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domenica 22 marzo 2015

cattolici ridotti ad un misero resto

Quando il gioco si fa duro, 

i duri cominciano a pregare



Oggi come ieri, infatti, nel regno del principe di questo mondo impera la menzogna degli idoli antichi e moderni, e siccome la Verità annunciata incrina la coriacea coltre di tenebra che soffoca l’animo dell’uomo, essa va perciò distrutta con ogni mezzo. Da ogni parte l’assedio alla Verità, ed all’istituzione divina che ne è stata fatta baluardo, è stringente, e sempre di più l’azione del divisore imperversa contro il Corpo Mistico di Cristo, dall’esterno e dall’interno. E chi cerca di mantenersi unito alla Verità si sente sopraffatto nel combattimento e pare che le forze gli vengano meno, che ormai la capitolazione sia inevitabile. La tentazione di oggi e di sempre è che la Verità non esista e chi afferma il contrario è tacciato d’incaparbirsi su posizioni inaccettabili..

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Andrea Torquato Giovanoli


di Andrea Torquato Giovanoli

Stamattina, pregando il Benedictus, meditavo come alcuni versetti di quest’inno (Luca 1,71 in particolare: «salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano») riflettano bene la situazione contemporanea della Chiesa.
Come Israele, che dopo l’entrata nella terra promessa iniziò ad essere avversa alle nazioni contigue, le quali a turno cominciarono a muovergli contro costringendolo a lunghi periodi di snervante ostilità armata; così la Chiesa, che lungo tutto il corso della sua storia, ma specialmente dall’avvento dell’illuminismo in poi, ha vissuto un accanimento crescente nei propri confronti, il quale oggi giorno sembra aver quasi raggiunto l’acme.

Oggi come ieri, la Verità assediata

Elton John con il bambino comprato insieme al compagno. Nell'assedio della Verità, questa situazione viene presentata come normale e priva di conseguenze etiche. Ma non è così.

Elton John con uno dei due bambini comprati (perché di questo si tratta) insieme al “marito”. Nell’assedio della Verità, questa situazione viene presentata come normale e priva di conseguenze etiche. Ma non è così.
In entrambi i casi si evince come il popolo di Dio, sia quello vetero (in prefigurazione) che quello neotestamentario (nell’imitazione), venga chiamato a vivere la medesima persecuzione riservata al Cristo durante la sua venuta terrena.
Anche oggi come allora, ci sono i nuovi Giosué, i novelli Gedeone e persino qualche Sansone, che si battono per il popolo ecclesiale con la spada della parola in sua difesa, ma tant’è che, per quanto sia documentata ed incontestabile l’apologetica, la Chiesa venga reputata dal mondo indifendibile.
Oggi come ieri, infatti, nel regno del principe di questo mondo impera la menzogna degli idoli antichi e moderni, e siccome la Verità annunciata incrina la coriacea coltre di tenebra che soffoca l’animo dell’uomo, essa va perciò distrutta con ogni mezzo. Da ogni parte l’assedio alla Verità, ed all’istituzione divina che ne è stata fatta baluardo, è stringente, e sempre di più l’azione del divisore imperversa contro il Corpo Mistico di Cristo, dall’esterno e dall’interno. E chi cerca di mantenersi unito alla Verità si sente sopraffatto nel combattimento e pare che le forze gli vengano meno, che ormai la capitolazione sia inevitabile. La tentazione di oggi e di sempre è che la Verità non esista e chi afferma il contrario è tacciato d’incaparbirsi su posizioni inaccettabili.

Impugnare la mistica?

