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lunedì 8 dicembre 2014

Tota Pulchra es Maria




Il Sillabo e l’Immacolata. 

Una storia incrociata



Pochi conoscono i retroscena della gloriosa Proclamazione dogmatica, e come a essa sia intimamente legata la condanna delle principali eresie del tempo. In realtà come per tutte le cose divine, anche il dogma dell’Immacolata è venuto nel tempo giusto, al momento giusto...

L’8 dicembre 1864, solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, il beato Pio IX con la pubblicazione dell’enciclica Quanto cura e del suo ben più famoso “allegato”, il Syllabus, chiudeva una travagliata vicenda iniziata ben quindici anni prima: la chiudeva però nello stesso segno con cui era iniziata, il segno splendente e trionfante dell’Immacolata. Il legame tra il famoso Documento pontificio che condanna i principali errori del pensiero moderno, e la figura della “Donna vestita di sole” che schiaccia la testa al serpente infernale, in realtà non è ben evidente, appartenendo a quello che il gesuita padre Giuseppe Calvelli definiva «soprannaturale senso logico», e merita qualche spiegazione e la narrazione di qualche piccolo aneddoto. 

Lo scatenarsi della baraonda rivoluzionaria doveva portare in breve tempo all’omicidio del primo ministro Pellegrino Rossi e all’attacco al Quirinale, dimora del Papa, del 16 novembre 1848, nel quale rimase ucciso il segretario mons. Palma. 



I mesi di Gaeta



La precipitosa e rocambolesca fuga da Roma condusse a Pio IX a Gaeta, ospite dei Borboni di Napoli, dove nei molti mesi di forzato esilio non solo seppe riacquistare le energie necessarie per continuare la lotta ma soprattutto, assistito dallo Spirito Santo e dai suoi Doni, riuscì a rendere più penetrante il suo sguardo sulle vicende politiche contemporanee, fino a comprendere che dietro a quegli eventi politici non vi erano solo conflitti tra uomini ma una vera e propria guerra contro Dio, la sua Legge eterna e la sua Chiesa: mai come allora al Santo Padre dovette rifulgere in tutta la sua verità il detto di Juan Donoso-Cortes: «Dietro ad ogni problema politico vi è un problema teologico». 
Furono in particolare alcune parole saettanti uscite dalla bocca del card. Raffaele Lambruschini, segretario di stato di Gregorio XVI e suo principale contendente al Conclave del 1846, a toccarlo nell’intimo. Mentre dalla fortezza di Gaeta il Beato osservava il mare in tempesta, rappresentazione quanto mai efficace della bufera che in quei giorni si abbatteva sulla barca di San Pietro, il cardinale Lambruschini, devoto difensore di Maria Santissima, gli rivolse queste parole: «Beatissimo Padre, Voi non potrete guarire il mondo che col proclamare il dogma dell’Immacolata Concezione. Solo questa definizione dogmatica potrà ristabilire il senso delle verità cristiane e ritrarre le intelligenze dalle vie del naturalismo in cui si smarriscono». 
      Come un raggio di sole che penetra le nuvole in una giornata uggiosa, quelle parole penetrarono nell’intimo dell’animo del Santo Padre e, ben al di là della volontà di colui che le aveva proferite, gli lasciarono una convinzione profonda: l’Immacolata Concezione e la salvezza della società dai tanti errori filosofici etici e politici non erano, come potrebbe sembrare a prima vista, due questioni distinte, bensì costituivano, in una visione più alta rischiarata dai doni dello Spirito Santo (il soprannaturale senso logico, appunto), un’u­nica questione che la Chiesa aveva l’obbligo di affrontare. E senza temporeggiamenti appunto, ma con quella fretta meditante che contraddistingue gli uomini di Dio, Pio IX prese di piglio entrambi i problemi: al medesimo anno, il 1849, possiamo far risalire infatti l’inizio dei processi che porteranno alla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione e alla condanna degli errori del pensiero moderno. 
Da una parte infatti con l’enciclica Ubi primum del 2 febbraio 1849, Pio IX domandava a tutti i vescovi un parere per avviare il riconoscimento ufficiale e dogmatico da parte della Chiesa dell’Immacolato Concepimento di Maria, in termini che tradiscono la sua assoluta convinzione della verità di questo. Dall’altra sempre al 1849 risalgono i primordi della pubblicazione di un elenco di dottrine moderne condannate dalla Chiesa: fu infatti su iniziativa di Gioacchino Pecci (futuro Leone XIII), allora vescovo di Perugia, che il concilio provinciale di Spoleto rivolse al Papa la perorazione di pubblicare un elenco di dottrine che la Chiesa condannava, in modo da portare chiarezza tra il clero e il laicato cattolico, confuso dal pullulare di dottrine che tendevano a conciliare ingenuamente mentalità moderna e Cattolicesimo. 



