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venerdì 31 luglio 2015

la Messa strapazzata

La S. Messa 

e la caduta della Fede



di d. P. P.
Se vi è una caratteristica che possa definire per eccellenza la vita del nostro fondatore è senz’altro il desiderio di instaurare il regno di Cristo nelle anime e nella società. San Pio X che fece dell’«Instaurare omnia in Christo» tutto il programma del suo pontificato.
La realizzazione di questo regno comporta una lotta contro coloro che lo rigettano e questo spiega l’opposizione acerrima di san Pio X contro il modernismo penetrato nella Chiesa.
Certamente Gesù è Re perché è Dio, e quindi a lui tutte le creature devono rendere omaggio, ma è Re anche in quanto uomo poiché ci ha riscattati dal potere di Satana, versando il suo sangue sulla Croce. Per questo a lui apparteniamo e a lui dobbiamo sottomettere prima di tutto la nostra mente con un’adesione completa alle verità che ci ha rivelato e che ci indicano il cammino per giungere alla salvezza. A lui dobbiamo sottomettere anche la volontà conformando sempre più la nostra vita alla sua legge.
Il regno di Cristo poi non si estende unicamente sulle anime e sulle famiglie ma anche sulla società che è in definitiva una creatura di Dio poiché è Lui che ha dato all’uomo una natura sociale. Anch’essa quindi deve rendergli un culto pubblico nella religione che Egli ha rivelato e fondare i suoi ordinamenti sulla legge naturale e quella divina.
L’instaurazione di questo regno sociale non può lasciarci indifferenti poiché, come ricordava Papa Pio XII: «Dalla forma data alla società, consona o no alle leggi divine, dipende e s’insinua anche il bene o il male nelle anime»1. Con il sacramento della Cresima siamo divenuti soldati di Cristo proprio per cooperare all’instaurazione di questo regno in noi e nella società. Per contribuirvi efficacemente non dobbiamo dimenticare che siamo chiamati ad una battaglia essenzialmente soprannaturale. San Paolo ce lo ricorda: «Non lottiamo contro una natura umana mortale, ma contro i prìncipi, contro le potenze, contro dominatori di questo mondo oscuro, contro gli spiriti maligni delle regioni celesti. Per questo motivo indossate l'armatura di Dio per resistere nel giorno malvagio»2. Ora Satana è stato vinto sulla Croce ove Gesù ha inchiodato l’atto della nostra condanna e ci ha meritato tutte le grazie necessarie per vincere una lotta che sarebbe di per sé di gran lunga al di sopra delle nostre forze.
Queste grazie ci sono comunicate tramite la S. Messa che riattualizzando il sacrificio della Croce perpetua il trionfo di Gesù Cristo su Satana. Sant’Alfonso, parlando della Santa Messa, ricorda che essa «è l’opera che più abbatte le forze dell’inferno, che apporta maggior suffragio alle anime del purgatorio, che maggiormente placa l’ira divina contro i peccatori, che apporta maggior bene agli uomini in questa terra»3.
La trasformazione sociale constatata in Africa grazie alla Messa, vero fermento di civilizzazione cristiana fra gli indigeni4.
Per questo dalla sua sconfitta sulla croce, Satana cerca di distruggere la Chiesa scaturita dal costato aperto di Gesù, per impedire che i frutti del suo sacrificio siano comunicati alle anime. In modo particolare vuole colpirla al cuore cercando non soltanto di alterarne la dottrina ma anche di prosciugarne la sorgente della grazia: «Il demonio – scrive sant’Alfonso - ha procurato sempre di togliere dal mondo la Messa per mezzo degli eretici, costituendoli precursori dell’anticristo; il quale prima di ogni altra cosa procurerà di abolire ed infatti gli riuscirà d’abolire, in pena di peccati degli uomini il santo Sacrificio dell’altare, secondo quel che predisse il profeta Daniele (Dan. 8,12)»5.


Uno dei più grandi attacchi alla Messa fu certamente quello portato dall’eresia protestante che, a causa di un’errata dottrina sulla giustificazione fondata unicamente sulla fede, disconosceva la necessità di rinnovare il sacrificio della croce in espiazione dei peccati. La Messa diveniva così una semplice memoria dell’ultima cena fatta dalla comunità dei fedeli e presieduta dal pastore, dove il Signore era soltanto spiritualmente presente. Negando l’esistenza del sacrificio propiziatorio non era più necessaria la vittima e neppure il sacerdote che aveva compito di offrirla ed immolarla; da qui la negazione della Presenza reale e del sacerdote, consacrato a questa funzione da un ordine sacro, che lo distingue dai fedeli.
Sintomatico è considerare come il vescovo apostata Cramner riuscì a modificare in Inghilterra la fede di un popolo che era cattolico fino a fargli abbracciare le eresie protestanti, cambiando la liturgia della messa. La recente pubblicazione in Italia del libro di Michael Davies La riforma liturgica anglicana ne dà un esempio stupefacente6.
L’uso della lingua vernacola, l’omissione dei momenti di silenzio, la soppressione dell’offertorio, la sostituzione degli altari con delle tavole, il cambiamento della posizione del ministro, la comunione nelle mani ed altre soppressioni ed aggiunte, operarono una vera rivoluzione nelle credenze.
Poiché la legge della preghiera corrisponde alla legge della fede, i cambiamenti liturgici operati gradualmente realizzarono un trasbordo ideologico di massa che condusse tutto un popolo all’eresia, molto più efficacemente che mille prediche o catechismi: «A poco a poco, a misura che passavano gli anni, i dogmi incastonati negli antichi riti ormai abbandonati e che, grazie a loro, erano rimasti vivi negli spiriti e nei cuori, finirono per scomparire a loro volta, senza che, per distruggerli, fosse necessario organizzare missioni e predicazioni»7.
Papa Leone XIII, nella sua enciclica sulle ordinazioni anglicane, riassume molto bene il processo messo in atto: «Essi (i riformatori anglicani) sapevano benissimo che legame stretto unisce la fede e il culto, la lex credendi e la lex supplicandi; così, con il pretesto di restaurare la liturgia per renderle la sua forma primitiva, intrapresero la sua alterazione su molti punti per metterla in accordo con gli errori dei novatori. Ne risulta che, in tutto l’ordinario, mai si parla chiaramente di sacrificio, della consacrazione, del sacerdozio, del potere di consacrare e di offrire il sacrificio; al contrario, come abbiamo già detto, si tolse e si soppresse deliberatamente dalle preghiere del rito cattolico, che non erano state puramente e semplicemente eliminate, ogni traccia di questi elementi, come altri simili»8.
Sembra incredibile constatare come in seguito alla rivoluzione nella Chiesa operata dall’ultimo concilio, la stessa strategia sia stata utilizzata per trasformare la fede dei cattolici e condurli alle nuove dottrine, prima fra le quali l’ecumenismo, utilizzando come strumento preferenziale la liturgia con l’imposizione del nuovo rito della messa.
Fin dagli albori di questa rivoluzione liturgica, autorevoli personalità ecclesiastiche ne denunciarono il pericolo. Basti citare i cardinali Bacci ed Ottaviani che, presentando a Paolo VI il ben conosciuto Breve esame critico del Novus Ordo Missae ne denunciavano «l’impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa» formulata nel concilio di Trento che «eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del magistero».
Si trattava di un rito forgiato ex novo come lo stesso Paolo VI riconosceva parlando della «novità che costituisce il nuovo rito della Messa» la quale comporta «un cambiamento che riguarda una venerabile tradizione multisecolare» (Udienza generale del 26-11-1969).
Lo stesso Mons. Bugnini, principale artefice della riforma, disse molte esplicitamente che si tratta «in certi punti, di una vera nuova creazione, dato che l’immagine della liturgia data dal Concilio Vaticano II è completamente differente da quella che la Chiesa cattolica ha avuto finora» 9.


