Una volta rimasi sconvolto: ero in
un ristorante all'aperto sul lago di Bracciano. C'era una famiglia scandinava
con due bellissimi bambini (fanno tutti figli belli gli scandinavi), che mentre
i genitori e amici mangiavano (nessuno obbligava i figli a cibarsi) e parlavano
tra di loro, questi se ne stavano a giocare stravaccati per terra nella
piazzola: praticamente dipingendosi gli uni gli altri facce braccia e gambe con
i colori a spirito, tranquilli. Senza che i genitori intervenissero.
Era un eccesso.
Più in là c'era una famigliola di
italiani: poco creativi i bambini, al contrario degli scandinavi erano però
terribilmente rumorosi, strillavano di continuo, non giocavano in modo
creativo: guerreggiavano. Ma i genitori italiani erano e sono tutti veramente
spossanti, castranti, invadenti: sempre lì a dire fermo, non toccare, non ti
sporcare, non correre, ti fai male, mangia mangia mangia... l'ossessione del
cibo dei genitori italiani, che si portano dentro ancora secoli di ricordi
ancestrali di fame atavica. Ottenendo il risultato opposto a quello desiderato.
Non riescono ad avere una vita sociale perché ossessionati dal controllo
asfissiante sui figli, incapaci di assecondarne la creatività. Ergo i figli
riescono solo a menasse nei giochi. Perché sono repressi.
Stavo pensando tutto questo, mentre
uscivo dal bar. Quando un gruppo di manco bambini ma quasi adolescenti di circa
11 anni stanno giocando sulla piazzetta, con le biciclette quelle piccole. Un
giuggiolone de regazzino a momenti alto quanto me, cade con la bicicletta;
chiaramente, siccome era una gara, simula dolori come si fa nei campi di calcio
per ottenere l'ammonizione dell'arbitro verso il rivale.
Arriva di corsa la madre, sui 43
anni, tutta trafelata, con la faccia volta alla tragedia greca, come se il
figlio fosse agonizzante, gli occhi prossimi a piangere: "Amore ....
amore mio, tesoro che succede, bello mio, dove? dove? .... che ti sei
fatto" e si piega ginocchioni a prestare i primi disperati soccorsi a
quer cojone de minimo 11 anni. Poi dice che i figli oggi vengono su finocchi.
Se io non sono mai scappato di casa
mia (e in realtà me ne sono andato assai presto) è perché mia madre
La dittatura dell’ipocrisia punta a nascondere la verità con linguaggi fumosi e fuorvianti
di Carlo Climati
ROMA, venerdì, 30 novembre 2012 (ZENIT.org) – Uno dei mezzi più usati dai regimi dittatoriali per controllare e indottrinare le masse è sempre stato quello di distruggere le parole, svuotandole del loro più autentico significato.
Conosciamo già, con tristezza, l’orribile linguaggio che in questi ultimi anni ha cercato di mascherare l’orrore della soppressione del bambino del grembo materno.
Il Concilio Vaticano II definisce l’aborto: un “delitto abominevole”. Eppure, in questi anni, si è preferito utilizzare un termine neutro: “interruzione volontaria di gravidanza”.
Dovremmo chiederci, con sincerità: che cosa si interrompe con l’aborto? Una gravidanza o una vita umana? Sicuramente una vita umana.
Una maternità interrotta ferisce gravemente i cuori delle persone coinvolte. La banalità del male genera altrettante vittime.
Gandhi diceva: “Mi sembra chiaro come la luce del giorno che l’aborto è un crimine”. Ma si preferisce nascondere questa drammatica realtà con un linguaggio fumoso e fuorviante.
Del resto, il bambino non ancora nato non è neppure considerato una vita umana. Per definirlo viene spesso utilizzata un’altra parola ipocrita: “prodotto del concepimento”.
La fantasia dei distruttori delle parole, a quanto pare, non conosce il senso del ridicolo.
Tra i modi più efficaci per cogliere i mutamenti del mondo che ci circonda c’è sicuramente quello di analizzare le parole che vengono usate nella vita quotidiana. Ogni linguaggio, infatti, rappresenta lo specchio perfetto del proprio tempo. Riesce a riprodurre, fedelmente, gli aspetti positivi o negativi dell’epoca a cui appartiene.
