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martedì 28 marzo 2017

padre Pio eremita

Di monachesimo abbiamo bisogno - Cristiano Lugli

 

La commemoratio fatta il 21 Marzo, in ricordo del Sacro Transito dell'Abate S. Benedetto da Norcia, ha accompagnato una tre giorni di grande esultanza dovuta soprattutto alla traslazione della solennità di San Giuseppe, passata a lunedì.
 
Il ricordo di San Benedetto apparso liturgicamente subito dopo quello del Casto Sposo di Maria Santissima, rafforza anche la speranza del cristiano, certo di avere accanto due grandi Patroni: essenzialmente Patroni della Buona Morte. Questa la stretta correlazione fra i due Santi, il secondo dei quali ha avuto come grazia straordinaria quella di morire "in piedi", affiancato dalla sua figliolanza spirituale, per essere già intravisto nella Gloria dei Santi:
Clicca per ingrandire
"Le mani alzate e in piedi il Santo muore
tra i confratelli davanti l'altare.
Due monaci, l'un dentro e l'altro fòre,
pari visione hanno; ad essi appare,

nella volta celeste, immensa scia
splendente ed una voce dice: "Io svelo
a voi che Benedetto quella via
or ha percorso per salire al cielo
".
Il retaggio della Quaresima rimane dunque calcato dall'importanza offertaci da questa memoria, che ci ricorda come solo vivendo da giusti e morendo prima di morire, per morire al mondo e vivere per Dio, si può ottenere l'eterno Gaudio... "Iustum dedúxit Dóminus per vias rectas. Et osténdit illi regnum Dei", veniva detto nel Breviario Romano, in riferimento al Santo Abate di Nursia.
 
Tuttavia un altro soave profumo ha richiamato il ricordo del Transito suo, ed è quello della primavera, scoccata proprio in questa bella ed importantissima memoria.
 
Cosa ricavare da questo, per poter dire di essere andati più in là di una concezione panteistica o, come purtroppo oggi spesso accade, pancristiana delle cose? Una riflessione, breve ma mirata, è d'uopo.

Lungi da questo umil scritto trarre conclusioni indefettibili, epperò vale sicuramente la pena fare un tentativo di interpretazione, perché d'altronde Dio parla all'uomo attraverso tutti gli elementi; è quest'ultimo che - "forte" della sua lussuria e della sua sordità - è divenuto incapace di udire e, quel che peggio, di vedere.
La memoria del Padre di tutti i monaci, del monachesimo occidentale in assoluto, capitombola proprio nel primo giorno di primavera, invitandoci a riflettere su di una cosa molto importante. 
 
La primavera è certamente momento di fioritura. È, per eccellenza ed antonomasia, il trionfo della Vita, della Resurrezione che sconfigge la morte. È sostanzialmente l'emblema di rinascita della Luce. Insomma, qualcosa che se collocato nella retta idea di Fede cristiana e di coscienza formata ci porta inevitabilmente a pensare a Cristo. Il Signore che schiaccia le tenebre dell'inverno e rammenta al Creato intero che nulla la morte può su Colui che la morte ha sconfitto. Morendo al mondo è risorto nella vera Vita, quella che tutta si riassume in Dio.

La figura di questo Maestro di vita cristiana quale è stato l'Abate Benedetto mostra al mondo l'opera da lui fondata, e potremmo dire la più grande di tutte: la creazione del monachesimo occidentale, trasmessogli direttamente dall'oriente, come assioma di tutta la civitas christiana dal V secolo fino a pochissimo tempo fa almeno.
 
Ché forse quest'opera, ovverosia il monachesimo, non sia da considerarsi come la vera primavera di una Chiesa così apparentemente malconcia, tramortita da un inverno freddo e ghiaccioso della Fede, provata dal letargo di tanti pastori che si sono addormentati o, ancor più rivoltante, che hanno drasticamente tradito facendo smarrire le pecore? San Benedetto evidenzia con il suo Transito il patrimonio inestimabile lasciato alla Chiesa, di cui oggi non si riesce più a comprendere il valore, facendolo diventare qualcosa di simile a tutte le altre cose. Il monachesimo ha infatti assunto lo spirito del mondo, seppur non dappertutto e non in tutti gli ordini, aprendo troppo le porte del Monastero a ciò che vi è fuori, rimanendo anch'esso infettato dal germe del modernismo galoppante, il quale di fatto e anche abbastanza palesemente odia la clausura, odia il silenzio, il raccoglimento, odia e detesta tutto ciò che s'impernia verso la preghiera. Il monachesimo è quella fuga mundi per la quale l'uomo, non per solipsismo contingente ma per carità e per assolvere al più grande di tutti i comandamenti, rinuncia alle vanità del mondo per intraprendere la vera battaglia contro il proprio Io. Solo così, con questa lotta interna e con questa rinuncia al mondo, il monaco inizierà la vera ricerca del Divino, il Quærere Deum grazie al quale esiste una civiltà, costituita su ciò che doveva considerarsi come essenziale e definitivo: appunto la costante ed assidua ricerca di Dio.
 
Non a caso nella vita del Santo fondatore dell'ordine benedettino, dalla quale proviene la Regola delle regole, vi è l'episodio della fuga da Roma narrata da San Gregorio, fuga che, a causa dell'aria "malsana" già ai tempi respirabile nell'Urbe, lo spinge nel "deserto" sublacense, al Sacro Speco.

Abbandona il secolo per entrare nel deserto, quel deserto che i Padri avevano portato alla conoscenza di S. Benedetto e dal quale Egli non si separerà mai più: un "deserto" dell'anima, rinunciataria dei sensi per avvalorarsi di quelle virtù che gli uomini di Dio devono possedere.


Ma, attenzione. Il monachesimo lasciatoci dal Padre di tutti i benedettini non insegna solo ai monaci, non è relegato solo ad una vita consacrata. Ogni uomo, in quanto tale e cioè immagine di Dio, deve essere monaco in se stesso, deve ritagliare dentro la propria interiorità uno spazio dedito all'ascesa, al ritiro nel "deserto" in cui Dio, più che in ogni altro contesto, si rivolge allo spirito, cresce nello spirito, dimora nell'uomo.
 
In questo modo si deve comprendere la maestosità del monachesimo, che è una via. Riservata, certo, e più consona a chi si ritira in un monastero, ma comunque una via a cui tutti - chi più chi meno a seconda delle particolarità di ognuno - è chiamato a calcare.
 
Se capiremo questo capiremo altresì l'importanza degli ordini monastici, della loro essenza e sopratutto della loro ineludibilità circa la ricostruzione della Fede, lo splendore della Santa Chiesa. La Chiesa soffre perché non ha più un cuore pulsante ma allo stesso tempo, se rimane in piedi - oltre che per promessa Divina prima di tutto - è perché qualche pia anima è ancora ritirata nei monasteri a pregare, ad assorbire il male del mondo.
 
Ricordo il racconto di una madre che si recò a Loreto per trovare la figlia, monaca carmelitana scalza: clausura. "L'iter per incontrarla non è mai facile, mi raccontava, perché lì la clausura è rispettata seriamente, è ferrea, e comunque v'è sempre una grata che ci separa". Prima di arrivare ad un breve dialogo con la figlia si tratteneva qualche minuto con la Madre superiora, la quale invece ha possibilità di parlare e pure di farsi vedere. Questa anziana monaca, un giorno disse alla madre di una sua figliola spirituale di essere molto stanca, gravemente provata. La madre naturale della monaca le chiese come mai, notando che il viso della Madre superiora era quasi dolorante, stremato. "Sento che il male del mondo viene assorbito anche da noi. La nostra preghiera per tutto il male che ci circonda ha il suo effetto e questo è l'importante, ma noi diventiamo le spugne di tutto questo male".
 
Quanto questa frase raccontatami mi rimase impressa lo dimostra il fatto che un brivido ancora mi attraversa la schiena mentre la riporto qui.
 
L'altro grande segreto del monachesimo e della clausura è proprio questo, assorbire il male del mondo, placarlo in tutta la sua gigantesca portata. Il Diavolo odia i monaci, ed ecco perché sguinzaglia i modernisti a voler sopprimere la clausura. Questo sì, è l'ultimo ostacolo che nel silenzio contrasta drasticamente la sua opera devastatoria. 

