Visualizzazione post con etichetta dogmatica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta dogmatica. Mostra tutti i post

venerdì 26 aprile 2013

neomodernismo

Tu chiamale, se vuoi, emozioni 
La “Chiesa dei poveri”



Una “novità” molto vecchia

La recente elezione di papa Francesco I (13 marzo 2013) ha fatto risorgere il tema della “Chiesa dei poveri”, che andava molto di moda negli anni Sessanta/Settanta ed era stato portato avanti dagli ‘ultra progressisti’ del neomodernismo [1], soprattutto dall’arcivescovo latino-americano H. Camara, dal cardinale belga L. Suenens [2], dal cardinale di Bologna G. Lercaro e dalla “Scuola di Bologna” (Dossetti, Alberigo, Bettazzi), ma che poi era passato in secondo ordine, almeno in Italia.
Questa idea è molto più vecchia di quanto non si pensi. Basti pensare al Pauperismo dei “Fraticelli” del XIII secolo con la loro teoria delle due Chiese: una corrotta, ricca, carnale con a capo il Papa; l’altra, la vera Chiesa, spirituale, povera e dei soli poveri, pura e santa anche in tutte le membra umane che la compongono, ossia gli Spirituali e i loro seguaci.
Essi vennero condannati da papa Giovanni XXII nel 1316 (v. Costituzione Gloriosam Ecclesiam, DB 484-490). Nel campo sociale i Fraticelli, criticando il lusso e le ricchezze della Chiesa ufficiale, hanno contribuito a toccare il diritto di proprietà.
Verso la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, vari pensatori progressisti [3] del modernismo classico [4] (vedi Ernesto Buonaiuti) hanno cercato di presentare – “da sinistra” – una Chiesa “cristiana” primitiva dei soli poveri, collegiale o democratica, sovversiva, anarchica, ostile all’Impero di Roma e a qualsiasi potere politico, la quale sarebbe stata snaturata dalla Chiesa romana, ricca, petrina, papale e costantiniana, essenzialmente gerarchica, anzi monarchica. Questo snaturamento del cristianesimo primitivo sarebbe stato il frutto della filosofia greca e del diritto romano.
La stessa teoria è stata formulata – “da destra” – anche da neopagani (vedi Julius Evola) o da uomini d’ordine, i quali, però, hanno visto in questo snaturamento un fatto positivo (Charles Maurras) in quanto avrebbe consentito alla Patria, Nazione, Regno, Impero e al Principe rinascimentale di Nicolò Machiavelli (†1527) di servirsi della Chiesa romana come collante o cemento per mantenere l’ordine e l’ obbedienza delle masse.
Nella storia chi per primo ha cercato di dipingere Gesù come un rivoluzionario è stato il Sinedrio, ma Ponzio Pilato dopo aver interrogato Gesù non diede retta a questa calunnia (Gv., 19, 11; Lc., 13, 1; Rom., 13, 1). Successivamente il giudaismo talmudico presentò anche i cristiani come  sovversivi e rivoltosi per farli condannare da Roma e Roma con Nerone, sotto l’ influsso nefasto della sua seconda moglie Poppea, la quale era una giudaizzante, iniziò nel 64 la persecuzione dei cristiani [5].
Furono, invece, proprie dell’ eresia montanista (II secolo), condannata dalla Chiesa con papa Zefirino, quelle caratteristiche sovversive ed antiromane che erano già state degli zeloti e del giudaismo più intransigente e che avevano costretto Roma a sedare la rivolta col ferro e col fuoco (70 d. C. e 135). Perciò l’ Imperatore Marco Aurelio nel 170 circa scatenò una persecuzione che aveva di mira il Montanismo, ma che toccò praticamente anche il cattolicesimo romano [6].



