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giovedì 14 marzo 2013

L' invidia del Diavolo


«Questa guerra non è vostra, ma di Dio». L’invidia del Demonio



di Jorge Mario Bergoglio, S.J.

Lettera del cardinale Bergoglio ai quattro monasteri carmelitani di Buenos Aires in occasione del voto al Senato della Repubblica Argentina sulla proposta di legge intesa a legalizzare il matrimonio e le adozioni omosessuali (approvata il 15 luglio 2010). Traduzione di Massimo Introvigne.

Buenos Aires, 22 giugno 2010

Care sorelle,
Scrivo queste poche righe a ciascuna di voi che siete nei quattro monasteri di Buenos Aires. Il popolo argentino dovrà affrontare nelle prossime settimane una situazione il cui esito può seriamente ferire la famiglia.

542774_517220354983255_1187411213_nSi tratta del disegno di legge che permetterà il matrimonio a persone dello stesso sesso. È in gioco qui l’identità e la sopravvivenza della famiglia: padre, madre e figli. È in gioco la vita di molti bambini che saranno discriminati in anticipo e privati della loro maturazione umana che Dio ha voluto avvenga con un padre e con una madre. È in gioco il rifiuto totale della legge di Dio, incisa anche nei nostri cuori.

Ricordo una frase di Santa Teresina quando parla della sua malattia infantile. Dice che l’invidia del Demonio voleva vendicarsi della sua famiglia per l’entrata nel Carmelo della sua sorella maggiore. Qui pure c’è l’invidia del Demonio, attraverso la quale il peccato entrò nel mondo: un’invidia che cerca astutamente di distruggere l’immagine di Dio, cioè l’uomo e la donna che ricevono il comando di crescere, moltiplicarsi e dominare la terra.

Non siamo ingenui: questa non è semplicemente una lotta politica, ma è un tentativo distruttivo del disegno di Dio. Non è solo un disegno di legge (questo è solo lo strumento) ma è una «mossa» del padre della menzogna che cerca di confondere e d’ingannare i figli di Dio. E Gesù dice che per difenderci da questo accusatore bugiardo ci manderà lo Spirito di Verità.

Oggi la Patria, in questa situazione, ha bisogno dell’assistenza speciale dello Spirito Santo che porti la luce della verità in mezzo alle tenebre dell’errore. Ha bisogno di questo Avvocato per difenderci dall’incantamento di tanti sofismi con i quali si cerca a tutti i costi di giustificare questo disegno di legge, e che confondono e ingannano perfino persone di buona volontà.

Per questo mi rivolgo a Voi e chiedo preghiere e sacrificio, le due armi invincibili di santa Teresina. Invocate il Signore affinché mandi il suo Spirito sui senatori che saranno impegnati a votare. Che non lo facciano mossi dall’errore o da situazioni contingenti, ma secondo ciò che la legge naturale e la legge di Dio indicano loro. Pregate per loro e per le loro famiglie che il Signore li visiti, li rafforzi e li consoli. Pregate affinché i senatori facciano un gran bene alla Patria.

Il disegno di legge sarà discusso in Senato dopo il 13 luglio. Guardiamo a san Giuseppe, a Maria e al Bambino e chiediamo loro con fervore di difendere la famiglia argentina in questo particolare momento. Ricordiamo ciò che Dio stesso disse al suo popolo in un momento di grande angoscia: «Questa guerra non è vostra, ma di Dio». Che ci soccorrano, difendano e accompagnino in questa guerra di Dio.

Grazie per quanto farete in questa lotta per la Patria. E per favore vi chiedo anche di pregare per me. Che Gesù vi benedica e la Vergine Santa vi conservi.
Con affetto

Jorge Mario Bergoglio, S.J.
Arcivescovo di Buenos Aires
 

martedì 12 marzo 2013

chiesa

Mi auguro la semina d’autunno, non l’impollinazione primaverile della chiesa

 


 