"Rendete ragione della speranza che è in voi": lo dice S. Pietro.
“Rendete ragione della speranza che è in voi”: lo dice S. Pietro.
Ora, viene da chiedersi: che sia davvero così? Che davvero la Chiesa non possa essere difesa, ma che si debba lasciare che sia chi l’ha fondata e la anima col suo Spirito a difenderla?
Che si debba, come Lui durante il processo terreno che lo ha visto innocente imputato, arroccarsi in un dignitoso silenzio (che non è resa, ma abbandono al “martirio” inteso nella sua radice etimologica) davanti a chi proprio non riesce, o più spesso non vuole riconoscere la Verità?
Eppure Pietro invita a dare ragione della propria fede, ma forse è la modalità che va mutata. Poiché magari è anche in questa dicotomia che si consuma la buona battaglia del credente contemporaneo, eppure sempre più spesso pare quasi più opportuno deporre la spada della parola per impugnare invece quelle armi mistiche che in tanti e tanti momenti critici della storia del cristianesimo si sono rivelate davvero risolutorie e che la Madonna ha più e più volte indicato nei suoi richiami ai suoi figli.

Come l’Emerito

Una suggestiva immagine della nuova vita di Joseph Ratzinger: dedita interamente alla preghiera.

Una suggestiva immagine della nuova vita di Joseph Ratzinger: dedita interamente alla preghiera.
Può darsi che più che mai in questo tempo in cui il mondo cerca d’imbavagliare la Verità, al combattente fedele non rimanga che la testimonianza, con la sua stessa vita, incarnando le parole nell’orazione perseverante, cosicché egli si trasformi in esempio e risplenda «come segno di contraddizione, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Luca 2,35).
E forse, rivalutando in retrospettiva quell’inedito gesto di due anni addietro, il ritiro nella clausura della preghiera del Papa Emerito ha voluto anche essere un segnale, l’ultimo del suo pontificato, a tutti i credenti: è l’annuncio che il tempo delle diatribe, ormai divenute sterili, è concluso, poiché il cuore pilatesco dei contemporanei si è fatto refrattario alla Verità, ed allora non rimane che l’impetrazione, perché l’agire del credente si faccia simile a quello del Re appeso, il quale non rispose alle provocazioni dei suoi detrattori latranti sotto la croce, ma nel silenzio ripose tutta nel Padre la sua difesa.

Come a Lepanto?

La battaglia di Lepanto, dipinto di Paolo Veronese, 1572-1573, Accademia di Venezia.

La battaglia di Lepanto, dipinto di Paolo Veronese, 1572-1573, Accademia di Venezia.
E se questo è il contesto storico in cui s’incarna quella parola profetica che allarma di «guerre e rumori di guerre», allora ecco che si delinea chiara un’immagine all’orizzonte, che addita un esempio per la cristianità tutta a ricalcare il solco di Maria, la quale nel tempo della prova stette eretta, come una sentinella in piedi, contro l’accanimento del demonio apparentemente trionfante in quell’Ora, ribattendo all’avversario colpo su colpo con una muta orazione ed un rinnovato, perseverante, fiducioso abbandono alla volontà del suo Signore, incarnando in tal modo quello che fu il suo canto di battaglia: il Magnificat.
E come resistere ad un tale richiamo? Anche se ridotti ad un piccolo resto (come i trecento di Gedeone) si lascino gli strali e le polemiche al mondo, e si impugni ancora una volta, con rinnovato zelo e vigore, l’arma di quel Rosario che ha già dimostrato la sua invincibilità a Lepanto, a Vienna e a Czestochowa e si torni infine a combattere il nemico con quegli strumenti che sono più efficaci alla sua disfatta, auspicando ad un tempo che giunga presto quel giorno in cui «verrà a visitarci dall’alto un Sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace» (Cfr. Luca 1,79).
http://www.papalepapale.com/develop/quando-il-gioco-si-fa-duro-i-duri-cominciano-a-pregare/

giovedì 21 marzo 2013

riforma della riforma

PAPA FRANCESCO: COME AFFRONTERA' IL PROCESSO DI AUTODEMOLIZIONE DOTTRINALE E MORALE DELLA CHIESA?
Il passato ci aiuta a comprendere il presente: Papa Adriano VI rese possibile la grande rinascita religiosa del XVI secolo
di Roberto de Mattei
 
 
 
