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mercoledì 11 marzo 2015

la Liturgia con papa Francesco


Prot. 13/15

Prot. Pers. 10/2015
Mons. Luigi Negri
Per Grazia di Dio e della Sede Apostolica
Arcivescovo di Ferrara -Comacchio
Abate di Pomposa
  

    Dall’inizio del mio ministero episcopale presso di voi, molteplici sono state le occasioni 
ordinarie e straordinarie in cui ho potuto celebrare il Santo Sacrificio della Messa nella nostra Basilica Cattedrale di Ferrara, nella Basilica Concattedrale di Comacchio, nell’Abbazia di Pomposa, nella Basilica di San Giorgio fuori le Mura, come in tante altre bellissime chiese che rendono a Dio il culto Suo proprio ed impreziosiscono il territorio e la fede della nostra gente.
    In quanto direttamente responsabile della santificazione del popolo a me affidato come guida e pastore, partecipo a tutti voi, la mia personale e pastorale preoccupazione nel rilevare nella nostra società, e non di meno nella nostra amata diocesi, il rischio sempre maggiore della perdita del senso del sacro con tutte le sue drammatiche conseguenze, non solo religiose ma anche etiche e sociali.

I  l Concilio Vaticano II individua nella Liturgia la fonte primaria attraverso cui l’azione di Cristo, tradotta in azione della Chiesa, restaura l’uomo in Uomo. Nella Sacrosantum Concilium infatti al n. 14 della Liturgia si ribadisce che essa «è la prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano, e perciò i pastori d'anime in tutta la loro attività pastorale devono sforzarsi di ottenerla attraverso un'adeguata formazione […] non si può sperare di ottenere questo risultato, se gli stessi pastori d'anime non saranno impregnati, loro per primi, dello spirito e della forza della liturgia e se non ne diventeranno maestri[…]».
    In ottemperanza quindi al Concilio e al Magistero della Chiesa Cattolica e ben conscio del mio Ministero presso di voi intendo accogliere con forza l’indicazione conciliare corroborato pienamente dal prezioso Magistero di Papa Benedetto XVI circa la Buona Liturgia come motore propulsivo del corretto credere e come tale necessaria per la ri-formazione dell’ Uomo secondo il cuore di Cristo.

    É particolarmente nella Santissima Eucaristia, infatti, che tale azione di Cristo si fa presente, permanente ed efficace perché in essa «è contenuto l’intero bene spirituale della Chiesa, ovvero Cristo stesso, nostra Pasqua, fonte e culmine di tutta la vita cristiana» (Redemptionis Sacramentum, n. 2).
    In molte delle nostre celebrazioni ho notato che il rischio di non garantire la massima cura per le Specie Eucaristiche è non solo ipotetico ma reale. Provvidenzialmente la Santa Chiesa come madre amorosa ci dona tutti gli strumenti per sfuggire tale rischio e per onorare il Corpo e il Sangue del Signore che ci è donato per la Vita Eterna. Essi sono i documenti del Magistero (1), l’Institutio Generalis Missalis Romani; l’insegnamento dei Romani Pontefici – soprattutto San Giovanni Paolo II (2), Papa Benedetto XVI (3) e Papa Francesco (4) –; la guida dei Pastori e principalmente quella del Vescovo primo e diretto responsabile della Liturgia.

* *** *
    Con questi sentimenti di obbedienza a Cristo Signore, di amore alla Santa Chiesa Cattolica e di paterna cura per il popolo a me affidato

RIBADISCO

i seguenti articoli dell’ Ordinamento Generale del Messale Romano secondo la Editio Typica Tertia, oggi in vigore, ed approfonditi dal più recente documento disciplinare Instructio Redemptionis Sacramentum (5) promulgato dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti6 durante il Pontificato di San Giovanni Paolo II:

 160. […]Non è permesso ai fedeli prendere da se stessi il pane consacrato o il sacro calice, 
tanto meno passarselo di mano in mano. I fedeli si comunicano in ginocchio o in piedi, come stabilito dalla Conferenza Episcopale. Quando però si comunicano stando in piedi, si raccomanda che, prima di 
ricevere il Sacramento, facciano la debita riverenza, da stabilire dalle stesse norme.
                                                                                                               Cfr. anche R.S. n. 90.

161. Se la Comunione si fa sotto la sola specie del pane, il sacerdote eleva alquanto l'ostia e la presenta a ciascuno dicendo: Il Corpo di Cristo. Il comunicando risponde: Amen, e riceve il sacramento in bocca o, nei luoghi in cui è stato permesso, sulla mano, come preferisce. Il comunicando, appena ha ricevuto l'ostia sacra, la consuma totalmente[…]
                                                                                                                          Cfr. R.S. n. 91:

«Non è lecito, quindi, negare a un fedele la santa Comunione, per la semplice ragione, ad esempio, che egli vuole ricevere l’Eucaristia in ginocchio oppure in piedi».
                                                                                                                          Cfr. R.S. n. 92:

«Benché ogni fedele abbia sempre il diritto di ricevere, a sua scelta, la santa Comunione in bocca, se un comunicando, nelle regioni in cui la Conferenza dei Vescovi, con la conferma da parte della Sede Apostolica, lo abbia permesso, vuole ricevere il Sacramento sulla mano, gli sia distribuita la sacra ostia. Si badi, tuttavia, con particolare attenzione che il comunicando assuma subito l’ostia davanti al ministro, di modo che nessuno si allontani portando in mano le specie eucaristiche. 
Se c’è pericolo di profanazione, non sia distribuita la santa Comunione sulla mano dei fedeli
».

