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giovedì 5 dicembre 2013

il CARD. BRANDMǛLLER sul concilio di Trento

CONCILIO DI TRENTO: "ha dato frutti abbondanti"
OMELIA DEL CARD. W. BRANDMǛLLER
Cattedrale di Trento, 1 dicembre 2013, Domenica I di Avvento


Il cardinale BRANDMǛLLER
con i seminaristi di Trento


            Quando il 4 dicembre dell'anno 1563, in questa cattedrale, il cardinale Morone, presidente del Concilio, intonò il Te Deum e poi proclamò con forza a quanti si erano riuniti “Domini, ite in pace”, si era giunti al traguardo di un cammino molto lungo, caratterizzato da fatiche, pericoli e delusioni. Profondamente commossi e tra le lacrime, i Padri si abbracciarono, colmi di gioia e di gratitudine per il lavoro compiuto.

            Oggi ricordiamo quel grande momento, poiché con quel "Domini, ite in pace" ebbe inizio quello che Hubert Jedin, storico del Concilio e cittadino onorario di questa città, ha definito il "miracolo di Trento".

            Solo in retrospettiva possiamo riconoscere con quanta potenza lo Spirito di Dio, proprio per mezzo di tale Concilio, è intervenuto nel destino della Chiesa, addirittura del mondo. Lo ha fatto al punto che i secoli dopo il concilio vengono definiti “periodo post-tridentino”.
Se dunque oggi, dopo 450 anni, anche noi cristiani del terzo millennio intoniamo lo stesso Te Deum di allora, non possiamo e non dobbiamo farlo solo con sguardo nostalgico verso il passato.

            Piuttosto, celebriamo questo giubileo con lo sguardo rivolto alla Chiesa e al mondo del qui e dell'oggi. Quale messaggio - domandiamo - ci giunge attraverso i secoli? E possibile che il tesoro lasciato dal grande Concilio nasconda anche qualche risposta ai nostri interrogativi? O forse avevano ragione quanti hanno celebrato il Concilio Vaticano II come "congedo da Trento"? Tuttavia: la sola costituzione Lumen Gentium del Concilio Vaticano II, che espone l'insegnamento sulla Chiesa, in ben sedici passi fa riferimento a documenti dottrinali del Concilio di Trento. Quindi, anche dopo 450 anni, esso è ancora presente nella dottrina e nella vita della Chiesa.

            Da poco si è concluso l'Anno della Fede, indetto da Benedetto XVI, e in occasione del quale Papa Francesco ha pubblicato la Lumen Fidei, la luce della fede, quale prima enciclica del suo pontificato. Anno della Fede ed enciclica sulla fede: di fatto puntano al centro dei problemi del tempo presente, un tempo che ha largamente rinunciato a interrogarsi sulla verità della fede, sulla verità in generale. A che cosa serve? Che cosa è fattibile? Sono queste le domande che muovono la società attuale. Che cos'è la verità? Domandano in molti come Ponzio Pilato. E la verità, sempre che esista - ci può saziare? Noi, invece, domandiamo: senza verità può esistere la vita umana? E dove troviamo questa verità?

            La risposta a tale domanda, già assillante 450 anni fa, l'hanno data i Padri tridentini, anche solo per il fatto che, come primo decreto conciliare, hanno approvato quello che tratta della Sacra Scrittura e della Tradizione Apostolica. Nella Scrittura e nella Tradizione troviamo il Vangelo che, “promesso un tempo attraverso i profeti nelle scritture sante, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, prima promulgò con la sua bocca, poi comandò che venisse predicato ad ogni creatura per mezzo dei suoi apostoli, quale fonte di ogni verità salvifica e della disciplina dei costumi”  si legge in questo decreto.

            Non sono quindi la speculazione filosofica e nemmeno l'autocoscienza umana o altre cose simili i luoghi in cui trovare la verità che salva l'uomo, bensì i documenti della comunicazione di Sé di Dio alla sua creatura l'uomo, avvenuta una volta per sempre nel tempo e nello spazio, vale a dire nella storia.

            Nella situazione culturale presente, in cui non pochi considerano le Sacre Scritture un prodotto sì venerabile, ma comunque umano della cultura del Vicino Oriente dell'antichità, la voce del Concilio di Trento ha un significato molto attuale. Essa ricorda con forza che l'autore delle Sacre Scritture dell'Antico e del Nuovo Testamento, come anche della tradizione sacra, è il Dio Uno e Trino stesso, che ci ha parlato prima per bocca dei profeti, ma poi anche per mezzo di suo Figlio, il Logos eterno fatto uomo, Il discorso salvifico di Dio all'uomo, sua creatura e immagine, che si può sentire nella parola umana della Sacra Scrittura e della Tradizione Apostolica - può, da solo, esaudire il desiderio di verità dell'uomo e offrirgli una base solida per la sua vita.

“Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito la sua casa sulla roccia” dice il Signore.

Ora, l'insegnamento del Concilio si rivolge proprio all'uomo, al quale è stato - ed è - rivolto il messaggio del Vangelo.

            “Che cosa è l'uomo perché te ne ricordi?” domanda  già il salmista. Di fatto, come mai prima d'ora, l'uomo del tempo moderno è diventato un interrogativo per se stesso.
            Sono le esperienze terribili e sanguinose del XX secolo appena concluso e del presente a farci percepire con angoscia la grammatica della domanda sull’uomo. Che cos' è l’uomo? E’ il superuomo, come lo vedeva Nietzsche, che fissa i propri parametri del vero e del falso, del bene e del male, o, come ha detto qualcun altro, è soltanto una scimmia nuda, alla quale manca il pelo solo per un capriccio dell’evoluzione? Questo uomo è una semplice rotellina nel processo produttivo di oggetti di massa privi di anima e di volto, o è un prometeico padrone del mondo?

            L’uomo è diventato un enigma per se stesso, trascinato qua e là tra mania di grandezza e disperazione. Come, che cosa dobbiamo pensare di noi stessi? Diversamente da oggi, la gente all'epoca del Concilio di Trento si poneva questa domanda guardando a Dio.
L’ uomo - come anche tutto il creato - è stato reso talmente corrotto e cattivo nell'intimo dal peccato di Adamo da essere colpito da tutta l'ira di Dio, che può essere placata solo dal sangue e dalla morte di Cristo? Davvero l'uomo non è capace di fare altro che peccare?

            Il buio di tutte queste domande viene trafitto dalla luce splendente della dottrina del Concilio. La risposta che essa offre è valida anche oggi e per sempre.
           
            Un'antica preghiera, che in passato veniva pronunciata durante la Messa, quando si mescolavano il vino e l'acqua, contiene, con pregnanza classica, il messaggio del Concilio: “Deus qui  humanæ substantiae dignitatem  mirabiliter et mirabilius condidisti et mirabilius reformasti” ovvero, Dio che meravigliosamente hai creato la dignità umana e mirabilmente - attraverso Cristo - l'hai redenta.
           
            Questa dottrina conciliare risponde negativamente a quell'oscuro pessimismo che vedeva la natura umana, addirittura l'intero creato, profondamente corrotti a causa del peccato dei progenitori e non voleva prendere atto del fatto che, attraverso la grazia della redenzione, l'uomo viene sanato nel profondo, che viene persino creato di nuovo e accettato come amato Figlio di Dio.

Fu questa consapevolezza di non essere stati lasciati indifesi dinanzi al male, malgrado tutte le tentazioni, bensì di essere stati redenti e chiamati alla gloria eterna, a liberare le forze migliori dello spirito e del cuore dei fedeli. Fu una nuova autoconsapevolezza dell'uomo, ispirata dalla fede nella redenzione, a produrre lo straordinario slancio religioso, l'impegno missionario in Asia e in America, la crescita delle molteplici opere di amore del prossimo, delle arti e delle scienze, che hanno caratterizzato il tempo dopo il Concilio Tridentino.
           