Molti vocaboli e modi di dire, entrati nell’uso comune dei giovani, rappresentano il segnale d’allarme di un’epoca in cui sembra trionfare la non-cultura del non-impegno.
Certe parole sono il frutto del non-pensiero imperante, che vorrebbe cancellare il concetto di “sforzo” dalla sfera dei rapporti con gli altri.
Oggi il campo più devastato dall’imperante non-cultura del non-impegno è sicuramente quello dei rapporti umani. Lo si comprende dal modo in cui sono cambiate, in peggio, le parole che riguardano la sfera affettiva.
I sentimenti sembrano bruciarsi rapidamente. Tante canzoni, trasmissioni televisive, riviste per ragazzi parlano d’amore. Ma di quale amore si tratta? Che tipo di valore viene attribuito a questo termine? Troppo spesso, purtroppo, tutto si riduce ad una pura e banale manifestazione del proprio egoismo.
Amare qualcuno significa, sicuramente, impegnarsi. Significa anche, e soprattutto, saper vedere l’altro come un essere umano. Non come un oggetto da usare, gettandolo via quando non serve più.
Il desiderio d’amare e di essere amati nasce, troppo spesso, per colmare un vuoto o per soddisfare un proprio bisogno. Ma poi, quando è necessario fare sul serio, impegnarsi, sacrificarsi, cominciano i problemi. C’è una tendenza a fuggire e a non assumersi le proprie responsabilità.
Per accorgersene, basta riflettere su un modo di dire che viene utilizzato per definire i legami amorosi. Due persone che si amano, secondo il linguaggio comune, vivono “una storia”.
Questa parola, di per sé, rappresenta già un inganno. La “storia”, infatti, ha sempre un inizio ed una fine. Quindi, lascia intravedere l’idea di un rapporto incerto, pessimista, non duraturo, limitato ad un periodo di tempo. E’ qualcosa che, prima o poi, terminerà.
Un altro grave problema è quello della mancanza di progettualità. La non-cultura del non-impegno sta contribuendo a far scomparire il termine “fidanzato”, che viene sostituito dal più generico “ragazzo”.
Ormai non si dice quasi più che due persone sono “fidanzate”. Si dice, banalmente, che “stanno insieme”. E quindi, ci si limita a prendere atto di una situazione ovvia.
E’ vero che due persone che si amano “stanno insieme”. Ma questa espressione nasconde un inganno. Al contrario del “fidanzamento”, comunica un senso di immobilità, di stasi. Esclude totalmente la prospettiva di uno sguardo verso il futuro.
La massima espressione del non-impegno è rappresentata da una parola inglese utilizzata sempre più spesso in televisione e nelle riviste per ragazzi: il “partner”. E’ una parola fredda, anonima, insignificante, che riassume alla perfezione il nulla più assoluto e la mancanza di progettualità di certi rapporti di oggi.
Che cosa si può fare per cambiare questa tendenza? Un primo passo potrebbe essere proprio quello di educare i giovani a ritrovare il più autentico significato delle parole, mettendo da parte i termini fumosi ed equivoci.
Basta con i “partner”! Basta con le “storie”!, Basta con le “interruzioni di gravidanza” e con i “prodotti del concepimento”! I distruttori delle parole non vinceranno!
Al piatto conformismo di certi linguaggi ingannevoli bisogna contrapporre la gioia della speranza, della scommessa sull’altro, dell’impegno quotidiano per un amore teso verso le vette dell’infinito.
«Vedremo se chi ha votato la legge sull’incesto poi si riempirà ancora la bocca con gli slogan sulla difesa della famiglia»
Intervista ad Alfredo Mantovano (Pdl)
«SignorPresidente, onorevoli colleghi, un vecchio adagio popolare dice che la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni e io non nego la buona intenzione. Anzi la lodevole intenzione di eliminare una serie di presunte – spiegherò perché presunte – discriminazioni a carico dei figli di una unione incestuosa». Sono le parole di Alfredo Mantovano, deputato pidiellino, ex sottosegretario all’Interno, firmatario degli emendamenti bocciati e contrari al riconoscimento dei figli dell’incesto previsto dalla norma varata ieri dal Parlamento con 366 favorevoli, 31 contrari e 58 astenuti.