118. Si preparino pure:[…] il piattello per la Comunione dei fedeli; inoltre il necessario per 
lavarsi le mani. Il calice sia lodevolmente ricoperto da un velo, che può essere o del colore del giorno o bianco.
                                                                                                                          Cfr. R.S. n. 93

150. Poco prima della consacrazione, il ministro, se è opportuno, avverte i fedeli con un segno di campanello. Così pure suona il campanello alla presentazione al popolo dell' ostia consacrata e del calice secondo le consuetudini locali.[…] 
 
* *** *

     Considerato quindi il reale pericolo di profanazioni e tenuto conto delle norme vigenti

 DECRETO

1) Che dalla prossima Domenica e per tutta la durata del Tempo di Quaresima, prima della 
distribuzione della Comunione, nella chiesa Cattedrale come in tutte le altre chiese dell’Arcidiocesi, in ogni Santa Messa Domenicale e prefestiva venga letto il seguente messaggio:

«QUANTI RICEVONO IL SIGNORE SULLA MANO LO FACCIANO CON DEVOZIONE, SIANO ATTENTI A NON DISPERDERE ALCUN FRAMMENTO E ASSUMANO SUBITO L’OSTIA DAVANTI AL MINISTRO.
SI RICORDA AI FEDELI CHE LA COMUNIONE SI RICEVE IN GINOCCHIO O IN PIEDI; IN QUEST’ULTIMO CASO SI RACCOMANDA CHE, PRIMA DI RICEVERE IL SACRAMENTO, I FEDELI FACCIANO LA DEBITA RIVERENZA ALMENO CHINANDO IL CAPO (7). 
SI RICORDA INOLTRE CHE QUANTI INTENDONO COMUNICARSI AL CORPO E AL SANGUE DI CRISTO,DEVONO ESSERE NELLE CONDIZIONI DI POTERLO FARE:
- SAPPIANO CHE RICEVONO IL SIGNORE GESÙ PRESENTE IN CORPO, SANGUE, ANIMA E DIVINITÀ;
-   NON SIANO IMPEDITI DAL DIRITTO CANONICO;
- NON SIANO IN STATO DI PECCATO MORTALE, POICHÉ IN TAL CASO È NECESSARIO RICEVERE PRIMA L’ASSOLUZIONE NEL SACRAMENTO DELLA CONFESSIONE».

    In tutte le chiese il suddetto messaggio dovrà rimanere affisso in luogo adatto e ben visibile ai fedeli. A discrezione del parroco o del rettore della chiesa, è bene che tale messaggio sia riletto una volta ogni tanto anche fuori della domenica (almeno una volta al mese) durante la Messa con partecipazione di popolo, soprattutto nelle occasioni di maggiore afflusso di fedeli anche oltre il tempo della Quaresima.

 2) Lì dove sia possibile si dovrà usare il piattello per le comunioni dei fedeli perché siano evitate le indesiderate dispersioni degli inevitabili frammenti del Corpo di Cristo. Al termine dell’uso, lo stesso sia poi purificato con cura insieme agli altri vasi sacri.

3) Si ritorni ad usare in tutte le chiese, specialmente quelle con maggiore afflusso di fedeli e/o turisti, il campanello per richiamare al raccoglimento, nel momento della consacrazione, quanti non dovessero prestare la dovuta attenzione al mistero celebrato.

 * *** *

    Inoltre, considerato il documento della CCDDS, Tabula in Medio Ecclesiae, recentemente ribadite dalla Conferenza Episcopale Italiana attraverso l’Ufficio Liturgico C.E.I. e al fine di recuperare la inscindibilità della dimensione sacrificale della santa Messa da quella commensale e comunitaria,

RIBADISCO

che circa la corretta modalità di predisporre la chiesa o il presbiterio in occasione del conferimento della Prima Comunione ai fanciulli o in occasione della Messa In Coena Domini per la memoria dell’Ultima Cena, ci si deve attenere alle norme liturgiche e pastorali vigenti, secondo le quali è fatto divieto di allestire uno o più tavoli oltre la mensa dell’altare, in quanto risulta «simbolicamente una ripetizione, pedagogicamente una distrazione e pastoralmente qualcosa di inconsistente, poiché distrae il popolo dall’altare, turba la percezione dell’importanza dei singoli elementi dell’architettura della Chiesa e non favorisce affatto la partecipazione dei fedeli» (8).

* *** *

    Circa la corretta modalità da utilizzarsi nello scambio liturgico della Pace, poiché quando 
«i fedeli non comprendono e non dimostrano di vivere, con i loro gesti rituali, il significato corretto del rito della pace, si indebolisce il concetto cristiano della pace e si pregiudica la loro fruttuosapartecipazione all’Eucaristia» (9), si rimanda alla Lettera Circolare della CCDDS pubblicata nella Solennità di Pentecoste l’ 8 giugno 2014, dal titolo L’Espressione Rituale del dono della Pace nella Messa. In modo particolare

RIBADISCO

    N° 6.A: «Se si prevede che lo “scambio della pace” non si svolgerà adeguatamente a motivo delle concrete circostanze o si ritiene pedagogicamente sensato non realizzarlo in determinate occasioni, si può omettere e talora deve essere omesso. Si ricorda che la ribrica del Messale recita: “Deinde, pro opportunitate, diaconus, vel sacerdos, subiungit: Offerte vobis pacem”. ».

    N° 6.C: «Sarà necessario che nel momento dello scambio della pace si evitino definitivamente alcuni abusi come:
   1- L’introduzione di un “canto per la pace”, inesistente nel Rito romano.
   2- Lo spostamento dei fedeli dal loro posto per scambiarsi il segno della pace tra loro.
   3- L’allontanamento del sacerdote dall’altare per dare la pace a qualche fedele.
  4- Che in alcune circostanze, come la solennità di Pasqua e di Natale, o durante le celebrazioni rituali, come il Battesimo, la Prima Comunione, la Confermazione, il Matrimonio, le sacre Ordinazioni, le Professioni religiose e le Esequie, lo scambio della pace sia occasione per esprimere congratulazioni, auguri o condoglianze tra i presenti»

* *** *
    Seguendo il luminoso esempio di Papa Francesco; considerato il Decreto per la Menzione del Nome di San Giuseppe nelle Preghiere Eucaristiche II, III e IV del Messale Romano emanato il 1 maggio 2013 dalla CCDDS e volendo incentivare la grande devozione a San Giuseppe, patrono della Chiesa

RIBADISCO

che la Santa Sede, nel suddetto documento, ha definito le seguenti formule che spettano al nome di 
San Giuseppe: 

1) nella Preghiera eucaristica II: "insieme con la Beata Maria, Vergine e Madre di Dio, con san Giuseppe, suo sposo, con gli apostoli..."
2) nella Preghiera eucaristica III: "con la beata Maria, Vergine e Madre di Dio, con San Giuseppe suo sposo, con i tuoi santi apostoli..."
3) nella Preghiera eucaristica III: "con la beata Maria, Vergine e Madre di DIo, con San Giuseppe suo sposo, con gli apostoli..."