Che dire se certe cose ormai le dobbiamo trovare affermate con vigore dagli atei (sia pure devoti) come  Giuliano Ferrara? Così scrive su Il Foglio del 3 marzo:
Non credo nel mito della primavera vaticana, la primavera della chiesa cattolica e del papato. La chiesa deve seminare, come si fa in autunno, non farsi impollinare come un fiore d’aprile. I padroni dell’opinione pubblica internazionale, anche cattolica, esigono un nuovo abbraccio del mondo com’è. Andare incontro, inseguire il temperamento dei popoli e delle culture, essere abilmente mimetici, formalizzare nuove regole di vita della chiesa ricalcate sui criteri di giudizio del secolo, delle ondate della modernità dal XVI secolo in poi, abolire le vecchie regole, cancellare le vecchie fattezze. 
Se è così, tanto vale chiudere bottega. L’esperimento dell’impollinazione è stato già fatto, ha avuto una sua grandezza, era cosa ambiziosa, ma è fallito, e non è colpa della curia romana se il modo di trattare problemi antichi e nuovi della bottega religiosa risente di un intirizzimento dell’anima, non scalda più i cuori, non si costruisce su ragione e fede in quell’equilibrio sovrano tentato da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ci sono già l’Onu e l’Unesco, c’è già la filosofia universalistica dei diritti umani, c’è la coscienza umanitaria, ci sono idoli e miti del contemporaneo come l’eguaglianza, la libertà, la fratellanza, c’è un’arietta perenne di luce primaverile che occlude ogni visuale del dolore, del peccato, della redenzione, del soprannaturale, della salvezza interiore e collettiva, della penitenza, della riconciliazione e della misericordia, e c’è un’idea realistica e mediocre della fede personale, intesa come un comportamento di vita, non come un’esperienza indicibile, una grazia lontana ed efficace a prescindere dalla coscienza, una misura di irrazionale dentro la razionalità e la bellezza anche esteriore della visione evangelica, dell’imitazione cristica, dell’affidamento a un Messia, a un Dio incarnato.
Il problema non sta nel consentire ai preti di sposarsi, consentitelo pure. Il problema è che, sposati o no, la carne resta il luogo agostiniano della concupiscenza, il dolce piacere dell’abbandono al momento, all’attimo, contro la fragranza immacolata dell’affidamento all’eterno. Se per governare il corpaccione della chiesa fosse necessario emanciparla dal riformismo di quel grandissimo Papa che fu s. Gregorio VII, come suggerisce Hans Küng, e dunque ci dovesse toccare un’assemblea discutidora di vescovi al posto del vicario di Cristo infallibile, un’elaborazione teologica sempre meno petrina, sempre meno romana, sempre più legata agli schemi di vita e di spiritualità di quell’etnia primitiva orante che solo le riforme di s. Paolo e di s. Agostino e di Costantino e dei Gregorio hanno trasformato in ecclesia, in popolo di Dio in cammino, in istituzione universale ricalcata sul modello laico e precristiano dell’Impero romano, sia pure, sia fatta la volontà del clero e del laicato e della teologia progressista. Ma alla fine del percorso avremmo un calco del già noto, un codice di morale kantiana piegato alle esigenze dell’edonismo piccino del tempo nostro, non l’apparizione della grazia, non un ritorno di Dio, qualunque cosa questo possa significare per credenti e non credenti. Spero che si vada alla radice, e che cominci la semina, dopo anni di impollinazione e rinuncia.

domenica 3 marzo 2013

papa monaco

Una lettera di Berlicche su Benedetto XVI

(liberamente ispirato a C.S. Lewis, Le lettere di Berlicche)