La Distruttrice di tutte le eresie



Non siamo noi in realtà a cogliere il nesso “nascosto” (o meglio soprannaturale) tra le due iniziative del Papa in esilio: mentre i lavori per entrambe continuavano, alcuni rappresentanti del mondo intellettuale cattolico si accorsero che le due questioni, nell’ottica della Fede, risultavano tanto dipendenti l’una dall’altra da poter divenire un’unica questione. Il primo ad accorgersi di ciò fu il brillante politico e pensatore torinese Emiliano Avogadro della Motta che nel suo Saggio intorno al socialismo e alle dottrine e tendenze socialiste (1851) individuò nel dogma del peccato originale e della Redenzione operata da Cristo il punto di connessione tra le due. «L’infezione originale», avendo infatti causato la perdita del dono della scienza ed inclinato l’uomo alla concupiscenza, è la radice prima di ogni peccato e di ogni errore, e quindi anche dei funesti errori del pensiero moderno, frutto ed effetto della disobbedienza alla Legge di Dio e della superbia che per primi portarono Adamo ed Eva a peccare e a trascinare la natura umana nella loro caduta. Da tale infezione solo Maria Santissima era stata esente e tale Privilegio, primo frutto della Redenzione di Cristo, non le era stato concesso solo come privilegio personale ma anche per il singolare ruolo dell’«eletta sposa e madre di Dio» nell’opera della Redenzione, ovvero per «recare a tutti i figli di Adamo la medicina»: oggi, come in tutti i tempi, riconoscere il privilegio dell’Immacolata Concezione significa colpire alla radice ogni tipo di peccato, anche i peccati intellettuali del pensiero moderno, e ravvivare nell’uomo la coscienza della sua infermità che può essere curata solo da Cristo attraverso Maria. 
L’Avogadro della Motta poté quindi osservare: «Forse lo Spirito Santo riservò a questi tempi l’esame e la determinazione definitiva intorno a un privilegio cotanto glorioso per Maria, acciò che sto nuovo splendore di sua luce candidissima fughi le tenebre della superba e laida eterodossia moderna» e pertanto, «non si potrà a meno di ravvisarvi uno dei colpi maestri della sapienza e bontà divina che in un punto dottrinale il più strettamente teologico e il più remoto in apparenza dalle questioni che la filosofia e corruttela moderna eleva con tanta burbanza ed empietà, prepara un’arma occulta, finissima, a ferirla nel cuore, quando, dove, e come men se l’attende, ed apre un vaso di balsamo di paradiso che spargerà nuova fragranza di purezza celeste per tutto il mondo cristiano». 
Questo breve accenno, in un’opera volta a confutare il pensiero liberale e socialista, non rimase infecondo bensì venne accolta e sviluppata soprattutto dal rettore del collegio degli scrittori della Civiltà Cattolica (rivista anch’essa nata nel doloroso e fecondo esilio di Gaeta), il gesuita padre Giuseppe Calvelli, in un articolo dal titolo Congruenze sociali di una definizione dogmatica sull’Immacolato Concepimento della Beata Vergine Maria (febbraio 1852). 
Racchiudendo gli errori del pensiero moderno nelle due categorie del razionalismo e del semi-razionalismo, accomunati dalla «negazione del peccato originale in sé o nei suoi effetti e sul pervertito concetto di Cristo Riparatore», padre Calvelli sostenne l’opportunità di racchiudere in un unico documento la condanna di questi e la proclamazione dell’Immacolata Concezione. Ciò innanzitutto perché se questi errori comportano la negazione del peccato originale e della Redenzione, l’Immacolata Concezione, al contrario, ricorda a tutti gli uomini che l’unica esente dal peccato originale fu l’Immacolata, redenta in modo più pieno da Cristo per partecipare poi all’opera della salvezza degli uomini: in questo senso il dogma dell’Immacolata «include la negazione di tutti gli errori del razionalismo». In secondo luogo poi questi errori non sono altro che eresie, ovvero peccati dell’intelletto mosso dalla superbia, e l’Immacolata con l’esenzione dal peccato e dalla concupiscenza, oltre che per il dono preternaturale della scienza, non può che essere la prima avversaria di questi errori: Cuncta haereses tu sola interemisti in universo mundo (Tu sola distruggesti tutte le eresie nel mondo intero), canta la Liturgia, riferendosi alla Vergine Maria. In terzo luogo, ed è forse l’aspetto più importante dell’articolo, padre Calvelli aggiunge un elemento decisivo: la semplice condanna degli errori filosofici in realtà poco farebbe, perché «varrebbe ad illustrar solamente l’intelletto e non ad accendere insieme i cuori», mentre bisognerebbe trovare la maniera di condannarli in modo che «non solo rischiarasse la mente ma valesse eziandio [anche] a infiammare l’affetto dei fedeli, proponendo loro un oggetto di culto a loro carissimo, il cui dogma si connetta strettamente con la condanna dei menzionati errori e in sé involga e personifichi in un certo modo la credenza cattolica ad essa contraria». Non serve nemmeno dire che questo “oggetto di culto” sarebbe proprio l’Immacolata Concezione, infatti «attraverso questo simbolo pratico [...] la credenza a tale Mistero sarebbe come il comun legame, la parola d’ordine, la professione sommaria, la protesta sempre vivente contro tutti quei dogmi d’inferno». 
In definitiva dal dogma dell’Immacolata proverrebbe sia la luce per illuminare gli intelletti, e fargli abbandonare gli errori e le eresie, sia l’amore al Privilegio mariano, che provocherebbe ripulsione per tutti questi errori: con sicurezza dunque il Gesuita poteva scrivere che «dalla definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione sarebbe proceduto il riordinamento del mondo, la dissipazione degli errori, il rimedio ai mali presenti, il principio d’un’era novella».



Il fallimento del progetto



L’articolo dell’eminente Rivista impressionò molto Pio IX e lo convinse della convenienza di unire strettamente le due cause, pensando di poter accorpare la condanna delle tesi erronee del pensiero moderno all’enciclica di proclamazione del dogma dell’Immacolata, in modo da sottolineare nella forma migliore il nesso inscindibile che vi riconosceva. Prima però di prendere una decisione di questo tipo preferì che il card. Fornari, membro della commissione preparatoria, richiedesse il parere di alcuni eminenti personaggi, sia laici che ecclesiastici, tra cui lo stesso Avogadro della Motta, il battagliero Louis Veuillot (direttore de L’Univers), mons. Louis Pie e Luigi Taparelli d’Azeglio SJ. 
Non conosciamo le singole risposte degli interpellati riguardo alla convenienza di questo, forse però su di tutte pesò quella di colui che per primo aveva lanciato l’idea, Avogadro della Motta. Saremmo tentati, se non conoscessimo il valore adamantino di questo pensatore della Controrivoluzione cattolica, di accusarlo di aver, come si suol dire, “lanciato il sasso e ritirato la mano”; infatti in una lettera al Taparelli d’Azeglio, il conte Avogadro della Motta espose le motivazioni che lo portavano ad essere sfavorevole all’accorpamento della proclamazione dogmatica del Privilegio mariano e della condanna degli errori moderni. In particolare il primo motivo che lo vedeva dubbioso sull’opportunità di tale scelta consisteva sostanzialmente nell’opporre un dogma puramente teologico a falsità che potevano essere dimostrate come tali con il solo lume della ragione, quali sono appunto la maggior parte delle proposizioni condannate dal Sillabo. Inoltre, a suo modo di vedere, la condanna di tali errori avrebbe avuto una risonanza pubblica talmente vasta da rischiare di offuscare la stessa proclamazione dell’Immacolata Concezione: la parte “negativa”, di condanna, irrimediabilmente avrebbe tolto l’attenzione sulla parte “positiva”, sulla solenne definizione della Tota pulchra. Fatto sta che l’idea venne abbandonata dallo stesso Sommo Pontefice, non certo senza una qualche provvidenza: difatti il processo che avrebbe portato al Sillabo e al definitivo elenco di 80 proposizioni condannate si sarebbe concluso solo nel 1864, mentre, libera da questo lungo travaglio, la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione avvenne solo due anni dopo con la Ineffabilis Deus (1854). 
Inoltre, considerato il grande clamore che il mondo liberale e massonico produsse contro il Sillabo, evidentemente una proclamazione congiunta avrebbe tolto visibilità al dogma dell’Immacolata Concezione, la cui proclamazione poté essere invece un vero tripudio di tutta la Chiesa in onore di Maria Santissima, Immacolata Regina del Cielo e della terra. Se il progetto di unire in un solo documento le due questioni fallì, tuttavia non venne meno quel nesso tra l’Immacolata e la condanna delle moderne eresie che le menti più penetranti avevano compreso. 
Alla luce di questo non fu certo un caso, bensì un doveroso tributo al progetto accarezzato più di dieci anni prima, che il beato Pio IX decise di pubblicare il Sillabo esattamente 10 anni dopo la Ineffabilis Deus, proprio l’8 dicembre, giorno della solennità dell’Immacolata. 
Qualche decennio più tardi san Massimiliano, erede proprio di questa profetica visione, avrebbe identificato proprio la “missione” dell’Immacolata nel conquistare ogni singola anima e il mondo intero a Lei, perché solo allora «cadranno i socialismi, i comunismi, le eresie, gli ateismi, le massonerie e tutte le altre simili stupidaggini che provengono dal peccato» (Scritti di San Massimiliano Kolbe, n. 199).


di Carlo Codega



venerdì 20 giugno 2014

memento

Fragmenta sunt Sacramenta!