In un mondo dedito solo all'azione, alla quale fa seguito la neo-chiesa satura di operismo sociale, è venuto a mancare l'assetto contemplativo. San Bernardo fu il modello dei modelli, e cioè il monaco cavaliere, colui il quale più di chiunque combatteva ( per la Fede, non per le opere sociali ), ma era supportato da una contemplazione che in pochi hanno avuto nella storia del Cristianesimo.
 
Manca chi prega, manca un'anima pulsante. Nulla è realizzabile senza questa forza prorompente che viene dal di dentro, dal silenzio dei chiostri e delle celle. Mons. Marcel Lefebvre affidò la buona riuscita dell'opera da lui fondata a tre monache carmelitane, che pregarono incessantemente. Quando l'opera della Fraternità Sacerdotale San Pio X riuscì, garantendo a tanti giovani la possibilità di formarsi in un Seminario veramente cattolico, il Vescovo francese non mancò di attribuire la buona riuscita alle monache, esse restando quasi stupite. Non nell'operato, non nell'impegno pratico e burocratico, ma nella preghiera incessante delle carmelitane Monsignore riconobbe la causa prima del felicito esito.

Abbiamo bisogno di tornare al monachesimo di San Benedetto se vogliamo dare forza e vigore ad un'Europa scarnificata e sulla quale il suo Partono piange lagrime amare. E a questo proposito, per concludere, vorrei portare all'attenzione uno straordinario passo presente in un libro uscito di recente: si tratta di "Padre Pio Santo Eremita - l'incontro con Dio sulle orme dei Padri del deserto", scritto a quattro mani da Padre Serafino Tognetti e Alessandro Gnocchi, edito da "Fede & Cultura" ( qui ). Un libro che anzitutto mi sento di consigliare a tutti per l'originalità e l'esclusività dei contenuti. 
 
Nella parte curata da Padre Serafino c'è un passo dicevo, che vorrei fungesse da conclusione a quanto detto fin'ora. Sono certo che rischiarerà le coscienze di tutti coloro che lo leggeranno. Chiediamo fervente la Grazia a San Benedetto di poter riscoprire la preziosità di queste verità adamantine.
"Il monachesimo non cessa, perché Dio non passa di moda. E più di ogni altro ordine religioso, il monachesimo indica l'assoluto di Dio e il suo primato su ogni cosa.

I monaci si ritirano per essere uno-con-tutti. La parola "monaco" deriva da monos, che significa "uno". Ma "uno" non è mai sinonimo di solitudine, se la Chiesa è un corpo composto da tante membra. L'eremita sarà un membro nascosto, invisibile agli occhi degli uomini, ma non per questo assente o inutile. Forse in un corpo umano io vedo la tiroide? Molti non sanno nemmeno dove si trova la tiroide , ma provate a eliminarla e vi accorgerete di come poi funzioni il corpo. Anzi, il monaco, la persona meno visibile, alla fine è anche il più utile, o perlomeno uno degli elementi essenziali al Corpo che è la Chiesa. L'esempio ce lo dà Mosè che, durante la battaglia di Israele con i Madianiti, anziché brandire lancia e spada insieme alle truppe se ne va defilato in cima a una collina con due fidi collaboratori, e si mette a pregare intensamente. Il testo biblico ci dice che quando Mosè teneva le braccia alzate il suo esercito vinceva, quando, per stanchezza, le abbassava, il popolo retrocedeva e perdeva ( cfr. Es. 17,10-13 ). Domanda: chi più utile, l'arciere o Mosè sulla collina?

Oggi sembra che sia preferibile ciò che si vede e che dà un immediato risultato. Più utile un francescano che dà da mangiare ai barboni della stazione o un certosino nascosto a Serra San Bruno? Non ho detto più santo o più bravo, ho detto: più utile. Agli occhi del popolo, anche cristiano, la preferenza si leva certamente pel francescano: è più necessario lui. Ma la risposta è sbagliata, se vogliamo stare al passo dell'Esodo suddetto. La guerra si vince con Mosè che prega: dunque, è più utile Mosè". [1] 
Cristiano Lugli
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[1] "Padre Pio Santo Eremita". Ed. 'Fede & Cultura', anno 2017 - pag. 10-11

giovedì 30 luglio 2015

COS'E' IL PECCATO VENIALE ?

CHE COS'E' IL PECCATO VENIALE ?? 

MA QUALCUNO ANCORA 

SE LO DOMANDA ?





di Alessandro Gnocchi per www.riscossacristiana.it
del 5 giugno 2015
“In termini liturgici la perdita dell’identità significa perdita della vocazione religiosa, e il permissivismo morale significa perdita del bisogno della confessione. Laddove molti ricorrevano alla confessione e relativamente pochi alla comunione, ora pochissimi si confessano mentre molti ricorrono alla comunione”. (Marshall McLuhan , da “La liturgia e il microfono”)
di Alessandro Gnocchi
.
E’ arrivato una bastimento carico di misericordia, ma il mondo non sa che cosa farsene. E il cristianesimo mondano, che gliel’ha condotto fin dentro il porto di casa, non è in grado di dare ragione del grazioso cadeau: dopo aver chiuso negli armadi dei lini e delle vecchie lavande gli anatemi dei tempi andati, non ha più nulla da perdonare e, dunque, nessun motivo per cui essere misericordioso. E, in perfetta e inesorabile simmetria, il mondo, che improvvisamente ha scoperto di non essere più in peccato, non vede proprio come far fruttare il misericordioso abbraccio. Tolta l’impellenza della conversione e della rinuncia a satana, sola ragione dell’unico discorso possibile tra chiesa e mondo, l’una e l’altro hanno finito per incontrasi in un accidioso convivio sotto il segno del demone meridiano, quel sortilegio in cui si vive solo per compiacersi del proprio malessere.


Ma non è colpa del mondo, povera preda di un male che solo l’incisione affilata e incandescente del verbo cristiano sapeva curare chiamandolo con il suo nome: peccato. Nella guerra a una chiesa che gli muoveva guerra per la sua salvezza, il secolo trovava almeno una vena di linfa vitale, un fugace balenìo dello spirito tremendo eppure desiderato che ora, nella pace, non scorge più. Eppure ne ha sete, molto più che della misericordiosa condiscendenza, ma il cristianesimo mondano non ha più di questa acqua. Così il secolo, che coltiva nel suo intimo il desiderio di sentirsi peccatore pur negando l’idea del peccato, si trova smarrito davanti a cristiani che non si sentono peccatori perché quell’idea l’hanno dimenticata.
L’una e l’altra parte hanno smarrito la propria identità provocando, come spiegava nel 1974 Marshall McLuhan nel saggio “La liturgia e il microfono”, un invincibile bisogno di sentirsi desiderati che conduce inevitabilmente al permissivismo. “In termini liturgici” diceva lo studioso canadese “la perdita dell’identità significa perdita della vocazione religiosa, e il permissivismo morale significa perdita del bisogno della confessione. Laddove molti ricorrevano alla confessione e relativamente pochi alla comunione, ora pochissimi si confessano mentre molti ricorrono alla comunione”. Ai primi del Novecento, il trappista dom Jean-Baptiste Chautard, nella sua “Anima di ogni apostolato”, aveva diagnosticato la causa di questo male: “A sacerdote santo, si dice, corrisponde un popolo fervente; a sacerdote fervente un popolo pio; a sacerdote pio un popolo onesto; a sacerdote onesto un popolo empio”.