Lo scopo della legge era quello di riconoscere i diritti di tutti i figli naturali, nati anche al di fuori del matrimonio, ma il sapore della norma è più di una legittimazione dei diritti degli adulti, al di là di ogni responsabilità civile contratta attraverso il matrimonio. «Se davvero si volevano tutelare i figli, perché si è votato per dare ai responsabili di un incesto il diritto di riconoscere quel figlio, contro il suo vero interesse e contrastando con l’articolo 564 del Codice penale che prevede il carcere per chi pratica l’incesto? Il contrasto tra la nuova legislazione civile e il Codice penale porterà a una sua depenalizzazione. Vedere la gente esultare in aula per l’approvazione di questa legge è stato uno spettacolo grottesco».
Chi ha voluto questa norma ha parlato, come Rosy Bindi, di una civiltà liberata dal fardello del bigottismo che non tutela i figli nati fuori dal matrimonio, anche quelli dell’incesto che si dice non avessero diritti. È così?
In aula c’era chi citava santi e sacre scritture a favore di questa norma; io mi sono limitato laicamente a citare il diritto positivo e a svolgere considerazioni esclusivamente laiche. In primo luogo, oggi il divieto di riconoscimento – come tutti sanno, ma è il caso di ricordarlo – non è assoluto. Il riconoscimento è possibile in una serie di ipotesi: quando si ignorava al momento del concepimento l’esistenza di un vincolo parentale; quando, in epoca successiva al concepimento, è venuto meno per l’annullamento di un matrimonio il vincolo di affinità. Non solo, la giurisprudenza ha applicato la categoria della buona fede anche alla vittima di violenza, quindi la donna che subiva la violenza dell’incesto poteva già operare il riconoscimento. Il figlio, poi, come recita l’articolo 580 del Codice civile, non otteneva l’eredità ma solo da un punto di vista formale, perché – di fatto – aveva diritto ad un assegno vitalizio che corrispondeva all’eredità che gli sarebbe spettata. Il figlio naturale, senza essere costretto ad apparire figlio di un rapporto incestuoso, poteva quindi ottenere il mantenimento, l’istruzione e l’educazione e, se maggiorenne ed in stato di bisogno, ottenere anche gli alimenti, come prevede l’articolo 279 del Codice civile. È nell’interesse di un figlio, che si trovi in tale drammatica situazione, avere questo marchio, che non dipende dalla sua volontà, ma può dipendere anche dalla volontà di chi è stato autore di una violenza? Perché qui non è più il figlio che, maggiorenne – come dice l’attuale normativa -, decide sul riconoscimento o meno, ma è l’esatto contrario, è il padre o la madre, comunque chi ha commesso una violenza, che d’ora in poi potrà decidere autonomamente se riconoscerlo o meno. Si può arrivare a delle vere e propria assurdità: L’articolo 564 del Codice penale, che nessuno ancora ha abolito, punisce come un delitto con pena severa l’atto di incesto, che accadrà ora?
Perché sono stati respinti gli emendamenti alla legge, anche se contrari solo a questo passaggio?
Per un insieme di ragioni gravi. Da una parte la sinistra ormai non si presenta più come un alternativa sul piano economico e politico, ma ha spostato la sua attenzione, come tutti i partiti europei, verso temi antropologici di matrice libertaria e radicale. Questo purtroppo accade perché ormai le politiche economiche, strutturali e di sviluppo sono stabilite dall’Europa. C’è poi una ragione politica: si sta rinforzando il patto con Sel a cui si dà carta bianca su tutte le proposte più ideologiche. Non meno grave il fatto che, dall’altra parte, il Pdl sia assente. Siamo pochi ad avere le idee chiare sull’importanza di queste tematiche per la società futura. Perciò è mancata, anche in questo caso, la volontà di agire con decisione. Peggio: il partito non è stato capace di fare una battaglia e un terzo di noi ha votato a favore della norma. e così hanno agito anche ad alcuni parlamentari della Lega, ma anche dell’Udc. Vedremo se questi stessi saranno quelli che sentiremo riempirsi la bocca di slogan sulla famiglia durante la prossima campagna elettorale. Perciò dico che bisogna leggere bene le analisi del sangue di chi parlerà: si può già fare guardando chi ha votato la norma sull’incesto. Perché, come diceva Jean-Paul Sartre, «quanto alla famiglia, scomparirà soltanto quando avremo cominciato a sbarazzarci del tabù dell’incesto; la libertà deve essere pagata a questo prezzo».
