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lunedì 14 settembre 2015

La Croce di Cristo e il basilico

Croce e basilico e perchè la festa di oggi si chiama così. Con contorno di canti bizantini




Il kontakion della festa dell'Esaltazione della venerabile Croce datrice di vita in slavonico ecclesiastico, con traduzione dai libri liturgici della comunità cattolica bizantina di Roma:





Вознэсыися на крэст волэю, тэзоимэнитому ныне граду твоэму, щэдроты твоя даруй Христэ Божэ, возвэсэли силою своэю Православныя Християны, победы дая им насопостаты, пособиэ имущу твоэ оружиэ, миру нэпобедимую победу

Tu, che sei stato innalzato volontariamente sulla croce, o Cristo Dio, concedi le Tue misericordie al nuovo modo di vivere che trae il suo nome da Te. Nella Tua forza rallegra i nostri governanti, dando loro la vittoria contro i nemici: abbiano la Tua alleanza come arma di pace e trofeo invincibile. 

Una tradizione greca, per la festa di oggi, è di poggiare la Croce su un letto di foglie di basilico profumato: come dice il nome, questa è l'erba del Re (basileus). Spiega Manuel Nin, Rettore del Pontificio collegio greco di Roma:

Alla fine del mattutino si svolge il rito dell'esaltazione e della venerazione della santa Croce. Il sacerdote prende dall'altare il vassoio che contiene la Croce preziosa collocata in mezzo a foglie di basilico - l'erba profumata che, secondo la tradizione, era l'unica a crescere sul Calvario e che attorniava la Croce quando fu ritrovata - e in processione lo porta tenendo il vassoio sulla sua testa fino alla porta centrale dell'iconostasi e in mezzo alla chiesa. Lì depone il vassoio su un tavolino, fa tre prostrazioni fino a terra e, prendendo in mano la Croce con le foglie di basilico, guardando a oriente, la innalza sopra il proprio capo, poi l'abbassa fino a terra e infine traccia il segno di croce, mentre i fedeli cantano per cento volte "Kyrie eleison". Ripetendo questa grande benedizione verso i quattro punti cardinali e di nuovo verso oriente, il sacerdote invoca la misericordia e la benedizione del Signore sulla Chiesa e sul mondo intero. Al termine, il sacerdote innalza la Croce e con essa benedice il popolo che poi passa a venerarla e riceve delle foglie di basilico, per ricordare il buon profumo del Cristo risorto che tutti i cristiani sono chiamati a testimoniare nel mondo.

Questo costume bizantino ci viene mostrato nel video seguente, 
dove si canta in greco il tropario della festa:






Σώσον, Κύριε, τον λαόν Σου και ευλόγησον την κληρονομίαν Σου, νίκας τοις βασιλεύσι κατά βαρβάρων δωρούμενος και το σον φυλάττων, δια του Σταυρού Σου, πολίτευμα.

Salva, o Signore, il tuo popolo e benedici la tua eredità. Concedi ai nostri governanti la vittoria sui barbari e custodisci con la tua Croce il nostro modo di vivere secondo i tuoi comandamenti

La diocesi di Lucca, dove oggi si festeggia il crocifisso detto "Santo Volto", ci fornisce un utile documento che riassume i motivi della odierna festività. Riporto la parte centrale, che più interessa:


La festa dell’Universale Esaltazione della Preziosa e Vivificante Croce è nata a Gerusalemme. L’origine risale al IV secolo e si collega alla consacrazione, il 13 settembre 335, della doppia basilica della Risurrezione e della Croce costruite da Costantino ed Elena. Questa consacrazione fu celebrata ogni anno a Gerusalemme e in seguito a Costantinopoli e nelle Chiese che seguirono la sua tradizione. La festa durava 8 giorni, il primo giorno si celebrava alla basilica della Risurrezione, il secondo, il 14 settembre, al martyrion costruito sopra la cripta dove era stata trovata la croce. In questo giorno veniva mostrata a tutti la reliquia della croce salvifica. Man mano questa esposizione della croce – chiamata esaltazione – si sviluppò e passò anche nelle altre chiese. Andrea di Creta descrive il momento come avveniva verso il 700:
“i pontefici … salgono al gradino più elevato della Chiesa. Portando in alto la Croce gloriosa ed infinitamente adorabile, la ‘esaltano’. E sollevandola più volte verso il cielo, la mostrano ai popoli”. E nel secolo X nella grande Chiesa di Costantinopoli “il Patriarca sale sull’ambone … prende la croce nelle mani e la ‘esalta’… Il popolo canta ‘Signore pietà” per la prima, la seconda e la terza esaltazione. Dopo la terza, il Patriarca scende dal gradino e si fa l’adorazione del venerabile legno”.
    Nel XIV secolo ci sono alcuni ritocchi a questo rito e si giunge a precisare che la croce deve essere ‘esaltata’ verso i quattro punti cardinali mentre il popolo deve cantare Signore pietà per 100 volte.
Il rito viene compiuto anche oggi. Il celebrante, facendo una breve processione si porta al centro della chiesa e innalza la reliquia della Croce sopra la propria testa, nello stesso momento il popolo canta Signore pietà; la croce viene rivolta poi verso i punti cardinali suggerendo motivi di preghiera; rivolto a sud invita a pregare per il vescovo e per tutti i cristiani, rivolto a occidente per la città per ogni città e paese e i loro abitanti, guardando a nord invita a pregare per la salvezza di tutti i cristiani e per il perdono dei loro peccati e infine rivolto a oriente invita a pregare per quanti lavorano per la chiesa dove si celebra. Il significato del rito è chiaro: la Croce evoca la passione del Cristo che libererà il mondo dall’inganno dell’errore e da ogni schiavitù, lo illuminerà della luce della risurrezione e lo trasformerà nell’immagine della gloria di Dio: è questa la grande misericordia che il popolo invoca ripetendo Signore pietà. E’ facilmente comprensibile il retroterra scritturistico in riferimento all’innalzamento sia nei testi del libro dei Numeri (cap. 21) che di Giovanni (cap. 3), (testi proclamati anche nella Liturgia latina della festa).

     La croce viene poi deposta all’interno di un grande piatto ricolmo di basilico su un tavolo al centro della chiesa; qui si recano tutti, clero e fedeli che prostrandosi adorano la croce e ricevono un rametto di basilico (il motivo per cui viene usata questa piantina si fa risalire al fatto che sul Golgota, dove fu trovata la croce, cresceva abbondantemente quest’erba odorosa). Giovanni Damasceno precisa la natura dell’atto di adorazione alla croce, è un’adorazione di onore perché l’onore reso all’immagine passa al prototipo e colui che adora l’immagine adora la sostanza di ciò che vi è rappresentato.
    
Gli inni della festa sottolineano che la Croce è l’espressione e il punto culminante di tutta la passione salvifica di Cristo; è un infinito abbassamento: ma gli innografi vedono anche il valore salvifico e pertanto glorioso dello scandalo della Croce: appena l’albero della tua croce fu piantato, o Cristo, si scossero le fondamenta della morte, o Signore; ciò che con brama aveva inghiottito, l’ade lo rese con tremore”


Testo preso da: Croce e basilico e perchè la festa di oggi si chiama così. Con contorno di canti bizantini http://www.cantualeantonianum.com/2012/09/croce-e-basilico-e-perche-la-festa-di.html#ixzz3lhRDF9b9
http://www.cantualeantonianum.com 

sabato 27 ottobre 2012

santa croce

A.D. 312 – A.D. 2012:

“In hoc signo vinces”

L’episodio che si ricorda in questi giorni è uno dei più celebri della storia. Accade esattamente 1700 anni fa e coinvolse quello che, all’epoca, era uno dei più potenti uomini di tutto l’Impero Romano e del mondo intero: Costantino. Il racconto è noto (1): il figlio di Costanzo Cloro, mentre combatteva per conquistare il potere, era colpito da dubbi religiosi e non riusciva a capire quale fosse la Verità, quale fosse il vero Dio. Iniziò allora a pregare con forza che l’Onnipotente lo illuminasse e, mentre lo faceva (erano oramai pomeriggio inoltrato, verso le tre), vide in cielo, sopra il disco solare, una croce luminosa, recante la scritta “εν τούτῳ νίκα” (“in questo [segno] vincerai”, universalmente nota nella sua versione latina “In hoc signo vinces”). Nonostante l’evento incredibile, ancora non riusciva ad interpretare bene cosa l’apparizione volesse significare. Giunta la notte, decise di andare a dormire e, mentre riposava, gli apparve Cristo con lo stesso segno che aveva visto in cielo, ordinandogli di farne una copia e di usarla come protezione dai nemici.
In seguito (2), nei pressi di ponte Milvio a Roma, sconfisse le armate di Massenzio e divenne il più importante uomo politico dell’epoca: era il 28 ottobre dell’anno 312.