È una domanda che mi pongo da tantissimi anni, da quando, cioè, ero studente di Teologia, e alla quale non ho mai trovato risposta; ma che ho sempre sentito ripetere da chi avalla – a spada tratta – la comunione sulla mano e giustifica la noncuranza per la dispersione dei  frammenti eucaristici.




di Vito Abbruzzi

Quale Padre o Auctor probatus ha mai detto: “Fragmenta non sunt Sacramenta”?
È una domanda che, francamente, mi pongo da tantissimi anni, da quando, cioè, ero studente di Teologia, e alla quale non ho mai trovato risposta; ma che ho sempre sentito ripetere da chi avalla – a spada tratta – la comunione sulla mano e giustifica la noncuranza per la dispersione dei  frammenti eucaristici.

Che si tratti dell’Aquinate, a cui l’infelice frase si vuole attribuire, lo escludo categoricamente, visto che nelle strofe XIX e XX del Lauda Sion, la sequenza della messa del Corpus Domini composta dal Dottore Angelico nel 1264, è detto testualmente:

Fracto demum Sacraménto,
ne vacílles, sed memento,
tantum esse sub fragménto,
quantum toto tégitur.
Nulla rei fit scissúra:
signi tantum fit fractúra:
qua nec status nec statúra
signáti minúitur.

Alla lettera: “Spezzato finalmente il Sacramento, non tentennare, ma ricorda che tanto c’è sotto un frammento quanto si nasconde nell’intero. Nessuna scissura si fa della sostanza; si fa rottura solo del segno: per cui né lo stato né la dimensione del Segnato è sminuita”.
È così, perbacco! La stessa scienza lo dimostra! Basti pensare agli studi – ormai noti a tutti, persino ai bambini – condotti sulla celiachia: patologia diffusa più di quanto si pensi. È sufficiente venire a contatto anche con una sola particella infinitesimale (microscopica) di sostanza contenente glutine – e il pane eucaristico,normalmente confezionato, contiene glutine – che il danno è fatto, scatenando nel celiaco quel processo autoimmunitario che lo porta a stare male.
E, allora, onde evitare che tutto questo accada, persino quel sacerdote che non dà affatto importanza alla dispersione dei frammenti eucaristici, credendo ostinatamente che “fragmenta non sunt Sacramenta”, diventa – guarda caso – scrupolosissimo a non contaminare, col solo contatto delle dita, l’ostia del celiaco, dopo aver manipolato le altre ostie; celiaco che può, a giusta ragione, autocomunicarsi, prendendo la sua ostia custodita nella propria teca posata sull’altare accanto alle oblate.



 Se imparassimo dall’esperienza quotidiana più che dalle teorie astratte,  astruse e fuorvianti, saremmo meno faciloni e distratti, prendendo sul serio quanto il Codice di Diritto Canonico autorevolmente insegna e raccomanda:

“Augustissimo Sacramento è la santissima Eucaristia, nella quale lo stesso Cristo Signore è presente, viene offerto ed è assunto, e mediante la quale continuamente vive e cresce la Chiesa […], è significata e prodotta l'unità del popolo di Dio e si compie l'edificazione del Corpo di Cristo” (can. 897).

“I fedeli abbiano in sommo onore (maximo in honore) la santissima Eucaristia, partecipando attivamente nella celebrazione dell’augustissimo Sacrificio, ricevendo con frequenza e massima devozione questo sacramento e venerandolo con somma adorazione; i pastori d'anime che illustrano la dottrina di questo sacramento, istruiscano diligentemente i fedeli circa questo obbligo” (can. 898).

Il primo canone ricorda che siamo “corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” (1Cor 12,27), di cui nessuno – proprio nessuno, anche il più piccolo ed insignificante – può andare perduto (cfr. Mt 18,14; Gv 6,39); significato, appunto, dalla santissima Eucaristia, i cui frammenti, compresi quelli invisibili, non devono andare assolutamente dispersi (cfr. Gv 6,12).
Il secondo canone sembra evocare la celebre sentenza di Giovenale, assunta a motto da varie agenzie educative: “Maxima debetur puero reverentia” (Satire, XIV, 47). Se è vero – come è vero – che al fanciullo si deve il massimo rispetto, quanto più questo massimo rispetto si deve alla santissima Eucaristia, da venerarsi con  “somma adorazione”! E questo a partire dai sacri ministri, che devono diligentemente evitare di commettere e far commettere i tanto deprecati abusi liturgici – e la dispersione dei frammenti eucaristici, seppure non intenzionale, è un abuso liturgico, stigmatizzato dalla pietà eucaristica come oltraggio, sacrilegio,indifferenza – che inevitabilmente “contribuiscono ad oscurare la retta fede e la dottrina cattolica su questo mirabile Sacramento” (Redemptionis Sacramentum, n. 6); tanto mirabile da essere appellato “augustissimo Sacramento”, “augustissimo Sacrificio”!
La diligenza richiesta ai pastori d’anime nell’insegnare ai fedeli ad avere in massimo onore la santissima Eucaristia, non può non produrre il rispetto nei loro confronti, da parte di Dio e da parte degli uomini, come insegna la Scrittura: “Chi custodisce santamente le cose sante sarà santificato e chi si è istruito in esse vi troverà una difesa” (Sap 6,10). Mentre a chi questa diligenza manca è riservata l’ignominia: “Vìolano la mia legge, profanano le cose sante. Non fanno distinzione fra il sacro e il profano, non insegnano a distinguere fra puro e impuro, […] e io sono disonorato in mezzo a loro” (Ez 22,26).
Ci serva di monito la lezione di Gesù: “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi” (Mt 7,6).
Poi non lamentiamoci se la gente ci crede sempre meno e l’indifferenza religiosa aumenta sempre più.


http://www.scuolaecclesiamater.org/2014/06/fragmenta-sunt-sacramenta.html

lunedì 30 dicembre 2013

Karl Rahner: l'eresiarca

La svolta antropologica di Karl Rahner


ha usato s. Tommaso per ingannare, con un linguaggio contorto e farraginoso, sia i lettori meno accorti che la stessa Chiesa docente: molti purtroppo hanno voluto farsi ingannare e si direbbe ex post che quasi non aspettassero altro … 



Lo stimmatino Cornelio Fabro (Flumignano 1911 – Roma 1995) è uno degli esempi più emblematici, di ciò che sarebbe potuto essere, e non fu, l’auspicato rinnovamento conciliare. Studioso intrepido e versatile, conoscitore profondo e sistematico sia della filosofia classica e medievale che di quella moderna e contemporanea di impronta germanica (Kant, Hegel, Nietzsche, Heidegger), eccellente pastore di anime e parroco operoso fino all’ultimo, padre Fabro vide a poco a poco scemare la sua influenza negli anni del post-Concilio, in nome dei nuovi teologi e della loro biasimevole “svolta antropologica”.