Già questo sarebbe per sé sufficiente per giustificarne il rigetto poiché la liturgia non si fabbrica a tavolino, essa è il prodotto della devozione cattolica nei secoli e soltanto gli eretici nella storia ne hanno intrapreso una riforma radicale, sempre con il pretesto di un ritorno alla purezza del cristianesimo primitivo. Ma questo è un metodo rivoluzionario ben conosciuto: «Si sa bene, – scrive Louis Salleron – che, nelle società stabili, un processo rivoluzionario collaudato è il “ritorno alle origini”. Non si tratta più di potare l’albero perché porti più frutto; lo si taglia alla base con il pretesto di rendere tutto il vigore alle sue radici»10.
Questo allontanamento dalla fede cattolica è ben percettibile sui medesimi punti stravolti dai novatori. Prima di tutto la Messa non è intesa più come sacrificio propiziatorio, cioè offerto in espiazione dei peccati; per questo l ’offertorio, in cui in anticipo si offriva la vittima che sarebbe stata immolata per i nostri peccati, è stato soppresso e rimpiazzato da una preghiera che indica uno scambio di doni fra Dio e l’uomo. L’altare diventa una tavola, malgrado la condanna di questo abuso da parte di Papa Pio XII nella sua enciclica Mediator Dei (20 novembre 1947). La santa Comunione è distribuita nelle mani, da laici.
Per indicare il modo di presenza di Nostro Signore nell’Eucaristia non si parla più di transustanziazione, solo termine consacrato dalla Chiesa per far barriera efficace agli errori dei protestanti.
Lo stesso ruolo del ministro è stravolto poiché è l’assemblea che celebra il memoriale del Signore ed il sacerdote diventa un semplice presidente 11. Nuovi edifici sono costruiti per accogliere il nuovo rito, in fedele ossequio alle direttive del Vaticano ma che non hanno più nulla a che vedere con la struttura tradizionale della chiesa a forma di croce greca o latina e lo stesso tabernacolo è relegato ad un angolo per cedere il posto al celebrante. Questo prescrizione ci porta alla mente il discorso di chiusura del concilio in cui Paolo VI aveva detto: «Anche noi, e più di chiunque altro, abbiamo il culto dell’uomo» ( 7 dicembre 1965).  Si può dire che la nuova messa realizza pienamente questa nuova concezione religiosa.
Gli artefici del cambiamento liturgico avevano chiaramente manifestato che il loro scopo era elaborare un rito che potesse favorire l’ecumenismo con i protestanti.
Paolo VI già nella sua enciclica programmatica Ecclesiam suam (6 agosto 1964) lo aveva lasciato intendere: «su tanti punti differenziali, relativi alla tradizione, alla spiritualità, alle leggi canoniche, al culto, Noi siamo disposti a studiare come assecondare i legittimi desideri dei Fratelli cristiani, tuttora da noi separati».
In maniera ancore più palese si era espresso a J. Guitton: «Allo sforzo richiesto ai fratelli separati perché si riuniscano, deve corrispondere lo sforzo, altrettanto mortificante per noi, di purificare la Chiesa romana nei suoi riti, perché diventi desiderabile e abitabile»12.
Quanto a Mons. Bugnini, non ha mai nascosto le sue intenzioni ecumeniche. Sulle colonne dell’Osservatore Romano, dichiarò che la riforma liturgica era stata improntata al «desiderio di scartare ogni pietra che potesse costituire anche solo l’ombra di un rischio di inciampo o di dispiacere per i fratelli separati»13.
Per questo sei pastori protestanti parteciparono ai lavori preparatori della nuova Messa.
Diverse dichiarazioni di personalità del mondo protestante mostrarono che lo scopo ecumenico era raggiunto.
Fra di esse ricordiamo il professore di dogmatica alla facoltà protestante di Strasburgo, M. Siegeval che, nel novembre del 1969, scrisse al vescovo della città una lettera nella quale constatava che «niente nella messa adesso rinnovata può veramente disturbare il cristiano evangelico»14. Nello stesso anno Max Thurian, pastore protestante di Taizé, aveva dichiarato che «uno dei frutti del nuovo Ordo Missae sarà forse che delle comunità non cattoliche potranno celebrare la Santa Cena con le stesse preghiere della Chiesa cattolica. Teologicamente è possibile»15.
Nell’aprile del 1972 i protestanti di Taizé adotteranno effettivamente le preghiere eucaristiche della nuova messa. In quell’occasione il padre domenicano Roger-Thomas Calmel, grande teologo e coraggioso oppositore fin dall’inizio dei cambiamenti liturgici, fece un appello accorato alla resistenza: «Che i sacerdoti cattolici rinuncino una volta per tutte a portare i travestimenti preparati da superiori traditori per far piacere a dei predicatori eretici. Che rifiutino di celebrare la messa con il Novus Ordo poiché questo Novus Ordo, con il suo smantellamento calcolato di formulari e di riti è diventato ciò che era destinato a divenire: un libro liturgico all’uso di ufficianti eretici che non credono alla messa e che non sono sacerdoti»16.
È indubbio che negli ultimi anni un mutamento radicale si è operato nella fede dei sacerdoti e dei fedeli e la nuova liturgia della Messa ha esercitato in questo un’influenza fondamentale.
Il rifiuto della nuova Messa e la lotta contro gli errori moderni non è facoltativa.
La restaurazione nella Chiesa si costruisce intorno alla sua Croce, alla Santa Messa di sempre e questo comporta dalla parte dei sacerdoti e dei laici il rigetto totale e radicale della nuova liturgia fondata sui principi protestanti penetrati nella Chiesa. Non basta infatti affermare la verità ma occorre anche condannare tutto ciò che le si oppone e se si accetta di dare il diritto di cittadinanza all’errore, come propone lo spirito liberale, si ha già perso in partenza poiché si costruisce sulla sabbia del compromesso e si entra già nell’ottica rivoluzionaria.