                                                                                                         Mio caro Malacoda,
i servi del Nemico – quelli che lui si ostina a chiamare “figli”, insomma quelli lì che si autodefiniscono cristiani – sono in sede vacante da soli due giorni e già siamo nei guai: quel vecchio teologo bavarese ne sa una più del diavolo, cioè di noi… sin da quando vestiva di rosso è una vera grana, tanto più che aspettavamo con ansia il suo pensionamento e invece il suo amico polacco lo ha voluto accanto fino alla fine. Già nel 1984 (secondo il calendario dei mortali) ci aveva inflitto un duro colpo. Provo a rinfrescarti la memoria: eravamo riusciti ad arruolare legioni di preti, con una duplice strategia, per cui una parte abbandonava l’abito, gli altri avevano il compito di diffondere l’idea che tutta la dottrina precedente fosse da buttare via e che si dovesse ricostruire tutto da capo – ovviamente seguendo le nostre sagge ispirazioni. E lui si fece intervistare da un giornalista – uno di quelli che ci sono sfuggiti e tuttora ci provoca problemi – e ne uscì fuori un libro che ebbe il tragico effetto di sabotare la nostra abile propaganda. Naturalmente abbiamo risposto in tutti i modi possibili e la strategia più efficace consisteva nel diffondere – grazie ad altri giornalisti che invece ci servono fedelmente – la leggenda del “panzerkardinal”. Leggenda che abbiamo riproposto con maggiore forza otto anni fa, nel momento fatidico del conclave. Aggiungi pure una certa enfasi sull’età già avanzata (aveva già 78 anni) e un abile taglia e cuci sulla predica che fece prima dell’ingresso nella Sistina. Il gioco sembrava fatto. E invece sappiamo come è andata.
Certo che quando proprio lui è uscito da lì vestito di bianco ho giurato che avremmo scatenato l’inferno – è proprio il caso di dirlo. Ti basti ricordare alcuni dei nostri successi: il falso scandalo sul preservativo, il caso vatileaks, l’indifferenza di tanti preti verso la liturgia (eravamo riusciti a banalizzarla così bene e lui invece insisteva…), lo scandalo pedofilia (sai bene che a noi delle vittime non importa nulla, ma uno dei trucchetti del nostro mestiere è far leva su alcuni casi pietosi per screditare tutta la squadra del Nemico). Il nostro reparto editoriale poi ha rasentato la perfezione mediante l’introduzione di piccoli e ben mirati errori di traduzione dei suoi libri e finendo per fargli dire il contrario di ciò che lui intendeva dire. Per non parlare dei nostri grandi alleati, i massmedia che ogni giorno riuscivano a deformare alla perfezione tutto ciò che lui diceva – va detto che anche certi giornali cattolici ci sono di grande aiuto in questo. Aggiungi come ciliegina sulla torta la sua salute non proprio di ferro e tutte le mille punzecchiature che siamo riusciti a infliggergli e, in breve, gli abbiamo foderato di spine il trono di Pietro. Certo, lui si rendeva conto che il vigore diminuiva ma, ostinato com’è nel servizio del Nemico, sarebbe rimasto fino alla fine anche soffrendo – lo sai che hanno la fissa del martirio – finché non gli è venuta un’idea per noi peggiore: quella di ritirarsi a pregare e lasciare il timone della barca del Nemico in mani più vigorose. Tutto ciò presentava per noi la ghiotta occasione di indebolire il Papato, ma abbiamo fatto male i conti…
Innanzitutto ci ha colto di sorpresa l’attaccamento dei suoi: persino quelli che avevano creduto alla nostra storiella del panzerkardinal e gli erano più indifferenti, hanno manifestato affetto verso di lui e verso tutta la sua istituzione. E come se non bastasse si sono allarmati di fronte alla prospettiva della Cattedra vuota, dando importanza al Papato proprio quando a noi sembrava di averlo indebolito.
Altro piano fallito: il “papa a tempo” è un vecchio sogno dei catto-progressisti, quelli che credono di poter servire il Nemico con i nostri strumenti e quindi finiscono per collaborare con noi (in effetti questi qui sono uno dei nostri grandi successi, astuti come colombe e puri come serpenti). E invece lui cosa va a inventarsi: mica il “papa pensionato”, no, ha inventato il “papa monaco”! Negli ultimi giorni poi si è accanito particolarmente contro di noi. Prima ha denunciato il “concilio dei giornalisti” (era uno dei nostri cavalli di battaglia e lo ha smascherato a chiare lettere, come del resto aveva già fatto altre volte). Ma soprattutto ha detto che, anche rinunciando al ministero, non si torna alla vita libera che conduceva in precedenza (con la quale comunque, come ti ho detto, ci ha dato grossi guai). Ha detto che la sua vita non è più privata ma totalmente dedita al servizio del Nemico e che vuole seguire quell’altro Benedetto che tanti secoli prima aveva inferto una ferita ai nostri piani, proprio quando stavamo per disgregare mezzo mondo. Insomma, dice che quando uno diventa Papa poi non torna più quello di prima: o attivo o contemplativo. Altro che vecchietto mite, quello lì è furbo e ora che non è più al timone intende continuare a combatterci con armi troppo forti per noi. È una vera tragedia, tu sai quanto danno ci procurano quelli che pregano incessantemente (ad esempio, la nostra battaglia contro gli ordini contemplativi è determinante). Gli effetti si sentono già ora che è libero di pregare tutto il giorno. La sua preghiera poi ci fa particolarmente male – sento già una fitta, ahi! – perché non è la solita preghierina egoistica: mica si limita a chiedere favori per sé, no, lui innanzitutto loda il nostro Nemico e – orrore – lo adora! E poi gli porta le preghiere di tutto il mondo, in altre parole è – scusa il termine, ma devo farti capire la gravità della situazione – un “intercessore”! A loro volta, i suoi stanno pregando per lui e per il suo successore: una valanga di preghiere che rischia di mandare all’aria i nostri piani!
Non ci resta che giocare l’ultima carta in vista del conclave: la curiosità. Facciamo leva sull’interesse suscitato da questi eventi per tentare, ancora una volta, di volgerli a nostro favore. Facciamo di tutto per far sì che i servi del Nemico siano convinti di essere occupati in nobili attività – tipo chiacchiere inutili, scambio di opinioni sulla sua salute e sulla rinuncia, gossip, ipotesi sul papa nero o sul papa giallo, notizie stravaganti sul conclave o sulla sede vacante, plastici della Cappella Sistina, scommesse su questo o quel cardinale, insomma, fatti venire qualche idea – purché dimentichino la sola cosa che realmente è senza rimedio per noi (e che purtroppo stanno già facendo): pregare per il conclave. Altrimenti nel giro di qualche settimana rischiamo di avere allo stesso tempo un nuovo pontefice che ci danneggia con la sua azione e il suo predecessore che lo rafforza con le sue preghiere. Non il papato indebolito, non un papa “pensionato” come speravamo, ma al contrario un papa regnante e uno orante. E per noi sarebbe la fine.