Nel suo libro appena ristampato (La svolta antropologica di Karl Rahner, edizioni EDIVI, Segni 2011, pp. 210, euro 27). Egli si confronta con uno dei più importanti studiosi del fronte progressista, il padre e gesuita Karl Rahner (1900 – 1984). Fabro, in un certo senso, è l’anti-Rahner per eccellenza, e la sua speculazione teologica e filosofica resta sempre, convintamente, all’interno dell’ortodossia, della Tradizione e di quel retto pensiero classico e cristiano che non è un limite frapposto alla ragione, ma semmai un trampolino.

Secondo padre Fabro, il gesuita tedesco partendo da un «soggettivismo radicale, mai finora tentato dopo la crisi modernistica», «non teme di capovolgere i principi fondamentali del realismo tomistico» (p. 7), miscelando sapientemente tomismo e idealismo, tomismo e Kant, tomismo e Heidegger. Per la scorrettezza metodologica assunta – che arriva sino alla falsificazione testuale (cf. p. 65ss.) – si può parlare secondo lo stimmatino di «depravazione ermeneutica del tomismo» (p. 7).

Un nemico mortale della dogmatica cattolica come Rahner, che proprio per questo diverrà un caposcuola nel postconcilio, ha una saccenza che appare assolutamente dogmatica a Fabro, non avendo il tedesco «mai preso in considerazione le riserve e le critiche di alcun genere» (p. 8). Nella prima parte dell’opera, Fabro dimostra un primo assunto della speculazione rahneriana e cioè l’identità di essere e conoscere: «tesi centrale della concezione rahneriana» (p. 32). Rahner infatti scrisse: «Sein und Erkennen ist dasselbe» (p. 35).

Che da qui vada in fumo tutta la grande filosofia cristiana fondata giustappunto sulla chiara distinzione (metafisica, ontologica, essenziale) fra essere ed essere conosciuto, appare perfino banale. Per Rahner infatti è la «soggettività umana» il centro di tutto, perfino «dello svelarsi dell’essere» e della «divina rivelazione» (cf. p. 13). La tesi annessa è quella della «priorità fondante del pensiero sull’essere» (p. 23), chiaro capovolgimento della tradizione tomistica, aristotelica, platonica e parmenidea.

Secondo il Nostro, il gesuita «ha fatto la sua opzione a favore del principio moderno di immanenza» (p. 25): è l’uomo che ora stabilisce i confini dell’essere, è il pensiero pensante che pone Dio nella misura dell’utile (Kant). Inutile insistere. Nuovi recentissimi studi, come quelli di padre Cavalcoli, hanno confermato ad abundantiam l’assunto fabriano e cioè che «l’impianto della sua interpretazione [di Rahner] era viziato nel suo fondamento» (p. 49), e le conseguenze non potevano non coinvolgere tutta la dottrina cattolica: dogmatica, morale, ecclesiologica, liturgica, etc.


Rahner, «il deformator thomisticus radicalis» (p. 81), ha usato san Tommaso per ingannare, con un linguaggio contorto e farraginoso, sia i lettori meno accorti che la stessa Chiesa docente: molti purtroppo hanno voluto farsi ingannare e si direbbe ex post che quasi non aspettassero altro… In estrema sintesi Rahner appare come il vate dell’ «orizzontalsimo antropologico» (quasi un Feuerbach cattolico) il quale, «contrastato prima del Concilio» è poi divenuto «il portabandiera della nuova versione nordica del cristianesimo immanentistico» (p. 60). E questo anche grazie all’ «appoggio di una parte notevole dell’episcopato tedesco» (p. 65, n. 122). (Fabrizio Cannone)

venerdì 6 settembre 2013

problemi cattolici

Alcuni problemi cattolici...



Un lettore mi scrive:

Secondo lei cosa si dovrebbe fare? 
Mettiamo che in futuro (volesse il Cielo!) venga eletto papa un sacerdote tradizionale. Cosa dovrebbe fare? (......) dovrebbe imporre dall'altro la liturgia antica? Potrebbe "abrogare" i documenti del Concilio? Il Papa in teoria può farlo? ( .....) In questa miserevole e difficile situazione cosa potrebbe fare, con tutta l'opposizione clericale che potrebbe fare un immenso scisma? Sarebbe difficile abrogare, non sarebbe diciamo opportuno, perché verrebbe visto come un'imposizione etc. So che tutte queste nostre ipotesi e ragionamenti ipotetici non servono a nulla concretamente, dato che noi laici non possiamo farci nulla, ma perlomeno queste ipotesi potrebbero magari edificarci o aiutarci a farci comprendere di più la realtà.

Il giovane lettore che mi scrive, vedendo nel cattolicesimo attuale tutta una serie di mal funzionamenti e contraddizioni, pone questa raffica di domande, sollecitato dalle mie riflessioni che cercano, al contrario, di porre delle basi coerenti e in continuità sostanziale con la tradizione antica.
Le sue domande possono essere quelle di un qualsiasi lettore cattolico con sensibilità tradizionale.
Spiace dirlo ma, purtroppo, sono domande ingenue.
Forse si poteva iniziare a farle all'indomani della morte di Giovanni XXIII o all'inizio del pontificato di Paolo VI. Oggi la situazione è cambiata e, mano a mano che il tempo passa, è in continuo cambiamento. Francamente temo sia una situazione sostanzialmente alla deriva.
Oggi nel mondo cattolico si può pressapoco dire che:

- 1/10 ha una sensibilità prossima a quella del mio lettore, 
- 6/10 sono piuttosto indifferenti a tutto e abbastanza avversi a qualsiasi imposizione, 
- 3/10 sono fieramente avversi alla sensibilità tradizionale e paladini del nuovo in quanto nuovo o comunque di un nuovo in rottura col passato.

Con una composizione così anomala com'è possibile fare leva sul principio di autorità per "imporre" qualsiasi cosa? Se il papa attuale ha la fama che ha, ciò è principalmente dovuto non tanto alla sua decantata simpatia quanto al fatto che risulta simile a quei 9/10 che compongono la maggioranza del cattolicesimo attuale.
E se il papa precedente risultava antipatico questo derivava proprio dallo stesso fatto ma rovesciato: i 9/10 del cattolicesimo di fatto non lo amavano sentendolo estraneo a sé. Gli stessi suoi timidi tentativi d'instaurare qualcosa di tradizionale, parallelamente a quanto esiste e senza minimamente toccare quanto c'è, ha generato un'onda di mal celato fastidio, in qualcuno pure di terrore.
Un prete mi diceva chiaramente: "Se questo papa tedesco m'impone di celebrare la messa antica io lascio il sacerdozio". Penso non fosse affatto l'unico a pensarlo.
Le dimissioni del papa tedesco (secondo diversi imposte) hanno finalmente allontanato questo spettro e con esso pure la "riforma della riforma" del rito moderno cattolico...