Note:
  1. Pio XII, Radiomessaggio del 1 giugno 1941.
  2. Ef 6,12.
  3. Sant’Alfonso, La Messa strapazzata.
  4. «Ho potuto vedere villaggi di pagani divenuti cristiani trasformarsi non solo spiritualmente e sovrannaturalmente, ma anche fisicamente, socialmente, economicamente, politicamente; trasformarsi perché quelle persone, da pagane che erano, diventavano coscienti della necessità di compiere il loro dovere malgrado le prove ed i sacrifici, di mantenere i loro impegni e particolarmente gli obblighi del matrimonio. Allora il villaggio si trasformava poco alla volta sotto l'influenza della grazia e del santo Sacrificio della Messa; e tutti quei villaggi volevano avere la propria cappella e la visita del Padre. La visita del missionario!»
  5. S. Alfonso, Ibid.
  6. Ed. Ichthys, pp. 288.
  7. Mons. Philip Hughes, The Reformation in England, 1950, Michael Davis, La Riforma liturgica anglicana p. 89.
  8. Leone XIII, Apostolicae curae, 13 settembre 1896.
  9. A. Bugnini, Dichiarazione alla stampa (4 gennaio 1967), in «La Documentation Catholique », n. 1491 (1967), col. 824.
  10. Louis Salleron, La nouvelle Messe, Parigi, 1972, p. 40.
  11. Institutio Generalis n. 7.
  12. J. Guitton, Paolo VI segreto, San Paolo, Milano 1985, quarta edizione 2002, p. 59.
  13. Cfr.   «La Documentation Catholique », n. 1445 (1965), col. 604.
  14. Citato in Louis Salleron La nouvelle messe p. 119.
  15. «La Croix», 30 maggio 1969, ibd. p. 119.
  16. Le père Roger-Thomas Calmel, père Jean-Dominique Fabre, éd. Clovis 2012 p. 478.
Fonte: La Tradizione Cattolica n° 1 (94) - 2015

venerdì 27 febbraio 2015

selfie col papa

Decalogo per il prete e il suo telefonino



 

Onde evitare scene ambigue come quella rappresentata nella foto, che fa ridere - una volta che si capisce la situazione-, ma altrimenti fa proprio piangere, meglio attenenersi, cari fratelli sacerdoti, a qualche buon comandamento (più di galateo e buona creanza sacerdotale che d'imperativo morale):

1) Spegni il telefonino quando vai a celebrare la S. Messa: non ti serve per parlare con Dio e a quelli che hai in chiesa basta il microfono dell'altare.

2) Se poi - capita - ti dimentichi il telefonino acceso in tasca e stai dicendo la Messa, non presumere "tanto non mi chiama nessuno": il demonio è terribile e tenterà qualche pia persona a telefonarti. Meglio spegnere con elegante noncuranza.... prima che suoni. E soprattutto MAI rispondere se suona (capita anche quello!).

3) Spegni il telefonino quando parli con le persone: è sempre mancanza di attenzione nei loro confronti mettersi a parlare o guardare il telefono mentre ti raccontano le loro tragedie .... o i loro peccati!

4) Già che ci sei: lascia normalmente la VIBRAZIONE o meglio ancora il SILENZIATORE (ce l'ha ogni telefonino, anche quelli vecchi ....). Perderai qualche chiamata, ma la tua preghiera se ne avvantaggerà e avrai meno distrazioni nel tuo ministero.

5) Non usare lo Smartphone per dire l'Ufficio divino, almeno quando sei in Chiesa o lo reciti in comune. Le app della Liturgia delle Ore sono una grande comodità in caso di viaggio o di dimenticanza dei grossi volumi liturgici. Ma vedere un prete che guarda per un quarto d'ora il telefonico con grande attenzione davanti al tabernacolo può far pensare male più d'uno .... E comunque l'effetto dello schermo è distraente e non fa pregare come la buona vecchia carta.

6) Non pensare nemmeno - perché ti leggo nel pensiero! - di usare il tablet o il telefono al posto del Messale, sull'altare, neanche in caso di assoluta necessità. E' un abominio troppo grosso anche per pensarlo e peggio per farlo (ci sono arrivati perfino i vescovi australiani, che non sono proprio chiusi ....).

7)  Limitati con 'sto Whattsapp: non hai 15 anni, non puoi perdere metà della tua giornata a chattare o ricevere milioni di messaggini - anche se gratis - da tutti gli adolescenti della parrocchia. No, non fa per te.


8) Non usare la fotocamera mentre stai celebrando e nemmeno se stai concelebrando la Messa. A volte alcuni sacerdoti pensano che ai concelebranti sia consentito, in caso di solennità e partecipazione a qualche festa particolare, lo scatto più o meno furtivo di foto ricordo o selfie, nonostante l'ingombro dei paramenti (vedi foto sopra...). Risposta: "Ma nemmeno a San Pietro in Vaticano quanto esce il Papa!".

9) Non usare né lasciare che altri usino il registratore in confessione, nemmeno per prendere appunti vocali dei tuoi meravigliosi consigli di Padre spirituale: non è permesso né ai fedeli né al ministro. C'è un'apposita scomunica latae sententiae, mica bazzecole (leggi qua)

10) Chiediti: "come mai non riesco più a fare a meno del telefonino?". Eppure pochi anni fa non sapevi nemmeno cosa fosse, né tantomeno di averne così bisogno. Dopo tutto, per consultare internet bastano ancora i vecchi e cari PC ;-)!


Se avete qualche comandamento da aggiungere, segnalatelo nei commenti.....

martedì 2 settembre 2014

MESSA IN LATINO????

HA SENSO LA MESSA IN RITO ANTICO?



Vi siete mai chiesti perché ci sono alcuni cattolici che vanno alla Messa in latino?
Questo articolo spiega con parole semplici e chiare:

Forse vi è capitato di assistere alla Messa romana e vi siete chiesti il perché ci siano dei cattolici che vi assistono. Magari voi stessi avete appena finito di sentirne una, forse per la prima volta. Magari avete già discusso con un vostro amico che va alla Messa in latino sulla situazione attuale della Chiesa, o vi siete trovati a passare per caso là dove si celebrava in rito antico. Certo, per la gente quello che colpisce di più è la lingua, il latino. Ma si rimane colpiti anche dalla bellezza delle cerimonie che evoca ormai l'immagine di un tempo lontano.

Al di là della nostalgia
Ma il latino, le belle cerimonie e la nostalgia per «i bei tempi andati» non sono in realtà le ragioni principali per cui si conserva il rito di sempre. Si tratta di conservare l'integrità della dottrina cattolica e di offrire a Dio un culto buono e rispettoso. A questo proposito risponde bene la Messa romana. La Santa Vergine vi ottenga la grazia di perseverare «saldi e forti nella fede che avete appreso» (2 Ts 2, 14).

Una tipica Messa moderna
In una tipica Messa moderna di una comune parrocchia, l'intero rito si svolge in lingua volgare. Il celebrante si trova seduto o in piedi di fronte ai fedeli e spesso si rivolge loro con richiami spontanei durante lo svolgimento del rito. Nel coro, i fedeli possono aggiungere i loro commenti o leggere le Sacre Scritture. Una parte del rito si svolge attorno ad un altare-tavola. Il tabernacolo non si trova quasi mai sull'altare, ma alle spalle del sacerdote, o relegato in un angolo. Il «segno di pace» è un'occasione per applausi, emozioni o conversazioni personali. Il celebrante dà alla maggior parte dei fedeli la Comunione nella mano, assistito in questo da uomini e donne laici. Il prete fà pochissime genuflessioni. É raro comunque che due celebrazioni del nuovo rito siano esattamente uguali; variano infatti da sacerdote a sacerdote e da parrocchia a parrocchia. Da qualche parte sono stati addirittura introdotti degli elementi bizzarri come la «messa dei pagliacci», «dei pupazzi» o «dei palloncini», mentre in altre si proiettano diapositive, si fanno scenette o si suona la musica popolare. 

