Visualizzazione post con etichetta Sinodo straordinario sulla famiglia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sinodo straordinario sulla famiglia. Mostra tutti i post

martedì 2 dicembre 2014

CHIESA LASSISTA E AGNOSTICA

DALLA CHIESA LASSISTA

ALLA CHIESA AGNOSTICA

Editoriale di "Radicati nella fede"
Dicembre 2014



  Un Dio che non chiede più nulla agli uomini è come se non esistesse. Questo è l'esito tragico di una Chiesa post-conciliare, che sposando una visione mondana della misericordia giunge ad un agnosticismo pratico. Sì, perché se è vero che c'è un ateismo pratico, quello di chi vive come se Dio non esistesse, pur non negando in modo esplicito la sua esistenza, c'è pure un agnosticismo pratico, quello di chi parla di un Dio che resta sconosciuto, che non parla con chiarezza agli uomini, da cui l'uomo trae quello che vuole a seconda delle occasioni, un Dio che, in fondo, è qui solo per valorizzarti, senza chiederti molto.

 Sembra essere proprio questa la situazione di gran parte del cattolicesimo odierno, quello vissuto concretamente dalla maggioranza dei battezzati.

 Si predica un Dio puro perdono, un Dio consolatorio, che non chiede la conversione personale, che non chiede di cambiare vita. Un Dio pronto ad accogliere le nuove svolte della società, pronto a dichiarare che le immoralità, se vissute con cuore, in fondo non sono proprio immorali. I dibattiti in margine al recente sinodo hanno dato ampio esempio di questo. Il matrimonio non tiene più nel nostro occidente decadente, affrettiamoci allora a dire che Dio non chiede una indissolubilità assoluta. La gente non si sposa più, affrettiamoci allora a dire che, se nei conviventi c'è amore sincero, in qualche modo si supplisce al sacramento... e di questi discorsi, non riferiti solo al matrimonio, potremmo citarne tanti.


 Alla fine possiamo dire di assistere ad un nuovo parlare di Dio, di un Dio che non chiede nulla agli uomini, di un Dio che non vieta nulla. Ai tempi della contestazione andava per la maggiore il “vietato vietare”: oggi questo slogan alberga nella Chiesa rinnovata, nella Chiesa del post-concilio. “Vietato parlare di un Dio che vieta”, sembra essere questo lo slogan con il quale si riprogrammano i quadri dei cattolici impegnati e soprattutto del clero. Si vuole un clero che accolga, senza richiamare al dovere urgente della conversione. Vietato parlare di castigo, di penitenza, di timor di Dio. La gente ha bisogno di consolazione, si dice, di ritrovare fiducia nella Chiesa, allora per favore non vietate! È l'annoiante ritornello.

 Con un colpo di spugna si cancella tutta la Sacra Scrittura, tutto il Vangelo e tutto l'Antico Testamento. Si parla di un Dio che non ritroveremo nella Rivelazione, di un Gesù preso a prestito dal laicismo massonico, ma che non corrisponde a nessun passo del Vangelo. Un Signore che non indica la strada della vita, chiedendo agli uomini di allontanarsi dal peccato; ma di un Signore che si affretta a valorizzare ciò che gli uomini fanno nelle loro ubriacature di peccato.

 Anche gli sforzi della gerarchia sembrano volti a controllare solo quella parte di Chiesa che si attarda a predicare un Dio a cui spiace il peccato, che castiga il peccato, perché l'uomo possa ravvedersi e tornare ad una vita santa. Il “Vietato parlare di un Dio che vieta” diventa “basta con una Chiesa che vieta”. In effetti c'è ancora qualcosa di vietato nelle nostre parrocchie e nelle nostre chiese?

 C'è da domandarsi cosa pensino fedeli e pastori, quando nelle messe viene proclamata la Parola di Dio, quando si ascoltano i profeti che annunciano i castighi di Dio e invitano alla conversione, quando nei vangeli si parla degli ultimi tempi, del giudizio finale e del ritorno glorioso di Cristo.

 Proprio negli anni in cui si è parlato tanto, nella Chiesa, di dialogo con gli ebrei, si è di fatto censurato tutto l'Antico Testamento. È un Dio moderno quello che sta al centro di troppe chiese, un Dio borghese che benedice le tue scelte emancipate, al passo con i tempi, un Dio che non ti chiede più nulla.

 Ma tutta questa falsità è già castigata. Sì, perché un Dio che non ti chiede più nulla è un Dio che di fatto non esiste. Questo è vero anche nel vissuto delle persone: cosa se ne fa l'uomo di un Dio che gli dà sempre ragione?

 Ci siamo scavati la fossa da soli.
 Il cattolicesimo ammodernato si è scavato la fossa da solo: predicando un Dio che è pura accondiscendenza, si è trasformato in un cattolicesimo agnostico, che pur non negando l'esistenza di Dio, vive staccato da Dio, perché per lui Dio è sconosciuto. Se Dio mi dà sempre ragione, se benedice le mie scelte a priori, se Dio coincide con me e con la mia volontà, Dio scompare dalla mia vita. È la tragedia della Chiesa post-conciliare che diventa agnostica.

 Ecco perché nella Chiesa di oggi si parla tanto della Chiesa stessa e del mondo, e quasi mai di Dio.

 Vivendo il Santo Natale ricordiamoci invece che Dio è venuto nel mondo, si è fatto uomo, ha mostrato il suo volto, ci ha parlato lungo i secoli nell'Antico e nel Nuovo Testamento, ci ha detto e ci ha chiesto, e noi dobbiamo ascoltarlo e obbedirgli.