Il problema di fondo, a mio modesto avviso, non è, come dissi, una questione di latino o di lingua vernacolare. Il problema è che qui si sta instaurando un cattolicesimo completamente nuovo dimentico non solo delle sue radici antiche (che lo assimilerebbero meglio al mondo ortodosso) ma anche di quelle moderne; un cattolicesimo indifferente all'oggettività della verità e al senso della tradizione (1). Se dall'alto giunge ancora qualche insegnamento è come un seme che cade in un deserto: i 9/10 non sono in grado di farlo fruttificare e non gl' interessa proprio.
E poi che senso ha decantare che Cristo è il redentore del mondo quando lo stesso clero che lo afferma pone di fatto azioni che rivelano un agnosticismo pratico? Quest'affermazione, in un contesto che non la supporta, non è che un fantasma retorico!
I 9/10, quest'ampia base, stanno di fatto trascinando tutto il cattolicesimo in una nuova realtà, impensata fino ad alcuni decenni fà.
Quello che mi ha stupito è che, la mia opinione è condivisa pure da qualche semplice cattolico praticante, nonostante parta da altri punti di vista e abbia  molte meno informazioni di me.

Non sono d'accordo con il mio lettore quando dice che "noi laici non possiamo farci nulla". Ognuno dal canto suo fà qualcosa se coltiva quant'è positivo. Non si tratta di andare a contestare in piazza. Si tratta di espandere una corretta mentalità, nei limiti e nelle possibilità consentite ad ognuno, o almeno di viverla. In questo modo almeno in certi ambienti, forse, la tendenza si rovescerà. E se altri correranno in una direzione opposta e dispersiva la responsabilità, alla fine, sarà unicamente loro.
Credo che, alla fine, non è personalmente importante se sta nascendo un nuovo cattolicesimo (cosa che di fatto accade) ma se si è nella linea della tradizione che ci pone in comunione con i testimoni antichi della fede. Solo da qui si può vedere cosa fare e come comportarsi.


__________

1) Lo stesso papa Ratzinger, passato per molto conservatore, nel dialogo con i "lefebvriani" sottolineava che nella tradizione l'elemento importante non è tanto il contenuto oggettivo del messaggio, come si diceva fino a poco tempo fà, ma la continua presenza del soggetto che lo trasmette. Non è importante dire, ad esempio, che Dio è uno e trino ma è importante che esista una realtà ecclesiale che afferma una confessione di fede.

Tuttavia, questo cambio di prospettiva può armonizzare anche i contrari: se è più importante il soggetto che trasmette, oggi si può tranquillamente dire il contrario di ieri in nome della tradizione e non sentire alcuna contraddizione. Ma se, viceversa, è importante l'oggettività del contenuto, la situazione si rovescia! Questo cambio di prospettiva - che sta alla base dell'identità di una Chiesa intera - sinceramente mi sgomenta e continua a darmi la prova che il Cattolicesimo si sta preparando per essere qualcosa di totalmente nuovo, fatte salve le solite apparenze esterne.

domenica 21 aprile 2013

MEDITAZIONE SUL SARIFICIO DELLA S. MESSA

La Messa è sostanzialmente lo stesso sacrificio della croce. E' diverso solo il modo dell'offerta. (Denz. 940)




La S. Messa, Sacrificio della Croce

Soltanto in cielo comprenderemo qual S. Dono sia la S. Messa. Tutti i santi hanno avuto un ardente amore per essa, vero sacrificio di Gesù sulla croce.
S. Francesco d'Assisi diceva:''L'uomo deve tremare, il mondo deve fremere, il cielo intero deve essere commosso, quando sull'altare, tra le mani del Sacerdote, appare il Figlio di Dio!''
Rinnovando il sacrificio della Passione e Morte di Gesù, la S. Messa è cosa tanto grande da bastare a trattenere la Divina Giustizia.
S. Teresa d'Avila diceva alle sue figlie spirituali:''Senza la S. Messa tutto perirebbe quaggiù, perchè soltanto essa può fermare il braccio di Dio.''
I santi che avevano compreso il valore della Messa partecipavano al Divin Sacrificio ogni giorno anche più volte (addirittura qualcuno 5-6 volte al giorno) Ogni sacrificio della Messa produce nell'anima grazie particolari. Dobbiamo davvero ritenerci fortunati ogni volta che ci è offerta la possibilità di ascoltare la S. Messa! Pensiamo a S.Massimiliano M.Kolbe che celebrava anche quando era in condizione di salute pietose e a S.Maria Goretti che per andare a Messa la domenica percorreva a piedi, tra andata e ritorno quasi 20 Km! E noi? Abbiamo la Chiesa cosi' vicino e diciamo che non troviamo il tempo per andare a Messa?
Quando qualcosa si vuole veramente, il tempo lo si trova. San Pio da Pietrelcina un giorno disse a un frate: ''Se gli uomini comprendessero il valore della Messa e ciò che succede sull'altare, ad ogni Messa ci vorrebbero i carabinieri per tenere in ordine le folle di gente nelle chiese!''

IL SANTO SACRIFICIO DELLA MESSA
Nozioni preliminari
La Messa è sostanzialmente lo stesso sacrificio della croce. E' diverso solo il modo dell'offerta (Denz. 940) Essendo un vero sacrificio la Messa ne realizza in modo proprio le finalità: adorazione, ringraziamento, riparazione e petizione (Denz. 948 e 950).
Il valore della Messa è in se stesso rigorosamente infinito. Però i suoi effetti in quanto dipendono da noi non ci vengono applicati se non nella misura delle nostre interne disposizioni.

Finalità ed effetti della Santa Messa
La Messa ha gli stessi fini e produce gli stessi effetti del sacrificio della croce, che sono quelli del sacrificio in generale come atto supremo di religione, però di grado infinitamente superiore.

Adorazione
Il sacrificio della Messa rende a Dio un'adorazione degna di Lui, rigorosamente infinita. Questo effetto è prodotto infallibilmente ex opere operato, anche se celebra un sacerdote in peccato mortale, perché questo valore latreutico o di adorazione dipende dalla dignità infinita del Sacerdote principale che lo offre e dal valore della Vittima offerta. Con la Messa possiamo dare a Dio tutto l'onore che Gli è dovuto in riconoscimento della Sua infinita maestà e del Suo supremo dominio, nella maniera più perfetta possibile e in grado rigorosamente infinito. Una sola Messa glorifica più Iddio di quanto lo glorificheranno in cielo, per tutta l'eternità, tutti gli angeli, i santi e i beati insieme, compresa Maria Santissima. Dio risponde a questa incomparabile glorificazione curvandosi amorosamente verso le Sue creature. Di qui l'immenso valore di santificazione che racchiude per noi il santo sacrificio della Messa.

Ringraziamento
Gli immensi benefici di ordine naturale e soprannaturale che abbiamo ricevuto da Dio ci hanno fatto contrarre verso di Lui un debito infinito di gratitudine che possiamo saldare soltanto con la Messa. Infatti per mezzo di essa offriamo al Padre un sacrificio eucaristico, cioè di ringraziamento, che supera infinitamente il nostro debito; perché è Cristo stesso che, immolandosi per noi, ringrazia Iddio per i benefici che ci concede. A sua volta il ringraziamento è fonte di nuove grazie perché al benefattore piace la gratitudine. Questo effetto eucaristico è sempre prodotto infallibilmente ex opere operato indipendentemente dalle nostre disposizioni.