CONTRARIIS NON OBSTANTIBUS QUIBUSLIBET
TEXTUS ABROGATUS
EX AEDE ARCHIEPISOPALI FERRARIENSIS
DIE 18 MENSIS FEBRUARII A. D. MMXV

                                                                                                       f.to + Luigi Negri
                                                                                         Arcivescovo di Ferrara - Comacchio
                                                                                                      Abate di Pomposa 

don Enrico D'Urso
  Notaio di Curia


_______________________________
note
1 soprattutto la Istruzione della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Redemptionis 
Sacramentum del 25 Marzo 2004
2 soprattutto la Lettera Enciclica, Ecclesia de Eucharistia, 17 aprile 2003
3 soprattutto la Esortazione Apostolica Post Sinodale, Sacramentum Caritatis, 22 febbraio 2007
4 Cfr. Decreto per la Menzione del Nome di San Giuseppe nelle Preghiere Eucaristiche II, III e IV del Messale Romano, voluto da Benedetto XVI e confermato il 1 maggio 2013 da Papa Francesco poco tempo dopo la Sua elezione; Cfr. anche la Lettera Circolare dal titolo L’Espressione Rituale del dono della Pace nella Messa,dell’8 giugno 2014, che la CCDDS ha inviato per conto del Santo Padre
5 Da ora R.S.

6 Da ora in avanti CCDDS 
7 Nel caso di grandi celebrazioni in cui è previsto un grande numero di fedeli, si aggiungerà, in questo punto, la seguente frase: "VISTA LA NUMEROSA PARTECIPAZIONE DI FEDELI A QUESTA GRANDE CELEBRAZIONE, SI SUGGERISCE CHE L’EUCARISTIA SIA RICEVUTA IN PIEDI, FATTA SALVA LA LIBERTÀ DEI SINGOLI ". 
8 Cfr. Tabula in Medio Ecclesiae della CCDDS e ribadita dall’Ufficio Liturgico Nazionale della C.E.I. 
9 Lettera Circolare L’Espressione Rituale del dono della Pace nella Messa, n°5. Da ora in avanti “Lettera Circolare”

mercoledì 11 dicembre 2013

Più Messa meno Messe ????????

LA CONCELEBRAZIONE


Riflessione teologica di P. ENRICO ZOFFOLI

§ 6 - La concelebrazione generalizzata fa risparmiare del tempo ai concelebranti, li lascia più liberi e disponibili per altre mansioni, esige un solo altare e comporta una notevole diminuzione dei paramenti e arredi sacri; ma, insieme, induce a ridurre facilmente il numero delle Messe con immenso danno dei fedeli.

Questi infatti, specialmente in una grande città, compongono un pubblico altamente differenziato per età, sesso, condizioni familiari, tipo di lavoro, abitudini, stato di salute, ecc.; per cui possono partecipare alla Messa solo in differenti momenti della giornata. Il Codice di diritto canonico l'ha previsto stabilendo che «la celebrazione e la distribuzione dell'Eucaristia può essere compiuta in qualsiasi giorno e ora...» (CIC 931). Lo stesso Concilio autorizza la concelebra­zione purché «l'utilità dei fedeli, non richieda che tutti i sacerdoti presenti celebrino singolarmente» (SC 57). Ma purtroppo anche in questo il Vaticano II è stato tradito.

«La ricerca della facilità pratica», è stato scritto, «molte volte nella vita dell'umanità ed anche della Chiesa, ha fatto sì che i valori essenziali e i principi fondamentali siano velati o alterati. Questo succede molte volte anche a proposito del santo Sacrificio della Messa. Questa ricerca della facilità nelle comunità, nelle parrocchie e nelle sacrestie si è trasformata molte volte in dottrina sacramentale. Questa diffusione della concelebrazione è una novità assoluta nella storia della Chiesa, avendo come risultato la diminuzione massiccia degli atti sacrificali eucaristici».

Ma la tentazione di dedicarsi meno alla causa di Dio e delle anime, e darsi di più a tutto il resto, va prevalendo ... Da tutte le parti si levano angosciose voci di protesta perché i sacerdoti, memori della propria identità, non si lascino travolgere dalla corrente di un «secolarismo» che va sfociando nel più insensato ateismo pratico.

C'è da augurarsi che ciò non si verifichi. Ma il problema della concelebrazione resta non risolto in molte diocesi d'Italia, dove moltissimi lamentano le «troppe Messe soppresse», osservando che, per andare incontro ai fedeli, basterebbe evitare le concelebrazioni ...

«Se la fede aumenta», si scrive, «diminuiscono le Messe». «Mentre i dati di fatto con il 96 per cento di richieste dell'ora di religione a scuola dimostrano una notevole sensibilità popolare verso i valori della fede cattolica, dall'altra sembra di assistere ad un impoverimento della voglia di darli: si chiudono chiese, si interpretano restrittivamente disposizioni liturgiche (...). In cambio ci alluvionano con dibattiti e conferenze per i quali si trova pur tempo e disponibilità».

Non basta: «Per sapere se c'è Messa, ci vuole un medium ... ». «C'è troppa incertezza sulle Messe domenicali». È grave il malessere abbastanza diffuso tra i fedeli per la facilità con cui sono sospese consuete Messe festive serali ... ». «Siamo preoccupati per il ripetersi di atteggiamenti che sembrano volere vuotare d'impor­tanza, nella religiosità dei fedeli, quella che è la base della liturgia cattolica...». «Messe soppresse a Natale!... Poi parlano di poca fede!». «Non si generi in seguito, col riprodursi di tali situazioni - come sempre più spesso sta succedendo - una diseducazione verso l'importanza della celebrazione eucaristica...».