Hanno votato la legge sull’incesto. Qualcuno si è spinto fino a teorizzare che sia lecito?
Chi teorizza che i figli si possono fare in qualsiasi caso e che i genitori non devono essere discriminati rispetto a quelli sposati sono molti, con Paola Concia in testa. Solo che la cosa è subdola perché la lesione dei diritti dei bambini non è esplicita, ma passa con il vessillo della difesa dei diritti degli adulti: bisogna avere diritti senza responsabilità delle proprie azioni. Questa è l’idea di libertà teorizzata dai più radicali. Poi, di fatto, pagano i bambini, ma intanto le norme passano anche con lo sponsor di certi cattolici che sempre più ingrossano le cifre dei voti radicali.
Sui temi antropologici le differenze fra i partiti vanno sempre più assottigliandosi. Cosa accadrà alle prossime elezioni?
Nella prossima legislazione la maggioranza sarà ancora più libertaria. Date le forze in campo, mi pare evidente che stiamo andando verso un’estremizzazione dei temi etici. Si proporrà il riconoscimento della famiglia omosessuale, la legalizzazione dell’eutanasia, la legge sull’omofobia. E tutto avverrà anche grazie al silenzio imbarazzato di molti, come ormai accade da tempo. Forse ci si accorgerà di quello che sta accadendo quando dovranno chiudere i seminari o le scuole paritarie, come sta succedendo Oltreoceano, ma sarà tardi.
Le spinte libertarie e l’assenza di un’alternativa e un’azione forte ci stanno portando a quello che Pier Paolo Pasolini dichiarò negli anni Settanta, quando profetizzo la svolta del Pci, favorevole ad aborto e divorzio, verso un grande partito radicale di massa?
Ci stiamo tutti omologando. Ma a quanti hanno citato il Vangelo e i santi a sproposito per giustificare la norma a favore dell’incesto vorrei ricordare le cronache di Sodoma e Gomorra e la fine dell’impero romano imploso nella sua immoralità. Mentre a chi tace dico che, come Sodoma e Gomorra, forse meritiamo la distruzione dei partiti e della politica già in atto.
(di Federico Catani) Risale a circa due anni fa l’istituzione, in Svezia, dell’asilo statale Egalia, dove i bambini vengono, se così si può dire, privati della propria sessualità. In nome delle pari opportunità, infatti, i fanciulli dell’istituto scandinavo ricevono un’educazione tale per cui l’essere maschio o femmina viene messo tra parentesi, in quanto sarebbe pregiudizievole per un corretto e libero sviluppo della personalità e per la tutela del diritto all’uguaglianza e alla non discriminazione tra i sessi.
Il 15 novembre scorso, su “Repubblica” è stato ripreso un articolo di John Tagliabue, in cui il giornalista del “New York Times” esprime viva soddisfazione per questa inquietante iniziativa. «Nella piccola biblioteca della scuola – nota compiaciuto Tagliabue – sono presenti poche fiabe tradizionali, come Cenerentola o Biancaneve, con i loro rigidi stereotipi maschili e femminili, però ci sono molti racconti i cui protagonisti sono genitori single, figli adottivi o coppie dello stesso sesso». Inoltre, il pezzo prosegue spiegando che «le bambine non vengono spinte a giocare con cucine-giocattolo e i mattoncini del Lego non sono considerati giochi per maschi. Quando un alunno si fa male, gli insegnanti lo confortano come farebbero con le bambine. E tutti possono giocare con le bambole, alcune delle quali sono di colore».
In pratica si è davanti al trionfo del politicamente e sessualmente corretto e un quotidiano laicista, relativista e anticristiano come “Repubblica” non può che gongolare. Sono ben quaranta i piccoli iscritti ad Egalia e non è difficile provare una profonda pena per questi poveri bambini vittime dell’insensataggine dei propri genitori. Chi mai potrà quantificare i danni psicologici che subiranno?