La china lungo cui hanno preso a scendere chiesa e mondo si è fatta sempre più difficile da risalire quando i cristiani hanno acquisito familiarità con il peccato veniale. Quando, nei giardini segreti delle anime, si è cominciato a coltivare i fiori malati dei piccoli reati contro Dio concimandoli con il compiacimento per la propria fragilità, in quel meriggiare della vita spirituale che tanto si confà ai disegni del demonio. Spesso lo si è fatto in punta di dottrina, perché molti sapevano quanto, per esempio, spiega il “Catechismo” di San Pio X, al punto 148: “Che cos’è il peccato veniale? Il peccato veniale è una disobbedienza alla legge di Dio in cosa leggera, o anche in cosa di per sé grave, ma senza tutta l’avvertenza e il consenso” e poi, al punto 149: “Perché il peccato non grave si chiama veniale? Il peccato non grave si chiama veniale, cioè perdonabile, perché non toglie la grazia e può aversene il perdono col pentimento o con opere buone, anche senza la confessione sacramentale”. Ma si ometteva pelosamente quanto detto al punto 150: “Il peccato veniale è dannoso all’anima? Il peccato veniale è dannoso all’anima perché la raffredda nell’amor di Dio, la dispone al peccato mortale, e la rende degna di pene temporanee in questa vita e nell’altra”.
Prima tollerato e poi vezzeggiato come estremo legame con il mondo, il peccato veniale ha indotto alla tiepidezza e oscurato il cielo delle ultime generazioni cristiane. “Quelli che commettono spesso peccati leggeri” ammoniva San Gregorio Magno “non devono considerare la qualità dei loro peccati, ma la loro quantità. Se non li impensierisce la gravità, li spaventerà il numero. (…) chi trascura di piangere e schivare i peccati leggeri cadrà non già di colpo, ma un po’ alla volta, dallo stato di giustizia a quello mortale”. E San Tommaso, nella “Summa”, spiega che “un peccato veniale può predisporre a un peccato che è mortale dalla parte di chi lo compie, a modo di conseguenza. Aumentata infatti la disposizione o l’abito con gli atti del peccato veniale, l’attrattiva del peccato può aumentare fino al punto che colui che pecca giungerà a porre il proprio fine nel peccato veniale: infatti, in chiunque ha un abito, di per sé, il fine è l’operare secondo tale abito. E così, con la ripetizione dei molti peccati veniali, uno si disporrà al peccato mortale”.
Il calendario liturgico è un rosario fiorito di santi che hanno fatto della loro vita la lotta anche alla più piccole delle offese a Dio. Nelle lettere ai suoi figli spirituali, padre Pio diceva che “gli spioni che sono i peccati veniali” si aggirano dentro il territorio delle anime per capire dove è minore la resistenza a quelli mortali. Fin sul limitare degli Anni Sessanta del secolo scorso, la vita ascetica del fedele ordinario aveva a modello esempi come San Domenico Savio, che avrebbe preferito morire piuttosto che macchiarsi di una sola colpa veniale. La formazione spirituale era fondata sull’alternativa radicale tra salvezza e dannazione eterne e generava pensieri, parole e opere che oggi il mondo vorrebbe tanto ammirare nei cristiani che, invece, ne sono atterriti. Pensieri, parole e opere, per esempio, come quelli che Sant’Ambrogio depose nell’eloquente “De bono mortis”, il bene della morte: “E l’Ecclesiate dice ancora ‘il mio cuore è andato in giro affinché io potessi conoscere la gioia dell’empio e considerassi e cercassi la sapienza e la moderazione, e conoscessi la felicità attraverso il comando, nonché i travagli e gli avvilimenti, e conobbi questa felicità come più amara della morte’: questo non perché la morte sia in sé amara, ma poiché lo è per l’empio. E’ infatti peggio vivere per il peccato che morire nel peccato, poiché quanto più a lungo l’empio vive, tanto più aumenterà il suo peccato, ma se muore cessa di peccare”.
Generazioni e generazioni di cristiani si sono formate lungo i secoli su questo tema ascetico. Nobili destinati allo splendore delle corti e capaci di portare i cilici sotto vesti da fiaba, contadini, operai e mendici a cui facevano da cilicio i panni e la fatica quotidiani. Tutti animati dallo stesso fervore, segnati dalla stessa luce catturata negli interni del Caravaggio, nel sorriso delle Madonne di Raffaello, nell’immobilità delle scene di Piero della Francesca, negli ori di Giotto o di certe icone dipinte nelle aurore russe. Ma anche il più spirituale dei capolavori, riesce a descrivere solo in piccolissima parte ciò che il fervore e la purezza producono nelle creature. “Primieramente” scrive Pietro Giacomo Bacci nella biografia di San Filippo Neri “il verginal candore era tale che gli risplendeva anche nel volto, ed in particolare negli occhi: i quali aveva eziandio negli ultimi anni della sua vita, come di giovanetto, così chiari e risplendenti, che non si è trovato mai pittore che gli abbia mai potuti ben esprimere con il pennello, ancorché molti con ogni diligenza vi abbiano provato; non si poteva in oltre così facilmente fissar la vista nella sua faccia; avvegnacché se gli vedeva uscir dagli occhi come una luce che ripercoteva negli occhi di chi lo mirava; sicché alcuni han detto che solamente in guardarlo sembrava un angelo di paradiso”.


Il mondo, fosse solo per il sollievo di un istante, per un attimo di quiete prima rituffarsi tra le braccia del suo principe, va in cerca di sguardi fervorosi come questo, frutto di acuminato e indefettibile odio per il peccato. Non mendica l’indulgente e misericordiosa tiepidezza perché, anche se ignora che i tiepidi saranno vomitati dal Signore nel giorno del giudizio, sa bene che basta l’ordinaria brutalità della vita per schiacciarli.
Sul versante religioso e su quello mondano, sono stati i francesi ha scrivere in proposito pagine di immortale drammaticità. Il Mauriac di “Groviglio di vipere”, il Bernanos del “Diario di un curato di campagna” e di “Un delitto”, il Bourget del “Demone meridiano”, e poi Gide, Camus, Sartre hanno narrato, chi volendolo e chi no, la discesa agli inferi degli esseri umani che si consegnano al peccato veniale come fine dell’esistenza. Tra i più efficaci vi è Georges Simenon, belga donato alla Francia, cronista di un mondo dove borghesi e proletari, nobili e diseredati sono prigionieri di vite sottratte alla grazia, fosse pure intesa come sola possibilità di compiere un gesto innocente. Raccontarlo è stata una prova tremenda persino per la sua scrittura folle e compulsiva. Tanto da sentire il bisogno di redimere i personaggi dei suoi “roman-roman” creando l’universo parigino del commissario Maigret, il poliziotto che “di mestiere avrebbe voluto fare il riparatore di destini”. Ma l’eco di un cattolicesimo non del tutto sopito ha suscitato in Simenon l’idea che l’azione di giustizia si alimenta di ritualità e di orazione, e lui l’ha cristallizzata con definitiva genialità letteraria nell’invenzione della signora Maigret. E’ questa piccola borghese timida e discreta, con le sue buone abitudini quotidiane da liturgia domestica, a tessere il velo che preserva la sua casa dalla colpevolezza del mondo: quasi una versione laica del fervore religioso in cui l’inesauribile sdegno al cospetto del male ha per contrappunto un candore bisognoso di riparo.



Quando usavano ancora dire il breviario, i cattolici davano forma liturgica alla necessità di porsi al rifugio dalle colpe anche veniali negli splendidi inni risalenti all’epoca ambrosiana. A ciascuna ora canonica il suo, a seconda di ciò che travaglia le anime in un dato frangente della giornata. “Lingua refrénans témperet” recita per esempio la seconda strofa dell’ora Prima, quando l’astro del giorno è già sorto, “Ne litis horror ínsonet: visum fovéndo cóntegat, ne vanitátes háuriat”, Dio moderi e freni la lingua, affinché non risuoni l’orrore delle liti, custodisca e contenga lo sguardo perché non raccolga alcuna vanità. E a Compieta, subito dopo l’esame di coscienza e il Confiteor in cui chiede perdono a Dio onnipotente, alla beata Maria sempre Vergine, a San Michele Arcangelo, a San Giovanni Battista, ai santi apostoli Pietro e Paolo, a tutti i santi e fino all’ultimo dei fratelli, l’orante chiede il soccorso divino in vista del sonno: “Procul recédant somnia, et nóctium phantásmata; hostémque nostrum cómprime, ne polluántur córpora”, fuggano lontano da noi i sogni e i fantasmi della notte, reprimi il nostro nemico affinché il nostro corpo non sia macchiato.
Ma questo luminoso monologo penitenziale è stato spazzato via dall’irrompere orgoglioso della dialettica, ricettacolo di un velenoso divenire. La sapienza depositata dai secoli nel Breviario è stata rimpiazzata dalla trinità mondana composta da tesi, antitesi e sintesi racchiusa nei bigini di filosofia. “Tesi: determinazione dell’infinito che si afferma su un piano astratto intellettivo. Antitesi: potenza del negativo che consente alla dialettica di procedere. Sintesi: superamento dei due momenti precedenti che, a sua volta, diventa nuova tesi da superare”. Ormai, anche nella predicazione e nelle aule di catechismo si insegna che la manifestazione reale ha bisogno del suo opposto, dell’antitesi, che la porta alla corruzione per generare la sintesi. E così per sempre, in un ritmo ternario fatto di pulsioni mortifere. Non si può dire “vita” senza richiamare la “morte”. Tutto ciò che esiste è vero solo in quanto si dovrà corrompere. Engels ha spiegato che la regola della dialettica hegeliana si risolve in questa affermazione: “Tutto ciò che esiste deve morire”. In altre parole, la realtà necessita della potenza del momento negativo, del male.