A Roma, dove le comunità religiose maschili sono particolarmente numerose, l'inconveniente di concelebrazioni di venti, trenta e più sacerdoti, a cui risponde la soppressione di altrettante Messe individuali, che potrebbero celebrarsi nelle rispettive chiese e altrove, è vivamente avvertito e biasimato dal popolo. Talvolta si ha l'impressione - purtroppo fondata - che sia appunto il popolo a doversi adattare agli orari delle comunità, e non queste alle esigenze del popolo. Il quale sente molto più il bisogno di Messe e di Confessori che di certi raduni, dibattiti, pubblicazioni, corsi di aggiornamento... Ovunque si verifica che alla riduzione delle Messe-Sacramento risponde una moltiplicazione delle Messe nere.

§ 7 - L'errore di credere che le Messe si moltiplicano secondo il numero dei celebranti ha indotto molti sacerdoti a commettere la grave scorrettezza di soddisfare molte intenzioni di Messe celebrandone soltanto una.

Ciò accade quando un fedele chiede che si celebrino nel medesimo giorno per es. venti Messe per un certo motivo, e il superiore della chiesa (chiunque egli sia) dispone che a tal fine venti sacerdoti concelebrino. Allora infatti si verifica che non già venti, ma soltanto una è la Messa celebrata, contro la volontà del committente, che resta defraudato, con grave discredito del Clero. Il fedele infatti - dopo la promessa del sacerdote - ha diritto a venti Messe celebrate distintamente, esigendo cioè che per venti volte, all'altare, egli preghi secondo le sue intenzioni.

§ 8 - La concelebrazione sistematicamente generalizzata rappresenta una grave involuzione nella storia del culto eucaristico, contro la lettera e lo spirito del Vaticano II.
Per comprendere tutta la portata dell'affermazione, è necessario fare un passo indietro e ricostruire la storia del culto in questione.

Stando agli storici della liturgia, non stupisce che la consapevolezza del valore e della necessità del Sacrificio Eucaristico si sia venuta facendo sempre più viva nel corso dei secoli, come risulta dal bisogno di ripeterne sempre più frequen­temente la celebrazione. Vi contribuì il culto dei Martiri, la santificazione di certi giorni festivi, le Messe celebrate a Roma nelle diverse «stazioni», il desiderio di suffragare i defunti, al quale alcuni (senza però dimostrarlo) fanno risalire l'origine delle «messe private».

La frequenza della celebrazione eucaristica varia secondo le chiese. In Africa sembra che molto presto si sia conosciuta la Messa quotidiana, come informano S. Cipriano, S. Agostino, S. Ambrogio; mentre a Costantinopoli e altrove in generale, nel V secolo, si celebrava ancora soltanto il sabato e la domenica. Alla tradizione dell'unica Messa succedette il costume di celebrarne due, e anche più se necessario, nei casi in cui la chiesa non poteva contenere tutto il popolo, specialmente nei giorni di festa. Al riguardo, Dioscoro, vescovo di Alessandria, si consultò con S. Leone Magno, che l'incoraggiò a seguire la nuova prassi.

Questa poi si andò sempre più affermando col propagarsi del monachesimo. Nel secolo VI-VII, infatti, fa la prima comparsa la «Messa privata» celebrata dai religiosi senza l'assistenza dei fedeli; ciò che si verificò soprattutto quando i monaci, divenuti missionari, dovettero ricevere gli ordini sacri. Decisivo al riguardo il pontificato di S. Gregorio Magno. Perciò, aumentando il numero dei monaci presbiteri, si moltiplicò anche quello delle Messe celebrate nei mona­steri; per cui si arrivò a distinguere la «Messa privata» da quella «conventuale».

Altre cause, in seguito, contribuirono alla moltiplicazione delle Messe, avvertendosi sempre più vivamente che il Sacrificio Eucaristico è la suprema fonte della grazia, l'unico-essenziale mezzo di salvezza. Si istituirono così le Messe votive, si ebbe la «fondazione» di Messe con Confraternite di sacerdoti; si giunse a celebrare anche più volte al giorno. Gregorio di Tours, in un villaggio presso Soissons, un giorno celebrò tre Messe su tre differenti altari per purgarsi dall'accusa di aver offeso gravemente Tredegonda, moglie di Childeberto I. Papa Leone III celebrava fino a sette e anche nove Messe... Quando poi ciò non accadeva, non era raro il caso che si «binasse» e «trinasse», come talvolta ordinavano vescovi e sinodi particolari...

Ora, contro quanto qualcuno ha scritto o vorrebbe insinuare, la ragione profonda di tale prassi non era tanto la «devozione privata», quanto la ferma convinzione dell'intrinseco valore salvifico della Messa e dei benefici derivanti dalla sua celebrazione alle anime e alla Chiesa: la santificazione personale si conciliava perfettamente con la finalità pastorale ed ecclesiale.



Non potevano mancare gli abusi; ma la Gerarchia intervenne per correg­gerli, anche se non sempre con successo. Col passare del tempo tuttavia i risultati positivi premiarono gli sforzi dei più zelanti, finché, nel periodo aureo della Scolastica, si raggiunse l'equilibrio per merito della riflessione teologica condotta sull'essenza e il valore del Sacrificio Eucaristico. Dopo Pietro Lom­bardo, si distinse soprattutto S. Tommaso...

Purtroppo, dal secolo XIV-V in poi, con la decadenza della Scolastica, succedette una crescente rarefazione delle Messe, che riflette le tremende crisi subite dalla Chiesa in tutto il periodo rinascimentale. Enorme - anche se lenta e inavvertita - la nefasta influenza della riforma protestante persino nel mondo cattolico a proposito della Messa, ritenuta non soltanto superflua, ma addirittura «abominevole»: essa offende la dignità e nega l'efficacia salvifica del Sacri­ficio della Croce. Sulla scia delle sètte gnostico-manichee e panteistiche del Medioevo, G. Wyclif (1320- 1384) aveva già respinto la Messa come non istituita da Cristo, secondo il Vangelo: l'errore era stato condannato il 4 maggio 1415 dal Concilio di Costanza (D-S 1155). Lutero arrivò a supporre che, eliminata la Messa, il Papato (e quindi la Chiesa gerarchica) sarebbe crollata.