Tuo affezionatissimo zio
Berlicche

sabato 23 febbraio 2013

crisi della fede

Crisi di fede, ci vuole una reazione


(di Roberto de Mattei su Il Foglio del 23-02-2013) Giuliano Ferrara ha certamente ragione quando, sul Foglio del 22 febbraio, denuncia la strategia della calunnia di cui si fanno strumento in questi giorni i mass-media. La tesi ormai dominante è che Benedetto XVI si è “arreso” davanti a una curia corrotta e ingovernabile, ma ciò che si insinua è che la morbosità sessuale, il crimine e l’intrigo facciano parte della natura stessa della chiesa romana.

Questa offensiva mediatica dovrebbe togliere ogni illusione a chi ancora crede nella possibilità di conciliare la chiesa con i “poteri forti” laicisti che oggi tentano di schiacciarla. La reazione cattolica dovrebbe essere virile e combattiva e partire dall’ammissione dell’esistenza di una crisi di fede di cui l’innegabile decadenza morale degli ambienti ecclesiastici è, insieme, causa e conseguenza. L’espressione più recente di tale crisi dottrinale è l’assenso dato dalla Conferenza episcopale tedesca
alla cosiddetta “pillola del giorno dopo”, in casi estremi come lo stupro.
Questa dichiarazione sembra rappresentare la simbolica rivincita dell’episcopato centroeuropeo sull’Humanae Vitae del 25 luglio 1968. L’enciclica di Paolo VI, che condannava categoricamente la contraccezione, fu apertamente contestata da un gruppo di vescovi “renani”, gli stessi che avevano applaudito il cardinale Suenens, quando nell’aula del Concilio Vaticano II, il 29 ottobre 1964, egli aveva rivendicato il controllo delle nascite, pronunciando con tono veemente, le parole: “Non ripetiamo il processo di Galileo!”.

Oggi i vescovi tedeschi rialzano con clamore una bandiera mai ammainata. L’ombra del Vaticano II avvolge del resto l’atto di rinuncia di Benedetto XVI, avvenuto proprio mentre sono in corso le celebrazioni del suo cinquantesimo anniversario. Non a caso, l’ultimo discorso, programmatico e retrospettivo del Papa al clero di Roma, lo scorso 14 febbraio, ha colto le origini della crisi religiosa nel “Concilio virtuale” che al Vaticano II si sarebbe sovrapposto. Il Concilio dei mezzi di comunicazione, secondo Benedetto XVI, “era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri, un Concilio” – ha aggiunto – “accessibile a tutti”, “dominante, più efficiente” causa di “tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata… e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale”.

Nell’èra della comunicazione sociale, in cui è vero ciò che è comunicato, il Concilio virtuale non fu però meno reale di quello che si svolgeva all’interno della basilica di San Pietro, tanto più che il Vaticano II volle essere un Concilio pastorale, che affidava il suo messaggio ai nuovi strumenti espressivi. Oggi più di allora i mass media sono in grado non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiedono.

Lo stesso Benedetto XVI ne ha ripetutamente parlato, sottolineando il loro potere di manipolazione. Un gesto storico, come il suo atto di rinuncia al pontificato, è inevitabilmente destinato a essere anche un evento mediatico. E quale altra immagine può trasmettere se non quella di un uomo e di una istituzione privi della forza per combattere il male che avanza? Come meravigliarsi dell’uso della parola “resa”?
Di fronte a questa evidenza, i migliori cattolici non ammettono che la ragione ultima e vera della rinuncia sia quella esposta dal Papa con queste ormai celebri parole: “Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”.

Per difendere il gesto “umile e coraggioso” di Benedetto XVI, ci si affanna a ricercarne le recondite intenzioni, rinunciando a esaminare quelle che possono essere le oggettive conseguenze. Secondo alcuni il Papa ha voluto invitarci a distogliere il nostro sguardo miope dalla temporalità del potere; altri hanno pensato che il gesto sarebbe stata la “merce di scambio” per qualche ultimo clamoroso atto del pontificato, come la riconciliazione con la Fraternità San Pio X. C’è perfino chi ha parlato di “ritirata strategica”, per aiutare il nuovo Papa a organizzare il “dopo Ratzinger”. Tranne qualche lodevole eccezione, come quella dell’arcivescovo di Digione, Roland Minnerath, che ha sottolineato l’importanza delle potenziali “conseguenze collaterali” della decisione, pochi tra i cattolici ammettono che possa trattarsi di un gesto destinato a indebolire il Papato, quasi che a portare nocumento al Papato sia l’oggettiva constatazione del fatto, e delle sue conseguenze, e non il fatto stesso.