 E la Chiesa deve essere semplicemente il fedele eco del Signore che parla.

martedì 18 novembre 2014

l' eresiarca

la teologia di Rahner e i fallimenti della Chiesa


Una delle domande più interessanti in questo clima da sinodo permanente è se la completa vittoria del gesuita tedesco Karl Rahner nella teologia cattolica sia già avvenuta. Questo spiegherebbe certe posizioni di vescovi che giustificano l’ammissione dei divorziati risposati ed anche dei conviventi omosessuali alla Santa Comunione.

di Stefano Fontana

Una delle domande più interessanti in questo clima da sinodo permanente è se la completa vittoria di Karl Rahner nella teologia cattolica sia già avvenuta. Nessuno può nutrire dubbi sull’enorme influenza avuta dal famoso teologo tedesco sul decorso della teologia postconciliare. È rimasta famosa una inchiesta tra gli studenti della Lateranense subito dopo il Concilio. Alla domanda “Chi è il principale teologo cattolico di tutti i tempi?”, gli studenti non risposero né Sant’Agostino, né San Tommaso d’Aquino, ma Karl Rahner.

Ora, cosa c’entra Rahner con l’attuale sinodo permanente? Non si riesce a respingere l’impressione che molte posizioni che fanno capolino in questo periodo sinodale si rifacciano, in fondo, alle sue tesi teologiche, che sembrano arrivare alla loro concretizzazione completa solo ora. Il motivo – rahnerianamente parlando – è comprensibile: la secolarizzazione si è accentuata e il mondo «in cui Dio non si trova» in vista del quale Rahner aveva elaborato la sua attraente teologia, solo ora si mostra in modo inequivocabile. Solo ora, quindi, è giunto il tempo di Rahner. Egli aveva previsto ciò che ora tutti vedono.

Basterebbe concentrarsi solo sulla questione della comunione ai divorziati risposati. Secondo Rahner, la grazia consiste nella autocomunicazione di Dio all’uomo. Essa ha il suo culmine in Gesù Cristo, ma era cominciata anche prima, fin dalla Creazione ed ha seguito l’evoluzione dello spirito fino, appunto, all’incarnazione del Verbo. Questa autocomunicazione di Dio non consiste nel fatto che Dio abbia detto qualcosa su di sé. Essa consiste nel fatto che Dio è il nostro apriori esistenziale, l’orizzonte che dà senso a tutte le nostre domande e conoscenze e che non può a sua volta essere conosciuto, perché altrimenti diventerebbe una cosa tra le altre e non sarebbe più l’orizzonte. Dio è il mistero silente che ogni uomo, anche colui che lo nega, presuppone, dato che senza quell’orizzonte non si sarebbe nemmeno uomini, ossia liberi e responsabili.
L’autocomunicazione di Dio è rivolta quindi a tutti gli uomini perché ha il mondo, e non la Chiesa, come teatro. Dio si rivela nel mondo e, siccome l’uomo è sempre situato in una storia particolare, Dio si rivela nella storia; non da fuori ma da dentro la storia.

L’opinione pubblica è stata comprensibilmente scossa dalla frase detta da un vescovo durante il recente Sinodo straordinario e riportata da Padre Lombardi nel suo briefing quotidiano: “Anche una relazione omosessuale può essere fonte di santificazione”. Rahner sottoscriverebbe questa frase. Per lui tutti siamo soggetti all’autocomunicazione di Dio nella nostra storia mondana di uomini, nessuno ne è escluso, anche se noi lo escludiamo.

Un aspetto conseguente a questa concezione è che nessuno può sapere quando è peccatore e quando no. Su questo Rahner è chiarissimo. Se Dio è questo orizzonte che ci precede e che ci costituisce e se noi non lo possiamo conoscere ma solo presupporre come un mistero insondabile, la nostra visione delle cose, compreso il peccato, non potrà mai essere assoluta. Diventa impossibile districare quanto è responsabilità mia rispetto alla rete di condizionamenti di cui è fatta la mia storia personale e che le scienze umane mettono in luce. Ed è persino impossibile districarla dal peccato degli altri, come Rahner considera il peccato originale. Eppure è proprio dentro questa rete esistenziale che passa la grazia di Dio. Può essere, scrive Rahner, che l’ossequio perbenista alla legge morale e religiosa riveli in realtà un atteggiamento interiore di peccato, mentre il rifiuto di Dio e la bestemmia esprimano una genuina domanda. Dio, infatti, si manifesta come domanda e non come risposta.

Dentro un approccio di questo genere, il rapporto della Chiesa con il mondo cambia di prospettiva. La Chiesa non può più giudicare, né le situazioni né le persone. Il mondo ormai è diventato completamente mondano. Gli uomini non si preoccupano più del giudizio di Dio e non sono più in ansia per la loro giustificazione. Nello stesso tempo, però, esso è diventato il vero luogo della presenza della grazia di Dio. È la Chiesa che deve convertirsi al mondo. Spesso essa è in ritardo con quanto Dio sta già facendo nel mondo ed a proposito dell’omosessualità oggi molti la pensano così. Tra amare ed onorare Dio e amare e onorare il prossimo, oggi, in questo mondo mondano, è possibile solo la seconda possibilità. Secondo Rahner, poiché Dio è l’orizzonte apriorico della nostra esistenza, non se ne può parlare. È solo parlando dell’uomo che si dice qualcosa anche su Dio. È solo amando il mondo che si dice qualcosa anche sulla Chiesa.

Considerando queste ed altre dottrine della teologia di Rahner, si comprendono i presupposti di tante scelte che oggi molti nella Chiesa stanno facendo con l’occasione di questo periodo sinodale. Esse giustificano l’ammissione dei divorziati risposati ed anche dei conviventi omosessuali alla Santa Comunione. Si tratta però di dottrine che suscitano forti sospetti. Esse sono ispirate ad una filosofia – quella moderna di Kant, di Hegel e di Heidegger – che non sembra la più adatta a concepire la fede della Chiesa. In fondo, i due schieramenti che si sono manifestati durante il Sinodo straordinario possono essere anche considerati lo schieramento rahneriano e quello non rahneriano. È per questo che diventa importante la domanda che avevo posto all’inizio.

© LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA (15/11/2014)

mercoledì 12 novembre 2014

Secondo matrimonio

Seconde nozze e orientali: i cattolici avevano dubbi? Con i greci forse, ma con gli Armeni proprio no


Abbiamo assistito recentemente ad un risorgente interesse per il Concilio tridentino da parte di chi intenderebbe mostrare che la Chiesa romana non è poi così sicura della impossibilità dottrinale, per i battezzati coniugati, di passare a nuove nozze in caso di fallimento del primo matrimonio. Almeno questo si evincerebbe dalla cautela nelle relazioni con i greci ortodossi e dalla mancata condanna della prassi divorzistica bizantina ortodossa.

