso) la D’Amico conferma la strategia: “Sono convinta che se facciamo una causa su questo la vinciamo, e vale anche per la pensione di reversibilità: non bisogna mollare sugli aspetti specifici”.

Un accenno anche ai registri delle Unioni civili contratte all’estero, che ultimamente spopolano tra i sindaci arcobaleno: “È una vittoria, ma è un provvedimento limitato, ha un valore simbolico,” spiega la professoressa. “La battaglia politica è sacrosanta, ma il problema è che queste coppie purtroppo non hanno più diritti di altri perché giuridicamente ancora non abbiamo questo riconoscimento. Esiste una natura legislativa che non può essere sopperita dalla buona volontà dei sindaci e neanche dei giudici”.

Ecco allora che i giornalisti presenti in sala hanno potuto apprendere una preziosa lezione, anzi due: innanzitutto se il popolo e i suoi rappresentanti non condividono la battaglia per il matrimonio per tutti, è necessario forzare la mano con lo strumento giudiziario e poi, attenzione… “aldilà delle nostre battaglie la cosa più importante è fare cultura, perché se non si riesce a cambiare profondamente il modo di capire certi temi e a scardinare una serie di pregiudizi incomprensibili, non andremo da nessuna parte.” spiega la D’Amico.

E che dire di tutti coloro che in Italia credono nei valori della famiglia? “Il valore della famiglia tradizionale è un valore per chi ha una bella famiglia, ma che sia un valore in sé, francamente non credo lo credano in molti, non ci crede più nessuno,” spiega la D’Amico. E parlando della difficoltà a ottenere riconoscimento giuridico per le coppie dello stesso sesso e del ddl Scalfarotto fermo in Parlamento: “Sotto certi aspetti viviamo in una società che è ancora fortemente arretrata e quindi noi tutti dobbiamo impegnarci per cambiare le cose. Noi abbiamo una politica che è così perché purtroppo riflette una società che è ancora molto indietro e sulla quale dobbiamo assolutamente lavorare”. 

È davvero incredibile sentire queste affermazioni a un corso indicato come formativo per i giornalisti. Qui comunque la professoressa cade in una contraddizione lampante: da una parte infatti dichiara che ormai nella famiglia naturale “non ci crede più nessuno,” mentre dall’altra afferma che la società italiana deve essere oggetto di un lavoro culturale perché non vuole modellare le leggi e la famiglia in base alle rivendicazioni LGBT. Delle due, quale?

Il tranello è sempre lo stesso e bisogna stare bene attenti a non caderci: come abbiamo visto, questi progetti vengono portati avanti da una piccola minoranza di attivisti che mirano a ribaltare le leggi usando la giurisprudenza, mentre il popolo della famiglia è silenzioso, ma numeroso e maggioritario (vedi le grandi manifestazioni delle Sentinelle e de La Manif). La loro tattica è proprio quella di convincerci che siamo soli, che siamo rimasti in pochi a credere nella famiglia, quando in realtà sanno che è esattamente il contrario. 

Ma qui sorge una domanda fondamentale: questo era un corso di formazione o un momento di propaganda? “Noi tutti dobbiamo impegnarci a cambiare le cose”, così si conclude il corso, e non c’è affermazione più vera. Ecco perché abbiamo voluto raccontare questa storia, ed ecco perché il popolo della famiglia non solo adesso ha la coscienza vigile e a imparato a riconoscere le tattiche LGBT, ma ha anche capito che per contrastarle basta alzare una mano, rompere il silenzio, superare la paura, prendere posizione. Ci renderemo conto che non siamo soli.

mercoledì 4 marzo 2015

diritti dei gay

San Francisco contro il vescovo che vuole il rispetto dei valori cattolici nelle scuole cattoliche

San Francisco critica il regolamento dell'arcivescovo Salvatore Cordileone: “Chi sei tu per giudicare?”


L'arcivescovo di San Francesco Salvatore Cordileone

Roma. “In questa città che ha contribuito a dar vita al movimento per i diritti dei gay”, come scrive il New York Times, una cosa così non si sarebbe mai potuta immaginare. L’arcivescovo Salvatore Cordileone ha firmato e promulgato un regolamento in cui si chiarisce che nelle scuole superiori cattoliche della diocesi da lui amministrata i docenti dovranno tener presente, d’ora in poi, quelli che sono ancora i princìpi della morale cattolica. Non è opportuno, quindi, che davanti al crocifisso appeso al muro si dica agli studenti che “gli atti omosessuali non sono contrari alla legge naturale”, che la contraccezione non è “intrinsecamente una cosa negativa” e che la ricerca sulle cellule staminali è una grande conquista della scienza. In pratica, è quel che fa ogni azienda che si rispetti con il codice deontologico fatto imparare ai propri dipendenti, in cui si mettono nero su bianco i limiti da non valicare. Ma a S. Francisco le rimostranze si sono presto trasformate in una quasi sommossa.

“La nostra comunità è addolorata, i nostri insegnanti sono terrorizzati”, dice quasi tra le lacrime miss Jessica Hyman, da parecchi lustri docente in una delle quattro scuole raggiunte dalle regole fissate dal vescovo. Le sigle lgbt hanno subito steso lunghi comunicati di condanna in cui tirano in ballo, ça va sans dire, Papa Francesco, accusando il capo della diocesi californiana di “chiudere la porta” anche a “professionisti qualificati, tra cui molti fedeli cattolici gay”. Altri, parlano addirittura di un regolamento che sa tanto di “test di purezza”, evocando il ritorno all’Europa degli anni Trenta. La protesta è montata, tra studenti e professori, tanto che è stata organizzata una marcia silenziosa illuminata dalle candele verso la cattedrale di St. Mary, il cui profilo moderno la fa sembrare un centro benessere. Qua e là, nel buio della sera, qualche cartello con la celeberrima frase papale “chi sono io per giudicare?”, stampata in ogni carattere disponibile su Word e declinata ormai in ogni contesto utile a mettere contro gerarchie episcopali e desiderata personali. Un docente all’istituto del Sacro Cuore, tale Gus O’Sullivan, candela alla mano ha spiegato di essere lì raccolto in preghiera “per l’arcivescovo, il cui cuore è cambiato”.

Ma quale “caccia alle streghe!”, ha reagito mons. Cordileone: “Qui nessuno vuole licenziare nessuno”. I punti del documento tanto contestato, ha spiegato, sono tutti “presi dal catechismo della chiesa cattolica, e non contengono nulla di nuovo”. Semmai, in un’epoca contrassegnata da dibattiti scottanti su fede e morale, il presule conservatore (gli viene rinfacciato dai contestatori il no ai matrimoni tra persone dello stesso sesso e la partecipazione – nonostante gli appelli di vip e decine di intellettuali – alla Marcia per la vita di Washington dello scorso anno) ha detto di aver ritenuto “importante aiutare gli insegnanti a fornire ai propri studenti valide prospettive” su argomenti che potrebbero dare adito a qualche confusione di troppo: “Le nuove generazioni sono oggi sotto la forte pressione di chi li vuole conformati a certi standard contrari a ciò in cui crediamo”. Una motivazione che non ha però convinto otto legislatori locali, i quali hanno chiesto a Cordileone di ritirare immediatamente “le norme discriminatorie”. L’accusa è di “aver usato la religione come un cavallo di Troia per privare i nostri concittadini dei loro diritti fondamentali”.