Il Papato in se stesso naturalmente non è toccato. Il Sommo Pontefice, che non può essere deposto da nessuno, nemmeno da un Concilio, ha il pieno diritto di rinunciare alla sua missione. Quando abdica egli esercita un atto sovrano che in nulla scalfisce il suo supremo potere di giurisdizione. Il Papa resta, ontologicamente, l’unico supremo legislatore della chiesa universale. Si tratta di un dogma di fede. I canoni 331 e 333 del nuovo codice di diritto canonico, definiscono l’autorità del Pontefice romano come un potere di governo supremo, perché nessuna autorità è a lui uguale e nessuno può giudicarlo; plenario, perché, nelle cose di fede e di morale, è un potere illimitato in estensione ed intensità; universale, perché è esteso su tutti e singoli vescovi e su tutti e singoli i fedeli; immediato, perché il Papa può esercitare il suo diritto di intervento diretto in qualsiasi momento, in ogni campo, su qualsiasi persona.

A questo supremo potere di governo, si aggiunge quello di magistero, che comporta a determinate condizioni, il carisma dell’infallibilità. Benedetto XVI, pur godendo di tutti questi poteri, non ha ritenuto opportuno esercitarli nella sua pienezza. Con atto libero e consapevole, ha rinunciato a esercitare non solo il potere di infallibilità del suo Magistero, ma anche il supremo potere di governo, fino al punto di rimettere a Cristo e alla chiesa il munus che il 19 aprile 2005 aveva accettato. Il suo pontificato è ora consegnato alla storia.

Possiamo aggiungere che se il successore di Benedetto XVI vorrà applicare un programma “ratzingeriano”, che vada dalla difesa dei princìpi non negoziabili all ’ i mplementazione del motu proprio Summorum Pontificum, dovrà farlo con quelle forze fisiche e morali, ovvero con quell’energia, di cui Benedetto XVI l’11 febbraio 2013, si è pubblicamente confessato incapace. Ma come pensare che la realizzazione di questo programma non provochi ancor più violenti attacchi alla chiesa da parte delle lobby secolariste?

Se poi il nuovo eletto capovolgerà la linea di governo ratzingeriana, per avventurarsi nella sabbie mobili dell’eterodossia, nell’illusione di addomesticare il mondo, come immaginare che ciò non provochi una reazione dei difensori della Tradizione? Le parole persecuzione, scisma ed eresia hanno accompagnato la chiesa in duemila anni di storia. Se qualcuno oggi non ne vuol sentir parlare, è perché ha rinunziato a combattere. Ma la guerra purtroppo è in atto.
Roberto de Mattei

venerdì 22 febbraio 2013

vescovi

Da qui le dimissioni.
 
di P. Giovanni Cavalcoli, OP


Gli studiosi di storia della Chiesa hanno notato come dai tempi dell’immediato postconcilio, ossia del pontificato di Paolo VI, il papato abbia cominciato a indebolire la sua autorità nei confronti dell’episcopato e ciò con tutta probabilità a causa di alcuni difetti insiti nelle direttive pastorali del Concilio, concernenti il rapporto del Papa con in vescovi. Mi riferisco soprattutto alla figura di vescovo che emerge dai decreti conciliari sull’argomento, alla dottrina della collegialità episcopale e della Chiesa locale, dalla quale sono sorte poi le conferenze episcopali nazionali e l’istituto del sinodo mondiale dei vescovi.

Le direttive del Concilio in merito contengono certamente alcuni elementi validi, come per esempio la responsabilizzazione del vescovo e degli episcopati nazionali come deputati a una creatività pastorale che tenga conto delle situazioni concrete del loro gregge, senza quindi limitarsi ad essere dei semplici interpreti e trasmettitori delle direttive provenienti da Roma, e come dotati di una santa libertà e capacità di iniziativa nei confronti di Roma stessa nel suggerire proposte e addirittura modifiche nella condotta pastorale della Sede Apostolica, nonché nel correggere abusi ed errori per conto proprio senza aspettare l’imbeccata da Roma.

Senonchè però nei medesimi documenti sull’argomento viene delineato un modello di vescovo che, se da una parte brilla per la sua caritatevole vicinanza al gregge, misericordioso e comprensivo, aperto al dialogo con tutti, credenti e non credenti, dall’altra risulta deplorevolmente assente l’altro tradizionale ed essenziale aspetto del ministero episcopale di collaborazione con la Sede Romana nella vigilanza (episkopos = sorvegliante) nei confronti delle idee false che possono diffondersi nel popolo di Dio in materia di fede e di buoni costumi, e quindi riguardo la suo sacro dovere di correggere gli erranti sia in materia di fede che di morale.