La ricostruzione delle vicende storiche di Trento, apparsa su Civiltà Cattolica (vedi qui) si conclude riconoscendo che, tuttavia, al Concilio di Firenze, in occasione della fragile unione con i greci, il Papa Eugenio IV aveva insistito nel voler appianare la questione che ancora rimaneva "insoluta". Forse sarebbe meglio dire che i greci non accettavano la prassi conseguente all'indissolubilità del matrimonio sacramentale che tra i latini era già ben assodata. Questo lo possiamo asserire perché al Concilio fiorentino le relazioni con le chiese orientali non si limitarono ai dialoghi con i greci, ma ne furono interessati anche i copti d'Egitto, i siri e gli armeni. Proprio nei confronti di questi ultimi troviamo alcune espressioni che dovrebbero togliere ogni dubbio sulla chiarezza dell'insegnamento romano, al di là delle cautele tenute in successive situazioni conciliari, per motivi - diremmo oggi - di opportunità ecumenica.



Prendiamo dunque in considerazione la Bolla Exsultate Deo per l'unione con gli Armeni, promulgata da Papa Eugenio IV al Concilio di Firenze il 22 novembre1439, fu qualificata dal beato Paolo VI, durante l'incontro nel maggio 1967 con il Catholicos (ortodosso) di Cilicia Khoren I, in questo modo: "ancora oggi costituisce per noi un testo apportatore di sicura dottrina" (Civ. Catt. II/1967 p. 504). Questa bolla, per la sua importanza, è oggi inserita nell' Enchiridion della Famiglia e della vita del Pontificio Consiglio per la Famiglia (LEV 2014) come primo documento tra quelli censiti della suprema autorità ecclesiale.

In tale decreto, promulgato più di cent'anni prima del Concilio di Trento - quindi in un periodo e in una situazione non di polemica con i Protestanti - troviamo un paragrafo riassuntivo della visione dottrinale sul matrimonio per la Chiesa Cattolica, nell'ambito della trattazione dei sette sacramenti:
Settimo è il sacramento del matrimonio, simbolo dell'unione di Cristo e della Chiesa, secondo l'apostolo, che dice: Questo sacramento è grande; lo dico in riferimento al Cristo e alla Chiesa (Ef. 5,32). Causa efficiente del sacramento è regolarmente il mutuo consenso, espresso verbalmente di persona. Triplice è lo scopo del matrimonio: primo, ricevere la prole ed educarla al culto di Dio; secondo, la fedeltà, che un coniuge deve conservare verso l'altro; terzo, la indissolubilità del matrimonio, perché essa significa la unione indissolubile di Cristo e della Chiesa. E quantunque a causa della infedeltà sia permesso separarsi, non è lecito, però, contrarre un altro matrimonio, poiché il vincolo del matrimonio legittimamente contratto è eterno.


Septimum est sacramentum matrimonii, quod est signum coniunctionis Christi et Ecclesiae secundum Apostolum dicentem 'Sacramentum hoc magnum est: ego autem dico in Christo et in Ecclesia' (Eph 5,32). Causa efficiens matrimonii regulariter est mutuus consensus per verba de praesenti expressus. Assignatur autem triplex bonum matrimonii. Primum est proles suscipienda et educanda ad cultum Dei. Secundum est fides, quam unus coniugum alteri servare debet. Tertium indivisibilitas matrimonii, propter hoc quod significat indivisibilem coniunctionem Christi et Ecclesiae. Quamvis autem ex causa fornicationis liceat tori separationem facere, non tamen aliud matrimonium contrahere fas est, cum matrimonii vinculum legitime contracti perpetuum sit.
     Come ben si vede, papa Eugenio era convinto di dichiarare la fede della Chiesa, i cui contenuti essenziali dovevano essere tenuti da tutti, compresi gli Armeni che tornavano alla comunione con la Chiesa di Roma. Evidentemente il Papa, nel grande sforzo ecumenico del Concilio fiorentino, non presentava questioni di pastorale mutevole o di prassi legittimamente diversificata o diversificabile da una chiesa all'altra. Richiama invece la realtà sacramentale del matrimonio dei battezzati in riferimento al dato scritturistico (Paolo agli Efesini), richiama i tre beni del matrimonio, cioè gli scopi a cui è indirizzato per quanti condividono la fede cattolica.

       L'indissolubilità del matrimonio è il "bonum sacramenti" (in latino viene chiamata indivisibilitas riferita alla indivisibilità dei due ormai "una sola carne")Essa non viene sostenuta da argomentazioni umani, di convenienza sociale o di utilità pastorale per la famiglia (che pur ci sono), ma solamente dal fatto che il matrimonio cristiano è sacramento dell'unione di Cristo con la sua Chiesa, cioè il segno e lo strumento attraverso cui si rinnova e si ripresenta nel mondo l'unione indissolubile tra Dio e l'uomo, la redenzione e la santificazione dell'umanità da parte di Cristo che riunisce tutti i credenti nell'unica sua famiglia, la Chiesa.

      Il decreto, poi, riconosce la dolorosa necessità, in certi casi ammissibile, della separazione. E' realista papa Eugenio, sa benissimo che il tradimento è intollerabile in molte coppie, ma non per questo il vincolo matrimoniale può considerarsi sciolto. Nel testo latino si usa la locuzione non fas est: presso i Romani fas indicava in modo generale una norma di carattere religioso, in contrapposizione a ius, la norma giuridica. Il senso è quindi che la non permissività delle seconde nozze non è un comando umano  o di diritto ecclesiastico, che possa cambiare, ma di origine divina, basato sulla volontà stessa di Dio.