All'inizio del Seicento molti preti celebravano solo raramente in quasi tutti i paesi d'Europa. Ma, alla fine del secolo, ci fu una ripresa, favorita dal Concilio di Trento; la quale però restò limitata per l'influenza del giansenismo: soddisfatti i doveri d'ordine pastorale, si giunse a sconsigliare la celebrazione quotidiana, e la medesima sorte toccò alla «Comunione eucaristica».

Alla fine, attraverso le tempeste dei secoli XVIII-XIX, la logica della Riforma di Trento - sostenuta dall'opera di grandi Santi e dei rispettivi Ordini religiosi, antichi, nuovi e riformati - portò al rinnovamento eucaristico; il quale, tra l'Ottocento e il Novecento, ebbe le sue prime esplosioni nel Congresso eucaristico del 1881 e nei documenti di S. Pio X sulla Comunione dei bambini e la celebrazione frequente ed anzi quotidiana della Messa.

A proposito della Messa, la spinta decisiva del grande Concilio contro l'eresia luterana era stata preceduta, fin dall'alto Medioevo, dalla celebrazione delle tre Messe di Natale; e seguita dal privilegio di quelle del 2 novembre concesso nel 1740 da Benedetto XIV alla Spagna e al Portogallo; poi, nel 1897, esteso da Leone XIII ai paesi dell'America Latina; e infine, da Benedetto XV a tutta la Chiesa nel 1915.

Dall'inizio del '900 al Vaticano II la Chiesa non ha cessato di esaltare il valore della Messa individuale e promuoverne la ripetizione più numerosa possibile. La documentazione che al riguardo si potrebbe offrire eccede i limiti di un rapido ragguaglio. Basteranno alcuni accenni.
Quando nel 1933 si celebrò il Giubileo della Redenzione, in una lettera del 10 gennaio Pio XI scrisse al vescovo di Lourdes, mons. Gerlier, rallegrandosi che per tre giorni e tre notti sarebbero state celebrate nella Grotta delle Apparizioni delle Messe «continuamente e senza interruzioni». I festeggiamenti centenari non avrebbero potuto avere un coronamento più degno.

Il vescovo, a sua volta, commentando il documento pontificio, osserva: «L'ininterrotta celebrazione di queste 140 Messe, che da giovedì 25 aprile alle ore 16 alla domenica 28 aprile alla medesima ora saranno offerte sull'altare della Grotta da vescovi e sacerdoti che rappresentano tutte le nazioni del mondo - serie luminosa nella quale, ogni giorno, alle tre del pomeriggio, una Messa pontificale richiamerà in modo particolare l'ora della morte del Salvatore Gesù sulla croce - (...) Lourdes in un momento solenne diventerà, come non si e mai visto, il centro della preghiera del mondo».

A questo «triduo di Messe» partecipò anche il card. Schuster che ottenne dal Papa l'autorizzazione di celebrare senza interruzione il Sacrificio eucaristico in 72 dei principali santuari mariani della sua diocesi. I vescovi cileni ne seguirono l'esempio celebrando un eguale numero di Messe in un santuario dedicato a Maria presso Santiago.

Nell'enciclica Fidei donum del 21 aprile 1957, Pio XII chiese, tra l'altro, che per le necessità delle missioni si moltiplicassero le Messe: «Ma la forza più eccellente di preghiera non è forse quella che Cristo, Sommo Sacerdote, rivolge Egli stesso al Padre sugli altari su cui rinnova il suo sacrificio redentore? In questi anni, che sono forse decisivi per l'avvenire del cattolicesimo in molti paesi, mo1tip1ichiamo le Messe celebrate secondo l'intenzione delle Missioni (...). Queste prospettive più alte saranno d'altronde meglio comprese se si tien presente allo spirito, secondo l'insegnamento della Nostra Enciclica Mediator Dei, che OGNI MESSA CELEBRATA è essenzialmente un'azione della Chiesa».

Il card. Journet, commentando la lettera pontificia giustamente scriveva: «Se in ogni Messa Cristo compie l'opera della Redenzione, si vede bene la necessità di moltiplicare le Messe in questa epoca cruciale in cui interi continenti come l'Africa si destano alle condizioni della vita moderna e sono poste nell'alternativa di scegliere pro o contro Cristo».

In occasione del 40° anniversario delle apparizioni di Fatima e della consacrazione episcopale di Pio XII, il 13 maggio del '57, nel santuario mariano fu celebrato «un rosario di Messe» (=150) secondo le intenzioni del Papa.

Il medesimo Pontefice, col Motu proprio Norunt profecto del 27 ottobre 1940, aveva richiamato il valore della Messa e raccomandato di celebrare per la pace del mondo; e, dopo la guerra, nel '52, per il medesimo fine, si continuò a celebrarla ogni giorno a Roma, in S. Pietro.

In Francia, nel 1953, succedeva che, in occasione di raduni, alcuni sacerdoti omettevano di celebrare la loro Messa per assistere a quella di un confratello e ricevere da lui la Comunione. Ma, un'assemblea di cardinali e vescovi francesi, pur apprezzando la loro buona intenzione di compiere un gesto volto a dimostrare ai fedeli la loro unione nel partecipare alla medesima Messa comunitaria, non mancò di rilevarne gli inconvenienti, tra cui quello di diminuire la giusta stima del valore delle Messe private. Infatti, era necessario confermare nel popolo la fede nel valore infinito del Sacrificio Eucaristico e piuttosto moltiplicare il numero delle Messe che ridurlo volontariamente. Pratica del tutto riprovevole se fondata sulla falsa idea che l'omissione di una Messa ha poca importanza, e che un gesto collettivo di unità è meglio della celebrazione di più Messe private.