In tal modo, a causa di questa mancata vigilanza o ingenuità o negligenza o eccessiva indulgenza che dir si voglia, come chiunque non schiavo di pregiudizi oggi può constatare, da cinquant’anni a questa parte ha cominciato a sorgere con uno spaventoso crescendo una crisi di fede o ribellione o disobbedienza a Roma nell’ambito della fede a tutti i livelli e in tutti gli ambienti della compagine ecclesiale: fedeli, sacerdoti, religiosi, teologi e moralisti, non esclusi membri dello stesso episcopato e del collegio cardinalizio, senza che Roma sia stata in grado di opporre una valida difesa e di correggere efficacemente i devianti, i quali viceversa, vedendo il successo ottenuto e l’assenza di ostacoli opposti dall’autorità, sono diventati sempre più arroganti e prepotenti, acquistandosi nella Chiesa con l’inganno, l’adulazione e l’astuzia, molti posti di potere, persino negli stessi ambienti romani, da dove adesso hanno la possibilità di contrastare maggiormente il Magistero del Papa e soffocare quelle poche voci rimaste fedeli al detto Magistero,  sostenendo o tollerando invece eretici e ribelli sempre più spavaldi e sicuri di se stessi.

Mi riferisco soprattutto a quel nefasto neomodernismo, subito denunciato ma ahimè invano da spiriti acuti come il Maritain, il Siri, il Fabro, il Parente, il Piolanti, il von Hildebrand, il Perini, l’Ottaviani, il Lakebrink, i teologi domenicani Enrico Rossetti, Guido Casali, Alberto Galli, Tomas Tyn ed altri, neomodernismo che, latente nei lavori stessi del Concilio ma lì ovviamente represso, ha fatto capolino con temeraria audacia sin dall’immediato postconcilio ed approfittando appunto del mancato intervento dei vescovi, alcuni dei quali conniventi a tanto scempio, col pretesto ingannevole di realizzare quel Concilio che essi invece falsificavano, si è talmente rafforzato da metter oggi il Sommo Pontefice nelle tristissime e drammatiche condizioni, quasi inaudite, di non sentirsi più in grado di governare la Chiesa. Da qui le dimissioni.

venerdì 15 febbraio 2013

MISSA PRO ELIGENDO SUMMO PONTIFICE

PRO ELIGENDO PAPA



COLLETTA   O Dio, pastore eterno, che governi il tuo popolo con sollecitudine di padre, dona alla tua Chiesa un papa a te accetto per santità di vita, interamente consacrato al servizio del tuo popolo. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

SULLE  OFFERTE
Apri, Signore, i tesori della tua misericordia e per quest'offerta, espressione viva della nostra fede, allieta la tua Chiesa con il dono di un papa secondo il tuo cuore; Per Cristo nostro Signore.

DOPO  LA  COMUNIONE
O Padre, che in questo sacramento di salvezza ci hai ristorato con il corpo e sangue del tuo Figlio, donaci un papa santo che illumini il tuo popolo con la verità del Vangelo e lo edifichi con la testimonianza della vita. Per Cristo nostro Signore.
 
Ant. ad introitum Mt 1 Suscitábo mihi sacerdótem fidélem, qui iuxta cor meum et ánimam meam fáciet; et aedificábo ei domum fidélem, et ambulábit coram me cunctis diébus.

Collecta Deus, qui, pastor aetérnus, gregem tuum assídua custódia gubérnas, eum imménsa tua pietáte concédas Ecclésiae pastórem, qui tibi sanctitáte pláceat, et vígili nobis sollicitúdine prosit. Per Dóminum.

Super oblata Tuae nobis, Dómine, abundántia pietátis indúlgeat, ut, per sacra múnera quae tibi reverénter offérimus, gratum maiestáti tuae pastórem Ecclésiae sanctae praeésse gaudeámus.
Per Christum.

PRAEFATIO I DE APOSTOLIS

Vere dignum et iustum est, aequum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine, sancte Pater, omnípotens aetérne Deus: Qui gregem tuum, Pastor aetérne, non déseris, sed per beátos Apóstolos contínua protectióne custódis, ut iísdem rectóribus gubernétur, quos Fílii tui vicários eídem contulísti praeésse pastóres. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus, cumque omni milítia caeléstis exércitus, hymnum glóriae tuae cánimus, sine fine dicéntes: Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt caeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.
Ant. ad communionem
Jn 15,16 Ego elégi vos et pósui vos, ut fructum afferátis, et fructus vester máneat, dicit Dóminus.
Post communionem Reféctos, Dómine, Córporis et Sánguinis Unigéniti tui salubérrimo sacraménto, nos mirífica tuae maiestátis grátia de illíus pastóris concessióne laetíficet, qui et plebem tuam virtútibus ínstruat, et fidélium mentes evangélica veritáte perfúndat. Per Christum.