L’uomo moderno è convinto di essere autentico solo se tocca con mano la propria corruzione, solo se apre il suo cuore alla dannazione, solo se evoca la malvagità nella storia. E, continuando a rincorrere il male, cade nel baratro del nulla. Ma, proprio per questo, non può educare al bene e, sopra ogni cosa, rifugge il fervore, la rinuncia estrema al peccato. E il cristiano, scimmia di luce di follia, ha fatto propria tale visione finendo per credere che la fede non sia vera se non si accompagna al dubbio. Un credente autentico, si sente dire sempre più spesso dai pulpiti, deve assaporare dentro di sé l’esistenza dell’ateo, per essere santi bisogna essere anche grandi peccatori.

In un simile brodo di coltura, la derubricazione del peccato veniale ha finito per travolgere qualsiasi concetto di colpa, fino a quella originale. Così, il peccato di Adamo viene presentato in una nuova forma e in una nuova valutazione, come usa dire, pastorale. Assume il nome malaticcio e fascinoso di “fragilità”, scava nell’anima dei credenti, si fa accettare, si fa coccolare, si fa coltivare e monopolizza la vita e il pensiero, la prassi e la dottrina. E diventa tema dei convegni ecclesiali, del dibattere nelle commissioni pastorali, dei chilometrici documenti degli uffici diocesani, della catechesi nelle parrocchie, dei campi estivi degli oratori. L’uomo, si sente dire con sempre maggior insistenza, è grande perché è fragile.
E il cerchio si chiude su un panorama in cui fede e ragione, minati dalla dialettica, hanno intrinsecamente bisogno del negativo: l’errore diventa un valore per la gnoselogia, l’eresia per la dottrina, il peccato per la morale. Non è un caso se uno dei personaggi più luminosi della letteratura come la Lucia dei “Promessi sposi”, esemplare incarnazione letteraria del fervore, è divenuta incomprensibile ai cattolici contemporanei. C.S. Lewis aveva previsto tale esito nelle “Lettere di Berlicche”. Era solo il 1942 quando narrava le istruzioni del diavolo Berlicche al nipote Malacoda, comandato a pilotare la perdizione di un neoconvertito: “In una settimana o due gli metterai il dubbio che forse nei primi giorni della sua vita cristiana egli era un pochino eccessivo. Parlagli della ‘moderazione in tutto’. Se ti riuscirà di condurlo al punto di pensare che ‘la religione, sì, va bene, ma fino a un certo punto’, potrai sentirti felicissimo nei riguardi della sua anima. Per noi una religione moderata vale quanto una religione nulla, ed è più divertente”. E Paul Bourget, nel 1914, concludeva “Il demone meridiano” con una fulminate constatazione: “Bisogna vivere come si pensa, se no, prima o poi, si finisce con il pensare come si è vissuto”.

mercoledì 22 aprile 2015

tragedia in mare

“FUORI MODA”



Carissimo Alessandro Gnocchi,
vorrei porle una domanda molto semplice che, temo, richieda di una risposta complessa. La domanda è questa: perché oggi i cattolici non hanno più nulla di cattolico da dire su quanto accade nel mondo? Prendo spunto dall’ultimo naufragio del barcone carico di quelli che si continua a chiamare “migranti” ma in realtà non si sa bene che cosa siano, avvenuto nei giorni scorsi nel canale di Sicilia. Ecco, prendo spunto da questa tragedia e penso alle banalità uscite dalla bocca di tanti, troppi cattolici che non fanno che ripetere quanto dicono gli altri. Ma potrei prendere spunto da infiniti altri esempi. Mi dica lei dove sta la ragione di tutto questo, di questa rinuncia a dire qualcosa di vero su quanto accade nel mondo.
Grazie per l’attenzione.
Marcello Lorenzetti
zrbrpsCaro Lorenzetti,
la domanda che pone è semplice nella formulazione, ma niente affatto nella sostanza. E la risposta, più che complessa, è remota, affonda le radici nella crisi che la Chiesa sta patendo manifestamente dai tempi del Concilio Vaticano II e nascostamente da molto prima. Per darci un limite possiamo fermarci alla diffusione cancrenosa del modernismo, ma senza esaurire certo l’argomento. La radicale novità della primavera conciliare sta nell’aver formato una gerarchia che, in tutto o in parte, ha assecondato la crisi invece che combatterla, a differenza di quanto avveniva prima, quando la gerarchia, in tutto o in parte, combatteva la crisi invece che assecondarla.
A proposito del fatto che lei porta ad esempio, salto a piedi pari le dichiarazioni, gli articoli, le interviste, i commenti che i cattolici hanno copiato dal mondo per imbrattare i loro giornali, per saturare le onde a modulazione di frequenza, per addobbare antenne e parabole e ingolfare il web. Cito solo lo straniante concetto di “ricerca della felicità” applicato da papa Francesco ai poveretti morti nel naufragio. Concetto straniante, caro Lorenzetti, perché tremendamente, terribilmente, impietosamente umano. Concetto estraneo a una visione cristiana della vita e della morte, ma così caro al mondo.
Se ci si guarda attorno nella Chiesa del terzo millennio, dire che il sale della terra sia ormai tutto tramutato in zucchero sarebbe forse sbagliato. Ma, se si dice “quasi tutto”, non si è lontani dal vero. Sarebbe fuorviante nascondersi che la radicale diversità del cattolicesimo, per sua natura antagonista al mondo, ormai è stata dilapidata da una gioiosa macchina di pace votata a un dolciastro laicizzare, a un mellifluo omologare. L’asprezza del dogma non piace più, la spigolosità della verità spaventa proprio chi dovrebbe amare la fatica della via stretta.
zzzimgrtmrtÈ questa, caro Lorenzetti, la causa remota del fenomeno che tanto giustamente la inquieta. Ma non è colpa del mondo, che troppo spesso i cattolici rincorrono scriteriatamente, salvo poi imputargli la mondanizzazione del cattolicesimo.
Nell’inedito tentativo di conquistare il consenso della modernità, invece che convertirla, il cattolicesimo di questi decenni ha annunciato l’avvento di un villaggio globale praticamente privo di dogmi: una sorta di “serenopoli” da spot pubblicitario su cui è stata appiccicata l’etichetta di “pastorale” e dove nulla più è urticante al punto da richiedere un “sì” o un “no”. Ma il mondo moderno aveva già una “serenopoli” siffatta e si è ben guardato dal comprare l’imitazione cattolica. Così, gli unici a invaghirsi della “serenopoli” cattolica a dogma variabile sono stati i cattolici stessi. Solo loro, gli abitanti della cittadella del rigore dogmatico, potevano percepire, tra il proprio universo e quello libero da vincoli proposto dal nuovo corso, una differenza tale da provarne un desiderio incontrollabile.
Ma senza dogma non c’è rigore, senza rigore non c’è obbedienza, senza obbedienza non c’è unità e senza unità non c’è forza. Così oggi, quando va bene, la Chiesa balbetta là dove dovrebbe urlare la sua verità in faccia al mondo. Per farlo, però, non basta l’impeto fugace di reazioni anche meritorie. Bisogna andare alla radice del problema, a quella deriva luterana che ha conquistato vasti settori della Chiesa. Pur con tutte le dichiarazioni congiunte possibili, non si può essere cattolici e anche filo luterani, cattolici e anche anticattolici, romani e anche antiromani: lo chiede la ragione prima che la fede.
Invece, caro Lorenzetti, è evidente che Lutero, il monaco agostiniano che non comprese Agostino, eserciti un fascino prepotente nella cittadella del dogma, minata a suo tempo da tomisti che non compresero Tommaso. Quel geniaccio tedesco è riuscito là dove schiere di eretici avevano fallito. Il motivo lo ha spiegato nel XIX secolo dom Prosper Guéranger, abate benedettino di Solesmes in uno scritto che si intitola L’eresia antiliturgica e la riforma protestante: “Lutero (…) non disse nulla che i suoi precursori non avessero detto prima di lui, ma pretese di liberare l’uomo, nello stesso tempo, dalla schiavitù del pensiero rispetto al potere docente, e dalla schiavitù del corpo rispetto al potere liturgico”.
Proclamando la liberazione della ragione e del corpo, Lutero ha conquistato l’individuo illudendolo di poter essere maestro, sovrano e sacerdote a se stesso. Ma, di fatto, lo ha condannato alla dissoluzione. Che il cattolicesimo oggi sia su questa china lo si scopre osservando che i risultati della riforma luterana, lucidamente enunciati nella sua opera da Guéranger nell’Ottocento, sono gli stessi che flagellano la Chiesa cattolica dagli Anni Sessanta del Novecento: “Odio della Tradizione nelle formule del culto”, “Sostituzione delle formule ecclesiastiche con letture della Sacra Scrittura”, “Introduzione di formule erronee”, “Eliminazione delle cerimonie e delle formule che esprimono i misteri”, “Uso del volgare nel servizio divino”, “Odio verso Roma e le sue leggi”, “Distruzione del sacerdozio, “Il principe capo della religione”.
E ora, caro Lorenzetti, siamo qui davanti alle macerie di una Chiesa che piange con le lacrime del mondo le vittime di una tragedia causata dalle logiche del mondo. Una Chiesa che non ha il coraggio di dichiarare che una tragedia ben più grande che quella di perdere la vita, è quella di perdere la fede.
Alessandro Gnocchi
Sia lodato Gesù Cristo