            Non potrebbe anche oggi una visione credente approfondita della dignità della natura umana, meravigliosamente creata e ancora più mirabilmente rinnovata dopo tanto peccato, liberare quelle forze spirituali e indicare quei cammini che conducono verso un futuro buono, che piace a Dio e per questo è favorevole all'uomo?

            La Sacra Scrittura e la Tradizione Apostolica, i fondamenti della fede, anche il rapporto tra gli uomini e Dio, determinato dal peccato originale e dalla redenzione: furono questi i grandi temi che, in virtù della loro urgenza, i Padri del concilio vollero chiarire per primi.

            Il terzo tema da loro affrontato fu quello  della “Chiesa”.  Anch'esso occupa i fedeli di oggi non meno di quanto impegnò quelli del XVI secolo. All'epoca, i suoi oppositori avevano frainteso la Chiesa ravvisandola come un'entità invisibile, puramente spirituale. Oggi, al contrario, non pochi rischiano - come ha più volte sottolineato Papa Francesco - di vedere la Chiesa come un'istituzione puramente umana, temporale, una sorta di organizzazione non governativa per migliorare il mondo. La sua vera natura allora - come spesso accade anche oggi – rimase nascosta.

            Per rispondere a questi fraintendimenti, già all'epoca i Padri tridentini fecero dei sette santi sacramenti l'oggetto delle loro proclamazioni dottrinali, ponendo così la vera natura della Chiesa al centro dell'attenzione.

            Nei sacramenti è il segno esteriore percepibile con i sensi - ad esempio, per l'Eucaristia, la consacrazione del pane e del vino - a definire e a produrre misteriosamente la grazia divina. In modo analogo, anche la figura umano-storica della Chiesa è un segno visibile della sua natura invisibile quale Corpo misterioso di Cristo Risorto, quale strumento di Cristo per la redenzione del mondo.

            Comprendere in modo nuovo e più profondo questa realtà divina della Chiesa, presente anche nel mondo del terzo millennio, vale a dire riscoprire nella sua figura terreno-umana la presenza del divino, potrebbe produrre la fine della mondanizzazione della Chiesa, che è un presupposto perché possa svolgere con efficacia la sua missione a favore della salvezza eterna degli uomini. Per concludere guardiamo ancora una volta al passato.

            Quando il Concilium Tridentinum fu inaugurato il 13 dicembre 1545, erano solo poche decine i vescovi che entrarono in processione in questo Duomo. Tra loro nessuno veniva dalla Germania, patria dello scisma. Quei vescovi provenivano da un'Europa in cui la Chiesa sanguinava dalle ferite inferte dall'allontanamento di massa in molti paesi. Scoramento e confusione paralizzavano molti di coloro che erano rimasti fedeli, lasciandoli a guardare, privi di speranza, verso un futuro oscuro. Poi raggiunsero la cifra di 225 Presuli.

            "Non temere, piccolo gregge''  aveva detto il Signore ai suoi apostoli, e quindi anche ai loro successori che si erano riuniti a Trento. Così si dedicarono subito al lavoro di chiarire e di scindere la verità di fede dall'errore e a quello della riforma.

            Dalla semina, che - come dice il salmista - fecero nelle lacrime, è cresciuto un raccolto abbondante che ha raggiunto anche i nuovi continenti dell'Asia e dell'America: un periodo della storia della Chiesa e della cultura alla quale il Concilio di Trento ha dato il proprio nome.

            Di fatto, lo Spirito di Dio anima e guida la sua Chiesa nei secoli, fino a quando ritornerà il Signore.

            Perciò oggi non dobbiamo essere colmi solo di gratitudine per questo, ma anche di speranza che il Concilio Vaticano II, che i più anziani tra noi hanno vissuto di persona, a suo tempo possa dare gli stessi frutti di quello che ricordiamo oggi.

Card. Walter Brandmueller

Cattedrale di Trento, 1 dicembre 2013, Domenica I di Avvento



Concilio_Trento

Qualche giorno fa abbiamo dato notizia degli apprezzamenti – per alcuni inaspettati – rivolti da papa Francesco al Concilio di Trento, che – volente o nolente – è diventato simbolo di arretratezza, oscurità, eccessiva dogmaticità. Tutte queste accuse sono assurde e provengono da una lettura distorta di quel grande evento. Ma non pretendiamo che i lettori ci credano sulla parola. Per questo proponiamo, oltre alle parole del regnante Sommo Pontefice, quelle di tanti suoi predecessori, che a una voce sola lodano il Tridentino.
“Fate del seminario la delizia del vostro cuore, e per il suo giovamento non omettete nulla di ciò che è stato provvidenzialmente stabilito dal Concilio Tridentino.” (san Pio X, enc. E supremi, 1903)

“Ma Iddio, sollecito anzitutto dell’onore della sua Sposa, la Chiesa, volendo mostrare che non era abbreviata la sua mano salvifica, che non erano esauriti nella sua Chiesa i tesori della verità e della santità, del secolo della riforma fa il secolo del Concilio di Trento” (Pio XI, omelia, 4 giugno 1922)
“Ed effettivamente, quando giudicò che i tempi fossero maturi, [Dio] venne in suo aiuto in modo meraviglioso con la celebrazione del Concilio di Trento.” (Pio XI, lettera Meditantibus nobis, 1922)
“Chi ha fatto un così mirabile cambiamento? La storia lo attribuisce al lavoro potente di riforma ecclesiastica, in modo particolare ai decreti del Concilio di Trento.” (Pio XII, discorso, 17 gennaio 1943)
“Il Concilio di Trento, nelle cui sessioni passò sensibilissima la esigenza di un perfetto adeguamento del sacerdote ai suoi altissimi doveri” (beato Giovanni XXIII, esortazione apostolica A quarantacinque anni, 21 aprile 1959)
“il più copioso e ricco di benefici perduranti sino a noi, il Tridentino” (beato Giovanni XXIII, discorso, 24 gennaio 1960)
“benefico irradiamento del Concilio di Trento” (beato Giovanni XXIII, discorso, 28 febbraio 1960)
“leggi sapientissime del Concilio Tridentino” (beato Giovanni XXIII, discorso, 26 maggio 1960)
“scia di intenso rinnovamento spirituale, apertasi dal Concilio di Trento” (beato Giovanni XXIII, discorso, 16 giugno 1960)
“Il Tridentino segnò la ripresa del fervore apostolico e della ricostruzione coraggiosa e imponente là dove era passato l’uragano. I Padri avevano studiato, discusso, elaborato le costituzioni con infinita pazienza e costanza. Ostacoli d’ogni genere, inframmettenze laicali, ritardi talora inesplicabili: tutto fu superato dalla sicurezza che infiammò la Chiesa di Cristo di non doversi arrendere a patto alcuno con chi voleva menomare il sacro patrimonio della Rivelazione.” (beato Giovanni XXIII, discorso, 30 aprile 1961)
“lungimirante sapienza dei Padri del Concilio Tridentino” (beato Giovanni XXIII, discorso, 29 luglio 1961)
“il Concilio Tridentino — senza dubbio tra i più importanti celebrati sin qui” (beato Giovanni XXIII, discorso, 4 novembre 1962)
“conclusione del Concilio Tridentino, da cui venne alla Santa Chiesa tanto beneficio, anche per le età successive.” (beato Giovanni XXIII, discorso, 23 dicembre 1962)
“il Concilio di Trento ha superato i precedenti Concili nell’arricchire splendidamente gli annali della Chiesa, della civiltà, degli studi, dell’autentico benessere nel mondo intero.” (Paolo VI, udienza generale, 4 dicembre 1963)
Paolo VI ha dedicato al Concilio di Trento un’intera omelia (8 marzo 1964)
“un gran Concilio, quello di Trento, dottrinale e riformatore” (beato Giovanni Paolo, lettera apostolica Maestro della Fede, 14 dicembre 1990)
“Il Concilio di Trento, interprete della tradizione cristiana” (beato Giovanni Paolo, udienza generale, 25 marzo 1992)
Il beato Giovanni Paolo II ha dedicato al Concilio di Trento un’intero discorso (30 aprile 1995)
“Come forti sono queste montagne così forte è la fede che ci ha lasciato il Concilio di Trento nel suo Magistero. E noi tutti siamo debitori verso questo evento storico. La nostra fede è costruita su questo Magistero indimenticabile del Concilio di Trento.” (beato Giovanni Paolo II, Regina Coeli, 30 aprile 1995)
“Basti pensare, ad esempio, al Concilio di Trento, dal quale ci separano circa quattro secoli e mezzo. Tra le ragioni per cui quel Concilio ha avuto un enorme influsso innovatore nel cammino del Popolo di Dio” (beato Giovanni Paolo II, omelia, 27 ottobre 2001)
“[Trento fu] nuova attualizzazione e una rivitalizzazione della […] dottrina” (Benedetto XVI, discorso, 31 agosto 2006)
“la grande riforma spirituale promossa dal Concilio di Trento.” (Benedetto XVI, udienza generale, 23 marzo 2011)
“dobbiamo nominare il Concilio di Trento, nel XVI secolo, che ha chiarito punti essenziali della dottrina cattolica di fronte alla Riforma protestante” (Benedetto XVI, udienza generale, 10 ottobre 2012)