        Addirittura il vincolo matrimoniale viene definito perpetuum, cioè "perpetuo", "eterno", che dura sempre, sottinteso "anche oltre la morte". Ed effettivamente, se pensiamo che i cristiani credono nella vita senza fine, sarebbe logico prevedere che l'unione di due cristiani in una sola carne vada al di là della morte. Anche Basilio Petrà insiste sul fatto che questa è la corretta visione antica e patristica, a cui però la chiesa, fin dai tempi apostolici, trova un'eccezione nel permesso dato da San Paolo alle vedove di potersi risposare una volta morto il coniuge (vedi qui). Secondo Petrà, però questa eccezione significherebbe che in caso di separazione irrevocabile è permesso risposarsi (non solo per morte, ma anche allargando ad altre fattispecie). Ma in una mentalità sacramentale, si nota bene invece l'analogia tra la dissoluzione delle specie eucaristiche, che pone termine alla presenza reale sacramentale di Cristo, e la dissoluzione fisica di uno dei coniugi, che pone fine al segno sacramentale del matrimonio, cioè la coppia di sposi (dando perciò al coniuge superstite la libertà di passare a nuove nozze).

Incoronazione nel matrimonio armeno
PS. A corollario di quanto scrive oggi la rivista dei Gesuiti Civiltà Cattolica, è utile, a parer mio, leggere anche come intendeva il famoso canone 7 sul matrimonio del Concilio di Trento un Dottore della Chiesa dell'epoca, il gesuita san Pietro Canisio, nella sua fortunatissima Summa Doctrinae Christianae (1555)Quanto troviamo annotato a margine del canone dal Santo Dottore non pare lasciar dubbi sul significato della definizione ancorché obliqua:




Testo preso da: Cantuale Antonianum http://www.cantualeantonianum.com/#ixzz3Hl41fUNy
http://www.cantualeantonianum.com 

martedì 11 novembre 2014

avete i vostri uomini, vedetevela voi

p. d'Ors: "Apriamo la Chiesa alle donne sacerdote"




Parla lo scrittore e consigliere di Papa Francesco: "Il Pontificio Consiglio ha chiesto una relazione sul ruolo femminile. Ormai i tempi sono maturi. Rousseau e Einstein erano capaci di esperienze spirituali profonde anche senza Dio"


don Pablo d'Ors

MADRID. "PERCHÉ mi ha scelto papa Francesco? Un mistero. Forse avrà chiesto: qual è il prete più marginale di Madrid?". Pablo d'Ors scoppia in una risata mentre s'inerpica nella sua casa del quartiere Tetuán, una specie di torre su quattro piani che sarebbe piaciuta a Montaigne. È qui, tra il piano della biblioteca dove d'Ors compone i suoi romanzi e la cappella su in alto dove recita messa, che sta maturando un'altra rivoluzione del pontificato di Bergoglio. Finora se n'è parlato poco, anzi per niente. E per scoprirla bisogna venire a trovare questo outsider delle lettere e del sacerdozio che emana una vitalità allegra.

Davvero inclassificabile, padre d'Ors. "Scrittore mistico, erotico e comico", così lui si presenta rivelando la sua vocazione al paradosso. I suoi primi bellissimi racconti del Debutto si prendevano beffa delle letteratura mondiale, narrando le gesta di una signora slovacca che fa l'amore con i più grandi scrittori del Novecento. Pagine sorprendenti in cui si possono leggere riflessioni del genere: "Pessoa è lo scrittore che ha dormito di meno in tutta la letteratura mondiale". Cresciuto in una famiglia colta  -  il nonno era Eugenio d'Ors, un monumento della cultura spagnola  -  Pablo s'è sempre nutrito di parole, per poi approdare alla Biografia del silenzio , un manifesto della meditazione che è diventato un caso editoriale in Spagna (tradotto da Vita e Pensiero). Non più giovanissimo, a 27 anni, dopo una vita ricca di amori, letture, viaggi anche spericolati, ha scelto il sacerdozio: ora nell'ospedale Ramón y Cajal accompagna i malati a morire. Quest'anno è stato chiamato dal Pontificio Consiglio della Cultura presieduto dal cardinal Ravasi, dove a febbraio porterà il suo mattone per la costruzione di un nuovo immenso edificio.

Che incarico le è stato affidato?
"Sono uno dei trenta consiglieri nominati in tutto il mondo. Ci hanno chiesto di presentare una relazione sul ruolo della donna nella Chiesa. Ormai sono maturi i tempi per percorrere nuove strade".

Si parlerà dell'apertura del sacerdozio alle donne?
"Non posso dire apoditticamente di sì, ma penso che dietro la prossima riunione plenaria ci sia questa impostazione".

Lei è favorevole?
"Assolutamente sì, e non sono da solo. Che la donna non possa essere prete per il fatto che Gesù era un uomo e che avesse scelto solo uomini è un argomento molto debole. È una ragione culturale, non metafisica".





Cosa porterebbero le donne?
"La vita. E tanta ricchezza. Il cambiamento è necessario, anche perché si tratta di una discriminazione inaccettabile. Per preparare il mio lavoro ho parlato con moltissime donne di diversa estrazione sociale e culturale, cristiane e non cristiane: con una sola eccezione, tutte si sono mostrate favorevoli".

C'è ancora molta resistenza?
"Sì, non solo nella curia ma anche nella base. La novità fa sempre paura. Invece un criterio importante per misurare la vitalità spirituale di una persona è la sua disponibilità al cambiamento. Resistere alla vita è un peccato perché la vita è svolgimento continuo".

Questo vale anche per la Chiesa?
"Soprattutto per la Chiesa".

Lei che tipo di sacerdote è?
"Sono un prete felice. Ho sentito una voce interiore. E quando vivi la vita come risposta a una vocazione provi la felicità. Questo non significa che non ci siano stati momenti difficili".

Il fatto di aver molto vissuto prima di prendere i voti..."... anche ora vivo intensamente".

Sì, ma il fatto di aver avuto molte storie d'amore la rende un sacerdote migliore?
"Conoscere l'amore umano aiuta a conoscere meglio l'amore divino. Oggi posso dire che mi ha aiutato, mentre nel momento in cui lo vivevo avevo l'impressione che mi facesse male. Bisogna avere il tempo per elaborare l'esperienza".