mercoledì 18 marzo 2015

nuovo martirio per i cattolici


non sono tempi normali


È pervenuta in Redazione:
Caro Alessandro,
vorrei esternare i miei turbamenti e le mie dolorose perplessità di fronte a una Chiesa che non è più per me il punto di riferimento di un tempo.
Mi sento smarrita, mi mancano la determinazione e la sua antica forza difensiva, la sicurezza della verità, la sua consolazione, il suo consiglio; vorrei che mi scusasse meno e mi ammonisse di più e che la sua dottrina che è valsa per quasi un paio di millenni non si sfaldasse adesso in mille rivoli e interpretazioni o in contorsioni misericordiose che di misericordia hanno ben poco e anzi, inducono rovinosamente all’errore.
La Chiesa alza oggi la voce sulla moralità dell’ormai finito Berlusconi, ma è muta di fronte alle emergenze educative (aborto, fecondazione artificiale, teoria del gender, matrimonio gay, cosiddetta educazione all’affettività cominciando dall’infanzia, eutanasia, ecc). 

Mi addolora la liturgia martoriata e con essa il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Nostro Signore; vedo le devozioni passare in secondo piano, compromessa la trasmissione della dottrina e della fede demandata a catechisti spesso non all’altezza.
Mi fa male vederla inginocchiata davanti al mondo e penso che sarebbe bene che si occupasse soprattutto della salvezza delle anime, com’era suo antico compito, perché è corpo mistico di Cristo e non comunità di corpi.
Ma confido in Gesù Cristo e nelle Sue promesse e nell’aiuto della Sua Santissima Madre, rifugio dei peccatori e consolatrice degli afflitti.

Sia lodato Gesù Cristo

Antonina Sicari



Cara Antonina,
in tempi normali, un doloroso lamento cattolico come questo non sarebbe neanche lontanamente concepibile. E, se anche lo fosse, avrebbe come destinatario un vescovo. Ma quelli in cui viviamo, appunto, non sono tempi normali.

Se un povero cristiano disorientato davanti alla furia dissolutrice che si è impadronita della Chiesa, scrivesse al proprio vescovo, salvo rarissime e sante eccezioni, si sentirebbe dire che “la realtà dell’oggi” è cambiata, che il cristiano “la deve assumere come stimolo per la propria fede”, che i cattolici “devono imparare a essere discepoli e non ergersi a maestri del mondo” e che, naturalmente, tutto viene affidato alla “condivisione della fecondità della Parola”…

Come tutti sanno, l’elenco potrebbe continuare a lungo fino a raggiungere punte di umorismo involontario di rara efficacia, perché questi pastori, dopo l’inchino di rito al primato luterano della Parola con la “P” maiuscola, si dedicano volentieri al primato della loro parola, con la “p” minuscola.

Basta pensare ai chilometrici documenti stilati dalle migliaia di uffici che, per ogni diocesi, per ogni conferenza episcopale regionale, nazionale e internazionale, per i dicasteri  vaticani di ogni ordine e grado, si occupano di ogni genere di pastorale: da quella dei migranti a quella per la raccolta differenziata, da quella per le nuove tecnologie a quella per il sovraffollamento del pianeta. 

L’unica, magra, consolazione sta nel fatto che, dopo aver disboscato qualche ettaro di foresta per la stampa di un documento sul dramma della desertificazione della Terra, nessuno si dà la pena di leggere simili scempiaggini. Forse neanche chi le ha scritte.

La Chiesa, cara Antonina, salvo un piccolo resto oggi è tutta qui, in questo gran parlare che sa di mondo ed è certamente più gradito al suo principe che a Gesù Cristo. 
Un po’, forse troppo, per convinzione. E un po’, di sicuro molto, per comodità, perché il mondo non chiede la fatica della fede, ma si accontenta della semplice attestazione di conformità in cogitatione, verbo et opere, non chiede impegno ma adesione e, in cambio, offre una vita quieta, comoda e persino felice.

Così adesso, molti di coloro che continuano a dirsi cristiani si prostrano davanti al nuovo vitello d’oro e ossequiano il mondo come principio, mezzo e fine: divinità una e trina, scimmia dell’unico vero Dio uno e trino.

Qui si tocca veramente il nucleo originario del disastro: non più il mondo convertito a Cristo ma Cristo convertito al mondo. Questa è la Chiesa di oggi che, nella sua componente umana, ha ormai cessato di voler essere cattolica. E dico “cessato di voler essere cattolica” e non solo “cessato di essere” perché evidentemente una buona quota di chi ha preso la via mondana non lo ha fatto in buona fede.

E coloro che seguono i pifferai conquistati al mondo sono magari in “buona fede”, ma non sono certo in “fede buona”, tant’è vero che si stanno avviando verso il baratro.

Ma con  misericordia, che è divenuto il mantra dei tempi nuovi. 

Un urlo che nulla ha di soave, poiché diventa la giustificazione di ogni sopruso. Uno sberleffo che ha come effetto più devastante quello di destituire l’autorità dal suo fondamento.
Ormai ci troviamo davanti a un padre, sia il Papa, il vescovo, il parroco o qualsiasi altra figura religiosa, che, davanti all’accusa di essere ingiusto lanciata da un figlio risponde che, però, lui è buono.

Ma questa, cara Antonina, è la parodia scimmiesca del padre che è chiamato a fare esattamente il contrario: davanti all’accusa di non essere buono, dovrebbe essere in condizione di poter almeno replicare che, però, è giusto. 

Da questo punto di vista è istruttivo riflettere sulla nefasta mitologia del “Papa Buono” inventata da monsignor Loris Capovilla per costruire l’immagine di Giovanni XXIII ad uso del mondo e dei suoi derivati.

In questa chiave, si spiega la persecuzione di ogni dissidenza che, sotto la Chiesa della misericordia, si mostra più dura e inflessibile che in ogni altro frangente.

La voce critica che intende rimettere nella giusta sequenza giustizia e misericordia viene riconosciuta come un corpo estraneo da eliminare poiché appartiene a un mondo avverso, è una cellula residuale della “terribile Chiesa del passato”, cancellata una volta per tutte dall’annuncio della Nuova Pentecoste.

Il dissidente può essere tollerato solo se parla in nome del cuore, se ammette di far sentire la sua voce in virtù di un sentimento soggettivo, tutto suo. Ma non può farlo se dice di parlare in nome della giustizia, della ragione, di un principio oggettivo, immutabile e universale: si può criticare in nome della bontà, ma non in nome dell’intelligenza.