mercoledì 30 ottobre 2013

"Sacrosanctum Concilium"

Omelia di S. E. Mons. Filipazzi 
in occasione del 50° 

della promulgazione 

della "Sacrosanctum Concilium"


Splendida omelia di S.E. Mons. Filipazzi, Nunzio Apostolico in Indonesia, per l'apertura della Conferenza nazionale in occasione dei 50 anni dalla promulgazione della Costituzione "Sacrosanctum Concilium" del Concilio Vaticano II. 

Da leggere assolutamente, da meditare. Deo Gratias!

a MAKASSAR il 15.10.2013


1. Questa Celebrazione Eucaristica apre la conferenza nazionale voluta per ricordare i 50 anni dalla promulgazione della Costituzione "Sacrosanctum Concilium" del Concilio Vaticano II. La celebrazione della Santa Messa accompagnerà e concluderà questi giorni di studio, riflessione e discussione. A tal riguardo, vorrei ricordare a tutti che la Santa Messa non è mai un atto secondario o solamente formale. 
            Non è un atto secondario rispetto alle conferenze e ai dibattiti di questi giorni. Infatti, la liturgia celebrata ha la precedenza sul suo studio, rimane infinitamente più grande e più importante di tutte le nostre considerazioni su di essa. La "Sacrosanctum Concilim" ci ha ricordato che "ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun'altra azione della Chiesa ne uguaglia l'efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado" (SC, 7). Occorre coltivare tale consapevolezza di fede davanti alla liturgia, in modo da non ridurla mai a oggetto da manipolare a piacimento. Come rilevava Benedetto XVI, "purtroppo, forse, anche da noi Pastori ed esperti, la liturgia è stata colta più come un oggetto da riformare che non come soggetto capace di rinnovare la vita cristiana" (Discorso, 6 maggio 2011). Dobbiamo accostarci ad essa, sia quando la celebriamo sia quando la studiamo, con l'atteggiamento riverente di Mosè che si avvicina al roveto ardente, segno della presenza del Dio vivente.
            Allo stesso modo questa S. Messa non deve essere considerata un gesto formale, che si compie che si usa fare in occasione dei nostri incontri e nel corso delle nostre iniziative. Il fatto di aprire, condurre avanti e concludere questa conferenza liturgica con la Celebrazione Eucaristica richiama un altro insegnamento del Concilio Vaticano II, secondo il quale "la liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia" (n. 10). Da questa sorgente di grazia che sono i Sacri Misteri celebrati dalla Chiesa deriva anche la luce e la forza per poter riflettere sulla liturgia e trarne opportune risoluzioni d'impegno. Allo stesso tempo, ciò che in questi giorni verrà detto e fatto dovrà tendere a che la liturgia sia sempre meglio celebrata e compresa e e possa portare frutto nella vita.
            "Il giusto per fede vivrà": nella prima lettura S. Paolo, citando il profeta Abacuc, ci ha ricordato che la fede è il principio che deve illuminare e guidare tutta la nostra vita, compresa la nostra conoscenza, anzitutto quando essa si esercita sulle realtà che riguardano Dio e la salvezza. Quindi se vogliono approfondire le realtà sacre, tale studio dev'essere guidato soprattutto dalla luce della fede. Che durante questa conferenza, ma poi sempre quando si riflette sulla liturgia, tutti siano sempre guidati dalla luce della fede, dono che invochiamo durante questa Santa Eucaristia!   

            2. Iniziamo questa conferenza nazionale celebrando la memoria di S. Teresa di Gesù, vergine e dottore della Chiesa.
            Fare memoria dei Santi sottolinea un'importante dimensione della liturgia, richiamata  dalla conclusione del Prefazio di ogni Messa: "... uniti agli Angeli e agli Arcangeli e a tutti i santi del cielo, cantiamo senza fine l’inno della tua lode: Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo. I cieli e la terra sono pieni della tua gloria. Osanna nell’alto dei cieli" (Prefazio dei Santi, I).
            La Costituzione liturgica del Vaticano II ha così illustrato tale dimensione della liturgia: "Nella liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla liturgia celeste che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove il Cristo siede alla destra di Dio quale ministro del santuario e del vero tabernacolo; insieme con tutte le schiere delle milizie celesti cantiamo al Signore l'inno di gloria; ricordando con venerazione i santi, speriamo di aver parte con essi; aspettiamo come Salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, fino a quando egli comparirà, egli che è la nostra vita, e noi saremo manifestati con lui nella gloria" (SC, 8).
            Nella liturgia il Cielo si affaccia sulla nostra terra (cfr. Benedetto XVI, Esor. Ap. Sacramentum Caritatis, 35), Dio in tutta la sua maestà si mostra a noi, e noi incontriamo Cristo "il più bello fra i figli dell'uomo". Papa Francesco ho ricordato che la "bellezza di quanto è liturgico... non è semplice ornamento e gusto per i drappi, bensì presenza della gloria del nostro Dio " (Omelia, Messa crismale 2013). Come la gloria di Dio si manifesta nella creazione (le perfezioni di Dio - dice S. Paolo ai Romani -,  "ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute"), così essa risplende nella preghiera ufficiale della Chiesa. È questo che rende bella la liturgia terrena della Chiesa, una bellezza che è intrinseca alla liturgia stessa e che non dipende in primo luogo dal nostro sforzo di renderla tale, ricorrendo magari a mezzi umani che non sono consoni alla liturgia stessa. Noi dobbiamo piuttosto permettere a questa bellezza divina di manifestarsi grazie al nostro modo di celebrare la liturgia. Fede, amore, silenzio, ordine, rispetto dei segni, dei gesti e delle parole liturgiche: tutti elementi necessari affinché possa essere percepita e vissuta l'intrinseca bellezza delle sacre celebrazioni.
            Purtroppo, si è diffusa la mentalità e la conseguente prassi per le quali la liturgia dovrebbe continuamente cambiare, dovrebbe adattarsi alle singole comunità, dovrebbe divenire interessante attraverso la nostra inventiva. Ma celebrazioni frutto di questa logica non manifesteranno la vera bellezza della Chiesa! Lo stesso bisogno di trovare sempre nuovi espedienti per rendere interessante la liturgia, indica quanto sia inconsistente ed effimera una bellezza creata da noi.
            Lo Spirito Santo illumini i lavori di questa conferenza nazionale e la vita liturgica in Indonesia affinché sempre più sia compresa la vera natura della bellezza della liturgia e tutti, ministri e fedeli, siano impegnati a farla risplendere in ogni celebrazione.        