I suoi rapporti con le gerarchie vaticane non sono stati sempre sereni.
"Si riferisce ad Antonio Maria Rouco Varela, ex vescovo di Madrid? Avevamo due modi molto diversi di intendere la presenza cristiana nel mondo. Potrei sintetizzarlo in due parole: alternativa oppure dialogo. L'alternativa ti porta a una visione chiusa del cristianesimo, separato da un mondo visto come sentinella di tutti i vizi. Il dialogo significa riconoscere nel mondo anche la bellezza e il bene. Dunque non ti impongo la mia verità assoluta, ma ti invito a metterti in dialogo con me per trovare insieme la verità. Francesco è un vero pontefice perché crea ponti intorno a sé".

Oggi lei lavora nell'ospedale di Ramón y Cajal. Come si accompagna una persona a morire?
"Ascoltando veramente ciò che dice, senza giudicare intellettualmente o caricare emotivamente. Ascoltare e basta, dimenticando se stessi, che è la cosa più difficile".

Lei ha detto che morire da cristiani non comporta meno angosce che morire da laici.
"Un momento. Se sei davvero un credente ti aiuta. Non ti aiuta quando sei cristiano di nome ma non di cuore".

Ma si può vivere una buona vita senza Dio?
"Certo che si può vivere senza un Dio. Non si vive bene senza contatto con la fonte della pienezza, si chiami Dio, essere o vita. Persone come Einstein o Rousseau non erano credenti, ma capaci di esperienze spirituali profondissime".

Lei perché scrive romanzi? Pensava a sé quando fa dire a Pessoa: "Non scrivo ciò che penso, ma scrivo per pensare"?
"Uno ritiene ingenuamente che la scrittura serva per comunicare, ma questo vorrebbe dire che io so già cosa devo dire. In realtà la scrittura è rivelazione, nel senso che rivela a te stesso quello che devi scrivere. Non è un fatto solo intellettuale, ma più profondo, direi viscerale".

Ma perché poi lei è approdato all'elogio del silenzio? Non c'è un aspetto paradossale, ossimorico, nel biografare il silenzio?
"Solo in apparenza. Parola e silenzio sono le due facce di una stessa medaglia. Le parole vere, quelle che hanno la possibilità di toccare l'altro, nascono dal silenzio, ossia dall'intimità con se stessi. E approdano al silenzio perché la cosa più bella, quando leggi un libro, è il bisogno di ricreare tu stesso quello che hai letto. In fondo la letteratura è un invito a tacere".

Il silenzio come l'unica etica possibile. Lei lo fa dire a Thomas Bernhard.
 "Sì, per me è stato fondamentale. È Bernhard a teorizzare che tutto è citazione. La letteratura nasce dalla letteratura. Anche i miei romanzi nascono ai margini dei libri altrui".

Lei si definisce scrittore erotico, mistico e comico. Ma cosa tiene unite cose così diverse?
"L'ironia è lo stile, misticismo ed erotismo sono i contenuti. Sia la mistica che l'eros cercano l'unità: ricompongono la separazione nell'unione dello spirito e dei corpi. Quanto alla leggerezza, è quella che genera l'allegria del lettore".

A proposito di leggerezza, ne Il debutto fa a pezzi Kundera e molti altri. Grandi scrittori, ma piccoli uomini.
"L'ironia ha anche una funzione liberatoria. Quasi una dichiarazione di principio: ecco i miei maestri, ma non voglio restare schiacciato sotto queste bestie della letteratura".

Ma perché introdurre il tema corporale: l'organizzatrice slovacca che si lascia possedere da tutti i grandi intellettuali?
"Ho voluto mostrare un inganno. Noi ci illudiamo di possedere libri e persone. Ma, dal momento che non è possibile padroneggiare tutta la letteratura, la cosa più facile è accedere al corpo degli scrittori".

La sua critica ricorrente verso gli scrittori è di preferire la scrittura alla vita.
"Per molti la letteratura è un modo vicario di vivere la realtà. Credo invece che ciascuno dovrebbe fare un'opera d'arte non solo della scrittura, ma anche dalla propria vita. Thomas Mann l'ha capito benissimo. Proust e Kafka, al contrario, hanno sacrificato le loro esistenze alla letteratura".

Primum vivere. Ma i sacerdoti vivrebbero meglio con una donna al loro fianco?
"I tempi sono maturi anche per questa svolta, ma è solo una mia opinione personale. E nel Pontificio Consiglio, no, di questo non si parlerà"