La Messa antica 
Tutto ciò differisce con la Messa celebrata da sempre nell'antica e venerabile lingua della Chiesa. Il celebrante sta di fronte a Dio sacramentato nel tabernacolo; non fà commenti personali, ma recita esattamente quelle stesse preghiere che i sacerdoti hanno usato per secoli, e solo lui può toccare con le mani l'Ostia consacrata. Al momento della Comunione, i fedeli si inginocchiano di fronte al Signore e lo ricevono soltanto in bocca. Non ci sono applausi e conversazioni prima della Comunione. I fedeli seguono la Messa con devozione. I gesti del sacerdote sono rispettosi e composti, e prevedono molte genuflessioni come atto di rispetto per il Santissimo Sacramento. Il testo e il rito della Messa romana sono gli stessi ovunque e non variano da celebrante a celebrante o da parrocchia a parrocchia, poiché tutto è governato da ruoli uniformi e molto specifici.

La liturgia esprime la dottrina 
Anche il più fortunato degli osservatori può concludere che il rito moderno e quello antico sembrerebbero mandare due tipi di «segnali» radicalmente diversi su ciò che la Messa sia, a cosa serva o cosa ci chieda di credere. Il nuovo rito ci lascia l'impressione che la Messa non sia altro che un banchetto conviviale; il vecchio rito, invece, che la Messa sia un'azione diretta ad adorare Dio. Ciò ci porta a quel principio che è la chiave per capire il perché ci siano dei cattolici che vanno alla Messa romana: per sua stessa natura, la liturgia esprime la dottrina; ne parlò Sua Santità Pio XII (papa dal 1939 al 1958) nella Lettera Enciclica Mediator Dei (1947): «Il culto che la Chiesa offre al Signore è una continua professione della fede cattolica [...]; nella liturgia si esprime apertamente e chiaramente la dottrina cattolica». La liturgia non solo esprime la dottrina, ma esplicita anche ciò che i fedeli devono credere. Le preghiere e i gesti liturgici che esprimono riverenza verso la Presenza Reale di Cristo nell'Eucarestia, ad esempio, rafforzano e raffermano la nostra comune fede nella dottrina. Se dal culto pubblico si tolgono tutte quelle preghiere e quei gesti rituali che alludono a quella particolare verità (come la Presenza Reale), si può dubitare che col tempo i fedeli cesseranno di crederci.

La Messa romana e la dottrina cattolica 
Poiché la Messa romana esprime la dottrina e nello stesso tempo esplicita ciò che i fedeli devono credere, la Chiesa, nei secoli passati, ha sempre vigilato attentamente sui testi liturgici in modo da assicurarsi che essi riflettessero pienamente la fede cattolica ed escludendo tutto ciò che potesse comprometterla. La Chiesa ha sempre parlato della Messa innanzitutto come di un sacrificio. É insegnamento infallibilmente rilevato che Gesù Cristo ha lasciato alla Chiesa un sacrificio visibile «in modo che il Suo sacrificio, già offerto una volta sulla Croce, potesse nuovamente essere reso attuale» 3. La dottrina secondo cui la Messa è prima di tutto un sacrificio offerto a Dio, è magnificamente e chiaramente espresso nella Messa romana. E così pure tantissimi altri punti dell'insegnamento cattolico come la Presenza Reale, la natura del Sacerdozio, l'esistenza del Purgatorio, l'identificazione della vera Chiesa di Cristo con quella cattolica e l'intercessione dei Santi.

Protestantizzare i cattolici? 
Anche i protestanti sono sempre stati al corrente di quanto la Messa cattolica esprima bene la dottrina della Chiesa. Infatti, quando vollero diffondere i loro insegnamenti fasulli e innovativi, cominciarono col cambiare la liturgia. Nel XVI secolo, Martin Lutero (1483-1546) riuscì a protestantizzare i cattolici cominciando proprio dal culto, come si legge in una sua biografia: «E venne quindi la riforma liturgica, che colpì il fedele più a fondo poiché ne intaccò la devozione personale: lo si invitò infatti a bere il vino del sacramento, a prendere la particola con le proprie mani, a comunicarsi senza prima essersi confessato, a sentire le parole della consacrazione nella sua stessa lingua e a prendere parte attiva nel coro sacro. Lutero elaborò quei principî teorici che furono poi alla base dei suoi cambiamenti più innovativi, il più importante dei quali era che la Messa non fosse un sacrificio» 4. I cambiamenti liturgici introdotti finirono per essere un mezzo per sminuire la dottrina cattolica e diffondere al suo posto una dottrina rivoluzionaria. Le riforme liturgiche che Lutero apportò nel XVI secolo per distruggere l'idea cattolica che la Messa fosse un sacrificio, sono ormai tramontate?

Le riforme cattoliche 
Il Concilio Vaticano II fu convocato da Giovanni XXIII (1881-1963). Egli disse di voler «aprire le porte» al mondo moderno e di voler «aggiornare» la Chiesa per rendere la sua presenza più «incisiva» per quei tempi e per richiamare più gente nel suo seno. Il Papa convocò i Vescovi per discutere su grandi riforme della liturgia, della disciplina ecclesiastica e della dottrina. Dopo la morte di Giovanni XXIII, i lavori del Concilio proseguirono sotto Paolo VI (1897-1978) e sfociarono in radicali cambiamenti. I cattolici si ritrovarono così di fronte alle riforme in ogni fase della propria vita religiosa. I fedeli si sentirono ripetere innumerevoli volte che«l'essenza della fede non era stata toccata» e che il Vaticano II avrebbe apportato «un vero rinnovamento» all'interno della Chiesa. 

Ma i preti e le suore hanno abbandonato in massa la loro sacra vocazione, i seminari, che una volta erano pieni, ora sono semivuoti o chiusi, l'assistenza alla Messa della domenica è calata drammaticamente, i teologi si sono posti dubbi o hanno rifiutato la dottrina cattolica, gli insegnamenti della Chiesa sulla morale vengono apertamente combattuti e ignorati di proposito sia dal clero che dai laici.

I principî del Vaticano II 
Il Vaticano II si apre a due principî: l'ecumenismo e la nuova teologia:

L'ecumenismo cerca di trovare punti di unione tra il cattolicesimo con le religioni non cattoliche. Tutte quelle dottrine e pratiche liturgiche che i protestanti o gli altri non cattolici trovano sgradite, devono, di conseguenza, essere eliminate, sminuite o rese ambigue.
I nuovi teologi insegnano spesso che le verità cambiano di epoca in epoca e che, di conseguenza, anche la Chiesa debba cambiare in modo da essere così «incisiva» nel mondo secolare. Il clero moderno assimila il culto, la dottrina e la moralità tradizionale filtrandola attraverso la filosofia relativista moderna e i «principî» e i «valori» della società secolare. I modernisti spogliano così la fede da tutte quelle dottrine e pratiche liturgiche che alla mentalità moderna possono apparire troppo intransigenti, esclusiviste, difficili, oscurantiste, fanatiche o imbarazzanti. Come risultato, la nozione stessa di verità oggettiva viene a cadere, la religione viene così ridotta a poco più di un sentimento o di un simbolo, mentre gli stessi principî della morale divengono vaghi.