La contraffazione della vera religione
Molti uomini di Chiesa dopo la svolta del Vaticano II hanno mutuato dalla “nuova teologia” neo-modernistica alcune idee che riecheggiano la vecchia concezione a-dogmatica e a-gerarchica del “cristianesimo delle origini” e della “Chiesa dei poveri”  sia dal punto di vista dottrinale che da quello spirituale: vedi i vari “Movimenti” tipo  “Comunità di S. Egidio”, il “Cammino Neo-catecumenale”, il “Rinnovamento dello Spirito” e il neo “Pentecostalismo cattolico”, che si propongono di edificare una Chiesa spirituale o “giovannea” a-dogmatica, sentimentalistica, carismatica, liberale, latitudinarista, ecumenista, che purtroppo sembra oggi prevalere pro tempore su quella petrina o costantiniana. Questi “movimenti” sono caratterizzati non sempre dal pauperismo, ma tutti da uno spirito comunitario che tende al collegialismo collettivistico, senza istituzioni o gerarchia e dominato dal “profetismo” o carisma di alcuni leader [7].
La testa di ariete di cui si è servito il modernismo per deformare la Fede dei cristiani è stato la liturgia, la quale ha fatto vivere le nuove dottrine dai fedeli, che altrimenti non sarebbero stati toccati, se non in piccola parte. «In Liturgia – scriveva il card. F. Antonelli – ogni parola, ogni gesto traduce un’idea che è un’idea teologica. Dato che attualmente la teologia è in discussione, le teorie correnti tra i teologi avanzati cascano sulla formula e sul rito con questa conseguenza gravissima che, mentre la discussione teologica resta al livello alto degli uomini di cultura, discesa nella formula e nel rito, prende l’avvio per la sua divulgazione nel popolo» (N. Giampietro, Il card. Ferdinando Antonelli e gli sviluppi della riforma liturgica dal 1948 al 1970, p. 125 s.)
Come il Sessantotto ha cambiato la mentalità dell’uomo contemporaneo non tramite i libri, ma mediante la prassi, l’azione, la musica, la moda, la stampa rosa, così il neo-modernismo ha cambiato il cristiano contemporaneo tramite la Nuova Messa, il sentimentalismo che emana da essa, i nuovi ornamenti liturgici, le musichette sincopate, la nuova architettura delle chiese e la secolarizzazione dell’abito ecclesiastico, il rito faccia a faccia, il quale è più simile ad una “cena” che al Sacrificio della Croce. “Vale più la pratica [la Nuova Messa] che la grammatica [i Decreti conciliari]” recita il proverbio popolare. Marx avrebbe parlato del “primato della prassi sulla teoresi”.
La svalutazione dell’intelletto e della volontà dal punto di vista naturale è accompagnata nell’ordine soprannaturale dal ridimensionamento delle Virtù infuse di Fede e Carità soprannaturale per dare il primato all’esperienza religiosa o al sentimento e alla filantropia pauperistica, giungendo ad un falso misticismo già condannato dalla Chiesa sotto il nome di “Quietismo” nel XVIII secolo, il quale pretende che non si debbano esercitare le Virtù né la vita ascetica, ma occorra solo seguire l’impulso dello Spirito senza lottare contro il peccato o le cattive inclinazioni. Si cade così in uno stato di esaltazione religiosa o superstiziosa, che è la contraffazione della vera Religione. L’irrazionalismo, il sentimentalismo, l’emozionalismo, l’ anti-intellettualismo, la svalutazione della libera volontà sono il comune denominatore di questi movimenti pseudo-spirituali nati durante e dopo il Vaticano II.