La battaglia di Ponte Milvio, di Giulio Romano (1499-1546)

Questo racconto ha dato adito a diverse polemiche: si va da coloro che lo ritengono praticamente del tutto veritiero a chi lo ritiene un falso. In merito il beato Giovanni Paolo II ebbe a dire che “non possiamo constatare con certezza storica la verità di queste parole” (3), ma questo non comporta che sia necessario essere del tutto scettici. Come ha detto la studiosa Marta Sordi “Lo storico non è obbligato ovviamente a credere alla realtà della visione di Costantino, ma ben difficilmente, se non è prevenuto, può negare che l’uomo non abbia avuto un’esperienza religiosa eccezionale” (4).
Inoltre, ci sembra giusto rispettare una lunga tradizione che ha ritenuto l’episodio come vero, evitando quindi di accantonarla subito come “fantasia” o “invenzione”. In merito, oltretutto, abbiamo la testimonianza di Eusebio di Cesarea, il quale – raccontando l’evento nella Vita Constantini – afferma esplicitamente che la presunta apparizione è difficile da credersi, ma che lo stesso Costantino l’aveva raccontata in prima persona e aveva giurato si trattasse della verità (5). Tutto ciò, ci sembra, non è facilmente liquidabile, anche da un punto di vista storiografico.


Visione della Croce, della scuola di Raffaello (XVI sec.)

Anche il contesto è favorevole a riconoscere che qualcosa di importante era avvenuto: sull’arco che il Senato decretò fosse eretto al vincitore della battaglia di Ponte Milvio, non è riportato il nome di una divinità solare o di una divinità pagana, ma si parla dell’ispirazione di un Dio non definito (“instinctu divinitatis”). E Costantino, entrando a Roma, stupì molti quando decise di non salire in Campidoglio per offrire un sacrificio a Giove in ringraziamento della vittoria ottenuta. Evitiamo, qui, di approfondire questi aspetti; se qualcuno fosse interessato, potrebbe trovare utili i testi citati nella bibliografia in calce a quest’articolo.
Un altro elemento da prendere in considerazione, pensiamo, è il fatto che alcuni nostri fratelli nella fede cattolica, ma di rito orientale, venerano Costantino quale santo. Ora, non si tratta d’atto infallibile, né questo garantisce in maniera certa la veridicità dell’evento; tuttavia, ci sembra un’elementare forma di rispetto verso questi amici (ed anche, in chiave ecumenica, verso i fratelli separati ortodossi) il trattare la materia con delicatezza e senza disprezzo.
In ogni caso, se è vero che prove assolutamente certe non ne sono, nondimeno riteniamo esistano elementi che ci conducono a pensare come la visione della croce e il successivo sogno presentino, nella loro sostanza, elementi di veridicità.
Ci sia consentito comunque concludere, con il beato Giovanni Paolo II, che il significato della visione è certamente grande: “In hoc signo vincis, perché il segno della Croce è veramente il segno della vittoria.” (6); e con Benedetto XVI parlare dell’ “apparizione che gli [a Costantino, ndr] fece vedere, nella notte simbolica della sua incredulità, il monogramma di Cristo sfavillante” (7).

Note:
(1) Cfr. Eusebio di Cesarea, Vita Constantini, liber I, cap. XXVIII-XXIX.
(2) Cfr. Eusebio di Cesarea, Vita Constantini, liber I, cap. XXXVIII.
(3) Cfr. Giovanni Paolo II, dal Discorso del 17 gennaio 1993.
(4) Cfr. Marta Sordi, Ci vorrebbe un nuovo Costantino, Tempi n. 30, 21/07/2005, pp. 74s.
(5) Cfr. Eusebio di Cesarea, Vita Constantini, liber I, cap. XXVIII.
(6) Cfr. Giovanni Paolo II, dal Discorso del 17 gennaio 1993.
(7) Cfr. Benedetto XVI, dal Discorso del 14 settembre 2012.


Bibliografia generale:
Eusebio di Cesarea, Vita Constantini;
Marta Sordi, Ci vorrebbe un nuovo Costantino, in Tempi n. 30, 21/07/2005, pp. 74s;
Marta Sordi, Costantino e la “libertas Ecclesiae”, in Tracce. Litterae Communionis, febbraio 2005, pp. 24-26;
Marta Sordi, La svolta di Costantino, in Il Timone, luglio/agosto 2002, pp. 24-25;
Giorgio Falco, La Santa Romana Repubblica, Milano-Napoli, Ricciardi Editore, 1986, pp. 24-29;
John Henry Newman, Two essays on Scripture miracles and on ecclesiastical, Londra, Basil Montagu Pickering, 1870, pp. 271-286.