In conclusione: riflettendo che il rinnovamento eucaristico inaugurato verso la fine dell'800 e sostenuto poi con crescente zelo a tutti i livelli della Chiesa e soprattutto dalle direttive della S. Sede; tenuto conto della Mediator Dei di Pio XII a cui seguirono il decreto del Concilio sul ministero e la vita dei sacerdoti e la solenne enciclica Mysterium fidei di Paolo VI, che raccomandava a tutti i sacerdoti la celebrazione quotidiana della Messa privata...; bisogna concludere che la sistematica generalizzazione della «Messa concelebrata» con la conseguente macroscopica riduzione delle «Messe private» è c o n t r a­r i a al Magistero della Chiesa e rappresenta un intollerabile r e g r e s s o nel moto di rinascita e promozione della pietà eucaristica, avente la sua massima espressione in o g n i Messa, che il nuovo Codice di diritto canonico definisce «culmine e fonte di tutto il culto e della vita cristiana (c. 897). Se il valore di «ogni Messa celebrata» non fosse reale, tutte le «conce­lebrazioni» non sarebbero che altrettante insulse e noiose commedie.


RIEPILOGO E CONCLUSIONE

1° Il rito della «concelebrazione», qual è stata concessa dal Vaticano II, rappresenta una novità assoluta rispetto alla tradizione che risale alle origini della Chiesa.

2° La Messa «concelebrata» è una sola Messa, non tante quanti sono i sacerdoti concelebranti.

3° Il Concilio non comanda a nessuno la «concelebrazione», ma semplice­mente la concede in determinati casi; per cui nessun sacerdote è tenuto a parteciparvi, contro quanto suole verificarsi in certi ambienti e circostanze, dove la pressione morale esercitata su soggetti timidi e passivi contrasta con la libertà consentita dal Vaticano II, sempre rispettoso dell'autonomia e spontaneità di tutti.

4° La «Messa celebrata», essendo la rinnovazione sacramentale del Sacrificio della Croce, ha l'identica dignità ed efficacia di quella «concelebrata», nella quale il n u m e r o dei sacerdoti non aggiunge n u l l a al valore della prima.

5° La «concelebrazione» aggiunge alla «celebrazione» la dimensione oriz­zontale costituita dal rapporto di eguale partecipazione dei «molti» all'unico sacerdozio di Cristo. Dimensione tuttavia che la «concelebrazione» si limita ad esprimere, perché contenuta anche nella «celebrazione» in quanto l'unico mini­stro, rappresentando il Cristo, virtualmente rivela tutti i suoi confratelli nel sacerdozio.

6° La celebrazione p r e v a l e sulla concelebrazione perché, nell'unico ministro celebrante, essa esprime direttamente il vero Sacerdote principale qual è il Cristo; mentre la concelebrazione, per se stessa, non rivela il Cristo, ma coloro che partecipano del suo sacerdozio, per cui risulta solo come simbolo di fraternità sacerdotale.

7° Orientare la liturgia verso una concelebrazione generalizzata tendente a soppiantare la celebrazione significa favorire l'indirizzo collettivistico implicito nella concezione immanentista, negatrice della realtà e trascendenza dell'Ordine sacro; e quindi della stessa struttura gerarchica della Chiesa quale Corpo Mistico del Cristo Mediatore, Sacerdote e Vittima.

8° La concelebrazione - anche se opportuna in casi straordinari e pastoral­mente efficaci, secondo il magistero del Concilio - per se stessa obbliga a ridurre il numero delle Messe e, quindi, gli atti del supremo culto dovuto a Dio per il Cristo, venendo a privare la Chiesa e i fedeli - vivi e defunti - dei grandi benefici derivati da altrettante Messe individualmente celebrate.

9° La concelebrazione - soprattutto se vi partecipano molti sacerdoti - oltre a ridurre il raccoglimento, l'impegno personale e i relativi frutti spirituali possibili a ciascuno - con l'esteriorità che comporta tende ad accentuare la componente spettacolare del rito fino alla distrazione e alla dissipazione che offendono la maestà del culto.

10° Se dunque, uno è il Sacerdote-Vittima che s'immola, è necessario che n o r m a l m e n t e sia uno il ministro che all'altare Lo rappresenti; mentre n o r m a l e può essere l'assistenza di due o più sacerdoti i quali, invece di «conconsacrare», ricevano da lui la Comunione eucaristica, rinnovando il rito dell'ultima Cena, ripetuto per secoli in tutta la Chiesa d'Oriente e Occidente».


Concludo augurandomi di aver saputo conciliare - coi documenti del Magi­stero - tutta la verità del dogma eucaristico con le imprescindibili esigenze del culto, la vita del Corpo Mistico, la santificazione del Clero, la pietà dei fedeli, i suffragi dovuti alle anime del purgatorio, la solidarietà della Chiesa con tutti gl'infelici del mondo, per i quali la Messa è stata e resterà sempre l'unico e supremo tesoro. 

lunedì 25 novembre 2013

concilio e liturgia

... e poi apri internet e leggi l'ultima

di Andrea Grillo: 

e ti cascano le ... braccia.


il guaio è che questi fanno scuola, 

e una balla ripetuta cento volte 

finisce per diventare verità nelle menti ignoranti! 

C'è dentro tutto il luogocomunismo conciliare più 

rivoltante.

E con l'omelia del Papa del 18 novembre come la mettiamo?




All’inizio del Concilio, la liturgia.