La nascita della nuova Messa 
Poiché tutti quei concetti e pratiche liturgiche rifiutate dai non cattolici e dalla mentalità moderna abbondavano nella Messa romana, nuovi teologi suggerirono di abbandonare il rito di sempre e di crearne uno nuovo che potesse rimpiazzarlo. Questo avrebbe dovuto soddisfare due propositi:

* Per soddisfare i protestanti, nel nuovo rito bisognerebbe eliminare, o almeno sminuire, la dottrina cattolica secondo cui la Messa fosse un sacrificio propiziatorio 6, celebrata da un ministro consacrato, in cui Cristo diviene presente sotto le Specie del pane e del vino mediante la «transustanziazione».
* Per soddisfare l'uomo moderno occorreva invece abolire o stemperare parole forti come «inferno», «pena», «punizione eterna», «miracolo», «anima» e «separazione dal mondo».

Il compito di formulare un tale rito fu affidato ad una commissione chiamata Consilium (Consilium ad exequendam Costitutionem de Sacra liturgia). Tra gli osservatori non cattolici vi erano sei pastori protestanti: Ronald Jasper, Massey Shepherd, Raymond George, Friedrich Kunneth, Eugene Brandt e Max Thurian in rappresentanza degli anglicani, del Consiglio Ecumenico delle Chiese, dei luterani e della comunità di Taizé.

Sul loro ruolo all'interno del Consilium, il Vescovo William Baum (poi Cardinale nel 1976) disse: «Essi non si trovavano lì solo come osservatori, ma anche come consulenti che parteciparono attivamente al rinnovamento liturgico. Non avrebbe rappresentato molto se si fossero limitati ad ascoltare; essi vi contribuirono pienamente». E fu la promulgata la nuova Messa nell'aprile del 1969.

Un documento rivelatore
Nel 1969, l'Institutio Generalis Missalis Romani introdusse per primo i testi ufficiali della nuova Messa. Gli estensori ne presentarono i principî dottrinali che erano alla base del rito che avevano elaborato. Esso costituisce un documento rivelatore. Eccone i punti salienti:

* Definizione di Messa: l'Institutio Generalis si riferisce alla Messa come alla «Cena del Signore», termine questo gradito ai protestanti, e la definisce come «sacra assemblea o riunione del popolo di Dio volta alla celebrazione del memoriale del Signore sotto la presidenza del sacerdote». Un futuro vescovo disse di questo passo: «Si parte dal concetto di assemblea per dare una definizione alla Messa».

* Il banchetto comunitario: l'Institutio presenta la Messa anzitutto come un banchetto comunitario o un memoriale, piuttosto che come un sacrificio.

* La presenza di Cristo: l'Institutio non fà alcuna menzione della Presenza Reale di Gesù Cristo nell'Eucarestia e della Transustanziazione. Insegna invece che Cristo è presente nell'assemblea, nella lettura delle Sacre Scritture, nel sacerdote, e che l'Ultima Cena viene così resa presente.

* Il ruolo del celebrante: é l'assemblea che «offre» la Messa e sembra che il sacerdote si limiti a «presiederla» perché il suo ruolo ora non sia più quello del sacrificatore e mediatore, ma quello di un semplice «presidente dell’assemblea».

* La Consacrazione: ciò che nel vecchio rito veniva definita «consacrazione», nella nuova Messa è ora chiamata narratio institutionis («racconto dell'istituzione»). Questo termine viene usato dai novatores per significare che l'Eucaristia, invece di essere un sacrificio, è un mero richiamo al racconto dell'Ultima Cena. Ma quando il sacerdote recita le parole della Consacrazione in modo puramente narrativo, la sua intenzione viene considerata insufficiente e la Messa è così invalida: Cristo non diviene realmente presente e il sacrificio non ha luogo. Ma quando i fedeli avvertirono l'allarme su come il nuovo rito promuovesse idee così pericolose, i creatori della nuova Messa cercarono di occultare le proprie intenzioni. Nel 1970, infatti, gli innovatori elaborarono una seconda edizione dell'Institutio che aboliva la maggior parte del linguaggio fatto oggetto di obiezioni e che includeva invece termini tradizionali. Ma d'altra parte lasciarono completamente invariato il nuovo rito.

La perdita della fede 
La liturgia, di per sé, come già abbiamo detto, influenza la fede di coloro che vi partecipano. Quindi, i frutti della nuova Messa non dovrebbero costituire per noi una sorpresa. I cattolici dubitano sul dogma principale della Messa, che cioè il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Cristo con la Transustanziazione. In un sondaggio condotto dal New York Times, nell'aprile del 1994, fu chiesto ai cattolici americani se il pane e il vino nella Messa fossero:
- «cambiati nel Corpo e nel Sangue di Gesù Cristo» (secondo la dottrina tradizionale);
- «ricordi simbolici di Cristo» (secondo il credo protestante).
Ebbene, il 70% degli intervistati, nella fascia di età tra i diciotto e i quarantaquattro anni, rispose che il pane e il vino nella Messa erano solamente «ricordi simbolici». Anche nella fascia di età tra i quarantacinque e i sessantaquattro anni, il 58% rispose in tal modo, e solo il 38% ribadì la dottrina tradizionale. Negli intervistati di età superiore ai sessantacinque anni, solo un sofferto 51% optò per l'insegnamento tradizionale, mentre il 45% rispose nella maniera succitata. Nel passato, i martiri cattolici avrebbero scelto di morire piuttosto che affermare che la Presenza Reale di Cristo non era altro che simbolica!.

Letture raccomandate
Cardinali A. Bacci e A. Ottaviani, Breve esame critico del Novus Ordo Missæ
  
NOTE
Dall'originale in lingua inglese Welcome to the Traditional Latin Mass («Benvenuti alla Messa tradizionale in latino»), Catholic Restoration, Troy (Michigan) 1995, a cura di Luca Schiano.
La forma liturgica celebrata fino al Concilio Vaticano II viene spesso chiamata in diversi modi: «Messa tradizionale», «Messa di San Pio V», o «Messa tridentina»; tuttavia, a nostro avviso, l'aggettivo più corretto e che più le si addice è quello di «Messa romana», che noi utilizzeremo nel corso di questo libretto (N.d.R.).
3 Sacrosanto Concilio di Trento.
4 Cfr. R. Bainton, Here I Stand («Io resto qui»), Ed. Mentor, pag. 156.
5 Tenutosi dall'11 ottobre del 1962 all'8 dicembre 1965.

6 Offerto in riparazione dei peccati.

liberamente adattato da:
http://www.crisinellachiesa.it/articoli/liturgia/non_solo_nostalgia/non_solo_nostalgia.htm

sabato 9 agosto 2014

de-virilizzare la Liturgia

La discontinuità: cioè la devirilizzazione della Liturgia e del sacerdozio nel N.O.M.




Stavo traducendo il testo che segue, ripreso da Rorate Caeli in quanto interessantissimo; ma vedo che Esistenzialmente periferico ha già fatto un grande lavoro. E dunque ne approfitto e lo pubblico anche qui, con molta gratitudine, con alcune integrazioni iniziali:


1. C'è un grande articolo di don R. G. Cipolla sulla "devirilizzazione" della liturgia Novus Ordo: che non ho il tempo di tradurre, ma di cui prendo appunti qui sotto.

Ciò a cui il cardinale si riferiva risiede nel nucleo stesso della forma Novus Ordo della Messa romana e nei scottanti e profondi problemi che hanno afflitto la Chiesa a partire dall'imposizione del Novus Ordo Missae nel 1970. Si potrebbe essere tentati di cristallizzare la constatazione del card. Heenan come femminilizzazione della liturgia. Ma questo termine sarebbe inadeguato e alla fine ingannevole dato che esiste un aspetto mariano autentico della Liturgia che è senza dubbio femminile. La liturgia porta la Parola di Dio, la liturgia offre il Corpo della Parola all'Adorazione e lo dà come Cibo.