La Chiesa ha un nuovo Papa: Jorge Mario Bergoglio, il primo Papa non europeo, il primo Papa latino americano, il primo Papa di nome Francesco. I mass-media cercano di indovinare, attraverso il suo passato di cardinale, di arcivescovo di Buenos Aires e di semplice sacerdote, quale sarà il futuro della Chiesa sotto il suo pontificato. Di quale "rivoluzione" sarà portatore? Hans Küng lo definisce «la migliore scelta possibile» ("La Repubblica", 14 marzo 2013). Ma solo dopo la nomina dei suoi collaboratori e dopo i suoi primi discorsi programmatici si potranno prevedere le linee del pontificato di Papa Francesco. Per ogni Papa vale quello che disse, nel 1458, il cardinale Enea Silvio Piccolomini al momento della sua elezione, con il nome di Pio II: «dimenticate Enea, accogliete Pio».

La storia non si ripete mai esattamente, ma il passato aiuta a comprendere il presente. Nel XVI secolo la Chiesa cattolica attraversava una crisi senza precedenti. L'umanesimo, con il suo edonismo immorale, aveva contagiato la Curia Romana e gli stessi Pontefici. Contro questa corruzione era sorta la pseudo-riforma protestante di Martin Lutero, liquidata da Papa Leone X, della famiglia Medici, come «una bega tra monaci». L'eresia aveva iniziato a divampare quando, alla morte di Leone X, nel 1522, fu inaspettatamente eletto il primo Papa tedesco, Adrian Florent, di Utrecht, con il nome di Adriano VI.
La brevità del pontificato gli impedì di portare a termine i suoi progetti, in particolare, scrive lo storico dei Papi Ludwig von Pastor, «la guerra gigantesca contro lo sciame di abusi che deformava la curia romana come quasi l'intera Chiesa». .Se pure egli avesse avuto un governo più lungo, il male, nella Chiesa, era troppo radicato, osserva Pastor, «perché un pontificato solo potesse produrre quel grande cambiamento che era necessario. Tutto il male che era stato commesso in parecchie generazioni poteva migliorarsi soltanto con un lavoro lungo, ininterrotto».
Adriano VI comprese la gravità del male e le responsabilità degli uomini di Chiesa, come emerge chiaramente da una istruzione che, a suo nome, il nunzio Francesco Chieregati lesse alla Dieta di Norimberga, il 3 gennaio 1523. Si tratta, come osserva Ludwig von Pastor, di un documento di straordinaria importanza non solo per conoscere le idee riformatrici del Papa, ma perché è un testo senza precedenti nella storia della Chiesa.
Dopo aver confutato l'eresia luterana, nell'ultima e più notevole parte dell'istruzione, Adriano tratta della defezione della suprema autorità ecclesiastica di fronte ai novatori. «Dirai ancora», ecco la espressa istruzione che egli dà al nunzio Chieregati, «che noi apertamente confessiamo che Iddio permette avvenga questa persecuzione della sua Chiesa a causa dei peccati degli uomini e in particolare dei preti e prelati; è certo che la mano di Dio non s'è accorciata sì che egli non possa salvarci, ma gli è il peccato a distaccarci da lui sì che Egli non ci esaudisce. La Sacra Scrittura insegna chiaramente che i peccati del popolo hanno la loro origine nei peccati del clero e perciò, come rileva il Crisostomo, il nostro Redentore, quando volle purgare l'inferma città di Gerusalemme, andò prima al tempio per punire innanzi tutto i peccati dei preti, a guisa d'un buon medico, che sana la malattia nella radice.