Riparazione
Dopo l'adorazione e il ringraziamento non c'è dovere più urgente verso il Creatore che la riparazione delle offese che da noi ha ricevuto. Anche sotto questo aspetto il valore della Messa è assolutamente incomparabile, giacché con essa offriamo al Padre l'infinita riparazione di Cristo con tutta la sua efficacia redentrice. Questo effetto non ci viene applicato in tutta la sua pienezza - basterebbe infatti una sola Messa per riparare tutti i peccati del mondo e liberare dalle loro pene tutte le anime del Purgatorio - ma ci viene applicato in grado limitato secondo le nostre disposizioni. Tuttavia:
a. ci ottiene, per sé ex opere operato, se non incontra ostacoli, la grazia attuale necessaria per il pentimento dei nostri peccati. Lo insegna il Concilio di Trento: «Hujus quippe oblatione placatus Dominus, gratiam et donum paenitentiae concedens, crimina et peccata etiam ingentia dimittit» (Denz. 940). b. rimette sempre, infallibilmente se non incontra ostacoli, almeno la parte della pena temporale che si deve pagare per i peccati in questo mondo o nell'altro. La Messa è quindi utile anche alle anime del Purgatorio (Denz. 940 e 950). Il grado e la misura di questa remissione dipende dalle nostre disposizioni.

Petizione
Gesù Cristo si offre al Padre nella Messa per ottenerci con il merito della Sua infinita oblazione tutte le grazie di cui abbiamo bisogno. «Semper vivens ad interpelladum pro nobis» (Ebr. 7, 25), e valorizza le nostre suppliche con i Suoi meriti infiniti. La Messa di per sé, ex opere operato, muove infallibilmente Dio a concedere agli uomini tutte le grazie di cui hanno bisogno, ma il dono effettivo di queste grazie dipende dalle nostre disposizioni, la mancanza delle quali può impedire completamente che queste grazie giungano fino a noi.

Disposizioni per il Santo Sacrificio della Santa Messa.
Le disposizioni principali per la Santa Messa sono di due specie: esterne ed interne.

Disposizioni esterne
Il sacerdote che celebra dovrà osservare le rubriche e le cerimonie stabilite dalla Chiesa come se quella fosse la prima, l'ultima e l'unica Messa della sua vita. Il semplice fedele assisterà alla Messa in silenzio, con rispetto e attenzione.

Disposizioni interne
La migliore disposizione interna è quella di identificarsi con Gesù Cristo che si immola sull'altare, offrendoLo al Padre ed offrendosi con Lui, in Lui e per Lui. ChiediamoGli che converta anche noi in pane per essere così a completa disposizione dei nostri fratelli mediante la carità. Uniamoci intimamente con Maria ai piedi della croce, con San Giovanni il discepolo prediletto, col sacerdote celebrante, nuovo Cristo in terra. Uniamoci a tutte le Messe che si celebrano nel mondo intero. La santa Messa celebrata o ascoltata con queste disposizioni è indubbiamente tra i principali strumenti di santificazione.
Tratto da: Antonio Royo Marin, Teologia della perfezione cristiana, ed. Paoline, 1987, pagg. 548-554

"NELLA TUA MESSA, LA NOSTRA MESSA"
Se vogliamo mettere Dio al primo posto nella nostra vita dobbiamo mettere la messa domenicale al primo posto nella nostra settimana, e imparare a viverla come
incontro personale con Gesù e momento di confronto con la sua parola (non basta "ascoltare" la messa, bisogna VIVERLA).
Se Dio è il punto di riferimento della nostra vita, la messa domenicale deve essere il punto di riferimento delle nostre azioni quotidiane, perché lì ascoltiamo la sua parola, riceviamo la sua luce e conosciamo la sua volontà sulla nostra vita, gli presentiamo i nostri progetti, comprendiamo cosa dobbiamo fare concretamente per piacere a Lui, quali impegni prendere e come dovremmo comportarci ogni giorno con tutti i nostri fratelli (la famiglia, i compagni di scuola, gli amici, gli anziani e i bambini…).
Nella messa inoltre Dio ci fa sentire il suo Amore immenso e il perdono di Gesù per i nostri sbagli, e solo questo può darci la forza per rialzarci quando cadiamo, troviamo la pace e la consolazione per tutte le nostre sofferenze; quando ci sentiamo il cuore ferito, Gesù con la sua mano ci accarezza e ci guarisce, e così noi scopriamo che è Lui la nostra forza e la nostra pace, e ogni volta che stiamo con Lui, ogni volta che ci dona il suo corpo e il suo sangue, non possiamo più restare indifferenti, ma ci ricarichiamo di gioia ed amore.

Gesù inoltre con questo gesto ci dà un
esempio perfetto di amore e di santità di vita ("prendete e mangiate questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi…"), e imitare questo suo esempio diventa il VERO SENSO DELLA NOSTRA VITA. Le sue parole pian piano devono diventare le nostre parole, il suo sacrificio d’amore per noi deve diventare il nostro sacrificio d’amore per gli altri, e la sua messa così diventa davvero la nostra messa.
In questo modo il suo gesto d’amore più grande rimane scolpito nel nostro cuore, e noi ce lo portiamo sempre dentro: dovunque andiamo e qualunque cosa facciamo ci ricordiamo sempre del Suo Amore e cerchiamo sempre di imitarlo. Così la messa domenicale diventa davvero il
punto di riferimento e di partenza per la nostra vita, e noi non potremo più farne a meno, perché non potremo più fare a meno di Dio, che avremo messo davvero al primo posto nella vita.
Ma oltre ad essere un
punto di partenza per la nuova settimana, la messa domenicale deve essere per noi anche un punto di arrivo per la settimana passata, il momento e il luogo in cui portiamo al Signore il lavoro, la fatica, la gioia, l’impegno e i risultati di una intera settimana, e tutti quei gesti che abbiamo fatto per Lui, pensando a Lui, gli offriamo tutti insieme a lui sull’altare al momento dell’offertorio. Questo è il nostro preziosissimo contributo, E’ IL NOSTRO PANE che offriamo a Gesù; senza il pane il sacerdote non può celebrare la messa, così senza questa nostra offerta non ha senso che noi vi partecipiamo;se non abbiamo niente tra le mani offriamogli il nostro niente senza vergogna, Gesù apprezza tantissimo anche questa offerta.

La Santa messa infatti non è altro che uno
scambio di doni, e noi dobbiamo viverlo così: noi portiamo a Gesù qualcosa di insignificante (ma sono tutti i nostri sforzi, è la nostra miseria ma è la nostra vita), e Lui la rende preziosissima: la trasforma nel suo corpo e ce lo ri-dona per la nostra salvezza. Senza offrirli nella messa tutte le nostre azioni e i nostri sacrifici sarebbero sprecati, sarebbero considerati niente e non servirebbero alla nostra salvezza, ne a quella degli altri.

Per viver bene la messa, quindi, dobbiamo capire che essa inizia fuori dalla chiesa, con tutti i gesti che ogni giorno facciamo per il Signore (cioè nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo) pensando che la domenica li presenteremo a Gesù, li offriremo a Lui sull’altare. La domenica, poi, prima di entrare in chiesa, dobbiamo già aver chiaro in mente cosa portiamo a Gesù, dobbiamo già aver fatto l’esame di coscienza per tutta la settimana, avere qualcosa da chiedergli e qualche intenzione per cui pregare.