Per questo, oggi, è davvero fortunato chi abbia la grazia di trovare un curato, un parroco o un vescovo in grado di comprendere il turbamento e il dolore dei cattolici che vedono la Chiesa sgretolarsi in queste briciole di alimento mondano.

Cara Antonina, credo che uno degli aspetti del martirio a cui siamo chiamati stia nel prendere atto che, ordinariamente, i pastori lavorano per un’altra chiesa e diffondono un’altra fede.
 
Del resto basta un’onesta considerazione sui dati di fatto: insegnano una nuova dottrina, diffondono una nuova morale, celebrano un nuovo rito, si abbeverano di una nuova filosofia … Che cosa è tutto questo se non una nuova chiesa?

Certo, sarebbe molto facile e comodo cadere nella tentazione di andarsene da un’altra parte. Invece noi sappiamo che lì, sotto questa "falsa" chiesa, arde la brace della vera Chiesa. 
Ci troviamo come Maria e Giovanni davanti a Cristo crocifisso: morto come uomo e vivo come Dio, anche se noi fatichiamo a comprenderlo. Siamo come Maria dopo la deposizione di Gesù dalla croce, che tiene suo Figlio morto tra le braccia eppure sa di potergli parlare perché Lui la ascolta.

Ma tutto questo, appunto, è dolorosamente nascosto. Peggio ancora, è colpevolmente offuscato da chi dovrebbe invece metterlo in luce.

Cara Antonina, perché il Signore permetta tutto questo non lo so, ma so che è per il nostro bene e che siamo chiamati a mantenere la fede nonostante tutto. Per questo avremo, anzi abbiamo, speciali grazie che noi stessi fatichiamo a vedere e comprendere, ma questo dipende dalle nostre infedeltà e dai nostri peccati. Dobbiamo pregare per meritare queste grazie, per mondarci dai nostri peccati e per sostenere quel piccolo resto che si sta battendo con armi che sembrano impari solo a chi si fa conquistare dalla logica del mondo. Non a noi.

Alessandro Gnocchi

Sia lodato Gesù Cristo

http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV1188_Gnocchi_posta_Martirio_moderno.html

mercoledì 28 gennaio 2015

FUORI MODA

giornalisti brutti, sporchi e cattivi

Caro Alessandro Gnocchi,
a Manila abbiamo visto cos’è successo al momento della Comunione: le ostie passate di mano in mano tra i fedeli (alcune pare siano anche finite in terra), senza il minimo rispetto per il Corpo di Cristo. E tutto questo è accaduto in mezzo a una gran gazzarra. Uno spettacolo che mi ha fatto venir da piangere. Ricordo la domenica 3 giugno del 2012, quando Benedetto XVI celebrò la Messa all’aeroporto di Bresso, vicino a Milano. Era la giornata mondiale della famiglia, c’ero anch’io. Eravamo circa un milione, eppure al momento della Comunione tutto si era svolto in ordine, con tantissimi sacerdoti che si erano portati verso i settori in cui erano stati suddivisi i fedeli. Ogni sacerdote era assistito da un chierichetto col piattino e la Comunione veniva data in bocca. Mi viene da chiedermi: dei preti che lasciano succedere quel che è successo a Manila, credono ancora che l’ostia consacrata è corpo di Cristo, o sono lì a sbrigare una faccenda che non li interessa più di tanto? E qui vorrei anche parlare della Comunione data in mano, di tanti ministri “straordinari” che non si capisce a cosa servano, ma non vorrei dilungarmi. Le sarò davvero grato se mi dirà il suo parere. Grazie
Costanzo Scalvi

zrbrpsCaro Scalvi,
non che i giornalisti facciano male il loro mestiere o siano brutti, sporchi e cattivi.
Giornali e televisioni, per loro natura, offrono dei dati e non colgono dell' altro perché, se anche lo cogliessero, non sarebbe di rilevanza mediatica. Ma è tutt’altro che secondario, anzi è ciò che spiega certe uscite che poi fanno il giro del mondo provocando in pochi nanosecondi i danni che le care vecchie eresie di una volta producevano in decenni o in secoli.
Fa onore alla sua intelligenza e alla sua onestà cattolica il dubbio di pensare a essere lei nell’errore quando si sente turbato da certe immagini. Ma fa ancora più onore alla sua intelligenza e alla sua onestà cattolica concludere che quanto devia dalla retta fede non è giustificato o giustificabile. In una Chiesa dove la quasi totalità dei cattolici ha buttato il cervello all’ammasso, ed è passato dalla santa razionalità all’irrazionalità  nello spazio di un “Buonasera”, mantenere un corretto uso dell’intelligenza è un atto quasi eroico.
Arrivando al dunque il suo istinto, che chiamerei “sensus fidei”, le dice il vero e non è strano che la metta in guardia dalle immagini che la turbano. Se guarda con un po’ di attenzione molti ecclesiastici si mostrano rivestiti con abiti o simboli altrui, ma non vedrà mai il rappresentante di un’altra religione portare anche il più piccolo simbolo cristiano. Lo stesso schema vale quando incontro ortodossi e protestanti. In questo caso, indossano simbolicamente i paramenti altrui attraverso gesti di umiliazione che non toccano, anzi esaltano, la protagonista, ma ledono la dignità della Chiesa cattolica, Corpo Mistico di Nostro Signore.
È questo che la disturba, caro amico, così come disturba qualsiasi cattolico che vede la Chiesa fondata da Cristo ridotta all’irrilevanza nei confronti di coloro che dovrebbe conquistare all’unico vero Dio. Con simili gesti viene detto che Cristo non è più Via, Verità e Vita, ma solo un’opzione tra tante: evidentemente la più fastidiosa sulla strada che porterà all’Onu delle religioni, visto che deve essere tolta di mezzo in presenza delle altre.
I simboli trasmettono con più potenza e più efficacia il contenuto di tanti discorsi. L’elemento simbolico e quello razionale lavorano su piani diversi, ma sempre in perfetta consonanza. Il salto di livello avviene quando compare sulla scena chi ha la forza e il consenso per condensare in formule ciò che il linguaggio simbolico e quello razionale hanno diffuso per i loro canali. Lo slogan, che è un simbolo capace di usare la forma razionale della parola, per avere presa sociale ha sempre bisogno di un testimonial. Se “l’interreligiosità è una grazia”, allora tutto è compiuto. Quando lo slogan incontra una faccia, è nato qualcosa di nuovo: in questo caso la “religione dell’interreligiosità”.
Non è un caso, quindi se ciò che scandalizza il signor Scalvi, tocca così poche coscienze. Le profanazioni dell’Eucaristia, cioè le cioè le violenze sul corpo reale di Nostro Signore avvenute durante la Messa record di Manila, pare non abbiano turbato più di tanto il corpaccione della Chiesa cattolica tirato su con le vitamine dell’interreligiosità e dell’apertura al mondo. Neanche i pastori filippini si sono dati tanta pena. Forse erano impegnati a farsi qualche selfie mentre salutavano con le corna.
Eppure, caro Scalvi, lei dice che ci sono stati eventi di simili proporzioni in cui tali profanazioni sono state evitate. E si chiede se questa deriva dimostri che molti cattolici non credono più nella presenza reale di Gesù nell’Eucaristia.
Questo mi pare evidente. Se lei si mettesse in fila per la Comunione in una qualsiasi chiesa dell’orbe cattolico e ponesse la precisa domanda sulla Presenza Reale rischierebbe di contare sulle dita di una mano, forse due, coloro che le diranno convintamene di sì. Recentemente, un amico sacerdote che ha trascorso un anno in un celebre monastero del centro Italia, mi ha detto che la sua attenzione per l’Eucaristia è subito saltata agli occhi. Allora, i maggiorenti del luogo, monaci e sacerdoti, lo hanno preso da parte e gli hanno chiesto, sorridendo con compassione, se per caso non credesse ancora nella storiella della presenza di Gesù nell’ostia consacrata. Pensi a ciò che avviene quasi ovunque appena termina la Messa: una fuga generale da parte di una mandria che volta senza ritegno le spalle a Gesù nel tabernacolo. Non le dà l’idea di qualcosa che ha a che fare con i disegni del Demonio?
Caro Scalvi, in proposito mi sto facendo un’idea inquietante che penso di poter abbozzare. Fino a un po’ di tempo fa, immaginavo che lo scopo finale del deragliamento dottrinale fosse quello di produrre la caduta della fede nella presenza reale nell’ostia consacrata. Ora mi vado convincendo che questo, pur essendo un risultato già grande per il Demonio, sia solo un mezzo. Lo scopo del Nemico non è quello di oscurare una verità della quale lui non dubita, ma quello di accanirsi sul Corpo di Cristo e farne strazio. Siccome, per farlo, ha bisogno di agire senza ostacoli, la condizione migliore è quella di attaccare la cittadella di Cristo senza che vi siano sentinelle poiché nessuno pensa che vi sia Qualcuno da difendere.
In proposito, caro Scalvi, ho anche qualche altra idea, ma, per ora, penso che basti questo.
Alessandro Gnocchi
Sia lodato Gesù Cristo

lunedì 10 novembre 2014

utilità e danno del cattolico tradizionalista

Il custode dei doni. Riflessione di Alessandro Gnocchi sull'utilità e sul danno del cattolico tradizionalista