Sappiamo bene che anche presso questa Santa Sede già da anni si sono manifestate molte cose detestabili: abusi in cose ecclesiastiche, lesioni dei precetti; anzi, che tutto s'è cambiato in male. Non è pertanto da far meraviglia se la malattia s'è trapiantata dal capo nelle membra, dai Papi nei prelati. Tutti noi, prelati e ecclesiastici, abbiamo deviato dalla strada del giusto e da lunga pezza non v'era alcuno che facesse bene. Dobbiamo quindi noi tutti dare onore a Dio e umiliarci innanzi a Lui: ognuno mediti perché cadde e si raddrizzi piuttosto che venir giudicato da Dio nel giorno dell'ira sua. Perciò tu in nome nostro prometterai che noi vogliamo porre tutta la diligenza perché venga migliorata prima di tutto la Corte romana, dalla quale forse hanno preso il loro cominciamento tutti questi mali; allora, come di qui è partita la malattia, di qui anche comincerà il risanamento, a compiere il quale noi ci consideriamo tanto più obbligati perché tutti desiderano tale riforma.
Noi non abbiamo mai agognato la dignità papale ed avremmo più volentieri chiuso i nostri occhi nella solitudine della vita privata: volentieri avremmo rinunciato alla tiara e solo il timore di Dio, la legittimità dell'elezione e il pericolo d'uno scisma ci hanno indotto ad assumere l'ufficio di sommo pastore, che non vogliamo esercitare per ambizione, né per arricchire i nostri congiunti, ma per ridare alla Chiesa santa, sposa di Dio, la sua primiera bellezza, per aiutare gli oppressi, per innalzare uomini dotti e virtuosi, in genere per fare tutto ciò che spetta a un buon pastore e a un vero successore di san Pietro. Però nessuno si meravigli se non eliminiamo d'un colpo solo tutti gli abusi, giacché la malattia ha profonde radici ed è molto ramificata. Si farà quindi un passo dopo l'altro e dapprima si ovvierà con medicine appropriate ai mali gravi e più pericolosi affinché con un'affrettata riforma di tutte le cose non si ingarbugli ancor più il tutto. A ragione dice Aristotele che ogni improvviso cambiamento è pericoloso alla repubblica (…)».
Le parole di Adriano VI ci aiutano a comprendere come la crisi che oggi attraversa la Chiesa possa avere le sue origini nelle mancanze dottrinali e morali degli uomini di Chiesa nel mezzo secolo seguito al Concilio Vaticano II. La Chiesa è indefettibile, ma i suoi membri, anche le supreme autorità ecclesiastiche, possono sbagliare e devono essere pronti a riconoscere, anche pubblicamente, le loro colpe. Sappiamo che Adriano VI ebbe il coraggio di intraprendere questa revisione del passato. Come affronterà il nuovo Papa il processo di autodemolizione dottrinale e morale della Chiesa e quale atteggiamento avrà di fronte ad un mondo moderno impregnato di uno spirito profondamente anticristiano? Solo il futuro risponderà a queste domande, ma è certo che le cause dell'oscurità del tempo presente affondano nel nostro più recente passato.
La storia ci dice anche che ad Adriano VI successe Giulio de' Medici, con il nome di Clemente VII (1523-1534). Sotto il suo pontificato avvenne, il 6 maggio 1527, il terribile sacco di Roma, ad opera dei lanzichenecchi luterani dell'imperatore Carlo V. È difficile descrivere quante e quali furono le devastazioni e i sacrilegi compiuti durante questo evento che superò per efferatezza il sacco di Roma del 410. Con particolare crudeltà si infierì contro le persone ecclesiastiche: religiose stuprate, preti e monaci uccisi e venduti come schiavi, chiese, palazzi, case distrutte. Alle stragi seguirono, in rapida successione, la fame ed un'epidemia di peste. Gli abitanti vennero decimati.
Il popolo cattolico interpretò l'evento come un meritato castigo per i propri peccati. Fu solo dopo il terribile sacco che la vita di Roma cambiò profondamente. Il clima di relativismo morale religioso si dissolse e la miseria generale diede alla Città sacra un'impronta austera e penitente. Questa nuova atmosfera rese possibile la grande rinascita religiosa della Contro-Riforma cattolica del XVI secolo.
 