[...] Quando si parla della femminilizzazione della liturgia si rischia di essere fraintesi come se si volesse svalutare il significato dell'essere donna e della femminilità stessa. Pur senza adottare il punto di vista piuttosto macho di Cesare sugli effetti della cultura sui soldati, si può certo parlare di una devirilizzazione del soldato che assorbe la sua forza e la sua determinazione nel fare ciò che deve. Non si tratta di un rigetto del femminile: descrive piuttosto l'indebolimento di che cosa significa essere uomo.
Questo termine devirilizzazione, è quello che voglio utilizzare per descrivere ciò che il card. Heenan ha visto quel giorno del 1967 durante la celebrazione della prima messa sperimentale.
Il cardinale John C. Heenan, pur non ostile al Novus Ordo, nel 1967 così si esprimeva: Da noi, a venire regolarmente a Messa sono non solo donne e bambini, ma anche padri di famiglia e uomini giovani. Se offrissimo loro il tipo di cerimonia che abbiamo visto ieri [la "Messa Novus Ordo", ndt] presto ci ritroveremmo [nelle parrocchie] un'assemblea composta solo da donne e bambini.
In latino, sia vir che homo significano "uomo". Ma vir riguarda l'uomo... "virile", virtuoso, serio, estraneo al sentimentalismo (attenzione: non al "sentimento", ma al "sentimentalismo"), capace di sacrificarsi, desideroso di darsi una disciplina, di sacrificarsi per un bene più alto, pronto anche al martirio. Per questo il sacerdote non può essere che vir.
Nella sua forma Novus Ordo - quella che il motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI ha definito in un certo senso fumosamente anche se comprensibilmente forma ordinaria del Rito romano - la liturgia è stata devirilizzata. Bisogna ricordare il vero significato della parola vir in latino. Tanto vir quanto homo significano uomo; ma solamente la parola vir possiede la connotazione dell'uomo eroe ed è inoltre la parola più spesso utilizzata per "marito". L'Eneide comincia con le famose parole: arma virumque cano (canto delle armi e degli ereoi). 

Quanto il card Heenan vide profeticamente e correttamente nel 1967 fu l'eliminazione virtuale della natura virile della liturgia, la sostituzione dell'oggettività maschile, necessaria per il culto pubblico della Chiesa, con la morbidezza il sentimentalismo e la personalizzazione centrata sulla personalità materna del sacerdote. 

Il popolo radunato in Assemblea nella liturgia si colloca in una relazione mariana nei riguardi della liturgia: attenzione, apertura, ponderatezza, attesa di essere riempiti. All'interno della Liturgia il sacerdote come padre che annuncia pronuncia e confeziona la Parola in modo che la Parola possa divenire Cibo per coloro che si trovano all'interno di quella suprema attivazione dell' Ecclesia che è la liturgia. È il sacerdote che offre Cristo al Padre ed è questo l'atto che contiene il ruolo distintivo di cosa significhi essere un sacerdote. Pertanto la paternità del sacerdote rende il suo ruolo distinto non solamente in funzione della sessualità ma anche ontologicamente. Il sacerdote sta in pedi di fronte all'altare in persona Chirsti, cioè in persona Verbi facti hominem, non semplicemente come homo, parola che trascende la sessualità, ma in persona Christi viri: nel senso homo factus est ut fiat vir, ut sit vir qui destruat mortem, ut sit vir qui calcet portas inferi : Dio si è fatto uomo in modo da poter essere quell'uomo-eroe che avrebbe distrutto la morte e schiacciato sotto il suo piede le porte dell'inferno. 


Alcune caratteristiche della liturgia Vetus Ordo:
  • La liturgia Vetus Ordo è comunemente definita "austera", "concisa", "nobile", "semplice". In cui non c'è traccia di "sentimentalismo". Il card. Newman diceva che il sentimentalismo è velenoso per la fede: ebbene, la liturgia Vetus Ordo è come una medicina contro quel veleno.
  • Nella liturgia Vetus Ordo il silenzio è "centrale" nel rivolgersi a Dio. Le sue formule liturgiche sono fisse e concise. Mai una parola di troppo. Tra veri amici, ci si capisce anche stando uno di fronte all'altro in silenzio.
  • La liturgia Vetus Ordo è rigorosa, non solo nelle sue "rubriche" ma nella sua essenza. È l'uomo che si piega alla liturgia, non la liturgia che si piega all'inventiva umana. Scegliere di seguire una "regola", una "disciplina", è un atto virile. La liturgia è qualcosa che si riceve, non qualcosa che si crea al momento.
  • La liturgia Vetus Ordo riesce perfino a nobilitare gesti come il bacio (il sacerdote che bacia l'altare, i ministranti che baciano gli oggetti da porgere al sacerdote, eccetera) depurandoli dal sentimentalismo, dall'ambiguità e dalla carica erotica. Facendoli diventare gesti di adorazione. Il bacio si presta all'ambiguità solo in presenza di sentimentalismo.
Ancora d. Cipolla: 
Non c'è nulla di più potente per la "devirilizzazione" del sacerdote che l'abitudine moderna di celebrare Messa rivolti verso il popolo. Al di là della sua natura non tradizionale, al di là dell'essere fondata su svenevoli e infondati appelli all'antichità (contro tali archeologismi liturgici si scagliò Pio XII nella Mediator Dei), al di là dell'imposizione forzosa di un terribile equivoco sull'essenza della Messa (ottenendo cioè che l'aspetto secondario di "pasto conviviale" praticamente eliminasse l'aspetto primario del Sacrificio), quest'abitudine di celebrare rivolti al popolo, slegata dalla Tradizione, è stata una delle prime cause della devirilizzazione del sacerdozio.

Durante uno dei miei numerosi viaggi in Italia notavo come molti dei passeggini per bambini fossero costruiti in modo tale che il bambino fosse seduto "di fronte" alla madre che spingeva il passeggino. Questo mi sembrava strano, dato che negli Stati Uniti il bambino siede nella stessa direzione in cui spinge la madre. Quando ho chiesto il perché ad un amica, mi ha detto che ci sono troppe mamme italiane che vogliono tenere continuamente a vista il bambino, in modo da potergli sorridere, parlare in maniera infantile, insomma essere sicure che il legame sia sempre fisso. La classica relazione madre-figlio viene portata in maniera perversa a livelli come questi, viene portata al punto che si pensa che ci sia un continuo bisogno di un contatto visivo tra madre e figlio, a scapito del contatto col mondo esterno che "danneggerebbe" la relazione.

Non pretendo che l'analogia appena descritta sia esatta o completa per spiegare l'orientamento del sacerdote verso il popolo; piuttosto, direi che quell'innovazione radicale nella celebrazione della Messa ha trasformato il ruolo del sacerdote da quello del "padre che offre il sacrificio al Padre" a quello della "mamma" bisognosa di dare contatto visivo, spiegazioni liturgiche e talvolta perfino gesti banali, come se i fedeli fossero bambini, riducendo così il suo ruolo da sacerdote a mamma ansiosa. Questa riduzione dell'assemblea a bambini obbligati a stare di faccia rivolti alla mamma-prete impedisce ai fedeli di vedere "al di là del sacerdote", impedisce di capire che è Dio ad essere adorato nel sacrificio di Cristo.