            3. "Nella vita di S. Teresa ci offri un esempio, nell’intercessione un aiuto, nella comunione di grazia un vincolo di amore fraterno" (Prefazio dei Santi, I). Il culto dei Santi ci fa incontrare questi uomini e donne, che con noi formano l'unica Chiesa di Cristo, invitandoci ad imitarli e ad affidarci all'aiuto della loro intercessione presso Dio.
            In che cosa può ispirare l'esempio della grande Santa spagnola a questa conferenza sulla liturgia?
            La vita e l'opera di Teresa d'Avila si colloca in un'epoca segnata, da una parte, dalla Riforma protestante iniziata da Martin Lutero e, dall'altra, dalla Riforma cattolica, cioè la risposta della Chiesa cattolica alle esigenze di rinnovamento ecclesiale che si concretizzò soprattutto nell'opera del Concilio di Trento e nell'azione di tanti Santi e Sante di quel secolo. All'epoca della Santa carmelitana, dunque, si contrapponevano due tipi di riforma: una riforma che ha rotto l'unità visibile della Chiesa di Cristo e una riforma che ha prodotto, invece, una rifioritura di vita cristiana, i cui benefici influssi giungono fino a noi.  
            La storia ci mostra che quasi ad ogni epoca si fronteggiano nella Chiesa vere e false riforme. Anzi, all'interno di ogni processo di rinnovamento della vita ecclesiale, possono essere frammischiati elementi di vera riforma e altri che, invece, impoveriscono e deturpano il volto della Chiesa Occorre perciò individuare dei criteri per discernere fra vera e falsa riforma.
            Ora, tali criteri non possono essere soggettivi o meramente pragmatici, ma, essendo la Chiesa una realtà divino-umana, che si può conoscere veramente solo con la luce della Rivelazione divina, devono essere criteri di fede. Se guardiamo la bimillenaria esperienza della Chiesa se ne possono individuare alcuni. Ogni vero rinnovamento della Chiesa deve compiersi in piena adesione alla dottrina della Chiesa; va condotto avanti nel rispetto della struttura gerarchica e della disciplina della Chiesa; deve edificare la comunione e l'unità della Chiesa, evitando ogni tendenza disgregatrice; deve rispettare l'eredità spirituale e devozionale del passato; deve contrastare le tendenze della natura umana decaduta e gli influssi della mentalità mondana; deve essere realizzata con atteggiamento di pazienza e umiltà.
            Questi criteri devono guidare anche la realizzazione di quanto il Concilio Vaticano II ha stabilito cinquant'anni or sono circa la liturgia. Questo mezzo secolo ha visto luci e ombre, aspetti positivi e negativi nella vita liturgica della Chiesa; ciò dipende anche dal fatto che le indicazioni del Concilio non sono state sempre realizzate secondo tali principi di ogni vera riforma ecclesiale.
            Invece, se guardiamo alla vita e all'opera di S. Teresa di Gesù, vi ritroviamo la piena realizzazione di queste esigenze della vera riforma ecclesiale. Al termine della sua vita ella poté esclamare con ragione: "Sono una figlia della Chiesa", e per questo ella diede impulso ad un vero e duraturo rinnovamento. La sua intercessione ottenga che le riflessioni di questi giorni, ma soprattutto la vita liturgica delle comunità cristiane in Indonesia siano sempre fedelmente ispirate a questi criteri, in modo che "il popolo cristiano ottenga più sicuramente le grazie abbondanti che la sacra liturgia racchiude" (SC, 21).

            4. La colletta della memoria odierna ci ha ricordato che lo Spirito Santo ha "suscitato nella Chiesa S. Teresa d'Avila per indicare una via nuova nella ricerca della perfezione". La Chiesa ce la propone non solo come modello, ma anche come maestra di vita spirituale. Nel 1970 il Servo di Dio Paolo VI la proclamò - prima donna insieme a S. Caterina da Siena - dottore della Chiesa.
            Come ricordava quel Pontefice, dottrina di Teresa "sono i segreti dell'orazione": guidata dallo Spirito Santo, ella li ha conosciuti "per via di esperienza" e "ha avuto l'arte di esporli". Dunque, ella porta alla Chiesa e al mondo soprattutto "il messaggio dell'orazione" (Omelia, 27 settembre 1970).
            Per S. Teresa la preghiera è "un colloquio tra amici e una familiarità con Dio, con cui in segreto conversiamo sapendo di essere da lui amati” (La Vita, 8, 5) ed è incentrata sulla contemplazione della Santissima Umanità di Cristo.
            È interessante il fatto che lo stesso Paolo VI abbia messo in connessione questo messaggio di S. Teresa di Gesù, dottore della Chiesa, con l'attuazione della riforma liturgica promossa dal Vaticano II: "Il messaggio dell’orazione! Viene a noi, figli della Chiesa, in un’ora segnata da un grande sforzo di riforma e di rinnovamento della preghiera liturgica" (Omelia, 27 settembre 1970).
            Nel contesto di questa conferenza nazionale sulla liturgia, l'insegnamento di S. Teresa ci richiama che anche la preghiera ufficiale della Chiesa deve condurre alla "familiarità con Dio", dev'essere vero colloquio con Lui. Non si tratta di un'affermazione scontata, perché la preghiera liturgica è esposta al pericolo di restare solo esteriore.
            Il richiamo all'interiorità risuona continuamente nelle parole dei profeti dell'Antico Testamento. Il Signore Gesù ha chiesto molte volte ai suoi discepoli la sintonia delle parole e delle opere con l'atteggiamento interiore del loro cuore. Anche nel Vangelo di oggi Egli invita a vivere consapevoli che "Colui che ha fatto l’esterno" ha "fatto anche l’interno", per cui non basta la purezza esteriore.  
            Il Concilio Vaticano II, in sintonia con il Magistero dei Pontefici da San Pio X a Pio XII, ha raccomandato la "piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche" (SC, 14) da parte dei fedeli. Da allora molto si è discusso sul significato di tale partecipazione. Al riguardo, Benedetto XVI ha fatto rilevare che con "tale parola non si intende fare riferimento ad una semplice attività esterna durante la celebrazione" (Esor. Ap. Sacramentum Caritatis, n. 52). Purtroppo sappiamo bene quanto questa concezione riduttiva della partecipazione alla liturgia sia diffusa in teoria e in pratica.
            Va ribadito, come insegnava il Servo di Dio Pio XII, che "l'elemento essenziale del culto deve essere quello interno", perché, "diversamente, la religione diventa un formalismo senza fondamento e senza contenuto" (Enc. Mediator Dei). Per questo la "Sacrosanctum Concilium" chiede "la partecipazione attiva dei fedeli, sia interna che esterna" (n. 19); vuole che "i fedeli si accostino alla sacra liturgia con retta disposizione d'animo, armonizzino la loro mente con le parole che pronunziano e cooperino con la grazia divina per non riceverla invano" (n. 11). La vera attuazione della riforma della liturgia deve quindi condurre tutto il popolo cristiano a pregare veramente nella liturgia e con la liturgia. Occorre che la liturgia sia guida e alimento della preghiera del cristiano, come anche auspicava il Movimento liturgico che ha preceduto la "Sacrosanctum Concilium". Per questa ragione in nome della preghiera liturgica non si può tralasciare né la preghiera personale, né i "pii esercizi" che dalla liturgia scaturiscono e alla quale riconducono (cfr. SC, 13).    
            Alla fine la vera realizzazione della riforma liturgica dipende da questo: se chi partecipa alla liturgia davvero prega sempre più con quella profondità di colloquio con Dio che oggi vediamo risplendere in S. Teresa. È significativo che il Beato Giovanni Paolo II, ricordando dieci anni or sono l'approvazione della "Sacrosanctum Concilium", abbia indicato questa priorità: "la pastorale liturgica... deve instillare il gusto della preghiera" (Lett. Ap. Spiritus et Sponsa, 14). Mi sembra un programma valido anche per questo incontro e per l'azione pastorale di tutta la Chiesa in Indonesia: dare il gusto della preghiera!                  