Nell’articolo, Tagliabue nota con malcelato entusiasmo che «la Svezia è probabilmente altrettanto celebre per la sua mentalità egualitaria quanto lo è per i mobili Ikea». E noi aggiungiamo che le due realtà si fondono: non è un caso infatti, che gli spot pubblicitari di Ikea, di cui uno molto recente e trasmesso su tutte le televisioni, hanno più volte promosso l’omosessualità, facendola apparire come uno dei tanti comportamenti possibili. Non c’è da stupirsi quindi se per difendere l’uguaglianza e le pari opportunità uno Stato ritenuto avanzato e di esempio per tutti come la Svezia arrivi a consentire oscenità come l’asilo “desessualizzato”. In questa struttura, «evitiamo di usare parole come bambino o bambina. ‒ dice una maestra intervistata dal giornalista americano ‒ Preferiamo usare il nome, oppure diciamo andiamo, ragazzi!».
Insomma, con la scusa della non discriminazione, così solennemente sbandierata ai nostri giorni, si arriva a giustificare un’aberrazione vera e propria. Dalla Svezia, poi, l’invenzione si è diffusa in Danimarca, Islanda e Lituania. In quest’ultima nazione, un tempo cattolicissima, si è deciso di dare il via a un progetto, finanziato dall’Unione Europea, che prevede negli asili la lettura di testi che dovrebbero aiutare i bambini a comprendere il valore della cosiddetta “flessibilità sessuale”: si tratta per lo più di storie in cui si raccontano le avventure di maschi e femmine che si scambiano i ruoli. I toni enfatici usati da Tagliabue e fatti propri dal giornale di Ezio Mauro nel parlare dell’asilo svedese non possono essere tollerati.
L’ideologia del gender ormai prende sempre più piede e in Francia il presidente Hollande ha deciso di legalizzare i matrimoni omosessuali con possibilità di adozione. In Italia la questione delle unioni civili ritornerà nella imminente campagna elettorale. Certo, forse la vicenda di Egalia resta al momento un fatto isolato. Ma poiché nessuno sembra badare allo scandalo e anzi in uno dei più importanti quotidiani italiani se ne parla con soddisfazione, i motivi di preoccupazione sono tanti.
La Cei: importanza del fidanzamento, no alle convivenze pre-nozze
Riaffermare tra i giovani e gli adolescenti il valore del “pudore” e della “castità”, come “i due valori più importanti per giungere alla maturità affettiva”, in un clima culturale e sociale segnato da una diffusa “banalizzazione della sessualità”. È uno dei punti degli “Orientamenti pastorali sulla preparazione al matrimonio e alla famiglia” pubblicati dalla Cei, presentati oggi ad Assisi da mons. Enrico Solmi, vescovo di Parma e presidente della Commissione Episcopale per la famiglia e la vita.
“Gli adolescenti – si legge nel documento -, assediati da un clima generale fortemente erotizzato nella comunicazione, nella moda, nei modelli proposti, devono essere guidati ad acquisire un sano senso critico. In tale prospettiva, la comunità cristiana offre i giusti anticorpi nei confronti del consumismo dilagante e della spudoratezza, della banalizzazione e della superficialità, che inquinano affettività e coniugalità”.
I vescovi indicano come “particolarmente importanti” per gli adolescenti e i giovani, in tale prospettiva, “le esperienze di condivisione nei gruppi parrocchiali, nelle associazioni, e nei movimenti, nel volontariato, nel servizio in ambito sociale e nei territori di missione”.
“I due valori più importanti per giungere alla maturità affettiva sono quelli del pudore e della castità – si legge ancora negli Orientamenti -, di cui la vita all’interno della comunità cristiana deve favorire l’acquisizione. Il pudore riporta alla parte più intima e preziosa della persona, facendo comprendere che la sessualità non è solo ricerca del piacere, ma ricerca di una persona nella sua unicità e dignità”.
Per i vescovi, “vanno sostenute, fin dai primi anni di vita, la scoperta e l’accoglienza della differenza sessuale e la bellezza della reciprocità fra il maschile e il femminile”. “Il pudore – spiegano – custodisce e tutela i valori intimi e profondi della persona; non limita la sessualità, ma la protegge e l’accompagna verso un amore integrale e autenticamente umano”. A tal fine, “occorre educare al pudore fin dalla fanciullezza”.
Il testo Cei sottolinea quindi “il significato morale e pedagogico della castità”, grazie alla quale “la sessualità è posta a servizio dei valori più alti a cui deve tendere”, facendo sì che essa divenga “il mezzo di un amore umano autentico, quale poi si manifesterà compiutamente, secondo distinte modalità, nella vocazione matrimoniale o verginale”.