“Sento; quindi credo”
Il sentimentalismo religioso è uno dei pericoli più gravi che minaccia il mondo cattolico e specialmente ecclesiale perché distrugge la Fede rendendola un atto puramente soggettivo e non più un atto soprannaturale di adesione dell’intelletto, mosso dalla volontà con l’aiuto della Grazia, alle verità o Dogmi oggettivi e reali.
Dal punto di vista naturale il sentimentalismo distrugge la ragione e rende l’uomo un animale istintivo ed emozionale e perciò abbassa la retta ragione ad un livello inferiore a quello raggiunto dalla metafisica classica greca, dal diritto e dalla morale naturale romana, riportando la civiltà europea, che ha le sue origini appunto nella metafisica classica, nel diritto romano e nella scolastica, al livello primitivo, selvaggio o tribale. Nel campo religioso favoleggia di una pretesa “Chiesa dei poveri”, quando in realtà tra i Discepoli di Gesù ve ne erano anche di ricchi come Giuseppe d’Arimatea, che gli cedette il suo sepolcro nuovo dove Gesù fu sepolto e dal quale risorse, e la Chiesa è stata sempre la Chiesa di tutti, dei ricchi come dei poveri, insegnando ai primi il buon uso della ricchezza e ai secondi ad accettare ed amare la povertà. È per questo che si può parlare di (tentata) tribalizzazione della Chiesa, esattamente come il Sessantotto con la Scuola di Francoforte (Adorno e Marcuse) e lo Strutturalismo francese (con Lévy-Strauss, Ricoeur, Lacan, Sartre) ha tribalizzato l’uomo contemporaneo rendendolo un selvaggio, un cavernicolo o “una bestia parlante”. Se Cartesio diceva: “Penso; quindi esisto”, oggi si pensa e si dice: “Sento, ho emozioni, esperienze; quindi esisto”, anzi: “quindi credo”.
Dal sentimentalismo immanentistico deriva il pan-ecumenismo, che è un’altra caratteristica, assieme al pauperismo, al filo-giudaismo ed al collegialismo. Infatti l’essenziale è “sentire” soggettivamente qualcosa di  vagamente e astrattamente “spirituale”, che non si identifica in nessuna dottrina di nessuna Chiesa o Religione positiva, ma emerge dal subconscio di ogni uomo, il quale sente il bisogno del “miracolistico”, come insegnano Kant (Critica della Ragion pura) e, sulla sua scia, il Modernismo filosofico (v. San Pio X, Enciclica Pascendi, 8 settembre 1907). In tal modo tutte le credenze religiose sono ridotte ad un principio unico: la soggettività della verità e la relatività di tutte le sue forme e quindi anche del dogma.
In questa ottica non vi sono più eresie, eretici, vera Religione e false religioni, Chiesa di Dio e sette, ma solo “fratelli apparentemente separati, ma sostanzialmente uniti”. Questo tipo di super-ecumenismo ha avuto il suo apice – praticato e non più solo teorizzato –  negli incontri “interreligiosi” di Assisi.