Per usare un'altra analogia: la celebrazione "di faccia" al popolo è come una recita scolastica dove ognuno ha un ruolo da seguire sotto la direzione del sacerdote-professore-regista che controlla che tutto fili liscio. Questo concetto viene descritto da alcuni liturgisti come "dimensione orizzontale" della liturgia, in opposizione alla dimensione "verticale" che dà il senso di trascendenza. Sono in fin dei conti stupide definizioni che partono dall'errato presupposto che la liturgia sia sotto il controllo del sacerdote e dei ministri e che uno dei loro compiti sia di assicurarsi che entrambe le "dimensioni" siano presenti e in qualche modo bilanciate.

È chiaro che questo approccio è profondamente opposto al fatto che la liturgia sia un dono ricevuto da Dio e che sia centrata sull'adorazione di Dio attraverso un sacrificio. Le rubriche del Novus Ordo incoraggiano questa visione, che è radicalmente non tradizionale, della liturgia, indebolendo continuamente le istruzioni delle rubriche con espressioni come «o con altre parole», «o in qualche altro modo», «o come da consuetudini del luogo». Al di là di quel romanticheggiante rifarsi alla frase di san Giustino martire sul celebrante che offre la Messa "secondo la sua abilità" (come se questa fosse una frase normativa della liturgia); al di là della discutibile idea di immaginare il sacerdote come capace di attingere dalla Tradizione o dalla propria sensibilità liturgica per supplire a ciò che manca nelle rubriche riguardo a ciò che si deve dire o fare: questa concezione in stile "recita scolastica" rende impossibile celebrare la liturgia nella maniera in cui è stata intesa nella Tradizione. Per la Tradizione la radice del termine "liturgia" riguarda un'adorazione pubblica intesa come un dovere, officium, un dovere certamente basato sull'amore, ma senza dubbio un dovere. È questo il senso tradizionale di liturgia come officium che si è consolidato ed è diventato visibile ed è stato vissuto nel rito romano tradizionale.
2. Traduzione/riassunto di alcuni pezzi della seconda parte dell'articolo.



Due risultati della "devirilizzazione" della liturgia e del sacerdozio.

Primo risultato: la musica che il Novus Ordo ha prodotto, sia quanto ad accompagnamento di particolari momenti della Messa, sia quanto ai canti da cantare durante la liturgia. Nel migliore dei casi si tratta di qualcosa di "funzionale" alla comodità della celebrazione, nel peggiore dei casi è spazzatura sentimentaleggiante che i vecchi inni protestanti sembrano corali di Bach. Quando la Messa è ridotta ad un'assemblea che celebra sé stessa, la musica si riduce ad un metodo per suscitare qualche sentimento della gente.

Lo stesso avviene con le letture della Messa, che nel Novus Ordo sono "funzionali" ad uno scopo didattico. La Messa non più intesa come liturgia (che va al di là della ragione, che "forma", che "in-forma", che richiede attenzione su qualcosa di soprannaturale, che va oltre le parole e il canto, e che perciò non è banalmente da "capire" o da "studiare"), ma come scuola, con il sacerdote-maestrina che deve continuamente spiegare agli alunni ciò che vedono e ciò che sentono. Dal punto di vista "funzionalista", il canto tradizionale va troppo al di là di quel che serve per la celebrazione.

Secondo risultato: l'abito sacerdotale, cioè l'abbandono della talare. La "devirilizzazione" del sacerdote passa anche per l'abbandono del suo abito distintivo, sostituito con camicie che oggi hanno il colletto "rimuovibile". Dunque il sacerdote non è più l'uomo che sta tra la Terra e il Cielo, non è più quello che offre il Sacrificio: ha drasticamente minimizzato il proprio ruolo, vuole "confondersi" nella società.

La veste talare è un'affermazione della virilità del sacerdozio, in forte contrasto col modello mondano (il rude giocatore di football o il modello di Armani in jeans attillati, con richiami animaleschi e sessuali). Il sacerdote non è un "clergyman" (letteralmente: una persona appartenente al clero), non è un "leader religioso", ma è colui che offre il Sacrificio, la cui vita è centrata sull'offrire il Sacrificio, e che non può essere in alcun modo "secolarizzato". La talare è come il mantello dei profeti, è il segno del distacco dal mondo.

Ed infatti il prete "devirilizzato" confonde il distacco con l'arroganza, la freddezza, il clericalismo: ironicamente, proprio l'opposto della verità. Il periodo post-conciliare ha visto la nascita di un clericalismo mascherato: il "presidente" dell'assemblea in realtà "presiede" tutto (come se fosse un wedding-planner).

Il più grave effetto della devirilizzazione della liturgia è la "discontinuità" (reale e percepibile) tra il Novus Ordo e il rito romano tradizionale.

La "discontinuità" nella liturgia è come la "discontinuità" nella matematica: un punto in cui la funzione non è continua, c'è un buco. I cattolici vissuti "dopo" il punto di discontinuità, cioè coloro che hanno esperienza del solo Novus Ordo, non hanno idea di cosa sia stata la liturgia "prima" della discontinuità: la considerano qualcosa di straniero, di esotico [giudicandola con parametri superficiali: "il latino non si capisce; la consacrazione detta a voce sommessa non si sente"...].

Nella matematica le funzioni "discontinue" possono avere la stessa formula prima e dopo il punto di discontinuità, ma possono anche avere formule diverse. Quest'ultimo è il caso della liturgia: il Novus Ordo è essenzialmente una nuova formula, che usa le stesse variabili ma per indicare qualcosa di diverso. L'apparenza, la forma, la struttura della nuova formula sono infatti ben diverse da quella precedente il "buco". Questo è un serio problema per l'integrità della fede cattolica espressa nella celebrazione della santa Messa. La Messa Tradizionale è stata descritta "potente e strana", come diceva san Benedetto; "semplice, sobria, a volte un po' austera, certamente bella, e che esprime una forte linearità, capace di dolcezza, grande espressività, adatta ad ogni temperamento, capace di smuovere i più intimi angoli dell'anima", come diceva un antico Antifonale Monastico. Da un lato abbiamo la Messa Tradizionale, e dall'altro abbiamo il Novus Ordo devirilizzato.



Questo è esattamente ciò che il cardinale Heenan vide quel giorno del 1967 con la Messa di collaudo del Novus Ordo a Roma. Vide già subito i risultati della mentalità "funzionalista" che non capisce il cerimoniale e confonde la semplicità con un semplicismo infantile. Vide la "novità" del Novus Ordo, una novità che non cresceva organicamente alla Tradizione ma piuttosto da unpreciso ceppo della teologia liturgica costruita sul razionalismo post-illuminista. Vide la devirilizzazione della liturgia e previde il drammatico calo di frequenza alla Messa. Visse abbastanza a lungo da vedere pure l'inizio della perdita del senso del sacro, anche se non abbastanza da vedere la devirilizzazione del sacerdozio e le relative conseguenze quanto al calo di vocazioni e al crollo della castità e del celibato.
http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2013/06/la-discontinuita-cioe-la.html?spref=fb

domenica 1 giugno 2014

cambiare la Messa per cambiare la Fede

IL “NOVUS ORDO” 

NELL’EPOCA ELISABETTIANA

Non era più la Pietra del Sacrificio, da dove il fumo del Calvario mistico saliva giorno dopo giorno: era la tavola dove pane e vino venivano mangiati e bevuti in memoria di un evento la cui energia immortale aveva cessato, almeno in questo posto, di operare, e niente più. Però era qui, pensò Marjorie, che solo quarant’anni fa, poco più di vent’anni prima che lei nascesse, in questa Notte, la grande chiesa aveva ronzato e vibrato di vita.