            5. Se volessimo riassumere le riflessioni finora fatte, potremmo dire che tutto nella liturgia, nella sua celebrazione e nel suo studio, esige la fede. La fede ci fa comprendere cos'è la liturgia e come dobbiamo celebrarla. La fede ci offre anche i giusti criteri per promuovere la vita liturgica dei fedeli e della comunità. È questa una verità che l'Anno della Fede, che stiamo celebrando, ci richiama con forza.
            In ogni Celebrazione Eucaristica la Chiesa invoca con questa fede dal Padre il dono dello Spirito Santo per santificare i doni del pane e del vino "perché diventino il corpo e il sangue di Gesù Cristo" e su di noi "perché diventiamo, in Cristo, un solo corpo e un solo spirito" (Preghiera Eucaristica III).
            Ogni opera di riforma autentica é anzitutto frutto dell'azione purificatrice e santificatrice dello Spirito Santo nelle anime. È stato Lui a trasformare i cuori di uomini e donne - i Santi - che hanno rinnovato la Chiesa e il mondo.             Fu così anche per S. Teresa, alla cui intercessione oggi affidiamo l'impegno di tutti nella Chiesa in Indonesia a celebrare e a vivere sempre più adeguatamente, cioè con viva fede, i santi misteri.
            Grazie a questa fede la grande Santa spagnola vedeva in ogni Santa Messa il rinnovarsi della presenza viva e salvifica del Signore Gesù nella storia dell'umanità, presenza pari a quella della Sua vita terrena: "Se, quando era nel mondo, il solo tocco delle sue vesti sanava gli infermi, come si può dubitare, avendo fede, che non farà miracoli così intimamente unito a noi, e non ci darà quanto gli chiederemo, trovandosi nella nostra casa?" (Cammino di perfezione, 34,8). Di sè scriveva: "Il Signore le aveva dato una fede così viva che quando udiva dire da alcuni che avrebbero voluto vivere al tempo in cui Cristo, nostro Bene, era in questo mondo, rideva dentro di sé, sembrandole che, se lo si possedeva nel santissimo Sacramento così realmente come allora, null’altro dovesse loro importare" (34,6).
            S. Teresa ci ricorda anche come un tale incontro col Signore esiga di essere ricambiato da parte nostra: "Sua Maestà pertanto ci usa una grande misericordia nel volere che ci rendiamo conto della sua presenza nel santissimo Sacramento. Ma farsi vedere apertamente, comunicare le sue grandezze e distribuire i suoi tesori, non vuol concederlo se non a coloro di cui scorge l’ardente desiderio che hanno di lui, perché questi sono i suoi veri amici" (34,13).     
            Chiediamo a S. Teresa di ottenerci questa fede e questo amore mentre celebriamo i sacri misteri oggi e ogni giorno! Amen.

giovedì 17 ottobre 2013

pastorale o verità?

Appunti per una riflessione sul linguaggio della Chiesa



di Stefano Fontana e Riccardo Cascioli
Caro Direttore,

mi sembra che dal suo editoriale di ieri emergano indirettamente due grandi temi ai quali la Chiesa oggi non può sottrarsi, quello del linguaggio che adopera e quello dei media che usa. Vorrei soffermarmi brevemente sul primo.

Se io amo una persona e voglio tessere con lei una relazione, non posso prescindere dal dirle la verità. Viceversa non sarebbe né una relazione d’amore né una relazione. E’ anche vero, però, che se io mi pongo come primo obiettivo quello di agganciarla, di instaurare un rapporto, se le riversassi addosso tutta la verità finirei per impedire il rapporto stesso. Ho esemplificato così, in modo piuttosto rozzo, il grande problema del rapporto tra dottrina e pastorale.

L’ansia pastorale conduce a dare la precedenza all’instaurazione del rapporto. E’ come se stessi facendo un tratto di strada insieme ad un amico e la cosa che più mi interessasse fosse mantenere questa relazione con lui. In questo caso userei un linguaggio particolare, narrativo e non enunciativo, dialogante e non definitorio. Gli direi solo alcune cose e non tutte, perché per dirgli le altre ci sarà tempo, se il rapporto si mantiene.

In fin dei conti, ed esprimendomi ancora in modo molto rozzo, questo ha fatto il Concilio Vaticano II. Suo interesse era agganciare l’uomo contemporaneo e stabilire con lui una relazione. Per questo ha assunto un linguaggio nuovo, narrativo ed esistenziale, non ha preteso di esprimere tutta la dottrina della Chiesa e ha messo al primo posto non le questioni dottrinali ma le sfide pastorali.

E’ evidente che questa impostazione ha anche i suoi rischi. Il linguaggio non è mai cosa neutra. Tu credi di usarlo ed invece è esso che usa te. Adoperare nuove parole comporta anche esprimere nuovi concetti. La priorità data alla pastorale produce anche cambiamenti dottrinali. Se decido di non dire tutta la dottrina, per non precludermi già in partenza il rapporto con l’interlocutore, quali parti sceglierò? E questa scelta non ha delle ripercussioni sull’insieme del messaggio trasmesso? Il Vaticano II, infatti, voleva essere pastorale, ma è stato anche dottrinale, anche se non dogmatico. E nei suoi testi ci sono delle “discontinuità” non solo di linguaggio ma dottrinali, anche se si tratta di discontinuità “apparenti”, quindi dentro la permanenza dei principi, come ha detto Benedetto XVI.

Se io, per non pregiudicare il contatto con l’altro, seleziono le cose da dirgli, o gli dico solo quelle che lui vuole sentirsi dire, oppure adopero un linguaggio impreciso ed sfumato, accadrà che la pastorale rifarà la dottrina e, in certi casi estremi, che essa stessa si farà dottrina. Se un tempo si andava dalla dottrina alla pastorale, in modo forse eccessivamente applicativo, oggi si corre il rischio di affidare alla pastorale compiti dottrinali che non le sono propri. Si finisce anche per non vedere la pastoralità della dottrina. Gli epistemologi dicono che non c’è niente di più pratico che una buona teoria. Fatte le debite distinzioni, ciò vale anche per il cristianesimo.

Ci sono infatti due teorie in proposito. Secondo una di queste la pastorale viene dopo la dottrina. “Ogni elemento pratico si radica in uno teoretico e lo presuppone” (Joseph Pieper) in quanto il vero è la misura dell’agire. Secondo l’altra, accade il contrario: la pastorale non è meramente applicativa ma è essa stessa dottrina, perché la verità non esiste che in una relazione contestualizzata. Questa mi sembra essere la posizione di Rahner, che suscita però diverse perplessità. Poi, naturalmente, ci sono varie posizioni intermedie.

Si può porre la questione anche nel modo seguente. Non si può – si dice – instaurare una relazione cristiana se prima non si è stabilita una relazione umana. Però è anche vero che da una relazione solo umana non si arriverà mai per aggiunta o per innesto ad una relazione cristiana. Il cristiano non è l’uomo più qualcos’altro. Il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe non è il Dio dei filosofi più qualcos’altro. Come potrebbe questo qualcos’altro essere significativo, e non solo decorativo, semplicemente aggiungendosi? O c’è fin dall’inizio, dal primo sguardo e dalla prima parola, o non c’è più nemmeno in seguito. Nei gesti e nelle parole di un Santo c’è tutta la pastorale perché c’è anche tutta la dottrina.

Ritengo necessaria una riflessione ulteriore sul linguaggio che la Chiesa adopera, perché le questioni relative alle parole non sono mai solo questioni grammaticali.