Pubblichiamo la riflessione di Alessandro Gnocchi, apparsa nel quotidiano il Foglio, sulla condizione del cattolico tradizionalista "in tempi di macerie e bastonate" e sul "virus tremendo" dell'"ipertrofia della cervice", comunque la si metta. 

Parliamo del tradizionalista, un po’ come sett’anni fa Leo Longanesi diceva “Parliamo dell’elefante”. I vizi intellettuali non sono mutati e l’Italia a cavallo tra fascismo e antifascismo, che era comunque un po’ cattolica, apostolica e romana, assomiglia tremendamente alla chiesa di oggi, che è comunque sempre un po’ italiana. Allora, Longanesi metteva alla gogna i tic e le ipocrisie di una classe intellettuale che preferiva esibirsi in esotiche disquisizioni, amava “parlare dell’elefante” invece che dello sfacelo in cui era vittima e carnefice. Allo stesso modo, nella Chiesa d’oggi, fanno bella mostra coloro che preferiscono “parlare del tradizionalista” invece che prendere atto dell’allegro clima autodemolizione in cui, come usa dire, cantano e portano la croce.

Si fa presto a dire “tradizionalista” con la stessa levità del Duclos longanesiano. “Signori, parliamo dell’elefante” diceva l’ineffabile signore “è la sola bestia di una certa importanza di cui si possa parlare, in questi tempi, senza pericolo”. Ma il tradizionalista, a conoscerlo davvero, non è una bestia di cui si possa parlare ricorrendo ai servigi della banalità. Non è quello vituperato nei sermoni e nei tischreden dei prelati, non è quello degli imbonitori di rassegne stampa a onde medie, non è quello dei cultori di sociologia appesi all’attimo fuggente di un magistero in perenne evoluzione, non è quello dei vescovi che emanano poveri decreti di scomunica contro i fedeli che osano frequentare la buona Messa di una volta. Non è tutto questo e non è tanto altro ancora.

Il tradizionalista non è ciò che sembra. E’ misteriosa e inalienabile intimità con ciò che non ha più, è riparo per i legami tra cielo e terra ai tempi dell’oblìo decretato dalle voglie mondane penetrate nel tempio: è la sua stessa povertà, la sua stessa solitudine che si fanno luogo della carne e dell’anima dove è possibile incontrare grandezza o miseria, salvezza o perdizione. Lo scoglio su cui può salvarsi o fare naufragio è l’evangelico vivere nel mondo senza essere del mondo. La tentazione di ritirarsi altrove salvando una purezza terrena che non esiste è una sirena tremenda e vince con una troppa facilità. Così certi tradizionalisti preferiscono vivere in un mondo in bianco e nero quando il persino il colore è quasi passato di moda. Finiscono per coltivare un giardino nel quale gli altri, i moderni, non possono neanche guardare e, se anche lo facessero, non potrebbero godere dei tesori che vi crescono. Lo sdegno per una suor Cristina che imita Madonna, la cantante, dice poco o nulla se non si comprende dove e come nasce il fenomeno. Vivere nel mondo significa correre il rischio del contagio sapendo che l’antidoto sta nel non appartenergli. O si è contemporanei del proprio tempo pur combattendolo, o si diventa guardiani di un museo in cui il passato cessa di vivere e di essere tradizione poiché gli si sottrae il cuore.




Il destino del tradizionalista è in bilico come quello delle chiese che Proust proteggeva  dalla rapacità laica dello stato in un articolo che il 16 agosto 1904 il “Figaro” titolava “La morte delle cattedrali”: “Ebbene, meglio devastare una chiesa che dissacrarla. Finché vi si celebra la Messa, per mutilata che sia essa conserva ancora la sua vita. Dal giorno in cui viene dissacrata è morta, e se anche sia protetta come monumento storico di celebrazioni scandalose, non è più che un museo. (...) Quando il sacrificio della carne e del sangue del Cristo, il sacrificio della Messa, non sarà più celebrato nelle chiese, non vi sarà in esse più vita”.

D’altra parte, bisogna riconoscere che la sirena di ritrarsi altrove è tanto più ammaliante in quanto ora è la Chiesa stessa a essere dissacrata dai tradimenti dei suoi figli e dei suoi pastori. Il custode della tradizione oggi vive nel dramma dei primi versi del Salmo 11, “Salvum me fac, Dómine, quóniam deficit sanctus, quóniam diminúte sunt veritátes a filiis hóminum”, si misura con il momento in cui non vi sono più santi, la sincerità è venuta meno tra i figli degli uomini e chi dovrebbe custodire la castità del vero, parla con “lábia dolósa”.

È questa la radice della grande tentazione: porre la domanda del salmista a Dio rispondendo però da se stessi con le proprie parole. Il frangente che costituisce il tradizionalista come tale, la consaoevolezza di essere ciò che ha perso, è anche quello in cui deve decidere se amare ancora una Chiesa divenuta matrigna e infida oppure perdersi nel rimpianto zelante e amaro di quando era madre e maestra. Questo sans papiers de l’Église, non può sottrarsi alla scelta impostagli dal tempo in cui vive: tenere per sé il tesoro che custodisce nella sacca o riportarlo tra le navate, sotto gli archi, davanti all’altare da cui è stato cacciato. Se ha carità, dividerà con i fratelli il seme che ha saputo salvare. Se non ne ha, lo conserverà per se stesso, finendo irrimediabilmente per modellare quel tesoro a propria immagine e somiglianza e renderlo sterile.

Chi gli rimprovera di mutare i pani in pietre, di farsi duro di cuore, intellettualista, legalista ne ha poca pratica e lo scambia colpevolmente con la sua caricatura. Lo stregone che lancia sui suoi seguaci i precetti come fossero pietre non ha nulla a che fare con il custode della tradizione, ha ben altra origine. Lo testimoniano quei cattolici progressivi, liberi e disinibiti già negli anni Ottanta, che al momento di divorziare, vivevano come momento più drammatico “quello in cui dovevamo dirlo al padre”: quel “padre” duro e inflessibile era David Maria Turoldo, il profeta dei tempi nuovi e di una Chiesa nuova, che aveva trovato proprio nel sostegno al divorzio la chiave per predicare la sua religione al mondo. La morale e la misericordia, senza la verità, diventano sempre moralismo e violenza.

Nulla di più lontano dal reverendo Bournisien, oggi ridotto a vecchio arnese tradizionalista, il sacerdote che porta i sacramenti a madame Bovary sul letto di morte. “Il prete” racconta Flubert “si sollevò per prendere il crocefisso. Allora ella allungò il collo come un assetato e, premendo le labbra al corpo dell’Uomo-Dio, con le poche forze che le restavano vi depose il più grande bacio d’amore che mai avesse dato. Poi il prete recitò il Miserere e l’Indulgentiam, immerse il pollice della mano destra nell’olio e cominciò l’unzione. Prima sugli occhi che avevano bramato tutte le ricchezze terrene; poi sulle nari tanto avide di tiepida brezza e di profumi amorosi; poi sulla bocca che si era schiusa alla menzogna, che aveva avuto gemiti d’orgoglio e gridi di lussuria; poi sulle mani che avevano conosciuto la delizia dei contatti soavi, e infine sulla pianta dei piedi, così rapidi, un giorno, nel correre all’appagamento dei desideri e che ormai non avrebbero più camminato. Il prete si asciugò le dita, gettò nel fuoco i batuffoli d’ovatta intrisi d’olio e tornò a sedere presso la moribonda per dirle per dirle che ora ella doveva congiungere le proprie sofferenze con quelle di Gesù e abbandonarsi alla Misericordia divina”.