Quando i Padri conciliari votarono il primo documento del Concilio, la Costituzione sulla Sacra Liturgia - che poi prese il nome “generico” ma profetico di “Sacrosanctum Concilium” - forse non immaginavano che, per buona parte, il Concilio si sarebbe identificato con la “nuova liturgia” e che la “nuova liturgia” avrebbe immediatamente annunciato e realizzato il Concilio.
Certo, in tutto ciò vi fu qualche piccola esagerazione, una profezia che si pensava immediatamente realizzata e realizzabile, qualcosa di troppo diretto e immediato, qualche volta persino di semplicistico; ma una cosa apparve subito assai chiara: il Concilio Vaticano II, nel suo disegno “pastorale”, voleva essere un servizio alla tradizione per assicurare continuità alla vita cristiana, mediante un suo “incremento”, un suo “aggiornamento”, un suo “nutrimento”. E la Riforma Liturgica fu, effettivamente, il primo grande frutto di questo Concilio.
Tutto ciò oggi può e deve essere considerato dall’angolo visuale di quel “trapasso” ecclesiale ed istituzionale, che si è aperto poco più di un anno fa, con l’inizio dell’Anno della fede, e al cui interno – contro alcune intenzioni normalizzatrici, che avrebbero preteso di sottoporre l’ermeneutica del Vaticano II a quella del Coatechismo della Chiesa Cattolica! - abbiamo visto, in sequenza, diversi fatti di profezia: la evidente difficoltà con cui papa Benedetto poteva collocare se stesso nel clima festivo dell’anniversario conciliare, a partire dall’11 ottobre 2012 , fin dai discorsi della mattina (l’ omelia) e ancor più della sera di quel giorno (la replica del “discorso della luna”!); la rinuncia al ministero petrino, esattamente quattro mesi dopo, l’11 febbraio del 2013; a distanza di un altro mese, la elezione di papa Francesco (Francesco!), il 13 marzo 2013; l’inizio di una sorprendente “pratica conciliare” da parte del nuovo papa, con la continua sottolineatura della collegialità, del primato delle periferie, della “chiesa povera”, e con la concelebrazione e predicazione quotidiana a S. Marta, luogo dove il nuovo papa ha sorprendentemente trasferito la sua residenza.
Questa novità insperata è oggi divenuto “criterio ermeneutico” per SC, contro ogni tentazione “letteralista”. Ed è già stata in grado di liberare il testo della Costituzione liturgica da quello strato di “inutili esitazioni” che si era venuto accumulando negli ultimi anni, per un eccesso di indecisioni e di ripensamenti, per mancanza di discernimento o di determinazione, con un misto di nostalgia e di disperazione, di amnesia e di presunzione. La dichiarazione sulla “irreversibilità” delle acquisizioni conciliari  in materia di “liturgia”– pronunciata di recente da papa Francesco nel corso di una intervista alla rivista “Civiltà Cattolica” - ha messo subito in secondo piano quella diatriba sulla “continuità” e la “discontinuità” che aveva lungamente pregiudicato - e spesso del tutto paralizzato - ogni efficace ermeneutica della liturgia secondo il Concilio Vaticano II.

“Sacrosanctum Concilium” e lo stile conciliare

Nel mutamento delle forme rituali, in effetti, il Concilio aveva prefigurato, forse nel modo più lineare e coerente, una cristologia e una ecclesiologia più fedele al “depositum” della tradizione. Nel configurare una Chiesa diversa da un “museo da coservare”, e più simile a “giardino da coltivare”, il culto era appunto la prima forma di questo nuovo compito di “coltivazione” e di “cultura”. Dal ritus servandus al ritus celebrandus era il passaggio in gioco.
Ma questo grande disegno, che risulta chiaramente dal testo di SC, aveva diverse impegnative condizioni. Anzitutto poteva venire da un Concilio che Giovanni XXIII aveva inteso come “pastorale”. Parallelamente alla resistenza sulla liturgia, gli ultimi due decenni hanno conosciuto una progressiva difficoltà ad entrare nella “mens” di questa idea di Concilio. Anche la sua nota “pastorale” è passata dall’indicare il primato di “ciò che nutre e incrementa la tradizione”, ad individuare, con maggiore tranquillità ma anche con profezia scarsa o nulla addirittura, una disciplina che garantisca la tradizione: in qualche modo, abbiamo assistito al tentativo di tornare al Concilio non come evento, ma come atto di governo.
Ciò ha avuto, immediatamente, e specialmente in liturgia,  una ricaduta molto evidente: mentre il Concilio si era appassionato nel restituirci il primato dell’uso dei riti – dei loro linguaggi, della loro pluralità, della loro capacità evocativa e formativa, della loro forza istituzionale e di identità – gli ultimi vent’anni hanno visto crescere la tentazione di considerare primario il tema degli “abusi”. Come se, combattendo risolutamente gli abusi, si potesse garantire l’uso dei riti cristiani. La profezia conciliare, per questo pienamente pastorale, aveva invece individuato bene la impossibilità di recuperare la verità dell’uso del rito cristiano per via disciplinare, semplicemente combattendo gl abusi: questa scelta, d’altra parte, era stata coerente con il primato attribuito al magistero positivo (della Costituzioni) rispetto al magistero negativo (dei canoni di condanna). 

Il cuore della Costituzione liturgica

Se, dunque, al centro di SC si colloca questa grande e ambiziosa svolta pastorale, cerchiamo a comprenderne di nuovo la forza e l’obiettivo. Per farlo dobbiamo anzitutto sgombrare il campo da un equivoco: è facile ritenere che SC sia identificato come il testo “della Riforma Liturgica”. Tuttavia, quando pensiamo così, tendiamo a confondere il mezzo con il fine. Il fine di SC non era e non è la Riforma Liturgica. Il fine è il superamento di un modo inadeguato di partecipazione al mistero celebrato, che ne altera la natura. Del mistero celebrato fa parte la assemblea che lo celebra.  Questa verità sulla Pasqua di Cristo, che attraversa tutta la liturgia, ha bisogno di una partecipazione di tutti i soggetti battezzati, i quali, per ritus et preces, ossia mediante i riti e le preghiera,  prendono parte e si riconoscono parte del mistero che celebrano.
La “actuosa participatio” è il nuovo paradigma partecipativo, nel quale alla medesima azione rituale, una per tutti, a diverso titolo prendono parte tutti i membri della assemblea: chi presiede, i diversi ministri e il popolo radunato. Per conseguire questo obiettivo – che non è solo o anzitutto liturgico, ma è cristologico e ecclesiologico, pastorale e spirituale – occorreva rimuovere una serie di ostacoli testuali e contestuali (preghiere e riti), mediante un  accuratissimo lavoro di Riforma, che appare, così, lo strumento articolato e complesso per predisporre la Chiesa a restituire la parola alla sua tradizione rituale. La Riforma Liturgica è così il mezzo per tornare ad una forma di partecipazione che i secoli avevano visto declinare e quasi scomparire dall’esperienza ecclesiale. La sana tradizione può essere garantita soltanto da un legittimo progresso. Il quale comporta, necessariamente, una serie di grandi discontinuità.