Stefano Fontana

Caro Fontana,
le sue osservazioni sono preziose perché nel sottolineare la necessaria unità della persona, mettono in rilievo tutto il limite di certe interpretazioni molto interessate agli interventi di papa Francesco. Infatti in molti propongono un dualismo di fatto tra dottrina e pastorale, tra dottrina e accoglienza dell'altro (come se peraltro l'accoglienza non fosse anch'essa parte della dottrina). Ma un conto è condannare un uso della dottrina e del Magistero analogo al modo in cui i farisei trattavano la Legge (ed è questo che mi pare il Papa faccia) e un conto pretendere di dimenticare la dottrina nel momento in cui si incontrano i cosiddetti lontani. Sarebbe come voler guidare l'auto mettendo da parte il Codice della Strada. Non è che lo ripeteremo tutto a ogni incrocio o segnale che incontriamo, ma il Codice deve comunque esserci ben presente in testa per poter agire nel modo corretto nella singola circostanza. L'alternativa è guidare come un pazzo e provocare incidenti irreparabili.
Non dobbiamo poi dimenticare che se il Cristianesimo è una vita, la dottrina non è anzitutto un corpo di leggi e prescrizioni a cui obbedire, ma i criteri che indirizzano il mio agire e mi portano a vivere pienamente il mistero di Cristo. E' ciò che mi pare intendesse papa Francesco ad Assisi lo scorso 4 ottobre, quando ai giovani sottolineava la necessità della testimonianza: con la vita e, solo se necessario con le parole, come diceva San Francesco di Assisi.

Riccardo Cascioli

giovedì 16 maggio 2013

castità prematrimoniale

QUANDO UN NO PREPARA UN GRANDE SI
La Chiesa si ostina a proporla, molti giovani non la capiscono, ma è ancora possibile spiegare le ragioni ed i vantaggi della castità prematrimoniale (anche a chi non crede)?
 
 
 
di Mario Palmaro
 
Un giovane e una giovane si conoscono, si frequentano, si vogliono bene. Scoprono di desiderare una vita insieme e, magari, stabiliscono che un giorno diventeranno solennemente e pubblicamente marito e moglie. Un periodo di tempo - più o meno lungo - li separa dal momento in cui, salvo ripensamenti, si uniranno in matrimonio. Come vivere questa particolarissima stagione della vita che è il fidanzamento? Secondo la mentalità corrente, nulla di più normale che quei giovani si comportino come se fossero già sposati.
Nell'insegnamento della Chiesa, invece, soltanto il matrimonio rende lecito il rapporto sessuale tra l'uomo e la donna. Si tratta di un conflitto acutissimo tra il senso comune dei contemporanei e il Magistero petrino; il divieto dei cosiddetti "rapporti prematrimoniali" rischia di risuonare sempre meno ascoltato e compreso, al punto da suscitare perfino nei pastori la tentazione alto scoraggiamento. Non è raro ascoltare il "lamento" di qualche parroco: "Dissuadere i fidanzati dai rapporti prematrimoniali? Figuriamoci, inutile perfino parlarne, non ci capiscono".

CHE FARE, DUNQUE?C'è un significato profondamente umano di questo insegnamento che, ininterrottamente e ostinatamente, la Chiesa affida agli uomini di ogni tempo. Bisogna aiutare le persone a riscoprire che non si tratta di un'impuntatura moralistica - "devi fare così perché devi, perché te lo dico io" - né di un sacrificio imposto ai fidanzati per il gusto di mortificarli, né di una prescrizione formalistica. priva di qualsiasi giustificazione razionale.
Come sempre quando la Chiesa insegna una verità morale, la castità al di fuori del matrimonio ha un profondo significato antropologico: è proposta perché "fa bene" all'uomo, rispetta e promuove la sua più intima natura, lo aiuta a comprendere in profondità l'essenza del matrimonio.
Proveremo dunque a offrire alcuni argomenti "umani" che possano aiutare a riaprire gli occhi sulla bellezza di questa "fatica" richiesta ai fidanzati e a chiunque viva al di fuori del matrimonio. Un piccolo prontuario per ragionare sul fatto che il "bene" insegnato dal "Papa e dai preti"' alla fine, conviene. E che il sesso prematrimoniale è, in verità, "anti-matrimoniale".

1) SIGNIFICATO UNITIVOUna prima constatazione di buon senso: il sesso unisce Crea cioè subito tra gli amanti un'unione affettiva, psichica, emotiva, intima e speciale che nessun'altra relazione è in grado di eguagliare. lì sesso produce un legame, poiché il corpo parla un linguaggio che va anche al di là delle intenzioni coscienti del partner. Ora, poiché questo legame nasce più o meno consapevolmente ogni volta, più partner sessuali si hanno più il legame con ognuno si fa più debole. Il sesso prematrimoniale aumenta drammaticamente le chance di divorzio.

2) ATTESA CHE RAFFORZASaper aspettare irrobustisce il legame coniugale, perché il rapporto sessuale diviene qualcosa che i coniugi hanno condiviso solo l'uno con l'altro, dopo averlo desiderato senza soddisfano per un certo periodo. Un tempo che li ha visti cimentarsi (e cementarsi) in un impegno che implica aiuto reciproco, buona volontà "incrociata", crescita nella stima l'un per l'altro.

3) UNA SCELTA VAGLIATAIl rapporto sessuale prematrimoniale determina un accecante "effetto valanga", poiché è così affettivamente forte da annebbiare la scelta della persona. Il fidanzamento è tempo di verifica della scelta, tant'è vero che si può ancora ripensarci. Ebbene, se il rapporto lascia insoddisfatti, porta a concludere che i due sono "incompatibili", mentre magari il matrimonio potrebbe dimostrare il contrario; se, viceversa, risulta soddisfacente, maschera effettive incompatibilità pronte ad esplodere dopo il matrimonio.

4) UNIONE INFRANGIBILEEsiste un nesso intrinseco fra il sesso e il rapporto stabile tra uomo e donna. Dunque è innaturale creare, attraverso il rapporto sessuale, un'intimità così forte per poi romperla. Ciò avverrà a prescindere dalle intenzioni delle persone: il significato oggettivo del sesso è intatti più importante - prevale - sul significato soggettivo. Il don Giovanni impenitente può credere soggettivamente che nessun rapporto è per lui realmente importante, ma non può evitare che ciascuno di quei rapporti lasci segni profondi nella struttura più intima della sua persona. C'è un fatto inequivocabile: l'effetto unitivo automatico del sesso.

5) MANCA POCO ALLE NOZZE...A questo punto, un'obiezione classica consiste nell'ipotizzare che due ragazzi abbiano già deciso di sposarsi, e che solo un lasso temporale "organizzativo" (la casa, il lavoro, gli studi...) li separi dal matrimonio. Perché "rifiutarsi" quegli atti che, compiuti dopo le nozze, la Chiesa considera pienamente legittimi? L'errore del ragionamento sta nella premessa: anche in casi simili, il sesso avverrebbe al di fuori di una decisione di esclusività e permanenza. Soltanto il matrimonio è un punto dì non ritorno che cambia la vita. Soltanto il patto matrimoniale è così forte e inclusivo - come scrive il filosofo Fulvio Di Blasi - da giustificare, cioè rendere giusta di fronte a Dio e agli uomini anche l'unione corporea. La castità prematrimoniale è il percorso propedeutico alla comprensione della vera essenza del matrimonio. Non si può capire l'indissolubilità matrimoniale se si rifiuta ottusamente il valore della continenza prima delle nozze.

6) PROVA D'AMORE?I fidanzati non hanno "il diritto" a possedersi carnalmente per la semplice ragione che ancora non si appartengono. Il sesso fuori dal matrimonio è quindi una specie di furto. Né vale a dissipare la colpa la tesi del sesso come "prova d'amore". L'amore non si prova. Ci si crede e lo si vive, responsabilmente. Provare una persona è ridurla a oggetto.

7) CONVIVENZA "DI FATTO"La convivenza "di fatto" è, in tal senso, l'abbaglio più clamoroso per le coppie moderne: infatti, esse pensano in questo modo di "provare" il matrimonio, mentre la convivenza è tutto fuorché una prova di matrimonio, poiché manca della responsabàlità di una vita altrui per tutta la vita, che è tipica solo della promessa matrimoniale. Come scrivono Aduro Cattaneo, Paolo Pugni e Franca Malagò, c'è una bella differenza tra coniuge e compagno: l'uno - da cum e iugum è colui con il quale divido il giogo; l'altro - da cum e panis - colui con il quale divido il pane. Un conto è condividere il pranzo - esperienza aperta ai più svariati incontri - e un conto è mettere in comune la sorte e tutto se stesso. L'amore dei conviventi è tutto tranne che libero; perché un amore libero da impegni è un controsenso. lì motto implicito di ogni convivenza è: "fin che dura".