LE CONVIVENZE
“Non possiamo rassegnarci a un generale senso di impotenza di fronte al dilagare di un fenomeno che coinvolge sempre più persone verso le quali la comunità cristiana deve sviluppare una prudente attenzione pastorale”. Lo scrivono i vescovi italiani, a proposito del sempre più alto numero di convivenze, negli “Orientamenti pastorali sulla preparazione al matrimonio e alla famiglia”. Dopo aver sottolineato che “oggi molte coppie si presentano a chiedere il matrimonio cristiano e a compiere il cammino di preparazione in una condizione di convivenza”, i vescovi osservano che oggi si assiste a una specie di “paralisi del desiderio”, “quasi che i grandi desideri restino come paralizzati senza riuscire a formulare un vero progetto di vita”.
“Difficilmente si va a convivere avendo un progetto – spiegano -. Talvolta è una decisione determinata dalle circostanze, presa perché intimoriti dalle difficoltà. In altri casi non è una vera scelta, ma si è mossi da un’abitudine acquisita nel frequentarsi”. “Si cede talvolta alle distanze date dalla mobilità lavorativa – proseguono – o alla sensazione di inadeguatezza nel vivere ancora in casa con i propri genitori, nella fatica di trovarsi adulti ma praticamente incapaci di compiere un passo decisivo”.
Secondo i vescovi, “la paura prende quindi il sopravvento sul desiderio. Da una parte si vorrebbe condividere la vita con la persona che si ama, dall’altra si ha paura di legarsi in modo definitivo”. E rilevano che “ancora appare opportuno intensificare la comunione in un progetto che veda coinvolta la pastorale familiare, giovanile, catechistica, per analizzare il fenomeno e trovare nuove forme di iniziative comuni”.
NO AGLI ECCESSI NELLE CELEBRAZIONI DEI MATRIMONI
I vescovi dicono no agli eccessi e agli sperperi nella celebrazione dei matrimoni. “Oggi più che mai, occorre un profondo invito alla sobrietà nel vivere la preparazione dell’evento”, si legge negli “Orientamenti”. La celebrazione delle nozze, suggeriscono, può essere occasione per atti di “carità”, “con gesti di condivisione verso i poveri e per mostrare attenzione alle necessità della comunità parrocchiale”. Riguardo al luogo della celebrazione, sottolinea il documento presentato oggi ad Assisi da mons. Enrico Solmi, “il luogo normale delle nozze è la comunità della parrocchia nella quale i fidanzati sono inseriti e alla cui vita e missione prendono parte”.
COSTRUIRE LA FAMIGLIA RINOVA LA SOCIETA’
Solo “costruire la famiglia rinnova la società”, in quanto la famiglia si pone come “cellula vivificante e risorsa feconda” che “partecipa alla vita della società per far crescere in umanità i suoi membri”. È un altro passaggio degli Orientamenti. La famiglia, spiega il documento, “alimenta la coesione sociale e ne è l’autentica sorgente”. “Educare all’amore e accompagnare nel percorso del fidanzamento sembrano, oggi, imprese particolarmente difficili, per alcuni, addirittura, improponibili, ritenendo che i mutamenti culturali e sociali siano tali da mettere radicalmente in discussione l’esistenza stessa dell’istituto del matrimonio”, ha sottolineato – presentando il testo – monsignor Enrico Solmi. Nell’attuale contesto, ha aggiunto il presule, sembra “perdere valore la condizione del fidanzamento a favore di ormai diffuse forme di convivenza, prematrimoniali o permanenti o almeno ‘finchè ci vogliamo bene’. Ed anche il percorso di educazione all’amore pare seguire questa deriva, a tutto vantaggio della pretesa di una neutra informazione che assicuri un esercizio della sessualità privo di rischi per sè e per gli altri”. In questo contesto, l documento dei vescovi, ha concluso Solmi, è motivato dalla considerazione che “la comunità cristiana conosce bene queste posizioni e le scelte che ne derivano, ma riconosce ancor più e ribadisce il valore e la fiducia nella persona umana come essere educabile all’amore totale, unico, fedele e fecondo, come è l’amore degli sposi, attraverso un percorso progressivo e coinvolgente”.