Il “primato dell’azione” ultimo stadio del modernismo
Il modernismo demolisce tutta la religione cattolica e non solo qualche suo dogma, onde S. Pio X lo qualifica non un’eresia, ma “il compendio di tutte le eresie”. Esso infatti sostituisce l’opinione o l’arbitrio soggettivo del singolo all’autorità del magistero ecclesiastico e della gerarchia. Onde dall’agnosticismo teologico si passa all’ateismo o addirittura al nichilismo religioso (vedi “la teologia della morte di Dio”), con la conseguente abolizione di ogni religione positiva e specialmente di quella unica vera che è e rimane la cattolico-romana.
La gravità del modernismo sta  soprattutto nella sua tattica: esso cerca di trasformare la Chiesa dall’ interno e segretamente alterando pian piano la nozione stessa di religione, di Fede, di dogma e di verità oggettiva mediante l’ immanentismo o soggettivismo che è l’anima della filosofia moderna, la quale va da Cartesio (†1650) sino a Hegel (†1831) (vedi Padre Cornelio Fabro voce “Modernismo”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1952, vol. VIII, coll. 1188-1196).
P. Fabro fa notare che volutamente i modernisti hanno espresso raramente e in maniera sistematica i loro princìpi, per poter passare inosservati ed evitare condanne, in modo da trasformare la Chiesa dal suo interno. Essi preferiscono il metodo storicistico, che dà la preferenza allo studio della storia della Chiesa, dei dogmi e della Bibbia, al metodo teoretico (ivi, col. 1191). Ed ora il primato della prassi è ancora più avanzato. Questo primato dell’azione porterà –temiamo – a un super-ecumenismo ancora più avanzato di quello di oggi, poiché non avrà nessuna remora dottrinale (neanche neomodernistica), ma si accontenterà inizialmente di agire assieme (anche con i “tradizionalisti”), per poi portare chi “agisce assieme” a “pensare assieme” in maniera modernistica, senza che all’inizio sia stato richiesto un assenso dottrinale alla “nuova teologia”.
Tale è il frutto della soggettivizzazione della Fede che ha trasformato la religione cristiana in una vaga religiosità immanentistica, antropocentrica e antropolatrica, che riduce ogni realtà ad istinto soggettivo, sulle orme della pseudo-riforma luterana.
Il Programma dei modernisti, risposta all’enciclica Pascendi, (2a ed., Torino, 1911, p. 127) asserisce di non rifiutare né la S. Scrittura né la Tradizione, ma solo l’ interpretazione o ‘ermeneutica’ scolastica e soprattutto tomistica di esse, poiché sorpassata dal soggettivismo della filosofia moderna. Onde, quando oggi si asserisce la “ermeneutica della continuità”, si è in sintonia col Programma dei modernisti e vale anche per questa “continuità”, asserita ma non dimostrata, il commento di p. Fabro [8] (ivi, col. 1195): «A nulla valgono le proteste di alcuni modernisti di accettare integralmente la dottrina cattolica, perché il modernismo ha nel ‘principio di immanenza vitale’ il veleno corrosivo non solo dell’essenza e delle verità di Fede, ma del valore oggettivo di qualsiasi verità assoluta di fatto e di ragione e ritorna al principio di Protagora che “l’uomo è misura di tutte le cose”».
Il modernismo, aderendo al soggettivismo, ha rigettato in blocco il sano realismo greco-cristiano, che ha per fondamento la distinzione dell’uomo dal mondo e da Dio e la distinzione dell’ordine naturale da quello soprannaturale, e con il sano realismo ha eliminato il valore logico ed ontologico dei princìpi primi per sé evidenti e con essi la sana logica ed ogni metafisica (C. Fabro, ivi, col. 1195). Tuttavia, col Fabro, dobbiamo concludere che «il modernismo, pur derivando per canali molteplici dal soggettivismo del pensiero moderno, non presenta alcuna consistenza teoretica perché non s’impegna [né vuole impegnarsi] a fondo con nessun sistema o filosofia determinata, così che si risolve in un fenomeno di ‘contaminazione teoretica’ e di superficiale concordismo» (ivi).
L’importante è l’azione; questo è l’ultimo stadio dell’ immanentismo modernistico, che oggi sembra aver trovato in Francesco I il suo campione. Nel loro Programma i modernisti, pur riconoscendo di condividere la sfiducia di Kant nella ragione, affermavano che il loro atteggiamento era diverso perché spiegava ogni tipo di conoscenza, inclusa quella religiosa, in funzione dell’azione e quindi dell’esperienza soggettiva di ognuno nei vari campi; perciò nella sfera religiosa quel che conta è «l’influenza del divino che si compie nelle profondità più oscure della coscienza» e che – aggiungiamo noi con San Pio X – ogni credenza religiosa può vantare e nessuno può dimostrare falsa appunto perché soggettiva.

[1] Condannato da Pio XII, con l’Enciclica Humani generis, 1950.
[2] Lo Spirito Santo nostra speranza, Alba, Paoline, 1975.
[3] Alcide De  Gasperi, il fondatore della Democrazia Cristiana, in un discorso del 1944 citato il 15 agosto del 1975 dall’allora Segretario della DC Benigno Zaccagnini, paragonò Cristo a Marx in nome della comune origine israelitica, dell’ispirazione internazionalistica, del messianismo e dello spirito di rivolta contro lo Stato (cfr. Il Borghese, 3 sett. 1975).
[4] Condannato da San Pio X Enciclica Pascendi, 1907.
[5] M. Sordi, Il Cristianesimo e Roma, Bologna, Cappelli, 1965, p. 171.
[6] U. Benigni, Storia sociale della Chiesa, Milano, Vallardi, 1906, vol. I, pp. 32-33.
[7] G. Ebeling, Teologia e Annuncio, Roma, Città Nuova, 1972; W. Smet, Pentecostalismo cattolico, Brescia, Queriniana, 1975; R. Laurentin, Il movimento carismatico nella Chiesa cattolica, Brescia, Queriniana, 1976; F. Spadafora, Pentecostali & Testimoni di Geova, Rovigo, IPAG, V ed., 1980; E. Zoffoli, Verità sul Cammino Neocatecumenale, Udine, Il Segno, 1996; A. Castro Mayer, Carta pastoral sobre Cursillos de Cristiandad, San Paolo del Brasile, Vera Cruz, 1972.
[8] B. Gherardini, Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, Casa Editrice Mariana, 2009.