8) LA VERITA' ALLA FINE VINCENonostante queste argomentazioni, resta oggi molto difficile convincere le persone che è meglio sforzarsi di aspettare la prima notte di nozze. Da un lato, gioca in senso contrario la pulsione degli istinti, che la modernità ha pensato di liquidare secondo le parole di Oscar Wilde: "L'unico modo di vincere le tentazioni è assecondarle". Ma c'è poi un motivo più profondo: i fatti della legge morale sono molto più evidenti nel lungo periodo. Può darsi che ad alcune generazioni possa sfuggire una verità morale. Ma di fronte al lungo cammino della storia, la verità si impone: una società non casta è ricca di divorzi e povera di figli.

9) IMPOSSIBILE AGLI UOMINI, MA NON A DIOChe cosa dire ai giovani che abbiano fatto esperienza della caduta nel cammino verso il matrimonio? Di solito c'è una tacita convinzione - magari avallata dall'arrendevolezza degli educatori - secondo la quale non è possibile "invertire la rotta" una volta che due fidanzati vivano, sessualmente parlando, more uxorio: "oramai...", quasi che esistessero persone sottratte alla potenza della grazia santificante per colpa di una scelta o di uno stile di vita sbagliato. È dovere di ogni cattolico invece proporre la verità tutta intera anche a questi fratelli, trasmettendo loro la certezza della misericordia e del perdono di Dio, insieme alla robusta convinzione dell'efficacia degli strumenti che la Chiesa mette a disposizione per "fare nuova" la vita di ognuno. Di fronte alla vertigine che oggi un giovane prova nel sentirsi proporre la castità matrimoniale, valgano sempre le parole così umane degli Apostoli di fronte alla "intransigenza" del loro Maestro: "Dunque, chi potrà salvarsi?". E la risposta di Gesù: "Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile" (Mt 19,25-26).

Nota di BastaBugie: consigliamo vivamente la visione del video con la testimonianza di Crystalina che trovate qui sotto. Crystalina è la protagonista insieme al suo fidanzato del filmato "Sesso perché aspettare - Amore senza rimorso" sulla castità doppiato in italiano della durata di 60 minuti più 22 minuti di contenuti extra (6 filmati: L’aiuto giusto, Apologia del pudore, La storia di Crys, Ai genitori, Corteggiare, Abbigliamento). Se ti interessa, richiedilo a BastaBugie: clicca qui!
Per vedere la testimonianza di Crystalina, clicca sul triangolino del video qui sotto

http://www.youtube.com/watch?v=AfSnj79KAg8

 
Fonte: Il Timone, Marzo/Aprile 2002 (n. 18)

domenica 21 aprile 2013

la Verità vi farà liberi

Comunione senza fede comune?

 
Nell'ottica del modernismo la fede non è più da trasmettere, è da adattare. È così che la si modulerà, la si definirà la si trasformerà perché diventi gradevole alla mondanità. Non è più l'uomo che si lascia modellare dalla fede, è la dottrina che si trasforma per adattarsi ai desideri dell'Uomo "moderno".


Non possiamo prescindere dalla Chiesa-visibile. Ed è chiaro che la nostra "comunione" non può che essere quella creata dal Signore e non dalle volontà umane, cioè quella dei "Suoi" in Lui. Riprendo qui le parole di Juan de San Mattia: "Il concetto di obbedienza - e dunque quello della comunione -, va visto alla luce della tradizione e non va vissuto infantilmente sulla scia dell'imitazione". Riconoscere l'autorità, implica anche la comunione. E tuttavia "dire: questo comportamento è in conflitto con la tradizione e quindi io mi riservo di non assecondarlo in coscienza e magari criticarlo, è cosa da persone ubbidienti in modo saggio. Tutto bisogna vagliare in questi tempi di crisi". Ovviamente quando questo comportamento non impegna l'infallibilità, cosa che il ricorso indiscriminato alla 'pastorale' sembra aver escluso da tempo. E questo resta il nostro discrimine che implica: resistere quando è necessario e pregare, partendo sempre dalla nostra conversione e fedeltà ... 
Una delle grandi preoccupazioni dei cattolici sentimentali - o liberali - è di sapersi "in comunione". È un presupposto elementare, direbbero alcuni, ad ogni cattolico essere in comunione col Papa e con la Chiesa intera.

Però quanto spesso in molti utilizziamo un termine che acquista un significato diverso e la parola "comunione" nel suo concetto è un esempio della rivoluzione teologica moderna: alcuni teologi progressisti vi vedono il nodo centrale della nuova ecclesiologia.

Il Concilio ha voluto mettere l'Uomo al centro delle sue preoccupazioni, al centro della Chiesa, al centro della liturgia. Dio è causa e fine di ogni cosa, mentre la Chiesa è il mezzo che Dio dà all'umanità per realizzare la sua salvezza affidandole il deposito della Fede, Fede necessaria per la salvezza. Questo è il solo e unico scopo della Chiesa: trasmettere la Fede.

Tutte le leggi, tutte le strutture, tutte le decisioni della Chiesa sono al servizio di questo unico scopo: donare la fede. Qui prende senso il ruolo del Papa, come servo dei servi di Dio, Papa che non detiene un'autorità ordinata per se stessa, ma per la salvaguardia del patrimonio ricevuto.
Ed è qui tutto il senso della "comunione della Chiesa", i battezzati che condividono una stessa fede e le grazie che ne scaturiscono.
L'appartenenza alla Chiesa non è che conseguenza data dal Battesimo, e da questa appartenenza traiamo il grande beneficio della Comunione dei santi, magnifica realtà dell'economia della salvezza che permette questa grande carità tra i membri della Chiesa.
L'ottica del modernismo è tutt'altra. La fede non è più da trasmettere, è da adattare. È così che la si modulerà, la si definirà la si trasformerà perché diventi ammissibile per coloro che non la condividono. Non è più l'uomo che si lascia modellare dalla fede, è la dottrina che si trasforma per adattarsi ai desideri dell'Uomo "moderno".
Diventa allora difficile parlare di unità quando le credenze divergono. Quale avvenire per la Chiesa garante di questa unità nella fede? Si è introdotto il concetto di "comunione", della "chiesa comunione", in cui l'appartenenza ad una struttura ecclesiale diviene la causa di appartenenza alla Chiesa e non più la conseguenza.
È così che la rivoluzione progressista si è imposta: sotto copertura dell'autorità, sotto copertura dell' importanza della "comunione", si è assistito ai deliri più stravaganti.

Quid della fede? Questo non è più l'oggetto. Qualunque sia l'argomento, vi si ritorcerà che bisogna "essere in comunione". È così che la "comunione" si fa senza il presupposto della condivisione della stessa fede.

È importante essere in comunione con la Chiesa? Tutto dipende dal senso dato a questa parola.

Se comunione per voi significa adesione alla fede cattolica piena e intera senza intralci, senza ambiguità, senza alterazioni, con la sottomissione della vostra volontà e della vostra intelligenza al dono di Dio ricevuto al momento del Battesimo, allora di fatto la questione non si pone più perché voi siete in piena comunione con la Chiesa militante, purgante e gloriosa, siete nella Comunione dei santi.