La recezione della Riforma e la tentazione di resistervi

La prima discontinuità, quella più lampante, è rappresentata dai “nuovi ordines”, i nuovi rituali, che sono stati composti nei primi 20 anni successivi al Concilio. Una nuova ministerialità, una più grande ricchezza biblica, una accessibilità diretta nella “lingua vernacola”, una strutturazione delle sequenze più limpida e una riduzione puntuale di tutte le “incrostazioni” di stampo prettamente clericale hanno garantito alla Chiesa una serie di rituali adeguati al nuovo paradigma ecclesiale e liturgico.
Cionondimeno, la seconda discontinuità, quella decisiva, è rimasta come oscurata dalla prima. Le splendide novità dei libri, con le prassi che le hanno accompagnate (e gli “altari girati”) hanno come soffocato l’altra discontinuità, quasi bloccandone la diffusione. Si tratta, come è ovvio, della attivazione concreta del nuovo paradigma partecipativo, che trova nei nuovi riti una condizione di possibilità, ma non la propria realtà. A entrambe queste “discontinuità” corrispondono le “sfide” che oggi attendono il testo di SC.
La prima sfida è quella di chi contesta la necessità della Riforma. La seconda è quella di coloro che, al contrario”, affermano la sufficienza della Riforma.

Le due sfide: la non necessità e la non sufficienza

Non bisogna lasciar cadere nessuna delle due sfide, oggi, ma occorre come “riconvertirle” e “ricalibrarle” reciprocamente: alla sfida della non necessità può rispondere compiutamente soltanto la risposta alla sfida della non sufficienza. In altri termini, alle lacune del Novus Ordo non si può rispondere “su un altro tavolo”, introducendo un pericoloso e illusorio parallelismo rituale, ma soltanto riaprendo il dibattito serio sul rito “irreversibile”, che deve riscoprire la propria forma e l’ars celebrandi. 
La “forma rituale” da riscoprire e l’ ars celebrandi da attivare sono oggi l’unica risposta possibile e auspicabile alle due sfide, uscendo così dallo sterile conflitto tra continuità e discontinuità, e accettando la prospettiva della irreversibilità. 

La liturgia e la “sollicitudo” per le periferie

In questo nostro frangente, appare in una luce nuova come il testo di SC,  impostando un nuovo “paradigma di partecipazione alla liturgia” – in vista  del quale è stata realizzata la Riforma Liturgica – ha delineato una diversa esperienza ecclesiale e spirituale, un modo diverso di stare “nella Chiesa” e “nel mondo”. Tale mutamento, tuttavia, rinuncia al semplicismo delle “vie brevi”, proprio mediante il gesto profetico con cui si annuncia che la intelligenza dei riti è decisiva per “tutta l’azione della Chiesa”, e che, anzi, ne costituisce il “culmen et fons”. Tale intelligenza avviene, appunto, “per ritus et preces”. Potremmo dire che la “sollicitudo” della Chiesa per la “res socialis”, risuonata alla fine del XIX secolo con il rullo di tamburi della Rerum novarum, acquista a partire da Sacrosanctum Concilium un orizzonte più maturo: diventa consapevole che le “res novae” passano, inevitabilmente,  attraverso una modalità di partecipazione al “culmine” e alla “fonte” dell’agire ecclesiale, nel quale tutti i battezzati, all’interno dell’ assemblea che celebra, fanno l’esperienza di grazia secondo cui, nella lotta tra i diritti e i doveri, che riguarda ogni generazione nel cammino della storia, la forza della tradizione fa esperienza di un dono, che parola e sacramento ri-presentano nel modo più originario e più ricco, senza riduzioni e senza funzionalizzazioni.  All’ambizione “pastorale” del Concilio Vaticano II corrisponde una Chiesa che, per vivere la pienezza della propria “vocazione sociale” verso le periferie, sa sempre iniziare e finire sul livello simbolico della azione rituale, così interpretando profeticamente e sacerdotalmente la condizione storica della propria regalità.

Papa Francesco e la liberazione della liturgia dal “conflitto di interpretazioni”

Dicevo, iniziando questa riflessione, che la Costituzione SC ha trovato, negli ultimi mesi di storia della Chiesa (e primi mesi del papato di Francesco) un nuovo criterio ermeneutico.  Il primo segnale è stato il “concilio liturgico” attuato nella “pratica quotidiana di papa Francesco”, fin dal suo primo apparire sulla piazza. Se poi ogni mattina papa Francesco, a S. Marta, concelebra e tiene l’omelia, dimostra con questa sua prassi di essere - pienamente e irreversibilmente -  “figlio del Concilio”: è il primo papa figlio (e non padre) del Concilio!
Il secondo segno è invece la liberazione della liturgia da un conflitto di interpertazione sistematicamente alimentato dall’alto. Negli ultimi 15 anni avevamo assistito a uno stillicidio di posizioni, documenti, pareri, commissioni, sussurri, grida e illazioni, che alimentavano sfiducia, e inducevano stasi. Ora, invece, si va oltre: non solo oltre Pio V, ma anche oltre le dialettiche infinite (e sfinite) tra continuità e discontinuità, oltre le forme di liturgia autoreferenziala. E compare, alla fine, un’altra parola, caduta nel dimenticatoio: irreversibilità.
Detto schiettamente, da papa Francesco, nella intervista a “Civiltà Cattolica”:

“ «Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi.
Basta ricordare la liturgia. Il lavoro della riforma liturgica è stato un servizio al popolo come rilettura del Vangelo a partire da una situazione storica concreta. Sì, ci sono linee di ermeneutica di continuità e di discontinuità, tuttavia una cosa è chiara: la dinamica di lettura del Vangelo attualizzata nell’oggi che è stata propria del Concilio è assolutamente irreversibile.”

Per l’ermeneutica del Concilio liturgico, proprio nel suo anno anniversario, si tratta di una “dichiarazione d’amore” che non è esagerato considerare di portata storica.  

http://grilloroma.blogspot.it/2013/11/sacrosanctum-concilium-50-anni-dopo.html