MISSA PRO ELIGENDO SUMMO
PONTIFICE
Dicitur Missa de Spiritu Sancto, vel ut sequitur.
Introitus
1 Reg. 2, 35
SUSCITÁBO mihi sacerdótem fidélem, qui juxta cor meum et ánimam meam fáciet: et aedificábo ei domum fidélem, et ambulábit coram Christo meo cunctis diébus. (T. P. Allelúja, allelúja.) Ps. 131, 1 Meménto, Dómine, David: et omnis mansuetúdinis ejus. V/. Glória Patri.

Oratio
SÚPPLICI, Dómine, humilitáte depóscimus: ut sacrosánctae Románae Ecclésiae concédat Pontíficem illum tua imménsa píetas ; qui et pio in nos stúdio semper tibi plácitus, et tuo pópulo pro salúbri regímine sit assídue ad glóriam tui nóminis reveréndus. Per Dóminum.

Léctio Epístolae beáti Pauli Apóstoli ad Hebraéos.
Hebr. 4, 16 ; 5, 1-7
FATRES: Adeámus cum fidúcia ad thronum grátiae, ut misericórdiam consequámur, et grátiam inveniámus in auxílio opportúno. Omnis namque póntifex ex homínibus assúmptus, pro homínibus constitúitur in iis, quae sunt ad Deum, ut ófferat dona, et sacrifícia pro peccátis: qui condolére possit iis, qui ignórant et errant: quóniam et ipse circúmdatus est infirmitáte: et proptérea debet, quemádmodum pro pópulo, ita étiam et pro semetípso offérre pro peccátis. Nec quisquam sumit sibi honórem, sed qui vocátur a Deo, tamquam Aaron. Sic et Christus non semetípsum clarificávit, ut póntifex fíeret, sed qui locútus est ad eum: Fílius meus es tu, ego hódie génui te. Quemádmodum et in álio loco dicit: Tu es sacérdos in aetérnum, secúndum órdinem Melchísedech. Qui in diébus carnis suae preces supplicationésque ad eum, qui possit illum salvum fácere a morte, cum clamóre válido et lácrimis ófferens, exaudítus est pro sua reveréntia.
Graduale Levit. 21, 10 Póntifex sacérdos magnus inter fratres suos, super cujus caput fusum est unctiónis óleum, et cujus manus in sacerdótio consecrátae sunt, vestitúsque est sanctis véstibus: débuit per ómnia frátribus similári. V/. Hebr. 2, 17 Ut miséricors fíeret, et fidélis póntifex ad Deum: ut repropitiáret delícta pópuli.Allelúja, allelúja. V/. Levit. 21, 8 Sacérdos sit sanctus, sicut et ego sanctus sum, Dóminus, qui sanctífico vos. Allelúja.
Post Septuagesimam, omissis Allelúja et Versu sequenti, dicitur

Tractus
Ps. 131, 8-10 Surge, Dómine, in réquiem tuam: tu et arca sanctificatiónis tuae. V/. Sacerdótes tui induántur justítiam, et sancti tui exsúltent. V/. Propter David servum tuum, non avértas fáciem Christi tui.
Tempore autem Paschali omittitur Graduale, et ejus loco dicitur:Allelúja , allelúja. V/. Levit. 21, 8 Sacérdos sit sanctus, sicut et ego sanctus sum, Dóminus, qui sanctífico vos. Allelúja. V/. Joann. 10, 14 Ego sum pastor bonus: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meae. Allelúja.
+ Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem. Joann. 14, 15-21
IN illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Si dilígitis me, mandáta mea serváte. Et ego rogábo Patrem, et álium Paráclitum dabit vobis, ut máneat vobíscum in aetérnum, Spíritum veritátis, quem mundum non potest accípere, quia non videt eum nec scit eum. Vos autem cognoscétis eum: quia apud vos manébit, et in vobis erit. Non relínquam vos órphanos: véniam ad vos. Adhuc módicum, et mundus me jam non videt. Vos aurem vidétis me, quia ego vivo, et vos vivétis. In illo die vos cognoscétis quia ego sum in Patre meo, et vos in me, et ego in vobis. Qui habet mandáta mea et servat ea: ille est, qui díligit me. Qui autem díligit me, diligétur a Patre meo: et ego díligam eum, et manifestábo ei meípsum.
Offertorium 3 Esdrae 5, 40 Non participéntur sancta, donec exsúrgat póntifex in ostensiónem, et veritátem. (T. P. Allelúja.)
Secreta
TUAE nobis, Dómine, abundántia pietátis indúlgeat: ut per sacra múnera, quae tibi reverénter offérimus, gratum majestáti tuae Pontíficem sanctae matris Ecclésiae regímini praeésse gaudeámus. Per Dóminum.
Communio Exodi 29, 29-30 Veste sancta utétur póntifex, qui fúerit constitútus, et ingrediétur tabernáculum testimónii, ut minístret in sanctuário. (T. P. Allelúja.)
PostcommunioPRETIÓSI córporis et sánguinis tui nos, Dómine, sacraménto reféctos, mirífica tuae majestátis grátia de illíus summi Pontíficis concessióne laetíficet: qui et plebem tuam virtútibus ínstruat, et fidélium mentes spirituálium arómatum odóre perfúndat: Qui vivis.

martedì 12 febbraio 2013

QUO VADIS?