La messa infatti ci permette di pregare per gli altri e con gli altri, ma anche di parlare personalmente e direttamente con Gesù, cioè è un incontro personale con Gesù, e attraverso l’incontro con Lui incontriamo tutti gli altri. Quindi è un
momento di preghiera sia individuale che comunitario, ed è il momento di preghiera più forte e più completo per ogni cristiano, ed è insostituibile.

Durante la Santa Messa quindi avviene un
incontro straordinario tra noi e Dio, ed un ricchissimo scambio di doni. Solo se cominceremo a vivere così la messa scopriremo tutta la sua bellezza, la sua profondità e la sua utilità, e mettendo Dio al primo posto cominceremo a vivere ogni giornata per Lui, guidati da Lui, pensando a Lui e per offrirla a Lui.

http://www.airemsea.it/sancta-sanctorum/La_Santa_Messa.pdf

Canoni sul santissimo Sacrificio della Messa


1 Se qualcuno dirà che nella Messa non si offre a Dio un vero e proprio sacrificio, o che essere offerto non significa altro se non che Cristo ci viene dato a mangiare, sia anatema.
2 Se qualcuno dirà che con quelle parole: Fate questo in memoria di me, Cristo non ha costituito i suoi apostoli sacerdoti o che non li ha ordinati perché essi e gli altri sacerdoti offrissero il suo corpo e il suo sangue, sia anatema.
3 Se qualcuno dirà che il sacrificio della Messa è solo un sacrificio di lode e di ringraziamento, o la semplice commemorazione del sacrificio offerto sulla croce, e non propiziatorio; o che giova solo a chi lo riceve; e che non si deve offrire per i vivi e per i morti, per i peccati, per le pene, per le soddisfazioni, e per altre necessità, sia anatema.
4 Se qualcuno dirà che col sacrificio della Messa si bestemmia contro il sacrificio di Cristo consumato sulla croce; o che con esso si deroga all’onore di esso, sia anatema.
5 Chi dirà che celebrare Messe in onore dei santi e per ottenere la loro intercessione presso Dio, come la chiesa intende, è un’impostura, sia anatema.
6 Se qualcuno dirà che il canone della Messa contiene degli errori, e che, quindi, bisogna abolirlo, sia anatema.
7 Se qualcuno dirà che le cerimonie, le vesti e gli altri segni esterni, di cui si serve la chiesa cattolica nella celebrazione delle Messe, siano piuttosto elementi adatti a favorire l’empietà, che manifestazioni di pietà, sia anatema.
8 Se qualcuno dirà che le Messe, nelle quali solo il sacerdote si comunica sacramentalmente, sono illecite e, quindi, da abrogarsi, sia anatema.
9 Se qualcuno dirà che il Rito della chiesa Romana, secondo il quale parte del Canone e le parole della consacrazione si profferiscono a bassa voce, è da riprovarsi; o che la Messa debba essere celebrata solo nella lingua del popolo; o che nell’offrire il calice non debba esser mischiata l’acqua col vino, perché ciò sarebbe contro l’istituzione di Cristo, sia anatema.

mercoledì 27 marzo 2013

relativismo

Relativismo nella Chiesa?

p. Giovanni Scalese


Fino a qualche anno fa mi sono occupato, in forma piú o meno diretta, di formazione all’interno del mio Ordine religioso. Quel che lamentavo sovente era la “molteplicità delle formazioni”: praticamente tanti erano i modi di formare, quanti erano i formatori. Nonostante ci fossero le Costituzioni, la Ratio institutionis, le delibere dei Capitoli generali, le tradizioni domestiche, di fatto ciascun novizio o studente veniva formato a seconda dei gusti personali del Padre Maestro che si ritrovava ad avere. Con quali conseguenze sull’unità della Congregazione, vi lascio immaginare. In tutte le riunioni dei formatori e nei Capitoli ho sempre insistito sulla necessità dell’unità della formazione e, devo riconoscere, delle delibere in tal senso sono state anche approvate; ma ho l’impressione che, nonostante le delibere, la situazione sia rimasta pressoché immutata.

Beh, quel che lamentavo riguardo alla formazione nel mio Ordine, in realtà costituisce un problema generale, che tocca ogni ambito, diffuso in tutta la Chiesa, soprattutto dopo il Vaticano II, col quale ciascuno si è sentito autorizzato a fare di testa propria. Non mi si fraintenda, non sto criticando il Concilio: accetto con convinzione tutte le riforme da esso promosse e successivamente realizzate; sono riforme che si rendevano necessarie per il mutamento dei tempi. Negli anni dopo il Concilio i Papi e i Dicasteri della Curia Romana hanno fatto un enorme sforzo di aggiornamento in tutti i settori, lasciando talora spazio anche alla possibilità di ulteriori adattamenti alle situazioni locali, ma sempre entro i limiti previsti dalle nuove normative. Il problema è che spesso tali normative sono state completamente ignorate dalla “base”, la quale anzi riteneva che, col Concilio, si era fatta piazza pulita di ogni legalismo e che unico criterio di azione fosse ormai l’attenzione al soffio dello Spirito, solitamente coincidente — guarda caso — con i propri gusti personali.

Perché, direte voi, questa lunga introduzione? Dove vuole arrivare Padre Scalese? È la riflessione che mi è venuta in mente quando, l’altro giorno, ho letto una notizia che mi ha lasciato alquanto perplesso: il Papa, il giovedí santo, celebrerà la Messa in Cena Domini nel carcere minorile di Casal del Marmo. Beh, dove sta il problema? Non è un bellissimo gesto quello deciso da Papa Bergoglio? “Visitare i carcerati” non è forse una delle opere di misericordia corporale? Il Papa non può decidere liberamente dove celebrare la Messa del giovedí santo?

Vorrei cominciare col rispondere a quest’ultima domanda, perché credo che da una corretta risposta ad essa dipenda tutto il resto. È vero che il Papa può decidere quel che vuole: egli è il legislatore supremo. Ma può decidere, appunto, legiferando. Se esiste una legge che a lui non piace, può cambiarla; ma, se una legge esistente, fatta da lui o da uno dei suoi predecessori, lui non la cambia, non mi sembra opportuno che la disattenda. Non sono un canonista, ma non mi pare che al Papa possa applicarsi il principio “Princeps legibus solutus”: non sarebbe molto corretto nei confronti di quanti quelle leggi sono tenuti a osservarle. Questo, come principio generale.

Nel caso presente, non si tratta propriamente di leggi, ma di indicazioni pastorali, che comunque hanno, a mio parere, un valore piuttosto vincolante. Una trentina d’anni fa fu pubblicato il Cæremoniale Episcoporum, che non credo fosse destinato soltanto ai cerimonieri delle cattedrali, ma innanzi tutto ai Vescovi stessi. Faccio notare che non mi riferisco al Cerimoniale del 1600, ma a quello del 1984, “ex decreto Sacrosancti Œcumenici Concilii Vaticani II instauratum, auctoritate Ioannis Pauli PP. II promulgatum”. Ebbene, che cosa si dice nel suddetto Cerimoniale a proposito dei riti del Triduo pasquale?