Se comunione per voi significa riconoscimento visibile che ha come oggetto primario essere riconosciuti in una struttura mettendo in secondo piano il deposito della fede, accettandone all'occorrenza qualche ostacolo, ambiguità o alterazione, il vostro spirito si è già lasciato corrompere dal veleno.

mercoledì 17 aprile 2013

liturgia

Relazione indissolubile tra la liturgia e la Gerusalemme celeste (Benedetto XVI)



«Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura» (Eb 13,14). Questa citazione dalla Lettera agli Ebrei, si potrebbe porre come motto della vita di Erik Peterson. […] Il punto di partenza di questo cammino è il carattere vincolante della Sacra Scrittura. Secondo Peterson, la Sacra Scrittura diventa ed è vincolante non in quanto tale, essa non sta solo in se stessa, ma nell’ermeneutica della Tradizione apostolica, che, a sua volta, si concretizza nella successione apostolica e così la Chiesa mantiene la Scrittura in un’attualità viva e contemporaneamente la interpreta. Attraverso i Vescovi, che si trovano nella successione apostolica, la testimonianza della Scrittura rimane viva nella Chiesa e costituisce il fondamento per le convinzioni di fede permanentemente valide della Chiesa, che incontriamo innanzitutto nel credo e nel dogma. Tali convinzioni si dispiegano continuamente nella liturgia quale spazio vissuto della Chiesa per la lode di Dio. L’Ufficio divino celebrato sulla terra si trova, quindi, in una relazione indissolubile con la Gerusalemme celeste: là è offerto a Dio e all’Agnello il vero ed eterno sacrifico di lode, di cui la celebrazione terrena è solamente immagine. Chi partecipa alla Santa Messa si ferma quasi alla soglia della sfera celeste, dalla quale contempla il culto che si compie tra gli Angeli e i Santi. In qualsiasi luogo in cui la Chiesa terrestre intona la sua lode eucaristica, essa si unisce a questa festosa assemblea celeste, nella quale, nei Santi, è già arrivata una parte di se stessa, e dà speranza a quanti sono ancora in cammino su questa terra verso il compimento eterno.
 
[Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al Simposio internazionale su Erik Peterson, del 25-10-2010]

domenica 7 aprile 2013

non praevalebunt?

Il colpo di grazia alla Chiesa Cattolica?



Continua, purtroppo, la disputa rigorosamente mediatica sulle recenti vicende della evoluzione (o involuzione?) del Papato, che non possono non suscitare interrogativi finanche nelle persone indifferenti distratte e lontane. Figuriamoci nei credenti più attenti, che passano dalla sorpresa allo sconcerto, allo sgomento.Oggi leggiamo su Il Foglio, un articolo dal titolo Se il Papa regni o no, che riporta la risposta alle dichiarazioni di Roberto De Mattei: Il Sommo Pontefice prima di essere un uomo è un’istituzione, da parte del teologo Andrea Grillo, docente presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo.

È un dato secondario l’iniziale confutazione ad uno storico di fare il teologo, perché De Mattei non ha parlato solo dalla sua autorevolezza di storico ma da credente. E la teologia non può non essere il linguaggio del credente che esprime concetti basati su una lettura sapienziale di eventi che toccano le fibre più profonde e più fondanti della Fede professata che lo anima e forgia la sua spiritualità e quindi anche il suo essere-nel-mondo (ma non del mondo).
 
L’affermazione davvero significativa, e francamente allarmante del “teologo” Grillo è, invece, la seguente, incastonata nella conclusione dell’articolo:
Grillo, che di mestiere [il 'mestiere' non garantisce l'infallibilità -ndR] studia ciò che è più vivo del mistero cristiano, la liturgia, sostiene che “quello che cambia oggi con Papa Francesco non è il personaggio ma l’istituzione”. Proprio questo spaventa De Mattei e i suoi amici che, dopo l’ipoteca lanciata sul pontificato di Ratzinger (il quale peraltro li ha spiazzati con la sua rinuncia), temono il peggio. “Invece questo è ciò che dobbiamo accogliere docilmente come novità dello Spirito, non irrigidendoci su modelli che nel passato hanno giocato un ruolo importante ma che da almeno un secolo meritano di essere adeguatamente e pacatamente riformati”.
Intanto cominciamo col distinguere tra teologo e teologo: non è scontato che un teologo, cioè colui che approfondisce lo studio sulla fede e sulle cose sacre e lo esprime, sia sempre inserito nell’alveo della teologia nutrita dal Magistero perenne e non corra il rischio di scadere in discorsi spuri e svianti. 
 
Nell’affermazione citata noto che il termine “riforma”, dagli echi infaustamente sinistri, appare ormai definitivamente sdoganato e intronizzato nella vulgata della cultura egemone in luogo dell’apparentemente innocuo roncalliano  aggiornamento e degli altri eufemismi tipo ermeneutica della continuità, usati nell’ultimo cinquantennio per addormentare i cuori e le coscienze dei credenti. Salvo poi scoprire che si tratta della “riforma nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa…” (famoso discorso alla Curia del 22 dicembre 2005), di stampo prettamente storicista, che sostituisce l’oggetto-Rivelazione, che la Chiesa incarna e trasferisce in ogni epoca fino alla fine dei tempi.

A questo punto si impone una domanda, in seguito ad una riflessione già fatta qui: Il primato petrino e
i segni dei tempi. Un papa che rifiuti consapevolmente e volutamente di fare il Papa, nel senso di non esercitare nella sua pienezza l’alta funzione assegnatagli dal Signore che contestualmente fonda la Sua Chiesa, dove la sta portando? La vera Chiesa può essere spogliata e snaturata in questo modo? Possibile che non ci sia un cardinale, un vescovo, un sacerdote che dia delle indicazioni cattoliche? È davvero così prematuro farlo?

Noi non ci fermiamo al sentimentalismo ed alla superficialità della demagogia o alla moda del tempo. Vogliamo una Chiesa docente da una cattedra perenne da parte di maestri reggitori e santificatori (il triplice munus sacerdotale, appunto) e non da guitti protagonisti di rappresentazioni sceniche di segno pauperistico e in definitiva profanatorio, così come rifuggiamo da ogni estetismo fine a se stesso.
La profanazione delle cose sacre potrà continuare senza avere effetti devastanti? La dissoluzione che riscontriamo nella politica e nel resto-del-mondo non ha forse le sue radici nei risvolti metafisici e corrispondenti ripercussioni sulla realtà di quanto accade nella Chiesa? A che prezzo dunque si potrà continuare su questa china di “fatti compiuti” senza spiegazioni – peraltro dovute ai credenti – da parte di chi li compie?
Se dei credenti hanno ravvisato una profanazione = trasferimento in luogo-non-consacrato di cose che appartengono al fanum = luogo consacrato, anzi al suo Sancta Sanctorum (mi riferisco alla Lavanda dei piedi - [vedi anche]), possono essi contentarsi delle giustificazioni demagogiche di un Ufficio-stampa tarato sulle aspettative del mondo nonché su alcune sbrigative parole apodittiche senza alcun supporto teologico da parte del Papa?
 
Concludo col messaggio di un lettore che ritengo focalizzi il problema che ci si pone e che mette in questione un primo tentativo di riscontro alle perplessità qui espresse con le prediche che appaiono molto cattoliche del nuovo Papa.
Purtroppo non posso parlare con cognizione di causa, ma vi propongo, anche per verificarla, un’ipotesi che mi pare non venga considerata.
Qualcuno, ha detto che la società sudamericana è meno secolarizzata di quella europea e che lì il problema del cattolicesimo sono piuttosto i famosi “lupi famelici”, le denominazioni protestanti di stampo pentecostale che gli sottraggono fedeli – e nelle quali immagino che i concetti di peccato, diavolo ecc. siano piuttosto frequentati.
Se è così, probabilmente in America latina parlare di queste cose è meno inusuale e “fuori moda” che da noi. Che Francesco lo faccia quindi potrebbe non essere indice di retta dottrina, ma, unito a tutto quello che sappiamo, potrebbe integrare un quadro di dottrina distorta in un modo diverso da come siamo abituati qui in Europa. Non è detto che non ci sia comunque qualcosa di positivo, ma forse non tanto positivo quanto può sembrare.
Occorre semplicemente una verifica che alle belle parole non seguano fatti e atti divergenti.  ( fonte: chiesaepostconcilio.it)