sabato 8 novembre 2014

Fare l’amore

Fare l’amore non significa scopare

540881_10200852369860141_1287560391_n

Ero al bar e sentivo un pastore evangelico alla radio, che diceva:
«La fede, il cristianesimo non è una filosofia, non è un catechismo, non è un insieme di azioni da fare, non è un insieme di dottrine».
Andando per esclusione, cos’è allora?
«E’ l’amore di Dio, è farsi abbagliare dall’amore di Dio».
In poche parole, a quanto capisco: non è un cacchio. O per meglio dire: è la stessa cosa che sostengono i massoni liberal: Dio sta lassù in alto, ogni tanto guarda quaggiù irradiando amore, e stop. Ogni uomo prosegua con quel che stava facendo prima, senza fermarsi, senza interferire con Dio o accettarne interferenze: come se … Dio non ci fosse.
Ma cos’è l’amore allora? Questa parola abusatissima tanto da essere inflazionata e resa nulla nella sua potenza che trasforma il mondo? Per costoro non è nient’altro che un insieme più che di buoni sentimenti, di buone intenzioni, un coacervo di sentimentalismi frammisti a individualismi, pesche amorose, autoerotismi, egocentrismi, autogiustificazioni, quietismi. Anarchia, solitudine e belle parole: la santissima trimurti di questo mantra generale, la santificazione dell’andazzo occidentale.
L’amore per così come è inteso oggi è una magna cazzata, peggio: è un crimine contro Dio, se stessi, l’umanità. L’amore che lo facciamo sussistere ovunque come parola, non esiste come concetto, è una superstizione postmoderna, un tappo da piazzare ovunque per dire “vivi e lascia vivere”,  un nome da dare ai rapporti umani superficiali: una volta si diceva “fare l’amore” per intendere due ragazzi che stavano “facendo” nel senso di “costruendo” qualcosa, un pezzo dopo l’altro: stavano costruendo il loro affetto, la vita insieme, il futuro: due fidanzati, per le nostre nonne, erano due che “fanno l’amore”. Era un atto edificatorio, a lunga gittata, un progetto al quale si costruivano basi, perché un palazzo lo si costruisce dalle fondamenta non dal terzo piano.
541092_539189639466534_540346747_nOggi per “fare l’amore” non s’intende altro che scopare: e infatti leggiamo ovunque che i rapporti, i matrimoni andrebbero in crisi perché il ritmo sessuale delle coppie – che prevedrebbe chissà quali contorcimenti, posizioni tantriche, capriole da circensi – non corrisponde più, quanto a intensità durata e frequenza, a quello dello stato nascente di un amore, stato di grazia, parentesi di una vita, che un tempo andava sotto la dicitura di luna di miele. Oggi la “parentesi” è diventata la vita e quello che c’era dentro la parentesi, quello che  precedeva e seguiva la parentesi è messo a parte. Avvertendo come inaccettabile qualsiasi risvolto amaro, durezza, difficoltà nella vita come nella relazione,  si vorrebbe che tutto fosse una luna di miele infinita, in questo strisciante rinascente neognosticismo di massa che mentre divinizza il corpo, ne respinge la sua natura e i moti psicologici e fisiologici che lo governano. Ecco il cortocircuito che fa saltare tutto. La parentesi ha preso il posto del tutto. Questo è l’amore secondo il mondo.
Non meraviglia che genitori e figli non si parlano se non a patto di ratificare qualsiasi condotta di vita dei figli; che marito e moglie hanno matrimoni più brevi dei fidanzamenti non sopportando il mancato protrarsi della favola mondana della luna di miele permanente, e tutto finisce davanti all’avvocato divorzista. L’origine è questo equivoco: la Chiesa dovrebbe varare un nuovo dogma dove si fa proibizione in luogo consacrato di usare la parola “amore”, pena la scomunica latae sententiae.
Che c’entra Dio, l’affetto con tutto questo? Una beneamata mazza. Stiamoci attenti, oggi, quando parliamo di “amore” e subito dopo di Dio. Ci stiano attenti i papi e i preti, ed anche i pastori evangelici: tutto si dissolve nella mente eterodiretta dei più in un coito, in una eiaculazione precoce di sentimentalismi più o meno erotomani. In una bestemmia, in una cassazione del peccato contram de sextu.
Se vogliamo paragonare davvero l’amore divino a qualcosa che su questa terra gli somigli, ebbene, sono gli affetti umani, quelli veri. Che nulla hanno a che fare con l“amore” ossia con la pornografia della quale si è fatto ampio scialo in diretta tv anche al Sinodo, dove una sfilza di erotomani e pervertiti che si cornificavano a vicenda, sono stati presentati come modello di “amore cristiano” – e sono andati fino in Australia a cercarli, questi sporcaccioni – che avrebbe dovuto far riflettere i fedeli e i vescovi lì presenti: una telenovelas sudamericana (non a caso), praticamente, che inizia in rosa, prosegue noir, finisce a luci rosse. Nei giorni del Sinodo persino il cupolone michelangiolesco è sembrato un enorme condom calato sul vertice e sul centro della Cristianità a proteggersi dalla verità e dal buonsenso.
Gli affetti, dunque, non la malaria del sentimentalismo, non la pornografia dell’amore. Non le seghe. Gli affetti: per esempio quel che c’è tra madre e figlio, ci dovrebbe essere tra marito e moglie.
Ora proprio gli affetti ci dicono che sono composti da una serie di regole, di limiti da non oltrepassare, dal fare generosamente delle cose anche scomode gli uni per gli altri, fino al sacrificio estremo. Ecco, questo è l’amore. Parimenti l’amore di Dio. Altro non è questo non è quello, non è fare delle cose, non è un insieme di dottrine l’essere cristiani, come diceva il pastore evangelico succitato (così affine all’attuale vescovo). E invece no: il cristianesimo al pari dell’amore (quello vero, ossia l’affetto) è fare per l’altro tutto, anche l’impossibile, fino al sacrificio estremo. Così per Dio. Questo è l’amore per Dio: sapere delle cose, credere delle cose, e perciò fare delle cose.
http://www.qelsi.it/rubriche/antonio-margheriti-mastino/fare-lamore-non-significa-scopare/

giovedì 6 novembre 2014

un vescovo sul Sinodo

Mons. Schneider sul Sinodo





Incipit della lunga intervista a Mons. Athanasius Schneider pubblicata da Rorate Caeli [qui]: parole forti, chiare e distinte, che confermano come egli sia un pastore secondo il cuore di Dio ...


La Chiesa e il mondo hanno urgente bisogno di testimoni intrepidi e candidi della verità tutta intera del comandamento e della volontà di Dio, di tutta la verità delle parole di Cristo sul matrimonio. I  moderni farisei e scribi clericali, che gettano i grani di incenso agli idoli dell' ideologia neo-pagana del genere e del concubinato, non convinceranno nessuno a credere in Cristo o ad essere pronti ad offrire la propria vita per Cristo - ha detto Athanasius Schneider  Vescovo ausiliare dell'arcidiocesi di Santa Maria ad Astana, in Kazakistan in un'intervista ad Izabella Parowicz di Polonia Cattolica.

Eccellenza, qual è la sua opinione sul Sinodo? Qual è il suo messaggio alle famiglie?
Durante il Sinodo ci sono stati momenti di manipolazione manifesta da parte di alcuni chierici che detengono posizioni chiave nella struttura editoriale e di gestione del Sinodo. La relazione intermedia (Relatio post disceptationem) era chiaramente un testo prefabbricato senza alcun riferimento alle effettive dichiarazioni dei padri sinodali. Nelle sezioni su omosessualità, sessualità e "divorziati risposati" con la loro ammissione ai sacramenti il testo rappresenta una ideologia neo-pagana radicale. Questa è la prima volta nella storia della Chiesa che un testo eterodosso del genere è stato effettivamente pubblicato come documento di una riunione ufficiale dei vescovi cattolici, sotto la guida di un papa, anche se il testo aveva solo un carattere preliminare. 