«Tenendo quindi presenti la particolare dignità di questi giorni e la grande importanza spirituale e pastorale di queste celebrazioni nella vita della Chiesa, è sommamente conveniente che il Vescovo presieda nella sua chiesa cattedrale la Messa nella Cena del Signore, l’azione liturgica del venerdí santo “nella passione del Signore”, e la veglia pasquale, soprattutto se in essa si devono celebrare i sacramenti della iniziazione cristiana» (n. 296).

E, specificamente a proposito del giovedí santo, il Cerimoniale prosegue:

«Il Vescovo, anche se ha già celebrato al mattino la Messa del crisma, abbia ugualmente a cuore di celebrare anche la Messa della Cena del Signore con la piena partecipazione di presbiteri, diaconi, ministri e fedeli intorno a sé» (n. 298).

Non si tratta di norme tassative, ma di indicazioni in ogni caso pressanti, dalle quali, a mio parere, solo per gravissime ragioni ci si potrebbe discostare. Ma, a quanto è stato riferito, Papa Francesco non fa altro che continuare un’abitudine che aveva quando era Arcivescovo di Buenos Aires (il che lascia presumere che intenda ripetere il gesto ogni anno). È chiaro che il problema non sorge solo ora che Bergoglio è diventato Papa, ma esisteva già quando era Arcivescovo. Posso supporre il ragionamento che avrà fatto: “Ho già celebrato questa mattina la Messa del crisma con tutto il mio clero; questa sera la Messa in Cena Domini sarà celebrata nelle diverse parrocchie; con chi celebro io in cattedrale? Magari non ci saranno neppure i seminaristi perché mandati ad aiutare nelle rispettive parrocchie. Quindi me ne vado a celebrar Messa ai carcerati (o agli ammalati o agli anziani) e cosí faccio anche un’opera di misericordia”. Un ragionamento abbastanza comprensibile, addirittura encomiabile, ma che rischia di “smontare” tutto d’un tratto quanto il Concilio aveva autorevolmente dichiarato:

«Il Vescovo deve essere considerato come il grande sacerdote del suo gregge: da lui deriva e dipende in certo modo la vita dei suoi fedeli in Cristo. Perciò tutti devono dare la piú grande importanza alla vita liturgica della diocesi che si svolge intorno al Vescovo, principalmente nella chiesa cattedrale, convinti che c’è una speciale manifestazione della Chiesa nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede il Vescovo circondato dai suoi sacerdoti e ministri» (Sacrosanctum Concilium, n. 41).

Un testo che viene ripreso dal Cerimoniale, che aggiunge:

«Dunque le sacre celebrazioni presiedute dal Vescovo, manifestano il mistero della Chiesa a cui è presente Cristo; perciò non sono un semplice apparato di cerimonie … In tempi determinati e nei giorni piú importanti dell’anno liturgico si preveda questa piena manifestazione della Chiesa particolare a cui siano invitati il popolo proveniente dalle diverse parti della diocesi e, per quanto sarà possibile, i presbiteri» (nn. 12-13).

«La principale manifestazione della Chiesa locale si ha quando il Vescovo, come grande sacerdote del suo gregge, celebra l’Eucaristia soprattutto nella chiesa cattedrale, circondato dal suo presbiterio e dai ministri, con la partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio. – Questa Messa, chiamata stazionale, manifesta l’unità della Chiesa locale e la diversità dei ministeri attorno al Vescovo e alla sacra Eucaristia. – Quindi ad essa siano convocati quanti piú fedeli è possibile, i presbiteri concelebrino con il Vescovo, i diaconi prestino il loro servizio, gli accoliti e i lettori esercitino le loro funzioni» (n. 119).

«Questa forma di Messa sia osservata soprattutto nelle maggiori solennità dell’anno liturgico, quando il Vescovo confeziona il sacro crisma e nella Messa vespertina in Cena Domini, nelle celebrazioni del santo fondatore della Chiesa locale o del patrono della diocesi, nel giorno anniversario dell’ordinazione del Vescovo, nelle grandi assemblee del popolo cristiano, nella visita pastorale» (n. 120).

Nel comunicato con cui si informa della decisione di Papa Francesco, si aggiunge: «Com’è noto, la Messa della Cena del Signore è caratterizzata dall’annuncio del comandamento dell’amore e dal gesto della lavanda dei piedi» (21 marzo 2013). Anche in questo caso il Cerimoniale dei Vescovi appare piú completo e preciso:

«Con questa Messa dunque si fa memoria della istituzione dell’Eucaristia, o memoriale della Pasqua del Signore, con la quale si rende perennemente presente tra di noi, sotto i segni del sacramento, il sacrificio della nuova alleanza; si fa ugualmente memoria della istituzione del sacerdozio, con il quale si rende presente nel mondo la missione e il sacrificio di Cristo; infine si fa memoria dell’amore con cui il Signore ci ha amati fino alla morte. Il Vescovo si preoccupi di proporre opportunamente ai fedeli tutte queste verità mediante il ministero della parola, affinché possano penetrare piú profondamente con la loro pietà in cosí grandi misteri e possano viverli piú intensamente nella vita concreta» (n. 297).

La lavanda dei piedi è certamente un momento significativo della celebrazione del giovedí santo, ma sarebbe un errore considerarlo il suo elemento essenziale. Tanto è vero che non è un rito obbligatorio: esso viene compiuto solo «dove motivi pastorali lo consigliano» (n. 301). Purtroppo, negli ultimi anni, in diversi luoghi, esso è stato caricato di significati che esorbitano dal suo valore originario.

Qualcuno dirà che sto facendo di un’inezia una montagna; qualcuno mi accuserà di pignoleria, se non addirittura di rubricismo o di legalismo; qualcuno sicuramente scomoderà anche i farisei, che accusavano Gesú di non osservare la legge quando guariva di sabato; qualcuno dirà che voglio insegnare il mestiere al Papa. Ciascuno dica quel che vuole. Nessuno però può impedirmi di pensare che certe decisioni, apparentemente innocue, potrebbero avere conseguenze devastanti:
a) innanzi tutto, disattendendo le norme esistenti, anche quelle che potrebbero apparire secondarie, si rischia di mettere in discussione alcuni valori fondamentali, che il Concilio ha rimesso in luce e ha voluto che divenissero patrimonio comune della Chiesa;
b) in secondo luogo, potrebbe passare l’idea che le norme ci sono, sí, ma non è poi cosí importante rispettarle: se il Papa ritiene possibile trascurarle, significa che non sono poi cosí importanti; e se lo fa lui, perché non potrei fare io altrettanto?;
c) inoltre si potrebbe dare l’impressione che non esista alcuna norma oggettiva e stabile, valida per tutti e per sempre, ma che tutto dipenda esclusivamente dalla discrezionalità del responsabile di turno;
d) infine c’è il rischio che il relativismo, tanto osteggiato a parole nella società, diventi di fatto la norma suprema anche all’interno della Chiesa.