Subsistit in

Prendo una significativa frase di un fratello nella fede :
"I tempi si stanno concludendo. Dobbiamo, con dignitoso realismo, riconoscere un dato di fatto evidente, per quanto doloroso possa essere: la Chiesa-quella almeno in cui siamo nati e che abbiamo imparato ad amare sin dal grembo materno-non esiste piu'.
Non ammorbate l'aria, ve ne scongiuro, con urlati "non praevalebunt": volesse il Cielo che queste perorazioni potessero mutare, anche in minima porzione, la realta' delle cose.
Contra factum non valet argumentum. Numquam “.
Con un’acrobatica capovolta i commentatori più laici della carta stampata, gli stessi che hanno quotidianamente attaccato per anni il Vicario di Cristo e Successore di Pietro, anche a causa di un semplice starnuto rinominato tradional-conservatore, oggi hanno “coerentemente” lodato il Papa perché , a loro dire, avendo rinunciato al Suo ministero petrino si sarebbe ammantato di modernità .
Lasciamo le piroette giornalistiche a coloro che desiderano una Chiesa asservita al Principe di questo mondo ed al pensiero unico dominante, di cui essi stessi sono schiavi, per riflettere al QUIA del “gran rifiuto” di Benedetto XVI, di cui abbiamo sempre ammirato anche la garbata mitezza e profonda umanità dimostrate nei confronti degli erranti .
Prendiamo atto di ciò che sapevamo direttamente : il Papa NON ha abdicato per motivi di salute.
Il Papa ha preso quella tremenda decisione a causa della crescente disobbedienza di ampi settori ecclesiastici , vescovi e sacerdoti, desiderosi solo di “twittare” con il Potere mondano e con il nemico del genere umano.
Persino l’articolato discorso di un collaboratore del Papa nel giorno del suo insediamento in Vaticano puzza come una specie di tradimento al Magistero Petrino.
Ad accelerare il “gran rifiuto” di Benedetto XVI ci sarebbe stato, secondo i più informati, un episodio gravissimo che riguarderebbe proprio la disobbedienza del Clero ( come non pensare ad un inquietante passo di un messaggio di Fatima: “Ci saranno Vescovi contro Vescovi e Cardinali contro Cardinali”...).
La disobbedienza dei Chierici al Successore di Pietro, manifestatasi tante volte nel corso degli ultimi pontificati, dal Servo di Dio Paolo VI a Benedetto XVI,  fa riflettere sull’inadeguatezza di certi Consacrati a trasmettere la Fede dei nostri Padri.

Chi non è in comunione col Papa non è Cattolico ! 

Ci sono ancora, purtroppo, delle comunità che pur vantando la legittimità della successione apostolica non sono in piena comunione col Papa, anzi, nonostante gli enormi passi che il nostro amato Santo Padre ha fatto verso di loro, non praticano la piena obbedienza canonica con Roma.
Paradossalmente ci sono pure molti Vescovi e Cardinali che pur essendo in piena comunione disciplinare con Roma fanno finta che il Magistero petrino non esista.
Nei confronti dei cosiddetti gruppi che non sono in piena comunione disciplinare con la Curia Romana si parla spesso di “caso estremo”.
Del resto la contraddizione di chi parla di “caso estremo” è che in tal caso si sarebbe sbagliato Gesù Cristo nel dire a Pietro e ai suoi discendenti “a te darò le chiavi del Regno dei Cieli” e “tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia Chiesa”.
Quindi il caso estremo diventa: se lo Spirito Santo e Gesù Cristo non sono d’accordo, chi bisogna seguire ?
Gli Eminentissimi Cardinali Elettori, alcuni dei quali sono moralmente co-responsabili in prima persona dello stato di necessità che perdura nella Chiesa e  conseguentemente della rinuncia al Ministero petrino dell’anziano Papa, si recheranno in Conclave nella Cappella Sistina cantando il “Veni Creator Spiritus” e le Litanie dei Santi.
Il Signore Gesù rivolgerà ad ognuno di essi la domanda “ Mi ami tu”?
La doverosa obbedienza dei sudditi è legata indissolubilmente al mantenimento totale e puro del deposito della Fede !
"Intendomi chi può, che m'intend'io" (G. Frescobaldi)
A.C.