Grazie a Dio e alla preghiera dei fedeli di tutto il mondo, un consistente numero di padri sinodali ha risolutamente respinto tale documento-base; esso riflette la corrente morale egemone del nostro tempo, corrotta e pagana, che viene imposta a livello globale per mezzo della pressione politica e attraverso i quasi onnipotenti mass media ufficiali, che sono fedeli ai principi del partito mondiale sulla ideologia del genere. Tale documento sinodale, anche se solo preliminare, è un vero peccato e dà la misura di quanto lo spirito  anticristiano del mondo è già penetrato a livelli così importanti della vita della Chiesa. Questo documento rimarrà per le generazioni future e per gli storici una macchia nera che ha macchiato l'onore della Sede Apostolica. Fortunatamente il Messaggio dei Padri sinodali è un vero e proprio documento cattolico che delinea la verità divina sulla famiglia senza tacere sulle radici più profonde dei problemi, vale a dire circa la realtà del peccato. Dà vero coraggio e consolazione alle famiglie cattoliche. Alcune citazioni: "Pensiamo dell'onere imposto dalla vita nella sofferenza data da un bambino con bisogni speciali, da una grave malattia, dal deterioramento della vecchiaia, o dalla morte di una persona cara. Ammiriamo la fedeltà di tante famiglie che sopportano queste prove con coraggio, fede e amore. Lo vedono non come un peso inflitto loro, ma come qualcosa in cui si danno, vedendo il Cristo sofferente nella debolezza della carne. ... L'amore coniugale, che è unico e indissolubile, resiste nonostante le molte difficoltà. Si tratta di uno dei più belli di tutti i miracoli e il più comune. Questo amore si diffonde attraverso la fertilità e la generatività, che riguarda non solo la procreazione dei figli, ma anche il dono per loro della vita divina nel battesimo, nella catechesi, nell'educazione . ... La presenza della famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe nella loro modesta casa aleggia su di voi ". 

[...]

Più avanti, nel corso dell'intervista, mons Schneider non nasconde la gravità della situazione, che torna a paragonare alla crisi ariana. Mi ha colpito la sua affermazione che allora la fede è stata salvata dal popolo (la chiesa docta-discente, piuttosto che da quella docente) insieme a Atanasio e pochi sacerdoti in comunità sparse... Così risponde all'intervistatrice:

"In questo momento straordinariamente difficile Cristo purifica la nostra fede cattolica, in modo che attraverso questo processo la Chiesa splenderà più luminosa per essere veramente luce e sale per l' insipido mondo neo-pagano grazie alla fedeltà e la fede pura e semplice in primo luogo dei fedeli, dei più piccoli nella Chiesa, della "ecclesia docta" (la chiesa che apprende), che ai nostri giorni rafforzerà la "docens Ecclesia» (la Chiesa docente, vale a dire il Magistero), in maniera simile a come accadde nella grande crisi della fede nel IV secolo come il beato John Henry Newman ha dichiarato:

«Questo è un fatto molto notevole: ma c'è una morale in esso. Forse è stato permesso, al fine di imprimere alla Chiesa durante la persecuzione la grande lezione evangelica, il cui vero punto di forza non è costituito dal saggio e potente, ma dall'oscuro, l'ignorante e il debole. Il Paganesimo è stato rovesciato soprattutto dai fedeli; fu il popolo fedele, sotto la guida di Atanasio e dei vescovi egiziani, e in alcuni luoghi sostenuto dai propri Vescovi o sacerdoti, che ha resistito alle peggiori eresie che  sono state espulse dal territorio sacro. ... in quel tempo di immensa confusione il dogma divino della Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo fu proclamato, imposto, mantenuto e (umanamente parlando) preservato molto più dalla Ecclesia docta che dalla Ecclesia docens; che gran parte dell'Episcopato fu infedele al suo mandato, mentre il popolo rimase fedele al suo battesimo; che a volte il Papa, a volte i Patriarchi, Metropoliti o Vescovi, a volte gli stessi Concili dichiararono ciò che non avrebbero dovuto o fecero cose che oscuravano o compromettevano la verità rivelata. Mentre, al contrario, il popolo cristiano, guidato dalla Provvidenza, fu la forza ecclesiale che sorresse Atanasio, Eusebio di Vercelli ed altri grandi solitari che non avrebbero resistito senza il loro sostegno. In un certo senso si può dire che vi fu una "sospensione temporanea" delle funzioni della Ecclesia docens. La maggior parte dell'Episcopato aveva mancato nel confessare la vera Fede». (Ariani del IV secolo, pp. 446, 466).