E’ impressionante, ancora una volta, scoprire le affinità esistenti tra la cosiddetta “nuova messa” e la liturgia protestante. Robert Hugh Benson, nel suo libro “Vieni ruota! Vieni forca!” (“Come rack! Come rope!”), un romanzo ambientato durante il regno di Elisabetta I d’Inghilterra e le persecuzioni anticattoliche, racconta infatti l’incredibile storia di tanti uomini morti per Cristo e per la Fede, in un’epoca di grandi stravolgimenti teologici, politici e culturali sia per l’Inghilterra che per l’intera Europa. Sono gli anni in cui la salita al trono di una regina apertamente protestante modifica per sempre il destino di un’isola.

In particolare, nel passaggio citato, un gruppo di cattolici entra nella cattedrale di San Paolo a Londra, la sera di Natale. Al suo interno nulla è più come prima: tutto è freddo e vuoto, e le poche persone al suo interno stanno tutte abbandonando l’edificio. Tutti quegli altari dove una volta veniva celebrato il Santo Sacrificio della Messa sono scomparsi per far posto al tavolo del pane e del vino, necessari per rievocare la memoria dell’ultima cena. La cattedrale rimane pressoché identica nell’architettura ma è chiaramente diventata il luogo di culto di un’altra religione …

Ed ora, la vigilia di Natale, Robin, Anthony e le due signore entrarono nella Cattedrale mentre il buio stava scendendo – prima passando attraverso il cimitero, sopra il muro del quale incombevano le file di case, nelle cui finestre le luci avevano cominciato ad ardere.
L'oscurità dell’aria rese più impressionanti le enormi altezze della grande chiesa. Davanti a loro si stendeva la lunga navata, oltre settecento piedi dall’inizio alla fine; dal pavimento al tetto l’occhio viaggiava sui gruppi di sottili colonne fino al soffitto scuro, rimesso a nuovo dopo l’incendio, circa centocinquanta piedi. Le alte finestre su ciascun lato, e le luci della vetrata soprastante, baluginavano pallidamente nell’oscurità che avanzava.

Ma, agli occhi cattolici che guardavano su di essa, la desolazione appariva più dello splendore. C’era moltissima gente, a dire il vero; gruppi si muovevano su e giù, parlando, dirigendosi sempre più verso le uscite, man mano che la notte avanzava, perché la chiesa sarebbe stata chiusa presto; in una navata un uomo stava parlando forte, come se tenesse una conferenza, con una folla di teste intorno. In un’altra alcuni uomini sobriamente vestiti stavano disponendo le loro carte e inchiostri sui tavolini che stavano in fila – questo era l’Angolo degli Scrivani, le dissero; da una terza una mezza dozzina di persone stavano andandosene scoraggiate – questi erano servitori che avevano atteso di essere presi a servizio. Ma l’anima del posto era perduta. Quando uscirono nei transetti, Anthony li fermò con un gesto, mentre una coppia di uscieri, che portavano scatole sulla testa, avanzavano spintonando, nel loro breve scorciatoia attraverso la Cattedrale.

“Era qui,” disse, “che stava l’altare.”
Indicò tra le colonne, sui due lati, e là, sopra gradini poco alti, giacevano i pavimenti delle cappelle. Ma dentro tutto era vuoto, tranne una tomba o due, alcuni colori scrostati e i fonti battesimali ancora al loro posto. Dove c’erano stati gli altari c’erano spazi bianchi di muro; impilate in uno di questi posti c’erano file di sedili di legno piazzati lì per le necessità della stanza.

Di fronte all’entrata del coro, dove un tempo sopra le teste pendeva il grande Crocefisso, i quattro restarono a sbirciare attraverso un buco, che i muratori stavano riparando nell’alto muro che aveva separato il coro dalla navata. Da ambo le parti, come prima, ancora si innalzavano torreggianti gli scanni intagliati; lo splendido pavimento ancora risplendeva sotto, rifrangendo sulla superficie il bagliore della luce dalle finestre colorate in alto; ma la testa era sparita dal corpo. Da qualche parte, sotto il drappo profondamente ombreggiato, poterono distinguere una costruzione che poteva essere un altare, solo che sapevano che non lo era. Non era più la Pietra del Sacrificio, da dove il fumo del Calvario mistico saliva giorno dopo giorno: era la tavola dove pane e vino venivano mangiati e bevuti in memoria di un evento la cui energia immortale aveva cessato, almeno in questo posto, di operare, e niente più. Però era qui, pensò Marjorie, che solo quarant’anni fa, poco più di vent’anni prima che lei nascesse, in questa Notte, la grande chiesa aveva ronzato e vibrato di vita. Attorno ai muri si erano seduti preti, ognuno al suo posto; e accanto ad ognuno si era inginocchiato un penitente, che si preparava ancora una volta alla gioia di Betlemme – saggio e semplice – Pastori e Magi – ma tutti resi semplici davanti allo sconcertante ed estasiante Mistero. C’erano stati passi e voci anche – ma di uomini che erano indaffarati degli affari del loro Padre nella casa del loro Padre, e non dei loro. Erano andati di altare in altare, parlando coi loro Amici a Corte; e qui, di fronte a dove lei stava e sbirciava nella vuota e fredda oscurità, avevano bruciato lumi davanti al Trono di Colui che aveva creato Cielo e terra, e fatto la Volontà di Suo Padre sulla Terra come veniva fatta in Cielo … Quarant’anni fa la vita in questa chiesa stava crescendo proprio in questa notte, con il mormorio come di una moltitudine che si avvicina, di ora in ora, illuminandosi e affrettandosi man mano che arrivava, fino alla gloria della Messa di Mezzanotte, la chiesa affollata, illuminata da un'estremità all'altra, l'odore di bosso e alloro nell'aria, che presto sarebbe stato confuso e sovrastato dall'aroma del fumo d'incenso; e anche il mondo dello spirito si affrettava intorno a loro; e gli angeli (lei pensava) scendevano dal Paradiso, come gli uomini dalla città tutt'intorno, per salutare Colui che è Re sia degli angeli che degli uomini.

E adesso, in questa nuova Inghilterra, la chiesa, vuota della Presenza Divina, si stava svuotando anche dei suoi visitatori umani. Udiva grandi porte sbattere da qualche parte, e il riverbero rotolare sotto le volte di pietra. Sarebbe stata presto vuota, desolata e scura; e sarebbe stata così tutta la notte… Perché non piangevano anche le pietre?
Mistress Alice la toccò su un braccio.
“Dobbiamo andare,” disse. “Stanno chiudendo la chiesa.”

a cura di Luca Fumagalli

http://radiospada.org/2013/03/il-novus-ordo-nellepoca-elisabettiana/