da: si si, no no

venerdì 21 dicembre 2012

eresie

Bianchi, maestro di doppiezza

«Uccidersi per protesta a volte è giusto». Così titolava domenica 16 dicembre La Stampa un lungo articolo a firma di Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, dedicato al fenomeno delle autoimmolazioni di giovani tibetani per protesta contro l’oppressione del regime cinese. La sintesi operata nel titolo rende pienamente ragione del contenuto dell’articolo che, anzi, in diversi punti ha affermazioni ancora più gravi. Per Bianchi infatti, il monaco tibetano che si dà fuoco è un «martire» che «compie un’offerta libera e totale per la salvezza di tutti: non mira unicamente alla propria rinascita, ma al rinnovamento del mondo». «Vale la pena – diceva ancora Bianchi – di lasciarci interrogare da questi monaci disposti a consumare la propria vita tra le fiamme come incenso», ricordando che i monaci suicidi «con la loro vita e la loro morte vogliono affermare la grandezza di una religione e di una cultura che non accetta di piegarsi al male».

Parole pesanti, scritte con la solita arte della doppiezza di cui Bianchi è maestro, ovvero lasciando intendere un messaggio eterodosso ma stando sempre attento a non fare affermazioni che confermino l’impressione. Così ad esempio fa un ritratto dei monaci suicidi che ricorda chiaramente il sacrificio di Gesù, ma negando che voglia «tracciare un parallelo con il servo sofferente di cui parla il libro di Isaia, con l’atteggiamento di Gesù di fronte ai suoi persecutori o con i martiri cristiani».

Ieri, sempre dalle colonne de La Stampa, intervistati da Andrea Tornielli, hanno replicato a Bianchi sia il cardinale Renato Raffaele Martino, già presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace e Osservatore permanente alle Nazioni Unite, che Vittorio Messori. Martino ha spiegato che «per noi cristiani è inconcepibile il suicidio. Anche se questo darsi la morte può avere fini nobili. Il Catechismo della Chiesa cattolica insegna che il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell’essere umano a conservare la propria vita ed è contrario all’amore del Dio vivente. Se è commesso per servire da esempio (cosa sostenuta da Bianchi per dare ancora più valore al gesto, ndr), si carica anche della gravità dello scandalo». Questo dovrebbe almeno chiarire ai cattolici così infatuati del buddhismo al punto da presentarlo – come lascia intendere Bianchi - come la realizzazione del cristianesimo, che si tratta in realtà di un pensiero e di una pratica antitetica a quella cattolica.

Peraltro, pur con tutta la solidarietà che si può dare al popolo tibetano per le sofferenze inflittegli dal regime comunista cinese, è giusto ricordare – come fa Messori – «che fino al 1950 (anno dell’annessione da parte della Cina, ndr) il Tibet era la più dura delle teocrazie sacrali. Il Dalai Lama aveva i suoi feudatari, che erano i lama: possedevano tutta la terra, avevano potere di vita e di morte. Ogni famiglia era obbligata a mandare almeno un figlio in monastero, con conseguenze a dir poco spiacevoli in caso di disobbedienza. Insomma, il Tibet prima del dominio cinese non era certo un modello per i diritti umani». Il che dovrebbe anche chiarire che l’indipendenza dalla Cina che giustamente il Tibet rivendica, non ha molto a che vedere con la libertà come la intendiamo in Occidente.