mercoledì 5 novembre 2014

Pedofilia di stato

Pedofilia di stato – Educazione sessuale come un sexyshop



Si poteva – e non erano in pochi a farlo – avere qualcosa da ridire in merito all’educazione sessuale che la quasi totalità di noi abbiamo ricevuto in età scolare: lezioni noiose, così incentrate sulla biologia da rendere impossibile ritagliare uno spazio per approfondire l’ambito più strettamente emotivo. Il tutto era quasi meccanico, anche se a tratti imbarazzante, in quanto le lezioni erano tenute da un “esperto esterno” che affiancava i professori, spesso quello di scienze.
Mai avremmo però pensato che nel giro di qualche anno scolastico ci saremmo trovati di fronte ad una vera e propria pedofilia istituzionalizzata che getta le proprie radici proprio in uno degli ambienti dove i bambini dovrebbero essere maggiormente tutelati.
La mostra “Zizi sexuel”, organizzata presso il Museo della Scienza di Parigi, è destinata a bambini tra i 9 ed i 14 anni per introdurli al mondo del sesso. Il tutto finanziato dal Ministero dell’Educazione che ha peraltro dato indicazioni di portare migliaia di classi scolastiche a visitarla, all’insaputa dei genitori.
Ma cosa contiene la “Zizi sexuel”?
Un manichino di un uomo il cui pene diviene eretto, arrivando a eiaculare, se si preme un pedale; una campana di vetro sotto la quale vengono gonfiati moltissimi profilattici colorati; la sagoma di una donna nuda, appositamente senza testa per permettere alle bambine di mostrarsi “nude” appoggiando il proprio volto sopra il disegno; un letto dove i bambini possono guardare scene di sesso ed una stanza dove possono ascoltare descrizioni di cosa sia la masturbazione o l’omosessualità. Senza trascurare scene di matrice violenta, abituando così i bambini a percepire anche questa forma di - chiamiamola così - sessualità come normale.
La Nuova Bussola Quotidiana riporta anche un altro caso emblematico, quello norvegese, dove, presso l’istituto scolastico Breidablkk, ai bambini vennero sottoposte immagini in cui un elefante con la proboscide sta “aspirando sperma dal pene eretto di un uomo nudo appoggiato a un albero di mele”.
Certamente questi progetti non sono - ad ora - la norma ma il fatto che nel caso francese ci sia il finanziamento e il patrocinio del Ministro competente permette di celare il tutto dietro il velo falso ed ipocrita dell’istituzionalizzazione.
L’educazione sessuale viene utilizzata come alibi per un progetto molto chiaro: indurre i minori, sin dalla più tenera età, all’utilizzo del proprio ed altrui corpo per ottenere piacere di ordine erotico anche nel modo più disordinato possibile.
Come potrebbe essere altrimenti se pensiamo che vi sono dei corsi creati per i bambini i cui contenuti potrebbero risultare fortemente imbarazzanti anche per un adulto?


Vengono creati percorsi, definiti strumenti interattivi educativi, con materiali e strumenti che sembrano recuperati dal retrobottega di un sexyshop, instillando in modo eterodiretto una pressione sessuale nei bambini. Facile comprendere come ciò li renderà facilmente prede di pedofili e molestatori, più difficile immaginare se questi minori -anche in tenerissima età- saranno in grado di capire che quella che stanno subendo è una violenza.
Dopo averli intontiti ed assuefatti con il sesso, il rischio -dimostrato peraltro anche da recenti statistiche inglesi - è che i bambini stessi andranno a ricercare la vicinanza sessuale con adulti e con le modalità a loro mostrate, avendole recepite come atteggiamenti normali di vicinanza umana.
Abituiamo, in parole povere, i bambini ad ambire di divenire vittime di pedofili.
Non è cosa da poco.


http://www.notizieprovita.it/notizie-dal-mondo/pedofilia-di-stato-educazione-sessuale-come-un-sexyshop/

lunedì 3 novembre 2014

pastori ciechi

Cardinale Muller: ci sono vescovi ciechi ...



“….sfortunatamente ci sono rappresentanti della Chiesa, e persino vescovi, che si sono lasciati in qualche modo accecare dalla società secolarizzata da cui sono stati così influenzati che li ha trascinati lontani dal punto principale o dagli insegnamenti della Chiesa basati sulla Rivelazione”.






MARCO TOSATTI
Nasz Dziennik, una delle maggiori fonti di informazioni polacche, ha pubblicato un’intervista al Prefetto della Congregazione della Fede, il cardinale Gerhard Mueller, ripresa dal TorontoCatholicWitness .  

Particolarmente forte un passaggio sui vescovi: “….sfortunatamente ci sono rappresentanti della Chiesa, e persino vescovi, che si sono lasciati in qualche modo accecare dalla società secolarizzata da cui sono stati così influenzati che li ha trascinati lontani dal punto principale o dagli insegnamenti della Chiesa basati sulla Rivelazione”.  

Fra le altre cose, il cardinale parla dei media: “Sfortunatamente nelle società moderne, vari media, organizzazioni internazionali e persino governi di diversi Paesi stanno cercando di seminare confusione nella mente delle persone. In molti Paesi le relazioni sono distrutte, e questo si applica anche al modello cristiano di matrimonio e di famiglia. La verità sul matrimonio e la famiglia è relativizzata. Queste tendenze, sfortunatamente, si sono mosse in qualche modo all’interno della Chiesa e fra i vescovi, sui quali si sta cercando di esercitare pressione … Noi abbiamo Cristo e il Vangelo. Questo è il nostro punto di riferimento, il fondamento per il solo e corretto insegnamento della Chiesa…”. 

Sul matrimonio il porporato ha detto: “Ci sono tanti mezzi, ma c’è un solo mediatore, che è Gesù Cristo, e il suo Vangelo. Quindi la Parola di Dio non può mai essere ignorata in nessun modo, e non può essere sottoposta a compromessi in nessuno dei suoi passaggi. Deve essere accettata pienamente. La Chiesa, né prima né dopo né durante il Sinodo può cambiare ciò che viene dall’insegnamento di Cristo. Per quello che riguarda il matrimonio sono prioritarie le parole: ‘Ciò che Dio ha unito, l’uomo non divida’”.  

Per ciò che riguarda l’omosessualità, è stata posta al cardinale la domanda: “Ci sono state delle voci secondo cui dopo il Sinodo si è entrati in una ‘via di nuove aperture agli omosessuali’. Suona come se la Chiesa stia per cessare di definire gli atti omosessuali un peccato e di condannarli”?  

Il cardinal Mueller ha risposto: “Naturalmente per la Chiesa c’è sempre un punto di partenza di una relazione di amore: di un uomo per una donna, e di una donna per un uomo. La Chiesa si focalizza su questa relazione e costruisce su di ciò la sua dottrina sociale, compresa la dottrina morale, che è anche l’intera scienza della sessualità umana. Ci sono situazioni in cui una persona dirige la sua sessualità verso una persona dello stesso sesso. Il catechismo della Chiesa cattolica insegna che le ‘persone omosessuali sono chiamate alla castità’. Papa Francesco ha detto che non sta cercando di creare qualche nuova dottrina della Chiesa, ma che sta cercando di dimostrare che nessuno è giudicato dalla Chiesa se ha una tendenza omosessuale. Nessuno sta cercando di discriminare queste persone; sono integralmente persone. Ma bisogna dire con chiarezza che la Chiesa ha giudicato negativamente gli atti omosessuali. Una parte attiva negli atti omosessuali non è accettabile. Sono contrari alla legge naturale, e sono un peccato.