Questa sequenza di segni, così celesti e così concreti, “ad oculos, ad aures, ad nares, ad os comperssis labiis, ad manus, ad pedes” avrebbe efficacia anche se l’uomo non ci mettesse il cuore, perché sgorgano da quello di Dio. Ed è tragico che vengano imputati come prova di aridità a carico chi continua a tenerli vivi, quasi che la condiscendenza alle derive mondane possa essere più meritoria agli occhi del Signore. Non c’è nulla, sulla terra, che valga quanto la forma e la materia di un sacramento per santificare e letificare la vita e la morte degli uomini: “Ora Emma non era più così pallida e aveva sul volto un’espressione di serenità, quasi che il sacramento l’avesse guarita”. Proust, padre letterario degli atei devoti, era incantato dalla levità di queste righe. E fu forse lo splendore liturgico che vi riluceva a fargli serbare come ricordo tra i più amati un Rosario portatogli dalla Terra Santa, tanto da chiedere più volte alla governante di porglielo tra le mani in punto di morte. Ma, pur essendo custode di tale splendore e tale grandezza, il tradizionalista può cadere nel troppo umano e persino nel solo umano. Che non consiste nell’esibire una dottrina e una pastorale a cui ha sottratto il cuore, ma nel tenerle solo per sé, quasi fosse l’avanguardia di una rivoluzione al contrario e non, invece, soldato sotto gli stendardi del contrario della rivoluzione.

Tale tentazione è frutto dell’applicazione di categorie politiche al Corpo Mistico di Cristo: l’unico luogo di questo mondo in cui non hanno efficacia e sono destinate a fallire. La prova del Concilio Vaticano II, consegnato dal modernismo a una visione politicizzata, ha condotto certi tradizionalisti a cadere nel grande inganno rivoluzionario finendo in due finti opposti. Da un lato, si sostiene che un Concilio non può sbagliare e dunque, dal momento che alcuni documenti del Vaticano II suscitano difficoltà, il Papa che li ha promulgati e i successori che li hanno accettati hanno perso quanto meno “formalmente” la suprema autorità: sono Papi solo “materialmente”. Dall’altro, si dice che un Concilio non può sbagliare, dunque il Vaticano II non ha sbagliato, dunque non solo è un vero Concilio ma è il metro per giudicare tutto il Magistero precedente. Se per i primi il Vaticano II è tutto da buttare a prescindere, per i secondi è tutto da accettare a prescindere. Ma si tratta della stessa posizione che viene semplicemente capovolta.

Gli uni e gli altri, hanno perduto di vista il cristallino “Magnopere curandum est ut id teneatur quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est” distillato da San Vincenzo di Lerino nel suo “Commonitorium”: “Bisogna soprattutto preoccuparsi perché sia conservato ciò che in ogni luogo, sempre e da tutti è stato creduto”. Il tradizionalista si perde quando sottrae la conservazione e la trasmissione della fede all’esercizio della carità e la consegna in ostaggio alla propria intelligenza, al proprio ego. Cosicché, l’eccessiva raffinatezza della cervice teologica, a forza di rendere acuti i ragionamenti, finisce trasformarli in ottusi e incapaci di parlare al prossimo.
Sia che viri verso il neoconservatorismo, sia che viri verso il sedevacantismo, il risultato è un tradizionalismo afasico, al limite dell’autismo, che si compiace della purezza propria e, forse ancor di più, dell’impurezza altrui. Sul piano pastorale, ne discende una degenerazione clericale: il sopruso e la condanna senza capacità di porgere perdono. Sul piano dottrinale, ne deriva il peccato d’orgoglio: alla condanna senza capacità di porgere la verità.

Ma sarebbe troppo semplice, troppo politico, applicare la teoria degli opposti estremismi al mondo tradizionale nel tentativo di salvare un centro buono e puro. L’ipertrofia della cervice è un virus tremendo che ama diffondersi ovunque vi sia attenzione alla ragione e alla dottrina e, nella fase di incubazione, si accontenta di poco. Gli basta che il ventricolo cerebrale del cattolico prenda a pulsare anche solo un po’ più forte e un po’ più fretta di quello caritatevole. Allora il tradizionalista, che giustamente e cattolicamente prova orrore al cospetto dell’ospedale da campo dove ogni male viene curato con il corazòn, rischia di dimenticare che gli uomini sono anime dentro a dei corpi. Perde di vista il senso con cui San Pio X ammoniva che “i veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né novatori, ma tradizionalisti”.

E non è nell’incedere liturgico, nei paramenti pregiati, nelle suppellettili preziose che il tradizionalista trova ostacolo nel farsi amico del popolo. Chi sorride o si scandalizza della devozione a tanto splendore, non sa che quelle liturgie, quei paramenti, quelle suppellettili possono diventare la salvezza di Emma Bovary e della vecchina perennemente inginocchiata a dire il rosario, che possono accompagnare un re all’incoronazione o un sacerdote davanti al protone d’esecuzione dei rivoluzionari spagnoli e messicani. La grandi opere di assistenza e di mutuo soccorso sono nate nel cuore della chiesa ai tempi in cui il Santissimo passava sotto magnificenti baldacchini tra le folle inginocchiate. Il tradizionalista è amico del popolo proprio perché si fa tutt’uno con quell’incedere liturgico, quei paramenti pregiati, quelle suppellettili preziose, le offre a Dio e quindi non chiede nulla in cambio agli uomini.

Così può curarsi dei corpi senza dimenticare che racchiudono delle anime. Come Santa Teresa di Gesù Bambino, anima felice di essere forma di un corpo malato. Un giorno, durante la malattia che la accompagnò alla morte, la piccola Teresa ebbe in dono dalle consorelle una rosa. Invece che deporla in un vaso, la sfogliò sul Crocifisso con pietà e amore, quasi a lenire le piaghe di Cristo. “Nel mese di settembre” disse accompagnando il suo gesto “la piccola Teresa sfoglia ancora una rosa di primavera”. E poi “En éffeuillant pour Toi la rose printanière, je voudrais essuyer tes pleurs!”. Sfogliando per Te la rosa primaverile, vorrei asciugarti le lacrime”. E, siccome i petali cascavano per terra e rischiavano di andare persi, ormai morente si affrettò a invitare le consorelle a non sprecare tanta bellezza: “Raccoglieteli sorelline mie, vi saranno utili per fare dei piaceri più tardi, non ne perdete nessuno…”. Era il settembre 1897. Nel settembre 1910, uno di quei petali guarì il vecchio Ferdinand Aubry da un cancro alla lingua.

Il tradizionalista ha tra le mani petali come questi e, se non vuole perdere se stesso, deve perennemente fare memoria che non sono suoi. Solo così potrà trovare un luogo, anche piccolo, in una di quelle scene sacre che ammaliarono Proust, dalle vetrate delle cattedrali in procinto di essere dissacrate dallo stato francese. Immagini così cattoliche da accogliere tutti “Non soltanto la regina e il principe (...). O voi tutti, dalle vostre vetrate di Chartres, di Tours, di Bourges, di Sens, di Auxerre, di Troyes, di Clermond Ferrand, di Tolosa, bottai, pellai, speziali, pellegrini, bifolchi, armaioli, tessitori, tagliapietre, beccai, panierai, scarpari, cambiamonete, o voi, grande democrazia silenziosa, fedeli ostinati ad ascoltare l’uffizio, non smateriati ma più belli che ai giorni della vostra vita, nella gloria di cielo e di sangue della preziosa vetrata, non udrete più la Messa che vi eravate assicurata dando per l’edificazione della chiesa i vostri più limpidi scudi”. Il limpido scudo con cui il tradizionalista può assicurarsi un luogo tra questi fratelli è lucente di dottrina e liturgia, ma ha da ardere di carità.


Fonte il Foglio 6 novembre 2014