Fonte: Corrispondenza Romana, 14/03/2013

venerdì 22 febbraio 2013

vescovi

Da qui le dimissioni.
 
di P. Giovanni Cavalcoli, OP


Gli studiosi di storia della Chiesa hanno notato come dai tempi dell’immediato postconcilio, ossia del pontificato di Paolo VI, il papato abbia cominciato a indebolire la sua autorità nei confronti dell’episcopato e ciò con tutta probabilità a causa di alcuni difetti insiti nelle direttive pastorali del Concilio, concernenti il rapporto del Papa con in vescovi. Mi riferisco soprattutto alla figura di vescovo che emerge dai decreti conciliari sull’argomento, alla dottrina della collegialità episcopale e della Chiesa locale, dalla quale sono sorte poi le conferenze episcopali nazionali e l’istituto del sinodo mondiale dei vescovi.

Le direttive del Concilio in merito contengono certamente alcuni elementi validi, come per esempio la responsabilizzazione del vescovo e degli episcopati nazionali come deputati a una creatività pastorale che tenga conto delle situazioni concrete del loro gregge, senza quindi limitarsi ad essere dei semplici interpreti e trasmettitori delle direttive provenienti da Roma, e come dotati di una santa libertà e capacità di iniziativa nei confronti di Roma stessa nel suggerire proposte e addirittura modifiche nella condotta pastorale della Sede Apostolica, nonché nel correggere abusi ed errori per conto proprio senza aspettare l’imbeccata da Roma.

Senonchè però nei medesimi documenti sull’argomento viene delineato un modello di vescovo che, se da una parte brilla per la sua caritatevole vicinanza al gregge, misericordioso e comprensivo, aperto al dialogo con tutti, credenti e non credenti, dall’altra risulta deplorevolmente assente l’altro tradizionale ed essenziale aspetto del ministero episcopale di collaborazione con la Sede Romana nella vigilanza (episkopos = sorvegliante) nei confronti delle idee false che possono diffondersi nel popolo di Dio in materia di fede e di buoni costumi, e quindi riguardo la suo sacro dovere di correggere gli erranti sia in materia di fede che di morale.

In tal modo, a causa di questa mancata vigilanza o ingenuità o negligenza o eccessiva indulgenza che dir si voglia, come chiunque non schiavo di pregiudizi oggi può constatare, da cinquant’anni a questa parte ha cominciato a sorgere con uno spaventoso crescendo una crisi di fede o ribellione o disobbedienza a Roma nell’ambito della fede a tutti i livelli e in tutti gli ambienti della compagine ecclesiale: fedeli, sacerdoti, religiosi, teologi e moralisti, non esclusi membri dello stesso episcopato e del collegio cardinalizio, senza che Roma sia stata in grado di opporre una valida difesa e di correggere efficacemente i devianti, i quali viceversa, vedendo il successo ottenuto e l’assenza di ostacoli opposti dall’autorità, sono diventati sempre più arroganti e prepotenti, acquistandosi nella Chiesa con l’inganno, l’adulazione e l’astuzia, molti posti di potere, persino negli stessi ambienti romani, da dove adesso hanno la possibilità di contrastare maggiormente il Magistero del Papa e soffocare quelle poche voci rimaste fedeli al detto Magistero,  sostenendo o tollerando invece eretici e ribelli sempre più spavaldi e sicuri di se stessi.

Mi riferisco soprattutto a quel nefasto neomodernismo, subito denunciato ma ahimè invano da spiriti acuti come il Maritain, il Siri, il Fabro, il Parente, il Piolanti, il von Hildebrand, il Perini, l’Ottaviani, il Lakebrink, i teologi domenicani Enrico Rossetti, Guido Casali, Alberto Galli, Tomas Tyn ed altri, neomodernismo che, latente nei lavori stessi del Concilio ma lì ovviamente represso, ha fatto capolino con temeraria audacia sin dall’immediato postconcilio ed approfittando appunto del mancato intervento dei vescovi, alcuni dei quali conniventi a tanto scempio, col pretesto ingannevole di realizzare quel Concilio che essi invece falsificavano, si è talmente rafforzato da metter oggi il Sommo Pontefice nelle tristissime e drammatiche condizioni, quasi inaudite, di non sentirsi più in grado di governare la Chiesa. Da qui le dimissioni.