Ma l’uscita di Enzo Bianchi sui monaci tibetani non è un episodio isolato che si possa attribuire magari a una errata comprensione del mondo buddhista. In realtà la passione del priore di Bose per i suicidi – che lui definisce martiri – è decisamente antica: 7 maggio 1998, in Pakistan il vescovo cattolico di Faisalabad, John Joseph, si spara un colpo di pistola alla testa davanti al Tribunale della sua città. Motivo: la condanna a morte di un laico della sua diocesi in applicazione della famigerata Legge sulla blasfemia. Per l’episcopato pachistano e per la Santa Sede è una situazione imbarazzante, un fatto senza precedenti, all’inizio si pensa – e si spera – che sia un omicidio mascherato, poi la realtà non lascia scampo: si è proprio suicidato.

L’Osservatore Romano esprime questo imbarazzo dedicando solo un breve necrologio al vescovo, ma sulla prima pagina di Avvenire campeggia un commento di Enzo Bianchi che saluta il nuovo martire e definisce il tragico evento come «una modalità rarissima nel martirio cristiano».

Dunque, siamo di fronte a una vera e propria affermazione estranea alla dottrina cattolica, che viene spacciata da Bianchi per suprema testimonianza di fede. La questione è che Enzo Bianchi – come del resto già La Bussola Quotidiana ha documentato – continua a portare confusione tra i cattolici, peraltro con l’avallo di numerosi vescovi che lo invitano adoranti nelle loro diocesi a tenere conferenze ed esercizi spirituali. E con il silenzio di chi, in materia di dottrina, dovrebbe pur dire una parola chiara. Bianchi, in fondo, può anche dire quello che vuole, ma se poi tanti cattolici si perdono seguendolo buona parte della responsabilità ce l'ha chi nella Chiesa non esercita l'autorità per indicare la strada giusta.

mercoledì 12 dicembre 2012

summorum pontificum

LA MIA PRIMA MESSA ANTICA

Son passati quasi dieci anni dalla prima messa antica a cui partecipai. Fu una messa dal sapore catacombale, celebrata a casa di alcune mitiche sorelle, indefesse e coraggiose apostole del rito di sempre. Provenivo da oltre 30 anni di Novus Ordo e della messa antica sapevo poco e nulla. Quella prima messa però, nonostante il mio grande interesse ..... non mi piacque proprio. Stessa impressione alle messe successive: la messa antica non mi piaceva, la vedevo come un rito freddo, distante, chiuso, quasi ammuffito, ermetico, che escludeva i fedeli.

Mi fermai a riflettere e capii che essendo nato e cresciuto nel Novus Ordo .... da questo ero condizionato. Compresi che non potevo usare la copia, il derivato, cioè il Novus Ordo, per valutare l'archetipo, cioè la messa di sempre. Intuii che dovevo rimboccarmi le maniche e mettermi a studiare la liturgia antica sia nella sua genesi storica che nel suo aspetto rubricale. Per poter capire qualcosa, bisogna conoscerlo. I primi libri di storia liturgica che mi capitarono per le mani erano di origine progressista e pertanto più che far conoscere la storia della liturgia antica .... la denigravano e ridicolizzavano esaltando la riforma liturgica postconciliare. Gli autori di quei testi più che far conoscere la liturgia antica, facevano conoscere il loro sentimento di disprezzo verso la liturgia, definita sprezzantemente preconciliare. Quei libri li buttai nel fuoco. E mi misi a ricercarne di più obiettivi, che grazie a Dio trovai presto. E fu così che man mano che approfondivo la conoscenza della storia della liturgia ne apprezzavo la profondità teologica, la grandezza spirituale e pure la bellezza estetica. Pian piano quel rito che sulle prime non mi piacque finì per conquistarmi completamente. Per poter apprezzare il rito antico, per poterne cogliere tutte le sfumature teologiche, per poter vivere di tutti i momenti mistici che esso offre ....  è necessario averne una certa conoscenza. Detto in parole povere, il rito antico è come un forziere che non rivela lo splendore dei tesori che contiene se non a chi ha la chiave per aprirlo. Ecco perché molti non apprezzano il rito antico: non lo capiscono ( e non mi riferisco all'aspetto linguistico, cioè al latino, bensì all'aspetto rituale; un rito fatto in maggioranza di silenzio è chiaro che non viene compreso da un cattolicesimo malato di chiasso.